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SOLENNITÀ DI SAN FRANCESCO D’ASSISI – OMELIA – + Dionigi Card. Tettamanzi (Genova)

http://www.diocesi.genova.it/vescovo/tettamanzi/om001004.htm

SOLENNITÀ DI SAN FRANCESCO D’ASSISI – OMELIA

+ Dionigi Card. Tettamanzi

GENOVA, 4 OTTOBRE 2000

SAN FRANCESCO, IL NATALE E IL GIUBILEO 2000

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore,

la nostra annuale celebrazione di san Francesco, sempre sentita e festosa, riceve quest’anno una particolare solennità dal Grande Giubileo del 2000. Il cuore di questo Giubileo, come ben sappiamo, è una rinnovata, più intensa e gioiosa confessione di fede e di amore in Gesù Cristo, il Figlio eterno di Dio che si è fatto uomo nel grembo di Maria per essere nostro salvatore. Proprio la nascita di Gesù per noi è il mistero di grazia che il Giubileo intende ricordare, celebrare e vivere.
In questo senso ci viene spontaneo interrogarci sul posto e sul significato che il mistero del Natale, dell’incarnazione e della nascita di Gesù hanno avuto nella spiritualità di san Francesco.
Iniziamo dal fatto, semplice ma significativo, che il poverello di Assisi amava il Natale più di tutte le altre feste. E per quale ragione? La dichiara lui stesso nella Regola non bollata: « E ti rendiamo grazie, perché… hai fatto nascere lo stesso vero Dio e vero uomo dalla gloriosa sempre vergine beatissima santa Maria… » (23, 5). E ancora, come troviamo scritto nella Leggenda perugina: « Francesco aveva per il Natale del Signore più devozione che per qualunque altra festività dell’anno. Invero, benchè il Signore abbia operato la nostra salvezza nelle altre solennità, diceva il Santo che fu dal giorno della sua nascita che egli si impegnò a salvarci. E voleva che a Natale ogni cristiano esultasse nel Signore e per amore di lui, il quale ha dato a noi tutto se stesso, fosse gioiosamente generoso non solo con i bisognosi, ma anche con gli animali e gli uccelli » (110: 1669).

Il presepio di Greccio
L’amore di Francesco per il bambino Gesù è rimasto legato alla famosa celebrazione del Natale a Greccio, nel 1223, tre anni prima della sua morte, quando egli, rappresentando al vivo la scena della nascita di Gesù, si fece « bambino col Bambino » che gli era apparso. Da allora, amò di amore particolare quel luogo e « soleva dire tutto felice ai frati: ‘Non esiste una grande città dove si siano convertite al Signore tante persone quanto ne ha Greccio, un paese così piccolo’ » (Leggenda perugina, 34: 1581).
E’ ancora diffusa l’opinione che sia stato proprio san Francesco a iniziare la tradizione del presepio nelle chiese, nei conventi e nelle case private. In realtà la questione è controversa e per questo la lasciamo volentieri agli studiosi di storia della pietà popolare e delle sue manifestazioni.
A noi, in questo momento liturgico, interessa riascoltare il primo racconto del presepio di Greccio, così come lo ha tracciato Tommaso da Celano, il biografo di san Francesco (Vita Prima, cap. XXX, nn.84-87). Il santo – leggiamo – si rivolge a un certo Giovanni, un uomo nobile e onorato che però « stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne », e gli dice: « Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e preparami quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello ».
Il Celano prosegue così il racconto: « E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme… Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile ».
A questo punto il racconto si sofferma sul momento centrale della scena di Greccio: la celebrazione dell’Eucaristia. Leggiamo: « Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso (Francesco) assapora una consolazione mai gustata prima ». E nella Messa c’è posto per la predica, che viene tenuta dal santo: « Francesco – leggiamo sempre nel racconto del Celano – si è rivestito dei paramenti diaconali… e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù, infervorato di amore celeste lo chiamava ‘il Bambino di Betlemme », e quel nome ‘Betlemme’ lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come un belato di pecora ».
Qui sta la novità e l’originalità del presepio di san Francesco: « inventare un presepio eucaristico » (Cesario Van Hulst, Natale, in Dizionario Francescano, p.1072). Come nota san Bonaventura, per celebrare l’Eucaristia all’interno della scena del presepio, Francesco si era premunito dell’autorizzazione del Papa. Del resto non era molto frequente, allora, la celebrazione eucaristica su di un « altare portatile ».
Ora è nel « segno » eucaristico del pane e del vino che san Francesco « vede » il Dio vivo e vero che si è fatto carne povera e umile. E’ questo un tratto qualificante della sua visione di fede e della sua spiritualità: c’è un rapporto intimo tra l’incarnazione-nascita di Gesù a Betlemme e la sua venuta sull’altare del sacrificio eucaristico. In un certo senso, possiamo dire che il Natale continua nella vita della Chiesa e nella storia del mondo con la celebrazione dell’Eucaristia.
Come scrive nelle sue Ammonizioni, « Ecco, ogni giorno egli (il Figlio di Dio) si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine: ogni giorno viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sopra l’altare nelle mani del sacerdote. E come ai santi apostoli apparve in vera carne, così ora si mostra a noi nel pane consacrato; e come essi con lo sguardo fisico vedevano solo la sua carne ma, contemplandolo con gli occhi della fede, credevano che egli era Dio, così anche noi, vedendolo pane e vino con gli occhi del corpo, vediamo e fermamente crediamo che il suo santissimo corpo e sangue sono vivi e veri. E in tale maniera il Signore è sempre presente con i suoi fedeli così come egli dice: Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo » (I, 144-145).
Proprio in questa prospettiva eucaristica, della « nascita » di Cristo sull’altare, possiamo cogliere il senso profondo di quanto leggiamo verso la fine del racconto di Tommaso da Celano sul presepio di Greccio. E’ in questione, infatti, la « nascita » di Gesù nel cuore degli uomini che si convertono e credono. Scrive dunque il biografo: « Uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo ». E commentando spiega: « La visione prodigiosa non discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria ».
E conclude: « Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia ». Potessimo anche noi sperimentare la pienezza di questa gioia ineffabile, propria di chi sa di avere nel cuore la vita divina della grazia, nutrita dalla comunione eucaristica frequente e devota al Corpo e al Sangue del Signore!

Chiamati a imitare Gesù povero e umile
Ma per quale ragione profonda san Francesco ha voluto il presepio di Greccio, la ripresentazione visiva della nascita di Gesù a Betlemme, illuminata per così dire dalla celebrazione dell’Eucaristia?
La risposta sta nelle parole iniziali del racconto, che ci immettono nel cuore stesso della spiritualità di san Francesco: « La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l’impegno, con tutto lo slancio dell’anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo. Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro » (cap. XXX, n. 84: 466-467).
Nessun dubbio al riguardo: per san Francesco la vita cristiana è essenzialmente sequela Christi, e dunque imitazione di lui. E’ questo il principio che egli stabilisce sin dalle primissime parole della Regola non bollata del 1221: « La regola e la vita dei frati è questa, cioè vivere in obbedienza, in castità e senza nulla di proprio, e seguire la dottrina e l’esempio del Signore nostro Gesù Cristo » (I, 4). Il latino è ancora più plastico ed efficace: vestigia sequi, seguire le orme, e dunque camminare sulla stessa strada percorsa da Gesù, secondo l’immagine giovannea del pastore che cammina davanti alle sue pecore (cfr. Giovanni 10, 4). E Francesco è il primo a presentarsi ai suoi frati come un ritratto vivente e affascinante di Cristo, come metterà in luce san Bonaventura.
In particolare è l’umanità del Figlio di Dio che diviene esempio e modello di vita, di atteggiamenti interiori e di comportamenti concreti da parte di san Francesco: l’umanità così come si mostra nella carne di Gesù a Betlemme e sulla croce. E’ un’umanità che parla di povertà e di umiltà.
E sono proprio queste le virtù che il santo « vede » nel presepio e che rendono singolarmente luminosa la sua vita. Risulta così quanto mai eloquente l’appellativo abituale di « poverello » con cui viene chiamato: e povero egli è, non solo perché spoglio di beni materiali, ma anche e soprattutto perché spoglio dell’orgoglio dello spirito, con l’unico desiderio di essere « immagine viva » della povertà e dell’umiltà di Cristo.
E’ questo il messaggio di estrema attutalità che san Francesco rivolge, innanzi tutto, ai suoi frati e a tutti noi. Se vogliamo seguire Cristo – un’esigenza centrale e irrinunciabile della vita cristiana – dobbiamo amare e vivere la povertà e l’umiltà.
Quanto hanno ascoltato Gesù parlare dell’Eucaristia, del « pane vivo » che è la sua carne e il suo sangue, hanno reagito dicendo: « Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo? » (Giovanni 6, 60). Non è forse analoga la reazione della nostra società – europea, italiana e ligure – di fronte al messaggio evangelico – ma anche umano – della povertà e dell’umiltà?
Ma non è in questione soltanto il rifiuto dal parte del cosiddetto « mondo » nel quale noi tutti viviamo. E’ in questione anche, se non proprio il rifiuto, la dimenticanza, l’indifferenza, la banalizzazione da parte degli stessi cristiani. Diciamolo francamente: degli stessi sacerdoti e religiosi.
Sembrano lontanissimi gli anni del Vaticano II, quando si leggevano i testi conciliari sulla povertà della Chiesa. Questo, ad esempio: « E come Cristo ha compiuto la sua opera di redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza… anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì per far conoscere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Cristo è stato inviato dal Padre ‘a dare la buona novella si poveri, a guarire quelli che hanno il suore contrito’ (Luca 4, 18), ‘a cercare e salvare ciò che era perduto’ (Luca 19, 10): così pure la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore povero e sofferente, si premura di sollevarne l’indigenza, e in loro intende di servire a Cristo » (Lumen gentium, 8).
E letti i testi conciliari si finiva, allora, per diventare immediatamente polemici e fortemente contestatori: in genere, non nei riguardi di se stessi, ma degli altri, in particolare della Gerarchia, dei beni, delle strutture e iniziative della Chiesa.
Oggi, il Giubileo che stiamo celebrando e vivendo è occasione propizia, anche sospinti dall’invito del Santo Padre a « purificare la memoria », per distinguere tra critica ingiusta e persino velenosa e critica legittima e doverosa. Dove, comunque, la critica deve iniziare da ciascuno di noi, da ciascuna comunità e istituzione di Chiesa, come premessa necessaria a quella conversione che significa anche distacco dalla ricchezza e dalla superbia e imitazione amorosa della povertà e dell’umiltà di Cristo Signore.
E’ naturale che nella festa di san Francesco siano invitati a questo, in primo luogo, i frati francescani. Desidero rimandarvi, carissimi religiosi, alle pagine dell’esortazione Vita consecrata, di cui avete per la vostra vocazione la grave responsabilità di rendere credibili e incisive nella Chiesa e nella società d’oggi con la vostra vita povera e umile. Così al numero 90 ci è dato di leggere, tra l’altro: « Alle persone consacrate è chiesta una rinnovata e vigorosa testimonianza evangelica di abnegazione e di sobrietà, in uno stile di vita fraterna ispirata a criteri di semplicità e di ospitalità, anche come esempio per quanti rimangono indifferenti di fronte alle necessità del prossimo. Tale testimonianza si accompagnerà naturalmente all’amore preferenziale per i poveri e si manifesterà in modo speciale nella condivisione delle condizioni di vita dei più diseredati ».
Ma, in un certo senso, tutti noi dobbiamo essere « francescani », seguaci del Poverello di Assisi, come lui è stato di Gesù Cristo. E dunque poveri e umili. In profondità: essere veramente umili per essere giustamente poveri.
Lasciamo proprio alle labbra e al cuore di san Francesco di far risuonare dentro di noi la sua voce ammonitrice e suadente. Così scrive nella « Lettera a tutti i fedeli »: « Non dobbiamo essere sapienti e prudenti secondo la carne, ma piuttosto dobbiamo essere semplici, miti e puri… Mai dobbiamo desiderare di essere sopra gli altri, ma anzi dobbiamo essere servi e soggetti ad ogni umana creatura per amore di Dio E tutti coloro che faranno tali cose e persevereranno fino alla fine riposerà su di essi lo Spirito del Signore, ed Egli ne farà la sua dimora, e saranno figli del Padre celeste di cui fanno le opere, e sono sposi, fratelli e madri del Signore nostro Gesù Cristo » (IX, 199-200).

