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SAN GIOVANNI APOSTOLO – FESTA IL 27 DICEMBRE

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SAN GIOVANNI APOSTOLO

Giuseppe Cutuli

San Giovanni, apostolo ed evangelista, è tradizionalmente identificato come l’autore del Vangelo di Giovanni, delle tre Lettere di Giovanni e della Apocalisse, facenti parte del Nuovo Testamento della Bibbia cristiana. Giovanni nasce secondo la tradizione a Betsaida di Galilea (nel nord della Palestina), località situata sulle sponde del lago di Genezareth detto anche Mar di Galilea. Betsaida significa « casa della pesca ». Figlio di Zebedeo e di Salomè, si dedica alla pesca come suo padre che sembra, a detta dei Vangeli, non essere stato un semplice pescatore ma un vero e proprio imprenditore della pesca in quanto aveva alle sue dipendenze delle maestranze. Nei vangeli capita talvolta di incontrare un riferimento ai « figli di Zebedeo » e cioè a Giovanni e Giacomo. Giovanni avrebbe incontrato Gesù di Nazaret quando già era uno dei discepoli di un maestro delle scritture, Giovanni il Battista, precursore e profeta di Gesù, imparentato, stando alle fonti cristiane, con lo stesso Gesù essendo Elisabetta, madre di Giovanni, parente di Maria, la madre di Gesù. Il Battista indicò Gesù con queste parole: « Ecco l’agnello di Dio », dopodiché fu lo stesso Giovanni il Battista a spingere i suoi due discepoli a lasciarlo per poter seguire il nuovo maestro. Presumibilmente doveva avere meno di venti anni quando avvenne questo incontro. (San Girolamo, « De Viris Illustribus »). Tutto questo accadeva vicino a Betania sul Giordano.
Giovanni e Andrea fratello di Pietro (anch’egli in quel tempo sarebbe stato discepolo del Battista) furono i primi due apostoli del maestro di Nazaret. Gesù iniziava allora a diffondere il suo insegnamento, che, secondo alcune recenti ipotesi, risentiva anche della visione dell’ebraismo propria degli esseni nome che in ebraico significa « i medici », « i terapeuti ». Subito dopo, secondo le fonti cristiane, si aggiunsero a questi primi due apostoli rispettivamente Simon Pietro fratello di Andrea e Giacomo fratello di Giovanni. In seguito i due figli di Zebedeo vennero soprannominati per la loro impetuosità « i figli del tuono » dallo stesso Rabbi Gesù. Giovanni viene descritto dai Vangeli di carattere risoluto (Marco 3,17; Luca 9,54), e non alieno da ambizioni (Marco 10, 35-37); le fonti ci dicono che era il più giovane fra i discepoli. Giovanni si rivelerà in seguito colui che più di ogni altro, anche tra quelli più intimi del maestro, avrà capito il vero senso di questo nuovo regno: il « Regno del Figlio dell’Uomo » opponendosi ad ogni sorta di interpretazione mondana della figura della persona di Gesù pur mantenendosi radicalmente fedele alla concezione di Dio quale vero uomo anche in funzione antignostica, cioè di coloro i quali invece, trasportati anche dalla polemica nel loro tentativo di combattere quelle che loro definivano le rozze concezioni cristiane della Grande Chiesa che aveva fatto scempio del pensiero aristocratico del Rabbi di Nazareth, continuavano a mantenere separati e in una contraddizione irriducibile lo spirito e la materia. Le scritture cristiane ci dicono che Giovanni non abbandonò mai il maestro nemmeno nell’ora ultima delle persecuzioni tanto da essere presente sotto la croce dove concluse i suoi 33 anni nel mondo, oltre alla madre di Gesù, Maria di Nazareth, a Maria Maddalena e alla sua stessa madre Salomé, ciò che ha fatto dire ad alcune discepole di Gesù dei millenni seguenti che le « apostole » dimostrarono di avere più coraggio degli stessi apostoli nominati ufficialmente quali « apostoli » da Gesù stesso, sennonché c’è un’eccezione: Giovanni appunto che stette accanto al maestro e amico fino alla fine. Secondo la tradizione cristiana, durante l’ultima cena posò il capo sul petto di Cristo. Testimone della trasfigurazione e dell’agonia del Signore, era presente ai piedi della croce, dove Gesù gli affidò la Madre. Insieme a Pietro vide il sepolcro vuoto e credette nella resurrezione del Signore.
Dopo la morte di Gesù si sarebbe stabilito a Gerusalemme con gli altri della comunità dei nazareni, come venivano chiamati dagli altri professanti la religione ebraica e considerati come una semplice setta dell’ebraismo. Avvennero di lì a poco, secondo le fonti neotestamentarie, la resurrezione e l’ascensione del loro maestro. Segue poco dopo quell’altro avvenimento straordinario per questa comunità che viene chiamato come l’evento della Pentecoste. Già prima della crocefissione del « Rabbi » gli apostoli più vicini al maestro e quindi più intimi erano sempre stati Pietro, Giacomo, Andrea e Giovanni. In particolare quest’ultimo verrebbe chiamato in alcuni testi del Nuovo Testamento il prediletto del Signore (Giovanni 13,23; 19,26, 20,2; 21,7).
Paolo di Tarso racconta che dopo la morte del maestro, le colonne della chiesa di Gerusalemme sarebbero stati appunto questi quattro apostoli. Dopo la Pentecoste Giovanni è sempre a Gerusalemme e dagli Atti degli apostoli risulta come una delle figure più autorevoli della Chiesa nascente ed è nominato subito dopo Pietro (Atti 3, 1-11; 4, 13-19; 8, 14), quando tra il 36 e il 38 ci sarebbe stata una prima ondata di persecuzioni. Gli scritti cristiani ci dicono che in quella occasione Pietro e Giovanni vennero incarcerati e flagellati, in quanto agli occhi delle autorità civili sarebbero stati ritenuti i principali responsabili della comunità. Dopo le persecuzioni subite a Gerusalemme, Giovanni si recò, stando alle scritture, con Pietro in Samaria, dove avrebbe svolto un’intensa opera di evangelizzazione (Atti 8, 14-15). Le fonti cristiane ci parlano di una seconda ondata di persecuzioni. Pietro lascia Gerusalemme e la guida della comunità passa a Giacomo il Minore, mentre nel 44 Giacomo di Zebedeo (detto anche Giacomo il Maggiore) fratello di Giovanni subisce il martirio. Giovanni rimarrà ancora a Gerusalemme dove condividerà la storia di questa comunità sino a che il rinnovarsi e l’intensificarsi delle persecuzioni lo costringeranno a stabilirsi, insieme a Maria di Nazaret, a Mileto, dove era presente una comunità di nazareni. Alcuni anni prima, nel 52, a Efeso, dove era una importante comunità ebraica, era giunto Paolo di Tarso, primo missionario della buona novella, e qui si era stabilito per circa tre anni. Partito poi da qui, vi lasciò i coniugi Aquila e Priscilla che proseguirono il lavoro da lui iniziato nell’evangelizzare la città e la regione intera (Atti degli Apostoli).
A questo primo viaggio di Paolo fece seguito un suo secondo ed ultimo viaggio in questa città, dopodiché si avviò verso l’ultima tappa della sua opera di missionario, Roma, dove secondo la tradizione cattolica già era Pietro; affidò quindi la comunità a Timoteo suo discepolo di lunga data (lettere di Paolo a Timoteo). Dopo la morte di Timoteo vescovo di Efeso, Giovanni si trovò ad ereditare tutto il lavoro svolto nella chiesa di Efeso da Paolo e dai suoi collaboratori. Giovanni infatti, sembra anche a seguito di una visione in cui lo stesso Gesù gli apparve, partì da Mileto dove altrimenti forse sarebbe rimasto per il resto della sua vita e cominciò a governare la chiesa di Efeso e le altre comunità cristiane dell’Asia Minore. Recandosi a Efeso, portò con sé Maria di Nazaret madre di Gesù, poiché gli era stata affidata dallo stesso Gesù nel momento del suo commiato dalla Terra. Ricerche archeologiche condotte alla fine del secolo scorso, sulla base delle visioni della stigmatizzata monaca agostiniana Anna Caterina Emmerich (1774 – 1824), hanno permesso il ritrovamento a circa 9 Km a sud di Efeso della casa dove la tradizione dice che abitò e morì Maria di Nazaret. Giovanni giunse nella città di Efeso che contava allora circa 200 mila abitanti.
Questi basavano la loro economia vivendo del commercio e del traffico portuale. In questa grande città l’apostolo svolse la sua opera di evangelizzatore e di guida delle comunità tutte dell’Asia Minore che facevano riferimento a lui quale testimone, come amava definirsi. Accadde però che nell’anno 89 si scatenò una nuova ondata di persecuzioni nei confronti dei cristiani ad opera dell’imperatore Domiziano. Tertulliano racconta che Giovanni venne arrestato e condotto a Roma, quindi torturato nei pressi di Porta Latina e infine condannato a morte (sul luogo venne costruita la chiesa di San Giovanni in Oleo). Di lì a poco questa pena però verrà commutata in quella dell’esilio nell’isola di Patmos, dove Giovanni soggiornò a lungo. In ricordo di ciò all’apostolo Giovanni sarà dedicata la cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano. A Patmos Giovanni riuscì a convertire quasi tutta l’isola. Durante la sua permanenza a Patmos acquisì il titolo di Giovanni il veggente: fu infatti a Patmos che dettò ai suoi discepoli le visioni che ebbe sulla fine del mondo e il trionfo del regno del figlio dell’uomo che costituiranno il nucleo di quel libro, l’Apocalisse che chiude la serie dei libri che costituiscono la Bibbia cristiana. Dopo la morte dell’imperatore Domiziano nel 96, sotto l’imperatore Nerva, Giovanni fece ritorno a Efeso. Morì in tardissima età, si dice intorno ai cento anni, ad Efeso nel periodo in cui regnava l’imperatore Traiano (98-117).
Riguardo alla morte di Giovanni è stato tramandato un racconto secondo il quale fu Giovanni stesso che sentendo arrivare la sua ultima ora, nel giorno di Pasqua, si scavò una fossa dopodiché vi si sdraiò e così morì. All’ultimo periodo della sua vita terrena, trascorso nuovamente ad Efeso, risale invece l’elaborazione del Vangelo secondo Giovanni e delle tre lettere. Il Vangelo secondo Giovanni è stato scritto originariamente in greco. Il testo, tuttavia, contiene latinismi ed ebraismi. Questo vangelo è molto diverso rispetto agli altri: ci sono molte meno parabole, meno miracoli, non vi è accenno all’Eucaristia, al Padre nostro, alle beatitudini. Probabilmente il testo è stato scritto da più persone e in tempi diversi, per essere completato intorno all’anno 100. Il famoso « Prologo » o « Inno al Logos » dà inizio a questo vangelo: ci è pervenuto nei reperti risalenti all’anno 200 del Papiro 66 detto anche Papiro Bodmer II attualmente conservato a Ginevra.
Alcuni hanno formulato l’ipotesi che il prologo giovanneo sia una rielaborazione di un inno al logos preesistente. «In principio era il Logos e il Logos che era in principio era presso Dio e Dio era il Logos questi, il Logos, in principio era presso Dio. Tutto ciò che è venuto ad essere è venuto ad essere per mezzo del Logos che era in principio e senza il Logos che era in principio nulla sarebbe venuto ad essere di ciò che è venuto ad essere. Nel Logos che in principio era la vita e questa vita era la vera luce degli uomini e questa luce splende ancora nelle tenebre poiché le tenebre non sono mai riuscite ad offuscarla in maniera definitiva.» (Giovanni 1,1-5) A partire da San Girolamo l’utilizzo che Giovanni fa del termine « Logos » viene reso con la traduzione in latino « Verbum »; da allora anche in italiano per lo più il concetto greco-giovanneo di Logos viene assimilato a « il Verbo ».
Come si può notare il resoconto-testimonianza della buona notizia così come viene riportata nell’interpretazione che Giovanni ne dà, alla luce della sua grande capacità riflessiva, inizia con le stesse parole con cui inizia l’interpretazione della storia riportata dalla Bibbia ebraica dalla quale lui stesso proviene e alla quale è stato formato sin dall’infanzia: « Bereshit » che in greco fa « En Archè » ovvero « In Principio ». In questo modo il prologo giovanneo che annuncia il tema portante tutta la visione giovannea del logos che era in principio, ripete lo schema della genesi riallacciandosi così a tutta la tradizione dell’ebraismo dell’antico testamento, ma rielaborandola dal punto di vista di quanto lui aveva sperimentato nel corso della sua feconda oltre che lunga esistenza, e in questa continuità riflessiva introduce quello che è il tema centrale del quarto vangelo, ovvero l’incarnazione di questo logos. Benché sia sempre stato visto con interesse e alta considerazione negli ambienti cristiani definiti gnostici, tuttavia Giovanni non esiterà a polemizzare anche con essi ribadendo la sua posizione sulla questione dell’incarnazione del logos che era in principio: Gesù non solo come vero Dio ma anche come vero uomo. Gli gnostici, pur ribadendo la divinità della persona Gesù tenevano in poco conto l’umanità di Gesù se non addirittura la negavano, giungendo ad affermare che Gesù era spiritualmente talmente al di sopra dei suoi aguzzini – definiti esseri puramente materiali, totalmente condizionati dalla materia che per loro equivaleva a « ignoranti » – che pur inchiodato sulla croce non avrebbe minimamente sofferto. La questione dell’incarnazione del Dio Vivente non è una questione marginale: il farsi uomo di Dio e il farsi Dio dell’uomo sono infatti il vero novum storico rappresentato dall’evento Gesù di Nazaret. La parola « Apocalisse » è parola di origine greca che significa letteralmente « Rivelazione ».
Il testo giovanneo, che riporta le visioni avute dall’ultimo apostolo sopravvissuto durante il suo forzato esilio nell’isola, venne messo in scritto da lui medesimo o, presumibilmente, sotto sua dettatura da alcuni suoi collaboratori e discepoli, durante il lungo esilio nell’isola di Patmos. L’autore esordisce nella forma di sette lettere inviate alle sette comunità giovannee dell’Asia minore, facenti parte, per così dire nel linguaggio attuale, della diocesi del vescovo di Efeso Giovanni. Si tratta delle chiese di Efeso, Tiatira, Smirne, Sardi, Filadelfia, Pergamo, Laodicea. Mentre nell’ »Inno al Logos » contenuto nel suo Vangelo, Giovanni tratta delle origini della storia di questo mondo, in questo testo tratta dell’ultima fase della storia di questo mondo e della sua imminente e inevitabile fine. È questo il tema che Giovanni tratta con la sua rivelazione sia pure in un linguaggio visionario e simbolico che a dura prova ha messo le capacità interpretative di tutti coloro che lungo i secoli si sono avvicinati e avvicendati a questo enigmatico testo. Di 404 versetti, 278 contengono almeno una citazione dell’Antico Testamento. I libri che hanno maggiormente influenzato l’Apocalisse sono i libri dei Profeti, principalmente Daniele, Ezechiele, Isaia, Zaccaria e poi anche il libro dei Salmi ed Esodo. Dell’abate e monaco cistercense in rotta con il suo ordine Gioacchino da Fiore ci è pervenuto un « Commentario dell’Apocalisse » e un « Tractatus super quattuor evangelia ». Tommaso d’Aquino scrisse un « Commentario al vangelo di Giovanni »
Chiamato fin da tempi remoti con l’appellativo di Aquila spirituale, San Giovanni Evangelista viene rappresentato in molti luoghi di culto con il simbolo dell’aquila. Se ne celebra la festa il 27 dicembre. San Giovanni Evangelista è stato un soggetto molto raffigurato nella storia dell’arte.

