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LA PREGHIERA CONTINUA IN SAN FRANCESCO D’ASSISI

http://digilander.iol.it/benparker/Pinnelli/francesco.htm

(il sito è sull’esicasmo)

APPROFONDIMENTI SULLA PREGHIERA DI GESU’

LEONARDO PINNELLI

PREGHIERA DI GESÙ E PREGHIERA DEL CUORE

 CAPITOLO QUARTO – LA PREGHIERA CONTINUA IN SAN FRANCESCO D’ASSISI

4.1 – La figura di San Francesco
 Abbiamo avuto modo di affermare già in precedenza che la preghiera del cuore è uno “stato” spirituale nel quale l’orante è costantemente immerso in Dio e lo contempla in ogni istante. Se questa affermazione, che abbiamo cercato di presentare nei suoi vari addentellati, nei paragrafi precedenti, è vera, significa che la preghiera del cuore non è da considerarsi una specie di “monopolio” di coloro i quali praticano la preghiera di Gesù – sia essa effettuata secondo il metodo di san Giovanni Climaco o secondo lo schema esicasta – ma può essere raggiunta da tutti. Perché il Signore è vicino a quanti lo invocano, a quanti lo cercano con cuore sincero (Sal 145, 18). Il Signore si mostra  a quanti cercano il suo volto, il suo cuore. Se la preghiera continua è dono dello Spirito Santo, perché è lo Spirito di Dio che continuamente geme di fronte al volto del Signore (Gal 4, 6),  significa che l’orante è abitato in profondità dalla Sua presenza, è pneumatoforo (portatore dello Spirito Santo),  è santo.
In questa prospettiva possiamo certamente allargare l’orizzonte ecclesiale e  culturale della preghiera del cuore. A guardare con obiettività la questione ci si può rendere perfettamente conto che non solo nella Chiesa d’Oriente abita questa possibilità di contemplazione della presenza di Dio, ma anche nella chiesa d’Occidente non mancano le testimonianze in merito a questa “universalità” della preghiera del cuore, perché dove c’è la santità c’è la presenza dello Spirito di Dio.
Ci venga permesso un esempio che vogliamo trarre dagli insegnamenti di Doroteo di Gaza, esempio che non ha, per così dire, nulla di scientifico ma che può aiutarci nell’esplicazione di quanto andremo a trattare in questo paragrafo.
 Supponiamo che per terra ci sia un cerchio, cioè una linea tonda tracciata con un compasso dal centro. Centro si chiama propriamente il punto che sta  in mezzo al cerchio. Adesso state attenti a quello che vi dico. Pensate che questo cerchio sia il mondo, il centro del cerchio sia Dio, e le linee che vanno dal cerchio al centro siano le vie,  ossia i modi di vivere degli uomini. In quanto dunque i santi avanzano verso l’interno, desiderano avvicinarsi a Dio e si avvicinano gli uni agli altri, e quanto più si avvicinano a Dio, tanto più si avvicinano l’un l’altro, e quanto più si avvicinano l’un l’altro, tanto più si avvicinano a Dio. Similmente immaginate anche la separazione. Quando infatti si allontanano da Dio e si rivolgono verso l’esterno, è chiaro che quanto più escono e si dilungano da Dio, tanto più si dilungano gli uni dagli altri, e tanto più si dilungano anche da Dio. Ecco, questa è la natura dell’amore. Quanto più siamo fuori e non amiamo Dio, altrettanto siamo distanti dal prossimo; se invece amiamo Dio, quanto più ci avviciniamo a Dio per mezzo dell’amore per lui, altrettanto ci uniamo all’amore del prossimo, e quanto siamo uniti al prossimo, tanto siamo uniti a Dio[1].
 In questo insegnamento Doroteo di Gaza vuole affermare che la vicinanza tra gli uomini, la fraternità è possibile se si è vicini a Dio; al contrario la fraternità è il criterio per poter capire quanto siamo vicini a Dio e quanto è vera l’esperienza che noi facciamo di Lui. In un senso più ampio, che è quello che vogliamo sottolineare in questo paragrafo, la santità è un’esperienza comune agli uomini che cercano Dio: più si è vicini a Dio più l’esperienza di Santità,  intesa nella maniera appena descritta,  diventa comune.
In questo contesto è vero quanto studiosi come p. Yannis Spiteris[2] e p. Tomáš Špidlík[3] hanno detto in merito a san Francesco o a sant’Ignazio di Loyola i quali, a loro parere, avrebbero avuto il dono della preghiera pura.
In questo paragrafo ci soffermeremo  in maniera particolare sulla figura di san Francesco.
  4.2 – San Francesco: santo ecumenico
 Che San Francesco sia stato un uomo particolarmente carismatico e che la sua santità sembra coniugarsi bene con la spiritualità orientale[4], questo appare in maniera evidente dai suoi scritti, dalle regole che egli ha redatto e dalle varie biografie.
Padre Spiteris nel suo libro “Francesco e l’Oriente cristiano, un confronto” sottolinea molto bene questa concordanza tra l’esperienza francescana e la santità orientale. In uno dei capitolo del suo libro egli affronta il tema della preghiera sottolineando come l’esperienza di preghiera di San Francesco sia un’esperienza di preghiera pura, di preghiera del cuore.
In questo contesto di confronto irenico tra la figura di San Francesco e la santità orientale ci sembra importante sottolineare alcuni dei punti di contatto tra questi due mondi, quelli che a nostro parere sembrano essere più significativi.

4.2.1 – San Francesco: un “Pazzo per Cristo”
 Nella tradizione delle Chiese d’Oriente esiste una tipologia agiografica che non è contemplata nella Chiesa d’Occidente e che è propriamente chiamata “pazzia per Cristo”.
             I pazzi per Cristo sono chiamati in greco saloi e in russo yurodivij.[5] A fondamento di questa categoria di santi c’è un versetto della prima lettera ai Corinzi di san Paolo (1Cor 4,10): «Noi stolti a causa di Cristo».  I pazzi in Cristo hanno rigettato la saggezza umana per acquisire solamente la saggezza spirituale [6]; essi appaiono dapprima nell’ambiente monastico dell’Egitto e della Siria, e solo successivamente – nel XVI sec. – arrivano in Russia.
            Uno degli aspetti peculiari della pazzia per Cristo è il desiderio di identificazione con il Cristo povero e crocifisso e l’atteggiamento di denuncia che essi hanno nei confronti del malcostume degli uomini o dei monaci. Tra i pazzi per Cristo ricordiamo una figura esemplare come quella di  san Nicola Pellegrino detto Kyrie eleison, del quale riportiamo alcuni tratti biografici:
 Nicola nasce nel 1075 circa in un villaggio nei pressi del Monastero di San Luca di Stirion da poveri agricoltori; non riceve alcuna istruzione e, all’età di otto anni circa, è mandato a pascolare le pecore. Illuminato tuttavia dalle increate Energie, un giorno, all’improvviso, comincia a gridare: Kyrie eleison!
La madre ricorre a minacce e botte, nell’intento di far rinsavire il figlio; quando si rende conto di non riuscire a distoglierlo da quella pratica, lo caccia di casa. I monaci chiudono Nicola in una torre, e fermano la porta con un macigno: verso la mezzanotte, ecco un tuono, il macigno rotola e il ragazzo può uscire liberamente e si reca in chiesa, esclamando come al solito Kyrie eleison.
A Oraco e continua a intagliare croci di legno di cedro. E’ così occupato quando gli viene incontro, a cavallo, il monaco Massimo, economo del monastero di Stirio, uomo violento e severo, il santo lo saluta con umiltà e gli dice: – Perché maltratti i lavoratori a te soggetti e li opprimi e affliggi ingiustamente? [7].
 Sotto questo aspetto la figura sembra essere molto affine alla figura di molti pazzi per Cristo. Ricordiamo che san Francesco dice di sé: «Il Signore mi ha rivelato essere suo volere che io fossi pazzo nel mondo: questa è la scienza alla quale Dio vuole che ci dedichiamo»[8]. Nella sua “confessione” poi egli dice di essere un “ignorante e illetterato”[9].
Un altro aspetto che accomuna san Francesco all’esperienza dei saloi è rappresentato dagli episodi della sua vita nei quali egli rimane nudo: all’indomani della sua conversione san Francesco decide di vivere la radicalità evangelica, lascia tutto e si spoglia di fronte al vescovo.[10] Altri episodi sono narrati nelle Fonti Francescane e culminano nell’episodio della sua morte quando vuole essere deposto «nudo sulla terra nuda »:
 Quando sentì vicini gli ultimi giorni, nei quali alla luce effimera sarebbe succeduta la luce eterna, mostrò con l’esempio delle sue virtù che non aveva niente in comune con il mondo. Sfinito da quella malattia così grave, che mise termine ad ogni sua sofferenza, si fece deporre nudo sulla terra nuda, per essere preparato in quell’ora estrema, in cui il nemico avrebbe potuto ancora sfogare la sua ira, a lottare nudo con un avversario nudo[11].

  4.2.2 – San Francesco contempla la bellezza del creato: theôria physikê
 Un altro aspetto che accomuna San Francesco alla santità dell’Oriente cristiano è la contemplazione del Creato, quella che i Padri chiamano theôria physikê[12]. Afferma padre Špidlìk :
     La conoscenza di Dio attraverso le opere è proclamata da tutti i Padri. Così ogni uomo è capace di pervenire alla conoscenza di Dio attraverso la creazione. L’universo visibile diventa quindi un libro aperto per gli amici di Dio, una scuola per le anime. Dio vide che ciò era buono (Gen 1,9), perché contemplava i logoi[13] delle cose che sono già pronti per la messa (Gv 4,35)[14].
 La contemplazione della Creazione è una “scala” che ci conduce a Dio, è uno strumento – il più immediato che l’uomo conosca – per poter intravedere la Sua presenza nel mondo. Il Creato ha la capacità di far scorgere all’uomo un lembo del Paradiso, alimenta in lui il desiderio di incontrare il volto dell’Altissimo, suscita in lui un fervente “ricordo di Dio”[15]: Il prof. Panaghiotis Yfantis descrive bene questa dinamica applicandola all’esperienza di San Francesco:
 I Santi considerano la creazione con discrezione: non la divinizzano, né la disprezzano. La rispettano perché in essa vedono un mezzo anagogico, capace di condurre alla visione di Dio. Negli occhi spirituali[16] di Francesco, tutte le creature formano una “scala” verso  il Creatore. Nelle sue biografie leggiamo che amava molto l’allodola, perché questo uccello gli sembrava portare la cuffia monacale ed era umile, e il suo volto simboleggia i frati buoni che isolati dal mondo lodano Dio[…][17] Questo metodo esemplaristico ha il suo corrispettivo nel tentativo continuo dei santi orientali di avere sempre la mente orientata a Dio[18].
 Questa capacità di San Francesco di cogliere la presenza di Dio in ogni cosa, non in modo panteistico, emerge in maniera chiara dalla comprensione che egli stesso ha delle creature. Il santo chiama ognuna “fratello” e  “sorella”.[19] Questo aspetto specifico della spiritualità francescana è risultato essere, nel corso dei secoli, anche il più malinteso tanto che San Francesco, a titolo di esempio,  è diventato il “santo dell’ecologia”[20].
Ma la comprensione che il santo aveva della creazione è ben lungi dall’essere “animalista” od “ecologista”: egli proclamava, semplicemente, la bontà del creato come opera delle mani di Dio. Il mondo è una “teofania” di Dio, un “sacramento” della Sua presenza come tutta la tradizione patristica ha sempre sottolineato[21]. È mirabile questo “sentire” di san Francesco ed egli lo esprime in maniera geniale nel suo Cantico di frate Sole, nel quale sembra farsi presente l’invito di san Paolo:  «State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie» (1 Ts 5, 16-17):
Altissimu, onnipotente, bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu Te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo quale è iorno et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Acqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ’I sosterrano in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ’I farrà male.

Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate[22].

 4.2.3 – Lo  Spirito Santo nella vita di san Francesco: la théosis
 Uno degli aspetti che san Francesco sottolinea volentieri è l’”acquisizione dello Spirito Santo”: anche per lui la santità di una persona deriva dall’intima unione con la SS. Trinità che abita nel cuore del servo di Dio. Sarà lo stesso santo a esortare i suoi frati nella Regola non bollata  ad accogliere questa inabitazione della Trinità[23].
È interessante notare che per san Francesco l’obiettivo principale da raggiungere, lo scopo da conseguire nella vita dei “penitenti” è l’acquisizione dello Spirito[24]: per il santo di Assisi non deve abitare nel cuore altra preoccupazione che non sia quella di rendere operante la grazia di Dio nel proprio cuore; questa grazia si “attiva” solo in un cuore puro da ogni passione:
Ammonisco, poi, ed esorto nel Signore Gesù Cristo, che si guardino i frati da ogni superbia, vana gloria, invidia, avarizia, cure e preoccupazioni di questo mondo, dalla detrazione  e dalla mormorazione.
E coloro che non sanno di lettere, non si preoccupino di apprenderle, ma facciano attenzione che ciò che devono desiderare sopra ogni cosa è di avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione, di pregarlo sempre con cuore puro e avere umiltà, pazienza nella persecuzione e nella infermità e di amare quelli che ci perseguitano e ci riprendono e ci calunniano[25].

Un consiglio simile,  in merito all’acquisizione dello Spirito Santo, è riscontrabile anche in un noto santo della Chiesa Ortodossa, san Serafino di Sarov[26], il quale definisce il fine della vita cristiana in vista dell’inabitazione dello Spirito Santo nell’uomo. Questi, per il santo russo, deve praticare il commercio spirituale: l’uomo è chiamato a pregare per ottenere lo Spirito del Signore e attraverso di Lui il maggior numero possibile di grazie. Riportiamo, a tale proposito, un brano dal “Colloquio con Motovilov”:
Il vero fine della vita cristiana consiste quindi nell’acquisizione di questo Spirito di Dio, mentre la preghiera, le veglie, il digiuno, l’elemosina e le altre azioni virtuose fatte in nome di Cristo sono solo dei mezzi per acquistarlo.
- Come “l’acquisizione”? – Chiesi a Padre Serafino. – Non capisco perfettamente.
-  L’acquisizione è la stessa cosa dell’ottenimento. Sai cosa significa acquisire denaro? Per lo Spirito Santo è lo stesso. Per la gente normale il fine della vita consiste nell’acquisizione del denaro, del guadagno. I nobili inoltre desiderano ottenere onori, medaglie ed altre ricompense per servizi resi allo Stato. Anche l’acquisizione dello Spirito Santo è un capitale, ma un capitale eterno, dispensatore di grazie, analogo ai capitali temporali e che si ottiene con gli stessi procedimenti[27].
[…] – Cerca di ottenere le grazie dello Spirito Santo facendo fruttificare in nome di Cristo tutte le virtù possibili, fanne un commercio spirituale, traffica con quelle che danno il maggior numero di benefici[28].
[…] Come nel commercio il fine è quello di ottenere il maggior guadagno possibile, così nella vita cristiana il fine dev’essere non solo quello di pregare e fare il bene, ma anche quello di ottenere il maggior numero di grazie.[29]
  4.3 – San Francesco preghiera vivente: la preghiera del cuore
 In questo paragrafo vogliamo affrontare in maniera specifica il tema della preghiera nell’esperienza di San Francesco il quale a più riprese nei suoi scritti esorta i frati ad avere sempre un cuore disponibile a Dio e tutto rivolto a Lui[30], sempre pronto alla preghiera, come è scritto nel commento al Padre nostro:
 [Tutti] ti amiamo con tutto il cuore, sempre pensando a te; con tutta l’anima, sempre desiderando te; con tutta la mente, orientando a te tutte le nostre intenzioni e in ogni cosa cercando il tuo onore; e con tutte le nostre forze, spendendo tutte le nostre energie e sensibilità dell’anima e del corpo a servizio del tuo amore e non per altro; e affinché possiamo amare i nostri prossimi come noi stessi, trascinando tutti con ogni nostro potere al tuo amore, godendo dei beni altrui come dei nostri e nei mali soffrendo insieme con loro e non recando nessuna offesa a nessuno[31].

