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San Benedetto da Norcia – la vita e i miracoli

http://www.ora-et-labora.net/Benedetto_da_Norcia.html

San BENEDETTO da NORCIA

La vita e i miracoli di S. Benedetto

(Le diverse comunità benedettine ricordano la ricorrenza della morte del loro fondatore il 21 marzo, mentre la Chiesa cattolica ne celebra ufficialmente la festa l’11 luglio, da quando papa Paolo VI ha proclamato san Benedetto da Norcia patrono d’Europa il 24 ottobre 1964 in onore della consacrazione della Basilica di Montecassino. La Chiesa ortodossa celebra la sua ricorrenza il 14 marzo. da Wikipedia)

Queste poche righe sono un piccolissimo riassunto del libro II° dei « Dialoghi » di S. Gregorio Magno, e vogliono solo essere un invito alla lettura del testo completo, edito da numerose Case editrici. Per leggere il testo integrale cliccare qui.
L’anno di nascita di s. Benedetto non è storicamente certo, ma la tradizione lo colloca nel 480 a Norcia. S.Benedetto appartiene ad una famiglia nobile, forse quella gens Anicia, che come molte, nel periodo di decadenza dell’Impero, aveva abbandonato Roma per la più tranquilla provincia.
Benedetto compie i primi studi a Norcia. Alla sua formazione contribuiscono gli esempi dei venerati asceti e della sorella Scolastica, consacrata alla vita religiosa fin dagli anni dell’infanzia. Mandato successivamente a Roma per seguire un indirizzo letterario e giuridico, conveniente alla sua condizione sociale, Benedetto conosce il degrado economico e sociale della città, determinato anche dalla contesa del supremo pontificato da parte di Simmaco e Lorenzo, nonostante la pace assicurata in quegli anni da Teodorico.
A 17 anni Benedetto, accompagnato dalla sua nutrice, fugge da Roma verso Tivoli e si ferma nel borgo di Enfide, l’odierna Affile, a circa 60 Km da Roma, per dedicarsi in solitudine alla vita religiosa. Ma i primi eventi straordinari alimentano la devozione e la curiosità e suscitano intorno a lui una indesiderata popolarità. Benedetto prosegue il cammino verso i monti e raggiunge la vicina località di Subiaco, « sub lacus ». Qui incontra un monaco di nome Romano, il quale dimora in un piccolo monastero non lontano, sotto la guida del padre Adeodato, al quale Benedetto confida il suo proposito di vita ascetica. Romano lo accompagna in una caverna nascosta in un luogo selvaggio, lo riveste dell’abito religioso, e si cura di portargli quotidianamente del pane, privandosi della sua porzione di cibo, calandolo dall’alto per mezzo di una fune. Romano è fedele alla consegna e custodisce il segreto del rifugio nel quale Benedetto, per tre anni, conduce una vita aspra e solitaria.
Venerato per la sua virtù, Benedetto, secondo la tradizione, viene invitato da una comunità di monaci di Vicovaro ad assumere il governo del monastero a seguito della morte dell’abate. I tentativi di Benedetto di creare i presupposti per una nuova vita spirituale si infrangono contro l’ostinata volontà dei monaci, che tentano di ucciderlo con una coppa di vino avvelenato. Benedetto abbandona così Vicovaro e ritorna allo speco di Subiaco: ma sono ormai molti che vengono a lui e lo riconoscono come maestro di vita. Egli ben presto comprende la necessità di abbandonare definitivamente la vita ascetica per dedicarsi all’insegnamento. Fonda così dodici piccoli monasteri, con i rispettivi superiori, che fanno tutti capo a lui, riservando per sé il monastero dedicato alla formazione dei discepoli.
La fama di Benedetto si diffonde anche presso la nobiltà romana: due illustri cittadini, Equizio e il patrizio Tertullio, consegnano a Benedetto i propri figli Mauro e Placido, che saranno i primi componenti della grande famiglia benedettina. Ma la gelosia e l’avversione per il successo che Benedetto riscuote tra i giovani, spinge un monaco di nome Fiorenzo a tentare di ucciderlo con del pane avvelenato. Il piano non riesce. Tuttavia Fiorenzo istiga alla corruzione i discepoli conducendo sette giovani fanciulle nel giardino del monastero. Benedetto decide allora di abbandonare tanta malvagità e di trasferirsi in altro luogo, per edificare una nuova casa, espressione definitiva di quell’ideale di vita monastica che ha maturato nei lunghi anni di vita contemplativa. Assicurato un definitivo assetto alla comunità sublacense, Benedetto inizia il suo viaggio verso l’antica città di Cassino, dove vi approda tra il 525 e il 529. Qui, nonostante cinque secoli di predicazione cristiana, il paganesimo è ancora molto diffuso, anche in quei luoghi che sono stati sede del vescovo Severo, situati vicino ad Aquino, importante diocesi occupata in quegli anni da s. Costanzo. Benedetto abbatte gli altari pagani, recide il bosco sacro ad Apollo, volge al culto cristiano i templi, consacrandoli a s. Martino di Tours, il monaco apostolo delle Gallie, e a s. Giovanni Battista, padre dei monaci del Nuovo Testamento e precursore di Cristo. Adattando i vecchi edifici, ne eleva di nuovi per la dimora dei monaci. La costruzione di Montecassino vede Benedetto impegnato come architetto, ingegnere ed organizzatore del nuovo monastero, dove resterà per sempre, dedito alla definizione della sua Sancta Regula, sul modello eremitico orientale risalente a s. Pacomio e sulla base degli insegnamenti di s. Basilio, di Cassiano, di s. Cesario e della Regula Magistri, anonima.
La tradizione vuole che Benedetto muoia a Montecassino nel 547, il 21 di marzo. Sei giorni prima fa aprire il sepolcro e, sentendo vicino l’ora della dipartita, si fa accompagnare nell’oratorio ove, munito dei sacramenti e sostenuto dai discepoli, rende l’anima al Signore.

Alcuni dei miracoli di S. Benedetto dal racconto di S. Gregorio Magno
Miracolo del vaglio ricomposto. Durante la permanenza ad Affile, la nutrice di Benedetto chiese in prestito un setaccio, che accidentalmente si ruppe. Benedetto, viste le lacrime di dispiacere della donna, lo ricompose miracolosamente.
I monaci di Vicovaro, non acconsentendo alla severità della sua vita, cercarono di sbarazzarsi di s. Benedetto, servendogli una bevanda avvelenata. Il Santo tracciò il segno della croce sul calice, ed esso si spezzò  » come se fosse stato non già benedetto bensì colpito da un sasso ».
L’intervento miracoloso del corvo salva s. Benedetto dal pane avvelenato con cui il monaco Fiorenzo tentò di ucciderlo.
Un Goto, uomo semplice ed accanito lavoratore, occupato a liberare dai rovi un terreno sulla riva del lago, adopera con tanta forza la sua roncola che il ferro si stacca e cade nell’acqua profonda. Il Goto va da Mauro per accusarsi del suo errore. Mauro parla a s. Benedetto che avvicinandosi al lago prende il manico dell’utensile e lo avvicina all’acqua: la lama, per miracolo, si ricompone subito con il manico.
Un giorno il piccolo Placido, prendendo l’acqua dal lago, viene trascinato dalla corrente. Benedetto dalla sua cella assiste all’episodio ed ordina a Mauro di correre in aiuto del fanciullo. Una volta in salvo, Placido si rende conto del miracolo: nel venir trascinato fuori dall’acqua, egli vedeva, sul capo, la mantellina dell’abate ed « aveva l’impressione che fosse lui a tirarlo fuori ».
A Totila, re dei Goti, era giunta la notizia del dono della profezia di s. Benedetto e volle verificarla. Domandò di essere ricevuto da Benedetto. Ma venuto il giorno della visita mandò al suo posto lo scudiero Rigo, vestito di tutto punto dell’abbigliamento regale e attorniato da una scorta regale. Benedetto vedendo giungere Rigo, gli grida « Levati, figlio, levati quest’ abbigliamento che indossi senza che sia tuo ». Rigo riferisce tutto a Totila che si presenta di persona. S. Benedetto gli rimprovera la sua crudeltà e l’invita a rinunciarvi non prima di aver profetizzato: « Entrerai in Roma, passerai il mare, regnerai per nove anni e nel decimo morrai ». Così, in seguito, avvenne.
Due monaci peccano contro la Regola mangiando al di fuori del monastero. Al loro rientro s. Benedetto elenca loro tutto ciò che hanno mangiato e presso chi l’hanno fatto.
In tempi di carestia s. Benedetto precisa « Perchè il vostro animo si affligge per la mancanza di pane? Oggi, è vero, ce n’è poco, ma domani ne avrete in abbondanza ». Il giorno seguente, furono trovati davanti alla porta del monastero 200 moggi di farina.

21 giugno: San Luigi Gonzaga, Religioso

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21 giugno: San Luigi Gonzaga, Religioso

BIOGRAFIA
Luigi, figlio del duca di Mantova, è stato descritto come eccessivamente mite e dotato di scarso temperamento, eppure basta uno sguardo alla sua vita per convincersi del contrario. Nato il 19 marzo del 1568, fin dall’infanzia il padre lo educò alle armi, tanto che a 5 anni già indossava mini – corazza ed elmo con pennacchio. Ma a 10, del paggio del granduca di Toscana a Firenze, Luigi già aveva deciso che la sua strada era un’altra: quella che attraverso l’umiltà, il voto di castità e una vita dedicata al prossimo l’avrebbe condotto a Dio. A 12 anni ricevette la prima comunione da san Carlo Borromeo e decise di entrare nella compagnia di Gesù, ma per riuscire dovette sostenere due anni di lotte contro il padre – deluso e combattivo – dimostrando appieno la forza e l’intensità della sua volontà. Libero ormai di seguire Cristo rinunciò al titolo e all’eredità e si dedicò agli umili e agli ammalati, distinguendosi soprattutto durante l’epidemia di peste che colpì Roma nel 1590. In quell’occasione, trasportando sulle spalle un moribondo, rimase contagiato e morì, a soli 23 anni, nel 1591.