Publié dans:SANTI APOSTOLI, SANTI EVANGELISTI |on 27 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

San Luca evangelista – festa il 18 ottobre

dal sito:

www.cristianesimo.altervista.org |

La storia delle Origini del Cristianesimo   
 
San Luca evangelista – festa il 18 ottobre

Secondo la tradizione patristica, la redazione del terzo vangelo, in ordine cronologico, e degli Atti degli Apostoli va attribuita ad un certo Luca, il «caro medico» del quale l’apostolo Paolo trasmette i saluti (Fm 24; Col 4,14). L’immagine familiare lo rappresenta come compagno fedele dell’Apostolo (2Tm 4,11). Sarà la pietà popolare ad aggiungere ulteriori particolari alla vita di Luca: verrà annoverato fra i 70/72 discepoli inviati in missione da Gesù, sarà identificato con uno dei discepoli di Emmaus, verrà presentato come il pittore della Madonna.
Sappiamo che i 4 Vangeli Canonici sono giunti fino a noi senza la firma dell’autore: ciò non esclude che essa fosse in qualche modo presente sul manoscritto (non quindi all’interno del testo), oppure che fin dagli inizi, il rotolo/codice con il testo fosse indicato da una targhetta con il nome dell’autore del testo stesso, pratica molto comune presso i testi latini e greci. Le prime sicure testimonianze che attribuiscono l’opera lucana al Luca medico delle lettere paoline risalgono alla metà del II secolo, dunque al periodo nel quale più di prima era necessario identificare gli autori degli scritti neotestamentari e soprattutto identificarli con persone che avevano visto, seguito o vissuto accanto a Gesù o ai suoi apostoli. Tra le opere ricordiamo quella di Ireneo (Adv. Haer. 3,1,1), il canone di Muratori, Tertulliano (Adv. Marcionem 4,5). Anche il prologo antimarcionita (IV sec.), aggiunge ulteriori elementi alla vita dell’evangelista: Luca proverrebbe da Antiochia, è rimasto celibe, muore in Beozia all’età di 80 anni e scrive il suo Vangelo in Acaia.
Il fatto che Luca non potesse essere un diretto seguace del Cristo (dunque testimone oculare), emerge dal testo del vangelo stesso [1]. Senz’altro dunque furono gli Atti degli Apostoli, in particolare la sezione del «noi», a contribuire all’identificazione dell’autore con un compagno di Paolo, e precisamente con il « caro medico Luca ». Dalla critica interna, è difficile stabilire se Luca fosse stato medico oppure no: a favore dell’ipotesi contribuiscono elementi quali la maggiore esattezza descrittiva di certe malattie rispetto a Marco, e l’assenza del giudizio malevolo sui medici (Mc 5,26; cfr. Lc 8,43); di fatto tuttavia, non esistendo nel I sec. d.C. un linguaccio tecnico speciale della medicina, si può affermare che le conoscenze mediche dell’autore non sembrano superare le conoscenze di una persona colta. Resta il fatto che l’identificazione di Luca con un medico non è utile sotto l’aspetto teologico, dunque l’ipotesi in tal senso già formulata dai primi Padri della Chiesa (II sec.) sembra essere sostanzialmente genuina, cioè direttamente derivata da una tradizione molto antica.
Più difficile, secondo gli studiosi, è l’identificazione di Luca con un compagno di viaggio di Paolo: mancano punti fondamentali del pensiero teologico dell’Apostolo (p. es. la giustificazione mediante la fede, il problema del rapporto tra fede e opera, tra Vangelo e Legge); vengono motivati in modo errato alcuni spostamenti di Paolo stesso, sebbene l’autore dia prova di una buona conoscenza dell’itinerario paolino; ignora alcuni fatti importanti, situazioni reali delle comunità paoline e del loro rapporto con l’Apostolo; inoltre, sembra non conoscere le sue lettere, che al momento nel quale l’evangelista scrive non erano ancora state raccolte in un corpus.
Qualche indizio fa supporre che l’evangelista sia stato un buon viaggiatore: la terminologia « nautica », soprattutto nella descrizione del viaggio di Paolo a Roma, si fa apprezzare. Non parla mai del mare di Galilea, ma sempre del « lago di Genezaret »: evidentemente, in quanto conoscitore del Mediterraneo, rispetta le proporzioni… È possibile formulare a tal proposito un’ipotesi come tante altre: senza escludere una mera conoscenza « da tavolino » (rischiesta fondamentalmente a qualsiasi autore di un testo che si pone come storico), Luca potrebbe essere stato uno dei tanti discepoli itineranti della Chiesa primitiva (da qui in avanti, col termine Chiesa indicheremo non un’antenata dell’Istituzione attuale, ma la traduzione del greco ekklesia= comunità) , un evangelizzatore all’interno del territorio imperiale romano, e solo in un secondo tempo essersi stabilito in una comunità specifica.
L’unica certezza che emerge dal testo evangelico è che «Luca non è mai stato in Palestina: situa Nazaret su di un monte, pone la regione di Gerasa di fronte alla Galilea, sul lago di Genezaret, mentre la cittadina si trova a 50km dal lago, nella Decapoli; descrive gli usi e i costumi palestinesi con la mentalità e l’occhio di un ellenista: immagina le case palestinesi costruite come quelle greco-romane, con cantina, atrio e diverse stanze, e ricoperte di tegole; crede che abitualmente i Giudei assumano la posizione sdraiata per mangiare, suppone che il vento caldo sia lo scirocco (vento del sud: Lc 12,55), mentre è il vento dell’Oriente che porta la calura, ecc.» [2]. Non da ultimo, ignora i rituali del Tempio di Gerusalemme e non si interessa ai problemi della Legge. Tuttavia, conosce la LXX, la funzione sinagogale e le pratiche giudaiche.
Scrive con uno stile artistico ed equilibrato: proprio per questo motivo, la pietà popolare gli concesse i canoni di artista e lo promosse pittore.
Da quanto detto finora, il quadro esteriore che emerge a proposito dell’autore del terzo vangelo e degli Atti è il seguente:  visse probabilmente nell’ambito delle chiese paoline, sebbene rimanga sostanzialmente insoluta la questione se avesse conosciuto Paolo o meno (ma una certa parte della critica sembra propendere per questa seconda ipotesi); come ellenista, rimane affascinato dal Dio d’Israele, tanto da diventare un « timorato di Dio » come molti; prima di incontrare il Vangelo, frequentava le sinagoghe della Diaspora [3].

