Archive pour la catégorie 'SANTI MARTIRI – DEI MARTIRI METTO TUTTO'

PREGHIERA DIETRO LE SBARRE… ( SAN MASSIMILIANO KOLBE )

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PREGHIERA DIETRO LE SBARRE…    

O Dio, dammi il coraggio di chiamarti Padre!
Sai che non sempre riesco a pensarti
con l’attenzione che meriti.
Tu non ti sei dimenticato di me,
anche se io vivo spesso lontano dalla luce del tuo volto.
Fatti sentire vicino, nonostante tutto,
nonostante il mio peccato grande o piccolo,
segreto o pubblico che sia.
Avrei tante richieste da farti
poiché, come sai, qui c’è bisogno di molte cose.
Ma oggi non voglio fermarmi ad esse,
poiché il mio cuore mi suggerisce altro.
Dammi la pace interiore, non quella a buon mercato
che viene dal sentirsi giusti, ma quella che solo tu sai dare.
Dammi la forza di essere vero, sincero;
strappa dal mio volto le maschere
che oscurano la consapevolezza pura e semplice
che io valgo qualcosa perché sono tuo figlio.
Toglimi i sensi di colpa,
ma dammi insieme la possibilità di fare il bene.
Accorcia le mie notti insonni;
spazza via le tante paure
che mi vengono dietro come ombre;
dammi la grazia della conversione del cuore.
Fammi comprendere che si è persone
anche quando ci si riconosce vulnerabili,
e si ha la libertà di piangere sul male del mondo.
Ricordati, Padre, di coloro che sono fuori di qui
e che provano ancora interesse per me,
perché io mi ricordi, pensando a loro, che solo l’Amore crea,
l’odio distrugge e il rancore trasforma in inferno
le mie lunghe e interminabili giornate.
Ricordati di me, o Dio, poiché sono sempre tuo figlio
e come tale desidero cominciare a vivere!

( SAN MASSIMILIANO KOLBE )

11 APRILE: SANTO STANISLAO VESCOVO E MARTIRE

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SANTO STANISLAO VESCOVO E MARTIRE

11 APRILE

SZCZEPANOWSKI, POLONIA, C. 1030 – CRACOVIA, POLONIA, 11 APRILE 1079

Vescovo di Cracovia, fu pastore sapiente e sollecito. Succedette al vescovo Lamberto nel 1072. Intrepido sostenitore della libertà della Chiesa e della dignità dell’uomo, difensore dei piccoli e dei poveri, subì il martirio sotto il re Boleslao II? Canonizzato da Innocenzo IV ad Assisi nel 1253, è patrono della Polonia. Le sue spoglie, custodite nella cattedrale di Cracovia, sono mèta di pellegrinaggio attraverso i secoli. (Mess. Rom.)

Etimologia: Stanislao = la gloria dello stato, dal polacco

Emblema: Bastone pastorale, Palma
Martirologio Romano: Memoria di san Stanislao, vescovo e martire, che fu strenuo difensore della civiltà e dei valori cristiani tra le ingiustizie del suo tempo; resse come buon pastore la Chiesa di Cracovia, prestando soccorso ai poveri e visitando ogni anno il suo clero; mentre celebrava i divini misteri, fu ucciso dal re di Polonia Boleslao, che aveva severamente rimproverato.

I buoni esempi dei genitori esercitarono una profonda impressione sul figlio che imparò presto a darsi alla preghiera, ad evitare i frivoli divertimenti, a imporsi delle piccole privazioni e a soffrire volentieri le incomodità della vita. Dopo i primi studi, egli fu inviato a completarli dapprima a Gniezno, celebre università della Polonia, poi a Parigi, dove per sette anni si applicò allo studio dei diritto canonico e della teologia. Per umiltà rifiutò il grado accademico di dottore.
Quando ritornò in patria e divenne, per la morte dei genitori, possessore di una considerevole fortuna, Stanislao potè disporre dei beni in favore dei poveri e servire Dio con maggiore libertà. Il vescovo di Cracovia, Lamberto Zurla, conoscendo quanto grande fosse la sapienza e la virtù di lui, lo ordinò sacerdote e lo fece canonico della cattedrale.
Stanislao fu il modello del capitolo per le penitenze con cui affliggeva il proprio corpo, la lettura e la meditazione continua della Sacra Scrittura, le vigilie e l’assiduità ai divini uffici. Incaricato della predicazione, si acquistò in breve una così grande reputazione che parecchi ecclesiastici e laici accorsero da tutte le parti della Polonia a consultarlo per la tranquillità della loro coscienza.
Dopo la morte di Lamberto, tutti, ad una voce, elessero Stanislao suo successore. Egli, che si riteneva indegno e incapace di tanto ufficio, rifiutò energicamente. Dovette tuttavia piegarsi all’ordine formale di Alessandro II e lasciarsi consacrare vescovo nel 1072. Costretto a compiere le funzioni degli apostoli, egli cercò di praticarne le virtù. Per tenere sottomessa la carne portò il cilicio fino alla morte e per distaccarsi sempre di più dai beni della terra soccorse i bisognosi con generosità. Per non dimenticare nessuno ne fece compilare un elenco completo. La sua casa era sempre aperta a quanti ricorrevano a lui per consiglio e aiuto. Ogni anno visitava la diocesi per togliere gli abusi ed esigere dal clero una vita che fosse di edificazione per i fedeli. Dimentico delle ingiurie, trattava tutti con la dolcezza e la bontà di un padre, e prediligeva i deboli e gli oppressi, che difendeva sempre e ovunque con invincibile fermezza.
La Polonia in quel tempo era governata da Boleslao II l’Ardito. Costui si era dimostrato valoroso nella guerra contro i Russi, ma nella vita privata non rifuggiva dalle orge, e in quella pubblica dalla tirannia. I rapimenti e le violenze erano i crimini che quotidianamente consumava con grande scandalo dei sudditi. Nessuno di coloro che lo avvicinavano osava fargliene la minima rimostranza. Soltanto Stanislao ogni tanto lo andava a trovare per indurlo a riflettere sulla enormità dei propri crimini e le funeste conseguenze degli scandali che dava. Boleslao II in principio cercò di scusarsene, poi parve dare segni di pentimento e promise di emendarsi.
Le buone risoluzioni del re non durarono a lungo. Nella provincia di Siradia un giorno Boleslao fece rapire a viva forza Cristina, la moglie del signore Miecislao, famosa per la sua bellezza. L’atto tirannico e immorale provocò l’indignazione di tutta la nobiltà polacca. L’arcivescovo di Gniezno, primate del regno, e i vescovi della corte furono pregati d’intervenire, ma essi, timorosi di dispiacere al sovrano, rimasero dei cani muti. Soltanto Stanislao, dopo avere a lungo pregato, osò affrontare il re per la seconda volta e minacciargli le censure ecclesiastiche se non poneva termine alla sua vita disordinata e prepotente. Alla minaccia di scomunica Boleslao uscì dai gangheri e ingiuriò grossolanamente il coraggioso prelato dicendogli: « Quando uno osa parlare con tanto poco rispetto ad un monarca, converrebbe che facesse il porcaio, non il vescovo ». Il santo, senza lasciarsi intimidire, rinnovò le sue istanze e disse al sovrano: « Non stabilite nessun paragone tra la dignità regale e quella episcopale perché la prima sta alla seconda come la luna al sole o il piombo all’oro ».
Boleslao II, risoluto a vendicarsi a costo di ricorrere alla calunnia, si ritirò bruscamente senza neppure congedare lo sconcertante visitatore. Il santo vescovo aveva comperato da un signore, chiamato Pietro, la terra di Piotrawin, ne aveva pagato il prezzo alla presenza di testimoni, poi ne aveva dotata la chiesa di Cracovia. Nell’atto di vendita nessuna formalità era stata omessa, tuttavia Stanislao, confidando nella buona fede dei testimoni, non aveva richiesto dal venditore una quietanza. Essendo costui morto, il re chiamò a sé i nipoti di Pietro, li esortò a richiederne l’eredità come un bene usurpato dal vescovo, e li assicurò che avrebbe saputo intimidire i testimoni al punto da chiudere loro la bocca. Gli eredi, seguendo le istruzioni di Boleslao II, intentarono un processo al vescovo, lo citarono a comparire davanti ad un’assemblea di giudici presieduta dal re e lo accusarono di avere usurpato la loro proprietà. Il santo sostenne di averla pagata, ma essi negarono. Allegò allora dei testimoni, ma essi non ebbero il coraggio di dire la verità. Stanislao stava per essere condannato quando, in seguito ad una improvvisa ispirazione, chiese ai giudici una dilazione di tre giorni, promettendo di fare comparire in persona Pietro, morto da tre anni. La richiesta fu accolta con uno sprezzante sogghigno.
Dopo aver digiunato, pregato e vegliato, Stanislao il terzo giorno si recò al luogo in cui Pietro era stato seppellito, fece aprire la tomba e, toccandone con il pastorale la salma, gli ordinò di alzarsi nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il defunto ubbidì e il santo lo condusse con sé al tribunale dov’era ad attenderlo il re, la corte e una grande folla di curiosi. « Ecco – disse Stanislao ai giudici entrando con Pietro nella sala – colui che mi ha venduto la terra di Piotrawin; egli è risuscitato per rendervene testimonianza. Domandategli se non è vero che gli ho pagato il prezzo di quella terra. Lo conoscete e la sua tomba è aperta ». I presenti rimasero allibiti. Il risorto dichiarò che il vescovo gli aveva pagato quella terra davanti ai due testimoni che pochi giorni prima avevano tradito la verità, rimproverò i suoi nipoti per avere osato perseguitare ingiustamente il vescovo di Cracovia e li esortò a farne la penitenza. Dopo di che egli ritornò alla tomba da cui era uscito scongiurando il santo di pregare Nostro Signore affinché gli abbreviasse le pene del Purgatorio.
Quel prodigio fece una grande impressione sopra Boleslao II. Per un certo tempo trovò la forza di reprimere la sua lussuria e di mitigare le sue crudeltà. Compì persino una spedizione contro i Russi e s’impadronì della loro capitale, Kiew. Tuttavia, l’ebrezza della vittoria lo fece ricadere in braccio alle più sregolate passioni. Non contento degli ordinari eccessi, volle abbandonarsi pubblicamente alle abominazioni di Sodoma e Gomorra. Stanislao, quale novello Giovanni Battista, prese la risoluzione di porre un freno alla licenza del novello Erode anche a costo del martirio per la gloria di Dio e la salute della Polonia. Egli chiese al Signore con preghiere e penitenze la conversione del re, lo visitò parecchie volte per fargli aprire gli occhi e sollevarlo dall’abisso in cui era precipitato. La sua fatica fu inutile: il sovrano lo caricò d’ingiurie e lo minacciò di morte se continuava a censurare la condotta come aveva fatto.
Stanislao, acceso di sdegno per l’offesa che il re faceva a Dio, dopo avere chiesto il parere di altri vescovi, scomunicò pubblicamente Boleslao II e gl’interdisse l’ingresso in chiesa. Siccome il re continuava, nonostante le pene canoniche in cui era incorso, a prendere parte con i fedeli ai riti liturgici, il vescovo ordinò ai sacerdoti di sospendere i divini uffici ogni volta che lo scomunicato ardiva varcare la soglia delle loro chiese. Per parte sua, allo scopo di non essere turbato dalla presenza di lui nella celebrazione della Santa Messa, andava a dirla nella chiesa di San Michele, fuori Cracovia. Pieno di furore, Boleslao II si recò colà e ordinò ad alcune guardie di entrare in chiesa e di massacrarvi Stanislao. Esse ubbidirono, ma mentre stavano per mettere le mani addosso al santo che celebrava la Messa, furono fatti stramazzare a terra da una forza misteriosa. Il re, irridendo alla loro debolezza, si avvicinò in persona a Stanislao con in mano la spada sguainata, e gli assestò un fendente sulla testa con tale violenza da farne schizzare le cervella contro la parete. Era l’11 aprile del 1079. Per assaporare di più la sua atroce sete di vendetta tagliò il naso e le labbra al martire, e quindi diede ordine che il cadavere fosse trascinato fuori della chiesa, fatto a pezzi e disperso per i campi affinché servisse di cibo agli uccelli e alle bestie selvagge.
Tuttavia Iddio fece sì che quattro aquile difendessero per due giorni le reliquie del santo e che durante la notte esse rilucessero di uno strano splendore. Alcuni sacerdoti e pii fedeli, fatti audaci da quei prodigi, osarono, malgrado la proibizione del re, raccogliere quelle membra sparse, emananti un soave profumo, e seppellirle alla porta della chiesa di San Michele. Due anni più tardi il corpo di Stanislao fu trasportato a Cracovia e seppellito prima in mezzo alla chiesa della fortezza e poi nella cattedrale (1088).
S. Gregorio VII (+1085) lanciò l’interdetto sul regno di Polonia, scomunicò Boleslao II e lo dichiarò decaduto dalla dignità regale. Il principe, perseguitato esternamente dalla riprovazione dei sudditi, straziato internamente dal rimorso dei crimini commessi, cercò rifugio presso Ladislao I (+1095), re d’Ungheria, che lo accolse con bontà. Il pentimento non tardò ad impossessarsi del suo animo e allora intraprese un pellegrinaggio a Roma per implorare dal papa l’assoluzione dalle censure. Giunto ad Ossiach, nella Carinzia, la grazia lo spinse ad andare a bussare alla porta del monastero dei benedettini e chiedere di potervi passare il restante della vita come un fratello laico. Vi rimase sconosciuto fino alla morte (+1081) dedito alla penitenza e ai lavori più umili.
S. Stanislao di Cracovia fu canonizzato da Innocenze IV nel 1253. Sulla sua tomba avvennero dei prodigi, tra cui la risurrezione di tre morti.

