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6 febbraio: San Paolo Miki e compagni Martiri

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6 febbraio: San Paolo Miki e compagni Martiri

Kyoto, Giappone, 1556 – Nagasaki, Giappone, 5 febbraio 1597

Nato a Kyoto nel 1556 in una famiglia benestante e battezzato a cinque anni, Paolo Miki entra in un collegio della Compagnia di Gesù e a 22 anni è novizio, il primo religioso cattolico giapponese. Diventa un esperto della religiosità orientale e viene destinato, con successo, alla predicazione, che comporta il dialogo con dotti buddhisti. Il cristianesimo è penetrato in Giappone nel 1549 con Francesco Saverio. Paolo Miki vive anni fecondi, percorrendo continuamente il Paese. Nel 1582-84 c’è la prima visita a Roma di una delegazione giapponese, autorizzata dallo Shogun Hideyoshi. Ma proprio Hideyoshi capovolge la politica verso i cristiani, diventando da tollerante a persecutore. Arrestato nel dicembre 1596 a Osaka, Paolo Miki trova in carcere tre gesuiti e sei francescani missionari, con 17 giapponesi terziari di San Francesco. E insieme a tutti loro viene crocifisso su un’altura presso Nagasaki. (Avvenire)

Etimologia: Paolo = piccolo di statura, dal latino
Emblema: Palma

Martirologio Romano: Memoria dei santi Paolo Miki e compagni, martiri, a Nagasaki in Giappone. Con l’aggravarsi della persecuzione contro i cristiani, otto tra sacerdoti e religiosi della Compagnia di Gesù e dell’Ordine dei Frati Minori, missionari europei o nati in Giappone, e diciassette laici, arrestati, subirono gravi ingiurie e furono condannati a morte. Tutti insieme, anche i ragazzi, furono messi in croce in quanto cristiani, lieti che fosse stato loro concesso di morire allo stesso modo di Cristo.
(5 febbraio: A Nagasaki in Giappone, passione dei santi Paolo Miki e venticinque compagni, martiri, la cui memoria si celebra domani).
E’ il primo giapponese accolto in un Ordine religioso cattolico: il primo gesuita. Nato in una famiglia benestante e battezzato a cinque anni, Paolo Miki entra poi in un collegio della Compagnia di Gesù, e a 22 anni è novizio. Riesce bene in tutto: solo lo studio del latino lo fa penare; troppo lontano dal suo modo nativo di parlare e di pensare. Diventa invece un esperto della religiosità orientale, cosicché viene destinato alla predicazione, che comporta il dialogo con dotti buddhisti. Riesce bene, ottiene conversioni; però, dice un francescano spagnolo, più efficaci della parola sono i suoi sentimenti affettuosi.
Il cristianesimo è penetrato in Giappone nel 1549 con Francesco Saverio, che vi è rimasto due anni, aprendo poi la via ad altri missionari, bene accolti dalla gente. Li lascia in pace anche lo Stato, in cui gli imperatori sopravvivono come simboli, mentre chi comanda è sempre lo Shogun, capo militare e politico. Paolo Miki vive anni attivi e fecondi, percorrendo continuamente il Paese. I cristiani diventano decine di migliaia. Nel 1582-84 c’è la prima visita a Roma di una delegazione giapponese, autorizzata dallo Shogun Hideyoshi, e lietamente accolta da papa Gregorio XIII.
Ma proprio Hideyoshi capovolge poi la politica verso i cristiani, facendosi persecutore per un complesso di motivi: il timore che il cristianesimo minacci l’unità nazionale, già indebolita dai feudatari; il comportamento offensivo e minaccioso di marinai cristiani (spagnoli) arrivati in Giappone; e anche i gravi dissidi tra gli stessi missionari dei vari Ordini in terra giapponese, tristi fattori di diffidenza. Un insieme di fatti e di sospetti che porterà a spietati eccidi di cristiani nel secolo successivo. Ma già al tempo di Hideyoshi, ecco una prima persecuzione locale, che coinvolge Paolo Miki. Arrestato nel dicembre 1596 a Osaka, trova in carcere tre gesuiti e sei francescani missionari, con 17 giapponesi terziari di San Francesco. E insieme a tutti loro egli viene crocifisso su un’altura presso Nagasaki. Prima di morire, tiene l’ultima predica, invitando tutti a seguire la fede in Cristo; e dà il suo perdono ai carnefici. Andando al supplizio, ripete le parole di Gesù in croce: « In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum ». Proprio così le dice: in quel latino che da giovane studiava con tanta fatica. Nel 1862, papa Pio IX lo proclamerà santo.
Nell’anno 1846, a Verona, un seminarista quindicenne legge il racconto di questo supplizio e ne riceve la prima forte spinta alla vita missionaria: è Daniele Comboni, futuro apostolo della “Nigrizia”, alla quale dedicherà vita e morte, tre secoli dopo san Paolo Miki.

Autore: Domenico Agasso

28 DICEMBRE – SANTI INNOCENTI MARTIRI : UFFICIO DELLE LETTURE

28 DICEMBRE – SANTI INNOCENTI MARTIRI

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura

Dal libro dell’Esodo 1, 8-16. 22

La strage dei bambini ebrei in Egitto
In quei giorni, sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. E disse al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese». Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses. Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva oltre misura; si cominciò a sentire come un incubo la presenza dei figli d’Israele. Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d’Israele trattandoli duramente. Resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi: e a tutti questi lavori li obbligarono con durezza.
Il re d’Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l’altra Pua: «Quando assistete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato è ancora tra le due sponde del sedile per il parto: se è un maschio, lo farete morire; se è una femmina, potrà vivere». Allora il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: «Ogni figlio maschio che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia».

