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giovedì 15 luglio – San Bonaventura – Vescovo e dottore della Chiesa

dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santo/222.html

giovedì 15 luglio – San Bonaventura

Vescovo e Dottore della Chiesa

BIOGRAFIA
Giovanni Fidanza era nato a Bagnoregio (Viterbo) nel 1218. Bam­bino fu guarito da san Francesco, che avrebbe esclamato: « Oh bona Ventura »: gli rimase per nome, ed egli fu davvero una « buona Ventura » per la Chiesa. Volle farsi francescano, studiò filosofia e teologia a Parigi e vi fu a lungo professore. Eletto superiore generale del suo ordine, l’organizzò e diresse saggiamente, tanto da esserne chiamato: « secondo fondatore e padre »; infatti, Francesco non aveva lasciato alcuna precisa costituzione. Per averlo vicino a Roma, il Papa lo nominò vescovo di Albano e cardinale, incaricandolo di preparare il Concilio Ecumenico di Lione II per l’unione dei cristiani Latini e Greci. La sua teologia, agostiniana di mente e di spirito, e fortemente cristocentrica, lo rendeva capace di capire profondamente la teologia orientale. Aperto il Concilio il 7 maggio 1274, si giunse il 28 giugno a un accordo per l’unione (purtroppo rotto in seguito); ma il 15 luglio Bonaventura moriva, assistito dal papa Gregorio X. Pochi mesi prima era morto san Tommaso d’Aquino, di cui era amicissimo.
Bonaventura era uomo di azione e di governo, pratico e speculativo, ricco di equilibrato sentimento e simpaticamente « umano ». Vedeva un fondamentale accordo fra le arti, le scienze, la filosofia, la teologia, la storia. Raramente scienza e fede s’erano viste tanto armonizzate in un uomo, e soprattutto così animate dall’amore; era un grande contemplativo, un mistico. Per questo è stato onorato dei titolo di « Dottore serafico ».

DAGLI SCRITTI…
Dall’opuscolo «Itinerario della mente a Dio» di san Bonaventura, vescovo
Cristo è la via e la porta. Cristo è la scala e il veicolo. E’ il propiziatorio collocato sopra l’arca di Dio (cfr. Es 26, 34). E’ «il mistero nascosto da secoli» (Ef 3, 9). Chi si rivolge a questo propiziatorio con dedizione assoluta, e fissa lo sguardo sul crocifisso Signore mediante la fede, la speranza, la carità, la devozione, l’ammirazione, l’esultanza, la stima, la lode e il giubilo del cuore, fa con lui la Pasqua, cioè il passaggio; attraversa con la verga della croce il Mare Rosso, uscendo dall’Egitto per inoltrarsi nel deserto. Qui gusta la manna nascosta, riposa con Cristo nella tomba come morto esteriormente, ma sente, tuttavia, per quanto lo consenta la condizione di viatori, ciò che in croce fu detto al buon ladrone, tanto vicino a Cristo con l’amore: «Oggi sarai con me nel paradiso!» (Lc 23, 43).
Ma perché questo passaggio sia perfetto, è necessario che, sospesa l’attività intellettuale, ogni affetto del cuore sia integralmente trasformato e trasferito in Dio.
E’ questo un fatto mistico e straordinario che nessuno conosce se non chi lo riceve. Lo riceve solo chi lo desidera, non lo desidera se non colui che viene infiammato dal fuoco dello Spirito Santo, che Cristo ha portato in terra. Ecco perché l’Apostolo afferma che questa mistica sapienza è rivelata dallo Spirito Santo.
Se poi vuoi sapere come avvenga tutto ciò, interroga la grazia, non la scienza, il desiderio non l’intelletto, il sospiro della preghiera non la brama del leggere, lo sposo non il maestro, Dio non l’uomo, la caligine non la chiarezza, non la luce ma il fuoco che infiamma tutto l’essere e lo inabissa in Dio con la sua soavissima unzione e con gli affetti più ardenti.
Ora questo fuoco è Dio e questa fornace si trova nella santa Gerusalemme; ed è Cristo che li accende col calore della sua ardentissima passione. Lo può percepire solo colui che dice: L’anima mia ha preferito essere sospesa in croce e le mie ossa hanno prescelto la morte! (cfr. Gb 7, 15).
Chi ama tale morte, può vedere Dio, perché rimane pur vero che: «Nessun uomo può vedermi e restar vivo» (Es 33, 20). Moriamo dunque ed entriamo in questa caligine; facciamo tacere le sollecitudini, le concupiscenze e le fantasie. Passiamo con Cristo crocifisso, «da questo mondo al Padre», perché, dopo averlo visto, possiamo dire con Filippo: «Questo ci basta» (Gv 14, 8); ascoltiamo con Paolo: «Ti basta la mia grazia» (2 Cor 12, 9); rallegriamoci con Davide, dicendo: «Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre» (Sal 72, 26). «Benedetto il Signore, Dio d’Israele, da sempre, per sempre. Tutto il popolo dica: Amen» (Sal 105, 48).

Colletta
Dio onnipotente, guarda a noi tuoi fedeli riuniti nel ricordo della nascita al cielo del vescovo san Bonaventura, e fà che siamo illuminati dalla sua sapienza e stimolati dal suo serafico ardore. Per il nostro Signore…

Damasco: Casa di sant’Anania

dal sito:

http://www.custodia.fr/Damasco-Casa-di-sant-Anania.html

Damasco: Casa di sant’Anania

Messo on line il martedì 28/08/2007 a 16h41 da  segreteria cts

La tradizione cristiana

Gli Atti degli Apostoli (9, 1-26 e 22, 4-16 ) ci presentano sant’Anania come damasceno di stirpe ebraica. Già cristiano quando battezzò Saulo di Tarso, doveva godere di una posizione speciale nella giovane chiesa di Damasco; a lui infatti Cristo rivelò il destino del futuro Apostolo dei Gentili e a lui toccò la gloria di battezzarlo e iniziarlo alla Fede.
La tradizione orientale raccolta dai padri Bollandisti, assicura che era uno dei “settantadue” discepoli di Gesù, dei quali parla san Luca (10, 1), e che si rifugiò a Damasco dopo la lapidazione di santo Stefano. Più tardi divenne vescovo di questa città.
Mentre evangelizzava le regioni della Siria venne arrestato dal governatore Licinio e condannato a morte. Il suo corpo fu trasportato in città dai cristiani.
Le reliquie di sant’Anania sono conservate a Roma nella basilica di san Paolo. Nel sec. XIV Carlo IV, re di Boemia, ne ottenne il capo e lo donò alla cattedrale di Praga.

