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SAN PAOLO, SAN BONAVENTURA E JOSEPH RATZINGER

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SAN PAOLO, SAN BONAVENTURA E JOSEPH RATZINGER

25 GIUGNO 2009

DI PIETRO MESSA, OFM*

ROMA, giovedì, 25 giugno 2009 (ZENIT.org).- Nel Prologo dell’Itinerarium mentis in Deum, dopo aver innalzato la preghiera all’eterno Padre della luce affinché ci illumini sulla via della pace, Bonaventura prosegue: «Poiché dunque, seguendo l’esempio del beatissimo padre Francesco, questa pace cercavo con spirito ardente, io peccatore che, benché indegno, sono il settimo suo successore nel governo dell’Ordine, accadde che trentatrè anni dopo la sua morte, mi recai per volere divino sul monte della Verna, come a un quieto rifugio ove cercare la pace dello spirito; e là, mentre meditavo sulle possibilità dell’anima di ascendere a Dio, mi si presentò, tra l’altro, quell’evento mirabile occorso in quel luogo al beato Francesco, cioè alla visione del Serafino alato in forma di Crocifisso. E su ciò stavo meditando, subito mi avvidi che tale visione mi offriva l’estasi contemplativa del medesimo padre Francesco e insieme la via che ad essa conduce».
Certamente i numeri indicati sono in contemporanea dati storici, ma anche dal forte significato teologico; considerando che san Francesco è morto nel 1226 e che Bonaventura sale a la Verna trentatrè anni dopo, si deduce che egli ha scritto l’Itinerarium mentis in Deum nel 1259, ossia due anni dopo la sua elezione a ministro generale ad opera del capitolo di Roma del 1257. Quindi quest’anno ci troviamo nel 750 anniversario della composizione di tale testo. Proprio per tale motivo è stato organizzato un incontro, distinto in due sessioni (Santuario La Verna il 26 settembre e Antonianum di Roma il 27 ottobre 2009), su come quest’opera bonaventuriana è stata recepita da alcuni teologi e filosofi del secolo XX in modo da cogliere la posterità del pensiero di Bonaventura nel secolo che ci ha preceduto. Dei teologi che saranno presi in considerazione certamente quello che desta più interesse è Joseph Ratzinger, sia perché oggi, divenuto papa Benedetto XVI, la comprensione dei suoi studi su Bonaventura è essenziale per comprendere il suo pensiero, ma anche perchè egli ha approfondito la teologia della storia bonaventuriana, un sistema complesso che ha visto la convergenza di più correnti di pensiero, tra cui quella gioacchimita, non sempre facile da decifrare. Joseph Ratzinger nel suo studio sulla teologia della storia in san Bonaventura fa riferimento soprattutto alle Collationes in Hexaëmeron, abbondantemente citate. Tuttavia vi sono rimandi anche ad altre opere bonaventuriane, tra cui anche all’Itinerarium mentis in Deum.
Così, nel capitolo secondo, dedicato a descrivere “Il contenuto della speranza di salvezza in Bonaventura” indica pax e revelatio come i beni salvifici del tempo ultimo. Dopo aver affermato che «il vero contenuto di questo tempo di salvezza viene riassunto nella parola “pace”» egli cerca le fonti di questa convinzione bonaventuriana e tra le altre indica «la posizione dominante che lo stesso Francesco aveva riservato nel suo ordine al saluto e al messaggio di pace». In nota Ratzinger ricorda che «Bonaventura pone un particolare accento su questo tratto fondamentale del messaggio di Francesco» nell’Itinerarium mentis in Deum, riportando un brano del Prologo: «pace che predicò e donò Cristo nostro Signore, di cui fu apostolo il nostro padre Francesco, che l’annunziava al principio e alla fine di ogni discorso, l’augurava in ogni saluto, e in ogni contemplazione sospirava alla pace dell’estasi, quasi concittadino della Gerusalemme perfetta. Di questa pace parla quell’uomo pacifico che si conservava in pace anche con quanti la pace odiavano. Chiedete quanto arreca pace a Gerusalemme. Egli ben sapeva che il trono di Salomone è fondato sulla pace, come è scritto: La sua sede è nella pace, e in Sion è la sua dimora».
Sempre nel capitolo, Ratzinger evidenzia la presenza della teologia di Dionigi l’Areopagita nelle opere bonaventuriane, facendo notare come «la teologia dionisiana di Bonaventura culmini sempre più nel concetto di rivelazione, con il quale originariamente non ha nulla a che fare, che contribuisce infine a crearne l’impronta essenziale». Infatti «per il Dottore Serafico erano sempre esistiti motivi sufficienti per aderire ad una dottrina che, quale sommo vertice dello slancio creaturale verso Dio, insegnasse un contatto con questo Dio in modo completamente non cognitivo e superintellettuale». Continuando afferma: «A questo si aggiunge ancora un altro processo che assicura a quello appena descritto la sua piena portata: dapprima nell’Itinerarium mentis in Deum e poi ancora con nuova enfasi nell’Hexaëmeron questo contatto mistico viene indicato come “rivelazione”». Il rimando in nota è al capitolo conclusivo dell’Itinerarium mentis in Deum: «In questa ascesa, perché sia perfetta, è necessario che si abbandonino tutte le operazioni dell’intelletto, e che l’apice dell’affetto sia segretissimo, che non lo può conoscere chi non lo sperimenta, e non lo riceve se non chi lo desidera, né lo desidera se non colui che il fuoco dello Spirito Santo, che Cristo mandò sulla terra, profondamente infiamma. Per questo l’Apostolo dice che questa sapienza mistica è stata rivelata per mezzo dello Spirito Santo». Bonaventura conclude questo brano rinviando a quanto affermato da san Paolo in 1Cor 2,10ss.
Nel paragrafo conclusivo del capitolo secondo, Ratzinger illustra «la sintesi decisiva a partire dalla quale si costruisce la speranza escatologica della rivelazione in Bonaventura e il concetto di rivelazione che ne costituisce la base». Prima di tutto mostra come Bonaventura ha trasformato in senso storico la concezione cosmica delle gerarchie di Dionigi; successivamente ha mostrato che a questo sviluppo storico-gerarchico «corrisponde anche uno sviluppo della conoscenza di fede fino alla forma suprema di un contatto con Dio super-intellettuale e affettivo-mistico». Secondo Ratzinger «il concetto che sostiene e fonda questa sintesi complessa mi pare essere quello dei Serafini. La visione di San Francesco, al quale Cristo crocifisso apparve nella figura di un Serafino, non ha più abbandonato san Bonaventura dopo il suo ritiro sul monte della Verna. Allo spirito del teologo in meditazione doveva infatti apparire indubitabile che in questa visione si annunciasse l’essenza dell’esperienza piena di mistero: il modo di cogliere Dio si è qui realizzato al supremo livello dell’amore, al livello dei Serafini. Come le stigmate, dunque, attestavano l’identità del Poverello quale “angelus cum signo Dei vivi”, allo stesso modo l’apparizione del Signore nella figura del Serafino, indicava la collocazione gerarchica di Francesco e la sua ora storica; egli doveva coseguentemente appartenere alla Chiesa serafica del tempo ultimo. Nella strana duplice figura di quella visione si cela dunque già la sintesi comprendente il pensiero delle gerarchie, la mistica e la storia, con cui Bonaventura tentava di dominare l’eredità teologica e religiosa del suo tempo».
Nel momento che Ratzinger accenna al ritiro di Bonaventura a la Verna, rimanda in nota al Prologo dell’Itinerarium mentis in Deum. Continuando Bonaventura spiega il perché del forte significato simbolico del Serafino apparso a san Francesco: «Le sei ali del Serafino, infatti, possono ben simboleggiare i sei gradi dell’illuminazione, attraverso i quali l’anima, come per gradini o vie, si dispone a salire al godimento della pace nei rapimenti estatici della sapienza cristiana. Per questa via non si va se non sospinti dall’ardentissimo amore del crocifisso che rapì Paolo al terzo cielo, trasformandolo al punto che esclamò: Con Cristo sono confitto in croce. Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. Questo amore assorbì la mente di Francesco al punto che ciò che era nella mente si manifestò nella carne, portando per due anni impresse nel corpo, fino alla morte, le sacre stimmate della Passione. Dunque, la visione delle sei ali del Serafino suggerisce le sei illuminazioni ascendenti, che partono dalle creature e conducono fino a Dio, nel quale nessuno penetra rettamente se non tramite il Crocifisso».
Come si vede il rimando è a san Paolo, rapito fino al terzo cielo, e trasformato in Cristo, come dice sempre l’Apostolo in un testo che può essere definito come il più grande della mistica cristiana: Christo confixus sum cruci, iam non ego; vivit vero in me Christus. Lo stesso passo paolino Bonaventura lo usa all’inizio del capitolo XIV della Vita beati Francisci in cui narra la morte del santo: «Francesco, ormai confitto nella carne e nello spirito con Cristo alla Croce, non solo ardeva di amore serafico verso Dio, ma era anche assetato, con Cristo crocifisso, della salvezza degli uomini». Tuttavia Bonaventura non è il primo ad applicare Gal 2,19-20 a san Francesco; infatti egli si pone in quella che ormai era diventato un patrimonio dell’agiografia francescana diffusa anche mediante l’iconografia francescana.
Ratzinger nel Prologo dell’Itinerarium si sofferma soltanto sulla figura del Serafino alato in forma di Crocifisso e la sua importanza nel pensiero bonaventuriano, ma tale brano è pienamente comprensibile soltanto se si completa con quello successivo in cui il riferimento è proprio Paolo apostolo. Infatti nella spiegazione dell’evento della Verna, Bonaventura non solo attinge abbondantemente dagli scritti paolini, ma l’esperienza stessa di san Paolo rapito al terzo cielo è presa come riferimento per comprendere ciò che avvenne a san Francesco quando gli apparve il serafino.
Sarà a conclusione dei Miracoli, posti al termine della Vita beati Francisci, che Bonaventura sintetizzerà la sua lettura teologica della vita del Santo d’Assisi con un intreccio di citazioni bibliche – soprattutto paoline – in cui l’Itinerarium mentis in Deum, denominato anche Speculatio pauperis in deserto, fa come da sfondo: «Indubbiamente, questo mistero grande e mirabile della croce, nel quale sono nascosti così profondamente da risultare nascosti ai sapienti e ai prudenti di questo mondo i carismi della grazia, i meriti delle virtù, i tesori della sapienza e della conoscenza, fu svelato in tutta la sua pienezza a questo piccolino di Cristo, tanto tutta la sua vita non fu che seguire sempre e solo le vestigia della croce, gustarne la dolcezza, predicarne la gloria. Perciò egli ha potuto dire veramente con l’Apostolo, all’inizio della sua conversione: “Quanto a me invece non vi sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo”. Con non minor verità ha potuto ripetere, nello svolgimento della sua vita: “E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia”. E con pienezza di verità, nel compimento della sua vita terrena, ha potuto soggiungere: “Io porto le stigmate del Signore Gesù nel mio corpo!”. Ma noi desideriamo sentire ogni giorno da lui anche queste parole: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia col vostro spirito, fratelli. Amen”. Gloriati, dunque, ormai sicuro, nella gloria della croce, o glorioso alfiere di Cristo; tu che, cominciando dalla croce, sei progredito seguendo la regola della croce e nella croce hai portato a compimento la tua opera. Gloriati, dunque ora che prendendo a testimonio la croce, manifesti a tutti i fedeli quanto è grande la tua gloria nel cielo. Ormai ti seguano sicuri coloro che escono dall’Egitto: la forza del legno della croce di Cristo farà dividere davanti a loro il mare ed essi passeranno il deserto, e traghettato il Giordano di questa vita mortale e, sorretti dalla meravigliosa potenza della croce, entreranno nella terra promessa dei viventi. Che qui ci introduca il vero condottiero e salvatore dei popoli, Gesù Cristo crocifisso, per i meriti del suo servo Francesco, a lode e gloria di Dio uno e trino; che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen».

