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24 luglio (mf): San Charbel Makhlouf

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24 luglio (mf): San Charbel Makhlouf

Non è semplice scrivere di San Charbel Makhlouf, un monaco appartenente all’Ordine Libanese Maronita, vissuto nel secolo scorso ed elevato alla Gloria degli altari da Paolo VI il 9 ottobre 1977, non tanto per i suoi miracoli o per i fatti prodigiosi o eclatanti avvenuti durante la sua vita e dopo la sua morte, quanto per le sue virtù eroiche che permettono a noi occidentali di conoscere meglio l’intensa spiritualità della Chiesa Orientale.
La vita di questo Santo merita di essere maggiormente conosciuta anche in occidente, specialmente fra le nuove generazioni che sono alla ricerca di una nuova e intensa spiritualità, come dimostrano l’aumento delle vocazioni negli Ordini monastici contemplativi. Se riusciremo a comprendere il messaggio che San Charbel ci ha lasciato siamo certi che questi potrà essere un valido aiuto per tutti i credenti.

La vita
Il nostro Santo nacque in Beqakafra, paese distante 140 Km. della capitale del Libano, Beirut, l’otto di maggio dell’anno 1828.
Quinto figlio di Antun Makhlouf e Brigitte Chidiac, una pia famiglia di contadini. Otto giorni dopo la sua nascita ricevette il battesimo nella chiesa di Nostra Signora del suo paese, dove i suoi genitori gli imposero il nome di Yusef (Giuseppe). I primi anni trascorsero in pace e tranquillità, circondato della sua famiglia e soprattutto dell’insigne devozione di sua madre, che per tutta la sua vita praticò con la parola e le opere la sua fede religiosa, dando esempio ai suoi figli che crebbero così nel santo timore di Dio.
A tre anni, il padre di Yusef fu arruolato dall’Esercito turco che combatteva in quel momento contro le truppe egizie. Suo padre muore ritornando a casa dalla guerra e sua madre, passato po’ di tempo, si risposa con un uomo devoto e perbene che successivamente riceverà il diaconato. Yusef aiutò sempre il suo patrigno in tutte le cerimonie religiose, rivelando fin dal principio un raro ascetismo ed una inclinazione alla vita di preghiera.

Infanzia
Yusef imparò le prime nozioni nella scuola parrocchiale del suo paese, in una piccola stanza adiacente alla chiesa. All’età di 14 anni si dedica a curare un gregge di pecore vicino alla casa paterna; in questo periodo iniziano le sue prime e autentiche esperienze riguardanti la preghiera: si ritirava costantemente in una caverna che aveva scoperto vicino ai pascoli e lì passava molte ore in meditazione, ricevendo spesso le burle degli altri ragazzi come lui pastori della zona. A parte il suo patrigno (diacono), Yusef ebbe due zii da parte di madre che erano eremiti appartenenti all’Ordine Libanese Maronita, e da essi accorreva con frequenza, trascorrendo molte ore in conversazioni, riguardanti la vocazione religiosa e il monachesimo.

La vocazione
All’età di 20 anni, Yusef è un uomo fatto, sostegno della casa, egli sa che presto dovrà contrarre matrimonio, tuttavia resiste all’idea e prende un periodo di attesa di tre anni, nei quali ascoltò la voce di Dio: « Lascia tutto, vieni e seguimi ». Si decide, e senza salutare nessuno, nemmeno sua madre, una mattina del 1851 si dirige al convento della Madonna di Mayfouq, dove sarà ricevuto prima come postulante e poi come novizio, facendo una vita esemplare sin dal primo momento, soprattutto riguardo all’obbedienza. Qui Yusef prese l’abito di novizio e rinunziò al suo nome originale per scegliere quello di Charbel, un martire di Edessa vissuto nel secondo secolo.

Studi da sacerdote
Passato qualche tempo lo trasferirono al convento di Annaya, dove professò i voti perpetui come monaco nel 1853. Subito dopo, l’obbedienza lo portò al monastero di San Cipriano di Kfifen, dove realizzò i suoi studi di filosofia e teologia, facendo una vita esemplare soprattutto nell’osservanza della Regola del suo Ordine. Fu ordinato sacerdote il 23 luglio 1859 da parte di Mons. Jose al Marid, sotto il patriarcato di Paulo Massad, nella residenza patriarcale di Bkerke. Ordinato da poco tempo, padre Charbel ritornò al monastero di Annaya per ordine dei suoi superiori. Lì passò lunghi anni, sempre come esempio per tutti i suoi confratelli nelle diverse attività che lo coinvolgevano: l’apostolato, la cura dei malati, la cura delle anime ed il lavoro manuale.

L’eremita
Così trascorse la sua vita in comunità. Tuttavia, egli anelava ardentemente ad essere eremita, e per questo chiese l’autorizzazione al superiore, il quale vedendo che Dio era con lui redasse l’autorizzazione il 13 di febbraio del 1875. Charbel rimase eremita fino al giorno della sua morte avvenuta la vigilia di Natale dell’anno 1898.
Nell’eremo dei Santi Pietro e Paolo, il P. Charbel si dedicò al colloquio intimo con Dio, perfezionandosi nelle virtù, nella ascesi, nella santità eroica, nel lavoro manuale, nella coltivazione della terra, nella preghiera (Liturgia delle ore 7 volte al giorno), e nella mortificazione della carne, mangiando una volta al giorno e portando il cilicio. Padre Charbel raggiunse la fama dopo la sua morte, iniziando con il prodigio del suo corpo incorrotto che sudava sangue ed emanava una luce misteriosa. Fenomeni osservati e constatati non solo dai membri del suo Ordine, ma dal popolo che cominciò a venerarlo come Santo anche quando la gerarchia ed i superiori ne avevano proibito il culto, in attesa che la Chiesa pronunciasse il suo verdetto.

Beatificazione e canonizzazione
Col passare del tempo, ed in vista dei miracoli che avvenivano e del culto di cui era oggetto, il padre Superiore Generale, Ignacio Dagher, andò a Roma nel 1925 per sollecitare Papa Pio XI all’apertura del processo di beatificazione. Durante la chiusura del concilio Vaticano II, il 5 di dicembre di 1965, Papa Paolo VI, beatificò padre Charbel con le seguenti parole: « Un eremita della montagna libanese è iscritto nel numero dei Venerabili… un nuovo membro di santità monastica arricchisce con il suo esempio e con la sua intercessione tutto il popolo cristiano. Egli può farci capire in un mondo affascinato per il comfort e la ricchezza, il grande valore della povertà, della penitenza e dell’ascetismo, per liberare l’anima nella sua ascensione a Dio ».
Il 9 di ottobre di 1977 durante il sinodo mondiale di vescovi, lo stesso Papa canonizzò il Beato Charbel, elevandolo agli altari con il seguente formula: « In onore della Santa ed Unica Trinità per esaltazione della fede cattolica e promozione della vita cristiana, con l’autorità del Nostro Signore Gesù Cristo e dei venerabili Apostoli Pietro e Paolo, e nostra, dopo matura riflessione e implorando l’intenso aiuto divino… decretiamo e definiamo che il Beato Charbel Makhlouf è Santo, e lo iscriviamo nel Libro dei Santi, stabilendo che sia venerato come Santo con pietosa devozione in tutta la Chiesa. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ».
Innamorato dell’Eucaristia e del Santa Vergine Maria, San Charbel modello ed esempio di vita consacrata, è considerato l’ultimo dei Grandi Eremiti. I suoi miracoli sono molteplici e chi si affida alla sua intercessione, non resta deluso, ricevendo sempre il beneficio della Grazia e la guarigione del corpo e dell’anima.
« Il giusto fiorirà, come una palma, si alzerà come un cedro del Libano, piantato nella casa del Signore » (Sal 91(92)13-14).

