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17 ottobre: Sant’Ignazio di Antiochia

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17 ottobre: Sant’Ignazio di Antiochia

(107 circa)

   Ignazio, detto il Teoforo, vescovo di Antiochia, è considerato il primo, per importanza, dei Padri apostolici.

   Si tratta di una personalità di grandissimo ingegno, tutta pervasa del mondo teologico di Paolo e di Giovanni, animata di vivissima fede in Cristo e di mistico ardore. Sarà condannato sotto l’imperatore Traiano e dato in pasto alle belve a Roma.
   Lungo la strada verso Roma, quella che lo avrebbe portato al martirio, scrisse, o dettò, sette lettere, quattro a Smirne e dirette alle comunità di Efeso, Magnesia, Tralli, Roma; tre a Troade, inviate alle comunità di Filadelfia e Smirne ed a Policarpo, vescovo della stessa Smirne.
   In tali epistole dettate da un grande coraggio ed una fede straordinaria, troviamo espressioni di un ardente e mistico amore per Cristo e per la Chiesa, oltre che sentimenti animati dalla scelta deliberata di affrontare coraggiosamente il martirio che lo aspetta a Roma, e che egli troverà nell’anno 107.
   Ormai gli studiosi sono concordi sull’autenticità delle lettere attribuite ad Ignazio di Antiochia.(Cfr. K. Bihlmeyer – H. Tuechle, Storia della Chiesa, 1-L’antichità cristiana, Ed. Morcelliana, 1973, 209-210).
   In questa pagina ho voluto inserire tutta la bellissima lettera scritta ai cristiani di Roma, mentre in quella successiva ho raccolto solo alcuni frammenti delle altre epistole. 

Dalla lettera di  Ignazio di Antiochia  ai cristiani di Roma (Tutta la lettera).

Lettera ai Romani
Saluto
   Ignazio, Teoforo, a colei che ha ricevuto misericordia nella magnificenza del Padre altissimo e di Gesù Cristo suo unico figlio, la Chiesa amata e illuminata nella volontà di chi ha voluto tutte le cose che esistono, nella fede e nella carità di Gesù Cristo Dio nostro, che presiede nella terra di Roma, degna di Dio, di venerazione, di lode, di successo, di candore, che presiede alla carità, che porta la legge di Cristo e il nome del Padre. A quelli che sono uniti nella carne e nello spirito ad ogni suo comandamento piene della grazia di Dio in forma salda e liberi da ogni macchia l’augurio migliore e gioia pura in Gesù Cristo, Dio nostro.

Incatenato in Gesù Cristo
   I,1. Dopo aver pregato Dio ho potuto vedere i vostri santi volti ed ottenere più di quanto avevo chiesto. Incatenato in Gesù Cristo spero di salutarvi, se è volontà di Dio che io sia degno sino alla fine. 2. L’inizio è facile a compiersi, ma vorrei ottenere la mia eredità senza ostacoli. Temo però che il vostro amore mi sia nocivo. A voi è facile fare ciò che volete, a me è difficile raggiungere Dio se non mi risparmiate.

L’altare è pronto
   II,1. Non voglio che voi siate accetti agli uomini, ma a Dio come siete accetti. Io non avrò più un’occasione come questa di raggiungere Dio, né voi, pur a tacere, avreste a sottoscrivere un’opera migliore. Se voi tacerete per me, io diventerò di Dio, se amate la mia carne di nuovo sarò a correre. 2. Non procuratemi di più che essere immolato a Dio, sino a quando è pronto l’altare, per cantare uniti in coro nella carità al Padre in Gesù Cristo, poiché Iddio si è degnato che il vescovo di Siria, si sia trovato qui facendolo venire dall’oriente all’occidente. È bello tramontare al mondo per il Signore e risorgere in lui.

Il cristianesimo odiato dal mondo
   III,1. Non avete mai insediato nessuno, avete insegnato agli altri. Desidero che resti fermo ciò che avete insegnato. 2. Per me chiedete solo la forza interiore ed esteriore, perché non solo parli, ma anche voglia, perché non solo mi dica cristiano, ma lo sia realmente. Se io lo sono potrei anche essere chiamato e allora essere fedele quando non apparirò al mondo. 3. Niente di ciò che è visibile è buono. Dio nostro Signore Gesù Cristo essendo nel Padre si riconosce maggiormente. Non è opera di persuasione ma di grandezza il cristianesimo, quando è odiato dal mondo.

Sono il frumento di Dio
   IV,1. Scrivo a tutte le Chiese e annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio, se voi non me lo impedite. Vi prego di non avere per me una benevolenza inopportuna. Lasciate che sia pasto delle belve per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio. Sono frumento di Dio e macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. 2. Piuttosto accarezzate le fiere perché diventino la mia tomba e nulla lascino del mio corpo ed io morto non pesi su nessuno. Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo. Pregate il Signore per me perché con quei mezzi sia vittima per Dio. 3. Non vi comando come Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato; essi erano liberi io a tuttora uno schiavo. Ma se soffro sarò affiancato in Gesù Cristo e risorgerò libero in lui. Ora incatenato imparo a non desiderare nulla.

Raggiungere il Cristo
   V,1. Dalla Siria sino a Roma combatto con le fiere, per terra e per mare, di notte e di giorno, legato a dieci leopardi, il manipolo dei soldati. Beneficati diventano peggiori. Per le loro malvagità mi alleno di più «ma non per questo sono giustificato». 2. Potessi gioire delle bestie per me preparate e m’auguro che mi si avventino subito. Le alletterò perché presto mi divorino e non succeda, come per alcuni, che intimorite non li toccarono. Se incerte non volessero, le costringerò. Perdonatemi, so quello che mi conviene. 3. Ora incomincio ad essere un discepolo. Nulla di visibile e di invisibile abbia invidia perché io raggiungo Gesù Cristo. Il fuoco, la croce, le belve, le lacerazioni, gli strappi, le slogature delle ossa, le mutilazioni delle membra, il pestaggio di tutto il corpo, i malvagi tormenti del diavolo vengano su di me, perché voglio solo trovare Gesù Cristo.

Imitare la passione del Cristo
   VI,1. Nulla mi gioverebbero le lusinghe del mondo e tutti i regni di questo secolo. È bello per me morire in Gesù Cristo più che regnare sino ai confini della terra. Cerco quello che è morto per noi; voglio quello che è risorto per noi. Il mio rinascere è vicino. 2. Perdonatevi fratelli. Non impedite che io viva, non vogliate che io muoia. Non abbandonate al mondo né seducete con la materia chi vuol essere di Dio. Lasciate che riceva la luce pura; là giunto sarò uomo. 3. Lasciate che io sia imitatore della passione del mio Dio. Se qualcuno l’ha in sé, comprenda quanto desidero e mi compatisca conoscendo ciò che mi opprime.

L’amore crocifisso
   VII,1. Il principe di questo mondo vuole rovinare e distruggere il mio proposito verso Dio. Nessuno di voi qui presenti lo assecondi. Siate piuttosto per me, cioè di Dio. Non parlate di Gesù Cristo, mentre desiderate il mondo. Non ci sia in voi gelosia. 2. Anche se vicino a voi vi supplico non ubbiditemi. Obbedite a quanto vi scrivo. Vivendo vi scrivo che bramo di morire. La mia passione umana è stata crocifissa, e non è in me un fuoco materiale. Un’acqua viva mi parla dentro e mi dice: qui al Padre. 3. Non mi attirano il nutrimento della corruzione e i piaceri di questa vita. Voglio il pane di Dio che è la carne di Gesù Cristo, della stirpe di David e come bevanda il suo sangue che è l’amore incorruttibile.