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*Padre Pietro Messa è Preside della Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani della Pontificia Università Antonianum di Roma

S. BEDA VENERABILE (672-735) – 25 MAGGIO

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S. BEDA VENERABILE (672-735) – 25 MAGGIO

Argomento: Vite di Santi, Beati, Venerabili…
Trascorse tutta la sua vita nel monastero di Jarrow in Inghilterra, dedicandosi solo alla preghiera, allo studio e all’insegnamento. Della sua vasta produzione letteraria restano opere esegetiche, ascetiche, scientifiche e storiche. Tra queste c’è l’Historia Ecclesiastica Gentis Anglorum, un’opera letteraria universalmente riconosciuta da cui emerge la Romanità (o meglio l’universalità) della Chiesa.

Questo « padre dell’erudizione inglese » (Burke) è nato a Jarrow, nel Northumberland, sulle terre dell’abbazia di Wearmouth, fondata nel 674 da S. Benedetto Biscop OSB. Rimasto orfano, a sette anni fu affidato dai parenti al suddetto sapiente abate il quale, tre anni dopo, lo commise al suo coadiutore S. Ceolfrido (+716) che con qualche religioso andava a fondare il monastero di Jarrow all’imboccatura del Tyne. Fu là che Beda si iniziò alla vita benedettina, fu là che a diciannove anni ricevette il diaconato e a trenta il sacerdozio dalle mani di S. Giovanni di Beverley OSB., vescovo di Hexham. In seguito non ebbe mai altra dignità.
Beda trascorse tutta la sua vita a Jarrow, non lasciandolo che per visitare Lindisfarne e York. Lo afferma egli stesso nella sua opera principale in cinque libri intitolata Storia Ecclesiastica degli Angeli: « In questo monastero ho passato tutta la mia vita, consacrandomi interamente alla meditazione delle Scritture, e tra l’osservanza della disciplina regolare e la cura quotidiana di cantare l’ufficio in chiesa, ebbi sempre carissimo lo studio, l’insegnare, lo scrivere » (Ivi, 5, 24). Monaco pacifico e metodico, si era proposto come fine di raccogliere dai suoi predecessori tutte le conoscenze, umane o divine, che potevano essere utili a coloro che doveva istruire con la parola o con la penna. Il suo ideale e la sua fede sono espressi nella preghiera che conclude l’opera citata: « Vi supplico, o dolce Gesù, che come mi avete graziosamente accordato di bere con delizia le parole della vostra sapienza, mi concediate pure, nella vostra misericordia, di giungere un giorno a Voi, sorgente di ogni scienza e di comparire per sempre dinanzi al vostro cospetto ».
Con questo ideale avente per scopo di fondere insieme la scienza e la pietà, Beda rafforzò in Inghilterra la tradizione di Aurelio Cassiodoro (+583) che a Vivarium, presso Squillace in Calabria, aveva insegnato ai suo monaci a valorizzare la scienza del passato e a trasmetterla alle generazioni future. Quando egli apparve, gli anglo-sassoni terminavano di entrare in seno alla Chiesa. L’opera missionaria iniziata nel 597 da S. Agostino di Canterbury era stata vigorosamente sviluppata dai monaci S. Teodoro e S. Adriano, che papa S. Vitaliano (+672) aveva inviato ai britannici affinchè li ammaestrassero nel greco e nel latino, nella rettorica, l’astronomia, la matematica e la musica. Beda fu il principale assimilatore e dispensatore di quella cultura, messa da lui soprattutto a servizio della S. Scrittura.
Insieme con S. Isidoro di Siviglia egli è la maggior figura di erudito dell’alto medioevo, e divenne uno dei padri di tutta la cultura posteriore. Conosceva oltre l’anglosassone, il greco e il latino, anche un po’ di ebraico. Aveva familiari i poeti cristiani, ma non gli erano sconosciuti Aristotele e Ippocrate e soprattutto i classici romani le cui opere riteneva praticamente utili per coloro che devono studiare materie sacre.
S. Beda studiò specialmente di continuo i Padri e gli scrittori ecclesiastici raccogliendo, fin da giovane, larghissima copia di estratti dalle loro opere. Le sue trattazioni sacre sono quasi totalmente composte con questi materiali. Parte per gusto personale, parte per i bisogni della scuola e l’indole dei tempi, egli fu un temperamento enciclopedico e quindi un poligrafo. Si può dire che possedeva tutte le scienze coltivate ai suoi tempi e in grado tale da esserne considerato maestro eccezionale. Lo studio gli fu agevolato dai numerosi e preziosi manoscritti che i suoi abati gli portavano dai loro frequenti viaggi sul continente e a Roma: di essi si fece egli stesso copista, collatore e correttore.
L’insegnamento, la fama della dottrina e degli scritti gli procurarono molte illustri amicizie, come quella dei discepoli e poi abati del suo monastero, Vetberto e S.Cuthberto, Notelmo, arcivescovo di Canterbury, S. Acca vescovo di Hexham, i quali lo spronavano a comporre molte opere fornendogli magari il materiale storico e che furono poi ad essi dedicate. Fu pure in intima relazione con Ceovulfo, re della Northumbria, Albino, primo abate anglosassone del monastero di S. Agostino di Canterbury, Egberto, arcivescovo di York e maestro di Alcuino, il grande artefice della « rinascita carolingia ». Nel 734 Beda era andato a far visita a quel suo antico scolaro, ma ne era ritornato colpito da una malattia da cui non si riprese più. A letto continuò a dettare brani scelti delle opere di S. Isidoro per uso dei suoi confratelli e la versione anglosassone del Vangelo di S. Giovanni.
Secondo il suo discepolo, S. Cuthberto, malgrado la crescente debolezza, continuava a passare senza interruzione dalla preghiera liturgica allo studio e viceversa. Morì il 25-5-735 in concetto di santità mentre, inginocchiato sul pavimento della cella, cantava il Gloria Patri. Il concilio di Aquisgrana dell’836 lo chiamò « venerabile e ammirabile dottore dei tempi moderni » e Leone XIII il 13-11-1899 gli decretò il titolo di Dottore della Chiesa Universale. Le sue reliquie, trasportare a Durham accanto a quelle di S. Cuthberto, furono profanate sotto Enrico VIII. Rapito dalla sua figura di monaco umile e discreto « dall’anima di cristallo », il Newmann disse di lui: « Beda è il tipo del benedettino, come S. Tommaso è il tipo del domenicano ». Dante lo ha posto tra i saggi del cielo del sole (Par. 10, 131).
Beda fu maestro di monaci, teologo e predicatore di professione, ma si preoccupò pure di tutte le scienze del tempo non esclusa la versificazione.
Per questo Manitius Max (+1933), filologo e storico tedesco, lo definì  » il più grande erudito del medioevo » e Martino Grabmann (+1949), studioso di teologia medioevale, « il primo teologo a carattere scientifico del medioevo, aperto anche alle scienze profane, che ha esercitato il suo influsso sulla teologia e storiografia della sua epoca. Lasciò numerosissime opere. La più importante è la Storia Ecclesiastica degli Angli, di cui narra le gesta fino al 731 prendendo per primo, come punto di riferimento, l’anno dell’Incarnazione del Signore.
Lasciò circa 60 libri di commento a quasi tutta la Bibbia seguendo le orme dei dottori latini. Fu il primo a proporre la teoria del senso storico, morale, allegorico e mistico della Scrittura, divenuta poi familiare agli scolastici. Notevole è pure il De ratione temporum contenente la continuazione, fino al 1063, dei calcoli del ciclo pasquale iniziati da Dionigi il Piccolo; tale calendario fece testo in tutta l’Europa. Opere teologiche in senso proprio non ne compose. L’aliquot quaestionum liber però lo colloca tra i precursori della Scolastica.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 5, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 295-297