MARTIROLOGIO
Memoria di san Luigi Gonzaga, religioso, che, nato da stirpe di principi e a tutti noto per la sua purezza, lasciato al fratello il principato avito, si unì a Roma alla Compagnia di Gesù, ma, logorato nel fisico dall’assistenza da lui data agli appestati, andò ancor giovane incontro alla morte.

DAGLI SCRITTI…
Dalla «Lettera alla madre» di san Luigi Gonzaga.
Io invoco su di te, mia signora, il dono dello Spirito santo e consolazioni senza fine. Quando mi hanno portato la tua lettera, mi trovano ancora in questa regione di morti. Ma facciamoci animo e puntiamo le nostre aspirazioni verso il cielo, dove loderemo Dio eterno nella terra dei viventi. Per parte mia avrei desiderato di trovarmici da tempo e, sinceramente, speravo di partire per esso già prima d’ora. La carità consiste, come dice san Paolo, nel «rallegrarsi con quelli che sono nella gioia e nel piangere con quelli che sono nel pianto». Perciò, madre illustrissima, devi gioire grandemente perché, per merito tuo, Dio mi indica la vera felicità e mi libera dal timore di perderlo. Ti confiderò, o illustrissima signora, che meditando la bontà divina, mare senza fondo e senza confini, la mia mente si smarrisce. Non riesco a capacitarmi come il Signore guardi alla mia piccola e breve fatica e mi premi con il riposo eterno e dal cielo mi inviti a quella felicità che io fino ad ora ho cercato con negligenza e offra a me, che assai poche lacrime ho sparso per esso, quel tesoro che é il coronamento di grandi fatiche e pianto.
O illustrissima signora, guàrdati dall’offendere l’infinita bontà divina, piangendo come morto chi vive al cospetto di Dio e che con la sua intercessione può venire incontro alle tue necessità molto più che in questa vita. La separazione non sarà lunga. Ci rivedremo in cielo e insieme uniti all’autore della nostra salvezza godremo gioie immortali, lodandolo con tutta la capacità dell’anima e cantando senza fine le sue grazie. Egli ci toglie quello che prima ci aveva dato solo per riporlo in un luogo più sicuro e inviolabile e per ornarci di quei beni che noi stessi sceglieremmo.
Ho detto queste cose solo per obbedire al mio ardente desiderio che tu, o illustrissima signora, e tutta la famiglia, consideriate la mia partenza come un evento gioioso. E tu continua ad assistermi con la tua materna benedizione, mentre sono in mare verso il porto di tutte le mie speranze. Ho preferito scriverti perché niente mi é rimasto con cui manifestarti in modo più chiaro l’amore ed il rispetto che, come figlio, devo alla mia madre.

MARTEDÌ 4 OTTOBRE – SAN FRANCESCO D’ASSISI

MARTEDÌ 4 OTTOBRE – SAN FRANCESCO D’ASSISI

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura

Dalla lettera agli Efesini di san Paolo, apostolo 4, 1-24

A ciascuno è stata data la sua grazia, per edificare il corpo di Cristo
Fratelli, vi esorto io, il prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti.
A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo sta scritto: Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini (Sal 67, 19).
Ma che significa la parola «ascese», se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose.
E’ lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità.
Vi dico dunque e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani nella vanità della loro mente, accecati nei loro pensieri, estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro, e per la durezza del loro cuore. Diventati così insensibili, si sono abbandonati alla dissolutezza, commettendo ogni sorta di impurità con avidità insaziabile.
Ma voi non così avete imparato a conoscere Cristo, se proprio gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, per la quale dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici. Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera.

Responsorio   1 Cor 2,4.2
R. La mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, * ma sulla manifestazione dello spirito e della sua potenza.
V. Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocifisso,
R. ma sulla manifestazione dello spirito e della sua potenza.

Seconda Lettura
Dalla «Lettera a tutti i fedeli» di san Francesco d’Assisi
(Opuscoli, ed. Quaracchi 1949, 87-94)

Dobbiamo essere semplici, umili e puri
Il Padre altissimo fece annunziare dal suo arcangelo Gabriele alla santa e gloriosa Vergine Maria che il Verbo del Padre, così degno, così santo e così glorioso, sarebbe disceso dal cielo, e dal suo seno avrebbe ricevuto la vera carne della nostra umanità e fragilità. Egli, essendo oltremodo ricco, volle tuttavia scegliere, per sé e per la sua santissima Madre, la povertà.
All’approssimarsi della sua passione, celebrò la Pasqua con i suoi discepoli. Poi pregò il Padre dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice» (Mt 26, 39).
Pose tuttavia la sua volontà nella volontà del Padre. E la volontà del Padre fu che il suo Figlio benedetto e glorioso, dato per noi e nato per noi, offrisse se stesso nel proprio sangue come sacrificio e vittima sull’altare della croce. Non si offrì per se stesso, non ne aveva infatti bisogno lui, che aveva creato tutte le cose. Si offrì per i nostri peccati, lasciandoci l’esempio perché seguissimo le sue orme (cfr. 1 Pt 2, 21). E il Padre vuole che tutti ci salviamo per mezzo di lui e lo riceviamo con puro cuore e casto corpo.
O come sono beati e benedetti coloro che amano il Signore e ubbidiscono al suo Vangelo! E’ detto infatti: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore e con tutta la tua anima, e il prossimo tuo come te stesso» (Lc 10, 27). Amiamo dunque Dio e adoriamolo con cuore puro e pura mente, perché egli stesso questo ricerca sopra ogni cosa quando dice «I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4, 23). Dunque tutti quelli che l’adorano devono adorarlo in spirito e verità. Rivolgiamo a lui giorno e notte lodi e preghiere, perché dobbiamo sempre pregare e non stancarci mai (cfr. Lc 18, 1), e diciamogli: «Padre nostro, che sei nei cieli» (Mt 6, 9).
Facciamo inoltre «frutti degni di conversione» (Mt 3, 8) e amiamo il prossimo come noi stessi. Siamo caritatevoli, siamo umili, facciamo elemosine perché esse lavano le nostre anime dalle sozzure del peccato.
Gli uomini perdono tutto quello che lasciano in questo mondo. Portano con sé solo la mercede della carità e delle elemosine che hanno fatto. E’ il Signore che dà loro il premio e la ricompensa.
Non dobbiamo essere sapienti e prudenti secondo la carne, ma piuttosto semplici, umili e casti. Non dobbiamo mai desiderare di essere al di sopra degli altri, ma piuttosto servi e sottomessi a ogni umana creatura per amore del Signore. E su tutti coloro che avranno fatte tali cose e perseverato fino alla fine, riposerà lo Spirito del Signore. Egli porrà in essi la sua dimora ed abitazione. Saranno figli del Padre celeste perché ne compiono le opere. Saranno considerati come fossero per il Signore o sposa o fratello o madre
.

4 ottobre : San Francesco d’Assisi (Papa Benedetto)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2010/documents/hf_ben-xvi_aud_20100127_it.html


UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 27 gennaio 2010

San Francesco d’Assisi

Cari fratelli e sorelle,

in una recente catechesi, ho già illustrato il ruolo provvidenziale che l’Ordine dei Frati Minori e l’Ordine dei Frati Predicatori, fondati rispettivamente da san Francesco d’Assisi e da san Domenico da Guzman, ebbero nel rinnovamento della Chiesa del loro tempo. Oggi vorrei presentarvi la figura di Francesco, un autentico “gigante” della santità, che continua ad affascinare moltissime persone di ogni età e di ogni religione.
“Nacque al mondo un sole”. Con queste parole, nella Divina Commedia (Paradiso, Canto XI), il sommo poeta italiano Dante Alighieri allude alla nascita di Francesco, avvenuta alla fine del 1181 o agli inizi del 1182, ad Assisi. Appartenente a una ricca famiglia – il padre era commerciante di stoffe –, Francesco trascorse un’adolescenza e una giovinezza spensierate, coltivando gli ideali cavallereschi del tempo. A vent’anni prese parte ad una campagna militare, e fu fatto prigioniero. Si ammalò e fu liberato. Dopo il ritorno ad Assisi, cominciò in lui un lento processo di conversione spirituale, che lo portò ad abbandonare gradualmente lo stile di vita mondano, che aveva praticato fino ad allora. Risalgono a questo periodo i celebri episodi dell’incontro con il lebbroso, a cui Francesco, sceso da cavallo, donò il bacio della pace, e del messaggio del Crocifisso nella chiesetta di San Damiano. Per tre volte il Cristo in croce si animò, e gli disse: “Va’, Francesco, e ripara la mia Chiesa in rovina”. Questo semplice avvenimento della parola del Signore udita nella chiesa di S. Damiano nasconde un simbolismo profondo. Immediatamente san Francesco è chiamato a riparare questa chiesetta, ma lo stato rovinoso di questo edificio è simbolo della situazione drammatica e inquietante della Chiesa stessa in quel tempo, con una fede superficiale che non forma e non trasforma la vita, con un clero poco zelante, con il raffreddarsi dell’amore; una distruzione interiore della Chiesa che comporta anche una decomposizione dell’unità, con la nascita di movimenti ereticali. Tuttavia, in questa Chiesa in rovina sta nel centro il Crocifisso e parla: chiama al rinnovamento, chiama Francesco ad un lavoro manuale per riparare concretamente la chiesetta di san Damiano, simbolo della chiamata più profonda a rinnovare la Chiesa stessa di Cristo, con la sua radicalità di fede e con il suo entusiasmo di amore per Cristo. Questo avvenimento, accaduto probabilmente nel 1205, fa pensare ad un altro avvenimento simile verificatosi nel 1207: il sogno del Papa Innocenzo III. Questi vede in sogno che la Basilica di San Giovanni in Laterano, la chiesa madre di tutte le chiese, sta crollando e un religioso piccolo e insignificante puntella con le sue spalle la chiesa affinché non cada. E’ interessante notare, da una parte, che non è il Papa che dà l’aiuto affinché la chiesa non crolli, ma un piccolo e insignificante religioso, che il Papa riconosce in Francesco che Gli fa visita. Innocenzo III era un Papa potente, di grande cultura teologica, come pure di grande potere politico, tuttavia non è lui a rinnovare la Chiesa, ma il piccolo e insignificante religioso: è san Francesco, chiamato da Dio. Dall’altra parte, però, è importante notare che san Francesco non rinnova la Chiesa senza o contro il Papa, ma solo in comunione con lui. Le due realtà vanno insieme: il Successore di Pietro, i Vescovi, la Chiesa fondata sulla successione degli Apostoli e il carisma nuovo che lo Spirito Santo crea in questo momento per rinnovare la Chiesa. Insieme cresce il vero rinnovamento.
Ritorniamo alla vita di san Francesco. Poiché il padre Bernardone gli rimproverava troppa generosità verso i poveri, Francesco, dinanzi al Vescovo di Assisi, con un gesto simbolico si spogliò dei suoi abiti, intendendo così rinunciare all’eredità paterna: come nel momento della creazione, Francesco non ha niente, ma solo la vita che gli ha donato Dio, alle cui mani egli si consegna. Poi visse come un eremita, fino a quando, nel 1208, ebbe luogo un altro avvenimento fondamentale nell’itinerario della sua conversione. Ascoltando un brano del Vangelo di Matteo – il discorso di Gesù agli apostoli inviati in missione –, Francesco si sentì chiamato a vivere nella povertà e a dedicarsi alla predicazione. Altri compagni si associarono a lui, e nel 1209 si recò a Roma, per sottoporre al Papa Innocenzo III il progetto di una nuova forma di vita cristiana. Ricevette un’accoglienza paterna da quel grande Pontefice, che, illuminato dal Signore, intuì l’origine divina del movimento suscitato da Francesco. Il Poverello di Assisi aveva compreso che ogni carisma donato dallo Spirito Santo va posto a servizio del Corpo di Cristo, che è la Chiesa; pertanto agì sempre in piena comunione con l’autorità ecclesiastica. Nella vita dei santi non c’è contrasto tra carisma profetico e carisma di governo e, se qualche tensione viene a crearsi, essi sanno attendere con pazienza i tempi dello Spirito Santo.
In realtà, alcuni storici nell’Ottocento e anche nel secolo scorso hanno cercato di creare dietro il Francesco della tradizione, un cosiddetto Francesco storico, così come si cerca di creare dietro il Gesù dei Vangeli, un cosiddetto Gesù storico. Tale Francesco storico non sarebbe stato un uomo di Chiesa, ma un uomo collegato immediatamente solo a Cristo, un uomo che voleva creare un rinnovamento del popolo di Dio, senza forme canoniche e senza gerarchia. La verità è che san Francesco ha avuto realmente una relazione immediatissima con Gesù e con la parola di Dio, che voleva seguire sine glossa, così com’è, in tutta la sua radicalità e verità. E’ anche vero che inizialmente non aveva l’intenzione di creare un Ordine con le forme canoniche necessarie, ma, semplicemente, con la parola di Dio e la presenza del Signore, egli voleva rinnovare il popolo di Dio, convocarlo di nuovo all’ascolto della parola e all’obbedienza verbale con Cristo. Inoltre, sapeva che Cristo non è mai “mio”, ma è sempre “nostro”, che il Cristo non posso averlo “io” e ricostruire “io” contro la Chiesa, la sua volontà e il suo insegnamento, ma solo nella comunione della Chiesa costruita sulla successione degli Apostoli si rinnova anche l’obbedienza alla parola di Dio.
E’ anche vero che non aveva intenzione di creare un nuovo ordine, ma solamente rinnovare il popolo di Dio per il Signore che viene. Ma capì con sofferenza e con dolore che tutto deve avere il suo ordine, che anche il diritto della Chiesa è necessario per dar forma al rinnovamento e così realmente si inserì in modo totale, col cuore, nella comunione della Chiesa, con il Papa e con i Vescovi. Sapeva sempre che il centro della Chiesa è l’Eucaristia, dove il Corpo di Cristo e il suo Sangue diventano presenti. Tramite il Sacerdozio, l’Eucaristia è la Chiesa. Dove Sacerdozio e Cristo e comunione della Chiesa vanno insieme, solo qui abita anche la parola di Dio. Il vero Francesco storico è il Francesco della Chiesa e proprio in questo modo parla anche ai non credenti, ai credenti di altre confessioni e religioni.
Francesco e i suoi frati, sempre più numerosi, si stabilirono alla Porziuncola, o chiesa di Santa Maria degli Angeli, luogo sacro per eccellenza della spiritualità francescana. Anche Chiara, una giovane donna di Assisi, di nobile famiglia, si mise alla scuola di Francesco. Ebbe così origine il Secondo Ordine francescano, quello delle Clarisse, un’altra esperienza destinata a produrre frutti insigni di santità nella Chiesa.
Anche il successore di Innocenzo III, il Papa Onorio III, con la sua bolla Cum dilecti del 1218 sostenne il singolare sviluppo dei primi Frati Minori, che andavano aprendo le loro missioni in diversi paesi dell’Europa, e persino in Marocco. Nel 1219 Francesco ottenne il permesso di recarsi a parlare, in Egitto, con il sultano musulmano Melek-el-Kâmel, per predicare anche lì il Vangelo di Gesù. Desidero sottolineare questo episodio della vita di san Francesco, che ha una grande attualità. In un’epoca in cui era in atto uno scontro tra il Cristianesimo e l’Islam, Francesco, armato volutamente solo della sua fede e della sua mitezza personale, percorse con efficacia la via del dialogo. Le cronache ci parlano di un’accoglienza benevola e cordiale ricevuta dal sultano musulmano. È un modello al quale anche oggi dovrebbero ispirarsi i rapporti tra cristiani e musulmani: promuovere un dialogo nella verità, nel rispetto reciproco e nella mutua comprensione (cfr Nostra Aetate, 3). Sembra poi che nel 1220 Francesco abbia visitato la Terra Santa, gettando così un seme, che avrebbe portato molto frutto: i suoi figli spirituali, infatti, fecero dei Luoghi in cui visse Gesù un ambito privilegiato della loro missione. Con gratitudine penso oggi ai grandi meriti della Custodia francescana di Terra Santa.
Rientrato in Italia, Francesco consegnò il governo dell’Ordine al suo vicario, fra Pietro Cattani, mentre il Papa affidò alla protezione del Cardinal Ugolino, il futuro Sommo Pontefice Gregorio IX, l’Ordine, che raccoglieva sempre più aderenti. Da parte sua il Fondatore, tutto dedito alla predicazione che svolgeva con grande successo, redasse una Regola, poi approvata dal Papa.
Nel 1224, nell’eremo della Verna, Francesco vede il Crocifisso nella forma di un serafino e dall’incontro con il serafino crocifisso, ricevette le stimmate; egli diventa così uno col Cristo crocifisso: un dono, quindi, che esprime la sua intima identificazione col Signore.
La morte di Francesco – il suo transitus – avvenne la sera del 3 ottobre 1226, alla Porziuncola. Dopo aver benedetto i suoi figli spirituali, egli morì, disteso sulla nuda terra. Due anni più tardi il Papa Gregorio IX lo iscrisse nell’albo dei santi. Poco tempo dopo, una grande basilica in suo onore veniva innalzata ad Assisi, meta ancor oggi di moltissimi pellegrini, che possono venerare la tomba del santo e godere la visione degli affreschi di Giotto, pittore che ha illustrato in modo magnifico la vita di Francesco.
È stato detto che Francesco rappresenta un alter Christus, era veramente un’icona viva di Cristo. Egli fu chiamato anche “il fratello di Gesù”. In effetti, questo era il suo ideale: essere come Gesù; contemplare il Cristo del Vangelo, amarlo intensamente, imitarne le virtù. In particolare, egli ha voluto dare un valore fondamentale alla povertà interiore ed esteriore, insegnandola anche ai suoi figli spirituali. La prima beatitudine del Discorso della Montagna – Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3) – ha trovato una luminosa realizzazione nella vita e nelle parole di san Francesco. Davvero, cari amici, i santi sono i migliori interpreti della Bibbia; essi, incarnando nella loro vita la Parola di Dio, la rendono più che mai attraente, così che parla realmente con noi. La testimonianza di Francesco, che ha amato la povertà per seguire Cristo con dedizione e libertà totali, continua ad essere anche per noi un invito a coltivare la povertà interiore per crescere nella fiducia in Dio, unendo anche uno stile di vita sobrio e un distacco dai beni materiali.
In Francesco l’amore per Cristo si espresse in modo speciale nell’adorazione del Santissimo Sacramento dell’Eucaristia. Nelle Fonti francescane si leggono espressioni commoventi, come questa: “Tutta l’umanità tema, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, vi è Cristo, il Figlio del Dio vivente. O favore stupendo! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi per la nostra salvezza, sotto una modica forma di pane” (Francesco di Assisi, Scritti, Editrici Francescane, Padova 2002, 401).
In quest’anno sacerdotale, mi piace pure ricordare una raccomandazione rivolta da Francesco ai sacerdoti: “Quando vorranno celebrare la Messa, puri in modo puro, facciano con riverenza il vero sacrificio del santissimo Corpo e Sangue del Signore nostro Gesù Cristo” (Francesco di Assisi, Scritti, 399). Francesco mostrava sempre una grande deferenza verso i sacerdoti, e raccomandava di rispettarli sempre, anche nel caso in cui fossero personalmente poco degni. Portava come motivazione di questo profondo rispetto il fatto che essi hanno ricevuto il dono di consacrare l’Eucaristia. Cari fratelli nel sacerdozio, non dimentichiamo mai questo insegnamento: la santità dell’Eucaristia ci chiede di essere puri, di vivere in modo coerente con il Mistero che celebriamo.
Dall’amore per Cristo nasce l’amore verso le persone e anche verso tutte le creature di Dio. Ecco un altro tratto caratteristico della spiritualità di Francesco: il senso della fraternità universale e l’amore per il creato, che gli ispirò il celebre Cantico delle creature. È un messaggio molto attuale. Come ho ricordato nella mia recente Enciclica Caritas in veritate, è sostenibile solo uno sviluppo che rispetti la creazione e che non danneggi l’ambiente (cfr nn. 48-52), e nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno ho sottolineato che anche la costruzione di una pace solida è legata al rispetto del creato. Francesco ci ricorda che nella creazione si dispiega la sapienza e la benevolenza del Creatore. La natura è da lui intesa proprio come un linguaggio nel quale Dio parla con noi, nel quale la realtà diventa trasparente e possiamo noi parlare di Dio e con Dio.
Cari amici, Francesco è stato un grande santo e un uomo gioioso. La sua semplicità, la sua umiltà, la sua fede, il suo amore per Cristo, la sua bontà verso ogni uomo e ogni donna l’hanno reso lieto in ogni situazione. Infatti, tra la santità e la gioia sussiste un intimo e indissolubile rapporto. Uno scrittore francese ha detto che al mondo vi è una sola tristezza: quella di non essere santi, cioè di non essere vicini a Dio. Guardando alla testimonianza di san Francesco, comprendiamo che è questo il segreto della vera felicità: diventare santi, vicini a Dio!
Ci ottenga la Vergine, teneramente amata da Francesco, questo dono. Ci affidiamo a Lei con le parole stesse del Poverello di Assisi: “Santa Maria Vergine, non vi è alcuna simile a te nata nel mondo tra le donne, figlia e ancella dell’altissimo Re e Padre celeste, Madre del santissimo Signor nostro Gesù Cristo, sposa dello Spirito Santo: prega per noi… presso il tuo santissimo diletto Figlio, Signore e Maestro” (Francesco di Assisi, Scritti, 163).

