Archive pour la catégorie 'S. FONDATORI, VENERABILI E SANTI'

TUTTI QUELLI INFATTI CHE SONO GUIDATI DALLO SPIRITO DI DIO, COSTORO SONO FIGLI DI DIO » – PRIMA PARTE

http://www.figlididio.it/meditazioni/index.htm

TUTTI QUELLI INFATTI CHE SONO GUIDATI DALLO SPIRITO DI DIO, COSTORO SONO FIGLI DI DIO »

PRIMA PARTE (divisione mia perché lungo, la seconda sotto)

DIVO BARSOTTI, RITIRO DI FIRENZE, 16 LUGLIO 1961

OMELIA

LA PAROLA DI DIO CREA

« Fratelli, noi non siamo debitori alla carne per vivere secondo la carne. Se infatti vivrete secondo la carne, morrete; ma se mediante lo Spirito avrete ucciso le opere della carne, vivrete. Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio. Infatti, voi non avete ricevuto lo spirito di servitù per ricadere nel timore, ma lo spirito di adozione in figli, per il quale gridiamo: Abbà, Padre! E lo stesso Spirito rende testimonianza all’anima nostra che siamo figli di Dio; ma se figli, siamo pure eredi: eredi perciò di Dio, coeredi del Cristo » (Rm 8,12-17).
Tanto più son contento di dover meditare con voi questa pagina dell’Epistola di S. Paolo ai Romani, in quanto è la pagina che mi venne annunciata proprio il giorno della mia Ordinazione, il 18 luglio 1937. Il giorno non corrisponde, ma corrisponde la domenica. Ed è precisamente questa pagina che dice la mia e la vostra vocazione. In quel giorno che il Signore mi faceva suo Ministro, già mi preparava ad essere padre delle anime vostre. Così la mia vocazione conteneva la vostra; così la parola che il Signore diceva a me, lontanamente era anche per voi. È una parola, appunto, che ci dice quella che è la nostra vocazione; rivela il disegno di Dio su di noi. E non lo rivela soltanto, ma, come ogni parola divina, più che annuncio, più che richiamo e legge, è anche un impulso segreto, è anche una forza che ci solleva, è anche una potenza che ci crea. No, in questa parola noi non riceviamo soltanto l’indicazione di un cammino che dobbiamo percorrere, ma riceviamo anche la forza che ci muove, riceviamo anche la promessa di doni divini sempre più efficaci, perché quanto Dio ci ha detto un giorno si compia nella nostra povera vita.
Proprio per questo le parole di Dio non ci giudicano, ma ci salvano: perché se la Parola di Dio ci dovesse percuotere l’orecchio come una parola estranea, come una parola che noi non abbiamo accolto come seme nell’anima nostra perché in noi fruttifichi, questa stessa parola non sarebbe per noi altro che motivo di condanna e di morte. Ma non è così: se Dio ci parla, Egli dall’abisso della nostra anima anche ci solleva e ci crea; dal fondo del nostro essere Egli ci trae su, Egli realizza quanto dice. Per questo le parole che un giorno mi, diceva il Signore, ripetute oggi qui al suo altare, non sono per me un motivo di condanna, anche se sento bene quanta infinita distanza ancora io debbo percorrere per realizzare il volere divino: non sono una parola di condanna, sono una parola che rinnova la mia vocazione, che rinnova la promessa di Dio, per me e per voi, di un compimento divino: e di quale compimento divino!
LASCIARSI GUIDARE DALLO SPIRITO SANTO
Non dovremo vivere più secondo la carne, ma secondo lo Spirito: ecco la prima cosa che il Signore ci dice. Bisogna che noi siamo organi totalmente sotto la dipendenza dell’azione dello Spirito, ciascuno di noi deve essere strumento dello Spirito Santo. Il primo dovere che si impone per noi è quello di affidarci all’azione di questo divino Spirito che ci investe; perché ogni chiamata divina implica precisamente un dono che Egli ci fa di Se stesso; perché ogni chiamata divina implica che Egli discenda in noi per realizzare quanto Egli ci chiede.
Non dobbiamo vivere secondo la carne. « Carne », qui, non dobbiamo intendere nel senso latino, greco e italiano, ma in senso semitico: « carne » è tutto l’uomo. Non dobbiamo vivere secondo l’uomo, non dobbiamo vivere più una vita umana; dobbiamo vivere secondo lo Spirito e lo Spirito, qui, non è lo spirito dell’uomo, ma è lo Spirito Santo. Dobbiamo vivere una vita tutta divina. Non dobbiamo più essere animati, guidati, sorretti, mossi dal nostro spirito umano, dagl’istinti della nostra natura: dobbiamo essere docili alla forza che viene dall’alto, dobbiamo abbandonarci alla potenza dello Spirito perché lo Spirito solo ci guidi, ci porti, ci trascini.
Solo in questo caso noi vivremo, perché la vita è il Signore. « lo sono la vita », Egli ha detto. E se lo Spirito Santo vivrà in noi, giustamente noi saremo Lui, il Figlio di Dio. Perché coloro che sono mossi dallo Spirito, ci dice Paolo, questi sono figli di Dio. Non vi è possibilità per noi di una unione con Cristo, di una partecipazione alla sua santità, di una partecipazione ai suoi misteri, non vi è possibilità per noi di vivere in Lui, se non nel possesso del suo Spirito. Per questo, l’allontanamento visibile di Gesù dal mondo è stata la glorificazione del Cristo ma è stata anche la glorificazione nostra. Ora non lo vediamo più il Signore, è vero, ma non lo vediamo più perché siamo Lui. Egli ci ha donato il suo Spirito e nel dono del suo Spirito ciascuno di noi non può esser più separato dalla carità del Cristo. Quis nos separabit a caritate Christi?. Chi potrà separarci dall’amore del Cristo? Noi siamo una sola cosa con Lui nel dono dello suo Spirito. Quello Spirito che lo animava è lo Spirito che ci anima. Il medesimo Spirito che conduceva il Cristo al Padre, ora conduce anche noi. In ciascuno di noi non vive più che lo Spirito di Gesù e noi tutti non siamo più che Lui, figli nel Figlio, non viviamo più che la sua vita di amore, oblazione pura al Padre, sacrificio per i fratelli.
NON SIAMO PIÙ SERVI
E perché abbiamo ricevuto lo Spirito? Da cosa noi possiamo riconoscere di aver ricevuto lo Spirito del Cristo? Nel passaggio dalla servitù allo spirito di adozione, a quei sentimenti di confidenza, di abbandono in Dio, di fiducia, di libertà interiore, di semplicità pura, che distinguono appunto il rapporto del figlio col padre. Non siamo più dei servi. Oh! Proprio queste parole danno una interpretazione meravigliosa, poi, del Vangelo, che sarebbe un pachino conturbante per me, non vi sembra? Il Signore mi chiama: « Rendi conto! ». Oh, ma non fa più paura! Proprio l’Epistola di oggi toglie ogni carattere di timore alla lettura del Vangelo; perché fintanto che debbo render conto, sono un dipendente; ma io non sono più un dipendente di Dio, non sono più il suo fattore: io sono il figlio; posso giocare; posso dire precisamente a voi: « Quanto dovete? Ma fatela finita, non date più nulla! ». Perché? Perché posso usare dei beni del Padre. La parresia, la confidenza, la fiducia! La semplicità nel rapporto! Questo distingue il figlio nei confronti del servo. Il Padre non chiede conto al figlio suo di quello che fa. Può chiederlo al servo, perché di fronte al servo Egli è il padrone. Di fronte al figlio il Padre altro rapporto non ha che quello dell’amore. E tutto quello che è del Padre è del figlio, e il figlio può liberamente usarne; può liberamente concederlo a chi vuole, perché altrimenti non lo possederebbe se non ne avesse un uso pieno.
E dice Gesù: « Ti sono rimessi i tuoi peccati ». Quanto devi a tuo padre? Non te lo domando neppure. Che importa? Tutto è condonato, in un istante. Non è così, forse? Semplicità, purezza, fiducia. Se sono figlio non posso turbarmi. Mi chiede conto di qualche cosa? Non vi è altro rapporto del figlio col padre che quello dell’amore. E noi non abbiamo ricevuto più lo spirito del timore nella servitù, ma lo spirito dell’adozione in figli nella libertà, nella parresia, nella confidenza, nel puro amore. Onde tutta la nostra vita non è più che un esalarsi in un sospiro di carità: « Abbà, Padre! ». Devo fare i conti? No! Devo soltanto cantare. Devo render conto dell’amministrazione? No! Debbo soltanto aprirmi al Padre, guardarlo, contemplarlo, donarmi a Lui. Devo soltanto vivere il rapporto del figlio col padre. « Abbà, Padre ». Tutta la vita del Figlio non è che questa parola.
LA NOSTRA VOCAZIONE: …
E giustamente lo Spirito rende testimonianza in noi che noi siamo figli, perché ogni timore è scomparso, perché ogni angustia del cuore è venuta meno. L’anima non vive che la pura libertà di un rapporto di amore. Dicevo: queste parole contengono la nostra vocazione e la rinnovano. Quale vocazione? Di vivere una vita tutta divina. E una vita divina noi la vivremo solo nella misura che ci strapperemo a noi stessi per affidarci allo Spirito, solo nella misura che non vorremo più vivere la nostra vita, ma lasceremo che Dio viva la sua attraverso di noi, solo nella misura che noi doneremo tutto l’essere nostro a un Altro, che deve avere su noi ogni dominio, che deve possederci interamente, far di noi ciò che vuole. Non obbedire più alla nostra volontà, non essere più nostri: deve guidarci lo Spirito di Dio. Non dobbiamo più amare Dio soltanto: deve essere Dio che ama attraverso di noi, Lui principio primo delle nostre operazioni. Mossi dallo Spirito in ogni cosa, in ogni istante, per ogni movimento e del cuore, e dell’anima, e di tutto l’essere nostro. Tutta la nostra vita non è che in questa docilità pronta, pura, all’azione di Dio. Noi non possiamo dubitare che Dio ci investa.
Ecco la grande novità, ecco il grande annuncio che ci dona l’Epistola. Se noi possiamo sottrarci alla carne per non morire, è perché lo Spirito prende possesso dell’anima nostra. Noi dobbiamo esser sicuri di questo fatto: che Dio ci vuol possedere, che Egli non ci chiede altro che di lasciarci possedere da Lui, Egli non chiede altro che di investirci pienamente e di portarci là dove Egli vuole. Non saremo, dunque, soli in noi, sterili, vuoti. Non dobbiamo temere la morte se noi ci rifiuteremo di obbedire agl’istinti della nostra natura: è proprio piuttosto nel morire a noi stessi che realmente vivremo, perché un Altro ci prenderà, un Altro ci possederà, un Altro farà di noi ciò che vuole, e sarà Dio, lo Spirito. Il grande annuncio è questo. Noi temiamo, abbiamo paura di donarci perché ci sembra che nessuno ci prenda. Eppure è nell’intimo di ogni creatura questa volontà di donarsi, di esser posseduta; anche nel piano stesso di natura, l’uomo non vive che nella misura che ama e nella misura che è amato e perciò posseduto da un’altra creatura. Ma il possesso di una creatura da parte di un’altra è sempre tanto relativo! Tutta la pena degli uomini è che nessuno li ami così pienamente come vorrebbero essere amati, che nessuno veramente così li possegga da non lasciar loro più nulla. Non possiamo esser posseduti mai, perché neppur siamo conosciuti dagli altri, rimaniamo chiusi in noi stessi, impenetrabili gli uni agli altri. Vogliamo amare e non sappiamo; vogliamo essere amati e non riusciamo mai ad essere posseduti pienamente da coloro che pur ci amano. Sentiamo che al limite estremo c’è sempre un’incomprensione che ci chiude, c’è sempre una impenetrabilità degli spiriti che rende impossibile il perfetto amore, il perfetto dono di noi stessi e il perfetto possesso da parte degli altri di quello che noi siamo. Ma non è così, non così nel nostro rapporto con Dio! Nella misura che ci sottrarremo a noi stessi, nella misura che ci doneremo a Dio, Egli ci possederà; e ci potrà posseder pienamente, e possedendoci Dio pienamente noi saremo liberati dalla morte, noi saremo finalmente liberati dal pericolo di rimaner chiusi in noi stessi in questa angustia che è la povera nostra natura.
… farci possedere da Dio…

Esser posseduti da Dio! Non è veramente questa la beatitudine, più che anche possedere Dio? Perché possedere Dio da parte nostra sarà sempre ben poco: abbiamo mani così limitate per accogliere il dono divino! Ma essere posseduti da Dio, che suprema felicità! E soprattutto potete capirlo voi donne, per le quali l’amore è più essere possedute che possedere. Ma di fronte a Dio ogni uomo è la sposa, la sposa che è posseduta pienamente dallo Sposo. Lasciatevi possedere da Dio. Dio altro non chiede che questo: che voi lo lasciate libero di possedervi; che voi lo lasciate pienamente libero di potervi investire, strappare a voi stessi, per farvi suoi. La prima verità, il primo grande annuncio è veramente questo. Noi, sul piano naturale ed umano non sappiamo mai se gli altri ci amano. Possiamo dubitarne, possiamo crederlo; possiamo anche sperarlo, ma l’amore degli altri non ci possiede mai pienamente e non sappiamo mai quanto sia puro, quanto sia vero e reale. Ma non possiamo dubitare di questo Spirito che ci vuol possedere.
Il primo annuncio è questo: Uno ci ama ed è Dio. Uno ci ama e ci vuol possedere veramente. Uno ci ama e vuole che la nostra natura sia in qualche modo come la natura che il Verbo assunse nel seno della Vergine: una natura attraverso la quale Egli vive, una natura che diviene l’organo, lo strumento stesso di Dio: Instrumentum coniunctum divinitati: così definisce la natura umana assunta dal Verbo, San Tommaso d’Aquino. Ognuno di noi deve essere questo strumento, ognuno di noi deve essere questo organo dello Spirito, ognuno di noi deve essere un’umanità che si aggiunge all’umanità che il Verbo assunse nel seno di Maria. Si aggiunge? No, non precisamente; non è il medesimo mistero. Dio ci possiede soltanto nella misura che noi consentiamo, mentre la natura umana assunta dal Verbo non implica un consenso di questa natura, quasi che questa natura sussistesse già in una persona umana che poteva consentire all’azione dello Spirito. Per noi invece è diverso: Egli ci possederà nella misura che consentiremo. Allora tutta la nostra vita non deve essere che questo consentire alla forza divina che ci investe e ci rapisce, a questa forza divina che ci travolge. Lasciarci travolgere; lasciarci portare, non aver paura. Oh, certo, noi vogliamo esser amati, ma l’amore di Dio ci fa anche paura. È un amore così grande e così immenso! È un fuoco che ci brucia e ci consuma totalmente! Ma noi non dobbiamo aver paura. Proprio questo invece dice che noi abbiamo ricevuto lo Spirito: l’esser passati dallo spirito di servitù, dalla paura, allo spirito di adozione a figli, allo spirito della libertà, allo spirito dell’amore, al sentimento della più pura fiducia, del più puro abbandono. Si può aver paura fintanto che vogliamo esser nostri, fintanto che non vogliamo concederci, fintanto che non vogliamo esser posseduti; ma se tu ami, come potresti aver paura di esser posseduto da Dio? Lasciati prendere! Lasciati rapire! Lascia che Dio faccia di te quello che vuole! È questa la gioia! Non vi è altra gioia che perderci finalmente a noi stessi per esser posseduti da Lui.
… DI CUI GIÀ SIAMO FIGLI
« E noi abbiamo ricevuto lo spirito di adozione a figli ». Guardate che non dice che lo riceveremo: dice che lo abbiamo già ricevuto. Non possiamo mica dubitare della parola di Dio: Egli l’ha detta a noi. E dunque, al primo annuncio segue quest’altro annuncio, ugualmente grande, ugualmente luminoso: non solo che Dio ci ama, che Dio ci vuol possedere, ma che Dio già ci ha fatto passare dalla servitù all’adozione, Dio ci ha fatto già suoi figli. Realmente abbiamo ricevuto lo Spirito. Possiamo ancora non esserci abbandonati totalmente a questo Spirito di Dio; pur tuttavia l’abbiamo già ricevuto in qualche misura. Non come il Figlio, che lo riceve senza misura, secondo il IV Vangelo, ma in una qualche misura. E la misura non è data da Dio, che se si dona si dà senza misura, Egli che non ha misura, Egli che è indivisibile: la misura del dono dipende dal nostro consenso. Ma comunque l’abbiamo ricevuto, l’abbiamo ricevuto in tal modo che possiamo consentire sempre più pienamente, l’abbiamo ricevuto in tal modo che questo primo entrare di Dio nell’anima nostra può essere l’inizio di un dilatarsi senza fine dell’anima nostra ad accogliere Dio, può essere l’inizio di un abbandono sempre più puro e sempre più perfetto all’azione di questo medesimo Spirito.
Già siamo figli: ecco il secondo annuncio che ci dà l’Epistola di San Paolo. Già siamo figli perché già abbiamo ricevuto lo spirito di adozione. Che cosa vuol dire essere figli? Vuol dire non vivere più un lavoro, un servizio. Il figlio non serve. Ed effettivamente, quando saremo perfettamente i figli, nel Cielo, allora non serviremo perché Dio non ha bisogno del nostro servizio. Ma già ora, l’opera fondamentale del figlio non è più il servizio, non è più l’amministrazione dei beni del Padre. Il lavoro del figlio, praticamente, è uno solo: quello di gridare, di cantare: « Abbà, Padre! »; quello di volgersi a Dio, quello di lodarlo, di amarlo; quello di non vedere più che Lui, quello di far di tutta la vita un canto di amore. E tu lo senti, e tu lo sai, che è precisamente questo che Dio vuole da te. E tu lo senti, e tu lo sai che è precisamente questo che lo Spirito in te opera. È per questo che Egli agisce nell’intimo tuo. Non ti chiama tanto a un servizio quanto a questa vita di amore; ed è questa la nostra vocazione. Quante volte si è detto: la nostra vita? Tutta perduta, non facciamo mica nulla! A voi, veramente sembra di far qualche cosa: non state ferme dalla mattina alla sera. Eppure non è questo il lavoro fondamentale. Il vostro lavoro fondamentale è quello di cantare, è quello di lodare Dio, di amare. Puramente di amare.
VITA CONTEMPLATIVA
L’ordinarsi della nostra vita alla contemplazione dice questo. La contemplazione non è più un’opera, non è più un servizio: è la pura lode, il puro canto. Non è forse vero? Ed è a questa pura contemplazione che è ordinata la nostra vita. La nostra vocazione è questa: una vocazione o immediatamente o indirettamente contemplativa, che ci ordina a questo atto supremo del Figlio che è la lode del Padre, a questo atto supremo del Figlio che è l’amore.
Notate come l’Epistola ai Galati riprende questo versetto, ma lo dice in un modo diverso: non « nel quale gridiamo Abbà Padre », ma « che grida in noi Abbà Padre ». Vedete: l’opera nostra è l’opera dello Spirito; l’opera dello Spirito è l’opera dell’uomo; non c’è differenza.
Ma allora notiamo una cosa che è importantissima. Diceva uno chassidi: « La preghiera è una grande cosa: è la stessa Divinità ». Giusto! Se la nostra preghiera è lo Spirito che grida, nella nostra preghiera viviamo già la vita divina. È per questo che nella preghiera noi sentiamo l’essere nostro dilatarsi, trasfigurarsi, penetrarsi di grazia, sentiamo come dall’essere nostro cada ogni scaglia di materialità, di pesantezza, ci sentiamo penetrati da Dio, dalla luce divina. « La preghiera dell’uomo è la stessa Divinità ». Il chassidi non poteva dirlo, veramente, perché per lui rimaneva atto umano quello della preghiera; ma per noi non è più un atto puramente umano, è un atto anche di Dio; è Dio che prega in te, è lo Spirito Santo che geme in te con gemiti inenarrabili; e la tua preghiera è tua, ma è anche di Dio. È tua perché è di Dio, è di Dio perché è tua. Dio e tu non siete più che uno. Unità di vita: lo Sposo e la sposa non vivono più che una medesima vita. Sono due, ma la vita rimane una: e la vita dell’Uno e dell’altra è l’amore, questo esalarsi dell’essere nel canto: « Abbà, Padre! ».
E ora l’ultima parola che ci dice l’Epistola: non è altrettanto bella? « È lo stesso Spirito che attesta che siamo figli di Dio ». La testimonianza dello Spirito in noi. Ne possiamo dubitare di questa testimonianza? Tanto più questa testimonianza diverrà certa, inoppugnabile, quanto più il consenso dell’anima all’azione dello Spirito sarà pieno e puro; quanto più, cioè, Dio c’investirà. Se noi abbiamo consentito poco, se noi ancora siamo così avari con Dio da donarci a contagocce, certo che la testimonianza dello Spirito nella nostra vita non sarà così piena né così sicura: certo che in noi la testimonianza dello Spirito di esser figli di Dio rimarrà sempre estremamente dubbia ed incerta ed oscura. Ma se noi ci siamo abbandonati totalmente allo Spirito, non potremo più dubitare. Ecco di qui le parole estremamente audaci di San Simeone il Nuovo Teologo, di qui anche le parole di tutti i mistici della Chiesa occidentale, di Santa Teresa: « Non posso dubitare di essere in Dio e che Dio sia in me », ella dice. Le cose presenti danno testimonianza della loro realtà attraverso i sensi dell’uomo, ma vi sono sensi spirituali per i quali davvero si rende certa anche all’anima nostra la presenza di Dio, si rende certo anche all’anima nostra l’amore di Dio, questa vita divina che Egli ci ha comunicato e che già canta in noi e che già ci beatifica.
Ed è questa la nostra vocazione: vivere nel mondo presente proprio come testimonianza della vita futura, come presenza anticipata nel mistero, di quella beatitudine pura, di quella pura luce dell’amore infinito di Dio. Questa è la nostra vocazione: vocazione però che non è soltanto un richiamo, vocazione che Dio non lascia compiere a te. Nell’istante medesimo che Egli chiama, già Egli opera quello che a te chiede, perché giustamente Lui solo può rispondere a quanto Egli stesso domanda. Abbandoniamoci a Dio e vivremo questa vita di purezza, di semplicità, e vivremo questa vita di libertà e di amore, e vivremo questa vita di confidenza, la parresia. È uno dei temi fondamentali della mistica cristiana: questo abbandono puro, semplice, assoluto, questo abbandono gioioso, questa libertà pura dell’anima in Dio. Viviamo tutto questo. Viviamo crescendo all’amore, abbandonandoci a questo medesimo Spirito che ci è stato donato e già ora ci investe e ci vuol possedere totalmente.