E ancora nella Regola non bollata troviamo questa ammonizione di san Francesco;
 E ovunque, noi tutti, in ogni luogo, in ogni ora e in ogni tempo, e ogni giorno e ininterrottamente crediamo veramente e umilmente e teniamo nel cuore e amiamo, onoriamo, adoriamo, serviamo, lodiamo e rendiamo grazie all’altissimo e sommo eterno Dio, Trinità e Unità, Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose e Salvatore di tutti coloro che credono e sperano in lui che è senza inizio e senza fine[32].
 Questa necessità di essere sempre alla presenza di Dio richiede che il servo di Dio abbia un cuore puro[33], distaccato – come direbbero i Padri – da ogni attaccamento passionale  e preoccupazione. Così è scritto nella Regola non bollata:
 Sempre costruiamo in noi una casa e una dimora permanente a Lui, che è il Signore Dio Onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo, e che dice:  Vigilate dunque e pregate in ogni tempo, affinché possiate sfuggire tutti i mali che accadranno e stare davanti al Figlio dell’uomo. E quando vi mettete a pregare, dite: Padre nostro che sei nei cieli. E adoriamolo con cuore puro, poiché bisogna sempre pregare senza stancarsi mai; infatti il Padre cerca tali adoratori [34]
 È interessante vedere come in san Francesco la “purità di cuore” non ha solo l’accezione di una sorta di “pulizia morale” ma è l’atteggiamento che rende possibile la contemplazione di Dio; a tal proposito lo stesso santo nell’Ammonizione XXVII ha un’espressione che ricorda da molto vicino il modo in cui gli esicasti intendevano la purezza del cuore:
 Dove è il timore del Signore a custodire la sua casa (il cuore), ivi il nemico non può trovare via d’entrata[35].
 Per San Francesco la purezza di cuore è dunque la libertà da ogni preoccupazione terrena, è saper custodire la casa interiore[36] da ogni attacco del nemico. Nei paragrafi precedenti abbiamo avuto modo di affrontare questo tema  a proposito della custodia del cuore: solo un cuore puro può vedere il Volto dell’Amato, può contemplarLo.
 La visione di Dio, nella preghiera pura degli esicasti, è detta theoria [37],  essa  ha sempre le radici in un cuore limpido[38], che sa disprezzare le cose del mondo:
 Beati i puri di cuore, poiché essi vedranno Dio. Veramente puri di cuore sono coloro che di­sdegnano le cose terrene e cercano le cose celesti, e non cessano mai di adorare e vedere il Signore Dio, vivo e vero, con cuore ed animo puro[39].
 Un cuore e una mente inquinati dalle passioni, da pensieri impuri, dal peccato non possono assolutamente contemplare la luce divina: per poter godere dello splendore di Dio è necessario che l’uomo riacquisti la bellezza originaria, ritornando alla condizione naturale. L’uomo è trasformato dallo Spirito: passa dall’immagine alla somiglianza con il Prototipo che é Cristo[40].
 Solo così i sensi spirituali possono godere della presenza di Dio: l’uomo prova così anche compassione per tutto il creato, per ogni creatura,  come scrive Isacco di Ninive :
 Quando fai il bene, non darti pensiero dello scopo della ricompensa immediata e sarai ricompensato doppiamente da Dio. E se è possibile, [non agire] neppure per la ricompensa futura. Ma sii virtuoso al di sopra di tutto, per amore del servizio di Dio. Il desiderio dell’amore è più intimo del servizio di Dio, e più di quest’ultimo è intimo nei misteri di lui. Più di quanto l’anima sia intima al corpo […]. Cos’è la purezza? È un cuore misericordioso per ogni creatura […]. E che cos’è un cuore misericordioso? È l’incendio del cuore per ogni creatura: per gli uomini, per gli uccelli, per le bestie, per i demoni e per tutto ciò che esiste. Al loro ricordo e alla loro vista, gli occhi [di un tale individuo] versano lacrime, per la violenza della misericordia che stringe il [suo] cuore a motivo della grande compassione. Il cuore si scioglie e non può sopportare di udire o vedere un danno o una piccola sofferenza di qualche creatura. E’ per questo che egli offre preghiere con lacrime in ogni tempo, anche per gli esseri che non sono dotati di ragione, e per i nemici della verità e per coloro che la avversano, perché siano custoditi e rinsaldati; e perfino per i rettili; a motivo della sua grande misericordia, che nel suo cuore sgorga senza misura, a immagine di Dio[41].
 Anche san Francesco aveva il dono della preghiera continua, «la sua disposizione stabile era tale che, dove poteva, pregava. Questa era la sua normale disposizione del cuore»[42], come viene descritto bene da Tommaso da Celano nella sua biografia seconda:
 Quando [invece] pregava nelle selve e in luoghi solitari, riempiva i boschi di gemiti, bagnava la terra di lacrime, si batteva con la mano il petto; e lì, quasi approfittando di un luogo più intimo e riservato, dialogava spesso ad alta voce col suo Signore: rendeva conto al Giudice, supplicava il Padre, parlava all’Amico, scherzava amabilmente con lo Sposo. E in realtà, per offrire a Dio in molteplice olocausto tutte le fibre del suo cuore, considerava sotto diversi aspetti Colui che è sommamente Uno. Spesso senza muovere le labbra, meditava a lungo dentro di sé e, concentrando all’interno le potenze esteriori, si alzava con lo spirito al cielo. In tale modo dirigeva tutta la mente e l’affetto a quell’unica cosa che chiedeva, Dio: non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente[43]. 
  È evidente che per san Francesco la preghiera non è tanto un modo di rapportarsi a Dio ma è  un atteggiamento vitale. Come il corpo ha necessità di respirare, così il cuore dell’uomo ha costantemente bisogno di attingere, nella preghiera,  allo Spirito del Signore, per non morire, per non indurirsi.
Tutti gli aspetti della spiritualità francescana che abbiamo finora esposto sono comunicanti tra loro, infatti:
 à un cuore limpido è purificato dalle passioni e disprezza ogni attaccamento mondano;
à il cuore puro è abitato dallo Spirito del Signore che trasforma dal di dentro l’uomo; l’opera del nemico viene dall’esterno del cuore giacchè, attraverso i logismoi,   egli vuole entrare nel giardino interiore. L’azione dello Spirito Santo, al contrario, opera dal di dentro dell’uomo, lo trasforma dall’immagine alla somiglianza con il Prototipo che é Cristo;
à il cuore purificato ha l’occhio profondo e scorge i logoi in tutta la creazione che non è più nemica dell’uomo.
à ogni creatura diventa “fratello” e “sorella”, anche la morte; la creazione eleva la mente e il cuore a Dio;
à un cuore abitato dallo Spirito del Signore geme continuamente di fronte al volto del Signore; esso ha in dono dal Signore la preghiera continua.

SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE (20 agosto, memoria)

http://www.medio-evo.org/bernardo.htm

SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE

  L’ULTIMO PADRE DEL MEDIO EVO

E’ impossibile non unirsi a tutti coloro che hanno scritto e commentato la figura di San Bernardo di Chiaravalle. Questo figlio di nobili borgognoni è l’ultimo dei “padri” del monachesimo benedettino, e con lui la vocazione monastica giunge ad uno dei punti più alti della storia. Nato intorno al 1090 presso Digione, nel castello paterno, figlio di nobili cavalieri, ebbe una educazione tipicamente feudale, ed incarna in sé quello spirito che fu dei monaci e dei cavalieri medievali, fatto di preghiera e combattimento, ascetismo e disciplina, una disciplina spirituale che somiglia molto a quella cavalleresca. Da piccolo entra nella scuola dei Canonici di Châtillon, una delle più importanti della Borgogna, dove studia gli scrittori latini e i padri della Chiesa. Dopo la morte della madre, a cui egli era molto legato, nel 1107, entrò in una crisi che gli fece sentire lontano quel mondo di “donne cavalier armi ed amori” che era proprio della sua famiglia, e forte invece il desiderio di cercare e trovare Dio nella pace e nella quiete del monastero, lontano dal fragore e dalla violenza del mondo. Così a ventidue anni, nel 1112 si reca a Citeaux, nel monastero diretto da Stefano Harding, assieme a trenta compagni. Questo arrivo segnerà una svolta non solo per il monastero, ma nella storia della Chiesa e dell’ Europa occidentale. Anche se differenti nel temperamento, Bernardo fece propria l’idea che aveva ispirato San Roberto di Moleste, Alberico e Stefano. Questi si erano allontanati da Moleste nel 1098 per recarsi in un luogo solitario a 20 chilometri da Digione, in un luogo chiamato Cistercium, per seguire uno stile di vita più semplice e più rigoroso, recuperando lo spirito e la lettera dell’antica regola benedettina, ormai inficiati dalla grande potenza temporale acquisita dai monasteri clunicensi. Il luogo originale, in cui Bernardo condivise i primi anni di una rigorosa vocazione, stava però stretto a Bernardo, che, in cerca di solitudine, ma anche di luoghi aperti e ameni per essere a più stretto contatto con Dio, lasciò Citeaux. Il nuovo luogo sarà ancor più distante dal consesso civile, e si chiamerà Clairvaux , in italiano Chiaravalle. Qui divenne abate e qui rimase fino alla morte, avvenuta nel 1156, nonostante numerosi viaggi, dispute ( celeberrima quella con Abelardo), la predicazione della seconda crociata e l’amministrazione spirituale di un ordine, che alla sua morte contava più di 300 monasteri.
Possiamo dire che i quattro padri dell’ordine cistercense fondarono una vera e propria scuola di spiritualità, di cui San Bernardo costituisce il maestro indiscusso ed il punto di riferimento per le future generazioni di monaci. La sua devozione per la vergine Maria e per il Bambin Gesù rimane una caratteristica della sua spiritualità. La tradizione di chiudere la giornata di preghiera con il Salve Regina deriva proprio da una sua idea. Egli prediligeva per la preghiera luoghi aperti ed ameni, valli luminose ed vicine ai corsi d’acqua. Da qui l’abitudine, tutta cistercense, di fondare monasteri nelle valli. Ben tre città in Italia ci ricordano quindi, con il nome Chiaravalle, la loro fondazione per opera dei monaci di San Bernardo. Umiltà, amore verso Dio con un cammino di unione del cuore, duro lavoro nei campi e profonda devozione mariana sono alcuni dei tratti della spiritualità di San Bernardo. Spirito che si riversa anche nelle strutture architettoniche dei monasteri e delle chiese abbaziali, prive o quasi di decorazioni e tutte slanciate verso l’alto. La sua riforma spirituale quindi segna il passaggio nell’arte dal romanico al gotico. Egli, come tutta la spiritualità monastica, vede la vita spirituale come un cammino fatto di gradi di perfezione, per essere sempre più uniti all’amore di Dio. Amore che si riversa poi sul prossimo, in quanto si ha la piena consapevolezza di essere tutti peccatori.  Egli fu anche scrittore molto prolifico: trattati, lettere, prediche, poemi, un “corpus” di scritti che occupa un posto molto rilevante nella storia medievale, e che lo pone come il terzo “padre” medievale, dopo S. Gregorio Magno e S. Benedetto da Norcia. Tra le opere più importanti si possono ricordare « De gradibus humilitatis et superbiae », « De gratia et libero arbitrio », « De diligendo Deo ». Egli fu quindi quel faro di luce spirituale che avrebbe illuminato tutta l’Europa occidentale del XII secolo. Fu infatti capace di recuperare in maniera originale  e geniale tutto il pensiero cristiano precedente a lui, pur in una prospettiva monastica e benedettina. Egli, a differenza dei clunicensi, non vede infatti l’uomo semplicemente come un peccatore, ma come una creatura buona, capace cioè di recuperare sempre la dimensione d’amore verso Dio e verso il prossimo. L’uomo, con il peccato ha deformato questa immagine, ma proprio attraverso l’ Incarnazione del Figlio di Dio e la disponibilità di Maria Santissima,  Dio può riformare l’uomo a sua immagine. L’uomo è chiamato a prendere parte a questa opera, con la conversione e l’ascesa dell’anima verso Dio, descritta nel trattato De diligendo Deo. L’Incarnazione quindi occupa un posto centrale nella spiritualità cistercense. Questa esperienza chiama l’uomo alla sequela di Cristo, fatta nell’oscurità della fede, si attua nella carità.
Ma San Bernardo non fu solo un mistico chiuso in un monastero, lontano dal mondo e tutto teso alla ricerca spirituale di comunione con Dio. Egli, spirito indomito e combattente, vero cavaliere dello Spirito, partecipò attivamente anche alle turbolente vicende della Chiesa e dell’Europa occidentale del suo tempo. Infatti predicò, su ordine di papa Eugenio III,  la seconda Crociata, quella di Luigi VII, Riccardo Cuor di Leone e Federico Barbarossa (1148-1151), aiutò papa Innocenzo II, fuggito a Cluny dopo l’elezione dell’antipapa Anacleto. Al Concilio di Etampes, grazie al suo intervento, il re Luigi VI  riconobbe Innocenzo come il legittimo papa. Intervenne anche al famoso Concilio di Troyes (1128) che segna la fondazione dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio (Templari), un mito ancor oggi intramontabile. Per la prima volta infatti i due ordini, bellatores e oratores , cioè cavalieri e monaci, distinti nella società feudale, vengono fusi in uno solo, con lo scopo di difendere i pellegrini in Terra Santa e i luoghi della vita di Cristo. Fu anche impegnato nella disputa con Abelardo e con i nuovi maestri di filosofia che ai suoi occhi pretendevano di spiegare la fede con la ragione, ed alla fine ne ottenne la condanna al concilio di Sains (1140). Erano due personalità forti, i due, ed esprimevano, ognuno nella sua ottica, due modi di vedere il ruolo della fede e della ragione che sono ancor oggi presenti in terra di Francia.
     In effetti San Bernardo rivolse parole di esortazione e di rimprovero, di incoraggiamento e di aiuto, di luce  spirituale e di fede a tutte le categorie della società del suo tempo, divenendo un punto di riferimento per la sua epoca. Senza di lui il XII e la civiltà feudale che egli rappresenta forse non sarebbe stata gli stessi. Ma fondamentalmente egli fu prima di tutto un uomo di preghiera in un tempo di guerre, crociate, odi e violenze private. Mi ha colpito molto una frase che introduce il suo “De diligendo Deo”, quando all’inizio dice:
“In Dio voglio vivere e in Dio morire: per me preghiere e non domande.”
(Domino vivere et in Domino mori. Orationes a me et non quaestiones)
Un uomo che quindi prediligeva la preghiera alle dispute filosofiche (dette appunto quaestiones)  e che preferì la quiete del monastero alla nobile arte della cavalleria e della guerra. Una scelta quanto mai attuale.

Ecco un brano tratto dalla « Patrologia Latina Database » in francese medievale.
CI ENCOMENCENT LI SERMON SAINT BERNAVT KIL FAIT DE LAVENT ET LES ALTRES FESTES PARMEI LAN.

Nos faisons ui, chier freire, len comencement de lavent, cuy nons est asseiz renomeiz et conuiz al munde, si cum sunt li nom des altres sollempniteiz, mais li raisons del nom nen est mies per aventure si conue. Car li chaitif fil dAdam nen ont cure de veriteit, ne de celes choses ka lor salveleit apartienent, anz quierent . . . les choses . . . faillanz et trespessaules. A quel gent . . . nos semblans.. les homes de ceste generation, ou a quei gent evverons nos ceos cunos veons estre si ahers et si enracineiz ens terriens solaz, et ens corporeiens kil repartir ne sen puyent? Certes semblant sunt a ceos ki plongiet sunt en ancune grant auve, et ki en peril sunt de noier. Tu varoyes kil ceos tienent, kes tienent, ne kil par nule raison ne vuelent devverpir ceu ou il primier puyent meltre lor mains quels chose ke ce soit, ancor soit ceu tels choses ke ne lor puist niant aidier, si cum sunt racines derbes ou altres tels choses. Et si ancune gent vienent a ols por ols asoscor, si plongent ensemble ols ceos kil puyent aggrappeir ensi kil a ols nen a ceos ne puyent faire nule ajué. Ensi perissent li chaitif en ceste grant mer ke si es large, quant il les choses ki perissent ensevent et les estaules layent aleir, dont il poroyent estre delivreit del peril ou il sunt . . . prennoyent et salveir lor airmes. Car de la veriteit est dit, et ne mies de la vaniteit, Vos la conessereiz, et ele vos deliverrat. Mais vos, chier freire, a cuy Deus revelet, si cum a ceos ki petit sunt celes choses, ke receleis sunt as saige et as senneiz, vos soiez entenduit cus encenousement envor celes choses, ke vrayement apartienent a vostre salveteit: et si penseiz di merrement a la raison de cest avenement, quareiz et encerchiez ki cest soit ki vient, et dont il vient, ou il vient, et por kai il vient, quant il vient, et par quel voie il vient. Certes molt fail aloeir ceste curiositeit, et molt est saine. Car tote sainte Eglise ne celeberroit mies si devotement cest avenement, saucuens grant Sacrement ne estoil en lui receleiz.

Il testo latino del trattato « De diligendo Deo »