Scrivo secondo la mente di Dio
   VIII,1. Non voglio più vivere secondo gli uomini. Questo sarà se voi lo volete. Vogliatelo perché anche voi potreste essere voluti da Lui. Ve lo chiedo con poche parole. 2. Credetemi, Gesù Cristo vi farà vedere che io parlo sinceramente; egli è la bocca infallibile con la quale il Padre ha veramente parlato. 3. Chiedete per me che lo raggiunga. Non ho scritto secondo la carne, ma secondo la mente di Dio. Se soffro mi avete amato, se sono ricusato, mi avete odiato.

Congedo
   IX,1. Ricordatevi nella vostra preghiera della Chiesa di Siria che in mia vece ha Dio per pastore. Solo Gesù Cristo sorveglierà su di essa e la vostra carità. 2. Io mi vergogno di essere annoverato tra i suoi, non ne sono degno perché sono l’ultimo di loro e un aborto. Ma ho avuto la misericordia di essere qualcuno, se raggiungo Dio. 3. Il mio spirito vi saluta e la carità delle Chiese che mi hanno accolto nel nome di Gesù Cristo e non come un viandante. Infatti, pur non trovandosi sulla mia strada fisicamente mi hanno preceduto di città in città.
   X,1. Questo vi scrivo da Smirne per mezzo dei beatissimi efesini. Con me tra molti altri vi è Croco, nome a me caro. 2. Credo che voi conoscerete coloro che mi hanno preceduto dalla Siria a Roma nella gloria di Dio. Avvertiteli che sono vicino. Tutti sono degni di Dio e di voi: è bene che li confortiate in ogni cosa.

   Vi scrivo nove giorni prima delle calende di settembre. Siate forti sino alla fine nell’attesa di Gesù Cristo.

IL CARDINALE VAN THUAN TESTIMONE DELLA CROCE

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IL CARDINALE VAN THUAN TESTIMONE DELLA CROCE

Omelia di mons. Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, nella Messa di suffragio per il 10° Anniversario della morte del card. Van Thuan

ROMA, lunedì, 17 settembre 2012 (ZENIT.org) – Pubblichiamo il testo dell’Omelia pronunciata da mons. Mario Toso, S.D.B., segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, durante la Messa di suffragio per il 10° Anniversario della morte del card. Van Thuan, celebrata venerdì 14 settembre, nella sede del Dicastero di Roma.
***
Cari fratelli e sorelle,
il decimo anniversario della morte dell’amato Servo di Dio Cardinale Van Thuan – abbiamo ancora vivo il ricordo della sua tumulazione avvenuta pochi mesi fa in questa chiesa di Santa Maria della Scala – viene celebrato con questa Eucaristia nel giorno della festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Sono, poi, ormai prossimi il Sinodo del mese di ottobre dedicato alla nuova evangelizzazione e l’apertura dell’anno della Fede.
Non possiamo, allora, non riconoscere che quest’anno la memoria del Cardinale Van Thuan viene caratterizzata da riferimenti ecclesiali e pastorali particolarmente densi di significato.
La festa dell’Esaltazione della Santa Croce, in particolare, ci consente di ricordare il Cardinale Van Thuan come testimone eroico dell’amore di Gesù Cristo, di quell’amore totale e fedele che l’ha condotto a subire il supplizio riservato agli schiavi.
La Croce è il luogo ove Gesù Cristo ha mostrato l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e
la profondità del suo amore al Padre e all’umanità. Grazie ad un tale amore senza misure, e che sorpassa ogni conoscenza, Egli ha compiuto la volontà del Padre ed ha redento l’umanità arricchendola della capacità d’amare propria di Dio.
Il Servo di Dio Van Thuan, durante gli anni della dura prigionia, ha attinto forza dall’amore di Cristo crocifisso. Si è immerso in esso celebrando l’Eucaristia nel massimo dell’essenzialità, mosso da una fede ardente.
Ha voluto rappresentarsi un tale amore sofferente costruendo, pezzetto dopo pezzetto, la croce pettorale che, una volta liberato, portava appesa al collo, mostrandola a tutti, specie ai suoi connazionali profughi o emigrati come segno di speranza.
Nella sua predicazione citava sovente la preghiera liturgica: O Crux ave, spes unica: Ave o Croce, unica speranza nostra.
La Croce o, meglio, l’amore supremo di Gesù Cristo manifestato su di essa, è la speranza del mondo. Solo un tale amore redime e trasfigura le persone, porta prosperità piena ai popoli. Solo l’amore totale di Cristo per il Padre e per l’umanità, accolto e vissuto, può mettere in grado di rinascere dal punto di vista morale e di fondare la vita della città-polis sull’amore dell’altro, anziché sull’odio o sulla paura del proprio simile.
Mentre lavorava presso il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il Servo di Dio Card. Van Thuan ha continuato a guardare all’amore di Cristo crocifisso come a fonte primigenia del rinnovamento umanizzatore e liberatore della cultura, della politica, dell’economia, della finanza, della famiglia dei popoli, dei mass-media.
Noi tutti sappiamo che la nuova evangelizzazione si compie solo grazie a comunità o a christifideles laici che vivono una fede intensa. Una tale fede giunge a farsi nuova cultura e nuova prassi se pienamente accolta, interamente pensata, fedelmente vissuta, celebrata con un amore appassionato per Gesù Cristo.
Una nuova evangelizzazione introduce ed accompagna i credenti nella vita nuova di amore che Gesù Cristo mostra e realizza in forma vertice sulla Croce, affinché ne divengano annunciatori e testimoni.
Si dà, pertanto, un nesso stretto tra nuova evangelizzazione e la croce di Cristo. La
nuova evangelizzazione mira a far incontrare Gesù Cristo, a viverLo, a vivere il suo
amore crocifisso, amore fedele a Dio e all’uomo.
Il mondo d’oggi, specie quello europeo, che mostra i segni della scristianizzazione e di una fede affievolita, ha bisogno di una nuova evangelizzazione, di guardare alla croce di Cristo per essere guarito, come fecero gli Israeliti che, morsi mortalmente da “serpenti brucianti”, vennero sanati rivolgendo lo sguardo al serpente di bronzo, posto sull’asta da Mosè (cf Num 21, 4-9).
Attingendo all’amore di Cristo morto in croce è possibile vincere il veleno malefico di quei “serpenti brucianti” che, sul piano della vita interiore e spirituale, sono: il ritenersi padroni assoluti della verità, la volontà di dominio sugli altri, la carenza di fraternità, l’odio; e che, sul piano delle nuove ideologie, sono: il materialismo consumistico, il mercantilismo, la tecnocrazia.
Grazie all’amore oblativo di Cristo crocifisso che, come insegna Benedetto XVI nella Caritas in veritate, è amore pieno di verità, il cristianesimo mostrerà la pienezza della sua genialità, della sua forza ispiratrice di nuovi ethos e civiltà, e non sarà ritenuto semplice riserva di buoni sentimenti (cf Caritas in veritate , n. 4).
Partecipando all’Eucaristia odierna, nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce, lasciamoci attrarre entro il dinamismo trascendente dell’amore di Cristo che si fa,
in certo modo, “schiavo” di Dio e dell’umanità, facendo dono totale della sua vita, perché nessuno vada perduto. Guardiamo all’esempio del Card. Van Thuan che ne è divenuto insigne testimone.
La Croce su cui Gesù ha allargato le braccia, riunendo giudei e pagani in un solo popolo, ci aiuti ad essere, come il servo di Dio Van Thuan, annunciatori di unità e di pace.

O Crux ave, spes unica!

+ Mario Toso
Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace

29 agosto: Martirio di San Giovanni Battista – Dalla Lettera a Donato di san Cipriano di Cartagine.

http://www.certosini.info/lezion/Santi/29%20agosto%20martirio%20di%20S.%20Giovanni%20Battista.htm

29 AGOSTO: MARTIRIO DI SAN GIOVANNI BATTISTA

Dalla Lettera a Donato di san Cipriano di Cartagine.
Epist. I. ad Donatum, 3-6. 14 . PL 4,198-205. 220-221.