L’evangelista: pensiero e teologia
Prima di affrontare il discorso dell’analisi testuale delle opere lucane, cerchiamo di mettere a fuoco l’evangelista Luca in quanto evangelista, il suo volto teologico insomma. In quanto ellenista, Luca si è rivolto agli ellenisti suoi contemporanei e fratelli nella fede, invitandoli a compiere una vera e propria opera di inculturazione. Già il prologo del Vangelo ne rivela gli scopi: il passo è costruito in perfetto stile retorico e secondo il procedimento letterario in uso fra gli storici e scrittori dell’antichità ellenistica. Tuttavia, dallo storico classico si distacca e si differenzia nettamente, per diversi motivi significativi: innanzitutto, mantiene l’anonimato, al contrario della normalità delle opere classiche; si caratterizza tuttavia come autore responsabile («ho deciso anch’io»), ma si pone al servizio di un qualcosa che lo supera: Luca non sta scrivendo un normale libro di storia. Egli raccoglie e trasmette la tradizione apostolica: la sua parola di autore deve sottostare alla parola dell’evento-Gesù. Luca dunque pone se stesso fra quelli che egli chiama ministri o servitori della Parola.
Un altro tratto distintivo presente nel prologo: tra gli storici venivano citati « i molti » – come formula retorica – per essere criticati, per mettere meglio in risalto la propria opera agli occhi dei lettori rispetto a quelle di autori precedenti. Al contrario, Luca cita « i molti » non per criticarli, ma per riconoscere la loro importanza: l’evangelista sa di non appartenere alla prima generazione apostolica, sa dipendere dagli scritti che l’hanno preceduto; non si dichiara superiore («anch’io ho deciso di scrivere un resoconto ordinato»), ma si mette sul loro stesso piano, accanto ad essi e dopo di essi, sempre a servizio della Parola.
L’autore dimostra di aver compreso l’esigenza dei tempi: mettere in ordine il passato, garantire quello stesso passato dai falsi dottori ora che i tempi cominciano ad allontanarsi rispetto ai fatti che vogliono narrare. Vuole superare con la sua opera ciò che altri prima di lui avevano raccolto in modo frammentario.
Ma il prologo lucano ha anche una seconda profonda valenza: «il fatto stesso che l’evangelista inizi la sua opera con un prologo, a mo’ degli storici dell’epoca, è di per sé significativo: per la prima volta, nella Chiesa, il vangelo si fa letteratura, l’annuncio ha preso la forma globale di una narrazione del passato. Presentare il Vangelo come un’opera letteraria rivela un significativo sforzo di inculturazione» [4]. Luca, come d’altronde Paolo, conosce il terreno « fertile » dei pagani ellenistici, e conosce anche i metodi per scrivere la storia che corrisponda alla loro mentalità e alle loro esigenze, fuori del contesto particolare della cultura giudaica, sottomettendo per certi aspetti il vangelo ai metodi della storiografia profana.
Al tempo stesso, Luca è ben cosciente che una semplice elencazione di fatti non è sufficiente: come credente e come cristiano (come uomo di fede dunque), Luca ha innanzitutto a cuore l’evento Gesù. Egli sa che il rafforzamento della fede di Teofilo non dipende dai « bruta facta », ma dalla solidità che deriva dalla tradizione autentica, trasmessa autenticamente, da una tradizione che non sia «un vaneggiare» (Lc 24,11), ma che provenga dalla parola di Dio. Per Luca, la fede non nasce dal semplice ragionamento, ma dall’incontro con l’evento-Gesù compreso come evento di Dio, grazie allo Spirito.
La venuta di Dio sulla terra in Gesù per mezzo dello Spirito Santo si rende attuale nell’oggi del lettore: l’evangelista può dunque parlare, nel prologo, di «fatti portati a compimento tra noi». A differenza di Paolo, per Luca la storia della Chiesa è appello per il presente, un presente certamente escatologico (cfr. At 2,17): ma ammonisce chi specula sulla fine imminente (cfr. Lc 19,11; At 1,6s), esattamente come chi tende ad adagiarsi nel presente. La sua visione è diversa anche da quella di Marco. Luca è si uno « storico », ma inteso come annunciatore dell’evangelo, non certo in quanto espositore oggettivo di eventi passati.
Il tema del tempo è particolarmente centrale nelle opere lucane: l’evangelista è cosciente del suo scorrere: la storia degli uomini diventa il campo dove si attua il progetto di Dio. Dalla Sua venuta nella casa di Nazaret, attraverso varie tappe, la vita di Gesù e della Chiesa arriva al mondo pagano, in quella Roma capitale del mondo allora comunemente conosciuto. Questo si riflette esplicitamente nell’esposizione della vita di Cristo: Gesù è sempre in viaggio, sembra non avere mai casa dove fermarsi: nel terzo vangelo la vita di Gesù e la missione della Chiesa vengono dunque presentate come un cammino; allo stesso modo, negli Atti gli apostoli sono sempre in viaggio e la Chiesa in cammino per diventare Chiesa di tutte le nazioni. Ma come si evince chiaramente dalla vita di Paolo e da quella degli apostoli (convertiti ma fermamente radicati nella Legge e nella tradizione dei padri veterotestamentari), Luca tende spesso a sottolineare sia l’apertura alle nazioni sia la continuità con Israele, la « casa-base ». Luca sembra fermamente convinto che la « missione » faccia parte dell’essenza della Chiesa: ciò rafforza l’impressione che l’evangelista stesso sia stato un evangelizzatore.
Così come il tempo, anche lo spazio ha un valore positivo. Lontani dalla contrapposizione giovannea tra la « comunità cristiana » e il mondo visto come luogo di tenebra e peccato, per Luca il mondo diventa il luogo dove vive e si sviluppa la Chiesa: una Chiesa che non deve avere timidezza e paura di evangelizzare il mondo, ma non deve correre il rischio di mondanizzarsi. Luca si dimostra attento a mettere in risalto, anche in modo critico, le differenze tra la vita del mondo ellenistico, fatta di simpatia, scambi e benefici, e la vita della Chiesa, basata sull’amore senza misura e sul dono gratuito. La Chiesa deve essere cosciente di avere una realtà – la salvezza – destinata a tutti e quindi da offrire in modo credibile a tutti: l’evangelista infonde nella sua opera una mentalità ottimistica, « conquistatrice ».
Sempre verso quest’ottica va visto un’altra frequente esigenza lucana: l’esigenza di amare il nemico (nel Vangelo troviamo numerose esortazioni in tal senso). Luca fa scendere questa esigenza nella quotidianità dell’esistenza: la comunità cristiana non deve essere settaria, ma deve essere aperta, accogliere ingrati, antipatici e disonesti invece di discriminarli. La Chiesa deve porsi senza paura nell’affrontare il mondo, proponendo perciò un abbozzo di società diversa, controcorrente. Anche in questo si riflette la mentalità conquistatrice dell’autore: l’amore del nemico, il proporre ad ogni uomo una nuova reciprocità. E questa era veramente la sfida della Chiesa, la sfida lanciata già da Luca, che mostra con questo una mentalità decisamente aperta, un atteggiamento decisamente nuovo verso la vita e totalmente in contrasto con la mentalità vigente in quel tempo.
Questo amore del nemico si rivela chiaramente in un altro punto fondamentale del pensiero lucano: quello dell’uomo in quanto uomo, dell’uomo amato da Dio. Anche se questo atteggiamento risale certamente a Gesù, è soprattutto Luca tra gli evangelisti a porlo maggiormente in risalto (parabola del buon samaritano). Il prossimo diventa l’altro, l’altro uomo, inatteso, improvviso, verso il quale il cristiano deve porsi senza barriere né pregiudizi né discriminazioni.
Il Vangelo di Luca è proprio per questo il meno discriminante. Mancano infatti nell’opera quei tratti antisemiti che sembrano affiorare nei Vangeli di Matteo e Giovanni, che hanno vissuto in prima persona l’esperienza di rottura con giudaismo. Per Luca i sacerdoti del Tempio che condannarono Gesù, lo fecero per ignoranza: ma si rende conto che anche i Giudei hanno qualche motivo per non accettare il Vangelo (Lc 5,39): continueranno ad esistere come realtà religiosa, ed è bene accettare questo dato di fatto e sforzarsi di convivere con tutti, abbandonando ogni velleità settaria e fanatica, ogni velleità di « guerra santa »!
Altro fattore che porta in questa direzione: è nel Vangelo e negli Atti di Luca che la donna assume una considerazione maggiore rispetto agli altri scritti. Figura emarginata nel giudaismo, Luca dimostra certamente la sua mentalità ellenistica, ma anche il suo prendere sul serio l’insegnamento e il comportamento di Gesù nei confronti della donna, dei peccatori, dei samaritani (degli emarginati in generale). L’operato di Gesù assume dunque una valenza sociale, in aperto contrasto con l’establishment dell’epoca, contro i pregiudizi religiosi dei benpensanti nei riguardi di persone emarginate e disprezzate [5]. Traspare anche dalla penna dell’evangelista, la passione di Gesù per l’uomo, e anche la preoccupazione di Luca dinanzi a una Chiesa ricca della sua realtà di salvezza e tentata di chiudersi a certe categorie di persone. «Più che nel suo ottimismo di missionario che prevede la diffusione del Vangelo in tutto il mondo, è in questi testi sull’avvicinarsi a ogni uomo che Luca rivela al meglio la sua mentalità universalistica» [6].
Ma Luca ribalta anche la tentazione dell’intolleranza: egli pone queste persone emarginate (in primis i samaritani, disprezzati dal pio giudeo perché contaminati da elementi stranieri) come modello da imitare! Particolare attenzione e anche una certa stima ripone verso l’ambiente dei poveri: basta leggere la sezione detta « Vangelo dell’Infanzia ».

Concludiamo con le parole di un importante studioso del terzo Vangelo: «L’opera lucana è di una ricchezza impressionante e svela un autore che partecipa pienamente alla vita e ai problemi della Chiesa del suo tempo: non solo ha saputo denunciare i pericoli che minacciavano i cristiani, proporre soluzioni a problemi di comportamento etico; ma più profondamente, egli ha dato una risposta essenziale a una comunità che il tempo allontanava dalla sua origine, e ha saputo rendere attuale per la sua cultura e la sua generazione il messaggio di Gesù. Indubbiamente, per l’acuta sensibilità che manifesta alle necessità « teologiche » della Chiesa della sua epoca, egli merita anche il titolo di profeta» [7].
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[1] Lc 1,3: «è parso bene anche a me, che ho fatto ricerche dall’origine, su tutto, accuratamente, scrivertene con ordine, o eccellente Teofilo».
[2] G. Rossé, Il Vangelo di Luca. Commento esegetico e teologico, Città Nuova 1992, p. 8.
[3] Sulla questione della datazione dei vari scritti neo-testamentari mi sono espresso altrove. Qui giova segnalare che ci riferiremo in ogni caso a Luca come autore del terzo Vangelo e degli Atti.
[4] G. Rossé, op. cit., p. 10.
[5] Il contrasto tra il fariseo e il pubblicano nella parabola omonima, ma anche altri passi come Lc 7, Lc 9,51-56 e Lc 19,7.
[6] G. Rossé, op. cit., p. 13.
[7] G. Rossé, op. cit., p. 14.  

Publié dans:SANTI EVANGELISTI |on 17 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

25 APRILE – SAN MARCO EVANGELISTA

dal sito:

http://www.basilicasanmarco.it/WAI/ita/storia_societa/sanmarco/interne/sanmarco_vita.bsm

25 APRILE – SAN MARCO EVANGELISTA

Sezione dedicata alla vita di San Marco
    
Conosciamo qualcosa della vita dell’evangelista Marco grazie ad alcuni testi del Nuovo Testamento e alle testimonianze degli antichi scrittori ecclesiastici. Per colmare quanto manca a questi testi ci sono fonti posteriori, di ambito egiziano ed occidentale, le quali riferiscono dell’apostolato che avrebbe svolto in Egitto e nelle Venezie. Marco si presenta con doppio nome: Giovanni, di tradizione ebraica, e Marco, di antichissima tradizione romana riportabile a Marte, il dio della guerra.
E’ ritenuto l’autore del secondo vangelo, il più breve dei quattro, composto di soli sedici capitoli.