L’ORDINE DEI FRATI PREDICATORI – 8 AGOSTO SAN DOMENICO

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L’ORDINE DEI FRATI PREDICATORI – 8 AGOSTO SAN DOMENICO

DI FR. ALESSANDRO SALUCCI, OP

1. LA FONDAZIONE DELL’ORDINE
Il 22 dicembre 1216 papa Onorio III approvava la Bolla di costituzione dell’Ordine dei Frati Predicatori, universalizzando un progetto di evangelizzazione che lo spagnolo Domenico di Guzman, aveva già iniziato nella diocesi di Tolosa. Stando alle prime biografie Domenico fu investito della missione di fondatore fin dal 1203, quando venne cooptato per una delicata missione dal suo vescovo Diego d’Acabes. Il futuro santo doveva fargli da compagno per un viaggio in Danimarca allo scopo di combinare un matrimonio per la figlia del re Alfonso VIII di Castiglia, missione poi fallita per la morte della principessa o, come altri storici sostengono, per la sua entrata in monastero. Quello che invece riuscì fu l’accendersi, nel vescovo Diego e nel sottopriore del capitolo di Osma Domenico, di un fervente desiderio missionario nato dal contatto che essi ebbero durante il loro viaggio con esponenti dell’eresia catara. Si racconta infatti, che in una delle tappe di andata Domenico passasse un’intera notte a discutere con l’oste di fede catara che li aveva albergati e che proprio in seguito a quella discussione Domenico iniziasse a comprendere quanto fosse urgente annunciare la vera dottrina evangelica. Unita a questa vi fu anche l’esperienza del contatto con lo zelo con cui il clero danese esercitava la sua attività missionaria tra i pagani delle regioni baltiche. Diego e Domenico ne rimasero talmente contagiati che al loro ritorno si diressero a Roma, dove Diego presentò le sue dimissioni da vescovo di Osma motivandole con l’intento di unirsi al clero danese per aiutarlo nella sua attività missionaria presso i popoli baltici. L’energico e arguto Innocenzo III, che allora governava la Chiesa impegnandola in un serio tentativo di riforma, rifiutò le dimissioni di Diego inviandolo invece missionario nelle terre francesi infestate dall’eresia degli albigesi, dove già per suo conto operavano alcuni membri dell’Ordine cistercense. Nel 1206 i due spagnoli ripresero la strada verso nord, ma lentamente in Domenico veniva a maturarsi la convinzione che la proibizione impostagli dal papa di andare verso i cumani e di dirigersi in alternativa verso i catari e gli albigesi, poteva trasformarsi in una specifica vocazione ecclesiale a cui dedicarsi con tutte le energie possibili. Quando su ordine del papa arrivarono a Montpellier, Diego e Domenico incontrarono degli scoraggiati legati pontifici che, malgrado i loro sforzi, non erano riusciti ad ottenere alcun successo nel combattere la perniciosa eresia.
Gli albigesi rappresentavano la versione francese del catarismo e derivavano il loro nome dalla città di Albi. Di forte ascendenza manichea già a partire dal 1160 essi avevano fatto della contea di Tolosa la loro roccaforte. Contro di loro a niente erano valse le spedizioni armate dei signorotti locali, quali quelle guidate da Simone di Monfort, e tanto meno le fulminanti scomuniche lanciate a più riprese da Innocenzo III. Forti della loro rigida struttura gerarchica, ma soprattutto della loro vita di perfetta povertà, gli albigesi godevano del credito appassionato del popolo. Era in loro evidente la convinzione che il diritto di predicare la dottrina ricevuta da Cristo spettasse soltanto a coloro che vivevano come gli apostoli, che cioè si spendevano in una vita di povertà e di itineranza. Uno stile che gli albigesi non vedevano realizzato né nel vescovo di Roma, né negli altri vescovi e tanto meno nelle diverse forme di vita canonicale allora variamente espanse nei territori della cristianità.1 Era stato Gesù stesso a tracciare le linee essenziali della figura dell’apostolo esemplare quando inviando in missione i suoi discepoli, ne aveva riassunto gli elementi essenziali (Mt 10, 5-16; Mc 6, 7-13; Lc 10, 1-6). Essi rimandavano a una vocazione che si concentrava nella missione dell’annuncio del Regno e a una pratica di vita ispirata all’assoluta povertà, sia personale che comunitaria. Per quanto riguarda l’itineranza essa indicava il continuo viaggiare dell’apostolo alla ricerca di ogni uomo di buona volontà, senza stare ad attendere il suo sopraggiungere. La conservazione di un minimo di vita comunitaria, almeno quanto bastasse per l’esercizio della carità fraterna, era l’ultima condizione richiesta a chi volesse imitare la vita degli apostoli.
Durante il loro periodo di azione missionaria nel sud della Francia, Diego e Domenico vennero continuamente a contatto con questi eretici che si presentavano come uomini austeri e colti, che conoscevano alla perfezione la Sacra Scrittura, ma che soprattutto vivevano con uno stile di vita perfettamente coerente al dato evangelico. E non v’è dubbio che «fu [proprio] in questo periodo che Domenico mutò il suo ideale da strettamente e personalmente missionario inter infideles, in comunitario e organico».3 A questa trasformazione contribuì non poco il modo con cui Diego assunse la sua missione episcopale. Rinviato dalla testimonianza di Diego al detto che ubi episcopus, ibi Christus, Domenico lentamente realizzava che l’episcopato non rappresenta il vertice di una carriera, ma semplicemente l’investitura piena da parte di Cristo della missione di annunciare la sua Parola. Lentamente si materializzavano nella mente del santo castigliano quelle caratteristiche che vorrà in seguito infondere al suo Ordine una volta costituito per farne un ordine di cenobiti, di dottori e di apostoli.4 Il Nartece della Cattedrale di Vézelay rendeva plastico all’uomo medioevale l’entusiasmo missionario dei dodici appena illuminati dalla grazia della Pentecoste e fu a questo entusiasmo che Domenico volle rimettere i suoi frati quando decise di dare vita al suo Ordine. La vita degli apostoli era il libro in cui imparare l’arte della vita perfetta in Cristo, era l’ideale concretizzato di una vita che valeva la pena di essere vissuta, perché era a loro che Cristo aveva concesso il titolo di amici: «Non vi chiamo più servi, ma amici, perché tutto quello che io conosco del Padre ve l’ho confidato» (Gv 15,15). Formati da Gesù stesso, essi erano col tempo diventati gli annunciatori della sua Parola e del suo Regno di beatitudini.
Concretizzatosi dapprima nella vita monastica e poi in quella canonicale, questo ideale apostolico nel XIII secolo cambiava ancora abito per rivestirsi di quello dei neonati Ordini mendicanti e su tutti quello domenicano. Quanto questo ideale avesse segnato le aspirazioni missionarie di Diego e Domenico lo rese noto nel 1211 Pietro de Vaux-de-Cernay, segretario dell’abate Arnauld di Citêaux legato della santa Sede per la missione contro gli Albigesi, che in una sua cronaca racconta che cinque anni prima che Diego uscisse dalla Curia, aveva incontrato il venerabile Arnauld, con fra Pietro di Castelnau e fra Raul. I tre legati cistercensi confidarono all’unisono al vescovo spagnolo di voler abbandonare la loro speciale missione, perché ormai irrimediabilmente senza frutto. Pietro ricorda che alle loro obiezioni Diego semplicemente rispose loro che continuassero nella predicazione con ancor maggior zelo di prima, poiché per chiudere la bocca agli avversari era necessario praticare e predicare (facere et docere) secondo l’esempio del Divino Maestro. Era altresì essenziale che essi si presentassero in tutta umiltà, camminando a piedi, senza oro né argento, senza alcun seguito o sfarzose cavalcature, insomma che imitassero in tutto l’agire degli apostoli.5 Stando poi al racconto del successore di san Domenico e primo biografo dell’Ordine, Giordano di Sassonia, i legati pontifici a cui Diego si era rivolto fecero propria la sua esortazione, congedando i loro servitori e trattenendo solo i libri e le altre cose strettamente necessarie.
Ma non furono solo i tre cistercensi a seguire i suggerimenti di Diego, anche Domenico volle fare propria in tutto la vita apostolica e per nove anni, a partire dal 1206, cercò di viverla e attuarla nei pressi di Tolosa. Il primo successo della sua predicazione che Domenico raccolse fu la conversione di un gruppo di donne dall’eresia albigese, per le quali fondò un monastero a Prouilhe, che era un luogo situato vicino a Fanjeaux, ossia il paese eletto a quartier generale della sua predicazione in Linguadoc. La storia domenicana assunse pertanto un inizio del tutto particolare, dal momento che la fondazione del secondo ordine precedette quella del primo. Ricerche storiche accurate hanno recentemente evidenziato come questa prima fondazione non avesse i presupposti di una comunità di vita contemplativa liberamente eletta, quanto fosse piuttosto un asilo per convertite le quali, per motivi legati alle condizioni sociali e culturali del tempo, erano indotte a ritirarsi in vita claustrale.7 Lasciando aperta la questione se sia stato Domenico o Diego a prendere l’iniziativa della fondazione di Prouilhe, nonostante che ricerche storiche recenti sembrino puntare sulla seconda ipotesi,8 due furono i compiti assegnati alle neonate monache domenicane. Offrire un’alternativa condivisibile a tutte le donne eretiche della zona, che Domenico identificava soprattutto nelle aristocratiche prive di mezzi che avevano abbracciato l’eresia non per scelta, ma per necessità. Accogliere, nutrire e probabilmente vestire i confratelli domenicani che, pur dediti alla missione apostolica dell’Ordine, fossero in quei primi anni ancora privi di un convento di appoggio.9 Quando poi Diego nel 1207 rientrò in Spagna per raccogliere fondi e procurarsi nuovi predicatori, affidò a Domenico il compito di essere la guida spirituale e il legislatore del monastero di Prouilhe, motivo per cui il santo castigliano da allora in poi ne assunse di fatto il governo. Il caro vescovo Diego d’Acabes infatti morì di lì a qualche mese. A questa sventura si unì quella dell’assassinio per mano degli albigesi del legato Pietro di Castelnau e allora Innocenzo III, profondamente esasperato, indisse una crociata contro gli eretici. Una volta scoppiata l’ostilità divenne estremamente difficile per Domenico e per quei suoi primi compagni che nel tempo si erano raccolti attorno a lui, continuare un apostolato pacifico. Il proposito tuttavia non mancò nonostante il tentativo di dissuasione che giungeva loro da più parti. Fu questa comunque l’occasione in cui «Domenico si rese conto che solo un Ordine religioso avrebbe potuto offrire alla Chiesa in continuità i predicatori adeguatamente preparati, di cui essa aveva bisogno».10
Gli eventi maturavano rapidamente e Domenico e i suoi frati discussero seriamente a Fanjeaux, negli anni tra il 1214 e il 1215, della possibilità e della necessità della fondazione di un Ordine che continuasse l’opera intrapresa. Nella primavera del 1215 i compagni di Domenico erano pronti nelle loro decisioni e il vescovo di Tolosa, Folco, lì costituì in fraternita di predicatori per la sua diocesi. Tommaso e Pietro Seilhan, due facoltosi cittadini di quella città, furono i primi ad emettere i loro voti nelle mani di Domenico. Pietro Seilhan donò quindi a Domenico alcune case di sua proprietà, la più grande delle quali diventò il primo convento dell’Ordine. Poco dopo il vescovo Folco concesse loro la chiesa tolosana di san Romano affinché la neonata comunità vi potesse recitare l’ufficio divino. Fedele alla sua formazione Domenico, ad appena sei mesi dalla costituzione di questa originaria fraternita, inviò sei frati ad ascoltare le lezioni che il maestro inglese Alessandro Stavensby teneva nella scuola cattedrale di Tolosa, ponendo così le basi di future scelte che lo vedranno inviare i suoi novizi a studiare nelle più prestigiose università d’Europa. Nato da una semplice approvazione episcopale, l’Ordine adesso aveva bisogno, a giudizio di Domenico, di ottenere dal papa l’approvazione ufficiale che ne certificasse l’eccesialità. L’occasione si presentò quando nel 1215 Folco dovette scendere a Roma assieme a Domenico, per assistere al Concilio Lateranense IV. Le motivazioni che avevano spinto Innocenzo III ad indire un Concilio erano essenzialmente quelle di dar modo alla Chiesa universale di risolvere alcune gravi questioni che non potevano essere più rimandate e che imponevano un radicale spirito riformatore. Ma quale era esattamente la situazione sociale, culturale, politica ed ecclesiale all’apertura del Laterano IV?
2. IL XIII SECOLO: CONTESTI STORICI
Il XIII secolo fu un secolo di rapidi mutamenti sociali, culturali e teologici. Fu il secolo in cui il forte spirito regionalista sì unificò a quello accentratore aiutando a disimpegnare una funzione civilizzatrice e aggregatrice. Fu infatti in questo periodo che Filippo Augusto e Luigi IX, Edoardo I e Federico II, Ferdinando III e Alfonso X si imposero come costruttori di Stati e organizzatori della società civile. Nel 1204 la conquista di Costantinopoli per opera dei Crociati intensificò i rapporti che da oltre un secolo esistevano tra il mondo latino e l’oriente bizantino. L’Islam finalmente indietreggiava dalle sponde del Mediterraneo, finora dominato dalle navi musulmane che ne avevano fatto il loro mare, che così tornava ad essere aperto alla navigazione favorendo lo scambio di merce e di cultura. L’apertura dell’Oriente ai mercanti di Venezia e delle altre repubbliche mercantili metteva ancora in contatto la fede cristiana con le antiche religioni gnostiche e manichee. Lo spirito religioso che allora pervadeva in profondità l’Occidente europeo non favoriva solo il fanatismo delle Crociate, ma chiamava in vita nuovi ordini che dai francescani ai domenicani, dai carmelitani ai Canonici di sant’Agostino, si diffonderanno in ogni dove. Le stesse eresie, così fiorenti in questo secolo, nascono proprio da questo stesso sentimento che, oltre ad ispirare il cammino dei pellegrini alle tombe degli apostoli, aspira ad una Chiesa maggiormente fedele ai dettati evangelici di povertà, umiltà ed itineranza. In prospettiva ecclesiale con Innocenzo III la teocrazia papale raggiunse il suo apice riescendo a penetrare nei recessi più interni della vita delle diocesi e delle abbazie. In modo sempre più ampio il controllo del papa si estendeva sulla vita civile di ogni fedele nonché dei regnanti, a cominciare dall’Imperatore. Sulla linea tracciata da Gregorio VII il Papato diventa sempre più agli occhi della cristianità un’autorità che governa sulla terra e obbliga gli uomini di Stato a riconoscere la funzione essenziale della Chiesa. Il papa diventava così l’arbitrio della condotta pubblica e privata, e la sua autorità diventa anzitutto un’autorità morale a cui nessuno potrà sottrarsi.
Il mondo seguito all’inconcludenza politica in cui era caduta la penisola italica al crollo dell’Impero romano e che aveva visto la cristianità governata dai suoi vescovi e dagli abati dei diversi monasteri benedettini, stava cambiando. All’orizzonte compariva l’epoca nuova dei Comuni, un germoglio annunciante una nuova primavera della cristianità, che purtroppo la maggior parte degli uomini di Chiesa non seppe interpretare. Essi di fatto non seppero capire che in questa inarrestabile trasformazione si celava il desiderio di farla finita con il dispotismo dei signori e del loro egoismo. Ma, sotto la guida dello Spirito santo, lo seppero capire Domenico e Francesco, i fondatori dei due maggiori ordini mendicanti. All’opulenza dei monasteri benedettini, essi opponevano in perfetto contrappunto, la cercata povertà della mendicità. I conventi di questi fratelli in Cristo, di questi uomini che sceglievano di vivere in comune per essere in tutto simili al Cristo povero tra i poveri, non sorgevano più ai confini del quotidiano ma erano scientemente inseriti nel tessuto urbano, proprio là dove il lavoro artigiano andava cambiando l’economia di mercato e la stessa trama sociale. Con il loro stile di vita, con la rigorosa applicazione della povertà mendicante, con la testimonianza fattiva di voler essere in mezzo al popolo e per il popolo, i frati domenicani e francescani seppero presentarsi agli abitanti della città, come testimoni credibili del vangelo. La creazione delle Università fu poi decisiva per la teologia che passava dalle scuole monastiche, legate al ritmo della contemplazione e del lavoro manuale, al controllo di un corpo di professori di professione legati in stretta cooperazione con la Facoltà delle Arti. L’università sottraeva la cultura, fino ad allora appannaggio delle scuole monastiche o cattedrali o palatine, al controllo di pochi per renderla patrimonio condiviso. Innocenzo III marcherà la notizia del contemptus mundi, ma cominciava a farsi spazio nella mentalità dell’uomo del XIII secolo la dignità del reale mondano. Il potere feudale aveva i giorni contanti alla fine del XII secolo e i mercanti con la loro abitudine al rischio diventarono i nuovi padroni. L’arte mercantile avrà soprattutto a Firenze un futuro assicurato, perché non sarà impossibile per lei il salto al sistema bancario pur con l’insieme dei rischi che esso avrebbe comportato.
Nell’insieme potremmo parlare di una nuova sorprendente scoperta, una novità che segnerà quanto ancora rimarrà del Medio Evo che proprio adesso viene a impalmare la sua gloria raggiungendo il suo apice. Questa nuova visione, sociologica e culturale al contempo, è la scoperta dell’altro. Il mondo europeo che, succeduto alla caduta dell’impero romano, era emerso dal groviglio delle invasioni barbariche aveva recepito il vissuto profondo di queste popolazioni senza un’idea di stato centrale. Il clan o la tribù erano le sole forme organizzate da loro conosciute. Al singolo era assegnata una parte preponderante e al re si prestava fedeltà come tali non come popolo. La stessa struttura monastica, modellata da san Benedetto sul diritto romano, favoriva la vita del singolo col suo parlare al “monaco”, ma poco alla comunità. Nonostante il tentativo di Gregorio VII e di Innocenzo III di imporre all’Europa l’idea di una papato forte e autorevole, dotato di un potere spirituale a cui anche l’Imperatore tedesco doveva assoggettarsi, le città si svincolarono, specialmente in Italia dal potere imperiale. Dalla Germania continuerà a calare il pretendente al trono d’Italia, che sceglierà di farsi incoronare a Pavia o Milano per poi andare a Roma a ricevere la corona d’Imperatore dalle mani del Pontefice, ma i Comuni otterranno nel contempo franchigia e avranno riconosciute le proprie autonomie. Firenze, fra tutte le città italiane, visse con orgogliosa originalità questo passaggio, forgiando lo sviluppo della classe mercantile, classe fatta di corporazioni e di mestieri che col loro progressivo monopolio e la loro tendenza all’autonomia furono il vero centro propulsore delle nascenti città. L’indipendenza sempre più ampia delle città italiane e tedesche fu accompagnata dal sorgere di una nuova classe sociale che veniva a sostituire quella dei nobili signorotti feudali, la borghesia. I mercanti vennero ad alimentare un patriziato urbano che sempre più rivaleggiava in ricchezza e cultura con quello di nobile lignaggio. La ricchezza feudale, essenzialmente terriera e costruita su un’economia basata sul baratto, non era più confacente a reggere la novità del commercio che avveniva in mercati europei posti a distanze ragguardevoli, anche al di là delle Alpi e che necessitava di denaro sonante, più che di beni deperibili. E non a caso fu proprio in questo periodo che Firenze impose la sua moneta, quel fiorino d’oro che, corrispondendo con esattezza ad una libbra d’argento, conquistò la fiducia dei mercati per la pregevolezza della sua fattura e per la garanzia del suo valore.
l XIII secolo fu un secolo che non conobbe né la povertà, né le grandi calamità dei secoli successivi. Fu un secolo di fioriture a cominciare da quelle artistiche. Non a caso fu il secolo che sentì la necessità di aprire le scuole monastiche e cattedrali alla nascente popolazione universitaria, fonte infinita di creatività intellettuale, religiosa e sociale. Conviene ricordare che all’origine delle eresie che si erano accavallate negli ultimi due secoli, non ultima quella catara, non vi era soltanto la protesta contro la ricchezza e la corruzione morale del clero, ma anche il fatto che la teologia cristiana forniva poche risposte alle domande che cominciavano, in quel secolo di risveglio, ad affollarsi alla mente degli uomini. L’intuito di Domenico seppe ben capirlo quando pensò di fondare un Ordine che avesse nella ricerca e nella testimonianza della verità il suo carisma. La fede dell’uomo medioevale era rimasta fino ad allora soddisfatta della risposta estatica e contemplativa che gli era stata riversata a piene mani, ma adesso esigeva argomenti che derivassero non dal sentimento ma dall’intelletto. La devozione popolare sentì in effetti il bisogno di costellare le vie per Santiago de Compostella di cattedrali che, erette secondo un nuovo stile, poi detto gotico, oltre ad essere mistiche espressioni della fede fossero anche veri e propri trattati di teologia in pietra. I romanzi, le novelle e i racconti furono la fucina dove si cominciavano a forgiare le lingue moderne indicanti anch’esse la novità dell’accadere col loro passaggio dall’antico latino ai nuovi usi linguistici, espressione anch’essi di nuove identità. Questa nuova lingua, la parlata usata dal popolo e dal mercante, col suo sostituirsi ad una lingua ormai solo diplomatica e liturgica, era lo specchio fedele delle idee, dei sentimenti e dei costumi che ormai stavano diffondendosi in questa rinnovata Europa. Fu questo e anche altro, ciò che caratterizzò il tempo in cui nella mente di san Domenico prese forma la sua idea di Ordine. La sua genialità tuttavia si manifestò non tanto nel capire e intuire il cambiamento, ma nel saper cogliere in questa radicale trasformazione ciò che avrebbe attraversato i secoli e che perciò avrebbe dovuto costituire le caratteristiche perenni dell’Ordine che andava costituendo per metterlo al servizio della Chiesa apostolica universale.
3. LA NASCITA DELL’ORDINE DOMENICANO
Arrivato con Folco a Roma, Domenico pregò il papa Innocenzo III di voler confermare il suo Ordine che, nei suoi intenti doveva essere, di nome di fatto, un ordine di predicatori. «Ma ascoltata la loro richiesta, il Romano Pontefice esortò fra Domenico a ritornare dai suoi Frati per scegliere di comune accordo, dopo aver con essi discusso della cosa, una delle regole già approvate. Il Vescovo avrebbe poi dovuto loro assegnare una chiesa e finalmente ciò fatto, fra Domenico avrebbe dovuto tornare dal Papa per ricevere la conferma di tutto».11 Il passaggio ora riportato dalla penna del beato Giordano è importante e va sottolineato. I canoni X e XI del Concilio Laterano IV insistevano che si organizzassero scuole e predicazione con quei termini che a Tolosa Folco stava già realizzando, ma al tempo stesso ribadivano che il vescovo era l’unico predicatore e maestro della sua diocesi. Ben più grave, riguardo alle intenzioni di Domenico, era però il canone XIII, il quale vietava esplicitamente che nella Chiesa si fondassero nuove società religiose imponendo, a chi volesse fondare una casa religiosa, di adottare una delle regole già esistenti. Nonostante questi obblighi il ritorno di Domenico verso Tolosa non deve essere stato un viaggio di afflizione, perché il papa aveva promesso che appena svolte le consuetudini richieste, il canonico castigliano avrebbe ottenuto la “conferma” del suo Ordine. La conferma e non l’approvazione, come fa giustamente notare il beato Giordano di Sassonia, perché al papa era stato solo chiesto di approvare quanto Folco aveva già concesso a Domenico e ai suoi frati per la Diocesi di Tolosa. Il papa aveva inoltre aggiunto un motivo di soddisfazione in più quando, col chiedere al vescovo Folco l’assegnazione ai frati di una chiesa, significava di renderli partecipi di un pulpito che non fosse soggetto agli umori dei parroci.12
Tornato a Tolosa, nella Pentecoste del 1216 Domenico convocò in Capitolo i frati per sottoporre ad approvazione le disposizioni richieste da Innocenzo III. Da allora in poi sarebbe invalsa la consuetudine, restata in atto fino al XIX secolo, di celebrare alla festa della Pentecoste i Capitoli generali dell’Ordine. In quel 1216 la solennità cadeva il 26 maggio e il Capitolo era principalmente chiamato a scegliere la Regola a cui affidarsi. Al tempo la regula per eccellenza era quella di San Benedetto, ma essa, soprattutto a partire dall’XI secolo, era stata via via sostituita nelle fondazioni canonicali e ospedaliere dalla regola di sant’Agostino. E fu a quest’ultima che anche il primo Capitolo dei Domenicani dette la preferenza, perché – dirà in seguito Umberto de Romans – Agostino nel comporla si era ispirato alla vita degli apostoli.13 Una semplice lettura della regola mostra con evidenza che l’intento primario del santo d’Ippona fosse quello di regolare la povertà comunitaria dei primi cristiani, ed in effetti in essa non si fanno riferimenti, se non altamente indiretti, alla mendicità e alla predicazione, invece così cari a Domenico.14 Il riferimento agli apostoli è comunque essenziale, ma ad esso Umberto de Romans ha cura di aggiungere che: «Istituendo il nuovo Ordine dei Predicatori, era necessario redigere norme che riguardanti lo studio, la povertà, e altre cose del genere, che avrebbero dovuto aggiungersi alla regola dell’Ordine. Fu perciò necessario scegliere una regola che non contenesse nulla in contrario con tali norme, una regola con la quale esse potessero convenientemente integrarsi. E tale è appunto la regola di sant’Agostino che contiene soltanto poche disposizioni per la vita spirituale e norme di buon senso che non si verificano in altre regole».15 La regola di sant’Agostino aveva in sostanza il pregio del buon senso, ma soprattutto era una regola ampia, una regola che non proibiva e anzi permetteva di essere completata con la Costituzioni proprie dell’Ordine, le quali avrebbero poi effettivamente guidato al condotta apostolica del nuovo Ordine. Buon senso, regola della dispensa, adattabilità alle esigenze del tempo, saranno in effetti alcune delle tante note caratteristiche che collegheranno la Regola di sant’Agostino alle Costituzioni dell’Ordine e che renderanno la vita domenicana così specifica rispetto a tanti altri Ordini.
Effettivamente, dopo aver scelto la regola di sant’Agostino i frati vollero immediatamente integrarla con degli statuti che ancora oggi fanno parte della Costituzione Fondamentale dell’Ordine. Il modello di riferimento fu la Regola dei Premostratensi, i quali erano riusciti a dare nuova vita e nuovo impulso alla regola di Agostino. Dalle loro leggi i nascenti domenicani accolsero tutto ciò che di «austero, bello e prudente» vi trovarono.16
Per quattro anni quei testi regolarono la vita dell’Ordine, volendo Domenico nella sua saggezza e prudenza, attendere di capire meglio cosa si sarebbe potuto legiferare una volta comprese le ulteriori esigenze di un Ordine per adesso solo in embrione. Domenico poteva comunque adesso fare ritorno a Roma e chiedere al papa la definitiva approvazione del suo Ordine. Aveva infatti scelto una Regola e il vescovo di Tolosa gli aveva concesso la chiesa di San Romano, erano in tal modo attuati in pienezza le condizioni di Innocenzo III, che però morì improvvisamente a luglio. I cardinali, consci dell’urgenza di dare continuità al processo riformatore messo in moto dal suo pontificato, dopo soli due giorni elessero al trono di Pietro il novantenne, ma energico Cencio Savelli che scelse il nome di Onorio III. La scelta fu delle migliori, perché il nuovo Pontefice non ebbe alcuna difficoltà a continuare la politica del suo predecessore, ragion per cui anche la rinnovata richiesta di conferma che gli fu posta da Domenico, quando fu ricevuto in udienza nel palazzo Vaticano, non ebbe difficoltà ad essere accolta. Fu così che il 22 dicembre 1216 in San Pietro, Domenico poté finalmente ricevere il documento di conferma tanto desiderato. Con la bolla di Onorio III Domenico riceveva non solo la conferma delle rendite assegnategli dal vescovo e dal conte di Tolosa, ma anche un certo numero di libertà e garanzie riguardanti l’accettazione dei frati, la loro professione religiosa, la forma delle lezioni e cose simili. Rimaneva però da confermare la predicazione e l’attribuzione ai frati del nome a cui il Fondatore tanto aspirava, ma qui sorgevano delle vere e proprie difficoltà. Come attribuire all’Ordine voluto da Domenico il nome di Predicatori senza che ciò apparisse come la fondazione di un Ordine del tutto nuovo, contravvenendo in tal modo alle norme imposte dal Concilio Lateranense IV?
Ma lo Spirito santo non restava inoperoso. La situazione della diocesi di Tolosa si faceva seria e il vescovo Folco presentò con l’occasione le sue dimissioni, sembrandogli la diocesi troppo vasta per le sue forze e il compito di combattere l’eresia troppo impegnativo per le sue possibilità. Onorio ebbe però la fortuna di avere accanto a sé un consigliere fidato e preparato come Domenico, il quale con prudenza e rispetto seppe ragguagliarlo sull’effettiva situazione dell’eresia nel sud della Francia. Guidato dai suoi suggerimenti il Pontefice fece redigere nel gennaio 1217 ben quattro bolle per i territori dell’Albigese. La prima serviva a nominare il cardinale legato della Provenza, la seconda era indirizzata al corpo dei maestri e degli studenti di Parigi affinché scendessero al sud per aprire cattedre per l’insegnamento. Questa bolla fu redatta quasi certamente su suggerimento di Domenico e a lui fu infatti affidata affinché la portasse con sé a Tolosa per consegnarla ai frati che dovevano partire per Parigi per fondarvi un convento. In tale bolla, riferendosi ai compagni che seguivano Domenico, si parlava di frati che predicano nel territorio di Tolosa, ma a questo punto non può affatto essere passato sotto silenzio «un aneddoto ritenuto leggendario, ma singolarmente confermato dall’analisi del testo originale»,17 che vuole che Onorio III abbia chiesto di correggere questa generica dicitura in “Frati Predicatori”. Era questa la conferma definitiva dell’Ordine dei Frati Predicatori. Era una lettera del pontefice che ne confermava il titolo e la missione, missione che in antecedenza soltanto il vescovo Folco aveva attribuito ai seguaci del canonico di Osma. Di fatto negli anni successivi, quando questo drappello di frati della chiesa tolosana di Saint-Romain si metteranno in viaggio per diffondere l’Ordine e predicare nelle chiese, essi potranno presentarsi col titolo di “predicatori” e per esplicita volontà del papa potranno esercitarne l’ufficio. Quanto qui confermato sarà in seguito rafforzato da altre bolle dello stesso Onorio e del suo immediato successore, Gregorio IX, le quali preciseranno che i frati di san Domenico sono totalmente deputati all’evangelizzazione della parola di Dio (1221) in precisa forza di un’autorità assegnatagli dalla santa Sede (1227) e in virtù della loro professione nell’Ordine (1231).18
4. LO SPECIFICO DELL’ORDINE DEI PREDICATORI
L’Ordine era dunque costituito, ma quale ne era la fisionomia? Una breve sintesi direbbe che i frati dell’Ordine dei Predicatori hanno come programma “la carità della verità”, che la loro condotta di vita si basa sul giusto equilibrio tra contemplazione e azione, che ripropongono nella comunione fraterna, nella preghiera, nello studio e nella predicazione, il modello di vita degli Apostoli.19 Ma è una sintesi che va motivata e sciolta. Domenico, che Giordano di Sassonia ricorda: «si manifestava ovunque evangelico nelle parole e nelle opere»,20 fu animato da un principio su tutti: l’amore della carità di Dio. Questa peculiare forma d’amore, da lui sentita fino alle lacrime, guidò tutta la sua vita e fu su di essa che volle modellare lo stile di vita dell’Ordine da lui fondato. Possiamo anche dire che il carisma proprio dell’Ordine dei frati Predicatori è quel sermo sapietiae, vale a dire quel linguaggio della sapienza, di cui parla l’Apostolo Paolo nella sua lettera ai fedeli di Corinto (1 Cor 12,8). Il risveglio intellettuale accaduto fra il XII e il XIII secolo, risveglio causato da un evidente progresso economico e dal generalizzato aumento della qualità della vita, trovò in effetti Domenico pronto a interpretarlo e a volgerlo alla gloria di Dio. Subito egli inviò i suoi frati nelle maggiori Università del tempo, da Parigi ad Oxford, da Montpellier a Bologna, perché qui si formassero, ma anche perché da qui essi attingessero nuove vocazioni. Egli non aveva infatti bisogno solo di cuori ferventi, ma anche di menti illuminate capaci di proclamare con sapienza la Parola affidataci da Cristo. La carità della verità, sembra intendere Domenico, è un modo tutto particolare di amare Dio, gli uomini e il mondo, ma essa ha bisogno per essere testimoniata di uomini preparati e capaci. A questo i frati di Domenico sono chiamati e su questo essi devono costruire la loro vita. Santa Caterina da Siena ricevette da Dio una perfetta sintesi del progetto di Domenico quando nel Dialogo le è ricordato che: «Il padre tuo Domenico [...] volle che i suoi frati attendessero solo all’onor mio e la salvezza delle anime, col lume della sapienza. Su questo lume volle porre il suo principio, non togliendo però la povertà vera e volontaria. [...]. Ma quale obbiettivo più specifico egli scelse il lume della scienza, per estirpare gli errori che in quei tempi si erano diffusi. Egli assunse dunque l’ufficio del Verbo unigenito mio figliolo. Addirittura un apostolo egli sembrava nel mondo, tanta era la verità e il lume con cui seminava la mia parola, levando le tenebre e donando luce».
Due sono le azioni che scaturiscono da questo amore della verità: la contemplazione e l’azione apostolica, che di questa contemplazione è frutto e sorgente. L’Ordine domenicano non intende infatti la contemplazione come la intende il monachesimo che privilegia una perfezione personale. La contemplazione dei misteri dell’amore di Dio porta piuttosto il domenicano all’azione apostolica, all’offrire con la testimonianza di una vita la Parola contemplata e studiata. Per il domenicano il contemplare è al contempo amore di Dio e amore del prossimo, è parlare con Dio nella contemplazione e parlare di Dio nell’annuncio testimoniato della sua Parola. Quando il vescovo di Tolosa Folco, nel luglio del 1215, istituisce Domenico e i suoi compagni come predicatori nella sua diocesi, anche se assegna loro il gravoso compito di «estirpare l’eresia, combattere i vizi, insegnare la regola della fede ed educare gli uomini ai buoni costumi», sa che può farlo perché essi «si propongono di praticare la povertà evangelica e di predicare la verità del Vangelo».22 Una scelta non facile per il singolo, che perciò richiede una comunità con cui condividere intenti, preghiera, studio e in cui trovare conforto e ristoro. Domenico lo sa bene, perché per primo lo ha sperimentato sulla sua pelle negli anni di apostolato solitario nelle terre albigesi. Per questo sarà sua cura imporre ai suoi frati una vita comunitaria e sarà altresì sua premura dotare le comunità da lui fondate di precise regole per una vita in tutto conforme alla vita degli apostoli. Dai tempi di Domenico ad oggi le Costituzioni dell’Ordine ribadiscono con fedele costanza che solo le osservanze regolari, come la vita comune, la celebrazione liturgica, lo studio, il ministero apostolico, l’osservanza dei voti, e le altre opere, rendono vera la vita domenicana.
Prima di accettarli nell’Ordine, Domenico domandava due cose ai novizi: l’obbedienza e l’impegno di una vita comunitaria. La regola di sant’Agostino accentua molto la vita in comune, perché lo stare insieme, il condividere tutto, dalla preghiera ai beni, era segno della primitiva unità apostolica. Ecco allora che volendo Domenico imitare in tutto la vita degli Apostoli, comprese che la vocazione domenicana non poteva realizzarsi se non nell’ambito di una vita comunitaria. Per lui tutto del domenicano, dallo studio alla preghiera liturgica, dalla vita contemplativa all’osservanza dei consigli evangelici, dalla vita regolare all’attività apostolica, ha il suo fondamento e il suo alimento nella vita comunitaria. Una comunità domenicana non è infatti solamente un associarsi fraterno di persone che si sono riunite per raggiungere un fine comune. È molto di più. È comunione nella carità, proprio come lo era quella degli apostoli, perché «formare una comunità, nella vita religiosa, significa non solo essere insieme, ma vivere insieme».23 La vita comunitaria è insomma là dove gli animi si esercitano alla carità, all’accettazione reciproca e alla concordia degli animi. Vivere la comunità è mettere tutto in comune, non solo i beni materiali frutto del proprio lavoro, ma anche tutto l’insieme dei suoi doni, delle doti e dei carismi ricevuti. La stessa attività apostolica che ogni singolo frate dell’Ordine realizza, non è mai un fatto privato ma un’opera della comunità. E lo è per la sua origine e per il suo svolgimento. Ogni azione apostolica, qualunque essa sia, dall’insegnamento alla vita missionaria, è sempre frutto di una scelta della comunità di appartenenza.
Una vita che, accanto allo stare in comune, ha nello studio assiduo della Parola e nella costante ricerca della verità uno dei suoi cardini. Umberto de Romans poteva infatti scrivere a tal proposito che: «se per gli altri Ordini lo studio è conveniente, per i frati predicatori è un dovere».24 La volontà così viva in Domenico di voler fondare «un ordine permanente di predicatori, la cui vita fosse realmente polarizzata sull’annuncio della Parola di Dio, esigeva di accordare un posto privilegiato allo studio».25 Uno studio che si rivolgesse non solo a scrutare minuziosamente la Parola di Dio, ma che servisse ad acquisire quanto di meglio la tradizione aveva assimilato e scoperto, che doveva volgere i suoi interessi a ogni disciplina utile a rendere certa la verità creduta. Semper studere, questa la raccomandazione che Domenico non ha smesso di rivolgere ai suoi frati e che volle addirittura incastonare nel cuore della vita comunitaria quando richiese che ogni convento prevedesse fra i suoi incarichi quello di “lettore conventuale”, di addetto cioè ad una continua animazione della vita di studio. Questa forte sensibilità del santo di Guzman verso lo studio spiega perché la maggior parte delle innovazioni che egli vorrà apportare alla regola dei Premostratensi riguardano proprio lo studio. La sua centralità è così evidente che le stesse esigenze della vita comunitaria gli sono talvolta subordinati, come lo sarà la stessa architettura conventuale che dovrà prevedere celle separate per ogni frate che così potrà godere di un ambiente comodo in cui ritirarsi per la contemplazione e lo studio. Uno studio che, calcando l’accezione latina di studium, si riveste per il domenicano del privilegio di uno studio sui libri, ma anche dello zelo con cui applicarsi ad esso. Domenico tiene tanto a questo aspetto che i primi testi legislativi prevedono che non si potesse fondare nessun convento senza che ad esso venga assegnato un “dottore”. Nelle intenzioni del Fondatore dunque ogni convento doveva essere una vera e propria scuola di teologia.26 E si comprende anche perché, fin dalla metà del XIII secolo la legislazione domenicana, sotto la crescente spinta di un disagio che nasceva dalla difficoltà di combinare gli orari comunitari e liturgici con altre incombenze, dovesse con periodicità ricordare l’obbligo dello studio per tutti i frati. Uno studio non inteso come fine a se stesso, ma del tutto preteso e orientato alla ricerca della verità. Quel grande teologo domenicano che fu san Tommaso d’Aquino, che a tutti gli effetti possiamo intendere come uno dei più fedeli discepoli di Domenico, significativamente porrà proprio la parola veritas già nella prima frase delle sue due opere maggiori: la Summa theologiae e la Summa contra Gentiles.