PRIMA MEDITAZIONE
LA VITA, UN CAMMINO DI LIBERAZIONE
« Noi non siamo schiavi della carne per dover vivere al suo servizio; se quindi vivrete secondo la carne morrete, mentre se mediante lo Spirito soggiogherete all’anima le opere della carne, vivrete ».
Con grande semplicità, mi sembra che sia bene riprendere il testo dell’Epistola che abbiamo meditato anche stamani durante la santa Liturgia, e meditare con maggiore attenzione la parola del Signore, fermandoci su ogni versetto e cercando di capire quello che lo Spirito Santo ci vuole insegnare attraverso le parole dell’ Apostolo.
« Non siamo debitori alla carne ». Si diceva già stamani che « carne », anche nel IV Vangelo, ma soprattutto nell’apostolo Paolo, non implica per sé un richiamo soltanto al corpo, ma alla natura umana concreta. Dopo il peccato l’uomo è divenuto tutto carne, secondo il linguaggio estremamente concreto e anche un po’ violento della Sacra Scrittura. Ora l’uomo non è debitore alla carne; non ha nessun dovere, non ha nessun debito verso questa natura vulnerata dal peccato. L’uomo, perciò deve, vivendo, affrancarsi dal dominio di essa, deve vivere la sua libertà nei confronti di questa natura. Il vivere, per l’uomo, non è altro che un processo di liberazione. Giustamente, la salvezza si esprime, tanto nel linguaggio di Paolo come nel secondo Oremus dell’Ora di Prima, col termine di libertà: Salvi et liberi esse mereamur e così anche tutta l’Epistola ai Romani. Il cammino dell’uomo nella sua redenzione è un cammino che dalla legge tende alla sua libertà.
L’uomo non è debitore; non ha nessun dovere verso questa carne che l’opprime e l’ha reso schiavo. Perciò nella esperienza di questa sua schiavitù, l’uomo deve sempre più sentire e sempre più vivere un impegno di affrancamento, di liberazione. Non abbandonarci a noi stessi, alla nostra natura, ma liberarci dall’impero che la nostra natura, vulnerata dal peccato, vuole imporre al nostro medesimo spirito. Debitores sumus non carni. Non dobbiamo render conto di noi stessi a noi stessi, ma a Dio. Ecco quello che mi sembra che dica l’apostolo Paolo all’inizio di questa Epistola. Ci richiama cioè al dovere di un affrancamento, di una liberazione; a prender coscienza della necessità per noi e di questo affrancamento e di questa liberazione, che è tutto il cammino dell’anima nella sua vita spirituale. Non dobbiamo vivere secondo la carne. La carne ci può imporre la sua legge, ma l’uomo deve liberarsi da questa legge. Perché di fatto, dice l’Apostolo, se noi vivremo secondo la carne morremo. Ecco perché non siamo debitori alla carne. Voler consentire agli istinti implica per sé un abbandonarsi alla morte. Non dobbiamo nulla alla carne, perché nella misura anzi che noi ci sottoporremo alla sua legge, nella stessa misura noi perderemo la vita. Vivere per l’uomo è affrancarsi da questa schiavitù.
E poi ecco quello che vorrei meditare con voi perché quello che vi ho detto finora era in fondo ordinato a vedere quello che c’insegna l’Apostolo con quest’altre parole: « Se invece per lo Spirito voi mortificherete le opere della carne, vivrete ». Con queste parole l’Apostolo c’insegna in che modo praticamente noi possiamo riconoscere se è lo Spirito che ci conduce: vivere secondo lo Spirito vuol dire mortificare le opere della carne. Allora l’azione dello Spirito Santo tende a questa mortificazione della nostra natura vulnerata dal peccato.
NATURA E GRAZIA
È tutto l’insegnamento delle Beatitudini che qui implicitamente si fa presente. Il Regno di Dio, questo dilatarsi della vita divina nel cuore dell’uomo implica come sua condizione un morire agli istinti. Dio dilata in te il suo Regno nella misura che tu, nella tua povertà, nell’umiltà, nella dolcezza, nella purezza, ti sottrai alla legge della carne, per usare il termine della Scrittura. Il cammino dell’uomo, guidato da Dio, porta l’uomo a vivere la beatitudine stessa di Dio, a possedere la stessa pace di Dio, a possedere nell’intimo la stessa dolcezza di Dio. Ma tutto questo non si fa presente nell’uomo che in una mortificazione, in un annientamento, che dobbiamo considerare non voluto per sé, ma operato dallo Spirito stesso che t’invade o realizzato dallo Spirito come condizione precisamente a una maggiore sua presenza, a un trionfo maggiore della sua azione nell’uomo. In queste parole mi sembra già insegnato tutto il cammino dell’anima verso la libertà dei figli di Dio.
È certo che è estremamente doloroso dover vedere come natura e grazia sono in qualche modo in tensione fra loro, anzi, in contrasto; ci sembra anche in qualche momento che questa dottrina non possa esser conforme a verità. Non è Dio che ha creato la natura? Come dunque la natura dovrebbe esser soppressa in questa invasione dello Spirito? La vita spirituale, la vita divina, non esige una trasformazione della natura, una trasfigurazione che non è annientamento, ma è superamento di essa? Che non è una mortificazione, una morte, ma un trionfo maggiore di vita? Eppure il linguaggio dell’Apostolo è estremamente preciso e chiaro: Si Spiritu facta carnis mortificatis, vivetis. Il vivere nello Spirito e per lo Spirito implica una mortificazione delle opere della carne, mortificazione che non si può compiere che mediante lo Spirito; anzi, il vivere dello Spirito in te opera questa mortificazione. In altre parole: la vita cristiana implica due elementi di cui uno non è condizione dell’altro ma tutti e due sono presenti e sono realizzati da questa stessa invasione di Dio nell’anima tua. Perché Si Spiritu facta carnis mortificatis ci dice come la stessa mortificazione delle opere della carne sia opera dello Spirito: se nello Spirito, se per lo Spirito voi mortificherete le opere della carne, vivrete. Il vivere e il mortificare sono l’atto identico e simultaneo di un medesimo Spirito che entra nell’anima tua, ti investe e ti colma.
È l’insegnamento dell’ascesi cristiana e dell’ascesi anche di ogni altra religione. Ma che differenza c’è fra quello che possono insegnare l’ascesi buddista o indù e l’ascesi cristiana? La morte, là, sembra voluta per sé. Perché dal momento che non vi è una dottrina esplicita, chiara, che riguarda Dio, la mortificazione sembra essere fine a se stessa. La mortificazione, poi, è operata dall’uomo. Non implica un’azione dello Spirito; non è un aspetto della vita divina, di una vita divina che t’invade: è il tuo atto che realizza questa morte. Per questo, un cristiano, di fronte alle affermazioni, non dico l’esperienza religiosa, dico le affermazioni proprie del Buddhismo o dell’lnduismo, rimane molto in riserva. Non può accettare una simile dottrina. Per noi la morte non è fine a se stessa: è anzi un aspetto e, direi, l’espressione stessa della vita. Noi si parla tanto di morte, nel Cristianesimo: in realtà non se ne dovrebbe nemmeno parlare. Il morire, per il cristiano, vuol dire morire precisamente ai limiti, morire precisamente a una schiavitù, morire precisamente alla morte. Ma tu non muori alla morte che nella misura che precisamente Dio entra in te, Dio si fa presente in te, Dio ti invade, Dio ti colma. E quello dunque che è più importante, in questo insegnamento cristiano, è questa vita che entra, è questa vita che invade, è questa vita che ti sommerge. Non solo perché è l’elemento positivo, ma perché è precisamente questa vita che opera questa morte.
LE BEATITUDINI
Si Spiritu facta carnis mortificatis, vivetis. Oh! Tutto il cammino dell’anima nella vita spirituale! Sembra veramente che l’anima affondi come nel nulla; ma è il contrario che è vero. Tutto quello che è imperfetto, che è limitato, tutto quello che pesa, che è opaco, tutto lentamente si allontana nella presenza di un Dio che vive nel cuore dell’uomo. Perché sono precisamente questo i facta carnis, son queste le opere della carne: l’opacità, la pesantezza, il limite, la morte. La povertà cristiana veramente s’identifica alla ricchezza; come la dolcezza si identifica precisamente al possesso. Può sembrare paradossale il linguaggio del Vangelo, ma rimane parola di Dio. Non solo vera, però, perché è parola di Dio, cioè vera indipendentemente da una esperienza che l’anima possa avere; ma vera anche per una nostra esperienza intima, che ce ne garantisce in qualche modo la verità, anche se la garanzia di questa verità non dipende in fondo da una nostra esperienza, ma dal fatto proprio che è parola di Dio. E voglio dire: non è forse vero che è colui che è mite che veramente possiede la terra? Che veramente ha un’esperienza di dominio, di quella pace che è il segno di un perfetto possesso delle cose e di sé? E voglio dire: non è la povertà cristiana che dà all’anima già una esperienza di una ricchezza ineffabile, che nessuna cosa potrebbe compromettere perché nessuna cosa ha la possibilità d’intaccarla? Le cose umane possono intaccare la tua ricchezza, gli avvenimenti umani possono compromettere il possesso dei beni che hai; ma nessun avvenimento umano può compromettere la tua povertà. Avvenga quello che avvenga, nulla dall’esterno potrebbe nuocerti, nessuna cosa potrebbe toglierti quello che hai: la tua povertà. Ed è precisamente in questa povertà, in questo distacco del cuore, in questa purezza interiore che tu veramente tutto possiedi. Il cammino dell’anima guidata dallo Spirito non è questa presenza di un Dio che entra in te e ti riempie nella misura che tutto da te si allontana come non fosse? Non che tu debba buttar via le cose: son le cose che non ti legano più. Non che tu debba buttar dalla finestra quel che possiedi: tu non possiedi più nulla, anche se tu usi di tutto, perché non sei posseduto più da cosa alcuna. Possedere è esser posseduti; ma l’anima che possiede Dio è anche soltanto da Lui posseduta e per questo anche è libera.
Noi vivremo nella misura che nello Spirito Santo si opererà questo spogliamento, questa liberazione, piuttosto. Se non vogliamo usare i termini di spogliamento o di morte, se ci dà noia anche il termine che usa San Paolo, mortificatis e di fatto è un termine che dobbiamo capire, usiamo il termine vero, quel termine che è implicito, piuttosto, nelle altre parole dell’Apostolo: « liberazione ». Una mortificazione dalle opere della carne implica una liberazione dalle opere della carne. Vivere per noi vuol dire sempre più morire alla morte, sempre più liberarci dalla schiavitù della carne, sempre più allontanarci, spogliarci, o meglio: scioglierci da tutto quello che ci lega, spogliarci da tutto quello che ci pesa, purificarci da tutto quello che ci obnubila, ci acceca, che rende meno puro il nostro sguardo.
LA MORTE PER IL CRISTIANO
Per ritornare a quanto si diceva prima, secondo altre religioni, questo cammino di mortificazione è un cammino umano, è l’uomo che si dona la morte. Noi abbiamo detto che questa mortificazione, questo spogliamento, questa liberazione, è opera dello Spirito: e soltanto nella misura che lo Spirito opererà questa mortificazione, questo spogliamento, questa liberazione, noi vivremo. Ma si potrebbe noi mortificarci senza che lo Spirito operasse con noi questa mortificazione, ci desse il potere di mortificarci? Ecco la grande illusione delle ascesi fuori del Cristianesimo: che cioè si possa mortificarci da noi. Siccome la mortificazione è l’elemento, è l’espressione stessa della vita, nella stessa misura noi moriamo in cui la vita divina ci investe; noi moriamo nella stessa misura in cui Dio si fa presente nell’anima nostra. Noi c’illudiamo di poterci mortificare da noi; ma invece, siccome la mortificazione è appunto un elemento della vita, non si può operare questa mortificazione che nella misura stessa che Dio si fa presente nel cuore dell’uomo.
Di qui deriva che le ascesi al di fuori del Cristianesimo non operano la morte. Possono, sì, essere insegnamento di una mortificazione della carne ma non sono un insegnamento della mortificazione dello spirito umano. L’uomo, in fondo, da sé solo, non potrebbe operare questo spogliamento totale, non potrebbe operare questa sua liberazione. Può cadere da una schiavitù in un’altra schiavitù, ma soltanto se l’anima diviene serva di Dio è veramente libera. Trovo giusto che si debba avere una certa ripugnanza a dover parlare di morte. Effettivamente, fermandoci soltanto su questo elemento, c’è il rischio che facciamo nostra la dottrina di quest’ascesi non cristiana. Per il cristiano, invece, il morire è precisamente un aspetto negativo di quello che è, in termini positivi, la vita stessa di Dio che entra in lui. Può sembrare illogico che tu prima debba morire e poi vivere: di fatto tu muori nella misura che vivi, tu muori alla carne nella misura che vivi allo Spirito. O piuttosto, tu muori alla tua natura nella misura che lo Spirito ti prende e ti possiede, t’investe e ti trasforma, entra in te e ti trasfigura.
Considerate come l’insegnamento evangelico sia un insegnamento che ha implicita questa morte, ma si esprime in termini totalmente positivi: « Beati i poveri perché di essi è il regno dei cieli; beati i miti perché possederanno la terra; beati coloro che piangono perché saranno consolati… « ; ma il « saranno » non rimanda a domani. Dobbiamo renderci conto che beati siamo già ora, anche se la consolazione piena sarà soltanto domani. Il Vangelo parla in termini positivi. Qui, San Paolo sembra parlare in termini negativi: Si Spiritu facta carnis mortificatis, vivetis. Ma l’insegnamento rimane uno solo ed è questo: non vi è possibilità per l’uomo di essere invaso da Dio che nella misura che egli in qualche modo vien meno a se stesso: prima al suo peccato, poi alle sue imperfezioni, agli stessi limiti propri della sua natura creata. Davvero, essere invasi da Dio vuol dire morire a noi stessi. Ma questa morte è una morte beata: Beati mortui qui in Domino moriuntur. È, si diceva, un vivere la stessa vita di Dio.
Implica forse, questo, un certo monofisismo? Implica cioè un disprezzo di quelle che sono le esigenze proprie della natura umana e soprattutto implica l’insegnamento di una distruzione ontologica dell’essere creato? No! Ma implica quello che noi vediamo nel Cristo: una trasfigurazione operata dallo Spirito, che sottrae in qualche modo la natura umana a ogni esperienza terrestre. Egli è l’Uomo anche ora, ed eternamente Egli rimane Uomo. Eppure come possiamo dire che Gesù risorto da morte, viva ora la nostra povera vita? È la nostra vita umana coi suoi limiti, nella sua forma, che è propria di Gesù? Invaso dallo Spirito, glorificato dallo Spirito, l’Uomo Gesù vive ora una vita uguale alla nostra? Egli rimane Uomo, ma per vivere anche nella sua natura la stessa beatitudine e gloria di Dio. Tutto questo è forse un qualche cosa che distrugge o mortifica in senso proprio la natura umana del Cristo? Che la rende meno perfetta di quanto non sia la nostra natura? Gesù Uomo è più perfetto o meno perfetto ora, come uomo intendo dire, di quanto non lo fosse avanti la sua morte? Mi sembra che questo basterebbe a farci capire come la necessità di un nostro morire non sia affatto un elemento di mortificazione in senso proprio, non sia che la condizione a una invasione della luce divina in noi.
L’azione della grazia…
Per riprendere l’insegnamento delle Beatitudini: siccome la vita eterna futura non è che in continuazione alla vita di grazia che noi già possediamo, noi non possiamo vedere nella vita di gloria che è propria della umanità di Gesù oggi, che il termine proprio del nostro stesso cammino che a quel termine deve approssimarci sempre più. Queste due vite, la vita presente e la vita futura, la vita di grazia e la vita di gloria, non sono in opposizione fra loro: è un cammino continuo. Ed è ben questo che la grazia opera in te. Non è forse vero che nella misura che lo Spirito ti invade viene meno in te ogni volontà di potenza, e tanto più tu domini e regni quanto più ti fai umile e dolce, quanto più la tua natura investita dallo Spirito perde ogni sua asprezza, perde ogni sua rigidità, diviene pieghevole, senza durezza: docile, malleabile, liquida all’azione di Dio? Non è forse vero che via via che la grazia opera in te, entra in te, sempre più il tuo cuore si stacca dalle cose presenti, si libera da ogni asservimento alle cose, da ogni legame che ci rende schiavi delle creature perché nella libertà, l’anima già vive una sua esperienza del Regno, anzi, ne vive già il possesso iniziale?
Ora, è precisamente in questo cammino che noi dobbiamo consentire allo Spirito. Si diceva stamani che, in fondo, a noi non viene chiesto che questo. È vero che dobbiamo mortificarci ma nello Spirito, per lo Spirito: praticamente, noi ci mortificheremo soltanto per lo Spirito Santo, per la forza di questo Spirito, nella misura che noi consentiamo alla sua azione. Ora, tutta la vita cristiana consisterà precisamente nel consentire a questa azione dello Spirito che ci spoglia, che ci purifica e ci rende più lievi. Povertà, umiltà, semplicità. Guardate come tutte le virtù cristiane abbiano a prima vista soltanto un carattere negativo. E guardate invece come queste virtù non sono che il segno di una presenza: di un elemento non positivo, ma più che positivo, divino. È Dio stesso, la presenza di Dio. Povertà, umiltà, purezza: il cammino dello Spirito ci porta qua. Effettivamente tutte le Beatitudini non sono che una sola parola: « Beati i poveri ».
Bisogna consentire dunque all’azione di questo Spirito che ci porta per questo cammino, che ci trascina, ci muove: prima dolcemente poi ci investe e ci sforza per questo cammino, poi ci travolge con una forza sempre maggiore via via che acconsentiamo alla sua azione. In noi l’azione dello Spirito è così insensibile che, direi, ci sembra di muoverci noi stessi verso questa povertà e per questo, muovendoci noi stessi, noi non percepiamo tanto l’elemento positivo di questa azione quanto l’elemento negativo ed è una mortificazione che ci viene chiesta. Via via, invece, che noi acconsentiamo allo Spirito e investiti dallo Spirito noi ci abbandoneremo alla sua forza che ci travolge allora, nella stessa misura, invece che l’elemento negativo, noi avremo esperienza dell’elemento positivo di quest’azione dello Spirito in noi. Non viviamo più tanto una mortificazione quanto la vita stessa di Dio. San Francesco non si accorge di esser povero: si accorge soltanto di esser ricco. Noi, certo, sentiamo prima di tutto questo sforzo che dobbiamo compiere per liberare il nostro spirito dall’attaccamento alle cose, eppure sentiamo, nonostante tutto, che in questo spogliamento un Altro ci sforza, non soltanto dall’esterno, ma per una grazia interiore e ci spinge verso questa libertà sempre maggiore. Rimane vero per noi che dobbiamo mortificarci, che cioè questo cammino implica prima il sentimento, l’esperienza di un nostro morire. Ma noi non viviamo questo nostro morire come una morte, viviamo questo nostro morire come una condizione a che lo Spirito Santo entri sempre più nell’anima nostra e sempre più la invada, e sempre più la possegga. Anche se abbiamo l’esperienza di un nostro morire, non vogliamo questo nostro morire che come condizione, precisamente, a questa invasione di Dio.
… ACCOLTA NELLA FEDE
E allora s’impone a noi, proprio perché non viviamo ancora questa azione dello Spirito nell’elemento positivo più che nell’elemento negativo, s’impone per noi che la fede ci sostenga, che noi ci rendiamo conto cioè che nel nostro vivere la morte non siamo noi che viviamo, ma che un Altro in questo cammino ci spinge, a questo cammino ci porta. Dobbiamo, nella fede, renderci conto che soltanto nella misura che consentiamo a morire la vita subentra. Possiamo non avere un’esperienza così viva della vita come invece abbiamo un’esperienza viva della nostra morte: proprio per questo ci rimane difficile consentire all’azione dello Spirito e allora ci deve soccorrere la fede. Se la fede ci sostiene, se la fede ci aiuta, allora noi consentendo allo Spirito daremo sempre più modo allo Spirito di invaderci, di penetrarci, di muoverci con una forza maggiore. E allora da un’esperienza di morte noi passeremo a sentire più profondamente, a sperimentare sempre più prepotente, invece, l’azione della vita, questa invasione della vita. Allora, all’esperienza di un’ascesi mortificante subentrerà sempre più l’esperienza di un mistico possesso di Dio. Allora al linguaggio di Paolo più facilmente risponderà il linguaggio di Gesù: « Beati i poveri ». Comunque, mi sembra che sia questo l’insegnamento dei primi versetti dell’Epistola di oggi: sentire che l’azione dello Spirito Santo ci porta a esser mossi da questo stesso Spirito, a un nostro sparire, a un nostro venir meno a tutti i limiti creati, a tutte le nostre imperfezioni, perché si faccia presente in noi sempre di più il Signore, perché in noi viva sempre più Lui e Lui solo.
Ma si noti quello che dice Paolo qui nella Lettera, tanto nella prima parte del versetto che nella seconda parte: la persona che esperimenta la morte e la vita è sempre l’uomo. È Dio che opera questa morte, è Dio che fa presente in te questa vita; ma sei tu che muori e sei tu che vivi. Cioè: se anche lo Spirito Santo t’investe, non distrugge la tua sussistenza, non vi è un annientamento di te. È Dio che opera la tua morte, è Dio che vive in te la sua vita. Ma sei anche tu che muori per questa azione dello Spirito, ma sei anche tu e tu solo che vivi per questa vita dello Spirito che in te trabocca, che in te si fa presente. Questo dobbiamo tenere ben presente, perché non si trasformi, questa dottrina di una certa sostituzione della vita umana alla vita divina, in una certa sostituzione di Dio all’uomo. Non c’è sostituzione di Dio all’uomo: l’uomo rimane, ma per vivere in Dio; l’uomo rimane ma per non avere altra vita che quella divina, come Gesù: nella sua natura umana non vive più la vita che è propria dell’uomo ma vive la vita del Figlio; e nella natura umana creata e nella natura increata non vive più che una vita.
Il fatto che Egli non viva più la mia vita condizionata dal tempo, dallo spazio, limitata nel suo potere, limitata nella sua influenza: il fatto che non possa vivere più questa vita non lo fa meno uomo, non distrugge in Lui quella natura che Egli ha ricevuto da me; non lo fa meno perfetto, non soltanto come Dio ma nemmeno come uomo. Egli rimane ora perfetto uomo come era uomo quaggiù, ma non vive in questa natura che la vita di Dio, che una vita che è la vita stessa dello Spirito. Così noi dobbiamo vivere.