I miracoli
In vita San Charbel non ha compiuto numerosi miracoli, anche se era un uomo di grande fede e spiritualità e molte persone si recavano nel suo eremo per chiedere preghiere e grazie.
Charbel era un monaco orientale e un eremita, seguiva la tradizione dei Padri del deserto e come tale rifiutava il contatto con la gente per stare nella solitudine e quindi si potrebbe dire che non aveva, in pratica, l’occasione di compiere miracoli.
Tuttavia vogliamo, ricordare un episodio prodigioso del quale sono stati testimoni i suoi confratelli e avvenuto prima di ritirarsi nel suo eremo.
Una sera Charbel tardò a rientrare in convento e per questo non aveva fatto in tempo a farsi consegnare l’olio per la sua lampada; il frate dispensiere per punirlo di questa mancanza, si rifiutò di fare la consegna dopo l’orario prescritto.
Il Padre Charbel rientrò nella sua cella e casualmente il dispensiere notò che nonostante l’ora tarda la finestra era illuminata. Chiamò quindi il Superiore e con questi si recò dal Santo che con la lanterna accesa stava leggendo il breviario. Il Superiore rimproverò Charbel per l’infrazione alla Regola chiedendogli: « Perché tenete la lanterna accesa a quell’ora? Non avete fatto il voto di povertà? ». Padre Charbel si prostrò in ginocchio, chiese perdono al Superiore e rispose che durante la giornata non avuto tempo di leggere l’Uffizio e che quindi lo faceva ora.
A questo punto il dispensiere disse che lui non gli aveva dato l’olio e il Superiore interrogò Charbel in proposito per sapere dove si fosse procurato il combustibile. Questi dopo molte insistenze disse che vi aveva messo un po’ d’acqua.
Il Superiore che credeva soltanto ai propri occhi prese in mano la lanterna che immediatamente si spense. L’aprì, versò il contenuto sul pavimento, e alla luce di una candela constatò che era acqua! Il Superiore rimase interdetto e uscendo dalla cella fra lo sgomento gli disse: « Pregate per me ».
Contrariamente a quanto accade di solito, la fama di santità di Charbel si manifestò pienamente dopo la sua morte. La sua salma fu sepolta nel cimitero di Anaya, dove riposa tuttora e qui è stato anche edificato un santuario in suo onore. Alcune persone dalle case vicine cominciarono e vedere una luce che usciva dal luogo di sepoltura di San Charbel. La notizia iniziò a diffondersi e con essa le prime affermazioni della santità, finché il Superiore si recò di persona nelle case vicine al cimitero dove constatò l’esistenza di questa luce misteriosa.
A questo punto i frati decisero di aprire la tomba; trovarono il corpo di Charbel leggermente coperto di muffa ma sostanzialmente integro nonostante fossero trascorsi circa quattro mesi dalla morte e dallo stesso usciva una sostanza biancastra mista a sangue che nessun medico anche in epoche successive è riuscito a spiegare e a catalogare. Tale fenomeno è presente anche ai nostri giorni.
Poiché la fama di santità di Charbel si era notevolmente diffusa e anche per timore che il corpo potesse essere trafugato, cosa frequente a quell’epoca, i monaci decisero di trasferire la salma in un luogo più sicuro e segreto anche per evitare che fosse oggetto di devozione da parte dei fedeli.
È noto che per la Chiesa simili manifestazioni di per sé sono insufficienti a stabilire la santità, perché essa si basa sulle opere che il Santo ha fatto in vita e se queste possono essere un valido esempio per le generazioni future. Vista comunque la crescente fama di Santità di padre Charbel e i numerosi miracoli che gli venivano attribuiti, nel 1926 il Patriarca Maronita presentò a Roma la documentazione necessaria per iniziare una causa di beatificazione.
I miracoli validi per la beatificazione riguardano la guarigione prodigiosa di Suor Marie-Abel Kamari della congregazione del Sacro Cuore affetta da una gravissima forma di ulcera che guarì istantaneamente il 12 luglio 1950 mentre stava pregando sulla tomba del Santo e l’altro riguarda un certo Iskandar Nalm Obeid, de Baabdate che nel 1937 aveva perso l’uso di un occhio,e ora stava perdendo anche l’altro, riacquistò la vista mentre stava pregando a Anaya sulla tomba di Charbel.
Per la santificazione fu presentata la prodigiosa guarigione di Myriam Aouad, de Mammana affetta da un incurabile cancro alla gola fu guarita nel 1967. Numerosi sono i miracoli, le grazie e i fatti prodigiosi attribuiti all’intercessione di Charbel. Nell’apposito registro conservato nel convento di Annaya sono raccolti centinaia di racconti e le migliaia di lettere provenienti da tutto il mondo che testimoniano le grazie ricevute dai fedeli e non solo cristiani ma anche musulmani.
Di tutti questi ne vogliamo ricordare soltanto uno che ci sembra particolarmente significato perché « autenticato » dalla setta musulmana dei Drusi. Un ragazza, certa Hosn Mohair era nata con una gamba di 5 o 6 centimetri più corta dell’altra, questa imperfezione la faceva zoppicare vistosamente. Un giorno si recò ad Anaya e ritornò portando a casa dell’acqua benedetta e della terra che aveva raccolto presso la tomba del Santo e con questo impasto cominciò a massaggiare la gamba difettosa. I familiari, non vedendo per diversi giorni alcun esito da questa cura cercavano di dissuaderla, ma la ragazza spinta da una fede incrollabile continuò, finché la gamba difettosa raggiunse la stessa lunghezza dell’altra; cosa che gli permise di camminare normalmente. I notabili del villaggio, drusi, che la conoscevano personalmente, rilasciarono nel 1950 delle dichiarazioni giurate attestanti il fatto prodigioso.

