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3 MAGGIO – SANTI FILIPPO E GIACOMO IL MINORE, APOSTOLI – FESTA

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3 MAGGIO – SANTI FILIPPO E GIACOMO IL MINORE, APOSTOLI – FESTA

LITURGIA DEL GIORNO

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura 1 Cor 15, 1-8
Il Signore apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!
A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè
che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture
e che fu sepolto
e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me.

Salmo Responsoriale Dal Salmo 18
Per tutta la terra si diffonde il loro annuncio.

I cieli narrano la gloria di Dio,
l’opera delle sue mani annuncia il firmamento.
Il giorno al giorno ne affida il racconto
e la notte alla notte ne trasmette notizia.

Senza linguaggio, senza parole,
senza che si oda la loro voce,
per tutta la terra si diffonde il loro annuncio
e ai confini del mondo il loro messaggio.

Canto al Vangelo Gv 14,6.9
Alleluia, alleluia.
Io sono la via, la verità e la vita, dice il Signore;
Filippo, chi vede me, vede anche il Padre.
Alleluia.

Vangelo Gv 14, 6-14
Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?

Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, disse Gesù a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò».

Publié dans:SANTI, SANTI FESTE |on 3 mai, 2017 |Pas de commentaires »

LA SCIENZA E LA SAPIENZA – AGOSTINO DI IPPONA – DE TRINITATE, DAI LIBRI XII E XIII (LETTERE PAOLINE)

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LA SCIENZA E LA SAPIENZA – AGOSTINO DI IPPONA – DE TRINITATE, DAI LIBRI XII E XIII (LETTERE PAOLINE)

Se la scienza è conoscenza delle cose temporali, la sapienza è conoscenza delle cose eterne. Ambedue, però, sono rivelate in pienezza in Cristo, nostra scienza e nostra sapienza. XII, 14. Perché anche la scienza è benefica alla sua maniera, se ciò che in essa gonfia o suole gonfiare è dominato dall’amore delle cose eterne, che non gonfia, ma che, come sappiamo, edifica (1Cor 8, 1). Senza la scienza infatti non possono esistere nemmeno le virtù con le quali si possa dirigere questa misera vita in modo da raggiungere quella eterna, che è veramente beata. 14, 22. C’è tuttavia una differenza tra la contemplazione delle cose eterne e l’azione con la quale facciamo buon uso delle cose temporali: quella si attribuisce alla sapienza, questa alla scienza. Sebbene infatti anche la sapienza possa venir chiamata scienza, come lo mostra l’affermazione dell’Apostolo, che dice: “Ora conosco parzialmente, allora conoscerò come sono conosciuto” (1Cor13, 12), per questa scienza egli intende certamente la contemplazione di Dio, che sarà il premio supremo dei santi; tuttavia dove l’Apostolo dice: “Ad uno è dato per mezzo dello Spirito il linguaggio della sapienza, ad un altro il linguaggio della scienza secondo lo stesso Spirito” (1Cor 12, 8), distingue, senza dubbio, l’una dall’altra, benché non spieghi la natura della loro differenza, e i caratteri che permettano di distinguerle. Ma dopo aver scrutato le molteplici ricchezze delle sante Scritture, trovo scritta nel libro di Giobbe questa sentenza del santo uomo: “Ecco, la pietà è la sapienza, la fuga dal male è la scienza” (Gb 28, 28). Questa distinzione ci fa comprendere che la sapienza riguarda la contemplazione, la scienza l’azione. In questo passo Giobbe identifica la pietà con il culto di Dio, che in greco si dice qeosbeia . È questa la parola che si trova presso i codici greci in questo passo. E fra le cose eterne che vi è di più eccellente di Dio, che solo possiede una natura immutabile? E che è il culto di Dio, se non l’amore di lui, amore che ci fa desiderare di vederlo, che ci fa credere e sperare che lo vedremo, perché nella misura in cui progrediamo lo vediamo ora per mezzo di uno specchio, in enigma, ma un giorno lo vedremo nella sua piena manifestazione? È ciò che dice l’apostolo Paolo quando parla della «visione» faccia a faccia (1Cor 13, 12), è anche quello che dice l’apostolo Giovanni: “Carissimi, ora siamo figli di Dio, e ciò che saremo un giorno non è stato ancora manifestato; ma sappiamo che al momento di questa manifestazione saremo simili a lui, perché lo vedremo come è” (1Gv 3, 2). In questi passi e in passi simili si tratta proprio, mi pare, della sapienza (1Cor 12, 8). Astenersi invece dal male (Gb 28, 28), ciò che Giobbe chiama scienza, appartiene certamente all’ordine delle cose temporali. Perché è in quanto siamo nel tempo che siamo soggetti al male, che dobbiamo evitare, per giungere ai beni eterni. Perciò tutto quanto compiamo con prudenza, forza, temperanza e giustizia, appartiene a quella scienza o regola di condotta, che guida la nostra azione nell’evitare il male e nel desiderare il bene e le appartiene pure tutto ciò che, come esempio da evitare o da imitare e come conoscenza necessaria tratta da avvenimenti adatti ad illuminare la nostra vita, raccogliamo attraverso la conoscenza della storia […]. XIII, 19. 24. Tutto ciò che il Verbo fatto carne (Gv 1, 14) ha fatto e sofferto per noi nel tempo e nello spazio appartiene, secondo la distinzione che abbiamo cominciato a chiarire, alla scienza, non alla sapienza (cf. 1Cor 12, 8; Col 2, 3). Invece ciò che il Verbo è al di fuori del tempo e dello spazio, è coeterno al Padre e tutto intero in ogni luogo; di questo, se qualcuno può, per quanto gli è possibile, parlare secondo verità, ciò che dirà apparterrà alla sapienza (1Cor 12, 8); per questo motivo il Verbo fatto carne, Cristo Gesù, possiede i tesori della sapienza e della scienza (Gv 1, 14; Col 2, 2-3). Ecco perché l’Apostolo scrive ai Colossesi: “Voglio infatti che voi sappiate quanto grande sia la lotta che io sostengo per voi e per questi che sono a Laodicea e per tutti coloro che non mi hanno mai veduto di persona, affinché siano consolati i loro cuori e, intimamente uniti in carità, possano essere del tutto arricchiti d’una pienezza d’intelligenza, per conoscere il mistero di Dio, che è Cristo, in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2, 1-3). Chi può sapere in quel misura l’Apostolo conosceva questi tesori, quanto era penetrato in essi, quali misteri aveva scoperto? Da parte mia tuttavia, secondo ciò che sta scritto: “La manifestazione dello Spirito è data a ciascuno di noi per utilità: infatti ad uno è dato dallo Spirito il linguaggio della sapienza, ad un altro il linguaggio della scienza, secondo lo stesso Spirito” (1Cor 12, 7-8), se la differenza tra la sapienza e la scienza risiede in questo: che la sapienza si riferisce alle cose divine, la scienza a quelle umane, riconosco l’una e l’altra in Cristo e con me la riconosce ogni fedele di Cristo. E quando leggo: “Il Verbo si è fatto carne ed abitò tra noi” (Gv 1, 14), nel Verbo vedo con l’intelligenza il vero Figlio di Dio (2Cor 1, 19), nella carne riconosco il vero figlio dell’uomo (Dan 7, 13; Mt 9, 6; Mc 2, 10; Lc 5, 24; Gv 5, 27), l’uno e l’altro uniti nella sola persona del Dio-uomo, per un dono ineffabile della grazia. Per questo l’Evangelista aggiunge: “E abbiamo contemplato la sua gloria, gloria uguale a quella dell’Unigenito del Padre pieno di grazia e di verità (Gv 2, 14). Se riferiamo la grazia alla scienza, la verità alla sapienza (cf. 1Cor 12, 8), penso che non andiamo contro la distinzione tra scienza e sapienza, che abbiamo proposto. Infatti, nell’ordine delle cose che traggono la loro origine nel tempo, la grazia più alta è l’unione dell’uomo con Dio nell’unità della stessa persona, nell’ordine delle cose eterne la più alta verità è, a ragione, attribuita al Verbo di Dio. Ora, quello stesso che è l’Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità (Gv 1, 14), l’incarnazione fa sì che egli sia pure quello stesso il quale agisce per noi nel tempo affinché, purificati per mezzo della fede in lui, lo contempliamo per sempre nell’eternità. I più grandi filosofi pagani poterono, per mezzo della creazione, contemplare con l’intelligenza le perfezioni invisibili di Dio (Rm 1, 20); tuttavia poiché filosofarono senza il Mediatore, cioè senza il Cristo uomo e non hanno creduto ai Profeti che vaticinarono la sua venuta, né agli Apostoli che proclamarono tale venuta, hanno tenuta imprigionata la verità, come sta scritto di loro, nell’ingiustizia (Rm 1, 18). Posti in quest’ultimo grado della creazione, non poterono infatti che cercare dei mezzi per giungere a quelle realtà di cui avevamo compreso la grandezza; così facendo sono caduti negli inganni dei demoni che hanno fatto loro scambiare la gloria di Dio incorruttibile con delle immagini rappresentanti l’uomo corruttibile, uccelli, quadrupedi e rettili ( Rm 1, 23). Infatti sotto tali forme hanno costruito degli idoli e hanno reso loro culto (cf. Rm 1, 25). Dunque la nostra scienza è Cristo (cf. 1Cor 12, 8); la nostra sapienza è ancora lo stesso Cristo. È Lui che introduce in noi la fede che concerne le cose temporali, Lui che ci rivela la verità concernente le cose eterne. Per mezzo di Lui andiamo a Lui, per mezzo della scienza tendiamo alla sapienza; senza tuttavia allontanarci dal solo e medesimo Cristo in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2, 3). Ma ora parliamo della scienza, riservandoci di parlare in seguito della sapienza, per quanto Egli ci donerà di farlo. Tuttavia guardiamoci dal prendere queste parole in un’accezione così precisa che ci impedisca di parlare di sapienza a riguardo delle cose umane, e di scienza a riguardo delle cose divine. In senso lato si può parlare di sapienza in ambedue i casi ed in ambo i casi si può parlare di scienza. Tuttavia l’Apostolo non avrebbe scritto mai: “ad uno è dato il linguaggio della sapienza, ad un altro il linguaggio della scienza (1Cor 12, 8), se ciascuna di queste parole non avesse un’accezione propria. La Trinità, XII, 14,22 e XIII, 19,24, in “Opere di Sant’Agostino”, tr. it. di Giuseppe Beschin, Città Nuova, Roma 1987, vol. IV, pp. 491-492 e 551-555.