TUTTI QUELLI INFATTI CHE SONO GUIDATI DALLO SPIRITO DI DIO, COSTORO SONO FIGLI DI DIO » – SECONDA PARTE

TUTTI QUELLI INFATTI CHE SONO GUIDATI DALLO SPIRITO DI DIO, COSTORO SONO FIGLI DI DIO »

SECONDA PARTE

DIVO BARSOTTI, RITIRO DI FIRENZE, 16 LUGLIO 1961

OMELIA

LA PAROLA DI DIO CREA
SECONDA MEDITAZIONE
ACCETTARE I TEMPI DELLO SPIRITO…
Tutta l’azione dello Spirito Santo tende a una nostra trasfigurazione, dunque; a una nostra spiritualizzazione; ma a una nostra spiritualizzazione nel senso dello Spirito con la « S » maiuscola, cioè una divinizzazione nostra che implica una trasfigurazione anche dell’essere umano. Questa trasfigurazione, si diceva prima, si opera attraverso una morte, a un venir meno a quello che sono prima i peccati, poi le imperfezioni proprie della natura creata. Una morte. È chiaro che noi dobbiamo consentire a questa azione. In che modo noi consentiamo? Per il fatto che noi sappiamo che l’azione di Dio ci porta a una trasfigurazione totale ed esige in un certo senso una morte anche totale, noi dobbiamo operarla immediatamente questa morte? Dobbiamo cercare di entrare violentemente per questa via? Ricordiamoci che tanto il vivere come il morire, il morire a noi stessi o il vivere in Dio, sono l’atto dello Spirito, si operano per una invasione dello Spirito in noi. Non solo la vita divina implica questa presenza, ma anche un morire di te a te stesso. Non si deve entrare per questa via violentando le porte. È pericoloso sottoporci ad una mortificazione a cui non ci spinge dolcemente, ma in qualche modo irresistibilmente, la grazia. Pretendere che noi si possa vivere, oggi, la vita di un Francesco d’Assisi nella sua morte, è mettersi in condizioni poi di non affidarci più direttamente allo Spirito Santo, ma probabilmente ci mette nelle condizioni di subire tentazioni e reazioni da parte della nostra natura, alle quali noi non siamo ancora preparati. Bisogna lasciare a Dio l’iniziativa in tutta la nostra vita di grazia; bisogna che sia Lui ad aprire all’anima il cammino e a dettare all’anima la legge del suo progresso. Fare un passo più grande o muoverci con maggiore rapidità di quello che ci consenta la grazia interiore, è metterci sempre in un pericolo prossimo di cadere. Dobbiamo anche in questo rispettare l’azione di Dio, dobbiamo anche in questo renderci conto che tanto più sarà sicuro il nostro avanzamento, quanto più sarà umile la nostra dipendenza, la nostra docilità alla grazia divina. Anche la mortificazione può essere un’opera carnale, opera della nostra natura, se « carne » nel linguaggio dell’apostolo Paolo non vuol dire soltanto carne, ma vuol dire natura umana nell’economia presente di peccato. La mortificazione è elemento negativo di questa vita divina solo nella misura che Dio t’investe.
È certo però che lo Spirito Santo ti conduce per questa via; cioè, tu non puoi dubitare che Dio ti porti per una via di spogliamento, di purificazione, di liberazione interiore. Il modo onde si opererà questo spogliamento devi lasciarlo a Dio; o piuttosto, per quanto riguarda il progresso di questo cammino di spogliamento, per quanto riguarda la via che devi intraprendere per questa liberazione, tu devi mantenerti docile alla grazia. Ma sei già sicuro che non è lo Spirito che ti porta se tu non procedi per questa via. È chiaro che una trasfigurazione dell’uomo implica sempre un nuovo morire agli istinti naturali. Non è invece chiaro in che misura tu debba morire a questi istinti oggi.
… LASCIANDOCI DOCILMENTE CONDURRE
Lascia a Dio di agire in te: ecco quello che mi sembra molto importante e molto pratico per la vita interiore. Ci può essere in tutti noi una certa ansietà di raggiungere la perfezione, che ci spinge anche per una via di mortificazione con una forza maggiore di quella della grazia. Ora se noi procediamo con questa forza e procediamo da soli, noi dobbiamo temere che questo progresso ci porti ad essere più carnali, cioè più legati a noi stessi, cioè più orgogliosi, cioè più indocili all’azione di Dio. Umiltà, semplicità, attenzione al Signore. Attenzione umile, pura. Procediamo per una via di umiltà, per una via di povertà, per una via di semplicità, ma procediamo in obbedienza sempre all’azione segreta di Dio. Procediamo per questa via non preoccupati della nostra mortificazione, non preoccupati di portare a termine questa mortificazione, ma preoccupati soltanto di essere obbedienti, di essere docili al Signore, di lasciare che Lui ci porti per mano, di lasciare che Lui sempre più ci investa e ci penetri, di lasciare a Lui sempre più il possederci e il condurci.
Tutto il lavoro dell’anima non può consistere che in questo lasciar sempre più posto a Dio in noi. Certo che da principio questa azione dello Spirito Santo è molto più segreta e molto meno conosciuta dall’anima stessa: appunto per questo la mortificazione sembrerà opera nostra; ma anche allora noi possiamo procedere in obbedienza: in obbedienza a leggi esteriori, nella misura che Dio ci rimane estraneo, ci rimane un po’ sconosciuto. Obbedienza al Direttore spirituale, obbedienza al Superiore religioso, obbedienza alle leggi, obbedienza anche alle norme comuni dell’ascetica cristiana. Via via che saremo purificati da questa obbedienza a una legge esteriore, subentrerà invece la docilità all’azione di Dio; e tu non vivi la tua morte, ma vivi invece questa invasione dello Spirito, ma vivi invece questo consenso a un Dio che ti possiede. Tu muori a te stesso, e morire a te stesso che cosa vuol dire se non lasciarti possedere da un Altro? In fondo, morire non è un venir meno dell’essere creato: è un venir meno, invece, di quell’autosufficienza, di quella autonomia in cui ci ha chiuso precisamente il peccato, per essere sempre più invece posseduti da Dio a immagine e somiglianza della natura umana assunta dal Verbo, onde questa natura non ha più nessuna autonomia, ma tutta sussiste nel Verbo, tutta nel Verbo trova la sua consistenza.

TERZA MEDITAZIONE
DIVENIRE FIGLI NEL FIGLIO
Ecco dunque il modo per vivere: quello di morire. Il cammino che porta alla vita è un cammino di morte: morire a noi stessi per vivere a Dio. Le parole dell’Apostolo Paolo ci richiamano quello che è il programma della Comunità: le Beatitudini. Noi saremo veramente testimoni di Dio, noi veramente dimostreremo che Dio è presente nel mondo, proprio in questo venir meno a noi stessi, in questo lasciar posto nella nostra anima a Lui. Ci sembra proprio che questa sia la formula esatta della vita spirituale: lasciar posto al Signore, divenire una capacità che lo accoglie, lasciarci assumere da Lui, lasciarci possedere da Lui nella pace e nell’umiltà, nella dolcezza, nella purezza, nella semplicità. Le Beatitudini: questa è la vita dello Spirito. La lampada brucia consumando l’olio: lo Spirito di Dio vive nel cuore umano vivendo di noi, alimentandosi di tutta la nostra natura. Umiltà e purezza.
Ma l’Apostolo prosegue e nel proseguire egli non soltanto ci dice che vivere per noi vuol dire abbandonarci allo Spirito. Non soltanto ci dice che l’atto, in fondo, che ci è richiesto, è soltanto un consentire alla sua forza, un lasciarci possedere da Lui, ma ci dice anche qual è l’opera dello Spirito. « Se noi vivremo… ». Che cosa vuol dire per noi vivere? Vuol dire divenire figli. L’opera dello Spirito è la concezione del Verbo Incarnato, come abbiamo cantato stamani nel Credo: de Spiritu Sancto ex Maria Vergine. Mossi dallo Spirito Santo noi diveniamo i figli, siamo i figli. Ecco l’elemento positivo della vita cristiana: partecipare alla relazione del Figlio Unigenito al Padre; vivere questa relazione di amore; anzi, essere questa relazione di amore. Perché il Figlio non è se non in relazione al Padre: Relatio subsistens e proprio perché è pura relazione di amore, in Sé e per Sé non è nulla. Se anche le Persone in Dio in Sé e per Sé non sono nulla, quanto meno sarà in sé e per sé qualche cosa, l’uomo che allo Spirito di Dio si abbandona? Non vi sembra che sia giusto, dunque, questo morire, se in fondo anche le Persone divine in quanto sono pura relazione di amore, in Sé e per Sé non sono nulla e perciò in Sé e per Sé vivono in qualche modo una certa morte a Se stesse? Non si può dire che vivono una certa morte, intendiamoci bene: perché? Semplicemente perché per morire bisogna che prima si posseggano. Ora, la Persona divina non si possiede mai, per poter poi rinunciare a Se stessa; ma l’uomo sì, si possiede. Si possiede prima, in quanto creatura perché la legge della creatura è l’egoismo; si possiede poi per doppia ragione per il peccato, perché nell’egoismo la creatura ancora di più si chiude e si difende dalla grazia. Ora, essere investiti dallo Spirito per noi vuol dire dunque una duplice morte: morire in sé come creatura in quanto la creatura come tale non ha altra legge che quella di un certo egoismo: solo a Dio appartiene l’agape, anzi, l’agape è Dio stesso. Per questo vedete, non solo ogni creatura umana, ma anche quella creatura che è l’umanità sacrosanta del Verbo perché l’umanità è creatura, anche nel Figlio di Dio, anche questa umanità, partecipando alla vita del Figlio, vivendo in questa umanità il Figlio di Dio, questa natura umana non può sussistere nel Figlio che morendo a sé. Che cos’è la vita del Figlio di Dio nella sua natura umana se non la presenza dell’atto di morte? Quando si fa presente sopra l’altare per noi, Gesù non si fa presente precisamente in questo atto di morte? Ora che è nel Cielo, nella sua natura umana che cosa vive Gesù se non un morire a sé per vivere in Dio? Beati mortui qui in Domino moriuntur. L’atto della morte non è superato, l’atto della morte non viene oltrepassato: morte e vita in Cristo rimangono elementi indistruttibili di un solo mistero, come in ogni creatura. Perché la natura non può vivere la vita divina che venendo meno a se stessa, che strappandosi a sé, all’egoismo proprio della creatura come tale per vivere questa pura relazione di amore al Padre Celeste.