Responsorio Is 65, 19; Ap 21, 4. 5
R. Gioia per il mio popolo: * non si udranno più voci di pianto e grida di angoscia.
V. Non vi sarà più morte, né lutto, né lamento, né dolore: io faccio nuove tutte le cose.
R. Non si udranno più voci di pianto e grida di angoscia.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Quodvultdeus, vescovo
(Disc. 2 sul Simbolo; PL 40, 655)

Non parlano ancora e già confessano Cristo
Il grande Re nasce piccolo bambino. I magi vengono da lontano, guidati dalla stella e giungono a Betlemme, per adorare colui che giace ancora nel presepio, ma regna in cielo e sulla terra. Quando i magi annunziano ad Erode che è nato il Re, egli si turba e, per non perdere il regno, cerca di ucciderlo, mentre, credendo in lui, sarebbe stato sicuro in questa vita e avrebbe regnato eternamente nell’altra.
Che cosa temi, o Erode, ora che hai sentito che è nato il Re? Cristo non è venuto per detronizzarti, ma per vincere il demonio. Tu, questo non lo comprendi, perciò ti turbi e infierisci; anzi, per togliere di mezzo quel solo che cerchi, diventi crudele facendo morire tanti bambini.
Le madri che piangono non ti fanno tornare sui tuoi passi, non ti commuove il lamento dei padri per l’uccisione dei loro figli, non ti arresta il gemito straziante dei bambini. La paura che ti serra il cuore ti spinge ad uccidere i bambini e, mentre cerchi di uccidere la Vita stessa, pensi di poter vivere a lungo, se riuscirai a condurre a termine ciò che brami. Ma egli, fonte della grazia, piccolo e grande nello stesso tempo, pur giacendo nel presepio, fa tremare il tuo trono; si serve di te che non conosci i suoi disegni e libera le anime dalla schiavitù del demonio. Ha accolto i figli dei nemici e li ha fatti suoi figli adottivi.
I bambini, senza saperlo, muoiono per Cristo, mentre i genitori piangono i martiri che muoiono. Cristo rende suoi testimoni quelli che non parlano ancora. Colui che era venuto per regnare, regna in questo modo. Il liberatore incomincia già a liberare e il salvatore concede già la sua salvezza.
Ma tu, o Erode, che tutto questo non sai, ti turbi e incrudelisci e mentre macchini ai danni di questo bambino, senza saperlo, già gli rendi omaggio.
O meraviglioso dono della grazia! Quali meriti hanno avuto questi bambini per vincere in questo modo? Non parlano ancora e già confessano Cristo! Non sono ancora capaci di affrontare la lotta, perché non muovono ancora le membra e tuttavia già portano trionfanti la palma della vittoria.

28 DICEMBRE – I SANTI INNOCENTI

http://it.narkive.com/2008/12/27/413418-28-dicembre-santi-innocenti-martiri.html

28 DICEMBRE – I SANTI INNOCENTI

Alla Festa del Discepolo Prediletto segue la Solennità dei Santi Innocenti, onde la culla dell’Emmanuele, presso la quale abbiamo Venerato il Principe dei Martiri e l’Aquila di Patmos, ci appare oggi circondata da una graziosa accolta di bimbi, adorni di vesti bianche come la neve, e che recano in mano Palme Verdeggianti. Il Divino Bambino sorride; è il loro Re, e tutta quella piccola Corte sorride a sua volta alla Chiesa di Dio. La Forza e la Fedeltà ci hanno introdotti presso il Redentore; oggi l’innocenza ci invita a restare accanto alla mangiatoia. Erode ha voluto coinvolgere il Figlio di Dio in un massacro di bambini; Betlemme ha udito i lamenti delle madri; il sangue dei neonati ha inondato
l’intera regione. Ma tutti quegli sforzi della tirannide non hanno potuto raggiungere l’Emmanuele: non hanno fatto che preparare per l’Armata del Cielo una Schiera di Martiri [1]. Questi bambini hanno avuto l’insigne Onore di essere immolati per il Salvatore del mondo; ma il momento che ha seguito la loro immolazione ha rivelato ad essi d’un tratto gioie future e prossime, molto al di sopra di quelle di un mondo che hanno attraversato senza conoscere. Il Dio Pieno di Misericordia non ha richiesto altro da essi che una sofferenza di qualche istante; essi si sono ridestati nel seno d’Abramo, liberi da qualsiasi altra prova, puri da ogni contaminazione mondana, chiamati al Trionfo come il guerriero che ha dato la propria vita per salvare quella del suo capo. La loro morte è dunque un Martirio, e per questo la Chiesa li Onora con il bel nome di Fiori dei Martiri, a motivo della loro tenera età e della loro innocenza. Hanno dunque diritto a figurare oggi nel Ciclo Liturgico, al seguito dei due valenti campioni di Cristo che abbiamo Celebrati. San Bernardo, nel suo Sermone per questa Festa, spiega eloquentemente il legame di queste tre Solennità: « Abbiamo, – egli dice – nel Beato Stefano, l’Opera e la Volontà del Martirio; nel Beato Giovanni notiamo soltanto la Volontà del Martirio; e, nei Beati Innocenti, solo l’Opera del Martirio. Ma chi potrà dubitare, tuttavia, della Corona ottenuta da questi bambini? Chiederete dove sono i loro meriti per la Corona? Chiedete piuttosto a Erode
quale delitto hanno commesso per essere così falciati. La Bontà di Cristo potrà essere vinta dalla crudeltà di Erode? Quel re empio ha potuto far uccidere dei bambini innocenti; e Cristo non potrebbe incoronare quelli che
sono morti soltanto per lui? « Stefano sarà dunque stato Martire agli occhi degli uomini che furono
testimoni della sua Passione subita volontariamente, fino al punto di Pregare per i suoi persecutori, mostrandosi più sensibile al loro delitto che alle proprie ferite. Giovanni sarà dunque stato Martire agli occhi degli Angeli, che, essendo Creature Spirituali, hanno visto le disposizioni della sua Anima. Certo, però, saranno stati Martiri agli occhi Tuoi, mio Dio, anche coloro nei quali né l’uomo né l’Angelo hanno potuto, è vero, scoprire un merito, ma che il singolare favore della Tua Grazia ha voluto arricchire. Dalla bocca dei neonati e dei lattanti hai voluto far uscire la Lode. Qual è
questa Lode? Gli Angeli hanno cantato: Gloria a Dio nel più alto dei Cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà! Questa è senza dubbio una Lode Sublime; ma non sarà completa se non quando Colui che deve venire avrà
detto: Lasciate che i piccoli vengano a me, perché il Regno dei Cieli è di quelli che loro assomigliano; pace agli uomini, anche a quelli che non hanno ancora l’uso della propria volontà: ecco il Mistero della Mia Misericordia ». Dio si è degnato di fare per gli Innocenti immolati per il Suo Figliuolo ciò che fa tutti i giorni con il Sacramento della Rigenerazione, così spesso applicato ai bambini che la morte prende con sé fin dai primi giorni di vita; e noi, Battezzati nell’acqua, dobbiamo render Gloria a questi neonati, Battezzati nel proprio sangue, e associati a tutti i Misteri dell’Infanzia di Gesù Cristo. Dobbiamo anche congratularci con essi, insieme con la Chiesa, dell’innocenza che la morte Gloriosa e prematura ha loro conservata. Purificati così dal Sacro Rito che, prima dell’istituzione del Battesimo, cancellava il peccato originale, visitati in anticipo da una Grazia Speciale che li preparò all’Immolazione Gloriosa per la quale erano destinati, hanno abitato questa terra e non vi si sono macchiati. Che la società di questi
teneri agnelli sia dunque per sempre con l’Agnello senza macchia, e questo mondo, indurito nel peccato, meriti misericordia unendosi, con le Sue Lodi, al Trionfo di questi Eletti della terra che, simili alla colomba dell’Arca,
non vi hanno trovato dove posare i piedi!  »Tuttavia, in questo Gaudio del Cielo e della terra, la Santa Romana Chiesa
non perde di vista la desolazione delle madri che videro così strappati dal seno, e immolati dalla spada dei soldati, i diletti pegni della loro tenerezza. Ha raccolto il grido di Rachele, e non cerca di consolarla se non compatendo la sua afflizione. Per Onorare quel materno dolore, consente a sospendere oggi una parte delle manifestazioni della gioia che inonda il suo cuore nell’Ottava di Cristo Nato. Non osa rivestire nei suoi Paramenti Sacri il colore della Porpora dei Martiri, per non richiamare troppo vivamente quel sangue che zampilla fino sul seno delle madri; si proibisce anche il
colore Bianco che denota la letizia e non si addice a così pungente dolore. Riveste il colore Viola, colore di lutto e di rimpianti. Oggi, anzi, se la Festa non cade di Domenica, giunge fino a sospendere il Canto del Gloria in
Excelsis, che pure le è tanto caro in questi giorni in cui gli Angeli l’hanno intonato sulla terra; rinuncia al Festoso Alleluia nella Celebrazione del Sacrificio e infine si mostra, come sempre, ispirata da quella delicatezza Sublime e Cristiana di cui la Sacra Liturgia è mirabile Scuola. Ma dopo questo omaggio reso alla tenerezza materna di Rachele e che diffonde
su tutto l’Ufficio dei Santi Innocenti una dolce malinconia, essa non perde di vista la Gloria di cui godono i Beati bambini; e Consacra alla loro Solenne Memoria un’intera Ottava come ha fatto per Santo Stefano e per San
Giovanni. Nelle sue Cattedrali e nelle Chiese Collegiali essa Onora anche, in questo giorno, i bambini che invita ad unire le loro Innocenti Voci a quelle dei Sacerdoti e degli altri Ministri Sacri. Concede loro particolari distinzioni, finanche nel Coro stesso; gode dell’ingenua letizia di quei giovani cooperatori di cui si serve per abbellire le sue Solennità; in essi,
rende Gloria al Cristo Bambino, e all’Innocente Coorte dei Teneri Rampolli di Rachele. A Roma, la Stazione ha luogo oggi nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, il cui tesoro si Gloria di possedere parecchi corpi dei Santi Innocenti. Nel
XVI secolo, Sisto V ne tolse una parte, per collocarli nella Basilica di Santa Maria Maggiore, presso il Presepio del Salvatore.