Le virtù
In occidente l’apostolato viene fatto principalmente attraverso l’azione e i Santi si distinguono oltre che per la loro intensa spiritualità anche per mezzo delle opere di misericordia, come curare gli infermi, educare la gioventù, alleviare i bisogni della povera gente.
Diversa è la tradizione orientale dove si raggiunge la perfezione non con le opere, ma per mezzo di un continua e costante ricerca interiore di Dio seguendo il concetto che salvando la propria anima si salva il mondo.
Il monaco in oriente non ha doveri pastorali, ma dà il suo esempio con la vocazione, la vita ascetica, le preghiere, le penitenze e con la pratica eroica della virtù. Il monaco quindi deve restare accanto al popolo cristiano, non materialmente, bensì spiritualmente per insegnare il cammino verso la perfezione per mezzo della quale si può raggiungere il Padre Celeste.
Non è quindi l’asceta che va verso il mondo, ma sono gli uomini che vanno verso di lui per riceverne consigli, esempi, migliorarsi, edificarsi, per ottenere benefici materiali e spirituali grazie ai doni divini che possiede soltanto chi è veramente consacrato a Dio. L’ eremita vive completamente distaccato dal mondo perché le passioni, i peccati e le imperfezioni degli uomini possono intralciare l’asceta nella sua assoluta ricerca di perfezione. Quindi la solitudine diventa il mezzo attraverso il quale l’asceta in fuga dal mondo trova la pace interiore e la perfetta unione con Dio.
Ma nella sua vita Charbel non si è limitato a fare tutto questo, egli ha vissuto in modo eroico i voti che aveva pronunciato fin dal primo momento della sua ordinazione.
Certamente anche lui avrà sentito il richiamo dei sensi e avrà combattuto per conservare la sua purezza. I Padri del deserto dicevano a proposito dei pensieri impuri: « se non hai pensieri di tal natura sei un uomo senza speranza; infatti se non hai pensieri di tal natura è segno che tu compi delle azioni ».
Non possiamo certamente sapere se Charbel abbia subito delle violente tentazioni, ma sappiamo che egli faceva di tutto per evitarle. Si rifiutava di parlare con le donne e fra queste erano escluse anche i membri della sua famiglia e non solo evitava perfino di incontrarle sul cammino. Le donne che vivevano intorno al convento Annaya sapevano che il Santo non gradiva la loro presenza e anche loro collaboravano cercando di non incontrarlo oppure nascondendosi al suo apparire.
Anche nella povertà di Charbel era molto rigido, egli non possedeva assolutamente nulla e niente chiedeva, non voleva nemmeno toccare il denaro e quando qualcuno gli lasciava una elemosina, chiamava un suo confratello affinché prendesse i soldi e li consegnasse al Superiore. Si racconta che un giorno il Superiore vedendolo con il saio logoro e malandato gli disse di andare dal fratello sarto per farsene cucire uno nuovo, ma Charbel rispose che quell’abito per lui andava bene mentre era praticamente inservibile, e per far indossare a Charbel un nuovo vestito il Superiore fu costretto a ordinarglielo.
L’obbedienza fu certo la virtù eroica più eclatante del Santo, egli obbediva senza discutere a qualsiasi ordine ricevuto e non solo dai suoi superiori, ma anche dai confratelli e dagli stessi operai del monastero. Tutti potevano comandare padre Charbel. Egli anche quando era un monaco anziano, e poteva non svolgere determinate mansioni, non solo non chiedeva di essere dispensato, ma sceglieva i lavori più umili e fastidiosi. Quindi padre Charbel lavava i piatti, puliva i pavimenti, aiutava gli inservienti del monastero nei lavori meno gratificanti.
Tutto questo dimostra anche l’umiltà del Santo, che nonostante fosse una persona dotta e intelligente in molte occasioni aveva rifiutato importanti incarichi che il suo Ordine gli voleva conferire, dicendo sempre che esistevano persone migliori di Lui per svolgere tali mansioni.
Il Cardinale Paolo Pietro Méouchi, Patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente scrisse a Mons. Salvatore Garofano, Rettore Magnifico della Pontificia Università Urbaniana « De Propaganda Fide » e autore della biografia del Santo redatta in lingua italiana (« Il profumo del Libano » Roma 1977), questa lettera che sintetizza mirabilmente la spiritualità e le virtù del Santo:
Nel dramma dove, attraverso la storia, il mondo si dibatte, i Santi conservano i riflessi di Colui che è nominato « La luce del mondo », Gesù Cristo.
Nell’ultima decade del IXX secolo dove il vento del razionalismo soffia spesso, sul Libano, una sentinella, il monaco Charbel Makhlouf monta la guardia sulla Santa montagna, per affermare nella semplicità del credente e con la presenza di Dio di un anima innamorata che il dramma che scuote l’umanità, nel suo pellegrinaggio terrestre, non trova la sua soluzione che nel ritorno verso le regioni profonde dell’anima dove abita la Santissima Trinità.
Sempre, nella storia della spiritualità orientale si sono opposte la gnosi dei sapienti e la fede dei semplici. Gli gnostici che cercano di mettere Dio nei limiti della ragione trovano davanti a loro delle anime che preferiscono ritrovare il Creatore sulla via del cuore e dell’esperienza, la via, senza esclusione della dotta ignoranza, che si nutre alle grandi fonti della Sacra Scrittura, dei Padri del deserto e della teologia morale. Così faceva San Charbel Makhlouf.
In una spogliazione totale del mondo e soprattutto della propria mente, questo monaco semplice e generoso, ha preferito la pienezza di Dio all’illusione delle ricchezze del mondo. Egli ha messo in pratica che l’avere non è niente e che l’essere è tutto. Dio, la semplicità stessa, non ha niente, ma è l’Assoluto. Così nella fuga dal mondo – questa è d’altronde una delle caratteristiche della spiritualità orientale – Charbel ha voluto stabilire con i suoi prediletti il dialogo della fiducia, della presenza e dell’amore. Egli si sentiva costantemente chiamato dal Cristo Salvatore a ritirarsi nella profondità, e i suoi occhi che si chiudono al mondo, si aprono a delle ricchezze insondabili e divine, che nessun occhio ha visto e nessun orecchio ha sentito. (I Cor. 2,9).
Bisogna credere allora che il nostro monaco abbia vissuto la sua gioia crocefisso da un anima tesa costantemente a convertirsi e a fare penitenza in unione con la croce vittoriosa, nell’egoismo di colui che fissato sull’Assoluto, non ha più cura dei miserabili che vivono sulla terra le loro strane avventure? Ma no! Charbel ritrova la Chiesa nel suo pellegrinaggio spirituale. Che cosa hanno valso delle mortificazioni eroiche, incomprensibili a volte, talmente esse erano eccessive, se esse non erano per riparare se non dei peccati personali come dicevano i Padri della Chiesa, ma i peccati degli altri, di cui si è solidali per l’edificazione delle stesso ed unico Corpo Mistico di Gesù Cristo?
Questo bene, queste strade della profondità che ha praticato Charbel Makhlouf nella sua esistenza, dimentico del mondo, ma che Dio doveva glorificare con dei prodigi inauditi e senza nome, giacché i valori di questa terra si sono lacerati e la fede ha lasciato il posto alla visione.

20 luglio: Sant’Apollinare di Ravenna

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Sant’Apollinare di Ravenna

Vescovo e martire
Nascita Antiochia di Siria (attuale Antiochia, in Turchia), I secolo
Morte Classe (Ravenna), I secolo
Venerato da Chiesa cattolica, Chiesa cristiana ortodossa
Ricorrenza 20 luglio
Attributi Bastone pastorale, Palma, Pallio
Patrono di Epilessia; gotta;
Emilia-Romagna (Italia); Aquisgrana; Burtscheid; Düsseldorf; Ravenna; Lucrezia; Remagen
Apollinare di Ravenna (Antiochia, I secolo – Classe, I secolo) è stato un vescovo cattolico e santo romano.
È venerato come santo dalla Chiesa cattolica.
Originario di Antiochia, Apollinare è considerato tradizionalmente il primo vescovo di Ravenna, città di cui è il santo patrono.

Il dies natalis, o data del martirio, corrisponde al 23 luglio, mentre la memoria liturgica si celebra il 20 luglio.

La prima scarna menzione del santo viene fatta nel documento del Martirologio Gerominiano, risalente all’inizio del V secolo, in cui una nota – «X kl aug. Ravennæ Apollinaris» – classifica il santo come « confessore » e « sacerdote » e fissa la sua ricorrenza al 23 luglio.
San Pietro Crisologo (425-451), dottore della Chiesa, cita Apollinare nel sermone 128, offrendo qualche informazione storica sulla vita del santo: egli fu il primo vescovo di Ravenna; a causa della sua fede patì molti tormenti e versò il suo sangue, morendo infine per le ferite ricevute.
Il Martirologio Romano lo descrive come un « vescovo, che, facendo conoscere tra le genti le insondabili ricchezze di Cristo, precedette come un buon pastore il suo gregge, onorando la Chiesa di Classe presso Ravenna in Romagna con il suo glorioso martirio »[1].

Nella letteratura
Una fonte completa ma purtroppo non attendibile sulla vicenda biografica del santo è la Passio sancti Apollinaris, risalente al tempo dell’arcivescovo Mauro (642-671), che quasi certamente ne fu l’autore, probabilmente per rivendicare la non subordinazione della Chiesa ravennate nei confronti di quella di Milano, sede metropolitana da cui era dipendente fino ad allora. Secondo questo scritto, Apollinare, originario di Antiochia, fu ordinato vescovo da san Pietro, di cui era ritenuto discepolo. Successivamente fu inviato a Classe, dove subì il martirio sotto Vespasiano.

La Legenda Aurea
Nel medioevo, questa Passio venne rielaborata dai devoti, confluendo infine nello scritto della Legenda Aurea di Jacopo da Varazze. Gli avvenimenti ivi raccontati sono totalmente frutto della leggenda e della devozione popolare.
Si racconta che Apollinare, nato ad Antiochia nella provincia romana della Siria, divenne discepolo dell’apostolo Pietro, allorché questi si trasferì in città, probabilmente intorno al 44. Su incarico del santo, Apollinare si recò a Ravenna, nella cui città guarì la moglie del tribuno, portando alla conversione e al battesimo tutta la sua famiglia. Non appena il giudice lo venne a sapere, convocò il santo, costringendolo a sacrificare alle divinità pagane nel nome di Giove. Apollinare rispose affermando che gli idoli erano solo oro e argento, materiali che era meglio destinare ai poveri. I pagani lì presenti, adirati dalle sue parole, gli si avventarono addosso, malmenandolo e abbandonandolo mezzo morto per la strada. Tuttavia i fedeli lo raccolsero affidandolo alle cure di una vedova, la quale, dopo sette mesi, riuscì a farlo riprendere.
Secondo altre leggende sarebbe invece vissuto nel IV secolo e martirizzato forse sotto l’imperatore Valente.