Fasi della vita di San Marco:

La giovinezza | La crisi di Marco | Marco a Roma | Marco ad Aquileia | Ermagora | Marco in Egitto | La morte

La giovinezza

Marco, figlio di Paolo e Maria, sarebbe nato nell’odierna Cirene, capitale della Cirenaica, nella Libia attuale.
La discreta agiatezza economica gli permette lo studio dell’ebraico, greco e latino, approfondendo la conoscenza della Sacra Scrittura ed in particolare i testi dei profeti.
Probabilmente Giovanni Marco nasce all’inizio dell’era volgare, sotto l’impero di Augusto. Prima della morte dell’imperatore, la Cirenaica viene invasa da tribù barbare, che depredano terre e beni della famiglia di Marco.
Costretto alla fuga con i genitori, si rifugia a Gerusalemme dove incontra i primi annunciatori della predicazione di Gesù.
Da Gerusalemme Marco si reca ad Antiochia assieme a Barnaba e Paolo. Antiochia, oggi Antakya nella Turchia sud occidentale, sorge di fronte all’isola di Cipro. Gode il prestigio di un grande centro commerciale ed è una capitale di divertimenti; terza città dell’impero romano dopo Roma e Alessandria e capitale della provincia romana. La comunità cristiana è aperta all’evangelizzazione sia degli ebrei sia dei seguaci di qualsiasi altra religione. In effetti gli Atti precisano che proprio qui per la prima volta i seguaci della severa morale predicata nel nome di Cristo, forse per dileggio, vengono denominati cristiani. Barnaba, Paolo e Marco raggiungono il porto di Antiochia per intraprendere il viaggio che lì porterà a Cipro, Lo sbarco avviene a Salamina, la città più popolosa ed antica capitale.
Qui sorgono numerose sinagoghe e i due missionari si danno da fare per annunciare il vangelo coadiuvati da Marco, forse catechista e battezzatore, forse cronista della spedizione.

La crisi di Marco
Una volta raggiunta la città di Cipro, avviene il distacco di Marco da Paolo e Barnaba. Il testo degli Atti si limita a rilevare ch’egli si separa da loro per ritornare a Gerusalemme. Non si conosce il reale motivo per cui il giovane aiutante dei due non abbia voluto più proseguire, sappiamo però che l’abbandono di Marco viene considerato da Paolo un tradimento.
Marco ritorna a Gerusalemme. Qui nel 49, in occasione del Concilio apostolico, si trova anche Pietro, oltre a Paolo e Barnaba arrivati per giustificare il metodo nuovo del loro apostolato verso i pagani divenuti cristiani senza dover passare attraverso le norme imposte dalla tradizione giudaica.
Approvato il loro sistema missionario, Paolo e Barnaba ritornano ad Antiochia, la loro base operativa. Ad Antiochia casualmente si trova anche Marco, giunto forse con l’apostolo Pietro. Barnaba, fortemente legato al cugino Marco, propone a Paolo di riprenderlo quale aiutante.
A questo punto Paolo è irremovibile nel rifiuto. Anche Barnaba punta i piedi per difendere Marco al punto che arriva a rompere la lunga amicizia con Paolo.
Mentre Paolo si avvia verso le comunità cristiane dell’Asia Minore, Barnaba si imbarca verso Cipro assieme a Marco per una seconda evangelizzazione dell’isola. Notizie specifiche al proposito sono piuttosto tarde e appartengono agli apocrifi Atti di Barnaba che narrano le vicende cipriote di Marco e Barnaba con vivacità di particolari, tocchi romanzeschi una ricchezza di particolari avventurosi, ben diversa dalla sobrietà storica della prima missione descritta dagli Atti degli apostoli.

Marco a Roma
Marco giunge a Roma nel 42 o dopo il 50, quale aiutante di Pietro svolge la sua attività tra gli ebrei, che sono circa quarantacinquemila.
Si rivolge anche ai Romani pagani e per di più alle classi militari.
Marco è una sorta di interprete tra Pietro, che non parla il greco o lo adopera male, e il suo uditorio, per il quale il greco è una lingua internazionale.
Clemente Alessandrino, attorno al 200, precisa che Marco compone il suo vangelo a Roma. Per gli altri antichi scrittori ecclesiastici Marco trascrive la predicazione dell’apostolo Pietro, pur senza indicare in quale luogo questo sia avvenuto. Clemente afferma che Pietro predica il messaggio della salvezza ai cavalieri di Cesare, i quali, al fine di ricordare quanto l’apostolo proclama a viva voce, inducono Marco a redigere il vangelo. Chi siano i cavalieri di Cesare non è però mai stato chiarito.

Marco ad Acquileia
La seconda parte della vita di Marco comprende l’apostolato ad Aquileia e in Egitto, ad Alessandria. La fase aquileiese va collocata prima di quella alessandrina.
Il doge Andrea Dandolo, nell’ampia Chronica, redatta a Venezia attorno al 1350, sostiene che Marco è discepolo di Pietro in Roma, dove compone il suo vangelo su richiesta dei cristiani del luogo affinché la predicazione dell’apostolo non vada perduta. Quando Pietro lo viene a sapere, se ne rallegra e ordina che il testo evangelico venga consegnato alle diverse chiese. Invita Marco a recarsi ad Aquileia per predicare la parola del Signore, cosa che il discepolo compie volentieri portando con sé il testo del suo sacro libro.
I cristiani neoconvertiti chiedono a Marco di ricopiare per loro il testo del vangelo. Egli accetta e lo consegna loro perché lo possano osservare con fedeltà. A questo punto Marco, ritenendo la sua missione compiuta, progetta di ritornare di nascosto a Roma presso San Pietro. Ma gli aquileiesi, che sanno di questa sua intenzione per ispirazione divina, gli chiedono che venga dato loro un suo successore.

Ermagora
Il successore di Marco ad Aquileia è Ermagora, un prestigioso aquileiese, che gode la stima di tutti, grazie ad un’esemplare vita cristiana.
Marco, assieme ad Ermagora, intraprende il viaggio verso Roma lungo i canali lagunari che collegano Aquileia con Ravenna. La navicella con i due santi deve attraversare gli intricati meandri dell’odierna laguna di Venezia, città allora inesistente. Appena giunge al piccolo porto di Rivalto, il territorio di San Marco dei tempi del doge Andrea Dandolo, scoppia una bufera di vento che costringe i naviganti ad un approdo di fortuna presso un isolotto. Qui Marco cade in estasi e gli appare un angelo che gli profetizza le ulteriori fatiche apostoliche sino alla costruzione di una meravigliosa città, dove sarebbe riposato il suo corpo. Finita l’estasi, Marco riparte e giunge a Roma rincuorato dalla profezia. Qui presenta a Pietro sia il resoconto della sua attività missionaria, sia Ermagora perché venga consacrato vescovo di Aquileia. Pietro accetta volentieri la richiesta del discepolo.
Corre allora l’anno 50: Ermagora ritorna ad Aquileia, Marco si reca in Egitto, ad Alessandria, dove per primo annuncia Cristo e organizza la relativa comunità ecclesiastica fino alla morte.
A questo punto se è leggendaria la narrazione del Dandolo e dei predecessori sull’arrivo di Marco e sull’apostolato in Aquileia tra il 48 e il 50, gode invece una discreta certezza storica Ermagora quale primo vescovo della città, ma senza aggancio alcuno con Marco e Pietro.

Marco in Egitto
L’apostolato marciano in Alessandria d’Egitto si fonda sul testo della Historia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea. Gli storici e gli agiografi posteriori hanno ampliato le notizie, ricostruendo una compiuta vita del santo dalla nascita sino al martirio.
Secondo le fonti copte, dopo la morte del cugino Barnaba, e degli apostoli Pietro e Paolo, a Marco appare Gesù che lo invita a partire per l’Egitto, luogo da evangelizzare. Il santo, obbediente all’invito del Signore, ritornato a Gerusalemme, porge l’ultimo saluto alla madre, prossima alla morte per poi intraprendere il nuovo viaggio. Giunto a Cirene, Marco incomincia a predicare e a compiere prodigi e miracoli.
Tutti gli abitanti aderiscono alla nuova predicazione.
Il viaggio di Marco riprende alla volta di Alessandria, città antagonista di Roma che conta un milione di abitanti. Lo storico Simone Logoteta narra le trame dei capi religiosi della città, i quali, appena si accorgono del sorprendente numero di credenti in Cristo, per colpa di Marco, cercano di catturarlo ed ucciderlo. Conosciuti i loro progetti per rivelazione divina, egli ordina ai discepoli di innalzare una grande chiesa in onore dell’Immacolata Vergine Maria e costituisce una vera e propria gerarchia ecclesiastica.
Uscito di nascosto da Alessandria, ritorna a Cirene, dove si ferma alcuni anni per consolidare la fede e costituire una regolare gerarchia . Terminata questa fase l’evangelista decide di ritornare ad Alessandria. Nella grande città che i cristiani sono aumentati di molto e sono attivi nell’azione di proselitismo. Hanno già eretto una chiesa per la loro attività di culto nella località di Boucoli.

La morte
L’occasione per disfarsi dell’evangelista non tarda a presentarsi. Gli avversari di Marco, approfittando delle cerimonie pasquali presiedute dal santo, gli inviano alcuni armati, che lo sorprendono mentre celebra il sacrificio eucaristico e lo arrestano. Marco muore il giorno successivo, è il 25 aprile del 68.
La moltitudine dei persecutori, nel desiderio, di far scomparire ogni traccia del santo, getta il corpo nel fuoco. A questo punto il Signore interviene in modo provvidenziale, facendo scoppiare una bufera violenta, che fa crollare edifici e morire molti abitanti. I carnefici del santo abbandonano in tutta fretta il corpo di Marco dandosi alla fuga. Quando il cielo si rasserena, alcuni uomini raccolgono i resti di Marco e li portano dove egli era solito cantare le sue preghiere e salmi, cioè a Boucoli. Il sepolcro di Marco diviene in breve tempo un santuario di fama internazionale, richiamandovi i fedeli dopo la fine delle grandi persecuzioni. Ad Alessandria i nuovi patriarchi ricevono la consacrazione e l’investitura sulla sua tomba, tenendo fra le mani il capo del santo, avvolto in preziosi drappi.
Questo santuario marciano è stato risparmiato durante l’invasione persiana dell’Egitto del 620, ma in parte incendiato durante l’invasione araba del 644-646. Le reliquie del santo sono ritirate dalle macerie finché al patriarca di Alessandria, viene concesso di ricostruire l’antico edificio dove vengono riposti i resti dell’evangelista.

Publié dans:SANTI EVANGELISTI |on 25 avril, 2011 |Pas de commentaires »

27 Dicembre : San Giovanni Apostolo ed evangelista

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/22100

San Giovanni Apostolo ed evangelista

27 dicembre
 
Betsaida Iulia, I secolo – Efeso, 104 ca.

