Archive pour la catégorie 'SANTI'

30 DICEMBRE – UFFICIO DELLE LETTURE – DAL TRATTATO «LA CONDIZIONE DI TUTTE LE ERESIE» DI SANT’IPPOLITO, SACERDOTE

http://www.maranatha.it/Ore/nat/1230letPage.htm

30 DICEMBRE SESTO GIORNO DELL’OTTAVA DI NATALE

UFFICIO DELLE LETTURE

SECONDA LETTURA

DAL TRATTATO «LA CONDIZIONE DI TUTTE LE ERESIE» DI SANT’IPPOLITO, SACERDOTE

(Cap. 10, 33-34; PG 16, 3452-3453)

Il Verbo che s’è fatto carne ci rende simili a Dio Noi crediamo al Verbo di Dio. Non ci appoggiamo su parole senza senso, né ci lasciamo trasportare da improvvise e disordinate emozioni o sedurre dal fascino di discorsi ben congegnati, ma invece prestiamo fede alle parole della potenza di Dio. Queste cose Dio le ordinava al suo Verbo. Il Verbo le diceva in parole per distogliere con esse l’uomo dalla sua disobbedienza. Non lo dominava come fa un padrone con i suoi schiavi, ma lo invitava a una decisione libera e responsabile. Il Padre mandò sulla terra questa sua Parola nel tempo ultimo poiché non voleva più che parlasse per mezzo dei profeti, né che fosse annunziata in forma oscura e solo intravista attraverso vaghi riflessi, ma desiderava che apparisse visibilmente in persona. Così il mondo contemplandola avrebbe potuto avere la salvezza. Il mondo avendola sotto il suo sguardo non avrebbe più sentito il disagio e il timore come quando si trovava di fronte a un’immagine divina riflessa dai profeti, né avrebbe provato lo smarrimento come quando essa veniva resa presente e manifestata mediante le potenze angeliche. Ormai avrebbe constatato di trovarsi alla presenza medesima di Dio che parla. Noi sappiamo che il Verbo ha preso un corpo mortale dalla Vergine, e ha trasformato l’uomo vecchio nella novità di una creazione nuova. Noi sappiamo che egli si è fatto della nostra stessa sostanza. Se infatti non fosse della nostra stessa natura, inutilmente ci avrebbe dato come legge di essere imitatori suoi quale maestro. Se egli come uomo è di natura diversa perché comanda a me nato nella debolezza la somiglianza con lui? E come può essere costui buono e giusto? In verità, per non essere giudicato diverso da noi, egli ha tollerato la fatica, ha voluto la fame, non ha rifiutato la sete, ha accettato di dormire per riposare, non si è ribellato alla sofferenza, si è assoggettato alla morte, e si è svelato nella risurrezione. Ha offerto come primizia, in tutti questi modi, la sua stessa natura d’uomo, perché non ti perda d’animo nella sofferenza, ma riconoscendoti uomo, aspetti anche per te ciò che il Padre ha offerto a lui. Quando tu avrai conosciuto il Dio vero, avrai insieme all’anima un corpo immortale e incorruttibile; otterrai il regno dei cieli, perché nella vita di questo mondo hai riconosciuto il re e il Signore del cielo. Tu vivrai in intimità con Dio, sarai erede insieme con Cristo, non più schiavo dei desideri, delle passioni, nemmeno della sofferenza e dei mali fisici, perché sarai diventato dio. Infatti le sofferenze che hai dovuto sopportare per il fatto di essere uomo, Dio te le dava perché eri uomo. Però Dio ha promesso anche di concederti le sue stesse prerogative una volta che fossi stato divinizzato e reso immortale. Cristo, il Dio superiore a tutte le cose, colui che aveva stabilito di annullare il peccato degli uomini, rifece nuovo l’uomo vecchio e lo chiamò sua propria immagine fin dall’inizio. Ecco come ha mostrato l’amore che aveva verso di te. Se tu ti farai docile ai suoi santi comandi, e diventerai buono come lui, che è buono, sarai simile a lui e da lui riceverai gloria. Dio non lesina i suoi beni, lui che per la sua gloria ha fatto di te un dio.