MESSA
La Santa Chiesa esalta la Sapienza di Dio, che ha saputo sventare i calcoli della politica di Erode, e riportar gloria dalla crudele immolazione dei bambini di Betlemme, elevandoli alla Dignità di Martiri di Cristo, di cui Celebrano le Grandezze in una Riconoscenza Eterna.

« Dalla bocca dei neonati e dei lattanti, o Dio, hai fatto uscire la Lode per confondere i tuoi nemici »

VANGELO (Mt 2,13-18). – In quel tempo: Un Angelo del Signore apparì a Giuseppe in sogno e gli disse: Levati, prendi il Bambino e Sua Madre, e fuggi in Egitto; e stai là finché non t’avviserò, perché Erode cercherà del Bambino per farlo morire. Egli, alzatosi, durante la notte, prese il Bambino e la Madre di Lui e si ritirò in Egitto, ove stette fino alla morte di Erode, affinché si adempisse quanto era stato detto dal Signore per il Profeta: Dall’Egitto ho richiamato il Mio Figlio. Allora Erode, vedendosi burlato dai Magi, s’irritò grandemente e mandò ad uccidere tutti i Fanciulli (maschi) che erano in Betlem e in tutti i suoi dintorni, dai due anni in giù, secondo il tempo che aveva rilevato dai Magi. Allora si adempì ciò che era stato detto per bocca del Profeta Geremia: Un grido si è udito in Rama di gran pianto e lamento: Rachele che piange i figli suoi e non vuole essere consolata, perché non sono più.

Il Santo Vangelo narra con la Sua Sublime Semplicità il Martirio degli Innocenti. Erode mandò ad uccidere tutti i bambini. Questa ricca Messe per il Cielo fu mietuta, e la terra non se ne commosse. I lamenti di Rachele salirono fino al Cielo, e presto il silenzio ricadde su Betlemme. Ma le Beate Vittime venivano raccolte dal Signore, per formare la Corte del Suo Figliuolo. Gesù, dalla Sua culla, Li Contemplava e Li Benediceva; Maria compativa le loro brevi sofferenze e il dolore delle madri; la Chiesa che sarebbe presto nata doveva Glorificare, per tutti i secoli,
quell’Immolazione di Teneri Agnelli, e fondare le più belle Speranze sul Patrocinio di quei bambini diventati d’un tratto così Potenti sul Cuore del Suo Celeste Sposo.