14 MAGGIO: SAN MATTIA APOSTOLO

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14 MAGGIO: SAN MATTIA APOSTOLO

Mattia è l’apostolo associato agli undici dopo la Pasqua, in sostituzione di Giuda, che aveva tradito Gesù. Della sua scelta, avvenuta a sorte tra lui e Giuseppe detto Barsabba, soprannominato Giusto, si legge negli Atti degli Apostoli (At 1, 15-26). Era di origine giudaica e aveva seguito Gesù fin dall’inizio della sua predicazione: probabilmente era uno dei settantadue discepoli di cui si parla nel Vangelo di Luca (Lc 10, 1), come pensa Eusebio di Cesarea: «Si racconta anche che Mattia, che fu aggregato al gruppo degli apostoli al posto di Giuda, e anche il suo compagno che ebbe l’onore di simile candidatura, furono giudicati degni della stessa scelta fra i settanta» (Storia ecclesiastica, I, 12, 3).
Della sua vita, a parte l’episodio riportato dagli Atti degli Apostoli, nulla di certo si conosce. Una tradizione, riportata da Clemente Alessandrino che cita Eracleone, lo fa morire di morte naturale; una seconda (Niceforo Callisto) lo dice martire (crocifisso) e sepolto in Etiopia: ma la regione così denominata sarebbe in realtà il Ponto Eusino, dove si sarebbe recato dopo un primo periodo di predicazione in Giudea; una terza invece (Breviario Romano, Martirologio di Floro) ne afferma il martirio, dopo la predicazione in Macedonia e poi in Palestina, proprio in quest’ultima regione in quanto nemico della legge mosaica, lapidato da ebrei e finito da un soldato romano che gli avrebbe tagliato la testa con un colpo di scure, strumento che appare spesso nelle raffigurazioni dell’apostolo, soprattutto nella Chiesa d’Oriente.
Una tarda tradizione vuole che il corpo di Mattia sia stato ritrovato nel 325 da Elena, madre di Costantino, a Gerusalemme, e di lì trasportato a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dove fonti medievali e rinascimentali (la Leggenda Aurea di Iacopo da Varagine, e Onofrio Panvinio) lo danno presente nell’urna di porfido sotto l’altare maggiore, insieme alle reliquie di san Girolamo; mentre la testa, separata, era custodita in un reliquiario. Anche gli Annali di Treviri (Trier in Germania) dell’anno 754 (ma la loro redazione è di molto più tarda) conoscono la sepoltura di Mattia a Gerusalemme; e proprio a Treviri un’aggiunta posteriore agli Atti apocrifi di Mattia fa giungere il corpo dell’apostolo direttamente da Gerusalemme. Una terza tradizione cerca di conciliare le prime due, parlando di una traslazione da Gerusalemme a Treviri con tappa a Roma. A Treviri il corpo di Mattia venne ritrovato nel 1127 durante la ricostruzione della Basilica (ora a lui intitolata) collegata all’adiacente convento benedettino, e lì, nel mezzo della navata centrale, tuttora si mostra il suo sepolcro, nel luogo dove allora fu collocato. Altre reliquie che una tradizione medievale attribuisce all’apostolo sono infine conservate nella Basilica di Santa Giustina a Padova, ma recentissime indagini scientifiche sembrano escludere tale attribuzione.

Publié dans:SANTI, SANTI APOSTOLI |on 14 mai, 2015 |Pas de commentaires »

L’APOSTOLO PAOLO E SANTA CATERINA (festa oggi 29 aprile)

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L’APOSTOLO PAOLO E SANTA CATERINA (festa oggi 29 aprile)

(da. Il Ponte, sett-ott.2008)

Il Santo Padre Benedetto XVI, il 28 giugno scorso, a San Paolo fuori le mura a Roma, con una toccante cerimonia ha inaugurato solennemente » l’anno paolino « . Alla cerimonia, hanno partecipato il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo l° e un rappresentante dell’arcive­scovo di Canterbury.
Conoscere e far conoscere sempre più San Paolo e aprirsi sul suo esempio, alla dimensione ecu­menica. (..) “ Paolo servo di Cristo Gesù ,Apostolo per vocazione. Così Paolo inizia la lettera indirizzata a quanti sono in Roma.
« lo Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo ». Così Caterina si presenta nelle sue epistole. (..)
Ma adesso diamo uno sguardo sul rapporto tra Caterina da Siena e l’Apostolo delle genti.
Una sera del 1353 Caterina da Siena, tornando a casa col fratellino Stefano, dopo aver fatto una visita alla visita alla torre di Sant’Ansano verso Fonte Branda, ebbe una dolcis­sima visione che la segnerà per tutta la vita. Di colpo vide la monumentale Chiesa di San Dome­nico avvolta da un serafico tramonto e su, su, in alto in una luce purissima Gesù, maestoso sedu­to in trono. Vestiva abiti pontificali, in testa poggiava un’ aurea tiara, e ai suoi lati si trovavano Pietro, Paolo e Giovanni. Giovanni.
Gesù la guardava e le sorrideva. Caterina era afferrata dal suo dolce sguardo e Gesù compiaciuto, la benediceva in un incendio d’amore infinito. Caterina non aveva che sei anni. La visione di Cristo coi paramenti pontificali le dice lo stretto rapporto col suo vicario, Pietro infatti è colui che lo rappresenta qui, sulla terra. Pertanto, per lei il Papa sarà il dolce Cristo in terra. San Gio­vanni il Teologo dell’amore, l’aiuterà a penetrare il mistero di Dio – amore e l’impegno costante della carità. Paolo, l’apostolo delle genti, il grande San Paolo il Dottore, sarà il suo Maestro e sarà amato dalla nostra santa in modo singolare per via che è stato crocifisso con Cristo. Paolo le diverrà tanto familiare da meritarsi il termine confidenziale di  » Paoluccio « . La nostra Santa il 25 gennaio del 1377 durante la Messa della festa della conversione di San Paolo, in estasi pro­nunciò una bellissima preghiera, della cui trascrizione siamo debitori al Beato Raimondo da Capua.
 » Tu, o Paolo ottimo, ( … ) da poi che per esso Verbo sei stato convertito dall’ errore alla verità e dopo che hai ricevuto il dono di essere rapito dove vedesti la divina Essenza in tre Persone, spogliato di quella visione, ritornando al corpo ovvero ai sensi, rimanesti vestito solo della visio­ne del verbo incarnato. Nella quale, considerando con attenzione che lo stesso Verbo incarnato sostenendo continue pene ha operato cl’ onore del Padre e la salute nostra, tu per questo sei fatto sitibondo e desideroso di sostenere p~ne acciò che, dimentico di tutte quante le altre cose, cpn­fessassi di non sapere altro che Iesu Cristo, e questo crocifisso. ( Orazione XXIII)
Struggente e determinata come sempre, nell’0razione VIII, invoca la luce che salva a Dio, cui sono proprie misericordia e pietà, dicendo “Tu ci desti al tempo del bisogno la luce degli apo­stoli: ora in questo tempo che maggiormente aviamo bisogno del lume risuscita un Paulo che illumini tutto el mondo ». Questo ci dice ulteriormente, l’amore, l’ammirazione e la devozione che la senese nutriva verso San Paolo.
San Giovanni Crisostomo definì San Paolo  » Voce di Dio », « Gran vascello dello Spirito Santo « , lo definì invece, Dante Alighieli. Sant’Agostino lo presentò come: » Vaso d’elezione e Maestro del mondo » mentre Santa Caterina lo chiama » Paolo ottimo « . Ma cerchiamo ancora negli scritti della nostra Mistica.
La lettera 226 indirizzata al Beato Raimondo da Capua per spronarlo ulteriormente verso l’ a­more di Dio e del prossimo, esprime tutta l’ammirazione versata in lirica nei confronti dell’ Apostolo « Così fece il dolce banditore di Paolo, che si vestì di Cristo crocifisso, e spogliato fu del diletto della divina essenza. Vestesi di Cristo uomo, cioè delle pene, obbrobri di Cristo crocifisso; e in altro modo non si vuole dilettare; anzi dice:  » lo fuggo di gloriarmi se non nella Croce di Cristo crocifisso ». E tanto gli piacque che, come disse una volta esso Apostolo a una serva sua: « Dolce figliola mia, tanto me l’ho stretto ‘l detto piacere col legame dell’affetto e dell’amore, che mai da me non si partì, né punto allentò, se non quando mi fu tolta la vita ». ( … ) Ed è fatto vasello di dilezione; pieno di fuoco, a portare, e a predicare la parola di Dio. Adunque non più negligenza, né dormire nell’ignoranzia, ma con acceso e ardito cuore distendere i dolci e amoro­si desideri ad andare a dare l’onore a Dio e la fadiga al prossimo; non partendovi mai dall’obiet­to nostro, Cristo crocifisso.
Chiunque si accosti agli scritti della nostra Mistica,anche semplicemente sfogliando il Dialogo, si accorge come a partire dal capitolo tre, citi l’Apostolo, per evidenziare in modo eloquente, la centralità di Cristo Crocifisso nella sua dottrina. Il Papa Benedetto XIV elevò tali lodi della mirabile dottrina di Caterina, ricca di sapienza, da fargli dire che, a somiglianza di San Paolo, tale dottrina è « accesa del fuoco della carità « . (Cfr. S. Caterina nei documenti papali P.Alfredo Scarciglia). A Benedetto XIV, nel 1995, fa eco Giovanni Paolo II, quando nella Lettera Aposto­lica, all’ Arcivescovo di Siena dice: « Infiammata dallo stesso ardore di San Paolo, Caterina non sa che predicare Cristo e Cristo crocifisso, nel cui sangue si sente a lui sposa e nel cui sangue scrive, da madre e sorella, il suo epistolario « Per Caterina il Cristo Crocifisso stà in su la croce beato e doloroso, perché è amante dell’umanità ed è il redentore nostro. Per Caterina il Cristo Crocifisso è altresì l’Agnello svenato e consumato d’amore, ed è dato a noi in cibo nell’Eucari­stia. Anche nelle sue lettere mette bene in evidenza la centralità di Cristo Crocifisso tant’ è, che le sue lettere iniziano » nel nome di Cristo Crocifisso » e terminano nel nome di Gesù dolce, Ge­sù amore.
È fuor d’ogni dubbio, che Caterina ami d’amore singolare  » l’ottimo Paolo » soprattutto per la sua scelta preferenziale che è quella di amare Cristo Crocifisso, che è scelta di sofferenza per amore, fino a con­fonnarsi a Lui. « Sono stato croci­fisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. (Galati 2,19 -20)
(P.Alfredo Scarciglia o.p.)