FRANCESCO D’ASSISI: UN UOMO DI PACE FORMATO DALLA LITURGIA

http://www.30giorni.it/articoli_id_9301_l1.htm

FRANCESCO D’ASSISI: UN UOMO DI PACE FORMATO DALLA LITURGIA

Anche la vicenda di Francesco d’Assisi, come avviene per ogni uomo, rimarrà sempre, in un certo qual senso, un mistero. Riconoscere questo non impedisce di continuare ad approfondirla, grazie anche ai risultati già raggiunti fin qui. Proprio in questa prospettiva si sta riconoscendo il ruolo importante, per non dire fondamentale, della liturgia nella vicenda di Francesco

di Pietro Messa

In queste pagine, alcune immagini della pala Il perdono di Assisi, di Prete Ilario da Viterbo (1393), conservata nell’abside
della Porziuncola, Basilica di Santa Maria degli Angeli, Assisi; qui sopra, Francesco annuncia il perdono di Assisi
In queste pagine, alcune immagini della pala Il perdono di Assisi, di Prete Ilario da Viterbo (1393), conservata nell’abside della Porziuncola, Basilica di Santa Maria degli Angeli, Assisi; qui sopra, Francesco annuncia il perdono di Assisi
Non si può non riconoscere che in un certo qual senso Francesco d’Assisi ha avuto una fortuna invidiabile rispetto ad altri santi: dichiarato nel 1992 dal Time Magazine uno degli uomini più rappresentativi del secondo millennio, studiato da centri di ricerca universitari laici e non, innumerevoli pubblicazioni scientifiche e divulgative inerenti alla sua storia, diversi film a lui dedicati, riconosciuto come riferimento ideale da persone di diverse culture e religioni. A tutto ciò si aggiunga la scelta di Assisi, la città di san Francesco, da parte di Giovanni Paolo II per la storica giornata del 27 ottobre 1986 che diede inizio al cosiddetto “spirito di Assisi”, ossia quel movimento interreligioso in favore della pace; il Pontefice vi fece ritorno ancora il 9 e il 10 gennaio 1993 e, nonostante le numerose riserve e perplessità su tale opportunità, il 24 gennaio 2002, cioè dopo gli atti terroristici dell’11 settembre 2001.
Quindi un san Francesco molto valorizzato e anche se il giorno della sua festa, il 4 ottobre, in Italia non è diventato festa nazionale, il suo nome è comunque sinonimo di dialogo interculturale e interreligioso. Tuttavia sappiamo tutti che il confine tra aver successo ed essere inflazionati è molto sottile, e questo vale anche per il santo di Assisi.
Gli studi francescani hanno vagliato le fonti inerenti alla sua esperienza cristiana, mentre innumerevoli studiosi continuano a cercare di perfezionare la conoscenza di tali fonti onde scoprire il volto di questo santo, al di là di ogni immagine agiografica o manipolazione ideologica. Si è approfondita la sua formazione culturale e spirituale, riconoscendovi diverse stratificazioni, ossia: la cultura del figlio del mercante, una ideologia cavalleresca che lo conduceva a indossare ideologicamente i panni dei cavalieri, la cultura cortese che rimase anche dopo la conversione, l’elemento evangelico e perfino le reminiscenze delle antiche vite dei Padri del deserto1. Davanti a questi innumerevoli studi, i cui inizi si riconoscono in Paul Sabatier, sembra che ormai su frate Francesco d’Assisi, il figlio del mercante Pietro di Bernardone, non ci sia altro da approfondire. L’immagine maggiormente divulgata però appare non solo inflazionata, a volte si ha la sensazione che sia monca di qualche aspetto importante, quando non è vittima di qualche operazione ideologica strumentalizzante. Certamente, come avviene per ogni uomo, anche la vicenda di Francesco d’Assisi rimarrà sempre in un certo qual senso un mistero. Riconoscere questo non impedisce però di continuare ad approfondirla, grazie anche ai risultati già raggiunti fin qui. Proprio in questa prospettiva si sta riconoscendo il ruolo importante, per non dire fondamentale, della liturgia nella vicenda di Francesco.
Spesso persino la Bibbia, e quindi il Vangelo, è presente nei suoi scritti mediata dalla liturgia [...]. Ciò che appare a uno studio più approfondito è che conobbe la Scrittura mediante la liturgia, ossia grazie alla mediazione della Chiesa
1. Un periodo di riforma liturgica
Il tempo in cui visse Francesco furono anni di grandi cambiamenti e trasformazioni culturali: lo sviluppo dei comuni, la nascita delle università, l’incentivo agli scambi commerciali, il sorgere di nuove esigenze religiose spesso sfociate nell’eresia ma anche in movimenti pauperistici. Tutti questi aspetti normalmente vengono presi in considerazione dagli studiosi più avveduti, quando inquadrano storicamente la vicenda di Francesco d’Assisi. Tuttavia quasi totalmente trascurata è la considerazione che quegli anni furono uno dei momenti nevralgici della storia della liturgia. Infatti se si prende un qualsiasi manuale di storia della liturgia, si può constatare che Innocenzo III diede inizio a una riforma della liturgia della Curia romana i cui esiti proprio tramite i Frati minori si diffusero ovunque, tanto da essere ancora oggi l’elemento caratterizzante la liturgia latina di rito romano.
Agli inizi del Duecento a Roma esistevano fondamentalmente quattro tipi di liturgia: quella della Curia romana, che risiedeva nel Palazzo del Laterano, quella della vicina Basilica di San Giovanni, quella della Basilica di San Pietro e quella cosiddetta dell’Urbe, ossia della città di Roma. Innocenzo III nel suo programma di riforma, che vide uno dei suoi momenti di massima espressività nel Concilio Lateranense IV del 1215, non escluse la liturgia. Della riforma della liturgia uno dei frutti più prestigiosi fu il breviario. Accostando, integrando e adeguando alla vita della Curia romana, spesso soggetta a trasferimenti, testi che precedentemente erano distribuiti in libri diversi, Innocenzo III fornì uno strumento maneggevole soprattutto a coloro che erano spesso in viaggio. Tale breviario, proprio per la sua fruibilità, venne presto adottato anche da alcune diocesi, tra cui quella di Assisi. In questo modo Francesco e la fraternitas minoritica ebbero accesso a un libro liturgico che presto si rivelò conforme alle loro esigenze di persone itineranti che vivevano da “stranieri e pellegrini”2. Così i Frati minori fecero propria la preghiera liturgica e specificatamente quella della Curia romana, ossia del pontefice.

2. Non semplicemente questione di preghiera
Adottare un libro liturgico o l’altro non era indifferente. Lo aveva già compreso precedentemente papa Gregorio VII che vedeva con timore una disparità liturgica perché in alcuni casi conduceva non solo a una disparità giurisdizionale, ma anche dottrinale, vale a dire all’eresia. Ad esempio, adottare il breviario della Curia romana riformato da Innocenzo III significava accogliere tutta una tradizione precedente. La disposizione in esso delle diverse feste, la scelta di determinate letture, l’assemblaggio di passi biblici per formare antifone, versetti e responsorii, la presenza di innumerevoli letture sia patristiche che degli antichi martirologi, erano fondamentalmente il risultato della riflessione ecclesiale e del vissuto soprattutto monastico di tutto il millennio precedente. Quindi, nel far proprio il breviario, Francesco e la fraternitas minoritica si inserirono in una storia che li aveva preceduti e che era stata trasmessa lungo i secoli. Ciò non significa che essi si sentirono oppure agirono come fossero prigionieri di quella tradizione: infatti, come annota una fonte, Francesco non mancò di affermare la propria peculiarità respingendo alcuni modelli a lui precedenti.
Comunque, accogliendo la preghiera del breviario, essi si inserirono dentro quella tradizione spirituale e teologica maturata lungo i secoli nella Chiesa, come si può constatare nella lettura degli scritti di Francesco, in cui le reminiscenze liturgiche sono innumerevoli. Tali reminiscenze, che tecnicamente sono definite casi di “intertestualità e interdiscorsività” – cioè citazioni vere e proprie o semplici rimandi concettuali –, spesso sono una trasmissione di testi patristici interiorizzati dal santo. Se ciò appare sorprendente, soprattutto rispetto a una certa storiografia che ha presentato Francesco di Assisi come il Santo del solo Vangelo – quasi una sorta di precursore della riforma protestante –, ancora più ricco di conseguenze è il fatto che spesso persino la Bibbia, e quindi il Vangelo, è presente nei suoi scritti mediata dalla liturgia. Ciò, naturalmente, conduce a rivedere certe descrizioni dell’esperienza spirituale di Francesco che lo presentano come uno che ha avuto un rapporto immediato, senza mediazioni, con la Scrittura. Invece ciò che appare a uno studio più approfondito è che egli conobbe la Scrittura mediante la liturgia, ossia grazie alla mediazione della Chiesa. E la liturgia è essa stessa una spiegazione della Scrittura, cioè un’esegesi: infatti anche semplicemente la collocazione di una determinata lettura in una festa piuttosto che in un’altra dice già della chiave di lettura e quindi della comprensione di quel determinato brano. Così la lettura del capitolo 11 di Isaia in cui si parla del germoglio che spunta dal tronco di Iesse nel Comune della Vergine Maria è già in sé stessa una prospettiva mariana data a quel determinato brano, accresciuta notevolmente se poi al posto di virga, cioè germoglio – come dovrebbe essere – vi è virgo, cioè Vergine, come risulta esserci nel breviario appartenuto a san Francesco d’Assisi: «Spunterà la Vergine dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici, su di lui si poserà lo spirito del Signore»3.