S. GIOVANNI DELLA CROCE CANTICO SPIRITUALE “B” (memoria 14 dicembre)

http://www.pasomv.it/testi/testivari/giovannidellacroce/

S. GIOVANNI DELLA CROCE CANTICO SPIRITUALE “B”

STROFA 1
1. Dove ti sei nascosto, Amato?
Sola qui, gemente, mi hai lasciata!
Come il cervo fuggisti,
dopo avermi ferita;
gridando t’inseguii: eri sparito!
1-
2- In questa prima strofa, l’anima innamorata del Verbo Figlio di Dio, suo Sposo, desiderando unirsi con Lui mediante la visione chiara ed essenziale, espone le sue ansie d’amore, lamentandosi con Lui della sua assenza. E ciò specialmente perché, essendo ferita dall’amore suo per mezzo del quale è uscita da tutte le cose create e da se stessa, deve ancora soffrire l’assenza dell’Amato, dal momento che Egli non la discioglie dalla carne mortale per renderle possibile di goderlo nella gloria dell’eternità.
Perciò dice: Dove ti nascondesti?
3- Come se dicesse: Verbo, Sposo mio, mostrami il luogo dove stai nascosto. Con queste parole gli chiede la manifestazione della sua divina essenza, perché il luogo dove il Figlio di Dio sta nascosto, è come dice S. Giovanni (1,18), il seno del Padre, cioè l’essenza divina, la quale è lontana e nascosta ad ogni occhio mortale e ad ogni intelletto. Ciò volle dire Isaia quando affermò: Veramente tu sei un Dio nascosto (45,15).
Qui è bene notare come per quanto siano elevate le comunicazioni e gli atti delle divine presenze, alte e sublimi le notizie di Dio che l’anima ha in questa vita, tutto ciò non è essenzialmente Dio né ha a che vedere con Lui, poiché invero Egli è ancora nascosto all’anima. È necessario perciò che essa lo stimi superiore a tutte queste grandezze, lo creda nascosto e lo cerchi come tale dicendo: Dove ti nascondesti?
Poiché né l’alta comunicazione né la presenza sensibile sono indizio maggiore della sua presenza per grazia, né la mancanza di tutto ciò nell’anima ne indica l’assenza perciò il Profeta Giobbe dice: Se verrà a me, non lo vedrò; e se mi fuggirà non me ne accorgerò (9,11).
4- Queste parole ci fanno intendere come, se percepisce qualche grande comunicazione, notizia divina o qualche altro sentimento, l’anima non deve credere che ciò sia vedere chiaramente o possedere essenzialmente Dio, né pensare di essere più in Lui, per quanto grande esso sia. Se tutte queste comunicazioni sensibili e intellegibili le vengono a mancare ed essa rimanesse arida, tra le tenebre e priva di aiuto, non deve credere perciò che le manchi Dio, poiché realmente nel primo caso non può sapere con certezza di essere in grazia di Dio, e nel secondo di esserne priva, secondo quanto afferma il Savio: Nessun uomo mortale può sapere se sia degno di amore o di odio davanti a Dio (Qo 9,1).
Pertanto scopo principale dell’anima nel verso presente non è soltanto quello di chiedere solo la devozione affettiva e sensibile, in cui non v’è né la certezza né la chiarezza del possesso dello Sposo in questa vita, ma specialmente quello di domandare la presenza e la chiara visione della sua essenza con cui desidera di essere assicurata e soddisfatta nella gloria.
5- Proprio questo vuole affermare la sposa nel Cantico (1,6) allorché, desiderando di unirsi con la divinità del Verbo suo Sposo, la chiede al Padre: Mostrami dove ti pasci e dove ti riposi sul mezzogiorno. Chiedendogli dove si pasca, gli domanda di mostrarle l’essenza del Verbo divino, poiché il Padre non si pasce in altra cosa che nell’unico suo Figlio, che è la sua gloria. Pregando che le mostri dove riposa, gli chiede la stessa cosa, giacché il Padre non riposa né sta in altro luogo che nel suo unico Figlio, unica sua delizia, nel quale riposa comunicandogli tutta la sua essenza, sul mezzogiorno, cioè nell’eternità, dove sempre lo ha generato e sempre lo genera. Dunque il Verbo divino dove il Padre si pasce con gloria infinita e questo petto [letto] fiorito dove Egli prende riposo con immenso diletto amoroso, nascosto ad ogni creatura mortale, chiede qui l’anima sposa quando dice: Dove ti nascondesti?
6- Affinché quest’anima sitibonda nella vita presente riesca a trovare il suo Sposo e unirsi con Lui per unione di amore, secondo quanto è possibile, e mitighi la sua sete almeno con una goccia che di Lui si può gustare in terra, sarà bene che io risponda a quello che ella chiede allo Sposo. Sostituendomi a Lui, le mostrerò il luogo più sicuro dove Egli si nasconde, perché sicuramente ve lo trovi con la maggiore perfezione e con il maggior sapore possibile in questa vita, e così non incomincerà ad andare vagando inutilmente dietro le orme delle sue compagne.
A tale scopo c’è da notare che il Verbo Figlio di Dio, insieme con il Padre e con lo Spirito Santo, se ne sta essenzialmente nascosto nell’interno [nell'intimo centro “A”] dell’anima. Quindi l’anima che vuol trovarlo, deve allontanarsi secondo l’affetto e la volontà da tutte le cose create e ritirarsi in sommo raccoglimento dentro di sé come se tutto il resto non esistesse. Perciò S. Agostino dice nei Soliloqui [Pseudo-Agostino, Soliloquiorum animæ ad Deum liber unus, c. 30, ML 40, 888] parlando con Dio: Non ti trovavo, o Signore, di fuori, perché fuori cercavo male te che stavi dentro.
Dio dunque è nascosto nell’anima, dove il bravo contemplativo deve cercarlo: Dove ti nascondesti?
7- O anima bellissima fra tutte le creature, che desideri tanto conoscere il luogo dove si trova il tuo Diletto, per trovarlo ed unirti a Lui! Ormai ti è stato detto che tu stessa sei il luogo in cui Egli dimora e il nascondiglio dove si cela. Tu puoi grandemente rallegrarti sapendo che tutto il tuo bene e l’intera tua speranza è così vicina a te da abitare dentro di te o, per dire meglio, che tu non puoi stare senza di Lui: Sappiate – dice lo Sposo – che il regno di Dio è dentro di voi (Lc 17,21) e il suo servo, l’apostolo S. Paolo soggiunge: Voi siete il tempio di Dio (2Cor 6,16).
8- È grande conforto per l’anima sapere che Dio non le viene mai meno, anche se essa è in peccato mortale; quanto meno Egli abbandonerà quella che è in grazia!
Che vuoi di più, o anima, e perché cerchi ancora fuori di te, dal momento che hai dentro di te le tue ricchezze, i tuoi diletti, la tua soddisfazione, la tua abbondanza e il tuo regno, cioè l’Amato, che tu desideri e brami? Gioisci e rallegrati con Lui nel tuo raccoglimento interiore, perché lo hai così vicino! Qui desideralo, adoralo, senza andare a cercarlo altrove, poiché ti distrarresti, ti stancheresti senza poterlo né trovare né godere con maggiore certezza e celerità, né averlo più vicino che dentro di te. Vi è un’unica difficoltà e cioè che, pur essendo dentro di te, se ne sta nascosto; però è già molto se si conosce il luogo dove sta nascosto per cercarlo con la certezza di trovarlo. È quanto tu, o anima, chiedi allorché con affetto di amore dici: Dove ti nascondesti?
9- Tuttavia mi puoi dire: se l’Amato dell’anima mia è dentro di me, perché non lo trovo e non lo sento?
Ciò accade perché Egli se ne sta nascosto e tu non ti nascondi per trovarlo e per sentirlo. Infatti chi vuol trovare una cosa nascosta deve entrare fino al nascondiglio dove quella si trova e, quando la trova, anch’egli è nascosto con lei. Dunque poiché il tuo Sposo amato è il tesoro nascosto nel campo dell’anima tua, per il qual tesoro l’astuto mercante vendette tutti i suoi beni (Mt 13,44) sarà necessario che tu, per trovarlo, dimenticando tutte le cose e allontanandoti da tutte le creature ti rifugi nel nascondiglio interiore del tuo spirito (Mt 6,6) e serrata la porta dietro di te, vale a dire chiusa la tua volontà a tutte le cose, preghi occultamente il Padre tuo (Ibid.). Allora, rimanendo nascosta con Lui, lo sentirai e lo amerai di nascosto, lo godrai e ti diletterai con Lui di nascosto, ossia in maniera superiore ad ogni espressione e sentimento umano.
10- Orsù, anima bella, poiché ora sai che il Diletto tanto desiderato dimora nascosto nel tuo seno, procura di essere bene nascosta con Lui e così lo abbraccerai e lo sentirai con affetto d’amore nel tuo seno. Ricordati che Egli ti invita a questo nascondiglio per mezzo di Isaia il quale dice: Vai, entra nel tuo nascondiglio chiudi dietro di te le tue porte, cioè tutte le tue potenze a tutte le creature, nasconditi per un momento (26,20), vale a dire per questo momento della vita temporale. Poiché se nella brevità della vita presente, come dice il Savio, tu, anima fortunata, custodirai con ogni cura il tuo cuore (Pr 4,23), indubbiamente il Signore ti concederà quanto promette per mezzo di Isaia: Ti darò gli occulti tesori e ti svelerò la sostanza dei segreti e dei misteri (45,3), sostanza la quale è Dio stesso, poiché Egli è la sostanza e il concetto della fede, e questa è il segreto e il mistero. Quando verrà rivelato e manifestato quanto la fede ci tiene nascosto, cioè la perfezione di Dio, come dice S. Paolo (1Cor 13,10), allora all’anima sarà manifestata la sostanza dei misteri segreti.
Anche se in questa vita, per quanto si nasconda, l’anima non può giungere mai a conoscere le profondità come nell’altra, tuttavia, se come Mosè si rifugerà nella caverna della pietra (Es 33,22-23), cioè nell’imitazione vera della vita del Figlio di Dio, suo Sposo, con l’aiuto della destra di Dio, meriterà di vedere le spalle di Lui, vale a dire di raggiungere in terra tanta perfezione da unirsi e trasformarsi per amore nel Figlio di Dio, suo Sposo. In tal modo ella si sente tanto unita con Lui e così sapientemente istruita nei suoi misteri che per quanto riguarda la conoscenza di Lui in questa vita, non ha bisogno di dire: Dove ti nascondesti?
11- È già stato detto, o anima, il metodo che ti conviene seguire per trovare lo Sposo nel tuo nascondiglio. Ma se vuoi che io te lo ripeta, ascolta una parola ricca di sostanza e di verità inaccessibile: cercalo con fede e con amore, senza cercare soddisfazione in cosa alcuna, e senza desiderare di gustarla e intenderla fuori di quanto è necessario; queste due cose, come la guida del cieco, ti condurranno per vie a te ignote, al nascondiglio di Dio. Infatti la fede, cioè il segreto di cui si è parlato, è simile alle gambe delle quali l’anima si serve per andare verso Dio, e l’amore è la guida che ve la conduce, di modo che, trattando i misteri e i segreti della fede, meriterà che l’amore le manifesti quello che tale virtù racchiude in sé, vale a dire lo Sposo che ella desidera in terra per mezzo della grazia speciale dell’unione divina e in cielo per mezzo della gloria essenziale, godendo non più nascostamente, ma faccia a faccia.
Intanto, quantunque l’anima arrivi a tale unione, che è lo stato più alto a cui si può giungere in questa vita, poiché lo Sposo è nascosto nel seno del Padre, dove desidera goderlo nell’altra, ella continua a dire: Dove ti nascondesti?
12- Fai molto bene, o anima, a cercarlo sempre nascosto, poiché facendo così glorifichi Dio e ti avvicini molto a Lui stimandolo per l’essere più alto e profondo di tutti quelli che tu puoi raggiungere. Non ti fermare quindi né molto né poco in ciò che le tue potenze possono comprendere, vale a dire, non ti volere mai appagare di ciò che puoi intendere di Dio, ma piuttosto di ciò che di Lui non puoi capire. Non ti fermare mai nell’amore e nel diletto di ciò che intendi e senti di Dio, ama e dilettati solo in ciò che di Lui non puoi né intendere né sentire: questo vuol dire cercarlo in fede. Essendo Dio inaccessibile e nascosto, come è stato detto, anche se ti sembra di trovarlo, di sentirlo e di capirlo, lo devi ritenere sempre per nascosto e come tale lo devi servire in occulto. Non voler essere come i molti insipienti i quali, avendo un concetto volgare di Dio, allorché non lo intendono, non lo gustano e non lo sentono, credono che Egli sia lontano e nascosto, mentre è piuttosto vero il contrario e cioè che quanto meno distintamente l’intendono, più si accostano a Lui, poiché come dice il Profeta David: Pose il suo nascondiglio nelle tenebre (Sal 17,12). Così avvicinandoti a Lui, il tuo occhio fiacco deve necessariamente essere colpito dalle tenebre.
Dunque fai molto bene in ogni tempo, sia nelle avversità che nelle prosperità spirituali o temporali, a considerare Dio come nascosto e ad invocarlo dicendo: Dove ti nascondesti?, …… in gemiti lasciandomi, o Diletto?
13- Lo chiama Diletto per commuoverlo e spingerlo ad esaudire la sua preghiera poiché, se è amato, il Signore con grande facilità ascolta la preghiera di chi lo ama. Lo dice Egli stesso in S. Giovanni: Se rimarrete in me, chiedete ciò che volete e vi sarà dato (15,7). L’anima quindi lo può chiamare veramente Amato allorché dimora interamente con Lui, non avendo il cuore attaccato ad altra cosa all’infuori di Lui e volgendo ordinariamente a Lui il pensiero. Perciò Dalila dice a Sansone, il cui affetto era privo di ciò: Come puoi dire di amarmi, mentre il tuo animo è lontano da me? (Gd 16,15), animo che include il pensiero e l’affetto.
Dunque alcuni chiamano Amato il loro Sposo, ma non lo amano veramente, poiché il loro cuore non è tutto per Lui e quindi la loro richiesta non ha molto valore al cospetto di Dio e non viene esaudita finché perseverando nella loro orazione, non riescono ad intrattenere a lungo in Lui il loro animo e a stabilirvi il cuore con affetto totale, perché dal Signore niente si ottiene se non per mezzo dell’amore.
14- Riguardo a quanto l’anima dice subito: In gemiti lasciandomi, bisogna notare come l’assenza dell’Amato causa un gemito continuo nell’amante poiché, dato che ama solo Lui, all’infuori di Lui non trova alcun riposo e sollievo. Indizio certo per sapere se uno ama veramente Dio è quindi quello di vedere se si contenta di cose inferiori a Lui.
Ma cosa dico: – si contenta? Poiché anche se possedesse tutte le cose insieme, non sarebbe soddisfatto; anzi, la sua soddisfazione sarebbe minore, quanto maggiori fossero le cose possedute, poiché il cuore non si contenta di possedere le cose, ma di essere privo di tutto e povero di spirito. Giacché in questa povertà consiste la perfezione dell’amore in cui si ha il possesso di Dio con vincolo stretto e con grazia speciale, l’anima, una volta che l’abbia raggiunta, vive in terra con una certa soddisfazione, che però non è sazietà piena, simile a David il quale, pur essendo tanto perfetto, aspettava di essere soddisfatto in cielo dicendo: Mi sazierò quando apparirà la tua gloria (Sal 16,15).
Perciò la pace, la tranquillità e la soddisfazione del cuore, a cui può giungere in terra, non sono sufficienti perché l’anima cessi di emettere nell’intimo qualche gemito, anche se pacifico e non penoso, prodotto dalla speranza di ciò che le manca. Il gemito infatti è congiunto alla speranza, come quello che, al dire di S. Paolo, emettevano lui e gli altri, quantunque perfetti: Noi stessi, che godiamo le primizie dello spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l’adozione dei figli di Dio ( Rm 8,23).
Tale gemito quindi emette l’anima nel suo cuore innamorato, poiché il gemito scaturisce colà dove si ha la ferita d’amore. Ella grida sempre addolorata per la mancanza dello Sposo, specialmente se, dopo aver gustato qualche dolce e saporosa sua comunicazione, improvvisamente si trova arida e sola.
Perciò soggiunge: Come il cervo fuggisti.
15- C’è da osservare che nel Cantico (2,9) la sposa paragona lo Sposo al cervo e alla capra selvatica dicendo: Il mio Amato è simile alla capra e al figlio dei cervi. Afferma ciò non solo perché, come il cervo, egli se ne sta remoto, solitario ed evita la compagnia, ma anche a causa della velocità con cui l’Amato si nasconde e si mostra durante le visite che fa alle anime devote per ricrearle e animarle e negli smarrimenti e nelle assenze che fa percepire ad esse dopo tali visite per provarle e ammaestrarle. E così fa in modo che esse ne sentano più dolorosamente l’assenza, secondo quanto fa intravedere l’anima quando dice: Dopo avermi ferito,
16- come se dicesse: Non mi basta la pena e il dolore che ordinariamente soffro per la tua assenza poiché, dopo avermi ferito di più d’amore con la tua freccia ed avermi accresciuto la passione e il desiderio della tua vista, fuggi con leggerezza di un cervo e non ti lasci prendere neppure per un istante.
17- Per spiegare maggiormente questo verso è bene notare come, oltre a molti altri generi di visite che Dio fa all’anima, mediante le quali la piaga ed eleva in amore, Egli suole accordarle anche alcuni tocchi d’amore i quali, come saette di fuoco, la feriscono e la trapassano, lasciandola cauterizzata con fuoco amoroso. Queste vengono dette con proprietà ferite d’amore e di esse parla ora l’anima. Esse accendono tanto in affetto la volontà, da fare in modo che l’anima bruci nel fuoco ardente di amore talché le sembra di consumarsi in quella fiamma, la quale la fa uscire fuori di sé, rinnovare tutta e passare ad un nuovo modo di essere, simile alla fenice che brucia e rinasce di nuovo. Parlando della cosa David dice: il mio cuore si infiammò; i miei reni si cambiarono, io fui annichilito e non seppi. (Sal 72,21-22).
18- Gli appetiti e gli affetti che il Profeta comprende sotto il termine di reni, si commuovono tutti, mutandosi in divini durante quell’incendio amoroso del cuore, e l’anima per amore si riduce a niente, non sapendo null’altro che amare. Avviene ora il cambiamento dei reni, accompagnato da un grande tormento ansioso di vedere Dio, in modo che all’anima sembra intollerabile il rigore usato dall’amore con lei. Le accade ciò non perché è stata ferita dal Signore (infatti ella ritiene salutari queste ferite d’amore), ma perché è stata lasciata in preda alla sofferenza, mentre avrebbe dovuto ferirla a morte, onde potersi unire con Lui nella chiara visione dell’amore perfetto.
19- Pertanto, per mettere in risalto il suo dolore, ella dice: Dopo avermi ferita, cioè, dopo avermi lasciata così ferita da morire per amor tuo, ti sei nascosto con la velocità del cervo. Questo dolore è così forte, perché in quella ferita d’amore ricevuta da Dio, l’anima con velocità sublime dirige l’affetto della volontà verso il possesso dell’Amato di cui ha sentito il tocco. Con la stessa velocità però ne percepisce e si accorge che in terra non lo può possedere come desidera. Al tempo stesso questa assenza le fa emettere un gemito, poiché le visite di cui si parla non sono come le altre in cui Dio solleva l’anima e la rende contenta; esse vengono fatte per ferire più che per sanare, per affliggere più che per recare sollievo, poiché servono per avvivare la notizia, per accrescere il desiderio e quindi l’ansia dolorosa di vedere Dio.
Queste, che vengono dette ferite spirituali di amore, sono molto gustose e desiderabili per l’anima, la quale quindi vorrebbe morire mille volte sotto i colpi di questa lancia, perché la fanno uscire da sé e penetrare in Dio. Parla della cosa il verso che segue: ti uscii dietro gridando: ti eri involato.
20- Nessuno, se non chi le ha inflitte, può trovare una medicina per ferite di amore. Perciò l’anima trafitta, spinta dalla forza del fuoco della ferita, è uscita dietro al Diletto da cui era stata colpita, gridando perché la risanasse.
È necessario notare che ella può uscire per andare a Dio in due maniere: prima, uscendo da tutte le cose disprezzandole e aborrendole; seconda, uscendo da se stessa per mezzo dell’oblio di sé, cosa che si attua per amore di Dio.
E così è come se dicesse: Sposo mio, con quel tocco e con quella ferita di amore, hai allontanato l’anima mia non solo da tutte le cose, ma anche da se stessa (in verità sembra che la tragga fuori anche dal corpo) e mi hai elevato a te, mentre io, già distaccata da tutto, gridavo dietro a te per unirmi a te. Ti eri involato!
21- Come se dicesse: Quando ho voluto impadronirmi della tua presenza, non ti ho trovato e sono rimasta vuota e distaccata da tutto, penando nell’aura amorosa, priva del tuo e mio appoggio.
Ciò che l’anima dice uscire per andare verso Dio, la sposa dei Cantici chiama «levarsi» dicendo: Mi alzerò e andrò in giro per la città; per le vie e per le piazze cercherò colui che l’anima mia ama; l’ho cercato e non l’ho trovato e mi ferirono (3,2; 5,7). Il termine «alzarsi» va qui preso in senso spirituale, significa andare dal basso verso l’alto ed equivale a quello di «uscire» usato dall’anima, uscire cioè dal proprio amore imperfetto a quello perfetto di Dio. come innalzarsi dal basso verso l’alto, che è uguale ad uscire da sé, vale a dire, dai propri modi di agire e dall’amore imperfetto a quello perfetto di Dio.
Ma nel testo la sposa afferma di essere rimasta piagata perché non ha trovato lo Sposo; anche nella strofa l’anima dice di essere stata abbandonata dopo essere stata ferita d’amore. Quindi chi ama vive sempre in pena per la lontananza dell’Amato, poiché, essendosi donato a colui che ama, ne spera il contraccambio, spera cioè che Egli faccia lo stesso, mentre invece non le si dona. E perciò, se da una parte è già è perduto a se stesso e a tutte le cose per l’Amato, dall’altra non ha trovato nessun guadagno da tale perdita, perché è ancora privo di Lui.
22- Tale sentimento doloroso dell’assenza dell’Amato, al tempo di questa divina ferita, in coloro che si avvicinano alla perfezione è così grande che, se il Signore non provvedesse altrimenti, essi cesserebbero di vivere. Infatti, avendo la volontà sana e lo spirito puro e sano, ben disposto verso Dio, e gustando nello stato attuale qualche dolcezza dell’amore di Dio, verso il quale tendono sopra tutto, tali anime soffrono in maniera indicibile e perché, come da uno spiraglio, intravedono un bene immenso che viene loro negato.