Il luogo
Localizzata nella Damasco antica, dentro le mura, la casa di sant’Anania fu trasformata in chiesa fin dai tempi antichissimi, col titolo di “chiesa della Croce”. Non conosciamo esattamente la data di questa trasformazione, ma fu certamente anteriore alla conquista araba (636 d.c.).
La rivista scientifica « Syrie », (V,1924) riferisce che il conte Eustachio De Lorey, capo della missione archeologica in Siria, eseguì degli scavi a Damasco nel 1921 in un lungo detto “Hananieh” situato presso la porta Esh-Sharqi. Lì sorgeva un tempo la chiesa di Santa Croce, o, più esattamente, la Mousallabeh, una delle chiese che Walid Iº restituì ai Cristiani in cambio della Grande Moschea.
Il conte De Lorey ha ritrovato una delle absidi di questa chiesa. I sondaggi eseguiti hanno rivelato che essa fu costruita su di un tempio pagano; lo provano la dedica in greco “al dio celeste di Damasco” e un altare dove appare un toro gibboso sotto una quercia. La stessa rivista (VI, 1925, 356) precisa che l’altare pagano risale al II-III secolo d.c.
Il fatto di trovare un tempio pagano in un luogo venerato di cristiani non deve fare meraviglia. È risaputo che Adriano (117-138) edificò dei templi sul Calvario e sulla Grotta di Betlemme con lo scopo preciso di allontanare i cristiani da questi luoghi venerati.
La presenza di un tempio pagano in un luogo sacro cristiano non fa altro, quindi, che confermare l’esistenza di un santuario della Chiesa primitiva. Lo conferma anche la chiesa bizantina convertita più tardi in moschea.
In Oriente il succedersi di edifici religiosi di differenti confessione nel medesimo sito è un indice che la tradizione ivi localizzata ha una forte garanzia di autenticità.
Qualche secolo più tardi lo scrittore arabo Ibn Asaker (1105-1176) segnala a Damasco una chiesa sotto il nome di El-Mousallaba, cioè “della Croce”, e ci fa sapere che essa si trova presso le mura, tra le due porte orientali – Bab Touma e Bab-Sharqi – e che fu distrutta verso l’anno 700.
Della casa di Anania parla anche il francescano da Poggibonsi, nel 1347, affermando che a quel tempo era convertita in moschea.
Un altro scrittore, In Shaker, che scrive qualche anno dopo, dice che il Califfo Walid Iº (702-712) cedette ai cristiani le rovine della “Chiesa della Croce” in cambio della basilica di san Giovanni Battista che egli trasformò in moschea (l’attuale moschea degli Ommeiadi).
Padre Bonifacio da Ragusa, Custode di Terra Santa, visitò questo luogo nel sec. XVI e scrive che “si scende in questa chiesa per mezzo di alcuni gradini”.
All’inizio del sec. XVII il padre Quaresmio, francescano anch’egli, ci fornisce altri dettagli: “Questa casa (di Anania) si trova nella parte orientale della città: è un’abitazione sotterranea e ci si scende dalla parte orientale per mezzo di una porta stretta e una scala. Essa ha quasi la forma di un triangolo: la lunghezza dei due lati è di venti piedi e la larghezza di dieci; riceve la luce da sopra per mezzo di due finestre rotonde” (Lib. VII, c.III)
Verso il 1630, fra Antonio de Castello OFM afferma che la casa di sant’Anania è tenuta in grande venerazione sia dai Cristiani che dai Turchi: “I Turchi che ne hanno la custodia vi tengono molte lampade accese”.
Nel 1820 i Francescani di Terra Santa poterono ricuperare questo luogo venerato e lo riedificarono riadattandolo al culto. L’edificio, distrutto nei torbidi del 1860 fu ricostruito nel 1867 e finalmente restaurato nel 1973.
La casa di sant’Anania è una cripta formata da due camere; vi si scende per una scala di ventitrè gradini, resa necessaria dal rialzo del terreno a causa dei detriti accumulatisi, durante venti secoli, in questa parte della città.
Lo stesso dislivello si misura attorno alla porta romana di Bab-Sharqi.
La tradizionale casa di sant’Anania che i frati Francescani indicano oggi alla venerazione dei pellegrini è certamente una parte dell’antica basilica bizantina della “Santa Croce” del V-VI secolo, ritrovata durante gli scavi eseguiti dal conte De Lorey.
Questo luogo venerato risponde a tutti i requisiti archeologici a conferma della tradizione che sin dall’inizio del Cristianesimo vi ha ubicato la casa sant’Anania, il primo Vescovo di Damasco.

Testo biblico
La vocazione di Saulo

Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati. E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Rispose: «Chi sei, o Signore?». E la voce: «Io sono Gesù, che tu perseguiti! Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare». Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno. Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda.
Ora c’era a Damasco un discepolo di nome Anania e il Signore in una visione gli disse: «Anania!». Rispose: «Eccomi, Signore!». E il Signore a lui: «Su, và sulla strada chiamata Diritta, e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso; ecco sta pregando, e ha visto in visione un uomo, di nome Anania, venire e imporgli le mani perché ricuperi la vista». Rispose Anania: «Signore, riguardo a quest’uomo ho udito da molti tutto il male che ha fatto ai tuoi fedeli in Gerusalemme. Inoltre ha l’autorizzazione dai sommi sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome». Ma il Signore disse: «Và, perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome». Allora Anania andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse: «Saulo, fratello mio, mi ha mandato a te il Signore Gesù, che ti è apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo». E improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame e ricuperò la vista; fu subito battezzato, poi prese cibo e le forze gli ritornarono.
Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damasco, e subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio. E tutti quelli che lo ascoltavano si meravigliavano e dicevano: «Ma costui non è quel tale che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocano questo nome ed era venuto qua precisamente per condurli in catene dai sommi sacerdoti?». Saulo frattanto si rinfrancava sempre più e confondeva i Giudei residenti a Damasco, dimostrando che Gesù è il Cristo. Trascorsero così parecchi giorni e i Giudei fecero un complotto per ucciderlo; ma i loro piani vennero a conoscenza di Saulo. Essi facevano la guardia anche alle porte della città di giorno e di notte per sopprimerlo; ma i suoi discepoli di notte lo presero e lo fecero discendere dalle mura, calandolo in una cesta.
(Atti 9,1-26)