3. La testimonianza
del Breviarium sancti Francisci
L’importanza della liturgia nella fraternitas minoritica e nella vicenda di Francesco d’Assisi è testimoniata non solo dalla Regola dei Frati minori confermata da papa Onorio III nel 1223, ma soprattutto da un codice conservato tra le reliquie del protomonastero Santa Chiara presso l’omonima Basilica in Assisi. Come testimonia una scritta autografa di frate Leone, cioè di uno dei compagni nonché testimoni del Santo, questo codice fu usato dallo stesso Francesco: «Il beato Francesco procurò questo breviario per i suoi compagni frate Angelo e frate Leone, poiché, mentre era in salute, volle sempre dire l’ufficio, come è contenuto nella Regola; e nel tempo della sua malattia invece, non potendo recitarlo, voleva ascoltarlo; e questo continuò a fare finché visse»4.
Il codice, denominato Breviarium sancti Francisci, consiste fondamentalmente in un breviario, il salterio e l’evangeliario; la prima parte è la più consistente ed è costituita dal breviario della Curia romana riformato da Innocenzo III. L’antichità del testo, che lo rende un testimone privilegiato di tale riforma e quindi della storia dei libri liturgici in generale, è confermata dalla presenza, soprattutto nelle solennità mariane o di santi legati al ministero pontificio, come Pietro, Paolo e Gregorio Magno, di letture tratte dai sermoni dello stesso Innocenzo III; tali letture dopo la sua morte nel 1216 saranno rese facoltative dal successore, papa Onorio III, e immediatamente scompariranno dal breviario5. Infatti il Breviario di san Francesco è l’unico breviario vero e proprio che contiene tali letture per esteso. Questo codice fu usato da Francesco e certamente cooperò a formare in lui una seppur rudimentale cultura teologica che gli permise di esprimere la sua spiritualità e il suo pensiero in alcuni scritti, tre dei quali sono ancora oggi in nostro possesso in formato autografo6.
Considerato questo ruolo svolto dalla liturgia nella formazione culturale e spirituale di Francesco, essa deve essere tenuta nel dovuto conto quando si cerca di comprendere il messaggio del santo d’Assisi. Quindi, soprattutto il contenuto di tale codice va tenuto presente ogniqualvolta si voglia approfondire una tematica particolare del suo pensiero; così il ruolo di Maria Vergine, nel suo pensiero, diventerà maggiormente intelligibile nella misura in cui si leggeranno i suoi scritti tenendo conto dell’Ufficio della Beata Vergine e delle quattro feste mariane contenute nel suddetto codice, cioè la Presentazione di Gesù al Tempio, il 2 febbraio; l’Annunciazione, il 25 marzo; l’Assunzione con la sua ottava, dal 15 al 22 agosto; e la Nascita di Maria, l’8 settembre. Anche se le prime due feste, ossia la Presentazione al Tempio e l’Annunciazione, celebrano due misteri della vita di Gesù Cristo, già da secoli avevano assunto una forte connotazione mariana, tanto che la prima è denominata nel suddetto Breviarium come festa della Purificazione di Maria Vergine7.
L’importanza del Breviarium sancti Francisci fu riconosciuta e testimoniata dallo stesso frate Leone che lo diede alla badessa Benedetta del monastero Santa Chiara in Assisi perché lo conservasse come un testimone privilegiato della santità di Francesco. Tuttavia, prima di consegnarlo, egli segnò nel calendario diversi giorni anniversari di defunti, tra cui quelli di Innocenzo III e di Gregorio IX. Dopo ancora alcuni anni durante i quali fu usato come libro liturgico, il breviario del Santo fu definitivamente collocato tra le reliquie del suddetto monastero, dove ancora oggi si può ammirare. Proprio a causa di tale importanza, nel Seicento la sua copertina fu decorata con due ornamentazioni d’argento raffiguranti san Francesco e santa Chiara.

4. Francesco e la Chiesa
Uno degli argomenti più dibattuti nella storiografia francescana è il rapporto di Francesco con la Chiesa. C’è chi ha parlato di Francesco come di una sorta di rivoluzionario, chi invece, non potendo contraddire le fonti, ha cercato la ragione della sua obbedienza alla gerarchia nella sua scelta di vivere nella minorità: sia in un senso che nell’altro, il suo è sempre un atteggiamento visto in un modo che possiamo definire distaccato, estrinseco. La considerazione dell’importanza della liturgia nella vicenda di Francesco può aiutare a comprendere meglio il suo rapporto con la Chiesa: egli visse l’inserimento, certamente non in modo passivo, in una storia che lo precedeva e che si era espressa anche mediante determinate formule liturgiche. La preghiera e la meditazione di testi a lui precedenti, espressione della vita e della santità della Chiesa lungo i secoli, divennero per Francesco il luogo di comunione con la storia della salvezza. Proprio per questo egli fu molto determinato contro coloro che non volevano recitare l’Ufficio, come è testimoniato da quanto scrive nel suo testamento: «E sebbene io sia semplice e infermo, tuttavia voglio sempre avere un chierico che mi reciti l’Ufficio così come è prescritto nella Regola. E tutti gli altri frati siano tenuti a obbedire così ai loro guardiani e a dire l’Ufficio secondo la Regola. E se si trovassero dei frati che non dicessero l’Ufficio secondo la Regola, e volessero variarlo in altro modo, o non fossero cattolici, tutti i frati, ovunque siano, siano tenuti per obbedienza, ovunque trovassero qualcuno di essi, a farlo comparire davanti al custode più vicino al luogo dove l’avranno trovato. E il custode sia fermamente tenuto per obbedienza a custodirlo severamente, come un uomo in prigione giorno e notte, così che non possa essergli tolto di mano finché non lo consegni di persona nelle mani del suo ministro. E il ministro sia fermamente tenuto, per obbedienza, a mandarlo per mezzo di tali frati che lo custodiscano giorno e notte come un uomo imprigionato, finché non lo presentino davanti al signore di Ostia, che è signore, protettore e correttore di tutta la fraternità»8. Tale trafila che si conclude con la consegna al “signore di Ostia”, cioè al cosiddetto cardinal protettore dell’Ordine minoritico, è stata considerata una delle “durezze” di frate Francesco che tanto contrasta con una certa sua immagine irenica; e tale durezza è nei confronti di coloro che non recitano il breviario. Ciò è dovuto al fatto che quella determinata preghiera, e quindi anche il suo rifiuto, era direttamente correlata all’ortodossia o meno della persona e della comunità.
L’assioma lex orandi, lex credendi, lex vivendi lo possiamo constatare vissuto da Francesco e anche ritenuto dallo stesso, anche se non esplicitamente, uno dei riferimenti della sua esperienza cristiana. La modalità con cui Francesco ha pregato, e che ha voluto fosse anche quella della fraternitas minoritica, ossia la recita del breviario, è espressione della sua fede, quella della Chiesa rappresentata dal pontefice, che si è espressa nel suo vissuto concreto. Quindi, se si vuole comprendere appieno il vissuto del santo di Assisi e della sua predicazione di pace – con il significato che ha assunto lungo la storia e soprattutto grazie al pontificato di Giovanni Paolo II –, non può essere trascurata la sua fede espressa mediante la preghiera, soprattutto liturgica, e la recita del breviario.

LA PREGHIERA CONTINUA IN SAN FRANCESCO D’ASSISI

http://digilander.iol.it/benparker/Pinnelli/francesco.htm

(il sito è sull’esicasmo)

APPROFONDIMENTI SULLA PREGHIERA DI GESU’

LEONARDO PINNELLI

PREGHIERA DI GESÙ E PREGHIERA DEL CUORE

 CAPITOLO QUARTO – LA PREGHIERA CONTINUA IN SAN FRANCESCO D’ASSISI

4.1 – La figura di San Francesco
 Abbiamo avuto modo di affermare già in precedenza che la preghiera del cuore è uno “stato” spirituale nel quale l’orante è costantemente immerso in Dio e lo contempla in ogni istante. Se questa affermazione, che abbiamo cercato di presentare nei suoi vari addentellati, nei paragrafi precedenti, è vera, significa che la preghiera del cuore non è da considerarsi una specie di “monopolio” di coloro i quali praticano la preghiera di Gesù – sia essa effettuata secondo il metodo di san Giovanni Climaco o secondo lo schema esicasta – ma può essere raggiunta da tutti. Perché il Signore è vicino a quanti lo invocano, a quanti lo cercano con cuore sincero (Sal 145, 18). Il Signore si mostra  a quanti cercano il suo volto, il suo cuore. Se la preghiera continua è dono dello Spirito Santo, perché è lo Spirito di Dio che continuamente geme di fronte al volto del Signore (Gal 4, 6),  significa che l’orante è abitato in profondità dalla Sua presenza, è pneumatoforo (portatore dello Spirito Santo),  è santo.
In questa prospettiva possiamo certamente allargare l’orizzonte ecclesiale e  culturale della preghiera del cuore. A guardare con obiettività la questione ci si può rendere perfettamente conto che non solo nella Chiesa d’Oriente abita questa possibilità di contemplazione della presenza di Dio, ma anche nella chiesa d’Occidente non mancano le testimonianze in merito a questa “universalità” della preghiera del cuore, perché dove c’è la santità c’è la presenza dello Spirito di Dio.
Ci venga permesso un esempio che vogliamo trarre dagli insegnamenti di Doroteo di Gaza, esempio che non ha, per così dire, nulla di scientifico ma che può aiutarci nell’esplicazione di quanto andremo a trattare in questo paragrafo.
 Supponiamo che per terra ci sia un cerchio, cioè una linea tonda tracciata con un compasso dal centro. Centro si chiama propriamente il punto che sta  in mezzo al cerchio. Adesso state attenti a quello che vi dico. Pensate che questo cerchio sia il mondo, il centro del cerchio sia Dio, e le linee che vanno dal cerchio al centro siano le vie,  ossia i modi di vivere degli uomini. In quanto dunque i santi avanzano verso l’interno, desiderano avvicinarsi a Dio e si avvicinano gli uni agli altri, e quanto più si avvicinano a Dio, tanto più si avvicinano l’un l’altro, e quanto più si avvicinano l’un l’altro, tanto più si avvicinano a Dio. Similmente immaginate anche la separazione. Quando infatti si allontanano da Dio e si rivolgono verso l’esterno, è chiaro che quanto più escono e si dilungano da Dio, tanto più si dilungano gli uni dagli altri, e tanto più si dilungano anche da Dio. Ecco, questa è la natura dell’amore. Quanto più siamo fuori e non amiamo Dio, altrettanto siamo distanti dal prossimo; se invece amiamo Dio, quanto più ci avviciniamo a Dio per mezzo dell’amore per lui, altrettanto ci uniamo all’amore del prossimo, e quanto siamo uniti al prossimo, tanto siamo uniti a Dio[1].
 In questo insegnamento Doroteo di Gaza vuole affermare che la vicinanza tra gli uomini, la fraternità è possibile se si è vicini a Dio; al contrario la fraternità è il criterio per poter capire quanto siamo vicini a Dio e quanto è vera l’esperienza che noi facciamo di Lui. In un senso più ampio, che è quello che vogliamo sottolineare in questo paragrafo, la santità è un’esperienza comune agli uomini che cercano Dio: più si è vicini a Dio più l’esperienza di Santità,  intesa nella maniera appena descritta,  diventa comune.
In questo contesto è vero quanto studiosi come p. Yannis Spiteris[2] e p. Tomáš Špidlík[3] hanno detto in merito a san Francesco o a sant’Ignazio di Loyola i quali, a loro parere, avrebbero avuto il dono della preghiera pura.
In questo paragrafo ci soffermeremo  in maniera particolare sulla figura di san Francesco.
  4.2 – San Francesco: santo ecumenico
 Che San Francesco sia stato un uomo particolarmente carismatico e che la sua santità sembra coniugarsi bene con la spiritualità orientale[4], questo appare in maniera evidente dai suoi scritti, dalle regole che egli ha redatto e dalle varie biografie.
Padre Spiteris nel suo libro “Francesco e l’Oriente cristiano, un confronto” sottolinea molto bene questa concordanza tra l’esperienza francescana e la santità orientale. In uno dei capitolo del suo libro egli affronta il tema della preghiera sottolineando come l’esperienza di preghiera di San Francesco sia un’esperienza di preghiera pura, di preghiera del cuore.
In questo contesto di confronto irenico tra la figura di San Francesco e la santità orientale ci sembra importante sottolineare alcuni dei punti di contatto tra questi due mondi, quelli che a nostro parere sembrano essere più significativi.