5. I Domenicani a Firenze e primi sviluppi di una presenza
I primi dodici domenicani giunsero a Firenze da Bologna nel 1219. Li guidava fr. Giovanni da Salerno a cui san Domenico aveva assegnato questo compito, visto che la città era infestata dall’eresia catara. Sul principio i frati presero ospitalità presso l’ospedale di San Gallo, ma ebbero ben presto la loro abitazione in una casa a Pian di Ripoli, officiando nell’oratorio di S. Jacopo.27 L’abitazione era però troppo lontana dal centro cittadino rendendo difficile il compito dell’apostolato, per cui in novembre si trasferirono a S. Paolo e a S. Pancrazio. Qui rimasero fino al 1221 anno in cui, essendosi recato il beato Giovani da Salerno al Capitolo generale tenutosi a Bologna, questi espose a san Domenico le precarie condizioni della loro presenza a Firenze. Nella prima metà di giugno di quell’anno san Domenico si recò a Venezia e conferì della questione del convento di Firenze con il card. Legato Ugolino d’Ostia. Questi, in data 14 giugno 1221, da Venezia datò una lettera con la quale ordinava, in forza della sua autorità, che a fr. Giovanni da Salerno e ai suoi compagni fosse ceduta la chiesa di san Piero in Schieraggio. Ma quando ad ottobre dello stesso anno il card. Ugolino venne a Firenze i suoi ordini non erano stati eseguiti, ed egli provvedette a rimettere ai frati di Domenico la chiesa di Santa Maria Novella, posta al di fuori delle mura. Con un atto del 12 novembre, atto tenuto nel coro della suddetta chiesa e alla presenza dei canonici del Duomo, il cardinale Legato investiva solennemente Giovanni da Salerno e l’Ordine domenicano del possesso della chiesa di S. Maria Novella con le sue case, il suo cimitero e sei staia di terra che verranno a formare un vero e proprio orto. Il 20 novembre 1221 i frati prendevano solenne possesso della nuova concessione.
La chiesa ricevuta era una piccola chiesetta che andava dalla Porta di Bascheria a via de’ Cenni (ora via Panciatichi), con l’entrata principale da quella che oggi è piazza dell’Unità Italiana e allora piazza Vecchia. Sembra che fin dal principio il primo nucleo del convento sia stato attorno all’attuale chiostrino dei morti. Le antiche regole dell’Ordine, al fine di preservare e testimoniare il voto di povertà, imponevano che le chiese dei conventi avessero muri che non oltrepassassero i 30 piedi di altezza, e che non avessero coperture a volta, eccettuati il coro e la sacrestia. Ciò comportava che i frati, fino a tutto il generalato di fr. Umberto de Romans, dovessero andare a predicare fuori dei loro conventi, facendo azione di predicazione nelle grandi chiese e nelle piazze di Firenze. Fu con il Maestro generale Giovanni da Vercelli che, a partire dal 1264, l’Ordine domenicano iniziò ovunque la costruzione di grandi chiese nei loro conventi. Nonostante la proibizione sappiamo comunque che fin dal 1246 i frati di Santa Maria Novella pensavano di ingrandire o costruire una grande chiesa. L’anno precedente San Pietro Martire aveva presentato un’apposita istanza alla Repubblica fiorentina che allo scopo aveva concesso l’ingrandimento della piazza posta davanti alla vecchia chiesa. Il 13 aprile 1246 lo stesso pontefice Innocenzo IV concedeva una specifica indulgenza a chi avesse aiutato i frati di Santa Maria Novella a costruire la chiesa nuova e gli altri edifici a loro utili per lo svolgimento della loro missione apostolica. Quali opere fossero state effettivamente intraprese è difficile da stabilire, ma è certo che in Santa Maria Novella nella Pentecoste del 1257 fu tenuto per la prima volta un Capitolo generale dell’Ordine. Se ne celebrò poi un altro nel 1272 e un terzo nel 1281. Ospitare un Capitolo generale voleva dire dare ospitalità a circa 150 frati, il che significherebbe che attorno al 1250 si deve far risalire la costruzione, o almeno l’inizio, del nuovo convento comprendente il piano terreno del lato settentrionale, che ora corrisponde al lato di Piazza della Stazione, e quello orientale, prospiciente il chiostrino dei morti.
Costruito il convento i frati si posero in opera per costruire anche la Chiesa. A tal proposito il 14 marzo 1277 il Card. Legato fr. Latino Malabranca Orsini dava facoltà ai frati di raccogliere offerte utili alla costruzione di una grande Chiesa. Nel frattempo fr. Aldobrandini de’ Cavalcanti, durante l’episcopato orvientano, aveva raccolto notevoli mezzi finanziari che avevano permesso di cominciare a far accumulare il materiale necessario per la suddetta costruzione, tanto che il 18 ottobre 1279, festa di san Luca evangelista, il Card. Legato Malabranca, poteva solennemente porre la prima pietra della nuova Chiesa che, nelle parole del Meersseman, costituì una vera e propria novità nella storia dell’architettura romana.28 Difficile sapere con che ritmo procedessero i lavori e quali ne furono le traversie che accompagnarono la costruzione, si sa però con certezza che nel 1287 venne fatta e donata al Convento la piazza nuova di Santa Maria Novella. È certo inoltre che nell’anno 1308 venne assegnata la costruzione della terza arcata della navata di levante, grazie alla munificenza della famiglia Minerbetti e inoltre che nel 1325 si lavorava alla facciata, completamente rivista più di un secolo dopo da Leon Battista Alberti.
Potremmo soffermarci a lungo nella descrizione delle tante opere artistiche che i frati di Santa Maria Novella commissionarono a personaggi di alta fama e talento, ma a ciò sono deputati altri studi che trascendono lo scopo di questa scheda. Quello che invece in conclusione vorrei porre a completamento sono ben altre opere e molto più importanti per un domenicano. È quindi giusto ricordare che in questo convento operarono insigni studiosi come fr. Remigio de’ Girolami, o predicatori del valore di fr. Jacopo Passavanti o fr. Leonardo Dati, o riformatori come il beato Giovanni Dominici. Se questo non bastasse aggiungiamo che lo zelo apostolico che animava i frati di Santa Maria Novella trova conferma nell’elenco delle tante Società o Confraternite di cui sarebbe lunghissimo l’elenco, ma di cui vale ricordare la cosiddetta Compagnia de’ Luadesi, alla cui scuola sembra avesse fatto capolino anche Dante Alighieri, che da qui, unitamente a Santa Croce, apprese i primi rudimenti di quella scienza che, forgiata alla scuola di Brunetto Latini, lo avrebbe reso immortale per la sua arte e la fede che esprime.

