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L’apostolo Paolo e San Giovanni Battista

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L’apostolo Paolo e San Giovanni Battista

don Daniele Muraro

Natività di S. Giovanni Battista (Messa del Giorno) (24/06/2009)

Vangelo: Lc 1,57-66.80

Nella solennità del nostro santo Patrono e in conclusione dell’Anno Paolino consideriamo somiglianze e differenze tra la figura di san Giovanni Battista e quella di san Paolo Apostolo.
Non ci nascondiamo che Giovanni e Saulo furono molto diversi fra loro: Giovanni cugino del Signore ottenne la remissione del peccato originale fin dal seno di sua madre, Paolo persecutore della Chiesa di Dio fu fatto oggetto di misericordia da parte dal Signore ormai da adulto come esempio per quelli che in seguito avrebbero creduto.
Noi li onoriamo insieme nelle nostre chiesa, anche se molto difficilmente essi hanno potuto incontrarsi di persona nel corso delle loro vite. Giovanni muore decapitato al principio della missione di Gesù. La vocazione di san Paolo risale a qualche mese dopo la Pentecoste.
Se mai si fossero visti ciò sarebbe dovuto avvenire quando Giovanni non era ancora prigioniero di Erode e predicava liberamente sulle sponde del fiume Giordano. Ma allora Saulo di Tarso era uno studente rabbinico di belle speranze e sicuramente in cuor suo disprezzava quel profeta vestito di peli di cammello famoso, ma ignorante.
Non sapeva ancora Saulo che anch’egli affrontato la stessa morte del Battista, decapitato di spada e addirittura per gli stessi motivi, ossia la testimonianza resa a Gesù Cristo.
Un giorno Gesù se ne usci con questa esclamazione: “In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.”. Il rapporto tra il Battista e san Paolo si gioca all’interno di queste considerazioni.
Giovanni è grande perché egli porta a compimento l’Antico Testamento: “Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni.” Egli è “quell’Elia che deve venire.” Giovanni aveva una missione ed essa consisteva nel preparare la strada al Messia Salvatore.
Anche per san Paolo le strade sono importanti, ma non si tratta più delle vie interne alla coscienza, bensì delle concrete strade di comunicazione dell’Impero Romano. Egli le percorre instancabilmente per diffondere l’annuncio del Vangelo tra i pagani.
In questo senso egli è davvero un minimo nel Regno dei cieli che diventa grande. Minimo perché inizia la sua missione senza credenziali precedenti, anzi con dei trascorsi pesanti.
Minimo si considerava lui stesso Paolo in quanto aggregato al collegio degli Apostoli in un secondo tempo e quasi a viva forza. A riguardo delle apparizioni del Signore Paolo dichiara che prima “apparve a Cefa e quindi ai Dodici… Ultimo fra tutti apparve anche a me…”
Le differenze non finiscono qui. Fino alla discesa in campo di Gesù Giovanni Battista era da solo: predicava e battezzava. San Paolo invece non fu mai da solo: una Chiesa già strutturata fatta di persone molto diverse tra di loro lo sostenne fin dal principio. Barnaba lo introduce nella comunità di Gerusalemme e ancora prima i fratelli di notte lo calano giù dalle mura di Damasco per sottrarlo alla vendetta dei Giudei.
In una chiesa già ricca di ministeri e carismi Paolo riserva a sé il compito della predicazione e lascia ad altri l’amministrazione dei sacramenti. “Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo” scrive infatti ai Corinti.
Se un tratto in comune possiamo ravvisare tra le personalità di Paolo e Giovanni Battista, questo è senz’altro il piglio deciso e la mancanza di esitazioni. Ad entrambi il coraggio non fa difetto anche quando devono dire cose spiacevoli, Giovanni Battista nel caso di Erodiade e san Paolo correggendo vari episodi di immoralità all’interno delle comunità da lui fondate, soprattutto quella di Corinto.
A questo proposito torna utile citare lo scambio epistolare fra Seneca, il famoso scrittore romano e precettore di Nerone, e san Paolo. Ritenute per lungo tempo leggendarie ultimamente queste lettere sono state rivalutate come verosimili. Pur non contenendo insegnamenti dottrinali, esse gettano una luce nuova sugli ultimi mesi di vita di san Paolo, quelli trascorsi a Roma.
Seneca si interessa della nuova dottrina e scrive all’Apostolo: “Desidero farti sapere che abbiamo letto e ci siamo nutriti del tuo scritto, una delle tante lettere da te indirizzate ad una città o capitale di provincia, che con dolcezza esorta a disprezzare la vita mortale. Non credo che quelle espressioni siano state dette da te, ma per mezzo di te…”
Paolo risponde: “Con piacere, ho ricevuto ieri le tue lettere. Avrei risposto subito, se avessi avuto a disposizione il giovane da mandarti. Tu sai, infatti, quando, da chi, in che tempo ed a chi si debba dare e affidare…” (Era il tempo delle persecuzioni.)
“Sono felice che le mie lettere, scritte a diversi, vi siano state gradite e che sia favorevole il giudizio di un uomo così grande. Né tu infatti, critico, filosofo e maestro di un principe così grande, ed anche di tutti, diresti questo se proprio non lo credessi. Ti auguro di vivere a lungo e bene.”
A questo punto Seneca legge qualche passaggio delle lettere di Paolo a Nerone e poi glielo riferisce: “E per non celarti nulla, o fratello, e non volendo essere in debito verso la mia coscienza, ti confesso che Augusto si è commosso alle tue espressioni…” .
C’erano già dei cristiani alla corte dell’Imperatore, ma la madre di Nerone Poppea aveva simpatie per la parte giudaica, avversa ai cristiani. San Paolo lo sapeva, tanto più che la donna non era un modello di virtù e infatti risponde: “So che il nostro Cesare ama le cose degne di ammirazione, e quando manca permette che lo si avverta, ma non permette che lo si offenda… Siccome egli venera gli dèi dei pagani, non comprendo come mai ti sia passato per la mente di volergli far conoscere questo: penso che tu l’abbia fatto per troppo amore verso di me. In futuro, te ne prego, non farlo più. Volendomi bene, ti devi guardare dal compiere qualcosa di offensivo verso la signora (la madre di Nerone)… In quanto regina non si indignerà, ma in quanto donna ne sarà offesa. Sta proprio bene!”
Anche il Battista ebbe a che fare con una regina (la moglie di Erode) e ne conosciamo le conseguenze. In ogni modo qualsiasi sia stato il motivo contingente della esecuzione capitale di Paolo, entrambi sia il Battista che l’Apostolo Paolo sono morti per Gesù, per dare testimonianza a Lui e da Lui aspettandosi il premio per il loro sacrificio.
Ed è per questo motivo che stasera noi li abbiamo ricordati insieme, uniti anche noi nella stessa fede e nel medesimo amore per il Signore.

Omelia (24-06-2012): Giovanni è il suo nome

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/25799.html

Omelia (24-06-2012)