QUI SPIRITU DEI AGUNTUR, HII SUNT FILII DEI (RM 8,14)
Mossi dallo Spirito Santo, dunque, docili all’azione di questo Spirito, investiti dalla forza di questo Spirito, che cosa noi vivremo se non un amore che ci strappa a noi stessi? Un amore che ci libera da ogni nostra autosufficienza e ci ordina a Dio? Una vita che implica una morte? Qui Spiritu Dei aguntur, hii sunt fitii Dei. È precisamente perché siamo figli che viviamo la morte. Non viviamo la morte che in quanto siamo figli, perché precisamente questa morte è l’elemento negativo di una vita divina. Dio si fa presente in te strappandoti a te stesso, per ordinarti totalmente a Sé. Pura relazione di amore: ecco che cosa devi essere. Non lo sei perché sei peccatore, non lo sei perché sei creatura. Peccatore, devi morire al peccato; creatura, devi morire a questa legge che ti difende contro l’agape, per vivere anche, vinto ogni peccato, la morte del Cristo, che vive nella sua natura umana la vita del Figlio in questa sua oblazione pura di amore che è la morte di Croce.
Che cosa è dunque morire per noi? Vuol dire amare. Non è altra cosa che questo. Nemmeno la povertà è amata per sé, né la purezza, né l’umiltà: l’umiltà, la purezza, la povertà, non sono che il volto dell’amore, non sono che questo venir meno a noi stessi perché in noi non viva più che il Signore, Lui solo. Tu non sei più nulla. In te e per te tu devi far posto a Dio. Vivere per noi, vuol dire essere il Figlio. E proprio perché per noi vivere vuol dire essere il Figlio, essere il Figlio anche vuol dire non essere più noi stessi, non essere più per noi stessi, non vivere più per noi: non vivere più in noi ma vivere un’estasi eterna di amore che implica eternamente la morte. Il Figlio di Dio vive dall’eternità per l’eternità l’oblazione di Sé al Padre Celeste. La vive non come morte nella sua natura divina, perché la natura divina non ha come legge l’egoismo, ma vive la morte nella sua natura umana: Gesù Crocifisso. Se così la vive il Figlio di Dio nella natura umana che ha assunto, quanto più dovremo viverlo noi questo continuo strapparci a noi stessi per ordinarci al Signore, per non vivere più che davanti al suo Volto! E da figli di Dio, relazione pura di amore, non potremo vivere più che quello che dice qui S. Paolo, il canto della lode infinita, il canto della lode eterna: « Abbà, Padre! ».

RIVELATORI DEL PADRE
Che cos’è « Abbà, Padre »? La vita religiosa è la testimonianza del Padre. L’unicità di Dio implica un annientamento della creatura. « Nulla resiste tranne il volto di Allah », dice il Corano. La creatura non può sussistere dinanzi a Dio. La proclamazione dell’unicità di Dio implica la distruzione dell’essere creato: Dio non è Uno fintanto che tu sussisti. Dio è unico. Questo per l’lslam. Non così per noi. Anche per te la vita religiosa è la proclamazione di Dio: Dio è. Ma quale Dio se non il Padre? E il Padre come può essere se non in questa relazione del Figlio? Il Padre è soltanto per il Figlio e nel Figlio. in Sé e per Sé non è. Ecco che Dio esige da te la Sua vita, chiede a te di essere. Come senza il Figlio non sarebbe il Padre, così in ugual modo Dio non è senza di te, per te. Sei tu che gli dai vita, è per te che Egli vive.
Pensa dunque quale vita tu devi vivere se devi dare vita a Dio, se devi proclamare con la tua vita il Padre Celeste. « Abbà, Padre! » non è una parola. Sarebbe tanto facile dire « Abbà, Padre ». Ma il dire il Padre vuol dire farlo presente, vuol dire far presente la santità infinita di Dio. Proclamazione della santità del Padre fatta dall’uomo: tu devi render presente in te e per te un Altro, il Padre Celeste. Lo puoi fare perché è lo Spirito Santo che ti muove e perché muovendoti lo Spirito, tu sei il Figlio. Non c’è possibilità di una proclamazione della santità del Padre da parte dell’uomo se non è lo Spirito Santo che nell’uomo la proclama. E non vi è possibilità per lo Spirito di proclamare la santità del Padre che in quanto lo Spirito opera in te una certa incarnazione del Verbo, una certa unione col Verbo: ti unisce al Figlio di Dio, ti fa figlio di Dio nel Figlio Unigenito.
E da figlio tu gridi: « Abbà, Padre! ». È tutta la vita cristiana. E che cos’è la vita cristiana in queste parole di Paolo? È la vita trinitaria, la vita stessa di Dio. E che cos’è allora la creatura in questa vita trinitaria che si esprime nel testo di Paolo? La creatura è pura condizione a un moltiplicarsi, direi, infinito di Dio in ognuno di noi. Ognuno di noi è soltanto una capacità di accogliere Dio; ognuno di noi è una condizione perché Dio moltiplichi in qualche modo Se stesso, la sua beatitudine, la sua santità, la sua pace. Egli rimane l’unico e pur tuttavia in ognuno di noi vive, così che ognuno di noi lo possiede. Rimane l’unico ed è tutto in tutti. Che cos’è la vita eterna se non il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo? Ed è lo Spirito che vive in te e vivendo in te lo Spirito tu sei figlio. E tu non sei figlio che in quanto tu contempli il Padre, che in quanto lo ami, che in quanto ne proclami la santità. « Abbà, Padre ».
NON SI È MAI SOLI
Ma ci rendiamo conto di quello che vogliono dire queste parole? E soprattutto, ci crediamo davvero che sia lo Spirito Santo a muoverci? Noi temiamo dei mistici. Noi tanto più temiamo del linguaggio dei mistici indù o musulmani; ma il linguaggio della teologia cristiana, il linguaggio dei testi della Scrittura, non è anche più ardito del linguaggio dei mistici, dei più arditi che il mondo abbia conosciuto? Troppo spesso noi scambiamo lo Spirito Santo coi nostri sentimenti, con quello che è invece il nostro medesimo spirito. Ma se noi possiamo scambiare lo Spirito Santo col nostro spirito, questo errore non ci deve mai indurre a dimenticarci che veramente nella vita cristiana Dio stesso agisce nell’uomo, che nella vita cristiana noi siamo organi di un Dio che agisce attraverso di noi. Quale rispetto, quale riverenza noi dovremmo avere davanti a Dio che opera nell’anima nostra! Come dovremmo sentire la grandezza della nostra povera vita! Non si tratta dei doni dello Spirito, non si tratta di un’azione che può essere più grande, può essere più santa dell’azione onde Dio crea le cose: non si tratta di questo. Si tratta di Dio stesso, che interviene direttamente e personalmente nella tua vita e vive in te, e vive attraverso di te, e opera attraverso le tue stesse potenze, onde tu agisci soltanto in una pura passività di fronte alla sua azione. Agire per ognuno, consiste nel consentire all’azione divina.
Ci rendiamo conto che nella nostra vita due sempre vivono? Nella nostra vita noi viviamo continuamente questa unione nuziale onde il nostro atto è l’atto congiunto dello sposo e della sposa, di Dio e dell’anima che proprio nell’atto di grazia sono ineffabilmente congiunti sicché questo medesimo atto è dell’uno e dell’altro nello stesso modo? Ci crediamo? Quale mistero! Qui Spiritu Dei aguntur. San Paolo ne parla come della cosa più comune, più ovvia: a noi sembra così straordinario! Così incredibile! Dio! Tu non sei solo. L’essere solo per l’uomo è proprio la perdizione. Ma proprio colui che vive solo vive la sua comunione con Dio. Noi siamo davvero soli quando siamo accompagnati, perché mai come quando ci distraiamo perdiamo il contatto con questo Dio che agisce nell’anima nostra. Invece non siamo mai meno soli di quando siamo davvero soli, perché proprio quando siamo soli noi possiamo avere maggiore attenzione e vivere in maggiore abbandono e docilità all’azione dello Spirito Santo che agisce nel più profondo di noi. E non sei mai meno solo di quando sei solo, perché Dio è più intimo a te di te stesso, e proprio quando sei solo ne percepisci l’azione, e proprio quando sei più solo tu ne avverti la presenza segreta: quando proprio sei più solo tu puoi consentire alla sua azione intima e casta.
Renderci conto che precisamente lo Spirito Santo agisce attraverso la nostra vita. Basta che noi consentiamo: non siamo noi che possiamo invocarlo quasi che Egli fosse lontano, quasi che dipendesse dalla nostra preghiera il fatto che Egli venga a noi, il fatto che Egli ci muova. Egli ci muove: anche nella stessa preghiera onde noi lo invochiamo è Lui che agisce. E dunque non abbiamo da fare sforzi per essere investiti dall’azione di questo Spirito. Non dobbiamo aspettarla domani: dobbiamo consentire in questo stesso momento. Ma il consentire all’azione dello Spirito, ricordiamolo bene, non solo ci porta a questo morire a noi stessi, non soltanto ci strappa a noi stessi, a ogni egoismo ma ci fa figli nel Figlio, ci unisce a Cristo, ci fa un solo Cristo. Non solo: ci fa vivere la morte del Cristo. In noi si fa presente Gesù nella sua Morte, in quella purezza di amore, in quella pienezza di amore che Egli ha vissuto quando è stato tratto sulla sommità della croce, per rimanervi per sempre. Oh, vivere la vita dello Spirito! Che cosa abbiamo da perdere se pure questa azione dello Spirito ci porterà a maggiore purezza, a maggiore umiltà? Se pure ci farà discendere negli abissi della povertà? Se pure ci farà discendere in una dolcezza senza fine? Che abbiamo da perdere? Perché non consentiamo? Perché resistiamo alla grazia? Perché non vogliamo strapparci a noi stessi abbandonandoci a Lui?
DARE DIO A DIO
È Dio che entra in noi. Una vita divina si dispiega nell’anima nella misura che noi consentiamo a questa azione divina. Morire per vivere. Morire noi, a noi, perché in noi viva Dio.
Figli di Dio: non è il nostro programma? Si diceva stamani: è la nostra vocazione, questa. Allora la nostra vocazione implica per sé questa attenzione allo Spirito, questa docilità pura allo Spirito, questo abbandono di tutto l’essere nostro alla forza dello Spirito, sicché la forza dello Spirito ci trascini per questa via di umiltà, di semplicità e di amore; per questa via di dolcezza, di purezza divina. Bisogna abbandonarsi a questa azione dello Spirito per morire a noi stessi, per lasciar posto al Signore, perché in noi si faccia presente Gesù, perché noi viviamo nel Cristo, perché il Cristo viva in noi. Allora dunque, figli di Dio, noi non viviamo più che l’atto eterno del Verbo che vive nella eterna contemplazione del Padre, che vive il suo amore al Padre, che vive la proclamazione della santità del Padre. Questo è infatti il Verbo divino, la gloria del Padre. Egli cioè, manifesta, rivela quello che il Padre è. Senza il Figlio nemmeno il Padre sarebbe; è il Figlio che fa presente tutta la gloria del Padre, tutta la sua vita. Senza di te neppure Dio è. Questa deve essere la tua vita: come se senza di te Dio non fosse. E di fatto Dio non è, che in quanto in te Egli vive, che in quanto tu gli hai dato posto nel tuo cuore perché in te Egli si faccia presente. Quale programma! Non sei più tuo. Tu sei, ma sei soltanto per dire il Padre; tu sei, ma sei soltanto per proclamare il Padre. Perché Allah ha bisogno di una proclamazione della sua unicità? Se ne ha bisogno è segno che non è solo. Se veramente è unico e solitario non ha bisogno di una proclamazione. Nel Cristianesimo è il Figlio che proclama il Padre, e il Padre il Figlio; ma dove Dio è soltanto Uno, ogni proclamazione già lo duplica. Perciò, ogni esperienza religiosa implica la Trinità! Anche l’esperienza religiosa di un musulmano, come l’esperienza religiosa dell’indù. Ma tu devi proclamare il Padre, tu, tu, cristiano. lo devo proclamarlo, perché in me vi è il Figlio, perché in me deve vivere il Figlio, perché mosso dallo Spirito io devo essere il Figlio.
È certo che siamo adottati: siamo infatti creature. Ma l’adozione è un’adozione reale: ci fa realmente figli di Dio. E figli noi siamo soltanto nella misura che, dimentichi totalmente di noi stessi, strappati totalmente a noi stessi, morti totalmente a noi stessi non vivremo più che la pura luce della visione di Dio, che la pura visione del Padre. Noi dobbiamo vivere questa vita. Nella misura che la viviamo, lo Spirito Santo stesso renderà testimonianza a noi di vivere questa vita. Nella misura che la viviamo, lo Spirito Santo stesso renderà testimonianza in noi che siamo questi figli. Noi sentiremo di vivere questa vita beata, noi già possederemo questa pienezza di luce, noi già vivremo nella pace di Dio che in Sé ci accoglie. Che cosa fare per questo? Una cosa semplicissima: non c’è altro da fare di quello che dice San Paolo all’inizio dell’Epistola: Si Spiritu facta carnis mortificatis. Il vivere vuol dire per te questo: essere il Figlio ed essere il Figlio non vuol dire che proclamare il Padre. Non c’è altra vita che la vita eterna e la vita eterna, dice San Giovanni nella Prima Lettera, è il Figlio stesso di Dio.
OGNI ATTO, SIA ATTO «CONIUGALE»
Ecco dunque che cosa vuol dire per te vivere: vuol dire divenire il Figlio, essere il Figlio. Ut sitis filii Patris vestri. E allora se tutto sta in quelle prime parole dell’Apostolo Paolo, che cosa fare? Vivere in un’attenzione dolcissima, pura, allo Spirito che è in te. Vivere ogni istante la tua unione nuziale con Lui: cioè renderti conto in ogni tuo atto che non sei solo a operare o piuttosto: puoi essere solo a operare nella misura che tu sfuggi a questa unione con lo Spirito. Non ti è dato vivere altro. L’uomo è stato creato per le nozze divine. L’essere creato è un essere coniugale, dice Evdokimov. La creatura come tale, nella sua più intima essenza, è un essere coniugale: non vive che nell’istante che si congiunge, non vive che nell’atto della sua unione con lo Spirito per generare il Figlio, per essere il Figlio. In ogni tuo atto non vivere solo, senti di vivere l’unione: non vivi in ogni tuo atto che l’unione con Dio nello Spirito, per lo Spirito, nel Figlio al Padre. In ogni tuo atto tu vivrai dunque, attraverso il consenso di te, il consenso della sposa allo Sposo divino, non vivrai più che la vita eterna incommutabile, immensa, pura, di Dio: la sua pace, la sua beatitudine somma, la sua santità.