cuori e le menti, affinché non si ripetano più tali tragedie!

domenica 31 luglio: S.Ignazio di Loyola

dal sito:

http://www.moscati.it/Italiano/Ignazio.html

S.Ignazio di Loyola

fondatore della Compagnia di Gesù

Gaetano Iannaccone s.j.

INDICE:
Sua vita nel mondo — Conversione — Monserrato e Manresa — Gli Esercizi Spirituali
Alcalà, Salamanca, Parigi — Montmartre — Venezia e Roma — Una scuola per i poveri
Missioni vicine e lontane — Generale dei Gesuiti — La morte di un Santo

La liturgia così ci presenta S.Ignazio di Loyola nel giorno della sua festa (31 luglio): « Ferito all’assedio di Pamplona (1521) maturò nella lettura della vita di Cristo la decisione di passare dal servizio militare alla sequela del Signore. Fondò a Montmartre (Parigi) nel 1534 la Compagnia di Gesù (Gesuiti) per la maggior gloria di Dio e a servizio della Chiesa, in obbedienza totale al successore di Pietro.
La sua esperienza spirituale è espressa negli Esercizi spirituali da lui composti a Manresa (1523), che divennero una classica guida per l’itinerario spirituale. Promosse la catechesi e l’apostolato missionario ed ebbe tra i suoi discepoli Francesco Saverio ».

Sua vita nel mondo
Iñigo Lopez de Loyola – tale il suo nome originario, che egli cambiò in Ignazio dopo la sua conversione – nacque, ultimo di 13 figli, nel 1491, nel castello di Loyola, nella Terra dei Baschi della Spagna settentrionale. Ricevette l’educazione cavalleresca propria del suo ceto. NeI 1517 entrò a servizio del Viceré di Navarra. Amava l’avventura e infervorava la sua mente leggendo romanzi cavallereschi.
Quando nel 1521 scoppiò la guerra tra Francesco I di Francia e il giovane Imperatore di Spagna Carlo V, i Francesi entrarono in territorio spagnolo e marciarono alla conquista della città di Pamplona. Ignazio era lì a difenderla; ma il 20 maggio una palla di cannone nemico lo raggiunse, gli sfracellò la gamba destra e gli ferì anche la sinistra. Alla caduta del loro capitano i soldati spagnoli si arresero. I francesi raccolsero Ignazio e lo mandarono al suo castello a Loyola.
Arduo fu il compito del chirurgo nel riassettargli le gambe, e alla fine – temendo di restare zoppo – Ignazio si sottomise a un secondo intervento di « stiramento » della gamba. Ma tutte le cure e i tormenti non gli valsero a impedirgli di zoppicare per il resto della sua vita.

Conversione
Durante la lunga convalescenza cercò distrazione nella lettura dei suoi romanzi preferiti di cavalleria, ma per quanto si cercasse, non se ne trovò uno in tutto il castello! Gli furono invece dati due altri libri: la « Legenda aurea » di Jacopo da Varagine, cioè una raccolta di vite di santi; e la « Vita Christi » di Ludolfo di Sassonia. Cominciò a leggerli. La lettura della Passione del Signore lo commuoveva, mentre la lettura delle imprese dei santi lo entusiasmava.
Cominciò a chiedersi: « Perché non potrei fare anch’io quello che hanno fatto per il Signore uomini santi come Francesco d’Assisi e Domenico di Guzman? ».
La Grazia lo aveva finalmente raggiunto, ma le vanità terrene lo attiravano dalla loro parte. Fu un duro combattimento, il suo. Alla fine si raccomandò alla Vergine e, liberato dall’oppressione della carne, si arrese completamente a Dio.
Guarito, Ignazio lasciò Loyola e si diresse a Monserrato, nella Catalogna, al santuario della Madonna Nera. Qui volle trascorrere tutta la notte in preghiera. Al mattino depose la spada e il pugnale all’altare della Vergine, e al loro posto si fornì d’un bastone da pellegrino. Fece una lunga preparazione e una dettagliata confessione della sua vita al maestro dei novizi dei Benedettini, poi, cambiati i suoi abiti con il vestito grezzo del penitente, si diresse a Manresa, a meditare e far penitenza.
Cominciò a digiunare e autoflagellarsi. Ma presto si accorse che queste mortificazioni non gli giovavano per la serenità dello spirito. Capì così le insidie dello spirito maligno e imparò a sue spese la necessità della direzione spirituale e l’importanza della « giusta misura » in tutte le cose. Si dette pure ad opere di carità per il popolo, insegnando le vie del Signore ai bambini e ai « rozzi ». Dalle sue vicissitudini a Manresa nasceranno i suoi famosi Esercizi Spirituali, che tanto bene hanno fatto e continuano a fare nella vita spirituale di milioni di persone.

Gli Esercizi Spirituali
Il libretto ignaziano che porta questo titolo fu ufficialmente approvato dalla Santa Sede soltanto nel 1548. Il cammino spirituale degli Esercizi viene fatto in quattro tappe, che vogliono aiutare l’esercitante a « vincere se stesso e mettere ordine nella propria vita, senza lasciarsi influenzare nelle sue scelte da passioni disordinate ».
Occorre anzitutto riconoscere « le deformità » della propria vita a causa del peccato, e mediante la meditazione delle verità eterne (morte, giudizio e dannazione eterna) scuotersi di dosso il giogo del peccato e rifarsi una nuova vita morale (Prima tappa).
Poi, mediante la contemplazione di Cristo, venuto al mondo per piantarvi il Regno di Dio mediante la potenza del suo Spirito, cercare come donarsi completamente a Lui, per condividerne la missione apostolica (Seconda tappa).
Per contrastare poi le insidie di Satana, che cerca d’impedire la realizzazione dei più belli e nobili ideali, è necessario « consolidarsi » nella decisione presa, contemplando Gesù che fu obbediente fino alla morte di Croce, per la gloria del Padre e la salvezza dei fratelli (Terza tappa).
Infine, la prospettiva della partecipazione alla gloria del Cristo Risorto riempie di gioia il cuore dell’esercitante, che esce dagli Esercizi radicalmente « trasformato ». Gli Esercizi terminano con una contemplazione caratteristica ignaziana per ottenere da Dio l’amore più puro e più ardente. Le ultime aspirazioni del cuore di chi esce dagli Esercizi sono: « Prendi tutto, o Signore… Dammi soltanto il tuo amore e la tua grazia: questo mi basta ».
E bene ricordare che gli Esercizi vanno fatti e non semplicemente letti. Senza una guida ci si troverebbe presto smarriti in un groviglio di strade senza sbocco!
Nota: Su questo argomento vedi anche: « Gli Esercizi Spirituali di S.Ignazio di Loyola », dello stesso autore.