Preghiera
O Dio, che per mezzo del tuo Figlio risorto hai inviato il tuo servo Anania a Saulo di Tarso, perché questi recuperasse la vista, fosse ricolmo di Spirito Santo e battezzato, fa’ che, per l’intercessione del santo martire Anania, tutte le genti siano illuminate, siano battezzate per la remissione dei peccati e ricevano il dono dello Spirito Santo. Per il nostro Signore, Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna, con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Publié dans:SANTI, Santi - biografia |on 11 juillet, 2010 |Pas de commentaires »

Sant’ Antonio Maria Zaccaria – 5 luglio (mf)

dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santo/131.html

Sant’ Antonio Maria Zaccaria

5 luglio (mf)

sacerdote

BIOGRAFIA
Nacque a Cremona nel 1502 da famiglia nobile e studiò medicina a Padova, esercitando in seguito la professione a favore dei poveri. Nel contempo si dava all’istruzione catechistica tra i fanciulli. Dopo aver rinunciato all’eredità paterna ed essersi legato a Dio con voto di verginità, intrapresi gli studi teologici nel 1528 divenne sacerdote. Nel 1530, essendo cappellano della contessa Luigia Torelli di Guastalla, si trasferì a Milano che divenne il campo del suo apostolato. Qui, per ispirazione del P. Battista da Crema domenicano, istituì una compagnia di preti regolari dediti all’apostolato per la riforma del clero e l’edificazione del laicato: ne nacque la Congregazione dei Chierici Regolari di San Paolo, i quali – avendo successivamente la cura della chiesa di san Barnaba a Milano – furono detti Barnabiti. Vennero anche istituite le Angeliche di San Paolo, congregazione femminile sorta nel 1536. Sant’Antonio diede sviluppo e ordine alla pratica delle Quarantore. E risale a lui la consuetudine di far suonare la campanella alle 3 pomeridiane in ricordo della morte del Signore. Fu canonizzato nel 1897.

DAGLI SCRITTI…
Dal «Discorso ai confratelli» di sant’Antonio Maria Zaccaria, sacerdote
Il discepolo di Paolo apostolo

«Noi stolti a causa di Cristo» (1 Cor 4, 10): così diceva di sé, degli apostoli e di coloro che professano la fede apostolica la nostra beata guida e santissimo protettore. Ma non dobbiamo meravigliarci o temere, carissimi fratelli, perché «un discepolo, non é da più del maestro, né un servo da più del suo padrone» (Mt 10, 24). Coloro che ci avversano, mentre fanno male a se stessi, perché provocano contro di sé lo sdegno di Dio, fanno però del bene a noi, perché ci accrescono la corona della gloria eterna. Dobbiamo quindi compiangerli e amarli, piuttosto che disprezzarli e odiarli. Anzi, dobbiamo pregare per loro e non lasciarvi vincere dal male, ma vincere il male con il bene e ammassare sopra il loro capo atti di pietà, come carboni ardenti (Rm 12, 20) di carità – come ci ammonisce il nostro Apostolo – in modo che essi vedano la nostra pazienza e mitezza, ritornino ad una via migliore e si accendano di amore per Dio.
Quanto a noi, Dio nella sua misericordia ci ha tolti dal mondo, sebbene indegni, perché lo serviamo salendo di virtù in virtù e portiamo un grande frutto di carità mediante la pazienza, gloriandoci non solo nella speranza della gloria dei figli di Dio, ma anche nelle tribolazioni. Considerate la vostra chiamata (cfr. 1 Cor 1, 26), carissimi fratelli. Se volessimo esaminarla bene, vedremmo facilmente ciò che esige da noi, e come abbiamo incominciato a seguire, benché da lontano, i passi dei santi apostoli e degli altri discepoli di Cristo, così non rifiuteremo di partecipare ai loro patimenti. «Corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede» (Eb 12, 1).
Quindi noi che abbiamo scelto per padre e giuda un apostolo così grande, e ci siamo impegnati a seguirlo, sforziamoci di mettere in pratica la sua dottrina e i suoi esempi. Non sarebbe conveniente infatti che sotto un tale capo vi siano soldati vili o disertori, né che siano indegni i figli di un così grande padre.

Publié dans:SANTI, Santi - biografia |on 4 juillet, 2010 |Pas de commentaires »

PROCLAMAZIONE DI SANTA CATERINA DA SIENA DOTTORE DELLA CHIESA – FESTA IL 29 APRILE – OMELIA DI PAPA PAOLO VI (1970)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1970/documents/hf_p-vi_hom_19701003_it.html

PROCLAMAZIONE DI SANTA CATERINA DA SIENA DOTTORE DELLA CHIESA

(festa il 29 aprile)