Publié dans:SANTI, Santi - scritti |on 14 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

PAOLO VI – «CONOSCERE GESÙ CRISTO» L’ISPIRATA DECISIONE DI S. FRANCESCO D’ASSISI

https://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/audiences/1966/documents/hf_p-vi_aud_19661228.html

PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 28 dicembre 1966

«CONOSCERE GESÙ CRISTO» L’ISPIRATA DECISIONE DI S. FRANCESCO D’ASSISI

Diletti Figli e Figlie!

Il primo biografo di S. Francesco d’Assisi, fra Tommaso da Celano, in Abruzzo, narra, al capitolo XXX della prima vita da lui scritta del Santo (1228), per ordine di Papa Gregorio IX, l’origine del Presepio, cioè della rappresentazione scenica della nascita di nostro Signore Gesù Cristo, secondo il Vangelo di San Luca, con l’aggiunta convenzionale del bue e dell’asinello (Isaia, 1, 3, vi ha dato occasione, e S. Ambrogio, con altri, la ricorda nella sua Expositio Evang. Luc. 2, 42; PL. 15, 1568). Scrive fra Tommaso che il supremo proposito di S. Francesco era quello di osservare in tutto e sempre il santo Vangelo. «Specialmente, egli scrive, l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione gli erano presenti alla memoria, così che raramente voleva pensare ad altro. Va ricordato a questo proposito e celebrato con riverenza quanto egli fece, tre anni prima di morire, presso il paese che si chiama Greccio, per il giorno di Natale del Signor nostro Gesù Cristo (cioè nel 1223). Viveva da quelle parti un certo Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, che il beato Francesco amava particolarmente, poiché, essendo quegli nobile e assai stimato trascurava la nobiltà del sangue e ambiva solo la nobiltà dello spirito. Il beato Francesco, come faceva spesso, circa quindici giorni prima del Natale lo fece chiamare e gli disse: Se hai piacere che celebriamo a Greccio questa festa del Signore, precedimi e prepara quanto ti dico. Voglio infatti celebrare la memoria di quel Bambino, che nacque a Betlem, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si trovava per la mancanza di quanto occorre ad un neonato; come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno, vicino al buone e all’asinello. Ciò udito, quell’uomo buono e pio se ne andò in fretta e preparò nel luogo indicato tutto ciò che il Santo aveva detto» (Vita prima, c. 30, Analecta Franciscana, X, p. 63).

Questa è l’origine del nostro presepio. «ANDIAMO A VEDERE». Ed ora che questa popolare rappresentazione della storia evangelica è nella mente di tutti, viene spontaneo riflettere come il Signore volle farsi conoscere e come il primo dovere che noi uomini abbiamo verso questo misterioso Fratello venuto in mezzo a noi è di conoscerlo. La prima conoscenza è quella sensibile, quella che San Francesco volle concedere a sé e agli altri con la composizione del presepio, quella di contemplare in qualche modo con gli occhi del corpo, «utcumque corporis oculis pervidere». Ed è una forma naturalissima di conoscenza, che Cristo volle concedere a quei fortunati, i quali poterono avvicinarlo durante la sua vita temporale, «in illo tempore», in quel tempo, come ci istruisce la lettura evangelica della santa Messa; ed è una forma desideratissima, che tutti vorremmo godere, ed i Santi più di tutti. Ricordate che cosa dicono i pastori, dopo l’annuncio dell’Angelo: «Andiamo a vedere»? (Luc. 2, 15) e il desiderio dei Gentili, presenti all’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme: «Vogliamo vedere Gesù»? (Io. 12, 21). E la testimonianza degli Apostoli: «. . . quello che abbiamo veduto con gli occhi nostri, quello che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato . . .»? (1 Io. 1, 1). Era il desiderio dell’Apostolo Tommaso: «Se non vedo . . . . se non tocco . . . . io non credo» (Io. 20, 25). Ma questa conoscenza sensibile ha avuto la sua funzione iniziale, parziale e passeggera per dare certezza concreta, positiva, storica a coloro che avrebbero poi avuto la missione di predicare la testimonianza circa la realtà umana e prodigiosa di Gesù, e di suscitare quella nuova forma di conoscenza, sulla quale è fondato tutto l’edificio religioso stabilito da Cristo: la fede. Fu Lui ad ammonirci: «Beati coloro che avranno creduto, senza avere veduto» (Io. 20, 29). «Per fede, scrive S. Paolo, noi camminiamo non per visione» (2 Cor. 5, 7). Ma sta il fatto che la venuta di Cristo nel mondo genera per noi il problema e di dovere di conoscerlo. Come conoscerlo? Ecco la domanda che ciascuno deve porre a se stesso: conosco io Gesù Cristo? Lo conosco davvero? Lo conosco abbastanza? Come posso conoscerlo meglio? Nessuno è in grado di rispondere in modo soddisfacente a questi interrogativi, non solo perché la conoscenza di Cristo pone tali problemi e nasconde tali profondità, che solo l’ignoranza, non l’intelligenza, può dirsi paga d’una qualsiasi nozione su Cristo; ma anche perché ogni nuovo grado di conoscenza che di Lui acquistiamo, invece di calmare il desiderio della conoscenza di Cristo, vieppiù lo risveglia: l’esperienza degli studiosi, e ancor più quella dei Santi, lo dice.

