Archive pour la catégorie 'SANTI EVANGELISTI'

SAN LUCA EVANGELISTA – 18 OTTOBRE

http://www.cristianesimo.altervista.org/vangeli/sanluca.htm

SAN LUCA EVANGELISTA – 18 OTTOBRE

Secondo la tradizione patristica, la redazione del terzo vangelo, in ordine cronologico, e degli Atti degli Apostoli va attribuita ad un certo Luca, il «caro medico» del quale l’apostolo Paolo trasmette i saluti (Fm 24; Col 4,14). L’immagine familiare lo rappresenta come compagno fedele dell’Apostolo (2Tm 4,11). Sarà la pietà popolare ad aggiungere ulteriori particolari alla vita di Luca: verrà annoverato fra i 70/72 discepoli inviati in missione da Gesù, sarà identificato con uno dei discepoli di Emmaus, verrà presentato come il pittore della Madonna.
Sappiamo che i 4 Vangeli Canonici sono giunti fino a noi senza la firma dell’autore: ciò non esclude che essa fosse in qualche modo presente sul manoscritto (non quindi all’interno del testo), oppure che fin dagli inizi, il rotolo/codice con il testo fosse indicato da una targhetta con il nome dell’autore del testo stesso, pratica molto comune presso i testi latini e greci. Le prime sicure testimonianze che attribuiscono l’opera lucana al Luca medico delle lettere paoline risalgono alla metà del II secolo, dunque al periodo nel quale più di prima era necessario identificare gli autori degli scritti neotestamentari e soprattutto identificarli con persone che avevano visto, seguito o vissuto accanto a Gesù o ai suoi apostoli. Tra le opere ricordiamo quella di Ireneo (Adv. Haer. 3,1,1), il canone di Muratori, Tertulliano (Adv. Marcionem 4,5). Anche il prologo antimarcionita (IV sec.), aggiunge ulteriori elementi alla vita dell’evangelista: Luca proverrebbe da Antiochia, è rimasto celibe, muore in Beozia all’età di 80 anni e scrive il suo Vangelo in Acaia.
Il fatto che Luca non potesse essere un diretto seguace del Cristo (dunque testimone oculare), emerge dal testo del vangelo stesso [1]. Senz’altro dunque furono gli Atti degli Apostoli, in particolare la sezione del «noi», a contribuire all’identificazione dell’autore con un compagno di Paolo, e precisamente con il « caro medico Luca ». Dalla critica interna, è difficile stabilire se Luca fosse stato medico oppure no: a favore dell’ipotesi contribuiscono elementi quali la maggiore esattezza descrittiva di certe malattie rispetto a Marco, e l’assenza del giudizio malevolo sui medici (Mc 5,26; cfr. Lc 8,43); di fatto tuttavia, non esistendo nel I sec. d.C. un linguaccio tecnico speciale della medicina, si può affermare che le conoscenze mediche dell’autore non sembrano superare le conoscenze di una persona colta. Resta il fatto che l’identificazione di Luca con un medico non è utile sotto l’aspetto teologico, dunque l’ipotesi in tal senso già formulata dai primi Padri della Chiesa (II sec.) sembra essere sostanzialmente genuina, cioè direttamente derivata da una tradizione molto antica.
Più difficile, secondo gli studiosi, è l’identificazione di Luca con un compagno di viaggio di Paolo: mancano punti fondamentali del pensiero teologico dell’Apostolo (p. es. la giustificazione mediante la fede, il problema del rapporto tra fede e opera, tra Vangelo e Legge); vengono motivati in modo errato alcuni spostamenti di Paolo stesso, sebbene l’autore dia prova di una buona conoscenza dell’itinerario paolino; ignora alcuni fatti importanti, situazioni reali delle comunità paoline e del loro rapporto con l’Apostolo; inoltre, sembra non conoscere le sue lettere, che al momento nel quale l’evangelista scrive non erano ancora state raccolte in un corpus.
Qualche indizio fa supporre che l’evangelista sia stato un buon viaggiatore: la terminologia « nautica », soprattutto nella descrizione del viaggio di Paolo a Roma, si fa apprezzare. Non parla mai del mare di Galilea, ma sempre del « lago di Genezaret »: evidentemente, in quanto conoscitore del Mediterraneo, rispetta le proporzioni… È possibile formulare a tal proposito un’ipotesi come tante altre: senza escludere una mera conoscenza « da tavolino » (rischiesta fondamentalmente a qualsiasi autore di un testo che si pone come storico), Luca potrebbe essere stato uno dei tanti discepoli itineranti della Chiesa primitiva (da qui in avanti, col termine Chiesa indicheremo non un’antenata dell’Istituzione attuale, ma la traduzione del greco ekklesia= comunità) , un evangelizzatore all’interno del territorio imperiale romano, e solo in un secondo tempo essersi stabilito in una comunità specifica.
L’unica certezza che emerge dal testo evangelico è che «Luca non è mai stato in Palestina: situa Nazaret su di un monte, pone la regione di Gerasa di fronte alla Galilea, sul lago di Genezaret, mentre la cittadina si trova a 50km dal lago, nella Decapoli; descrive gli usi e i costumi palestinesi con la mentalità e l’occhio di un ellenista: immagina le case palestinesi costruite come quelle greco-romane, con cantina, atrio e diverse stanze, e ricoperte di tegole; crede che abitualmente i Giudei assumano la posizione sdraiata per mangiare, suppone che il vento caldo sia lo scirocco (vento del sud: Lc 12,55), mentre è il vento dell’Oriente che porta la calura, ecc.» [2]. Non da ultimo, ignora i rituali del Tempio di Gerusalemme e non si interessa ai problemi della Legge. Tuttavia, conosce la LXX, la funzione sinagogale e le pratiche giudaiche.
Scrive con uno stile artistico ed equilibrato: proprio per questo motivo, la pietà popolare gli concesse i canoni di artista e lo promosse pittore.
Da quanto detto finora, il quadro esteriore che emerge a proposito dell’autore del terzo vangelo e degli Atti è il seguente: visse probabilmente nell’ambito delle chiese paoline, sebbene rimanga sostanzialmente insoluta la questione se avesse conosciuto Paolo o meno (ma una certa parte della critica sembra propendere per questa seconda ipotesi); come ellenista, rimane affascinato dal Dio d’Israele, tanto da diventare un « timorato di Dio » come molti; prima di incontrare il Vangelo, frequentava le sinagoghe della Diaspora [3].