Un tempo io giacevo nelle tenebre di una notte buia; mi trovavo come sballottato sul mare del mondo che mi gettava in tutte le direzioni; incerto delle vie che mi si paravano innanzi, vagavo in balia di me stesso e non ero consapevole della mia vita.
Lontano dalla verità e dalla luce, ritenevo che fosse davvero difficile e duro, per i miei sentimenti di quel periodo, ciò che la misericordia di Dio mi pro­metteva per portarmi alla salvezza.
Reputavo fosse difficile poter nuovamente rinasce­re e deporre le abitudini precedenti, anche se il batte­simo nell’acqua della salvezza mi rinnovava a nuova vita. Stimavo ugualmente difficile che un uomo potesse cambiare la mente e l’animo senza mutare nel suo fisico.
Continuavo a dirmi: “Come sarà possibile una conversione così grande da liberarmi tutto ad un tratto da ciò che fin dalla nascita si solidificò come quando si colloca del materiale e lo si ammucchia in depositi? Come sarà possibile liberarmi di quelle abitudini che ho indebitamente contratte?”.
Spesso mi trovavo con questi pensieri. Ero legato dai moltissimi errori della mia vita passata e non crede­vo di potermene liberare. I vizi aderivano alla mia vita e io continuavo ad assecondarli. Non pensavo più di poter raggiungere i beni migliori; per questo favorivo ciò che mi nuoceva come se fosse qualcosa che ormai mi appartenesse e fosse cresciuto con me.
Ma sopraggiunse l’aiuto dell’acqua che rigenera. La corruzione della vita precedente venne cancellata e dall’alto si diffuse una luce nel mio cuore purificato e mondo. Ricevetti dal cielo lo Spirito e attraverso una seconda nascita diventai un uomo nuovo.
Dopo questo evento, ciò che era segnato dal dub­bio improvvisamente divenne, in modo che non saprei descrivere, una certezza; quello che era impenetrabile e pieno di tenebra mi apparve accessibile e luminoso.
Potevo raggiungere quello che prima mi sembrava assurdo e fare quello che finora ritenevo impossibile. Avevo così la possibilità di capire come fosse terreno l’uomo di prima, nato dalla carne e schiavo dei vizi.
Comprendevo che cominciava ad appartenere a Dio quello che lo Spirito Santo aveva già animato. Sai bene anche tu, e lo ammetti con me, ciò che questa morte del peccato, ciò che questa vita di virtù mi hanno rispettivamente tolto e donato. Lo sai e non insisto; è odioso lodare se stessi, anche se non può essere millanteria ma gratitudine ciò che attri­buiamo al dono di Dio e non alla nostra capacità umana. Infatti ammettiamo quale effetto della fede il non peccare, e quale effetto dell’errore umano il peccato.
È opera di Dio, lo ripeto, è opera di Dio tutto ciò che noi possiamo. Da lui abbiamo la vita e il vigo­re; grazie alla capacità che ci dona, possiamo pregusta­re qualcosa dei beni futuri, anche se siamo ancora su questa terra. Ci deve essere solo il timore come custode della nostra innocenza, perché il Signore, che si è riversato nei nostri cuori con il tocco della sua bontà e del suo perdono celeste, si fermi nel nostro animo, allietato dalla buona ospitalità delle nostre opere sante.
Se tu riesci a camminare con passo sicuro sulla via dell’innocenza e della salvezza, se tu, unito a Dio con tutte le forze e con tutto il cuore, rimani sempli­cemente quello che hai cominciato ad essere, ti sarà concessa possibilità di agire in proporzione di quanto crescerà in te la grazia dello Spirito.
Nell’usufruire dei doni di Dio non vi è nessuna misura o limite, come invece accade per i benefici terreni. Lo Spirito si effonde abbondante e non viene costretto da confini, non è obbligato entro limiti, non viene frenato in spazi circoscritti. Lo Spirito scaturisce senza posa, fluisce traboccando; occorre solo che il nostro cuore abbia sete e si apra.
Attingeremo l’abbondante grazia in proporzione della nostra capacità di fede. Dallo Spirito scende a noi la possibilità di vivere una vita sobria e casta, di avere sinceri pensieri e una parola altrettanto since­ra. Grazie allo Spirito possiamo superare vittoriosi i mortali veleni quando veniamo colpiti; da lui abbiamo la capacità di ritornare in salute e di eliminare le brutture del nostro animo quando sbagliamo.
È lo Spirito che ci permette di far diventare paci­fici coloro che sono sconvolti dall’ira e dall’odio e di ridurre i violenti a mitezza. È lo Spirito che ci dona la forza di minacciare e umiliare gli spiriti immondi che si aggirano intorno e penetrano negli uomini per corromperli. Con lo Spirito possiamo sferzare terribilmente questi spiriti e costrin­gerli ad andarsene o abbatterli mentre oppongono resistenza, lamenti e gemiti, aumentandone le sofferen­ze. Con lo stesso Spirito li flagelliamo e li tormentiamo con il fuoco. È una battaglia che si combatte e non si vede: i colpi sono invisibili ma la pena è manifesta.
Lo Spirito che abbiamo ricevuto agisce con la sua potenza, perché noi partecipiamo ad una vita nuova. Non abbiamo però ancora cambiato il corpo e le mem­bra; per questo la vista umana resta ancora nel buio, perché il sensibile si frappone come una nube.
Che potenza spirituale, che forza è questa! Non solo sottrarsi ai contatti perniciosi del mondo, ma non lasciarsi più contagiare dalla corruttela del nemico che rinnova i suoi assalti, purificati come siamo. L’ani­mo si rinvigorisce e si rinsalda nelle proprie forze tanto da dominare imperiosamente tutto l’esercito del nemico che viene all’assalto.
Perché gli effetti della presenza divina ti appaiano più luminosi, cercherò di illuminarti svelandoti la veri­tà. Dopo aver dissipato la caligine del male, ti mostrerò le tenebre che avvolgono il mondo.
Immagina di essere sollevato su una delle cime più alte di un monte scosceso e di osservare da lassù le cose che si estendono ai tuoi piedi. Gira lo sguardo in diverse direzioni e contempla il turbinare che scon­volge il mondo, mentre tu sei libero da ogni contatto terreno.
Avrai allora compassione per questo mondo e maggiormente consapevole della tua situazione, ne sarai tanto più riconoscente a Dio e con gioia più viva lo ringrazierai di esserne scampato. Osserva: le strade sono infestate da rapinatori, i pirati percorrono i mari, dappertutto l’orrore del sangue sparso e dei campi di guerra. Il mondo gronda di sangue fraterno: l’omici­dio, considerato un delitto quando è commesso dai singoli, diventa virtù se compiuto in nome dello stato! A questo livello, l’impunità non è garantita dall’innocen­za, ma dall’atrocità della ferocia.
Esiste una sola tranquillità certa e serena, una sola sicurezza stabile su cui si possa contare: quella di chi si ritrae dal turbinio di questo mondo inquieto e, gettata per sempre l’ancora nel porto della salvezza, eleva lo sguardo dalla terra verso il cielo. Ammesso a godere del tesoro divino, tale uomo è ormai interiormente ac­canto al suo Dio. Si vanta di non avere più occhi per le cose terrene che ad altri appaiono grandi e sublimi.
Chi è superiore al mondo non può ormai attendere o desiderare qualcosa dalla società mondana. Essere sciolto dai lacci del mondo circostante, purificato dalla feccia terrena sotto la luce dell’eterna immortali­tà, significa avere garantita una protezione continua e irreversibile e il sostegno celeste per giungere ai beni eterni.
Allora ci si rende conto fino a che punto il nemico con i suoi attacchi tramava insidiosamente a nostra rovina. Così siamo spinti ad amare quel che saremo, tanto più che ci è possibile conoscere e condannare quello che eravamo. Non abbiamo bisogno per questo di denaro, di raggiri e di forza, come se si trattasse di procurarci una grandissima dignità. E’ dono di Dio gratuito e facile. Come spontaneamente il sole diffonde i suoi raggi, il giorno porta la luce, la fonte zampilla d’acqua, la pioggia irrora la terra, così lo Spirito celeste si diffonde in noi.
Dopo che l’uomo si è rivolto verso il cielo e ha conosciuto il suo Creatore, si innalza sopra il sole e ogni potenza terrena, cominciando ad essere ciò che sa di essere.