Culto e devozione
Sul luogo del martirio, nel porto di Ravenna (Classe) fu eretta nel VI secolo la chiesa di Sant’Apollinare in Classe. Le reliquie del santo furono nel IX secolo spostate in città, nella chiesa che da quel momento prese il nome di Sant’Apollinare Nuovo e furono riportate nell’antica basilica solo al momento della sua riconsacrazione nel 1748.
La sua popolarità è andata via via crescendo a partire dal XX secolo, anche perché in sostanza era considerato il santo nazionale della dominazione bizantina in Occidente.[2]

Publié dans:SANTI, SANTI :"memorie facoltative" |on 20 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

20 LUGLIO: SANT’ELIA PROFETA

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20 LUGLIO: SANT’ELIA

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Il profeta Elia, di José de Ribera

Profeta
Venerato da Tutte le Chiese che ammettono il culto dei santi
Ricorrenza 20 luglio
Attributi Rotolo della profezia; su un carro di fuoco; sul Monte Carmelo; nella trasfigurazione di Cristo
Patrono di Ordine dei Carmelitani
Il profeta Elia (il cui nome significa « il mio Dio è Il Signore »), della città di Tishbà nel paese di Galaad e perciò detto anche il Tishbita[1], è una delle figure più rilevanti dell’Antico Testamento; le sue gesta sono narrate nei due « libri dei Re » della Bibbia.

Secondo quanto si legge nei libri dei Re[2], Elia fu un grande profeta. Egli svolse la propria missione sotto il re Acab. Risuscitò il figlio della vedova di Sarepta che lo ospitava durante una carestia; ultimo fedele al Dio di Abramo, sfidò e vinse i profeti del dio Baal sul monte Carmelo: qui, dopo che essi furono svenuti, dimostrò la potenza di Dio accendendo, con la preghiera, una pira di legna verde e bagnata. Dopodiché, presso il torrente Kison, scannò tutti i 450 sacerdoti di Baal[3]. Fuggì sul monte Oreb[4], presso il quale gli porgeva cibo un angelo, e dove parlò con Dio. Chiamò Eliseo a seguirlo ed a essere il suo successore. Infine venne rapito in cielo con «un carro di fuoco e cavalli di fuoco» (2Re 2, 11).

Nell’ebraismo
Elia ha una grande importanza nel sentimento religioso ebraico in quanto vi si ritiene che, come narra la Bibbia, non morto sia stato assunto in Cielo anima e corpo e di tanto in tanto ricompaia sulla terra sotto mentite spoglie per aiutare il popolo ebraico in difficoltà. Il profeta Malachia profetizzò che Elia torna prima del giorno del Signore dell’Era messianica:
« Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore » (Malachia 4,5)
Nel giorno di Pasqua ebraica, alcuni ebrei lasciano una coppa di vino dinanzi all’uscio o ad una finestra aperta, in attesa che Elia torni e festeggi con loro la liberazione. Molti i racconti Talmudici e Chassidici che narrano la rivelazione del profeta Elia nel corso della storia manifestatosi a Maestri ebrei e ad appartenenti al popolo ebraico.
Elia ascese al Cielo e venne poi trasformato in un angelo, anche con il compito di assistere al Brit milah degli appartenenti alla Religione ebraica.
Il profeta Elia è della tribù di Beniamino.

Culto
Altro punto d’importante indagine e riflessione teologiche, pure per il Cristianesimo, è la particolare esperienza vissuta da Elia sull’Oreb.
Secondo la religione cristiana, la profezia di Malachia si è adempiuta in Giovanni il Battista[5]. Inoltre Elia apparve con Mosè durante la trasfigurazione di Gesù, a rappresentare la continuità di Cristo con i patriarchi

(Mosè) ed i profeti (Elia, appunto).
Secondo i Vangeli, alcuni pensavano che Gesù fosse Elia ritornato (anche Gesù chiede agli apostoli: «La gente chi crede che io sia?» «La gente dice che tu sei Elia») o che lo chiamasse sulla Croce (mentre Egli, invece, invoca Dio: equivoco derivante dall’etimologia del nome stesso di Elia, che in ebraico significa « il Signore è il mio unico Signore »).
Nella tradizione cattolica è il modello dei contemplativi e dei monaci. L’ordine del Carmelo, sorto nei luoghi in cui Elia visse e svolse la sua missione, lo considera proprio padre e ispiratore.
Elia è il protettore contro i fulmini e i temporali, poiché nella Bibbia si dice di lui che era in grado di far discendere « il fuoco dal cielo ». Inoltre, proprio per essere stato assunto in Cielo, è patrono degli aviatori. È poi patrono di Sant’Elia a Pianisi, Buonabitacolo in provincia di Salerno, di Maschito in provincia di Potenza, di Sperone in provincia di Avellino e di Peschici in provincia di Foggia.
A Gesualdo (AV), Sant’ Elia viene festeggiato nell’omonima contrada nel mese di luglio in occasione della tradizionale sfilata dei trattori.

È venerato come santo dalla Chiesa cattolica, che lo ricorda il 20 luglio.

La «Vita di santa Macrina» – di Gregorio di Nissa

http://monachesimoduepuntozero.wordpress.com/2011/10/02/la-%C2%ABvita-di-santa-macrina%C2%BB-pt-1/

GREGORIO DI NISSA

La «Vita di santa Macrina»