L’evangelista: pensiero e teologia
Prima di affrontare il discorso dell’analisi testuale delle opere lucane, cerchiamo di mettere a fuoco l’evangelista Luca in quanto evangelista, il suo volto teologico insomma. In quanto ellenista, Luca si è rivolto agli ellenisti suoi contemporanei e fratelli nella fede, invitandoli a compiere una vera e propria opera di inculturazione. Già il prologo del Vangelo ne rivela gli scopi: il passo è costruito in perfetto stile retorico e secondo il procedimento letterario in uso fra gli storici e scrittori dell’antichità ellenistica. Tuttavia, dallo storico classico si distacca e si differenzia nettamente, per diversi motivi significativi: innanzitutto, mantiene l’anonimato, al contrario della normalità delle opere classiche; si caratterizza tuttavia come autore responsabile («ho deciso anch’io»), ma si pone al servizio di un qualcosa che lo supera: Luca non sta scrivendo un normale libro di storia. Egli raccoglie e trasmette la tradizione apostolica: la sua parola di autore deve sottostare alla parola dell’evento-Gesù. Luca dunque pone se stesso fra quelli che egli chiama ministri o servitori della Parola.
Un altro tratto distintivo presente nel prologo: tra gli storici venivano citati « i molti » – come formula retorica – per essere criticati, per mettere meglio in risalto la propria opera agli occhi dei lettori rispetto a quelle di autori precedenti. Al contrario, Luca cita « i molti » non per criticarli, ma per riconoscere la loro importanza: l’evangelista sa di non appartenere alla prima generazione apostolica, sa dipendere dagli scritti che l’hanno preceduto; non si dichiara superiore («anch’io ho deciso di scrivere un resoconto ordinato»), ma si mette sul loro stesso piano, accanto ad essi e dopo di essi, sempre a servizio della Parola.
L’autore dimostra di aver compreso l’esigenza dei tempi: mettere in ordine il passato, garantire quello stesso passato dai falsi dottori ora che i tempi cominciano ad allontanarsi rispetto ai fatti che vogliono narrare. Vuole superare con la sua opera ciò che altri prima di lui avevano raccolto in modo frammentario.
Ma il prologo lucano ha anche una seconda profonda valenza: «il fatto stesso che l’evangelista inizi la sua opera con un prologo, a mo’ degli storici dell’epoca, è di per sé significativo: per la prima volta, nella Chiesa, il vangelo si fa letteratura, l’annuncio ha preso la forma globale di una narrazione del passato. Presentare il Vangelo come un’opera letteraria rivela un significativo sforzo di inculturazione» [4]. Luca, come d’altronde Paolo, conosce il terreno « fertile » dei pagani ellenistici, e conosce anche i metodi per scrivere la storia che corrisponda alla loro mentalità e alle loro esigenze, fuori del contesto particolare della cultura giudaica, sottomettendo per certi aspetti il vangelo ai metodi della storiografia profana.
Al tempo stesso, Luca è ben cosciente che una semplice elencazione di fatti non è sufficiente: come credente e come cristiano (come uomo di fede dunque), Luca ha innanzitutto a cuore l’evento Gesù. Egli sa che il rafforzamento della fede di Teofilo non dipende dai « bruta facta », ma dalla solidità che deriva dalla tradizione autentica, trasmessa autenticamente, da una tradizione che non sia «un vaneggiare» (Lc 24,11), ma che provenga dalla parola di Dio. Per Luca, la fede non nasce dal semplice ragionamento, ma dall’incontro con l’evento-Gesù compreso come evento di Dio, grazie allo Spirito.
La venuta di Dio sulla terra in Gesù per mezzo dello Spirito Santo si rende attuale nell’oggi del lettore: l’evangelista può dunque parlare, nel prologo, di «fatti portati a compimento tra noi». A differenza di Paolo, per Luca la storia della Chiesa è appello per il presente, un presente certamente escatologico (cfr. At 2,17): ma ammonisce chi specula sulla fine imminente (cfr. Lc 19,11; At 1,6s), esattamente come chi tende ad adagiarsi nel presente. La sua visione è diversa anche da quella di Marco. Luca è si uno « storico », ma inteso come annunciatore dell’evangelo, non certo in quanto espositore oggettivo di eventi passati.
Il tema del tempo è particolarmente centrale nelle opere lucane: l’evangelista è cosciente del suo scorrere: la storia degli uomini diventa il campo dove si attua il progetto di Dio. Dalla Sua venuta nella casa di Nazaret, attraverso varie tappe, la vita di Gesù e della Chiesa arriva al mondo pagano, in quella Roma capitale del mondo allora comunemente conosciuto. Questo si riflette esplicitamente nell’esposizione della vita di Cristo: Gesù è sempre in viaggio, sembra non avere mai casa dove fermarsi: nel terzo vangelo la vita di Gesù e la missione della Chiesa vengono dunque presentate come un cammino; allo stesso modo, negli Atti gli apostoli sono sempre in viaggio e la Chiesa in cammino per diventare Chiesa di tutte le nazioni. Ma come si evince chiaramente dalla vita di Paolo e da quella degli apostoli (convertiti ma fermamente radicati nella Legge e nella tradizione dei padri veterotestamentari), Luca tende spesso a sottolineare sia l’apertura alle nazioni sia la continuità con Israele, la « casa-base ». Luca sembra fermamente convinto che la « missione » faccia parte dell’essenza della Chiesa: ciò rafforza l’impressione che l’evangelista stesso sia stato un evangelizzatore.
