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SOFRONIO DI GERUSALEMME

http://it.wikipedia.org/wiki/Sofronio_di_Gerusalemme

SOFRONIO DI GERUSALEMME

Patriarca
Nascita verso il 560
Morte 11 marzo 638
Venerato da Tutte le Chiese che ammettono il culto dei santi
Ricorrenza 11 marzo

Sofronio di Gerusalemme, in greco antico Σωφρονιος, in latino Sophronios (Damasco, 560 circa – Gerusalemme o Alessandria, 11 marzo 638), è stato un monaco, teologo e vescovo siriano. Fu patriarca di Gerusalemme dal 634 fino alla sua morte. Prima di essere consacrato patriarca fu monaco e teologo, ardente difensore dell’ortodossia, così com’era stata definita dal concilio di Calcedonia. Poco tempo prima del suo decesso aveva ottenuto dal califfo Omar che il suo ingesso nella città avesse luogo come pellegrino e non come conquistatore. Sofronio ha lasciato numerosi testi liturgici, teologici, agiografici e poetici.

È venerato come santo e la Chiesa cattolica ne ha fissato la memoria liturgica l’11 marzo, [1] così come la Chiesa ortodossa.[2].

Dotato di talento poetico, egli compì studi brillanti e divenne sofista (professore di retorica).
Fece un pellegrinaggio in Terra santa allo scopo di venerare i luoghi santi e d’intrattenersi con gli asceti che vivevano nei monasteri e nel deserto. Si recò in Giudea, nel monastero di san Teodosio, ove incontrò Giovanni Mosco, un monaco e cronista siriano, già suo padre spirituale, con il quale strinse una duratura amicizia e che gli dedicò il Pascolo spirituale (in greco: Leimõn ho Leimõnon). Entrambi si opponevano alla dottrina del monoteismo, difeso dall’imperatore Flavio Eraclio e seguirono il partito degli apostoli di Calcedonia. Sofronio scrisse un’antologia degli scritti dei Padri del deserto, che andò perduta.
Nel 578 i due uomini decisero di recarsi ad Alessandria d’Egitto per completare la loro formazione filosofica e per incontrarvi santi asceti. Essi visitarono numerosi monasteri: tra il 578 e il 584 giunsero in Egitto. Sofronio divenne discepolo di Stefano di Alessandria ed il suo amico di Teodoro il Filosofo. Fu in questo periodo che Sofronio fu colpito da una malattia agli occhi, dalla quale guarì per intercessione dei santi anargiri Ciro e Giovanni. In onore di questi santi Sofronio scrisse un resoconto, ove citava ben settanta miracoli che erano stati attribuiti alla loro intercessione.[3]
Uno dei vegliardi incontrati in Egitto disse loro un giorno: «Fuggite ragazzi, poiché il tempo si avvicina! Abitate in una cella, dove vorrete, vivete nella sobrietà e nell’hésychia, pregando senza tregua ed io spero che Dio vi manderà la sua conoscenza per illuminare i vostri spiriti… »
Sopfronio decise allora di rinunciare al mondo e prese l’abito monastico nel monastero di san Teodosio. Nello stesso momento Giovanni Mosco visitava i monasteri del Sinai, della Cilicia e della Siria.
I due si misero poi al servizio del patriarca di Gerusalemme, Giovanni l’Elemosiniere, nominato nel 610.[3] Più avanti, accompagnato dal suo amico, Sofronio viaggiò attraverso l’Asia Minore, l’Egitto e l’Africa del Nord, cercando di evangelizzare le varie comunità monofisite che colà risiedevano. Intanto i persiani di Cosroe II conquistavano Gerusalemme (614) e Sofronio e Mosco accompagnarono il patriarca Giovanni nella sua fuga, prima a Cipro e poi a Roma. Qui, nel 619, Giovanni l’Elemosiniere morì, lasciando il suo testamento nelle mani di Sofronio.
Nel 627 l’imperatore bizantino Eraclio I sconfisse i persiani a Ninive e Gerusalemme tornò in mano bizantina.
Sofronio ebbe il suo da fare a combattere il monoteismo che Eraclio I aveva diffuso nell’impero con il consenso del patriarca di Costantinopoli Sergio I, che resse il Patriarcato dal 610 al 638.
Nel 634 Sofronio venne nominato patriarca di Gerusalemme. Per contrastare l’acquiescenza (per non dire approvazione) che il patriarca Sergio mostrava nei confronti del dilagare del monotelismo e nel timore che anche papa Onorio I si allineasse a questa tendenza, Sofronio, non potendo lasciare Gerusalemme, minacciata dagli arabi di Omar, gl’inviò Stefano di Dora con un messaggio nel quale confermava la validità delle conclusioni emerse nel concilio di Calcedonia riguardo alla duplice natura (umana e divina) di Gesù Cristo. Il messaggio fu letto da Stefano al concilio Lateranense del 649, convocato da papa Martino I, insieme al testo del giuramento di fede che Sofronio gli aveva fatto compiere prima della partenza da Gerusalemme.[3]
Intanto gli arabi, guidati da Omar, giungevano a Gerusalemme, che occuparono nel 637. Sofronio seppe ottenere da Omar una dhimma, che garantiva la libertà di culto a cristiani, ebrei e zoroastriani.
Sulla data e luogo di morte vi sono due versioni: una lo vorrebbe morto a Gerusalemme nel 638, l’altra ad Alessandria, ove sarebbe stato costretto a fuggire, nel 639.