QUARTA MEDITAZIONE
LODE ALLA GLORIA DEL PADRE
Noi abbiamo cercato di meditare in questo giorno alcuni versetti della Lettera ai romani, abbiamo riconosciuto che questa Epistola dice la nostra vocazione, abbiamo capito che la nostra vocazione è in fondo la vita dei figli: Ut sitis filii Patris vestri. Vivere la vita dei figli in una docilità umile, pronta, allo Spirito di Dio, vivere la vita dei figli per vivere nella lode del Padre, per essere anzi la lode del Padre.
Diverse cose ci sembra di avere, se non capito, intravisto: insegnamenti di ordine spirituale, di ordine metafisico. Dall’Epistola si potrebbe rilevare quello che è la creatura come tale nell’ordine voluto da Dio; di ordine anche teologico. Di fatto, il mistero della vita divina, il mistero trinitario, non si rivela all’uomo che nella economia della comunicazione divina, nella economia cioè di un Dio che si dona al mondo. Il mistero trinitario non si rivela come mistero inaccessibile e trascendente a noi uomini, come rivelazione pura di una verità che non ci tocca, che è estranea alla nostra intima vita: in tanto ci si rivela il mistero della Trinità, in quanto noi stessi siamo introdotti in questo mistero, in quanto questo stesso mistero diviene il mistero della stessa nostra vita interiore. Per lo Spirito Santo, di fatto, noi siamo uniti al Figlio, siamo fatti figli e nello spirito filiale onde siamo animati noi ci ordiniamo al Padre, viviamo la proclamazione della sua santità, siamo la sua lode: Laus gloriae, come dice San Paolo nella Lettera agli Efesini. È il termine che esprime la vocazione di Suor Elisabetta della Trinità: lode alla gloria del Padre, lode degna del Padre.
Vogliamo ora vedere quello che ci dicono i testi della Messa in riferimento alla dottrina di Paolo? Stamani si accennava al rapporto che può esservi tra l’Epistola e il Vangelo, così strano in questa Messa. Si parla di un amministratore, mentre nell’Epistola non si parla affatto né di amministratori né di servi: si parla di figli. Giustamente il servo deve render conto della propria amministrazione; ma proprio questo ci assicura Paolo: che non siamo servi e perciò che non dobbiamo render conto di una amministrazione.
Ma più del rapporto dell’Epistola col Vangelo mi piace considerare un poco il rapporto che vi può essere fra l’Epistola e l’Introito nella Messa di oggi. L’Introito, che la liturgia trae dalla festa della Purificazione di Maria, dice: « O Dio, noi abbiamo ricevuto la tua misericordia in mezzo al tuo tempio. Come è grande il tuo nome, così la tua lode fino all’estremità della terra. Di giustizia è ripiena la tua destra ». Nella festa della Purificazione di Maria, è l’umanità che riceve il Figlio di Dio. La misericordia di Dio che è il Figlio, che è il Cristo, la Madre lo depone nella braccia di Simeone. In Simeone è Israele che accoglie Gesù. Primo incontro di Gesù col suo popolo: incontro che è anche il dono che il Padre fa del Figlio suo a Israele. La Madre deve riscattarlo perché ogni primogenito appartiene al Signore, dice l’Epistola della festa della Purificazione. Deve riscattarlo la Madre, ma il primogenito che apparteneva a Dio ora riappartiene alla Madre, riappartiene al popolo d’Israele.
Il dono viene fatto in mezzo al tempio di Gerusalemme. Come è grande il dono di Dio, così è grande la sua lode ora fino all’estremità della terra, perché il mondo ha in Cristo da offrire al Padre una lode degna di Lui, degna del suo nome, una lode che è tale da rispondere all’esigenza della divina santità. Ma quello che nella festa della Purificazione si dice di Gesù, qui indubbiamente si dice di noi. Non è più celebrata la festa della Purificazione: nelle domeniche dopo la Pentecoste vien celebrato invece il mistero dell’azione dello Spirito Santo nella Chiesa di Dio. Il mistero del Cristo diviene il mistero di ogni anima. Quello che prima si è compiuto nel Cristo, ora si compie in ciascuno di noi. Per il medesimo Spirito che un giorno operò la concezione del Figlio di Dio nel seno della Vergine, ora si compie lo stesso mistero nel seno della Chiesa, nel seno di ciascuno di noi. La festa di questo incontro di Dio con l’uomo, di questo dono di Gesù all’umanità, che è la festa del 2 febbraio, diviene la festa del dono che Dio fa di Se stesso a ognuno di noi. E ognuno di noi riceve questo dono in mezzo al suo tempio.
DOVE C’È LO SPIRITO, LÀ C’È LA CHIESA
Ecco: prima di tutto mi sembra che sia importante notare quello che l’Introito dice con le prime parole. Nell’Epistola si parla di questa vita trinitaria che trabocca nel cuore dell’uomo per il dono dello Spirito onde per questo dono noi siamo uniti al Figlio di Dio. Questo dono che Dio ci fa di Se stesso l’uomo come lo riceve? Come ciascuno di noi lo riceve? Dove lo riceve? È importante vedere sia il dove che il come, è importante notare come possa avvenire l’incontro di Dio con l’uomo. L’incontro suppone un luogo dove i due si incontrano; e il luogo è il « mezzo del tempio ». Dio scende nel tempio di Gerusalemme dove è Simeone. Sei tu che nella Chiesa accogli lo Spirito: non vi è possibilità di ricever lo Spirito se non dalla Chiesa. E giustamente, chiunque lo riceve, se anche visibilmente non fa parte di lei, invisibilmente è dentro di lei, è legato invisibilmente alla Chiesa visibile. Là dove è lo Spirito ivi è la Chiesa, ci dice Sant’Ireneo; perché è lo Spirito stesso che crea la Chiesa, fa di tutti noi il Mistico Corpo del Cristo. La Chiesa si rappresenta, si esprime esteriormente attraverso le strutture che sono proprie di questa Chiesa visibile, ma è l’espressione visibile di un mistero che è compiuto unicamente dallo Spirito. La Chiesa come Mistico Corpo del Cristo è la creazione dello Spirito di Dio. Perciò là dove è lo Spirito ivi è la Chiesa, perciò là dove è la Chiesa ivi è lo Spirito.
Tu non ricevi lo Spirito che vivendo nella Chiesa. Tu accogli lo Spirito soltanto nella misura che vivi nella Chiesa. In medio templi tui. La vita dell’anima cristiana, quanto più quest’anima vive di Dio tanto più è radicata nel seno della Chiesa, tanto più è nel cuore di lei. Sono indubbiamente necessari alla sua espressione visibile gli organi della gerarchia; ma le anime vivono tanto più intensamente nella Chiesa quanto più veramente ricevono lo Spirito di Dio. Possono essere insostituibili della Chiesa visibile il Papa e i Vescovi, ma più anche del Papa e dei Vescovi sono radicati nel seno della Chiesa i santi. L’anima che accoglie lo Spirito, che riceve lo Spirito per esser fatta figlia di Dio, per vivere il mistero di una sua filiazione, per vivere il mistero di un suo rapporto filiale col Padre, quest’anima vive nel seno della Chiesa, è il cuore della Chiesa.
Il contemplativo, ce lo ricorda Santa Teresa del Bambino Gesù, è il cuore della Chiesa. È il cuore che è nascosto, ma per il quale l’organismo medesimo vive. Il capo è visibile, ma non vive che per il cuore. Pensate quello che è il cuore in tutta la teologia veterotestamentaria: non ci dobbiamo rappresentare quello che è cuore e quello che è capo secondo i criteri di una fisiologia moderna, ma secondo quello che è il pensiero dell’ebraismo antico. Il cuore è tutto: è la sede del pensiero, oltre che degli affetti, è la sede della vita. In medio templi tui. Non si riceve lo Spirito che nella misura che siamo in questo centro, che siamo in questo cuore. E per il fatto stesso che ricevemmo lo Spirito, siamo in questo « mezzo » e in questo cuore. Da una parte non si riceve che essendo nel centro; dall’altra parte, ricevendolo, già questo medesimo fatto ci dice che siamo posti nel centro. Il contemplativo è dunque il cuore della Chiesa. Ecco quello che c’insegna l’Introito in riferimento all’Epistola. Abbiamo ricevuto il tuo Spirito, abbiamo ricevuto il tuo dono, la tua misericordia, abbiamo ricevuto Te stesso: nel seno di Dio, in questo cuore; lì avviene l’incontro, lì si consuma l’unione, lì si realizza il mistero per ognuno.
ADOZIONE DIVINA
Quello che segue, è ancora più grande: « Come grande è il tuo nome, così grande è la tua lode fino all’estremità della terra ». Si noti: la nostra vocazione non è quella di una nostra salvezza, di una nostra liberazione, di una nostra santità: Ita est laus tua in fines terrae: la nostra vocazione è quella di essere Dio, di far presente nella nostra natura umana tutta la infinita grandezza della divina santità. Certo, se è questa la nostra vocazione, non è detto che noi si esaurisca, che noi si possa pienamente realizzare. Ma questa esigenza divina insiste nell’uomo fintanto che non è realizzata; insiste sempre, fino alla morte. Fino alla morte noi non possiamo dire di averla adempiuta perché secundum nomen tuum ita est laus tua. La Iaus gloriae che è propria di ognuno di noi, deve essere tale da rispondere all’infinita grandezza divina. Perché giustamente quello che è il Padre tu lo conosci dal Figlio; è il Figlio, dice Sant’Ireneo, la misura del Padre. Se il Figlio fosse inferiore al Padre, il Padre stesso non sarebbe. Quello che è il Padre è il Figlio. Non cercarlo al di fuori. E tu sei figlio e tu devi essere figlio.
Che grande verità è mai questa! Non un’altra santità che la santità stessa di Dio; non devi essere santo secondo una tua misura, ma secondo la misura di Dio. Perché se tu sei figlio, sei tu che proclami il Padre, sei tu che lo riveli, sei tu che lo fai presente. È in te che Egli vive, non fuori di te: fuori di te Egli non è. Se Egli è Padre, vive soltanto nel Figlio; non vive al di fuori del Figlio. Se è Padre vive soltanto per il Figlio, non vive al di fuori del Figlio. E tu sei il Figlio, devi essere il Figlio, indubbiamente. E non puoi esserlo che per lo Spirito Santo. Ma precisamente questa è la tua vocazione: di rispondere in qualche modo all’esigenza di una infinita santità, di adeguare la tua santità alla santità stessa di Dio. Come il Padre, così il Figlio. Però il Figlio è la lode infinita ed eterna, la lode adeguata alla santità del Padre, alla vita del Padre, in quanto è trascendente come il Padre, in quanto vive nella unità di una stessa natura col Padre. Ed è invece questo il mistero della vita soprannaturale: che noi dobbiamo esserlo; non lo siamo per natura, ma dobbiamo esserlo per grazia. E di fatto questo mistero avviene nel Cristo; di fatto questo mistero deve realizzarsi in ciascuno di noi, nella misura che ognuno di noi è chiamato ad essere figlio di Dio. Per adozione, certo; chiamato ad essere cioè a divenire; realmente però, perché questa adozione realmente ci fa anche figli.
Dicevo dianzi, la proclamazione del nome. Si parlava della mistica islamica: tutta la vita religiosa consiste nel dire: Allah è e Maometto è il suo profeta. Parole immense che vogliono dire che Dio solo è Dio. Dio è Dio e il resto non è nulla. Tanto che i mistici hanno detto che la seconda parte della proclamazione è una bestemmia; non deve esser detta perché implica l’eresia dell’associazione, come comporterebbe l’eresia dell’associazione anche, secondo loro, il mistero della Trinità. Dio è Dio. Dio solo: Dio l’Assoluto. Ma perché allora tu lo proclami? Se esige una proclamazione, si esige per qualcuno. Ma una proclamazione della gloria divina avviene già nel mistero della Trinità fra il Padre e il Figlio. È il Figlio infatti che è la proclamazione della gloria del Padre: Egli dice: Padre! E il Padre dice: Figlio! Questa è la loro vita, questo è il loro essere.
TUTTA LA CREAZIONE È PER DIRE DIO
La nostra vocazione chiama, associa in qualche modo tutta la creazione al Figlio stesso di Dio per proclamare la santità divina. Cioè la creazione, è chiamata a far presente Dio. Tutta la vocazione della creazione è quella di far presente Dio, di far posto a Dio. Come il Figlio nel dire « Padre » in qualche modo si eclissa, nel glorificare il Padre in qualche modo scompare, come Egli non è che per dire « Padre », non è che in quanto afferma il Padre, che in quanto glorifica il Padre, che in quanto è la gloria del Padre e fa presente il Padre, così tutta quanta la creazione non è che per far presente Dio. Sant’Antonio, Cassiano, quando ci parlano di una preghiera pura in cui l’uomo in qualche modo non ha più nemmeno coscienza di sé, quando ci parlano di questa mistica, di questa esperienza, ci parlano forse di una distruzione antologica della creatura come tale? No, ci dicono invece quella che è la funzione specifica della creazione, quella che è la vocazione suprema della creazione: quella di far posto a Dio. lo sono per dire Lui; io sono come un vuoto che deve essere da Lui riempito, come capacità che Egli deve colmare. lo sono perché Dio sia. Le parole dell’Eckhart, che non sono state condannate da Giovanni XXII: « che Dio sia Dio io ne san causa », certo sono un po’ troppo forti se le prendete alla lettera, eppure sono vere. Per te Dio è nella misura che gli fai posto; per te Dio realmente è soltanto nella misura che tu non sei, che tu ti eclissi per far posto a Lui.
Il vivere è esser figlio. E tu non sei figlio che morendo a te stesso, che venendo meno a te stesso nella povertà, nell’umiltà, nella purezza, in quelle beatitudini che sono precisamente il venir meno della creatura a se stessa per far posto al Signore, perché si faccia presente nella creatura la pura luce, l’infinita luce di Dio, il Regno del Padre.
Suscepimus, Deus, misericordiam tuam in medio templi tui. Viver nella Chiesa, dunque esser nella Chiesa, radicati nel seno della Chiesa, nel più intimo della Chiesa, sentirci veramente cuore della Chiesa. Non vivere ai margini, non vivere all’esterno: sentirci veramente ed entrare nel più intimo di lei perché lì riceveremo lo Spirito e ricevendo lo Spirito noi saremo la lode. È il Figlio la lode di Dio. E la lode di Dio in noi veramente riempirà tutti gli abissi della creazione, come la lode del Figlio di Dio riempie tutta l’infinita vastità della Divinità. La nostra lode è piccina, in verità, però colma veramente tutti gli abissi della creazione; deve colmarli!
Ricordarci che Dio è presente, che Dio è qui. Non son cose che possiamo rimandare a domani. Dio è l’eterna presenza. In ogni tuo atto tu devi vivere questa comunione di amore, questo atto nuziale, onde tu consenti allo Spirito perché lo Spirito t’investa, onde ti abbandoni allo Spirito perché lo Spirito ti possegga, onde ti affidi allo Spirito perché lo Spirito ti fecondi di Sé, perché in te si faccia presente Gesù, perché in te sia concepito Gesù, nasca Gesù e Gesù sia la lode del Padre. E tutta la tua vita non sia più che la proclamazione di Dio Padre, nello spirito dell’adozione a figlio, onde noi chiamiamo « Abbà, Padre ».
L’UNIONE NUZIALE TOTALE
Ecco tutta la vita. Ma per questo, dicevo, in ogni tuo atto devi vivere l’unione nuziale con Dio. Non come vivono l’uomo e la donna: sono marito e moglie, ma quando vivono l’unione nuziale? In alcuni istanti. E anche in quegli istanti lì il dono non è mai pieno; perché proprio in quell’atto vengono sospese le funzioni spirituali, onde di fatto è impossibile il dono: perché quale dono è il tuo se non puoi donare lo spirito? L’atto supremo dell’amore nel piano creato è un atto di umiliazione senza fine. Mentre tu devi vivere ogni tuo atto come atto di unione con Dio, consenso a un’azione divina che entra in te e ti possiede, a un’azione divina che vuole investirti e fecondarti di sé; consenso a un’azione divina che ti feconda perché in te in ogni istante si faccia presente Gesù, il frutto di questa unione e perché nella presenza del Cristo tu sia la lode di Dio, tu possa proclamare non la unicità di Dio soltanto ma la sua santità. E non la santità di un Dio astratto, impersonale, che non ha rapporto con te, ma del Padre perché tu realmente sei figlio in quest’atto.
Come vivere dunque tutto questo? Il consenso è l’amore, è il dono di te allo Spirito. Tu devi vivere in ogni istante il dono totale di te a Dio che anche a sua volta a te si dona, a te si comunica tutto. Di questo dono reciproco e reale il frutto è Cristo: Cristo che vive in te, Cristo al quale tu ti identifichi, Cristo che in Sé ti assume come figlio nel Figlio per farti vivere, per farti essere quello che Egli è, il Figlio stesso di Dio. E allora, per tutto questo che cosa fare? Vivere questo amore in concreto con semplicità, ma senza nulla sottrarre. E soprattutto non dico sottrarre qualche cosa della nostra volontà, ma non sottrarre nulla della nostra fede. Perché quello che sottraiamo a Dio massimamente è la nostra fede. Crediamo, ma fino a un certo punto; crediamo, ma sempre con molte riserve; crediamo, ma con una fede assai languida.
Pensiamo di vivere ora questo immenso mistero che è tutto il mistero della vita soprannaturale! Perché in ogni atto, veramente, è tutto il mistero di Dio. La Chiesa, la Pentecoste, la Morte di Croce, tutta la storia della Chiesa, tutta la storia d’Israele, tutto in ogni mio atto lo vivo, tutto in ogni mio atto si fa presente, tutto in ogni mio atto è realmente presente e vissuto da me. Vivo io tutto questo? Vivendo io il dono dello Spirito vivo il termine di tutto questo disegno divino, ne vivo il compimento. Ma nel compimento sono già incluse tutte le preparazioni, tutte le disposizioni, tutte le condizioni a questo mistero. In ogni atto vivo tutta l’immensa grandezza del mistero divino così come si è svolto nel tempo.
Abbiamo noi fede? Il dono reale di noi stessi a Dio suppone che io mi doni a Dio senza riserve, ma la riserva maggiore che noi facciamo è quella della nostra fede. Crediamo sì, non ci rifiutiamo totalmente alla grazia, ma non ci doniamo interamente a Dio; non ci rifiutiamo totalmente perché, sì, crediamo fino a un certo punto, pensiamo che realmente qualche cosa di grazia agisce in noi, che Dio qualche cosa fa nell’intimo nostro, che non siamo totalmente estranei a questa benevolenza gratuita di Dio. Ma crediamo invece di essere il termine di questa gratuità immensa? Crediamo davvero in ogni istante che tutto Dio si piega verso di noi e a noi si dona? Tutto Dio in ogni tuo istante, in ogni tuo atto! Questo atto tu non lo vivi in preparazione dell’atto onde Egli si donerà a te: ora e qui Egli a te si dona. Semper et ubique. Deve esser pura, grande, immensa la tua lode, perché semper et ubique Egli si dona a te. Vivere questo vuol dire trasformare ogni luogo nell’immensità divina, ogni istante nella pura eternità; vuol dire vivere in ogni tuo atto la vita incommutabile e pura di Dio. Tutto è segno di uno stesso mistero che è la plenitudine infinita di Dio, che è l’immensità pura del suo amore.
Ma ecco, vorrei dirvi questo: che la grandezza di questi misteri non ci abbagli! Non rifiutiamo fede al mistero divino, ma non è necessario averne una consapevolezza piena, che è anche impossibile, in ogni atto, per vivere realmente il mistero. Quello che si impone a noi è vivere nell’umiltà della fede e non voler escludere, non voler mai, noi, misurare il dono divino. Vivere nell’umiltà, nella pace. Vivere nel silenzio interiore, vivere nell’abbandono alla grazia.
Umiltà, raccoglimento, pace: sono queste le disposizioni di un cuore che accoglie Dio, vive in Lui e lo possiede. Vi saranno indubbiamente nella vostra vita dei momenti in cui certi veli si apriranno e voi vedrete, e voi anche esperimenterete la grandezza del dono, almeno in una certa misura ma normalmente, non è dato viverlo sempre con la stessa intensità.

U.S.F.P.V.