OMELIA DEL SANTO PADRE PAOLO VI

Domenica, 3 ottobre 1970 

La spirituale esultanza che ha invaso l’animo Nostro nel proclamare Dottore della Chiesa la umile e sapiente vergine domenicana, Caterina da Siena, trova il riferimento più alto e, diremmo, la sua giustificazione nella gioia purissima esperimentata dal Signore Gesù, quando, come narra l’evangelista S. Luca, «trasalì di gioia nello Spirito Santo» e disse: «Io ti glorifico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai prudenti, e le hai rivelate ai semplici. Sì, Padre, perché tale è stato il tuo beneplacito» (Luc. 10, 21; cfr. Matth. 11, 25-26).
In verità, nel ringraziare il Padre per aver svelato i segreti della sua divina sapienza agli umili, Gesù non aveva presenti al suo spirito soltanto i Dodici, che egli aveva eletti tra il popolo incolto, e che avrebbe un giorno inviato, quali suoi apostoli, ad istruire tutte le genti e ad insegnare ad esse quanto aveva loro comandato (Cfr. Matth. 28, 19-20), ma altresì quanti avrebbero creduto in Lui, fra i quali innumerevoli sarebbero stati i meno dotati agli occhi del mondo.
E questo si compiaceva di osservare l’Apostolo delle genti, scrivendo alla comunità della greca Corinto, città pullulante di gente infatuata di umana sapienza. «Considerate tra voi, o fratelli, quelli che (Dio) ha chiamato: non molti i sapienti secondo l’estimazione terrena; non molti i potenti; non molti i nobili. Ciò invece che è stolto per il mondo, Iddio scelse per confondere i sapienti; e ciò che è debole Iddio scelse per confondere quello che è forte; scelse ciò che per il mondo non ha pregio e valore, ciò che non esiste, per ridurre al nulla ciò che esiste, affinché nessuna creatura possa vantarsi dinanzi a Dio» (1 Cor. 1, 26-29).
Tale scelta preferenziale di Dio per quanto è irrilevante o, magari, spregevole agli occhi del mondo era già stata annunciata dal Maestro, quando – in netta antitesi alle valutazioni terrene – aveva chiamato beati e candidati al suo Regno i poveri, gli afflitti, i miti, gli affamati di giustizia, i puri di cuore, gli operatori di pace (Cfr. Matth. 5, 3-10).
Non è certo Nostra intenzione indugiare nel porre in rilievo come nella vita e nell’attività esterna di Caterina le Beatitudini evangeliche abbiano avuto un modello di superlativa verità e bellezza. Tutti voi, del resto, ricordate quanto ella sia stata libera nello spirito da ogni terrena cupidigia; quanto abbia amato la verginità consacrata al celeste sposo, Cristo Gesù; quanto sia stata affamata di giustizia e colma di viscere di misericordia nel cercare di riportare la pace in seno alle famiglie ed alle città, dilaniate da rivalità e da odi atroci; quanto si sia prodigata per riconciliare la repubblica di Firenze con il Sommo Pontefice Gregorio XI, fino ad esporre alla vendetta dei ribelli la propria vita. Né ci fermeremo ad ammirare le eccezionali grazie mistiche, di cui volle dotarla il Signore, tra le quali il mistico sposalizio e le sacre stigmate. Crediamo altresì non rispondente alla presente circostanza il rievocare la storia dei magnanimi sforzi, compiuti dalla Santa per indurre il Papa a ritornare alla sua legittima sede, Roma. Il successo che ella finalmente ottenne, fu veramente il capolavoro della sua operosità, che rimarrà nei secoli la sua gloria più grande e costituirà un titolo tutto speciale all’eterna riconoscenza per lei da parte della Chiesa.
Crediamo, invece, opportuno in questo momento porre, sia pur brevemente, in luce il secondo dei titoli, che giustificano, in conformità al giudizio della Chiesa, il conferimento del Dottorato alla figlia dell’illustre Città di Siena: e cioè la peculiare eccellenza della dottrina.
Quanto al primo titolo infatti, quello della santità, il suo riconoscimento solenne fu espresso, ed in ampia misura e con stile inconfondibile di umanista, dal Pontefice Pio II, suo concittadino, nella Bolla di Canonizzazione Misericordias Domini, di cui egli stesso fu l’autore (Cfr. M.-H. LAUKENT, OP., Proc. Castel., pp. 521-530; Trad. ital. di I. Taurisano, OP., S. Caterina da Siena, Roma 1948, pp. 665-673). La speciale cerimonia liturgica ebbe luogo nella Basilica di S. Pietro, il 29 giugno 1461.
Che diremo dunque dell’eminenza della dottrina cateriniana? Noi certamente non troveremo negli scritti della Santa, cioè nelle sue Lettere, conservate in numero assai cospicuo, nel Dialogo della Divina Provvidenza ovvero Libro della Divina Dottrina e nelle «orationes», il vigore apologetico e gli ardimenti teologici che distinguono le opere dei grandi luminari della Chiesa antica, sia in Oriente che in Occidente; né possiamo pretendere dalla non colta vergine di Fontebranda le alte speculazioni, proprie della teologia sistematica, che hanno reso immortali i Dottori del medioevo scolastico. E se è vero che nei suoi scritti si riflette, e in misura sorprendente, la teologia dell’Angelico Dottore, essa vi compare però spoglia di ogni rivestimento scientifico. Ciò invece che più colpisce nella Santa è la sapienza infusa, cioè la lucida, profonda ed inebriante assimilazione delle verità divine e dei misteri della fede, contenuti nei Libri Sacri dell’Antico e del Nuovo Testamento: una assimilazione, favorita, sì, da doti naturali singolarissime, ma evidentemente prodigiosa, dovuta ad un carisma di sapienza dello Spirito Santo, un carisma mistico.
Caterina da Siena offre nei suoi scritti uno dei più fulgidi modelli di quei carismi di esortazione, di parola di sapienza e di parola di scienza, che S. Paolo mostrò operanti in alcuni fedeli presso le primitive comunità cristiane, e di cui volle che fosse ben disciplinato l’uso, ammonendo che tali doni non sono tanto a vantaggio di coloro che ne sono dotati, quanto piuttosto dell’intero Corpo della Chiesa: come infatti in esso – spiega l’Apostolo – «unico e medesimo (è) lo Spirito che distribuisce i suoi doni a ciascuno come vuole» (1 Cor. 12, 11) così su tutte le membra del mistico organismo di Cristo deve ridondare il beneficio dei tesori spirituali che il suo Spirito elargisce (Cfr. 1 Cor. 11, 5; Rom. 12, 8; 1 Tim. 6, 2; Tit. 2, 15).
«Dottrina eius (scilicet Catharinae) non acquisita fuit; prius magistra visa est quam discipula» (Proc. Castel., 1. c.): così dichiarò lo stesso Pio II nella Bolla di Canonizzazione. Ed invero, quanti raggi di sovrumana sapienza, quanti urgenti richiami all’imitazione di Cristo in tutti i misteri della sua vita e della sua Passione, quanti efficaci ammaestramenti per la pratica delle virtù, proprie dei vari stati di vita, sono sparsi nelle opere della Santa! Le sue Lettere sono come altrettante scintille di un fuoco misterioso, acceso nel suo cuore ardente dall’Amore Infinito, ch’è lo Spirito Santo.