SAN SABA ARCHIMANDRITA ABATE – 5 DICEMBRE

http://www.santiebeati.it/dettaglio/80600

(avevo progettato per oggi di mettere San Saba, perchè oggi ricorre la memoria (facoltativa) ma mi sono sbagliata, il San Saba a cui pensavo è questo che si festeggia il 5 dicembre: San Saba Abate)

SAN SABA ARCHIMANDRITA ABATE

5 DICEMBRE

Mutalasca, Cesarea di Cappadocia, 439 – Mar Saba, Palestina, 5 dicembre 532

Nasce nel 439 a Cesarea di Cappadocia. La sua famiglia, cristiana, lo indirizza verso gli studi presso il vicino monastero di Flavianae. Ne esce con un’istruzione e con il desiderio di farsi monaco. Attorno ai 18 anni arriva pellegrino in Terrasanta. Sul cammino sosta sempre in comunità monastiche di diverso tipo: di vita comune, anacoretiche, nelle loro grotte o capanne. È così che trova una guida nel monaco Eutimio detto «il grande», col quale condividerà la vita eremitica in Giordania. Dopo la morte del maestro si ritira verso Gerusalemme, nella valle del Cedron. Qui, col tempo, si forma intorno a lui un’aggregazione monastica frequente in Palestina: la laura. Una comunità destinata a crescere fino ad ospitare 150 monaci e far da guida ad altri «villaggi» monastici di questo tipo. Nel 492, Saba viene ordinato sacerdote, e il patriarca Elia di Gerusalemme lo nomina archimandrita, capo di tutti gli anacoreti di Palestina. Muore, ultranovantenne, nel 532. (Avvenire)

Emblema: Bastone pastorale

Martirologio Romano: Vicino a Gerusalemme, san Saba, abate, che, nato in Cappadocia, raggiunse il deserto di Giuda in Palestina, dove istituì una nuova forma di vita eremitica in sette monasteri, che ebbero il nome di laure, nelle quali gli eremiti si riunivano sotto la guida di un unico superiore; passò lunghi anni nella Grande Laura, in seguito insignita del suo nome, rifulgendo come modello di santità e lottando strenuamente in difesa della fede calcedonese. Nasce suddito dell’Impero romano d’Oriente, in una famiglia di cristiani, che da ragazzo lo mettono agli studi nel monastero di Flavianae, presso Cesarea di Cappadocia (attuale Kayseri in Turchia). Ne esce con un’istruzione e con il desiderio di farsi monaco. Si scontra con i suoi, che invece vorrebbero avviarlo alla carriera militare. E la spunta allontanandosi. Sui 18 anni arriva pellegrinoin Terrasanta, facendo sempre tappa e soggiorno tra i monaci: quelli di vita comune, e anche gli anacoreti, nelle loro grotte o capanne.Trova una guida decisiva nel monaco Eutimio detto “il grande”: ha convertito molti arabi nomadi, è stato consigliere spirituale dell’imperatrice Eudossia (la moglie di Teodosio II) nella prima metà del secolo. Con Eutimio, Saba condivide la vita eremitica nei luoghi meno accoglienti: il deserto della Giordania, la regione del Mar Morto. Assiste poi fino all’ultimo questo suo maestro (morto intorno al473) e si ritira più tardi verso Gerusalemme, andando a stabilirsi in una grotta nel vallone del Cedron. Qui, col tempo, si forma intorno a lui un’aggregazione monastica frequente in Palestina: lalaura o lavra (“cammino stretto”, in greco), che è un misto di solitudine e di comunità, dove i monaci vivono isolati percinque giorni della settimana, e si riuniscono poi il sabato e la domenica per la celebrazione eucaristica in comune. Vivonosotto la guida di un superiore, e dal gennaio fino alla Domenicadelle palme sperimentano la solitudine totale in unaregione desertica. Insieme a lui, nel vallone, i monaci raggiungono il numerodi 150, ma nuovi “villaggi” nascono in altre partidella Palestina, imitando il suo, che prende il nome diGrande Laura. Nel 492, Saba viene ordinato sacerdote,e il patriarca Elia di Gerusalemme lo nomina poi archimandrita, cioè capo di tutti gli anacoreti di Palestina. Ma non è un capo dolce, Saba. Non fa sconti sulla disciplina e non tutti lo amano: tant’è che per qualche tempo lui si dovrà allontanare. E andrà a fondare un’altra laura a Gadara, presso il lago di Tiberiade. Poi il patriarca lo richiama, perché i monaci si sono moltiplicati: c’è bisogno della sua energia, per la disciplina e per la difesa della dottrina sulle due nature del Cristo, proclamatanel 451 dal concilio di Calcedonia, e contrastata dalla teologia “monofisita”, che nel Signore ammetteva una sola natura.Scontro teologico, con la politica di mezzo: c’è frattura a Costantinopoli tra l’imperatore Anastasio e il patriarca;e Saba accorre nella capitale, nel vano tentativo di riconciliarli. Poi vi ritornerà altre volte. E l’ultima, nel 530 è per lui una fatica enorme: ha quasi novant’anni. Ma affronta il viaggioper difendere i palestinesi da una dura tassazione punitiva. La gente lo venera già da vivo come un santo. E ancora da vivo gli si attribuisce un intervento miracoloso contro i danni di una durissima siccità. Canonizzato da subito, dunque. E sempre ricordato anche dal grande monastero che porta ilsuo nome: Mar Saba. È stato per lungo tempo centro di ascesi e di studio; ed esiste tuttora, dopo avere attraversato tempi di fioritura e di decadenza, di saccheggi e di devastazioni.

Autore: Domenico Agasso

BENEDETTO XVI : SANT’ALBERTO MAGNO – 15 NOVEMBRE

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2010/documents/hf_ben-xvi_aud_20100324_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