COME AVVICINARCI AGLI ESERCIZI SPIRITUALI DI S. IGNAZIO DI LOYOLA – 1

http://www.gesunuovo.it/testi/Rastrelli_es_SIgnazio08.html

COME AVVICINARCI AGLI ESERCIZI SPIRITUALI DI S. IGNAZIO DI LOYOLA - 1

c’è una seconda parte:
http://www.gesunuovo.it/testi/Rastrelli_es_SIgnazio08_2.html

Massimo Rastrelli s.j.

S. Ignazio di Loyola « Uomo forte » per la « Gloria di Dio » e « Maestro » di fortezza spirituale, può essere nostra guida nelle esperienze, che ci liberano dalle nostre « cecità » e debolezze e che ci aprono a Dio.
Nella vita spirituale è necessario avere una guida, per non perdersi e per non perdere le « Grazie » che Dio ci offre, e che noi lasciamo perdere, perché neppure ce ne accorgiamo e non sappiamo neppure riconoscerle. E necessario averla anche per non essere presi dal disorientamento, che rende insicuri, paralizza e ci rende psichicamente malati.
S. Ignazio è una delle grandi Guide alla santità cristiana, da Dio donata alla umanità, e acquisita dalla storia e dalla stima della Chiesa nella sua vita plurimillenaria. Vogliamo avvicinarLo ed ascoltarLo.
S. Ignazio visse, per circa 26 anni, totalmente a servizio dell’Imperatore politico Spagnolo, per acquisire al suo cospetto « Gloria umana », meriti e benefici. E Lo servì nel più raffinato impegno cavalleresco e nello stile del tempo. Ma ferito in battaglia, dove si comportò da eroe e meritò stima e riconoscimento anche dai nemici, si vide obbligato ad una dolorosa e lunga degenza e convalescenza. In quei giorni e nel corso di qualche notte insonne, si ritrovò a rendersi conto di quanto avesse trascurato Dio e l’onore dovuto a Dio, per procacciasi gloria e onori mondani.
Per sapere con che uomo abbiamo a che fare dobbiamo ricordare quando Lui stesso scrisse nella sua Autobiografia:
« …Si combatteva (in difesa di Pamplona) già da parecchio tempo quando un proiettile lo colpì a una gamba e gliela spezzò, rompendogliela tutta; e poiché l’ordigno era passato tra le gambe, anche l’altra restò malconcia.(era lunedì 2° maggio 1521)
« Caduto lui, tutta la guarnigione della fortezza si arrese subito ai francesi; essi, entrando a prenderne possesso, trattarono con ogni riguardo il ferito, e furono con lui cortesi e benevoli.Rimase a Pamplona dodici o quindici giorni; poi, in lettiga, fu trasportato nel suo castello. Là si aggravò; medici e chirurghi furono chiamati da varie parti: diagnosticarono che le ossa erano fuori posto; o erano state ricomposte male la prima volta, o si erano spostate durante il viaggio e questo impediva la guarigione. Per rimettere le ossa a posto bisognava rompere di nuovo la gamba. Si ripeté quella carneficina. In questa, come in tutti gli interventi prima subiti o che avrebbe affrontato poi, non glisfuggì mai un lamento, e non diede altro segno di dolore che stringere forte i pugni. »
Attenzione! E tutto questo per non venir meno ad un vano onore mondano.
Autobiografia di S. Ignazio di Loyola
Una premessa utile:
Il profeta Geremia ci ricorda l’esperienza storica dei lontani padri nostri, e ci da un insegnamento profetico, che deve farci molto riflettere e farci sanamente temere: « Essi (cioè i nostri padri) seguirono ciò che è vano, diventarono loro stessi vanità. (Ger. 2,5)
Dobbiamo stare attenti, nella nostra vita, per non diventare « vanità ». S. Ignazio ci avverte che possiamo educarci, esercitandoci. A questo proposito, ricordiamo, che anche il Papa Giovanni Paolo II ci faceva notare che basta lasciarsi andare, per perdere la fede, per ritrovarsi alla deriva della vita come canne sbattute dal vento. Quella degli Esercizi è’ una esperienza che possiamo ben fare e che se ci disponiamo a farla, la facciamo tanto facilmente, purché ci impegniamo a farla. E’ stolto non farla.
S. Ignazio ci spiega da uomo pratico qual’era, che cosa sono gli Esercizi e come farli. « Perché, ci dice S Ignazio negli Esercizi, come passeggiare, camminare e correre sono esercizi corporali; così anche tutte le maniere di preparare e disporre l’anima a toglier via da se tutti gli affetti disordinati e, toltili , a cercare e trovare la divina volontà, nella disposizione della propria vita, per la salvezza dell’anima, si chiamano Esercizi spirituali. (Esercizi Spirituali: n° 1)
Poi aggiunge nei suoi Esercizi, « …non le cose dette a noi dal predicatore, ma quelle che noi stessi riusciamo a trovare e scoprire, « (che l’esercitante scopre)…nel discorrere e ragionare da se stesso, che sazia e soddisfa l’anime,giacché non è l’ abbondante sapere che sazia e soddisfa l’anima, ma nel gustare e sentire le cose internamente. »
Ecco le sue parole nel contesto dei suoi discorsi: Seconda annotazione. Chi propone a un altro un metodo o un procedimento per meditare o contemplare, deve esporre fedelmente il soggetto della meditazione o della contemplazione, limitandosi a toccare i vari punti con una breve e semplice spiegazione. Così chi contempla afferra subito il vero senso del mistero; poi, riflettendo e ragionando da sé, scopre qualche aspetto che gliele fa capire o sentire un po’ meglio, o con il proprio ragionamento o per una illuminazione divina, In questo modo ricava maggior gusto e frutto spirituale di quanto ne avrebbe se chi propone gli esercizi avesse spiegato e sviluppato ampiamente il senso del mistero. Infatti non è il sapere molto che sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente.
S. Ignazio di Loyola si è consegnato ad una preziosa Autobiografia,
che deve essere letta,
per conoscerlo così come fu.
S. Ignazio dice che sono Esercizi spirituali: « qualsiasi modo di esaminare la coscienza , di meditare, di contemplare, di pregare vocalmente e mentalmente, come si dirà appresso ». (Esercizi Spirituali: n° 1)
Detti esercizi, dice S. Ignazio, si fanno usando: « gli atti dell’intelletto, ragionando, e della volontà, destando gli affetti. (Esercizi Spirituali: n° 3).
Quindi non è vero che al cuore non si comanda, perché abbiamo la capacità di destare gli affetti che vogliamo Dobbiamo saperlo e ce lo dobbiamo ricordare, perché tendiamo a dimenticarlo, per il fatto che comandare e destare gli affetti, ci è possibile, ma ci costa fatica, e lo sappiamo bene! Noi siamo tanto! Gli « scansa fatiche », i soliti « scansa fatiche »
Ecco perché Gesù ci diceva che amare è un comando a cui si può e si deve ubbidire. Chi si lascia andare, si ritrova col cuore capriccioso, perché non ha educato il suo cuore. Oggi molti uomini e donne sperimentano il cuore non educato. S. Ignazio cominciò ad educare il suo cuore a 35 anni. Noi pure possiamo cominciare ad educare il nostro cuore a qualunque età. Dobbiamo solo volerlo e volerlo fortemente, esercitandoci, e S. Ignazio ci dice come. Lui stesso ci insegnerà ad esercitarci, insegnandoci ad esaminarci, a meditare, a contemplare e ad esercitarci in altri modi.
Attenzione! S. Ignazio nei suoi Esercizi ci segnala la necessità di addossarci le fatiche e molte fatiche. Ce lo dice perché lo aveva sperimentato e tanto nella sua stessa esperienza di vita spirituale. Sembra addirittura che quasi dica che, se non siamo disposti ad assumerci le fatiche, è meglio non fare gli esercizi, perché si risolverebbero in un fallimento, e questo accadrebbe, non perché gli Esercizi non valgano, ma perché saremmo noi a vanificarli, con l’illuderci. Non si può conseguire un fine se non si adottano i mezzi necessari. E S. Ignazio, l’uomo risoluto in tutto, ma specialmente verso il fine della propria vita, che è il vivere per la gloria di Dio, nella sua vita non guardò a fatiche.. S. Ignazio dice che dobbiamo « offrirci (totalmente) alla fatica », e ad ogni fatica.
Noi dobbiamo, perciò, impegnarci a mettere in pratica ciò che Lui insegna. Gli esercizi spirituali ci dicono che dobbiamo esercitarci interiormente, perché c’è da vivere e da sviluppare tutto un immenso mondo interiore. E il lavorarci dentro comporta molta « fatica ». E dobbiamo ricordare che noi tendiamo ad essere i soliti « sfaticati »
I detti « Esercizi » o esercitazioni spirituali, ci portano a prendere coscienza che c’è da lavorare per attivare il nostro ricchissimo mondo interiore. Per fare gli Esercizi dobbiamo decidere di essere uomini forti, forti dentro, forti con noi stessi. E, per essere forti, dobbiamo sapere, che rispetto al fine della propria vita e nei rapporti con Dio, non possiamo esse accidiosi, evasivi, deboli, rinunciatari o persone che rimandano al domani. Dobbiamo sapere che cosa vogliamo, e dobbiamo sapere come volerlo, in modo tale da dover conseguire lo scopo, perché ne va di mezzo la salvezza eterna. Assolutamente non ci dobbiamo perdere, ma corriamo certamente il pericolo di perderci e tanto più quanto meno ce ne diamo pensiero.
Nella Autobiografia scritta dal Santo leggiamo:
« Ma nostro Signore gli ridava salute (dopo le operazioni subite per rimettere a posto la gamba ferita a Pamplona); andò migliorando a tal punto che si trovò completamente ristabilito. Solo che non poteva reggersi bene sulla gamba e doveva per forza stare a letto. Poiché era un appassionato lettore di quei libri mondani e frivoli, comunemente chiamati romanzi di cavalleria, sentendosi ormai in forze ne chiese qualcuno per passare il tempo. Ma di quelli che era solito leggere, in quella casa non se ne trovarono. Così gli diedero una Vita Christie un libro di vite di santi in volgare.
Percorrendo più volte quelle pagine restava preso da ciò che vi si narrava. Ma quando smetteva di leggere talora si soffermava a pensare alle cose che aveva letto, altre volte ritornava ai pensieri del mondo che prima gli erano abituali. Tra le molte vanità che gli si presentavano alla mente, un pensiero dominava il suo animo a tal punto che ne restava subito assorbito, indugiandovi come trasognato per due, tre o quattro ore: andava escogitando cosa potesse fare in servizio di una certa dama, di quali mezzi servirsi per raggiungere la città dove risiedeva; pensava le frasi cortesi, le parole che le avrebbe rivolto; sognava i fatti d’arme che avrebbe compiuto a suo servizio. In questi sogni restava così rapito che non badava all’impossibilità dell’impresa: perché quella dama non era una nobile qualunque; non era una contessa o una duchessa; il suo rango era ben più elevato di questi.