mons. Gianfranco Poma

Giovanni è il suo nome

Domenica 24 giugno la Liturgia della domenica XII del tempo ordinario cede il posto alla solennità della « Natività di San Giovanni Battista »: questo è indice della importanza che la Liturgia attribuisce a questo evento nella storia della salvezza e quindi nell’esperienza cristiana normale. La Liturgia celebra la « nascita al cielo » dei santi, il giorno della morte: solo di Giovanni Battista, oltre che di Gesù e di Maria, sua madre, celebra l’inizio della loro vita terrena. Perché questo? E perché la Liturgia celebra la nascita di Giovanni Battista con una « solennità » che prevale sulla normale Liturgia domenicale? La Liturgia ci invita ad interpretare la nascita di Giovanni Battista come un evento di quella storia di cui Gesù è il Signore: quella che celebriamo è una festa del Signore, nella quale Lui è il soggetto che opera. La nascita di Giovanni Battista è un evento nel quale si manifesta la forza di « Dio che salva » (Gesù) e si manifesta la sua logica, la modalità con la quale egli salva, la gratuità, la piccolezza, il nascondimento (il grembo fecondo della madre). La Liturgia celebra questo evento perché trascende la situazione personale di Giovanni ed è un evento di grazia che nella celebrazione si attualizza per noi, nella pienezza sempre viva del suo significato.
Certo, solo Luca, con la sua sensibilità di artista, poteva scrivere pagine così umanamente intense, descrizione dell’esperienza di due coniugi, Zaccaria ed Elisabetta, « giusti davanti a Dio, irreprensibili osservanti di tutte le leggi e prescrizioni del Signore. Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni ». Con tratti rapidi Luca descrive il dramma di questi due anziani sposi, fedeli al Dio della promessa: la fecondità è il segno della benedizione di Dio per chi è fedele a Lui, ma loro non hanno figli, la moglie è sterile ed ormai sono vecchi. Zaccaria, sacerdote fedele, continua ad esercitare il suo ministero, continua a riempire il Tempio di fumo, continua a pregare, ma ormai è anziano e la moglie, pure pia è sterile?: è il dramma della loro fede, la fede dei loro padri concepita come rapporto di fedeltà e di « ascolto » della Legge. Dio è fedele al suo popolo chiamato ad osservare la Legge: Zaccaria ed Elisabetta sono irreprensibili nell’osservanza della Legge. Che cosa possono fare di più? Ma Dio tace ? e anche Zaccaria ormai tace con la sua umanità mortificata e la sua fede esausta. Per Zaccaria e la sua famiglia tutto è finito ed è finita anche la sua fede, esperienza di una relazione con Dio fondata sulla osservanza della Legge. Ma proprio quando tutto sembra chiudersi nella triste amarezza del non senso, imprevedibilmente tutto si riapre: Dio parla perché arrivi a Zaccaria « il lieto annuncio ». « Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata ascoltata e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio e tu lo chiamerai Giovanni ». Dio parla e la storia di Zaccaria e di Elisabetta si riapre: Dio è fedele, ma non è più il Dio la relazione con il quale è regolata dalla Legge ma da un rapporto personale, di gratuità, di amore; Dio è fedele: la promessa fatta ad Abramo si sta per compiere perché Dio è grazia, dono, misericordia. « Elisabetta ti darà un figlio e tu chiamerai il suo nome Giovanni »: Elisabetta è la via concreta attraverso la quale giunge a Zaccaria il « dono di Dio ». « Tu chiamerai il suo nome Giovanni »: il nome significa la realtà della persona. Da Dio stesso viene il nome di questo figlio della promessa: « Giovanni » significa « Dio dona », « Dio fa grazia », « Dio usa misericordia ». In questo bambino promesso si rivela il volto del Dio dell’Alleanza: un’Alleanza esausta se si fonda sull’osservanza della Legge, ma che diventa gioia, freschezza, quando il desiderio di Dio di amare l’uomo è accolto.
« Dopo quei giorni, Elisabetta concepì e si tenne nascosta per cinque mesi? » Dio davvero è fedele: ma Zaccaria, sconvolto dalla gratuità dell’Amore di Dio, rimane in attesa, incapace di credere, chiuso nel suo mutismo.
Tutto questo è per noi: se celebriamo la festa della nascita di « Giovanni », sappiamo credere nel Dio che ha il volto della gratuità dell’Amore?
Dovremmo saper gustare e comprendere la ricchezza della pagina in cui Luca narra la visita di Maria ad Elisabetta, per poter vivere l’evento che celebriamo nella festa odierna: l’incontro di due donne imprevedibilmente incinte, una anziana e una giovane. Solo Luca, certamente affascinato dal mistero femminile, poteva descrivere un evento così intimamente intenso e così simbolico del mistero di Dio.
« Maria salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria il bambino sussultò nel suo grembo? » Tutto inizia e tutto accade per questo saluto di una ragazza ad una donna anziana: non sappiamo come Maria abbia salutato Elisabetta, ma è bastato questo perché il bambino sussultasse nel grembo della madre la quale, colmata di Spirito santo esclama a gran voce: « ?a che debbo che la madre del mio Signore venga a me?…E beata colei che ha creduto? » Tutto è così « carne » e tutto è così « Dio »?A differenza di Zaccaria (uomo), Maria (donna), ha creduto: nel suo grembo Dio si è incarnato e lei è la « madre del Signore ». Nel suo saluto, nella sua parola, il Dio che è in lei, parla, opera, dona il suo Spirito, fa nuove tutte le cose: il Dio nascosto in Maria è già operante, come sarà, risorto, con i discepoli di Emmaus. Attraverso Maria, la forza di Dio che per amore si fa piccolo, riempie di Spirito Elisabetta e fa sussultare il bambino nel suo grembo: dunque Dio è fedele, il grembo di Elisabetta davvero è fecondo, veramente « Dio fa grazia ». La fede di Maria, il suo saluto, la tenerezza di una ragazza il cui merito è solo di aver creduto e di aver accolto nel suo grembo vergine l’Amore infinito di Dio, fa sussultare di gioia il bambino nel grembo di Elisabetta. Giovanni è il suo nome: il bambino che nasce è la profezia dell’uomo nuovo che nasce. Elisabetta e Maria nella esperienza concreta del loro incontro di donne incinte, diventano il simbolo dell’incontro tra il Vecchio e il Nuovo, che si compenetrano, si vivificano, si rinnovano.
Da questo momento, noi lo sappiamo (è l’annuncio di Luca), ogni bambino che nasce è pensato da Dio, è amato da Lui, è dono suo.
Ed è quello che Luca vuole dirci narrandoci la nascita del figlio che Elisabetta partorisce: « i vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua misericordia ». Luca usa tutta la sua arte narrativa per costruire una sceneggiatura al cui centro, più che il fatto della nascita, sta il nome del bambino: « Giovanni è il suo nome ». E’ il nome pensato da Dio, è quello che interpreta in pienezza il senso dell’esistenza di ogni uomo. Da quando Maria credendo ha accolto il figlio di Dio nella sua carne e lo ha generato, ogni uomo che nasce partecipa di questa umanità nuova: ogni uomo è amato da Dio prima di ciò che fa. Ogni uomo ha il nome « Giovanni ». « Tutti si chiedevano: che sarà mai questo bambino? E davvero la mano del Signore era con lui ». Ogni uomo è un atto d’amore di Dio: la vocazione di ogni uomo è di capire e vivere personalmente il dono che egli è, senza paura e senza falsificazione. L’esistenza di ogni uomo che vive l’amore che egli è, non può che essere una meraviglia, perché ha la certezza che « la mano del Signore è con lui ».
La Liturgia, facendoci celebrare la nascita di Giovanni, ci fa rivivere la grazia che a ciascuno di noi è data, di esistere come « dono di Dio ».

La scuola ‘separata’ dei discepoli del Battista

è un stralcio, mi sembra interessante anche se non mi sento in grado di giudicare il testo, dal sito:

http://gruppodipreghierapadrepio.forumfree.it/?t=17971803

Giovanni il Battista

La scuola ‘separata’ dei discepoli del Battista

La polemica tra discepoli del Battista e di Gesù (Marco 2,18) , è un leit motiv dei vangeli, dai quali traspare che lo stesso Battista, convinto del carisma profetico di Gesù, non rimase altrettanto convinto della sua messianicità definitiva, tanto da mandargli alcuni dei suoi più fidati discepoli a domandargli per suo conto ‘Se è Lui quello che deve venire (il Messiah) o se si dovesse aspettare che venisse un’altro Messia ancora’ (Matteo11,2). Il Battista dopo aver visto la manifestazione dello Spirito (Matteo 3,16) su Gesù e avere udito la Voce del Padre che parlava di Gesù come dell’eletto (Matteo 3,17) , non decide di sciogliere la sua scuola e di seguire Gesù come uno dei suo discepoli! Sceglie invece di andare a predicare (Marco 6,18) il rispetto della Torah a un reuccio la cui autorità, tutt’altro che biblica, era tenuta in assai poco conto dalle varie scuole spirituali dell’epoca. Il Battista paga con la vita la sua scelta, il suo coraggioso e coerente amore della verità, ma lascia ai lettori dei Vangeli un grosso dubbio: fu un martire della fede Cristiana o solo della Torah? E’ a lui che allude Gesù quando, dopo aver ribadito la sua messianicità con il richiamo ad Isaia (Matteo 11,5), dichiara beato chi non si scandalizza di Lui? E’ per questo comportamento che Gesù lo definisce, pur essendo il più grande tra i nati di donna (in quanto a carismi ricevuti dall’infanzia (Luca 1,44) fino al Battesimo sul Giordano) ‘il minimo nel regno’ (Matteo 11,11)? A testimonianza della grande importanza storica di quest’episodio, la precedente sentenza di Gesù su Giovanni Battista, anche se distorta in chiave gnostica, è riportata dal vangelo copto di Tomaso, nella maniera seguente: Vangelo di Didimo Thoma[46] Gesù disse: « Da Adamo a Giovanni Battista nessun nato da donna fu più grande di Giovanni Battista, sì che (davanti a lui) egli debba abbassare gli occhi. Tuttavia vi dissi: Tra di voi chiunque sarà piccolo conoscerà il Regno e sarà più grande di Giovanni ».