In fondo non stupisce che metà della già breve Vita di santa Macrina, che Gregorio di Nissa dedica, probabilmente intorno al 390, alla sua sorella maggiore, sia occupata in realtà dalla sua morte. È nella morte infatti che si concentrano una serie di temi dell’opera di Gregorio, che sgorgano qui esaltati dal dolore, seppur trattenuto, per la scomparsa di una donna che «non era estranea alla mia famiglia».
Secondo Gregorio, spiega Peter Brown, successivamente alla Caduta, insieme con la morte una nuova percezione del tempo era entrata a far parte della condizione umana: al tempo «puro» della creazione, caratterizzato dalla certezza del fine, era subentrato un tempo terreno «impuro» e incerto, denso di «ansie mai soddisfatte e vissuto come una perpetua e inquieta “tensione” dell’anima verso un futuro minaccioso e ignoto». «Il tempo umano era fatto da incessanti tentativi di evitare la morte», e al suo cuore, per così dire, trovava posto «l’orologio del matrimonio», lo strumento principe nella lotta contro la paura della fine. Per Gregorio, dunque, «il modo migliore di vincere quella paura consisteva nell’evitare la specifica istituzione sociale che ne era l’esplicito frutto»; di qui l’ossessione per il celibato e il nubilato, la verginità, l’astinenza: «Nel cuore dell’individuo casto cessava finalmente il sonoro ticchettio emesso dall’orologio del tempo mondano».
Così, Macrina, di cui Gregorio acconsente a scrivere, «affinché una vita così luminosa non fosse ignorata e non rimanesse nell’oblio, senza profitto, l’operato di una donna che, in forza del suo vivere filosofico, raggiunse il più alto grado di virtù».
La prima immagine la coglie all’età di dodici anni, «quando, soprattutto, rifulge il fiore della giovinezza», e Macrina «nonostante la sua riservatezza, non riesce a tenere nascosta la propria bellezza». Siamo intorno al 340, Macrina infatti è nata probabilmente nel 328 a Cesarea di Cappadocia, nella ricca famiglia di Emmelia e di Basilio il Retore, un «esercito di santi» se si considera che seguono la vocazione religiosa cinque dei dieci figli, tra i quali appunto Gregorio e il grande Basilio. Alla morte – ecco – del pretendente scelto dal padre, Macrina, già molto addentro alle sacre scritture, sceglie la verginità, sostenendo che lo sposo promesso è soltanto «momentaneamente lontano», «in viaggio e non già defunto», che lo ritroverà dopo la resurrezione e che quindi non vede perché non debba restargli fedele.
Il matrimonio, come accennato, era in quel contesto materia molto delicata, piena di risvolti economici, sociali e politici, ma la ragazza è irremovibile e convince anche la madre, cui è molto legata, «a rinunziare all’abituale esistenza molto agiata e ai servizi delle domestiche cui era stata avvezza sino ad allora». Dopo la morte del padre, all’età di circa vent’anni, Macrina lascia Cesarea e si ritira ad Annesi, in una proprietà di famiglia, dove fonda un asceterio che si trasforma presto in un vero e proprio monastero femminile, cui ne risulta affiancato anche uno maschile, poi affidato al fratello Pietro, l’ultimogenito. Alle consorelle Macrina detta una regola che purtroppo non si è conservata e sulla quale lo stesso Gregorio si diffonde brevemente. Libertà dalle passioni mondane, lavoro (pare che Macrina fosse particolarmente abile nel «lavoro della lana») e preghiera, preghiera continua e incessante: un’esistenza, commenta Gregorio, «sospesa a mezzo tra la natura umana e quella angelica». «Come le anime libere dai corpi in seguito a morte sono esenti dalle cure di questo mondo, così la loro esistenza era distaccata, del tutto lontana dalle vanità terrene e regolata in modo da imitare le vite degli angeli».
Anzi, azzarda Gregorio, forse si potrebbe dire addirittura che erano superiori a essi, perché comunque «vivevano nella carne, eppure non erano appesantite dal corpo: lievi, levandosi in alto, spaziavano per il firmamento in compagnia degli angeli».
È la morte della sorella, come si diceva, a «interessare» maggiormente Gregorio di Nissa. Morte di fronte alla quale si manifesta ancor più, ai suoi occhi, la grandezza di lei. Macrina aveva già mostrato «la sublimità del suo animo» in occasione della scomparsa, prematura, del fratello Naucrazio, quando «non solo conservò la calma rifuggendo da irrazionali manifestazioni di dolore, ma prestò valido soccorso alla madre che dava prova di debolezza, sollevandola dall’abisso di dolore in cui era caduta», poi di quella della stessa madre e infine di quella del fratello Basilio (quella del padre è menzionata di sfuggita). Sempre Macrina aveva resistito, «come un invitto atleta», ai colpi della sorte mantenendo lo sguardo sereno sull’oltre e, questo è ciò che preme a Gregorio, «levandosi al di sopra della natura medesima».
Ora è il suo turno. Gregorio lo apprende per caso. Sta andando a trovarla e incontra uno dei «servi» del monastero: «Domandai, allora, notizie della grande. La risposta fu che era in preda a grave morbo». Gregorio si affretta ad Annesi e si precipita nella cella di Macrina. Fratello e sorella si vedono, lei fa per tirarsi su (è stesa su «una tavola ricoperta da un sacco»), lui, «sorreggendole con le mani il volto inchinato a terra», la rimette sdraiata. Lei parla, «filosofando intorno alla natura dell’anima e spiegandoci la ragione della vita nella carne, e perché l’uomo è stato fatto e come egli è mortale», lui piange e si sente quasi «libero dai vincoli della natura umana».
Poi Macrina dice che sta meglio («né lo diceva per illuderci») e manda il fratello a riposarsi e rifocillarsi. Quindi sono di nuovo insieme e si abbandonano ai ricordi, «a partire dagli anni della giovinezza». Viene la notte. Salmi e preghiere, «tra un ansimare lieve, persistente». «A quella vista ero combattuto tra me e me da contrastanti sentimenti», ricorda Gregorio: «triste» perché di lì a poco non avrebbe più udito la sua voce, «però entusiasta innanzi allo spettacolo che si offriva ai miei occhi, convinto che la vergine aveva varcato i confini della natura umana».
La sera dell’indomani Macrina muore. Seguono i primi riti, la vestizione, la notizia che si diffonde, il concorso di folla, l’esposizione della salma, la processione, la funzione, la sepoltura accanto alla madre: si fa il «tempo di pensare al ritorno».
La compostezza, la fortezza, la speranza sono il segno di questa cronaca minuziosa e consapevole dei posteri, ma a me sono rimasti impressi soprattutto due frammenti, incastrati fra tanto ritegno, una «cosa» sfuggita alle consorelle cui Macrina aveva sempre raccomandato il «decoro in ogni evenienza» e una confessione dell’autore: «Quando non fu possibile dominare più a lungo la sofferenza, come fuoco avvampasse nel profondo dei cuori consumandoli, [le religiose] mandarono un urlo straziante, irrefrenabile. Anch’io», aggiunge Gregorio, «non seppi contenermi».

Gregorio di Nissa, Vita di santa Macrina, a cura di E. Marotta, Città Nuova 1989 (cfr. anche Peter Brown, Il corpo e la società. Uomini donne e astinenza sessuale nel primo cristianesimo, Einaudi 2011

Benedetto XVI: San Cirillo di Alessandria (mf il 27 giugno)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20071003_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 3 ottobre 2007