L’autore del quarto Vangelo e dell’Apocalisse, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo maggiore, venne considerato dal Sinedrio un «incolto». In realtà i suoi scritti sono una vetta della teologia cristiana. La sua propensione più alla contemplazione che all’azione non deve farlo credere, però, una figura « eterea ». Si pensi al soprannome con cui Gesù – di cui fu discepolo tra i Dodici – chiamò lui e il fratello: «figli del tuono». Lui si definisce semplicemente «il discepolo che Gesù amava». Assistette alla Passione con Maria. E con lei, dice la tradizione, visse a Efeso. Qui morì tra fine del I e inizio del II secolo, dopo l’esilio a Patmos. Per Paolo era una «colonna» della Chiesa, con Pietro e Giacomo. (Avvenire)

Patronato: Scrittori, Editori, Teologi
Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall’ebraico
Emblema: Aquila, Calderone d’olio bollente, Coppa

Martirologio Romano: Festa di san Giovanni, Apostolo ed Evangelista, che, figlio di Zebedeo, fu insieme al fratello Giacomo e a Pietro testimone della trasfigurazione e della passione del Signore, dal quale ricevette stando ai piedi della croce Maria come madre. Nel Vangelo e in altri scritti si dimostra teologo, che, ritenuto degno di contemplare la gloria del Verbo incarnato, annunciò ciò che vide con i propri occhi.
Il più giovane e il più longevo degli Apostoli; il discepolo più presente nei grandi avvenimenti della vita di Gesù; autore del quarto Vangelo, opera essenzialmente dottrinale e dell’Apocalisse, unico libro profetico del Nuovo Testamento.
Giovanni era originario della Galilea, di una zona sulle rive del lago di Tiberiade (forse Betsaida Iulia), figlio di Zebedeo e di Salome, fratello di Giacomo il Maggiore; la madre era nel gruppo di donne che seguivano ed assistevano Gesù salendo fino al Calvario, forse era cugina della Madonna; il padre aveva una piccola impresa di pesca sul lago anche con dipendenti.
Pur essendo benestante e con conoscenze nelle alte sfere sacerdotali, non era mai stato alla scuola dei rabbini e quindi era considerato come ‘illetterato e popolano’, tale che qualche studioso ha avanzato l’ipotesi che lui abbia solo dettato le sue opere, scritte da un suo discepolo.
Giovanni è da considerarsi in ordine temporale come il primo degli apostoli conosciuto da Gesù, come è l’ultimo degli Apostoli viventi, con cui si conclude la missione apostolica tesa ad illuminare la Rivelazione.
Infatti egli era già discepolo di s. Giovanni Battista, quando questi additò a lui ed Andrea Gesù che passava, dicendo “Ecco l’Agnello di Dio” e i due discepoli udito ciò presero a seguire Gesù, il quale accortosi di loro domandò: “Che cercate?” e loro risposero: “Rabbi dove abiti?” e Gesù li invitò a seguirlo fino al suo alloggio, dove si fermarono per quel giorno; “erano le quattro del pomeriggio”, specifica lui stesso, a conferma della forte impressione riportata da quell’incontro.
In seguito si unì agli altri apostoli, quando Gesù passando sulla riva del lago, secondo il Vangelo di Matteo, chiamò lui e il fratello Giacomo intenti a rammendare le reti, a seguirlo ed essi “subito, lasciata la barca e il padre loro, lo seguirono”.
Da allora ebbe uno speciale posto nel collegio apostolico, era il più giovane ma nell’elenco è sempre nominato fra i primi quattro, fu prediletto da Pietro, forse suo compaesano, ma soprattutto da Gesù al punto che Giovanni nel Vangelo chiama se stesso “il discepolo che Gesù amava”.
Fra i discepoli di Gesù fu infatti tra gli intimi con Pietro e il fratello Giacomo, che accompagnarono il Maestro nelle occasioni più importanti, come quando risuscitò la figlia di Giairo, nella Trasfigurazione sul Monte Tabor, nell’agonia del Getsemani.
Con Pietro si recò a preparare la cena pasquale e in questa ultima cena a Gerusalemme ebbe un posto d’onore alla destra di Gesù, e dietro richiesta di Pietro, Giovanni appoggiando con gesto di consolazione e affetto la testa sul petto di Gesù, gli chiese il nome del traditore fra loro.
Tale scena di alta drammaticità, è stata nei secoli raffigurata nell’ »Ultima Cena » di tanti celebri artisti. Dopo essere scappato con tutti gli altri, quando Gesù fu catturato, lo seguì con Pietro durante il processo e unico tra gli Apostoli si trovò ai piedi della croce accanto a Maria, della quale si prese cura, avendola Gesù affidatagliela dalla croce.
Fu insieme a Pietro, il primo a ricevere l’annunzio del sepolcro vuoto da parte della Maddalena e con Pietro corse al sepolcro giungendovi per primo perché più giovane, ma per rispetto a Pietro non entrò, fermandosi all’ingresso; entrato dopo di lui poté vedere per terra i panni in cui era avvolto Gesù, la vista di ciò gli illuminò la mente e credette nella Resurrezione forse anche prima di Pietro, che se ne tornava meravigliato dell’accaduto.
Giovanni fu presente alle successive apparizioni di Gesù agli apostoli riuniti e il primo a riconoscerlo quando avvenne la pesca miracolosa sul lago di Tiberiade; assistette al conferimento del primato a Pietro; insieme ad altri apostoli ricevette da Gesù la solenne missione apostolica e la promessa dello Spirito Santo, che ricevette nella Pentecoste insieme agli altri e Maria.
Seguì quasi sempre Pietro nel suo apostolato, era con lui quando operò il primo clamoroso miracolo della guarigione dello storpio alla porta del tempio chiamata “Bella”; insieme a Pietro fu più volte arrestato dal Sinedrio a causa della loro predicazione, fu flagellato insieme al gruppo degli arrestati.
Con Pietro, narrano gli Atti degli Apostoli, fu inviato in Samaria a consolidare la fede già diffusa da Filippo.
San Paolo verso l’anno 53, lo qualificò insieme a Pietro e Giacomo il Maggiore come ‘colonne’ della nascente Chiesa.
Il fratello Giacomo fu decapitato verso il 42 da Erode Agrippa I, protomartire fra gli Apostoli; Giovanni, secondo antiche tradizioni, lasciata definitivamente Gerusalemme (nel 57 già non c’era più) prese a diffondere il cristianesimo nell’Asia Minore, reggendo la Chiesa di Efeso e altre comunità della regione.
Anche Giovanni adempì la profezia di Gesù di imitarlo nella passione; anche se non subì il martirio come il fratello e gli altri apostoli, dovette patire la persecuzione di Domiziano (51-96) la seconda contro i cristiani, che negli ultimi anni del suo impero, 95 ca., conosciuta la fama dell’apostolo, lo convocò a Roma e dopo averlo fatto rasare i capelli in segno di scherno, lo fece immergere in una caldaia di olio bollente davanti alla porta Latina; ma Giovanni ne uscì incolume.
Ancora oggi un tempietto ottagonale disegnato dal Bramante e completato dal Borromini, ricorda il leggendario miracolo.
Fu poi esiliato nell’isola di Patmos (arcipelago delle Sporadi a circa 70 km da Efeso) a causa della sua predicazione e della testimonianza di Gesù. Dopo la morte di Domiziano, salì al trono l’imperatore Nerva (96-98) tollerante verso i cristiani; quindi Giovanni poté tornare ad Efeso dove continuò ad esortare i fedeli all’amore fraterno, finché ultracentenario morì verso il 104, cosicché il più giovane degli Apostoli, il vergine perché non si sposò, visse più a lungo di tutti portando con la sua testimonianza, l’insegnamento di Cristo fino ai cristiani del II secolo.
Sulla sua tomba ad Efeso, fu edificata nei secoli V e VI una magnifica basilica. In vita la tradizione e gli antichi scritti gli attribuiscono svariati prodigi, come di essersi salvato senza danno da un avvelenamento e dopo essere stato buttato in mare; ad Efeso risuscitò anche un morto.
Alle riunioni dei suoi discepoli, ormai vecchissimo, veniva trasportato a braccia, ripetendo soltanto “Figlioli, amatevi gli uni gli altri” e a chi gli domandava perché ripeteva sempre la stessa frase, rispose: “ Perché è precetto del Signore, se questo solo si compia, basta”.
Fra tutti gli apostoli e i discepoli, Giovanni fu la figura più luminosa e più completa, dalla sua giovinezza trasse l’ardore nel seguire Gesù e dalla sua longevità la saggezza della sua dottrina e della sua guida apostolica, indicando nella Grazia la base naturale del vivere cristiano.
La sua propensione più alla contemplazione che all’azione, non deve far credere ad una figura fantasiosa e delicata, anzi fu caldo e impetuoso, tanto da essere chiamato insieme al fratello Giacomo ‘figlio del tuono’, ma sempre zelante in tutto.
Teologo altissimo, specie nel mettere in risalto la divinità di Gesù, mistico sublime fu anche storico scrupoloso, sottolineando accuratamente l’umanità di Cristo, raccontando particolari umani che gli altri evangelisti non fanno, come la cacciata dei mercanti dal tempio, il sedersi stanco, il piangere per Lazzaro, la sete sulla croce, il proclamarsi uomo, ecc.
Giovanni è chiamato giustamente l’Evangelista della carità e il teologo della verità e luce, egli poté penetrare la verità, perché si era fatto penetrare dal divino amore.
Il suo Vangelo, il quarto, ebbe a partire dal II secolo la definizione di “Vangelo spirituale” che l’ha accompagnato nei secoli; Origene nel III secolo, per la sua alta qualità teologica lo chiamò ‘il fiore dei Vangeli’.
Gli studiosi affermano che l’opera ebbe una vicenda editoriale svolta in più tappe; essa parte nell’ambiente palestinese, da una tradizione orale legata all’apostolo Giovanni, datata negli anni successivi alla morte di Cristo e prima del 70, esprimendosi in aramaico; poi si ha un edizione del vangelo in greco, destinata all’Asia Minore con centro principale la bella città di Efeso e qui collabora alla stesura un ‘evangelista’, discepolo che raccoglie il messaggio dell’apostolo e lo adatta ai nuovi lettori.
Inizialmente il vangelo si concludeva con il capitolo 20, diviso in due grandi sezioni; dai capitoli 1 a 12 chiamato “Libro dei segni”, cioè dei sette miracoli scelti da Giovanni per illustrare la figura di Gesù, Figlio di Dio e dai capitoli 13 a 20 chiamato “Libro dell’ora”, cioè del momento supremo della sua vita offerta sulla croce, che contiene i mirabili “discorsi di addio” dell’ultima Cena. Alla fine del I secolo comparvero i capitoli finali da 21 a 23, dove si allude anche alla morte dell’apostolo.
All’inizio del Vangelo di Giovanni è posto un prologo con un inno di straordinaria bellezza, divenuto una delle pagine più celebri dell’intera Bibbia e che dal XIII secolo fino all’ultimo Concilio, chiudeva la celebrazione della Messa: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio….”.
L’Apocalisse come già detto è l’unico libro profetico del Nuovo Testamento e conclude il ciclo dei libri sacri e canonici riconosciuti dalla Chiesa, il suo titolo in greco vuol dire ‘Rivelazione’.
Denso di simbolismi, spesso si è creduto che fosse un infausto oracolo sulla fine del mondo, invece è un messaggio concreto di speranza, rivolto alle Chiese in crisi interna e colpite dalla persecuzione di Babilonia o della bestia, cioè la Roma imperiale, affinché ritrovino coraggio nella fede, dimostrandolo con la testimonianza.
È un’opera di grande potenza e suggestione e anche se il linguaggio e i simboli sono del genere ‘apocalittico’, corrente letteraria e teologica molto diffusa nel giudaismo, il libro si autodefinisce ‘profezia’, cioè lettura dell’azione di Dio all’interno della storia.
Colori, animali, sogni, visioni, numeri, segni cosmici, città, costellano il libro e sono gli elementi di questa interpretazione della storia alla luce della fede e della speranza.
Il libro inizia con la scena della corte divina con l’Agnello – Cristo e il libro della storia umana e alla fine dell’opera c’è il duello definitivo tra Bene e Male, cioè tra la Chiesa e la Prostituta (Roma) imperiale, con la rivelazione della Gerusalemme celeste, dove si attende la venuta finale del Cristo Salvatore.
Di Giovanni esistono anche tre ‘Epistole’ scritte probabilmente a Efeso, che hanno lo scopo di sottolineare e difendere presso determinati gruppi di fedeli (o uno solo, con la terza) alcune verità fondamentali, che erano attaccate da dottrine gnostiche.
San Giovanni ha come simbolo l’aquila, perché come si credeva che l’aquila potesse fissare il sole, anche lui nel suo Vangelo fissò la profondità della divinità.
È il patrono della Turchia e dell’Asia Minore, patronato confermato da papa Benedetto XV il 26 ottobre 1914; giacché Gesù gli affidò la Vergine Maria, è considerato patrono delle vergini e delle vedove; per i suoi grandi scritti è patrono dei teologi, scrittori, artisti; per il suo supplizio dell’olio bollente, protegge tutti coloro che sono esposti a bruciature oppure hanno a che fare con l’olio, quindi: proprietari di frantoi, produttori di olio per lampade, armaioli; patrono degli alchimisti, è invocato contro gli avvelenamenti e le intossicazioni alimentari.
Anche i “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse” che rappresentano conquista, guerra, fame, morte, sono un suo simbolo. In Oriente il suo culto aveva per centro principale Efeso, dove visse e l’isola di Patmos nel Dodecanneso dove fu esiliato a dove nel secolo XI s. Cristodulo fondò un monastero a lui dedicato, inglobando la grotta dove l’apostolo ricevette le rivelazioni e scrisse l’Apocalisse.
In Occidente il suo culto si diffuse in tutta Europa e templi e chiese sono a lui dedicate un po’ dappertutto, ma la chiesa principale costruita in suo onore è S. Giovanni in Laterano, la cattedrale di Roma.
Inizialmente i grandi santi del primo cristianesimo Stefano, Pietro, Paolo, Giacomo, Giovanni, erano celebrati fra il Natale e la Circoncisione (1° gennaio); poi con lo spostamento in altre date di s. Pietro, s. Paolo e s. Giacomo, rimasero solo s. Stefano il 26 dicembre e s. Giovanni apostolo ed evangelista il 27 dicembre.