4.2.1 – San Francesco: un “Pazzo per Cristo”
 Nella tradizione delle Chiese d’Oriente esiste una tipologia agiografica che non è contemplata nella Chiesa d’Occidente e che è propriamente chiamata “pazzia per Cristo”.
             I pazzi per Cristo sono chiamati in greco saloi e in russo yurodivij.[5] A fondamento di questa categoria di santi c’è un versetto della prima lettera ai Corinzi di san Paolo (1Cor 4,10): «Noi stolti a causa di Cristo».  I pazzi in Cristo hanno rigettato la saggezza umana per acquisire solamente la saggezza spirituale [6]; essi appaiono dapprima nell’ambiente monastico dell’Egitto e della Siria, e solo successivamente – nel XVI sec. – arrivano in Russia.
            Uno degli aspetti peculiari della pazzia per Cristo è il desiderio di identificazione con il Cristo povero e crocifisso e l’atteggiamento di denuncia che essi hanno nei confronti del malcostume degli uomini o dei monaci. Tra i pazzi per Cristo ricordiamo una figura esemplare come quella di  san Nicola Pellegrino detto Kyrie eleison, del quale riportiamo alcuni tratti biografici:
 Nicola nasce nel 1075 circa in un villaggio nei pressi del Monastero di San Luca di Stirion da poveri agricoltori; non riceve alcuna istruzione e, all’età di otto anni circa, è mandato a pascolare le pecore. Illuminato tuttavia dalle increate Energie, un giorno, all’improvviso, comincia a gridare: Kyrie eleison!
La madre ricorre a minacce e botte, nell’intento di far rinsavire il figlio; quando si rende conto di non riuscire a distoglierlo da quella pratica, lo caccia di casa. I monaci chiudono Nicola in una torre, e fermano la porta con un macigno: verso la mezzanotte, ecco un tuono, il macigno rotola e il ragazzo può uscire liberamente e si reca in chiesa, esclamando come al solito Kyrie eleison.
A Oraco e continua a intagliare croci di legno di cedro. E’ così occupato quando gli viene incontro, a cavallo, il monaco Massimo, economo del monastero di Stirio, uomo violento e severo, il santo lo saluta con umiltà e gli dice: – Perché maltratti i lavoratori a te soggetti e li opprimi e affliggi ingiustamente? [7].
 Sotto questo aspetto la figura sembra essere molto affine alla figura di molti pazzi per Cristo. Ricordiamo che san Francesco dice di sé: «Il Signore mi ha rivelato essere suo volere che io fossi pazzo nel mondo: questa è la scienza alla quale Dio vuole che ci dedichiamo»[8]. Nella sua “confessione” poi egli dice di essere un “ignorante e illetterato”[9].
Un altro aspetto che accomuna san Francesco all’esperienza dei saloi è rappresentato dagli episodi della sua vita nei quali egli rimane nudo: all’indomani della sua conversione san Francesco decide di vivere la radicalità evangelica, lascia tutto e si spoglia di fronte al vescovo.[10] Altri episodi sono narrati nelle Fonti Francescane e culminano nell’episodio della sua morte quando vuole essere deposto «nudo sulla terra nuda »:
 Quando sentì vicini gli ultimi giorni, nei quali alla luce effimera sarebbe succeduta la luce eterna, mostrò con l’esempio delle sue virtù che non aveva niente in comune con il mondo. Sfinito da quella malattia così grave, che mise termine ad ogni sua sofferenza, si fece deporre nudo sulla terra nuda, per essere preparato in quell’ora estrema, in cui il nemico avrebbe potuto ancora sfogare la sua ira, a lottare nudo con un avversario nudo[11].

  4.2.2 – San Francesco contempla la bellezza del creato: theôria physikê
 Un altro aspetto che accomuna San Francesco alla santità dell’Oriente cristiano è la contemplazione del Creato, quella che i Padri chiamano theôria physikê[12]. Afferma padre Špidlìk :
     La conoscenza di Dio attraverso le opere è proclamata da tutti i Padri. Così ogni uomo è capace di pervenire alla conoscenza di Dio attraverso la creazione. L’universo visibile diventa quindi un libro aperto per gli amici di Dio, una scuola per le anime. Dio vide che ciò era buono (Gen 1,9), perché contemplava i logoi[13] delle cose che sono già pronti per la messa (Gv 4,35)[14].
 La contemplazione della Creazione è una “scala” che ci conduce a Dio, è uno strumento – il più immediato che l’uomo conosca – per poter intravedere la Sua presenza nel mondo. Il Creato ha la capacità di far scorgere all’uomo un lembo del Paradiso, alimenta in lui il desiderio di incontrare il volto dell’Altissimo, suscita in lui un fervente “ricordo di Dio”[15]: Il prof. Panaghiotis Yfantis descrive bene questa dinamica applicandola all’esperienza di San Francesco:
 I Santi considerano la creazione con discrezione: non la divinizzano, né la disprezzano. La rispettano perché in essa vedono un mezzo anagogico, capace di condurre alla visione di Dio. Negli occhi spirituali[16] di Francesco, tutte le creature formano una “scala” verso  il Creatore. Nelle sue biografie leggiamo che amava molto l’allodola, perché questo uccello gli sembrava portare la cuffia monacale ed era umile, e il suo volto simboleggia i frati buoni che isolati dal mondo lodano Dio[…][17] Questo metodo esemplaristico ha il suo corrispettivo nel tentativo continuo dei santi orientali di avere sempre la mente orientata a Dio[18].
 Questa capacità di San Francesco di cogliere la presenza di Dio in ogni cosa, non in modo panteistico, emerge in maniera chiara dalla comprensione che egli stesso ha delle creature. Il santo chiama ognuna “fratello” e  “sorella”.[19] Questo aspetto specifico della spiritualità francescana è risultato essere, nel corso dei secoli, anche il più malinteso tanto che San Francesco, a titolo di esempio,  è diventato il “santo dell’ecologia”[20].
Ma la comprensione che il santo aveva della creazione è ben lungi dall’essere “animalista” od “ecologista”: egli proclamava, semplicemente, la bontà del creato come opera delle mani di Dio. Il mondo è una “teofania” di Dio, un “sacramento” della Sua presenza come tutta la tradizione patristica ha sempre sottolineato[21]. È mirabile questo “sentire” di san Francesco ed egli lo esprime in maniera geniale nel suo Cantico di frate Sole, nel quale sembra farsi presente l’invito di san Paolo:  «State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie» (1 Ts 5, 16-17):
Altissimu, onnipotente, bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu Te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo quale è iorno et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Acqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ’I sosterrano in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ’I farrà male.

Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate[22].

 4.2.3 – Lo  Spirito Santo nella vita di san Francesco: la théosis
 Uno degli aspetti che san Francesco sottolinea volentieri è l’”acquisizione dello Spirito Santo”: anche per lui la santità di una persona deriva dall’intima unione con la SS. Trinità che abita nel cuore del servo di Dio. Sarà lo stesso santo a esortare i suoi frati nella Regola non bollata  ad accogliere questa inabitazione della Trinità[23].
È interessante notare che per san Francesco l’obiettivo principale da raggiungere, lo scopo da conseguire nella vita dei “penitenti” è l’acquisizione dello Spirito[24]: per il santo di Assisi non deve abitare nel cuore altra preoccupazione che non sia quella di rendere operante la grazia di Dio nel proprio cuore; questa grazia si “attiva” solo in un cuore puro da ogni passione:
Ammonisco, poi, ed esorto nel Signore Gesù Cristo, che si guardino i frati da ogni superbia, vana gloria, invidia, avarizia, cure e preoccupazioni di questo mondo, dalla detrazione  e dalla mormorazione.
E coloro che non sanno di lettere, non si preoccupino di apprenderle, ma facciano attenzione che ciò che devono desiderare sopra ogni cosa è di avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione, di pregarlo sempre con cuore puro e avere umiltà, pazienza nella persecuzione e nella infermità e di amare quelli che ci perseguitano e ci riprendono e ci calunniano[25].

Un consiglio simile,  in merito all’acquisizione dello Spirito Santo, è riscontrabile anche in un noto santo della Chiesa Ortodossa, san Serafino di Sarov[26], il quale definisce il fine della vita cristiana in vista dell’inabitazione dello Spirito Santo nell’uomo. Questi, per il santo russo, deve praticare il commercio spirituale: l’uomo è chiamato a pregare per ottenere lo Spirito del Signore e attraverso di Lui il maggior numero possibile di grazie. Riportiamo, a tale proposito, un brano dal “Colloquio con Motovilov”:
Il vero fine della vita cristiana consiste quindi nell’acquisizione di questo Spirito di Dio, mentre la preghiera, le veglie, il digiuno, l’elemosina e le altre azioni virtuose fatte in nome di Cristo sono solo dei mezzi per acquistarlo.
- Come “l’acquisizione”? – Chiesi a Padre Serafino. – Non capisco perfettamente.
-  L’acquisizione è la stessa cosa dell’ottenimento. Sai cosa significa acquisire denaro? Per lo Spirito Santo è lo stesso. Per la gente normale il fine della vita consiste nell’acquisizione del denaro, del guadagno. I nobili inoltre desiderano ottenere onori, medaglie ed altre ricompense per servizi resi allo Stato. Anche l’acquisizione dello Spirito Santo è un capitale, ma un capitale eterno, dispensatore di grazie, analogo ai capitali temporali e che si ottiene con gli stessi procedimenti[27].
[…] – Cerca di ottenere le grazie dello Spirito Santo facendo fruttificare in nome di Cristo tutte le virtù possibili, fanne un commercio spirituale, traffica con quelle che danno il maggior numero di benefici[28].
[…] Come nel commercio il fine è quello di ottenere il maggior guadagno possibile, così nella vita cristiana il fine dev’essere non solo quello di pregare e fare il bene, ma anche quello di ottenere il maggior numero di grazie.[29]
  4.3 – San Francesco preghiera vivente: la preghiera del cuore
 In questo paragrafo vogliamo affrontare in maniera specifica il tema della preghiera nell’esperienza di San Francesco il quale a più riprese nei suoi scritti esorta i frati ad avere sempre un cuore disponibile a Dio e tutto rivolto a Lui[30], sempre pronto alla preghiera, come è scritto nel commento al Padre nostro:
 [Tutti] ti amiamo con tutto il cuore, sempre pensando a te; con tutta l’anima, sempre desiderando te; con tutta la mente, orientando a te tutte le nostre intenzioni e in ogni cosa cercando il tuo onore; e con tutte le nostre forze, spendendo tutte le nostre energie e sensibilità dell’anima e del corpo a servizio del tuo amore e non per altro; e affinché possiamo amare i nostri prossimi come noi stessi, trascinando tutti con ogni nostro potere al tuo amore, godendo dei beni altrui come dei nostri e nei mali soffrendo insieme con loro e non recando nessuna offesa a nessuno[31].