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10 AGOSTO: IL MARTIRIO DI SAN LORENZO NEL RACCONTO DI AMBROGIO

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10 AGOSTO: IL MARTIRIO DI SAN LORENZO NEL RACCONTO DI AMBROGIO

San Lorenzo appare specialmente caro a sant’Ambrogio: come gli apostoli Pietro e Paolo, l’arcidiacono di Papa Sisto ii, martire nella persecuzione di Valeriano nel 258, gli richiamava la sua Chiesa d’origine, con la sua fede: la « fede romana » (romana fides). Ma il santo era anche particolarmente venerato nella sua famiglia. Ambrogio ricorda che a lui si era raccomandato il fratello Satiro prima di mettersi in viaggio per la Sicilia e l’Africa: « Con le tue preghiere al santo martire Lorenzo avevi ottenuto di metterti in viaggio ».
Il suo richiamo, con le circostanze della sua passio, torna soprattutto nel De officiis, come a volerlo porre a modello del suo clero, specialmente per l’amore ai poveri, ai quali vanno destinati e distribuiti l’oro e il patrimonio della Chiesa. Parlando della fortezza dei martiri scrive: « Non trascuriamo san Lorenzo, che, vedendo il suo vescovo Sisto condotto al martirio, cominciò a piangere non perché quello era condotto a morire, ma perché egli doveva sopravvivergli. Cominciò dunque a dirgli a gran voce: « Dove vai, padre, senza tuo figlio? Dove ti affretti, o santo vescovo, senza il tuo diacono ». (…) Allora Sisto gli rispose: « Non ti lascio, non ti abbandono, o figlio; ma ti sono riservate prove più difficili. A noi, perché vecchi, è stato assegnato il percorso di una gara più facile; a te, perché giovane, è destinato un più glorioso trionfo sul tiranno. Presto verrai, cessa di piangere: fra tre giorni mi seguirai. (…) Perché mi chiedi di condividere il mio martirio? Te ne lascio l’intera eredità »".
E continuava, ricordando i particolari della morte, con la battuta di spirito arguta e raccapricciante del martire, che arrostiva sui tizzoni ardenti: « Nessun desiderio spingeva san Lorenzo, se non quello d’immolarsi per il Signore. E anch’egli, tre giorni dopo, mentre, beffato il tiranno, veniva bruciato su una graticola: « Questa parte è cotta, disse, volta e mangia ». Così, con la sua forza d’animo, vinceva l’ardore del fuoco ».
E anche la beffa di Lorenzo al persecutore è menzionata nel De officiis: « A chi gli chiedeva i tesori della Chiesa il santo martire Lorenzo promise di mostrarli. Il giorno seguente condusse i poveri. Interrogato dove fossero i tesori promessi, indicò i poveri dicendo: « Questi sono i tesori della Chiesa ». (…) Tali tesori mostrò Lorenzo e vinse, perché nemmeno il persecutore poté sottrarglieli ».
Anche per questo inno Ambrogio raccoglie i dati sparsi nella sua prosa e li compone a formare un insieme poetico stupendo, dove il racconto si fonde con l’ispirazione e l’emozione con la scenografia, e da cui spicca la figura vigorosa e affascinante dell’intrepido e ironico diacono che la Chiesa di Roma venera con ammirazione e tenerezza, e al quale si sente legatissima, come al suo speciale patrono, con gli apostoli romani Pietro e Paolo.
L’autenticità dell’inno, più volte citato da Agostino, appare indubbia: « Lo stile grafico di Ambrogio, – osserva il Biraghi – la somiglianza di frasi, certi vocaboli tutti suoi, varie voci da legale, i passi paralleli ad altri delle Opere, tutto ci rivela a chiare note l’origine Ambrosiana ».
L’inizio dell’inno è una prima grande esaltazione del diacono di Sisto, quasi equiparato a Pietro e Paolo, e insignito della gloria eterna del martirio dalla fede feconda della Chiesa che risiede in Roma: « Lorenzo, l’arcidiacono, / pari quasi agli apostoli (apostolorum supparem), / la fede romana (fides romana) ha immortalato / con la corona propria dei martiri ».
E questa corona gli è preannunciata assai vicina da Papa Sisto, che – come scrive Ambrogio – lo aveva fatto suo amministratore e « partecipe della celebrazione dei sacri misteri », e che ora lo precede sulla via del sacrificio: « Mentre seguiva il martire Sisto, / un responso profetico ne ottenne: / « Cessa, figlio, d’affliggerti: / mi seguirai fra tre giorni »".
Lorenzo riceve, così, in eredità il sangue stesso versato da Papa Sisto, e quindi una garanzia sicura – siglata dalla promessa e suggellata dal sangue – del proprio destino, anticipato e rimirato, con animo intrepido e compassionevole, nel martirio del proprio vescovo: « Non atterrì il supplizio / il designato erede di quel sangue, / che con occhio pietoso anzi contempla / la sorte che sarà sua ». Nel sacrificio del suo Pontefice l’arcidiacono inizia la propria immolazione: « Già in quel martirio il martire trionfa, / successore legittimo: / tiene un impegno siglato / dalla voce e dal sangue ».
Commenta il Biraghi: « Non atterrito dalla profezia di morte, ma lieto di dover essere erede del di lui sangue, stette osservando con fermo e divoto sguardo quel supplizio che doveva tra poco subire egli pure. Anzi col cuore già egli pure fe’ il sacrificio insieme con Sisto, e con lui già trionfò, egli erede, egli successore a pari condizioni, egli che già ne aveva il codicillo (syngrapham) fatto di voce e col sangue di Sisto ».
In questi versi limpidi e icastici viene mirabilmente delineata, in tutta la sua suggestione e la sua forza, la figura commovente e vigorosa di san Lorenzo, che continuerà a suscitare ammirazione e tenerezza in tutte Chiese, dove il suo culto sarà assai diffuso e vivo. E ne è un segno la Chiesa di Milano, per la quale stende l’inno Ambrogio, che del martire romano vi ha portato o certamente incrementato la memoria. « Milano fin dal principio del secolo v ebbe una chiesa in onore di san Lorenzo, che fu una delle più celebri » (Biraghi).
Viene poi volto in poesia l’episodio dei « tesori della Chiesa » (thesauri Ecclesiae), come li denomina sant’Ambrogio, e il particolare dell’inganno tramato da Lorenzo, che li presenta argutamente al persecutore. Il tutto sarà raccolto largamente nella tradizione della Chiesa, dove contribuirà a illustrare ciò che in essa si trova di più pregevole e di più caro – i poveri – e insieme a raffigurare nell’ »erede del martirio » di Papa Sisto l’icona della diaconia a servizio dei poveri: « Dopo tre giorni gli impongono / di consegnare i tesori ecclesiali (census sacratos); / docilmente promette, non rifiuta, / aggiungendo una beffa alla vittoria ».
L’ispirazione del poeta indugia a descrivere e a destare meraviglia per l’incantevole visione di questi tesori della Chiesa, dei quali al suo clero aveva detto: « Quali tesori più preziosi ha Cristo di quelli nei quali ha detto di trovarsi? »; « Sono veramente tesori quelli in cui c’è Cristo, in cui c’è la fede di Cristo ». Recitano i versi: « Che spettacolo splendido! (spectaculum pulcherrimum!) / Raduna le schiere dei poveri / ed esclama, quei miseri additando: / « Eccovi le ricchezze della Chiesa! » // Certo, vere e perenni ricchezze / son dei fedeli i poveri ».
Sennonché, all’irrisione canzonatoria e smaliziata di Lorenzo, segue la rivalsa del tiranno: « Ma la derisa avidità si rode/ e la vendetta con le fiamme appresta ». Ambrogio aveva scritto: « Per la singolare accortezza della sua preveggenza, Lorenzo ottenne la ricca corona del martirio ».
E, finalmente, il compimento del desiderio di Lorenzo, come lo chiama ancora il vescovo di Milano, di « immolarsi per il Signore ». Ossia quella consumazione del martirio sulla graticola, che tanto profondamente è rimasta impressa nell’animo e nella rappresentazione agiografica della Chiesa, anche per la richiesta impressionante e canzonatoria rivolta al tiranno, scottato dal fuoco da lui stesso acceso, di essere rigirato in vista di una cottura accurata e pronta per una idonea consumazione: « Però si ustiona da sé il carnefice / e fugge dalla sua vampa. / « Giratemi », invita il martire, / « e, se è a punto, mangiate »".
Mettendo in versi per la preghiera e il canto dei suoi fedeli milanesi, quest’altro « miracolo della fortezza cristiana » (Biraghi), nato dalla « fede romana », come la martire Agnese, Ambrogio ha soddisfatto la sua devozione personale verso san Lorenzo; ha esaltato, una volta ancora, la fecondità e la pietà della sua Chiesa d’origine, con la quale coltivò sempre un intimo legame e un affettuoso ricordo; e ha suscitato e rinvigorito nella Chiesa, che Dio gli aveva affidato tanto inaspettatamente, una più accesa devozione per l’eroico e vittorioso arcidiacono di Sisto.