Beati Bambini, noi rendiamo omaggio al vostro Trionfo, e ci felicitiamo con voi perché siete stati scelti come Compagni di Cristo nella culla. Quale Glorioso risveglio è stato il vostro, allorché dopo essere passati per la
spada, avete conosciuto che presto la Luce Abbagliante della Vita Eterna sarebbe stata la vostra Eredità. Quale riconoscenza avete Testimoniata al Signore che vi sceglieva così fra tante migliaia di altri bambini, per Onorare con la vostra Immolazione la culla del Suo Figliuolo! La Corona ha cinto la vostra fronte prima della battaglia; la Palma è venuta da sé a posarsi nelle vostre deboli mani, prima che aveste potuto fare uno sforzo per raccoglierla: è così che il Signore si è mostrato Pieno di Munificenza, e ci ha fatto vedere che è Padrone dei Suoi Doni. Non era forse giusto che la Nascita del Figlio del Sommo Re fosse segnata da qualche Magnifica Elargizione? Noi non ne siamo gelosi, o Martiri Innocenti! Glorifichiamo il Signore che vi ha scelti e plaudiamo con la Chiesa alla vostra inenarrabile felicità.

O Fiori dei Martiri, permettete che riponiamo in voi la nostra fiducia, e che osiamo supplicarvi, per la ricompensa gratuita che vi è stata concessa, di non dimenticare i vostri fratelli che combattono in mezzo ai rischi di questo mondo di peccato. Anche noi desideriamo quelle Palme e quelle Corone nelle quali si allieta la vostra innocenza. Lavoriamo duramente ad assicurarcele, e spesso ci sentiamo sul punto di perderle per sempre. Lo stesso Dio che ha Glorificato voi è anche il nostro fine; in Lui solo anche noi troveremo il riposo; pregate affinché possiamo giungere fino a lui.

Chiedete per noi la semplicità, l’infanzia del cuore, l’ingenua fiducia in Dio che va fino in fondo nel compimento dei Suoi Voleri. Otteneteci di sopportare con calma la Sua Croce, quando ce la manda e di desiderare unicamente il Suo Piacere. In mezzo al sanguinoso tumulto che venne ad interrompere il sonno, la vostra bocca infantile sorrideva ai carnefici; le vostre mani sembravano scherzare con quella spada, che doveva trapassarvi il cuore; eravate graziosi di fronte alla morte. Otteneteci di essere anche noi dolci verso la tribolazione, quando il Signore ce la manda. Che essa sia per noi un Martirio, per la tranquillità del nostro coraggio, per l’unione della nostra volontà con quella del Sommo Re e Signore, il quale prova soltanto per ricompensare. Che gli strumenti di cui egli si serve non ci tornino
odiosi; che la Carità non si spenga nel nostro cuore e che nulla turbi quella pace senza cui l’Anima del Cristiano non potrebbe piacere a Dio.

Infine, o Teneri Agnelli Immolati per Gesù, voi che lo seguite dovunque egli va perché siete Puri, concedeteci di accostarci all’Agnello Celeste che vi conduce. Portateci a Betlemme insieme con voi; onde non usciamo più da quel
soggiorno di pace e d’innocenza. Presentateci a Maria, la Madre nostra, ancora più tenera di Rachele; ditele che siamo i Suoi Figli, e che siamo i vostri fratelli; e come ha compatito i vostri dolori d’un istante, si degni di aver Pietà delle nostre Misere Lodi.

* * *
In questo quarto giorno dalla Nascita del Redentore visitiamo la stalla e Adoriamo l’Emmanuele. Consideriamo la Misericordia che l’ha portato a farsi Bambino per avvicinarsi a noi, e restiamo attoniti nel vedere un Dio cosi
vicino alla Sua creatura. « Colui che è inafferrabile anche per la sottile intelligenza degli Angeli – dice il Pio Abate Guerrico nel suo quinto Sermone sulla Natività di Cristo – si è degnato di rendersi palpabile ai
materiali sensi dell’uomo. Dio non poteva parlarci come ad Esseri Spirituali, carnali come siamo; il Suo Verbo si è fatto carne, affinché ogni carne potesse non soltanto intenderlo, ma anche vederlo; non avendo potuto il mondo conoscere la Sapienza di Dio, questa Sapienza si è degnata di farsi follia. Signore del Cielo e della terra, tu hai dunque nascosto la Tua Sapienza ai sapienti e ai prudenti del mondo, per rivelarla ai piccoli. Le altezze dell’orgoglio hanno orrore dell’Umiltà di questo Bambino; ma ciò che è alto agli occhi degli uomini è abbominevole al cospetto di Dio. Questo Bambino si compiace solo con i bambini; riposa solo con gli Umili e i cuori pacifici. Che i piccoli si Glorino dunque in Lui, e Cantino: Ci è nato un Bambino; mentre Lui, da parte Sua, si felicita dicendo per bocca di Isaia:
Eccomi, Io e i miei piccoli che il Signore mi ha dati. Infatti, per dargli una compagnia proporzionata alla Sua Età, il Padre ha voluto che la Gloria dei Martiri cominciasse con l’Innocenza dei bambini volendo lo Spirito Santo
mostrare con ciò che il Regno dei Cieli è soltanto di quelli che loro somigliano ».

[1] Si calcola sulla ventina il numero delle vittime (P. Lagrange, Ev. de S.
Matth., p. 33).
da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale -
Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 154-160

26 dicembre: Santo Stefano protomartire

http://www.summagallicana.it/lessico/s/Stefano%20santo%20protomartire.htm

Santo Stefano protomartire

Stefano (? – 36 ca. d.C.), in greco Stéphanos = corona, santo e primo martire cristiano (protomartire, in greco protomártys = primo testimone) secondo il Nuovo Testamento (Atti degli Apostoli 6-8). Primo dei sette diaconi ellenisti della Chiesa antica (in greco diákomos = servitore), la primitiva comunità di Gerusalemme, fu accusato di blasfemia dal sinedrio (il supremo tribunale nazionale degli Ebrei istituito, pare, ai tempi dei Maccabei) e condannato a morte per lapidazione. Saulo di Tarso, il futuro San Paolo, non solo approvò l’esecuzione ma sostenne le confessioni dei principali testimoni contro Stefano. In base alla parte del discorso di Stefano riportata negli Atti, alcuni studiosi ritengono che egli abbia preceduto Paolo nell’affermare l’universalità della nuova religione cristiana e il suo ruolo di successione all’ebraismo. Il suo culto si diffuse nella Chiesa orientale sin dalla fine del sec. IV. Festa il 26 dicembre.