DALLA “LETTERA AI FEDELI” DI SAN FRANCESCO DI ASSISI

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20020127_lettera-fedeli_it.html

DALLA “LETTERA AI FEDELI” DI SAN FRANCESCO DI ASSISI

A cura della Pontificia Facoltà “San Bonaventura” (Seraphicum).

« Coloro che non vogliono gustare quanto sia soave il Signore (Sal 33,8) e preferiscono le tenebre alla luce (Gv 3,19); non volendo osservare i comandamenti di Dio, sono maledetti; di questi dice il profeta: Maledetti coloro che si allontanano dai tuoi comandamenti (Sal 118,21).Invece, come sono beati e benedetti quelli che amano il Signore e fanno così come dice lo stesso Signore nel Vangelo: Ama il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, e il prossimo tuo come te stesso (Mt 22,37). Amiamo dunque Dio e adoriamolo con purità di cuore e di mente poiché egli sopra ogni altra cosa esigendo questo, dice: I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità (Gv 4,23). Tutti infatti coloro che lo adorano, bisogna che lo adorino in spirito e verità (Gv 4,24).E lodiamolo e preghiamolo giorno e notte dicendo: Padre nostro, che sei nei cieli, poiché bisogna pregare sempre senza stancarsi (Lc 18,1). Dobbiamo poi confessare al sacerdote tutti i nostri peccati e ricevere da lui il corpo e il sangue del Signor nostro Gesù Cristo. Chi non mangia la sua carne e non beve il suo sangue non può entrare nel regno di Dio (Cfr. Gv 6,54).Tuttavia lo deve mangiare e bere degnamente, poiché chi indegnamente lo riceve, mangia e beve la sua condanna (1Cor 11,29), non riconoscendo il corpo del Signore, cioè non distinguendolo dagli altri cibi.Facciamo, inoltre, frutti degni di penitenza (Lc 3,8). E amiamo il prossimo come noi stessi; e se uno non vuole o non può amarlo come se stesso,almeno non gli faccia del male, ma gli faccia del bene. Coloro poi che hanno ricevuto la potestà di giudicare gli altri, esercitino il giudizio con misericordia, così come essi stessi vogliono ottenere misericordia dal Signore. Il giudizio infatti sarà senza misericordia per chi non ha usato misericordia (Gc 2,13). Abbiamo perciò carità e umiltà, e facciamo elemosine, poiché esse lavano l’anima dalla bruttura dei peccati (Cfr Tb 4,11). Gli uomini infatti perdono tutte le cose che lasciano in questo mondo; ma portano con sé la ricompensa della carità e le elemosine che hanno fatto e di cui avranno dal Signore il premio e la degna ricompensa. »

Preghiera Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio concedi a noi miseri di fare, per tua grazia, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che ti piace, affinché interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del Figlio tuo, il Signor nostro Gesù Cristo e a te, o Altissimo, giungere con l’aiuto della tua sola grazia. Tu che vivi e regni glorioso nella Trinità perfetta e nella semplice Unità, Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 

BENEDETTO XVI – TIMOTEO E TITO – 26 gennaio

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20061213.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 13 dicembre 2006