E ancora nella Regola non bollata troviamo questa ammonizione di san Francesco;
 E ovunque, noi tutti, in ogni luogo, in ogni ora e in ogni tempo, e ogni giorno e ininterrottamente crediamo veramente e umilmente e teniamo nel cuore e amiamo, onoriamo, adoriamo, serviamo, lodiamo e rendiamo grazie all’altissimo e sommo eterno Dio, Trinità e Unità, Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose e Salvatore di tutti coloro che credono e sperano in lui che è senza inizio e senza fine[32].
 Questa necessità di essere sempre alla presenza di Dio richiede che il servo di Dio abbia un cuore puro[33], distaccato – come direbbero i Padri – da ogni attaccamento passionale  e preoccupazione. Così è scritto nella Regola non bollata:
 Sempre costruiamo in noi una casa e una dimora permanente a Lui, che è il Signore Dio Onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo, e che dice:  Vigilate dunque e pregate in ogni tempo, affinché possiate sfuggire tutti i mali che accadranno e stare davanti al Figlio dell’uomo. E quando vi mettete a pregare, dite: Padre nostro che sei nei cieli. E adoriamolo con cuore puro, poiché bisogna sempre pregare senza stancarsi mai; infatti il Padre cerca tali adoratori [34]
 È interessante vedere come in san Francesco la “purità di cuore” non ha solo l’accezione di una sorta di “pulizia morale” ma è l’atteggiamento che rende possibile la contemplazione di Dio; a tal proposito lo stesso santo nell’Ammonizione XXVII ha un’espressione che ricorda da molto vicino il modo in cui gli esicasti intendevano la purezza del cuore:
 Dove è il timore del Signore a custodire la sua casa (il cuore), ivi il nemico non può trovare via d’entrata[35].
 Per San Francesco la purezza di cuore è dunque la libertà da ogni preoccupazione terrena, è saper custodire la casa interiore[36] da ogni attacco del nemico. Nei paragrafi precedenti abbiamo avuto modo di affrontare questo tema  a proposito della custodia del cuore: solo un cuore puro può vedere il Volto dell’Amato, può contemplarLo.
 La visione di Dio, nella preghiera pura degli esicasti, è detta theoria [37],  essa  ha sempre le radici in un cuore limpido[38], che sa disprezzare le cose del mondo:
 Beati i puri di cuore, poiché essi vedranno Dio. Veramente puri di cuore sono coloro che di­sdegnano le cose terrene e cercano le cose celesti, e non cessano mai di adorare e vedere il Signore Dio, vivo e vero, con cuore ed animo puro[39].
 Un cuore e una mente inquinati dalle passioni, da pensieri impuri, dal peccato non possono assolutamente contemplare la luce divina: per poter godere dello splendore di Dio è necessario che l’uomo riacquisti la bellezza originaria, ritornando alla condizione naturale. L’uomo è trasformato dallo Spirito: passa dall’immagine alla somiglianza con il Prototipo che é Cristo[40].
 Solo così i sensi spirituali possono godere della presenza di Dio: l’uomo prova così anche compassione per tutto il creato, per ogni creatura,  come scrive Isacco di Ninive :
 Quando fai il bene, non darti pensiero dello scopo della ricompensa immediata e sarai ricompensato doppiamente da Dio. E se è possibile, [non agire] neppure per la ricompensa futura. Ma sii virtuoso al di sopra di tutto, per amore del servizio di Dio. Il desiderio dell’amore è più intimo del servizio di Dio, e più di quest’ultimo è intimo nei misteri di lui. Più di quanto l’anima sia intima al corpo […]. Cos’è la purezza? È un cuore misericordioso per ogni creatura […]. E che cos’è un cuore misericordioso? È l’incendio del cuore per ogni creatura: per gli uomini, per gli uccelli, per le bestie, per i demoni e per tutto ciò che esiste. Al loro ricordo e alla loro vista, gli occhi [di un tale individuo] versano lacrime, per la violenza della misericordia che stringe il [suo] cuore a motivo della grande compassione. Il cuore si scioglie e non può sopportare di udire o vedere un danno o una piccola sofferenza di qualche creatura. E’ per questo che egli offre preghiere con lacrime in ogni tempo, anche per gli esseri che non sono dotati di ragione, e per i nemici della verità e per coloro che la avversano, perché siano custoditi e rinsaldati; e perfino per i rettili; a motivo della sua grande misericordia, che nel suo cuore sgorga senza misura, a immagine di Dio[41].
 Anche san Francesco aveva il dono della preghiera continua, «la sua disposizione stabile era tale che, dove poteva, pregava. Questa era la sua normale disposizione del cuore»[42], come viene descritto bene da Tommaso da Celano nella sua biografia seconda:
 Quando [invece] pregava nelle selve e in luoghi solitari, riempiva i boschi di gemiti, bagnava la terra di lacrime, si batteva con la mano il petto; e lì, quasi approfittando di un luogo più intimo e riservato, dialogava spesso ad alta voce col suo Signore: rendeva conto al Giudice, supplicava il Padre, parlava all’Amico, scherzava amabilmente con lo Sposo. E in realtà, per offrire a Dio in molteplice olocausto tutte le fibre del suo cuore, considerava sotto diversi aspetti Colui che è sommamente Uno. Spesso senza muovere le labbra, meditava a lungo dentro di sé e, concentrando all’interno le potenze esteriori, si alzava con lo spirito al cielo. In tale modo dirigeva tutta la mente e l’affetto a quell’unica cosa che chiedeva, Dio: non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente[43]. 
  È evidente che per san Francesco la preghiera non è tanto un modo di rapportarsi a Dio ma è  un atteggiamento vitale. Come il corpo ha necessità di respirare, così il cuore dell’uomo ha costantemente bisogno di attingere, nella preghiera,  allo Spirito del Signore, per non morire, per non indurirsi.
Tutti gli aspetti della spiritualità francescana che abbiamo finora esposto sono comunicanti tra loro, infatti:
 à un cuore limpido è purificato dalle passioni e disprezza ogni attaccamento mondano;
à il cuore puro è abitato dallo Spirito del Signore che trasforma dal di dentro l’uomo; l’opera del nemico viene dall’esterno del cuore giacchè, attraverso i logismoi,   egli vuole entrare nel giardino interiore. L’azione dello Spirito Santo, al contrario, opera dal di dentro dell’uomo, lo trasforma dall’immagine alla somiglianza con il Prototipo che é Cristo;
à il cuore purificato ha l’occhio profondo e scorge i logoi in tutta la creazione che non è più nemica dell’uomo.
à ogni creatura diventa “fratello” e “sorella”, anche la morte; la creazione eleva la mente e il cuore a Dio;
à un cuore abitato dallo Spirito del Signore geme continuamente di fronte al volto del Signore; esso ha in dono dal Signore la preghiera continua.

Regola non bollata (1221) : Ammonizione ai frati (Cap XXII)

http://www.webalice.it/paolorodelli/Francescochiara/rnb004.htm#cap23

Regola non bollata (1221)

Capitolo XXII

AMMONIZIONE AI FRATI

56 1 O frati tutti, riflettiamo attentamente che il Signore dice: «Amate i vostri nemici e fate del bene a quelli che vi odiano» (Mt 5,44), 2 poiché il Signore nostro Gesù Cristo, di cui dobbiamo seguire le orme (Cfr. 1Pt 2,21), chiamò amico (Cfr. Mt 26,50) il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori. 3 Sono, dunque, nostri amici tutti coloro che ingiustamente ci infliggono tribolazioni e angustie, ignominie e ingiurie, dolori e sofferenze, martirio e morte, 4 e li dobbiamo amare molto poiché, a motivo di ciò che essi ci infliggono, abbiamo la vita eterna.
57 5 E dobbiamo avere in odio il nostro corpo con i suoi vizi e peccati, poiché quando noi viviamo secondo la carne, il diavolo vuole toglierci l’amore del Signore nostro Gesù Cristo e la vita eterna e vuole perdere se stesso con tutti nell’inferno; 6 poiché noi per colpa nostra siamo ignobili, miserevoli e contrari al bene, pronti invece e volonterosi al male, perché, come dice il Signore nel Vangelo: 7 «Dal cuore procedono ed escono i cattivi pensieri, gli adulteri, le fornicazioni, gli omicidi, i furti, la cupidigia, la cattiveria, la frode, la impudicizia, l’invidia, le false testimonianze, la bestemmia, la superbia, la stoltezza (Mt 15,19 e Mc 7,21 e 22), 8 Tutte queste cose cattive procedono dal di dentro del cuore dell’uomo, e sono queste cose che contaminano l’uomo» (Mc 7,23; Mt 15,20). 9 Ora invece, da che abbiamo abbandonato il mondo, non abbiamo da fare altro che seguire la volontà del Signore e piacere unicamente a Lui.
58 10 Guardiamoci bene dall’essere la terra lungo la strada, o la terra sassosa, o quella invasa dalle spine 11 secondo quanto dice il Signore nel Vangelo: «Il seme e la parola di Dio 12 Quello che cadde lungo la strada e fu calpestato sono coloro che ascoltano la parola di Dio e non la comprendono; 13 e subito viene il diavolo e porta via quello che é stato seminato nei loro cuori, perché non credano e siano salvati. 14 Quello poi che cadde nei luoghi sassosi, sono coloro che appena ascoltano la parola, subito la ricevono con gioia; 15 ma quando sopraggiunge una tribolazione o una persecuzione a causa della parola, ne restano immediatamente scandalizzati; anche questi non hanno radice in sé, sono incostanti, perché credono per un certo tempo, ma nell’ora della tentazione vengono meno. 16 Quello che cadde tra le spine, sono coloro che ascoltano la parola, ma le cure di questo mondo e la seduzione delle ricchezze e gli altri affetti disordinati entrano nel loro animo e soffocano la parola, sicché rimangono infruttuosi. 17 Infine il seme affidato alla terra buona, sono coloro che, ascoltando la parola con buone, anzi ottime disposizioni, la intendono e la custodiscono e portano frutti con la perseveranza» (Mt 13,19-23: Mc 4,15-20; Lc 8,11-15).
59 18 E perciò noi frati, così come dice il Signore, «lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti» (Mt 8, 22). 19 E guardiamoci bene dalla malizia e dall’astuzia di Satana, il quale vuole che l’uomo non abbia la sua mente e il cuore rivolti a Dio; 20 e, circuendo il cuore dell’uomo con il pretesto di una ricompensa o di un aiuto, mira a togliere e a soffocare la parola e i precetti del Signore dalla memoria, e vuole accecare il cuore dell’uomo, attraverso gli affari e le preoccupazioni di questo mondo, e abitarvi, così come dice il Signore: 21 «Quando lo spirito immondo é uscito da un uomo va per luoghi aridi e senz’acqua in cerca di riposo e non la trova; e allora dice: 22 Tornerò nella mia casa da cui sono uscito. 23 E quando vi arriva, la trova vuota, spazzata e adorna. 24 Allora egli se ne va e prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui, poi entrano e vi prendono dimora, sicché l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima (Mt 12, 43-45; Lc 11,24-26).
60 25 Perciò, tutti noi frati, stiamo bene in guardia, perché, sotto pretesto di ricompensa, di opera da fare e di un aiuto non ci avvenga di perdere o di distogliere la nostra mente e il cuore dal Signore. 26 Ma, nella santa carità, che é Dio (1Gv 4,16), prego tutti i frati, sia i ministri che gli altri, che, allontanato ogni impedimento e messa da parte ogni preoccupazione e ogni affanno, in qualunque modo meglio possono, si impegnino a servire, amare, adorare e onorare il Signore Iddio, con cuore puro e con mente pura, ciò che egli stesso domanda sopra tutte le cose.
61 27 E sempre costruiamo in noi una casa (Cfr. Gv 14,23) e una dimora permanente a Lui, che é il Signore Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo, e che dice: «Vigilate dunque e pregate in ogni tempo, affinché possiate sfuggire tutti i mali che accadranno e stare davanti al Figlio dell’uomo (Lc 21,36). 28 E quando vi mettete a pregare, dite: Padre nostro che sei nei cieli (Mc 11,25; Mt 6,9). 29 E adoriamolo con cuore puro, poiché bisogna sempre pregare senza stancarsi mai (Lc 18,1); 30 infatti il Padre cerca tali adoratori. 31 Dio é spirito, e bisogna che quelli che lo adorano, lo adorino in spirito e verità» (Gv 4,23 e 24). 32 E a lui ricorriamo come al pastore e al vescovo delle anime nostre (1Pt 2,25), il quale dice: «lo sono il buon Pastore, che pascolo le mie pecore e do la mia vita per le mie pecore» (Cfr. Gv 10,11 e 15). 33 «Voi siete tutti fratelli. 34 Non vogliate chiamare nessuno padre vostro sulla terra, perché uno solo é il vostro Padre, quello che é nei cieli. 35 Né fatevi chiamare maestri, perché uno solo é il vostro maestro, che é nei cieli, Cristo» (Mt 23,8-10). 36 «Se rimarrete in me e rimarranno in voi le mie parole, domanderete quel che vorrete e vi sarà fatto (Gv 15,7). 37 Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, ci sono io in mezzo a loro (Mt 18,20). 38 Ecco, io sono con voi fino alla fine dei secoli (Mt 28,20). 39 Le parole che vi ho detto sono spirito e vita (Gv 6,64). 40 lo sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).
62 41 Manteniamoci dunque fedeli alle parole, alla vita, alla dottrina e al santo Vangelo di colui che si é degnato pregare per noi il Padre suo e manifestarci il nome di lui, dicendo: «Padre, glorifica il tuo nome» (Gv 17,6-26) e: «Glorifica il Figlio tuo perché il Figlio tuo glorifichi te» (Gv 17,24). 42 «Padre, ho manifestato il tuo nome agli uomini, che mi hai dato, perché le parole che tu hai dato a me, io le diedi loro; ed essi le hanno accolte e hanno riconosciuto che io sono uscito da te ed hanno creduto che tu mi hai mandato. 43 Io prego per loro; non prego per il mondo, 44 ma per quelli che mi hai dato, perché sono tuoi, e tutto ciò che é mio é tuo. 45 Padre santo, custodisci nel Nome tuo coloro che mi hai dato, affinché siano una cosa sola come noi. 46 Questo io dico nel mondo, affinché abbiano la gioia in se stessi. 47 Io ho comunicato loro la tua parola, e il mondo li ha odiati perché non sono del mondo, come non sono del mondo io. 48 Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che tu li guardi dal male. 49 Rendili gloriosi nella verità. 50 La tua parola é verità. 51 Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo. 52 E per loro io santifico me stesso, affinché anche loro siano santificali nella verità. 53 Non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che crederanno in me, per la loro parola, affinché siano perfetti nell’unità, e il mondo conosca che tu mi hai mandato e li hai amati, come hai amato me. 54 Ed io renderò noto a loro il tuo Nome, affinché l’amore col quale tu hai amato me sia in loro ed io in loro.
55 Padre, quelli che mi hai dato, voglio che dove io sono siano anch’essi con me, perché contemplino la tua gloria nel tuo regno». Amen.