STEFANO
Stefano (… – Gerusalemme, 36) è stato il primo dei sette diaconi scelti dagli apostoli perché li aiutassero nel ministero della fede. Era ebreo di nascita. Venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa, è il protomartire cristiano, cioè il primo ad aver dato la vita per testimoniare la propria fede in Cristo e per la diffusione del Vangelo. Il racconto del suo martirio ci viene dagli Atti degli Apostoli dove appare evidente sia la sua chiamata al servizio dei discepoli che il suo martirio, avvenuto per lapidazione, alla presenza di Paolo di Tarso (Saulo) prima della conversione.
È possibile fissare con una certa sicurezza la data della sua morte per la modalità con cui avvenne: il fatto che non sia stato ucciso mediante crocifissione (ovvero con il metodo usato dagli occupanti romani), bensì tramite lapidazione, significa che la morte di Stefano è avvenuta durante il periodo di vuoto amministrativo seguito alla deposizione di Ponzio Pilato (36), il quale si era irrimediabilmente inimicato la popolazione per l’eccesso di violenza usata per sedare la cosiddetta rivolta del monte Garizim. In quel periodo a comandare in Palestina era quindi il Sinedrio, che eseguiva le condanne a morte tramite lapidazione, secondo la tradizione locale. In particolare, nella Bibbia è scritto che Stefano si inimicò alcuni liberti, così detti probabilmente perché discendenti di quegli Ebrei che Pompeo aveva schiavizzato (69 aC) e che poi avevano ottenuto la libertà.
Secondo una tradizione dai contenuti leggendari, nel 415 un sacerdote di nome Luciano ritenne di aver trovato il corpo di Stefano vicino a Gerusalemme dopo aver avuto in sogno l’indicazione del luogo della sepoltura. La tradizione si diffuse ben presto nel mondo latino e greco e si ebbe una vasta proliferazione di reliquie erroneamente attribuite a Stefano, ma che ne diffusero in maniera straordinaria il culto. In particolare, una parte di queste reliquie venne portata a Minorca, nelle Baleari, e nell’occasione i cristiani dell’isola, forse per desiderio di vendicare la morte del martire, diedero vita a una feroce persecuzione contro gli Ebrei ivi residenti.
Le storie avventurose del ritrovamento del corpo (« invenzione »), della sua prima traslazione a Costantinopoli e della seconda traslazione a Roma, sono lungamente raccontate nella Legenda Aurea (cap. CXII, L’invenzione di Santo Stefano Protomartire) la raccolta medievale di Iacopo da Varazze detta anche Legenda sanctorum. Il frate domenicano Iacopo, beato, scrittore sacro e storico (Varazze tra il 1228 e il 1230 – Genova 1298), arcivescovo di Genova dal 1292, compose numerose raccolte di sermoni e un Liber Marialis (1295). La sua opera maggiore, scritta in gioventù, è la Legenda sanctorum (forse 1255 o 1266), più nota col titolo che ebbe nel volgarizzamento trecentesco di Legenda aurea, una raccolta di vite di Gesù Cristo e dei santi, secondo l’ordine liturgico, narrate e commentate con ingenua e favolosa drammaticità. Di grande interesse è anche il Chronicon Ianuense, una storia di Genova dalle origini al 1295.
Per il fatto di essere stato il primo dei martiri cristiani, la sua festa liturgica si celebra il 26 dicembre, cioè immediatamente dopo il Natale che celebra la nascita di Cristo. Il colore della veste indossata dal sacerdote durante la Messa in questo giorno è il rosso, come in tutte le occasioni in cui si ricorda un martire.