TIMOTEO E TITO

Cari fratelli e sorelle,

dopo aver parlato a lungo del grande apostolo Paolo, prendiamo oggi in considerazione i suoi due collaboratori più stretti: Timoteo e Tito. Ad essi sono indirizzate tre Lettere tradizionalmente attribuite a Paolo, delle quali due destinate a Timoteo e una a Tito. Timoteo è un nome greco e significa «che onora Dio». Mentre Luca negli Atti lo menziona sei volte, Paolo nelle sue lettere fa riferimento a lui ben diciassette volte (in più lo si trova una volta nella Lettera agli Ebrei). Se ne deduce che agli occhi di Paolo egli godeva di grande considerazione, anche se Luca non ritiene di raccontarci tutto ciò che lo riguarda. L’Apostolo infatti lo incaricò di missioni importanti e vide in lui quasi un alter ego, come risulta dal grande elogio che ne traccia nella Lettera ai Filippesi: «Io non ho nessuno d’animo tanto uguale (isópsychon) come lui, che sappia occuparsi così di cuore delle cose vostre » (2,20). Timoteo era nato a Listra (circa 200 km a nord-ovest di Tarso) da madre giudea e padre pagano (cfr At 16,1). Il fatto che la madre avesse contratto un matrimonio misto e non avesse fatto circoncidere il figlio lascia pensare che Timoteo sia cresciuto in una famiglia non strettamente osservante, anche se è detto che conosceva le Scritture fin dall’infanzia (cfr 2 Tm 3,15). Ci è stato trasmesso il nome della madre, Eunice, ed anche quello della nonna, Loide (cfr 2 Tm 1,5). Quando Paolo passò per Listra all’inizio del secondo viaggio missionario, scelse Timoteo come compagno, poiché «egli era assai stimato dai fratelli di Listra e di Iconio» (At 16,2), ma lo fece circoncidere «per riguardo ai Giudei che si trovavano in quelle regioni» (At 16,3). Insieme con Paolo e Sila, Timoteo attraversò l’Asia Minore fino a Troade, da dove passò in Macedonia. Siamo inoltre informati che a Filippi, dove Paolo e Sila furono coinvolti nell’accusa di disturbatori dell’ordine pubblico e vennero imprigionati per essersi opposti allo sfruttamento di una giovane ragazza come indovina da parte di alcuni individui senza scrupoli (cfr At 16,16-40), Timoteo fu risparmiato. Quando poi Paolo fu costretto a proseguire fino ad Atene, Timoteo lo raggiunse in quella città e da lì venne inviato alla giovane Chiesa di Tessalonica per avere notizie e per confermarla nella fede (cfr 1 Ts 3,1-2). Si ricongiunse poi con l’Apostolo a Corinto, portandogli buone notizie sui Tessalonicesi e collaborando con lui nell’evangelizzazione di quella città (cfr 2 Cor 1,19). Ritroviamo Timoteo a Efeso durante il terzo viaggio missionario di Paolo. Da lì probabilmente l’Apostolo scrisse a Filemone e ai Filippesi, e in entrambe le lettere Timoteo risulta co-mittente (cfr Fm 1; Fil 1,1). Da Efeso Paolo lo inviò in Macedonia insieme a un certo Erasto (cfr At 19,22) e poi anche a Corinto con l’incarico di recarvi una lettera, nella quale raccomandava ai Corinzi di fargli buona accoglienza (cfr 1 Cor 4,17; 16,10-11). Lo ritroviamo ancora come co-mittente della Seconda Lettera ai Corinzi, e quando da Corinto Paolo scrive la Lettera ai Romani vi unisce, insieme a quelli degli altri, i saluti di Timoteo (cfr Rm 16,21). Da Corinto il discepolo ripartì per raggiungere Troade sulla sponda asiatica del Mar Egeo e là attendere l’Apostolo diretto verso Gerusalemme a conclusione del terzo viaggio missionario (cfr At 20,4). Da quel momento sulla biografia di Timoteo le fonti antiche non ci riservano che un accenno nella Lettera agli Ebrei, dove si legge: «Sappiate che il nostro fratello Timoteo è stato messo in libertà; se arriva presto, vi vedrò insieme con lui» (13,23). In conclusione, possiamo dire che la figura di Timoteo campeggia come quella di un pastore di grande rilievo. Secondo la posteriore Storia ecclesiastica di Eusebio, Timoteo fu il primo Vescovo di Efeso (cfr 3,4). Alcune sue reliquie si trovano dal 1239 in Italia nella Cattedrale di Termoli nel Molise, provenienti da Costantinopoli. Quanto poi alla figura di Tito, il cui nome è di origine latina, sappiamo che di nascita era greco, cioè pagano (cfr Gal 2,3). Paolo lo condusse con sé a Gerusalemme per il cosiddetto Concilio apostolico, nel quale fu solennemente accettata la predicazione ai pagani del Vangelo libero dai condizionamenti della legge mosaica. Nella Lettera a lui indirizzata, l’Apostolo lo elogia definendolo «mio vero figlio nella fede comune» (Tt 1,4). Dopo la partenza di Timoteo da Corinto, Paolo vi inviò Tito con il compito di ricondurre quella indocile comunità all’obbedienza. Tito riportò la pace tra la Chiesa di Corinto e l’Apostolo, che ad essa scrisse in questi termini: «Dio che consola gli afflitti ci ha consolati con la venuta di Tito, e non solo con la sua venuta, ma con la consolazione che ha ricevuto da voi. Egli infatti ci ha annunziato il vostro desiderio, il vostro dolore, il vostro affetto per me… A questa nostra consolazione si è aggiunta una gioia ben più grande per la letizia di Tito, poiché il suo spirito è stato rinfrancato da tutti voi» (2 Cor 7,6-7.13). A Corinto Tito fu poi ancora rimandato da Paolo – che lo qualifica come «mio compagno e collaboratore» (2 Cor 8,23) – per organizzarvi la conclusione delle collette a favore dei cristiani di Gerusalemme (cfr 2 Cor 8,6). Ulteriori notizie provenienti dalle Lettere Pastorali lo qualificano come Vescovo di Creta (cfr Tt 1,5), da dove su invito di Paolo raggiunse l’Apostolo a Nicopoli in Epiro (cfr Tt 3,12). In seguito andò anche in Dalmazia (cfr 2 Tm 4,10). Siamo sprovvisti di altre informazioni sugli spostamenti successivi di Tito e sulla sua morte. Concludendo, se consideriamo unitariamente le due figure di Timoteo e di Tito, ci rendiamo conto di alcuni dati molto significativi. Il più importante è che Paolo si avvalse di collaboratori nello svolgimento delle sue missioni. Egli resta certamente l’Apostolo per antonomasia, fondatore e pastore di molte Chiese. Appare tuttavia chiaro che egli non faceva tutto da solo, ma si appoggiava a persone fidate che condividevano le sue fatiche e le sue responsabilità. Un’altra osservazione riguarda la disponibilità di questi collaboratori. Le fonti concernenti Timoteo e Tito mettono bene in luce la loro prontezza nell’assumere incombenze varie, consistenti spesso nel rappresentare Paolo anche in occasioni non facili. In una parola, essi ci insegnano a servire il Vangelo con generosità, sapendo che ciò comporta anche un servizio alla Chiesa stessa. Raccogliamo infine la raccomandazione che l’apostolo Paolo fa a Tito nella lettera a lui indirizzata: «Voglio che tu insista su queste cose, perché coloro che credono in Dio si sforzino di essere i primi nelle opere buone. Ciò è bello e utile per gli uomini» (Tt 3,8). Mediante il nostro impegno concreto dobbiamo e possiamo scoprire la verità di queste parole, e proprio in questo tempo di Avvento essere anche noi ricchi di opere buone e così aprire le porte del mondo a Cristo, il nostro Salvatore.