Così come il tempo, anche lo spazio ha un valore positivo. Lontani dalla contrapposizione giovannea tra la « comunità cristiana » e il mondo visto come luogo di tenebra e peccato, per Luca il mondo diventa il luogo dove vive e si sviluppa la Chiesa: una Chiesa che non deve avere timidezza e paura di evangelizzare il mondo, ma non deve correre il rischio di mondanizzarsi. Luca si dimostra attento a mettere in risalto, anche in modo critico, le differenze tra la vita del mondo ellenistico, fatta di simpatia, scambi e benefici, e la vita della Chiesa, basata sull’amore senza misura e sul dono gratuito. La Chiesa deve essere cosciente di avere una realtà – la salvezza – destinata a tutti e quindi da offrire in modo credibile a tutti: l’evangelista infonde nella sua opera una mentalità ottimistica, « conquistatrice ».
Sempre verso quest’ottica va visto un’altra frequente esigenza lucana: l’esigenza di amare il nemico (nel Vangelo troviamo numerose esortazioni in tal senso). Luca fa scendere questa esigenza nella quotidianità dell’esistenza: la comunità cristiana non deve essere settaria, ma deve essere aperta, accogliere ingrati, antipatici e disonesti invece di discriminarli. La Chiesa deve porsi senza paura nell’affrontare il mondo, proponendo perciò un abbozzo di società diversa, controcorrente. Anche in questo si riflette la mentalità conquistatrice dell’autore: l’amore del nemico, il proporre ad ogni uomo una nuova reciprocità. E questa era veramente la sfida della Chiesa, la sfida lanciata già da Luca, che mostra con questo una mentalità decisamente aperta, un atteggiamento decisamente nuovo verso la vita e totalmente in contrasto con la mentalità vigente in quel tempo.
Questo amore del nemico si rivela chiaramente in un altro punto fondamentale del pensiero lucano: quello dell’uomo in quanto uomo, dell’uomo amato da Dio. Anche se questo atteggiamento risale certamente a Gesù, è soprattutto Luca tra gli evangelisti a porlo maggiormente in risalto (parabola del buon samaritano). Il prossimo diventa l’altro, l’altro uomo, inatteso, improvviso, verso il quale il cristiano deve porsi senza barriere né pregiudizi né discriminazioni.
Il Vangelo di Luca è proprio per questo il meno discriminante. Mancano infatti nell’opera quei tratti antisemiti che sembrano affiorare nei Vangeli di Matteo e Giovanni, che hanno vissuto in prima persona l’esperienza di rottura con giudaismo. Per Luca i sacerdoti del Tempio che condannarono Gesù, lo fecero per ignoranza: ma si rende conto che anche i Giudei hanno qualche motivo per non accettare il Vangelo (Lc 5,39): continueranno ad esistere come realtà religiosa, ed è bene accettare questo dato di fatto e sforzarsi di convivere con tutti, abbandonando ogni velleità settaria e fanatica, ogni velleità di « guerra santa »!
Altro fattore che porta in questa direzione: è nel Vangelo e negli Atti di Luca che la donna assume una considerazione maggiore rispetto agli altri scritti. Figura emarginata nel giudaismo, Luca dimostra certamente la sua mentalità ellenistica, ma anche il suo prendere sul serio l’insegnamento e il comportamento di Gesù nei confronti della donna, dei peccatori, dei samaritani (degli emarginati in generale). L’operato di Gesù assume dunque una valenza sociale, in aperto contrasto con l’establishment dell’epoca, contro i pregiudizi religiosi dei benpensanti nei riguardi di persone emarginate e disprezzate [5]. Traspare anche dalla penna dell’evangelista, la passione di Gesù per l’uomo, e anche la preoccupazione di Luca dinanzi a una Chiesa ricca della sua realtà di salvezza e tentata di chiudersi a certe categorie di persone. «Più che nel suo ottimismo di missionario che prevede la diffusione del Vangelo in tutto il mondo, è in questi testi sull’avvicinarsi a ogni uomo che Luca rivela al meglio la sua mentalità universalistica» [6].
Ma Luca ribalta anche la tentazione dell’intolleranza: egli pone queste persone emarginate (in primis i samaritani, disprezzati dal pio giudeo perché contaminati da elementi stranieri) come modello da imitare! Particolare attenzione e anche una certa stima ripone verso l’ambiente dei poveri: basta leggere la sezione detta « Vangelo dell’Infanzia ».
Concludiamo con le parole di un importante studioso del terzo Vangelo: «L’opera lucana è di una ricchezza impressionante e svela un autore che partecipa pienamente alla vita e ai problemi della Chiesa del suo tempo: non solo ha saputo denunciare i pericoli che minacciavano i cristiani, proporre soluzioni a problemi di comportamento etico; ma più profondamente, egli ha dato una risposta essenziale a una comunità che il tempo allontanava dalla sua origine, e ha saputo rendere attuale per la sua cultura e la sua generazione il messaggio di Gesù. Indubbiamente, per l’acuta sensibilità che manifesta alle necessità « teologiche » della Chiesa della sua epoca, egli merita anche il titolo di profeta» [7].