Autore: Guido Pettinati

13 marzo: Martiri di Cordova (mf)

http://it.wikipedia.org/wiki/Martiri_di_Cordova

13 marzo: Martiri di Cordova

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

In un quadro di Murillo la fantasiosa immagine di Roderigo, sacerdote di Cabra, martirizzato a Cordova
Sotto il nome di Màrtiri di Cordova si indicano quei cristiani mozarabi (che rifiutavano l’assimilazione culturale con gli arabi-musulmani) che, nel corso del potere Emiri di al-Andalus ʿAbd al-Raḥmān II, vennero condannati a morte dalle autorità islamiche per aver vilipeso pubblicamente, nella Grande Moschea di Cordova, il Corano e insultato il Profeta Maometto, pur sapendo che una precisa disposizione puniva con la morte i responsabili di tali azioni.
Eulogio fu il più importante dei «Martiri di Cordoba» assieme a Sancho, Rodrigo e Salomone. Strappata ai Visigoti dagli Arabi nel 771, Cordova raggiunse il suo apogeo culturale nel X secolo, prima di essere riconquistata nel 1236 da Ferdinando III di Castiglia. I musulmani non si mostrarono sempre feroci persecutori dei cristiani, cui talvolta si limitavano a imporre di non testimoniare la loro fede in pubblico e di versare un cospicuo tributo periodico in quanto « dhimmi »; se ciò provocava lo spirito d’indipendenza dei cristiani, i più sensibili non potevano tollerare una specie di ibernazione religiosa. Di qui sporadiche reazioni alla dominazione, che venivano soffocate con immediate repressioni.
Di una di queste reazioni furono protagonisti Rodrigo, Salomone ed Eulogio. Questo era prete; non potendo accettare la passività dei cristiani, parlò apertamente contro il Corano. Imprigionato una prima volta, venne rilasciato nel 851. Avendo incontrato in carcere santa Flora e Marta (Maria) che furono poi decapitate morendo in nome della fede cristiana, Sant’Eulogio attribuirà la sua scarcerazione, avvenuta pochi giorni dopo il loro martirio, proprio all’intercessione di queste due donne, contribuendo così alla loro santificazione. Nominato vescovo di Toledo, non poté essere ordinato, perché venne anch’egli decapitato l’11 marzo 859. La legislazione islamica prevedeva infatti la pena di morte per i rei di blasfemia e d’insulto alla religione coranica.
L’appariscente contestazione cristiana, regolarmente sanzionata dalla pena di morte prevista per i reati di vilipendio della religione del Profeta Maometto, finì quando le autorità islamiche di Cordova si rivolsero – preoccupate per il mantenimento dell’ordine pubblico – alle autorità ecclesiastiche cristiane perché intervenissero a metter fine a un’azione che comportava, com’era a tutti noto, la condanna a morte.
Ci furono colloqui tra Cordova, Santiago de Compostela e la stessa Roma[senza fonte], e un apposito concilio, svoltosi a Cordova nel l’852 e presieduto da Recafredo, metropolita di Siviglia, con la presenza anche dell’exceptor (ossia esattore delle imposte) Comes, un funzionario cristiano della corte omayyade, decise – con l’opposizione del solo vescovo di Cordova, Saul – che quelle azioni da quel momento in poi non dovessero essere più fraintese come « santo martirio » per l’attestazione della vera fede ma come forme irrituali di suicidio, quindi irrimediabilmente condannate dal credo cristiano, anche senza tener conto che quei martìri non erano stati il prodotto di una persecuzione, condotta oltre tutto da pagani, e che nessuna manifestazione miracolosa aveva chiosato la santità di quei « màrtiri ».
Le decisioni del concilio di Cordova non vennero mai riconosciute dalla Chiesa di Roma che venera tuttora come santi i martiri di Cordova,[1] anche se occorre dire che i martirizzati erano stati giustiziati prima del deliberato conciliare e che, quindi, potevano essere considerati màrtiri a pieno titolo anche dalla Chiesa cristiana locale.
Quattordici condanne a morte e relative esecuzioni di cristiani proseguirono fino all’859, in molti casi per vera o presunta imputazione di apostasia, che prevede nella Shari’a la condanna a morte del reo, salvo si possa dimostrare la sua insanità mentale o si verifichi il pentimento dell’apostata. L’esecuzione però di Eulogio – rimesso dapprima in libertà dall’Emiro Muhammad I ma incarcerato nuovamente nell’859 a causa delle sue continue accese prediche anti-islamiche e decapitato l’11 marzo 859 – mise fine a quelle plateali manifestazioni di ostilità al governo islamico di al-Andalus.

23 FEBBRAIO: VITA DI S. POLICARPO VESCOVO DI SMIRNE E MARTIRE

http://www.donboscosanto.eu/oe/vita_di_s._policarpo_vescovo_di_smirne_e_martire.php

VITA DI S. POLICARPO VESCOVO DI SMIRNE E MARTIRE E DEL SUO DISCEPOLO S. IRENEO VESCOVO DI LIONE E MARTIRE

INDEX
Prefazione
Capo I. Memorie antichissime che si hanno di S. Policarpo.
Capo II. Primi anni di S. Policarpo.
Capo III.Progressi di S. Policarpo nella virtù e nella scienza.
Capo IV. È promosso al sacro ordine del Diaconato e del Sacerdozio.
Capo V. È fatto Vescovo di Smirne, suo zelo nell’episcopato.
Capo VI. Martirio di s. Policarpo, quale è descritto nella lettera dei fedeli di Smirne.
Capo VII. Osservazioni a farsi sulle cose sopraddette.

PREFAZIONE
            S. Policarpo illustrò la Chiesa di G. C. sulla fine del primo secolo e sul principio del secondo, ed è annoverato fra i Padri che si chiamano Apostolici. Egli è da osservare che nella Chiesa cattolica si onorano col titolo di Padri quegli scrittori i quali vissero nei tempi antichi, si segnalarono per santità di vita, e scrissero libri per difendere o anche solo per ispiegare le dottrine cattoliche. Si chiamano poi Padri Apostolici quelli, i quali ebbero per maestri o gli Apostoli stessi o i loro primi discepoli. Ora S. Policarpo è riverito siccome uno {III [99]} de’ Padri Apostolici, perchè egli diede in luce varii scritti in favore delle verità della fede, e fu un modello di virtù ed ebbe per maestro S. Giovanni l’Evangelista. Dopo gli Apostoli egli tiene uno dei primi posti nella gerarchia dei vescovi e dei martiri. È vero che Dell’esporre le azioni dei Papi abbiamo più volte avuto occasione di parlare di questo luminare della Chiesa; tuttavia ci sembrò conveniente che di lui si parlasse più appositamente: che anzi giustizia voleva, che, per quanto era in noi, procacciassimo di rendere ai meriti di questo gran martire tutto l’onore che si deve, ravvivando la divozione dei fedeli verso di un santo il quale e colle sue fatiche episcopali e collo spargimento del suo sangue tanto fece per quella Chiesa di cui siamo figli. {IV [100]}

CAPO I. MEMORIE ANTICHISSIME CHE SI HANNO DI S. POLICARPO.
            S. Policarpo fu così celebre nella Chiesa, che si hanno di lui memorie antichissime. Non appena questo santo vescovo ebbe finita la sua carriera episcopale col morire per Gesù Cristo, che la chiesa di Smirne, di cui egli era stato pastore per tanti anni, scrisse una lettera a tutte le altre chiese, nella quale descrive minutamente il suo martirio. Questa lettera essendo giunta sino a noi, noi la riprodurremo alla fine, ove parleremo del martirio di questo santo vescovo. S. Girolamo nel suo Catalogo degli scrittori ecclesiastici (cap. 47), ci dà un breve ragguaglio delle gesta, degli scritti, del martirio del nostro santo. E prima di S. Girolamo, S. Policarpo era stato lodato diffusamente e dal suo discepolo S. Ireneo nella lettera a Fiorino, e da Eusebio di Cesarea nella sua storia ecclesiastica (anno VII dell’impero di Marco Aurelio) e dalla Cronaca di Alessandria d’Egitto. Un certo Pionio {5 [101]} poi fa così zelante dell’onore di S. Policarpo, che ne scrisse in lingua greca la vita, la quale giunse sino a noi.
            Questo Pionio, a quel che pare, visse poco dopo il Concilio Niceno, epperò nella prima parte del secolo quarto. Ma benchè tra esso e il nostro santo siavi la distanza di oltre a 150 anni, pure egli attinse da fonti sicure quanto ci lasciò scritto di lui. Imperocchè in fine egli dichiara, che tutte le cose narrate di San Policarpo, egli le ricavò dal libro di un certo Socrate di Corinto, il quale Socrate assicura di averle estratte dagli scritti di un certo Cajo. Questi le aveva imparate da S. Ireneo, che era stato, (come lo vediemo a suo tempo) discepolo di San Policarpo, conciossiachè esso Cajo avesse conversato con S. Ireneo.
            Pionio soggiugne, che S. Policarpo stesso gli era apparso e gli aveva rivelato, essere sua intenzione, che la sua vita scritta da Socrate, e che era caduta in dimenticanza, fosse richiamata in memoria; e che Pionio dalle cose rivelategli in quell’ apparizione, potè esaminare la verità di quanto Socrate aveva scritto. {6 [102]}
            Possiamo quindi ragionevolmente dedurne, che ogni cosa scritta da Pionio intorno a S. Policarpo è vera: conciossiachè egli la trovò scritta da Socrate, e la imparò da S. Policarpo stesso per rivelazione (vedi i Bollandisti al mese di gennaio, tomo n).

CAPO II. PRIMI ANNI DI S. POLICARPO.
            Smirne, città della Ionia nell’Asia minore, e situata sul mare mediterraneo, era a quei tempi rinomatissima per bellezze e per commercio. Essa aveva avuto la sorte invidiabile di ricevere assai di buon’ ora la luce del Vangelo o dagli Apostoli stessi o da alcuno dei loro discepoli mandato da essi medesimi a predicarvi la fede. Pionio dice, che l’apostolo S. Paolo dopo essere stato nella Galazia, essendo venuto nell’Asia minore, si fermò qualche tempo a Smirne prima di ritornare a Gerusalemme, e che mentre stette a Smirne prese albergo presso a un certo Stratea, già discepolo di San Paolo in Pamfilia. Egli era figliuolo di Eunice, la cui {7 [103]} madre era quella Loide, che l’apostolo commenda nella sua prima lettera a Timoteo (cap. 5), quindi ne viene in conseguenza che questo Stratea era fratello di Timoteo. Ora a quei tempi essendo vescovo di Smirne un certo Bucolo, in quella città viveva una donna assai pia, timorata di Dio, e dedita ad opere buone, per nome Callista. Una notte essa videsi apparire innanzi un angelo mandato a lei da Dio, che le disse: «levati su, Callista, e va alla porta che conduce verso Efeso; là vedrai due uomini venirti incontro, conducendo per mano un figliuolino, per nome Policarpo. Domanda se questi sia da vendere[1], e udito che si, pagane il prezzo, e menalo con te a casa; sappi che esso è nato nell’Oriente.» Ciò udito, Callista tutta piena di gioia immantinenti si alzò, e venuta là ove l’angelo avevale indicato, trovò ogni cosa appuntino come erale stato detto. Avendo poi sborsato il prezzo che le fu chiesto, tutta lieta si condusse {8 [104]} a casa Policarpo. E siccome questi mostrava una grande inclinazione alla pietà, ed era docile assai e modesto, così ella gli prese amore di madre: ed avendo dovuto assentarsi da casa per qualche tempo, lo fece amministratore generale e dispensiere d’ogni suo avere.
            Policarpo, come è l’uso di tutti i cristiani veramente pii, sentivasi in cuore una viva compassione dei poveri, e cercava di alleviarne le miserie. Quindi è. che quando usciva di casa, vedove, orfani e poveri d’ ogni specie s’accostavano a lui, e lo pregavano di soccorrerli. Ed egli lasciandosi vincere dalla pietà, loro distribuiva olio, vino, pane e danaro, confidando che la sua padrona non lo avrebbe a male, veggendo che essa era di cuore assai pio e inclinato al bene. Ma avendo continuato a largheggiare in queste elemosine senza porvi alcun limite, avvenne che tutte le provvigioni ben tosto furono esauste, e non ne rimase più nulla nelle celle. Frattanto Callista ritornò: ed ecco uno dei servi pieno di livore nell’animo avvicinarsi a lei, e avvertirla, che Policarpo, in cui essa aveva messo cotanta fiducia, aveva dato fondo ad ogni {9 [105]} cosa. Le quali infauste notizie commossero si fattamente Callista e accesero tale sdegno nell’ animo di lei, che pensando non fosse Policarpo avesse sprecato tutte le sue ampie provvigioni in stravizzi e bagordi, appena entrata in casa, lo chiamò, e fattesi dare le chiavi entrò nelle celle a farne diligente esame. Ma quale non fu il suo stupore, quando le vide ripiene come le aveva lasciate alla sua partenza? Allora lo sdegno concepito contro il suo giovane servo convertissi in collera sfrenata contro chi glielo aveva denunziato siccome scialacquatore, ed essa stava per punirvelo severamente; ma Policarpo si intromise in favore del suo accusatore, dichiarando, che realmente egli aveva distribuito ai poveri la roba di lei, ma che Iddio aveva mandato il suo angelo e per mezzo di lui avevale restituito ogni cosa. Callista in udire ciò, rimase piena di maraviglia, e imparando vie più a stimare Policarpo, lo adottò per figliuolo, e morendo gli lasciò in eredità tutto il suo avere. {10 [106]}

CAPO III.PROGRESSI DI S. POLICARPO NELLA VIRTÙ E NELLA SCIENZA.
            Dopo la morte di Callista, Policarpo rimasto pienamente libero di se stesso, diedesi vie maggiormente a Dio. Il gran pensiero dell’eterna vita gli stava sempre fisso nella mente; e non cessava mai dal riflettere, che noi siamo fatti per l’eternità, e che siamo quaggiù solo per qualche tempo, e come pellegrini, mentre la nostra patria è la Gerusalemme celeste. Quindi egli spendeva ogni dì lunghe ore nella meditazione delle S. Scritture, e faceva molta orazione, e donava ai poveri quanto più poteva, convertendo in loro soccorso non solo i suoi averi, ma anche il frutto della sua industria. Anzi per potere essere liberale verso dei poveri egli scarseggiava verso di se stesso; poichè si contentava di cibo semplice assai, e nelle vesti mirava solo a ripararsi dal freddo, aborrendo da ogni vanità.
            Quantunque giovane, aveva nell’ aspetto la serietà di un uomo maturo, e {11 [107]} nel camminare era grave, e come di persona avanzata in età, e il cuore aveva pienamente libero da ogni affetto alle cose terrestri. Era così modesto, che se alcuno fissava in lui gli occhi, la sua verecondia ne pativa: e si guardava attentamente da coloro che erano vani e ciarlieri; che se non li poteva schivare, procurava di parlare solo quanto bastava alle regole della prudenza, e poi taceva. Ma dalla gente malvagia tenevasi lontano come da cani rabbiosi. Che se conosceva taluno, dalle cui parole od azioni sperasse trarre profitto, allora egli lo frequentava e procurava di imitarne i buoni esempi.
            Era cosi caritatevole, che quando fuori di città incontrava poveri, specialmente vecchi, che portavano legna al mercato, egli sentendo compassione della loro fatica, loro dimandava se speravano di vendere quella legna appena che fossero entrati in città. E avutone per risposta che spesso non riusciva loro di venderla prima della sera, egli la comperava, e pagatone il prezzo, faceva portare quella legna alle vedove che abitavano presso alle porte della città.
            Come poi giunse all’ età virile, fecesi {12 [108]} ad amare la virtù con ardore più intenso. Imperocchè decise di rimanere celibe e consacrarsi a Dio colla castità perfetta, onde potere liberamente servirlo e amarlo con tutto il suo cuore.