Ma quali sono le linee caratteristiche, i temi dominanti del suo magistero ascetico e mistico? A Noi sembra che, ad imitazione del «glorioso Paolo» (Dialogo, c. XI, a cura di G. Cavallini, 1968, p. 27), di cui riflette talvolta anche lo stile gagliardo ed impetuoso, Caterina sia la mistica del Verbo Incarnato, e soprattutto di Cristo Crocifisso; essa fu l’esaltatrice della virtù redentivi del Sangue adorabile del Figliuolo di Dio, effuso sul legno della Croce con larghezza di amore per la salvezza di tutte le umane generazioni (Cfr. Dialogo, c. CXXVII, ed. cit., p. 325). Questo Sangue del Salvatore, la Santa lo vede fluire continuamente nel Sacrificio della Messa e nei Sacramenti, grazie al ministero dei sacri ministri, a purificazione ed abbellimento dell’intero Corpo mistico di Cristo. Caterina perciò potremmo dirla la mistica del Corpo mistico di Cristo, cioè della Chiesa.
D’altra parte la Chiesa è per lei autentica madre, a cui è doveroso sottomettersi, prestare riverenza ed assistenza: «Ché – Ella osa dire – la Chiesa non è altro che esso Cristo» (Lettera 171, a cura di P. Misciatelli, III, 89).
Quale non fu perciò l’ossequio e l’amore appassionato che la Santa nutrì per il Romano Pontefice! Noi oggi personalmente, minimo servo dei servi di Dio, dobbiamo a Caterina immensa riconoscenza, non certo per l’onore che possa ridondare sulla nostra umile persona, ma per la mistica apologia ch’ella fa dell’ufficio apostolico del successore di Pietro. Chi non ricorda? Ella contempla in lui «il dolce Cristo in terra» (Lettera 196, ed. cit., III, 211), a cui si deve filiale affetto ed obbedienza, perché : «Chi sarà inobediente a Cristo in terra, il quale è in vece di Cristo in cielo, non partecipa del frutto del Sangue del Figliuolo di Dio» (Lettera 207, ed. cit., III, 270). E quasi anticipando, non solo la dottrina, ma il linguaggio stesso del Concilio Vaticano II (Lumen gentium, 23), la Santa scrive al Papa Urbano VI: «Padre santissimo . . cognoscete la grande necessità, che è a voi e alla santa Chiesa di conservare questo popolo (di Firenze) alla obbedienza e reverenza della Santità Vostra, perocché qui è il capo e il principio della nostra fede» (Lettera 170, ed. cit., III, 75).
Ai Cardinali, poi, a molti Vescovi e sacerdoti, essa rivolge pressanti esortazioni, né risparmia forti rimproveri, sempre però in tutta umiltà e rispetto per la loro dignità di ministri del Sangue di Cristo. Né Caterina poteva dimenticare di essere figlia di un Ordine religioso, e tra i più gloriosi ed attivi nella Chiesa. Essa, quindi, nutre stima singolare per quelle che chiama le «sante religioni», che considera quasi vincolo di unione tra il Corpo mistico, costituito dai rappresentanti di Cristo (secondo una qualificazione sua propria), ed il corpo universale della religione cristiana, cioè i semplici fedeli. Esige dai religiosi fedeltà alla loro eccelsa vocazione, attraverso l’esercizio generoso delle virtù e l’osservanza delle rispettive regole. Non ultimi, nella sua materna sollecitudine, sono i laici, a cui indirizza vivaci e numerose lettere, volendoli pronti nella pratica delle virtù cristiane e dei doveri del proprio stato, animati da ardente carità per Iddio e per il prossimo, poiché anch’essi sono membra vive del Corpo mistico; ora, dice la Santa, «ella (cioè la Chiesa) è fondata in amore, ed è esso amore» (Lettera 103, a cura di G. Gigli).
Come poi non ricordare l’opera intensa, svolta dalla Santa per la riforma della Chiesa? È principalmente ai sacri Pastori che essa rivolge le sue esortazioni, disgustata di santo sdegno per l’ignavia di non pochi di loro, fremente per il loro silenzio, mentre il gregge loro affidato andava disperso ed in rovina. «Ohimé, non più tacere! Gridate con cento migliaia di lingue, scrive ad un alto prelato. Veggo che, per tacere, il mondo è guasto, la Sposa di Cristo è impallidita, toltogli il colore, perché gli è succhiato il sangue da dosso, cioè il Sangue di Cristo» (Lettera 16 al card. di Ostia, a cura di L. Ferretti, I, 85).
E che cosa intendeva essa per rinnovamento e riforma della Chiesa? Non certamente il sovvertimento delle sue strutture essenziali, la ribellione ai Pastori, la via libera ai carismi personali, le arbitrarie innovazioni nel culto e nella disciplina, come alcuni vorrebbero ai nostri giorni. Al contrario, essa afferma ripetutamente che sarà resa la bellezza alla Sposa di Cristo e si dovrà fare la riforma «non con guerra, ma con pace e quiete, con umili e continue orazioni, sudori e lagrime dei servi di Dio» (Cfr. Dialogo, cc. XV, LXXXVI, ed. cit., pp. 44, 197). Si tratta, quindi, per la Santa di una riforma anzitutto interiore, e poi esterna, ma sempre nella comunione e nell’obbedienza filiale verso i legittimi rappresentanti di Cristo.
Fu anche politica la nostra devotissima Vergine? Sì, indubbiamente, ed in forma eccezionale, ma in un senso tutto spirituale della parola. Ella, infatti, respinse sdegnosamente l’accusa di politicante, che le muovevano alcuni dei suoi concittadini, scrivendo ad uno di loro: «. . . E i miei cittadini credono che per me o per la compagnia ch’io ho meco, si facciano trattati: elli dicono la verità; ma non la cognoscono, e profetano; perocché altro non voglio fare né voglio faccia chi è con me, se non che si tratti di sconfiggere il dimonio e toglierli la signoria che egli ha presa dello uomo per lo peccato mortale, e trargli l’odio del cuore, e pacificarlo con Cristo Crocifisso e col prossimo suo» (Lettera 122, ed. cit., II, 253).
La lezione pertanto di questa donna politica «sui generis» conserva tuttora il suo significato e valore, benché oggi sia più sentito il bisogno di far la debita distinzione tra le cose di Cesare e quelle di Dio, tra Chiesa e Stato. Il magistero politico della Santa trova la più genuina e perfetta espressione in questa sua lapidaria sentenza: «Niuno stato si può conservare nella legge civile e nella legge divina in stato di grazia senza la santa giustizia» (Dialogo, c. CXIX, ed. cit., p. 291).
Non contenta di avere svolto un intenso e vastissimo magistero di verità e di bontà con la parola e con gli scritti, Caterina volle suggellarlo con l’offerta finale della sua vita, per il Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, nell’ancor giovanile età di 33 anni. Dal suo letto di morte, circondata dai fedeli discepoli in una celletta presso la chiesa di S. Maria sopra Minerva, in Roma, essa rivolse al Signore questa commovente preghiera, vero testamento di fede e di riconoscente, ardentissimo amore: «O Dio eterno, ricevi il sacrificio della vita mia in (vantaggio di) questo corpo mistico della santa Chiesa. Io non ho che dare altro se non quello che tu hai dato a me. Tolli il cuore, dunque, e premilo sopra la faccia di questa sposa» (Lettera 371, ed. L. Ferretti, V, pp. 301-302).
Il messaggio perciò di una fede purissima, di un amore ardente, di una dedizione umile e generosa alla Chiesa Cattolica, quale Corpo mistico e Sposa del Redentore divino: questo è il messaggio tipico del nuovo Dottore della Chiesa, Caterina da Siena, a illuminazione ed esempio di quanti si gloriano di appartenerle. Raccogliamolo con animo riconoscente e generoso, perché sia luce della nostra vita terrena e pegno di futura e sicura appartenenza alla Chiesa trionfante del Cielo. Così sia!                                                       