PIAZZA SAN PIETRO

MERCOLEDÌ, 24 MARZO 2010

SANT’ALBERTO MAGNO – 15 NOVEMBRE

Cari fratelli e sorelle,

uno dei più grandi maestri della teologia medioevale è sant’Alberto Magno. Il titolo di “grande” (magnus), con il quale egli è passato alla storia, indica la vastità e la profondità della sua dottrina, che egli associò alla santità della vita. Ma già i suoi contemporanei non esitavano ad attribuirgli titoli eccellenti; un suo discepolo, Ulrico di Strasburgo, lo definì “stupore e miracolo della nostra epoca”.
Nacque in Germania all’inizio del XIII secolo, e ancora molto giovane si recò in Italia, a Padova, sede di una delle più famose università del Medioevo. Si dedicò allo studio delle cosiddette “arti liberali”: grammatica, retorica, dialettica, aritmetica, geometria, astronomia e musica, cioè della cultura generale, manifestando quel tipico interesse per le scienze naturali, che sarebbe diventato ben presto il campo prediletto della sua specializzazione. Durante il soggiorno a Padova, frequentò la chiesa dei Domenicani, ai quali poi si unì con la professione dei voti religiosi. Le fonti agiografiche lasciano capire che Alberto maturò gradualmente questa decisione. Il rapporto intenso con Dio, l’esempio di santità dei Frati domenicani, l’ascolto dei sermoni del Beato Giordano di Sassonia, successore di san Domenico nella guida dell’Ordine dei Predicatori, furono i fattori decisivi che lo aiutarono a superare ogni dubbio, vincendo anche resistenze familiari. Spesso, negli anni della giovinezza, Dio ci parla e ci indica il progetto della nostra vita. Come per Alberto, anche per tutti noi la preghiera personale nutrita dalla Parola del Signore, la frequenza ai Sacramenti e la guida spirituale di uomini illuminati sono i mezzi per scoprire e seguire la voce di Dio. Ricevette l’abito religioso dal beato Giordano di Sassonia.
Dopo l’ordinazione sacerdotale, i Superiori lo destinarono all’insegnamento in vari centri di studi teologici annessi ai conventi dei Padri domenicani. Le brillanti qualità intellettuali gli permisero di perfezionare lo studio della teologia nell’università più celebre dell’epoca, quella di Parigi. Fin da allora sant’Alberto intraprese quella straordinaria attività di scrittore, che avrebbe poi proseguito per tutta la vita.
Gli furono assegnati compiti prestigiosi. Nel 1248 fu incaricato di aprire uno studio teologico a Colonia, uno dei capoluoghi più importanti della Germania, dove egli visse a più riprese, e che divenne la sua città di adozione. Da Parigi portò con sé a Colonia un allievo eccezionale, Tommaso d’Aquino. Basterebbe solo il merito di essere stato maestro di san Tommaso, per nutrire profonda ammirazione verso sant’Alberto. Tra questi due grandi teologi si instaurò un rapporto di reciproca stima e amicizia, attitudini umane che aiutano molto lo sviluppo della scienza. Nel 1254 Alberto fu eletto Provinciale della “Provincia Teutoniae” – teutonica – dei Padri domenicani, che comprendeva comunità diffuse in un vasto territorio del Centro e del Nord-Europa. Egli si distinse per lo zelo con cui esercitò tale ministero, visitando le comunità e richiamando costantemente i confratelli alla fedeltà, agli insegnamenti e agli esempi di san Domenico.
Le sue doti non sfuggirono al Papa di quell’epoca, Alessandro IV, che volle Alberto per un certo tempo accanto a sé ad Anagni – dove i Papi si recavano di frequente – a Roma stessa e a Viterbo, per avvalersi della sua consulenza teologica. Lo stesso Sommo Pontefice lo nominò Vescovo di Ratisbona, una grande e famosa diocesi, che si trovava, però, in un momento difficile. Dal 1260 al 1262 Alberto svolse questo ministero con infaticabile dedizione, riuscendo a portare pace e concordia nella città, a riorganizzare parrocchie e conventi, e a dare nuovo impulso alle attività caritative.
Negli anni 1263-1264 Alberto predicava in Germania ed in Boemia, incaricato dal Papa Urbano IV, per ritornare poi a Colonia e riprendere la sua missione di docente, di studioso e di scrittore. Essendo un uomo di preghiera, di scienza e di carità, godeva di grande autorevolezza nei suoi interventi, in varie vicende della Chiesa e della società del tempo: fu soprattutto uomo di riconciliazione e di pace a Colonia, dove l’Arcivescovo era entrato in duro contrasto con le istituzioni cittadine; si prodigò durante lo svolgimento del II Concilio di Lione, nel 1274, convocato dal Papa Gregorio X per favorire l’unione con i Greci, dopo la separazione del grande scisma d’Oriente del 1054; egli chiarì il pensiero di Tommaso d’Aquino, che era stato oggetto di obiezioni e persino di condanne del tutto ingiustificate.
Morì nella cella del suo convento della Santa Croce a Colonia nel 1280, e ben presto fu venerato dai confratelli. La Chiesa lo propose al culto dei fedeli con la beatificazione, nel 1622, e con la canonizzazione, nel 1931, quando il Papa Pio XI lo proclamò Dottore della Chiesa. Si trattava di un riconoscimento indubbiamente appropriato a questo grande uomo di Dio e insigne studioso non solo delle verità della fede, ma di moltissimi altri settori del sapere; infatti, dando uno sguardo ai titoli delle numerosissime opere, ci si rende conto che la sua cultura ha qualcosa di prodigioso, e che i suoi interessi enciclopedici lo portarono a occuparsi non solamente di filosofia e di teologia, come altri contemporanei, ma anche di ogni altra disciplina allora conosciuta, dalla fisica alla chimica, dall’astronomia alla mineralogia, dalla botanica alla zoologia. Per questo motivo il Papa Pio XII lo nominò patrono dei cultori delle scienze naturali ed è chiamato anche “Doctor universalis” proprio per la vastità dei suoi interessi e del suo sapere.