Publié dans:Santi: San Francesco D'Assisi |on 3 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

Lodi per ogni ora – preghiere di San Francesco

http://www.ofm.org/francesco/pray/preg06.php

PREGHIERE DI SAN FRANCESCO

Lodi per ogni ora

Santo, santo, santo il Signore Dio onnipotente,
che è, che era e che verrà:
E lodiamolo ed esaltiamolo nei secoli.
Tu sei degno, Signore Dio nostro,
di ricevere la lode,
la gloria e l’onore e la benedizione:
E lodiamolo ed esaltiamolo nei secoli.
Degno è l’Agnello, che è stato immolato
di ricevere potenza e divinità, sapienza e fortezza
e onore e gloria e benedizione:
E lodiamolo ed esaltiamolo nei secoli.
Benediciamo il Padre e il Figlio
con lo Spirito Santo:
E lodiamolo ed esaltiamolo nei secoli.
Opere tutte del Signore
benedite il Signore:
E lodiamolo ed esaltiamolo nei secoli.
Date lode al nostro Dio voi tutti suoi servi,
voi che temete Dio, piccoli e grandi:
E lodiamolo ed esaltiamolo nei secoli.
Lodino lui, glorioso,
i cieli e la terra:
E lodiamolo ed esaltiamolo nei secoli.
E ogni creatura che è nel cielo
e sulla terra e sotto terra,
e il mare e le creature che sono in esso:
E lodiamolo ed esaltiamolo nei secoli.
Gloria al Padre e al Figlio
e allo Spirito Santo:
E lodiamolo ed esaltiamolo nei secoli.
Come era nel principio e ora e sempre
e nei secoli dei secoli. Amen.
E lodiamolo ed esaltiamolo nei secoli.

Onnipotente, santissimo, altissimo e sommo Iddio,
ogni bene, sommo bene, tutto il bene, che solo sei buono,
fa’ che noi ti rendiamo ogni lode, ogni gloria, ogni grazia,
ogni onore, ogni benedizione e tutti i beni.
Fiat! Fiat! Amen.

Perché san Francesco « è un vero maestro » per i cristiani d’oggi

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/150081

Perché san Francesco « è un vero maestro » per i cristiani d’oggi

(segue su questo stesso articolo la Conversione di Sant’Agostino)

E perché lo è anche sant’Agostino. Da Assisi e da Pavia, mete dei suoi due ultimi viaggi in Italia, Benedetto XVI propone come modelli i due grandi convertiti. E critica le loro moderne « mutilazioni »

di Sandro Magister

ROMA, 20 giugno 2007 – I suoi due ultimi viaggi in Italia, a Pavia e ad Assisi, Benedetto XVI li ha dedicati a due santi di primissima grandezza e di eccezionale influenza nella storia della Chiesa: Agostino e Francesco.
E in entrambi i casi papa Joseph Ratzinger ha concentrato l’attenzione su un preciso momento della vita dei due santi: la conversione.
La conversione – ha spiegato il papa – è la svolta cruciale dell’esistenza d’ogni cristiano. In essa la vita di ciascun uomo prende forma nuova da Gesù Cristo al quale egli si affida. Da lì in avanti la sua vita si distingue per il suo essere segnata da Cristo.
Se quindi Francesco « è un vero maestro » nella ricerca della pace, nella salvaguardia della natura, nella promozione del dialogo tra tutti gli uomini, lo è in un modo unico, che non può essere mutilato: « lo è a partire da Cristo ».
E quindi lo « spirito di Assisi » non ha niente a che vedere con l’indifferentismo religioso, proprio perché la vita e il messaggio di Francesco « poggiano così visibilmente su Cristo »:
« Non potrebbe essere atteggiamento evangelico, né francescano, il non riuscire a coniugare l’accoglienza, il dialogo e il rispetto per tutti con la certezza di fede che ogni cristiano, al pari del santo di Assisi, è tenuto a coltivare, annunciando Cristo come via, verità e vita dell’uomo (cfr Giovanni 14,6), unico Salvatore del mondo ».
Già altre volte, in precedenza, Benedetto XVI aveva criticato gli « abusi  » e i « tradimenti » che a suo giudizio snaturano la figura esemplare di Francesco.
Ma domenica 17 giugno, ad Assisi, il papa è tornato a predicare in maniera più organica sulla persona del santo e in particolare sulla sua conversione, di cui nel 2007 ricorre l’ottavo centenario.
L’ha fatto soprattutto nell’omelia della messa. Come aveva fatto anche a Pavia domenica 22 aprile, ricordando sant’Agostino che è sepolto in quella città.
Ma anche negli altri discorsi della giornata trascorsa ad Assisi il papa ha insistito nel presentare il volto autentico del santo, respingendone i travisamenti. Ad esempio quando ha rivolto ai sacerdoti, ai diaconi, ai religiosi e alle religiose della città questa raccomandazione:
« I milioni di pellegrini che passano per queste strade attirati dal carisma di Francesco, devono essere aiutati a cogliere il nucleo essenziale della vita cristiana ed a tendere alla sua ‘misura alta’, che è appunto la santità. Non basta che ammirino Francesco: attraverso di lui devono poter incontrare Cristo, per confessarlo e amarlo con ‘fede dritta, speranza certa e caritade perfetta’ (Preghiera di Francesco davanti al Crocifisso, 1: FF 276). I cristiani del nostro tempo si ritrovano sempre più spesso a fronteggiare la tendenza ad accettare un Cristo diminuito, ammirato nella sua umanità straordinaria, ma respinto nel mistero profondo della sua divinità. Lo stesso Francesco subisce una sorta di mutilazione, quando lo si tira in gioco come testimone di valori pur importanti, apprezzati dall’odierna cultura, ma dimenticando che la scelta profonda, potremmo dire il cuore della sua vita, è la scelta di Cristo. Ad Assisi, c’è bisogno più che mai di una linea pastorale di alto profilo. Occorre a tal fine che voi, sacerdoti e diaconi, e voi, persone di vita consacrata, sentiate fortemente il privilegio e la responsabilità di vivere in questo territorio di grazia. È vero che quanti passano per questa città, anche solo dalle sue ‘pietre’ e dalla sua storia ricevono un benefico messaggio. Ciò non esime da una proposta spirituale robusta, che aiuti anche ad affrontare le tante seduzioni del relativismo che caratterizza la cultura del nostro tempo ».
Ecco dunque qui di seguito le due omelie dedicate da Benedetto XVI ai due grandi convertiti Francesco e Agostino. Due omelie che sono espressione tipica della predicazione di questo papa, sempre strettamente legata alla liturgia del giorno:

1. La conversione di san Francesco

Assisi, 17 giugno 2007
Cari fratelli e sorelle, che cosa ci dice oggi il Signore, mentre celebriamo l’Eucaristia nel suggestivo scenario di questa piazza, in cui si raccolgono otto secoli di santità, di devozione, di arte e di cultura, legati al nome di Francesco di Assisi? Oggi tutto qui parla di conversione. [...] Parlare di conversione, significa andare al cuore del messaggio cristiano ed insieme alle radici dell’esistenza umana.
La Parola di Dio appena proclamata ci illumina, mettendoci davanti agli occhi tre figure di convertiti.
La prima è quella di Davide. Il brano che lo riguarda, tratto dal secondo Libro di Samuele, ci presenta uno dei colloqui più drammatici dell’Antico Testamento. Al centro di questo dialogo c’è un verdetto bruciante, con cui la Parola di Dio, proferita dal profeta Natan, mette a nudo un re giunto all’apice della sua fortuna politica, ma caduto pure al livello più basso della sua vita morale.
Per cogliere la tensione drammatica di questo dialogo, occorre tener presente l’orizzonte storico e teologico in cui esso si pone. È un orizzonte disegnato dalla vicenda di amore con cui Dio sceglie Israele come suo popolo, stabilendo con esso un’alleanza e preoccupandosi di assicurargli terra e libertà.
Davide è un anello di questa storia della continua premura di Dio per il suo popolo. Viene scelto in un momento difficile e posto a fianco del re Saul, per diventare poi suo successore. Il disegno di Dio riguarda anche la sua discendenza, legata al progetto messianico, che troverà in Cristo, « figlio di Davide », la sua piena realizzazione.
La figura di Davide è così immagine di grandezza storica e religiosa insieme. Tanto più contrasta con ciò l’abiezione in cui egli cade, quando, accecato dalla passione per Betsabea, la strappa al suo sposo, uno dei suoi più fedeli guerrieri, e di quest’ultimo ordina poi freddamente l’assassinio.
È cosa che fa rabbrividire: come può, un eletto di Dio, cadere tanto in basso? L’uomo è davvero grandezza e miseria: è grandezza perché porta in sé l’immagine di Dio ed è oggetto del suo amore; è miseria perché può fare cattivo uso della libertà che è il suo grande privilegio, finendo per mettersi contro il suo Creatore. Il verdetto di Dio, pronunciato da Natan su Davide, rischiara le intime fibre della coscienza, lì dove non contano gli eserciti, il potere, l’opinione pubblica, ma dove si è soli con Dio solo. « Tu sei quell’uomo »: è parola che inchioda Davide alle sue responsabilità.
Profondamente colpito da questa parola, il re sviluppa un pentimento sincero e si apre all’offerta della misericordia. Ecco il cammino della conversione.
Ad invitarci a questo cammino, accanto a Davide, si pone oggi Francesco.
Da quanto i biografi narrano dei suoi anni giovanili, nulla fa pensare a cadute così gravi come quella imputata all’antico re d’Israele. Ma lo stesso Francesco, nel Testamento redatto negli ultimi mesi della sua esistenza, guarda ai suoi primi venticinque anni come ad un tempo in cui « era nei peccati » (cfr 2 Test 1: FF 110).
Al di là delle singole manifestazioni, peccato era il suo concepire e organizzarsi una vita tutta centrata su di sé, inseguendo vani sogni di gloria terrena. Non gli mancava, quando era il « re delle feste » tra i giovani di Assisi (cfr 2 Cel I, 3, 7: FF 588), una naturale generosità d’animo. Ma questa era ancora ben lontana dall’amore cristiano che si dona senza riserve. Com’egli stesso ricorda, gli sembrava amaro vedere i lebbrosi. Il peccato gli impediva di dominare la ripugnanza fisica per riconoscere in loro altrettanti fratelli da amare.
La conversione lo portò ad esercitare misericordia e gli ottenne insieme misericordia. Servire i lebbrosi, fino a baciarli, non fu solo un gesto di filantropia, una conversione, per così dire, « sociale », ma una vera esperienza religiosa, comandata dall’iniziativa della grazia e dall’amore di Dio: « Il Signore – egli dice – mi condusse tra di loro » (2 Test 2: FF 110).
Fu allora che l’amarezza si mutò in « dolcezza di anima e di corpo » (2 Test 3: FF 110). Sì, miei cari fratelli e sorelle, convertirci all’amore è passare dall’amarezza alla « dolcezza », dalla tristezza alla gioia vera. L’uomo è veramente se stesso, e si realizza pienamente, nella misura in cui vive con Dio e di Dio, riconoscendolo e amandolo nei fratelli.
Nel brano della Lettera ai Galati, emerge un altro aspetto del cammino di conversione. A spiegarcelo è un altro grande convertito, l’apostolo Paolo.
Il contesto delle sue parole è il dibattito in cui la comunità primitiva si trovò coinvolta: in essa molti cristiani provenienti dal giudaismo tendevano a legare la salvezza al compimento delle opere dell’antica Legge, vanificando così la novità di Cristo e l’universalità del suo messaggio.
Paolo si erge come testimone e banditore della grazia. Sulla via di Damasco, il volto radioso e la voce forte di Cristo lo avevano strappato al suo zelo violento di persecutore e avevano acceso in lui il nuovo zelo del Crocifisso, che riconcilia i vicini ed i lontani nella sua croce (cfr Efesini 2,11-22). Paolo aveva capito che in Cristo tutta la legge è adempiuta e chi aderisce a Cristo si unisce a Lui, adempie la legge.
Portare Cristo, e con Cristo l’unico Dio, a tutte le genti era divenuta la sua missione. Cristo « infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro della separazione… » (Efesini 2,14). La sua personalissima confessione di amore esprime nello stesso tempo anche la comune essenza della vita cristiana: « Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me » (Gal 2, 20b). E come si può rispondere a questo amore, se non abbracciando Cristo crocifisso, fino a vivere della sua stessa vita? « Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » (Galati 2, 20a).
Parlando del suo essere crocifisso con Cristo, san Paolo non solo accenna alla sua nuova nascita nel battesimo, ma a tutta la sua vita a servizio di Cristo. Questo nesso con la sua vita apostolica appare con chiarezza nelle parole conclusive della sua difesa della libertà cristiana alla fine della Lettera ai Galati: « D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo » (6,17).
È la prima volta, nella storia del cristianesimo, che appare la parola « stigmate di Gesù ». Nella disputa sul modo retto di vedere e di vivere il Vangelo, alla fine, non decidono gli argomenti del nostro pensiero; decide la realtà della vita, la comunione vissuta e sofferta con Gesù, non solo nelle idee o nelle parole, ma fin nel profondo dell’esistenza, coinvolgendo anche il corpo, la carne.
I lividi ricevuti in una lunga storia di passione sono la testimonianza della presenza della croce di Gesù nel corpo di San Paolo, sono le sue stigmate. Non è la circoncisione che lo salva: le stigmate sono la conseguenza del suo battesimo, l’espressione del suo morire con Gesù giorno per giorno, il segno sicuro del suo essere nuova creatura (cfr Galati 6,15). Paolo accenna, del resto, con l’applicazione della parola « stigmate »’, all’uso antico di imprimere sulla pelle dello schiavo il sigillo del suo proprietario. Il servo era così « stigmatizzato » come proprietà del suo padrone e stava sotto la sua protezione. Il segno della croce, iscritto in lunghe passioni sulla pelle di Paolo, è il suo vanto: lo legittima come vero servo di Gesù, protetto dall’amore del Signore.
Cari amici, Francesco di Assisi ci riconsegna oggi tutte queste parole di Paolo, con la forza della sua testimonianza.
Da quando il volto dei lebbrosi, amati per amore di Dio, gli fece intuire, in qualche modo, il mistero della « kenosi » (cfr Filippesi 2,7), l’abbassamento di Dio nella carne del Figlio dell’uomo, da quando poi la voce del Crocifisso di San Damiano gli mise in cuore il programma della sua vita: « Va, Francesco, ripara la mia casa » (2 Cel I, 6, 10: FF 593), il suo cammino non fu che lo sforzo quotidiano di immedesimarsi con Cristo.
Egli si innamorò di Cristo. Le piaghe del Crocifisso ferirono il suo cuore, prima di segnare il suo corpo sulla Verna. Egli poteva veramente dire con Paolo: « Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me ».
E veniamo al cuore evangelico dell’odierna Parola di Dio. Gesù stesso, nel brano appena letto del Vangelo di Luca, ci spiega il dinamismo dell’autentica conversione, additandoci come modello la donna peccatrice riscattata dall’amore.
Si deve riconoscere che questa donna aveva osato tanto. Il suo modo di porsi di fronte a Gesù, bagnando di lacrime i suoi piedi e asciugandoli con i capelli, baciandoli e cospargendoli di olio profumato, era fatto per scandalizzare chi, a persone della sua condizione, guardava con l’occhio impietoso del giudice.
Impressiona, al contrario, la tenerezza con cui Gesù tratta questa donna, da tanti sfruttata e da tutti giudicata. Ella ha trovato finalmente in Gesù un occhio puro, un cuore capace di amare senza sfruttare. Nello sguardo e nel cuore di Gesù ella riceve la rivelazione di Dio-Amore!
A scanso di equivoci, è da notare che la misericordia di Gesù non si esprime mettendo tra parentesi la legge morale. Per Gesù, il bene è bene, il male è male. La misericordia non cambia i connotati del peccato, ma lo brucia in un fuoco di amore. Questo effetto purificante e sanante si realizza se c’è nell’uomo una corrispondenza di amore, che implica il riconoscimento della legge di Dio, il pentimento sincero, il proposito di una vita nuova. Alla peccatrice del Vangelo è molto perdonato, perché ha molto amato. In Gesù Dio viene a donarci amore e a chiederci amore.
Che cosa è stata, miei cari fratelli e sorelle, la vita di Francesco convertito se non un grande atto d’amore? Lo rivelano le sue preghiere infuocate, ricche di contemplazione e di lode, il suo tenero abbraccio del Bimbo divino a Greccio, la sua contemplazione della passione alla Verna, il suo « vivere secondo la forma del santo Vangelo » (2 Test 14: FF 116), la sua scelta della povertà e il suo cercare Cristo nel volto dei poveri.
È questa sua conversione a Cristo, fino al desiderio di « trasformarsi » in Lui, diventandone un’immagine compiuta, che spiega quel suo tipico vissuto, in virtù del quale egli ci appare così attuale anche rispetto a grandi temi del nostro tempo, quali la ricerca della pace, la salvaguardia della natura, la promozione del dialogo tra tutti gli uomini.
Francesco è un vero maestro in queste cose. Ma lo è a partire da Cristo. È Cristo, infatti, « la nostra pace » (cfr Efesini 2,14). È Cristo il principio stesso del cosmo, giacché in lui tutto è stato fatto (cfr Giovanni 1,3). È Cristo la verità divina, l’eterno « Logos », in cui ogni « dia-logos » nel tempo trova il suo ultimo fondamento. Francesco incarna profondamente questa verità « cristologica » che è alle radici dell’esistenza umana, del cosmo, della storia.
Non posso dimenticare, nell’odierno contesto, l’iniziativa del mio predecessore di santa memoria, Giovanni Paolo II, il quale volle riunire qui, nel 1986, i rappresentanti delle confessioni cristiane e delle diverse religioni del mondo, per un incontro di preghiera per la pace. Fu un’intuizione profetica e un momento di grazia, come ho ribadito alcuni mesi or sono nella mia lettera al vescovo di questa Città in occasione del ventesimo anniversario di quell’evento.
La scelta di celebrare quell’incontro ad Assisi era suggerita proprio dalla testimonianza di Francesco come uomo di pace, al quale tanti guardano con simpatia anche da altre posizioni culturali e religiose. Al tempo stesso, la luce del Poverello su quell’iniziativa era una garanzia di autenticità cristiana, giacché la sua vita e il suo messaggio poggiano così visibilmente sulla scelta di Cristo, da respingere a priori qualunque tentazione di indifferentismo religioso, che nulla avrebbe a che vedere con l’autentico dialogo interreligioso.
Lo « spirito di Assisi », che da quell’evento continua a diffondersi nel mondo, si oppone allo spirito di violenza, all’abuso della religione come pretesto per la violenza. Assisi ci dice che la fedeltà alla propria convinzione religiosa, la fedeltà soprattutto a Cristo crocifisso e risorto non si esprime in violenza e intolleranza, ma nel sincero rispetto dell’altro, nel dialogo, in un annuncio che fa appello alla libertà e alla ragione, nell’impegno per la pace e per la riconciliazione. Non potrebbe essere atteggiamento evangelico, né francescano, il non riuscire a coniugare l’accoglienza, il dialogo e il rispetto per tutti con la certezza di fede che ogni cristiano, al pari del Santo di Assisi, è tenuto a coltivare, annunciando Cristo come via, verità e vita dell’uomo (cfr Giovanni 14,6), unico Salvatore del mondo.
Francesco di Assisi ottenga a questa Chiesa particolare, alle Chiese che sono in Umbria, a tutta la Chiesa che è in Italia, della quale egli, insieme con Santa Caterina da Siena, è patrono, ai tanti che nel mondo si richiamano a lui, la grazia di una autentica e piena conversione all’amore di Cristo.