S. IGNAZIO DI LOYOLA SCRISSE GLI ESERCIZI SPIRITUALI
Ma nostro Signore lo assisteva e operava in lui. A questi pensieri ne succedevano altri, suggeriti dalle cose che leggeva. Così leggendo la vita di nostro Signore e dei santi si soffermava a pensare e a riflettere tra sé: « E se anch’io facessi quel che ha fatto san Francesco o san Domenico? ». In questo modo passava in rassegna molte iniziative che trovava buone, e sempre proponeva a se stesso imprese difficili e grandi; e mentre se le proponeva gli sembrava di trovare dentro di sé le energie per poterle attuare con facilità. Tutto il suo ragionare era un ripetere a se stesso: san Domenico ha fatto questo, devo farlo anch’io; san Francesco ha fatto questo, devo farlo anch’io. Anche queste riflessioni lo tenevano occupato molto tempo. Ma quando lo distraevano altre cose, riaffioravano i pensieri di mondo già ricordati, e pure in essi indugiava molto. L’alternarsi di pensieri così diversi durò a lungo. Si trattasse di quelle gesta mondane che sognava di compiere, o di queste altre a servizio di Dio che gli si presentavano all’immaginazione, si tratteneva sempre sul pensiero ricorrente fino a tanto che, per stanchezza, lo abbandonava e s’applicava ad altro.
Attenzione: S. Ignazio ci dice che è importante:
1° seguire il corso dei propri pensieri esaminarli e valutarli opportunamente, in base al valore che hanno in rapporto al « Fine della vita. »
2° E’ importante fare « grandi cose. » S. Ignazio le fece fino al punto da sembrare « folle » in certi momenti.
3° E’ importante servirsi anche della Immaginazione: cioè della propria facoltà di immaginare, per rappresentarci al vivo i contenuti della fede su cui dobbiamo esercitarci, per farli uscire dall’astrattezza dei concetti « delle idee e dei discorsi astratti », e per portarli nel concreto delle realtà vissute.
S. IGNAZIO CONTINUA:
[8] C’era però una differenza: pensando alle cose del mondo provava molto piacere, ma quando, per stanchezza, le abbandonava si sentiva vuoto e deluso. Invece, andare a Gerusalemme a piedi nudi, non cibarsi che di erbe, praticare tutte le austerità che aveva conosciute abituali ai santi, erano pensieri che non solo lo consolavano mentre vi si soffermava, ma anche dopo averli abbandonati lo lasciavano soddisfatto e pieno di gioia. Allora non vi prestava attenzione e non si fermava a valutare questa differenza. Finché una volta gli si aprirono un poco gli occhi; meravigliato di quella diversità cominciò a riflettervi: dall’esperienza aveva dedotto che alcuni pensieri lo lasciavano triste, altri allegro; e a poco a poco imparò a conoscere la diversità degli spiriti che si agitavano in lui: uno del demonio, l’altro di Dio.
E’ necessario fare attenzione alla realtà di questi influssi (che sono reali, anche se noi stentiamo a crederci!) e dobbiamo riconoscere che ne dobbiamo anche fare conto. Ricordiamo che di queste cose, a prescindere dalla rivelazione di Dio, non ne sappiamo nulla. Ma dobbiamo anche sapere che queste cose Dio ce le ha rivelate. Se non ne facciamo conto, ci cadiamo in pieno, e ne assumiamo la responsabilità con conseguenze temporali ed eterne. E necessario farne debito conto. E’ un grave peccato non fare conto di quanto Dio ci rivela autorevolmente, per la nostra salvezza.
Oggi molti pensano che,basta non credere, per non assumersi le responsabilità, che ne conseguirebbero. Ma questo è assolutamente falso e cattivo. E noi per essere credenti e cattolici, dobbiamo guardarcene. Non fare conto di ciò, che Dio si degna di rivelarci, è assolutamente riprovevole dal punto di vista morale, che è poi è quello che in definitiva veramente conta. Ed è per noi assolutamente dannoso, in questa vita e in quella eterna.
S. IGNAZIO CONTINUA DICENDO:
Questa fu la prima riflessione che egli fece sulle cose di Dio. In seguito, quando si applicò agli Esercizi, proprio di qui cominciò a prendere luce sull’argomento della diversità degli spiriti. Con tutta la luce ricavata da questa esperienza si mise a riflettere più seriamente sulla vita passata e sentì un grande bisogno di farne penitenza. Allora gli rinasceva il desiderio di imitare i santi, senza dar peso ad altro che a ripromettersi, con la grazia di Dio, di fare lui pure come essi avevano fatto. Ma la cosa che prima di tutte desiderava fare, appena fosse guarito, era di andare a Gerusalemme, come si è detto sopra, imponendosi quelle grandi austerità e digiuni a cui sempre aspira un animo generoso e innamorato di Dio.
Questi suoi santi desideri andavano cancellando i pensieri di prima, ( e dobbiamo riflettere sul fatto vincente delle buone ispirazioni sulle fantasie vane, di cui S. Ignazio ci da notizia) e furono anzi confermati da una visione in questo modo: una notte, mentre era ancora sveglio, vide chiaramente un’immagine di nostra Signora con il santo bambino Gesù. Poté contemplarla a lungo provandone grandissima consolazione. Poi gli sopravvenne un tale disgusto di tutta la vita passata, specialmente delle cose carnali, da sembrargli che fossero sparite dall’anima tutte le immaginazioni prima così radicate e vivide. Da quel momento a questo agosto del ’53 in cui si scrivono queste memorie, non diede mai neppure il più piccolo consenso a sollecitazioni sensuali: e proprio questo effetto permette di giudicare che la cosa veniva da Dio. Egli però non osava affermarlo, ma si limitava a esporre quanto si è detto. Comunque, il comportamento esterno fece conoscere al fratello e a tutti gli altri di casa la trasformazione che si era compiuta dentro la sua anima.
Attenzione! Dobbiamo riflettere sulla considerazione che S. Ignazio fece di queste apparizioni o visione private. Quanto rispetto, e quanta prudenza nel riferirla ad altri, cioè a noi. Per S. Ignazio questi atteggiamenti erano la conseguenza del rispetto che credeva di dover portare a Dio. Perché certamente è col permesso di Dio, che questi fatti possono accadere e accadono di fatto. E se accadono, anche se sono strettamente personali, certamente rientrano nel piano di grazie in cui si concretizza la nostra salvezza. Possiamo noi permetterci di dire non ci credo ? Possono altri permettersi di dire: Non ci credo! Eppure quante ne vediamo di queste incredulità stolte e non rispettose, né di Dio né dei veggenti.
S. Ignazio continua nella sua autobiografia: « Egli continuava nelle sue letture e perseverava nei suoi buoni propositi, senza occuparsi d’ altro.(Debbo proprio considerare la determinazione forte di S. Ignazio di vivere e di gustare il tesoro che aveva trovato.) Quando si intratteneva con quelli di casa, impiegava tutto il tempo in cose di Dio e questo arrecava loro profitto spirituale.
S. Ignazio, quindi, capì che, se i suoi non avevano mai fatto profitto spirituale, era, anche, perché Lui aveva sempre parlato di cose vane. Ora che parlava di cose spirituali, quelli della sua famiglia facevano evidente profitto spirituale. Che lezione per me e che esame di coscienza debbo farmi su questo argomento.
S. IGNAZIO CONTINUA NELLA SUA AUTOBIOGRAFIA:
Poiché alla lettura di quei libri provava ora molto gusto, gli venne l’idea di stralciare alcuni passi più significativi della vita di Cristo e dei santi. Perciò – dal momento che ormai stava alzato e si moveva per casa – si mise a compilare con molta diligenza un libro.
Esso arrivò a occupare quasi 300 fogli, in quarto, completamente scritti. Scriveva le parole di Gesù in rosso, quelle di nostra Signora in azzurro, su carta lucida a righe, con elegante scrittura, mettendo a profitto la sua grafia molto bella. Impiegava il suo tempo in parte a scrivere, in parte a pregare. La sua consolazione più grande era guardare il cielo e le stelle; li contemplava spesso e per lungo tempo, perché da questo gli nasceva dentro un fortissimo impulso a servire nostro Signore. Con il pensiero fisso al suo proposito, avrebbe voluto essere già completamente ristabilito per mettersi in cammino.
S. Ignazio ci insegna che bisogna fortemente desiderare, e per fortemente desiderare bisogna molto gustare. Mi debbo domandare: ma quali sono i miei gusti ? Ho fatto mai qualcosa per educare i miei gusti. Se mi educo a gustare le cose di Dio, avrò forte desiderio di Dio, ma se mi assuefaccio a gustare le cose vane, avrò forte desiderio delle cose vane. Oggi molti si abbandonano ai gusti delle cose vane, come se fossero tutte le cose e le cose definitive.
S. Ignazio, raccontandoci tutte queste cose, ci fa sapere, per sua esperienza e nostro ammaestramento, che anche in noi avvengono esperienze, a cui però noi non facciamo attenzione. Questa non attenzione ci lascia superficiali e incapaci di maturazione interiore. Soprattutto ci lascia incapaci di capire proprio quei fatti interiori, attraverso cui Dio comunica. Se Dio vuole comunicare con noi e con me in particolare, questa è una grande grazia. Debbo certamente accoglierla e valorizzarla.
Ma come posso valorizzarla se, nelle abitudini della mia vita, non vi presto neppure attenzione e se non imparo neppure a capire quello che Dio mi vuol dire? Attenzione ci troviamo ad un bivio pericoloso! Gravido di ben grandi responsabilità. Se non ci diamo a capire e a valorizzare le comunicazioni di Dio, le disprezziamo.
Se si disprezza le comunicazioni di Dio, si disprezza Dio! (E’ terribile, disprezzare Dio), e ci si avvia sulla via larga della perdizione. Non credendo a tutto questo ci si illude, ma non si evitano i danni irreparabili ed eterni. S. Ignazio si preoccupò di questo, e per questo pensò che dovesse seriamente pensare alla salvezza della propria anima.
Così per S. Ignazio! Così per me! Così per Te! Così per tutti!
Molti oggi non ci pensano, e sembra che non ci vogliono pensare. Noi dobbiamo appartenere al numero delle persone responsabili, che ci pensano. S. Ignazio volle essere uno, che si sarebbe impegnato per dare a Dio la maggior gloria possibile. Molti lo seguirono e fecero sul serio. E se loro lo hanno fatto, da parte mia dico: posso farlo anche io e lo farò di certo. E tu che fai?
Quindi S. Ignazio si pose come persona risoluta. Quindi si pose non solo come persona risoluta ma, anche, come persona che ben sapeva distinguere le cose secondarie dalle cose principali: le vanità, dalle realtà eterne, e prima di tutte, la gloria da dare a Dio quanto maggiore possibile, e la salvezza della propria anima.
Ma come si fa ad essere risoluti e irremovibili nelle decisioni prese, sulla salvezza della propria anima. A questo scopo si debbono fare 2 cose:
1° Ci si chiarisce bene sul proprio fine.
2° ci si impegna ad attuarlo, stabilendo obiettivi e controlli.
1° Ma qual è il fine della nostra vita, quello stabilito da Dio? S. Ignazio, a questa domanda, risponde negli Esercizi Spirituali al n° 23, e noi dobbiamo acquisire e ricordare sempre il seguente: principio e fondamento.
« L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. Da questo segue che l’uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo. Perciò è necessario renderci indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo che non desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo creati » 2° ci dobbiamo impegnare ad attuarlo, stabilendo obiettivi e controlli.
Per fare questo S. Ignazio ci propone il suo celebre ed efficace esame particolare.

BENEDETTO XVI : SANTA BRIGIDA DI SVEZIA – 23 LUGLIO (f)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2010/documents/hf_ben-xvi_aud_20101027_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

PIAZZA SAN PIETRO

MERCOLEDÌ, 27 OTTOBRE 2010

SANTA BRIGIDA DI SVEZIA – 23 LUGLIO (f)

Cari fratelli e sorelle,

nella fervida vigilia del Grande Giubileo dell’Anno Duemila, il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II proclamò santa Brigida di Svezia compatrona di tutta l’Europa. Questa mattina vorrei presentarne la figura, il messaggio, e le ragioni per cui questa santa donna ha molto da insegnare – ancor oggi – alla Chiesa e al mondo.
Conosciamo bene gli avvenimenti della vita di santa Brigida, perché i suoi padri spirituali ne redassero la biografia per promuoverne il processo di canonizzazione subito dopo la morte, avvenuta nel 1373. Brigida era nata settant’anni prima, nel 1303, a Finster, in Svezia, una nazione del Nord-Europa che da tre secoli aveva accolto la fede cristiana con il medesimo entusiasmo con cui la Santa l’aveva ricevuta dai suoi genitori, persone molto pie, appartenenti a nobili famiglie vicine alla Casa regnante.
Possiamo distinguere due periodi nella vita di questa Santa.
Il primo è caratterizzato dalla sua condizione di donna felicemente sposata. Il marito si chiamava Ulf ed era governatore di un importante distretto del regno di Svezia. Il matrimonio durò ventott’anni, fino alla morte di Ulf. Nacquero otto figli, di cui la secondogenita, Karin (Caterina), è venerata come santa. Ciò è un segno eloquente dell’impegno educativo di Brigida nei confronti dei propri figli. Del resto, la sua saggezza pedagogica fu apprezzata a tal punto che il re di Svezia, Magnus, la chiamò a corte per un certo periodo, con lo scopo di introdurre la sua giovane sposa, Bianca di Namur, nella cultura svedese.
Brigida, spiritualmente guidata da un dotto religioso che la iniziò allo studio delle Scritture, esercitò un influsso molto positivo sulla propria famiglia che, grazie alla sua presenza, divenne una vera “chiesa domestica”. Insieme con il marito, adottò la Regola dei Terziari francescani. Praticava con generosità opere di carità verso gli indigenti; fondò anche un ospedale. Accanto alla sua sposa, Ulf imparò a migliorare il suo carattere e a progredire nella vita cristiana. Al ritorno da un lungo pellegrinaggio a Santiago di Compostela, effettuato nel 1341 insieme ad altri membri della famiglia, gli sposi maturarono il progetto di vivere in continenza; ma poco tempo dopo, nella pace di un monastero in cui si era ritirato, Ulf concluse la sua vita terrena.
Questo primo periodo della vita di Brigida ci aiuta ad apprezzare quella che oggi potremmo definire un’autentica “spiritualità coniugale”: insieme, gli sposi cristiani possono percorrere un cammino di santità, sostenuti dalla grazia del Sacramento del Matrimonio. Non poche volte, proprio come è avvenuto nella vita di santa Brigida e di Ulf, è la donna che con la sua sensibilità religiosa, con la delicatezza e la dolcezza riesce a far percorrere al marito un cammino di fede. Penso con riconoscenza a tante donne che, giorno dopo giorno, ancor oggi illuminano le proprie famiglie con la loro testimonianza di vita cristiana. Possa lo Spirito del Signore suscitare anche oggi la santità degli sposi cristiani, per mostrare al mondo la bellezza del matrimonio vissuto secondo i valori del Vangelo: l’amore, la tenerezza, l’aiuto reciproco, la fecondità nella generazione e nell’educazione dei figli, l’apertura e la solidarietà verso il mondo, la partecipazione alla vita della Chiesa.

Quando Brigida rimase vedova, iniziò il secondo periodo della sua vita. Rinunciò ad altre nozze per approfondire l’unione con il Signore attraverso la preghiera, la penitenza e le opere di carità. Anche le vedove cristiane, dunque, possono trovare in questa Santa un modello da seguire. In effetti, Brigida, alla morte del marito, dopo aver distribuito i propri beni ai poveri, pur senza mai accedere alla consacrazione religiosa, si stabilì presso il monastero cistercense di Alvastra. Qui ebbero inizio le rivelazioni divine, che l’accompagnarono per tutto il resto della sua vita. Esse furono dettate da Brigida ai suoi segretari-confessori, che le tradussero dallo svedese in latino e le raccolsero in un’edizione di otto libri, intitolati Revelationes (Rivelazioni). A questi libri si aggiunge un supplemento, che ha per titolo appunto Revelationes extravagantes (Rivelazioni supplementari).
Le Rivelazioni di santa Brigida presentano un contenuto e uno stile molto vari. A volte la rivelazione si presenta sotto forma di dialoghi fra le Persone divine, la Vergine, i santi e anche i demoni; dialoghi nei quali anche Brigida interviene. Altre volte, invece, si tratta del racconto di una visione particolare; e in altre ancora viene narrato ciò che la Vergine Maria le rivela circa la vita e i misteri del Figlio. Il valore delle Rivelazioni di santa Brigida, talvolta oggetto di qualche dubbio, venne precisato dal Venerabile Giovanni Paolo II nella Lettera Spes Aedificandi: “Riconoscendo la santità di Brigida la Chiesa, pur senza pronunciarsi sulle singole rivelazioni, ha accolto l’autenticità complessiva della sua esperienza interiore” (n. 5).
Di fatto, leggendo queste Rivelazioni siamo interpellati su molti temi importanti. Ad esempio, ritorna frequentemente la descrizione, con dettagli assai realistici, della Passione di Cristo, verso la quale Brigida ebbe sempre una devozione privilegiata, contemplando in essa l’amore infinito di Dio per gli uomini. Sulla bocca del Signore che le parla, ella pone con audacia queste commoventi parole: “O miei amici, Io amo così teneramente le mie pecore che, se fosse possibile, vorrei morire tante altre volte, per ciascuna di esse, di quella stessa morte che ho sofferto per la redenzione di tutte” (Revelationes, Libro I, c. 59). Anche la dolorosa maternità di Maria, che la rese Mediatrice e Madre di misericordia, è un argomento che ricorre spesso nelle Rivelazioni.
Ricevendo questi carismi, Brigida era consapevole di essere destinataria di un dono di grande predilezione da parte del Signore: “Figlia mia – leggiamo nel primo libro delle Rivelazioni –, Io ho scelto te per me, amami con tutto il tuo cuore … più di tutto ciò che esiste al mondo” (c. 1). Del resto, Brigida sapeva bene, e ne era fermamente convinta, che ogni carisma è destinato ad edificare la Chiesa. Proprio per questo motivo, non poche delle sue rivelazioni erano rivolte, in forma di ammonimenti anche severi, ai credenti del suo tempo, comprese le Autorità religiose e politiche, perché vivessero coerentemente la loro vita cristiana; ma faceva questo sempre con un atteggiamento di rispetto e di fedeltà piena al Magistero della Chiesa, in particolare al Successore dell’Apostolo Pietro.
Nel 1349 Brigida lasciò per sempre la Svezia e si recò in pellegrinaggio a Roma. Non solo intendeva prendere parte al Giubileo del 1350, ma desiderava anche ottenere dal Papa l’approvazione della Regola di un Ordine religioso che intendeva fondare, intitolato al Santo Salvatore, e composto da monaci e monache sotto l’autorità dell’abbadessa. Questo è un elemento che non deve stupirci: nel Medioevo esistevano fondazioni monastiche con un ramo maschile e un ramo femminile, ma con la pratica della stessa regola monastica, che prevedeva la direzione dell’Abbadessa. Di fatto, nella grande tradizione cristiana, alla donna è riconosciuta una dignità propria, e – sempre sull’esempio di Maria, Regina degli Apostoli – un proprio posto nella Chiesa, che, senza coincidere con il sacerdozio ordinato, è altrettanto importante per la crescita spirituale della Comunità. Inoltre, la collaborazione di consacrati e consacrate, sempre nel rispetto della loro specifica vocazione, riveste una grande importanza nel mondo d’oggi.
A Roma, in compagnia della figlia Karin, Brigida si dedicò a una vita di intenso apostolato e di orazione. E da Roma si mosse in pellegrinaggio in vari santuari italiani, in particolare ad Assisi, patria di san Francesco, verso il quale Brigida nutrì sempre grande devozione. Finalmente, nel 1371, coronò il suo più grande desiderio: il viaggio in Terra Santa, dove si recò in compagnia dei suoi figli spirituali, un gruppo che Brigida chiamava “gli amici di Dio”.
Durante quegli anni, i Pontefici si trovavano ad Avignone, lontano da Roma: Brigida si rivolse accoratamente a loro, affinché facessero ritorno alla sede di Pietro, nella Città Eterna.
Morì nel 1373, prima che il Papa Gregorio XI tornasse definitivamente a Roma. Fu sepolta provvisoriamente nella chiesa romana di San Lorenzo in Panisperna, ma nel 1374 i suoi figli Birger e Karin la riportarono in patria, nel monastero di Vadstena, sede dell’Ordine religioso fondato da santa Brigida, che conobbe subito una notevole espansione. Nel 1391 il Papa Bonifacio IX la canonizzò solennemente.
La santità di Brigida, caratterizzata dalla molteplicità dei doni e delle esperienze che ho voluto ricordare in questo breve profilo biografico-spirituale, la rende una figura eminente nella storia dell’Europa. Proveniente dalla Scandinavia, santa Brigida testimonia come il cristianesimo abbia profondamente permeato la vita di tutti i popoli di questo Continente. Dichiarandola compatrona d’Europa, il Papa Giovanni Paolo II ha auspicato che santa Brigida – vissuta nel XIV secolo, quando la cristianità occidentale non era ancora ferita dalla divisione – possa intercedere efficacemente presso Dio, per ottenere la grazia tanto attesa della piena unità di tutti i cristiani. Per questa medesima intenzione, che ci sta tanto a cuore, e perché l’Europa sappia sempre alimentarsi dalle proprie radici cristiane, vogliamo pregare, cari fratelli e sorelle, invocando la potente intercessione di santa Brigida di Svezia, fedele discepola di Dio e compatrona d’Europa. Grazie per l’attenzione.