Alcalà, Salamanca, Parigi
Per prepararsi al lavoro apostolico, Ignazio riprese ad Alcalà gli studi interrotti, cominciando dal latino, senza però smettere di dare gli Esercizi. L’inquisizione ne venne a conoscenza e, sospettando Ignazio di eresia, lo mise in prigione. Liberato, passò a Salamanca. Qui si ripeté il sospetto e, di conseguenza, la condanna al carcere. Gli fu ingiunto di non predicare gli Esercizi senza aver prima studiato teologia. Fu così che s’indusse a lasciare la Spagna e trasferirsi a Parigi.
Qui, presso il Collegio di Santa Barbara, condivise la stanza con altri due studenti: Francesco Saverio (spagnolo come lui) e Pietro Favre (proveniente dalla Savoia). Con Pietro si trovò subito in perfetta armonia di spirito, mentre col Saverio non fu facile intendersi, avendo questi molte ambizioni di guadagno e carriera.
Ignazio spesso gli ricordava la vanità delle cose terrene, secondo il detto evangelico: « Che cosa giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la sua stessa anima? ». Alla fine Saverio comprese: rinunciò a una sicura prebenda ecclesiastica, si mise alla scuola di Ignazio, con lui fondò la Compagnia, e divenne poi il grande apostolo dell’India e dell’Oriente.

Montmartre
Ignazio aveva un segreto progetto, che presto comunicò ai suoi due amici: consacrarsi all’apostolato nella terra del Signore, la Palestina, e se ciò non fosse possibile, offrirsi al Santo Padre perché disponesse di loro a suo piacimento. L’idea piacque, e a loro si unirono altri quattro studenti: Diego Laynez, Simone Rodrigues, Alfonso Salmeròn e Nicola Bobadilla.
Decisero di formare un gruppo di « Compagni di Gesù ». Il 15 agosto 1534 salirono alla Cappella di Montmartre per consacrarsi a Dio. Il Favre, ch’era già sacerdote, celebrò la S.Messa, durante la quale tutti promisero con voto di realizzare in castità e povertà quanto intendevano fare. Quel giorno, possiamo dire, nacque la Compagnia di Gesù.

Venezia e Roma
Terminati gli studi e ordinati sacerdoti, si diedero appuntamento a Venezia, in attesa della partenza per l’Oriente. Purtroppo, proprio in quel 1537 si riaccese la guerra tra la « Serenissima » e il vicino Oriente, e la partenza fu rimandata « sine die ». Misero allora in atto la seconda parte del voto: andare a Roma e offrirsi come « preti rinnovati » al Papa.
Ignazio, Laynez e Favre precedettero gli altri. Alle porte di Roma accadde un fatto straordinario, a cui Ignazio annesse sempre grande valore. Entrati a pregare in una Cappella detta La Storta, Ignazio ebbe una visione, in cui contemplò Gesù che portava la Croce con Dio Padre al suo fianco. « Voglio che ci serviate », disse Gesù. il Padre aggiunse: « Vi sarò propizio a Roma »; e Ignazio fu posto a fianco di Gesù.
Usciti dalla preghiera, Ignazio disse ai compagni: « Non so che cosa ci attende a Roma, se la persecuzione o la morte ». E narrò loro la visione. A Roma il Papa li accolse bene, si fece dar prova della saldezza della loro fede e dottrina cattolica e dette loro il permesso di predicare e celebrare i sacramenti.
Ignazio ricordava spesso al Papa il voto di andare in Terra santa. Ma un giorno il Papa stesso gli disse: « Roma può essere benissimo la vostra Gerusalemme, visto il bene che fate e il grave bisogno della città ». Queste parole misero fine al sogno di Ignazio.

Una scuola per i poveri
I Compagni si dispersero per varie città e insegnavano ai « rudi », alla povera gente, le verità basilari della fede. A quei tempi molti ragazzi crescevano senza istruzione per mancanza di mezzi, per cui Ignazio fece apporre un avviso dove egli abitava: « Scuola gratuita ».
Una « novità » che gli darà non poche seccature, da parte di altri « interessati » al guadagno. Fu l’inizio d’una serie interminabile di Scuole e Collegi che copriranno l’italia e l’Europa e daranno lustro alla cosiddetta « Scuola dei Gesuiti ».

Missioni vicine e lontane
A Roma e nelle altre città i Compagni insegnavano, predicavano, si prendevano cura degli ortani, dei poveri, dei malati negli ospedali. Ignazio pensò anche a recuperare uomini e donne dalla prostituzione.
All’estero, Ignazio si preoccupava molto per l’eresia in Germania. Vi mandò il Favre, che vi spese le migliori energie, fino a morire sulla breccia dopo pochi anni. Vi mandò pure un uomo coltissimo e zelante, il Canisio, che tenne fronte al luteranesimo, riuscendo a salvare metà della Germania dall’invadente eresia.
NeI 1540 fu fatta richiesta al Papa, da parte del re del Portogallo, di mandare missionari in India. All’ambasciatore interessato, il Papa rispose: « Rivolgetevi a Ignazio ». E Ignazio sacrificò il suo figlio più caro, Francesco Saverio, segno del suo ardore di salvare tutti.

Generale dei Gesuiti
Approvata la Compagnia di Gesù da Paolo III il 27 settembre 1540, si pensò subito all’elezione del Generale. Saverio lasciò il suo voto in iscritto prima di salpare per l’india. Tutti, eccetto Ignazio, votarono per il Fondatore. Dietro le reiterate insistenze di tutti i compagni, Ignazio finalmente accettò l’incarico, che per comune decisione, doveva essere a vita!
Primo suo compito fu quello di scrivere le Costituzioni del nuovo Ordine, il cui nome era – e doveva rimanere – « Compagnia di Gesù », il cui spirito animatore doveva essere quello degli Esercizi spirituali: la maggior gloria di Dio (AMDG: « Ad maiorem Dei gloriam ») e il maggior servizio delle anime.
Quanto alla parte pratica riguardante la vita religiosa, ignazio non ebbe fretta, volendo egli stesso imparare dall’esperienza. E così la parola « fine » non arrivò mai, pensando sempre a qualche novità da aggiungere o cambiare. Le Costituzioni furono perciò pubblicate postume, e senza conclusione.
Il nuovo stile libero di vita religiosa non piacque a tutti nella chiesa. Lo stesso Cardinale Carafa, cofondatore dei Teatini (insieme a S.Gaetano Thiene) ripeteva: « Ma che religiosi siete se non avete neppure il canto e la preghiera corale’? ». E fatto papa col nome di Paolo IV, si astenne dall’intervenire finché visse Ignazio. Poi introdusse la preghiera corale anche tra i Gesuiti. La quale però fu tolta dal suo successore, e si tornò allo stile voluto da Ignazio.

La morte di un Santo
Ignazio soffriva da tempo di gravi disturbi all’apparato digerente, ma i medici non diagnosticarono mai l’origine del suo malessere. Solo dopo la sua morte gli furono scoperti tre grossi calcoli nel fegato. Eppure il santo non smise mai di lavorare, nonostante i laucinanti dolori.
Quando finalmente fu costretto a letto, ridotto in fin di vita, chiese gli ultimi sacramenti. Chiesto il parere del medico curante, il segretario P.Polanco disse a Ignazio di non esserci urgenza.
L’ultima notte, Ignazio, sentendo approssimarsi la fine, pregò il Polanco di recarsi dal S.Padre (Paolo IV) e chiedergli la benedizione « in articulo mortis « . Di nuovo il Polanco si consultò col medico, che rispose la morte non essere imminente. E tutto fu rimandato al giorno dopo.
Ma all’alba del nuovo giorno, 31 luglio 1556, Ignazio entrò in agonia. Polanco, avvisato, si affrettò al palazzo del Papa, che dette di cuore la sua benedizione per il morente. Polanco tornò di corsa a casa, ma quando vi giunse Ignazio era già spirato.
La notizia si sparse subito per tutta Roma: « E’ morto il santo! », si ripeteva ovunque. Sì, Ignazio era morto da santo, nel dolore e nella solitudine, abbandonato al volere totale del suo Dio, secondo le parole della sua preghiera di offerta: « Prendi, o Signore, e accetta tutta la mia libertà, la memoria, l’intelletto e ogni mia volontà… »
L’offerta era stata davvero totale fino a quest’ultimo, in cui non nessuno dei suoi figli era accanto al suo letto, eccetto il religioso che lo aveva vegliato per la notte.
Ignazio fu canonizzato il 12 marzo del 1622 insieme a S.Francesco Saverio, S.Filippo Neri, S.Teresa d’Avila e S.Isidoro il contadino. Di lui fu detto: « Aveva il cuore più grande del mondo ».

La vita: Dio si é « immischiato » con noi (Abramo alla quercia di Mamre)

dal sito:

http://www.tracce.it/?id=338&id_n=5028&pagina=4

PAROLA TRA NOI

La vita: Dio si é « immischiato » con noi

(Abramo alla quercia di Mamre)

Luigi Giussani

Appunti da una conversazione di Luigi Giussani nella casa di Noviziato delle Piccole Sorelle dell’Assunzione, divenute nel 1993 Suore di carità dell’Assunzione
Roma, 10 marzo 1970

1. « Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: « Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo ». Quelli dissero: « Fa’ pure come hai detto ». Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: « Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce ». All’armento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentr’egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono. Poi gli dissero: « Dov’è Sara, tua moglie? ». Rispose: « È là nella tenda ». Il Signore riprese: « Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio ». Intanto Sara stava ad ascoltare all’ingresso della tenda ed era dietro di lui. Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. Allora Sara rise dentro di sé e disse: « Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio! ». Ma il Signore disse ad Abramo: « Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? C’è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio ». Allora Sara negò: « Non ho riso! », perché aveva paura; ma quegli disse: « Sì, hai proprio riso »" (Gen 18, 1-15).