Certamente, i metodi scientifici adoperati da sant’Alberto Magno non sono quelli che si sarebbero affermati nei secoli successivi. Il suo metodo consisteva semplicemente nell’osservazione, nella descrizione e nella classificazione dei fenomeni studiati, ma così ha aperto la porta per i lavori futuri.
Egli ha ancora molto da insegnare a noi. Soprattutto, sant’Alberto mostra che tra fede e scienza non vi è opposizione, nonostante alcuni episodi di incomprensione che si sono registrati nella storia. Un uomo di fede e di preghiera, quale fu sant’Alberto Magno, può coltivare serenamente lo studio delle scienze naturali e progredire nella conoscenza del micro e del macrocosmo, scoprendo le leggi proprie della materia, poiché tutto questo concorre ad alimentare la sete e l’amore di Dio. La Bibbia ci parla della creazione come del primo linguaggio attraverso il quale Dio – che è somma intelligenza – ci rivela qualcosa di sé. Il libro della Sapienza, per esempio, afferma che i fenomeni della natura, dotati di grandezza e bellezza, sono come le opere di un artista, attraverso le quali, per analogia, noi possiamo conoscere l’Autore del creato (cfr Sap. 13,5). Con una similitudine classica nel Medioevo e nel Rinascimento si può paragonare il mondo naturale a un libro scritto da Dio, che noi leggiamo in base ai diversi approcci delle scienze (cfr Discorso ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, 31 Ottobre 2008). Quanti scienziati, infatti, sulla scia di sant’Alberto Magno, hanno portato avanti le loro ricerche ispirati da stupore e gratitudine di fronte al mondo che, ai loro occhi di studiosi e di credenti, appariva e appare come l’opera buona di un Creatore sapiente e amorevole! Lo studio scientifico si trasforma allora in un inno di lode. Lo aveva ben compreso un grande astrofisico dei nostri tempi, di cui è stata introdotta la causa di beatificazione, Enrico Medi, il quale scrisse: “Oh, voi misteriose galassie …, io vi vedo, vi calcolo, vi intendo, vi studio e vi scopro, vi penetro e vi raccolgo. Da voi io prendo la luce e ne faccio scienza, prendo il moto e ne fo sapienza, prendo lo sfavillio dei colori e ne fo poesia; io prendo voi stelle nelle mie mani, e tremando nell’unità dell’essere mio vi alzo al di sopra di voi stesse, e in preghiera vi porgo al Creatore, che solo per mezzo mio voi stelle potete adorare” (Le opere. Inno alla creazione).
Sant’Alberto Magno ci ricorda che tra scienza e fede c’è amicizia, e che gli uomini di scienza possono percorrere, attraverso la loro vocazione allo studio della natura, un autentico e affascinante percorso di santità.
La sua straordinaria apertura di mente si rivela anche in un’operazione culturale che egli intraprese con successo, cioè nell’accoglienza e nella valorizzazione del pensiero di Aristotele. Ai tempi di sant’Alberto, infatti, si stava diffondendo la conoscenza di numerose opere di questo grande filosofo greco vissuto nel quarto secolo prima di Cristo, soprattutto nell’ambito dell’etica e della metafisica. Esse dimostravano la forza della ragione, spiegavano con lucidità e chiarezza il senso e la struttura della realtà, la sua intelligibilità, il valore e il fine delle azioni umane. Sant’Alberto Magno ha aperto la porta per la recezione completa della filosofia di Aristotele nella filosofia e teologia medioevale, una recezione elaborata poi in modo definitivo da S. Tommaso. Questa recezione di una filosofia, diciamo, pagana pre-cristiana fu un’autentica rivoluzione culturale per quel tempo. Eppure, molti pensatori cristiani temevano la filosofia di Aristotele, la filosofia non cristiana, soprattutto perché essa, presentata dai suoi commentatori arabi, era stata interpretata in modo da apparire, almeno in alcuni punti, come del tutto inconciliabile con la fede cristiana. Si poneva cioè un dilemma: fede e ragione sono in contrasto tra loro o no?
Sta qui uno dei grandi meriti di sant’Alberto: con rigore scientifico studiò le opere di Aristotele, convinto che tutto ciò che è realmente razionale è compatibile con la fede rivelata nelle Sacre Scritture. In altre parole, sant’Alberto Magno, ha così contribuito alla formazione di una filosofia autonoma, distinta dalla teologia e unita con essa solo dall’unità della verità. Così è nata nel XIII secolo una chiara distinzione tra questi due saperi, filosofia e teologia, che, in dialogo tra di loro, cooperano armoniosamente alla scoperta dell’autentica vocazione dell’uomo, assetato di verità e di beatitudine: ed è soprattutto la teologia, definita da sant’Alberto “scienza affettiva”, quella che indica all’uomo la sua chiamata alla gioia eterna, una gioia che sgorga dalla piena adesione alla verità.
Sant’Alberto Magno fu capace di comunicare questi concetti in modo semplice e comprensibile. Autentico figlio di san Domenico, predicava volentieri al popolo di Dio, che rimaneva conquistato dalla sua parola e dall’esempio della sua vita.