Autore: Antonio Borrelli 

18 ottobre SAN LUCA apostolo evangelista (Dai Discorsi di san Pier Dami L Sermo 53)

dal sito:

http://www.certosini.info/lezion/Santi/18%20ottobre%20san%20luca.htm

18 ottobre SAN LUCA apostolo evangelista

1
Dai Discorsi di san Pier Dami L Sermo 53. PL 144,800-806.

Il mondo, cari fratelli, è passato dalle tenebre alla luce grazie al vangelo. Per questa ragione il popolo cristiano celebra la gloria degli evangelisti e questo discorso sarà dedicato a san Luca, uno di essi.
Luca ha tracciato la storia evangelica e apostolica in un duplice stile, l’umano e il divino. Egli ha arricchito di numerosi frutti il campo della Chiesa, perché il popolo possa vivere e il gregge di Cristo trovi rigogliosi pascoli di salvezza.
Quali sono la dignità e l’eccellenza di san Luca? Possiamo coglierle chiaramente da questo fatto: Marco fu istruito da Pietro. Come Matteo e Giovanni, egli scrisse un vangelo, dopo aver conosciuto sulla terra la storia del Redentore. Invece Luca è l’unico ad aver scritto un vangelo per cosi dire sceso dal cielo.
Lo Spirito Santo, infatti, rivelò a Paolo questo vangelo, e, per sua mediazione, Cristo lo fece conoscere a Luca.
Ecco perché Paolo afferma: Voi cercate una prova che Cristo parla in me.1.( 2 Cor 13,3 )
Dal cielo, Cristo effuse su Paolo i misteri della sua storia, poi li travasò in Luca attraverso un canale d’oro, per cui l’oracolo divino, riferito da Isaia, si addice perfettamente a questo santo: A Sion e a Gerusalemme ho inviato un messaggero di cose liete. 2.( Is 41,27 )
2
Matteo conobbe il vangelo direttamente dalle labbra del Signore, durante la vita terrena di lui; Luca invece lo ricevette dal cielo. Non dipende dunque dal caso, ma dal magistero dello Spirito Santo se Matteo enumera quaranta generazioni in linea discendente, mentre Luca menziona settantasette generazioni in linea ascendente.
La storia della nostra redenzione è cosi ripartita tra i due evangelisti, i quali hanno preso per sé la parte che gli andava bene.
Matteo, descrivendo l’albero genealogico in discendenza mostra Cristo che viene dal cielo fino a noi, peccatori. Luca, risalendo dal mistero del battesimo fino al Padre, mostra Cristo che ci lava dalle brutture dei peccati e ci trae con sé nella gloria del cielo.
Il primo sottolinea che Cristo scese in terra per misericordia, il secondo proclama che il Signore ci eleva alle realtà celesti.
Matteo mostra il pastore che lascia nei pascoli del deserto le novantanove pecore, Luca insegna che Gesù si è caricato sulle spalle la pecora perduta.
Il primo attesta che il,medico è sceso accanto ai malati, il secondo dimostra che ci ha guariti e ricondotti con sé verso le gioie dei secoli incorruttibili.
Matteo mostra il Figlio unigenito mandato a noi dal Padre, Luca insegna che il Figlio ha trasferito nella patria del cielo una folla di eletti.
3
Il beato apostolo Paolo ha condensato in una frase le intenzioni dei due evangelisti, quando ha detto: Mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato. Dio ha condannato il peccato nella carne.3( Rm 8,3 ) Nel sottolineare la missione del Figlio nella nostra condizione umana e peccatrice, l’Apostolo dimostra che Cristo ha assunto la nostra mortalità, ciò che apertamente dichiara Matteo quando enumera le quaranta generazioni partendo da Abramo.
Quando Paolo soggiunge che il Figlio fu mandato per vincere il peccato nell’uomo carnale, indica l’abolizione dei peccati che Luca sicuramente esprime tracciando la genealogia delle settantasette generazioni.
Paolo riassume le due formule in un versetto, dicendo che Gesù, nostro Signore e stato messo a morte per i nostri peccati ed e stato risuscitato per la nostra giustificazione. »4.( Rm 4,25 ) Cristo, infatti, è disceso per sottrarci al potere del peccato, ed è risuscitato per generare in noi un cuore puro mediante il fulgore della sua giustizia.
4
La genealogia, sia in Matteo sia in Luca, fa. risaltare un contrasto significativo. Matteo la fa passare per Salomone, la cui madre commise adulterio con Davide. Luca, al contrario, la fa passare per Natan, il cui omonimo profeta fu lo strumento del Signore per far espiare a Davide il suo crimine. Dopo essere caduto, Davide fu infatti rialzato dalla misericordia divina.
Matteo ci insegna così che il Figlio di Dio si è chinato umilmente fino a noi, mentre Luca ne proclama l’esaltazione al cielo in una gloria trionfale che ingloba anche noi umani. Cristo è sceso fino agli uomini che giacevano a terra, per elevarli vittoriosi con sé, fino alle stelle.
Possiamo scorgere un segno del cielo persino nel nome del nostro evangelista, dato che in ebraico Luca significa « colui che si alza tradotto in latino come « colui che innalza ». Quanto perciò avrebbe scritto sul Salvatore era prefigurato dal suo nome, dal momento che il Redentore, levandosi dai morti, ci ha risuscitati ed elevati fino al cielo.
5
Le genealogie di Matteo e di Luca non tralasciano che il nostro Redentore è vero re e vero sacerdote. Matteo descrive la sua genealogia regale, mentre Luca ne indica la dignità sacerdotale lungo tutto il percorso del suo libro.
Nel raccontare le varie fasi della storia del Signore, Luca tratta più di una volta dell’ufficio sacerdotale e non si scosta mai da quanto riguarda il sacerdozio. Egli parla dell’ufficio assegnato al sacerdote, della sua famiglia, della sua classe, del sacrificio, del tempio, e tra i numerosi elementi che inserisce nella storia sacra, non perde di vista l’intenzione di parlare del sacerdozio.
Notate l’inizio della sua narrazione; non dice forse:
Al tempo di Erode, re della Giudea, c’era un sacerdote chiamato Zaccaria, della classe di Abia, e aveva in moglie una discendente di Aronne ? 5.( Lc 1,5 )
Poi Luca fa comparire Zaccaria che offre l’incenso davanti all’altare; un po’ più in là, conduce la Vergine Maria da Elisabetta, presso la casa di questo sacerdote. Luca e i unico evangelista che ci riferisce i tre cantici che dovevano cantarsi nella liturgia della Chiesa: il primo è quello di Zaccaria, il secondo quello di Maria, il terzo quello di Simeone.
6
Sempre interessato al tema del sacerdozio, Luca ci e riferisce la presentazione del Signore al tempio, quaranta giorni dopo la sua nascita, accompagnato dalla Madre.
Poi ce lo mostra quando a dodici anni è seduto nel tempio in mezzo ai dottori. A tal proposito l’evangelista narra che i genitori di Gesu avevano l’abitudine di salire tutti gli anni a Gerusalemme a pregare per la festa di Pasqua.
Ascoltate come termina il vangelo lucano: Essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio. 6.( Lc 24,52-53 )
San Luca è rappresentato con il simbolo del bue, secondo l’iconografia descritta in Ezechiele e nell’Apocalisse. Ora, nel tempio, l’offerta abituale era quella di un bue. Questo simbolo connota molto bene Luca, perché egli ara il terreno del nostro cuore con il vomere della sua lingua sacra e lo feconda gettandovi la semenza evangelica che porterà frutti di vita.
7
Luca ci ha lasciato scritta la documentazione delle fatiche e degli atti degli Apostoli, a cui collaborò di persona. Egli ha scritto pure l’Evangelo, ricevuto dal cielo come un rotolo sigillato contenente un grande tesoro. Sicché la profezia di Isaia può essergli applicata alla perfezione: Per voi ogni visione sarà come la parola di un libro sigillato: si da a uno che sappia leggere dicendogli: « Leggilo », ma quegli risponde: « Non posso. perché sigillato. 7.( Is 29,11 )
Che libro è questo volume sigillato se non il santo vangelo? Esso è circondato da figure misteriose, che superano nettamente la comprensione della mente umana per lontananza di arcane profondità. Si deve certamente trattare del libro di cui parla Giovanni nell’Apocalisse: Vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno. sigillato con sette sigilli. 8.( Ap 5, 1 ) E quali sono i sigilli che chiudono il libro dei Vangeli?
Si tratta dei sette misteri del Salvatore che costituiscono l’economia salvifica voluta da Dio: l’incarnazione, la natività, la passione, la risurrezione, l’ascensione al cielo, l’ultimo giudizio e infine il Regno.
L’evangelo fu sigillato perché nessuno potesse aprirlo, tranne il Signore, come sta scritto: Ecco, ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide; egli dunque aprirà il libro i suoi sette sigilli.9.( Ap 5, 5 )
8
Negli Atti degli Apostoli, Luca narra una semplice storia. Potremmo dire che egli allatta la tenera infanzia della Chiesa nascente. Notate che Luca è medico, per cui la storia che riferisce è precisamente un farmaco per le anime inferme.
Il nostro scrittore racconta in modo molto lineare la vita della Chiesa primitiva e ci invita a seguire direttamente il medesimo percorso. Cerchiamo, perciò, secondo le nostre forze, di vivere come i primi cristiani, affinché la purezza, che scaturisce dalla fonte originaria, si mantenga intatta lungo tutto il percorso ecclesiale sino alla foce.
Il vangelo di Luca è infatti uno dei quattro fiumi del paradiso, che irriga con l’abbondanza della sua dottrina l’intero orbe terrestre. Isaia parla delle acque di questo fiume, dicendo: Scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua.10. .( Is 35,6 )
Facciamo ritorno, dilettissimi, all’innocenza della Chiesa primitiva. Impariamo ad abbandonare i nostri beni, a bearci nella semplicità di una povertà regale. Non lasciamoci curvare a terra dal peso dei possedimenti terreni, giacché il Re del cielo ci invita alla gloria della Gerusalemme celeste.