MAGISTERO, LITURGIA, CULTO POPOLARE: VIAGGIO NELLA DEVOZIONE A SAN GIUSEPPE

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MAGISTERO, LITURGIA, CULTO POPOLARE: VIAGGIO NELLA DEVOZIONE A SAN GIUSEPPE

La Chiesa ha sempre riconosciuto al padre putativo di Gesù un posto d’onore tra i discepoli di Dio, come testimoniano i documenti magisteriali, la Liturgia e le reliquie

Roma, 19 Marzo 2014 (Zenit.org) Federico Cenci

Nel corso dei secoli la Chiesa si è sempre prodigata per sottolineare il valore della testimonianza dei discepoli del Signore. La diffusa devozione popolare di cui gode, dimostra come una speciale menzione in questo senso sia stata riservata a San Giuseppe, la cui memoria cade non a caso in un tempo di intensa preghiera qual è la Quaresima.
L’otto dicembre 1870, nel giorno “sacro all’Immacolata Vergine Madre di Dio e Sposa del castissimo Giuseppe” e – detto senza infingimenti – in un anno “di tempi tristissimi (per) la stessa Chiesa, da ogni parte attaccata da nemici”, Pio IX proclamò San Giuseppe patrono della Chiesa universale. Quel santo che lo stesso Pontefice definì “il più grande santo e il più potente intercessore che abbiamo in cielo, dopo la Vergine Maria”.
Chiunque si sia seduto sulla Cattedra di Pietro dopo Mastai Ferretti ribadì l’importanza di quello che Pio XII, proclamandolo Patrono degli operai e degli artigiani, chiama “l’umile artigiano di Nazareth”, il quale “non solo impersona presso Dio e la Santa Chiesa la dignità del lavoratore del braccio, ma è anche sempre il provvido custode vostro e delle vostre famiglie”.
Prima di lui Benedetto XV, con il Motu Proprio ‘Bonum sane’, nel 1920, esaltò l’efficacia della devozione a San Giuseppe come rimedio ai problemi del dopoguerra. Decenni più tardi, Giovanni XXIII inserì San Giuseppe nel Canone Romano e gli affidò il Concilio Vaticano II. Giovanni Paolo II ha dedicato a San Giuseppe l’Esortazione apostolica Redemptoris Custos (15 agosto 1989), emanata proprio un secolo dopo l’enciclica di Papa Leone XIII, sempre dedicata a San Giuseppe, Quamquam Pluries (15 agosto 1889).
Benedetto XVI, battezzato nel nome di Giuseppe, ha testimoniato attraverso profonde meditazioni come la figura di questo santo abbia accompagnato gli anni del suo pontificato. Durante l’omelia pronunciata il 19 marzo 2009, memoria liturgica di San Giuseppe, l’attuale Papa emerito disse: “Giuseppe è, nella storia, l’uomo che ha dato a Dio la più grande prova di fiducia, anche davanti ad un annuncio così stupefacente”.
Quel riconoscimento di straordinario coraggio e totale dedizione che Benedetto XVI assegnava a San Giuseppe, è stato raccolto nel maggio scorso da papa Francesco. La Congregazione per il culto divino ha, infatti, pubblicato un decreto che dispone che San Giuseppe venga menzionato accanto alla Madonna anche nelle preghiere II, III e IV del Canone Romano.
Padre Tarcisio Stramare, sacerdote degli Oblati di San Giuseppe nonché direttore del Movimento Giuseppino a Roma, istituto che studia e medita la figura salvifica di San Giuseppe, accolse questa decisione come un “atto dovuto”, aggiungendo – nel corso di un’intervista a ZENIT – che “papa Francesco abbia voluto porre fine a un’attesa che si protraeva ormai da oltre 50 anni”.
Attesa che dà la misura di quanto il popolo cristiano sia saldamente legato alla figura di San Giuseppe. Se la Liturgia e i documenti del Magistero ne onorano la memoria, non di meno avviene a livello di cultura popolare. E il culto delle sue reliquie, enormemente diffuso in Italia e in Europa, lo testimonia.
Frammenti di oggetti da associare a San Giuseppe sono presenti un po’ ovunque. L’anello nuziale che Egli mise al dito anulare di Maria sua sposa è gelosamente conservato nella Cappella di San Giuseppe dedicata al Santo Anello, all’interno del Duomo di Perugia. L’oggetto si trova nella città umbra dal 1473, ma già dal XI secolo si trovava a Chiusi proveniente da Gerusalemme. Secondo la tradizione, la Vergine lo avrebbe consegnato all’apostolo Giovanni prima di morire. E poi, non si sa come, l’anello finì nelle mani di un commerciante che lo vendette a un orafo di Chiusi.
Anche la Cattedrale di Notre Dame, a Parigi, può vantare non uno ma due anelli, quelli di San Giuseppe e di Maria. Si tratterebbe, in questo caso, degli anelli di fidanzamento. Sempre a Parigi, ma nella chiesa dei Foglianti, ci sarebbe poi un frammento della sua cintura, portata in Francia dalla Terra Santa nel 1254 da Jean de Joinville, biografo della Vita di San Luigi. Ad Aquisgrana, entro i confini tedeschi, tra le principali reliquie del tesoro di Carlo Magno sono presenti le fasce che avrebbero avvolto Gesù Bambino, ricavate, data la situazione di estrema necessità, dai calzettoni o bende di San Giuseppe.
Travalicate le Alpi, giunti in Italia, si assiste a un proliferare di reliquie di San Giuseppe. Nel Sacro Eremo di Camaldoli, in Toscana, si conserva all’interno di una teca d’oro a forma di mazza, un frammento del bastone del santo. Sino al 1935 la reliquia si trovava a Firenze, sempre in possesso dei frati camaldolesi. L’uso continuo della reliquia per assistere i malati diffuse talmente il culto del santo da indurre Cosimo III, Granduca di Toscana, a patrocinare la proclamazione di san Giuseppe compatrono di Firenze (1719). Ma i frammenti del bastone sono segnalati anche altrove: a Chambéry, Beauvais, Rabat (a Malta), san Martino al Cimino (vicino Viterbo) e in varie chiese di Roma.
Sempre a Roma, nella chiesa di Sant’Anastasia, si conserva un grande pezzo di mantello attribuito a San Giuseppe. Un documento attesta la visita di detta reliquia il 27 marzo 1628. Particelle del mantello di san Giuseppe sono conservate poi in altre chiese di Roma, ad esempio a San Giovanni in Laterano. Frammenti della tomba di San Giuseppe sono invece segnalati nella chiesa romana di Santa Maria in Campitelli.