CAPO IV. È PROMOSSO AL SACRO ORDINE DEL DIACONATO E DEL SACERDOZIO.
            A quei tempi era vescovo di Smirne un certo Bucolo, il quale accortosi della pietà, della modestia e purità e altre belle doti di Policarpo, e veduto come esso desiderasse ardentemente d’istruirsi nelle scienze sacre, gli prese un amore singolare e lo guardava come suo figlio. Anche Policarpo amava il suo vescovo con amore di figlio, e lo teneva in conto di padre, recandosi spesso a udirne le prediche, e a riceverne le lezioni, e procurando di portargli ogni riverenza che potesse[2]. Bucolo pertanto animato da {13 [109]} vivissimo desiderio di provvedere alla Chiesa dei sacerdoti pieni di zelo, pose gli occhi su Policarpo; e pensò che i fedeli e la causa di Dio ne guadagnerebbero assai ove Policarpo assumesse sopra di sè 1′ esercizio del santo ministero. Epperò chiamatolo a sè, alla presenza dei cattolici, che tutti di comune accordo diedero la loro approvazione, gli conferì l’ordine sacro del Diaconato.
            L’uffizio dei diaconi a quei tempi era assai {14 [110]} più importante, che non è al presente. Imperocchè essi dovevano aiutare il vescovo nell’amministrazione della diocesi e nella cura spirituale e anche temporale del gregge. Era loro dovere l’istruire non solo i fedeli, ma anche gli idolatri, che mostravano inclinazione a farsi cristiani: epperò era necessario che conoscessero a fondo tutte le dottrine del S. Vangelo, e sapessero esporle bene e con frutto di chi li ascoltava. Era pure loro dovere lo assistere alla celebrazione dei santi misteri, lo invigilare che nei luoghi sacri ogni cosa procedesse con ordine, lo amministrare il santo Battesimo, il portare il SS. Viatico agli infermi, visitare i cristiani che erano in carcere per causa della fede, e loro procurare tutti i soccorsi spirituali e corporali che loro occorrevano. Era infine obbligo dei diaconi il ricevere le oblazioni dei fedeli, e con queste sovvenire alle necessità dei poveri, specialmente quando erano ammalati, e sovrattutto aiutare le vedove e gli orfani. Egli è chiaro che il diacono allora non poteva riuscire bene nel suo santo ministero, senza, essere una persona gradita a tutti: ed è per questo che i vescovi usavano allora chiedere {15 [111]} una buona testimonianza dei fedeli prima di promnovere alcuno a un uffizio sì delicato. Egli è chiaro altresì, che a compiere tutti gli obblighi di un tale ministero si richiedevano persone fornite di gran zelo, gran carità, gran prudenza e pietà, e soprattutto ben fondate nella santa castità, acciocchè potessero star saldi in mezzo a tutti i pericoli fra i quali dovevano trovarsi. Ora da ciò si può intendere quale grande stima Bucolo e tutti i cattolici di Smirne facessero delle virtù di Policarpo, eleggendolo a un uffizio sì importante. Ma non è da stupire che ed il vescovo e i fedeli concorressero in questa scelta, mentre Pionio ci dice, che Iddio stesso aveva fatto palese la santità di Policarpo coll’operare prodigi a intercessione di lui, e concedergli la grazia di risanare molti infermi e cacciare lo spirito infernale da molti indemoniati.
            Fatto diacono, confermò pienamente colla sua santa condotta le speranze concepite da lui; e mostrandosi pieno dello stesso spirito, di cui era stato ripieno il diacono S. Stefano, con gran libertà confatava i Giudei, i Gentili e gli Eretici, e arrendendoci alla persuasione del suo {16 [112]} vescovo, benchè per modestia vi sentisse gran ripugnanza, fecesi pure a predicare i santi misteri agli stessi cattolici. Ad essi esponeva le cose sì chiaramente, che i suoi uditori attestavano che loro pareva di vedere cogli occhi propri, non che udire, quanto il santo diacono loro predicava.
            Il sacerdozio a que’ tempi si conferiva solo a un’età già avanzata, acciocchè coloro che ne venivano insigniti potessero avere la maturità e prudenza necessaria, ed è per questo che i sacerdoti erano chiamati preti, parola che significa persone attempate.[3] Bucolo faceva tanta stima di Policarpo, che avrebbe voluto ordinarlo sacerdote molti anni prima, se le leggi della Chiesa non gliel’ avessero proibito: ma subitochè questi arrivò all’età fissata, che a quei tempi era verso i 30 anni, e i capelli, che già incominciavano a imbianchire erano prova, ch’esso era uomo maturo, Bucolo si fece premura di promuovere il suo caro discepolo alla dignità altissima e sovrumana di sacerdote di Gesù Cristo. Tutti i fedeli di Smirne applaudivano {17 [113]} alla intenzione del loro pastore; e tutti ardentemente desideravano di vedere il loro diletto Policarpo adorno del carattere sacerdotale. V’era però un solo, che si opponeva, e che contrastava al desiderio comune; e questi era Policarpo, che quanto più era realmente degno di quell’onore, altrettanto se ne riputava indegno. Egli tremava al pensiero, che Iddio potesse punirlo, ove senza le disposizioni richieste egli osasse avanzarsi a tanta dignità. Ma una visione celeste venne a confortarlo, e a renderlo persuaso essere volere di Dio, che esso cedesse alle esortazioni dei buoni, e si lasciasse ordinare sacerdote.
            Poichè Policarpo si vide sollevato a tanto onore, si accese di zelo vie più fervente, e si pose a predicare Gesù Cristo con tanta efficacia, che molti idolatri illuminati dalle sue istruzioni, aprirono gli occhi della mente, e abbracciarono la fede cristiana.

CAPO V. È FATTO VESCOVO DI SMIRNE, SUO ZELO NELL’EPISCOPATO.
            Frattanto Bucolo. breve tempo appresso, dopo aver lungamente governato la chiesa {18 [114]} di Smirne, fu chiamato a ricevere il premio delle sue fatiche: ma prima che passasse da questa all’altra vita, il Signore lo consolò col rivelargli che Policarpo gli succederebbe nella carica. La qual còsa recò tanta gioia al buon vecchio, che quando era sul morire, si prese la mano di Policarpo, e se la pose sul petto e poi sul volto, per mostrargli com’egli trasmettesse a lui il potere di fare tuttociò ch’egli aveva fatto colle facoltà dell’ anima e del corpo per la gloria di Dio. Quei che erano presenti alla morte del loro pastore già cominciavano a tenere tra loro ragionamenti sull’eleggergli per successore Policarpo, benchè questi non vi pensasse per nulla, come quegli, la cui mente era del continuo assorbita dalle cose eterne. Ma venuta l’ ora di rendere gli ultimi uffizii al vescovo defunto, e portatone il cadavere al cimitero della Basilica detta Efesiaca, tutti concordemente fecero istanza a Policarpo che celebrasse la messa in suffragio dell’anima del loro pastore; il che era un dirgli che volevano lui per successore. Vennero poscia i vescovi delle città vicine per fare la elezione; o insieme coi vescovi venne molta gente da varie {19 [115]} parti, perocchè molti conoscevano già Policarpo, molti desideravano di vedere un personaggio, di cui udivano magnificarsi i meriti; e tutti si aspettavano di vederlo promosso alla dignità vescovile. I vescovi si radunarono nel luogo ove la elezione doveva farsi, e coi vescovi erano tutti i preti e diaconi di Smirne insieme con gran numero di fedeli. Dicesi che uno splendore insolito venisse dal cielo, e agli occhi degli astanti rendesse Policarpo radiante d’una luce sovrumana, e il mostrasse come ammantato di ricca porpora, con una bianchissima colomba sovra il capo. Si fece orazione, si lessero le Sante Scritture, e si tenne un sermone. I vescovi e gli altri ecclesiastici quivi presenti, non poterono a meno di approvare tale elezione, veggendo che la volontà di Dio erasi manifestata in modo cosi sensibile; epperò di comune consenso, Policarpo, che probabilmente aveva poco più di 30 anni, fu chiamato ad essere vescovo di Smirne. Non è a dire le lagrime che sparse Policarpo quando si vide innalzato a un posto che è formidabile agli stessi angeli: ma benchè egli tremasse al pensiero di un {20 [116]} carico sì pesante, pure dovette sottoporvi le spalle e lasciare che ì vescovi presenti lo consacrassero, imponendogli le mani.
            S. Girolamo, la cronaca delle chiese d’Alessandria in Egitto, Usuardo nel suo martirologio, ed altri ci dicono che Policarpo fu ordinato vescovo di Smirne da s. Giovanni l’evangelista. Bisogna perciò conchiudere che, o s. Giovanni mandò l’ordine di eleggere Policarpo, o egli stesso intervenne a quella adunanza, od approvò la elezione fatta dai vescovi. È cosa chiara, che siccome s. Giovanni aveva cura speciale delle chiese dell’ Asia, così finchè egli visse, nessuno fu ordinato vescovo di alcune di quelle chiese senza che egli in qualche modo concorresse a quell’ ordinazione o almeno vi desse il suo consenso.
            Appena fu consacrato, incominciò ad esercitare il suo uffizio col predicare al popolo che era accorso alla sua elezione, e nella predica, dopo avere parlato della difficoltà estrema che incontrasi nel compiere esattamente gli obblighi di vescovo, si raccomandò caldamente alle preghiere di tutti, ed esortò i sacerdoti e diaconi della sua diocesi ad aiutarlo col loro zelo nel grave incarico. Nè Pionio, nè altri, non {21 [117]} ci lasciarono scritto minutamente le molte cose che Policarpo deve avere fatto pel bene delle anime, mentre che esso fu vescovo; nulladimeno egli è chiaro, che un uomo cosi zelante, cosi pio e casto, cosi umile e modesto, e che aveva adempito gli obblighi di diacono e sacerdote con tanta edificazione e tanta soddisfazione di tutti i fedeli, non poteva a meno di essere tutto fervore per la conversione degli idolatri e dei peccatori. Infatti Pionio ci dice, che esso visitava tutte le chiese della sua diocesi, a fine di provvedere, che il culto divino si esercitasse ovunque in regola e si amministrassero i sacramenti. Stabilì varii diaconi, dando loro la cura delle chiese, e tra gli altri ordinò diacono un certo Camerio, il quale gli succedette poi nel vescovato dopo un certo Papizio; e a questo Camerio egli affidò la cura delle chiese della campagna. Il santo vescovo predicava spesso e sempre con una eloquenza da apostolo, e si adoperava col massimo calore, perchè si mantenesse viva la fede, e si osservassero i dì festivi, e si abbonisse il peccato.
            Iddio accresceva la efficacia della predicazione del santo vescovo col dono dei {22 [118]} miracoli, tra i quali si annovera specialmente, l’avere fermato un incendio che minacciava di recare guasti orribili; di avere fatto venire la pioggia in tempo di siccità, e di avere fatto cessare la inondazione delle acque ed ottenuta la serenità del cielo.
            E non è a stupire che Iddio si degnasse di onorare lo zelo e la santità di questo gran vescovo col dargli il potere di operare cose al dissopra delle forze della natura, dacchè Esso, quando mandò gli apostoli a predicare il vangelo agli idolatri, aveva detto loro: guarite gli infermi, risuscitate i morti, mondate i lebbrosi, cacciate i demoni[4].
            Mentre era vescovo, ebbe la consolazione di dare ospitalità al suo caro condiscepolo s. Ignazio, vescovo di Antiochia, quando questi essendo tratto a Roma, per essere esposto alle fiere, ebbe da soffermarsi a Smirne. E chi può imaginare il trasporto d’affetto di questi due santi vescovi e martiri, quando si abbracciarono a vicenda?
            Tra le altre cure che s. Policarpo si {23 [119]} prese sommamente a cuore, una si fu quella di allevarsi dei discepoli pieni di zelo, scienza e virtù, i quali propagassero l’evangelo, convertendo idolatri e confutando gli eretici. E si dà per certo, che Policarpo mandò varii de’ suoi discepoli nelle Gallie (che sono la Francia attuale), i quali tutti dopo avere predicato in quei paesi idolatri la fede cristiana, terminarono il loro apostolato col martirio. Fra questi discepoli di s Policarpo, il più illustre fu s. Ireneo, vescovo di Lione. Questo Santo ci narra, che il suo maestro fece un viaggio a Roma per ristabilire la pace della Chiesa, la quale era alquanto turbata da ciò, che non tutti andavano d’accordo sul giorno in cui dovevasi celebrare la solennità della Pasqua: mentre altri la celebravano il giorno 14 della luna di marzo, in qualunque dì della settimana esso potesse cadere, e altri la celebravano la domenica seguente, secondo la pratica introdotta da s. Pietro ed osservata costantemente a Roma. S. Policarpo, a cui nulla stava più a cuore che la pace, la buona armonia e la carità, fece dal canto suo quanto potè per impedire, che i fedeli fossero divisi tra di loro, e onde riuscirvi, {24 [120]} determinò di abboccarsi col Sommo Pontefice, s. Aniceto, epperò di intraprendere il viaggio di Roma. A quei tempi simile viaggio era assai lungo e faticoso per tutti, ma lo era assai più per Policarpo, che allora già toccava oltre i 90 anni dell’età sua. Arrivato a Roma si portò dal Vicario di Gesù Cristo, e trattò con lui lungamente sul giorno, che i cristiani avevano da celebrare la Pasqua: e quantunque la questione per allora non potesse ricevere lo scioglimento che poi ricevette nell’ anno 325, quando il Concilio di Nicea decretò che la Pasqua aveva da essere solennizzata da tutti la prima domenica dopo il plenilunio di marzo; tuttavia s. Policarpo ottenne da papa Aniceto, che non venissero scomunicati quei che osservavano una pratica diversa; e che per questo punto di disciplina ecclesiastica, la Chiesa non avesse ad essere turbata da scismi.
            S. Policarpo, mentre si prendeva cura di questo affare, non cessava di esercitare il suo zelo nella conversione degli eretici, epperò s. Ireneo ci assicura, che durante il suo soggiorno in Roma, esso convertì molta gente che si erano lasciati ingannare dagli eretici Marcione e Valentino, {25 [121]} i quali insegnavano non esservi un Dio solo, ma molti dei. Il suo attaccamento alla fede cattolica, e il suo orrore per gli eretici era tale, che un dì mentre era in Roma l’eretico Mansione, essendosi avvicinato al santo vescovo, e avendo osato domandargli: «Mi conosci tu, e sai tu chi io sono?» S. Policarpo immantinenti risposegli: «si, ti conosco, e bene assai, imperocchè io so che tu sei il primogenito di Satanasso».
            Questo era uno dei punti essenzialissimi, sui quali s. Policarpo era pieno di attività e di fuoco, cioè il procurare che i cattolici conservassero la fede illibata, e per conseguenza stessero lontani dagli eretici. Per questo egli continuamente si adoperava per inspirare un grande orrore all’ eresia, e soleva raccontare, che l’apostolo s. Giovanni, un dì trovandosi ad Efeso, ed essendo entrato in un bagno, vi trovò là l’eretico Cerinto. Tale incontro lo colpì di tal timore, che immantinenti uscì, affermando, che siccome là entro era Cerinto, nemico della verità, così vi correva gran pericolo che l’edifizio crollasse in un istante e cadesse a terra.
            Non contento di propagare e difendere {26 [122]} la fede cristiana colla parola, si adoperò di propagarla e difenderla cogli scritti: e per questo scrisse molte lettere sia a persone private, sia alle chiese dell’Asia e di altri luoghi, in cui espose i dogmi della fede, con grande erudizione e forza. Peccato che di tutti i suoi scritti non ci rimane che una lettera ai cristiani di Filippi, detta da s. Girolamo utile assai.
            Non è senza probabilità, che quando l’apostolo ed evangelista s. Giovanni scrisse il libro dell’Apocalisse, s. Policarpo fosse vescovo di Smirne: epperò egli è a questo santo vescovo che dovrebbe riferirsi il magnifico elogio, che Gesù Cristo stesso fa di lui in questo libro, al capo secondo, ove così comanda a s. Giovanni: «E all’angelo[5] della chiesa di Smirne scrivi: queste cose dice Quegli che è il Primo e l’Ultimo, era morto ed ora è vivo; io conosco la tua tribolazione, e la tua povertà; ma tu sei ricco: e tu sei bestemmiato da coloro che chiamano se stessi giudei[6], ma non lo {27 [123]} sono, sibbene essi sono la sinagoga di Satanasso. Non temere alcuna delle cose che avrai da soffrire. Ecco che il diavolo getterà alcuni di voi in prigione, acciocchè voi siate provati; e voi avrete tribolazione per dieci giorni. Sii fedele sino alla morte, ed io ti darò la corona della vita». Dalle quali parole del nostro Redentore vedesi chiaro come s. Policarpo menava vita povera assai, mentre era ricco di meriti, ed era come nel crogiuolo della tribolazione, per parte degli idolatri e degli eretici, che lo perseguitavano a morte. Ma egli era fermo nel servizio di Dio, e pronto a tutto patire, e a morire mille volte piuttosto che tradire la fede, o mancare al suo dovere. Quindi è che rincuorato da questa raccomandazione del suo divin Salvatore, terminò la sua carriera mortale con un glorioso martìrio. Imperocchè Marco Aurelio, imperatore dei Romani, avendo emanate leggi di sangue contro i cristiani, e specialmente contro i loro sacerdoti e vescovi, gli idolatri e Giudei di Smirne ne presero occasione per chiedere la morte di s. Policarpo al proconsole, e ottenere che esso fosse consegnato alle fiamme; in questa maniera procurarono il martirio di molti seguaci di G. C. {28 [124]}
            I fedeli di Smirne, come dicemmo sul principio, scrissero una lettera a quei di Filadelfia, e ai cristiani di tutto il mondo, nella quale descrivono minutamente la santa morte del loro pastore: la quale lettera è così bella e cosi edificante, che noi crediamo di far cosa gradita ai nostri lettori col riprodurla quasi per intero.