Le cinque apparizioni della Vergine di Guadalupe (domani è la memoria facoltativa di San Juan Diego)

dal sito:

http://www.gesuiti.it/moscati/Ital2/Guadalupe_ER.html

Le cinque apparizioni della Vergine di Guadalupe

Egidio Ridolfo s.j. 

Come integrazione all’articolo di Maria di Lorenzo su Guadalupe (Juan Diego e il mistero di Guadalupe) ecco la « cronaca » delle apparizioni, quattro a Juan Diego (canonizzato da Giovanni Paolo II il 30 luglio 2002) e una allo zio Juan Bernardino.

Prima apparizione

Nel giorno di sabato 9 dicembre del 1531 Juan Diego, di buon mattino, andava dal suo villaggio verso Santiago Tlatelolco. Mentre passava per la collina del Tepeyac fu colpito da un armonioso canto di uccelli. Incuriosito sale verso la cima e lì vede una nube bianca risplendente circondata da un arcobaleno.

Al colmo dello stupore sente una voce che lo chiama affettuosamente, usando il linguaggio indigeno, il « nahuatl »: « Juanito, Juan Dieguito! » Ed ecco vide una bellissima Signora dirigersi verso di lui e dirgli: « Ascolta, figlio mio, piccolo mio, Juanito, dove vai? »

Juan Diego risponde: « Signora e piccola mia, devo andare nella tua casa [tempio] di México-Tlatilolco, per ascoltare le cose del Signore che ci insegnano i nostri sacerdoti, delegati di Nostro Signore ».

La Signora gli dice allora: Sappi e tieni bene in mente tu, il più piccolo dei miei figli, che io sono la sempre Vergine Santa Maria, Madre del vero Dio per il quale si vive, del Creatore che sta dappertutto, Signore del Cielo e della Terra. Avrai molto merito e ricompensa per il lavoro e la fatica con cui farai quello che ti raccomando. Vedi, questo è un mio incarico, figlio mio il più piccolo, vai e fai tutto ciò che puoi ».

La Santa Vergine chiede a Juan Diego di andare dal Vescovo di Città del Messico, per comunicargli il suo desiderio che su quella collina venga costruita una piccola chiesa, da dove lei avrebbe dato aiuto e protezione a tutti i messicani.

Juan Diego acconsente subito e dopo aver salutato rispettosamente la Signora si reca al palazzo episcopale. Qui fu fatto attendere molto, finché il Vescovo, Juan de Zumàrraga, lo ricevette, ma dopo aver udito il racconto non gli diede credito e quindi lo congedò. Così Juan Diego, sconsolato, riprende la via del ritorno.

Seconda apparizione

Verso sera di quello stesso sabato 9 dicembre, Juan Diego arriva alla cima del Tepeyac, ed ecco che incontra di nuovo la Santa Vergine. Desolato la informa dell’insuccesso del suo incarico, con espressioni tipiche del suo linguaggio nahuatl: « Signora, la più piccola delle mie figlie, Bambina mia: sono stato dove tu mi hai inviato per fare quanto mi hai chiesto… [Il Vescovo] mi ha ricevuto benignamente e mi ha ascoltato con attenzione, però, quando mi ha risposto, mi è sembrato che non credesse alle mie parole… Ho capito perfettamente, dal modo in cui mi ha parlato, che pensa che forse è una invenzione mia… che forse non è un tuo ordine… » E Juan Diego la prega poi di rivolgersi a una persona più capace di lui, più importante, perché potesse più facilmente convincere il Vescovo.