[1] Lc 1,3: «è parso bene anche a me, che ho fatto ricerche dall’origine, su tutto, accuratamente, scrivertene con ordine, o eccellente Teofilo».
[2] G. Rossé, Il Vangelo di Luca. Commento esegetico e teologico, Città Nuova 1992, p. 8.
[3] Sulla questione della datazione dei vari scritti neo-testamentari mi sono espresso altrove. Qui giova segnalare che ci riferiremo in ogni caso a Luca come autore del terzo Vangelo e degli Atti.
[4] G. Rossé, op. cit., p. 10.
[5] Il contrasto tra il fariseo e il pubblicano nella parabola omonima, ma anche altri passi come Lc 7, Lc 9,51-56 e Lc 19,7.
[6] G. Rossé, op. cit., p. 13.
[7] G. Rossé, op. cit., p. 14.

Publié dans:SANTI, SANTI EVANGELISTI |on 17 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

VITA DELL’APOSTOLO MATTEO – 21 SETTEMBRE

http://www.alessandrotorti.it/testi/matteo.php

VITA DELL’APOSTOLO MATTEO – 21 SETTEMBRE

« Non è la molteplicità delle parole, ma l’integrità della ragione e la purezza della mente che generano la fede inviolata. »
Gregorio vescovo di Tours

La vita da pubblicano
Matteo il cui nome significa « dono di Dio », esercitava il mestiere d’esattore fiscale nella città di Cafarnao quando regnava su quelle terre il tetrarca Erode Antipa. A causa del suo lavoro aveva anche un secondo nome, maggiormente comprensibile agli stranieri, ossia Levi.
Era uno degli addetti alla riscossione delle tasse per conto di chi aveva ottenuto l’appalto dallo Stato versando in anticipo, come di consueto, la cifra che sarebbe poi stata raccolta. Lavorava quindi per far rientrare dell’investimento il suo padrone.
Carovane ininterrotte di uomini, cammelli e carri, che provenivano dalla Siria, giungevano fino a questa florida città posta sulle sponde del Mediterraneo: era la via maris. Da queste carovane, quando arrivavano al porto, Matteo e i suoi colleghi riscuotevano i pedaggi, e già per questo non erano visti di buon occhio. La loro continua frequentazione con gli stranieri, inoltre, li rendeva « impuri »: erano sempre in un perpetuo stato di contaminazione peccaminosa allo stesso livello delle prostitute. Erano socialmente isolati e allontanati dalla vita quotidiana e religiosa del paese.
Erano giovani di una certa cultura, siccome per lavoro scrivevano resoconti e contavano i pedaggi, ma a volte per rabbia si lasciavano andare ai soprusi e taglieggiavano i mercanti oppure frugavano con eccessivo zelo i bagagli di chi transitava.

La chiamata
Da qualche mese era giunto in città Gesù di Nazareth con il suo seguito. Matteo ne aveva sentito parlare e rimase immediatamente affascinato dal suo carisma e dalla sua predicazione. Quando poteva si allontanava dal lavoro per raggiungerli e ascoltare le loro discussioni.
Un giorno se li vide passare davanti al banco dov’era al lavoro con gli altri esattori. Gesù lo vide e, riconosciutolo, decise di chiamarlo a far parte del suo seguito: « Seguimi ».
Per un istante Matteo pose la mano destra sul petto, incredulo che ci si potesse rivolgere ad un paria come lui, quasi a chiedere conferma; un istante dopo, di slancio, si alzò e lo seguì facendo cadere dal banco della gabella alcune monete, causando quindi la preoccupazione dei suoi colleghi e la gioia dei bambini che le inseguirono mentre rotolavano in mezzo alla polvere.
Gesù prese a frequentare anche la sua casa e cenò spesso con lui e i suoi amici, assieme ai suoi discepoli. Spesso a tavola giungevano altri esattori, suoi vecchi amici, assetati di nuovi contatti sociali. Questa frequentazione fece mormorare spesso gli ambienti più conservatori della comunità fino a quando una mattina, venutolo a sapere, Gesù fornì ai suoi ascoltatori l’irreprensibile motivo del suo comportamento.
« Io mangio e bevo con gli esattori e con i peccatori perché non sono le persone sane ad aver bisogno di un medico, ma gli ammalati. Allo stesso modo, quindi, io sono venuto a chiamare i peccatori, e non i santi, affinché cambino vita. Bisogna rispettare il volere di Dio che dice nelle Sacre Scritture Voglio la misericordia nei cuori e non cerimonie al tempio ».
Giunto il momento di partire da Cafarnao, Matteo diede un memorabile banchetto di congedo e decise di seguire il suo maestro perciò aveva già abbandonato il suo lavoro.