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4. SAN GIUSEPPE NELLA INTERPRETAZIONE PATRISTICA DEI PRIMI SECOLI

http://www.preghiereagesuemaria.it/santiebeati/san%20giuseppe%20mio%20grande%20ptotettore.htm

(questa presentazione di San Giiuseppe è molto lunga, ne ho scelta un parte)

4. SAN GIUSEPPE NELLA INTERPRETAZIONE PATRISTICA DEI PRIMI SECOLI

Nel primo millennio non si può ancora parlare di una vera josefologia. Giuseppe viene nominato nella storia della salvezza e considerato come padre legale di Gesù e come « uomo giusto », che ha una particolare posizione nella vita del Figlio primogenito di Maria.
I primi grandi teologi della Chiesa sentono soprat­tutto il bisogno di liberare i fedeli dalle opinioni errate degli eretici precedenti. Per annullare certe idee fan­tastiche, senza distruggere un’iniziata devozione vo­gliono presentare la figura di Giuseppe nella chiara luce dei testi evangelici. Per questo, il loro scopo prin­cipale consiste nell’arrivare a un accurato esame della genealogia del Figlio di Dio, del matrimonio di Giu­seppe e Maria e della costituzione della Sacra Fami­glia. Sono i tre eventi essenziali che rappresentano l’impianto del piano della salvezza di Dio, nel quale Giuseppe ha il suo ruolo e anche la sua missione di partecipare ad essa come nessun altro uomo. Questi tre momenti essenziali ritornano in tutte le loro ricerche; talvolta si aggiungono anche riflessioni cri­stologiche, per poter interpretare certe ipotesi che riguardano la legge del matrimonio, la giustizia di Giuseppe, il valore dei suoi sogni. Ma non si arriva a poter presentare un suo profilo biografico e a inse­rire la sua figura nella storia della santificazione.
Il primo autore che ricorda Giuseppe è Giustino, il grande apologeta del secolo secondo. Le sue poche parole nel Dialogo con Trifone, le abbiamo già ripor­tate. Nel terzo secolo Origene in un’omelia ha voluto mettere in luce che «Giuseppe era giusto e la sua ver­gine era senza macchia. La sua intenzione di lasciarla si spiega per il fatto di aver riconosciuto in lei la forza di un miracolo e di un mistero grandioso. Per avvi­cinarsi ad esso, egli si ritenne indegno. San Giuseppe si umiliò, dunque, dinanzi a un’opera così grande ed inesprimibile, cercando di allontanarsi, come anche san Pietro si umiliò dinanzi al Signore dicendo: « Signore, allontanati da me, sono un peccatore », e fece come il capitano che confessò: « Signore, non vale vederti entrare nella mia casa. Così anch’io non sono degno di avvicinarmi a te »».
Origene continua con l’esempio di santa Elisabetta che disse alla beata Vergine: «Chi sono io, che da me viene la Madre del mio Signore? Così il giusto Giu­seppe si umiliò. Avendo paura, cercava di non unirsi con Maria e con la sua così grande santità».
Nel secolo IV sono stati san Cirillo di Gerusa­lemme, san Cromazio di Aquileia e sant’Ambrogio a fare qualche riflessione sulla verginità di Maria, sul matrimonio di Giuseppe con lei, sulla vera paternità del suo sposo. Per esempio, san Cirillo fa un para­gone per spiegare la paternità di Giuseppe: «Come Elisabetta, a motivo del suo affetto fu chia­mata madre di Giovanni ma non perché Giovanni sia nato da lei, così anche Giuseppe fu chiamato padre di Gesù, non a motivo della generazione, ma a motivo della sua cura ed educazione del bambino».
Non si trovano altri pensieri su Giuseppe in san Cirillo. Invece di san Cromazio sono rimaste 18 pre­diche che riprendono i primi capitoli del Vangelo di Matteo. San Girolamo si è ampiamente ispirato al suo commento che inizia con la « narrazione della nascita ter­rena del Signore, partendo da Abramo, seguendo la linea dei discendenti di Giuda, fino ad arrivare a Giuseppe e a Maria ». Cromazio afferma: «Non a torto Matteo ha ritenuto di dover assicurare che Cristo Signore nostro è figlio sia di Davide che di Abramo, dal momento che sia Giuseppe sia Maria traggono origine dalla schiatta di Davide, e cioè essi hanno un’origine regale».
Nella terza predica Cromazio, dopo aver gettato lo sguardo sul « segno nuovo e straordinario » del parto verginale di Maria, si dedica a un approfondimento teologico del racconto di Mt 1,24-25: «Continua a narrare l’evangelista: Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli avesse rapporti carnali con lei; partorì un figlio, che egli chiamò Gesù. Dunque, Giuseppe viene illuminato sul sacramento del mistero celeste mediante un angelo: Giuseppe obbedisce di buon grado alle rac­comandazioni dell’angelo; pieno di gioia dà esecuzione ai divini comandi; prende perciò con sé la Vergine Maria; può menare vanto delle promesse che annun­ciano tempi nuovi e lieti, perché, per una missione unica, qual è quella che gli affida la maestà divina, viene scelta ad essere madre una vergine, la sua sposa, come egli aveva meritato di sentirsi dire dall’angelo.
Ma c’è un’espressione dell’evangelista: Ed egli non la conobbe fintanto ché lei non generò il figlio, che attende una chiarificazione, dal momento che gente senza cri­terio (gli eretici e lettori di libri apocrifi) fanno que­stioni a non finire; e poi dicono che, dopo la nascita del Signore, la Vergine Maria avrebbe conosciuto car­nalmente Giuseppe.
Ma la risposta all’obiezione mossa da coloro, viene sia dalla fede che dalla ragione della stessa verità: l’e­spressione dell’evangelista non può essere intesa al modo in cui l’intendono quegli stolti! Dio ci guardi dall’affer­mare una cosa simile, dopo che abbiamo conosciuto il sacramento di un sì grande mistero, dopo la condi­scendenza (il concepimento) del Signore che si è degnato di nascere dalla Vergine Maria. Credere che lei possa aver poi avuto dei rapporti carnali con Giuseppew, Cro­mazio lo esclude e, per vincere categoricamente tale opi­nione esistente ai suoi tempi, porta l’esempio della sorella di Mosè, che volle conservare la verginità. Nomina anche Noè che « »sì impose una perenne asti­nenza dal debito coniugale. Se vogliamo un altro esempio, Mosè, dopo aver percepito la voce di Dio nel roveto ardente, anche lui si astenne da qualsiasi rap­porto coniugale per il tempo che seguì. E sarebbe per­messo credere che Giuseppe, che la Scrittura definisce uomo giusto, abbia mai potuto avere relazioni carnali con Maria, dopo che ella aveva partorito il Signore?
La spiegazione del testo evangelico: Ed egli non la conobbe fintanto che lei non generò il figlio, è la seguente: spesso la Scrittura divina suole assegnare un termine a quelle cose che per sé non hanno termine e deter­minare un tempo per quelle cose che per sé non sono chiuse entro un determinato tempo. Ma anche per questo caso ci viene in soccorso la Scrittura; tra i molti esempi possibili ne scegliamo alcuni pochi».
E Crornazio si riferisce ad alcuni brani biblici, con l’invito al lettore di cercarli. Tutto serve per conclu­dere il suo Commento di Matteo dicendo: «Quando nel brano citato l’evangelista scrive: Egli non la conobbe fintanto che lei non generò il figlio, dobbiamo intendere che parla sì di un breve spazio di tempo (fintanto che lei non generò il figlio), ma con l’intenzione di voler includere tutto il tempo posteriore in cui Maria e Giu­seppe vissero insieme».
L’ultima ripresa della figura di Giuseppe è legata al racconto sul ritorno dalla fuga in Egitto: «Prosegue l’evangelista: Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino». Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d’Israele. Il fatto che l’angelo abbia usato la precisa espressione: Sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino, quando si rivolse a Giuseppe, dichiara a tutte note che il Figlio di Dio, perfetto Dio e perfetto uomo, ha assunto tutto quanto l’uomo, cioè non solo il suo corpo, ma anche la sua anima. Se siamo costretti a fare tale afferma­zione, è perché vi sono stati degli sciocchi, i quali, nella loro stolta predicazione, hanno avuto l’ardire di sostenere che il Figlio di Dio avrebbe assunto uni­camente il corpo umano. Ma la loro stolta ipotesi trova una precisa smentita, non solo nelle parole del­l’angelo».
Ma non ci si può fermare al semplice racconto, che cioè Giuseppe, dopo la morte di Erode, sia stato avvi­sato di tornarsene nel paese d’Israele con il bambino e sua madre. Negli stessi eventi del Signore va ricer­cata anche la significazione dell’intelligenza dello Spi­rito. Per tale interpretazione Erode rappresenta il pro­totipo dell’infedeltà dei Giudei, come l’Egitto è tipo del nostro mondo. Dopo che l’Egitto ricevette la visita del Signore, il Signore torna dunque a visitare i figli d’Israele: Morto Erode, dice il testo, cioè dopo aver spento almeno in parte l’incredulità.
La narrazione procede dicendo che Giuseppe, par­tito dall’Egitto, tornò in Israele; il brano evangelico comprende la citazione profetica in cui si dice che il bambino sarà chiamato Nazareno».
Simili interpretazioni si possono dimostrare anche in sant’Ambrogio che, leggendo i racconti degli evan­gelisti, annota: «si conferma che in Giuseppe ci fu l’a­mabilità e la figura del giusto, per rendere più degna la sua qualità di testimone. Effettivamente la bocca del giusto non conosce menzogna, e la sua lingua parla secondo giudizio, e il suo giudizio proferisce la verità».
E nel vivo desiderio di presentare Giuseppe come uomo giusto, Ambrogio avverte che l’evangelista, quando spiega « l »imlnacolato mistero dell’incarnazione», vide in «Giuseppe un giusto che non avrebbe potuto contami­nare Sancti Spintus templum, cioè la Madre del Signore fècondata nel grembo dal mistero» dello Spirito Santo.
Nel commento classico del Vangelo, fatto poco dopo il Natale del 917-16 da sant’Agostino nel suo Sermone sulla Genealogia di Cristo, vengono riprese preziose notizie e opinioni anteriori, in cui non si può mettere in ombra una certa derivazione giudea di pensiero.