CAPO VI. MARTIRIO DI S. POLICARPO, QUALE È DESCRITTO NELLA LETTERA DEI FEDELI DI SMIRNE.
            «La chiesa di Dio, che abita a Smirne, alla chiesa di Dio che è a Filadelfia, e a tutte le parrocchie di qualunque luogo della Chiesa santa e cattolica: si moltiplichi la pace e carita da Dio Padre e da Gesù Cristo Signor nostro.
            O Fratelli, vi abbiamo scritto intorno a coloro che subirono il martirio, e riguardo al beato Policarpo, il quale in certo modo, con la sua confessione; pose il sigillo alla persecuzione, e la estinse.
            … Chi è che non ammiri la generosita dell’anima sua, la sua costanza, la {29 [125]} sua carita verso Dio? Altri furono battuti si crudelmente da spietati colpi di sferza, che si poteva vedere l’interna struttura delle vene, delle arterie e della carne: ma essi sopportarono questo supplizio si fortemente, che gli astanti stessi ne sentivano compassione. Altri giunsero a tale costanza, che nè una parola nè un gemito uscì loro di bocca: e tutti questi martiri di Cristo, generosi oltre modo, ci mostrarono che, mentre la loro carne si trovava fra i tormenti, le loro anime in certo modo erano lontane; o piuttosto Cristo era presente e conversava con loro; ed essi obbedendo alla grazia divina, disprezzavano le torture di questo mondo, e col patire di un’ora, si riscattavano dai tormenti eterni. Il fuoco era per essi quasi un ristoro della crudele carnificina che avevano subito: imperocche la sola cosa che essi avevano in mente, era di schivare l’eterno incendio che non si spegne mai; e cogli occhi della mente già vedevano i beni che sono riservati a chi persevera. Beni, che nè occhio vide, nè orecchio udì, nè possono essere intesi dalla mente dell uomo: ma Iddio li aveva fatti loro {30 [126]} capire, come se essi fossero stati angeli e non uomini. Similmente, condannati ad essere esposti alle bestie feroci, essi sostennero dolori acerbissimi; e furono pure esposti alle spade, e sottoposti ad altri crudeli supplizi, acciocchè, se fosse stato possibile, il tiranno, colla lunghezza delle pene, li potesse costrignere a rinnegare la fede».
            «Satanasso pose in opera molti artifizii contro di essi: ma dobbiamo ringraziare Iddio che non potè prevalere contro alcuno di loro. Un certo Germanico, d’animo generosissimo, combattendo da valoroso contro le bestie feroci, colla sua costanza infuse coraggio in chi era di cuor pusillanime. Imperocchè il Proconsole volendo persuaderlo a rinnegare la fede con suggerirgli che sentisse compassione della sua età, egli stesso con dei colpi provocò una bestia feroce contro di sè per liberarsi più presto da questo mondo empio ed ingiusto. E fu allora che tutta a moltitudine ammirando la pia e religiosa magnanimità dei cristiani, gridò ad alta voce: distruggi gli empi, si cerchi di Policarpo.» {31 [127]}
            «Ma un certo cristiano per nome Quinto, che era venato di fresco dalla Frigia, vedute le fiere si sentì venir meno il coraggio; e questi di sua spontanea volontà aveva esposto se stesso ed altri al martirio: e il Proconsole esortandolo con molte ragioni, lo indusse a giurare per gli Dei, e a loro offrire sacrificio.»
            «Perlochè noi non lodiamo coloro che si offrono da loro stessi al martirio; conciossiachè questo non sia conforme all’insegnamento del Vangelo.»
            «Come l’ammirabile Policarpo udì queste cose, non si turbò punto di cuore, e sulle prime voleva rimanersi nella città. Molti però lo persuasero di allontanarsi; ed egli si ritirò in una casa di campagna non lungi dalla città, ove fermossi con pochi, e dì e notte non fece altro che pregare per le chiese di tutto il mondo, come era il suo costume. Or mentre attendeva all’orazione, tre giorni prima ch’ ei fosse catturato, fu rapito in estasi, e gli parve di vedere il suo capezzale in fiamme: e voltosi agli astanti, disse, in tuono di profeta: io ho da essere abbruciato vivo. Aspettandosi coloro, che lo cercavano, {32 [128]} Policarpo passò ad un’ altra casuccia; e subito si presentarono coloro che ne indagavano i pàssi; e non trovandolo, si impadronirono di due giovanetti, dei quali uno costrettovi dai tormenti scopri il luogo ove era Policarpo. Adunque avendo seco quel giovanetto, nel dì della Parasceve[7], all’ora di pranzo, i persecutori uscirono insieme con cavalieri muniti delle armi consuete, affrettandosi come se avessero da catturare un ladro. E sul far della notte arrivati ad una certa casetta, il trovarono nascosto nel soppalco superiore. Per certo egli avrebbe ancor potuto fuggirsene in altro luogo; ma non volle e disse: facciasi la volontà di Dio.
            Adunque udito ch’essi erano venuti, discese di suo spontaneo volere, e loro parlò, mentre tutti erano maravigliati della sua età e costanza; e che essi avessero usate tante cautele per catturare un vecchio. Immantinenti comandò che loro si apprestasse da mangiare e da bere quanto loro piacesse, pregandoli a concedergli una sola ora da pregare {33 [129]} in libertà. E quegli acconsentendo, esso pieno della grazia di Dio, pregò sì a lungo, che appena in due ore pote metter fine all’orazione. Coloro che erano presenti ne facevano le maraviglie, e varii di loro sentivansi pentiti d’essere venuti a prendere un vecchio cosi pio. Com’ebbe finita la preghiera. … ed ebbe raccomandata tutta la chiesa cattolica sparsa per tutto l’universo, ed essendo venuta l’ora di partire, il posero sopra di un asino, e s’ incamminarono  verso la città il dì del sabbato.»
            «Ma un Irenareo soprannominato Erode, e Nicete di lui padre gli vennero incontro dentro un carro, e presolo in mezzo a loro, si sforzavano di indurlo a fare a loro modo, dicendogli: che male vi ha mai a dire, signor Cesare, e poi offrire un sacrifìcio, e cosi salvare te stesso? Egli sulle prime non diede loro risposta, ma essi instando vie più, disse: non sarò io mai per fare quello che mi suggerite. Allora quegli delusi nella speranza che avevano di tirarlo nel loro partito, prorompono in insulti contro di lui, e lo gettano giù del carro con tal violenza, che cadendo si offese una {34 [130]} gamba e zoppicava non poco. Tuttavia per niente commosso, e come se non avesse ricevuto alcun incomodo continuò il suo viaggio verso l’anfiteatro, sforzandosi di camminare a passo spedito.
            Nell’anfiteatro vi era un grandissimo tumulto, sicchè non era possibile udire alcuna cosa. Or mentre Policarpo vi entrava, una voce udissi dal cielo: Policarpo, sta forte, combatti da valoroso: e nessuno poteva vedere quello, da cui veniva quella voce; ma la voce stessa fu udita da molti de’ nostri che erano presenti. Del resto grande era il tumultuare della moltitudine per aver udito che Policarpo era stato preso. Il Proconsole, fattoselo venire innanzi, lo interroga, se esso sia Policarpo: e questi avendo risposto che si, il Proconsole lo esorta a rinnegare Cristo, dicendogli: rispetta la tua età, giura per la fortuna di Cesare, pentiti, di: distruggi gli empi, ed altre simili cose secondo il costume di costoro. Ma Policarpo con volto grave e tranquillo, fissando lo sguardo su tutta la moltitudine degli empi gentili, che erano nell’anfiteatro, stese {35 [131]} la mano verso di loro, e con gemiti alzando gli occhi al cielo, disse: disperdi gli empi. Il Proconsole poi facendo istanza, e dicendogli: giura, ed io ti lascierò andar libero, insulta a Cristo; Policarpo rispose: sono ottantasei anni che servo a lui, e non mi recò mai danno alcuno. E come potrei io bestemmiare il mio re che mi ha salvato? Il proconsole continuando a stimolarlo con dire: giura per la fortuna di Cesare; esso rispose: mi guardi Iddio dal giurare, come tu dici, per la fortuna di Cesare. Tu fingi di ignorare chi io mi sia; ascolta, che io parlerò con libertà. Io sono cristiano: e se ti aggrada: intendere la ragione della fede cristiana, dammi tempo a ciò, e ascoltami. Il Proconsole ripigliò: va ad insegnare la tua religione al popolo. Policarpo soggiunse: io stimo che si convenga di esporne la ragione a te; imperocchè ci fu insegnato che noi dovessimo stare soggetti a’ magistrati e alle podestà stabilite da Dio nelle cose oneste; e loro rendere obbedienza in ciò che non rechi danno alcuno alla salvezza dell’anima nostra: ma io non stimo questa moltitudine degna che le si renda ragione {36 [132]} della nostra fede. Il Proconsole disse: io ho delle fiere e loro ti esporrò, se tu non cangi parere. Falle venir fuori, rispose Policarpo, imperocchè si deve ricusare quel pentimento che da ciò che è meglio ci conduce a ciò che è peggio. E il Proconsole: dacchè tu non fai caso delle fiere, se non mostri pentimento, ti farò consumare dal fuoco. Al che Policarpo replicò: tu minacci a me un fuoco, che arde solo per un’ora, e si spegne ben presto; imperocchè tu ignori i supplizii dell’ altro mondo, e il fuoco di eterna condanna, che là sta apparecchiato agli empi.»
            «Policarpo dicendo queste ed altre cose simili, si riempì di fiducia e di gaudio, e tanta era la grazia che gli compariva sul volto, che non solo non si perdeva d’animo, nè si turbava per le cose che gli erano state dette; ma per contro lo stesso Proconsole ne era maravigliato.»
            «Questi nullàdimeno mandò un banditore in mezzo all’ anfiteatro e comandogli di gridare ad alla voce per tre volte: Policarpo ha confessato d’essere cristiano. La qualcosa avendo quegli proclamato, {37 [133]} tutta la turba de’ gentili e giùdei, che abitavano a Smirne; con impeto di animo sfrenato presero a gridare con quanta voce avevano in gola: questi è il maestro di empietà, questi e il padre dei cristiani, questi è lo sterminatore de’ nostri dei, il quale allontanò molti dai sacrificii e dalla venerazione degli dei. Dicendo queste cose, facevano schiamazzi, e pregavano Filippo governatore dell’Asia, che mandasse un leone contro di Policarpo; ma Filippo rispose che ciò non gli era permesso, perchè i giuochi delle fiere erano già terminati. Allora tutto il popolo domandava con alte grida, che Policarpo fosse abbruciato vivo … e appena ciò detto, tutti dalle officine e dai bagni si diedero a portar fuori legna e sermenta per farne una catasta: e coloro che in cio mostravano più calore ed attività erano secondo il solito i Giudei. Quando il rogo fu costrutto egli svestendosi da se stesso, deposto il cingolo, si adoperava a sciogliersi i calzari, il che egli non aveva mai fatto per lo innanzi perchè tutti i fedeli andavano a gara chi di loro il primo toccasse quel sacro corpo. {38 [134]} Imperocchè egli prima del martirio aveva operato cose preclare e sante; e in tutta la sua condotta aveva imitato Iddio.
            Immantinenti si adoprano gli instrumenti per quel supplizio: ma quando il vollero configgere con chiodi, lasciate ciò per ora, egli disse, imperocchè chi mi diede grazia da sopportare il fuoco, mi concederà pure di rimanere immobile nel fuoco senza alcun bisogno che io sia tenuto con chiodi. Quelli poi, benchè non lo conficcassero con chiodi, pure lo legarono con catene. Adunque avendo le mani legate dietro il dorso, quasi egli fosse qualche insigne montone scelto tra un numeroso gregge, per essere offerto in olocausto accettevole, alzati gli occhi al cielo, pregò cosi: Signore Iddio onnipotente, Padre del tuo diletto e benedetto figlio Gesù Cristo, per mezzo di cui noi abbiamo ricevuto la cognizione di te, Dio degli angeli e delle podestà, e di tutte le creature, e d’ogni classe di giùsti, i quali vivono nel tuo cospetto; io ti benedico, perchè in questo giorno e in questa ora tu mi fai degno di avere parte nel numero de’ tuoi martiri, nel calice di Cristo, nella risurrezione della {39 [135]} vita eterna; del corpo e dell’anima, nell’ incorruzione dello Spirito Santo; tra i quali martiri fa che noi siamo oggi ricevuti al tuo cospetto quel ostia pingue ed accettevole, siccome tu, Dio pero, e scevro d’ ogni menzogna, hai disposto, hai predetto e adempito. Laonde per tutte queste cose io ti lodo, benedico e glorifico insieme coll’eterno e celeste tuo figlio Gesù Cristo, col quale insieme collo Spirito Santo sia a te gloria ora e per tutti i secoli. Amen.
            «Avendo dello amen, e terminata la preghiera, i littori ai quali spettava la cura di costrurre la catasta, vi appiccarono il fuoco. Venendo poi fuori una fiamma altissima, noi vedemmo un gran miracolo, noi, ai quali fu concesso e i quali siamo riservati a narrare a tutti gli altri fedeli le cose avvenute. Imperocchè il fuoco prendendo come la forma di una volta, o quasi fosse la vela di una nave gonfiata dal vento, circondava tutto all’ intorno il corpo del martire, ed esso stava in mezzo, non già come carne abbruciata, ma come pane colto, oppure oro ed argento purificato nel camino coll’ardorè {40 [136]} del fuoco. E noi sentivamo tanta fragranza di odore soavissimo come se fosse venuto da incènso od altri preziosi aromi. Finalmente gli empi vedendo che il corpo di lui non poteva essere consumato dal fuoco, taluno ordinò, che il costruttore della catasta si avvicinasse di più, e vi conficcasse la sua spada. Ciò essendo stato eseguito, videsi una colomba a volare, e uscirne fuori tanta abbondanza di sangue, che spense il fuoco, e il popolo si maravigliò, che vi fosse tanta differenza tra gli infedeli e gli eletti, al numero dei quali venne aggregato l’ammirabile martire Policarpo. A’ nostri tempi egli fu vescovo della Chiesa cattolica a Smirne, e anche dottore apostolico e profetico. Imperocchè quanto usciva dalla bocca di lui, o era già stato adempito o certo doveva adempirsi.
            Ma quell’invidioso, maligno e scellerato avversario, sempre nemico della classe dei giusti, vedendo l’illustre
martirio di lui, che da’ suoi primi anni aveva menata una vita irreprensibile, e lui già rimunerato colla corona dell’immortalità, e in possessione d’una palma {41 [137]} certa e durevole, si adoperò con ogni premura e sollecitudine perchè, noi non ne togliessimo le reliquie, benchè molti avessero questa intenzione per rendersi in qualche modo partecipi della sacra corona di lui. Imperocchè suggerì a Nicete padre di Erode e fratello di Alces, di pregare il prefetto di non concederne loro il corpo, acciocchè non forse, egli diceva, abbandonando il crocifìsso, lui prendano ad adorare. E queste cose disse egli, mentre i Giudei davano simili avvisi, e con calore facevano simili istanze, i quali avevano pure guardato il corpo, quando noi volemmo trarlo dal fuoco: non sapendo, che noi non possiamo giammai essere indotti ad abbandonare Cristo, il quale patì per la salute di coloro che si salvano in tutto il mondo, il giusto per gli iniqui, o che onoriamo alcun altro: poichè noi adoriamo lui che è il figlio di Dio: ma i martiri, che sono come i discepoli ed imitatori del Signore, noi li amiamo giustamente a cagione della eccellente loro carita verso il proprio Re e maestro, dei quali voglia Dio che noi possiamo essere e condiscepoli e partecipi.» {42 [138]}
            «Adunque il centurione, veduta l’ostinazione de Giudei, pose il corpo in mezzo al fuoco, e l’abbruciò. Cosicchè noi raccogliendo poi le ossa di lui siccome oggetti più preziosi delle gemme, le riponemmo in luogo conveniente, dove, quando ciò potrà farsi, Iddio ci concederà di raunarci, e celebrare il dì del martirio di lui con gaudio ed esultanza a memoria di coloro che terminarono la, loro battaglia, e ad eccitamento dei posteri, e per preparare lo spirito a cose simili.
            Tutti raccontano queste cose del beato Policarpo che insieme cogli altri dodici, che vennero da Filadelfia, subì il martirio.
            Voi certamente ci richiedeste di scrivervi a lungo le cose che accaddero: ma noi per ora ve le abbiamo indicate solo per sommi capi, mandandovi questa lettera per mezzo del nostro fratello Marco. Quando poi l’avrete letta, mandatela anche ai fratelli lontani, acciocchè essi pure diano gloria al Signore, il quale tra’ suoi servi fece una simile scelta, e che colla sua grazia e col suo dono può introdurre tutti noi nel suo eterno regno per mezzo del suo unigenito Gesù {43 [139]} Cristo, a cui sia gloria, onore, imperio, maestà per tutti i secoli. Amen.
            Salutate tutti i santi: tutti quelli che sono con noi vi salutano: anche Evaristo il quale scrive la lettera, e tutta la sua famiglia.»
            Egli pare assai verisimile che il martirio di s Policarpo accadesse il 26 marzo, nel dì del sabato santo, nell’anno 169 dell’era cristiana, essendo il santo vescovo in eta di anni 102.