Ma la Signora confermò la sua scelta, dicendo:

« Ascolta figlio mio, piccolo mio, sappi che sono molti i miei servitori e messaggeri che potrei incaricare per comunicare il mio messaggio e la mia volontà. Ma io ti prego molto, figlio mio, il più piccolo tra i miei figli, e con forza ti domando che ancora una volta, domani mattina, tu vada a trovare il Vescovo, parlagli a nome mio e fagli sapere interamente la mia volontà, che deve cioè adoperarsi perché si faccia il tempio che gli chiedo. E digli che sono io in persona, la sempre Vergine Santa Maria, Madre di Dio, che ti invio. »

Juan Diego, pieno di meraviglia nel comprendere che ancora una volta proprio la Santa Vergine gli avesse parlato, assicurò che l’indomani avrebbe fatto quanto chiedeva, poi si congedò da lei e tornò al suo villaggio.  
                                           
Terza apparizione

L’indomani, domenica 10 dicembre, dopo aver ascoltato la Messa Juan Diego si presentò per la seconda volta al Vescovo Zumàrraga. Questi, vista la sua insistenza, gli rispose che chiedesse alla Signora una prova del suo essere la Madre di Dio, e quando Juan Diego uscì ordinò che fosse seguito per avere maggiori informazioni.

Gli incaricati del Vescovo però, una volta giunti presso il Tepeyac, lo persero di vista, e Juan Diego, arrivato alla cima della collina, per la terza volta incontrò la Santa Vergine.

Questa lo aspettava, poi, dopo aver sentito cosa il Vescovo chiedeva, gli disse di tornare l’indomani. Ma il giorno seguente, lunedì, Juan Diego non poté recarsi all’appuntamento, perché lo zio, Juan Bernardino, cadde gravemente infermo e dovette assisterlo.

Quarta apparizione

Nella mattinata di martedì 12 dicembre, Juan Diego, afflitto per la malattia dello zio infermo, decise di chiamare un sacerdote, perché lo aiutasse nel momento supremo della morte, che tutti giudicavano imminente.

La strada che doveva fare passava per il Tepeyac, ma Juan Diego cercò di evitare l’incontro con la Santa Vergine e decise di prendere un sentiero differente. Ma ecco che improvvisamente la vede davanti a sé, e Maria con la sua abituale dolcezza gli dice: « Figlio mio, piccolo mio, dove stai andando? »

Juan Diego, vergognandosi per il mancato appuntamento del giorno prima, spiega la sua preoccupazione per lo zio infermo, e sente in risposta dalla Santa Vergine questa tenerissima espressione:

« Non ci sono qua io che sono la tua cara Mamma? Non ti affliggere per nulla ».

Maria confortandolo lo assicura che lo zio era già guarito. Poi gli chiede di salire in cima alla collina del Tepeyac, dove avrebbe potuto raccogliere alcuni fiori da portare al Vescovo. Juan Diego obbedisce prontamente, ed effettivamente trova delle bellissime rose di Castiglia , cosa inesplicabile in quella stagione, quando era appena iniziato l’inverno!

Si pone allora a raccoglierle, le sistema nella parte anteriore della sua tilma (rustico mantello fatto di fibre vegetali), e si affretta a raggiungere il palazzo vescovile. Una volta davanti al Vescovo, apre davanti a lui il suo mantello, e quale fu lo stupore suo e dei presenti quando in quel povero tessuto si materializza miracolosamente l’immagine della Santa Vergine!

A questo punto il Vescovo, stupefatto per il prodigio delle rose e per la prodigiosa immagine, cade in ginocchio, e con lui le altre persone che erano presenti. E’ questa la celebre immagine della « Vergine di Guadalupe » che tutti conosciamo, e che si è conservata intatta fino ad oggi.

Miracolo anche questo, perché questi tessuti vegetali, usati dai poveri indios, dopo pochi anni si disfacevano. Ed è solo uno dei numerosi « misteri » dell’evento di Guadalupe che – nonostante le attuali e sofisticate ricerche scientifiche – restano inesplicabili.

L’apparizione a Juan Bernardino

Una quinta apparizione è quella testimoniata dallo zio di Juan Diego, Juan Bernardino, che come detto sopra era gravemente infermo. Vide la Santa Vergine mentre giaceva nel suo povero giaciglio, e fu da lei guarito miracolosamente.

La Santa Vergine si presentò a lui dicendo di chiamarsi « Santa Maria di Guadalupe », e anche a Juan Bernardino comunicò il suo desiderio che si costruisse un tempio da dove Lei sarebbe venuta incontro alle necessità del popolo messicano.

Così commenta P.Xavier Escalada s.j. a proposito di Juan Diego e di quanto si deduce dalle fonti storiche: « Quante volte Juan Diego ha raccontato la sua storia? Facendo un calcolo approssimativo di cinque volte al giorno (molte volte dovette ripetere il suo racconto molto più spesso), nei diciassette anni della sua vita che seguirono alle Apparizioni si arriva alla cifra impressionante di più di 31.250 ripetizioni, cosa che faceva molto volentieri, senza mai stanchezza o astio di tornare a riferire quanto aveva vissuto » (Xavier Escalada s.j.: San Juan Diego, Ediz. Aguilar 2002, p.34).

Questa l’origine del famoso santuario di Guadalupe, centro di una venerazione viva e profonda che continua ancora oggi, non solo da parte del popolo messicano, ma anche da parte di tutti i popoli latinoamericani.

Ma ormai non c’è parte del mondo cristiano che non conosca questo avvenimento che ha dato l’impulso decisivo all’evangelizzazione del « nuovo continente ». Santuari dedicati alla Madonna di Guadalupe si trovano anche in Italia, così come numerose cappelle in luoghi di culto anche celebri, come il Santuario mariano di Loreto.

Publié dans:MARIA VERGINE, SANTI, Santi - biografia |on 8 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

15 novembre Sant’ Alberto Magno Vescovo e dottore della Chiesa (m)

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/29950

Sant’ Alberto Magno Vescovo e dottore della Chiesa

15 novembre – Memoria Facoltativa
 
Lauingen (Baviera), 1206 circa – Colonia, 15 novembre 1280

Alberto, filosofo e teologo, assiduo ricercatore dell’incontro fra la scienza e la fede. Domenicano, dottore della scolastica, insegnò nelle più celebri cattedre del suo tempo e a Parigi ebbe come suo discepolo San Tommaso d’Aquino. Vescovo di Ratisbona per due anni (1260-1262), fu promotore di pace della vita civica e sociale. (Mess. Rom.)