Miracolo del Gallo
Alcuni anni dopo, nella sera in cui si celebrava la Pasqua durante la quale il maestro prese congedo dai suoi apostoli, accadde che Matteo fosse molto turbato mentre portava in tavola il piatto con un gallo arrosto. Lo depose sul tavolo, ma subito dopo confidò a Gesù il suo cruccio: « Maestro, vedi questo gallo? Quando i farisei mi videro mentre l’uccidevo mi schernirono dicendo Il tuo maestro sarà ucciso come questo gallo » Allora Gesù sorrise e gli parlò come per rassicurarlo: « Matteo, sicuramente porteranno a compimento quello che hanno detto e, prima dell’alba, questo stesso gallo ne darà il segnale ».
Matteo rimase alquanto perplesso dalle parole ma vide che allo stesso tempo Gesù allungava il braccio, toccò il gallo e rivolgendoglisi disse: « Torna a vivere come prima, ti rispuntino le piume e vola via libero per divulgare il momento in cui sarò consegnato ». Il gallo tirò quindi su la testa e fuggì via dal piatto.
Colpito dal miracolo cui aveva assistito rimase senza parole e non riuscì più ad esprimere le proprie emozioni; ma Gesù lo rassicurò con queste parole: « Così com’è resuscitato l’uccello che tu hai macellato quattro ore fa, così anch’io, come questo gallo, risorgerò dai morti. Non ti preoccupare quindi delle vane parole dei farisei ».
Nei giorni successivi Gesù fu messo a morte, punito come un malfattore sulla croce, ma risorse mostrando a tutti la correttezza della profezia di quella sera.
Matteo, dopo quei fatti, rimase presso la comunità di Gerusalemme per una dozzina d’anni e poi, mentre era prossimo a partire per recarsi presso la comunità ebraica dell’Etiopia, con cui aveva già frequenti contatti, decise di assecondare chi gli chiedeva di scrivere la sua testimonianza sulla vita e le opere di Gesù Cristo. Preparò quindi un testo che aiutasse ad appianare le difficoltà che potessero sorgere nella nuova comunità e partì.

Prigioniero degli antropofagi
Durante il suo viaggio verso la comunità copta fece tappa temporanea a Mirmidone, una città di feroci cannibali. Gli abitanti di questa città erano malvagi oltre ogni dire e frequentemente accecavano i nuovi venuti e ne annullavano ogni senso d’umanità facendo loro bere a tradimento una pozione magica. Dopo una prigionia di un mese, in una cerimonia rituale, ne mangiavano le carni e ne bevevano il sangue.
Matteo, una volta giunto in città fu imprigionato, per futili motivi, assieme ai suoi compagni di viaggio. Mentre in carcere aspettava il compimento della sorte riservatagli da Dio, giunse in suo aiuto l’apostolo Andrea. Questi sbarcò in quella città perché Gesù stesso divenne nocchiero della sua nave e liberò l’amico Matteo addormentando i sette guardiani che erano di fronte alla porta della sua cella. Matteo lasciò quindi la città per proseguire il suo viaggio mentre l’apostolo Andrea continuò la sua opera di predicazione e conversione in quei luoghi, fino al raggiungimento del martirio.

Il miracolo dei draghi
Matteo giunse alfine nella grande città commerciale di Naddaver dove era stato invitato da un eunuco che era giunto anni prima a Gerusalemme come plenipotenziario della regina Candace. In quell’occasione Filippo, uno dei sette diaconi, l’aveva battezzato con l’approvazione dei fedeli più progressisti ed ora era un attivo membro della comunità ebraica locale.
In città vi erano due sacerdoti pagani, di nome Zaroên e Arfaxat, che avevano un notevole potere ipnotico e suggestionavano gli uomini tanto da immobilizzarli, accecarli o assordarli; spesso pareva che comandassero ai serpenti e li costringessero a mordere le persone. Erano molto considerati, anche se più per il timore che incutevano che per la stima che avrebbero potuto suscitare; e molti giungevano fin dalle regioni più lontane del paese per venerarli poiché si era diffusa la loro fama.
L’eunuco, anch’egli di nome Candace, accolse Matteo in casa sua e l’ospitò mentre insegnava e radunava attorno a se l’opposizione a questi due sacerdoti. In questo periodo, molti furono battezzati e credettero alle parole dell’apostolo liberandosi così dal giogo suggestivo dei due sacerdoti. Matteo li contrastò sempre più energicamente, liberò molti dall’errore in cui cadevano e addormentava i serpenti che questi usavano e ne guariva le morsicature nel nome di Gesù.
Un giorno, mentre parlava in sinagoga, giunse trafelato un giovane il quale riferì che i due maghi avanzavano accompagnati ciascuno da un drago che gettava dalle fauci fiamme e miasmi sulfurei irrespirabili e con questi appestavano i dintorni fino a far cadere morti gli abitanti. Matteo volle uscire per andargli incontro ma Candace, che era con lui, lo tratteneva e chiuse la porta dicendo: « Se proprio lo ritieni necessario, parla loro dalla finestra, ma non li avvicinare che è pericoloso »; ma l’apostolo replicò: « Aprimi! Se proprio vuoi alla finestra starai tu per vedere quanto osano questi due maghi ».
Aperta la porta e fattosi il segno della croce, uscì quindi incontro ai due sacerdoti e, non appena li ebbe raggiunti, i due draghi che li accompagnavano caddero addormentati. Si rivolse ai due sacerdoti e li incitò a risvegliare i due draghi se ne fossero stati capaci. Zaroên e Arfaxat tentarono con tutte le loro arti ma non riuscivano in alcun modo a far loro aprire gli occhi e a questo punto Matteo disse « Poiché tutto il popolo mi scongiura affinché liberi la città da queste bestie immonde farò in modo che si sveglino e se ne vadano mansuete nel nome del mio signore Gesù Cristo. » Si rivolse quindi a loro ordinando di far ritorno al loro luogo d’origine senz’arrecare danni ad alcuno i due draghi sollevarono quindi la testa e, aperte le porte della città, si allontanarono senza più fare ritorno.