 

S.AGNESE, CHI ERA? – 21 GENNAIO

http://www.santagnese.org/agnese.htm

S.AGNESE,  CHI ERA? – 21 GENNAIO

Nonostante il culto di S. Agnese, giovanissima vergine e martire, sia stato molto popolare tra i cristiani – specialmente di Roma – sin dagli anni successivi alla sua scomparsa, la sua storia personale si basa su diverse fonti incerte e contraddittorie. Vediamo innanzi tutto quali sono i punti certi, che trovano riscontro in diversi autori:

l’origine del nome: Agnese deriva dal greco (agnox) e significa sacra, pura, casta; la condizione sociale: era un nome in uso presso le famiglie di liberti, stato nel quale si dovevano trovare i genitori di Agnese; il martirio, derivante dalla tenace volontà di testimoniare la propria fede cristiana; la morte, avvenuta all’età di 12 o 13 anni; il giorno del martirio: 21 gennaio; il luogo di sepoltura: sulla via Nomentana, sul luogo dell’attuale basilica a lei dedicata. Possiamo inoltre supporre che il martirio sia avvenuto nel corso dell’ultima, tra le persecuzioni di cui furono vittime i cristiani romani: quella operata da Diocleziano tra il 303 e il 313 d.C. A parte questi pochi, ma già significativi dati, diverse tradizioni ci sono state tramandate in merito alla storia della santa.

Ecco le principali fonti sulla storia di S. Agnese: 1) Papa Damaso (366-384), che riporta la storia in un carme scolpito su una grande lastra di marmo, attualmente murato sulla parte est dello scalone che conduce alla basilica onoriana, vicino alla vetrata d’ingresso; 2) S. Ambrogio (337-397), che esalta S. Agnese nel De virginibus (377 circa) e nell’inno Agnes beatae virginis; 3) Prudenzio (340-405), grande poeta cristiano spagnolo, che canta la Santa nell’inno XIV del suo Peristephanon, pubblicato nel 405; 4) La Passio latina (Passio Sanctae Agnetis), testo agiografico del V secolo basato sulla tradizione popolare, che probabilmente veniva proclamato nel giorno di ricorrenza della nascita di Agnese; 5) La Passio greca, composta nel V secolo e subito tradotta in siriaco, in cui si parla del martirio della Santa. Vediamo ora di ripercorrere più in dettaglio la storia di S. Agnese, con le sue diverse varianti, sulla base di quanto riportato dalle varie fonti. Papa DamasoSecondo Damaso, il martirio di Agnese consistette nel rogo, che ella affrontò con coraggio e con l’estremo atto pudico di coprirsi il corpo nudo con la folta chioma dei capelli. L’associazione tra fuoco e denudamento ha fatto pensare (Frutaz) alla pena delle fiaccole con cui si ustionava il corpo, per poi finire la vittima con un colpo di grazia. Del resto le ossa di S. Agnese non presentano tracce di combustione. S. AmbrogioS. Ambrogio, basandosi su tradizioni orali, parla della costrizione ad adorare dèi pagani, e di un tiranno che la voleva ad ogni costo prendere in sposa. Agnese, rifiutando, preferì il martirio, che però le venne dalla spada del carnefice, invece che dal fuoco, anche se non è specificato se si trattò di decapitazione o iugulazione (taglio della gola). Ugualmene presente, nel racconto del vescovo di Milano, la volontà di coprirsi le nudità, ma in questo caso per mezzo di una veste. Prudenzio introduce un nuovo elemento, raccogliendolo dalla già consolidata tradizione: la costrizione ad essere esposta in un postribolo. I frequentatori non avevano neanche il coraggio di guardarla, ad eccezione di un giovane, che desiderava possederla, ma non riuscì ad arrivare al suo scopo, a causa di un bagliore che lo accecò negli occhi, dovuto ad un angelo vestito di bianco, che la serviva come guardia del corpo. La morte, per questo autore, arrivò per decapitazione. Per la Passio latina, il carnefice di Agnese è il Prefetto di Roma, il cui figlio si era innamorato della ragazza tornando da scuola. Il denudamento forzato, e il conseguente gesto pudico, preludono all’avvio della ragazza al postribolo. S. Agnese in Agone – RomaInteressante è notare come la tradizione popolare situasse tale luogo infame in un fornice dello stadio di Domiziano, detto anche circo agonale, dalla cui forma è scaturito il perimetro di Piazza Navona. La piccola chiesa che vi era stata costruita nell’VIII secolo, venne più volte ricostruita, ed infine sostituita nel XVII secolo dalla maestosa chiesa di S. Agnese in Agone, progettata dagli architetti barocchi Carlo Rainaldi e Carlo Borromini su incarico di papa Innocenzo X. Mentre dunque S. Agnese fuori le mura ricorda il luogo di sepoltura della Santa, la chiesa di Piazza Navona serba la testimonianza topografica del suo martirio. Per la Passio greca, S. Agnese è invece una persona adulta, che accoglie attorno a sé molte matrone, alle quali fa conoscere Cristo. Denunciata al Prefetto, viene esposta nel postribolo, da cui però esce illesa. In conclusione, possiamo dire oggi che è importante inquadrare la figura di Agnese nella sua cornice storica. In un clima di conflitto e di persecuzione come quello vissuto dai cristiani all’inizio del IV secolo a Roma, non deve stupire che credenti di tutte le età fossero disposti all’estremo sacrificio per testimoniare l’appartenenza alla chiesa emergente. Va inoltre considerata la profonda impressione che deve aver suscitato, all’interno della comunità cristiana, la morte di una ragazza ancora nel periodo della pubertà, nel clima tragico di quegli anni. Non è quindi così difficile da comprendere come mai una santa bambina, dalla biografia assai incerta, abbia potuto suscitare tanta venerazione tra i cristiani di Roma, specialmente nei primi secoli della Chiesa, e come la verginità sia potuta diventare, nel tempo, il suo attributo più rilevante.