Patronato: Scienziati

Etimologia: Alberto = di illustre nobiltà, dal tedesco

Emblema: Bastone pastorale

Martirologio Romano: Sant’Alberto, detto Magno, vescovo e dottore della Chiesa, che, entrato nell’Ordine dei Predicatori, insegnò a Parigi con la parola e con gli scritti filosofia e teologia. Maestro di san Tommaso d’Aquino, riuscì ad unire in mirabile sintesi la sapienza dei santi con il sapere umano e la scienza della natura. Ricevette suo malgrado la sede di Ratisbona, dove si adoperò assiduamente per rafforzare la pace tra i popoli, ma dopo un anno preferì la povertà dell’Ordine a ogni onore e a Colonia in Germania si addormentò piamente nel Signore.

Alberto, della nobile famiglia Bollstadt, prese ancora giovanissimo l’Abito dei Predicatori dalle mani del Beato Giordano di Sassonia, immediato successore del Santo Patriarca Domenico. Dopo aver trionfato nel mondo, al giovane studente sembrò ostacolo insormontabile le difficoltà che incontrava nello studio della Teologia, e fu tentato di fuggire dalla casa del Signore. La Madonna, però, di cui era devotissimo, lo animò a perseverare, rassenerandolo nei suoi timori, dicendogli: “Attendi allo studio della sapienza e affinché non ti avvenga di vacillare nella fede, sul declinare della vita ogni arte di sillogizzare ti sarà tolta”. Sotto la tutela della Celeste Madre, Alberto divenne sapiente in ogni ramo della cultura, sì da essere acclamato Dottore universale e meritare il titolo di Grande, ancor quando era in vita. Insegnò con sommo onore a Parigi e nei vari Studi Domenicani di Germania, soprattutto in quello di Colonia, da lui fondato, dove ebbe tra i suoi discepoli San Tommaso d’Aquino, di cui profetizzò la grandezza. Fu Provinciale di Germania e, nel 1260, Vescovo di Ratisbona, alla cui sede rinunziò per darsi di nuovo all’insegnamento e alla predicazione. Fu arbitro e messaggero di pace in mezzo ai popoli, e al Concilio di Lione portò il contributo della sua sapienza per l’unione della Chiesa Greca con quella Latina. Avanzato negli anni saliva ancora vigoroso la cattedra, ma un giorno, come Maria aveva predetto, la sua memoria si spense. Anelò allora solo al cielo, al quale volò dopo quattro anni, il 15 novembre 1280, consumato dalla divina carità. La sua salma riposa nella chiesa parrocchiale di Sant’Andrea a Colonia. Papa Gregorio XV nel 1622 lo ha beatificato. Papa Pio XI nel 1931 lo ha proclamato Santo e Dottore della Chiesa. Il 16 dicembre 1941 Papa Pio XII lo ha dichiarato Patrono dei cultori delle scienze naturali.

Autore: Franco Mariani

GIOVEDÌ 12 NOVEMBRE 2009 – XXXII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

GIOVEDÌ 12 NOVEMBRE 2009 – XXXII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SAN GIOSAFAT (m)

BIOGRAFIA BREVE:

http://liturgia.silvestrini.org/santo/337.html

San Giosafat
Vescovo e Martire

BIOGRAFIA
Nacque in Ucraina verso il 1580 da genitori ortodossi. Abbracciata la fede cattolica, fu accolto fra i monaci di San Basilio. Ordinato sacerdote ed eletto vescovo di Polock, si dedicò con grande impegno alla causa dell’unità della chiesa. Ciò suscitò contro di lui l’odio di alcuni che decisero di ucciderlo. Affrontò il martirio nel 1623.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dall’enciclica «Ecclesiam Dei» di Pio XI, papa  (AAS 15 [1923] 573-582)
 
Versò il suo sangue per l’unità della Chiesa
La Chiesa di Dio, per ammirabile provvidenza, fu costituita in modo da riuscire nella pienezza dei tempi come un’immensa famiglia. Essa è destinata ad abbracciare l’universalità del genere umano e perciò, come sappiamo, fu resa divinamente manifesta per mezzo dell’unità ecumenica che è una delle sue note caratteristiche. Cristo, Signor nostro, non si appagò di affidare ai soli apostoli la missione che egli aveva ricevuto dal Padre, quando disse: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni» (Mt 28,18-19). Ma volle pure che il collegio apostolico fosse perfettamente uno, con doppio e strettissimo vincolo. Il primo è quello interiore della fede e della carità, che è stata riversata nei cuori per mezzo dello Spirito Santo (cfr. Rm 5,5). L’altro è quello esterno del governo di uno solo sopra tutti. A Pietro, infatti, fu affidato il primato sugli altri apostoli come a perpetuo principio e visibile fondamento di unità.
Ma perché tale unità e concordia si perpetuasse, Iddio, sommamente provvido, la volle consacrare, per così dire, col sigillo della santità e, insieme, del martirio. Un onore così grande è toccato appunto a san Giosafat, arcivescovo di Polock, di rito slavo orientale, che a buon diritto va riconosciuto come gloria e sostegno degli Slavi orientali. Nessuno diede al loro nome una rinomanza maggiore, o provvide meglio alla loro salute di questo loro pastore ed apostolo, specialmente per aver egli versato il proprio sangue per l’unità della santa Chiesa. C’è di più. Sentendosi mosso da ispirazione divina a ristabilire dappertutto la santa unità, comprese che molto avrebbe giovato a ciò il ritenere nell’unione con la Chiesa cattolica il rito orientale slavo e l’istituto monastico basiliano.
E parimenti, avendo anzitutto a cuore l’unione dei suoi concittadini con la cattedra di Pietro, cercava da ogni parte argomenti efficaci a promuoverla e a consolidarla, principalmente studiando quei libri liturgici che gli Orientali, e i dissidenti stessi, sono soliti usare secondo le prescrizioni dei santi padri.
Premessa una così diligente preparazione, egli si accinse quindi a trattare, con forza e soavità insieme, la causa della restaurazione dell’unità, ottenendo frutti così copiosi da meritare dagli stessi avversari il titolo di «rapitore delle anime».

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