(©L’Osservatore Romano – 10 agosto 2008)

SANTA MESSA PER LA CANONIZZAZIONE DI EDITH STEIN – GIOVANNI PAOLO II – (cfr Gal 6,14)

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1998/documents/hf_jp-ii_hom_11101998_stein_it.html

SANTA MESSA PER LA CANONIZZAZIONE DI EDITH STEIN

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 11 ottobre 1998

1. Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo (cfr Gal 6,14).

Le parole di San Paolo ai Galati, che poc’anzi abbiamo ascoltato, ben si addicono all’esperienza umana e spirituale di Teresa Benedetta della Croce, che oggi solennemente viene iscritta nell’albo dei santi. Anche lei può ripetere con l’Apostolo: Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo.
La croce di Cristo! Nella sua costante fioritura l’albero della Croce porta sempre rinnovati frutti di salvezza. Per questo, alla Croce guardano fiduciosi i credenti, traendo dal suo mistero di amore coraggio e vigore per camminare fedeli sulle orme di Cristo crocifisso e risorto. Il messaggio della Croce è così entrato nel cuore di tanti uomini e di tante donne cambiandone l’esistenza.
Un esempio eloquente di questo straordinario rinnovamento interiore è la vicenda spirituale di Edith Stein. Una giovane donna in cerca della verità, grazie al lavorio silenzioso della grazia divina, è diventata una santa ed una martire: è Teresa Benedetta della Croce, che quest’oggi dal cielo ripete a tutti noi le parole che hanno segnato la sua esistenza: « Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce di Gesù Cristo ».
2. Il primo maggio 1987, nel corso della mia visita pastorale in Germania, ho avuto la gioia di proclamare Beata, nella città di Colonia, questa generosa testimone della fede. Oggi, a undici anni di distanza, qui a Roma, in Piazza San Pietro, mi è dato di presentare solennemente come Santa davanti a tutto il mondo questa eminente figlia d’Israele e figlia fedele della Chiesa.
Come allora, così quest’oggi ci inchiniamo dinanzi alla memoria di Edith Stein, proclamando l’invitta testimonianza da lei resa durante la vita e soprattutto con la morte. Accanto a Teresa d’Avila ed a Teresa di Lisieux, quest’altra Teresa va a collocarsi fra lo stuolo di santi e sante che fanno onore all’Ordine carmelitano.
Carissimi Fratelli e Sorelle, che siete convenuti per questa solenne celebrazione, rendiamo gloria a Dio per l’opera da lui compiuta in Edith Stein.
3. Saluto i numerosi pellegrini venuti a Roma, con un particolare pensiero per i membri della famiglia Stein, che hanno voluto essere con noi per questa lieta circostanza. Un saluto cordiale va anche alla rappresentanza della Comunità carmelitana, la quale è diventata la « seconda famiglia » per Teresa Benedetta della Croce.