Missione Eliatica
Forse, più che a Paolo_di_Tarso e ai contrasti con la comunità gerosolomita guidata da Giacomo, è proprio a Giovanni Battista che bisogna guardare per capire perchè il cristianesimo e l’ebraismo hanno percorso nella storia due cammini diversi. Paolo in fondo, affermando la superiorità della grazia sulla legge, voleva solo liberare il messaggio cristiano dall’obbligo di seguire la cultura da cui era venuto. Il Battista invece, tralasciando di seguire il Cristo che pur aveva additato come ‘Agnello di Dio’, venne meno alla sua missione eliatica (vedi anche Elia) di riconciliare il cuore dei padri con quello dei figli (Malachia 3,1-24) – (Matteo 17,10-12).

La storia non è fatta di ‘se’ e di ‘ma’, pur tuttavia viene spontaneo domandarsi se il gruppo delle cosidette colombe, che appartenevano al Sinedrio, come Nicodemo (Giovanni 3,1-36) e Giuseppe d’Arimatea, avesse potuto annoverare il Battista come uno dei grandi sostenitori di Gesù, … come sarebbero andate le cose dopo la resurrezione di Gesù?

Il Vangelo di Giovanni Battista: Questioni irrisolte (stralcio)

interessante anche se non sono in grado di giudicare il testo, dal sito:

http://www.homolaicus.com/nt/vangeli/battista.htm

IL VANGELO DI GIOVANNI BATTISTA

Questioni irrisolte

La cosa più singolare dell’inizio del vangelo di Giovanni è che, da un lato, si parla di Giovanni Battista come del primo discepolo di Gesù, poiché viene fatto passare come il primo che lo ha riconosciuto come messia (Gv 1,26) e addirittura (ma qui si entra nella leggenda) come « Figlio di Dio »(Gv 1,34). Dall’altro invece, pur essendo stato l’apostolo Giovanni un discepolo diretto del Battista, non si fa alcun riferimento al battesimo di Gesù, di cui parlano con enfasi i Sinottici.

Non solo, ma il Battista non appare mai, in alcun vangelo, come un seguace del movimento nazareno. Anzi, in quelli di Matteo (11,3) e di Luca (7,19), egli fa sapere, mentre è incarcerato a causa del re Erode, che nutre dei dubbi sulla effettiva messianicità di Gesù.

Insomma, nei quattro vangeli canonici, nonostante che la storia del movimento nazareno abbia inizio col distacco dal movimento battista, Giovanni Battista viene considerato come il principale consapevole anticipatore della venuta del Cristo.

Ipotesi interpretative

Si può ipotizzare che Giovanni Battista sia stato il « maestro di giustizia » di cui parlano i rotoli di Qumran o comunque sia stato un importante leader della comunità monastica essena, nata nel 130 a.C. e distrutta dai romani nel 70 d.C.

E’ probabile che al tempo di Giovanni la comunità fosse arrivata a un bivio: o uscire allo scoperto, attenuando le rigidità del proprio stile di vita ma auspicando un’esplicita lotta di liberazione contro la corruzione della casta sacerdotale del Tempio; oppure continuare a vivere al di fuori della società, in polemica coi sommi sacerdoti ma rischiando l’estinzione proprio per l’incapacità di attecchire socialmente. Giovanni, col suo battesimo di penitenza lungo il fiume Giordano, scelse la prima strada.

I battisti costituiscono un’evoluzione verso una maggiore consapevolezza politica della missione contestativa (prevalentemente antiecclesiastica) che gli esseni s’erano promessi di realizzare.

Il movimento nazareno del Cristo nasce come « costola politico-rivoluzionaria » dell’essenismo del Battista. Forse l’epurazione del Tempio fu voluta e compiuta anche da molti battisti, insieme ai primi nazareni, oppure da quella parte di battisti che lasciò la guida di Giovanni e che divenne nazarena. L’epurazione però fallì perché il Battista, coi suoi seguaci, non volle parteciparvi, temendo conseguenze spiacevoli per le masse sul piano religioso: se l’avesse fatto tutto l’essenismo probabilmente gli sarebbe andato dietro. E così quella prima rivoluzione fallì per mancanza di determinazione da parte dei battisti. Gesù, i fratelli Zebedeo e altri ancora furono costretti a espatriare in Galilea.

Quasi certamente dopo il fallimento politico del movimento nazareno, vi fu tra i cristiani dell’ideologia petro-paolina e i battisti un riavvicinamento su basi ideologiche diverse: gli uni accettavano regole di vita monastica, riti di purificazione etico-religiosa, gli altri invece ammettevano di riconoscere Gesù risorto come figlio di dio.

Il Manifesto del Battista

Come noto, il Battista (detto anche il Precursore) predicava l’ascesi morale, la giustizia sociale e l’attesa di un messia che liberasse Israele dall’oppressione romana (Gv 1,23). Probabilmente si era separato dalla comunità essena di Qumran, che viveva in maniera monastica nel deserto, per poter iniziare un’attività più vicina alle masse: suo luogo privilegiato era il fiume Giordano, ove praticava un battesimo di conversione o di penitenza, ritenendo più che legittimo il desiderio di un’imminente venuta del messia liberatore.

Il manifesto etico-politico di Giovanni è ben descritto nel vangelo di Luca. In Lc 3,7-9 Giovanni contesta la posizione di chi riteneva di potersi sottrarre al peso delle contraddizioni di quel tempo, facendo leva su determinati privilegi, ereditati dalle generazioni passate (« Abbiamo Abramo per padre »): privilegi che, per Giovanni, altro non erano che false sicurezze, a livello ideale, morale e materiale.

Egli afferma che chi vuole affrontare con coraggio la crisi del suo tempo (« albero dai buoni frutti »), potrà svolgere un ruolo progressivo (« figli di Abramo »), anche se è di condizione umile o povera (« pietre »). Detto altrimenti: la liberazione del popolo ebraico sarà opera anche delle classi oppresse, emarginate, sfruttate dall’imperialismo romano; ciò ovviamente nell’ambito di una pura e semplice idea di messia restauratore dell’antico regno davidico.

In Lc 3,10-14 viene descritto il programma vero e proprio:

giustizia economico-sociale: comunione dei beni nel mangiare e nel vestire (appello rivolto alle folle giudaiche);
giustizia legale-impositiva: rispetto del diritto, giustizia etico-distributiva nella riscossione dei tributi (appello rivolto ai pubblicani, che operavano nell’interesse di Roma);
giustizia esecutiva-militare: no agli abusi determinati dal possesso della forza (estorsione, violenza), no all’insubordinazione motivata da ragioni economiche (mercenarismo). L’appello era probabilmente rivolto alla guardia sacerdotale di Gerusalemme.
Come si può notare, manca in questo programma un progetto rivoluzionario vero e proprio. Si tratta di una sorta di « socialismo utopistico » ante litteram.

La popolarità del Battista

Che cosa aveva reso il Battista così popolare? Anzitutto il suo austero stile di vita. Marco dice che « si nutriva di cavallette e miele selvatico » ed « era vestito di pelo di cammello, con una cintura di cuoio intorno ai fianchi », per il digiuno (1,6). Non dimentichiamo che, essendo figlio di un importante sacerdote sadduceo e di una donna discendente di Aronne, Giovanni avrebbe potuto tranquillamente aspirare a una brillante carriera ecclesiastica.

Oltre a ciò, Giovanni era stimato anche per la sua capacità di criticare il sistema dominante (religioso e filoromano), restando nell’ambito delle leggi vigenti.

Tuttavia, il motivo fondamentale che lo aveva reso così popolare era stato il fatto di essere riuscito a trasformare le rituali oblazioni purificatorie in un vero e proprio atto di conversione interiore. Egli infatti sperava che con un gesto simbolico o evocativo, la gente potesse riflettere su se stessa, cambiare vita e lottare più energicamente contro gli abusi del potere costituito.

Il battesimo di Giovanni aveva queste tre caratteristiche peculiari, che lo differenziavano da qualunque altro:

si poneva come una purificazione morale interiore (e non solo rituale-formale);
voleva essere un’iniziativa per intraprendere una missione riformatrice (quindi non si ripeteva);
aveva un valore pre-politico, in quanto messo in relazione all’esigenza di una liberazione nazionale.
Il Battista era diventato così famoso da suscitare l’interesse anche dei farisei, che cercavano alleanze politiche per fronteggiare il principale partito avversario: quello sadduceo (Gv 1,24). Tuttavia, egli rifiutò sempre le « etichette » che i farisei gli volevano applicare (Gv 1,25), anche per non essere costretto ad accettare di contestare il sistema solo alle loro condizioni. I farisei, infatti, volevano sì liberarsi dei romani, ma per conservare vecchie tradizioni.