LA DOVEROSA COSTANTE RICERCA DI GESÙ Allora, Figli carissimi, bisogna che ci mettiamo alla ricerca di Gesù, cioè allo studio di quanto possiamo sapere su di Lui; ed ecco che ritorna a noi l’immagine del presepio, cioè il ricordo del racconto evangelico. La prima conoscenza, che dovremo avere di Cristo, è quella documentata dai Vangeli. Se non abbiamo avuto la fortuna della conoscenza diretta e sensibile del Signore, dobbiamo cercar di avere una conoscenza storica, una memoria sicura di Lui, dando la dovuta importanza alla forma umana, con cui il Verbo di Dio si è rivelato. E qui, subito, grandi discussioni, grandi difficoltà, grandi incantesimi di studi e di interpretazioni, che tentano diminuire il valore storico dei Vangeli stessi, specialmente quelli che si riferiscono alla nascita di Gesù e alla sua infanzia. Accenniamo appena a questa svalutazione del contenuto storico delle mirabili pagine evangeliche, affinché sappiate difendere, con lo studio e con la fede, la consolante sicurezza che quelle pagine non sono invenzione della fantasia popolare, ma dicono la verità. «Gli apostoli – scrive chi se ne intende, il Card. Bea – hanno un autentico interesse storico. Non si tratta evidentemente di un interesse storico nel senso della storiografia greco-latina, cioè della storia ragionata e cronologicamente ordinata, che sia fine a se stessa, bensì di un interesse agli avvenimenti passati come tali e dell’intenzione di riferire e tramandare fedelmente fatti e detti passati.

NUTRIRE LA FEDE CON LA LETTURA DEL VANGELO Ne è una riprova il concetto stesso di «testimone», «testimonianza», «testimoniare», che nelle sue varie forme ricorre nel Nuovo Testamento più di 150 volte (La storicità dei Vang. sin., in Civ. Catt., 1964; II, 417-436 e 526-545). Né altrimenti l’autorità del Concilio si è pronunciata: «Gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte che erano tramandate a voce, o anche in iscritto, alcune altre sintetizzando, altre spiegando con riguardo alla situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferire su Gesù con sincerità e verità» (Dei Verbum, 19). Rassicurati così, i fedeli devono dedicarsi innanzi tutto con devota passione alla lettura e allo studio delle fonti scritturali, che ci parlano di Gesù. La fede dev’essere nutrita di questa sacra dottrina. Se abbiamo bene celebrato il Natale, se ci siamo soffermati anche noi, con sapiente semplicità, davanti al presepio, dobbiamo noi pure desiderare quella «eminente scienza di Gesù Cristo» (Phil. 3, 8), che San Paolo anteponeva ad ogni altra cosa.

Conoscere Gesù Cristo: questa è oggi la Nostra esortazione, Figli carissimi, con la Nostra Apostolica Benedizione.

LA BATTAGLIA DEL CRISTIANO È SPIRITUALE – (Ef 6, 11-20) – SANT’ISACCO DI NINIVE

https://vivificat.wordpress.com/2011/06/07/la-battaglia-del-cristiano-e-spirituale-la-nostra-battaglia-infatti-non-e-contro-creature-fatte-di-sangue-e-di-carne-ma-contro-i-principati-e-le-potesta-contro-i-dominatori-di-questo-mondo-di-ten/

LA BATTAGLIA DEL CRISTIANO È SPIRITUALE -  (Ef 6, 11-20) – SANT’ISACCO DI NINIVE

“La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”

“Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi, e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del vangelo, del quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere.” Lettera agli Efesini (6, 11-20)

LA LOTTA SPIRITUALE – SANT’ISACCO DI NINIVE 1. Continuità della lotta Finché uno non odia di cuore e in verità la causa del peccato, non è liberato dalla dolcezza che esso produce nel cuore; tale dolcezza è la potenza della lotta che si leva contro l’uomo fino al sangue. Quanto più un uomo entra nella lotta per Dio, tanto più si avvicinerà alla parresia del cuore nella sua preghiera. La lotta non termina in un attimo, né la grazia viene tutta intera in una volta e abita nell’anima. Ma un pò e un pò; ci sarà l’una e l’altra: c’è un tempo per la tentazione e un tempo per la consolazione. Una parte della lotta perdura fino alla morte: non sperare di qui la liberazione piena da essa. Questo mondo è la palestra della lotta e lo stadio della corsa; e questo tempo è il tempo del combatti­mento. E il luogo del combattimento e il tempo della lotta non sono soggetti a una legge. Ciò significa che il re non ha posto un limite ai suoi lavoratori, finché non sia finita la lotta e non siano tutti radunati nel luogo del Re dei re. Lì sarà esaminato colui che ha persevera­to nella battaglia e non ha ricevuto sconfitta, e colui che non ha voltato le spalle. Infatti, quante volte è ac­caduto che un uomo buono a nulla, che a causa della sua mancanza di esercizio era costantemente battuto e gettato a terra, e che era sempre in uno stato di fragi­lità, abbia afferrato lo stendardo dell’accampamento dei figli dei valorosi, e il suo nome sia diventato famo­so più di quello di coloro che erano stati diligenti, di coloro che si erano distinti, degli abili e degli istruiti, e abbia ricevuto la corona e doni più preziosi di quelli dei suoi compagni. Perciò, nessuno abbandoni la speranza. Solo: non disdegni la preghiera e il chiedere aiuto a nostro Signore. Teniamo bene nell’intelligenza questo: per tutto il tempo in cui siamo in questo mondo e abitiamo in questo corpo, se anche fossimo innalzati fino alla volta dei cieli, non ci è possibile restare senza fatica e avver­sità, e senza preoccupazione.

2. Ricominciare Altro sono gli inciampi e le cadute posti sulla via della virtù e sulla corsa della giustizia, secondo la paro­la dei padri: “Sulla via della virtù ci sono cadute, mu­tamenti, violenza, eccetera”. Altro è invece la morte dell’anima, la completa distruzione e la desolazione totale. Ecco come si fa a conoscere che si è nel primo ca­so: se uno, anche cadendo, non dimentica l’amore del Padre suo; e, pur essendo carico di colpe di ogni gene­re, la sua sollecitudine per la sua opera bella non è in­terrotta; se non smette la sua corsa; se non è negligente nell’affrontare di nuovo la battaglia contro le stesse co­se dalle quali è stato sconfitto; se non si stanca di rico­minciare, ogni giorno, a costruite le fondamenta della rovina del suo edificio, avendo sulla sua bocca la paro­la del Profeta: Fino all’ora del mio passaggio da que­sto mondo, non rallegrarti di me, o mio nemico! Perché sono caduto, ma di nuovo mi rialzo; sono seduto nella tenebra, ma il Signore mi illumina “. Così non cesserà di combattere fino alla morte; non si darà per vinto finché ci sarà respiro nelle sue na­rici; e anche se la sua nave naufragasse ogni giorno e i risultati ottenuti dal suo commercio finissero nell’a­bisso, non cesserà di prendere a prestito e caricare altre navi e navigare con speranza. Finché il Signore, vedendo la sua sollecitudine, avrà pietà della sua ro­vina, rivolgerà a lui le sue misericordie e gli darà in­citamenti potenti per sopportare e affrontare i dardi infuocati del male. Questa è la sapienza che viene da Dio, e chi è mala­to di questo è sapiente.

3. Convertire le fatiche Nella notte in cui sudò, il Signore nostro ha trasformato il sudore della fatica su di una terra che fa crescere spine e cardi  in sudore che si mescola alla preghiera. Il vento feconda i frutti della terra e lo Spirito di Dio i frutti dell’anima. L’ostrica nella quale la perla è plasmata riceve dall’aria il suo riempimento, come dice il nome; fino a quel momento è invece carne spoglia. Così avviene per il cuore del monaco: finché non ri­ceve il suo riempimento celeste, per mezzo del discer­nimento, la sua pratica è ancora spoglia; e in lui, nella sua ostrica, non c’è consolazione. I frutti degli alberi sono aspri e sgradevoli al gusto e non sono buoni da mangiare, finché non penetra in essi la dolcezza che viene dal sole. Così le vecchie fa­tiche della conversione sono amare e molto sgradevoli, e non danno consolazione al solitario, finché non pe­netra in esse la dolcezza della contemplazione che ri­muove il cuore dalle realtà terrene e il solitario non dimentica se stesso. Le pratiche del corpo senza le bellezze del pensie­ro sono un grembo sterile e mammelle asciutte; non avvicinano alla conoscenza di Dio. Alcuni hanno il corpo affaticato, ma non si curano di sradicare le pas­sioni dal loro pensiero: neppure essi raccoglieranno; non raccoglieranno proprio nulla! Come un uomo che semina tra le spine e non può raccogliere, così è colui che rovina la propria intelli­genza con la preoccupazione, l’ira e il desiderio di am­massare ricchezze e intanto geme sul suo letto per le molte veglie e astinenze. Per ogni opera c’è una misura e per ogni pratica è noto un tempo. Chiunque cominci prima del tempo qualcosa che è superiore alla sua misura ne ha doppio danno e nessuna utilità. Nulla è simile alle fatiche misurate, quando sono ac­compagnate dalla fedeltà. La loro mancanza provoca un eccesso di desiderio, mentre il loro eccesso dà luogo alla confusione.

4. Discernere l’ambiguo C’è una fiducia in Dio che è accompagnata dalla fede del cuore e che è bella e deriva dal discernimen­to della conoscenza; e ce n’è un’altra che è insipi­da e deriva dalla stoltezza: questa seconda fiducia è fallace. Il coraggio del cuore e il fatto che uno disprezzi tutti i pericoli, procedono da una di queste due cause: o dal­la durezza del cuore, o da una grande fede in Dio. All’una è congiunto l’orgoglio, all’altra invece l’umiltà di cuore. Il silenzio continuo e la custodia della quiete perse­verano nell’uomo per una di queste tre cause: o in vi­sta della gloria degli uomini, o a motivo dell’ardore in­fuocato per la virtù, o perché si ha nell’intimo una qualche consuetudine con Dio che attira a sé il pen­siero. Chi non possiede queste ultime due cause, quasi necessariamente si ammala della prima. Una condotta che non ha occhi è vana; perché, a causa della sua distrazione, conduce facilmente al di­sgusto. Prega il Signore nostro perché procuri occhi alla tua condotta; di qui comincia a sgorgare per te la gioia. Allora le tribolazioni saranno per te dolci come un favo. Di qui troverai che la tua reclusione è una stanza nuziale. La vigilanza del discernimento è migliore di qualsia­si atteggiamento che si possa assumere davanti alle va­rie situazioni degli uomini. È meglio l’aiuto che viene dalla vigilanza, dell’aiuto che viene dalle opere. La vigilanza aiuta l’uomo più delle opere. L’ozio danneggia solo i giovani, la rilassatezza, invece, anche i perfetti e gli anziani.