Rivolgo, poi, il mio benvenuto alla delegazione ufficiale della Repubblica Federale di Germania, guidata del Cancelliere Federale uscente, Helmut Kohl, che saluto con deferente cordialità. Saluto, inoltre, i rappresentanti dei Länder Nordrhein-Westfalen e Rheinland-Pfalz, come anche il Primo Sindaco della Città di Colonia.
Anche dalla mia patria è venuta una delegazione ufficiale guidata dal Primo Ministro Jerzy Buzek. Rivolgo ad essa un cordiale saluto.
Una speciale menzione voglio poi riservare ai pellegrini delle diocesi di Breslavia (Wroclaw), di Colonia, Münster, Spira, Kraków e Bielsko-Zywiec, presenti con i loro Vescovi e sacerdoti. Essi si uniscono alla numerosa schiera di fedeli venuti dalla Germania, dagli Stati Uniti d’America e dalla mia patria, la Polonia.
4. Cari Fratelli e Sorelle! Perché ebrea, Edith Stein fu deportata insieme con la sorella Rosa e molti altri ebrei dei Paesi Bassi nel campo di concentramento di Auschwitz, ove insieme con loro trovò la morte nelle camere a gas. Di tutti facciamo oggi memoria con profondo rispetto. Pochi giorni prima della sua deportazione la religiosa, a chi le offriva di fare qualcosa per salvarle la vita, aveva risposto: « Non lo fate! Perché io dovrei essere esclusa? La giustizia non sta forse nel fatto che io non tragga vantaggio dal mio battesimo? Se non posso condividere la sorte dei miei fratelli e sorelle, la mia vita è in un certo senso distrutta ».
Nel celebrare d’ora in poi la memoria della nuova Santa, non potremo non ricordare di anno in anno anche la Shoah, quel piano efferato di eliminazione di un popolo, che costò la vita a milioni di fratelli e sorelle ebrei. Il Signore faccia brillare il suo volto su di loro e conceda loro la pace (cfr Nm 6,25 s.).
Per amor di Dio e dell’uomo ancora una volta io levo un grido accorato: mai più si ripeta una simile iniziativa criminale per nessun gruppo etnico, nessun popolo, nessuna razza, in nessun angolo della terra! E’ un grido che rivolgo a tutti gli uomini e le donne di buona volontà; a tutti coloro che credono all’eterno e giusto Iddio; a tutti coloro che si sentono uniti in Cristo, Verbo di Dio incarnato. Tutti dobbiamo trovarci in questo solidali: è in gioco la dignità umana. Esiste una sola famiglia umana. Questo ha ribadito la nuova Santa con grande insistenza: « Il nostro amore verso il prossimo – scriveva – è la misura del nostro amore a Dio. Per i cristiani – e non solo per loro – nessuno è «straniero». L’amore di Cristo non conosce frontiere ».
5. Cari Fratelli e Sorelle! L’amore di Cristo fu il fuoco che incendiò la vita di Teresa Benedetta della Croce. Prima ancora di rendersene conto, essa ne fu completamente catturata. All’inizio il suo ideale fu la libertà. Per lungo tempo Edith Stein visse l’esperienza della ricerca. La sua mente non si stancò di investigare ed il suo cuore di sperare. Percorse il cammino arduo della filosofia con ardore appassionato ed alla fine fu premiata: conquistò la verità, anzi ne fu conquistata. Scoprì, infatti, che la verità aveva un nome: Gesù Cristo, e da quel momento il Verbo incarnato fu tutto per lei. Guardando da carmelitana a questo periodo della sua vita, scrisse ad una benedettina: « Chi cerca la verità, consapevolmente o inconsapevolmente cerca Dio ».
Pur essendo stata educata nella religione ebraica dalla madre, Edith Stein a quattordici anni « si era consapevolmente e di proposito disabituata alla preghiera ». Voleva contare solo su se stessa, preoccupata di affermare la propria libertà nelle scelte della vita. Alla fine del lungo cammino le fu dato di giungere ad una constatazione sorprendente: solo chi si lega all’amore di Cristo diventa veramente libero.
L’esperienza di questa donna, che ha affrontato le sfide di un secolo travagliato come il nostro, diventa esemplare per noi: il mondo moderno ostenta la porta allettante del permissivismo, ignorando la porta stretta del discernimento e della rinuncia. Mi rivolgo specialmente a voi, giovani cristiani, in particolare ai numerosi ministranti convenuti in questi giorni a Roma: guardatevi del concepire la vostra vita come una porta aperta a tutte le scelte! Ascoltate la voce del vostro cuore! Non restate alla superficie, ma andate al fondo delle cose! E quando sarà il momento, abbiate il coraggio di decidervi! Il Signore attende che voi mettiate la vostra libertà nelle sue mani misericordiose.
6. Santa Teresa Benedetta della Croce giunse a capire che l’amore di Cristo e la libertà dell’uomo s’intrecciano, perché l’amore e la verità hanno un intrinseco rapporto. La ricerca della verità e la sua traduzione nell’amore non le apparvero in contrasto; essa, anzi, capì che si richiamavano a vicenda.
Nel nostro tempo la verità viene scambiata spesso con l’opinione della maggioranza. Inoltre è diffusa la convinzione che ci si debba servire della verità anche contro l’amore o viceversa. Ma la verità e l’amore hanno bisogno l’una dell’altro. Suor Teresa Benedetta ne è testimone. La « martire per amore », che donò la sua vita per gli amici, non si fece superare da nessuno nell’amore. Allo stesso tempo ella cercò con tutta se stessa la verità, della quale scriveva: « Nessuna opera spirituale viene al mondo senza grandi travagli. Essa sfida sempre l’uomo intero ».
Suor Teresa Benedetta della Croce dice a noi tutti: Non accettate nulla come verità che sia privo di amore. E non accettate nulla come amore che sia privo di verità! L’uno senza l’altra diventa una menzogna distruttiva.
7. La nuova Santa ci insegna, infine, che l’amore per Cristo passa attraverso il dolore. Chi ama davvero non si arresta di fronte alla prospettiva della sofferenza: accetta la comunione nel dolore con la persona amata.
Consapevole di ciò che comportava la sua origine ebraica, Edith Stein ebbe al riguardo parole eloquenti: « Sotto la croce ho compreso la sorte del popolo di Dio… Infatti, oggi conosco molto meglio ciò che significa essere la sposa del Signore nel segno della Croce. Ma poiché è un mistero, con la sola ragione non potrà mai essere compreso ».
Il mistero della Croce pian piano avvolse tutta la sua vita, fino a spingerla verso l’offerta suprema. Come sposa sulla Croce, Suor Teresa Benedetta non scrisse soltanto pagine profonde sulla « scienza della croce », ma fece fino in fondo il cammino alla scuola della Croce. Molti nostri contemporanei vorrebbero far tacere la Croce. Ma niente è più eloquente della Croce messa a tacere! Il vero messaggio del dolore è una lezione d’amore. L’amore rende fecondo il dolore e il dolore approfondisce l’amore.
Attraverso l’esperienza della Croce, Edith Stein poté aprirsi un varco verso un nuovo incontro col Dio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Fede e croce le si rivelarono inseparabili. Maturata alla scuola della Croce, ella scoprì le radici alle quali era collegato l’albero della propria vita. Capì che era molto importante per lei « essere figlia del popolo eletto e di appartenere a Cristo non solo spiritualmente, ma anche per un legame di sangue ».

8. « Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità » (Gv 4,24).

Carissimi Fratelli e Sorelle, con queste parole il divino Maestro s’intrattenne con la Samaritana presso il pozzo di Giacobbe. Quanto egli donò alla sua occasionale ma attenta interlocutrice lo troviamo presente anche nella vita di Edith Stein, nella sua « salita al Monte Carmelo ». La profondità del mistero divino le si rese percettibile nel silenzio della contemplazione. Man mano che, lungo la sua esistenza, essa maturava nella conoscenza di Dio, adorandolo in spirito e verità, sperimentava sempre più chiaramente la sua specifica vocazione a salire sulla Croce con Cristo, ad abbracciarla con serenità e fiducia, ad amarla seguendo le orme del suo diletto Sposo: Santa Teresa Benedetta della Croce ci viene additata oggi come modello a cui ispirarci e come protettrice a cui ricorrere.
Rendiamo grazie a Dio per questo dono. La nuova Santa sia per noi un esempio nel nostro impegno a servizio della libertà, nella nostra ricerca della verità. La sua testimonianza valga a rendere sempre più saldo il ponte della reciproca comprensione tra ebrei e cristiani.

Tu, Santa Teresa Benedetta della Croce, prega per noi! Amen.

26 giugno: Santi Giovanni e Paolo Martiri di Roma

http://www.santiebeati.it/dettaglio/59500

Santi Giovanni e Paolo Martiri di Roma

26 giugno

† Roma, 26 giugno 362

I santi Giovanni e Paolo, vissuti nel IV secolo, furono fratelli di fede oltre che di fatto. Le informazioni su di loro sono discordanti e risalgono soprattutto ad una « Passio » in parte leggendaria: Essi sarebbero stati due cristiani ricchi e particolarmente caritatevoli, che Giuliano l’Apostata avrebbe condannato ad essere decapitati e sepolti sotto la loro abitazione. Sembra però che il martirio di Giovanni e Paolo potrebbe essere avvenuto almeno 50 anni prima, all’epoca di Diocleziano, perché le persecuzioni di Giuliano avvenendo in Oriente. Ad ogni modo, sotto la basilica Celimontana a loro dedicata sono stati ritrovati resti di una villa romana abitata da cristiani, con il piccolo vano della « confessio » che reca affreschi di scene di martirio, sotto cui c’è una fossa per il seppellimento di due corpi.

Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall’ebraico
Paolo = picc

Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Roma commemorazione dei santi Giovanni e Paolo, al cui nome è dedicata la basilica sul monte Celio lungo il clivo di Scauro nella proprietà del senatore Pammachio.