San Cirillo di Alessandria

Cari fratelli e sorelle,

anche oggi, continuando il nostro itinerario che sta seguendo le tracce dei Padri della Chiesa, incontriamo una grande figura: san Cirillo di Alessandria. Legato alla controversia cristologica che portò al Concilio di Efeso del 431 e ultimo rappresentante di rilievo della tradizione alessandrina, nell’Oriente greco Cirillo fu più tardi definito «custode dell’esattezza» – da intendersi come custode della vera fede – e addirittura «sigillo dei Padri». Queste antiche espressioni esprimono bene un dato di fatto che è caratteristico di Cirillo, e cioè il costante riferimento del Vescovo di Alessandria agli autori ecclesiastici precedenti (tra questi, soprattutto Atanasio) con lo scopo di mostrare la continuità della propria teologia con la Tradizione. Egli si inserisce volutamente, esplicitamente nella Tradizione della Chiesa, nella quale riconosce la garanzia della continuità con gli Apostoli e con Cristo stesso. Venerato come Santo sia in Oriente che in Occidente, nel 1882 san Cirillo fu proclamato Dottore della Chiesa dal Papa Leone XIII, il quale contemporaneamente attribuì lo stesso titolo anche ad un altro importante esponente della patristica greca, san Cirillo di Gerusalemme. Si rivelavano così l’attenzione e l’amore per le tradizioni cristiane orientali di quel Papa, che in seguito volle proclamare Dottore della Chiesa pure san Giovanni Damasceno, mostrando anche in questo modo la sua convinzione circa l’importanza di quelle tradizioni nell’espressione della dottrina dell’unica Chiesa di Cristo.
Le notizie sulla vita di Cirillo prima della sua elezione all’importante sede di Alessandria sono pochissime. Nipote di Teofilo, che dal 385 come Vescovo resse con mano ferma e grande prestigio la Diocesi alessandrina, Cirillo nacque probabilmente nella stessa metropoli egiziana tra il 370 e il 380. Venne presto avviato alla vita ecclesiastica e ricevette una buona educazione, sia culturale che teologica. Nel 403 era a Costantinopoli al seguito del suo potente zio, e qui partecipò al Sinodo detto della Quercia, che depose il Vescovo della città, Giovanni (detto più tardi Crisostomo), segnando così il trionfo della sede alessandrina su quella, tradizionalmente rivale, di Costantinopoli, dove risiedeva l’imperatore. Alla morte dello zio Teofilo, l’ancora giovane Cirillo nel 412 fu eletto Vescovo dell’influente Chiesa di Alessandria, che governò con grande energia per trentadue anni, mirando sempre ad affermarne il primato in tutto l’Oriente, forte anche dei tradizionali legami con Roma.
Qualche anno dopo, nel 417 o nel 418, il Vescovo di Alessandria si dimostrò realista nel ricomporre la rottura della comunione con Costantinopoli, che era in atto ormai dal 406 in conseguenza della deposizione del Crisostomo. Ma il vecchio contrasto con la sede costantinopolitana si riaccese una decina di anni più tardi, quando nel 428 vi fu eletto Nestorio, un autorevole e severo monaco di formazione antiochena. Il nuovo Vescovo di Costantinopoli, infatti, suscitò presto opposizioni perché nella sua predicazione preferiva per Maria il titolo di «Madre di Cristo» (Christotókos), in luogo di quello – già molto caro alla devozione popolare – di «Madre di Dio» (Theotókos). Motivo di questa scelta del Vescovo Nestorio era la sua adesione alla cristologia di tipo antiocheno che, per salvaguardare l’importanza dell’umanità di Cristo, finiva per affermarne la divisione dalla divinità. E così non era più vera l’unione tra Dio e l’uomo in Cristo e, naturalmente, non si poteva più parlare di «Madre di Dio».
La reazione di Cirillo – allora massimo esponente della cristologia alessandrina, che intendeva invece sottolineare fortemente l’unità della persona di Cristo – fu quasi immediata, e si dispiegò con ogni mezzo già dal 429, rivolgendosi anche con alcune lettere allo stesso Nestorio. Nella seconda che Cirillo gli indirizzò, nel febbraio del 430, leggiamo una chiara affermazione del dovere dei Pastori di preservare la fede del Popolo di Dio. Questo era il suo criterio, valido peraltro anche oggi: la fede del Popolo di Dio è espressione della Tradizione, è garanzia della sana dottrina. Così scrive a Nestorio: «Bisogna esporre al popolo l’insegnamento e l’interpretazione della fede nel modo più irreprensibile e ricordare che chi scandalizza anche uno solo dei piccoli che credono in Cristo subirà un castigo intollerabile».
Nella stessa lettera a Nestorio – lettera che più tardi, nel 451, sarebbe stata approvata dal Concilio di Calcedonia, il quarto ecumenico – Cirillo descrive con chiarezza la sua fede cristologica: «Affermiamo così che sono diverse le nature che si sono unite in vera unità, ma da ambedue è risultato un solo Cristo e Figlio, non perché a causa dell’unità sia stata eliminata la differenza delle nature, ma piuttosto perché divinità e umanità, riunite in unione indicibile e inenarrabile, hanno prodotto per noi il solo Signore e Cristo e Figlio». E questo è importante: realmente la vera umanità e la vera divinità si uniscono in una sola Persona, il Nostro Signore Gesù Cristo. Perciò, continua il Vescovo di Alessandria, «professeremo un solo Cristo e Signore, non nel senso che adoriamo l’uomo insieme col Logos, per non insinuare l’idea della separazione col dire “insieme”, ma nel senso che adoriamo uno solo e lo stesso, perché non è estraneo al Logos il suo corpo, col quale siede anche accanto a suo Padre, non quasi che gli seggano accanto due figli, bensì uno solo unito con la propria carne».
E presto il Vescovo di Alessandria, grazie ad accorte alleanze, ottenne che Nestorio fosse ripetutamente condannato: da parte della sede romana, quindi con una serie di dodici anatematismi da lui stesso composti e, infine, dal Concilio tenutosi a Efeso nel 431, il terzo ecumenico. L’assemblea, svoltasi con alterne e tumultuose vicende, si concluse con il primo grande trionfo della devozione a Maria e con l’esilio del Vescovo costantinopolitano che non voleva riconoscere alla Vergine il titolo di «Madre di Dio», a causa di una cristologia sbagliata, che apportava divisione in Cristo stesso. Dopo avere così prevalso sul rivale e sulla sua dottrina, Cirillo seppe però giungere, già nel 433, a una formula teologica di riconciliazione con gli antiocheni. E anche questo è significativo: da una parte c’è la chiarezza della dottrina di fede, ma dall’altra anche la ricerca intensa dell’unità e della riconciliazione. Negli anni seguenti si dedicò in ogni modo a difendere e a chiarire la sua posizione teologica fino alla morte, sopraggiunta il 27 giugno del 444.
Gli scritti di Cirillo – davvero molto numerosi e diffusi con larghezza anche in diverse traduzioni latine e orientali già durante la sua vita, a testimonianza del loro immediato successo – sono di primaria importanza per la storia del cristianesimo. Importanti sono i suoi commenti a molti libri veterotestamentari e del Nuovo Testamento, tra cui l’intero Pentateuco, Isaia, i Salmi e i Vangeli di Luca e di Giovanni. Rilevanti sono pure le molte opere dottrinali, in cui ricorrente è la difesa della fede trinitaria contro le tesi ariane e contro quelle di Nestorio. Base dell’insegnamento di Cirillo è la Tradizione ecclesiastica, e in particolare, come ho accennato, gli scritti di Atanasio, il suo grande predecessore sulla sede alessandrina. Tra gli altri scritti di Cirillo vanno infine ricordati i libri Contro Giuliano, ultima grande risposta alle polemiche anticristiane, dettata dal Vescovo di Alessandria probabilmente negli ultimi anni della sua vita per replicare all’opera Contro i Galilei composta molti anni prima, nel 363, dall’imperatore che fu detto l’Apostata per avere abbandonato il cristianesimo nel quale era stato educato.
La fede cristiana è innanzitutto incontro con Gesù, «una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte» (Enc. Deus caritas est, 1). Di Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato, san Cirillo di Alessandria è stato un instancabile e fermo testimone, sottolineandone soprattutto l’unità, come egli ripete nel 433 nella prima lettera al Vescovo Succenso: «Uno solo è il Figlio, uno solo il Signore Gesù Cristo, sia prima dell’incarnazione sia dopo l’incarnazione. Infatti non era un Figlio il Logos nato da Dio Padre, e un altro quello nato dalla santa Vergine; ma crediamo che proprio Colui che è prima dei tempi è nato anche secondo la carne da una donna». Questa affermazione, al di là del suo significato dottrinale, mostra che la fede in Gesù Logos nato dal Padre è anche ben radicata nella storia perché, come afferma san Cirillo, questo stesso Gesù è venuto nel tempo con la nascita da Maria, la Theotókos, e sarà, secondo la sua promessa, sempre con noi. E questo è importante: Dio è eterno, è nato da una donna e rimane con noi ogni giorno. In questa fiducia viviamo, in questa fiducia troviamo la strada della nostra vita.

26 giugno: Santi Giovanni e Paolo Martiri di Roma

http://www.santiebeati.it/dettaglio/59500

Santi Giovanni e Paolo Martiri di Roma

26 giugno

† Roma, 26 giugno 362

I santi Giovanni e Paolo, vissuti nel IV secolo, furono fratelli di fede oltre che di fatto. Le informazioni su di loro sono discordanti e risalgono soprattutto ad una « Passio » in parte leggendaria: Essi sarebbero stati due cristiani ricchi e particolarmente caritatevoli, che Giuliano l’Apostata avrebbe condannato ad essere decapitati e sepolti sotto la loro abitazione. Sembra però che il martirio di Giovanni e Paolo potrebbe essere avvenuto almeno 50 anni prima, all’epoca di Diocleziano, perché le persecuzioni di Giuliano avvenendo in Oriente. Ad ogni modo, sotto la basilica Celimontana a loro dedicata sono stati ritrovati resti di una villa romana abitata da cristiani, con il piccolo vano della « confessio » che reca affreschi di scene di martirio, sotto cui c’è una fossa per il seppellimento di due corpi.

Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall’ebraico
Paolo = picc

Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Roma commemorazione dei santi Giovanni e Paolo, al cui nome è dedicata la basilica sul monte Celio lungo il clivo di Scauro nella proprietà del senatore Pammachio.