ATTUALITÀ DELLA REGOLA DI SAN BENEDETTO – LA REGOLA: UN LIBRO DI SAGGEZZA

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ATTUALITÀ DELLA REGOLA DI SAN BENEDETTO

LA REGOLA: UN LIBRO DI SAGGEZZA

« Chiunque tu sia, che ti affretti verso la patria celeste, attua, con l’aiuto di Cristo, questa piccola regola che abbiamo scritto per i principianti, e soltanto allora giungerai, con la protezione di Dio, alle vette più elevate della dottrina e della saggezza di cui abbiamo parlato più sopra. Amen. » (Regola di S. Benedetto cap.73, 8-9)
I Padri del Deserto narrano un racconto sulla vita spirituale che può spiegare nel modo migliore questo libro:
« Un giovane monaco incontrò per caso un monaco più anziano seduto tra gente che pregava, lavorava e meditava.
« Sono in grado di camminare sull’acqua », disse il giovane discepolo. « Quindi, andiamo sul quel laghetto laggiù, ci sediamo e intavoliamo una discussione spirituale ».
Ma il maestro rispose: « Se ciò che stai cercando di fare è fuggire da questa gente, perché non vieni con me a volare nell’aria, a muoverti spensierato nel quieto cielo aperto e lì parlare? »
E il giovane novizio replicò: « Non posso perché io non possiedo il potere di cui parli ».
E il maestro spiegò: « Esattamente. Il tuo potere di rimanere immobile sul pelo dell’acqua è lo stesso che possiedono i pesci. E la mia capacità di fluttuare nell’aria è propria di qualsiasi mosca. Queste capacità non hanno niente a che vedere con la verità vera e, in effetti, possono facilmente diventare la base dell’arroganza della competizione, non della spiritualità. Se dobbiamo parlare di argomenti spirituali, dobbiamo parlarne proprio qui in questo posto »".
Quasi tutte le persone che ho incontrato e che prendono sinceramente in considerazione le cose dello spirito, pensano che il nocciolo del racconto sia vero: la vita quotidiana è la vera sostanza di cui è fatta la grande santità. Ma quasi nessuna delle persone che ho incontrato ritiene che ciò sia facilmente realizzabile. Abbiamo tutti in qualche modo imparato che, per poter trovare la spiritualità, si deve lasciare il luogo dove viviamo. Ognuno di noi spera di ottenerne abbastanza in un determinato momento della sua vita affinché essa l’accompagni in tutti gli altri momenti. L’idea che la santità sia un aspetto della vita matrimoniale o della vita celibataria, tanto quanto lo è della vita religiosa o di quella sacerdotale, è un’idea molto amata ma in cui di rado si crede profondamente.
Al giorno d’oggi, così come ai tempi del racconto, le mode riempiono la vita spirituale. Un anno ci viene detto che la panacea sono le novene, un altro anno i ritiri e un altro ancora i luoghi di meditazione. Alcuni credenti convinti ci assicurano che il culto da loro scelto è la sola risposta alle battaglie della vita. Gli amanti dell’occulto promettono una salvezza che viene dalle stelle o da un’antica tradizione orientale. Le comunità terapeutiche offrono maratone di incontri o laboratori per liberare la nostra anima dall’ira. Più e più volte, cure, culti ed esercizi psicologici vengono regolarmente provati e regolarmente abbandonati, mentre le gente cerca qualcosa che la faccia sentire bene, che rafforzi la sua visione della realtà e che dia un senso e un orientamento alla sua vita. Tuttavia, come dimostra l’antico racconto, se non ci comportiamo in modo spirituale là dove ci troviamo e così come siamo, a nulla valgono i nostri sforzi. Stiamo semplicemente consumando l’ultima moda spirituale che intorpidisce la nostra confusione ma non riempie mai i nostri spiriti né libera i nostri cuori.
Dopo anni di vita monastica ho scoperto che, diversamente dalle mode spirituali che vanno e vengono con i loro maestri o le culture che le hanno generate, la Regola di San Benedetto guarda il mondo con occhi interiori e dura nel tempo. In essa, senza considerare chi siamo o cosa siamo, la vita e il suo scopo si incontrano.
La Regola di San Benedetto è stata una guida per la vita spirituale della gente comune a partire dal VI secolo. Qualcosa che è durato così a lungo e che ha avuto un tale impatto sulla società dell’usa e getta, è certamente degno di considerazione. E il libro che hai tra mano cerca di rispondere alle seguenti domande: come rendere conto di un modo di vivere che è durato per più di millecinquecento anni e che cosa ha da dire – se qualcosa ce l’ha- alla vita spirituale nel mondo d’oggi?
La spiritualità benedettina offre proprio ciò che manca ai nostri tempi. Essa cerca di riempire il vuoto e di comporre la frammentarietà nelle quali molti di noi vivono e lo fa in modo sensato, umano, completo e accessibile in un mondo che è oppresso dal lavoro, eccessivamente stimolato e programmato.
La Regola di San Benedetto chiamò alla comunione il mondo romano, che era basato sulle classi sociali, e chiama noi, che viviamo in un mondo frammentato, a fare lo stesso. La Regola spinse verso l’ospitalità in un’epoca di invasioni barbariche e spinge noi alla sollecitudine in un mondo di vicini tra loro estranei. Essa spinse all’uguaglianza in una società piena di classi e di caste e spinge noi all’uguaglianza in un mondo dove ognuno è dichiarato uguale ma viene giudicato in modo diverso. San Benedetto, che sfidò la società patrizia di Roma a essere umile, provoca allo stesso modo il nostro mondo, i cui eroi sono Rambo, James Bond, il potere militare e le stelle dello sport, l’uomo »macho » e quello violento.
La spiritualità benedettina invita alla profondità in un mondo quasi sempre contraddistinto da superficialità e fragilità. Essa propone un insieme di atteggiamenti ad una società che è stata sedotta da iniziative promozionali e soluzioni temporanee. La spiritualità benedettina offre profondità e saggezza dove la devozione ha perso significato e l’ascetismo valore.
Soprattutto, la spiritualità benedettina è una buona novella in tempi difficili. Insegna alla gente a considerare il mondo come qualcosa di buono, le sue necessità come legittime e il sostegno umano come necessario. La spiritualità benedettina non chiama a compiere grandi imprese o a esprimere grandi rifiuti. Semplicemente essa ci invita a stabilire delle relazioni, mostrando come metterci in contatto con Dio, con gli altri e con la parte più profonda di noi.
Prima di tutto, la Regola di San Benedetto è destinata alla gente comune che vive una vita qualunque. Non è scritta per preti o mistici o eremiti o asceti; essa venne scritta da un laico per laici. Venne scritta per fornire un modello di crescita spirituale all’uomo medio intenzionato a vivere un’esistenza che andasse oltre la superficialità o l’indifferenza. Essa è scritta per quanti hanno una profonda sensibilità e un serio interesse spirituale e non cercano di mettersi in cammino per fuggire dal proprio mondo, ma per infondere la visione di Dio nelle loro scelte etiche.

La Regola di San Benedetto è saggezza distillata dalla vita quotidiana. E questo libro è semplicemente il resoconto di come io – che ho vissuto questa Regola in una comunità monastica per più di trent’anni – sia arrivata a capire quanto la spiritualità benedettina abbia da dire all’uomo di oggi.

Spiritualità è più che andare in chiesa. Anzi, si può andare in chiesa e non crescere affatto nella spiritualità. La spiritualità è il modo in cui noi esprimiamo la fede vissuta in un mondo reale, è la somma degli atteggiamenti e delle azioni che definiscono la nostra vita di fede.

Per l’apostolo Paolo, la spiritualità consisteva nel vivere « in Cristo » e nel considerare i doni dello Spirito come volti a « formare il corpo di Cristo » qui e adesso. Ma la comprensione di ciò che costituisce la perfetta vita cristiana è cambiata da un’epoca all’altra attraverso i tempi. Un tempo essa veniva assimilata, in diversi modi, al martirio, al ritiro dal mondo, all’evangelizzazione e al rinnegamento di se stessi. Nel periodo della storia della Chiesa più vicino al nostro, ad esempio, spiritualità era sinonimo di obbedienza a « superiori debitamente costituiti » e in grado di suscitare una forte reazione emotiva nella preghiera individuale. Molti misuravano la spiritualità, o « la vita secondo lo Spirito », dal numero dei rosari recitati o da quello degli ordini accettati con docilità o dal numero di cose che venivano « abbandonate » in modo da poter condurre una vita più alta o più « perfetta ». Il risultato di questi criteri fu che solo alle suore, ai frati e ai preti veniva riconosciuta la capacità di vivere una vita veramente spirituale. Questa interpretazione resistette fino al Concilio Vaticano II, che riconobbe la chiamata universale alla santità e l’autenticità della vocazione laica nella Chiesa.
Come le persone vissute in epoche più lontane, oggi stiamo ricominciando a guardare la vita spirituale attraverso lenti angolari più ampie. La spiritualità che sviluppiamo influenza il nostro modo di immaginare Dio, il nostro metodo di preghiera, il tipo di ascetismo che pratichiamo, lo spazio che diamo al nostro ministero e alla comunità nel definire la « vita spirituale ». E’ la spiritualità che ci porta oltre noi stessi per trovare il senso e l’importanza della nostra vita. E’ la spiritualità che definisce i valori della nostra vita: abnegazione o valorizzazione di se stessi; vita di comunità o solitudine; contemplazione o evangelizzazione; trasformazione personale o giustizia sociale; gerarchia o uguaglianza. In altre parole, la spiritualità che facciamo crescere in noi è il filtro attraverso il quale noi vediamo il mondo e i limiti entro cui agiamo.
La spiritualità che emerge dalla Regola di San Benedetto è ricolma della quotidianità vissuta straordinariamente bene. Qui, trasformare la vita conta più che trascenderla. Ecco perché la Regola di San Benedetto è destinata alle persone che, nel mondo di oggi, lavorano faticosamente, sempre indaffarate, consumate dalla vita familiare, dai conti, dai doveri civili e dal duro lavoro, così come è destinata a chi ha dedicato se stesso a vivere una vita religiosa in mezzo agli uomini.
La questione è: quali sono i valori spirituali custoditi da circa millecinquecento anni nella Regola di San Benedetto e che cosa dicono – se qualcosa hanno da dire – alla nostra epoca e a noi che cerchiamo di vivere con serenità nel caos che ci circonda, con produttività nell’arena dello spreco, con amore in un vortice di individualismo e con gentilezza in un mondo pieno di violenza? Che cosa insegnano a noi che siamo alla ricerca di risposte alle grandi domande della vita, mentre il nostro lavoro ci sommerge e i nostri debiti crescono, mentre le nostre famiglie contendono la nostra attenzione e i nostri amici minimizzano le nostre preoccupazioni, mentre i nostri uomini politici ci dicono che la vita sta migliorando quando sappiamo che, almeno per molti, la vita sta in gran parte peggiorando?
La maggior parte di noi non può precipitarsi verso il mare per allontanarsi o volare via verso altri luoghi per fuggire, come i personaggi del racconto. Semplicemente, la maggior parte di noi vive lì dove si trova, in mezzo alla folla e nell’intrico delle domande. La maggior parte di noi non ha altro modo di arrivare a Dio e a una vita giusta se non il « qui » e l’ »ora ».Il problema è allora di scoprire come rendere il « qui » e l’ »ora » qualcosa di giusto e santo per noi. Il « qui » e l’ »ora » sono tutto ciò che ognuno di noi ha per rendere la vita degna di essere vissuta, Dio presente e la santità un modo di vivere normale anziché innaturale.
Per le persone come noi, la spiritualità benedettina è come una casa perché riguarda proprio il « qui » e « l’ora ». La spiritualità benedettina è impastata della materia grezza che è la vita di tutti i giorni e non presuppone un grande ascetismo, né promette esperienze straordinarie dello spirito. Non richiede grandi mortificazioni della carne e non offre eccezionali garanzie di misticismo. Essa non descrive un particolare tipo di vita e non si affida a un grande piano organizzativo. La Regola di San Benedetto prende semplicemente la polvere e l’argilla di ogni giorno e la trasforma in bellezza.
La Regola di San Benedetto non è un insieme di esercizi spirituali, né un elenco di proibizioni o devozioni o discipline. Non è affatto una regola nel senso moderno della parola.
Se con questo termine si intendono restrizioni, leggi o richieste, la Regola di San Benedetto non rientra in questa categoria. Anzi, essa è semplicemente un progetto di vita, un insieme di principi chiaramente più vicino al significato originario della parola latina regula, o guida, piuttosto che al termine lex, o legge. La legge è ciò che noi siamo arrivati ad aspettarci dalla religione; ciò di cui abbiamo veramente bisogno è la direzione.
Regula, la parola che adesso viene tradotta con « regola », nell’accezione originaria significava « indicatore stradale » oppure « ringhiera », qualcosa a cui aggrapparsi nel buio, qualcosa che indica la strada e conduce in una determinata direzione, che fornisce un sostegno per arrampicarsi. In altre parole, la Regola di San Benedetto è più saggezza che legge. Non è una serie di istruzioni, ma uno stile di vita.
Ecco la chiave per capire la Regola: comprendere che essa non è tale.
Per questo essa vale tanto per i laici quanto per i monaci. « Ascolta… chiunque tu sia », dice Benedetto nel Prologo alla sua Regola. Chiunque tu sia.
La Regola di San Benedetto è semplicemente un pezzo di letteratura sapienziale sulle grandi questioni della vita al fine di renderle comprensibili e attuali, chiare e raggiungibili.
Ma non è facile arrivare a rendersene conto in una Chiesa e in un mondo che vogliono o tutto legge o nessuna legge. Le formule e la licenza sono molto più semplici di un’attenzione, un’attenzione continua, alla qualità della vita che stiamo creando e allo stesso tempo cercando. In altre parole, è molto difficile quando siamo giovani renderci conto che, per arrivare dove si vuole nella vita, dobbiamo fare spesso cose che non avremmo scelto di fare. Alzarsi presto al mattino per pregare e per leggere è un modo di pensare estraneo ad un arrampicatore aziendale, convinto che ciò di cui ha veramente bisogno sia accumulare sonno e conservare le forze per il duro giorno che lo aspetta. Per la mentalità monastica, tuttavia, non vi può essere niente di più sensato. Senza la preghiera e la lettura spirituale – ecco la convinzione dei monaci – chi sarà mai in grado di capire verso che cosa tenda il desiderio umano di far carriera o in che cosa consista la sua realizzazione? Interrompere il lavoro per pregare, nel bel mezzo di una giornata caotica, appare una pura irrealtà a molti giovani monaci per i quali il lavoro o lo studio sono molto attraenti e proficui. Ma dopo qualche anno diventa chiaro che la consuetudine giornaliera di fermarsi, per ricordare in che cosa consista veramente la vita nelle sue vette più vertiginose, rappresenti la sola genuina realtà di quel periodo dell’esistenza.
La Regola di San Benedetto, in altre parole, porta nella spiritualità l’attenzione e la consapevolezza. L’essenza della vocazione monastica benedettina non è un insieme di prescrizioni congelate nel tempo, ma è il tempo esaminato minuziosamente alla luce dei valori del Vangelo. Il benedettino non si mette in cammino per evitare la vita; si mette in cammino per vivere straordinariamente bene la vita quotidiana. Così, il vero monaco diventa sensibile al mondo.
I monasteri difficilmente appaiono luoghi da cui analizzare il mondo. Entrare in monastero, secondo la mitologia popolare, significa lasciare il mondo e non già esserne coinvolti ancora più profondamente. Ma solo da lontano possiamo vedere meglio. Forse solo chi non ha denaro può sapere meglio degli altri che il denaro non è essenziale per vivere bene. Forse chi dispone solo di un letto, di libri e di un armadietto in una piccola stanza, può rendersi chiaramente conto di quanta confusione possano portare nella vita tante cose che ingombrano. Forse solo quelli che fanno voto di obbedienza a qualcun altro riescono ad intuire quanto l’egocentrismo corroda il cuore. Forse solo chi vive nella solitudine capisce veramente che cosa sia la comunità. Forse solo quelli che per scelta non hanno alcun potere possono dimostrare meglio il potere che deriva dal non averne. Forse solo quelli che hanno deciso di opporsi all’accumulo di beni personali. possono rendersi conto che il fallimento economico, l’assistenza dei servizi sociali e il minimo indispensabile per vivere non sono le cose peggiori che possano accadere nella vita di una persona. Forse solo quelli che per scelta non si sono sposati riescono ad ascoltare con maggiore sensibilità chi è stato abbandonato, chi è vedovo o chi è solo. Forse solo quelli che non hanno una scala aziendale o ecclesiale da salire, possono parlare meglio di uguaglianza. Davvero il monastero offre una prospettiva privilegiata da cui parlare al mondo.
Una volta che ci si è resi conto che il testo della Regola di San Benedetto è solo un elemento della vita monastica, diventa evidente che le altre tre dimensioni di questa scelta esistenziale – il Vangelo di Cristo, le interpretazioni dei capi della comunità, l’esperienza e l’intuito di ogni singola comunità – sono destinate a mantenere una persona fortemente radicata nel mondo reale e sono regola tanto quanto la Regola stessa. Sono quelle dimensioni che danno vita, larghezza di vedute, profondità e portata, antichità e rilevanza, carattere locale e possibilità universale. Questi quattro elementi – le Scritture, il testo della Regola, guide sagge, l’intuito e le esperienze di vita, le condizioni della comunità o della famiglia in cui viviamo – sono ciò che rendono la Regola qualcosa di vivo e non un testo morto di norme passate, non un documento storico, non il passatempo di eccentrici antiquari.
La Regola di San Benedetto vive e respira di età in età. Essa esamina e si adatta da un secolo all’altro e da una cultura all’altra. La Regola di San Benedetto guida la gente verso un atteggiamento mentale, ma non la soffoca con una serie di prescrizioni particolari. E’ scritta per il nostro tipo di vita e le nostre condizioni, così come lo è stata per ogni epoca del passato. Cresce con i diversi periodi storici e ci offre un appiglio, un parapetto, una guida che non ci permetterà di arenarci nella nullità spirituale e nel torpore dei nostri tempi.
Il monaco cerca la santità « qui » e « ora » senza il peso di una particolare alimentazione o di una devozione esoterica o di un nocivo rinnegamento di se stesso. Il vero monaco attraversa la vita con un’anima spoglia, attenta, cosciente, piena di riconoscenza e che solo parzialmente si sente a casa.
Che cosa significa, dunque, seguire la Regola di San Benedetto, pensare con un’attitudine mentale monastica, vivere la vita più come un dono che come una lotta?
Prima di tutto, la spiritualità benedettina è un impegno più verso i princípi che verso le pratiche. Il monaco benedettino non segue tanto un orario o un rigido programma quotidiano, quanto predispone un equilibrio fra le varie attività della vita. Il benedettino non segue tanto un insieme di comportamenti quanto piuttosto sviluppa un’attitudine in armonia al suo posto nell’universo ed essa guida ogni sua conversazione e ogni suo gesto comune. Per la spiritualità benedettina conta di più vivere bene la vita che seguire perfettamente la legge.
In secondo luogo, la spiritualità benedettina è semplicemente una guida per i Vangeli, non un fine in se stesso. Benedetto definisce la sua Regola una « piccola regola per principianti » (RB 73, 8) nella vita spirituale, non un manuale per un’élite o per persone colte o per chi è già arrivato. Casalinghe e padri di famiglia, uomini e donne in carriera, monaci e laici « voi tutti che cercate la casa del Cielo » (RB 73, 8), la Regola vi sprona non verso una ginnastica spirituale ma verso la coscienza contemplativa secondo cui il Vangelo, e questo solo, è il criterio adatto per qualunque azione umana.
In terzo luogo, la Regola dimostra chiaramente che vivere la vita secondo il Vangelo non è un’avventura in balia del capriccio privato e dei voli di fantasie personali, ma è trarre coscientemente profitto dalla saggezza di altri che possono incoraggiarci e aiutarci ad esaminare minuziosamente il valore e il coraggio delle nostre scelte.
Infine, la spiritualità benedettina si fonda direttamente sull’idea che non siamo noi l’unica misura dei nostri bisogni spirituali, ma che l’intera umanità e l’universo hanno dei diritti sul valore delle nostre azioni quotidiane.
In un mondo dove l’intero pianeta è diventato il nostro prossimo e le nostre vite private sono caratterizzate da un’interminabile fiumana di gente, la Regola di San Benedetto, con il rilievo che dà alla qualità spirituale della vita di comunione, non è forse mai stata così attuale. Io stessa ho iniziato a vedere, sotto le apparenze di quest’antica regola monastica, una sembianza di ragionevolezza nell’irragionevolezza del mondo che mi circonda.
Quando iniziai la vita monastica, mi venne consegnata una copia della Regola. Per me non aveva alcun senso. Volevo delle indicazioni. Volevo una formula. Volevo la santità a rate: compra adesso, paghi più tardi. Mi ci sono voluti anni per capire che, se avessi pagato adesso, avrei ottenuto ciò che stavo cercando solo se e quando fossi diventata ciò di cui andavo in cerca. Mi ci sono voluti anni per rendermi conto che la Regola distillava anni di esperienza, era una sorta di saggio su ciò che Benedetto considerava la vita spirituale e una testimonianza di ciò che nella sua epoca erano stati i modi più efficaci per raggiungerla. Ma non si trattava affatto di un progetto dettagliato.
Nel 72° capitolo della Regola, Benedetto ci mette in guardia dal « cattivo zelo », dal fanatismo e dall’assolutismo che fanno della religione uno strumento di oppressione verso noi stessi e gli altri. Nel 73° capitolo, egli promette che se
« metti in pratica… questa piccola Regola… allora raggiungerai finalmente le più grandi vette della conoscenza e della virtù ».
Io iniziai a capire che questa vita richiedeva costanza, pazienza ed equilibrio. Qui si compiva una crescita, non delle norme. Questa vita sarebbe stata una santificazione della normalità, non una ginnastica spirituale. Per noi si trattava di un modo di vivere, non di vivere la vita in un certo modo.
Come risultato, adesso scopro di fare riferimento alla Regola quando mi chiedo quale dovrebbe essere la risposta cristiana ai problemi ecologici. Mi rivolgo ad essa per trovare la mia strada attraverso l’intrico dei rapporti umani. Mi affido ai suoi valori e ai suoi principi perché mi mostrino come gestire le stravaganze della vita. Guardo la Regola per spiegare la mia depressione, la mia frustrazione e la mia noia spirituale. Dipendo da essa per smettere di pensare solo a me stessa. La considero come un insieme di valori che trascendono il tempo ma che hanno un significato particolare per il mio tempo.
Ho scritto questo libro per condividere anni di riflessioni trascorsi con persone che ho trovato sinceramente interessate alle domande che mi pongo e preoccupate del cammino da seguire proprio come me. Di fronte a una continua confusione, dobbiamo tornare alla Chiesa di prima? Questo risolverebbe i nostri dilemmi? O una chiesa qualsiasi è la risposta in un’epoca in cui le chiese stesse si confrontano sulla questione nucleare, la questione della donna, quella che concerne il modo di vivere o la pastorale o la famiglia o l’alienazione o l’inquietudine personale? Quale significato ha la spiritualità rispetto a tutto questo: un rosario al giorno, l’astinenza dalle carni, dei ritiri regolari, il coinvolgimento nei gruppi della parrocchia, l’attività pubblica? E’ un crescendo di domande. Credo che le risposte si trovino in ciò che non va e viene con il passare degli anni e le diverse epoche. Le risposte consistono nell’offrire la saggezza e non un insieme di ricette.
Queste pagine sono le mie riflessioni sulla saggezza che emerge da un testo antico a proposito delle nostre antichissime e nuovissime preoccupazioni. Per vivere la Regola di San Benedetto non abbiamo bisogno di una serie di meccanismi, ma di un cambiamento del cuore e di una nuova disposizione della mente.
C’era una volta, narra un antico racconto monastico, un anziano monaco che disse ad un mercante:
«  »Come il pesce muore sulla terraferma, così tu morirai quando rimarrai impigliato nel mondo. Il pesce deve tornare nell’acqua e tu devi tornare allo Spirito ».
Il mercante rimase stupefatto: « Stai dicendo che devo abbandonare i miei affari ed entrare in un monastero? », chiese.
E l’anziano monaco disse: « Assolutamente no. Ti sto dicendo di rimanere aggrappato al tuo lavoro ed entrare nel tuo cuore »"
Questo libro vuole aiutare le persone normali a vedere il mondo di oggi attraverso il filtro della Regola di San Benedetto e i più forti desideri del loro cuore.