18 OTTOBRE : SAN LUCA EVANGELISTA

dal sito: 

http://www.cristianesimo.altervista.org/vangeli/sanluca.htm

18 OTTOBRE : SAN LUCA EVANGELISTA

Secondo la tradizione patristica, la redazione del terzo vangelo, in ordine cronologico, e degli Atti degli Apostoli va attribuita ad un certo Luca, il «caro medico» del quale l’apostolo Paolo trasmette i saluti (Fm 24; Col 4,14). L’immagine familiare lo rappresenta come compagno fedele dell’Apostolo (2Tm 4,11). Sarà la pietà popolare ad aggiungere ulteriori particolari alla vita di Luca: verrà annoverato fra i 70/72 discepoli inviati in missione da Gesù, sarà identificato con uno dei discepoli di Emmaus, verrà presentato come il pittore della Madonna.
Sappiamo che i 4 Vangeli Canonici sono giunti fino a noi senza la firma dell’autore: ciò non esclude che essa fosse in qualche modo presente sul manoscritto (non quindi all’interno del testo), oppure che fin dagli inizi, il rotolo/codice con il testo fosse indicato da una targhetta con il nome dell’autore del testo stesso, pratica molto comune presso i testi latini e greci. Le prime sicure testimonianze che attribuiscono l’opera lucana al Luca medico delle lettere paoline risalgono alla metà del II secolo, dunque al periodo nel quale più di prima era necessario identificare gli autori degli scritti neotestamentari e soprattutto identificarli con persone che avevano visto, seguito o vissuto accanto a Gesù o ai suoi apostoli. Tra le opere ricordiamo quella di Ireneo (Adv. Haer. 3,1,1), il canone di Muratori, Tertulliano (Adv. Marcionem 4,5). Anche il prologo antimarcionita (IV sec.), aggiunge ulteriori elementi alla vita dell’evangelista: Luca proverrebbe da Antiochia, è rimasto celibe, muore in Beozia all’età di 80 anni e scrive il suo Vangelo in Acaia.

Il fatto che Luca non potesse essere un diretto seguace del Cristo (dunque testimone oculare), emerge dal testo del vangelo stesso [1]. Senz’altro dunque furono gli Atti degli Apostoli, in particolare la sezione del «noi», a contribuire all’identificazione dell’autore con un compagno di Paolo, e precisamente con il « caro medico Luca ». Dalla critica interna, è difficile stabilire se Luca fosse stato medico oppure no: a favore dell’ipotesi contribuiscono elementi quali la maggiore esattezza descrittiva di certe malattie rispetto a Marco, e l’assenza del giudizio malevolo sui medici (Mc 5,26; cfr. Lc 8,43); di fatto tuttavia, non esistendo nel I sec. d.C. un linguaccio tecnico speciale della medicina, si può affermare che le conoscenze mediche dell’autore non sembrano superare le conoscenze di una persona colta. Resta il fatto che l’identificazione di Luca con un medico non è utile sotto l’aspetto teologico, dunque l’ipotesi in tal senso già formulata dai primi Padri della Chiesa (II sec.) sembra essere sostanzialmente genuina, cioè direttamente derivata da una tradizione molto antica.
Più difficile, secondo gli studiosi, è l’identificazione di Luca con un compagno di viaggio di Paolo: mancano punti fondamentali del pensiero teologico dell’Apostolo (p. es. la giustificazione mediante la fede, il problema del rapporto tra fede e opera, tra Vangelo e Legge); vengono motivati in modo errato alcuni spostamenti di Paolo stesso, sebbene l’autore dia prova di una buona conoscenza dell’itinerario paolino; ignora alcuni fatti importanti, situazioni reali delle comunità paoline e del loro rapporto con l’Apostolo; inoltre, sembra non conoscere le sue lettere, che al momento nel quale l’evangelista scrive non erano ancora state raccolte in un corpus.
Qualche indizio fa supporre che l’evangelista sia stato un buon viaggiatore: la terminologia « nautica », soprattutto nella descrizione del viaggio di Paolo a Roma, si fa apprezzare. Non parla mai del mare di Galilea, ma sempre del « lago di Genezaret »: evidentemente, in quanto conoscitore del Mediterraneo, rispetta le proporzioni… È possibile formulare a tal proposito un’ipotesi come tante altre: senza escludere una mera conoscenza « da tavolino » (rischiesta fondamentalmente a qualsiasi autore di un testo che si pone come storico), Luca potrebbe essere stato uno dei tanti discepoli itineranti della Chiesa primitiva (da qui in avanti, col termine Chiesa indicheremo non un’antenata dell’Istituzione attuale, ma la traduzione del greco ekklesia= comunità) , un evangelizzatore all’interno del territorio imperiale romano, e solo in un secondo tempo essersi stabilito in una comunità specifica.
L’unica certezza che emerge dal testo evangelico è che «Luca non è mai stato in Palestina: situa Nazaret su di un monte, pone la regione di Gerasa di fronte alla Galilea, sul lago di Genezaret, mentre la cittadina si trova a 50km dal lago, nella Decapoli; descrive gli usi e i costumi palestinesi con la mentalità e l’occhio di un ellenista: immagina le case palestinesi costruite come quelle greco-romane, con cantina, atrio e diverse stanze, e ricoperte di tegole; crede che abitualmente i Giudei assumano la posizione sdraiata per mangiare, suppone che il vento caldo sia lo scirocco (vento del sud: Lc 12,55), mentre è il vento dell’Oriente che porta la calura, ecc.» [2]. Non da ultimo, ignora i rituali del Tempio di Gerusalemme e non si interessa ai problemi della Legge. Tuttavia, conosce la LXX, la funzione sinagogale e le pratiche giudaiche.
Scrive con uno stile artistico ed equilibrato: proprio per questo motivo, la pietà popolare gli concesse i canoni di artista e lo promosse pittore.
Da quanto detto finora, il quadro esteriore che emerge a proposito dell’autore del terzo vangelo e degli Atti è il seguente: visse probabilmente nell’ambito delle chiese paoline, sebbene rimanga sostanzialmente insoluta la questione se avesse conosciuto Paolo o meno (ma una certa parte della critica sembra propendere per questa seconda ipotesi); come ellenista, rimane affascinato dal Dio d’Israele, tanto da diventare un « timorato di Dio » come molti; prima di incontrare il Vangelo, frequentava le sinagoghe della Diaspora [3].

L’evangelista: pensiero e teologia

Prima di affrontare il discorso dell’analisi testuale delle opere lucane, cerchiamo di mettere a fuoco l’evangelista Luca in quanto evangelista, il suo volto teologico insomma. In quanto ellenista, Luca si è rivolto agli ellenisti suoi contemporanei e fratelli nella fede, invitandoli a compiere una vera e propria opera di inculturazione. Già il prologo del Vangelo ne rivela gli scopi: il passo è costruito in perfetto stile retorico e secondo il procedimento letterario in uso fra gli storici e scrittori dell’antichità ellenistica. Tuttavia, dallo storico classico si distacca e si differenzia nettamente, per diversi motivi significativi: innanzitutto, mantiene l’anonimato, al contrario della normalità delle opere classiche; si caratterizza tuttavia come autore responsabile («ho deciso anch’io»), ma si pone al servizio di un qualcosa che lo supera: Luca non sta scrivendo un normale libro di storia. Egli raccoglie e trasmette la tradizione apostolica: la sua parola di autore deve sottostare alla parola dell’evento-Gesù. Luca dunque pone se stesso fra quelli che egli chiama ministri o servitori della Parola. Un altro tratto distintivo presente nel prologo: tra gli storici venivano citati « i molti » – come formula retorica – per essere criticati, per mettere meglio in risalto la propria opera agli occhi dei lettori rispetto a quelle di autori precedenti. Al contrario, Luca cita « i molti » non per criticarli, ma per riconoscere la loro importanza: l’evangelista sa di non appartenere alla prima generazione apostolica, sa dipendere dagli scritti che l’hanno preceduto; non si dichiara superiore («anch’io ho deciso di scrivere un resoconto ordinato»), ma si mette sul loro stesso piano, accanto ad essi e dopo di essi, sempre a servizio della Parola.
L’autore dimostra di aver compreso l’esigenza dei tempi: mettere in ordine il passato, garantire quello stesso passato dai falsi dottori ora che i tempi cominciano ad allontanarsi rispetto ai fatti che vogliono narrare. Vuole superare con la sua opera ciò che altri prima di lui avevano raccolto in modo frammentario.
Ma il prologo lucano ha anche una seconda profonda valenza: «il fatto stesso che l’evangelista inizi la sua opera con un prologo, a mo’ degli storici dell’epoca, è di per sé significativo: per la prima volta, nella Chiesa, il vangelo si fa letteratura, l’annuncio ha preso la forma globale di una narrazione del passato. Presentare il Vangelo come un’opera letteraria rivela un significativo sforzo di inculturazione» [4]. Luca, come d’altronde Paolo, conosce il terreno « fertile » dei pagani ellenistici, e conosce anche i metodi per scrivere la storia che corrisponda alla loro mentalità e alle loro esigenze, fuori del contesto particolare della cultura giudaica, sottomettendo per certi aspetti il vangelo ai metodi della storiografia profana.
Al tempo stesso, Luca è ben cosciente che una semplice elencazione di fatti non è sufficiente: come credente e come cristiano (come uomo di fede dunque), Luca ha innanzitutto a cuore l’evento Gesù. Egli sa che il rafforzamento della fede di Teofilo non dipende dai « bruta facta », ma dalla solidità che deriva dalla tradizione autentica, trasmessa autenticamente, da una tradizione che non sia «un vaneggiare» (Lc 24,11), ma che provenga dalla parola di Dio. Per Luca, la fede non nasce dal semplice ragionamento, ma dall’incontro con l’evento-Gesù compreso come evento di Dio, grazie allo Spirito.
La venuta di Dio sulla terra in Gesù per mezzo dello Spirito Santo si rende attuale nell’oggi del lettore: l’evangelista può dunque parlare, nel prologo, di «fatti portati a compimento tra noi». A differenza di Paolo, per Luca la storia della Chiesa è appello per il presente, un presente certamente escatologico (cfr. At 2,17): ma ammonisce chi specula sulla fine imminente (cfr. Lc 19,11; At 1,6s), esattamente come chi tende ad adagiarsi nel presente. La sua visione è diversa anche da quella di Marco. Luca è si uno « storico », ma inteso come annunciatore dell’evangelo, non certo in quanto espositore oggettivo di eventi passati.
Il tema del tempo è particolarmente centrale nelle opere lucane: l’evangelista è cosciente del suo scorrere: la storia degli uomini diventa il campo dove si attua il progetto di Dio. Dalla Sua venuta nella casa di Nazaret, attraverso varie tappe, la vita di Gesù e della Chiesa arriva al mondo pagano, in quella Roma capitale del mondo allora comunemente conosciuto. Questo si riflette esplicitamente nell’esposizione della vita di Cristo: Gesù è sempre in viaggio, sembra non avere mai casa dove fermarsi: nel terzo vangelo la vita di Gesù e la missione della Chiesa vengono dunque presentate come un cammino; allo stesso modo, negli Atti gli apostoli sono sempre in viaggio e la Chiesa in cammino per diventare Chiesa di tutte le nazioni. Ma come si evince chiaramente dalla vita di Paolo e da quella degli apostoli (convertiti ma fermamente radicati nella Legge e nella tradizione dei padri veterotestamentari), Luca tende spesso a sottolineare sia l’apertura alle nazioni sia la continuità con Israele, la « casa-base ». Luca sembra fermamente convinto che la « missione » faccia parte dell’essenza della Chiesa: ciò rafforza l’impressione che l’evangelista stesso sia stato un evangelizzatore.
Così come il tempo, anche lo spazio ha un valore positivo. Lontani dalla contrapposizione giovannea tra la « comunità cristiana » e il mondo visto come luogo di tenebra e peccato, per Luca il mondo diventa il luogo dove vive e si sviluppa la Chiesa: una Chiesa che non deve avere timidezza e paura di evangelizzare il mondo, ma non deve correre il rischio di mondanizzarsi. Luca si dimostra attento a mettere in risalto, anche in modo critico, le differenze tra la vita del mondo ellenistico, fatta di simpatia, scambi e benefici, e la vita della Chiesa, basata sull’amore senza misura e sul dono gratuito. La Chiesa deve essere cosciente di avere una realtà – la salvezza – destinata a tutti e quindi da offrire in modo credibile a tutti: l’evangelista infonde nella sua opera una mentalità ottimistica, « conquistatrice ».
Sempre verso quest’ottica va visto un’altra frequente esigenza lucana: l’esigenza di amare il nemico (nel Vangelo troviamo numerose esortazioni in tal senso). Luca fa scendere questa esigenza nella quotidianità dell’esistenza: la comunità cristiana non deve essere settaria, ma deve essere aperta, accogliere ingrati, antipatici e disonesti invece di discriminarli. La Chiesa deve porsi senza paura nell’affrontare il mondo, proponendo perciò un abbozzo di società diversa, controcorrente. Anche in questo si riflette la mentalità conquistatrice dell’autore: l’amore del nemico, il proporre ad ogni uomo una nuova reciprocità. E questa era veramente la sfida della Chiesa, la sfida lanciata già da Luca, che mostra con questo una mentalità decisamente aperta, un atteggiamento decisamente nuovo verso la vita e totalmente in contrasto con la mentalità vigente in quel tempo.
Questo amore del nemico si rivela chiaramente in un altro punto fondamentale del pensiero lucano: quello dell’uomo in quanto uomo, dell’uomo amato da Dio. Anche se questo atteggiamento risale certamente a Gesù, è soprattutto Luca tra gli evangelisti a porlo maggiormente in risalto (parabola del buon samaritano). Il prossimo diventa l’altro, l’altro uomo, inatteso, improvviso, verso il quale il cristiano deve porsi senza barriere né pregiudizi né discriminazioni.
Il Vangelo di Luca è proprio per questo il meno discriminante. Mancano infatti nell’opera quei tratti antisemiti che sembrano affiorare nei Vangeli di Matteo e Giovanni, che hanno vissuto in prima persona l’esperienza di rottura con giudaismo. Per Luca i sacerdoti del Tempio che condannarono Gesù, lo fecero per ignoranza: ma si rende conto che anche i Giudei hanno qualche motivo per non accettare il Vangelo (Lc 5,39): continueranno ad esistere come realtà religiosa, ed è bene accettare questo dato di fatto e sforzarsi di convivere con tutti, abbandonando ogni velleità settaria e fanatica, ogni velleità di « guerra santa »!
Altro fattore che porta in questa direzione: è nel Vangelo e negli Atti di Luca che la donna assume una considerazione maggiore rispetto agli altri scritti. Figura emarginata nel giudaismo, Luca dimostra certamente la sua mentalità ellenistica, ma anche il suo prendere sul serio l’insegnamento e il comportamento di Gesù nei confronti della donna, dei peccatori, dei samaritani (degli emarginati in generale). L’operato di Gesù assume dunque una valenza sociale, in aperto contrasto con l’establishment dell’epoca, contro i pregiudizi religiosi dei benpensanti nei riguardi di persone emarginate e disprezzate [5]. Traspare anche dalla penna dell’evangelista, la passione di Gesù per l’uomo, e anche la preoccupazione di Luca dinanzi a una Chiesa ricca della sua realtà di salvezza e tentata di chiudersi a certe categorie di persone. «Più che nel suo ottimismo di missionario che prevede la diffusione del Vangelo in tutto il mondo, è in questi testi sull’avvicinarsi a ogni uomo che Luca rivela al meglio la sua mentalità universalistica» [6].
Ma Luca ribalta anche la tentazione dell’intolleranza: egli pone queste persone emarginate (in primis i samaritani, disprezzati dal pio giudeo perché contaminati da elementi stranieri) come modello da imitare! Particolare attenzione e anche una certa stima ripone verso l’ambiente dei poveri: basta leggere la sezione detta « Vangelo dell’Infanzia ».