Sui due santi martiri romani, che è bene chiarire non sono gli omonimi apostoli, si è aperta da parte degli studiosi una controversia sulla data del loro martirio, effettivamente avvenuto a Roma. Giacché la questione è rimasta irrisolta, non resta altro da fare che seguire la “passio” antica, giunta fino a noi e poi alla fine segnalare le contraddizioni riscontrate da alcuni studiosi.
Giovanni e Paolo, fratelli di sangue e di fede cristiana, sono presentati in tre recensioni consecutive della ‘passio’, che risale al IV secolo, prima come maggiordomo e primicerio di Costantina, figlia di Costantino imperatore; poi come soldati del generale Gallicano, al quale suggerirono un voto, che ottenne la vittoria dell’esercito sugli Sciti infine sono citati come privati cittadini, nella loro casa al Celio, molto munifici di elemosine ed aiuti, con i beni ricevuti da Costantina.
Quando nel 361 salì al trono imperiale Giuliano, detto poi l’Apostata (331-363), questi avendo deciso di ripristinare il culto pagano, dopo aver rinnegato il cristianesimo, cercò di convincerli alle sue idee restauratrici, invitandoli a tornare a corte, per collaborare al progetto.
I due fratelli (che dovevano godere di molta considerazione a Roma) rifiutarono l’invito e Giuliano mandò loro il capo delle guardie Terenziano, con l’intimazione di adorare l’idolo di Giove; persistendo il loro rifiuto, essi vennero sequestrati in casa per una decina di giorni, affinché riflettessero sulle conseguenze del loro rifiuto.
Continua la ‘passio’: il prete Crispo informato del fatto, si recò con due cristiani Crispiniano e Benedetta, a visitarli, portando loro la S. Comunione e il loro conforto. Trascorsi i dieci giorni, il comandante Terenziano, ritornò nella loro casa e dopo tre ore di inutili minacce e lusinghe, li fece decapitare e seppellire in una fossa scavata nella stessa casa, spargendo la voce che erano stati esiliati; era il 26 giugno 362.
Il prete Crispo ed i suoi compagni Crispiniano e Benedetta, avvertiti da una visione si recarono sulla loro tomba a pregare, ma qui vennero sorpresi e uccisi anche loro. Dopo la loro morte il figlio di Terenziano, cadde in preda ad un’ossessione e urlava che Giovanni e Paolo lo tormentavano, il padre con grande preoccupazione, lo condusse sulla tomba dei due martiri, dove il ragazzo ottenne la guarigione.
Il prodigio fece si che si convertissero entrambi e poi vennero anch’essi in seguito martirizzati. Il successore di Giuliano l’Apostata, l’imperatore Gioviano (363-364), abrogò la persecuzione contro i cristiani e diede incarico al senatore Bizante, di ricercare i corpi dei due fratelli e una volta trovati, fece erigere dallo stesso senatore e dal figlio Pannachio, una basilica sopra la loro casa.
Fin qui il racconto della ‘passio’; sul sepolcro costituito da una tomba a “due piazze”, venne eretto il piccolo vano della ‘confessio’ che ancora conserva antichi affreschi narranti il martirio; il tutto conglobato in una basilica detta Celimontana, che si affaccia tra archi medioevali e contrafforti, sul famoso Clivio di Scauro.
Essa fu più volte ristrutturata e modificata e dove le reliquie nel 1588, furono traslate dalla primitiva sepoltura; nel 1677 esse furono collocate sotto l’altare maggiore e infine nel 1725 il cardinale Paolucci le fece racchiudere in un’urna di porfido, ricavata da un’antica vasca termale, che ancora oggi forma la base dell’altare.
Effettivamente sotto la chiesa si è scoperta nel 1887 una casa romana a due piani con affreschi e fregi; il loro culto antichissimo è testimoniato da innumerevoli citazioni in Canoni sia romani che ambrosiani; in vari ‘Martirologi’ e Sacramentari; orazioni e prefazi a loro dedicati; epigrafi marmoree; un monastero fondato da s. Gregorio I Magno (535-604) e intitolato ai due martiri; un’altra chiesa eretta sul Gianicolo era pure a loro dedicata; a Ravenna sono raffigurati nel mosaico di S. Apollinare Nuovo.
È indubbio il culto ufficiale che sempre ricevettero nei secoli; come pure, secondo il racconto della ‘passio’, si giustifica la presenza di un sepolcro in una casa al centro di Roma, quando i luoghi delle esecuzioni ed i cimiteri, erano posti alla periferia della città.
Le opposizioni degli studiosi si basano sul fatto storico che la persecuzione di Giuliano l’Apostata, non fece vittime a Roma, ma solo in Oriente dove risiedeva; quindi si è propensi a spostare la loro vicenda sotto l’impero di Diocleziano (243-313); a volte sono stati confusi con altri santi martiri come Gioventino e Massimino.
A conclusione si può comunque ipotizzare che l’antica ‘passio’, che è quasi contemporanea, non narri il falso, perché se è vero, che non vi furono vittime ufficiali romane, durante la persecuzione di Giuliano l’Apostata, nulla toglie che qualche martire ci sia stato a Roma ma tenuto nascosto, come nel caso di Giovanni e Paolo, che furono sotterrati nella loro stessa casa, senza far sapere ai romani la loro sorte.
Non bisogna dimenticare che i cristiani con Costantino, avevano ottenuto libertà di culto, lo stesso Giuliano aveva inizialmente emanato un “Editto di tolleranza”, e quindi il popolo non era disposto a ritornare indietro sulla pace e libertà raggiunta.
I lavori archeologici effettuati e gli studi pubblicati, sugli scavi sotto la Basilica Celimontana dei santi Giovanni e Paolo, dal valente studioso ed archeologo il passionista padre Germano di S. Stanislao (Vincenzo Ruoppolo) morto nel 1909 e completati da altri studiosi, in effetti confermano il racconto della ‘passio’ con la scoperta della casa romana, di cui probabilmente i due fratelli martiri erano proprietari e sulla quale fu eretta la basilica posta nell’omonima piazza.

Autore: Antonio Borrelli

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20 maggio: S. Bernardino da Siena, predicatore (1380-1444) (mf)

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/05-Maggio/S_Bernardino_da_Siena.html

20 maggio: S. Bernardino da Siena, predicatore (1380-1444)

NEL NOME DI GESU’

“Misericordia e Pace” queste erano le due parole chiave pronunciate dai pellegrini che si recavano a Roma per il grande Giubileo del 1400. Era come un motto, uno slogan, una bandiera, ma nello stesso tempo qualcosa di più: un augurio certamente, un sospiro sommesso, un desiderio struggente, talvolta un grido disperato. Perché si avvertiva, proprio in quegli anni ma anche in seguito, questo profondo bisogno di Misericordia e di Pace nel campo politico, sociale ed ecclesiale.
Di pace politica anzitutto: l’Europa, fatta di nazioni cristiane divisa e molto spesso “l’un contro l’altra armata”. Principi cristiani che non facevano altro che organizzare guerre per… difendersi da altri principi cristiani, o per estendere il proprio potere (politico o economico). E, suprema bestemmia, molti affermavano di agire «nel nome di Dio». L’Italia: anch’essa divisa, con piccoli stati contro altri stati (le grandi Signorie), con città contro città, e all’interno di esse fazioni o partiti contro altre fazioni o partiti.
Chi non ricorda le lotte fra Guelfi e Ghibellini?“ Pace e Misericordia” anche tra le Chiese d’Oriente e d’Occidente e dentro la stessa Chiesa Cattolica: erano gli anni del Grande Scisma, dei papi (a Roma) e degli antipapi (ad Avignone), o degli scandali all’interno stesso di essa, con un clero spesso non all’altezza del proprio compito, culturalmente e moralmente.
Proprio in quei decenni si sviluppò un movimento di predicazione per il popolo che aveva come primo obiettivo il risveglio spirituale ed ecclesiale ma conseguito mediante migliori rapporti sociali, economici e familiari. Come dire ricreare una fede cristiana incarnata e trasformante la vita quotidiana, pubblica e privata. Si predicava perciò contro la violenza in generale, contro l’usura, lo strozzinaggio ed il lusso (violenza economica contro i poveri), contro la corruzione ed il gioco d’azzardo (rovina degli individui), contro le lotte tra le varie famiglie potenti e molto spesso prepotenti, contro lo sfruttamento e le perversioni sessuali.
In prima linea, in questa predicazione, erano gli ordini mendicanti dei Domenicani e dei Francescani. Questi organizzavano gruppi di missionari ambulanti, muniti di autorizzazione ecclesiastica mandati o talvolta anche chiamati benevolmente dagli stessi governanti, che speravano in un ritorno positivo per la loro immagine politica. Tra i tanti predicatori, due nomi eccellenti, ambedue bravi e famosi, ambedue santi: uno domenicano (San Vincenzo Ferrer, spagnolo ma che ha predicato anche in Italia, per questo chiamato Ferreri) e San Bernardino da Siena, “eccellente maestro di teologia e dottore di diritto canonico” come lo definì il Papa Pio II.
Ma per la storia della Chiesa è un grande, originale ed efficace predicatore. Infatti “gli bastava trovarsi davanti al popolo per lasciarsi alle spalle la dotta preparazione ed entrare in perfetta sintonia con la gente semplice, usandone, con festosa gioia creativa, il linguaggio quotidiano. L’esemplarità di Bernardino da Siena è tutta in questa sua capacità di ripensare il Vangelo dal di dentro della cultura popolare e di travasarlo in un linguaggio che era, proprio come quello di Gesù, il linguaggio di tutti i giorni” (Ernesto Balducci). E questo non è poco.