Questa prima rivelazione piena di ombre – ma già così piena di luce per noi cui la spiegazione, la parola definitiva è stata detta – del mistero della SS. Trinità è forse la pagina dell’Antico Testamento che ci commuove di più, se noi la guardiamo in faccia, se noi ci mettiamo a meditarla: è la pagina dell’Antico Testamento che ci commuove di più nel vedere quello che Dio è diventato per l’uomo.
Dio si introduce nella vita dell’uomo, e vi si inserisce con la familiarità di un dialogo, di una cena: l’essere servito dall’uomo. Guardiamo, contempliamo – queste pagine non si possono capire, se non guardandole con gli occhi, a lungo, cioè contemplandole – la figura di Abramo: « Prese del burro e del latte… e stava ritto presso di loro ». Preghiamo Dio che faccia rivivere in noi tutta questa commozione ed emozione, tutta questa vigilanza piena di umiltà e di premura. Immaginiamo Abramo, lì, teso verso quei tre personaggi che erano Uno (notate questo continuo passaggio, dal singolare al plurale e viceversa, pieno di mistero); proviamo a pensare alla faccia con cui Abramo era là, teso a servirli, teso in disponibilità verso di loro, pensiamo a come l’animo, la coscienza, il cuore di Abramo doveva essere tutto come una luce; una luce non definita, perché era come un grande albore che si faceva, nella storia dell’umanità, dentro l’anima, attraverso l’anima di Abramo, giacché questo è il luogo dove il senso di tutta la storia del mondo, il senso della esistenza di ogni uomo, trova la sua comunicazione: incomincia a comunicarsi l’avvenimento con cui Dio diventa fattore dentro la nostra vita, dentro la vita dell’uomo, con cui Dio diventa come uno di noi, uno di noi, come noi.
Qui è ancora l’ombra della profezia, il primo albore, è il primo accenno; ma il valore della vita e del singolo, il valore della storia, sta in questo avvenimento. È un avvenimento ciò da cui possiamo trarre il motivo della nostra sicurezza, del nostro agire, il movente delle nostre azioni, la contentezza di noi stessi, la certezza per cui camminare: non è tanto una riflessione sul mondo, una analisi delle situazioni, ciò da cui trarre le nostre direttive, ma è lo stupore di questo avvenimento – che Dio si è « immischiato » con noi -, è lo stupore di questo avvenimento, la contemplazione di questo avvenimento. Lo stupore di questo avvenimento è l’inizio della nostra rinascita, della nostra vita. È la contemplazione di questo avvenimento il luogo dove si delineano le direttive del nostro agire.
Questo avvenimento ha dentro una definitività inesorabile, ha dentro un che di duro e inesorabile: quando Sara ha riso, Jahve l’ha osservata, l’ha rimproverata, ma non per questo ha modificato il significato della sua presenza, del suo piano. Per il fatto che Sara ha riso, egli non modifica il suo piano: « C’è forse qualcosa di troppo grande per Jahve? Al tempo fissato tornerò e Sara avrà un figlio ». Tutto quanto l’Antico Testamento, la meravigliosa storia del popolo ebraico, è questo miracolo nella storia di tutta l’umanità. Tutta la storia del popolo ebraico è lo svolgersi dello stupore di questa Alleanza; di questa « Alleanza » – questo è il termine esatto – di Dio con l’uomo. Alleanza vuol dire che Dio si unisce all’uomo, che gli si unisce proprio come avvenimento della sua vita.
Tutta la storia del popolo ebraico è lo svolgersi della consapevolezza di questa Alleanza, « fila » tutta sul filo di questa Alleanza, e reca dentro di sé, continuamente, il cedimento alla tentazione dell’incertezza, alla tentazione di far scivolare la sua certezza, o meglio, i criteri dei suoi giudizi sulle sue misure. Sara che ride: « Ma devo diventare madre adesso che sono vecchia? È impossibile, è ridicolo ». Di fronte a Dio, che si è introdotto attraverso l’Alleanza con esso, il popolo di Israele è come, per così dire, sempre diviso fra la figura di Abramo e di Sara, fra lo stupore attento, devoto, obbediente di Abramo e il riso di Sara, il riso incredulo di Sara. Ma Dio è fedele.
Dio rimprovera il popolo di Israele per quel suo continuo scivolare a riporre le sue speranze nelle sue misure, nei suoi idoli, nelle sue costruzioni, nelle « alture », come dice continuamente la Bibbia, « sui templi fatti per gli dei creati da lui », cioè nelle sue azioni. Dio rimprovera continuamente il popolo di Israele del suo scivolare a riporre la sua speranza, la sua stima, nelle azioni che esso compie, in quello che esso crea, nei suoi programmi, fatti sempre sulla misura della sua fantasia e della sua immaginazione, mentre Dio è incommensurabile con quelle immaginazioni, Jahve è infinitamente più grande.
« La tua speranza sono Io », Io che ti parlo; non in senso astratto – il Dio che non si è rivelato -, ma Io che mi rivelo a te. La tua speranza è poggiata sull’avvenimento in cui Io mi rivelo a te, in cui Io sto con te, la tua speranza è su questo avvenimento. Tutta la tua storia tu la devi concepire in funzione di questo avvenimento e i criteri, dunque, delle tue azioni sono da pescare in questo avvenimento, non in altro. Non devi essere adultero (come diranno sempre i profeti), introdurre i tuoi idoli, le tue misure, di qualunque natura siano.
Rimprovera Israele, Dio, ma non viene meno all’avvenimento; il suo avvenimento non viene meno: « Ripasserò da te fra un anno e Sara avrà un figlio ». Bisogna leggere Deuteronomio 32, 1-52, che è una delle più belle espressioni sintetiche di tutta questa dialettica fra il popolo e Dio. Ingrassato dai favori di Dio, Israele recalcitra, cercando i propri sentieri, stimando (perché questo è il problema primo, radicale: la stima che nasce dal giudizio ultimo che si porta sulle cose) altro che non l’avvenimento di Dio; la stima di Israele si porta su altro. Dio lo rimprovera, però sempre dice: « Ma io non ritiro la mia parola ». Dio è fedele, perché è giusto. La giustizia è la coerenza di Dio con il suo disegno. Così, per chi è stato chiamato da Dio, la giustizia è la coerenza al suo disegno o, meglio, è la coerenza del disegno di Dio a noi stessi, e quindi è la coerenza della nostra adesione ad esso. La giustizia è solo questo. Altrimenti il 22° capitolo del Genesi (il sacrificio di Isacco) non avrebbe nessun senso.

2. Ma dopo il capitolo 18 del Genesi dovremmo leggere gli ultimi capitoli del Vangelo di Giovanni, dal 14 al 17, specialmente il 15. Che differenza grandiosa e nello stesso tempo che continuità, che continuità profonda, fra l’Abramo e la Trinità sotto la quercia di Mamre e Gesù che non chiama più gli uomini « servi », ma « amici », perché tutto quello che egli è lo ha dato a loro, lo ha comunicato a loro! Che continuità profonda, ma nello stesso tempo che differenza abissale: come è maturata la cosa, come è compiuta! Qui è proprio compiuta, più di così si muore. Nessuno ama tanto gli amici più di chi dà la vita per i propri amici: più di così non è possibile.
Forse, il concetto che tirerà fuori san Paolo ci farà capire che più di così è impossibile: « Voi siete me e io sono voi », il corpo mistico di Cristo, carne della sua carne e ossa delle sue ossa (cfr. Ef 5, 29-32). Ma lo dice anche il Vangelo di Giovanni: « Io sono la vite e voi siete i tralci, chi rimane in me ed io in lui porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla » (Gv 15,5): senza questo avvenimento non siete più nulla. Gli altri uomini possono illudersi ancora ponendo le loro speranze nelle loro azioni, nei loro programmi. Ma voi non potete più neanche fare questo, perché chi è segnato, nel suo essere, dal coinvolgimento di Dio con lui, chi è segnato dal segno di Cristo risorto, chi è segnato dal segno definitivo, chi ha dentro di sé il seme della resurrezione finale, l’inizio della fine del mondo, come è il cristiano (che ha già dentro di sé il seme della salvezza finale, perché ha dentro di sé, nella sua carne, nelle sue ossa, Cristo risorto), non può più neanche illudersi: il dimenticare quello è un tradimento tale che subito si trova vuoto e la sua irrequietezza è molto più patologica della irrequietezza che ha dentro l’uomo del mondo. Tutta la sua azione si riduce a questa irrequietezza e a questa verità: « Senza di me non potete fare nulla ». Questo è il nostro valore, questo è il valore della nostra faccia, il contenuto della nostra persona.