30 DICEMBRE – UFFICIO DELLE LETTURE – DAL TRATTATO «LA CONDIZIONE DI TUTTE LE ERESIE» DI SANT’IPPOLITO, SACERDOTE

http://www.maranatha.it/Ore/nat/1230letPage.htm

30 DICEMBRE SESTO GIORNO DELL’OTTAVA DI NATALE

UFFICIO DELLE LETTURE

SECONDA LETTURA

DAL TRATTATO «LA CONDIZIONE DI TUTTE LE ERESIE» DI SANT’IPPOLITO, SACERDOTE

(Cap. 10, 33-34; PG 16, 3452-3453)

Il Verbo che s’è fatto carne ci rende simili a Dio Noi crediamo al Verbo di Dio. Non ci appoggiamo su parole senza senso, né ci lasciamo trasportare da improvvise e disordinate emozioni o sedurre dal fascino di discorsi ben congegnati, ma invece prestiamo fede alle parole della potenza di Dio. Queste cose Dio le ordinava al suo Verbo. Il Verbo le diceva in parole per distogliere con esse l’uomo dalla sua disobbedienza. Non lo dominava come fa un padrone con i suoi schiavi, ma lo invitava a una decisione libera e responsabile. Il Padre mandò sulla terra questa sua Parola nel tempo ultimo poiché non voleva più che parlasse per mezzo dei profeti, né che fosse annunziata in forma oscura e solo intravista attraverso vaghi riflessi, ma desiderava che apparisse visibilmente in persona. Così il mondo contemplandola avrebbe potuto avere la salvezza. Il mondo avendola sotto il suo sguardo non avrebbe più sentito il disagio e il timore come quando si trovava di fronte a un’immagine divina riflessa dai profeti, né avrebbe provato lo smarrimento come quando essa veniva resa presente e manifestata mediante le potenze angeliche. Ormai avrebbe constatato di trovarsi alla presenza medesima di Dio che parla. Noi sappiamo che il Verbo ha preso un corpo mortale dalla Vergine, e ha trasformato l’uomo vecchio nella novità di una creazione nuova. Noi sappiamo che egli si è fatto della nostra stessa sostanza. Se infatti non fosse della nostra stessa natura, inutilmente ci avrebbe dato come legge di essere imitatori suoi quale maestro. Se egli come uomo è di natura diversa perché comanda a me nato nella debolezza la somiglianza con lui? E come può essere costui buono e giusto? In verità, per non essere giudicato diverso da noi, egli ha tollerato la fatica, ha voluto la fame, non ha rifiutato la sete, ha accettato di dormire per riposare, non si è ribellato alla sofferenza, si è assoggettato alla morte, e si è svelato nella risurrezione. Ha offerto come primizia, in tutti questi modi, la sua stessa natura d’uomo, perché non ti perda d’animo nella sofferenza, ma riconoscendoti uomo, aspetti anche per te ciò che il Padre ha offerto a lui. Quando tu avrai conosciuto il Dio vero, avrai insieme all’anima un corpo immortale e incorruttibile; otterrai il regno dei cieli, perché nella vita di questo mondo hai riconosciuto il re e il Signore del cielo. Tu vivrai in intimità con Dio, sarai erede insieme con Cristo, non più schiavo dei desideri, delle passioni, nemmeno della sofferenza e dei mali fisici, perché sarai diventato dio. Infatti le sofferenze che hai dovuto sopportare per il fatto di essere uomo, Dio te le dava perché eri uomo. Però Dio ha promesso anche di concederti le sue stesse prerogative una volta che fossi stato divinizzato e reso immortale. Cristo, il Dio superiore a tutte le cose, colui che aveva stabilito di annullare il peccato degli uomini, rifece nuovo l’uomo vecchio e lo chiamò sua propria immagine fin dall’inizio. Ecco come ha mostrato l’amore che aveva verso di te. Se tu ti farai docile ai suoi santi comandi, e diventerai buono come lui, che è buono, sarai simile a lui e da lui riceverai gloria. Dio non lesina i suoi beni, lui che per la sua gloria ha fatto di te un dio.

S. GIOVANNI DELLA CROCE CANTICO SPIRITUALE “B” (memoria 14 dicembre)

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S. GIOVANNI DELLA CROCE CANTICO SPIRITUALE “B”