«Per narrare come nacque e apparve Gesù tra gli uomini», va considerata la sincera, non finta giustizia di Giuseppe, che aveva deciso di «ripudiare Maria in segreto perché non voleva esporla al disprezzo. Come marito egli, è vero, si turba, ma come giusto non incrudelisce. Tanto grande è la giustizia di quest’uomo che non volle tenersi un’adultera né osò punirla espo­nendola al pubblico discredito. Decise di ripudiarla in segreto – dice la Scrittura – poiché non solo non volle punirla, ma nemmeno denunciarla. Considerate com’era autentica la sua giustizia! Non voleva infatti risparmiarla, perché desiderava tenerla con sé. Molti perdonano le mogli adultere spinti dall’amore carnale, volendo tenerle, benché adultere, allo scopo di goderle per soddisfare la propria passione carnale. Questo marito giusto invece non vuole tenerla; il suo alletto dunque non ha nulla di carnale; eppure non la vuole nemmeno punire; il suo perdono, dunque, è solo ispi­rato dalla misericordia. Quanto è ammirevole questo giusto! Non la tiene come adultera per non dare a vedere di perdonarla, perché l’avrebbe amata sen­sualmente, eppure non la punisce, né la denuncia. Ben a ragione fu scelto come testimone della verginità della sposa. Egli dunque si turba à causa della debo­lezza umana, ma è rassicurato dall’autorità divina.
È una bellissima descrizione della vera figura giusta e santa di Giuseppe. Agostino ora mette in luce il significato della sua paternità: «La Scrittura vuol dimostrare che Gesù non nacque per discendenza car­nale da Giuseppe. Siccome era angustiato, perché non sapeva come mai la sposa fosse gravida, gli vien detto: È opera dello Spirito Santo. Con tutto ciò non gli vien tolta l’autorità di padre, dal momento che gli viene comandato d’imporre il nome al bambino. Infine la stessa Vergine Maria, sebbene fosse perfettamente consapevole d’aver concepito il Cristo senza aver avuto alcun rapporto o amplesso coniugale con lo sposo, lo chiama tuttavia padre di Cristo».
«State attenti a come ciò avvenne: il Signore Gesù Cristo essendo, in quanto uomo, nell’età di dodici anni, egli che, in quanto Dio, esiste prima del tempo ed è fuori del tempo, rimase separato dai genitori nel tempio a disputare con gli anziani, che rimanevano stupiti della sua scienza. I genitori, invece, ripartiti da Gerusalemme, si misero a cercarlo nella loro comitiva, cioè tra coloro che facevano il viaggio con loro, ma non avendolo tro­vato, tornarono a Gerusalemme angosciati e lo trova­rono che disputava con gli anziani, avendo egli – come ho detto – solo dodici anni. Ma che c’è da stupirsi? Viene dunque trovato nel tempio ed egli disse ai geni­tori: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? Rispose così, poiché il Figlio di Dio era nel tempio di Dio. Quel tempio infatti non era di Giu­seppe, ma di Dio. « Ecco – dice qualcuno – non ammise d’essere figlio di Giuseppe ». Fate un po’ d’attenzione, fratelli, affinché la strettezza del tempo ci basti per il discorso. Poiché Maria aveva detto: Tuo padre e io, ango­sciati, ti cercavamo, egli rispose: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? In realtà egli non voleva far credere d’essere loro figlio senza essere nello stesso tempo Figlio di Dio. Difatti, in quanto Figlio di Dio, egli è sempre tale ed è creatore dei suoi stessi genitori; in quanto invece figlio dell’uomo a partire da un dato tempo, nato dalla Vergine senza il consenso d’uomo, aveva un padre e una madre».
Agostino sente però la necessità di dire che Gesù non disconosce Giuseppe come suo padre. Riprende un’errata interpretazione di una frase di Rm 9,5: «Occor­reva che mi occupassi delle cose del Padre mio, essa sta ad indicare che Dio è suo Padre in modo da non ricono­scere come padre Giuseppe. In qual modo lo dimo­striamo? Attenendoci alla Scrittura che non dice era sottomesso alla madre, ma a loro, (chiediamo): Chi sono questi, ai quali era sottomesso? Non erano forse i suoi genitori? Erano entrambi i suoi genitori coloro ai quali Cristo era sottomesso per la degnazione per cui era figlio dell’uomo. Giuseppe non solo doveva essere padre, ma doveva esserlo in sommo grado…, perché con l’animo compiva meglio ciò che altri desiderano compiere con la carne. Così, per esempio, anche coloro che adottano dei figli, non li generano forse col cuore più castamente, non potendoli generare carnalmente?.
Per Agostino è molto importante spiegare la pater­nità di Giuseppe. Le generazioni sono infatti contate secondo la linea genealogica di Giuseppe e non di Maria: «Abbiamo dunque esposto a sufficienza il motivo per cui non deve turbarci il fatto che le generazioni sono enumerate seguendo la linea genealogica di Giu­seppe e non quella di Maria; come infatti essa è madre senza la concupiscenza carnale, così egli è padre senza l’unione carnale. Quindi le generazioni discendono e ascendono tramite lui. Non dobbiamo quindi metterlo da parte perché mancò la concupiscenza carnale. La maggiore sua purezza conferma la paternità, perché non ci rivolga un rimprovero la stessa Santa Maria. Essa infàtti non volle porre il proprio nome innanzi a quello del marito, ma disse: Tuo padre e io, angosaàt; ti cercavamo. Non facciano dunque i maligni detrattori, ciò che non fèce la casta sposa. Enumeriamo perciò le generazioni lungo la linea di Giuseppe, poiché allo stesso modo che è casto marito, così è pure casto padre. Dobbiamo invece mettere l’uomo al di sopra della donna secondo l’ordine della natura e della legge di Dio. Se infatti metteremo da parte lui e al suo posto metteremo lei, egli ci dirà giustamente: « Perché mi avete messo da parte? Perché le generazioni non ascen­dono o discendono per la mia linea genealogica? ». Gli si risponderà forse: « Perché tu non hai generato mediante la tua carne? ». Ma egli ci risponderà: “Par­torì forse anche Maria mediante la sua carne?”. Ciò che lo Spirito Santo eflèttuò, lo effettuò per ambedue. È detto: Essendo un uomo giusto. Giusto dunque l’uomo, giusta la donna. Lo Spirito Santo, che riposava nella giustizia (nel senso di santità) di ambedue, diede un figlio ad entrambi».
Dopo Agostino, nel secolo VI, nacquero due grandi Omelie latine su san Matteo, quella dello Pseudo-Cri­sostomo e quella dello Pseudo-Origene che è pro­babilmente di origine italiana (Ravenna?).
In questi due anonimi si incontrano splendide pagi­ne sulla figura e sulla missione di san Giuseppe. Nel­l’Omelia dello Pseudo-Crisostomo sorprende un’in­terpretazione tipologica del falegname Giuseppe. Come «figura verginale e feconda egli appare come tipo» di Cristo e della Chiesa e costituisce un certo simbolo della redenzione degli uomini sul legno della croce. «Maria era sposata con il falegname» e Giu­seppe era sotto due titoli (sposo e carpentiere) pre­sentato nel Vangelo come tipo di «Christus sponsus ecclesae» dal quale «omnem salutem hominem’» dipende e «per lignum crucis fuerat operatus »».
Nella stessa Omelia, Giuseppe viene messo in luce come «uomo giusto in parole ed in opere, giusto nel­l’adempimento della legge e per aver ricevuto la gra­zia». Per questo intendeva lasciare segretamente Maria. Che cosa era capitato? Qualcosa di sopranna­turale, certamente. Giuseppe non poteva dubitare delle parole dette da Maria. Ma una grande angoscia riempì il suo cuore, che dallo Pseudo-Crisostomo è descritta non senza riferirsi a qualche spiegazione nei testi antichi. E quando appare l’angelo a Giuseppe, si domanda perché non si è fatto vedere prima della con­cezione di Maria? L’angelo avrebbe potuto rivelare già prima tutto a Giuseppe perché accettasse il mistero senza difficoltà.
Anche nell’Omelia dello Pseudo-Origene si mani­festa l’intenzione di riflettere su un messaggio ante­riore dell’angelo. Egli domanda: «Giuseppe, perché hai dubbi? Perché hai pensieri imprudenti? Perché mediti senza ragionare? È Dio che viene generato ed è la ver­gine che lo genera. In questa generazione sei tu colui che aiuta e non colui dal quale essa dipende. Sei il servo e non il signore, il domestico e non il creatore. Di con­seguenza, mettiti ad aiutare, a servire, a custodire, a proteggere il Figlio che nascerà e colei che lo parto­risce. Anche se essa è chiamata tua moglie o se viene considerata come tua fidanzata, non è la tua donna, bensì la madre scelta da Dio per il suo unigenito».
L’anonimo continua a invitare Giuseppe con le parole dell’angelo a «non aver timore di ricevere Maria come un tesoro celeste, di non turbarsi ad accet­tarla come un tempio onorabile, come la dimora di Dio. La tua missione consiste nel vegliare su di essa e di aver cura di lei durante la fuga in Egitto e poi nel ritorno in terra d’Israele. Quanto al bambino che nascerà, il tuo ruolo si limita a dargli il nome di Gesù, un nome che tu non devi inventare, perché egli lo pos­siede da tutta l’eternità. Nomen eius est salvatorem».
In seguito Giuseppe viene soprattutto nominato nel racconto della fuga in Egitto. È lo Pseudo-Cri­sostomo che interpreta l’ordine dell’angelo di «pren­dere `il bambino e sua madre », come l’espressione della situazione particolare di Giuseppe nella Sacra Fami­glia. Surge et accipe puerum. Non il tuo bambino, ma quello di cui il primo Padre afferma: Hic est puer meus dilectus».
I due scrittori anonimi continuano con una ricca esposizione letteraria dei testi evangelici ispirata anche a riflessioni giudeo-cristiane da loro incontrate nei testi di autori palestinesi e di qualche libro apocrifo.
Negli ultimi secoli del primo millennio si conti­nuano a studiare i diversi aspetti dell’esistenza e della missione di Giuseppe, cercando di esporre l’etimologia del suo nome, la sua discendenza davidica, e soprat­tutto le solite realtà biblico-teologiche. Non sono grandi scoperte e novità, neanche si può parlare di pagine abbondanti di carattere letterario. Tra tutti questi autori ha però valore Beda il Venerabile, del quale riportiamo alcune pagine.