 Divo Barsotti

17 dicembre: San Giovanni de Matha 1154-1213

http://www.carloacutis.com/pages/angeli/ANGES-W-Matha.html

17 dicembre: San Giovanni de Matha 1154-1213

Nacque a Faucon in Provenza – Francia – verso il 1154. Compì gli studi nell’università  di Parigi, dove poi insegnò teologia. Ordinato sacerdote, mentre celebrava la sua prima Messa, comprese che il Signore lo chiamava alla redenzione degli schiavi.  Infatti durante la Messa, Dio gli inviò un Angelo per fargli capire la sua volontà. L’Angelo apparve in una veste  candida e luminosa; sul petto aveva una croce di colore rosso-azzurro; ai lati appar- vero pure due schiavi: uno cristiano e l’altro maomettano. L’Angelo pose le mani sul capo dei due schiavi e poco dopo sparì. Per iniziare una Congregazione religiosa era però necessaria l’approvazione del Pontefice. Era allora Papa Innocenzo III. San Giovanni de Matha e Valerio si presenta- rono a lui; furono ben accolti; però il Papa voleva esaminare meglio la loro richiesta e di nuovo il Signore venne in loro soccorso per mezzo di un Angelo. Passarono degli anni e il Santo continuava a pregava per conoscere ancora meglio i disegni di Dio. Strinse amicizia con un certo Felice Valeria, che conduceva una vita eremitica. Un giorno, mentre conversa- vano tra di loro di cose celesti, apparve un cervo che portava fra le corna ramificate una croce di due colori: rosso ed azzurro. Valerio si meravigliò ed allora San Giovanni di Matha gli raccontò della visione dell’Angelo, avvenuta il giorno della sua prima Messa. Per tre notti tutti e due ebbero una celeste visione. Il Signore gli rivelaò che era suo  desiderio che si fondasse una Congregazione per la redenzione degli schiavi. Mentre il stava celebrando la S. Messa, nell’atto in cui sollevava l’Ostia Consacrata, vide apparire un Angelo, dalla veste bianca, con una croce bicolore sul petto e due schiavi ai lati. Comprese che Dio voleva la nuova Congregazione e l’approvò.  Finalmente nel 1194 fondò a Cerfroid, l’Ordine della Santissima Trinità, la cui Regola fu approvata dallo stesso Innocenzo III, il 17 dicembre 1198. Operò numerose redenzioni di schiavi e si dedicò indefessamente alle opere di misericordia, vi- vendo di Dio Trinità. Morì a Roma il 17 dicembre 1213, nella casa di San Tommaso in Formis al Celio. 

8 AGOSTO – S. DOMENICO, di GEORGE BERNANOS

http://digilander.libero.it/avemaria78/san_domenico.htm

8 AGOSTO – S. DOMENICO

GEORGE BERNANOS

(una storia un po’…particolare, ma interessante)