Il battesimo di Gesù

Stando a Lc 1,36 (ma la cosa è poco probabile, poiché è solo qui che se ne parla), Giovanni Battista e Gesù Cristo si conoscevano perché erano imparentati. Questo, di per sé, non può ovviamente significare che Gesù fosse un « seguace » del Battista. Il battesimo di Gesù nelle acque del Giordano può anche essere stato inventato dai Sinottici (al pari dei quaranta giorni di digiuno nel deserto), per avvicinare cristiani e battisti in un comune impegno religioso (post-pasquale).

Sul piano storico, se anche ammettessimo che Giovanni sapeva che Gesù era un uomo intenzionato a impegnarsi attivamente in politica, proprio per questa ragione si dovrebbe escludere una particolare intesa tra i due. Del vangelo di Gesù, Giovanni rappresenta soltanto il momento « pre-politico » o, se vogliamo, il momento politico « pre-rivoluzionario ».

La questione del battesimo di Gesù non è comunque di poco conto, poiché se esso fosse veramente avvenuto, sarebbe evidente la dipendenza del « vangelo » di Gesù da quello del Battista, almeno nella prima fase di costituzione del movimento nazareno.

E tuttavia, proprio su questo aspetto il quarto vangelo sostiene il contrario, e cioè che l’ideologia politica del Battista non era così rivoluzionaria come quella del Cristo, in quanto su almeno due punti: il rispetto della legge mosaica e il valore religioso del tempio, la differenza tra i due era netta. Il Battista, in sostanza, voleva una rivoluzione che salvaguardasse le due istituzioni fondamentali della civiltà ebraica.

Il vangelo di Giovanni inoltre precisa, nel racconto della cacciata dei mercanti, che Gesù « non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza sull’uomo »(2,25). Infatti, nella sua prima disputa coi farisei, a proposito della purificazione del tempio (Gv 3,1ss.), Gesù non si è mai servito della testimonianza, a suo favore, del Battista, che era sicuramente più autorevole della sua, in quel momento.

E, successivamente, in un’altra disputa coi farisei, egli, per dimostrare la verità del proprio vangelo, sostiene di non aver bisogno di alcuna testimonianza a suo favore: « Quand’anche io testimoni di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove son venuto e dove vado »(Gv 8,14). Gesù insomma non si è mai servito di Giovanni come di un « trampolino di lancio ». (Da notare peraltro che Luca parla del battesimo di Gesù solo « dopo » l’arresto del Battista, in 3,19ss.).

Al massimo egli si è servito del trattamento che il potere politico-religioso aveva riservato al Battista per un confronto con quello che lo stesso potere avrebbe potuto riservare a lui e che in parte già gli stava riservando (cfr Mc 9,13; 11,30ss; Mt 11,18ss.), per quanto sia difficile credere che il Cristo potesse convincere qualcuno a seguirlo prospettandogli un esito politico della sua missione non molto diverso da quello del leader dei battisti.

Battisti e Nazareni

Se accettiamo l’ipotesi che Gesù abbia frequentato il movimento battista, dobbiamo anche ammettere che la sua adesione durò molto poco, poiché i suoi primi due discepoli: Giovanni Zebedeo e Andrea, fratello di Simon Pietro, cominciarono a seguirlo subito dopo essersi staccati dal Battista (1,35ss.).

In altre parole, se consideriamo vera la tesi secondo cui la prima comunità nazarena sia nata separandosi da quella battista, dobbiamo altresì considerare del tutto inverosimile che -come appare nel vangelo di Giovanni (1,35ss.)- la rottura sia addirittura stata favorita dal Battista, il quale invitò Giovanni e Andrea a seguire Gesù. I discepoli del Battista, infatti, si consideravano rivali dei nazareni (specie quando anche costoro cominciarono a battezzare) e lo resteranno almeno sino alla morte del Cristo (cfr Lc 7,22ss; Mc 2,18ss.).

E’ probabile quindi che non il Battista, bensì Andrea e Giovanni Zebedeo si siano accorti per primi che il messaggio di Gesù era politicamente più impegnativo di quello del Battista, poiché non limitava la lotta antiromana alla pura e semplice « metànoia ».

In questo senso si può tranquillamente affermare che Gesù non iniziò a predicare -come dicono i Sinottici- dopo l’arresto di Giovanni. Lo stesso quarto vangelo lo esclude, in almeno tre punti:

il Battista dice chiaramente che Gesù « già » operava tra le folle giudaiche: « Tra di voi è presente uno che voi non conoscete »(Gv 1,26) – nel senso che non sanno o non vogliono « riconoscerlo » come messia;
quando Andrea, Giovanni Zebedeo, Simon Pietro chiedono d’incontrarsi con Gesù, lo fanno con la speranza di trovare il « messia »(Gv 1,41);
i discepoli di Gesù battezzavano e facevano più proseliti del Battista, prima ancora che questi fosse incarcerato da Erode (Gv 3,22-24; 4,1s.).
Le debolezze del Battista

Il Battista si rendeva conto di non avere la forza sufficiente per poter svolgere il ruolo di « messia ». Sentiva di non averne le capacità (Gv 1,20), anche se la folla che lo seguiva non avrebbe esitato a considerarlo come un « liberatore nazionale »(Lc 3,15).

Giovanni rifiutava esplicitamente non solo il titolo di « messia » (Gv 1,20), ma anche altri titoli (« Elia » e « il profeta ») che la tradizione escatologica associava alla venuta del messia (Gv 1,21).

Da un lato egli declinava ogni offerta d’investitura politica; dall’altro però non voleva avvalorare mistiche credenze che gli apparivano decisamente superate. Giovanni voleva che l’impegno di modificare il presente fosse assunto responsabilmente da ogni individuo: « raddrizzate la via del Signore, come ha detto il profeta Isaia »(Gv 1,23). Su questo non ci poteva essere contrasto tra lui e Gesù. [Da notare che Gv 1,29-34 è stato aggiunto in un secondo momento.]

Mt 11,11ss. spiega bene (senza neanche rendersene conto) le debolezze del Battista: « Dai giorni di Giovanni Battista fino a ora, il regno dei cieli è preso a forza e i violenti se ne impadroniscono »(v.12); « tutti i profeti e la legge hanno profetizzato fino a Giovanni »(v.13).

In altre parole, la violenza diventa inevitabile quando il potere costituito non vuole accettare l’idea della democrazia. Giovanni esercitò la violenza su di sé, e in questo fu grande, poiché rifiutò consapevolmente la possibilità di una carriera politico-ecclesiastica. Tuttavia, « il minimo nel regno dei cieli è più grande di lui »(v.11).

Qui è sufficiente sostituire la parola « cieli » con la parola « terra » per capire che in origine i « minimi » o gli « ultimi » dovevano semplicemente essere quegli oppressi convintisi ad usare la « forza » contro la violenza del potere costituito: ciò che appunto il Battista non era riuscito a comprendere.

Lo scontro sulla purificazione del Tempio

La dottrina del Battista era semplice e convincente: prima di cambiare (politicamente) la società, dobbiamo cambiare (umanamente) gli individui. Una dottrina vera, ma parziale; infatti escludeva la contemporaneità del mutamento umano e politico.

Ecco perché Gesù e Giovanni si scontrarono sull’idea di « ripulire », con un gesto simbolico ma significativo, il tempio di Gerusalemme dai mercanti e cambiavalute quotidiani. Gesù voleva far capire ch’era venuto il momento di attaccare direttamente le basi finanziarie del potere politico sacerdotale. Questa presa di posizione non venne condivisa dai battisti, per la semplice ragione ch’essi non volevano fare politica che in maniera indiretta, a partire cioè da un discorso prevalentemente etico.

Probabilmente i seguaci di Giovanni che si unirono a Gesù: Andrea e Pietro, Giovanni Zebedeo (e forse anche il fratello Giacomo), Filippo e Natanaele, rappresentano solo gli esponenti più significativi della rottura politica avvenuta all’interno del movimento battista.

In tal senso il racconto marciano della vocazione dei primi discepoli di Gesù (1,16ss.), descrive una situazione successiva a quella dei primi capitoli del vangelo di Giovanni. Lo stesso Marco lo dice: « Dopo che Giovanni fu messo in prigione, Gesù si recò in Galilea a predicare il vangelo »(1,14). Questa « seconda chiamata » delle due coppie di fratelli: Andrea e Pietro, Giacomo e Giovanni, fu quella decisiva, dopo un breve momento d’incertezza a causa dell’arresto del Battista.