Concludiamo con le parole di un importante studioso del terzo Vangelo: «L’opera lucana è di una ricchezza impressionante e svela un autore che partecipa pienamente alla vita e ai problemi della Chiesa del suo tempo: non solo ha saputo denunciare i pericoli che minacciavano i cristiani, proporre soluzioni a problemi di comportamento etico; ma più profondamente, egli ha dato una risposta essenziale a una comunità che il tempo allontanava dalla sua origine, e ha saputo rendere attuale per la sua cultura e la sua generazione il messaggio di Gesù. Indubbiamente, per l’acuta sensibilità che manifesta alle necessità « teologiche » della Chiesa della sua epoca, egli merita anche il titolo di profeta» [7].
——————————————————–

[1] Lc 1,3: «è parso bene anche a me, che ho fatto ricerche dall’origine, su tutto, accuratamente, scrivertene con ordine, o eccellente Teofilo».
[2] G. Rossé, Il Vangelo di Luca. Commento esegetico e teologico, Città Nuova 1992, p. 8.
[3] Sulla questione della datazione dei vari scritti neo-testamentari mi sono espresso altrove. Qui giova segnalare che ci riferiremo in ogni caso a Luca come autore del terzo Vangelo e degli Atti.
[4] G. Rossé, op. cit., p. 10.
[5] Il contrasto tra il fariseo e il pubblicano nella parabola omonima, ma anche altri passi come Lc 7, Lc 9,51-56 e Lc 19,7.
[6] G. Rossé, op. cit., p. 13.
[7] G. Rossé, op. cit., p. 14. 

di dom Prosper Guéranger – 21 settembre: San Matteo, Apostolo ed Evangelista

dal sito:

http://www.unavoce-ve.it/pg-21set.htm

di dom Prosper Guéranger

21 SETTEMBRE – SAN  MATTEO,  APOSTOLO ED EVANGELISTA

La chiamata del Signore.

« La vocazione del pubblicano che Gesù invita a seguirlo è tutto un mistero » dice sant’Ambrogio (Commento su san Luca l. v, c. 5). Già parecchie feste di apostoli ci hanno descritta la loro chiamata. ma oggi vediamo chiamare un pubblicano, uno degli uomini che il popolo detestava, perché esigeva per conto di Erode Antipa le tasse di dogana, dazio e pedaggio. Sant’Ambrogio ce lo presenta « avaro e duro, intento a volgere a suo profitto il salario dei braccianti, le pene e i pericoli dei marinai ». Forse sant’Ambrogio è troppo severo e gli attribuisce i difetti dei suoi colleghi, ma, comunque sia, Gesù passò vicino al suo banco di doganiere, a Cafarnao, lo osservò attentamente e gli disse senz’altro: « Seguimi! ».

La risposta di san Matteo.

Nella parola di Gesù vi sono autorità e tenerezza insieme e l’anima di Matteo, che era retta, fu illuminata da Dio e, lasciato tutto, abbandonato ad un altro l’ufficio, seguì il Signore. Egli meritò così il nome di Matteo, che vuoi dire il donato, ma il dono di Dio avrebbe poi superato di molto il dono che egli aveva fatto di se stesso. Dio era venuto a scegliere sulla terra quanto vi era di più umile e di più disprezzato, per la funzione sociale che compiva, per farne un principe del suo popolo (Sal 112) e dargli la dignità più alta che vi sia al mondo, dopo la Maternità divina, la dignità di Apostolo!

La riconoscenza.

Matteo volle festeggiare la sua chiamata con una grande cena alla quale invitò, non soltanto il Signore e i discepoli, ma anche tutti i suoi amici pubblicani, che furono numerosi al banchetto. Gesù si prestò ad un avvicinamento, che gli permetteva di proseguire la predicazione sul peccato e sul potere che aveva di perdonarlo, ma questo era un bello scandalo per la giustizia sdegnosa e rigida dei farisei, che trattavano come peccatori tutti quelli che non vivevano come loro, e non poterono tacere il loro stupore e la loro disapprovazione.

La risposta di Gesù.

Con la semplicità e bontà che consola chi è giudicato male e nello stesso tempo illumina chi è stato troppo severo, il Signore rispose: « Non coloro che stanno bene hanno bisogno del medico, ma i malati: io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori ». Il Signore è medico, medico dei corpi e più ancora medico delle anime. Se chi è malato ricorre a lui, chi può rimproverarlo? Il medico presta la sua opera a chi lo avvicina: è cosa regolarissima. Gesù è venuto in questo mondo per guarire e restituire la salute, per guarire chi sente di aver bisogno di guarigione. Chi sta bene, o crede di star bene, non ha bisogno del medico e il Signore non è venuto per lui. Chi si crede giusto non ha bisogno delle sue misericordie ed egli si dedica ai peccatori: è venuto per invitarli a penitenza. Infelice chi crede di bastare a se stesso! » (Dom Delatte, L’Evangelo, I, 240, Mame, 1922).

L’Apostolo.

Matteo seguì il Maestro e restò per tre anni in intimità con lui, attento al suo insegnamento, testimone dei suoi miracoli e della sua Risurrezione. Dopo la Pentecoste partì, come gli altri Apostoli, per evangelizzare il mondo. Sant’Ambrogio e san Paolino da Nola parlano della sua predicazione in Persia. Pare sia morto in Etiopia donde il suo corpo sarebbe stato portato a Salerno e la chiesa cattedrale salernitana è a lui dedicata. Clemente di Alessandria lo dice di grande austerità di vita e la tradizione afferma che morì martire, per aver sostenuto i diritti della verginità consacrata a Dio.

L’Evangelista.

La Chiesa sarà sempre riconoscente a san Matteo perché scrisse per il primo, e cioè prima del 70, l’insegnamento che aveva ascoltato dalla bocca stessa del Signore e che, dopo l’Ascensione, era trasmesso oralmente.

Lo scrisse in aramaico per i Giudei già convertiti, ma anche per tutti coloro che non avevano voluto riconoscere in Gesù il Messia promesso ai padri. Egli si propose di dimostrare che il Crocifisso del Calvario era l’erede delle promesse fatte a Davide, il Messia annunziato dai Profeti, colui che era venuto a fondare il vero regno di Dio. Si rivolse anche a tutti i cristiani e anche a noi, che consideriamo il Vangelo la « buona novella per eccellenza, la sola, parlando con esattezza, che esista al mondo: l’annunzio che l’uomo, chiamato prima all’amicizia e alla vita di Dio, poi decaduto da tanta grandezza, vi era riportato dal Figlio di Dio » (Dom Delatte, L’Evangelo, I, vii).

L’umiltà.

Come piacque al Signore la tua umiltà! Ti meritò di essere oggi così grande nel regno dei cieli (Mt 18,1-4), fece di te il confidente dell’Eterna Sapienza incarnata. La Sapienza del Padre, che si allontana dai prudenti e si rivela ai piccoli (ivi 11,25), rinnovò l’anima tua con la sua divina intimità e la riempì del vino nuovo della sua celeste dottrina (ivi 1,21-23). Tu avevi compreso così bene il suo amore che ti scelse per farti il primo storico della sua vita terrestre e mortale che per mezzo tuo l’Uomo-Dio si rivelò al mondo. Insegnamento magnifico il tuo (ivi 5-8) dice la Chiesa nella Messa, raccogliendo l’eredità di colei, che non seppe comprendere né il Maestro né i Profeti che l’annunziarono!

Preghiera.

Evangelista e martire della verginità, veglia sopra la parte eletta del gregge del Signore. Non dimenticare però nessuno di quelli ai quali insegni che l’Emmanuele ebbe il nome di Salvatore (1,21-23). Tutti i redenti ti venerano e ti pregano. Per la via tracciata, per merito tuo, nell’ammirabile Discorso della Montagna, conduci noi tutti al regno dei cieli, che la tua penna ispirata così spesso ricorda.
 

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1096-1099
    

Publié dans:SANTI APOSTOLI, SANTI EVANGELISTI |on 20 septembre, 2010 |Pas de commentaires »
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