Atti degli Apostoli

Atti degli Apostoli 6 [1] In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana. [2] Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: « Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense. [3] Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico. [4] Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola ». [5] Piacque questa proposta a tutto il gruppo ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timòne, Parmenàs e Nicola, un proselito di Antiochia. [6] Li presentarono quindi agli apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani. [7] Intanto la parola di Dio si diffondeva e si moltiplicava grandemente il numero dei discepoli a Gerusalemme; anche un gran numero di sacerdoti aderiva alla fede. [8] Stefano intanto, pieno di grazia e di fortezza, faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo. [9] Sorsero allora alcuni della sinagoga detta dei « liberti » comprendente anche i Cirenèi, gli Alessandrini e altri della Cilicia e dell’Asia, a disputare con Stefano, [10] ma non riuscivano a resistere alla sapienza ispirata con cui egli parlava. [11] Perciò sobillarono alcuni che dissero: « Lo abbiamo udito pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio ». [12] E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo trascinarono davanti al sinedrio. [13] Presentarono quindi dei falsi testimoni, che dissero: « Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. [14] Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno distruggerà questo luogo e sovvertirà i costumi tramandatici da Mosè ». [15] E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo.
Atti degli Apostoli 7 [1] Gli disse allora il sommo sacerdote: « Queste cose stanno proprio così? ». [2] Ed egli rispose: « Fratelli e padri, ascoltate: il Dio della gloria apparve al nostro padre Abramo quando era ancora in Mesopotamia, prima che egli si stabilisse in Carran, [3] e gli disse: Esci dalla tua terra e dalla tua gente e va nella terra che io ti indicherò. [4] Allora, uscito dalla terra dei Caldei, si stabilì in Carran; di là, dopo la morte del padre, Dio lo fece emigrare in questo paese dove voi ora abitate, [5] ma non gli diede alcuna proprietà in esso, neppure quanto l’orma di un piede, ma gli promise di darlo in possesso a lui e alla sua discendenza dopo di lui, sebbene non avesse ancora figli. [6] Poi Dio parlò così: La discendenza di Abramo sarà pellegrina in terra straniera, tenuta in schiavitù e oppressione per quattrocento anni. [7] Ma del popolo di cui saranno schiavi io farò giustizia, disse Dio: dopo potranno uscire e mi adoreranno in questo luogo. [8] E gli diede l’alleanza della circoncisione. E così Abramo generò Isacco e lo circoncise l’ottavo giorno e Isacco generò Giacobbe e Giacobbe i dodici patriarchi. [9] Ma i patriarchi, gelosi di Giuseppe, lo vendettero schiavo in Egitto. Dio però era con lui [10] e lo liberò da tutte le sue afflizioni e gli diede grazia e saggezza davanti al faraone re d’Egitto, il quale lo nominò amministratore dell’Egitto e di tutta la sua casa. [11] Venne una carestia su tutto l’Egitto e in Cànaan e una grande miseria, e i nostri padri non trovavano da mangiare. [12] Avendo udito Giacobbe che in Egitto c’era del grano, vi inviò i nostri padri una prima volta; [13] la seconda volta Giuseppe si fece riconoscere dai suoi fratelli e fu nota al faraone la sua origine. [14] Giuseppe allora mandò a chiamare Giacobbe suo padre e tutta la sua parentela, settantacinque persone in tutto. [15] E Giacobbe si recò in Egitto, e qui egli morì come anche i nostri padri; [16] essi furono poi trasportati in Sichem e posti nel sepolcro che Abramo aveva acquistato e pagato in denaro dai figli di Emor, a Sichem. [17] Mentre si avvicinava il tempo della promessa fatta da Dio ad Abramo, il popolo crebbe e si moltiplicò in Egitto, [18] finché salì al trono d’Egitto un altro re, che non conosceva Giuseppe. [19] Questi, adoperando l’astuzia contro la nostra gente, perseguitò i nostri padri fino a costringerli a esporre i loro figli, perché non sopravvivessero. [20] In quel tempo nacque Mosè e piacque a Dio; egli fu allevato per tre mesi nella casa paterna, poi, [21] essendo stato esposto, lo raccolse la figlia del faraone e lo allevò come figlio. [22] Così Mosè venne istruito in tutta la sapienza degli Egiziani ed era potente nelle parole e nelle opere. [23] Quando stava per compiere i quarant’anni, gli venne l’idea di far visita ai suoi fratelli, i figli di Israele, [24] e vedendone uno trattato ingiustamente, ne prese le difese e vendicò l’oppresso, uccidendo l’Egiziano. [25] Egli pensava che i suoi connazionali avrebbero capito che Dio dava loro salvezza per mezzo suo, ma essi non compresero. [26] Il giorno dopo si presentò in mezzo a loro mentre stavano litigando e si adoperò per metterli d’accordo, dicendo: Siete fratelli; perché vi insultate l’un l’altro? [27] Ma quello che maltrattava il vicino lo respinse, dicendo: Chi ti ha nominato capo e giudice sopra di noi? [28] Vuoi forse uccidermi, come hai ucciso ieri l’Egiziano? [29] Fuggì via Mosè a queste parole, e andò ad abitare nella terra di Madian, dove ebbe due figli. [30] Passati quarant’anni, gli apparve nel deserto del monte Sinai un angelo, in mezzo alla fiamma di un roveto ardente. [31] Mosè rimase stupito di questa visione; e mentre si avvicinava per veder meglio, si udì la voce del Signore: [32] Io sono il Dio dei tuoi padri, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Esterrefatto, Mosè non osava guardare. [33] Allora il Signore gli disse: Togliti dai piedi i calzari, perché il luogo in cui stai è terra santa. [34] Ho visto l’afflizione del mio popolo in Egitto, ho udito il loro gemito e sono sceso a liberarli; ed ora vieni, che ti mando in Egitto. [35] Questo Mosè che avevano rinnegato dicendo: Chi ti ha nominato capo e giudice?, proprio lui Dio aveva mandato per esser capo e liberatore, parlando per mezzo dell’angelo che gli era apparso nel roveto. [36] Egli li fece uscire, compiendo miracoli e prodigi nella terra d’Egitto, nel Mare Rosso, e nel deserto per quarant’anni. [37] Egli è quel Mosè che disse ai figli d’Israele: Dio vi farà sorgere un profeta tra i vostri fratelli, al pari di me. [38] Egli è colui che, mentre erano radunati nel deserto, fu mediatore tra l’angelo che gli parlava sul monte Sinai e i nostri padri; egli ricevette parole di vita da trasmettere a noi. [39] Ma i nostri padri non vollero dargli ascolto, lo respinsero e si volsero in cuor loro verso l’Egitto, [40] dicendo ad Aronne: Fa per noi una divinità che ci vada innanzi, perché a questo Mosè che ci condusse fuori dall’Egitto non sappiamo che cosa sia accaduto. [41] E in quei giorni fabbricarono un vitello e offrirono sacrifici all’idolo e si rallegrarono per l’opera delle loro mani. [42] Ma Dio si ritrasse da loro e li abbandonò al culto dell’esercito del cielo, come è scritto nel libro dei Profeti: [43] Mi avete forse offerto vittime e sacrifici per quarant’anni nel deserto, o casa d’Israele? Avete preso con voi la tenda di Mòloch, e la stella del dio Refàn, simulacri che vi siete fabbricati per adorarli! Perciò vi deporterò al di là di Babilonia. [44] I nostri padri avevano nel deserto la tenda della testimonianza, come aveva ordinato colui che disse a Mosè di costruirla secondo il modello che aveva visto. [45] E dopo averla ricevuta, i nostri padri con Giosuè se la portarono con sé nella conquista dei popoli che Dio scacciò davanti a loro, fino ai tempi di Davide. [46] Questi trovò grazia innanzi a Dio e domandò di poter trovare una dimora per il Dio di Giacobbe; [47] Salomone poi gli edificò una casa. [48] Ma l’Altissimo non abita in costruzioni fatte da mano d’uomo, come dice il Profeta: [49] Il cielo è il mio trono e la terra sgabello per i miei piedi. Quale casa potrete edificarmi, dice il Signore, o quale sarà il luogo del mio riposo? [50] Non forse la mia mano ha creato tutte queste cose? [51] O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. [52] Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; [53] voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l’avete osservata ». [54] All’udire queste cose, fremevano in cuor loro e digrignavano i denti contro di lui. [55] Ma Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra [56] e disse: « Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio ». [57] Proruppero allora in grida altissime turandosi le orecchie; poi si scagliarono tutti insieme contro di lui, [58] lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. [59] E così lapidavano Stefano mentre pregava e diceva: « Signore Gesù, accogli il mio spirito ». [60] Poi piegò le ginocchia e gridò forte: « Signore, non imputar loro questo peccato ». Detto questo, morì.
Atti degli Apostoli 8 [1] Saulo era fra coloro che approvarono la sua uccisione. In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme e tutti, ad eccezione degli apostoli, furono dispersi nelle regioni della Giudea e della Samaria. [2] Persone pie seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui. [3] Saulo intanto infuriava contro la Chiesa ed entrando nelle case prendeva uomini e donne e li faceva mettere in prigione. [4] Quelli però che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio

Dalle «Omelie» di san Beda, il Venerabile, sacerdote: Precursore della nascita e della morte di Cristo

dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santo/256.html

Martirio di San Giovanni Battista

DAGLI SCRITTI…

Dalle «Omelie» di san Beda, il Venerabile, sacerdote

Precursore della nascita e della morte di Cristo

Il beato precursore della nascita del Signore, della sua predicazione e della sua morte, dimostrò una forza degna degli sguardi celesti nel suo combattimento. Anche se agli occhi degli uomini ebbe a subire tormenti, la sua speranza é piena di immortalità, come dice la Scrittura (cfr. Sap 3, 4). E’ ben giusto che noi ricordiamo con solenne celebrazione il suo giorno natalizio. Egli lo rese memorabile con la sua passione e lo imporporò del suo sangue. E’ cosa santa venerarne la memoria e celebrarla in gioia di spirito. Egli confermò con il martirio la testimonianza che aveva dato per il Signore. San Giovanni subì il carcere e le catene a testimonianza per il nostro Redentore, perché doveva prepararne la strada. Per lui diede la sua vita, anche se non gli fu ingiunto di rinnegare Gesù Cristo, ma solo di tacere la verità. Tuttavia morì per Cristo. Cristo ha detto: «Io sono la verità» (Gv 14, 6), perciò proprio per Cristo versò il sangue, perché lo versò per la verità. E siccome col nascere, col predicare, col battezzare doveva dare testimonianza a colui che sarebbe nato, avrebbe predicato e battezzato, così soffrendo segnalò anche che il Cristo avrebbe sofferto.
Un uomo di tale e tanta grandezza pose termine alla vita presente con lo spargimento del sangue dopo la lunga sofferenza della catene. Egli annunziava la libertà della pace superna e fu gettato in prigione dagli empi. Fu rinchiuso nell’oscurità del carcere colui che venne a rendere testimonianza alla luce e che dalla stessa luce, che é Cristo, meritò di essere chiamato lampada che arde e illumina. Fu battezzato nel proprio sangue colui al quale era stato concesso di battezzare il Redentore del mondo, di udire la voce del Padre su di lui e di vedere la grazia dello Spirito Santo scendere sopra di lui.
Ma a persone come lui non doveva riuscire gravoso, anzi facile e bello sopportare per la verità tormenti transitori ripagabili con le gioie eterne. Per uno come lui la morte non riusciva un evento ineluttabile o una dura necessità. Era piuttosto un premio, una palma di vita eterna per la confessione del nome di Cristo. Perciò ben dice l’Apostolo: «A voi é stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1, 29). Chiama grazia di Cristo che gli eletti soffrano per lui: «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà esser rivelata in noi» (Rm 8, 18).(Om. 23; CCL 122, 354. 356. 357)

Dal Discorso di Giovanni Giusto Lanspergio per la festa del martirio di san Giovanni Battista.

dal sito:

http://www.certosini.info/lezion/Santi/29%20agosto%20martirio%20di%20S.%20Giovanni%20Battista.htm

Dal vangelo secondo Marco.
6,17-29
 
Erode aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodiade, moglie di sua fratello Filippo, che egli aveva sposato.
———————————————————
 
Dal Discorso di Giovanni Giusto Lanspergio per la festa del martirio di san Giovanni Battista.
Sermo in festo Decollationis s.Joannis Baptistæ. Opera omnia, Monsterolii, 1889, t. II, 514-515. 518-519.
 
    La morte di Cristo è all’origine di una innumerevole folla di credenti. Per la potenza del Signore Gesù e grazie alla sua bontà, la morte preziosa dei suoi martiri e dei suoi santi ha fatto nascere una gran moltitudine di fedeli. Infatti, la religione cristiana non ha potuto essere distrutta dalla persecuzione dei tiranni e dalla morte ingiusta di innocenti; ogni volta invece ne ha ricevuto un accrescimento vigoroso.
    Ne abbiamo un esempio di san Giovanni che ha battezzato Cristo e che noi oggi festeggiamo come martire. Erode, questo re infedele, per fedeltà al suo giuramento, volle sopprimere in modo radicale dalla memoria degli uomini il ricordo di Giovanni. Ora non soltanto il Battista non fu dimenticato, ma migliaia di uomini, infiammati dal suo esempio accolsero con gioia la morte per la giustizia e la verità. Così, l’ignominia di cui il tiranno voleva coprirlo, in realtà lo rese ancora più illustre. Quale cristiano, degno di questo nome, non venera oggi Giovani, il battezzatore di Cristo? Ovunque nel mondo i fedeli venerano la sua memoria, tutte le generazioni lo proclamano beato e le sue virtù riempiono di profumo la Chiesa.
 
10    Giovanni non visse soltanto per se stesso, e neppure morì solo per sé. Quanti uomini, carichi di peccati, la sua vita dura e austera seppe trarre a conversione! Quante persone la sua morte immeritata incoraggiò a sopportare le avversità! E a noi, da dove viene oggi l’occasione di rendere grazie a Dio con fede se non dal ricordo di san Giovanni ucciso per la giustizia, cioè per Cristo?
    Egli non amò la sua anima, cioè la parte sensitiva che cerca il piacere e rifugge l’austerità, ma la odiò nel senso che non volle affatto acconsentire alle voglie istintive. Così odiandola, o meglio amandola in modo vero e religioso, l’ha conservata per la vita eterna. E non ha salvato soltanto se stesso, ma col suo esempio ha coinvolto moltissimi nella difesa della giustizia.
 