II. GLI STRUMENTI DELLA LOTTA  1. Il rinnegamento DISCEPOLO: Cosa faremo al corpo che, quando è attorniato dalle disgrazie, a causa di esse viene meno alla volontà di desiderare i beni e la saldezza di un tempo? MAESTRO: Questo avviene per lo più a coloro che in parte sono usciti dietro a Dio, ma in parte sono rimasti nel mondo. Cioè il loro cuore non è ancora capace di staccarsi da qui, ma sono divisi in se stessi, poiché una volta guardano dietro di sé e una volta guardano davanti. Ritengo che il sapiente ammonisca costoro, che si accostano alla via di Dio in una tale divisione, quando dice: “Non accostarti ad essa con due cuo­ri; ma avvicinati ad essa come chi semina e come chi miete”. E ancora nostro Signore, a coloro che vogliono rendere perfetto questo esodo, vedendo che tra di loro vi sono alcuni uomini come questi la cui volontà è pronta ma i cui pensieri sono ancora attratti indietro dalla paura delle tribolazioni, causata dall’amore del corpo che non hanno ancora deposto da se stessi, per togliere da loro la fiacchezza del pensiero, dice: “Chi vuol venire dietro a me, prima rinneghi se stesso”.

Qual è il rinnegamento qui ricordato? E’ il rinnegamento che avviene nel corpo, a immagine di colui che, preparandosi a salire sulla croce, prende nei suoi pen­sieri l’intelligenza della morte e allora esce come uno che pensa di non avere più una parte in questa vita. Questo significa: Prenda la sua croce e venga dietro a me. Chiama croce la volontà pronta a ogni tribolazio­ne. E spiegando perché sia così, dice: “Chi vuole che la sua anima viva  in questo mondo, la fa perire alla vita vera; ma chi fa perire se stesso a causa mia qui, si ritro­verà di là”. Cioè, chi dirige i suoi passi sulla via della crocifissione, ma poi è ancora sollecito per questa vita del corpo, fa decadere la sua anima dalla speranza per la quale era uscito a patire. Nostro Signore ha posto davanti a te la croce perché tu sentenzi la morte sulla tua anima; e solo allora lascerai la tua anima andare dietro a lui. Non c’è nulla che sia potente come l’essere senza speranza in se stessi; questo non può essere sconfitto né da qualcosa di favorevole né da qualcosa di sfavore­vole. Quando un uomo, nel suo pensiero, ha abban­donato la speranza che viene dalla sua vita, nessuno potrà essere più coraggioso di lui, e nessun nemico po­trà attaccarlo, e non c’è afflizione il cui sentore potrà fiaccare la sua intelligenza. Perché ogni afflizione esi­stente è inferiore alla morte, e lui ha lasciato che la morte venisse su se stesso. Non c’è nessuno che ami qualcosa e non cerchi di moltiplicarne gli effetti. Non c’è nessuno che cerchi di occuparsi delle cose divine se non si è allontanato e non ha disprezzato quelle temporali, facendosi stra­niero all’onore del mondo e alle sue dolcezze, e strin­gendosi all’obbrobrio della croce, bevendo ogni giorno aceto e amarezze a motivo di passioni e uomini e demoni e miseria.

2. La rinuncia Abbandona le cose di poco valore per trovare quel­le preziose. Sii morto nella vita e così non vivrai nella morte. Fa’ che la tua anima muoia nella sollecitudine, e non che viva nella condanna. Non sono martiri solo coloro che a causa della fe­de in Cristo accolgono la morte, ma anche coloro che muoiono per custodire i suoi comandamenti. A ogni parola dura che l’uomo sopporta con discer­nimento, eccetto il caso che sia lui la causa dell’of­fesa, egli riceve sulla sua testa una corona di spine a motivo di Cristo; e sarà beato e anch’egli sarà incoro­nato in un tempo che non conosce. Colui che fugge la gloria, coscientemente, speri­menta in se stesso la speranza del mondo futuro. Colui che ha professato l’allontanamento dal mondo e poi litiga con gli uomini a motivo delle cose, per non essere impedito nel fare ciò che gli piace, è completa­mente cieco. Infatti, ha abbandonato l’intero mondo volontariamente, e ora litiga per una parte di esso. Colui che fugge gli agi di quaggiù, ha il pensiero fis­so al mondo futuro. Colui che possiede beni è schiavo delle passioni; e non considerare beni solo l’oro e l’argento, ma tutto ciò che tu possiedi con il desiderio della tua volontà. Se hai abbandonato l’intera realtà del mondo, vo­lontariamente, non contendere con nessuno per picco­le parti di esso. L’albero, finché non fa cadere le vecchie foglie, non fa spuntare i nuovi rami; così il solitario, finché non scrolla dal suo cuore i suoi vecchi ricordi, non fa spun­tare i nuovi rami  per mezzo di Gesù Cristo.

3. Un desiderio più grande DISCEPOLO: Come può l’uomo uscire completamente dal mondo? MAESTRO: Per mezzo del desiderio suscitato dalla memoria dei beni futuri, quelli che la divina Scrittura semina nel suo cuore con la dolcezza dei suoi versetti colmi di speranza. Infatti, il pensiero non può disprez­zare il suo amore di prima, finché un desiderio più ec­cellente non si contrappone a quelle cose che sono rite­nute gloriose e piacevoli, dalle quali l’uomo è posseduto. Ciò che ogni uomo desidera lo si conosce dalle sue opere; egli sarà sollecito a chiedere nella preghiera ciò che gli sta a cuore; e ciò per cui prega, avrà cura di ma­nifestarlo anche nelle opere palesi.

Chi desidera intensamente le cose grandi, non si preoccupa di quelle piccole. Quando in te l’amore per Cristo  non è forte al punto da renderti, per la gioia in lui, impassibile a tut­te le afflizioni, sappi che in te il mondo vive più di Cristo. Quando le infermità, i bisogni, il tormento del corpo, o la paura che viene dalle sue pene, turba il tuo pensiero allontanandolo dalla gioia della tua speranza e dalla meditazione limpida del Signore nostro, sappi che in te vive il corpo e non Cristo. In te vive ciò il cui amore ha su di te più potere.

4. La povertà Ama la povertà con perseveranza, perché il tuo pen­siero sia raccolto dalla dispersione. Odia la sovrab­bondanza, per essere preservato dalla confusione dell’intelligenza. Taglia corto con le molte cose e prenditi cura delle tue condotte, perché la tua anima eviti di dissipare la quiete interiore. Se possiedi qualcosa in più rispetto al nutrimento quotidiano, vai dallo ai poveri; poi vieni, presenta la preghiera con parresia, cioè parla con Dio come un fi­glio fa con suo padre. Non c’è nulla che avvicini il cuore a Dio quanto la compassione; e non c’è nulla che dia pace al pensiero quanto la povertà volontaria. Come non è possibile che la salute e la malattia sia­no in uno stesso corpo, senza che una di esse sia eli­minata dall’altra, così non è possibile che il denaro e l’amore siano in una stessa casa, senza che uno di essi distrugga l’altro. Finché un uomo si trova nella povertà, l’esodo dalla vita si leva continuamente nel suo pensiero; è in ogni istante medita sulla vita che seguirà la resurrezione, e in ogni momento si industria nella preparazione di ciò che è utile per l’aldilà. Ma quando accade che, per una qualche causa, una delle cose transitorie cade in mano sua ed egli l’acqui­sta per opera di colui che è sapiente in ogni cosa mal­vagia, immediatamente l’amore del corpo inizia a muo­versi nella sua anima, egli pensa di avere una vita lunga davanti a sé, e i pensieri relativi al riposo del corpo fioriscono in lui in ogni momento. Egli trattiene il suo corpo, se possibile, perché non sia vessato da nulla, e si industria in tutte quelle cose che possono dare riposo al corpo. Ma così si priva di quella libertà che non as­servisce ad alcun pensiero di timore; e quindi medita e riflette su tutti quei moti che producono la paura e che sono cause di timore, perché egli è ormai privato del coraggio del cuore, coraggio che aveva quando, grazie alla povertà, si era levato al di sopra del mondo. Ama i poveri, e grazie a essi troverai misericordia.

5. La memoria degli inizi Quando tu sperimenti la sconfitta, la fragilità, la mancanza di entusiasmo, e ti ritrovi legato e incatena­to dal tuo avversario in una terribile miseria e nello spossamento che la pratica del peccato produce, rie­voca al tuo cuore l’ardore dei primi tempi, quando mo­stravi sollecitudine anche per le piccole cose, eri mosso da zelo contro ciò che impediva il tuo cammino, esprimevi dolore per piccolissime cose da te trascurate sen­za tua colpa e cingevi intera la corona della vittoria, a motivo di tutto ciò. Allora, per mezzo di tali ricordi e di altri simili, la tua anima si sveglierà come dal sonno, si rivestirà di ardente zelo e si leverà dal suo torpore, come dalla morte. Si raddrizzerà e farà ritorno al suo posto di pri­ma, all’acceso combattimento contro Satana e contro il peccato. Tu, uomo che sei uscito dietro a Dio, in ogni tem­po della tua lotta, ricordati sempre dell’inizio, di quel primo ardore che fu al principio del cammino, di quel pensiero infuocato nel quale sei uscito dalla tua dimo­ra di un tempo e nel quale la tua anima è andata a schierarsi in battaglia. Esamina te stesso ogni giorno, perché non si smorzi il calore della tua anima fino a perdere quell’ardore di cui eri acceso; che tu non ven­ga a mancare di nulla dell’armatura di cui eri cinto al principio della tua lotta. Un anziano aveva scritto sulle pareti della sua cella varie frasi, pensieri di vario contenuto e parole mira­bili e diverse su tutti i pensieri. E gli fu chiesto: “Cos’é questo, abba?”. Rispose: “Sono i pensieri di giusti­zia che mi sono comunicati dall’angelo che è presso di me e dai retti moti della natura. Io li scrivo quando mi trovo in queste dimore, affinché, nel tempo della tene­bra, io mi intrattenga con essi, e così mi salvino dall’errore”.

6. L’attenzione alle piccole cose Chi trascura  le cose piccole, anche nelle grandi sarà un mentitore e un ingannatore. Non rigettare le cose piccole, per non essere privato di quelle grandi. Non si è mai visto un infante che succhia il latte mettere carne nella sua bocca. Per mezzo delle cose piccole si apre la porta alle grandi. Senza caricarsi del fardello delle cose piccole, non è possibile sfuggire ai grandi mali. Con ciò con cui hai perso i beni, con quello stesso devi riacquistarli. Tu devi a Dio una monetina? Non accetterà da te una perla al suo posto. Ciò che tu custodirai per Dio, Dio lo custodirà per la tua salvezza. La vita nello Spirito richiede in primo luogo tempo e fedeltà. Se, infatti, non è possibile che uno impari le arti del mondo senza persistere per molto tempo nella fedeltà dei loro commerci – e solo allora il pensiero afferra l’oggetto e il modo della pratica dell’arte che ha deciso di imparare -, quanto più questo è valido per noi. Se un’arte visibile agli occhi richiede tanto tempo e fedeltà di impegno, quanto più l’arte dello Spirito, che l’occhio non vede, per la quale non si conosce ciò da cui la si può apprendere, e che necessita di una grande purezza! Il maestro in questo è lo Spirito, e l’arte è nascosta.