STROFA 1
1. Dove ti sei nascosto, Amato?
Sola qui, gemente, mi hai lasciata!
Come il cervo fuggisti,
dopo avermi ferita;
gridando t’inseguii: eri sparito!
1-
2- In questa prima strofa, l’anima innamorata del Verbo Figlio di Dio, suo Sposo, desiderando unirsi con Lui mediante la visione chiara ed essenziale, espone le sue ansie d’amore, lamentandosi con Lui della sua assenza. E ciò specialmente perché, essendo ferita dall’amore suo per mezzo del quale è uscita da tutte le cose create e da se stessa, deve ancora soffrire l’assenza dell’Amato, dal momento che Egli non la discioglie dalla carne mortale per renderle possibile di goderlo nella gloria dell’eternità.
Perciò dice: Dove ti nascondesti?
3- Come se dicesse: Verbo, Sposo mio, mostrami il luogo dove stai nascosto. Con queste parole gli chiede la manifestazione della sua divina essenza, perché il luogo dove il Figlio di Dio sta nascosto, è come dice S. Giovanni (1,18), il seno del Padre, cioè l’essenza divina, la quale è lontana e nascosta ad ogni occhio mortale e ad ogni intelletto. Ciò volle dire Isaia quando affermò: Veramente tu sei un Dio nascosto (45,15).
Qui è bene notare come per quanto siano elevate le comunicazioni e gli atti delle divine presenze, alte e sublimi le notizie di Dio che l’anima ha in questa vita, tutto ciò non è essenzialmente Dio né ha a che vedere con Lui, poiché invero Egli è ancora nascosto all’anima. È necessario perciò che essa lo stimi superiore a tutte queste grandezze, lo creda nascosto e lo cerchi come tale dicendo: Dove ti nascondesti?
Poiché né l’alta comunicazione né la presenza sensibile sono indizio maggiore della sua presenza per grazia, né la mancanza di tutto ciò nell’anima ne indica l’assenza perciò il Profeta Giobbe dice: Se verrà a me, non lo vedrò; e se mi fuggirà non me ne accorgerò (9,11).
4- Queste parole ci fanno intendere come, se percepisce qualche grande comunicazione, notizia divina o qualche altro sentimento, l’anima non deve credere che ciò sia vedere chiaramente o possedere essenzialmente Dio, né pensare di essere più in Lui, per quanto grande esso sia. Se tutte queste comunicazioni sensibili e intellegibili le vengono a mancare ed essa rimanesse arida, tra le tenebre e priva di aiuto, non deve credere perciò che le manchi Dio, poiché realmente nel primo caso non può sapere con certezza di essere in grazia di Dio, e nel secondo di esserne priva, secondo quanto afferma il Savio: Nessun uomo mortale può sapere se sia degno di amore o di odio davanti a Dio (Qo 9,1).
Pertanto scopo principale dell’anima nel verso presente non è soltanto quello di chiedere solo la devozione affettiva e sensibile, in cui non v’è né la certezza né la chiarezza del possesso dello Sposo in questa vita, ma specialmente quello di domandare la presenza e la chiara visione della sua essenza con cui desidera di essere assicurata e soddisfatta nella gloria.
5- Proprio questo vuole affermare la sposa nel Cantico (1,6) allorché, desiderando di unirsi con la divinità del Verbo suo Sposo, la chiede al Padre: Mostrami dove ti pasci e dove ti riposi sul mezzogiorno. Chiedendogli dove si pasca, gli domanda di mostrarle l’essenza del Verbo divino, poiché il Padre non si pasce in altra cosa che nell’unico suo Figlio, che è la sua gloria. Pregando che le mostri dove riposa, gli chiede la stessa cosa, giacché il Padre non riposa né sta in altro luogo che nel suo unico Figlio, unica sua delizia, nel quale riposa comunicandogli tutta la sua essenza, sul mezzogiorno, cioè nell’eternità, dove sempre lo ha generato e sempre lo genera. Dunque il Verbo divino dove il Padre si pasce con gloria infinita e questo petto [letto] fiorito dove Egli prende riposo con immenso diletto amoroso, nascosto ad ogni creatura mortale, chiede qui l’anima sposa quando dice: Dove ti nascondesti?
6- Affinché quest’anima sitibonda nella vita presente riesca a trovare il suo Sposo e unirsi con Lui per unione di amore, secondo quanto è possibile, e mitighi la sua sete almeno con una goccia che di Lui si può gustare in terra, sarà bene che io risponda a quello che ella chiede allo Sposo. Sostituendomi a Lui, le mostrerò il luogo più sicuro dove Egli si nasconde, perché sicuramente ve lo trovi con la maggiore perfezione e con il maggior sapore possibile in questa vita, e così non incomincerà ad andare vagando inutilmente dietro le orme delle sue compagne.
A tale scopo c’è da notare che il Verbo Figlio di Dio, insieme con il Padre e con lo Spirito Santo, se ne sta essenzialmente nascosto nell’interno [nell'intimo centro “A”] dell’anima. Quindi l’anima che vuol trovarlo, deve allontanarsi secondo l’affetto e la volontà da tutte le cose create e ritirarsi in sommo raccoglimento dentro di sé come se tutto il resto non esistesse. Perciò S. Agostino dice nei Soliloqui [Pseudo-Agostino, Soliloquiorum animæ ad Deum liber unus, c. 30, ML 40, 888] parlando con Dio: Non ti trovavo, o Signore, di fuori, perché fuori cercavo male te che stavi dentro.
Dio dunque è nascosto nell’anima, dove il bravo contemplativo deve cercarlo: Dove ti nascondesti?
7- O anima bellissima fra tutte le creature, che desideri tanto conoscere il luogo dove si trova il tuo Diletto, per trovarlo ed unirti a Lui! Ormai ti è stato detto che tu stessa sei il luogo in cui Egli dimora e il nascondiglio dove si cela. Tu puoi grandemente rallegrarti sapendo che tutto il tuo bene e l’intera tua speranza è così vicina a te da abitare dentro di te o, per dire meglio, che tu non puoi stare senza di Lui: Sappiate – dice lo Sposo – che il regno di Dio è dentro di voi (Lc 17,21) e il suo servo, l’apostolo S. Paolo soggiunge: Voi siete il tempio di Dio (2Cor 6,16).
8- È grande conforto per l’anima sapere che Dio non le viene mai meno, anche se essa è in peccato mortale; quanto meno Egli abbandonerà quella che è in grazia!
Che vuoi di più, o anima, e perché cerchi ancora fuori di te, dal momento che hai dentro di te le tue ricchezze, i tuoi diletti, la tua soddisfazione, la tua abbondanza e il tuo regno, cioè l’Amato, che tu desideri e brami? Gioisci e rallegrati con Lui nel tuo raccoglimento interiore, perché lo hai così vicino! Qui desideralo, adoralo, senza andare a cercarlo altrove, poiché ti distrarresti, ti stancheresti senza poterlo né trovare né godere con maggiore certezza e celerità, né averlo più vicino che dentro di te. Vi è un’unica difficoltà e cioè che, pur essendo dentro di te, se ne sta nascosto; però è già molto se si conosce il luogo dove sta nascosto per cercarlo con la certezza di trovarlo. È quanto tu, o anima, chiedi allorché con affetto di amore dici: Dove ti nascondesti?
9- Tuttavia mi puoi dire: se l’Amato dell’anima mia è dentro di me, perché non lo trovo e non lo sento?
Ciò accade perché Egli se ne sta nascosto e tu non ti nascondi per trovarlo e per sentirlo. Infatti chi vuol trovare una cosa nascosta deve entrare fino al nascondiglio dove quella si trova e, quando la trova, anch’egli è nascosto con lei. Dunque poiché il tuo Sposo amato è il tesoro nascosto nel campo dell’anima tua, per il qual tesoro l’astuto mercante vendette tutti i suoi beni (Mt 13,44) sarà necessario che tu, per trovarlo, dimenticando tutte le cose e allontanandoti da tutte le creature ti rifugi nel nascondiglio interiore del tuo spirito (Mt 6,6) e serrata la porta dietro di te, vale a dire chiusa la tua volontà a tutte le cose, preghi occultamente il Padre tuo (Ibid.). Allora, rimanendo nascosta con Lui, lo sentirai e lo amerai di nascosto, lo godrai e ti diletterai con Lui di nascosto, ossia in maniera superiore ad ogni espressione e sentimento umano.