CAPO VII. OSSERVAZIONI A FARSI SULLE COSE SOPRADDETTE.
            La prima osservazione è, che dobbiamo sentire un vivissimo attaccamento alla fede cattolica, e riguardare questa fede come il tesoro più prezioso, conciossiachè senza di essa non siavi la salute eterna e per conservarci gelosamente questo tesoro, noi dobbiamo stare lontani dagli eretici, perchè venendo in contatto con essi, noi correremmo pericolo di perdere un tesoro di tanto valore. Anche s. Giovanni benchè fosse l’apostolo della carità, pure aveva gli eretici in tanto orrore, che non volle {44 [140]} rimanersi nel bagno in cui era entrato, subitochè seppe che dentro vi era l’eretico Cerinto, e s. Policaipo disse all’eretico Marcione, che esso conosceva in lui il primogenito di Satanasso.
            La seconda osservazione a farsi, è che nessuno deve mai presumere di fare cose grandi senza che Iddio ve lo chiami; altrimenti si espone al pericolo di offendere gravemente Iddio invece di onorarlo. Epperò quei cristiani, i quali da se stessi vollero esporsi al martirio, presumendo di essere più coraggiosi che non erano; non stetterò saldi in mezzo ai tormenti, e rinnegarono la fede.
            La terza osservazione è che non è lecito di procurare a noi stessi la morte senza averne licenza da Dio: epperò quel certo Germanico il quale provocò la fiera contro di se stesso, perchè lo sbranasse, bisogna dire che avesse avuto qualche lume particolare del Cielo per fare ciò, altrimenti la Chiesa non lo onorerebbe siccome martire.
            La quarta osservazione e, quanto grande fosse la premura dei fedeli di quei tempi nel raccogliere le reliquie dei martiri, e riporle in luogo conveniente: e quale riverenza {45 [141]} portassero a queste reliquie. La qual cosa dimostra quanto giustamente la Chiesa anche a dì nostri continui ad inculcare lo stesso rispetto; e quanto siano da lodare quei cristiani i quali fanno stima delle sacre reliquie.
            La quinta osservazione è, che fino da quei tempi, cioè dal principio del cristianesimo i fedeli usavano festeggiare il dì anniversario della morte dei santi, come un giorno di trionfo, e in tal giorno si radunavano intorno alle loro reliquie, e facevano memoria di essi, eccitandosi vicendevolmente ad imitare le virtù. Il che dimostra quanto rettamente la Chiesa continui a onorare i santi e a celebrarne le feste.
            L’ultima osservazione è che tutti coloro i quali vogliono seguitare Gesù Cristo furono sempre calunniati e perseguitati dal mondo, e che se vogliono salvare l’anima, non bisogna temere il mondo, sibbene guardarci da esso, perchè non ci corrompa col suo veleno; e procurare di imitare i santi, praticando le loro virtù, e domandando a Dio la grazia di perseverare sino alla fine nell’osservanza de’ suoi precetti a costo di qualunque sacrifizio. {46 [142]}
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[1] A quei tempi la schiavitù era universale, e in assai luoghi i tre quarti degli abitanti erano schiavi, cioè venduti come giumenti.
[2] S. Ireneo, S. Eusebio, S. Girolamo, e tutti gli antichi sono concordi nel dire, che S. Policarpo fu discepolo di S. Giovanni l’evangelista, e che conversò con molti di coloro che avevano veduto il Signore. Adunque bisogna, che o S. Giovanni venisse spesso a Smirne e Policarpo si facesse premora di recarsi immantinenti ad ascoltarlo, o che Policarpo si recasse frequentemente là, ove abitava o trovavasi S. Giovanni, per riceverne gli ammaestramenti. Probabilmente amendue queste supposizioni sono vere, essendo oltre modo probabile che S. Giovanni da Efeso sua sede principale, venisse frequentemente a Smirne, e Policarpo si recasse sovente a Efeso. Parimenti bisogna dire, che egli si facesse uno studio di conversare con quanti avevano veduto e udito Gesù Cristo, dei quali molti dovevano ancora sopravvivere quando Policarpo era giovane, e che li interrogava e procurava di tenere bene a memoria quanto essi narravano delle parole o dei fatti del nostro Divin Maestro.
[3] Presbita propriamente significa una persona, che per la sua età avanzata, ha già la vista indebolita.
[4] Matt. cap. 10, v. 8.
[5] La parola angelo significa ambasciatore, e qui significa vescovo, che è un ambasciatore di Dio.
[6] Giudei significa lodatori di Dio.
[7] Il Venerdì Santo.

Papa Benedetto : Stefano il Protomartire

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070110_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 10 gennaio 2007

Stefano il Protomartire

Cari fratelli e sorelle,

dopo il tempo delle feste ritorniamo alle nostre catechesi. Avevo meditato con voi le figure dei dodici Apostoli e di san Paolo. Poi abbiamo cominciato a riflettere sulle altre figure della Chiesa nascente e così oggi vogliamo soffermarci sulla persona di santo Stefano, festeggiato dalla Chiesa il giorno dopo Natale. Santo Stefano è il più rappresentativo di un gruppo di sette compagni. La tradizione vede in questo gruppo il germe del futuro ministero dei ‘diaconi’, anche se bisogna rilevare che questa denominazione è assente nel Libro degli Atti. L’importanza di Stefano risulta in ogni caso dal fatto che Luca, in questo suo importante libro, gli dedica due interi capitoli.
Il racconto lucano parte dalla constatazione di una suddivisione invalsa all’interno della primitiva Chiesa di Gerusalemme: questa era, sì, interamente composta da cristiani di origine ebraica, ma di questi alcuni erano originari della terra d’Israele ed erano detti «ebrei», mentre altri di fede ebraica veterotestamentaria provenivano dalla diaspora di lingua greca ed erano detti «ellenisti». Ecco il problema che si stava profilando: i più bisognosi tra gli ellenisti, specialmente le vedove sprovviste di ogni appoggio sociale, correvano il rischio di essere trascurati nell’assistenza per il sostentamento quotidiano. Per ovviare a questa difficoltà gli Apostoli, riservando a se stessi la preghiera e il ministero della Parola come loro centrale compito decisero di incaricare «sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza» perché espletassero l’incarico dell’assistenza (At 6, 2-4), vale a dire del servizio sociale caritativo. A questo scopo, come scrive Luca, su invito degli Apostoli i discepoli elessero sette uomini. Ne abbiamo anche i nomi. Essi sono: «Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola. Li presentarono agli Apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani» (At 6,5-6).
Il gesto dell’imposizione delle mani può avere vari significati. Nell’Antico Testamento il gesto ha soprattutto il significato di trasmettere un incarico importante, come fece Mosè con Giosuè (cfr Nm 27,18-23), designando così il suo successore. In questa linea anche la Chiesa di Antiochia utilizzerà questo gesto per inviare Paolo e Barnaba in missione ai popoli del mondo (cfr At 13,3). Ad una analoga imposizione delle mani su Timoteo, per trasmettergli un incarico ufficiale, fanno riferimento le due Lettere paoline a lui indirizzate (cfr 1 Tm 4,14; 2 Tm 1,6). Che si trattasse di un’azione importante, da compiere dopo discernimento, si desume da quanto si legge nella Prima Lettera a Timoteo: «Non aver fretta di imporre le mani ad alcuno, per non farti complice dei peccati altrui» (5,22). Quindi vediamo che il gesto dell’imposizione delle mani si sviluppa nella linea di un segno sacramentale. Nel caso di Stefano e compagni si tratta certamente della trasmissione ufficiale, da parte degli Apostoli, di un incarico e insieme dell’implorazione di una grazia per esercitarlo.