7. La stabilità e la perseveranza Grande è la potenza di una condotta minima, quan­do questa è unita alla fedeltà. La soffice goccia, per la sua fedeltà, scava anche la dura roccia. Ogni condotta che è senza stabilità e di poca durata, si trova ad essere anche senza frutti.

8. La veglia Non pensare, o uomo, che tra tutte le fatiche degli asceti vi sia una pratica più grande e più preziosa della fatica della veglia. Da’ spazio alle fatiche della veglia e troverai che la consolazione è vicina, nella tua anima. Appresta tutto, con ogni mezzo, affinché, tra l’uffi­cio della notte e quello del mattino, vi sia un tempo per quella meditazione che è utile alla tua crescita nel­la conoscenza divina, per tutti i tuoi giorni. Anche questo è importante nella pratica della veglia; non cre­dere che la veglia consista solo nella ripetizione. L’anima che si affatica nella condotta della veglia diventerà esperta, otterrà occhi di cherubino per la fi­nezza dello sguardo e l’acume. Io prego te, che sei capace di discernimento e che desideri acquisire la vigilanza dell’Intelletto in Dio e la conoscenza della vita nuova, di non trascurare per tut­ta la tua vita la condotta della veglia; perché da essa i tuoi occhi saranno aperti per vedere l’intera gloria del­la condotta e la potenza della via della giustizia. Tu manchi di discernimento se … pensi che le veglie siano finalizzate alla fatica in se stessa e non a qualco­sa d’altro che da esse è generato. Bilancia del sonno è chiaramente l’equilibrio del ventre.

9. Il digiuno DISCEPOLO: Per colui che ha rigettato dalla sua ani­ma tutti gli impedimenti  ed è entrato nella casa della lotta, qual è l’inizio della sua battaglia contro il pecca­to? E da dove inizia lo scontro?

MAESTRO: E’ noto a chiunque che la fatica del digiu­no  precede qualsiasi lotta contro il peccato e i suoi desideri, soprattutto per colui che combatte il peccato che è dentro di sé. E il segno dell’odio per il peccato e i suoi desideri, in coloro che scendono in questo com­battimento che è invisibile, è reso visibile dal fatto che iniziano con il digiuno, seguito dalla veglia notturna. Colui che per tutta la sua vita ama la consuetudine con il digiuno, è amico della castità. Il digiuno è la dimora di tutte le virtù, e chi lo disprezza mette a repentaglio tutte le virtù. Infatti, il primo comandamento stabilito in principio per la no­stra natura la diffidava dal gustare un cibo, e proprio in questo cadde il nostro antenato. Quindi gli atleti del timore di Dio, quando si accingono alla custodia delle sue leggi, iniziano la loro costruzione proprio da lì dove è venuto il primo danno. Anche il Salvatore nostro, dopo la sua manifestazio­ne al mondo presso il Giordano, iniziò di qui. E scritto infatti: “Dopo che fu battezzato, lo Spirito lo fece uscire nel deserto, e digiuno  quaranta giorni e quaranta notti ­ e tutti coloro che seguono le sue orme, poggiano l’inizio della loro lotta su questo fondamento.

10. La castità Ama la castità, per non essere confuso al momento della preghiera, davanti a chi ti muove battaglia. Ogni piacere dello Spirito è preceduto dalle tribola­zioni della croce, mentre il piacere del peccato è gene­rato dal riposo del corpo. Per questa ragione, nel porto della castità c’è la contemplazione dello Spirito che risana l’Intelletto, ma è l’amore spirituale che ne è la causa. E poiché non si dà una realtà seconda senza la causa che la precede, né una terza virtù senza quelle che vengono prima di essa, tu troverai che è nel grembo della castità che spuntano le ali dell’Intelletto, per mezzo delle quali esso si leva verso l’amore divino; quell’amore nel quale si osa scrutare l’oscurità. Fratello mio, lava le bellezze della tua castità con le lacrime e il digiuno, e abitando da solo con te stesso.

11. La cella e la solitudine Dimora nella tua cella, e la cella ti insegnerà ogni cosa. La cella del monaco, secondo la parola dei padri, è la cavità della roccia dove Dio parlò con Mosè. Molte volte accade durante le ore del giorno che se anche a un fratello fosse dato il regno della terra, non si persuaderebbe in quell’ora a uscire dalla sua cel­la, neppure se qualcuno gli avesse bussato. E’ il tempo improvviso del commercio. Quante volte queste cose vanno e vengono nei giorni che sembrano di rilassamento: improvvisamente la grazia visita quel fratello, per mezzo di lacrime senza misura, o per mezzo della forza di una passione che grida nel cuore, o per mezzo di una gioia senza ragione, o per mezzo della dolcezza che la prostrazione procura. Conosco un fratello che aveva già messo la chiave nella porta della sua cella per chiudere e così uscire a pascere il vento, secondo la parola della Scrittura, quando lo ha visitato la grazia e subito è tornato indietro. La solitudine ci rende partecipi della mente divina e, in poco tempo e senza ostacoli, ci avvicina alla limpidità del pensiero. Dovunque tu sia, sii solitario nella tua intelligenza, e solo e straniero nel cuore, e non immischiato. In qualsiasi luogo tu entri, per tutti i tuoi giorni, considerati uno straniero, per poter sfuggire ai grandi mali che nascono dalla familiarità.

12. La quiete La quiete, come ha detto il beato Basilio – quella lampada che splende su tutta la terra -, è il principio della purificazione dell’anima. Quando, infatti, le membra esteriori si acquietano dal rumore esteriore, allora la mente ritorna dal suo vagare, nel suo luogo interiore, e il cuore si desta per ricercare i moti interio­ri dell’anima. Quando i sensi sono circondati da una quiete che non ha confini, e i ricordi grazie al suo aiuto invecchia­no, allora percepisci la natura dei pensieri dell’anima, di cosa sono fatti e di cos’è fatta la natura dell’anima, e percepisci quali tesori sono nascosti in essa. L’anima del solitario è simile a una fonte d’acqua, secondo la similitudine impiegata anche dagli antichi padri. Infatti, ogni volta che si acquieta da tutti i moti dell’udito e della vista, il solitario vede, in modo lumi­noso, Dio e se stesso, e attinge dall’anima acque lim­pide e dolci, che sono i soavi pensieri della saldezza. Quando invece si accosta a quei moti, a causa dell’intorbidamento che ne riceve, l’anima è resa simile a uno che cammina di notte, mentre l’aria è coperta dal­le nubi e davanti a lui non è visibile né la strada né il sentiero, ed egli erra facilmente per luoghi deserti e pericolosi. Quando però si acquieta insieme alla sua anima, come uno su cui soffi un limpido vento e sulla cui testa l’aria sia chiara, comincia di nuovo a risplen­dere davanti a se stesso, vede ciò che lui è, discerne dove si trova e dove gli si chiede di andare, e vede di lontano la stanza della vita.

 Isacco di Ninive, La lotta spirituale

Publié dans:Lettera agli Efesini, MEDITAZIONI, SANTI |on 23 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II – CENTENARIO DELLA MORTE DI SAN MARTINO – OMELIA (1996)

https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1996/documents/hf_jp-ii_hom_19960921_morte-san-martino.html

VIAGGIO APOSTOLICO IN FRANCIA

SANTA MESSA IN OCCASIONE DEL XVI CENTENARIO DELLA MORTE DI SAN MARTINO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Base aerea 705 di Tours – Sabato, 21 settembre 1996