11    Che cosa mai possiamo dire in lode di Giovanni Battista? Come non ci fu uno più santo di lui, così è indubitabile che tutto il suo essere in modo meraviglioso anelò alla visione immediata del volto di Dio. Fu in seguito al suo esempio che alcuni martiri desiderarono dare la vita per Dio e per la giustizia arrivarono a offrire volontariamente se stessi in olocausto.
    Infine, tutti i santi hanno un tale desiderio di Dio che, in attesa esso venga appagato, si consolano rivolgendosi al Signore in preghiera continua, ascoltando la sua Parola nella Scrittura, facendo memoria dei suoi doni e benefici. Soprattutto si accostano con grande frequenza alla santa Comunione, che offre a noi il segno più alto e mirabile dell’amore divino: qui incontrano davvero presente colui che amano, quantunque nessuno potrebbe avere esperienza e godimento di lui così come Egli è.
    Possiamo quindi tirare questa conclusione: se uno ha spento dentro di sé gli effimeri desideri della terra, mentre avvampa per quelli del cielo; se uno si auspica la morte per poter in tal modo essere sempre con Cristo, e da nulla trae tanto conforto come da questo adorabile sacramento, costui può andar certo di essere abitato dall’amore di Dio.
 
12    La caratteristica primaria di un cuore incendiato dall’amore divino consiste nel far dono di sé e di tutto ciò che è suo al Signore per onorarlo e seguire la sua volontà. Arriva al punto che preferirebbe morire — il che sarebbe anche necessario per la salvezza — piuttosto che commettere un peccato mortale che offenda Dio in modo gravissimo. Comunque, l’amore perfetto non evita soltanto la colpa mortale, ma si impegna nell’adesione operosa del beneplacito divino.
    Così, appunto, Giovanni Battista ha sacrificato generosamente la vita quaggiù per amore di Cristo; ha scelto di disprezzare gli ordini del tiranno piuttosto che quelli di Dio. Questo esempio ci insegna che nulla deve esserci più caro della volontà di Dio. Piacere agli uomini non serve a gran cosa; anzi, spesso proprio questo ci nuoce moltissimo. Ma offendere Dio non può che portare cattive conseguenze Perciò, con tutti gli amici di Dio moriamo ai nostri peccati e alle nostre passioni, calpestiamo il nostro amor proprio sviato e impegniamoci a lasciar crescere in noi l’amore fervente di Cristo: quanto più fervido esso avvamperà in noi, tanto più in cielo saremo beati e uniti con Cristo.

San Massimiliano Kolbe – Cenni biografici

dal sito:

http://www.kolbemission.org/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/145

San Massimiliano Kolbe – Cenni biografici

Massimiliano Kolbe – al battesimo Raimondo – nasce l’8 gennaio del 1894 a Zdunska Wola non molto lontano da Lodz (Polonia), figlio di Giulio e Maria Dabrowska.
Nella sua adolescenza, si sente affascinato dall’ideale di San Francesco d’ Assisi ed entra nel seminario minore dei Francescani conventuali di Leopoli.
Dopo il noviziato è inviato a Roma, al Collegio Internazionale dell’Ordine, per gli studi ecclesiastici. Nell’anno 1915 consegue il diploma in filosofia e nel 1919 in teologia.
Mentre l’Europa è sconvolta dalla Prima Guerra Mondiale, Massimiliano sogna una grande opera al servizio dell’Immacolata per l’avvento del Regno di Cristo.
La sera del 16 ottobre 1917, fonda con alcuni compagni la « Milizia dell’Immacolata ». Il suo fine è la conversione e la santificazione di tutti gli uomini attraverso l’offerta incondizionata alla Vergine Maria.
Nel 1918 è ordinato sacerdote e nel 1919, completati gli studi ecclesiastici, ritorna in Polonia per iniziare a Cracovia un lavoro di organizzazione e animazione del movimento della Milizia dell’Immacolata.
Come strumento di collegamento tra gli aderenti al movimento fonda la rivista « Il Cavaliere dell’Immacolata ».
Nell’anno 1927 stimolato dal notevole incremento di collaboratori consacrati e dal crescente numero di appartenenti alla M.I., trasferisce il centro editoriale a Niepokalanow, o « Città dell’Immacolata », vicino Varsavia, dove saranno accolti più di 700 religiosi, che si dedicano all’utilizzo dei mezzi di comunicazione sociale per evangelizzare il mondo. 
Nell’anno 1930 con altri quattro frati, parte per il Giappone, dove fonda « Mugenzai no Sono » o « Giardino dell’Immacolata », nella periferia di Nagasaki, e stampa una rivista mariana. Questa « città » rimase intatta quando nel 1945 esplose, a Nagasaki, la bomba atomica.
Nel 1936, rientra in Polonia, sollecitato dalla crescita della comunità religiosa e dall’espansione dell’attività editoriale: undici pubblicazioni di cui un quotidiano di grande ripercussione nella classe popolare con una tiratura 228.560 copie e il Cavaliere con un milione di copie.
Il primo settembre del 1939, scoppia la Seconda Guerra Mondiale. Anche Niepokalanow è bombardata e saccheggiata. I religiosi devono abbandonarla. Gli edifici sono utilizzati come luogo di prima accoglienza per profughi e militari.
Il 17 febbraio 1941 Padre Kolbe è arrestato dalla Gestapo e incarcerato nel carcere Pawiak di Varsavia. Il 28 maggio dello stesso anno è deportato nel campo di sterminio di Auschwitz, nel quale gli viene assegnato il numero 16670.
Alla fine di luglio avviene l’evasione di un prigioniero. Come rappresaglia il comandante Fritsch decide di scegliere dieci compagni dello stesso blocco, condannandoli ingiustamente a morire di fame e di sete nel sotterraneo della morte.
Con lo stupore di tutti i prigionieri e degli stessi nazisti, Padre Massimiliano esce dalle file e si offre in sostituzione di uno dei condannati, il giovane sergente polacco Francesco Gajowniezek.
In questa maniera inaspettata ed eroica Padre Massimiliano scende con i nove nel sotterraneo della morte, dove, uno dopo l’altro, i prigionieri muoiono, consolati, assistiti e benedetti da un santo.
Il 14 agosto 1941, Padre Kolbe termina la sua vita con un’iniezione di acido fenico. Il giorno seguente il suo corpo è bruciato nel forno crematorio e le sue ceneri sparse al vento.
Il 10 ottobre 1982, in Piazza San Pietro,Giovanni Paolo II dichiara « Santo » Padre Kolbe, proclamando che « San Massimiliano non morì, ma diede la vita…. »

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