 

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PIETRO A ROMA

http://www.30giorni.it/articoli_id_14055_l1.htm

PIETRO A ROMA

Il vicepresidente del Senato, dopo la lettura del libro O Roma felix, chiede in una lettera quali siano le prove storiche per cui possiamo dire con certezza che il Principe degli apostoli è venuto ed è morto nella capitale dell’Impero. Gli risponde Lorenzo Bianchi

di Lorenzo Bianchi

Presenza, martirio e sepoltura di Pietro a Roma non sono più seriamente messe in dubbio, a livello di ricerca scientifica, da nessuno ormai da vari decenni; neppure da certa critica protestante che – come è noto – aveva in passato negato quei fatti, con la conseguenza (o lo scopo) di negare anche il primato del papa, vescovo di Roma. E, senza voler entrare nella discussione di che cosa significhi “il primato del Papa”, non è vero che la presenza di Pietro a Roma non sia necessaria per motivarlo: al contrario, è necessaria, perché l’autorità della Chiesa di Roma si fonda sulla trasmissione diretta, tra i vescovi che si succedono nella sua guida, del mandato di Gesù Cristo a Pietro (Mt 16, 18-19): «Et ego dico tibi quia tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam. Et tibi dabo claves regni caelorum. Et quodcumque ligaveris super terram, erit ligatum et in caelis, et quodcumque solveris super terram, erit solutum et in caelis».
Per le testimonianze di presenza, martirio e sepoltura di Pietro a Roma non occorre arrivare fino ad Eusebio di Cesarea, cioè al IV secolo.
La sepoltura è attestata per la prima volta dalle parole del presbitero Gaio, che allude al “trofeo” (si intenda “le spoglie mortali”) di Pietro in Vaticano; sebbene questa testimonianza sia riportata proprio nell’opera di Eusebio di Cesarea, si tratta di una citazione diretta delle parole di Gaio e alla sua epoca deve essere attribuita, cioè alla fine del II secolo o all’inizio del III (per la precisione, negli anni del pontificato di Zefirino, tra il 199 e il 217). Dice dunque Gaio (in Eusebio, Hist. eccl. II, 25, 7): «io posso mostrarti i trofei degli apostoli [Pietro e Paolo]. Se vorrai recarti nel Vaticano o sulla via di Ostia, troverai i trofei di coloro che fondarono questa Chiesa [di Roma]».
In quello stesso periodo, il martirio è attestato da Tertulliano, che verso il 200 scrive (De praescr. haer. 36) che la preminenza di Roma è legata al fatto che tre apostoli, Pietro, Paolo e Giovanni, vi hanno insegnato e i primi due vi sono morti martiri: «Si autem Italiae adiaces, habes Romam, unde nobis quoque auctoritas praesto est. Ista quam felix Ecclesia! cui totam doctrinam apostoli cum sanguine suo profuderunt: ubi Petrus passioni dominicae adaequatur; ubi Paulus Ioannis [Baptistae] exitu coronatur; ubi apostolus Ioannes postquam in oleum igneum demersus nihil passus est, in insulam relegatur».
Ma ancor prima il martirio è attestato da Clemente Romano, nella lettera ai Corinzi databile forse al 96 (1Cor 5-6):«prendiamo in considerazione i buoni apostoli: Pietro, che per gelosia ingiusta sopportò non uno né due ma molti affanni, e così, dopo aver reso testimonianza, s’incamminò verso il meritato luogo della gloria. [...] Intorno a questi uomini [Pietro e Paolo] che piamente si comportarono si raccolse una grande moltitudine di eletti, i quali, dopo aver sofferto per gelosia molti oltraggi e tormenti, divennero fra noi bellissimo esempio». Certo, non è nominata la parola “Roma”, ma Clemente scrive da Roma e il contesto stesso della lettera si riferisce a fatti accaduti a Roma: a Pietro e Paolo vengono inoltre accomunati i martiri romani («fra noi») della persecuzione neroniana, ai quali si riferisce l’ultima frase riportata. Non sono personalmente d’accordo con Margherita Guarducci nel dedurre da questo testo (esaminato in combinazione con altri, specialmente quello famoso di Tacito) anche il luogo preciso (il Circo Vaticano) e l’anno (il 64) del martirio di Pietro, questioni del resto molto controverse fra gli studiosi e per le quali si potrebbero elencare svariate opinioni dedotte da ricerche serie e condotte con metodologia scientifica (purtroppo, però, sono i dati di base che scarseggiano). Tutto ciò non invalida però la notizia del martirio di Pietro a Roma.
Un graffito rappresentante san Pietro, catacombe di Sant’Agnese, Roma
Un graffito rappresentante san Pietro, catacombe di Sant’Agnese, Roma
La presenza di Pietro a Roma, ben prima che da Eusebio di Cesarea, è testimoniata anche da Ignazio di Antiochia, che, nella lettera ai Romani, databile al 107, la sottintende chiaramente quando si rivolge alla Chiesa di Roma con queste parole (Rom. 4, 3):«Non vi comando come Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato…».
E, qualche decennio più tardi, tra il 175 e il 189, Ireneo di Lione attribuisce alla Chiesa di Roma «la più forte preminenza» («potentior principalitas») fra le altre, proprio in virtù della sua istituzione per opera di Pietro e Paolo (Adv. haer. III, 2: il brano ci è giunto nella traduzione latina): «Sed quoniam valde longum est in hoc tali volumine omnium ecclesiarum enumerare successiones, maximae et antiquissimae et omnibus cognitae, a gloriosissimis duobus apostolis Petro et Paulo Romae fundatae et constitutae ecclesiae, eam quam habet ab apostolis traditionem et adnuntiatam hominibus fidem per successiones episcoporum pervenientem usque ad nos indicantes, confundimus omnes eos qui quoquo modo, vel per sibiplacentiam vel vanam gloriam vel per ceacitatem et sententiam malam praeterquam oportet colligunt. Ad hanc enim ecclesiam propter potentiorem principalitatem necesse est omnem convenire ecclesiam, hoc est eos qui sunt undique fideles, in qua semper ab his qui sunt undique conservata est ea quae est ab apostolis traditio» («Ma poiché sarebbe troppo lungo in quest’opera enumerare le successioni di tutte le Chiese, prendiamo la Chiesa più grande e la più importante e conosciuta da tutti, fondata e istituita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo, e, mostrandone la tradizione ricevuta dagli apostoli e la fede annunciata agli uomini che giunge fino a noi attraverso le successioni dei vescovi, confondiamo tutti coloro che in qualunque modo, o per infatuazione o per vanagloria o per cecità e per errore di pensiero, si riuniscono oltre quello che è giusto. Con questa Chiesa infatti, per la sua più forte preminenza, è necessario che concordi ogni Chiesa, cioè i fedeli che da ogni parte del mondo provengono; con essa, nella quale da coloro che da ogni parte provengono fu sempre conservata la tradizione che discende dagli apostoli»).
Non bisogna credere alla presenza di Pietro a Roma perché gli Atti degli Apostoli non ne parlano? Gli argumenta e silentio in genere poco spesso hanno valore “forte”, e mai valore decisivo. D’altronde, più forte deve essere senz’altro considerato un opposto argumentum e silentio, e cioè che nessuna città ha mai rivendicato per sé il martirio e la sepoltura di Pietro.
Ma, oltre e a conferma delle testimonianze più sopra ricordate, a dimostrare la presenza di Pietro a Roma c’è l’evidenza archeologica, che almeno per quel che riguarda la presenza della tomba di Pietro sotto l’altare della Basilica vaticana, non può essere messa in dubbio. Devo innanzitutto chiarire che gli scavi sotto l’altare della Confessione di San Pietro (certo condotti con metodi che oggi nessun archeologo accetterebbe) non sono stati fatti da Margherita Guarducci, bensì, tra il 1940 e il 1949, sotto la direzione di monsignor Ludwig Kaas, da Enrico Josi, Antonio Ferrua, Engelbert Kirschbaum e Bruno Maria Apollonj Ghetti. Questi scavi, i cui risultati sono stati pubblicati nel 1951, hanno portato al ritrovamento, scientificamente dimostrato, della tomba di Pietro, sulla base di alcuni elementi datanti, della stratigrafia delle sepolture e della particolare collocazione della tomba terragna attorno e rispetto alla quale si orientano, con particolari accorgimenti, una serie di strutture successive, fino all’altare tuttora visibile nella Basilica. Questa conclusione, rafforzata dal ritrovamento del graffito «Petros eni» (databile a prima della fine del II secolo), è pacificamente accettata dagli archeologi (senza voler andare a consultare più ponderosi studi, basti leggere le argomentazioni alle pagine da 168 a 185 del manuale di Archeologia cristiana del compianto professore Pasquale Testini, Edipuglia, Bari 1980).
L’altare della Confessione nella Basilica di San Pietro, sotto il quale si trova la tomba dell’apostolo
L’altare della Confessione nella Basilica di San Pietro, sotto il quale si trova la tomba dell’apostolo
Non tutti sono invece concordi sull’identificazione delle ossa di Pietro, proposta dalla professoressa Guarducci dopo ricerche complesse, articolate e condotte con rigore scientifico, come stanno a dimostrare se non altro la analitica decifrazione dei graffiti del “muro g” e le perizie compiute sulle ossa. Certo Margherita Guarducci, recentemente scomparsa, aveva un carattere forte e deciso, per taluni forse anche poco gradevole, ma è profondamente falso e ingiusto dire che “trova quello che ha deciso di trovare”. Personalmente ritengo che giudizi e critiche sui risultati di queste ricerche possano essere proposti solo dopo averli studiati a fondo, e, in ogni caso, debbano essere affidati a puntuali argomentazioni scientifiche, e non a “sorrisi assai eloquenti” o a “distinguo” verbali quali “epigrafista”/“archeologo”.
Sarebbe poi curioso conoscere, da chi giudica in base a tali distinzioni, in quali atti e competenze debba caratterizzarsi scientificamente la figura dell’archeologo. Le recenti vicende del parcheggio di Propaganda Fide e della rampa Torlonia al Gianicolo, nelle quali ho avuto una qualche parte, mi hanno fra l’altro dimostrato che a volte anche la più alta scientificità di qualche archeologo si mostra incline a decadere, come tutte le cose umane, a più mediocri livelli, se le circostanze del momento suggeriscono di ignorare la “tradizione” (e relative fonti storiche) oppure di sostenere contro ogni evidenza, ad esempio, che dei cunicoli di catacombe siano solo semplici “cantine”, o ancor più di avallare, ripudiando più di mezzo secolo di metodologia della ricerca archeologica, improbabili “tagli conservativi” d’asporto di strutture murarie.