Indubbiamente i primi discepoli di Gesù pensavano ad un’azione più risoluta nei confronti delle autorità giudaiche, ritenute troppo remissive se non addirittura colluse col potere romano. Un’azione che il Battista non aveva avuto il coraggio d’intraprendere, perché forse temeva che senza un punto di riferimento oggettivo, istituzionale, per quanto corrotto fosse in taluni suoi rappresentanti, si sarebbe indotto il popolo a sbandarsi ulteriormente. Il Battista capiva la necessità di « epurare » il tempio, ma gli apparivano troppo radicali i metodi che Gesù voleva adottare.

Tuttavia, dopo la purificazione del tempio, che Giovanni colloca nel contesto della « prima pasqua », contraddicendo apertamente i Sinottici, il Battista si decise a dare alla propria popolarità un risvolto più politico di quello che le poteva conferire la pratica del battesimo. Anche perché questa pratica si stava già scontrando con una certa concorrenza da parte di alcuni suoi ex-discepoli, passati tra le fila del movimento nazareno (Gv 4,1ss.).

L’inizio del declino del Battista

La purificazione del tempio costituì uno spartiacque non solo per il movimento nazareno, ma anche per quello battista, che, infatti, a partire da quel momento, nella persona del suo leader principale, Giovanni, iniziò a svolgere un attacco più diretto alle istituzioni di potere. Quanto, in questa decisione, egli fosse stato influenzato dalle defezioni di molti seguaci, passati nelle fila del movimento nazareno, è facile immaginarlo. Questi transfughi si misero a fare, seguendo Gesù, ciò che prima facevano insieme al Battista.

Il quarto evangelista afferma che Gesù non battezzava mai (4,2), ma permetteva ai suoi neo-adepti di farlo tranquillamente. Questo forse sta a significare che se da un lato Gesù non credeva in un particolare valore politico della prassi battesimale, dall’altro però la riteneva, in quel momento, una modalità ancora utile per avvicinare le masse. O forse la tollerava in quei discepoli che l’avevano praticata prima di seguirlo.

Fu appunto allora che « nacque -dice l’evangelista Giovanni- una discussione tra i discepoli di Giovanni e un giudeo riguardo la purificazione »(3,25). Tale discussione non viene riportata, ma è evidente ch’essa si riferisce ai due diversi modi d’intendere la « purificazione »: morale, quella dei battisti, attraverso la pratica battesimale; politica, quella dei nazareni, attraverso la cacciata dei mercanti. Dietro quell’anonimo « giudeo » si può facilmente scorgere qualche rappresentante del movimento nazareno, che cominciava ad avvertire la possibilità di affermare un’identità diversa, politicamente più incisiva, rispetto alla moderata opposizione dei farisei e alla relativa opposizione dei battisti.

Giovanni cercò di recuperare credibilità agli occhi del popolo, alzando il tiro delle sue critiche etico-politiche al sistema. Purtroppo, non essendo abituato alla lotta politica vera e propria, la sua tattica risultò subito perdente.

Non dobbiamo infatti dimenticare che il Battista scelse dapprima il deserto e successivamente il fiume Giordano come luogo privilegiato della sua missione: non era lui che andava in mezzo al popolo, ma era il popolo che andava da lui a confessare le proprie debolezze.

In sostanza, si può dire che il Battista se non fu per Gesù la ricerca politica di una soluzione operativa per abbattere il potere istituzionale (ebraico-collaborazionista e romano), fu comunque la voce dell’intellighenzia più illuminata che urlava contro la corruzione dei potenti.

Giovanni scelse di morire appellandosi alla legge (contro il matrimonio illegittimo di Erode), cioè scelse un motivo etico-giuridico per opporsi al sistema. Non criticò mai Erode dal punto di vista politico, quale « collaborazionista » di Roma, oppure, se lo fece -ciò che nei vangeli non appare- è probabile ch’egli abbia sperato, in virtù del proprio carisma, in una metànoia anche da parte di Erode, il quale riteneva Giovanni -come dice, con enfasi, Mc 6,20- un « uomo giusto e santo ».

Il dubbio del Battista

Ai messi che il Battista incarcerato inviò per chiedere a Gesù il motivo per cui il regno tardava a venire, Gesù rispose che la liberazione non potrà essere il prodotto della sola volontà del messia (« Beato chiunque non si scandalizzerà di me » – Lc 7,23 -, cioè beato chi non si meraviglierà della volontà democratica del messia). Questo perché la liberazione politico-nazionale poteva essere solo il frutto di una volontà autenticamente popolare (« Ai poveri è annunciata la buona novella » – Lc 7,22 – e non ai potenti magnanimi e benevoli).

La liberazione -spiega qui Gesù- non è ancora avvenuta a causa dell’immaturità delle masse, che si sono lasciate fuorviare da « scribi e farisei »(Lc 7,50), che invece di allearsi col Battista, dicevano che, siccome egli digiunava al di là dello stretto necessario, aveva « un demonio »(Lc 7,33). Oggi quelle stesse masse, influenzate dai farisei, credono in un’altra diceria, quella secondo cui il Cristo, siccome frequenta « pubblicani e peccatori », è esattamente come uno di loro (Lc 7,34).

Il compromesso tra cristiani e battisti

Il fatto che nei vangeli canonici non esista alcun vero « dissenso » tra Gesù e Giovanni, va attribuito alla progressiva spiritualizzazione della figura di Gesù, che ha trasformato quest’ultimo in una sorta di « fratello maggiore » del Battista.

Il cristianesimo post-pasquale ha recuperato la figura del Battista dopo aver tradito il vangelo di Cristo: quanto più forte è stato il tradimento, tanto più forte è stata l’esigenza del recupero.

Quando, con la svolta paolina, la divinizzazione del Cristo fu un fatto acquisito, le due comunità, cristiana e battista, si riavvicinarono. La comunità cristiana, nata da una rottura in seno alla comunità nazarena, si servì di quella battista per spoliticizzare ulteriormente il vangelo di Gesù.

Potremmo naturalmente pensare che l’apologetica cristiana si sia indebitamente appropriata della tradizione profetica del Battista, senza tener conto della reale diversità di posizioni. Ma, poiché nei Sinottici non viene nascosta la differenza di atteggiamento da tenere nei confronti di argomenti come la purezza dei cibi e soprattutto il digiuno (Mc 2,18ss.), preferiamo pensare che tra le due comunità, ad un certo punto, si sia venuti ad una sorta di compromesso, come d’altra parte appare negli stessi Atti degli apostoli, allorché Apollo di Alessandria, dopo aver predicato ad Efeso il battesimo di Giovanni, decise di diventare cristiano e, con lui, alcuni suoi seguaci (At 18,25 e 19,1ss.). Negli Atti l’unica differenza che divide battisti e cristiani è la fede nella resurrezione di Gesù.

Il compromesso deve essersi basato sui seguenti presupposti: i cristiani rinunciavano alla politica ed erano disposti a considerare il Battista il principale precursore del Cristo; i battisti, dal canto loro, accettarono queste condizioni solo quando anch’essi passarono definitivamente dalle tradizioni politico-progressiste del mondo ebraico a quelle spiritualiste del cristianesimo paolino. A quel punto fu facile per i battisti accettare l’idea che il Battista fosse stato un semplice « precursore » dell’uomo Gesù: in cambio avevano ottenuto che il Battista venisse considerato come l’unico vero precursore del Cristo Figlio di Dio.

All’espressione, più volte ripetuta nei Sinottici (Mt 3,11; Mc 1,7; Lc 3,16), del Battista: « Viene dopo di me uno più forte di me », il quarto vangelo aggiungerà le parole mistiche: « perché era prima di me »(1,30), motivando che la « forza » proveniva da una precedenza di ordine « divino » (ontoteologico, diremmo oggi). Col che il vangelo di Giovanni sembra risolvere radicalmente l’antinomia che caratterizzava la coscienza del Battista, in quanto da un lato gli si chiedeva di diventare il « messia » e dall’altro egli non aveva il coraggio di diventarlo.

Sul piano più strettamente formale, la comunità cristiana primitiva si limitò a integrare il significato del battesimo di « acqua » con quello del battesimo di « spirito » (e « fuoco », aggiungono Luca 3,16 e Matteo 3,11). Lo stesso quarto evangelista (o il suo manipolatore) ha accettato questa interpretazione delle cose, benché proprio nel suo vangelo il Battista ad un certo punto dica che il « battesimo di acqua » è nulla a confronto di quanto Gesù avrebbe saputo fare (1,26s.).

In coerenza con questa deviazione spiritualistica del rapporto politico tra Gesù e Giovanni, fu formulata, col tempo, la leggenda dell’insolita nascita del Precursore, che doveva fare da pendant al racconto, non meno mitologico, della nascita miracolosa del Cristo.