11 LUGLIO: SAN BENEDETTO DA NORCIA: PADRE E PATRONO D’EUROPA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/07-Luglio/San_Benedetto_da_Norcia.html

SAN BENEDETTO DA NORCIA: PADRE E PATRONO D’EUROPA

1 gennaio 2002: una giornata storica per noi europei, vissuta con particolare emozione. Il neonato Euro cominciava a camminare. Una vera rivoluzione raggiunta attraverso il dialogo, la collaborazione e l’impegno costruttivo dei 12 paesi della cosiddetta “Eurolandia”. Già al tempo dei Romani circolava in tutta Europa (nell’impero) una moneta unica: ma questa era stata imposta “manu militari” cioè con la potenza degli eserciti. Il vecchio sogno riprese con Carlo Magno e la sua Lira carolingia. Purtroppo non durò molto.
E così siamo arrivati ai nostri giorni. Il sogno è realtà. L’euro c’è e lo usiamo da vari mesi. Ricordo un titolo di giornale nei giorni precedenti l’introduzione. Diceva: “L’euro è fatto. Facciamo gli euro-pei”. Anch’io, come insegnante, ho cercato di rendere i miei allievi (16-18 anni) un po’ più europei, facendoli riflettere sull’importanza storica dell’introduzione dell’Euro, in maniera pacifica, come moneta unica. Ho insistito sul cammino che l’idea di Europa come unità aveva avuto nella storia. Oggi infatti già parliamo di Unione Europea: non è ancora Europa Unita, ma siamo sulla strada.
Tra i costruttori di questa idea di Europa, unificata attorno ai valori cristiani, è certamente da annoverare il grande Benedetto da Norcia. Proprio per questo è stato proclamato dal papa Paolo VI nel 1964 Patrono di tutta l’Europa. Giovanni Paolo II ha aggiunto, nel 1980, i santi Cirillo e Metodio (apostoli degli Slavi). E siccome il contributo alla costruzione dell’Europa non è solo degli uomini, lo stesso papa saggiamente ha aggiunto nel 1999 tre sante come co-patrone dell’Europa: santa Caterina di Siena, santa Brigida di Svezia e santa Benedetta della Croce (al secolo Edith Stein).
Qualcuno, con reminiscenze storiche più approfondite, dirà che il contributo di Benedetto da Norcia all’unificazione dell’Europa attraverso gli stessi valori predicati e vissuti, non ha avuto successo, se solo pensiamo a tutte le guerre e stragi orribili capitate nel Medio Evo e nell’Età moderna. Risponde uno storico, Jacques Le Goff, uno del mestiere quindi: “Quando si pensa a tutta la violenza che ancora si scatenerà durante questo Medioevo selvaggio, può sembrare che la lezione di Benedetto non sia stata compresa. Ma dovremmo piuttosto domandarci a quali eccessi si sarebbe spinta la gente del Medioevo, se all’inizio di quei secoli non si fosse levata questa grande e dolce voce”.
Anche se la sua lezione non è stata sempre seguita durante i secoli seguenti, Benedetto rimane uno dei grandi uomini dell’umanità, un grande santo della Chiesa cristiana, un genio nel campo culturale-religioso. Un grande della Storia, insomma. Che merita ricordare anche a distanza di tanti secoli.

Un cammino non sempre facile
Benedetto nacque a Norcia, in Umbria, nel 480 circa, da famiglia nobile non certo povera, visto che lo mandò a Roma, per completare gli studi (che lui però non completerà mai). Un particolare importante su cui i genitori di oggi farebbero bene a riflettere. Benedetto fu mandato a Roma accompagnato dalla sua fedele nutrice. Il motivo era semplice: i genitori volevano che lui si perfezionasse negli studi… senza perdere la fede e il codice morale che gli avevano insegnato. Cosa non impossibile in quei tempi a Roma.
A loro non bastava trovare l’alloggio e un bel gruzzolo di soldi per il giovanotto studente. Ci voleva un accompagnamento di tipo formativo. Ecco allora la nutrice. Ma dopo un po’ di tempo lo spettacolo romano fatto di baruffe e lotte intestine tra gli abitanti e il re ostrogoto Teodorico, ed inoltre gli intrighi e le invidie nel mondo ecclesiastico gli fecero tagliare la corda lasciando la Città Eterna al suo destino. Con la sua fedele nutrice si ritirò in un paese, vicino a Subiaco, ma non vi restò molto. Poco dopo ecco il grande salto per realizzare la propria vocazione di monaco. All’insaputa della nutrice (ormai si sentiva maturo per tale decisione) si ritirò in una grotta nei boschi di Subiaco.
Furono tre anni di solitudine, di preghiera profonda, di meditazione, e di dura penitenza, involontaria (non era certo una grotta… a cinque stelle) e anche volontaria. L’esperienza non fu facile, per ogni genere di difficoltà. Non ultimo anche il diavolo, che non manca mai, ci mise la coda: questi infatti lo tormentava con le sue visite “formative-pastorali”, ma quel giovanotto faceva le cose troppo seriamente. A Benedetto, tuttavia, sembrava di perdere tempo. Unico aiuto gli veniva da un altro monaco, un certo Romano, che gli portava da mangiare.
L’esperienza del fallimento a Benedetto arrivò ad opera di un gruppo di “monaci”. Era morto il loro superiore, e, per farsi belli davanti al vescovo e dare un tocco di legalità ecclesiastica alla loro vita religiosa, chiamarono il giovane Benedetto a… dirigerli. Essi però di disciplina morale e religiosa non ne volevano sapere assolutamente. Sotto il vestito niente, diceva una recente pubblicità. Sotto la tonaca di questi pseudo monaci non c’era niente di religioso: scorreva invece sangue di autentici gaglioffi. Infatti quando Benedetto tentò di riformare il loro sistema di vita parlando di disciplina, di penitenza, di regole da osservare… questi come risposta, poco evangelica, tentarono di avvelenarlo. E Benedetto fuggì, tornando a Subiaco.
Qui trovò altri giovani ben diversi, volenterosi di diventare veri monaci. Come lui tendevano seriamente alla santità di vita, vivendo solo per Dio e lasciando la corruzione e vanità del mondo. Benedetto li organizzò in dodici piccoli monasteri. In ognuno pose una guida, cioè un abate. Lui invece curava la formazione dei novizi, tra i quali figuravano anche dei nobili romani.
Anche in questa fase Benedetto dovette superare un ostacolo, diciamo, clericale: un certo prete, Fiorenzo, una specie di parroco del luogo. Come i precedenti monaci-gaglioffi anche costui non correva sulla strada della santità. La presenza di quei giovani monaci, seri e impegnati religiosamente, gli dava un enorme fastidio: erano un continuo rimprovero al suo modo di vivere.
Quando gli capitava l’occasione volentieri sguinzagliava nelle vicinanze dei monasteri delle “ragazze di mestiere” con l’obiettivo non solo di testare la saldezza delle virtù dei giovani monaci ma anche di… allargare loro gli orizzonti. Perché pensare solo a Dio e all’anima? L’azione di disturbo del prete Fiorenzo non ebbe successo. Anzi fu la causa provvidenziale della svolta definitiva di Benedetto e del suo progetto di monachesimo. Se ne andò in direzione Montecassino. La storia dice anche che, in seguito, alcuni monaci lo pregarono di ritornare a Subiaco, perché la persecuzione di Fiorenzo era finita. Questi infatti era morto insieme alla sua allegra brigata di amici e amiche, sembra, per il crollo del tetto di una specie di mini discoteca che lui aveva organizzato per… la ricreazione dei sensi.

Padre del monachesimo occidentale
Benedetto non tornò indietro. Era l’anno 529. La trasformazione di Montecassino ebbe del miracoloso. Quell’abbazia diventò la madre di tutte le abbazie d’Europa che si rifaranno a Benedetto.
Ma il suo vero capolavoro rimane ancora oggi la sua Regola dei monaci, che lo consacra come il vero fondatore del monachesimo occidentale, anche se non tutto è frutto della sua creatività e genialità. Gli studiosi affermano che la famosa Regola è debitrice (cosa che Benedetto ha sempre affermato) delle intuizioni di san Basilio Magno, il padre del monachesimo orientale, di sant’Agostino, di Giovanni Cassiano. E aggiungono anche un’opera dal titolo Regula Magistri, databile tra il 520 il 630, il cui autore era un italiano, un autentico maestro di vita spirituale. Benedetto certamente conobbe questa opera.
Questo non diminuisce l’originalità dell’impostazione della vita nell’abbazia che lui creò. Benedetto non aveva inventato il monastero, perché ne esistevano numerosi in tutta Italia. Egli ha delineato e imposto un nuovo modo di essere monaci, basato su tre principi fondamentali che diventeranno autentici pilastri su cui poggeranno centinaia di abbazie in tutta Europa. Il primo: la “stabilità del luogo”. Significa che Benedetto mise al bando i cosiddetti “monaci vaganti” che spesso erano poco monaci e molto vaganti cioè vagabondi. Chi entrava liberamente in monastero doveva avere intenzione seria di volerci vivere stabilmente. Il cenobio diventava la sua famiglia per sempre, nel bene e nelle difficoltà. Il secondo: il tempo del monaco sarà fortemente strutturato da un orario.
Benedetto rivaluta il tempo come dono di Dio da non dissipare o disprezzare. Il tempo quindi veniva organizzato, con scadenze puntuali riguardanti la preghiera, il lavoro manuale, la lettura sacra della Bibbia ed il riposo. Ed infine, terzo elemento, l’uguaglianza. Tutti uguali, nei diritti e nei doveri. Una vera rivoluzione. “Qui si comincia a rinnovare il mondo: qui diventano uguali e fratelli «latini» e «barbari», ex pagani ed ex ariani, antichi schiavi ed ex padroni di schiavi. Ora tutti sono una cosa sola, stessa legge, stessi diritti, stesso rispetto. Qui finisce l’antichità, per mano di Benedetto. Il suo monachesimo non fugge il mondo. Serve Dio ed il mondo, nella preghiera e nel lavoro” (D. Agasso). Con Benedetto finiva il concetto di monachesimo-rifugio e incominciava quello di monachesimo-azione. Vivere per Dio nella contemplazione certo, ma anche nell’azione.
C’è inoltre un altro aspetto importante che qualifica la trasformazione del monachesimo: il principio di autorità, rappresentato dall’abate. Ci deve essere, perché il monastero e i suoi abitanti non possono vivere in anarchia, anche se santa. Ma questa autorità deve essere accompagnata dalla fraternità e dalla dolcezza, virtù che renderanno l’obbedienza più leggera e lieta. Benedetto non ipotizza certo un abate dittatore. La virtù che dovrà distinguerlo sempre sarà la discrezione, senza voler fare subito dei monaci degli eroi.
Morto Benedetto, il suo monachesimo profondamente riformato andò avanti. La Regola da lui dettata non rimarrà un fenomeno solo italiano, ma sarà esportata in tutta Europa, perché si adattava a tutti. Sarà lo stesso Carlo Magno ad appoggiarla. E dopo di lui Ludovico il Pio incaricò Benedetto di Aniane (750-821) di uniformare alla regola benedettina tutti i monasteri dell’Europa. Per cui essere monaco equivaleva allora ad essere benedettino.
Furono inoltre numerosissimi i nuovi ordini religiosi, maschili e femminili, che sorsero in seguito e che si ispirarono alla Regola di San Benedetto. E così le intuizioni di Benedetto poterono plasmare migliaia di monaci in tutto il continente, il cui impatto sulle popolazioni e sul clero di allora e dei secoli successivi fu enorme. Per questo non ci meravigliamo che Paolo VI lo abbia proclamato Patrono d’Europa.

MARIO SCUDU SDB ***

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