Sui due santi martiri romani, che è bene chiarire non sono gli omonimi apostoli, si è aperta da parte degli studiosi una controversia sulla data del loro martirio, effettivamente avvenuto a Roma. Giacché la questione è rimasta irrisolta, non resta altro da fare che seguire la “passio” antica, giunta fino a noi e poi alla fine segnalare le contraddizioni riscontrate da alcuni studiosi.
Giovanni e Paolo, fratelli di sangue e di fede cristiana, sono presentati in tre recensioni consecutive della ‘passio’, che risale al IV secolo, prima come maggiordomo e primicerio di Costantina, figlia di Costantino imperatore; poi come soldati del generale Gallicano, al quale suggerirono un voto, che ottenne la vittoria dell’esercito sugli Sciti infine sono citati come privati cittadini, nella loro casa al Celio, molto munifici di elemosine ed aiuti, con i beni ricevuti da Costantina.
Quando nel 361 salì al trono imperiale Giuliano, detto poi l’Apostata (331-363), questi avendo deciso di ripristinare il culto pagano, dopo aver rinnegato il cristianesimo, cercò di convincerli alle sue idee restauratrici, invitandoli a tornare a corte, per collaborare al progetto.
I due fratelli (che dovevano godere di molta considerazione a Roma) rifiutarono l’invito e Giuliano mandò loro il capo delle guardie Terenziano, con l’intimazione di adorare l’idolo di Giove; persistendo il loro rifiuto, essi vennero sequestrati in casa per una decina di giorni, affinché riflettessero sulle conseguenze del loro rifiuto.
Continua la ‘passio’: il prete Crispo informato del fatto, si recò con due cristiani Crispiniano e Benedetta, a visitarli, portando loro la S. Comunione e il loro conforto. Trascorsi i dieci giorni, il comandante Terenziano, ritornò nella loro casa e dopo tre ore di inutili minacce e lusinghe, li fece decapitare e seppellire in una fossa scavata nella stessa casa, spargendo la voce che erano stati esiliati; era il 26 giugno 362.
Il prete Crispo ed i suoi compagni Crispiniano e Benedetta, avvertiti da una visione si recarono sulla loro tomba a pregare, ma qui vennero sorpresi e uccisi anche loro. Dopo la loro morte il figlio di Terenziano, cadde in preda ad un’ossessione e urlava che Giovanni e Paolo lo tormentavano, il padre con grande preoccupazione, lo condusse sulla tomba dei due martiri, dove il ragazzo ottenne la guarigione.
Il prodigio fece si che si convertissero entrambi e poi vennero anch’essi in seguito martirizzati. Il successore di Giuliano l’Apostata, l’imperatore Gioviano (363-364), abrogò la persecuzione contro i cristiani e diede incarico al senatore Bizante, di ricercare i corpi dei due fratelli e una volta trovati, fece erigere dallo stesso senatore e dal figlio Pannachio, una basilica sopra la loro casa.
Fin qui il racconto della ‘passio’; sul sepolcro costituito da una tomba a “due piazze”, venne eretto il piccolo vano della ‘confessio’ che ancora conserva antichi affreschi narranti il martirio; il tutto conglobato in una basilica detta Celimontana, che si affaccia tra archi medioevali e contrafforti, sul famoso Clivio di Scauro.
Essa fu più volte ristrutturata e modificata e dove le reliquie nel 1588, furono traslate dalla primitiva sepoltura; nel 1677 esse furono collocate sotto l’altare maggiore e infine nel 1725 il cardinale Paolucci le fece racchiudere in un’urna di porfido, ricavata da un’antica vasca termale, che ancora oggi forma la base dell’altare.
Effettivamente sotto la chiesa si è scoperta nel 1887 una casa romana a due piani con affreschi e fregi; il loro culto antichissimo è testimoniato da innumerevoli citazioni in Canoni sia romani che ambrosiani; in vari ‘Martirologi’ e Sacramentari; orazioni e prefazi a loro dedicati; epigrafi marmoree; un monastero fondato da s. Gregorio I Magno (535-604) e intitolato ai due martiri; un’altra chiesa eretta sul Gianicolo era pure a loro dedicata; a Ravenna sono raffigurati nel mosaico di S. Apollinare Nuovo.
È indubbio il culto ufficiale che sempre ricevettero nei secoli; come pure, secondo il racconto della ‘passio’, si giustifica la presenza di un sepolcro in una casa al centro di Roma, quando i luoghi delle esecuzioni ed i cimiteri, erano posti alla periferia della città.
Le opposizioni degli studiosi si basano sul fatto storico che la persecuzione di Giuliano l’Apostata, non fece vittime a Roma, ma solo in Oriente dove risiedeva; quindi si è propensi a spostare la loro vicenda sotto l’impero di Diocleziano (243-313); a volte sono stati confusi con altri santi martiri come Gioventino e Massimino.
A conclusione si può comunque ipotizzare che l’antica ‘passio’, che è quasi contemporanea, non narri il falso, perché se è vero, che non vi furono vittime ufficiali romane, durante la persecuzione di Giuliano l’Apostata, nulla toglie che qualche martire ci sia stato a Roma ma tenuto nascosto, come nel caso di Giovanni e Paolo, che furono sotterrati nella loro stessa casa, senza far sapere ai romani la loro sorte.
Non bisogna dimenticare che i cristiani con Costantino, avevano ottenuto libertà di culto, lo stesso Giuliano aveva inizialmente emanato un “Editto di tolleranza”, e quindi il popolo non era disposto a ritornare indietro sulla pace e libertà raggiunta.
I lavori archeologici effettuati e gli studi pubblicati, sugli scavi sotto la Basilica Celimontana dei santi Giovanni e Paolo, dal valente studioso ed archeologo il passionista padre Germano di S. Stanislao (Vincenzo Ruoppolo) morto nel 1909 e completati da altri studiosi, in effetti confermano il racconto della ‘passio’ con la scoperta della casa romana, di cui probabilmente i due fratelli martiri erano proprietari e sulla quale fu eretta la basilica posta nell’omonima piazza.

Autore: Antonio Borrelli

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In cammino verso un martirologio comune – Se l’ecumenismo riparte dai martiri (2009)

http://www.missionline.org/index.php?l=it&art=1031

01/03/2009  

In cammino verso un martirologio comune

Se l’ecumenismo riparte dai martiri

di Gerolamo Fazzini
Come riappropriarsi di una memoria condivisa dei testimoni della fede? Rappresentanti di tutte le Chiese ne hanno discusso insieme a Bose

«LA COMMEMORAZIONE ecumenica dei martiri? L’argomento non è mai stato approfondito. Forse l’idea stessa di un martirologio comune è troppo avanzata allo stato attuale, viste le differenze di opinione. Tuttavia esistono molte altre opportunità». In queste parole del liturgista Keith Pecklers è sintetizzato il cammino – promettente benché irto di difficoltà – che un drappello di esponenti di varie Chiese cristiane, da tempo va compiendo con l’obiettivo di valorizzare in chiave ecumenica le testimonianze dei martiri. Un cammino particolarmente significativo in un momento come l’attuale, in cui l’ecumenismo ufficiale segna il passo. Basti pensare alle controversie in seno alla Chiesa cattolica sulla scomunica revocata ai vescovi lefebvriani, alla complessa transizione che sta vivendo la Chiesa ortodossa russa, ora affidata alla guida del patriarca Kirill dopo la lunga stagione di Alessio II, alle tensioni interne alle Chiese protestanti….
«Ripartire dai martiri», dunque, come profeticamente chiese Giovanni Paolo II nella celebrazione ecumenica del 7 maggio 2000. Recuperare una memoria condivisa, «purificata». Tornare ad attingere a un patrimonio di fede vissuta genuinamente nel segno del Vangelo, al di là e prima delle distinzioni confessionali. Con questi obiettivi, una quarantina di esperti – in rappresentanza delle diverse confessioni, provenienti da tutt’Europa e non solo (Brasile, Corea, Sudafrica..) – si sono radunati a Bose, a fine ottobre-inizio novembre, su iniziativa del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) e della comunità monastica guidata da Enzo Bianchi.
Il titolo dell’incontro, «Una nube di testimoni», esprime la scelta precisa degli organizzatori di concentrare l’attenzione sul martire in un significato «originario e più ampio», come colui che «semplicemente, come Cristo, testimonia la verità del Vangelo fino alla fine». In questo senso, si legge nel Messaggio finale indirizzato alle Chiese, «coloro che possono essere definiti “eroi della fede”, coloro che hanno testimoniato Cristo con la loro vita anche senza andare incontro a morte violenta sono anch’essi certamente inclusi nella “grande nube” – la comunione dei santi – sia che i loro nomi siano noti o ignoti».
L’intuizione di fondo del simposio si colloca sulla scia di una riflessione avviata a Bangalore nel lontano 1979 dalla Commissione Fede e Costituzione del Cec, volta a redigere un elenco di santi e martiri che fosse ecumenico, ossia condiviso dalle diverse Chiese. Un’idea tanto pionieristica e profetica quanto poco coltivata negli anni successivi, tanto che Mary Tanner, autorevole esponente della Chiesa anglicana, ha definito «quasi frustrante» il tentativo di tracciare un bilancio di quell’intuizione guardando ai documenti prodotti nell’arco dell’ultimo trentennio dal Cec.
Eppure oggi «cresce la consapevolezza che molti testimoni contemporanei della fede cristiana non appartengono solo a singoli gruppi confessionali ma, come nei primi secoli del cristianesimo, sono fonte di ispirazione per tutte le Chiese. E che rilevanti testimonianze di fede del passato non appartengono più in via esclusiva alla confessione nella quale si erano formate, ma costituiscono l’eredità comune dell’unica Chiesa di Cristo».
Del resto, come ha sottolineato il priore di Bose, Enzo Bianchi, il fascino dei martiri rimane intatto. Perché rimanda alla radicalità propria della scelta autenticamente evangelica: «Il martirio e la morte violenta sono il sigillo per eccellenza della missione profetica». Già, perché il valore della testimonianza del martire non è legato alla violenza subìta («ciò che rende martiri non è il supplizio, ma la causa della morte», ha ricordato Bianchi citando Agostino), ma al dono totale di sé, sulle orme del Cristo.