SAN PAOLO E SAN FRANCESCO, GIOVANI PER I SECOLI

http://www.zenit.org/article-17087?l=italian

SAN PAOLO E SAN FRANCESCO, GIOVANI PER I SECOLI

Gli otto secoli di vita di un movimento perennemente giovane

ROMA, domenica, 1° febbraio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo a firma di padre Franco Careglio apparso sull’ottavo numero della rivista « Paulus » (febbraio 2009), dedicato al tema della bellezza.

* * *
di Franco Careglio OFM-Conv

L’anno 2009 segna una scadenza di rilievo per l’Ordine Francescano: la ricorrenza dei suoi otto secoli di vita. Non è poco per il movimento religioso iniziato dal giovane umbro Francesco, figlio di Pietro, il quale, intorno ai 25 anni, iniziò un deciso cammino di conversione che lo condusse a divenire perfetto seguace di Cristo. La sua conversione non fu improvvisa e folgorante come quella di Paolo undici secoli prima, ma in pochi anni andò delineandosi e attuandosi nella sua mente e nella sua vita. Entrambi questi personaggi hanno, pur dopo tanti secoli, una loro straordinaria propositività: Paolo per l’ineguagliabile capacità di comunicazione, che gli permise di annunciare la salvezza di Cristo nonostante le distanze, i pericoli, le diversità culturali, le persecuzioni; Francesco per la pace e la gioia profonda dell’anima, illuminata dalla consapevolezza di avere Dio per Padre e Cristo per fratello. Due mondi diversi, lontani cronologicamente e geograficamente, che tuttavia si accordano perfettamente, perché uniti dalla stessa divorante passione: Dio. Ne consegue che entrambi amarono con altrettanta forza ciò che Dio ama più di tutto, l’uomo. Sia l’uno che l’altro diedero prova di coraggio estremo, confidando sempre, senza cedimenti, nell’amore di Dio. Entrambi fecero esperienza di Dio in giovane età. Da questo i giovani potrebbero trarre non pochi spunti per una proficua riflessione.
Secondo la cronologia più attendibile, la conversione di Paolo avvenne verso i trent’anni; Francesco conobbe Cristo qualche anno prima, tra i 23 e i 25. Nel 1209, appunto ottocento anni fa,  si recò a Roma e venne ricevuto dal potentissimo Innocenzo III, che approvò la forma di vita sua e dei suoi compagni; ed è davvero un merito da accreditare a questo pontefice l’aver accolto il giovane umbro, dall’aspetto certo poco gradevole.
Innocenzo diede l’approvazione orale, e Francesco poté quindi vivere la sua Regula vitae, detta poi “non bollata” perché non approvata mediante un documento; sarà poi papa Onorio III, quattordici anni dopo, ad approvare con la lettera apostolica Solet annuere (29.11.1223) una Regula redatta sempre dal Santo, però più breve e meno densa di citazioni bibliche e detta quindi Regola “bollata”.
  Fu lo Spirito di Dio, dal quale Innocenzo si lasciò guidare, a infondere nella sua mente fiducia in quello strano individuo; così come si lasciò guidare Ananìa (At 9,10-19), che si fidò dello Spirito e accolse il feroce persecutore dei cristiani, Saulo. A quelle età della vita, chiaramente, l’entusiasmo non manca; ma sia l’uno che l’altro non fecero caso al trascorrere degli anni, e continuarono l’energico lavoro di conversione propria e di apostolato fino a che le forze lo permisero loro. Queste caratteristiche, certamente, accomunano i due personaggi: il coraggio, la volontà di proseguire sempre, la tenacia indomabile.  Paolo incontrò ogni sorta di prove, durissime, come lui stesso narra nella Seconda lettera ai Corinti (2Cor 11,26), vero gioiello del Nuovo Testamento. Francesco incontrò incomprensioni terribili, avversioni, tribolazioni di ogni genere; eppure si recò in Palestina (1219), fu il primo cristiano, nella storia, a parlare con un esponente di altra fede non con il linguaggio della spada ma con quello della bontà; volle pure recarsi a Santiago ma non vi riuscì, per l’incurabile male agli occhi. Da dove dunque è venuta tanta forza a questi due uomini? Probabilmente, dal saper vedere il mondo con gli occhi di un bambino, il mondo cioè «fatto di giocattoli» (Mons. Tonino Bello), senza nascondersi i gravi problemi del loro tempo. Considerando brevemente due scritti dell’uno e dell’altro, si può forse evidenziare l’eterna giovinezza di questi uomini, che non sono uomini da ore devote o santi che reggono il giglio, ma cristiani che si sono innestati nei flutti della storia, vivendo appieno l’invito di Cristo (Mt 28,19) e fidandosi ciecamente della sua incontrovertibile promessa (Mt 28,20).
Il titolo con cui Paolo si presenta ai suoi cristiani e che difende con fermezza nei confronti degli avversari è quello di “apostolo di Gesù Cristo”. Egli però non fu discepolo di Gesù durante la sua vita terrena, anzi certo non lo conobbe neppure di persona: il suo apostolato deriva dal fatto che sulla via di Damasco il Risorto apparve anche a lui, «come a un aborto» (1Cor 15,8), cioè fuori tempo, quando ormai era chiuso il ciclo delle apparizioni ufficiali. Nella Seconda lettera ai Corinti, documento d’inestimabile ricchezza spirituale e umana, e anche uno degli scritti più lunghi e densi dell’Apostolo, si trova una frase che è ben significativa della sua ansia per Dio e per gli uomini: «L’amore del Cristo ci spinge» (5,14) che la nuova versione della Bibbia (2008) traduce con «l’amore del Cristo ci possiede»: espressione più efficace di un amore che non ammette deroghe o compromessi, tanto che «se uno è in Cristo, è una creatura nuova» (5,17). L’Apostolo insegna qui che il credente è fin d’ora una nuova creatura, ma deve camminare con estrema serietà verso la riconciliazione piena, eliminando i vizi che ancora minacciano il suo rapporto con Cristo. Il credente sarà perciò vero creatore di novità, sarà, per così dire, escavatore di umanità, portando alla superficie i tesori vecchi e nuovi come lo scriba di cui parla il vangelo (Mt 13,52). Il futuro sarà affidato non tanto agli uomini politici, che si aggirano dentro una strettoia terribile, quella della ragion di Stato, e nemmeno alle masse intese come forza d’urto, ma a questa rivoluzione sapienziale dell’amore di Cristo, unico centro creativo che informa la coscienza dell’uomo. Il regno di Dio, di cui spesso si parla, è il povero che abbiamo incontrato, è la giornata che abbiamo vissuto, è lo spettacolo di bellezza che abbiamo osservato, è la notizia tragica che ci ha colpito: eventi vissuti e sofferti nell’amore totale del Cristo, dal quale siamo avvolti e spronati.
Da notare poi che, se si confronta il nucleo centrale del messaggio di Gesù con quello di Paolo, appaiono senza dubbio innegabili somiglianze, che possono essere riassunte nell’iniziativa gratuita di Dio in favore del suo popolo e di tutta l’umanità. Non meno chiare sono però le differenze: mentre Gesù pone al centro del suo annuncio il regno di Dio, compiendo le opere che ne manifestano la venuta, Paolo concentra la sua attenzione sull’evento della morte e della risurrezione di Cristo, nel quale Dio stesso è all’opera per la giustificazione dell’uomo peccatore. Pur rivendicando un ruolo di primo piano nel disegno di Dio, Gesù non si attribuisce espressamente i titoli di Messia, Signore e Figlio di Dio; Paolo invece incentra su di essi tutta la sua cristologia. Sia Gesù che Paolo si schierano contro la legge mosaica: ma mentre il primo ne relativizza le disposizioni subordinandole alla pratica dell’amore verso Dio e il prossimo, il secondo squalifica la legge opponendo ad essa la fede, quale unica via per ottenere la giustificazione.
Nel “Testamento” redatto (o meglio dettato) da Francesco, si trova una frase che pare essere la chiave di comprensione della vita di questo giovane: «Quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e con essi usai misericordia». Si veda il volume delle Fonti Francescane, Padova 2004, al n. 110.
«E ciò che mi sembrava amaro – continua il testo – mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo». Ciò che fece scattare la conversione di Francesco fu dunque la vista dei lebbrosi. Egli si lasciò condurre dal Signore, e ciò che prima gli appariva ripugnante gli si cambiò in dolcezza. Da questa storia emerge un’altra immagine di Dio che è un’altra immagine dell’uomo. Quando è in crisi l’immagine di Dio è in crisi l’uomo, e viceversa. Dobbiamo dunque alimentare la nostra fede sposando la causa degli ultimi, come fece otto secoli fa Francesco, e non per semplice carità cristiana e nemmeno soltanto per un senso di giustizia. La nostra unica giustizia non è altro che Cristo, che ci sprona e ci possiede. Il nostro senso di giustizia, infatti, è sempre storicamente determinato e, quando l’avessimo realizzato, ci troveremmo magari a essere oppressori degli ultimi (ieri lebbrosi soltanto, oggi lebbrosi ammalati di AIDS). La nostra immagine di giustizia è una nostra via, ma le vie della giustizia di Dio non sono le nostre vie. La nostra via, e qui è sempre Paolo a ricordarlo, è il Cristo «crocifisso per la sua debolezza» (2Cor 13,4), perciò io devo compiacermi «nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10). Restituire a Dio la sua santità, abolendo le immagini letterarie o scientifiche che presumono di tradurlo, non vuol dire cadere in un fideismo cieco. Chi parla di Dio con sicurezza da professore è potenzialmente un uomo iniquo. Solo se c’è adorazione, tremore, incapacità a volte di dire chi è Dio se non vedendolo nell’aspetto repellente del lebbroso, allora c’è anche rispetto per l’uomo. Francesco trovò la fede, e quindi la verità, sotto la santità e la durezza della croce, nel volto sfigurato dei malati. Ritrovare la fede, dunque, significa, sul piano storico, farsi garanti della libertà e della vita della persona; abolire tutte le barriere, tutte le discriminazioni consumate sulla stessa vita umana nello sterile e misero dibattito su ciò che è vita e ciò che vita non è; riconoscere che vita è sinonimo di giovinezza perenne dello spirito, indipendentemente dagli anni o dalla condizione fisica o sociale, respingendo le catalogazioni che rendono ancora così disumana la nostra società postmoderna.
Da persone come Paolo e Francesco inizia un discorso che va lasciato al silenzio di ognuno, ma che non può risolversi se non in un rinnovato impegno ad adoperarsi perché cambi questa società e sia non un luogo di divisioni e di conflitti, ma di unione nel Cristo, segno di unità tra tutti gli uomini. Non di competizione e conflittualità parlano Paolo e Francesco, ma di animazione cristiana interna al cammino storico fino alle prospettive che superano miti e dualismi e si identificano con l’eterna comunione con quel Dio che sarà un giorno Tutto in tutti.
Se qualcuno volesse conoscere più approfonditamente il messaggio francescano, può rivolgersi al sottoscritto presso la direzione di Paulus.

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