10- Orsù, anima bella, poiché ora sai che il Diletto tanto desiderato dimora nascosto nel tuo seno, procura di essere bene nascosta con Lui e così lo abbraccerai e lo sentirai con affetto d’amore nel tuo seno. Ricordati che Egli ti invita a questo nascondiglio per mezzo di Isaia il quale dice: Vai, entra nel tuo nascondiglio chiudi dietro di te le tue porte, cioè tutte le tue potenze a tutte le creature, nasconditi per un momento (26,20), vale a dire per questo momento della vita temporale. Poiché se nella brevità della vita presente, come dice il Savio, tu, anima fortunata, custodirai con ogni cura il tuo cuore (Pr 4,23), indubbiamente il Signore ti concederà quanto promette per mezzo di Isaia: Ti darò gli occulti tesori e ti svelerò la sostanza dei segreti e dei misteri (45,3), sostanza la quale è Dio stesso, poiché Egli è la sostanza e il concetto della fede, e questa è il segreto e il mistero. Quando verrà rivelato e manifestato quanto la fede ci tiene nascosto, cioè la perfezione di Dio, come dice S. Paolo (1Cor 13,10), allora all’anima sarà manifestata la sostanza dei misteri segreti.
Anche se in questa vita, per quanto si nasconda, l’anima non può giungere mai a conoscere le profondità come nell’altra, tuttavia, se come Mosè si rifugerà nella caverna della pietra (Es 33,22-23), cioè nell’imitazione vera della vita del Figlio di Dio, suo Sposo, con l’aiuto della destra di Dio, meriterà di vedere le spalle di Lui, vale a dire di raggiungere in terra tanta perfezione da unirsi e trasformarsi per amore nel Figlio di Dio, suo Sposo. In tal modo ella si sente tanto unita con Lui e così sapientemente istruita nei suoi misteri che per quanto riguarda la conoscenza di Lui in questa vita, non ha bisogno di dire: Dove ti nascondesti?
11- È già stato detto, o anima, il metodo che ti conviene seguire per trovare lo Sposo nel tuo nascondiglio. Ma se vuoi che io te lo ripeta, ascolta una parola ricca di sostanza e di verità inaccessibile: cercalo con fede e con amore, senza cercare soddisfazione in cosa alcuna, e senza desiderare di gustarla e intenderla fuori di quanto è necessario; queste due cose, come la guida del cieco, ti condurranno per vie a te ignote, al nascondiglio di Dio. Infatti la fede, cioè il segreto di cui si è parlato, è simile alle gambe delle quali l’anima si serve per andare verso Dio, e l’amore è la guida che ve la conduce, di modo che, trattando i misteri e i segreti della fede, meriterà che l’amore le manifesti quello che tale virtù racchiude in sé, vale a dire lo Sposo che ella desidera in terra per mezzo della grazia speciale dell’unione divina e in cielo per mezzo della gloria essenziale, godendo non più nascostamente, ma faccia a faccia.
Intanto, quantunque l’anima arrivi a tale unione, che è lo stato più alto a cui si può giungere in questa vita, poiché lo Sposo è nascosto nel seno del Padre, dove desidera goderlo nell’altra, ella continua a dire: Dove ti nascondesti?
12- Fai molto bene, o anima, a cercarlo sempre nascosto, poiché facendo così glorifichi Dio e ti avvicini molto a Lui stimandolo per l’essere più alto e profondo di tutti quelli che tu puoi raggiungere. Non ti fermare quindi né molto né poco in ciò che le tue potenze possono comprendere, vale a dire, non ti volere mai appagare di ciò che puoi intendere di Dio, ma piuttosto di ciò che di Lui non puoi capire. Non ti fermare mai nell’amore e nel diletto di ciò che intendi e senti di Dio, ama e dilettati solo in ciò che di Lui non puoi né intendere né sentire: questo vuol dire cercarlo in fede. Essendo Dio inaccessibile e nascosto, come è stato detto, anche se ti sembra di trovarlo, di sentirlo e di capirlo, lo devi ritenere sempre per nascosto e come tale lo devi servire in occulto. Non voler essere come i molti insipienti i quali, avendo un concetto volgare di Dio, allorché non lo intendono, non lo gustano e non lo sentono, credono che Egli sia lontano e nascosto, mentre è piuttosto vero il contrario e cioè che quanto meno distintamente l’intendono, più si accostano a Lui, poiché come dice il Profeta David: Pose il suo nascondiglio nelle tenebre (Sal 17,12). Così avvicinandoti a Lui, il tuo occhio fiacco deve necessariamente essere colpito dalle tenebre.
Dunque fai molto bene in ogni tempo, sia nelle avversità che nelle prosperità spirituali o temporali, a considerare Dio come nascosto e ad invocarlo dicendo: Dove ti nascondesti?, …… in gemiti lasciandomi, o Diletto?
13- Lo chiama Diletto per commuoverlo e spingerlo ad esaudire la sua preghiera poiché, se è amato, il Signore con grande facilità ascolta la preghiera di chi lo ama. Lo dice Egli stesso in S. Giovanni: Se rimarrete in me, chiedete ciò che volete e vi sarà dato (15,7). L’anima quindi lo può chiamare veramente Amato allorché dimora interamente con Lui, non avendo il cuore attaccato ad altra cosa all’infuori di Lui e volgendo ordinariamente a Lui il pensiero. Perciò Dalila dice a Sansone, il cui affetto era privo di ciò: Come puoi dire di amarmi, mentre il tuo animo è lontano da me? (Gd 16,15), animo che include il pensiero e l’affetto.
Dunque alcuni chiamano Amato il loro Sposo, ma non lo amano veramente, poiché il loro cuore non è tutto per Lui e quindi la loro richiesta non ha molto valore al cospetto di Dio e non viene esaudita finché perseverando nella loro orazione, non riescono ad intrattenere a lungo in Lui il loro animo e a stabilirvi il cuore con affetto totale, perché dal Signore niente si ottiene se non per mezzo dell’amore.
14- Riguardo a quanto l’anima dice subito: In gemiti lasciandomi, bisogna notare come l’assenza dell’Amato causa un gemito continuo nell’amante poiché, dato che ama solo Lui, all’infuori di Lui non trova alcun riposo e sollievo. Indizio certo per sapere se uno ama veramente Dio è quindi quello di vedere se si contenta di cose inferiori a Lui.
Ma cosa dico: – si contenta? Poiché anche se possedesse tutte le cose insieme, non sarebbe soddisfatto; anzi, la sua soddisfazione sarebbe minore, quanto maggiori fossero le cose possedute, poiché il cuore non si contenta di possedere le cose, ma di essere privo di tutto e povero di spirito. Giacché in questa povertà consiste la perfezione dell’amore in cui si ha il possesso di Dio con vincolo stretto e con grazia speciale, l’anima, una volta che l’abbia raggiunta, vive in terra con una certa soddisfazione, che però non è sazietà piena, simile a David il quale, pur essendo tanto perfetto, aspettava di essere soddisfatto in cielo dicendo: Mi sazierò quando apparirà la tua gloria (Sal 16,15).