Cari fratelli e sorelle, preghiamo il Signore perché non vengano mai a mancare nella santa Chiesa teologi dotti, pii e sapienti come sant’Alberto Magno e aiuti ciascuno di noi a fare propria la “formula della santità” che egli seguì nella sua vita: “Volere tutto ciò che io voglio per la gloria di Dio, come Dio vuole per la sua gloria tutto ciò che Egli vuole”, conformarsi cioè sempre alla volontà di Dio per volere e fare tutto solo e sempre per la Sua gloria.

SAN CHARBEL MAKHLOUF – 24 LUGLIO (mf)

http://web.cheapnet.it/sancharbel/vita.html

SAN CHARBEL MAKHLOUF – 24 LUGLIO (mf)

ll nostro Santo nacque in Beqakafra, paese distante a 140 Km. della capitale del Libano, Beirut, un giorno 8 di maggio dell’anno di 1828; quinto figlio di Antun Makhlouf e Brigitte Chidiac, pia famiglia di contadini. Otto giorno dopo la sua nascita, ricevette il battesimo, nella chiesa di Nostra Signora del suo paese,dove i suoi genitori gli hanno imposto il nome di Yusef.(Giuseppe) I primi anni trascorsero in pace e tranquillità, circondato della sua famiglia e sopratutto dell’insigne devozione di sua madre, che per tutta la sua vita fece praticò con la parola e le opere la sua fede religiosa, dando esempio ai suoi figli che crebbero, così nel santo timore di Dio. A tre anni, il padre di Yusef fu arruolato dall’Esercito turco, che combatteva in quel momento de contro le truppe egizie. Suo padre muore ritornando a casa e sua madre passato po’ di tempo si risposa con un uomo devoto e perbene, che successivamente riceverà il diaconato. Yusef aiutò sempre il suo patrigno in tutte le cerimonie religiose, rivelando fin dal principio un raro ascetismo ed inclinazione alla vita di preghiera.
INFANZIA
Yusef imparò le prime nozioni nella scuola parrocchiale del suo paese, piccola stanza adiacente alla chiesa. All’età di 14 anni si dedica a curare un gregge di pecore vicino alla casa paterna; e in questo periodo iniziano le sue prime e autentiche esperienze riguardanti la preghiera, si ritirava costantemente in una caverna che aveva scoperto vicino ai pascoli, e lì passava molte ore in meditazione, ricevendo spesso le burle degli altri ragazzi come Lui pastori della zona. A parte il suo patrigno (diacono), Yusef ebbe due zii da parte di madre che erano eremiti e appartenenti all’Ordine Libanese Maronita, e da essi accorreva con frequenza, trascorrendo molte ore in conversazioni, riguardanti la vocazione religiosa e il monacato, che ogni volta si fa più significativo per Lui.
LA VOCAZIONE
All’età di 20 anni, Yusef è un uomo fatto, sostegno della casa, Lui sa che presto dovrà contrarre matrimonio, tuttavia, resiste all’idea e prende un periodo di attesa di tre anni, nei quali ascoltò la voce di Dio « Lascia tutto, vieni e seguimi » si decide, e quindi, senza salutare nessuno, nemmeno sua madre, una mattina dell’anno di 1851 si dirige al convento della Madonna di Mayfouq, dove sarà ricevuto prima come postulante e poi come novizio, facendo una vita esemplare sin dal primo momento, sopratutto riguardo all’obbedienza. Quì Yusef prese l’abito di novizio e rinunziò al suo nome originale per scegliere quello di CHARBEL, un martire di Edessa vissuto nel secondo secolo.
STUDI PER SACERDOTE
Passato qualche tempo lo trasferirono al convento di Annaya, dove professò i voti perpetui come monaco nel 1853. Subito dopo, l’obbedienza lo portò al monastero di San Cipriano di Kfifen (nome del paese), dove realizzò i suoi studi di filosofia e teologia, facendo una vita esemplare soprattutto nell’osservanza della Regola del suo Ordine. Fu ordinato sacerdote il 23 luglio 1859 da parte di Mons. Jose al Marid, sotto il patriarcato di Paulo Massad, nella residenza patriarcale di Bkerke. Da poco tempo ordinato, il P. Charbel ritornò al monastero di Annaya per ordine dei suoi superiori. Lì passò lunghi anni, sempre come esempio per tutti i suoi confratelli nelle diverse attività, che lo coinvolgevano: l’apostolato, la cura dei malati, cura di anime ed il lavoro manuale (più è umile meglio è).
L’EREMITA
Così trascorse la sua vita in comunità. Tuttavia, egli anelava ardentemente di essere eremita, e per questo chiese autorizzazione al superiore, il quale vedendo che Dio era con Lui redasse l’autorizzazione il 13 di febbraio del 1875. E vi rimase fino al giorno della sua morte avvenuta la vigilia di Natale dell’anno di 1898. Nell’eremo dei santi Pietro e Paolo, il P. Charbel si dedicò al colloquio intimo con Dio, perfezionandosi nelle virtù, nella ascesi, nella santità eroica, nel lavoro manuale, nella coltivazione della terra, nella preghiera (Liturgia delle ore 7 volte al giorno), e nella mortificazione della carne, mangiando una volta al giorno e portando il cilicio. Il P. Charbel raggiunse la fama dopo il suo morte, iniziando con il prodigio del suo corpo incorrotto, che sudava sangue, quello della luce osservati e constatati non solo dai membri del suo Ordine, ma dal popolo che cominciò a venerarlo come Santo, anche quando la gerarchia ed i superiori ne avevano proibito il culto, in attesa che la Chiesa pronunciasse il suo verdetto.
BEATIFICAZIONE E CANONIZZAZIONE
Col passare del tempo, ed in vista dei miracoli che faceva e del culto di cui era oggetto, il P. Superiore generale Ignacio Dagher andò a Roma nel 1925 per sollecitare di S.S. Papa Pio XI l’apertura del processo di beatificazione dell’eremita P. Charbel. Durante la chiusura del concilio Vaticano II, il 5 di dicembre di 1965, il papa Paolo VI, lo beatificò, con le seguenti parole: « un eremita della montagna libanese è iscritto nel numero dei Venerabili… un nuovo membro di santità monastica arricchisce con il suo esempio e con la sua intercessione tutto il popolo cristiano. Egli può farci capire in un mondo affascinato per il comfort e la ricchezza, il grande valore della povertà, della penitenza e dell’ascetismo, per liberare l’anima nella sua ascensione a Dio ». Il 9 di ottobre di 1977 durante il sinodo mondiale di vescovi, lo stesso Papa canonizzò al Beato Charbel, elevando lo agli altari con il seguente formula:  » In onore della Santa ed Unica Trinità per esaltazione della fede cattolica e promozione della vita cristiana, con l’autorità del nostro Signore Gesù Cristo, e dei venerabili apostoli Pietro e Paolo, e nostra, dopo matura riflessione e implorando l’intenso aiuto divino… decretiamo e definiamo che il Beato Charbel Majluf è SANTO, e lo iscriviamo nel libro dei Santi, stabilendo che sia venerato come Santo con pietosa devozione in tutta la Chiesa. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. »
Innamorato dell’Eucaristia e del Santa Vergine Maria, San Charbel modello ed esempio di vita consacrata, è considerato l’ultimo dei Grandi Eremiti. I suoi miracoli sono molteplici e chi si affida alla sua intercessione, non resta deluso, ricevendo sempre il beneficio della Grazia e la guarigione del corpo e dell’anima.
« Il giusto fiorirà, come una palma, si alzerà come un cedro del Libano, piantato nella casa del Signore. » Sal.91(92)13-14