Benedictus e Magnificat

Più interessanti da esaminare sono le differenze di contenuto politico-sociale fra il Benedictus di Zaccaria, che riflette molto probabilmente la sensibilità e le aspirazioni dell’ambiente battista, e il Magnificat di Maria, che riflette invece la sensibilità e le aspirazioni dell’ambiente cristiano post-pasquale.

La differenza principale sta nel fatto che mentre per il sacerdote Zaccaria il figlio Giovanni avrebbe dovuto limitarsi a dare « al popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati »(Lc 1,77); per la popolana Maria invece Gesù avrebbe dovuto fare molto di più, poiché Dio, nel passato, aveva « rovesciato i potenti dai troni, innalzato gli umili, ricolmato di beni gli affamati, rimandato i ricchi a mani vuote »(Lc 1,52s.).

A dire il vero nel Magnificat non è esplicito che Gesù dovesse assolvere un compito di tipo « politico » (Maria si riferisce a « Dio »): ma la cosa può essere spiegata considerando che quando il Magnificat fu redatto, Gesù era già morto e la sua missione era fallita, poiché gli apostoli non avevano saputo proseguirla.

La differenza tuttavia resta, e la si nota anche laddove, in luogo di una semplice richiesta di « liberazione dai nemici »(romani), fatta nel Benedictus (vv. 71 e 74), Maria chiede la liberazione dai nemici interni ed esterni, da tutti i potenti e tutti i ricchi, romani ed ebrei collaborazionisti (Lc 1,51-54).

Il Benedictus è inferiore al Magnificat, proprio perché circoscrive il metodo della liberazione dai nemici alla mera « remissione dei peccati », senza peraltro specificare a quale classe sociale appartengano questi « peccati ».

D’altra parte anche il Magnificat contiene un messaggio rivoluzionario solo apparentemente: il desiderio emancipativo dei cristiani di origine umile è qui già consapevole del fallimento del messianismo politico di Gesù, per cui nel testo si è costretti a idealizzare la realizzazione di tale messianismo riproponendo, in maniera ancora più illusoria, il mitico regno d’Israele (Lc 1,54s.).

In pratica il Magnificat si limita a far convergere il desiderio di una liberazione politica verso una prassi che assomiglia molto da vicino a quella prospettata dal Benedictus. Il futuro del Magnificat è la medesima « remissione dei peccati », proprio perché il presente viene cancellato nella rievocazione nostalgica del passato.

La differenza sta semplicemente nel fatto che la remissione dei peccati per i cristiani è cosa già avvenuta, una volta per tutte, sul Golgota, per cui non resta che attendere la parusia del redentore. L’esigenza di liberazione espressa dal Cristo era così alta che i cristiani, per poterla rimuovere senza ricadere nell’ebraismo, sono stati costretti a togliere all’uomo qualsiasi possibilità di realizzarla, facendo del Cristo l’unica vera divinità.

Omelia per la solennità dii San Giovanni Battista: L’apostolo Paolo e San Giovanni Battista

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/15609.html

Omelia (24-06-2009) 
don Daniele Muraro

L’apostolo Paolo e San Giovanni Battista

Nella solennità del nostro santo Patrono e in conclusione dell’Anno Paolino consideriamo somiglianze e differenze tra la figura di san Giovanni Battista e quella di san Paolo Apostolo.
Non ci nascondiamo che Giovanni e Saulo furono molto diversi fra loro: Giovanni cugino del Signore ottenne la remissione del peccato originale fin dal seno di sua madre, Paolo persecutore della Chiesa di Dio fu fatto oggetto di misericordia da parte dal Signore ormai da adulto come esempio per quelli che in seguito avrebbero creduto.
Noi li onoriamo insieme nelle nostre chiesa, anche se molto difficilmente essi hanno potuto incontrarsi di persona nel corso delle loro vite. Giovanni muore decapitato al principio della missione di Gesù. La vocazione di san Paolo risale a qualche mese dopo la Pentecoste.
Se mai si fossero visti ciò sarebbe dovuto avvenire quando Giovanni non era ancora prigioniero di Erode e predicava liberamente sulle sponde del fiume Giordano. Ma allora Saulo di Tarso era uno studente rabbinico di belle speranze e sicuramente in cuor suo disprezzava quel profeta vestito di peli di cammello famoso, ma ignorante.
Non sapeva ancora Saulo che anch’egli affrontato la stessa morte del Battista, decapitato di spada e addirittura per gli stessi motivi, ossia la testimonianza resa a Gesù Cristo.
Un giorno Gesù se ne usci con questa esclamazione: “In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.”. Il rapporto tra il Battista e san Paolo si gioca all’interno di queste considerazioni.
Giovanni è grande perché egli porta a compimento l’Antico Testamento: “Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni.” Egli è “quell’Elia che deve venire.” Giovanni aveva una missione ed essa consisteva nel preparare la strada al Messia Salvatore.
Anche per san Paolo le strade sono importanti, ma non si tratta più delle vie interne alla coscienza, bensì delle concrete strade di comunicazione dell’Impero Romano. Egli le percorre instancabilmente per diffondere l’annuncio del Vangelo tra i pagani.
In questo senso egli è davvero un minimo nel Regno dei cieli che diventa grande. Minimo perché inizia la sua missione senza credenziali precedenti, anzi con dei trascorsi pesanti.
Minimo si considerava lui stesso Paolo in quanto aggregato al collegio degli Apostoli in un secondo tempo e quasi a viva forza. A riguardo delle apparizioni del Signore Paolo dichiara che prima “apparve a Cefa e quindi ai Dodici… Ultimo fra tutti apparve anche a me…”
Le differenze non finiscono qui. Fino alla discesa in campo di Gesù Giovanni Battista era da solo: predicava e battezzava. San Paolo invece non fu mai da solo: una Chiesa già strutturata fatta di persone molto diverse tra di loro lo sostenne fin dal principio. Barnaba lo introduce nella comunità di Gerusalemme e ancora prima i fratelli di notte lo calano giù dalle mura di Damasco per sottrarlo alla vendetta dei Giudei.
In una chiesa già ricca di ministeri e carismi Paolo riserva a sé il compito della predicazione e lascia ad altri l’amministrazione dei sacramenti. “Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo” scrive infatti ai Corinti.
Se un tratto in comune possiamo ravvisare tra le personalità di Paolo e Giovanni Battista, questo è senz’altro il piglio deciso e la mancanza di esitazioni. Ad entrambi il coraggio non fa difetto anche quando devono dire cose spiacevoli, Giovanni Battista nel caso di Erodiade e san Paolo correggendo vari episodi di immoralità all’interno delle comunità da lui fondate, soprattutto quella di Corinto.
A questo proposito torna utile citare lo scambio epistolare fra Seneca, il famoso scrittore romano e precettore di Nerone, e san Paolo. Ritenute per lungo tempo leggendarie ultimamente queste lettere sono state rivalutate come verosimili. Pur non contenendo insegnamenti dottrinali, esse gettano una luce nuova sugli ultimi mesi di vita di san Paolo, quelli trascorsi a Roma.
Seneca si interessa della nuova dottrina e scrive all’Apostolo: “Desidero farti sapere che abbiamo letto e ci siamo nutriti del tuo scritto, una delle tante lettere da te indirizzate ad una città o capitale di provincia, che con dolcezza esorta a disprezzare la vita mortale. Non credo che quelle espressioni siano state dette da te, ma per mezzo di te…”
Paolo risponde: “Con piacere, ho ricevuto ieri le tue lettere. Avrei risposto subito, se avessi avuto a disposizione il giovane da mandarti. Tu sai, infatti, quando, da chi, in che tempo ed a chi si debba dare e affidare…” (Era il tempo delle persecuzioni.)
“Sono felice che le mie lettere, scritte a diversi, vi siano state gradite e che sia favorevole il giudizio di un uomo così grande. Né tu infatti, critico, filosofo e maestro di un principe così grande, ed anche di tutti, diresti questo se proprio non lo credessi. Ti auguro di vivere a lungo e bene.”
A questo punto Seneca legge qualche passaggio delle lettere di Paolo a Nerone e poi glielo riferisce: “E per non celarti nulla, o fratello, e non volendo essere in debito verso la mia coscienza, ti confesso che Augusto si è commosso alle tue espressioni…” .
C’erano già dei cristiani alla corte dell’Imperatore, ma la madre di Nerone Poppea aveva simpatie per la parte giudaica, avversa ai cristiani. San Paolo lo sapeva, tanto più che la donna non era un modello di virtù e infatti risponde: “So che il nostro Cesare ama le cose degne di ammirazione, e quando manca permette che lo si avverta, ma non permette che lo si offenda… Siccome egli venera gli dèi dei pagani, non comprendo come mai ti sia passato per la mente di volergli far conoscere questo: penso che tu l’abbia fatto per troppo amore verso di me. In futuro, te ne prego, non farlo più. Volendomi bene, ti devi guardare dal compiere qualcosa di offensivo verso la signora (la madre di Nerone)… In quanto regina non si indignerà, ma in quanto donna ne sarà offesa. Sta proprio bene!”
Anche il Battista ebbe a che fare con una regina (la moglie di Erode) e ne conosciamo le conseguenze. In ogni modo qualsiasi sia stato il motivo contingente della esecuzione capitale di Paolo, entrambi sia il Battista che l’Apostolo Paolo sono morti per Gesù, per dare testimonianza a Lui e da Lui aspettandosi il premio per il loro sacrificio.
Ed è per questo motivo che stasera noi li abbiamo ricordati insieme, uniti anche noi nella stessa fede e nel medesimo amore per il Signore

Ut queant laxis : è l’inno liturgico dei Vespri della solennità della natività di San Giovanni Battista (latino italiano)

dal sito:

http://it.wikipedia.org/wiki/Ut_queant_laxis

Ut queant laxis

è l’inno liturgico dei Vespri della solennità della natività di San Giovanni Battista che ricorre il 24 giugno.