Perciò la pace, la tranquillità e la soddisfazione del cuore, a cui può giungere in terra, non sono sufficienti perché l’anima cessi di emettere nell’intimo qualche gemito, anche se pacifico e non penoso, prodotto dalla speranza di ciò che le manca. Il gemito infatti è congiunto alla speranza, come quello che, al dire di S. Paolo, emettevano lui e gli altri, quantunque perfetti: Noi stessi, che godiamo le primizie dello spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l’adozione dei figli di Dio ( Rm 8,23).
Tale gemito quindi emette l’anima nel suo cuore innamorato, poiché il gemito scaturisce colà dove si ha la ferita d’amore. Ella grida sempre addolorata per la mancanza dello Sposo, specialmente se, dopo aver gustato qualche dolce e saporosa sua comunicazione, improvvisamente si trova arida e sola.
Perciò soggiunge: Come il cervo fuggisti.
15- C’è da osservare che nel Cantico (2,9) la sposa paragona lo Sposo al cervo e alla capra selvatica dicendo: Il mio Amato è simile alla capra e al figlio dei cervi. Afferma ciò non solo perché, come il cervo, egli se ne sta remoto, solitario ed evita la compagnia, ma anche a causa della velocità con cui l’Amato si nasconde e si mostra durante le visite che fa alle anime devote per ricrearle e animarle e negli smarrimenti e nelle assenze che fa percepire ad esse dopo tali visite per provarle e ammaestrarle. E così fa in modo che esse ne sentano più dolorosamente l’assenza, secondo quanto fa intravedere l’anima quando dice: Dopo avermi ferito,
16- come se dicesse: Non mi basta la pena e il dolore che ordinariamente soffro per la tua assenza poiché, dopo avermi ferito di più d’amore con la tua freccia ed avermi accresciuto la passione e il desiderio della tua vista, fuggi con leggerezza di un cervo e non ti lasci prendere neppure per un istante.
17- Per spiegare maggiormente questo verso è bene notare come, oltre a molti altri generi di visite che Dio fa all’anima, mediante le quali la piaga ed eleva in amore, Egli suole accordarle anche alcuni tocchi d’amore i quali, come saette di fuoco, la feriscono e la trapassano, lasciandola cauterizzata con fuoco amoroso. Queste vengono dette con proprietà ferite d’amore e di esse parla ora l’anima. Esse accendono tanto in affetto la volontà, da fare in modo che l’anima bruci nel fuoco ardente di amore talché le sembra di consumarsi in quella fiamma, la quale la fa uscire fuori di sé, rinnovare tutta e passare ad un nuovo modo di essere, simile alla fenice che brucia e rinasce di nuovo. Parlando della cosa David dice: il mio cuore si infiammò; i miei reni si cambiarono, io fui annichilito e non seppi. (Sal 72,21-22).
18- Gli appetiti e gli affetti che il Profeta comprende sotto il termine di reni, si commuovono tutti, mutandosi in divini durante quell’incendio amoroso del cuore, e l’anima per amore si riduce a niente, non sapendo null’altro che amare. Avviene ora il cambiamento dei reni, accompagnato da un grande tormento ansioso di vedere Dio, in modo che all’anima sembra intollerabile il rigore usato dall’amore con lei. Le accade ciò non perché è stata ferita dal Signore (infatti ella ritiene salutari queste ferite d’amore), ma perché è stata lasciata in preda alla sofferenza, mentre avrebbe dovuto ferirla a morte, onde potersi unire con Lui nella chiara visione dell’amore perfetto.
19- Pertanto, per mettere in risalto il suo dolore, ella dice: Dopo avermi ferita, cioè, dopo avermi lasciata così ferita da morire per amor tuo, ti sei nascosto con la velocità del cervo. Questo dolore è così forte, perché in quella ferita d’amore ricevuta da Dio, l’anima con velocità sublime dirige l’affetto della volontà verso il possesso dell’Amato di cui ha sentito il tocco. Con la stessa velocità però ne percepisce e si accorge che in terra non lo può possedere come desidera. Al tempo stesso questa assenza le fa emettere un gemito, poiché le visite di cui si parla non sono come le altre in cui Dio solleva l’anima e la rende contenta; esse vengono fatte per ferire più che per sanare, per affliggere più che per recare sollievo, poiché servono per avvivare la notizia, per accrescere il desiderio e quindi l’ansia dolorosa di vedere Dio.
Queste, che vengono dette ferite spirituali di amore, sono molto gustose e desiderabili per l’anima, la quale quindi vorrebbe morire mille volte sotto i colpi di questa lancia, perché la fanno uscire da sé e penetrare in Dio. Parla della cosa il verso che segue: ti uscii dietro gridando: ti eri involato.
20- Nessuno, se non chi le ha inflitte, può trovare una medicina per ferite di amore. Perciò l’anima trafitta, spinta dalla forza del fuoco della ferita, è uscita dietro al Diletto da cui era stata colpita, gridando perché la risanasse.
È necessario notare che ella può uscire per andare a Dio in due maniere: prima, uscendo da tutte le cose disprezzandole e aborrendole; seconda, uscendo da se stessa per mezzo dell’oblio di sé, cosa che si attua per amore di Dio.
E così è come se dicesse: Sposo mio, con quel tocco e con quella ferita di amore, hai allontanato l’anima mia non solo da tutte le cose, ma anche da se stessa (in verità sembra che la tragga fuori anche dal corpo) e mi hai elevato a te, mentre io, già distaccata da tutto, gridavo dietro a te per unirmi a te. Ti eri involato!
21- Come se dicesse: Quando ho voluto impadronirmi della tua presenza, non ti ho trovato e sono rimasta vuota e distaccata da tutto, penando nell’aura amorosa, priva del tuo e mio appoggio.
Ciò che l’anima dice uscire per andare verso Dio, la sposa dei Cantici chiama «levarsi» dicendo: Mi alzerò e andrò in giro per la città; per le vie e per le piazze cercherò colui che l’anima mia ama; l’ho cercato e non l’ho trovato e mi ferirono (3,2; 5,7). Il termine «alzarsi» va qui preso in senso spirituale, significa andare dal basso verso l’alto ed equivale a quello di «uscire» usato dall’anima, uscire cioè dal proprio amore imperfetto a quello perfetto di Dio. come innalzarsi dal basso verso l’alto, che è uguale ad uscire da sé, vale a dire, dai propri modi di agire e dall’amore imperfetto a quello perfetto di Dio.
Ma nel testo la sposa afferma di essere rimasta piagata perché non ha trovato lo Sposo; anche nella strofa l’anima dice di essere stata abbandonata dopo essere stata ferita d’amore. Quindi chi ama vive sempre in pena per la lontananza dell’Amato, poiché, essendosi donato a colui che ama, ne spera il contraccambio, spera cioè che Egli faccia lo stesso, mentre invece non le si dona. E perciò, se da una parte è già è perduto a se stesso e a tutte le cose per l’Amato, dall’altra non ha trovato nessun guadagno da tale perdita, perché è ancora privo di Lui.
22- Tale sentimento doloroso dell’assenza dell’Amato, al tempo di questa divina ferita, in coloro che si avvicinano alla perfezione è così grande che, se il Signore non provvedesse altrimenti, essi cesserebbero di vivere. Infatti, avendo la volontà sana e lo spirito puro e sano, ben disposto verso Dio, e gustando nello stato attuale qualche dolcezza dell’amore di Dio, verso il quale tendono sopra tutto, tali anime soffrono in maniera indicibile e perché, come da uno spiraglio, intravedono un bene immenso che viene loro negato.

Publié dans:SANTI, Santi - scritti |on 14 décembre, 2015 |Pas de commentaires »
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