Publié dans:SANTI, SANTI :"memorie facoltative" |on 24 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

22 LUGLIO: SANTA MARIA MADDALENA

http://liturgia.silvestrini.org/santo/226.html

22 LUGLIO:  SANTA MARIA MADDALENA

BIOGRAFIA
Rabbuni!, Maestro!Maria, oriunda di Màgdala, in Galilea, si pose al servizio di Gesù dopo essere stata da lui guarita (Lc 82). Partecipò alla sepoltura del corpo del Signore e fu la prima a riconoscere il Risorto (Gv 20,11-18). Non vi sono che indizi assai tenui per identificarla con la peccatrice perdonata da Gesù in casa del fariseo (Lc 7,36-50) o con Maria sorella di Lazzaro e di Marta. La Chiesa orientale le ha sempre considerate e venerate distinte. La nuova liturgia delle ore ed eucaristica è tutta orientata a mostrare Maria di Magdala quale prima fortunata testimone della risurrezione di Cristo ai fratelli, inviata a loro da Cristo stesso (Gv 20,1-2.11-18).

MARTIROLOGIO
Memoria di santa Maria Maddalena, che, liberata dal Signore da sette demòni, divenne sua discepola, seguendolo fino al monte Calvario, e la mattina di Pasqua meritò di vedere per prima il Salvatore risorto dai morti e portare agli altri discepoli l’annuncio della risurrezione.

DAGLI SCRITTI…
Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa.
Maria Maddalena, venuta al sepolcro, e non trovandovi il corpo del Signore, pensò che fosse stato portato via e riferì la cosa ai discepoli. Essi vennero a vedere, e si persuasero che le cose stavano proprio come la donna aveva detto. Di loro si afferma subito: «I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa»; poi si soggiunse: «Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva» (Gv 20, 10-11).
In questo fatto dobbiamo considerare quanta forza d’amore aveva invaso l’anima di questa donna, che non si staccava dal sepolcro del Signore, anche dopo che i discepoli se ne erano allontanati. Cercava colui che non aveva trovato, piangeva in questa ricerca e, accesa di vivo amore per lui, ardeva di desiderio, pensando che fosse stato trasfigurato.
Accadde perciò che poté vederlo essa sola che era rimasta per cercarlo; perché la forza dell’opera buona sta nella perseveranza, come afferma la voce stessa della verità: «Chi persevererà sino alla fine, sarà salvato» (Mt 10, 22).
Cercò dunque una prima volta, ma non trovò, perseverò nel cercare, e le fu dato di trovare. Avvenne così che i desideri col protrarsi crescessero, e crescendo raggiunsero l’oggetto delle ricerche. I santi desideri crescono col protrarsi. Se invece nell’attesa si affievoliscono, è segno che non erano veri desideri.
Ha provato questo ardente amore chiunque è riuscito a giungere alla verità. Così Davide che dice: «L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio?» (Sal 41, 3). E la Chiesa dice ancora nel Cantico de Cantici: Io sono ferita d’amore (cfr. Ct 4, 9). E di nuovo dice: L’anima mia è venuta meno (cfr. Ct 5, 6).
«Donna perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20, 15). Le viene chiesta la causa del dolore, perché il desiderio cresca, e chiamando per nome colui che cerca, s’infiammi di più nell’amore di lui.
«Gesù le disse: Maria!» (Gv 20, 16). Dopo che l’ha chiamata con l’appellativo generico del sesso senza essere riconosciuto, la chiama per nome come se volesse dire: Riconosci colui dal quale sei riconosciuta. Io ti conosco non come si conosce una persona qualunque, ma in modo del tutto speciale.
Maria dunque, chiamata per nome, riconosce il Creatore e subito grida: «Rabbunì», cioè «Maestro»: era lui che ella cercava all’esterno, ed era ancora lui che la guidava interiormente nella ricerca.

Publié dans:SANTI, SANTI :"memorie facoltative" |on 22 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

SANTA MARCELLINA SORELLA DI SANT’AMBROGIO

http://www.preghiereagesuemaria.it/santiebeati/santa%20marcellina.htm

SANTA MARCELLINA SORELLA DI SANT’AMBROGIO

 La dolcissima Sorella, (di sant’Ambrogio) che gli insegnò l’amore per Gesù e per la Chiesa e, prima destinataria delle sue ardenti parole: Cristo è tutto per noi, nello stesso anno 397, il giorno 17 luglio, raggiunse Cristo, a cui aveva consacrato la sua verginità, nella preghiera, nel raccoglimento, in opere innumerevoli di carità.

Una famiglia di magistrati e di santi
Marcellina nacque a Roma verso il 327 da una nobile e ricca famiglia, durante l’impero di Costantino.
In un’epoca di profondi mutamenti culturali, la fami­glia di Marcellina doveva essersi aperta alla religione cristiana già da qualche generazione, essendo impa­rentata con Sotére, che morì martire sotto Diocleziano.
La madre di Marcellina fu certamente battezzata; il padre, magistrato, aderì forse solo interiormente alla nuova fede, incompatibile con la religione di Stato, cui era tenuto per i doveri dell’ufficio pubblico.

Roma-Treviri-Roma
Eletto Governatore delle Gallie a Treviri, vi si trasferì con la moglie e i primi due figli, Marcellina e Satiro. In questa città verso il 340 nacque il terzogenito Ambrogio.
Marcellina trascorse a Treviri anni sereni ma, a causa della morte prematura del padre, dovette rientrare a Roma con la famiglia.
Qui Satiro e Ambrogio, affidati ai migliori maestri, intrapresero con successo studi giuridici, mentre Marcellina, divenuta cristiana, attraverso la preghiera e la riflessione maturava il proposito di offrirsi al Signore.