3. Ora, tutte le azioni esprimono quello che siamo. Perciò, questo è il motivo, il movente, il criterio, e questo è l’annuncio, il messaggio di ogni nostra azione: ciò che lui è per noi, non perché siamo capaci di fare qualche cosa da soli, come diceva san Paolo, non per le opere di giustizia che noi facciamo, ma per la misericordia con cui ci ha trattati. Per questo noi valiamo e questo è il nostro compito nel mondo: siamo stati scelti a portare questa misericordia; non innanzitutto come parola, se non come espressione della coscienza che abbiamo di noi stessi. Testimoniamo questa misericordia nella misura in cui portiamo coscienza che la nostra sostanza è lui (« omnia in ipso constant », dice san Paolo). Pensiamo al primo capitolo del Vangelo di Giovanni. La sostanza di tutte le cose è Lui; ma noi siamo coloro, tra gli uomini, che sono stati scelti a capire queste cose definitive già da ora, nel tempo; siamo stati fatti parte del suo mistero, perciò questa realtà definitiva delle cose a noi è già nota. Ed è questo il compito: che portiamo questa notizia agli altri: « Andate per tutto il mondo e predicate questo evangelo, questo annuncio a tutte le creature ».
Allora, tutti gli spunti attraverso cui Dio ci sollecita, tutti i rapporti in cui Dio ci impegna, altro non sono che i sentieri di Dio per questo nostro annuncio. È esattamente questo il concetto di « povertà », che costituisce il sentimento proprio e fondamentale del cristiano.
Là dove la persona è cristiana, cioè vive con la coscienza che la sua consistenza è un Altro (un Altro in essa: « Il mio vivere è Cristo »), con la coscienza che la sua consistenza, la consistenza dell’avvenimento del suo esistere, è l’esistere in essa di un altro, è l’avvenimento di Cristo che le si comunica attraverso il lungo mistero suo nel mondo, attraverso il mistero della Chiesa, corpo mistico di Cristo, il sentimento che domina la vita è la povertà. Là dove una persona vive questa coscienza, vive se stessa con questa autocoscienza – il contenuto della nostra autocoscienza è il suo mistero in noi: « Per me vivere è Cristo »; tanto è vero che il nostro nome più profondo non è il nostro nome e cognome, ma il suo: « cristiano » -, allora il sentimento della vita, il sentimento che determina l’atteggiamento della vita, la moralità (perché « moralità » vuol dire: atteggiamento da cui si genera l’azione, da cui nasce l’azione, che determina l’azione), l’atteggiamento fondamentale è la povertà.
Questa povertà è definita in un modo mirabile ed esistenziale da san Paolo, nella Seconda Lettera ai Corinti, capitoli 5 e 6. « Tutto questo viene da Dio… Vi esortiamo altresì a non ricevere invano la grazia di Dio ». Cos’è questa grazia? È l’avvenimento di Cristo, « egli infatti dice: al momento favorevole ti ho esaudito, nel giorno della salvezza ti ho soccorso; ecco ora è il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza ». Ma c’è un altro pezzo di san Paolo, della Prima Lettera ai Corinti, al capitolo 7, in cui questa povertà è definita in modo ancora più chiaro: « Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero… ». Questo « come se » è veramente la formula della povertà cristiana. Il brano della Seconda Lettera ai Corinti è come il riflesso psicologico del brano della Prima, che descrive invece l’atteggiamento morale. Anzi, esso indica il livello ontologico di cui quello che abbiamo letto prima è il riverbero psicologico. Il primo brano indica la libertà, la sicurezza libera, la gioia, la pace (la vera parola è « pace », la parola che ha usato Cristo) con cui vive il cristiano. Questo secondo, invece, indica il distacco, la povertà, nella sua origine. Tendendo l’occhio al termine della nostra fede, a Cristo, a Cristo che ritorna, è come se scivolasse via tutto quello che uno fa, perché tutto quello che uno fa è un passo solo verso Cristo che ritorna. Siamo – questa è la povertà dell’uomo cristiano – come tesi fra una grazia che ci origina, nel senso letterale della parola, che ci fa nascere (vedi Nicodemo), che ci dà un essere nuovo, e la manifestazione di questo essere nuovo che già siamo. Questo è la nostra esistenza. Il nostro essere è l’alleanza di Dio con noi, non più nell’ombra che meravigliava in modo così affascinante Abramo, ma nella realtà definitiva di Cristo risorto: « Tutto quello che io sono ve l’ho dato »; nella realtà definitiva di Cristo risorto siamo già figli di Dio: anche se non appare ancora quello che siamo (Gv 1, 12).
« Fratelli, già siamo stati fatti salvi, siamo già salvi nella speranza ». E la speranza è per l’emergere, il manifestarsi di quello che già abbiamo. Per san Giovanni l’attesa del cristiano non è rivolta a beni che verranno, ma al manifestarsi di un bene di cui è già possidente, perché, avendoci dato Cristo suo figlio, che cosa, con Lui, il Padre non ci ha già dato? Per questo il cristiano non è più giudicato da nessuno, non teme il giudizio: « Nessuno più ci può condannare, nessuno più può giudicarci » (Cfr. Rm 8, 31-33).
Dunque, la nostra vita è tesa fra questa grazia che ci dà di essere nuovi, che ci dà un’ontologia nuova (partecipazione a Cristo, a Cristo risorto: siamo con-risorti con lui, come dice san Paolo); fra questa alleanza definitiva, la nuova ed eterna alleanza, e la realtà di questo nuovo essere che ci viene dato dall’alleanza di Cristo, di Dio con noi, attraverso Cristo. Da questo nuovo essere che ci dà l’alleanza, si sprigiona allora un atteggiamento solo, che è quell’attesa che si manifesti quello che siamo. Tutta la nostra esistenza, come tutta la storia, è l’attesa del manifestarsi di quello che già siamo. La storia è l’attesa che si manifesti Cristo risorto, che già è; la definitività già è presente nella terra della storia, e la nostra esistenza è tutta protesa a che si manifesti quello che già siamo.
Allora, tesi fra questi due poli, la nostra vita è veramente povera, perché la sua speranza non è in nulla di quello che fa e il giudizio di valore non è poggiato su nulla di quello che fa: il nostro giudizio di valore, la nostra speranza è poggiata solo su quello che Dio ha fatto in noi, sull’alleanza che ci ha data; la speranza è sul manifestarsi di questa alleanza.