La fama di questo inno, scritto dal monaco storico e poeta Paolo Diacono, si deve a Guido d’Arezzo, che lo utilizzò per ricavarvi i nomi delle 6 note dell’esacordo, dalla prima strofa:

(LA)
« Ut queant laxis
Resonare fibris
Mira gestorum
Famuli tuorum
Solve polluti
Labii reatum
Sancte Iohannes »
———————
«  affinché possano cantare
con voci libere
le meraviglie delle tue azioni
i tuoi servi,
cancella il peccato
del loro labbro contaminato,
o san Giovanni »
(Inno a San Giovanni)

da cui derivarono i nomi delle note Ut-Re-Mi-Fa-Sol-La-Si.

Ogni sillaba evidenziata corrisponde infatti, in musica, alla relativa nota; il nome della nota Si è stato dato successivamente, poiché il canto gregoriano e la musica medievale in genere, non prevedevano l’uso della sensibile, cioè il settimo grado della scala. Si presero perciò le prime lettere delle due parole dell’ultimo verso.

L’inno prosegue così:

Nuntius caelo veniens supremo,
te patri magnum fore nasciturum,
nomen et vitae seriem gerendae
ordine promit.
Ille promissi dubius superni
perdidit promptae modulos loquelae;
sed reformasti genitus peremptae
organa vocis.
Ventris obstruso positus cubili
senseras regem thalamo manentem;
hinc parens nati meritis uterque
abdita pandit.
Laudibus cives celebrant superni
te, Deus simplex pariterque trine;
supplices ac nos veniam precamur:
parce redemptis. Amen.

tutto l’Inno dal sito Maranathà:

http://www.maranatha.it/Ore/solenfeste/0624pvesPage.htm

Risuoni nella Chiesa,
unanime e festoso,
l’inno delle tue lodi,
o Giovanni Battista.

Negli arcani silenzi
del tempio d’Israele
un angelo di Dio
svela al padre il tuo nome.

Tu profeta fanciullo
riconosci nel grembo
della Vergine Madre
l’atteso delle genti.

Tu sorgi dal deserto
con il fuoco di Elia
a convocare gli umili
nel regno del Signore.

Sia lode e onore a Cristo,
Parola del Dio vivo,
al Padre e al Santo Spirito
nei secoli dei secoli. Amen. 

Latino
Ut queant laxis resonáre fibris
mira gestórum fámuli tuórum,
solve pollúti lábii reátum,
sancte Ioánnes.

Núntius cælo véniens suprémo,
te patri magnum fore nascitúrum,
nomen et vitæ sériem geréndæ
órdine promit.

Ille promíssi dúbius supérni
pérdidit promptæ módulos loquélæ;
sed reformásti génitus perémptæ
órgana vocis.

Ventris obstrúso pósitus cubíli
sénseras regem thálamo manéntem;
hinc parens nati méritis utérque
ábdita pandit.

Láudibus cives célebrant supérni
te, Deus simplex paritérque trine;
súpplices ac nos véniam precámur:
parce redémptis. Amen.

Sant’Agostino, Discorso 290: Nel natale di San Giovanni Battista

dal sito:

http://www.augustinus.it/italiano/discorsi/discorso_404_testo.htm

SANT’AGOSTINO

DISCORSO 290 – NEL NATALE DI GIOVANNI BATTISTA

La testimonianza di Giovanni su Cristo e di Cristo su Giovanni.
1. 1. S. Giovanni, non l’Evangelista, ma il Battista, fu inviato prima della comparsa di Cristo a prepararne le vie. La testimonianza di Cristo su Giovanni è: Tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni Battista 1. La testimonianza di Giovanni su Cristo è: Chi viene dopo di me è più grande di me, io non sono degno di sciogliere a lui il legaccio del sandalo 2. Prendiamo a considerare l’una e l’altra testimonianza: quella che il Signore rese al servo e quella che il servo rese al Signore. Qual è la testimonianza del Signore sul servo? Tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni Battista. Qual è la testimonianza del servo sul Signore? Chi viene dopo di me è più grande di me. Quindi, se tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni Battista, che è chi è più grande di lui? Un grande uomo Giovanni, ma uomo: Cristo più grande di Giovanni perché Dio e uomo. Entrambi di nascita mirabile, l’araldo e il Giudice, la lucerna e il giorno, la voce e la Parola, il servo e il Signore. Da una donna sterile il servo, da una vergine il Signore. Nel seno sterile, da un vecchio padre e da una madre vecchiarella lo stesso Signore si fece un servo: ed ancora lo stesso Signore, che fece il primo uomo senza padre e senza madre, si fece un corpo nel seno di una vergine, senza uomo per padre. Tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni Battista. Giovanni figurò così grande che da alcuni fu persino ritenuto il Cristo. Né per sua superbia sfruttò l’errore altrui, né ebbe l’ardire di affermare: Sono quel che voi credete; ma, poiché aveva rettitudine, si riconobbe qual era perché il servo si abbassasse fino ai piedi del Signore e fino al legaccio del sandalo, così che la lucerna non venisse spenta dal vento della superbia.

perché si celebra il Natale di Cristo e di Giovanni e non degli altri.
2. 2. Infine, poiché la nascita di Giovanni avvenne in un grande mistero, di questo solo giusto la Chiesa celebra il giorno natalizio. Anche il Natale del Signore viene celebrato, ma come Natale del Signore. Tra i Patriarchi, i Profeti, gli Apostoli, eccettuato Giovanni, datemi un altro servo di cui la Chiesa di Cristo celebri il giorno della nascita. Celebriamo il giorno del martirio di moltissimi servi, di nessuno, se non di Giovanni, il giorno della nascita. Durante la lettura del Vangelo avete ascoltato in che ordine di tempo siano avvenute le nascite di entrambi, del precursore e del Dominatore e, come ho detto poco fa, dell’araldo e del Giudice, della voce e della Parola. L’angelo Gabriele annunzia Giovanni, proprio lo stesso angelo Gabriele annunzia il Signore Gesù Cristo. Quello precede, questo viene dopo: l’uno precede in riverente sottomissione, l’altro segue con potere sovrano. Viene dopo infatti quanto alla nascita, viene prima perché esercita il dominio: infatti Cristo creò anche lo stesso Giovanni, dopo il quale fu creato il Cristo, e creatore e creato; creatore prima della madre, creatore della madre, creato nella madre. E che dirò: creatore prima della madre? Prima che Abramo fosse Io sono 3 affermò egli stesso, dice il Vangelo; ascoltate, o leggete. Ma non basta creatore prima di Abramo: creato prima di Adamo, creatore prima del cielo e della terra, prima di tutti gli Angeli e di ogni creatura spirituale, Troni, Dominazioni, Principati e Potestà, creatore prima di tutte le cose. Perché In principio non era stato fatto il Verbo, ma era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio: egli era in principio presso Dio. Tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui 4. Se ha creato tutte le cose, quelle visibili e quelle invisibili, il cielo e la terra, anche la vergine Maria: perché anche la Vergine è dalla terra, anche Cristo, artefice della terra, è creato dalla terra, infatti la verità è germogliata dalla terra 5.