La cosa più importante da notare è che, oltre ai servizi caritativi, Stefano svolge pure un compito di evangelizzazione nei confronti dei connazionali, dei cosiddetti “ellenisti”, Luca infatti insiste sul fatto che egli, «pieno di grazia e di fortezza» (At 6,8), presenta nel nome di Gesù una nuova interpretazione di Mosè e della stessa Legge di Dio, rilegge l’Antico Testamento nella luce dell’annuncio della morte e della risurrezione di Gesù. Questa rilettura dell’Antico Testamento, rilettura cristologica, provoca le reazioni dei Giudei che percepiscono le sue parole come una bestemmia (cfr At 6,11-14). Per questa ragione egli viene condannato alla lapidazione. E san Luca ci trasmette l’ultimo discorso del santo, una sintesi della sua predicazione. Come Gesù aveva mostrato ai discepoli di Emmaus che tutto l’Antico Testamento parla di lui, della sua croce e della sua risurrezione, così santo Stefano, seguendo l’insegnamento di Gesù, legge tutto l’Antico Testamento in chiave cristologica. Dimostra che il mistero della Croce sta al centro della storia della salvezza raccontata nell’Antico Testamento, mostra che realmente Gesù, il crocifisso e il risorto, è il punto di arrivo di tutta questa storia. E dimostra quindi anche che il culto del tempio è finito e che Gesù, il risorto, è il nuovo e vero “tempio”. Proprio questo “no” al tempio e al suo culto provoca la condanna di santo Stefano, il quale, in questo momento — ci dice san Luca— fissando gli occhi al cielo vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra. E vedendo il cielo, Dio e Gesù, santo Stefano disse: «Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio» (At 7,56). Segue il suo martirio, che di fatto è modellato sulla passione di Gesù stesso, in quanto egli consegna al “Signore Gesù” il proprio spirito e prega perché il peccato dei suoi uccisori non sia loro imputato (cfr At 7,59-60).
Il luogo del martirio di Stefano a Gerusalemme è tradizionalmente collocato poco fuori della Porta di Damasco, a nord, dove ora sorge appunto la chiesa di Saint-Étienne accanto alla nota École Biblique dei Domenicani. L’uccisione di Stefano, primo martire di Cristo, fu seguita da una persecuzione locale contro i discepoli di Gesù (cfr At 8,1), la prima verificatasi nella storia della Chiesa. Essa costituì l’occasione concreta che spinse il gruppo dei cristiani giudeo-ellenisti a fuggire da Gerusalemme e a disperdersi. Cacciati da Gerusalemme, essi si trasformarono in missionari itineranti: «Quelli che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la Parola di Dio» (At 8,4). La persecuzione e la conseguente dispersione diventano missione. Il Vangelo si propagò così nella Samaria, nella Fenicia e nella Siria fino alla grande città di Antiochia, dove secondo Luca esso fu annunciato per la prima volta anche ai pagani (cfr At 11,19-20) e dove pure risuonò per la prima volta il nome di «cristiani» (At 11,26).                 
In particolare, Luca annota che i lapidatori di Stefano «deposero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo» (At 7,58), lo stesso che da persecutore diventerà apostolo insigne del Vangelo. Ciò significa che il giovane Saulo doveva aver sentito la predicazione di Stefano, ed essere perciò a conoscenza dei contenuti principali. E san Paolo era probabilmente tra quelli che, seguendo e sentendo questo discorso, «fremevano in cuor loro e digrignavano i denti contro di lui» (At 7, 54). E a questo punto possiamo vedere le meraviglie della Provvidenza divina. Saulo, avversario accanito della visione di Stefano, dopo l’incontro col Cristo risorto sulla via di Damasco, riprende la lettura cristologica dell’Antico Testamento fatta dal Protomartire, l’approfondisce e la completa, e così diventa l’«Apostolo delle Genti». La Legge è adempiuta, così egli insegna, nella croce di Cristo. E la fede in Cristo, la comunione con l’amore di Cristo è il vero adempimento di tutta la Legge. Questo è il contenuto della predicazione di Paolo. Egli dimostra così che il Dio di Abramo diventa il Dio di tutti. E tutti i credenti in Gesù Cristo, come figli di Abramo, diventano partecipi delle promesse. Nella missione di san Paolo si compie la visione di Stefano.
La storia di Stefano dice a noi molte cose. Per esempio, ci insegna che non bisogna mai disgiungere l’impegno sociale della carità dall’annuncio coraggioso della fede. Era uno dei sette incaricato soprattutto della carità. Ma non era possibile disgiungere carità e annuncio. Così, con la carità, annuncia Cristo crocifisso, fino al punto di accettare anche il martirio. Questa è la prima lezione che possiamo imparare dalla figura di santo Stefano: carità e annuncio vanno sempre insieme. Soprattutto, santo Stefano ci parla di Cristo, del Cristo crocifisso e risorto come centro della storia e della nostra vita. Possiamo comprendere che la Croce rimane sempre centrale nella vita della Chiesa e anche nella nostra vita personale. Nella storia della Chiesa non mancherà mai la passione, la persecuzione. E proprio la persecuzione diventa, secondo la celebre frase di Tertulliano, fonte di missione per i nuovi cristiani. Cito le sue parole: «Noi ci moltiplichiamo ogni volta che da voi siamo mietuti: è un seme il sangue dei cristiani» (Apologetico 50,13: Plures efficimur quoties metimur a vobis: semen est sanguis christianorum). Ma anche nella nostra vita la croce, che non mancherà mai, diventa benedizione. E accettando la croce, sapendo che essa diventa ed è benedizione, impariamo la gioia del cristiano anche nei momenti di difficoltà. Il valore della testimonianza è insostituibile, poiché ad essa conduce il Vangelo e di essa si nutre la Chiesa. Santo Stefano ci insegni a fare tesoro di queste lezioni, ci insegni ad amare la Croce, perché essa è la strada sulla quale Cristo arriva sempre di nuovo in mezzo a noi.

13 DICEMBRE: SANTA LUCIA VERGINE E MARTIRE

http://digilander.libero.it/santigeremiaelucia/storiasantalucia.htm

13 DICEMBRE: SANTA LUCIA

VERGINE E MARTIRE

LA FAMIGLIA DI LUCIA
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Don Aldo Fiorin
Parroco dei Ss. Geremia e Lucia
Docente di S. Scrittura nel Seminario
Venezia, Chiesa dei Ss. Geremia e Lucia, 22 novembre 1965
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Sul finire del III secolo (anno 281?) nacque a Siracusa S. Lucia. La città natale era famosa per essere stata fiorente centro di vita greca prima e poi d’importante commercio, intimamente legata alle vi­cende delle guerre puniche: conquistata da Roma nel 212 a. C. assolse una funzione notevole tra le città della provincia di Sicilia.
Diffusosi il cristianesimo in età apostolica per merito del vescovo S. Marziano, inviato a Siracusa da
S. Pietro stesso secondo la tradizione, ospitò l’apo­stolo S. Paolo per tre giorni nel viaggio verso Roma, come testimoniano gli Atti degli Apostoli. La fede di Cristo, nonostante le varie persecuzioni, si era potuta diffondere notevolmente: quando nacque S. Lu­cia la colonia cristiana era assai numerosa con le sue chiese e le sue catacombe cimiteriali.
Secondo la tradizione, la famiglia della nostra santa era di nobile stirpe e ricca di possedimenti ter­rieri: ci è lasciato il nome della madre: Eutichia; del padre è detto che morì quando Lucia era quin­quenne appena. Probabilmente egli poteva chiamarsi Lucio, data la norma romana di porre alle figliuole il nome del padre. Anche la famiglia forse era già cristiana se consideriamo il nome imposto a Lucia, tipicamente cristiano secondo qualcuno, ispirato al testo paolino « siete figli della luce ». Lucia significa senz’altro Luce per il dotto Tillemont.

LA GIOVINEZZA
Cresceva bella e buona la bimba siracusana, sot­to lo sguardo vigile della madre: soprattutto era bella nella modestia del portamento, onde la madre già pensava per lei la soluzione di un felice matri­monio.
Invece Lucia aveva ben altro proposito nella sua vita: si era consacrata perennemente al Signore con voto di verginità. Neanche la madre fu a conoscen­za di questo.
Soltanto un insieme di circostanze fortuite resero manifesta la sua consacrazione al Signore.
Alla vicina città di Catania, ogni anno solevano andare in folla i cristiani per venerare il corpo del­la vergine martire S. Agata, morta per la fede di Cristo nel 231, durante la persecuzione di Decio. I miracoli, che avvenivano presso il suo sepolcro, ne avevano diffuso la fama in tutta la Sicilia cristiana.
Il 5 febbraio del 301, festa della Santa, tra i pellegrini c’erano anche Lucia ed Eutichia sua madre.
Da oltre quarant’anni Eutichia soffriva di gravi emorragie, per le quali nessun rimedio era stato uti­le: ormai aveva perduto ogni speranza di guarire.
In quel giorno, durante i sacri misteri, fu letto il tratto evangelico, che narrava l’episodio dell’emo­roissa: una malattia identica alla sua. Il testo evan­gelico fu compreso bene dalle due donne. Una fi­ducia insperata di poter guarire provò Eutichia e viva fede ebbe Lucia nella potenza miracolosa di S. Agata. L’emoroissa era guarita appena aveva toc­cato la veste del Signore: la madre di Lucia sareb­be stata risanata se invece avesse toccato il sepolcro della santa martire. Così Lucia suggerì a sua madre.
Sul far della sera, quando tutti ebbero lasciato la chiesa, le due donne rimasero nella penombra in fiduciosa preghiera accanto al sepolcro di S. Agata. Le loro parole alla Santa erano di intensa richiesta di guarigione. A lungo però non poterono pregare ché il sonno ebbe il sopravvento e Lucia si addor­mentò profondamente lì nella penombra della chiesa, accanto al sepolcro della martire catanese.
Nel sonno le parve di aver presente una visione nitida: schiere e schiere di angeli circondavano la ver­gine   S. Agata, che sorrideva a Lucia e le diceva:
« Lucia sorella mia, vergine di Dio, perché chiedi a me ciò che tu stessa puoi concedere ? Infatti la tua fede ha giovato a tua madre ed ecco che è divenuta sana ».
Quando Lucia si svegliò, rivelò alla madre la visione serena e le parole risanatrici di S. Agata. Era guarita la madre. Inoltre era questo il momento opportuno .di farle conoscere il suo voto di vergi­nità. Così in realtà fece. Nessun rammarico mostrò la donna per questo proposito santo: anzi le disse che ogni sua cosa personale, dopo la morte, le sareb­be stata lasciata.
Il momento era adatto per Lucia per suggerire alla madre propositi di maggiore perfezione, giac­ché manifestava così vivamente il distacco dai beni della terra; onde la consigliò di vendere tutte le sue sostanze e darle ai poveri.
Per allora Eutichia non fece alcun progetto, ma poi, ritornate, a Siracusa, Lucia riprese ancora a parlarle dell’ideale di perfetta povertà. Ben presto si decise di vendere i suoi beni e distribuire il rica­vato ai poveri, seguendo gli esempi della primitiva chiesa di Gerusalemme.
Una tale elargizione se era esemplare nella fer­vente comunità cristiana di Siracusa, destava senz’al­tro lo stupore dei pagani, per i quali i beni di que­sto mondo erano le cose migliori della vita. Ordina­riamente un gesto del genere era sintomo evidente di fede cristiana: solo i seguaci di Cristo giungevano a disprezzare i beni della terra al punto da ven­derli e darli ai poveri. E così pensò uno a cui molto interessavano i beni di Lucia: un giovane del quale la tradizione non ha conservato il nome e che desi­derava vivamente di farla sua sposa.
Dalla madre di Lucia volle sapere perché la fi­gliuola vendeva le vesti preziose e gli ornamenti; per quale ragione distribuiva il ricavato ai poveri, alle vedove ed ai ministri del culto cristiano. Eutichia diede una risposta evasiva, che per il momento lo rese tranquillo.
Ma in seguito il sospetto che Lucia fosse cri­stiana divenne certezza: visto fallire il suo desiderio di averla come sposa, poiché ella lo aveva respinto, decise di denunciarla al prefetto della città come cristiana e di conseguenza fossero applicati a lei i decreti imperiali.

LA PERSECUZIONE DI DIOCLEZIANO
Allora per la chiesa cattolica non erano tempi tranquilli: l’imperatore Diocleziano nel vano tenta­tivo di arrestare l’inevitabile crisi dell’Impero roma­no stava attuando varie riforme, da quella ammi­nistrativa a quella economica, fiducioso di riportare lo Stato romano ai tempi migliori. Nel suo vasto piano di rinnovamento generale, anche la riforma religiosa doveva avere la sua importanza, come ri­forma delle coscienze: il culto imperiale doveva es­sere il veicolo di penetrazione interiore del senso della romanità e della potenza dell’impero. Appro­fittando di un complesso di circostanze, emanò i suoi editti di persecuzione contro i cristiani il 24 feb­braio del 303. Fu la più feroce persecuzione la sua, soprattutto nelle province, dove funzionari zelantis­simi la applicarono ciecamente. Lattanzio (de mort. persec. 10) ha scritto pagine celebri sulla furia di codesta persecuzione.                                                                                                                        