SE SI INTERROGA per la prima volta la vita di un santo, e particolarmente d’uno dei santi fondatori d’ordini, le voci che ne escono sembrano sulle prime innumerevoli e diverse al punto da turbare lo spirito. Questa specie di vertigine crescerà ancora se si vorrà seguire passo passo l’ordine dei fatti, perché la loro successione insegna nulla o ben poco. Questi grandi destini sfuggono, più di tutti gli altri, a qualsiasi forma di determinismo: irraggiano, risplendono d’una sfolgorante libertà.
Sulle prime, sembra che soltanto il genio dia a certe vie eccezionali il medesimo carattere d’indipendenza, di spontaneità sovrana. Invece non è affatto cosi. Si potrebbe al contrario sostenere (e con quali illustri esempi!) che il genio ha sempre in sé qualcosa d’ostile e di irriducibile, quasi un principio di sterilità. Se egli attua quella maraviglia d’ispirazione e d’equilibrio che è l’opera d’arte compiuta, è il più sovente (quando la divina carità non vi collabora) per una sorta di mostruosa specializzazione che esaurisce tutte le potenze dell’anima e la lascia divorata d’orgoglio in un egoismo disumano. L’uomo di genio è così poco presente nella sua opera, che essa è quasi sempre una testimonianza spietata contro di lui. Invece l’opera del santo è la sua stessa vita, ed egli è tutto nella sua vita.
Tuttavia la difficoltà non è vinta: a questo punto della meditazione, appare, al contrario, quasi insolubile. L’esperienza degli uomini in­segna che per penetrare ben addentro nelle loro intenzioni basta il confronto, già troppo cru­dele, fra la vita pubblica e la privata. Non c’è atteggiamento, per quanto bene e pazientemente conservato, che non porti in sé la propria contraddizione, non c’è menzogna cosi compatta che non abbia una breccia, o almeno che non possa essere sorpresa. Come il chirurgo im­para la vita sulla morte, come il bíologo analizza ì cascami organici per cercare di sorprendervi il segreto degli scambi e delle funzioni, il moralista sa di aver davanti a sé un personaggio artificioso e fraudolento, un cadavere camuffato di cui noi stessi siamo le vittime non meno raramente di altri, finché il primo sguardo del giudice, di là dalla morte, non lo faccia andare in frantumi. Il santo invece è davanti a noi ciò che sarà davanti al giudice. In lui giungiamo, abbagliati, non (come si vorrebbe farci credere) a una vita diminuita, di continuo limitata dalla mortificazione, mai alla vita nella sua pienezza, e come nello splendore del suo primo nascere, la vita stessa, quasi una sorgente ritrovata. Ritrovata (infatti l’avevamo, smarrita e appena ritrovata), la perdiamo ancora. Il povero nomade, nel cuore dei suoi deserti di sabbia, che ha imparato a disputare al suolo, per sé e per le sue bestie, un sottile filo d’acqua torbida, stenta a credere che esista sempre un paese di fontane, e che vi sarà di nuovo per le sue labbra e le sue mani questo getto ghiacciato, questo slancio spumeggiante e azzurro.
Si pensa che un Benedetto, un Domenico, un Ignazio ci siano più vicini d’un Giovanni della Croce o d’una Caterina da Siena, perché sono anche legislatori e conquistatori. Ci dànno, è vero, lezioni che la prudenza umana è capace di capire. Ma come è miope questo punto di vista! L’ambizioso che sognerebbe di trovare in loro un metodo e ricette originali perderebbe il suo tempo. La santità non ha formule, o, per dir meglio, le ha tutte. Raccoglie ed esalta tutte le potenze, attua la concentrazione orizzontale delle più alte facoltà dell’uomo. Ma il riconoscerla esige da noi uno sforzo, esige che noi prendiamo parte, in certo qual modo, al suo ritmo, al suo immenso slancio. Senza dubbio pare più facile trascrivere, secondo il vocabolario comune, la storia della fondazione dei predicatori piuttosto che una illuminazione d’Angela di Foligno, e nondimeno, se fosse in nostro potere alzare sulle opere di Dio uno sguardo unico e puro, l’Ordine dei Predicatori ci apparirebbe come la stessa carità di san Domenico realizzata nello spazio e nel tempo, come la sua preghiera divenuta visibile.
Ecco perché in siffatta materia i metodi moderni della critica storica seguitano a ingannarci. Le vite guidate dalle grandi passioni umane hanno di là dal loro disordine apparente, una certa grossolana unità, che permette di trasporre le più illustri sul piano delle vite ordinarie, di trovare per loro, se si può dire, una specie di denominatore comune. Nulla di più monotono della passione, o che più di lei si ripeta così miseramente. Cesare ci fa comprendere quel tale ambizioso di capoluogo, e quel tale funzionario coloniale ci svela l’anima di Nerone. La passione prende tutto ciò che le cede e non rende nulla. Invece la carità dà tutto, ma le viene reso anche di più. Quale contabilità sovrumana potrebbe tener conto di questo magnifico scambio? Se lo storico si limita a una rigorosa esattezza, poco imparerà dall’esistenza d’un santo. Le vecchie leggende ne dicono assai di più, perché trascrivono in simboli realtà profonde. Esse hanno quel carattere ingenuo che sembra fatto apposta per sviare la nostra logica e la nostra esperienza. Come non l’avrebbero questo carattere? Ogni vita di santo è come una nuova fioritura, l’espansione, in un mondo che l’eredità del peccato rende schiavo dei suoi morti, d’una ingenuità da Paradiso Terrestre.
In questo senso, poco ci importa che Domenico appartenga o no all’illustre famiglia dei Guzman, e sia cosi parente degli antichi re di Spagna. Basti sapere che fu di sangue militare; e immaginare il bambino, con i capelli biondi, quasi fulvi, gli occhi celesti e la pelle bianca dei suoi avi visigoti, Ruodric, Wilhelm o Froila, mentre dalla vetta dell’umile torre feudale di Carleruega, dell’unico torreón rettangolare costruito dal suo antenato, alla frontiera del paese moro, guarda scorrere verso il mare le pallide acque del Douro. All’estremo orizzonte, molto di là dalle pianure grigie, striate dalle rocce rosse del trias, fiorite di eriche color rosa, di ginestre e di salicornie, con cespugli di spigo, d’issopo e di rosmarino, tra i quali pascolano i maialini neri, la sierra di Guadarrama innalza al cielo i suoi contrafforti oscuri, e dietro alla loro massa enorme Toledo, dove i capi castigliani lottano contro i mori. In una ripresa o due, aperta la breccia, i cavallini instancabili sarebbero sull’orlo del fiume, e si vedrebbero di nuovo agitarsi sulle sponde i lunghi mantelli bianchi e i giachi dorati… Non è tanto lontano il tempo in cui nei mercati mori si poteva avere una donna per un dirhem, e un bambino cristiano per un mezzo dirhem! Non una di queste capanne di argilla e di paglia ammucchiate ai piedi del torrione, dove non si narrino le meravigliose storie, solenni e sanguinose, proprie del genio di questa t razza formata nella sventura e nella povertà. Il pastore, coperto dai piedi alla testa di pelli di montone, e che sembra, in mezzo alle sue bestie, un’altra bestia gigante, ne alimenta i suoi sogni, col pugno stretto sul suo vincastro guarnito di ferro. Ma si parla anche a voce bassa dei propri parenti (padre, figlio o fratello) rapiti dai temerari ladri pagani, venduti come bestiame, e che muoiono d’una morte lenta nei supplizi e nei terrori della schiavitù, in fondo alle città misteriose, piene di sconosciute ricchezze e sotto un cielo incantato. A volte le donne, piangendo, si passano tra loro un messaggio portato da lontano da un catalano sospetto, probabilmente rinnegato o giudìo. Dopo aver ricordato disperatamente tutto ciò che non ritroverà mai più, il disgraziato enuncia timidamente il prezzo del suo riscatto: cifre favolose, miraggio straziante! “La prigionia, presso i mori, fu una delle piaghe della Spagna, più angosciosa della fame ”, scrive il padre Petitot. Ora, mentre quei duri contadini, o i loro signori tanto simili a loro, sognavano rappresaglie, eserciti disfatti e teste mozzate, non è permesso supporre che il piccolo Domingo, il quale, fino alla morte, fu un amico cosi tenero, sentisse, davanti a tali narrazioni, tremare il suo cuore per la compassione? Thierry d’Apolda ci riferisce che venti anni dopo il giovane canonico d’Osma decise un giorno di vendersi per riscattare il figlio d’una povera donna… Forse tocchiamo qui la molla segreta d’una infanzia di cui i cronisti poco ci insegnano. Questa immaginazione delicata fu presto crudelmente ferita. Molti altri giovani castigliani subirono nel medesimo tempo la medesima prova, e ne divennero soltanto più duri. Ma lui si apre d’istinto e tutto intero alla divina compassione e, sin d’allora, comincia senza dubbio il poema della sua carità.
La madre di Domenico, la beata Giovanna, era figlia dei signori d’Aza, e di nobiltà antica. Egli fu l’ultimo dei suoi figli, e forse il più teneramente amato, se possiamo credere alla tradizione, secondo la quale la futura gloria di suo figlio le fu annunciata in sogno. Ella lo tenne sette anni presso di sé, poi lo condusse da suo zio, l’arciprete di Gumiel d’Izan (ma Gumiel d’lzan è lontano soltanto quattro leghe da Carleruega). Là egli visse oscuramente e dedito agli studi sino all’età di quindici anni. Allora fu deciso di mandarlo alle scuole di Palencia, che più tardi saranno l’illustre università di Salamanca. Queste scuole erano celebri già in quei tempi; anzi tutta la Spagna, come il resto della cristianità, si sentiva presa nell’irresistibile movimento d’ascensione che fu il prodigioso tredicesimo secolo.
Secondo il venerabile programma carolingio, sei anni vennero consacrati allo studio della grammatica, della poetica, della logica, poi dell’algebra, dell’astronomia e della musica. Compiuto questo primo ciclo, Domenico aveva raggiunto il suo ventunesimo anno; però studierà o professerà la teologia a Palencia sino all’età di trentun anni. Allora, avendolo chiamato presso di sé, il priore del capitolo d’Osma, Diego de Azevedo, egli diventa canonico regolare di quel capitolo di cui sarà nominato sottopriore quando Diego stesso verrà chiamato al seggio episcopale d’Osma. Allora, Domenico avrà trentaquattro anni.
Quanti altri, non meno ben nati, non meno studiosi ed eloquenti, sono morti priori d’Osma! Nondimeno, all’insaputa di tutti e senza dubbio all’insaputa di lui stesso, la grande opera, già concepita, gli fremeva nel cuore. Quel giovane canonico dai capelli biondi, dalle belle mani, dalla voce forte e dolce, che va a leggere sulle sponde dell’Ucero e risponde ai saluti con quella specie di tenera urbanità che i suoi figli hanno tanto amata, è l’Ordine dei Predicatori, non formato in un calcolo, astratto, ma nella piena effusione della vita. Qui tutto è puro, tutto è nuovo, tutto tende all’alto, come l’universale ascensione dell’alba. L’Ordine dei Predicatori, questa grande avidità di scienza, come pure questo grande desiderio di instaurarla in Cristo. L l’Ordine dei Predicatori, quella sacra impazienza che, nella sua piccola cella, ai piedi del crocefisso, fa ruggire Domenico come un leone (a gemitu cordis sui rugitus solebat emittere). E’ l’Ordine dei Predicatori, il grido dell’apostolo il quale, in tempi di carestia, vende ciò che ha di più caro, i suoi libri: “Come potete studiare sopra pelli morte, mentre i vostri fratelli muoiono di fame?” A l’Ordine dei Predicatori infine, la sublime inquietudine dell’oscuro sottopriore il quale, nella piena fioritura della vita monastica, cerca invano una regola alla sua misura e non la trova. Così simile agli altri uomini e, agli occhi di Dio e dei suoi angeli, nuovo, creato espressamente, unico!
E’ povero, è solo, e il suo tempo è misurato: diciassette anni, duecentoquattro mesi! Inoltre, non sembra che abbia alcun piano, ignora sempre la sua strada. Però ha qualcosa di più d’un piano: il distacco fondamentale, la libertà interiore che attira senza dubbio lo Spirito dall’alto dell’aria, come un uccello incantato. E allora di improvviso un primo segno, del resto oscuro, gli viene dato. Il re di Castiglia invia Diego de Azevedo e Domenico in Danimarca perché vi negozino il matrimonio di suo figlio con una principessa di quel paese.
Che alla fine di questo lungo viaggio i due ambasciatori abbiano saputo della morte della piccola principessa, questo senza dubbio importa ben poco. L’avventura, un pochino burlesca, ha un altro senso. Domenico è ancora sottopriore d’Osma, e già i suoi vincoli si sono spezzati. Egli ha attraversato molti paesi, ha veduto la grande angoscia della Chiesa, i monaci appartati nei loro conventi, i vescovi inerti o sospetti, persi nelle cause e nei cavilli, il clero mantenuto in una ignoranza abietta in mezzo a un popolo che il progresso materiale e la facilità crescente della vita affinano ogni giorno, le parrocchie trascurate, abbandonate dai loro pastori legittimi a vicari mercenari, la predicazione ridotta a zero, limitata alla recita domenicale del Credo e del Pater o affidata ad associazioni laiche senza dottrina, a oratori da fiera; il papato impotente, sommerso, tradito, costretto a impegnare le sue ultime truppe, la suprema riserva cistercense… E in questo disordine spaventoso, come lupi attraverso una città saccheggiata, gli apostoli d’una dottrina strana, venuta d’Oriente, e che fanno del diavolo l’uguale e il rivale di Dio…. Vedete il vecchio vescovo, sulla lunga strada monotona, a tante leghe dalla sua povera cattedrale, e che non può credere che il mondo sia tanto cattivo, menire la famosa voce di bronzo ancora sconosciuta grida nella campagna deserta la sua collera e la sua speranza! Ed eccoli d’improvviso, il giovane e il vecchio, sazi di tristezza, che prendono una risoluzione, così bella, così commovente, così simile ai grandi sogni della fanciullezza! Si affrettano, corrono a Roma, si gettano ai piedi del Santo Padre, e sollecitano umilmente il permesso di evangelizzare ì cumani. Che cosa sono i cumani? Sono pagani nomadi della lontana Dacia, di cui hanno sentito parlare in Danimarca, e così crudeli e astuti che faranno presto a ucciderli, loro poveri servitori di Dio…
Innocenzo III, scrive il padre Petitot, era piccolo di statura, portava un berretto a punta, parlava con voce forte e brusca. Rimandò Diego nella sua diocesi.
Ogni uomo predestinato, almeno una volta in vita sua, ha creduto di andare a fondo, di toccare il fondo. L’illusione che tutto viene a mancarci in una volta, questo sentimento di completo abbandono, è il segno divino che al contrario tutto comincia. E’ verosimile che il vecchio vescovo, il quale, del resto, morrà poco dopo, e il suo giovane compagno abbiano conosciuto sulla strada del ritorno qualche cosa di questa amarezza. Seguirono la valle della Loira, poi quella del Rodano, attraversarono Lione, Avignone, Nimes. Da per tutto si respira aria di tradimento. Signori grandi e piccoli, avidi di mettere le mani sui beni della Chiesa, vescovi infami, monaci assediati nelle loro fortezze, popolino oggi già beffardo, domani feroce, sguardi sornioni, mani nascoste, piazze di paese rumorose come alveari, improvvisamente mute quando passano… La piccola carovana camminava lentamente attraverso la burrasca prossima a scoppiare. Come dovevano ridere le ragazze al loro passaggio! Durante le ore del giorno (perché la notte era soltanto un grande rumore confuso) incrociavano a volte la scorta d’un ricco abate, furtiva, armata sino ai denti, come in paese nemico. E quando la polvere si era posata di nuovo, si vedeva spesso uno di quei càtari perfetti, a piedi nudi, a testa nuda, la capigliatura ancora molle dell’ultimo acquazzone, sordido e severo nel suo saio, e le madri in ginocchio che gli presentavano i loro pargoli… Giunsero così vicino a Montpellier, a Castelnau.
Trovarono al castello una grande calca di uomini, di muli, di cavalli: erano i due cortei del potente abate di Citeaux, Arnald Amalric, e dei due legati del papa, Cháteauneuf e Raoul de Fontfroide, che li accolsero con onore. Sùbito il giorno successivo ebbe luogo una conferenza. I legati deplorarono amaramente il libertinaggio e la simonia dei preti, l’ambizione dei prelati, i loro intrighi coi signori, indegnità del vescovo di Narbona, l’insolente parzialità del conte di Tolosa e della sua nobiltà a favore dei rinnegati e dei ribelli. Con Amalric giudicarono che la ribellione sarebbe ben presto diventata generale, e che bisognava soffocarla nel sangue… poi domandarono onestamente il parere dei due forestieri. A quell’appello, come i due amici dovettero sentirsi saltare il cuore nel petto! Dichiararono insieme che bisognava congedare sull’istante scudieri, cavalli e muli, spogliarsi dei ricchi abiti, e andarsene a piedi per le strade, alla mercè di Dio, mendicando il pane giorno per giorno.
E fu in tale equipaggio che Diego de Azevedo, Domenico, i monaci cistercensi e i legati risolsero di prendere la strada di Béziers. Il medioevo ha dato lo scandalo di moltissimi vizi, ma non è mai stato volgare.
Ciò che bisogna ammirare in una proposta così audace, non è soltanto la generosità, ma la sua perfetta correttezza. Quando il mondo sfugge alla tirannia delle idee mediocri, cade preda delle idee audaci che diventano folli; infatti nulla è più raro del vero spirito pratico, nel quale san Tommaso vede, giustamente, un prolungamento dello spirito speculativo. Ma il pensiero di Domenico a questo punto si congiunge, senza saperlo, con quello dei grandi papi che, nella prima metà di questo secolo, getteranno nella mischia i predicatori e i mendicanti. I conventi erano rimasti quel che già erano nel colmo dell’anarchia feudale, asili e fortezze. Possono già esser paragonati a quei soldati armati cosi pesantemente che la leggera fanteria inglese distruggerà da lontano senza mai lasciarsi attaccare. Perché una tale rivoluzione fosse compiuta, vale a dire sanzionata da Roma, bisognava prima che san Francesco e san Domenico si sacrificassero, per dimostrare che era possibile. Infatti tale è la parte che Dio riserva ai suoi santi.
Forse è lecito immaginare che sin da allora Domenico seguisse un suo piano. Ma come deve essere lontana la verità da questa pigra ipotesi! Se la santità svolge una storia, dovrà essere piuttosto come un succedersi senza ripetizione di momenti, ognuno dei quali è unico. L’opera non è matura, ma la carità è pronta, l’essere vivificato dallo Spirito ha già attinto al punto più alto della sua eccellenza. Nulla lo arresterà, e l’ostacolo, crollato in anticipo, non è più se non una guida o un punto di riferimento. La volontà del grande uomo ha sempre in sé una certa rigidezza. Come è libera, docile e pura, invece, quella del santo! Che cosa volete opporre di saldo, o quale trappola volete tendere colui il quale, a ogni istante, è sempre pronto dare tutto?
In verità egli dà tutto. Il suo primo impulso è di gettarsi avanti. Questi magnifici eroi della speranza combattono sempre da disperati. La fortezza del signor Etienne, a Lervian, è un covo di rinnegati càtari, il più celebre dei quali è Thierry, antico decano del capitolo della cattedrale di Nevers. La piccola compagnia vi corre. Non bisogna credere che questi neo-manichei fossero gente stupida: l’erudizione biblica di alcuni di loro era inaudita, e ne sapevano trarre un vantaggio prodigioso alleando destramente la loro causa, da una parte, al movimento democratico, più potente in quell’epoca che in qualsiasi altro momento della nostra storia.
Lo schiudersi d’una eresia è del resto sempre un fenomeno assai misterioso. Quando nella Chiesa un vizio giunge a una certa maturazione, l’eresia germoglia da sé, getta sùbito i suoi mostruosi rami. Ha la sua radice nel corpo Mistico, è una deviazione, una perversione della sua vita stessa. L’eresia càtara è germogliata sull’ignoranza e sulla pigrizia del clero, come la valdese sulla sua avarizia e sulla sua lussuria. “ I vescovi ”, dirà solennemente il concilio del Laterano, “per via delle loro infermità, per non parlare della mancanza di scienza, la quale è assolutamente biasimevole e intollerabile, non sono più capaci di predicare la parola di Dio”. Se la carità di Domenico non ne avesse avuto il presentimento, l’esperienza glielo avrebbe insegnato durante il corso delle dure controversie che dovrà sostenere durante lunghi mesi a Lervian, a Béziers, a Carcassonne, a Tolosa, a Montréal.
Le leggi della dialettica sono anche quelle dell’azione. Il vero dialettico sdegna gli errori parassiti e si porta di slancio al centro stesso del ragionamento nemico. In modo simile noi ve diamo Domenico, come un capo in guerra, cercare di venire a contatto con l’avversario non per saggiarlo, ma per batterlo. Certo, egli poteva trovare fra i càtari ipocriti da smascherare, ambiziosi da umiliare, ignoranti da confondere. Io lo vedo sprezzante di questi facili trionfi; e senza dubbio non ci pensa nemmeno. Ma siccome i migliori fra i “ perfetti ” si trovano a Fanjeaux, in mezzo a un popolo fanatico, egli corre a chiudersi là, con gran pericolo della vita. E appena ha riportato a Dio nove dame della piccola nobiltà, egli fonda con loro la casa di Prouille: la sua prima e umile conquista.
Quasi sùbito il papa Innocenzo III chiamò il re di Francia, il duca di Borgogna, il conte di Sciampagna al soccorso della cristianità. Diciotto mesi dopo, Béziers cadde, poi Carcassonne. Per altri sei anni, la marea passa e ripassa sopra la misera terra. Quando si ritira, Prouille sta sempre in piedi, e Domenico, d’accordo col vescovo Foulques, s’è saldamente stabilito a Tolosa. Nondimeno, dopo dieci anni di predicazioni incessanti, il santo conta appena sei compagni. Più d’uno si sarebbe scoraggiato, o almeno avrebbe mostrato un po’ di fretta per riprendere il tempo perduto: lui manda tranquillamente la sua piccola compagnia dal maestro Stavensby, il quale professa, a Tolosa stessa, l’apologetica e la teologia. Un tale sangue freddo fa riflettere.
L’istituto dei “ missionari apostolici di Tolosa ” data dall’anno 1215. Domenico ha raggiunto l’età di quarantacinque anni, e morrà sei anni più tardi.
Il destino dei grandi uomini è sottomesso alla legge comune: sembra che la loro fortuna abbia una sua giovinezza, una sua età matura, un suo declino. A Marengo, tutto va bene; a Waterloo, tutto va a rovescio. Ma la vita d’un santo ha un altro ritmo. Gli inizi sono lenti, spesso fastidiosi; le contraddizioni vengono dall’esterno, e sembra spesso che vengano dall’interno. Poi, quando l’opera ha trovato il suo misterioso equilibrio, viene come strappata da terra e prende il volo.
Tutti gli storici di san Domenico consacrano allo studio dei suoi ultimi dieci anni più della metà delle loro pagine. Questo indugio forzato rischia di lasciare il lettore insensibile a uno slancio cosi prodigioso. La carta con la quale Innocenzo III prende sotto la sua immediata protezione il monastero di Prouille è dell’8 ottobre 1215. Domenico e Foulques si trovano allora a Roma. Nel gennaio 1215 ritroviamo il santo a Narbona, poi a Prouille. Una comunità di religiose è installata a Tolosa. Il progetto della prima regola è appena stabilito, che già spunta la innovazione più audace: la soppressione del lavoro manuale, che ha come corollario la rinuncia ai possessi territoriali. Il 28 agosto del medesimo anno, il maestro dei Predicatori prende possesso del priorato di San Romano, primo convento regolare dell’ordine. In dicembre, egli è di nuovo a Roma, dove ottiene dal successore d’Innocenzo, Onorio III, una approvazione solenne. Nella primavera del 1217 si trova di nuovo a Languedoc, e nonostante tutti i consigli, con una audacia inaudita, mentre la rivolta brontola nell’intera provincia. Egli sparpaglia i suoi frati, sette a Parigi, quattro a Madrid, e lui stesso torna a Roma con un solo compagno, per fondarvi quasi sùbito il convento di San Sisto. Ha già radunato una trentina di frati, ma, fedele alla sua stupefacente massima che “ il grano marcisce quando lo si accumula e fruttifica quando lo si semina ”, lancia una parte della sua truppa a Bologna, la cui università è rivale di quella di Parigi. Poi corre in Francia, dove viene a sapere la disastrosa morte di Simone di Montfort e la rovina della crociata. Le fondazioni di Prouille e di Tolosa sono in pericolo: bella occasione per prelevare, sugli effettivi ridotti, due frati, e siccome Lione è la capitale dell’eresia valdese, mandarli colà. Del resto non ha tempo per seguirli, poiché lui è già in Spagna, dove fonda, a Segovia, il convento di Santa Cruz; ripassa i Pirenei, si ferma a Prouille appena quanto basta per dare a ciascuna delle sue care figliole una bella posata 1 di ebano che ha gentilmente portata per loro nel suo zaino, e se ne va di volo a Parigi, prendendo con sé al passaggio frate Bertrand de Garrigue. Laggiù trova trentadue religiosi. Bastano per fondare, l’una dopo l’altra, le case di Reims, di Metz, di Orléans, di Poitiers, di Limoges; e parte cinque settimane dopo per l’Italia, dove arriva sempre a piedi, s’intende. Del resto ha molta fretta di finire, e si accusa ancora di essere troppo lento. Infatti s’è lasciato crescere la barba e si prepara a raggiungere finalmente, dopo tanto ritardo, quel leggendario paese dei cumani, senza dubbio in espiazione della sua pigrizia e per la remissione dei suoi peccati.
Nel settembre del 1219 si trova a Bologna, dove la predicazione del suo figliolo Reginaldo, dice la cronaca, è scoppiata come la folgore. La comunità di San Nicola è in piena prosperità: vi si attendono prodigi dal discepolo preferito del maestro. Ragione sufficiente per mandarlo a Parigi. “ E’ una cosa ben ammirevole ”, scrive il beato Giordano di Sassonia, “ vedere il servo di Dio sparpagliare i suoi frati con tanta sicurezza! ” L’apostolo incendiario ha contro di sé, un po’ da per tutto, i decani, i cancellieri, gli arcidiaconi, i vescovi, ma ha dalla sua parte il papa. Intraprende la riforma delle monache romane, fonda la comunità di San Siro con l’aiuto di qualcuna delle sue figliole di Prouille, chiamate in fretta. Le lettere e le bolle pontificie si succedono senza interruzione, spezzando tutte le resistenze a Parigi, a Prouille, a Tolosa, a Madrid, a Roma stessa. Nel febbraio del 1220, il vescovo di Cracovia porta a Roma quattro dei suoi preti. Domenico ne fa quattro predicatori e, due mesi dopo, li lancia all’assalto della Polonia. Si spingono molto lontano verso Oriente, dalla parte dei Carpazi, quasi sino alla frontiera del paese cumano. Ah, il beato padre conta di raggiungerli ben presto! Ma avanti vuol tener il primo capitolo generale dell’Ordine… Oramai gli restano undici mesi da vivere.
Con lo sguardo dell’anima, egli può contare i suoi sparsi conventi, già forti, rivali, senza dubbio domani, delle abbazie più antiche e più ricche. Tutti questi priori, qualcuno di schiatta illustre, istruiti nelle prime università del mondo, oratori celebri, teologi cosi sicuri che, per forza di cose e seguendo l’esempio del fondatore, si vedono da per tutto non soltanto predicare contro l’eresia, ma cercarne i promotori, convincerli e consegnarli al braccio secolare (tanto che i figli pieni di dolcezza dei sans-culottes terroristi riuniranno nello stesso onorevole odio i Predicatori e l’Inquisizione), ricevono a centinaia pii legati e donazioni. Dove non giungerà oramai la potenza del nuovo ordine?… E’ questo il momento scelto da Domenico per decidere di abbandonare i beni già acquisiti, domìni o decime, e far concludere dal suo primo capitolo generale una seconda e più solenne alleanza, questa volta indissolubile, con la Santissima Povertà. Egli strappa solennemente e simbolicamente le Chartes davanti ai padri capitolari riuniti. E siccome quella povera gente venuta da molto lontano, a prezzo di fatiche e stenti, potrebbe essere tentata di cedere a qualche debolezza lungo la strada del ritorno, egli decide di inserire nella regola il divieto di andare a cavallo e di portar danaro. Poi fa vendere all’asta cavalli e muli.
Lascia Roma nel maggio del 1221, se ne va per sempre. Due volte la febbre lo ha atterrato di sorpresa senza ancora riuscire a strappargli il suo ultimo segreto, la umile morte che Dio prepara in lui, e che già brilla con dolcezza nel suo cuore, come la fedele piccola lampada del santuario prima dell’aprirsi del mattino. Dopo un supremo colloquio a Venezia con il cardinale Ugolino, suo amico, egli ritorna al convento di Bologna, con l’ultimo volo delle sue grandi ali infaticabili. Vi giunge morente.
Le nostre agonie portano il segno del rimorso: testimoniano contro il passato, ne spezzano i vincoli, e, anticipando il giudizio ineffabile, denunciano in pieno la nostra onta. Ah! che il lenzuolo ricopra dopo un istante il corpo umiliato, vuoto, dove risplende, sola, l’Unzione! Ma la vita augusta del santo si lancia nell’agonia come in un abisso di luce e di soavità.
Stendono un grosso sacco per terra, ed egli vi si corica sopra.
Ecco l’uomo di cui certi forsennati vorranno fare un boia, e i meno fanatici una specie di ministro della polizia delle anime. Se egli li vede a quest’ora, con quello sguardo che già si tuffa nell’avvenire, il frate nero e bianco può bene alzare su di loro la sua grande mano dolce e dissolverli come una vampata di fumo! Lui, davanti al quale tutto si fa chiaro. non capisce nulla del loro odio, perché giustamente il loro odio non è nulla. Essi invocano contro di lui la scienza, ed egli l’ha amata più caramente di ciascuno di loro. La luce, ed egli sente che trabocca da lui. Il suo unico scrupolo, se ci fosse posto per uno scrupolo in un’anima cosi limpida, sarebbe piuttosto di aver troppo amato, troppo servito il primo rinascimento intellettuale, sino a sembrare di voler sacrificare allo studio quello stesso ufficio in coro che i suoi frati reciteranno oramai con una rapidità gioiosa, così diversa dalla tradizione benedettina. Il secolo si spaventava per una fonte di luce perduta, ritrovata a un tratto sotto le rovine del mondo antico, e, d’accordo con due ammirevoli pontefici, egli ha risollevato il suo secolo, l’ha mantenuto fremente nel fascio di luce che suo figlio Tommaso volgerà risolutamente verso la croce.
Intorno al moribondo, che finisce di vuotarsi del suo sangue mistico, di tutta la sua divina carità, in una effusione di lacrime austere, l’ordine ronza come un alveare con le sue centinaia di frati che domani saranno migliaia, le sue cinque province di Francia, Spagna, Lombardia, Roma, Provenza, e i suoi cinquanta conventi. La cristianità occidentale è salva, non soltanto dagli oscuri fanatici, il cui barbaro zelo condannava, col matrimonio, la vita stessa, ma dall’Islam, dallo scisma greco e dai furori di Federico II. Si, così com’è, questo uomo qui sdraiato è uno dei più grandi della storia, ed entra nondimeno nella morte, come ha traversato la vita, con lo stesso slancio, senza esitazioni, con lo sguardo di fanciullo. A larghi passi regolari, con la povera bisaccia sulle spalle, le tasche vuote, egli ha percorso diversi reami, e ora che è coricato per terra, ha lasciato la sua bisaccia, ma ha conservato le sue grosse scarpe. E’ pronto, se Dio lo suscita di nuovo. Non lascia nulla dietro a sé. I suoi figli bruceranno o dissemineranno le sue lettere; i libri annotati di suo pugno, il suo bastone da viaggio, i suoi abiti, la catena di ferro con cui su flagellava ogni notte con quel potente urlo la cui eco si ripercuoteva sino all’ultima cella dei frati che ascoltavano, atterriti. Dopo si avvolgeva tutto sanguinante nella sua cappa, e si stendeva sopra una panca o sopra un tavolo…
Questa volta si è disteso per sempre. Né il ricordo dei suoi ímmensi lavori, o delle mortificazioni durissime, delle predicazioni o dei miracoli, distoglie un solo istante il suo cuore. Egli teme soltanto che i suoi figliuoli si lascino, dopo la sua morte, trascinare verso una vita troppo comoda, e quando sa che i suoi frati ingrandiscono il convento e alzano il soffitto delle celle, lo vedono prima rompere in lacrime, poi scoppiare in imprecazioni terribili, invocando la maledizione di Dio sopra chiunque introdurrà l’uso della proprietà temporale nel suo ordine.
L’hanno trasportato sopra una collina dove l’aria è pura; ma egli teme che conservino lì il suo corpo. “ Dio non voglia ch’io venga sepolto altrove se non sotto i vostri piedi! ” Lo riportano sopra una lettiga fino al convento di San Nicola. Lo stendono per terra tutto sudato. Stefano di Spagna li segue con uno straccio di tela.
Ventura di Cremona ascolta la sua confessione generale. Quel debole soffio che il frate si sente passare sulla faccia è ormai tutto quanto resta della grande voce che sollevava tutta Roma, ed è anche la medesima voce che, nel ritiro della notte, chiamava Dio tante volte con un grido straziante, che ruggiva per gli infedeli, gli eretici, gli ebrei, e nell’ammirevole delirio d’una carità universale, che andava sino a voler far violenza alla stessa giustizia del Padre, pregava per i dannati (ad in infernos damnatos extendebat caritatem suam).
I fratelli sono adunati per raccogliere, se è possibile, qualche cosa della parola che si sta spegnendo. Domenico fa segno con la mano, essi si avvicinano. Dall’umile gesto del santo, capiscono che ha qualche riconoscimento pubblico da fare, e che pesa gravemente sul suo cuore. Colui che è parso al papa Innocenzo III in sogno portando la chiesa del Laterano sulle spalle, consigliere dei pontefici, consigliere dei principi, arbitro di tanti destini, maestro e legislatore di tante coscienze, scopre forse con sgomento, in quell’istante solenne, il carattere astratto, quasi terribile, della sua vocazione dottrinale? Quale scrupolo lo tormenta?
Egli alza sopra i fratelli i suoi occhi celesti, il suo sguardo intatto. “ Mi accuso ”, dice il maestro dei Predicatori, “ di aver sempre preferito, a quella delle vecchie, la conversazione delle donne giovani. ”
L’ordine di mio figlio Domenico è un delizioso giardino, immenso, gioioso e profumato ”, disse un giorno Nostro Signore a santa Caterina, che lo riferisce.