ANCHE IL PRIMATE anglicano Rowan Williams, nel messaggio inviato, ha spiegato come – al di là delle diversità confessionali – si possa identificare un riferimento comune quando si parla di santità. «La persona che le Chiese riconoscono come un santo sarà colui che mostra ciò che è vero per tutti i cristiani, colui che offre una definizione particolare di ciò che la vita battesimale può significare».
Nel caso dei sei membri della Melanesian Brotherwood (una fraternità missionaria anglicana), uccisi nella primavera del 2003 nelle Isole Salomone, perseguire la «santità» ha voluto dire servire la popolazione locale e lavorare per la pace. Come ha raccontato a Bose un loro confratello, Richard Carter: «La comunità era vista molto bene; pensavamo che non ci potesse succedere nulla. La popolazione si rifugiava da noi per sfuggire alla violenza. E invece scoprimmo che tutti eravamo mortali».
Ma che significa «memoria dei santi» in una Chiesa divisa? Ancora Williams: «Se un cattolico guarda a un santo del mondo cristiano orientale, potrebbe pensare che la testimonianza di quel santo è in qualche modo indebolita o compromessa dalla sua separazione o addirittura ostilità nei confronti della comunione con la sede romana. Anglicani e protestanti non possono non rendersi conto che i santi della Chiesa cattolica successivi alla Riforma sono appartenuti a un corpo che considerava la loro testimonianza cristiana riformata come imperfetta e deviata».
C’è, dunque, una memoria da purificare, per costruirne una condivisa. Ma rileggere il passato può significare riaprire vecchie ferite, mai del tutto cicatrizzate, esplorare situazioni storiche che hanno visto i cristiani perseguitare i loro fratelli. Helmut Harder, segretario generale della Conferenza dei Mennoniti del Canada, ha ripercorso il lungo e articolato cammino di riconciliazione fra la sua Chiesa e la cattolica. Un cammino i cui protagonisti hanno dovuto misurarsi con le reciproche diffidenze e con il peso della storia. «Una ricerca condotta in ambito protestante stima che 1500 mennoniti (discendenti degli anabattisti) furono perseguitati dentro i territori cattolici». Sottolinea Harder: «Nel corso dei dialoghi, ci siamo resi conto che tanto noi quanto i nostri interlocutori dovevano entrambi impegnarci in un’autocritica: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo”: entrambi siamo peccatori».
Tanto in Occidente come in Oriente – è stato ricordato – «ci sono coloro che hanno patito tormenti e la morte per mano di altri cristiani e che vengono considerati martiri. Cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti sono stati tutti coinvolti. Come si può celebrare la memoria di qualcuno che è morto per nostra stessa mano?».
E che dire quando addirittura i carnefici di preti, suore e laici si proclamano cattolici? Daniel Bruno, pastore metodista di Buenos Aires, ha lanciato la sua provocazione alla luce dell’esperienza dolorosa della Chiesa latinoamericana. «Rispetto alla maggior parte dei casi nella storia, in America latina i carnefici dei cattolici rivendicavano il loro essere veri cristiani. Era normale vedere rosari e crocefissi nelle sale di tortura». Ancora: «La persecuzione non era esercitata contro i cristiani in quanto credenti in una dottrina, ma contro la prassi da loro adottata. Come Gesù, i martiri dell’America Latina hanno dato la vita in nome del Regno, uccisi dalla forze dell’anti-Regno».
Tutti d’accordo sulla possibilità di estendere i «confini» del martirio, ai fini di una condivisione ecumenica. Fino a che punto? Se lo è chiesto William T. Cavanaugh, docente negli Usa, aggiungendo che già oggi il caso di Maria Goretti fa capire che l’odium fidei non può essere l’unico criterio. Dopo aver puntualizzato criticamente le tesi di Bravo – «Il potere ecclesiastico non deve essere opposto alla base profetica; anche all’interno del vertice ci sono stati profeti (come nel caso di Romero)» – Cavanaugh ha rilevato: «I dittatori latinoamericani sapevano benissimo che “il sangue dei martiri è seme dei cristiani”, come diceva Tertulliano. Perciò la strategia è stata quella di atomizzare la Chiesa, occultando martiri: i loro corpi avrebbero dato visibilità al corpo di Cristo».
Dal simposio di Bose i partecipanti sono ripartiti con la speranza di ridare slancio al cammino ecumenico riaffermando l’eredità comune dei testimoni della fede, donne e uomini delle Beatitudini. «Anche se durante il simposio ci si è confrontati (pure) sulle modalità per individuare santi e martiri, il nostro intento non era certo quello di “forzare” i criteri attuali o pretendere di istituire un meta-criterio», spiega Guido Dotti, della comunità di Bose e organizzatore dell’incontro. «Più semplicemente, usciamo dai lavori convinti – una volta di più – di dover rendere maggiormente consapevoli le rispettive Chiese del tesoro di fede comune. È un cammino avviato, esempi positivi non mancano, ma c’è ancora molta strada da percorrere»

Dove la memoria  è gia ecumenica
Dove già oggi si esercita una «memoria ecumenica» dei martiri? Il caso più emblematico e noto è quello della Basilica di San Bartolomeo a Roma, che ospita il memoriale dei “nuovi martiri”. Presso quella chiesa, per due anni, in preparazione al Giubileo del 2000, lavorò una commissione istituita da Papa Wojtyla per indagare sui martiri cristiani del Ventesimo secolo. Vennero raccolti circa 12.000 dossier relativi a testimoni della fede di tutto il mondo. Giovanni Paolo II volle che la memoria dei martiri del Novecento rimanesse anche oltre il Giubileo. Il 12 ottobre 2002, con una solenne celebrazione ecumenica, l’icona dei Testimoni della fede del XX secolo fu posta sull’altare maggiore della Basilica di San Bartolomeo e benedetta. Furono anche collocate croci e memorie cristiane nelle sei cappelle laterali, dedicate ai diversi contesti storici (nazismo e comunismo) e geografici in cui i testimoni della fede hanno vissuto.
In altre parti d’Europa non mancano esempi di condivisione della memoria dei «testimoni della fede». Nella cattedrale protestante di Utrecht c’è una cappella per i martiri di tutte le confessioni. Anche a Canterbury una cappella propone figure di «testimoni universali», quali il missionario Charles de Foucauld, il pastore protestante Martin Luther King, l’arcivescovo Oscar Romero e altri cristiani di tutte le confessioni.  G.F.

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