Farsi dono per sempre
Nella notte di Natale del 353, dalle mani di Papa Liberio ricevette il velo della totale consacrazione. Da allora intensificò le preghiere e lo studio delle S. Scritture e accolse nella sua casa numerose compagne, desiderose di essere guidate nella conoscenza del Signore e di impe­gnarsi con lei nel soccorrere i sofferenti, i diseredati. Non mancò allo stesso tempo di curare l’educazione umana e cristiana dei due fratelli, sentendosi responsabile di loro, specie dopo la morte della madre.

A Milano
Ai due giovani furono affidati presto importanti inca­richi pubblici. Nel 372 Ambrogio fu eletto Governatore a Milano. Satiro fu nominato ad altra Prefettura. Due anni più tardi, giunta la clamorosa notizia che Ambrogio era stato eletto Vescovo per acclamazione popolare, Marcellina, per essere di aiuto al fratello nella nuova missione, non esitò a seguirlo nella sede milanese.

Apostolato e contemplazione
Ciò che fece Ambrogio nei suoi 23 anni di episcopato è storia religiosa e civile della città; ciò che fu Satiro per lui, nell’amministrazione dei beni di famiglia e nella condivisione di ogni progetto e impresa, lo disse lo stes­so Ambrogio, piangendone l’improvvisa morte nel 379. Per entrambi Marcellino fu consigliera e maestra, con­tinuando la sua vita comunitaria con le vergini com­pagne venute con lei da Roma e a lei unitesi in Lombardia.
Pur nel silenzio della sua esistenza raccolta, ella svol­se un apostolato ecclesiale condividendo le ansie, le sollecitudini del Vescovo Ambrogio, guidandolo a leg­gere la vita alla maniera di Cristo, a lottare coraggio­samente in difesa della giustizia e della fede, a coglie­re nel mondo i segni della speranza.
Ambrogio ne ebbe grande stima e ne propose l’esem­pio a molte giovani che, come lei, Dio chiamava ad una dedizione totale.

L’incontro atteso
Vicina fino all’ultimo al fratello, Marcellina lo poté assistere nella breve malattia che gli aprì il cielo all’al­ba del sabato santo, il 4 aprile del 397.
Ella stessa morì pochi mesi dopo, il 17 luglio e fu sepolta a Milano nella Basilica santambrosiana, pro­clamata « santa » a voce di popolo.
S. Marcellina ha da dire qual­cosa anche agli uomini e alle donne di oggi, perché:
• in una difficile epoca di passaggio seppe educare Ambrogio e Satiro ai più alti valori, in fraterna disponibilità di ascolto, con semplicità e schiettezza di rapporti, « facendo famiglia » nella casa, custodendone l’unità e continua­mente rinnovandone lo spirito;
• diede il giusto valore ai beni materia­li, senza farsi travolgere dal loro pos­sesso, anzi usandoli per uno scopo più grande, al servizio dei sofferenti e dei deboli;
• ebbe la forza di scendere alle radici della vita per ricercarne il senso e lo scopo, senza esitare a rispondere alla chiamata di amore totale per Dio, divenendo, con la sua comunità di consacrate, testimone gioiosa delle Beatitudini;
• nella Milano imperiale del tardo impero lottò, insieme con il Vescovo Ambrogio, contro gravi ingiustizie, forte delle uniche armi della preghie­ra e della carità;
• realizzò in pienezza la sua persona, rive­landosi donna coraggiosa e fedele nelle sue scelte, sensibile e attenta ai proble­mi dell’epoca, capace di illuminare i fra­telli con la sapienza dei suoi consigli, così da plasmare la società del suo tempo con la forza del suo esempio.
Lo spirito della sorella di Ambrogio vive oggi nella Congregazione delle suore di Santa Marcellina, fondata nel 1838 a Cernusco sul Naviglio (MI) dal Servo di Dio Monsignor Luigi Biraghi. Egli, affidando a quelle prime ardenti apostole il compito di « insegnare Gesù » nell’atti­vità educativa, volle che prendessero Marcellina a modello, per essere come lei segno nel tempo di una sete di Dio che trasfigura la vita e sollecita al servizio dei fratelli.
Come lei, oggi le Marcelline si impegnano ad essere educatrici in ogni ambito del loro lavo­ro: negli ospedali oltre che nelle scuole, nelle case di assistenza agli anziani, nelle opere parrocchiali e missionarie.
Lo stile di famiglia semplice e sereno è dive­nuto il loro segreto nell’educare, secondo il metodo evangelico dell’incarnazione, che forma con la forza dell’amore, con l’esempio più che con molte regole.

PREGHIERA
Signore, tu che hai amato la Vergine Marcellina, donaci di restare fedeli alla nostra splendida vocazione cristiana, donaci la gioia di essere figli e fratelli con te nel Battesimo.
Fa che la nostra vita sia una lode a te, come è stata quella di Santa Marcellina. Aiutaci a insegnare te ai nostri fratelli, a servirti in loro, ad essere trasparenti e semplici come è stata lei nel suo quotidiano, fatto di amore, di sacrificio, di festa.
Te lo chiediamo, Signore, per l’intercessione ardente di questa donna forte, che ha donato ai fratelli se stessa e la tua luce. Amen.

Publié dans:SANTI, SANTI :"memorie facoltative" |on 17 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

8 LUGLIO: SANTI AQUILA E PRISCILLA SPOSI E MARTIRI, DISCEPOLI DI SAN PAOLO

http://www.vivienna.it/2013/07/07/8-luglio-ss-aquila-e-priscilla/ 

8 LUGLIO: SANTI AQUILA E PRISCILLA SPOSI E MARTIRI, DISCEPOLI DI SAN PAOLO

Aquila e Priscilla – le grafie greche dei nomi sono rispettivamente:

Ἀκύλας, Akúlas, e Πρἰσκιλλα, Priskilla), due coniugi giudeo-cristiani, erano molto cari all’apostolo Paolo per la loro fervente collaborazione nel far conoscere la buona novella di Gesù. Aquila, giudeo originario del Ponto, trasferitosi in un tempo imprecisato a Roma, sposa Priscilla o Prisca. Troviamo i due, per la 1a volta a Corinto quando Paolo vi arriva, nel suo 2° viaggio apostolico, nel 51: essi erano venuti da poco nella capitale dell’Acaia, provenienti da Roma, loro abituale dimora, in seguito al decreto dell’imperatore Claudio che ordinava l’espulsione da Roma di tutti i giudei, cristiani o meno. Aquila e Priscilla erano probabilmente già cristiani, prima di incontrare Paolo a Corinto, come sembra suggerire la familiarità che, subito, nasce tra di loro, benché il Sinassario Costantinopolitano li dica, battezzati da Paolo. L’Apostolo, intuendo le buone qualità dei due sposi e l’utilità che ne poteva trarre, per la sua difficile Missione a Corinto, chiede o accetta di essere loro ospite. Esercitando essi il medesimo mestiere di Paolo (tessitori di tende), danno all’Apostolo di poter lavorare e provvedersi del necessario, senza essere di peso a nessuno. Quando poco dopo, si dice che, Paolo, lasciata la sinagoga, « entrò nella casa di Tizio Giusto, proselita », è impensabile che abbia lasciato la casa di Aquila e Priscilla. L’Apostolo, abbandonata la Sinagoga, per il rifiuto dei giudei a convertirsi, sceglie, come luogo di predicazione e di culto, la casa più vicina alla sinagoga, del proselita Tizio Giusto, pur mantenendo come sua dimora abituale, durante l’anno e mezzo che rimane a Corinto, la casa di Aquila e Priscilla. Però questa casa non funge da « chiesa domestica » in Corinto, come erano invece quelle di Roma e di Efeso. Quando Paolo, terminata la sua missione, fa ritorno in Siria, ha compagni di viaggio Aquila e Priscilla fino ad Efeso, dove essi si fermano. L’oggetto della loro sosta potrà essere stato commerciale, ma l’averla fatta coincidere con quella di Paolo, indica, oltre alla loro stima ed amore per lui, che essi non erano estranei alle sue preoccupazioni apostoliche. Infatti, li vediamo premurosi, dopo la partenza dell’Apostolo, nell’istruire « nella via del Signore », cioè nella catechesi cristiana, nientemeno che, Apollo, l’eloquente giudeo-alessandrino, versatissimo nelle Scritture, ma ignaro di qualche verità essenziale della Nuova dottrina, come il Battesimo di Gesù. Aquila e Priscilla, mossi da apostolico zelo, si prendono cura di completare la sua istruzione e quasi certamente di battezzarlo. Ad Efeso offrono la loro casa al servizio della Comunità per le adunanze cultuali (« Ecclesia domestica »). Paolo sarebbe stato loro ospite anche ad Efeso, come già lo era stato a Corinto. Scrive, infatti, da Efeso (verso il 55) : « Le comunità dell’Asia vi salutano. Vi salutano molto nel Signore Aquila e Prisca con la comunità che si raduna nella loro casa »(1 Cor 16,19). Ma l’elogio più caldo di Aquila e Priscilla, l’Apostolo lo fa, scrivendo da Corinto ai Romani nel 58, (i due sposi per ragione del loro commercio, intanto, si erano trasferiti a Roma). Delle 25 persone salutate nel cap. 16 della lettera ai Romani, Aquila e Priscilla sono i primi: « Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù; per salvarmi la vita essi hanno rischiato la loro testa, e ad essi non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese dei Gentili; salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa. »(Rm 16,3-5). In queste parole si sente l’animo grato dell’Apostolo per i suoi insigni benefattori, che, con loro grave pericolo gli hanno salvato la vita, in un’occasione non ben precisata; forse ad Efeso, durante il tumulto degli argentieri capeggiati da Demetrio. L’ultimo ricordo di Aquila e Priscilla è nell’ultima lettera di Paolo che, prigioniero di Cristo per la 2a volta a Roma, scrive al suo discepolo Timoteo, vescovo di Efeso, incaricandolo di salutare Priscilla e Aquila, che di nuovo si erano recati ad Efeso : « Saluta Prisca e Aquila e la famiglia di Onesìforo. » (2 Tm 4,19). Niente si può asserire con certezza sul tempo, luogo e genere di morte di Aquila e Priscilla, dato che le uniche fonti su di essi sono le poche notizie bibliche citate. Dalla catechesi di Papa Benedetto XVI del 7 febbraio 2007: « La tradizione agiografica posteriore ha conferito un rilievo tutto particolare a Priscilla, anche se resta il problema di una sua identificazione con un’altra Priscilla martire. In ogni caso, qui a Roma abbiamo sia una chiesa dedicata a Santa Prisca sull’Aventino sia le Catacombe di Priscilla sulla Via Salaria. In questo modo si perpetua la memoria di una donna, che è stata sicuramente una persona attiva e di molto valore nella storia del cristianesimo romano. Una cosa è certa: insieme alla gratitudine di quelle prime Chiese, di cui parla S. Paolo, ci deve essere anche la nostra, poiché grazie alla fede e all’impegno apostolico di fedeli laici, di famiglie, di sposi come Priscilla e Aquila il cristianesimo è giunto alla nostra generazione. Poteva crescere non solo grazie agli Apostoli che lo annunciavano. Per radicarsi nella terra del popolo, per svilupparsi vivamente, era necessario l’impegno di queste famiglie, di questi sposi, di queste comunità cristiane, di fedeli laici che hanno offerto l’ »humus » alla crescita della fede. E sempre, solo così cresce la Chiesa. In particolare, questa coppia dimostra quanto sia importante l’azione degli sposi cristiani. Quando essi sono sorretti dalla fede e da una forte spiritualità, diventa naturale un loro impegno coraggioso per la Chiesa e nella Chiesa. La quotidiana comunanza della loro vita si prolunga e in qualche modo si sublima nell’assunzione di una comune responsabilità a favore del Corpo mistico di Cristo, foss’anche di una piccola parte di esso. Così era nella prima generazione e così sarà spesso ».

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