Giovanni soltanto uomo per rivelare, riconoscendosi inferiore a lui, che Cristo è più che uomo.
3. 3. In breve, pertanto, vi rendo partecipi di un grande mistero. Siccome vi sarebbero stati molti inclini a ritenere che Cristo non è altro che uomo, che nulla esiste che trascenda l’uomo, perciò gli rese testimonianza un uomo grande, tale che più grande di lui non ci fu alcuno degli uomini, Giovanni, sottomesso, riverente, umiliato. Fino a che punto non si sarebbe umiliato se si fosse dichiarato degno di sciogliere il legaccio del sandalo? Considerate il legaccio del sandalo all’interno di un grande mistero. Quanto non si sarebbe mostrato umile, anche se Giovanni se ne sarebbe detto degno? Che fece dicendosene indegno? Per questo è stato annotato il giorno della sua nascita e ne è stata affidata la celebrazione alla Chiesa.

Quasi le stesse le parole a Zaccaria e a Maria, non medesima l’incredulità.
4. 4. È assai importante in verità, e non solo per le madri, che Maria sia stata vergine e l’altra una donna sterile; l’una dallo Spirito Santo resa Genitrice del Figlio di Dio Signore nostro e l’altra, da suo marito senescente, del precursore del Signore. E fate attenzione a quel che segue. Zaccaria restò incredulo; perché non credette? Chiese all’angelo una prova per la quale accertarsi di ciò che prometteva, essendo egli vecchio e sua moglie avanti negli anni. E l’angelo gli disse: Ecco, sarai muto, non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a suo tempo 6. Proprio lo stesso angelo si reca da Maria, annunzia che il Cristo nascerà da lei secondo la carne e Maria dice qualcosa di simile. Infatti, Zaccaria aveva detto: Da che posso conoscere questo? In realtà io sono vecchio e mia moglie avanzata negli anni 7 E gli risponde: Ecco, sarai muto: e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose si avvereranno perché non hai creduto alle mie parole. E ricevette la pena del mutismo a causa della diffidenza. Che aveva detto il profeta di Giovanni? La voce che grida nel deserto 8. È muto Zaccaria che sarà padre della voce. Rimase muto perché non credette, a ragione fu muto fino alla nascita della voce. Se infatti fu giustamente detto, anzi, proprio perché nel Salmo fu detto con piena verità: Ho creduto, perciò ho parlato 9, per il fatto che non credeva, a ragione non parlava. Ma ti prego, Signore, sto picchiando insieme a coloro che mi ascoltano, aprici, rendici chiaro il senso di tale questione. Zaccaria chiede all’angelo le condizioni per riconoscere quel che gli viene annunziato, essendo vecchio e sua moglie avanzata negli anni. Gli si dice: Perché non hai creduto, sarai muto 10. Cristo è annunziato alla vergine Maria, che a sua volta s’informa della condizione e dice all’angelo: Come avverrà questo? Poiché non conosco uomo 11. E Zaccaria: Da che posso conoscere questo? In realtà, io sono vecchio e mia moglie avanzata negli anni 12. E Maria: Come avverrà questo? Poiché non conosco uomo. A quello dice: Sarai muto perché non credi: a lei, invece, spiega la condizione, non le si impone il silenzio. Come avverrà questo? Poiché non conosco uomo. E l’angelo: Lo Spirito Santo scenderà su di te, e la potenza dell’Altissimo su te stenderà la sua ombra 13. Ecco il modo in cui avverrà e che vuoi sapere, ecco come tu che non conosci uomo sarai anche madre, ecco come: perché lo Spirito Santo scenderà su di te e su di te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Non puoi temere l’ardore della libidine all’ombra di così eccelsa santità. Perché questo? Se teniamo conto delle parole, o entrambi credettero o entrambi dubitarono, Zaccaria e Maria. Mentre noi siamo capaci solo di ascoltare le parole, Dio può rivolgersi ai cuori.

Zaccaria interroga nella diffidenza, Maria per comprendere. Nell’Incarnazione del Verbo la grazia di Dio è la più grande possibile.
5. 5. Noi comprendiamo, carissimi, che Zaccaria, dicendo: Da che posso conoscere questo? In realtà io sono vecchio e mia moglie avanzata negli anni 14, parlò nella diffidenza, non per capire meglio: ma, al contrario, quando Maria domandò: Come avverrà questo? Poiché non conosco uomo 15, parlò decisa a comprendere, non per diffidenza. Nel porre la domanda, non dubitò della promessa. O veramente piena di, grazia! Proprio così fu salutata dall’angelo: Ave, piena di grazia 16. Chi è in grado di rendere manifesta tale grazia? Chi è capace di un rendimento di grazie ad essa adeguato? Si fa uomo, mentre l’uomo, per il libero arbitrio, si perdette, viene riconosciuto quale uomo chi ha fatto sì che l’uomo, da lui creato, non andasse perduto. In principio il Verbo, Dio presso Dio, per il quale tutte le cose sono state create, si fa carne: Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi 17. Diventa carne il Verbo, ma si aggiunge al Verbo la carne, il Verbo non scompare nella carne. O grazia! E che eravamo degni di ottenere questo?

I ricchi, cioè i superbi, vanno privati di tutto, mentre gli affamati, cioè gli umili, vanno colmati di beni. Ricco il fariseo, povero il publicano.
6. 6. Ma notate che cosa giunge a dire proprio santa Maria, piena di fede, piena di grazia, futura madre e che resterà vergine? Che dice tra le altre cose, le quali, considerate singolarmente, certamente impegnano a parlarne a lungo? Che dice? Ha ricolmato di beni gli affamati, e ha rimandato a mani vuote i ricchi 18. Chi sono gli affamati? Gli umili, i bisognosi. Chi sono i ricchi? I superbi e i vanagloriosi. Non vi mando lontano: mi limito a indicarvi, in uno stesso tempio, un uomo ricco, di quelli che si rimandano a mani vuote, e un uomo povero, di quelli che sono ricolmati di beni. Due uomini salirono al tempio a pregare, uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo diceva 19. Che diceva? Osserva il ricco che mette fuori quanto non ha digerito, che smaltisce la sbornia, ma di superbia, non di giustizia: O Dio – dice – ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana, pago le decime di tutto ciò che possiedo 20. Sei venuto a pregare o a lodare te stesso? Hai detto di avere tutto, nulla hai chiesto da povero. Come allora sei venuto a pregare? Ti ringrazio, Signore. Non dice: Signore, fammi grazia. Perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri. Dunque, tu solo sei giusto? Perché non sono come questo pubblicano. Stai insultando, non a compiacerti. Digiuno due volte alla settimana, pago le decime di tutto ciò che possiedo. O ricco da lasciare a mani vuote! Fatti avanti, fatti avanti, o povero, o pubblicano affamato: anzi, resta là, dove sei. Infatti, il pubblicano si teneva a distanza 21. Ma il Signore si avvicina all’umile. Né osava alzare gli occhi al cielo. Dove non alzava gli occhi, là aveva il cuore. Ma si batteva il petto dicendo: Signore, abbi pietà di me peccatore 22. O affamato da ricolmare di beni!

Il giudizio del Signore sul fariseo e sul publicano. Rimprovera i pelagiani più superbi dello stesso fariseo.
6. 7. Tu hai ascoltato la contraddizione, Signore; emetti la sentenza. Attenti alla sentenza emanata tra le due parti. Il vinto non fa ricorso perché manca chi lo riceva. Infatti non si appella dal Figlio al Padre. Perché Dio Padre non giudica alcuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio 23. Sia la Verità a pronunziare la sentenza tra le parti; dice: In verità vi dico che questi si allontanò giustificato dal tempio, a differenza di quel fariseo 24. Ti prego, perché questo? con quale giustizia? Vuoi sapere? Perché chi si esalta sarà umiliato; e chi si umilia sarà esaltato 25. Da lui questi sarà esaltato e chi si esalta umiliato. Poiché ha ricolmato di beni gli affamati ed ha rimandato i ricchi a mani vuote 26. Ora va’ ed esibisci in giro le tue ricchezze: vantati e di’: Sono ricco. Quanto ricco? Se voglio, sono giusto; se non voglio, non sono giusto. È in mio potere essere o non essere giusto. Non ascolti nel Salmo: Essi confidano nella loro forza 27. Insomma, Dio ti ha dato la carne, Dio ti ha dato i sensi, Dio ti ha dato l’anima, Dio ti ha dato la memoria, Dio ti ha dato l’intelligenza: da parte tua ti dai la giustizia? Che è la carne, che sono i sensi, che è l’anima, che è la mente, che è l’intelligenza senza la giustizia? Se mancano della giustizia, tutte queste doti non serviranno forse per la condanna? Allora sei tanto ricco che, mentre Dio ti ha concesso i beni inferiori, tu te ne dài di migliori? O ricco per la rovina, ricco da rimandare a mani vuote, se pure possiedi quel che hai detto di avere, che hai che non hai ricevuto? 28 Da quel superbo e ricco fariseo neppure hai imparato a ringraziare il Signore di quei beni che hai detto di avere.

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