La resurrezione del figlio del re
Mentre ancora la gente mormorava a proposito della cacciata dei draghi, giunse notizia dalla capitale, Aksum, che era morto il figlio del negus Aglebul; i due maghi Zaroên e Arfaxat provarono inutilmente a rianimarlo ma non riuscendovi cercarono di convincere il re, suo padre, che il figlio era stato ormai rapito in cielo dagli Dei e che si trovava tra loro come una divinità e che perciò bisognava ormai costruire una statua e un tempio in suo onore.
Udito ciò l’eunuco Candace pregò la regina Eufenissa, madre del giovane moribondo, affinché facesse intervenire l’apostolo Matteo onde rianimare il principe. Matteo fu invitato a corte dove, non appena entrato, la regina Eufenissa gli si inginocchiò davanti dicendo: « Riconosco che tu sei l’apostolo inviato da Dio per la nostra salvezza e che sei discepolo di chi resuscita i morti dal sepolcro; invoca dunque il suo nome su mio figlio che così sono certa che rivivrà. » L’apostolo rispose meravigliato da tanta certezza: « Finora non hai udito la mia predicazione, come puoi essere certa? Sappi comunque che grazie alla tua fede tuo figlio Eufranore rivivrà. » Quindi presolo per mano e invocato il nome del Signore lo fece risorgere dai morti e con questa opera convertì loro e tutto il popolo etiopico.
Il re riempì quindi Matteo di tali doni ed onori da acconsentire che innalzasse un tempio, che prese il nome di Chiesa della resurrezione, cui lavorarono undicimila uomini per più di trenta giorni.
Matteo rimase a presiedere quella comunità per ventitré anni e distribuì presbiteri e diaconi in diverse comunità dei dintorni facendo lunga ed intensa opera d’apostolato tanto che la figlia del re, Efigenia, rimase « vergine di Cristo ». I due Maghi invece si allontanarono quasi immediatamente dirigendosi verso la Persia, poiché in questo paese avevano ormai perso ogni credito. Laggiù però furono affrontati e sconfitti dagli apostoli Simone e Giuda.

Il martirio
Morto il re Aglebul, gli succedette il fratello Hirtaco che cercava di sposare incestuosamente Efigenia, figlia del defunto re, onde consolidare il suo potere politico. Hirtaco tentò di convincere Matteo a intercedere per lui presso Efigenia; Matteo, dopo averci riflettuto, gli consigliò di venire ad ascoltare la sua predica il sabato successivo al tempio, dove avrebbe espresso ciò che pensava del matrimonio.
Quel sabato erano presenti tutti: Hirtaco, Efigenia e la popolazione al completo. Nel più totale silenzio l’apostolo iniziò il suo sermone: « Dio ha benedetto le nozze ed ha permesso che l’amore domini la carne ed i sensi affinché il marito ami la moglie e viceversa. Cosa mai avverrebbe se nella carne non vi fosse lo stimolo dell’amore? Se quindi questo stimolo svolge la sua funzione per volere di Dio, e l’uomo si sposa per desiderio di prole, il matrimonio è buono e non è contro il precetto di Dio. »
Mentre diceva questo Hirtaco e il suo seguito gioivano visibilmente e in maniera smodata perché pareva che finalmente l’apostolo avesse deciso di appoggiare il re nelle sue richieste. Fattosi di nuovo silenzio l’apostolo proseguì il suo discorso: « Ma se un servo osasse insidiare la sposa del suo re è evidente che incorrerebbe in una gravissima colpa. Come mai quindi tu, Hirtaco, cerchi di usurpare la sposa del re celeste? Un re terreno domina per poco tempo ma il re celeste regna eternamente. »
Il re ed il suo seguito, a questo punto, si allontanarono sdegnati mentre Efigenia, onde mettersi al sicuro definitivamente dal re suo zio, fece consacrare a Dio la sua verginità con formula solenne; e con lei si fecero consacrare tutte le fanciulle del suo seguito, dando così origine ad un monastero che raggiunse rapidamente una popolazione di duecento converse.
Matteo proseguì poi celebrando i misteri eucaristici.
Subito dopo aver congedato i fedeli, mentre era ancora presso l’altare, giunse alle sue spalle un sicario inviato dal re che con un rapido colpo di spada lo trafisse senza lasciargli alcuna possibilità di scampo; chi era ancora nel tempio osservò con incredulità il martirio del proprio pastore e una gran parte fuggì fuori disordinatamente in preda all’orrore per questo fatto inaspettato e brutale.
Quando la notizia della morte di Matteo si diffuse, la folla infuriata si diresse verso il palazzo reale vociando di dargli fuoco per vendetta ma i diaconi, i presbiteri e i discepoli del santo la fermarono in mezzo alla strada e le ricordarono le parole che Gesù rivolse all’apostolo Pietro quando questi lo difese impugnando la spada.

Cosa avvenne dopo il martirio
Frattanto Efigenia destinò tutti i propri beni per costruire una basilica in ricordo dell’apostolo Matteo e quello che ne rimaneva dispose che fosse distribuito ai poveri.
Hirtaco, rimosso l’ostacolo rappresentato da Matteo, persistette nella sua richiesta e, per convincere la giovane Efigenia, inviò presso di lei le principali matrone del suo regno affinché con le loro parole cariche di saggezza ed esperienza giungessero a convincerla ad accondiscendere al matrimonio.
Poiché non ottenne nulla in questo modo, provò ad invocare, tramite l’intercessione di sacerdoti pagani, l’aiuto di alcuni demoni: chiese loro di rapire la principessa e di ridurla in suo potere.
Visto che anche quest’ultimo tentativo fallì miseramente, ridotto alla disperazione, fece dare fuoco al monastero in cui Efigenia si era chiusa ma, nonostante le fiamme ormai ardessero già intorno al cortile interno dove si era rifugiata la giovane, subito sorse un vento fortissimo che invertì la direzione dell’incendio e che lo rediresse verso il palazzo di Hirtaco. Il palazzo reale fu distrutto fino alle fondamenta dalla violenza delle fiamme e a stento il re e suo figlio si salvarono precipitandosi in strada.
Immediatamente dopo un demone penetrò nel figlio del re e lo fece impazzire. Si mise a correre, invasato, fino al sepolcro dell’apostolo Matteo. Giunto al sarcofago, con le mani come fossero legate dietro alla schiena, confessò tutti i crimini del padre a tutti quelli che, stupiti, erano presenti e lo stavano ad ascoltare. Oltre a ciò, nel giro di poco tempo, al re suo padre venne una disgustosa e dolorosissima elefantiasi; poiché i medici dichiararono, concordi, di non poter alleviare le sue pene insopportabili, Hirtaco volse disperato contro di se la spada e si uccise trapassandosi il ventre.
Alla sua morte divenne negus il fratello venticinquenne di Efigenia, di nome Beor, che al momento era comandante dell’esercito. Egli, sincero fedele dell’apostolo Matteo, mantenne il regno con giustizia per sessantatrè anni facendo rimanere il paese in pace sia con i Persiani che con i Romani e lo riempì di chiese diffondendo la fede e la concordia.