4. Ora, l’esistenza di che cosa è fatta? L’esistenza, che è la storia della persona, è fatta di azioni, che sono l’espressione, di istante in istante, della persona. Le nostre azioni debbono perciò generarsi tutte nella coscienza dell’alleanza ed essere tutte protese a manifestare questa alleanza. Nella misura in cui manifesteremo questa alleanza, in quella misura testimonieremo quello che siamo, e in quella misura anticipiamo la fine del mondo, la anticipiamo per i poveri uomini, che sono fatti per essa. Nella misura in cui le nostre azioni manifestano quello che siamo, l’alleanza di Dio in noi, portano nel mondo un anticipo della felicità finale. E questo l’uomo aspetta. Insomma, realmente l’uomo non cerca di avere due gambe o due braccia diritte, non cerca di essere guarito; l’uomo cerca la felicità, cerca il senso della perfezione della sua vita. In questo cammino l’uomo è molto più se stesso, è molto di più uomo, sente di più la vita, nella misura in cui gli è fatto scoprire il fondo della questione: e Cristo è venuto per questo, tanto è vero che non ha guarito tutti, non ha messo a posto tutti. Il compito che Cristo ci ha dato è quello di annunciarlo, non di aggiustare tutte le teste, tutte le braccia, di rendere tutti colti. Non è questo, anzi, molto realisticamente, Gesù ha detto: « I poveri li avrete sempre con voi ». Nella misura di questa consapevolezza, tenuta desta dalla vigilanza (a questo punto io capisco veramente l’importanza decisiva, la grandiosità del richiamo di Cristo alla vigilanza: perché, nella misura in cui si flette la vigilanza, in quella misura torniamo ad essere mondani, perciò manchiamo a quello che siamo e facciamo come il popolo di Israele, tale e quale; e allora di fronte alla presenza di Dio, che è promessa di manifestazione, di fronte all’annuncio di ciò che è accaduto in noi, ci troviamo come Sara, ci viene da ridere, non in modo cattivo, magari; ma, dopo Cristo, è più facile il modo cattivo), nella misura in cui siamo vigilanti su quello che siamo, ci sono i due grandi corolla ri che dalla redenzione di Cristo derivano.
Da una vita diversa nasce una morale. San Paolo, quando invita i Corinti a dare del denaro per quelli di Gerusalemme in carestia, non dice: « Guardate che siete costretti a dare questo, guardate che è giustizia… », ma: « Non conoscete la liberalità di nostro Signore che essendo ricco si è fatto povero per voi onde arricchirvi nella vostra povertà…? Non è un comando che vi do, ma è un consiglio », e dopo parla dell’uguaglianza: « Quello che è necessario non è che voi vi mettiate a diventare miserabili per sollevare gli altri, quello che occorre è una certa uguaglianza » (Cfr. 2Cor 8, 8-13). Tutto, dunque, deriva dalla coscienza di quello che è Cristo. Così anche per la purità. Quando san Paolo parla della purità non dice: « È giusto che facciate questo o quello », ma: « Ricordatevi che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo ».
Dalla coscienza di questa realtà nuova in noi, nella misura in cui siamo fedeli alla vigilanza, che si comunica come un albore, un crepuscolo della fine dei nostri occhi (come dice san Paolo: andiamo di chiarezza in chiarezza, rispecchiando sui nostri volti la gloria di Dio), nasce una morale nuova. Se il nostro comportamento non lo deriviamo da qui, allora la nostra situazione, il nostro modo di concepirci diventa moralistico, e il moralismo è terribile perché ci butta nella disperazione. Proprio perché Dio ci ha fatti sensibili alla vita dello Spirito, il moralismo ci butta per forza, quando ci guardiamo in faccia, nella disperazione, salvo alcuni momenti, magari i momenti di attività, in cui diventiamo, come i farisei e gli scribi, contenti di noi stessi, di quello che facciamo. Invece, derivando il nostro atteggiamento da quello che Cristo è dentro di noi, da questa ontologia nuova, da questo essere nuovo che è in noi, che il catechismo chiama « grazia santificante » (ma si tratta di capire, di vivere queste cose); se traiamo il nostro atteggiamento da quello che è Cristo, da quello che abbiamo, che siamo, dalla nascita nuova, allora siamo pieni di sicurezza, non nelle opere che facciamo noi, ma nel fatto che Dio compirà la sua storia, perché Dio è fedele. Dio è fedele, e avendo cominciato in me l’opera, la condurrà a termine.
Perciò l’unica vera preoccupazione morale in noi è quella della preghiera, cioè essere lì tesi « come occhi del servo alle mani della sua padrona », pronti (« siate pronti »). La prontezza, la vigilanza che è la preghiera, solo questa è la nostra preoccupazione: la vigilanza, che si esprime in domanda a Dio che affretti l’opera sua, che affretti la venuta del suo Cristo, dicevano gli israeliti buoni, che affretti la manifestazione di lui che è in noi.
Così, se andiamo agli altri non traendo motivo e criterio, contenuto e forma dell’azione, tutto il valore e il volto dell’azione, dalla coscienza che Cristo ci ha dato dell’alleanza di Dio, nel migliore dei casi trarremo gloria per noi stessi, e non saremo testimonianza a lui, perché ammireranno la nostra bravura e daranno gloria a noi, ma non a qualcosa d’altro da noi: non daremo gloria al mistero di Dio.
Perciò, la nostra sicurezza nella strada della vita – il Signore è venuto per renderci sicuri: tutti andavano a tastoni nel buio, cercando, finché è venuto il sole e tutto è sicuro -, la nostra sicurezza nel cammino della vita (non si può costruire se non su una sicurezza, è solo sulla sicurezza che uno edifica se stesso ed edifica il mondo), la validità, cioè la verità, la permanenza della efficacia della nostra azione per gli uomini, la verità del nostro amore agli uomini, del nostro contributo agli uomini, dipende da questa autocoscienza, che Paolo esprimeva così potentemente: « Per me vivere è Cristo ». Il mio vivere sei tu, o Cristo, la mia vita sei tu, tutto quello che penso di me e tutto quello che cerco di fare viene da qui, compresa l’edificazione della Chiesa (la Chiesa è edificata da noi, dipende in proporzione matematica dalla quantità di questa nostra autocoscienza, altrimenti possiamo tutti essere cristiani e non costruire la Chiesa, nonostante tutte le buone intenzioni). La Chiesa è costruita solo dal Mistero che opera in noi, cioè da questo essere nuovo, non creato dalle nostre opere, ma da cui le nostre opere derivano, con una velocità o una lentezza secondo i tempi di Dio (in santa Teresina e santa Caterina abbastanza rapidi, in noi magari impercettibilmente lenti). Da questa realtà siamo innanzitutto cambiati noi e per questo speriamo che le nostre opere siano cambiate: non per la nostra volontà, dunque, perché se la nostra volontà facesse, potesse fare, sarebbe inutile che fosse venuto Dio. E invece tutto è grazia, cioè lo svolgersi di un avvenimento che Dio ha creato nel mondo – l’alleanza -, senza domandarci il parere prima (non ha domandato parere ad Abramo).
Il problema è che la fede non deve essere qualcosa di presupposto e lasciato lì, dato per scontato, pensando: « Adesso dobbiamo agire! ». La fede deve essere l’orizzonte di tutte le azioni. Se no anche il senso della giustizia sociale è moralista, perché nasce da una posizione razionalista. Anche i pagani possono averlo e agire per esso, anzi i pagani lo fanno meglio di noi, i marxisti lo fanno meglio di noi: l’origine del loro atteggiamento è l’impeto umano di fronte al bisogno che occorre risolvere. Questo tutti gli uomini onesti lo possono fare. Allora l’impeto di fronte al bisogno idealizza il bisogno, cerca la sua teoria, cioè le sue strade, e cerca di fare il suo programma; per cui, se il bisogno è insistente, anche la violenza diventa giusta. Invece, per il cristiano non è affatto così. Il cristiano è come svegliato dal sentirsi « preso dentro » da un avvenimento che dapprima non c’entra col problema della giustizia sociale: è l’avvenimento di Cristo. La gente del Vangelo non era percossa dal problema della giustizia sociale; era lo stesso l’annuncio ai pastori e a Nicodemo (« Maestro, nessuno fa quello che fai tu »), cioè ai pastori ignoranti e ai professori di università, allo stesso modo. Così, l’uomo cristiano è preso dentro da un avvenimento. L’avvenimento che Dio ha provocato nel mondo è il primum, la prima cosa nella vita: è venuto Dio, l’alleanza di Dio. Questa è la situazione nuova: è lo stupore, la meraviglia, l’ammirazione, la fedeltà a questo avvenimento. Io sono preso dentro da questo avvenimento, e questo avvenimento mi cambia e mi porta su me e sugli altri, sul mondo, con occhi carichi di un’attenzione e di una fraternità da cui deriva poi tutta l’esigenza di giustizia, di aiuto. Sembra che sia una questione magari teorica, ma ne nascono due metodi radicalmente diversi. Il secondo atteggiamento, quello che qualifica il cristiano, non lascia tregua all’inadeguatezza o all’ingiustizia che c’è, ma il suo non lasciar tregua è diverso, ha un senso più completo della questione, per cui non può portare avanti un discorso di valori schiacciando altri valori, è costretto a portare avanti tutto e perciò esige la pazienza, che è la grande parola cristiana. La pazienza è il contrario della quietitudine, dello stare passivi, è una tenacia senza fondo, che non si altera, cioè non diventa impazienza, violenza, perché è sicura, non della propria energia, ma di Cristo, di Dio che porta avanti tutto, e dei suoi tempi, soprattutto del suo disegno, della sua storia. « Colla vostra pazienza possederete l’esistenza vostra ». Così non si distrugge il valore della persona per portare avanti una struttura sociale. Questa profonda differenza di metodo, che possiamo constatare in noi stessi, è forse il paragone più impressionante. Perché quando scivoliamo nel metodo moralistico, razionalistico, tutta la nostra serietà morale ci porta allo scoraggiamento, salvo i momenti in cui siamo distratti o illusi, pieni di amor proprio, di sicurezza delle nostre azioni. Ma quando ci vediamo con chiarezza, la sproporzione fra quello che siamo e quello che vorremmo essere non può non farci disperare, e così, pieni di impazienza, si fa violenza a se stessi e si dice: « Mi faccio questo proposito, in questa settimana » ed è veramente terribile. Nel secondo metodo, uno invece non cede un istante nel desiderio del bene, è tutto teso, pieno della consapevolezza del condizionamento che ha addosso e che solo il tempo di Dio purificherà e decanterà, e perciò è tutto proteso alla domanda. Tutto proteso, non al suo programma, ma alla domanda. Una domanda, infatti, non può essere sincera, se non tenendoti tutto proteso, cioè tutto pronto. Ed è questa la liberazione di cui parla san Paolo: « Liberati dalla legge ». È la libertà dei figli di Dio, che non vuol dire che noi siamo perfetti: noi, peccatori, eppure così peccatori e così salvi.
È questa la contraddizione, o meglio, la tensione tra l’Alleanza, che è fondamento e origine, e la nostra storia, che rivelerà questo a suo tempo, che lo rivela secondo il tempo di Dio. È veramente quel che diceva Isaia: « A chi segue Dio spunteranno le ali come all’aquila, camminerà senza mai stancarsi » (Cfr. Is 40, 31). Mentre non c’è niente che stanchi di più dell’appoggiarci su noi stessi e sui nostri programmi. « Chi si perde si trova »: la nostra vita è la vita di un Altro.
Io non riuscirei a restare cristiano, se non fossero vere queste cose; uno non potrebbe più sopportarsi né quindi sopportare gli altri, poiché non sopportiamo gli altri se non abbiamo motivo di sopportare noi stessi. Il nostro rapporto con gli altri è sempre proiezione del modo in cui percepiamo noi stessi, coscientemente o incoscientemente; in fondo, se nel subcosciente non ci accettiamo e non ci riconosciamo, non riusciamo ad accettare e riconoscere gli altri. Ma come facciamo a riconoscerci e ad accettarci con questa nullità che siamo? Ci accettiamo perché la faccia di un Altro è in noi, un’altra realtà è in noi. Non per nulla tutta la mentalità mondana accetta e tollera il cristianesimo nella misura in cui viene ricondotto a moralismo o attivismo. È la tendenza che c’è sempre stata e che la desacralizzazione o la secolarizzazione ha teorizzato fino alle sue conseguenze, per cui il cristiano è accettabile nella misura in cui identifica il suo cristianesimo con l’azione sociale e politica. Perché là dove il cristianesimo tira fuori il suo contenuto, ciò per cui è, la sua fisionomia, la sua personalità, non è più tollerabile, nel migliore dei casi è assurdo: per i « filosofi », i quali sono per la razionalità pura, per la gente colta è un assurdo (la gente colta non si sporca le mani) e lo mettono da parte; per i « farisei », vale a dire per i moralisti, per chi è impegnato con i « valori », è scandalo, non è tollerabile, deve essere strappato via. Così il liberalismo colto ha sopportato il cristianesimo, la Chiesa; il marxismo, che è molto più impegnato nella realtà, non lo tollera. Dunque, « scandalo per i giudei », cioè per i moralisti, per chi stima molto il rapporto e l’azione, e « assurdo per i gentili », cioè per la filosofia pagana.
È un altro mondo. Del resto, se Dio si rivela all’uomo, se Dio viene nella nostra storia, deve portare qualcosa che sconvolge tutte le nostre misure a priori, altrimenti non è lui. E la ricerca piena di ascolto di questo, il desiderio, la preghiera che si avveri, che la nostra realtà, la nostra carne sia modulata secondo questo avvenimento, è tutto lo sforzo cristiano, l’ascesi, si dice. Questo è il nostro compito. Io non conosco nient’altro. I giudei chiedevano i miracoli, i moralisti che si cambi il mondo, che la situazione si cambi; i greci, la sapienza, la filosofia, una concezione organica. Ma noi non conosciamo altro che Cristo e Cristo crocifisso.
Tutta la nostra preoccupazione in questi anni è che, nel mondo cristiano, si svuotino di contenuto queste frasi ultimissime, che però nessun esegeta può ridurre.

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