Cari Fratelli e care Sorelle,

1. “Canterò senza fine le grazie del Signore” (Sal 88, 2). In Francia da sedici secoli la Chiesa canta l’inno alla carità. Attraverso la testimonianza di uomini vivi la Chiesa canta l’inno alla carità scritto da san Paolo nella lettera ai Corinzi (cf. 1 Cor 13, 1-13). Questo inno si eleva da numerose regioni del vostro Paese. San Martino di Tours è un importante testimone della carità evangelica. Ogni anno, l’11 novembre, la liturgia ci ricorda la sua nobile figura. La sua vita è la narrazione delle meraviglie che Dio ha compiuto in lui. Gli eventi che la compongono sono diventati, per così dire, simbolici: legati alla figura di questo santo, prima soldato e poi Vescovo, sono stati conosciuti in tutta la Chiesa. La città in cui fu Vescovo accoglie oggi il Vescovo di Roma, garante dell’unità della Chiesa per la quale Martino operò. Ringrazio di cuore Monsignor Jean Honoré, Arcivescovo di Tours e successore di san Martino, per le parole di benvenuto che mi ha rivolto e saluto di tutto cuore i Cardinali e i Vescovi della Francia e degli altri Paesi che si sono uniti a noi, vi saluto tutti, cari fedeli di questa Diocesi e delle Diocesi vicine. L’anno martiniano in corso è per voi un’occasione privilegiata per riaffermare la parte migliore del vostro patrimonio spirituale. Penso in particolare ai cristiani di Blois e del Loir-et-Cher, la cui Diocesi è stata fondata tre secoli fa. Porgo il benvenuto ai membri dell’Ufficio del Consiglio delle Chiese cristiane in Francia, che oggi hanno voluto unirsi alla nostra preghiera. Saluto di cuore le personalità civili che partecipano a questa celebrazione in onore di una grande figura della vostra nazione. 2. Nato a centinaia di chilometri da qui, in Pannonia, vale a dire in Ungheria, Paese che ho appena visitato, san Martino percorse distanze considerevoli per “annunciare la Buona Novella ai poveri”. Oggi ringrazio il Cardinale László Paskai per aver intrapreso lo stesso cammino. Per amore di san Martino. Il suo culto si diffuse non solo in Francia, ma in tutta l’Europa. La forza duratura della sua influenza svolse un ruolo importante nella conversione di re Clodoveo e nella vita del popolo francese. Migliaia di chiese e di parrocchie presero il suo nome. Conosciamo tutti il famoso evento della vita di san Martino, che ebbe luogo il giorno in cui, ancora soldato, egli incontrò un povero, nudo e tremante per il freddo. Martino prese il suo mantello, lo divise a metà e con esso coprì l’infelice. È proprio questo che dice il Vangelo secondo Matteo che abbiamo appena ascoltato: “(ero) nudo e mi avete vestito” (Mt 25, 36). Durante il giudizio universale, Gesù rivolgerà queste parole a coloro che porrà alla sua destra, a quanti avranno fatto del bene. Essi allora domanderanno “Signore, quando mai ti abbiamo veduto . . .? Quando ti abbiamo visto . . . nudo e ti abbiamo vestito?” (Mt 25, 38). E Cristo risponderà loro: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40). Donando al povero di Amiens la metà del suo mantello, Martino ha tradotto in un gesto concreto le parole di Gesù che annunciano il giudizio universale: quando alla presenza del Figlio dell’uomo si riuniranno “tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra” (Mt 25, 32-33). Egli dirà a coloro che sono alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Mt 25, 34). Contemplando la vita di san Martino, e soprattutto il suo ardore nel praticare l’amore verso il prossimo, la Chiesa è giunta subito alla conclusione che il Vescovo di Tours si trovava nel novero degli eletti. 3. Per riconoscere il Cristo presente in ognuno dei suoi “fratelli più piccoli” (Mt 25, 45) bisogna avere percepito la sua presenza nel raccoglimento interiore. Uomo di preghiera, Martino si lasciò completamente prendere da Cristo. Poté affermare, come san Paolo: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20). La sua esistenza fu contrassegnata dalla ricerca della semplicità. Chiamato suo malgrado all’episcopato, conservò il suo senso d’umiltà e rimase il monaco che aveva voluto essere fin dalla sua adolescenza. Lui, che fu uno dei fondatori del monachesimo d’Occidente, si preoccupò di avere al suo fianco, vicino a Tours, una comunità monastica per condurre una vita di lode alla gloria di Dio e praticare le virtù cristiane, in particolare il perdono ricevuto e concesso. 4. Evangelizzatore dei villaggi e delle campagne, Martino fu un fondatore la cui opera sussiste ai nostri giorni come appello a diffondere il Vangelo fino ai confini della terra (cf. Mt 28, 20). Cari Fratelli e care Sorelle, l’edificazione della Chiesa prosegue. Animate le vostre parrocchie e le vostre comunità con tutta la forza della speranza! Occorre chiedersi: come può la comunità cristiana proporre e difendere i valori evangelici in un mondo che spesso li ignora? Lasciatevi prendere dalla parola di Cristo e mettetela in pratica nella vita di ogni giorno! Ascoltate la parola che la Chiesa trasmette a nome del Signore, sappiate comprenderla e trasmetterla in modo chiaro! Avete ricevuto doni diversi ma in un unico Spirito (cf. 1 Cor 12, 4). Alcuni si dedicano all’animazione della comunità insieme ai loro Pastori, in primo luogo per rendere la liturgia viva e bella; altri si pongono più spontaneamente al servizio umile e generoso dei poveri, degli stranieri, dei malati; altri ancora sapranno meglio portare ai propri fratelli e alle proprie sorelle la Buona Novella, per dire loro come Cristo illumina le vie della vita. Che ognuno accolga nella preghiera ciò che lo Spirito gli suggerisce, che ogni battezzato, di qualsiasi età, si assuma la sua parte di responsabilità e di servizio, in seno a comunità ecclesiali unite, aperte e amichevoli! Avanzerete così lungo il cammino tracciato da san Martino: egli aveva compreso che Cristo vuole raggiungere tutti gli uomini e dire loro che sono amati da Dio e chiamati a conoscerlo. Gesù ha dato la vita per amore di tutta l’umanità. E voi, che siete configurati a Cristo attraverso il battesimo, come risponderete al suo amore? 5. San Martino rimase un buon Pastore fino alla fine. Il racconto della sua morte ci è stato tramandato. Egli fece sue le parole di san Paolo: “Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia” (Fil 1, 20). Ciò che leggiamo nella Lettera ai Filippesi costituisce, in un certo modo, il modello al quale si è conformato. Come san Paolo, poteva dire: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba scegliere. Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne” (Fil 1, 21-24).Prossimo alla morte Martino, come l’Apostolo, espresse il suo desiderio di morire per essere con Cristo e accettò di continuare a servire come Pastore se gli uomini avevano bisogno di lui. Questo atteggiamento simboleggia tutta la verità dell’esistenza cristiana. 6. Il Vangelo è la via che conduce a Cristo e, attraverso di Lui, alla casa del Padre. Tutti i suoi discepoli vogliono raggiungere questa casa; essi desiderano essere con Cristo. Una tale prospettiva tuttavia non dispensa coloro che professano Cristo dall’impegnarsi nella vita quotidiana. Seguendo Cristo, gli uomini della tempra di san Martino sono consapevoli che il cammino passa per le molteplici forme di servizio del prossimo, incominciando dalla prima di esse, l’annuncio della salvezza operata da Cristo. Tale servizio vi farà avanzare verso la casa del Padre lungo le vie aperte da Cristo. Fratelli e Sorelle, san Martino vi lascia una testimonianza eccezionale di appartenenza a Cristo. La sua totale disponibilità è per voi un modello e un incoraggiamento: continuate ad annunciare il Vangelo, proprio come fece lui, “in ogni occasione opportuna e non opportuna” (2Tm 4,2)! Offrite la vostra vita a Cristo con fiducia e serenità: egli la prenderà e le permetterà di dare il meglio di sé. San Martino è stato un apostolo ammirevole, ma non è sufficiente ricordarlo. Nelle diverse condizioni presenti, siate a vostra volta membri vivi della Chiesa viva, comunità unite e accoglienti, che sappiano rendere conto della speranza che è in loro (cf. 1 Pt 3, 15). Solo pochi anni ci separano ancora dal terzo millennio: siate puntuali all’appuntamento! San Martino di Tours vi accompagna. Beati siete voi, cristiani di Francia, che avete meritato di ricevere un tale Patrono agli albori della vostra storia! Grazie Chiesa di Tours. Che il sole ti accompagni oggi come ieri a Sainte-Anne-d’Auray! Auguri!

Copyright 1996 – Libreria Editrice Vaticana

DALLE «LETTERE» DI SAN BRAULIONE, VESCOVO DI SARAGOZZA (dall’Ufficio dei defunti)

http://www.maranatha.it/Ore/def/LETTpage.htm

DALLE «LETTERE» DI SAN BRAULIONE, VESCOVO DI SARAGOZZA

(Lett. 19; PL 80, 655-666)

Cristo risorto speranza di tutti i credenti La speranza di tutti i credenti, Cristo, chiama i trapassati «dormienti», non «morti»; dice infatti: «Il nostro amico Lazzaro s’é addormentato» (Gv 11, 11). Ma anche il santo Apostolo non vuole che ci rattristiamo su quelli che si sono addormentati (cfr. 1 Ts 4, 12) e quindi se teniamo per fede che tutti i credenti in Cristo, come dice il Vangelo, non moriranno per sempre, sappiamo ancora per fede che neanche lui é morto per sempre e nemmeno noi moriremo per sempre. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio discenderà dal cielo e i morti in lui risorgeranno. Ci animi dunque la speranza della risurrezione, perché coloro che ora perdiamo, li rivedremo; basta che crediamo fermamente in lui, obbedendo ai suoi precetti. Egli é l’onnipotente e per questo é più facile a lui risuscitare i morti che a noi svegliare quelli che dormono. Tuttavia ecco che, mentre da una parte facciamo queste affermazioni, dall’altra, portati da non so quale sentimento, ci sfoghiamo in lacrime. Certe nostre nostalgie e certi stati d’animo poi tendono a intaccare la nostra fede. È questo purtroppo il prezzo che dobbiamo pagare alla miseria della nostra condizione umana. Ma nulla ci smuova. Sappiamo infatti che senza Cristo tutto quello che esiste e tutta la nostra vita non é che vanità. O morte, tu che separi i congiunti e, dura e crudele quale sei, dividi coloro che sono uniti dall’amicizia, sappi che é già infranto il tuo dominio. È già spezzato il tuo giogo da colui che ti minacciava con il grido di Osea: «O morte, sarò la tua morte» (Os 13, 14). Perciò con l’Apostolo ti scherniamo: «Dov’é, o morte, la tua vittoria? Dov’é, o morte, il tuo pungiglione?» (1 Cor 15, 55). Quello stesso che ti ha vinto ci ha redento. Egli ha consegnato la sua vita preziosa nelle mani degli empi, per cambiare gli empi in amici diletti. Lunghe sarebbero e numerose le citazioni che si potrebbero trarre dalle divine Scritture a comune conforto. Ma ci basti la speranza della risurrezione e volgere lo sguardo alla gloria del nostro Redentore, nel quale noi riteniamo per fede di essere già risorti, secondo la parola dell’Apostolo: «Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui» (Rm 6, 8). Non apparteniamo a noi stessi, ma a colui che ci ha redenti, dalla cui volontà deve sempre dipendere la nostra; perciò diciamo nella preghiera: «Sia fatta la tua volontà» (Mt 6, 10). È quindi necessario che dinanzi alla morte diciamo con Giobbe: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!» (Gb 1, 21). Diciamo queste parole con Giobbe nella nostra condizione di pellegrini, in questo mondo, per poter assomigliare a lui, già in questo mondo, ma poi soprattutto nell’altro.

SANTA TERESA D’AVILA DOTTORE DELLA CHIESA – (IL RICORDO DI PAOLO) – PAOLO VI, 1970

https://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/homilies/1970/documents/hf_p-vi_hom_19700927.html

PROCLAMAZIONE DI SANTA TERESA D’AVILA DOTTORE DELLA CHIESA – (IL RICORDO DI PAOLO)

OMELIA DEL SANTO PADRE PAOLO VI

Domenica, 27 settembre 1970

Noi abbiamo conferito, o meglio: Noi abbiamo riconosciuto il titolo di Dottore della Chiesa a Santa Teresa di Gesù. Il solo fatto di proferire il nome di questa Santa, singolarissima e grandissima, in questo luogo e in questa circostanza, solleva nelle nostre anime un tumulto di pensieri: il primo sarebbe quello di rievocare la figura di Teresa: la vediamo apparire davanti a noi, come donna eccezionale, come religiosa, che, tutta velata di umiltà, di penitenza e di semplicità, irradia intorno a sé la fiamma della sua vitalità umana e della sua vivacità spirituale, e poi come riformatrice e fondatrice d’uno storico e insigne Ordine religioso, e scrittrice genialissima e feconda, maestra di vita spirituale, contemplativa incomparabile e indefessamente attiva; . . . com’è grande! com’è unica! com’è umana! com’è attraente questa figura! Prima di parlare d’altro saremmo tentati a parlare di lei, di questa Santa, sotto tanti aspetti interessantissima. Ma non attendete da Noi, in questo momento, che vi parliamo della persona e dell’opera di Teresa di Gesù: basterebbe la duplice bibliografia raccolta nel volume preparato con tanta cura dalla nostra Sacra Congregazione per le Cause dei Santi per scoraggiare chi volesse condensare in brevi parole l’immagine storica e biografica di questa Santa, che sembra straripare dai lineamenti descrittivi nei quali si vorrebbe contenere. Del resto, non è su di lei propriamente che noi vogliamo ora fissare, per un istante, la nostra attenzione. Ma è sull’atto che noi abbiamo compiuto testé; sul fatto che incidiamo nella storia della Chiesa e che affidiamo alla pietà e alla riflessione del Popolo di Dio, sul conferimento, dicevamo, del titolo dottorale a Teresa di Avila, a Santa Teresa di Gesù, la grande Carmelitana.