GEORGE BERNANOS

Lasciare operare Dio – Card. Joseph Ratzinger su Josemaria Escrivà

http://www.it.josemariaescriva.info/articolo/lasciare-operare-dio

Lasciare operare Dio

(Josemaria Escrivà)

Card. Joseph Ratzinger

Mi ha colpito sempre l’interpretazione che Josemaría Escrivá dava del nome Opus Dei; un’interpretazione che potremmo chiamare biografica e che ci consente di capire il fondatore nella sua fisionomia spirituale. Escrivá sapeva di dover fondare qualcosa, ma era pur sempre consapevole che quel qualcosa non era opera sua, che lui non aveva inventato niente, che semplicemente il Signore si era servito di lui. Quello non era quindi la sua opera, ma l’Opus Dei. Lui era soltanto uno strumento con cui Dio avrebbe agito.
Nel considerare questo fatto mi sono venute in mente le parole del Signore riportate nel Vangelo di Giovanni (5, 17): «Il Padre mio opera sempre». Sono parole dette da Gesù nel corso di una discussione con alcuni specialisti della religione che non volevano riconoscere che Dio può agire anche il sabato. Ecco un dibattito tuttora aperto, in qualche modo, tra gli uomini — anche cristiani — del nostro tempo. C’è chi pensa che, dopo la creazione, Dio si sia « ritirato » e ormai non abbia più alcun interesse per le nostre cose di tutti i giorni. Secondo questo modello di pensiero, Dio non potrebbe più entrare nel tessuto della nostra vita quotidiana. Ma nelle parole di Gesù abbiamo la smentita. Un uomo aperto alla presenza di Dio si accorge che Dio opera sempre e opera anche oggi: dobbiamo quindi lasciarlo entrare e lasciarlo operare. Ed è così che nascono le cose che danno un avvenire e rinnovano l’umanità.
Tutto ciò ci aiuta a capire perché Josemaría Escrivá non si riteneva « fondatore » di nulla, ma solo uno che vuole compiere la volontà di Dio, assecondare l’azione, l’opera — appunto — di Dio. In questo senso, il teocentrismo di Escrivá de Balaguer, coerente con le parole di Gesù, vale a dire questa fiducia nel fatto che Dio non si è ritirato dal mondo, che Dio opera adesso e noi dobbiamo soltanto metterci a sua disposizione, essere disponibili, capaci di reagire alla sua chiamata, è per me un messaggio di grandissima importanza. È un messaggio che conduce al superamento di quella che si può considerare la grande tentazione dei nostri tempi: la pretesa cioè che dopo il big bang Dio si sia ritirato dalla storia. L’azione di Dio non si è « fermata » al momento del big bang, ma continua nel corso del tempo sia nel mondo della natura che nel mondo umano.
Diceva dunque il fondatore dell’Opera: non sono io che ho inventato qualcosa; è un Altro che fa ed io sono soltanto disponibile a servire come strumento. Così questo titolo, e tutta la realtà che chiamiamo Opus Dei, è profondamente collegato con la vita interiore del fondatore, il quale, pur rimanendo molto discreto su questo punto, ci fa capire che era in dialogo permanente, in contatto reale con Colui che ci ha creato e opera per noi e con noi. Di Mosè dice il libro dell’Esodo (33, 11) che Dio parlava con lui «faccia a faccia, come un amico parla con un amico». Mi sembra che, anche se il velo della discrezione ci nasconde tanti dettagli, tuttavia da quei piccoli accenni risulta che si può applicare benissimo a Josemaría Escrivá questo « parlare come un amico parla con un amico », che apre le porte del mondo perché Dio possa farsi presente, operare e trasformare tutto.
In questa luce si capisce anche meglio che cosa significa santità e vocazione universale alla santità. Conoscendo un po’ la storia dei santi, sapendo che nei processi di canonizzazione si cerca la virtù « eroica », abbiamo quasi inevitabilmente un concetto sbagliato della santità: « Non fa per me », siamo portati a pensare, « perché io non mi sento in grado di realizzare virtù eroiche: è un ideale troppo alto per me ». La santità allora diventa una cosa riservata ad alcuni « grandi » di cui vediamo le immagini sugli altari, e che sono tutt’altro rispetto a noi normali peccatori. Ma questo è un concetto sbagliato di santità, una percezione errata che è stata corretta — e questo mi sembra il punto centrale — proprio da Josemaría Escrivá.
Virtù eroica non vuol dire che il santo fa una sorta di « ginnastica » di santità, qualcosa che le persone normali non riescono a fare. Vuol dire, invece, che nella vita di un uomo si rivela la presenza di Dio, cioè si rivela quanto l’uomo da sé e per sé non poteva fare. Forse in fondo si tratta piuttosto di una questione terminologica, perché l’aggettivo « eroica » è stato interpretato male. Virtù eroica propriamente non significa che uno ha fatto grandi cose da sé, ma che nella sua vita appaiono realtà che non ha fatto lui, perché lui è stato trasparente e disponibile per l’opera di Dio. O, con altre parole, essere santo è nient’altro che parlare con Dio come un amico parla con l’amico. Questa è la santità.
Essere santo non comporta essere superiore agli altri; anzi il santo può essere molto debole, con tanti sbagli nella sua vita. La santità è questo contatto profondo con Dio, il farsi amico di Dio: è lasciare operare l’Altro, l’Unico che può realmente far sì che il mondo sia buono e felice. E se, quindi, Josemaría Escrivá parla della chiamata di tutti ad essere santi, mi sembra che nel fondo sta attingendo a questa sua personale esperienza di non aver fatto da sé cose incredibili, ma di aver lasciato operare Dio. E perciò è nato un rinnovamento, una forza di bene nel mondo, anche se tutte le debolezze umane resteranno sempre presenti. Veramente tutti siamo capaci, tutti siamo chiamati ad aprirci a questa amicizia con Dio, a non lasciare le mani di Dio, a non smettere di tornare e ritornare al Signore, parlando con lui come si parla con un amico, sapendo bene che il Signore realmente è il vero amico di tutti, anche di quanti non possono fare da sé cose grandi.
Da tutto questo ho capito meglio la fisionomia dell’Opus Dei, questo collegamento sorprendente tra un’assoluta fedeltà alla grande tradizione della Chiesa, alla sua fede, con disarmante semplicità, e l’apertura incondizionata a tutte le sfide di questo mondo, sia nell’ambito accademico, sia nell’ambito del lavoro, sia nell’ambito dell’economia, ecc. Chi ha questo legame con Dio, chi ha questo colloquio ininterrotto può osare rispondere a queste sfide, e non ha più paura; perché chi sta nelle mani di Dio cade sempre nelle mani di Dio. È così che scompare la paura e nasce, invece, il coraggio di rispondere al mondo di oggi.

L’Osservatore Romano, 6 ottobre 2002

31 LUGLIO: SANT’IGNAZIO DI LOYOLA: AD MAIOREM DEI GLORIAM (PRIMA PARTE, LA SECONDA SOTTO)

http://www.zenit.org/article-31932?l=italian

SANT’IGNAZIO DI LOYOLA: AD MAIOREM DEI GLORIAM (PRIMA PARTE)

La storia del fondatore della Compagnia di Gesù e della sua dolorosa conversione

di Pietro Barbini
ROMA, lunedì, 30 luglio 2012 (ZENIT.org) – Ignazio di Loyola, proclamato santo nel 1622 da papa Gregorio XV, viene ricordato domani, 31 luglio, giorno in cui si spense nell’anno 1556. La sua storia è universalmente conosciuta, grazie anche alla sua biografia, da lui stesso realizzata e pervenutaci intatta.
Il più piccolo di 13 fratelli, Ignazio crebbe agiatamente nel Castello di famiglia, appartenente al potente casato dei Loyola. Per un breve periodo prestò servizio come cortigiano presso il tesoriere del Regno di Castiglia, suo parente, e nel 1517, dopo la morte di entrambi i genitori, si arruolò nell’esercito di don Antonio Manrique, duca di Najera e viceré di Navarra, dove nel 1521, nel corso dell’assedio di Pamplona, rimase ferito ad una gamba da una palla di cannone.
Fu così costretto a letto per tre mesi, sotto stretto controllo medico e subendo dolorose operazioni. In questo periodo ebbe modo di avvicinarsi al cristianesimo, grazie alla lettura di numerosi testi religiosi dei quali ne rimase profondamente affascinato, in particolar modo dalla Vita di Cristoe dalla Legenda Aurea:queste letture colpirono talmente nell’intimo il futuro santo che, a guarigione avvenuta (la sua gamba ferita rimarrà comunque più corta dell’altra), decise di convertirsi, ritenendo che la sua vita avrebbe dovuto cambiare drasticamente.
La sofferenza fisica patita da Ignazio, la paura e l’angoscia vissuta in quel periodo, fu cruciale per la sua conversione, in quanto proprio in quella situazione di impotenza, in quella sua “croce”, ebbe modo di incontrare Dio nella sua vita, nella figura di Gesù Cristo, motivo per cui ritenne opportuno da quel momento in poi vivere seguendo l’esempio, oltre che dei santi, di Gesù Cristo, cercando di imitarlo fino ad incarnarlo nella propria esistenza, con i fatti e con il cuore, divenendo vero e proprio strumento dell’azione divina.
Per Ignazio di Loyola, infatti, l’uomo progredisce o regredisce, indistintamente, imitando necessariamente l’esempio di qualcuno, positivo o negativo che sia, e dato che solamente in Gesù Cristo l’uomo ha trovato la sua espressione più alta, ne conviene che Cristo sia l’unico esempio da imitare. Decise dunque di andare in Terrasanta, sulle orme di Gesù, visitando i luoghi della sua presenza.
Tornato in Spagna, all’età di 33 anni, ritenne opportuno, per poter svolgere al meglio l’attività di apostolato, di approfondire le sue conoscenze letterarie e teologiche; dapprima studiò grammatica latina a Barcellona, poi filosofia all’Università di Alcalà e a Salamanca, completando gli studi a Parigi nel 1528, dove vi rimarrà fino al 1534.
Qui conobbe i suoi primi compagni/discepoli (Pietro Favre, Francesco Xavier, Diego Lainez, Alfonso Salmerón, Simão Rodrigues e Nicolás Bobadilla) che assieme a lui, il 15 agosto 1534, presso la Cappella di Montmartre fondarono la Compagnia di Gesù, vero e proprio frutto della conversione di Sant’Ignazio. Nell’ambito della Compagnia di Gesù, ad oggi, si contano 49 Santi di cui 34 martiri e ben 147 Beati di cui 139 martiri e numerosissimi Servi di Dio e Venerabili, tra i quali ricordiamo San Francesco Saverio, che evangelizzò l’India e il Giappone, e Matteo Ricci, uno dei più grandi missionari della Cina.
Benedetta da papa Adriano VI ancora prima della sua fondazione, lodata ed approvata con entusiasmo da papa Paolo III con ben 2 bolle (Regimini militantis ecclesiaee Iniunctum nobis), ’approvazione definitiva della Costituzione redatta dallo stesso Ignazio avvenne nel 1550 con la bolla Exposcit debitumdi papa Giulio III.
Già nel 1541 il santo venne eletto all’unanimità Preposito Generale della Compagnia e di conseguenza inviò i suoi “figli” in tutto il mondo allora conosciuto, compresi i cosiddetti “nuovi paesi” (Africa, America ed Asia), per portare la “buona novella”, fondando scuole, istituti, collegi e seminari; nel 1944, per volere del papa, Ignazio divenne l’apostolo di Roma, svolgendo, dalla città capitolina, un’assidua attività di preghiera, celebrando giornalmente l’eucarestia e coordinando tutte le attività della Compagnia (si dice che dormisse quattro ore a notte per adempiere a tutti i suoi compiti), accompagnato da continui ed intensi dolori allo stomaco sempre più frequenti fino alla fine dei suoi giorni.
[La seconda parte dell'articolo biografico su Sant'Ignazio di Loyola sarà pubblicato domani, martedì 31 luglio]

31 LUGLIO: SANT’IGNAZIO DI LOYOLA: AD MAIOREM DEI GLORIAM

http://www.zenit.org/article-31945?l=italian

SANT’IGNAZIO DI LOYOLA: AD MAIOREM DEI GLORIAM (SECONDA PARTE)

La Compagnia di Gesù fu determinante nell’evangelizzazione dell’America Latina, ponendo un limite al triste fenomeno dello schiavismo

di Pietro Barbini
ROMA, martedì, 31 luglio 2012 (ZENIT.org) – La Compagnia di Gesù, frutto dell’azione dello Spirito Santo nella persona di Ignazio di Loyola, si fonda sin dalle sue origini sui principi del monachesimo accompagnato da un fervente e dinamico spirito apostolico.
Di carattere pressoché itinerante, l’azione missionaria dei gesuiti non ha conosciuto confini. Alle numerose attività di carattere umanitario, svolte con uno zelo pressoché unico, i Gesuiti combinavano una profonda vita interiore, fatta di costanti pratiche spirituali, come insegnato da Sant’Ignazio nei suoi Esercizi Spirituali.
Ciò che ha da sempre contraddistinto i gesuiti da qualsiasi altro ordine è l’assoluta obbedienza, oltre che ai loro superiori, al Papa; la Compagnia di Gesù, infatti, è l’unico ordine al mondo ad includere, oltre i tre voti di povertà, castità e obbedienza, un quarto voto solenne di totale fedeltà ed obbedienza al Santo Padre.
Altra peculiarità è la minuziosa preparazione culturale dei suoi membri. Nel 1547 sant’Ignazio affidò alla Compagnia il ministero dell’insegnamento, che diventò ben presto una delle loro principali attività che dette altresì lustro e prestigio alla Compagnia di Gesù. D’altronde è noto a tutti che dopo la caduta dell’Impero Romano fu la Chiesa Cattolica a preoccuparsi dell’istruzione e della diffusione, nonché conservazione, della cultura, fondando scuole, creando biblioteche e istituti per l’insegnamento, impartito gratuitamente e liberamente a chiunque (da ricordare che la più antica università, quella di Bologna, nacque all’interno del territorio pontificio).
Per quanto riguarda l’istruzione, i Gesuiti svolsero un ruolo di primo piano e la fama della rinomata istruzione impartita all’interno delle loro scuole è nota a chiunque; non a caso presso i Gesuiti si formarono noti intellettuali e scienziati come Buñuel, Cartesio, Joyce, Voltaire, nonché personalità politiche di fama mondiale.
Nei secoli XVII e XVIII i Gesuiti divennero una realtà consolidata all’interno della società, un esempio di fedeltà, integrità morale e virtù. Dediti al servizio e alla cura del prossimo, furono anche al centro di numerose dispute teologiche e dottrinali dell’epoca, operando nella Controriforma e nell’evangelizzazione dei cosiddetti “nuovi paesi”, fondarono missioni, collegi, monasteri e scuole in tutto il mondo.
Tutto questo zelo dimostrato e il ruolo di rilievo acquisito all’interno della vita politica e sociale, però, alimentò l’odio di molti, in particolare dei sovrani europei che arrivarono al punto di cacciarli dai loro stati, con conseguente persecuzione.
Negli ultimi due secoli è stato fatto di tutto per diffamare quest’ordine religioso, tra i più prestigiosi al mondo, attraverso una propaganda denigratoria portata avanti da tutti quei governi, partiti ed intellettuali da sempre avversi alla Chiesa cattolica. Maldicenze, calunnie e dicerie sono state perpetrate sino ai giorni nostri, create ad arte con l’unico scopo di screditare la Chiesa e gettare fango sulla Santa Sede.
Nonostante ciò la ricerca storica sta portando alla luce molti documenti e, di conseguenza, svelando le molte verità celate, grazie, soprattutto, ad alcuni studiosi, seri e capaci, che da molti anni si stanno prodigando in un consistente lavoro di revisionismo storico, attuato con diligenza e professionalità.
In tal senso è necessario ricordare il ruolo fondamentale svolto dai gesuiti per il buon mantenimento dei rapporti con le popolazioni dell’America Latina. Sin dall’inizio della colonizzazione, infatti, si schierarono in difesa dei diritti delle popolazioni locali, facendo costanti richiami al rispetto dei diritti naturali, denunciando soprusi e violenze commesse da chi approfittava della lontananza dalla propria patria per lucrare sulle popolazione locali, disobbedendo alle disposizioni dell’allora regina Isabella di Castiglia che intimava ai suoi sudditi il massimo rispetto degli indigeni, contro lo sfruttamento economico.
Parimenti il papa, attraverso numerose lettere, scoraggiava qualsiasi tipo di conversione forzata nonché la schiavitù degli indios, “uomini al pari nostro”. La propaganda contro la colonizzazione dell’America Latina parte dunque dalle denunce fatte dagli uomini di Chiesa che affiancavano gli spagnoli; richiami che nel corso della colonizzazione del Nord America da parte dell’Inghilterra protestante e anticattolica non sono mai avvenuti, nonostante la colonizzazione anglosassone sia avvenuta tutt’altro che pacificamente, al punto che gli indiani d’America sono stati quasi completamente eliminati.
Fatto sta che nel 1773 papa Clemente XIV, pressato dalla congiura dei “philosophes anticristiani”, dopo le continue calunnie e la massiccia propaganda antigesuita, sciolse ufficialmente la Compagnia di Gesù (vedi Vittorio Messori, Pensare la storia). I Gesuiti però sopravvissero in Russia sotto la protezione dell’imperatrice Caterina II, fino a che papa Pio VII nel 1814 diede avvio alla restaurazione della Compagnia continuando così la loro missione apostolica, fino ai giorni nostri, ad Maiorem Dei Gloriam .
[La prima parte è stata pubblicata ieri, lunedì 30 luglio]

1234

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01