Bibliografia
« Bibbia interattiva » Garamond Editoria Elettronica, 1993, Roma
« Biblioteca Sanctorum » [volume IX] Istituto Giovanni XXIII, 1967, Roma
Daniélou, J.; Marrou, H. (a cura di) « Nuova Storia della Chiesa » [volume I] Marietti, 1984 (II ed.), Casale
« Enciclopedia Italiana Treccani » [volume XXII] Istituto della Enciclopedia Italiana, 1934, Roma
« Enciclopedia della Bibbia » [IV volume] Elle Di Ci, 1970, Torino
Iacopo da Varazze « Leggenda aurea » Einaudi, 1995, Torino
Morali, L. (a cura di) « Apocrifi del nuovo testamento » Piemme, 1994, Casale

Publié dans:SANTI, SANTI APOSTOLI, SANTI EVANGELISTI |on 22 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

SAN MARCO EVANGELISTA – 25 APRILE

http://www.lundici.it/2010/04/il-santo-del-mese-san-marco-evangelista/

SAN MARCO EVANGELISTA – 25 APRILE

DI PAOLO FLAMIGNI IN APRILE 2010

Il 25 aprile si festeggia San Marco Evangelista. Della sua vita si conosce poco, ma l’opera immensa che ci ha trasmesso è alla base della dottrina Cristiana e di tutta la cultura occindentale
L’importanza fondamentale di San Marco non va cercata nella sua biografia. I Vangeli si presentano come opere di autore anonimo e l’autore non rivela certamente la sua identità nel corso dello scritto.
Le notizie sulla sua vita sono giunte fino a noi frammentarie e a volte contraddittorie. Sarebbe nato circa nel 20 d.C. in Cirenaica, l’attuale Libia, in una famiglia agiata che gli permise gli studi del latino, dell’ebraico e del greco. Quando tribù barbare invasero la sua città, Cirene, la sua famiglia si rifugiò a Gerusalemme. Qui si racconta che rimase orfano e che la madre ospitò nella sua villa Gesù e gli Apostoli. Questa villa con annesso l’Orto degli Ulivi dovrebbe essere anche stata la sede dell’Ultima Cena. Ma questi aneddoti non sono certi. Probabilmente non conobbe direttamente Gesù anche se forse il ragazzetto che seguì Gesù dopo l’arresto potrebbe essere proprio lui visto che questa figura compare solo nel Vangelo di Marco.
In seguito, nel 44 d.C., il giovane Marco seguì San Paolo nelle sue missioni di evangelizzazione di Antiochia, poi a Cipro e in Asia Minore. Nel 60 d.C., San Pietro lo cita in una lettera (l’aveva conosciuto da ragazzino a Gerusalemme o in qualche missione?) poi San Marco seguì San Paolo nella capitale dell’Impero dove divenne fedele collaboratore di San Pietro. Venne quindi inviato ad evangelizzare il nord Italia e nel viaggio verso Aquileia si fermò sulle isole Rialtine primo nucleo della futura Venezia. In sogno gli apparve un Angelo che lo salutò “Pax tibi Marce evangelista meus” e gli promise che in quelle isole avrebbe dormito in attesa dell’ultimo giorno.
Poi San Pietro inviò San Marco ad Alessandria d’Egitto dove proseguì la sua missione e dove trovò la morte probabilmente un 25 aprile tra il 68 e il 72. Secondo alcuni per morte naturale, per altri come martire. L’aneddotica include anche la famosa leggenda secondo la quale nel 828 alcuni mercanti veneziani per sottrarre agli infedeli le preziose reliquie del Santo le nascosero in una cesta di carne di maiale in modo che i musulmani non fossero invogliati a frugare da quelle parti. Il simbolo di San Marco è il leone alato perché il suo Vangelo inizia con la voce di San Giovanni Battista che si leva nel deserto come il ruggido di un leone.
Queste brevi note bibliografiche sono in parte documentate, in parte frutto di tradizioni opportunamente ricostruite per conferire autorevolezza al Vangelo di San Marco. In origine il testo, che ora è uno dei 4 Vangeli ufficiali della Chiesa, fu anche contestato. In parte perché gli episodi della vita di Gesù non sono raccontati in un ordine cronologico coerente e in parte per l’uso di una lingua senza pretese letterarie, un greco semplice e popolare (il vocabolario di Marco consta di 1.270 parole). Per questo si è dato risalto alla frequentazione con Pietro e al sogno dell’Angelo. Vero è che Marco fu discepolo di San Pietro, ma la stesura del Vangelo è sicuramente successiva alla loro frequentazione tant’è che il Vangelo di Marco è l’unico che non riabilita il Primo Apostolo dopo il famigerato triplice rinnegamento di Gesù. I fatti storici fanno concludere che Marco scrisse il suo Vangelo durante il regno di Erode Agrippa (41-44 d.C) quindi dopo le prime missioni con San Paolo ma prima della collaborazione con San Pietro.
Nella scelta della lingua molto vicina a quella parlata ogni giorno Marco (che era colto) scelse di rimanere vicino alle necessità dei suoi uditori.
Marco non commise errori nel riferire le cose esattamente come le ricordava e come gli avevano raccontato i discepoli frequentati, perché la sua unica preoccupazione fu di non omettere nulla di ciò che aveva udito e di non adulterare nulla, ma di scrivere accuratamente i fatti della vita di Gesù.
L’importanza è quindi tutta nell’opera. Nel Vangelo di San Marco, il Dio di Gesù è colui che ama l’umanità intera e vuole comunicarle la vita: questo amore si concretizza nella creazione di un uomo nuovo e tramite lui di una società nuova. Marco quindi rinnova il Vecchio Testamento che sanciva Israele come popolo eletto per insistere sull’universalità del Regno e sull’ugualianza di tutti i popoli e di tutti gli uomini davanti al Dio Padre e Salvatore (non più prevalentemente Giudice).