FULGORI DI SAPIENZA NELLA SANTITÀ E il significato di questo atto è molto chiaro; un atto che intenzionalmente vuole essere luminoso, che potrebbe avere una sua simbolica immagine in una lampada accesa davanti all’umile e maestosa figura della Santa: luminoso per il fascio di raggi che la lampada del titolo dottorale proietta sopra di lei; e luminoso per un altro fascio di raggi, che questo stesso titolo dottorale proietta sopra di noi. Sopra di lei, Teresa: la luce del titolo mette in evidenza indiscutibili valori che già le erano ampiamente riconosciuti: la santità della vita, innanzitutto, valore questo già ufficialmente proclamato, fin dal 12 marzo 1622 – Santa Teresa era morta trenta anni prima -, dal nostro Predecessore Gregorio XV, nella celebre canonizzazione, che, con la nostra Carmelitana, iscrisse nell’albo dei Santi Ignazio di Loiola, Francesco Saverio, Isidoro Agricola, tutti gloria della Spagna cattolica, e con loro Filippo Neri, fiorentino- romano quest’ultimo; e mette in evidenza altresì «l’eminenza della dottrina», in secondo luogo, ma questa specialmente (Cfr. PROSPERO LAMBERTINI, poi Papa Benedetto XIV, De Servorum Dei beatificatione, IV, 2, c. 11, n. 13). La dottrina dunque di Santa Teresa d’Avila risplende dei carismi della verità, della conformità con la fede cattolica, dell’utilità per l’erudizione delle anime; e un altro possiamo particolarmente notare, il carisma della sapienza, che ci fa pensare all’aspetto più attraente e insieme più misterioso del dottorato di Santa Teresa, all’influsso cioè della divina ispirazione in questa prodigiosa e mistica scrittrice. Donde veniva a Teresa il tesoro della sua dottrina? Indubbiamente dalla sua intelligenza e dalla sua formazione culturale e spirituale, dalle sue letture, dalle conversazioni con grandi maestri di teologia e di spiritualità, da una sua singolare sensibilità, da una sua abituale ed intensa disciplina ascetica, dalla sua meditazione contemplativa, in una parola dalla sua corrispondenza alla grazia, accolta nell’anima straordinariamente ricca e preparata alla pratica e all’esperienza dell’orazione. Ma era soltanto questa la sorgente della sua «eminente dottrina?»? o non si devono riscontrare in Santa Teresa atti, fatti , stati, che non provengono da lei, ma che da lei sono subiti, che sono cioè così sofferti e passivi, mistici nel vero senso della parola, da doverli attribuire ad una azione straordinaria dello Spirito Santo? Siamo indubbiamente davanti ad un’anima nella quale l’iniziativa divina straordinaria si manifesta, e dalla quale essa è percepita e quindi descritta da Teresa, con un linguaggio letterario suo proprio, semplicemente, fedelmente, stupendamente.

CON TUTTE LE FORZE SALIRE A DIO Qui le questioni si moltiplicano. L’originalità dell’azione mistica è fra i fenomeni psicologici più delicati e più complessi, nei quali molti fattori possono intervenire, e obbligare l’osservatore alle più severe cautele; ma nei quali le meraviglie dell’anima umana si manifestano in modo sorprendente, ed una fra tutte più comprensiva: l’amore, che celebra nella profondità del cuore le sue espressioni più varie e più piene; amore che dovremo chiamare alla fine connubio, perché esso è l’incontro dell’amore divino inondante che discende all’incontro con l’amore umano, che tende a salire con tutte le forze; è l’unione con Dio più intima e più forte che ad anima vivente in questa terra sia dato sperimentare; e che diventa luce, diventa sapienza; sapienza delle cose divine, sapienza delle cose umane. Ed è di questi segreti che ci parla la dottrina di Teresa; sono i segreti dell’orazione. La sua dottrina è qui. Ella ha avuto il privilegio e il merito di conoscerli questi segreti per via di esperienza, vissuta nella santità d’una vita consacrata alla contemplazione e simultaneamente impegnata nell’azione, e di esperienza insieme patita e goduta nell’effusione di straordinari carismi spirituali. Teresa ha avuto l’arte di esporli questi medesimi segreti, tanto da classificarsi fra i sommi maestri della vita spirituale. Non indarno la statua, che colloca, come Fondatrice, la figura di Teresa in questa Basilica, reca l’iscrizione che ben definisce la Santa: Mater Spiritualium. Era già ammessa, si può dire per consenso unanime, questa prerogativa di Santa Teresa, di essere madre, d’essere maestra delle persone spirituali. Una madre piena d’incantevole semplicità, una maestra piena di mirabile profondità. Il suffragio della tradizione dei Santi, dei Teologi, dei Fedeli, degli studiosi le era già assicurato; noi lo abbiamo ora convalidato, facendo in modo che, ornata di questo titolo magistrale, ella abbia una più autorevole missione da compiere, nella sua Famiglia religiosa e nella Chiesa orante e nel mondo, con un suo messaggio perenne e presente: il messaggio dell’orazione.

IL MESSAGGIO DELL’ORAZIONE È questa la luce, resa oggi più viva e penetrante che il titolo di Dottore, conferito a Santa Teresa, riverbera sopra di noi. Il messaggio dell’orazione ! Viene a noi, figli della Chiesa, in un’ora segnata da un grande sforzo di riforma e di rinnovamento della preghiera liturgica; viene a noi, tentati dal grande rumore e dal grande impegno del mondo esteriore di cedere all’affanno della vita moderna e di perdere i veri tesori della nostra anima nella conquista dei seducenti tesori della terra. Viene a noi, figli del nostro tempo, mentre si va perdendo non solo il costume del colloquio con Dio, ma il senso del bisogno e del dovere di adorarlo e d’invocarlo. Viene a noi il messaggio della preghiera, canto e musica dello spirito imbevuto della grazia e aperto alla conversazione della fede, della speranza e della carità, mentre l’esplorazione psicanalitica scompone il fragile e complicato strumento che noi siamo, non più per trarne le voci dell’umanità dolorante e redenta, ma ascoltarne il torbido mormorio del suo subcosciente animale e le grida delle sue incomposte passioni e della sua angoscia disperata. Viene il messaggio sublime e semplice dell’orazione della sapiente Teresa, che ci esorta ad intendere «il grande bene che fa Dio ad un’anima, allorché la dispone a praticare con desiderio l’orazione mentale; . . . perché l’orazione mentale, a mio parere, altro non è che una maniera amichevole di trattare, nella quale ci troviamo molte volte a parlare, da solo a solo, con Colui che sappiamo che ci ama» (Vida, 8 , 4-5). In sintesi, questo il messaggio per noi di Santa Teresa di Gesù, Dottore della Santa Chiesa: ascoltiamolo e facciamolo nostro. Dobbiamo aggiungere due rilievi che ci sembrano importanti. Il primo è quello che osserva come Santa Teresa d’Avila sia la prima donna a cui la Chiesa conferisce questo titolo di Dottore; e questo fatto non è senza il ricordo della severa parola di San Paolo: Mulieres in Ecclesiis taceant (1 Cor. 14, 34): il che vuol dire, ancora oggi, come la donna non sia destinata ad avere nella Chiesa funzioni gerarchiche di magistero e di ministero. Sarebbe ora violato il precetto apostolico? Possiamo rispondere con chiarezza: no. In realtà, non si tratta di un titolo che comporti funzioni gerarchiche di magistero, ma in pari tempo dobbiamo rilevare che ciò non significa in nessun modo una minore stima della sublime missione che la donna ha in mezzo al Popolo di Dio. Al contrario, la donna, entrando a far parte della Chiesa con il Battesimo, partecipa del sacerdozio comune dei fedeli, che la abilita e le fa obbligo di «professare dinanzi agli uomini la fede ricevuta da Dio per mezzo della Chiesa» (Lumen gentium, c. 2, 11). E in tale professione di fede tante donne sono arrivate alle cime più elevate, fino al punto che la loro parola e i loro scritti sono stati luce e guida dei loro fratelli. Luce alimentata ogni giorno nel contatto intimo con Dio, anche nelle forme più nobili dell’orazione mistica, per la quale San Francesco di Sales non esita a dire che posseggono una speciale capacità. Luce fatta vita in maniera sublime per il bene e il servizio degli uomini.

AL DI SOPRA DI OGNI OSTACOLO: SENTIRE CON LA CHIESA Per questo il Concilio ha voluto riconoscere l’alta collaborazione con la grazia divina che le donne sono chiamate ad esercitare, per instaurare il Regno di Dio sulla terra, e nell’esaltare la grandezza della loro missione, non dubita di invitarle egualmente a cooperare «perché l’umanità non decada», per «riconciliare gli uomini con la vita», «per salvare la pace nel mondo» (VAT. II, Messaggio alle donne). In secondo luogo, non vogliamo tralasciare il fatto che Santa Teresa era spagnola e a buon diritto la Spagna la considera una delle sue glorie più grandi. Nella sua personalità si apprezzano le caratteristiche della sua patria: la robustezza di spirito, la profondità dei sentimenti, la sincerità di cuore, l’amore alla Chiesa. La sua figura si colloca in un’epoca gloriosa di santi e di maestri che distinguono il loro tempo con lo sviluppo della spiritualità. Li ascolta con l’umiltà della discepola, mentre allo stesso tempo sa giudicarli con la perspicacia di una grande maestra di vita spirituale, e come tale questi la considerano. D’altra parte, dentro e fuori delle frontiere patrie, si agitava violenta la tempesta della Riforma, opponendo tra di loro i figli della Chiesa. Ella per il suo amore alla verità e la sua intimità con il Maestro, ebbe ad affrontare amarezze e incomprensioni di ogni sorta e non sapeva dar pace al suo spirito dinanzi alla rottura dell’unità: «Ho sofferto molto – scrive – e come se io potessi qualcosa o fossi qualcosa piangevo con il Signore e lo supplicavo di rimediare tanto male» (Camino de perfección, c. 1, n. 2; BAC, 1962, 185). Questo suo sentire con la Chiesa, provato nel dolore alla vista della dispersione delle forze, la condusse a reagire con tutto il suo forte spirito castigliano nell’ansia di edificare il regno di Dio; decise di penetrare nel mondo che la circondava con una visione riformatrice per imprimergli un senso, un’armonia, un’anima cristiana. A distanza di cinque secoli, Santa Teresa di Avila continua a lasciare le orme della sua missione spirituale, della nobiltà del suo cuore assetato di cattolicità, del suo amore spoglio di ogni affetto terreno per potersi dare totalmente alla Chiesa. Prima del suo ultimo respiro, ella poté ben dire, come riepilogo della sua vita: «Finalmente, sono figlia della Chiesa!». In questa espressione, gradito presagio della gloria dei beati per Teresa di Gesù, vogliamo vedere l’eredità spirituale legata a tutta la Spagna. Vogliamo anche vedere un invito a tutti noi a farci eco della sua voce, a trasformarla in programma della nostra vita per poter ripetere con lei: siamo figli della Chiesa. Con la Nostra Apostolica Benedizione

12345...119

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01