 

Caro direttore,
non ho titolo specialistico per discettare sulla venuta di Pietro a Roma, data per scontata in O Roma felix, libro allegato a 30Giorni; pure, essa venuta mi sembra non provata.
Clemente Romano, nella lettera scritta nel 96, non dice, per quanto io ricordi (non ho il testo con me), che Pietro venne a Roma: dice soltanto che subì il martirio sotto Nerone. La locuzione è temporale, non locativa, come è provato dai riferimenti di altri martìri, avvenuti sicuramente lontano da Roma, e portanti lo stesso riferimento temporale ad un imperatore in carica. È forse perciò ultronea la conclusione tratta dagli autori in cui si dice che «la lettera di Clemente è la più antica testimonianza sul Principe degli apostoli a Roma». E così anche il Bianchi, nel testo più recente scritto sull’argomento, afferma che la «prima notizia del martirio di Pietro a Roma, [...] risale alla fine del primo secolo, cioè al papa Clemente [...]». Riporta poi il testo, ove non v’è traccia del fatto che il martirio sarebbe avvenuto a Roma (L.Bianchi, Ad limina Petri, Roma 1999).
Non ho ora la possibilità di consultare il testo di papa Clemente, ma il mio ricordo (non esservi scritto che Pietro fu a Roma) è rafforzato dalle citazioni del testo nei due libri ora da me citati, ove questa notizia non c’è.
A me sembra che la prima notizia della presenza delle spoglie di Pietro in Vaticano, e perciò della probabile venuta a Roma, sia molto ma molto più tarda. Mi riferisco ad Eusebio di Cesarea, che scriveva agli inizi del IV secolo. Ed è significativo il fatto che la tradizione della presenza di Pietro a Roma vada di pari passo con l’affermando primato del vescovo di Roma.
A destra, il “muro g” con i graffiti contenenti acclamazioni a Cristo, Maria e Pietro. Nel loculo al di sotto del “muro g” sono riposte le ossa di Pietro. A sinistra, il frammento del “muro rosso” sul quale è inciso in greco il graffito PETROS ENI, «Pietro è qui dentro»
A destra, il “muro g” con i graffiti contenenti acclamazioni a Cristo, Maria e Pietro. Nel loculo al di sotto del “muro g” sono riposte le ossa di Pietro. A sinistra, il frammento del “muro rosso” sul quale è inciso in greco il graffito PETROS ENI, «Pietro è qui dentro»
La “tradizione” è stata trasformata in verità senza discussione dopo gli scavi di Margherita Guarducci. Non sto qui a ricordare tutti i problemi posti dagli scavi della archeologa vaticana (per la verità, più epigrafista che archeologa): quelli ben noti del trofeo, del “muro rosso”, del “Petros eni” che vi sarebbe scritto (ma il graffito di che epoca è?), delle presunte ossa di Pietro puntualmente ritrovate. Non sto a ricordarli, perché sono troppo note le polemiche tra la Guarducci e il gesuita padre Ferrua, maltrattatissimo dalla studiosa, ma fermo nei suoi scientifici intendimenti. La professoressa Guarducci (non voglio metterne in discussione la buona fede) è una archeologa che ha grandi ed illustri precedenti, Schliemann ed Evans: trova quello che ha deciso di trovare. Voglio raccontare un episodio, che mi riguarda. Ho chiesto alla Sopraintendenza di Roma, l’anno scorso, di visitare l’area sacra protoromana di Sant’Omobono: mi ha accompagnato cortesemente un’archeologa ben nota. Non ricordo come, siamo venuti a parlare della professoressa Guarducci: l’archeologa che mi accompagnava era imbarazzata, e poi non ha potuto trattenere un sorriso assai eloquente.
Infine, una domanda: se Pietro è venuto a Roma, perché negli Atti degli Apostoli (quelli autentici, non quelli apocrifi di Marcello) non si parla della venuta di Pietro a Roma? Pure essi descrivono con sufficiente dettaglio i primi anni del cristianesimo: mi sembra questo un argumentum ex silentio forte.
In verità, la presenza di Pietro a Roma sembra necessaria per motivare il primato papale: scrivo sembra, perché non lo è. Il primato romano è indiscutibile, perché assegnato dalla storia. Può essere rimesso in discussione dalla stessa Chiesa, per ragioni ecumeniche. Al momento non lo è. Scrivo queste cose, caro direttore, da laico e da “non specialista”; in più, scrivo da Roma e non da casa, ove avrei potuto consultare i testi. Mi scuso perciò per qualche imprecisione. In conclusione, non voglio affermare che Pietro non è venuto e non ha subito il martirio a Roma. Voglio solo dire che, mentre è scientificamente provata la venuta di Paolo, non lo è quella di Pietro. La sua presenza a Roma è perciò solo affidata ad una tradizione autorevole.
Con cordiale ossequio,

Domenico C. Contestabile
Vicepresidente del Senato

Publié dans:SAN PIETRO, SANTI |on 17 mars, 2015 |Pas de commentaires »
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