“Stage” pratico… tra i malati di peste

Bernardino nacque a Massa Marittima, dove il padre era governatore. Rimasto a sei anni orfano fu allevato, a Siena, da uno zio paterno e da due zie, molto religiose ma non bigotte, che gli diedero un’ottima educazione cristiana. Per questo motivo nelle prediche, Bernardino dimostrerà sempre una profonda conoscenza dei problemi femminili veri. Studiò grammatica e retorica e si laureò in giurisprudenza.
Durante la peste del 1400 a Siena, essendo perito tutto il personale regolare dell’ospedale e rispondendo alla richiesta di aiuto del responsabile, si offrì volontario insieme ai suoi amici della Compagnia dei Battuti (o dei Disciplinati) a cui si era iscritto, che si riunivano, a mezzanotte, nei sotterranei dell’ospedale. Dopo l’esperienza di quattro mesi tra i malati di peste, rimase lui stesso colpito dalla malattia e lottò per un po’ di tempo tra la vita e la morte.
Fu un’esperienza tremenda ma così forte che lo segnerà positivamente tutta la vita. Aveva imparato sull’uomo e i suoi bisogni ma anche su se stesso ciò che i libri di antropologia del tempo non avrebbero potuto insegnargli con maggiore efficacia. Passata poi l’epidemia si prese cura di una delle due zie, gravemente malata, fino alla sua morte.
Nel 1402, sempre a Siena, diventò francescano e due anni dopo sacerdote. Fu mandato poi a Fiesole per completare gli studi in teologia ascetica e mistica: qui lesse con attenzione e con entusiasmo gli scritti dei grandi autori francescani, in primis, Francesco e Bonaventura, Duns Scoto, Jacopone da Todi e altri.
Nel 1405 fu nominato dal Vicario dell’Ordine predicatore ufficiale, e da questo momento in poi Bernardino si dedicherà soprattutto alla predicazione (ma anche al governo e riforma del suo Ordine di cui fu Vicario Generale dal 1438 al 1442). In primo luogo nel territorio della Repubblica di Siena, poi in altre innumerevoli città, specialmente dell’Italia centro settentrionale.

Predicatore comprensibile, efficace, attuale
È interessante sapere che le prediche di Bernardino da Siena ci sono pervenute grazie ad un fedele (o ammiratore) trascrittore, il quale a modo suo stenografava tutto, anche i sospiri del predicante. Questi raccomandava che ciò che bisogna dire nella predica deve essere
“chiarozo, chiarozo… acciò chè chi ode ne vada contento e illuminato, e non imbarbugliato”.
Per Bernardino inoltre il predicare doveva essere un “dire chiaro e dire breve” ma senza dimenticare insieme il “dire bello”. E, come spiegava con una metafora contadina:
“Piuttosto ti diletterai di bere il buon vino con una tazza chiara e bella che con una scodella brutta e nera”.
Insomma curare il contenuto (il buon vino evangelico) e il contenente che deve essere bello (la forma). E lui faceva tutto questo (eccetto la brevità). Conquistava l’uditorio non con ragionamenti astrusi e astratti, ma con la semplicità, con parabole, aneddoti, racconti, metafore, drammatizzando e teatralizzando il racconto (oggi diremmo che della predica faceva un piccolo “show spirituale”).
Era soprattutto attuale: castigava e canzonava le umane debolezze, le stregonerie, le superstizioni, il gioco e le bische (“diceva: “anche il demonio vuole il suo tempio ed esso è la bisca”), i piccoli e grandi imbrogli nel commercio al dettaglio, le mode frivole (specialmente delle donne, oggi è il culto del “look”), i vizi in generale, pubblici e privati. Ma era feroce con gli usurai del tempo, una piaga antica (e moderna). Paragonava la morte di questi tali all’uccisione del porco in una famiglia: una festa ed una liberazione dalla fame per tutti.
Ma qual era il centro della predicazione di Bernardino? Naturalmente Gesù Cristo, in un triplice aspetto: il Gesù “umanato” e cioè l’Incarnazione, il Gesù “passionato” ovvero la sua Passione e Morte in Croce, ed infine il Gesù “glorificato”, la sua Resurrezione e Ascensione alla destra del Padre.
Bernardino metteva in risalto il primato assoluto del Cristo, la sua mediazione universale, la subordinazione di tutte le cose a Lui e in vista di Lui per arrivare attraverso Lui alla perfezione e alla comunione con Dio. È il tema centrale del “Christus Victor” diventato il Signore di tutto attraverso la sofferenza della Croce, rendendo tutti partecipi della salvezza dal peccato.
Tutto bene, tutto liscio nella sua vita? Non è possibile per nessuno. Oggi gli si rimprovera infatti una durezza eccessiva contro le cosiddette “streghe” e contro gli Ebrei (allora non erano ancora i “nostri Fratelli maggiori”). Era santo ma anche figlio del suo tempo e della cultura di allora.
Comunque la sua fama di predicatore travolgente, efficiente ed efficace (nelle conversioni anche clamorose, simboleggiato nel “rogo delle vanità”) non lo risparmiò da ostilità, sofferenze ed incomprensioni.
Sappiamo che l’invidia è una non virtù che, come zizzania, è sempre stata presente anche nei verdi campi ecclesiali. Bernardino fu infatti accusato di idolatria (e non una volta sola anche di eresia) specialmente per quanto riguardava la devozione al Nome di Gesù, espresso nel famoso trigramma JHS messo su uno stendardo. Fu sempre completamente scagionato (a Roma) e reintegrato. Fino alla morte che incontrò a L’Aquila il 20 maggio 1444.
Non solo aveva predicato bene, ma era anche vissuto da santo. Santità la sua che venne riconosciuta subito dalla Chiesa attraverso il papa Niccolò V che lo canonizzò, solo sei anni dopo, il 24 maggio del 1450.

MARIO SCUDU sdb

          Il nome di Gesù è Luce
Il nome di Gesù è la luce dei predicatori perché illumina di splendore l’annunzio e l’ascolto della sua parola. Donde credi si sia diffusa in tutto il mondo una luce di fede così grande, repentina e ardente, se non perché fu predicato Gesù? Non ci ha Dio “chiamati alla sua ammirabile luce” (1 Pt 12, 9) con la luce e il sapore di questo nome? Ha ragione l’Apostolo di dire a coloro che sono stati illuminati e in questa luce vedono la luce: “Se un tempo eravate tenebre, ora siete luce nel Signore: comportatevi perciò come figli della luce” (Ef 5,8).
Perciò si deve annunciare questo nome perché risplenda, non tenerlo nascosto. E tuttavia nella predicazione non lo si deve proclamare con un cuore vile o con una bocca profanata, ma lo si deve custodire e diffondere come da un vaso prezioso…
L’Apostolo Paolo portava dovunque il nome di Gesù con le parole, con le lettere, con i miracoli e con gli esempi. Infatti lodava sempre il nome di Gesù e gli cantava inni con riconoscenza…
Dai Discorsi, n. 49, Sul glorioso nome di Gesù Cristo, cap. 2.
E poi questi politici…
In una città si era instaurata una specie di dittatura o tirannia. Ecco un pezzo della sua predica per quella circostanza (ma il discorso non si può estendere anche ai giorni nostri?).
«Chi ha questo vizio si presenta sempre come un benefattore, ma in realtà è uno strozzino e un tiranno. Ci sono purtroppo i tira-anni, i tira-mesi, i tira-settimane, i tira-giorni, i tira-mattina, i tira-pomeriggio, i tira-notte e persino i tira-ore. Sai chi è il tira-anno? È colui che tira una volta all’anno. Il tira-mesi è peggio, perché tira ogni mese. Peggio ancora è il tira-settimane, perché tira ogni settimana. E il tira-giorni è ancora peggiore, perché ruba tirando ogni giorno…
E il tira-mattina è ancora peggio perché va al palazzo di governo e sempre tira. Così anche il tira-notte. E che diremmo del tira-ore? Possiamo dire che egli sempre tira, ruba e spoglia chiunque gli capiti a tiro. E poi questi politici vogliono essere chiamati “governatori del popolo!”. A loro ben conviene un solo nome: “ladroni”. E rivolgendosi agli interessati, spesso ostentatamente e ipocritamente seduti in prima fila, Bernardino da Siena, di professione predicatore itinerante, evangelicamente libero e povero perciò senza paura, gridava: “Sapete cosa vi dico? Voi siete le eccellenze zero. Potete farvi temere per un certo tempo, ma mai sarete rispettati, anzi arriverà il giorno in cui il popolo vi disprezzerà e spargerà urina sulla vostra testa”».
Accidenti, Bernardino, che coraggio! Beh, oggi, con i potenti e i politici di turno si è più diplomatici e più contenuti, più irenici e più ecumenici, più generici e più indefiniti. Insomma più “politicamente corretti”. Ma, forse, meno efficaci e meno evangelici. O no?

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