 IL DIALOGO CON PASCASIO
A Siracusa era prefetto della città (meglio era correttore) Pascasio, succeduto da pochi mesi a Cal­visiano, che nell’agosto del 303 aveva condannato a morte il vescovo S. Euplo.
Quando Lucia gli fu portata innanzi sotto l’im­putazione di essere cristiana, egli le ordinò di sa­crificare agli dei. Allora Lucia disse: Sacrificio puro presso Dio consiste nel visitare le vedove, gli orfani e i pellegrini, che versano nell’afflizione e nella ne­cessità, ed è già il terzo anno da che io offro a Cristo Dio tali sacrifici erogando tutto il mio patrimonio.
Pascasio l’interruppe con senso d’ironia: Va a con­tare queste ciance agli stolti come te, poiché io eseguo i comandi dei Cesari e perciò non posso udire sif­fatte stoltezze.
Lucia disse: Tu osservi i decreti dei Cesari co­me anch’io curo la legge del mio Dio giorno e notte; temi pure le loro leggi, mentre io riverisco il mio Dio: tu non vuoi mancare di rispetto a quelli ed io come mai oserò di contraddire il mio Dio? Tu t’ingegni di piacere a loro ed io mi ingegno di piacere a Dio: tu dunque fa come credi ti torna comodo ed io opero secondo è grato all’animo mio.
Pascasio continuò: Tu hai prodigato le tue so­stanze ad uomini vani e dissoluti.
Presso i pagani, secondo quanto testimoniano le apologie di Minucio Felice e Tertulliano, vigeva l’ac­cusa che i cristiani praticassero riti dissoluti come si notavano in altri culti misterici. Ma Lucia subito smen­tisce Pascasio dicendogli: Io ho riposto al sicuro il mio patrimonio e la mia persona non ha gustato la dissolutezza.
Pascasio soggiunse: Tu sei la stessa dissolutezza in anima e corpo.
Lucia rispose: Siete voi che costituite la corru­zione del mondo.
Pascasio disse: Cessi la tua loquacità; passiamo ai tormenti.
Lucia replicò: E’  impossibile porre silenzio ai detti del Signore.
Pascasio riprese: Tu adunque sei Dio?
Lucia rispose: Io sono serva del Dio eterno, poi­ché Egli ha detto: quando sarete dinanzi ai re ed ai principi non vi date pensiero del come o di ciò che dovete dire, poiché non siete voi che parlate ma lo Spirito Santo che parla in voi.
Pascasio disse: Dentro di te c’è adunque lo Spirito Santo?
Lucia rispose: Coloro che vivono castamente e piamente sono tempio di Dio e lo Spirito Santo abita in essi.
Pascasio disse: Ti farò condurre in un luogo turpe e così fuggirà da te lo Spirito Santo.
Anche per piegare altre vergini cristiane il giu­dice romano spesso era ricorso a simili mezzi: tant’è vero che Tertulliano scriveva, con i suoi tipici giuochi di parole, che esse temevano più il lenone che il leone: la prova cioè contro la loro virtù piuttosto che le belve feroci.
Innanzi alla fermezza della santa di non piega­re agli ordini di Pascasio, questi raduna della gen­taglia per costringere Lucia ad obbedirgli. Ogni suo tentativo riesce vano: neppure i soldati, neppure le paia di buoi riescono a smuovere Lucia che sta im­mobile come una roccia (l’episodio è narrato, tra gli altri, con potenza d’arte da Lorenzo Bassano in una pala della Basilica di S. Giorgio Maggiore di Venezia).
Tutti codesti prodigi furono ritenuti da Pascasio opera di magia, onde ordina che attorno a lei si pre­pari il rogo e sì accenda la fiamma, secondo quanto si usava contro i sospetti di arti magiche.
Vengono tosto portate pece e resina, legname ed olio; tutto viene gettato contro la Santa. Divampano le fiamme,. ma lei non ne è toccata. Anzi dice a Pascasio: Pregherò il mio Signore perché questo fuoco non si impadronisca di me.
Pascasio non si conteneva più dall’ira. Allora al­cuni dei suoi amici per impedire che fosse ancor più deriso dalla Santa e gli sforzi suoi risultassero del tutto vani, tirarono giù Lucia dal rogo perché fosse finita con la spada.                                                                                                                                                                      
 IL MARTIRIO
Lucia comprese che ormai era giunto il momento di confessare Cristo con il martirio: si pose in ginoc­chio pronta a ricevere il colpo mortale.
Prima però volle parlare alla gran folla che nel frattempo si era radunata attorno a lei: disse che la persecuzione contro i Cristiani stava terminando e la pace per la Chiesa era imminente con la caduta del­l’imperatore Diocleziano. Ricordò loro che Siracusa l’avrebbe sempre onorata così come la vicina Cata­nia aveva in venerazione S. Agata. Quando ebbe terminato di parlare, venne il colpo mortale che le recise il capo consacrandone la verginità con il mar­tirio.
Era il 13 dicembre del 304, secondo quanto narra la tradizione.

STORIA DEL SUO CULTO
Deposto il suo corpo nelle catacombe, che da lei presero il nome, divenne il suo sepolcro ben presto famoso richiamando i fedeli che ne ricevevano gra­zie abbondanti. Fu subito la Santa per eccellenza dei siracusani. In iscrizioni greche delle catacombe sira­cusane, anche dopo un secolo dal martirio è detto «la nostra santa Lucia ». Soprattutto è rimasta fa­mosa la iscrizione di Euschia venuta alla luce nel 1894 in escavi archeologici. Essa dice «Euschia la irreprensibile, vissuta buona e pura per anni circa 25, morì nella festa della mia Santa Lucia per la quale non vi ha elogio condegno: (fu) cristiana, fedele, perfetta, grata al suo marito di morta gratitudine».
All’inizio del V secolo, data dell’iscrizione, la Santa era ormai popolare: Euschia, questa donna, muore giovane nel giorno festivo della sua patrona, che nes­suno può elogiare in maniera conveniente giacché or­mai tutti ne conoscevano vita, virtù e prodigi. Secondo il breviario Gallo-Siculo sopra il sepolcro di S. Lucia sarebbe stata innalzata una basilica nel 310: addirit­tura sette anni dopo il martirio !
Se la notizia è discutibile per questa data, si può peraltro ammettere che la basilica sia stata eretta non molto tempo dopo la sua morte: comunque prima della citata iscrizione di Euschia.
Il suo culto ben presto si diffuse fuori della Si­cilia stessa come documentano le stratificazioni più antiche del martirologio Geronimiano: prova ne sia­no l’inserzione del nome della Santa nel Canone del­la Messa da parte di papa S. Gregorio Magno ( 604), la devozione in Roma stessa, dove le vennero de­dicate una ventina di chiese e nell’Italia settentrio­nale, dove la troviamo effigiata a Ravenna in S. Apol­linare Nuovo nella processione delle vergini, in In­ghilterra, nella chiesa Greca, dove il Damasceno stes­so compose la liturgia in onore della Santa. Dopo le scoperte geografiche del secolo XV, il suo culto si estende particolarmente nell’America Latina, nell’Africa, in alcuni luoghi dell’America del Nord. Nella devozione popolare la sua vita si arricchisce di particolari leggendari: il più famoso è quello di cre­dere che la santa stessa si sia levata gli occhi invian­doli in un bacile di argento al giovane, che si era in­namorato del loro splendore affascinante oppure, se­condo la versione, accettata fra l’altro anche dall’uma­nista Battista Mantovano, li abbia mandati a Pascasio stesso, ma subito le siano stati rimessi con improvviso miracolo, poiché S. Raffaele sarebbe sceso da cielo a compierlo.
Non sappiamo quando sia nata la leggenda (ma è probabile di età umanistica), che presenta una parti­colare somiglianza con episodi consimili verificatisi nella favolistica indiana: forse si è dato il caso di omonimia con un’altra Santa, che si sarebbe tolta gli occhi per liberarsi da un’incauta persona, o meglio per un processo di etimologia popolare del nome rav­visando il rapporto: Lucia = luce, oppure come sug­gerisce il Delehaye, quale ex-voto di devoto guarito. Di conseguenza, in base ai principi della pietà popo­lare, S. Lucia fu invocata per proteggere la luce degli occhi, cioè la vista. Forse, secondo quanto insinua il dotto Garana, codesto rapporto è antichissimo, come può risultare dall’iscrizione di Euschia del IV secolo, nella quale il nome della devota nel valore di « om­brosa » può alludere ad affezione morbosa della vista. Certo nell’appendice miracolistica, annessa al racconto della traslazione veneziana del 1280 (ma giuntaci in un testo quattrocentesco), sono documentati alcuni miracoli di vista riacquistata. Una prova ulteriore è data da quanto la tradizione afferma di Dante Ali­ghieri, almeno stando ai dati del figlio Jacopo, per cui il poeta sarebbe guarito da grave danno alla vista subito per le lagrime sparse in morte di Beatrice, dopo di aver invocato spesso S. Lucia durante il male, onde l’ha collocata nel secondo canto dell’Inferno, nel nono del Purgatorio e nel trentatreesimo del Paradiso: non più dunque in sola funzione allegorica, quanto invece come gesto di riconoscenza devota.

ICONOGRAFIA DELLA SANTA
Il culto veneziano della Santa è provato tra l’altro dal Kalendarium Venetum del XI secolo, e poi nei Messali locali del secolo XV, nonché nel Memoriale Franco e Barbaresco dell’inizio del 1500, dove è con­siderata festa di palazzo, cioè festività civile.
Sin dal 1107 sorgeva una chiesa in suo onore all’estremità occidentale del Canal Grande, forse par­rocchia nel 1182, dove poi nel 1313 riscontriamo con sicurezza il corpo della Santa. In essa esisteva la scuola a lei intitolata sin dal 1323, a cui nel 1703 fu aggiunto un sovvegno. Ma in nessun’altra chiesa veneziana no­tiamo scuole in suo onore, tranne a 5. Moisè, poiché qui sin dal 1313 esisteva una scuola per i ciechi, onde fu naturale il culto alla Santa patrona della vista.
Prova più vasta dell’importanza della Santa nella pietà veneziana è pure desumibile dalla sua icono­grafia in pale d’altare, per buona parte di origine e sviluppo post-tridentino. Così si veda a S. Marco (mo­saici dei secoli XVI e XVII); nella pala con la Ver­gine e Santi, di Giovanni Bellini a S. Zaccaria; a S. Giovanni in Bragora in polittico di Iacobello del Fio­re; in quella di S. Nicolò, del Lotto ai Carmini; a S. Giovanni Crisostomo, nella pala di Sebastiano del Piombo; a S. Martino; a S. Elisabetta del Lido; a S. Stefano nella pala dell’Immacolata, del Menescar­di; a S. Giorgio Maggiore, di Leandro Bassano; ai To­lentini, del Peranda; ai SS. Apostoli, di Giambattista Tiepolo, ma soprattutto in chiesa, ora, a S. Geremia in tele della demolita chiesa di S. Lucia.
Tralascio le altre documentazioni iconografiche nei musei e raccolte private veneziane, poiché ora non sono più oggetto di culto; alla pari accenno solo al vasto repertorio iconografico nella pittura venezia­na e veneta, fuori di Venezia, come, per fare un no­me, in Cima da Conegliano. Nell’ambito della diocesi, si notino le storie della Santa in affresco del duomo di Caorle, navata destra, di anonimo trecentesco, e la Santa in pala di altare laterale nella chiesa di Oriago, di anonimo settecentesco; in altare laterale nella chiesa di Chirignago di anonimo neoclassico.
Il tipo iconografico, sino al periodo post-tridenti­no, non sempre la dà con gli occhi in mano: a volte, come in Cima, tiene la lampada verginale fra le mani (poittico di Olera; pala di Lisbona); il motivo degli occhi sul bacile di argento, sebbene sia presente anche in fase pre-tridentina, è poi costante in quella post-tri­dentina.

STORIA DELLE SUE RELIQUIE
Il corpo di S. Lucia rimase in Siracusa per molti secoli: dalla catacomba, dove fu sepolto, fu poi por­tato nella basilica eretta in suo onore, presso la quale, all’inizio del VI secolo, fu costruito un monastero. Nella minaccia araba per il suo sepolcro nell’878, dopo la conquista islamica della Sicilia, il suo corpo fu nascosto in un luogo segreto. Nel 1039, appena Ma­niace, generale di Bisanzio, riuscì a strappare Siracusa agli Arabi, condusse le reliquie a Costantinopoli, o come preda di guerra o, secondo l’affermazione della Cronaca del doge Andrea Dandolo, su preciso ordine degli imperatori Basilio e Costantino. Invece secondo la tradizione francese, il corpo della Santa fu levato da Siracusa nel corso del secolo VIII da Feroaldo, duca di Spoleto, dopo la conquista della città che lo recò a Corfinio, donde il vescovo di Metz lo avrebbe trasferito nella sua città episcopale. Indubbiamente qui si sviluppò un culto attorno a codèste reliquie, seb­bene, viene notato giustamente, si tratti di un’altra martire siracusana, di nome Lucia e confusa per omo­nimia con la nostra Santa. La linea maestra della tra­dizione afferma che il suo corpo fu tolto da Costantinopoli nel 1204 dal doge veneziano Enrico Dandolo, dove lo aveva trovato assieme a quello di S. Agata, ed inviato a Venezia. Invece secondo una variante, do­cumentata dal codice secentesco, o Cronaca Veniera, della Biblioteca Marciana di Venezia (It. VII, 10 (= 8607) f. 15 v.), esso sarebbe stato portato a Venezia, assieme a quello di S. Agata, nel 1026, sotto il dogado di Pietro Centranico. Non sappiamo l’ori­gine della notizia e se derivi da una fonte anteriore, per quanto un fondato sospetto induca ad un errore meccanico di amanuense, che ha letto 1026 per 1206, cioè gli anni della traslatio ufficiale. E nella Cronaca Veniera lo si accettò, armonizzando il fatto con il doge dell’epoca. Certo è difficile una precisazione sto­rica di codeste reliquie, esente da qualsiasi sospetto, almeno allo stato attuale delle cose; per noi è pru­denza elementare prendere atto della presenza del suo corpo in Venezia sin dal 1204. Ma si noti che in Ve­nezia esisteva già una chiesa dedicata alla martire nel 1167 e 1182, come lo provano inequivocabili docu­menti, per cui è probabile che la determinazione di tra­sferire le reliquie nelle lagune sia stata originata dalla necessità di arricchire una chiesa veneziana, come d’al­tronde si verificò per altri casi consimili.
Comunque a Venezia il suo corpo fu collocato nella chiesa di S. Giorgio Maggiore e determinò un flusso di pellegrinaggi, che nel giorno d’ella festa (13 dicembre) assumeva proporzioni impressionanti, nel­l’andirivieni di imbarcazioni. Il 13 dicembre 1279 accaddero tragici fatti. Alcuni pellegrini morirono an­negati in seguito al capovolgimento delle imbarcazio­ni per l’insorgere di un turbine improvviso.
Il Senato, ai fini di evitare ancora consimili doloro­si incidenti, decise che il corpo della Santa fosse por­tato in una chiesa di città. Fu scelta la chiesa di S. Maria Annunziata o della « Nunciata » nell’estremo sestiere di Cannaregio, dove furono poste le preziose reliquie trasferite da S. Giorgio il 18 gennaio 1280 con una solenne processione.
Nel 1313 fu consacrata una nuova chiesa dedicata a S. Lucia, nella quale le reliquie della Santa furono deposte definitivamente.
Nel 1441 papa Eugenio IV dava questa chiesa, che era piccola parrocchia, in commenda alle mo­nache del vicino monastero del Corpus Domini; nel 1478 invece papa Sisto IV, dopo una vivace contesa tra il monastero della Nunciata e la parrocchia, che a volte assunse fasi davvero ridicole, concedeva chiesa e parrocchia alle monache del monastero della Nun­ciata, che avanzavano diritti contro quelle del Corpus Domini sul possesso del corpo della Santa: la lite insorta fra i due monasteri fu risolta in favore di quel­lo della Nunciata, come si è visto: però esso doveva sborsare ogni anno 50 ducati a quello del Corpus Domini.
Nel 1579 passando per il Dominio veneto l’im­peratrice Maria d’Austria, il Senato volle farle omag­gio di una reliquia di S. Lucia. Con l’assistenza del patriarca Trevisan fu levata una piccola porzione di carne dal lato sinistro del corpo della Santa.
Altre reliquie della Santa si trovavano a Siracusa, recate nel 1556 da Eleonora Vega, che le ottenne a Roma dall’ambasciatore di Venezia’ così pure avven­ne per alcuni frammenti di braccio sinistro, recati ivi nel 1656 da Venezia, dal cappuccino Innocenzo da Caltagirone. Reliquie ancora sono possedute a Napoli, Roma, Milano, Verona, Padova, Montegalda di Vi­cenza e a Venezia stessa, nelle chiese di S. Giorgio Maggiore, dei SS. Apostoli, dei Gesuiti, dei Carmini.
All’estero sono documentate a Lisbona nel 1587, con una reliquia ricevuta da Venezia; in chiese del Belgio nel 1676; a Nantes, in Francia, nel 1667. Nel 1728 una parte dell’urna fu donata a papa Benedet­to XIII.
Una nuova chiesa, al posto di quella antica, fu costruita tra il 1609 e il 1611, su schemi palladiani, riecheggiante l’attuale delle Zitelle, con due torri cam­panarie in facciata.
Per completarla, giravano per la città alcuni inca­ricati dalle monache a raccogliere le offerte dei fedeli con la cassella concessa dal Magistrato della Sanità.
Il 28 luglio del 1806, in seguito alla soppressione napoleonica, chiesa e monastero furono chiusi e le monache si rifugiarono in S. Andrea della Zirada, por­tando con sé le reliquie della Santa. Poco dopo, non potendo rimanere lì per ragioni di spazio, con il con­senso del Ministero del culto ritornavano ancora al­l’antica sede insieme con il corpo di S. Lucia.
Nel 1813 il convento di S. Lucia veniva donato dall’imperatore d’Austria alla b. Maddalena di Ca­nossa, che vi abitò fino al 1846, quando si iniziarono i lavori per la stazione ferroviaria e per la demolizione del convento. Per il momento la chiesa non fu toccata. Invece nel 1860 dovendosi ampliare la stazione fer­roviaria, nella stolida furia distruttiva dell’epoca, fu abbattuta anche la chiesa di 5. Lucia seguendo la triste sorte di tante altre chiese veneziane. Vero è che mi­nacciava rovina, fatiscente ormai di secoli e di umane malizie. Si sarebbe potuto ripararla e risolvere diver­samente le esigenze della stazione ferroviaria. Invece presi accordi con l’Autorità Ecclesiastica, si decise di trasportare il corpo della Santa nella vicina parroc­chiale di S. Geremia. Per la traslazione, avvenuta l’11 luglio 1860, intervenne il patriarca Ramazzotti con tutto il Clero e popolo della città: sette giorni rimase il sacro corpo sull’altar maggiore, poi fu posto su un altare laterale in attesa di costruire la nuova cappella. Tre anni dopo, l’11 luglio 1863, il patriarca Trevi­sanato la inaugurava: essa era stata costruita con il materiale del presbiterio della demolita chiesa di S. Lucia su gusti palladiani. Finalmente per la genero­sità di Mons. Sambo, parroco di quella Chiesa (che nel frattempo venne ad assumere la denominazione « dei Ss. Geremia e Lucia ») su disegno dell’arch. Gaetano Rossi veniva preparato alla Santa un più de­gno altare in broccatello di Verona con fregi di bronzo dorato. Il 15 giugno del 1930 il servo di Dio patriarca La Fontaine lo consacrava e collocava il corpo incor­rotto della Santa nella nuova urna in marmo giallo ambrato, che lo sovrasta. Nel 1955 il patriarca Angelo Roncalli, poi papa Giovanni XXIII, volle che fosse data più condegna importanza alle sacre reliquie, sug­gerendo l’esecuzione di una maschera d’argento, cu­rata dal parroco di allora don Aldo Da Villa.
Infine, nell’anno 1968, per iniziativa del parroco prof. don Aldo Fiorin e la generosità di benefattori, la Cappella e l’Urna sono state completamente re­staurate.
E nel suo tempio ancor oggi riposa la Martire, meta venerata di tanti pellegrinaggi, con l’augurio in­ciso nella bianca curva absidale, che si specchia sulle acque del Canal Grande:

LUCIA
VERGINE DI SIRACUSA
MARTIRE DI CRISTO
IN QUESTO TEMPIO
RIPOSA
ALL’ITALIA AL MONDO
IMPLORI
LUCE  PACE

CELEBRAZIONE EUCARISTICA NELLA MEMORIA DI SANTA CECILIA – 1998 Cardinale Darío Castrillón Hoyos

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cclergy/documents/rc_con_cclergy_doc_21111998_ceci_it.html 

OMELIA dell’Em.mo Signor Cardinale Darío Castrillón Hoyos

Prefetto della Congregazione per il Clero

CELEBRAZIONE EUCARISTICA NELLA MEMORIA DI SANTA CECILIA

Cappella di Santa Cecilia

Chiesa dei Santi Carlo e Biagio ai Catinari

Roma, 21 novembre 1998
——————————–
Sia lodato Gesù Cristo!

Carissimi sacerdoti concelebranti, carissimi diaconi, fratelli e sorelle tutti,

1) E per me motivo di grande gioia presiedere questa Concelebrazione Eucaristica nella memoria della grande Santa, vergine e martire romana, Cecilia, Patrona della musica e del canto sacro, sotto la cui protezione è posta questa insigne Accademia che, nota in tutto il mondo, costituisce un giusto vanto nazionale.
Dal luogo della splendida Cappella a lei dedicata rivolgo, innanzitutto, un particolare ringraziamento al Pontificio Consiglio della Cultura che ha felicemente promosso la nobile maestà di questa Sacra Liturgia.
Saluto poi, con affetto, tutti voi qui presenti, il maestro concertatore e direttore, il maestro del coro, i membri e collaboratori dell’Accademia – artisti del coro, professori dell’orchestra, docenti, personale tutto – rivolgendo un particolare pensiero al suo Presidente, l’illustrissimo Professore Bruno Cagli e al Direttore artistico. Intendo esprimervi la mia più viva riconoscenza per l’attenzione che riservate al grande repertorio sacro e, con ciò stesso, per il servizio che prestate alla Chiesa intera, coadiuvandola a conservare ed incrementare l’inestimabile valore del suo sacro patrimonio musicale, ben consapevoli che la musica ed il canto sacro sono eccellenti espressioni dell’arte nel culto divino e, per usare le parole della Costituzione del Concilio Vaticano II Sacrosantum Concilium, Aparte necessaria ed integrante della Liturgia solenne (n. 112).
Questo patrimonio musicale, fra l’altro, perfettamente consono allo spirito della riforma liturgica, è a servizio della partecipazione interiore del popolo alla celebrazione dei divini misteri, costituisce altissima catechesi, racchiude in sé una straordinaria forza ecumenica e missionaria, è fattore promozionale di un umanesimo che si realizza pienamente in Cristo.
2) Celebriamo la memoria di Santa Cecilia con un giorno di anticipo, data la coincidenza con l’ultima domenica dell’anno liturgico, Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo. Tale circostanza provvidenziale ci aiuta a preparare con maggior fede e letizia l’incontro con il nostro Redentore, accogliendo il Suo Aregno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace (Prefazio della Solennità di Cristo Re): veneriamo infatti Cecilia, quale virgo clarissima, Coeli lilia, Giglio del Cielo, come un’antica tradizione ama invocarla; la contempliamo mentre viene accolta nella gloria divina con musiche e canti, accedendo al banchetto nunziale, con parole del noto brano della sua Passio (doc. del IV sec.): ACantantibus organis, Caecilia, in corde suo, soli Domino decantabat, dicens: – Fiat cor et corpus meum immaculatum ut non confundar -, AMentre gli strumenti suonavano, Cecilia cantava in cuor suo all’unico Signore: – Il cuore e corpo mio restino immacolati affinchè io non sia confusa -.
Possiamo rivolgerci a lei, gioiosa in Cielo, Alà canterà come nei giorni della sua giovinezza, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura tratta dal Profeta Osea; ci dirigiamo a lei con l’invocazione della Oratio collecta Aaffinché interceda per noi rendendoci degni di cantare le lodi del Signore.
Uniti all’anima innamorata di Cecilia, anche noi, seguendo con piena fedeltà la viva e perenne Tradizione della Chiesa, cantiamo oggi, lodando Dio per le meraviglie da Lui operate continuamente nella nostra vita: a Lui che ci libera, mediante la grazia, dai lacci che il demonio ci tende; a Lui che ci aiuta a vincere il peggior nemico, che siamo noi a noi stessi quando ci lasciamo invadere dalla tristezza e sfiducia per la mancanza di fede e di speranza.
3) AInquantum homo per divinam laudem affectu ascendit in Deum, intantum per hoc retrahitur ab his quae sunt contra Deum (2a-2ae q. 91 a 1 resp.), afferma San Tommaso nella sua nota Quaestio sul canto liturgico: ATanto l’uomo con devozione ascende a Dio per mezzo della lode divina, quanto egli si ritrae da ciò che è contro Dio; la lode tributata a Dio eleva l’uomo, lo fa ascendere, allontanandolo da ciò che si oppone a Dio – il suo egoismo e la sua superbia -, ridestando l’uomo interiore. AValet tamen exterior laus oris ad excitandum interiorem affectum laudantis (Ibid a1 ad 2) aggiunge l’Aquinate: AContribuisce tuttavia la lode esteriore delle labbra a suscitare l’interiore affetto di colui che loda.
Lo aveva bene sperimentato Sant’Agostino a Milano vivendo l’esperienza della Chiesa che canta; la melodia divenne in lui forza divina trasformatrice, conducendolo sulla via della conversione: AQuanto piansi tra gli inni e i cantici, vivamente commosso alle voci della tua Chiesa, soavemente eccheggiante. Quelle voci si riversavano nei miei orecchi, stillavano la verità nel mio cuore; mi accendevano sentimenti di pietà; le lacrime, intanto, scorrevano e mi facevano bene (Conf. IX 6-14).
Nell’unica Chiesa di Cristo, che è focolare di gioiosa speranza, sappiamo che il canto e la musica sacri sono speranza in atto, perché sono preghiera. Pertanto imparare a cantare a Dio, così come imparare ad ascoltare la musica sacra è imparare a pregare con maggior speranza; ed è perciò anche, ed in ultima analisi, imparare a vivere la vita di Dio in noi, la vita di grazia che, dal santuario del nostro intimo, deborda nella società come lievito del Regnum Christi.
4) Non possiamo dimenticare che la stessa iconografia ceciliana, specialmente a partire dal XXIV secolo, ce la raffigura colma di allegria per la presenza del Signore e recante accanto a sé strumenti musicali – la lira, la cetra, l’organo, il clavicembalo, l’arpa, il liuto, la viola, il violoncello – circondata spesso di angeli musicanti: così la ritraggono il Domenichino e Guido Reni, così il Rubens e Pierre Mignard; dalla Chiesa di San Luigi dei Francesi al Louvre, dalla Cattedrale di Palermo alla Pinacoteca di Dresda, la figura della martire romana, impersonando lo spirito del canto e della musica sacri, esce dai limiti dell’arte italiana per divenire ispiratrice dell’arte europea ed internazionale, anzi, dell’arte che non ha più frontiere, come non ha più frontiere il buono, il vero e il bello.
La bontà, la verità e la bellezza sono in Dio, l’Assoluto, e sono partecipati agli uomini che, camminando per quei sentieri, dopo averne gustato i frammenti, se riflettono con cuore puro alla luce della grazia, ne colgono la pienezza e l’unità in Cristo Pantocrator. Bello, vero e buono convergono e fanno ritrovare l’umanità riunita in Dio.
Che splendida e compiuta realizzazione quella di Raffaello (1516) nel celebre dipinto della Pinacoteca di Bologna! La Santa, accompagnata dalla strumentazione musicale terrena, è tutta protesa verso l’ascolto di celesti armonie; qui la Vita divina trinitaria, il Paradiso, la stessa Comunione dei Santi sono melodia, proporzioni di luce e di colore. Così è, e deve essere, perché la santità è davvero armonia, magnificenza e splendore.
5) Le armonie del Paradiso per il quale siamo fatti, meglio si comprendono – ecco gli aspetti catechistici – se nelle nostre chiese, nelle nostre liturgie il multiforme magistero dell’arte continuerà ad accompagnarci. Per questo, qui ora non c’è uno spaccato di un raffinato museo, ma qui ora, Ain novitate sensu (Rm 12,2) – rinnovato tutto il nostro sentire ed il nostro operare – stiamo davvero pregando gioiosi, confortati dalla nuova e definitiva manna dell’Eucaristia, dopo aver abbandonato il lievito di una volta! Musica e canto veramente sacri, espressioni artistiche architettoniche, pittoriche, scultoree e nobilmente artigianali, sono quasi un Asacramentale, ovvero un canale perché l’uomo, costituito anche di sensi, si apra alla sua autentica vocazione di santità.
Nel culto si è sempre e in ogni civiltà, dato il meglio e la preziosità non sta nella valutazione venale, ma nel saper dare il meglio di se stessi. Ecco perché certe forme di Apauperismo nella Liturgia sono sovente manifestazione di sterile appiattimento della nostra fede, dove la cattolicità e la semplicità liturgiche vengono confuse con la uniformità e la sciatteria. Fa riflettere l’atteggiamento di Giuda, che rimproverò lo Aspreco della donna che versò tre libbre di nardo puro sui piedi del Salvatore, irrorati pure dalle sue lacrime di conversione. Il Vangelo sottolinea che quel rimprovero Giuda non lo fece per amore dei poveri, ma perché era avido di ricchezze terrene! Cerchiamo di non defraudare i cristiani della bellezza consona alla loro dignità di figli di Dio, e continuiamo a versare il nardo profumato della bellezza pura sui piedi del Salvatore, affinché le lacrime dell’anima, le lacrime feconde della conversione possano farci entrare rinnovati, più veri e più buoni, nel Terzo Millennio ormai imminente.
6) Concludiamo con parole del Santo Padre, rivolte alla gioventù riunita a Bologna, al termine del XXIII Congresso Eucaristico Nazionale; esse riecheggino in noi e ci aiutino a celebrare con rinnovata gioia questa Sacra Eucaristia: AVoi tutti artisti e giovani presenti, che saluto con affetto, mediante la musica ed il canto esprimete sulle cetre del nostro tempo, parole di pace, di speranza, di solidarietà. (…) Sulla strada della musica vi viene incontro Gesù. Egli resta qui con noi: è il Dio con noi. Cercatelo senza stancarvi, accoglietelo senza riserve, amatelo senza soste: oggi, domani e sempre! (Discorso del 27 settembre 1997).
Maria Santissima, Causa nostrae laetitiae, Regina Apostolorum, oggi ti veneriamo nella memoria della tua Presentazione al Tempio: ottienici la forza di vivere veramente il gaudium cum pace per essere in grado di portare agli altri la nostra gioiosa fede nel tuo Figlio!

Sulla strada della musica gridiamo per noi e per ogni fratello: AVieni Signore Gesù, vieni!.

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