Publié dans:SANTI EVANGELISTI |on 24 avril, 2014 |Pas de commentaires »

«SCRIBA MANSUETUDINIS CHRISTI» (San Luca Evangelista)

http://www.30giorni.it/articoli_id_14425_l1.htm

«SCRIBA MANSUETUDINIS CHRISTI»

Colui che ha raccontato lo stupore e la commozione di Gesù. Così Dante definisce l’autore del terzo Vangelo e degli Atti degli apostoli

di Stefania Falasca

«Luca solo è con me». Così Paolo, nella seconda lettera a Timoteo (2 Tm 4, 11), scritta a Roma durante l’ultima prigionia che lo porterà al martirio, ricorda l’amico rimastogli accanto. Già nelle lettere ai Colossesi e a Filemone, scritte nel corso della prima prigionia romana, lo aveva menzionato tra i suoi più stretti collaboratori: «Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema» (Col 4, 14). «Il caro medico», lo chiama Paolo, informandoci della sua professione e anche, indirettamente, della sua provenienza pagana poiché Paolo non lo mette tra coloro che vengono dalla circoncisione (Col 4, 10-11). È il discepolo prediletto di Paolo, il compagno fedele di tanti suoi viaggi, il testimone oculare dei fatti accaduti tra quei primi cristiani, come dimostrano i racconti della seconda parte degli Atti degli apostoli scritti esprimendosi in prima persona plurale, colui che la tradizione indica anche come l’autore del terzo Vangelo.
Luca non aveva conosciuto né aveva mai visto Gesù. «Non vide il Signore nella carne», riferisce il Canone muratoriano (un elenco ragionato dei libri del Nuovo Testamento scritto a Roma verso il 160-180). Eppure, dei quattro evangelisti è forse quello che ci ha lasciato le pagine più belle, più vivide e commoventi della Sua vita terrena. Il suo Vangelo è scritto nel greco più classico di tutto il Nuovo Testamento e denota le conoscenze letterarie e storiche dell’autore. Ma al rigore della narrazione, nel rispetto delle fonti e della cronologia dei fatti accaduti – rigore che gli deriva probabilmente proprio dalla sua attitudine professionale –, Luca unisce una sensibilità d’animo e una delicatezza che caratterizzano tutto il terzo Vangelo.
Tanta scrupolosa ricerca su fatti e detti di Gesù presso coloro che si erano trovati presenti ha fatto sì che solo Luca ci tramandasse delle notizie che non hanno riscontro negli altri Vangeli: un terzo dei miracoli e tre quarti delle parabole riportati si ritrovano solamente in lui. Tra queste fonti, nei primi passi specialmente, si può sentire la voce soave della madre stessa di Gesù. Luca è l’unico degli evangelisti a parlarci lungamente di lei, a far parlare Maria, il primo a profilarne l’immagine. E lui più degli altri è riuscito a riportarci con delicata finezza quei particolari lievi, quegli spunti appena accennati che rivelano la misericordia di Gesù, i gesti di profonda compassione, il Suo stupore, la Sua tenerezza, quella tenerezza che lo fece chiamare da Dante «scriba mansuetudinis Christi» (Monarchia I).

«Morì a 84 anni in Beozia, pieno di Spirito Santo»
Luca mai si nomina nell’opera in due volumi a lui attribuita. Sono i copisti dei codici greci, nel II secolo, ad intitolare uno dei quattro Vangeli “secondo Luca”, ponendolo al terzo posto dopo quelli di Marco e di Matteo. Essi ci hanno tramandato anche il libro che riferisce le origini della Chiesa primitiva, legata soprattutto alle vicende di Pietro e Paolo, separandolo dal terzo Vangelo (del quale probabilmente costituiva originariamente una continuazione), col titolo “Atti degli apostoli”. Una tradizione antica ed universale, che proviene dalle Chiese di Siria, Roma, Gallia, Africa, Alessandria, riportata dagli scrittori cristiani dei primi secoli tra cui Ireneo (Adversus haereses III), fa di Luca l’autore del terzo Vangelo e degli Atti degli apostoli.
La testimonianza più antica si trova nel Canone muratoriano. Il Canone muratoriano ci dà anche delle informazioni riguardo Luca, descrivendolo come medico e collaboratore di Paolo. A questa prima testimonianza segue quella di un copista della fine del II secolo, che prepose al suo codice un prologo contro l’eretico Marcione, perciò chiamato Prologo antimarcionita. Su Luca riferisce: «Luca è un antiocheno di Siria, medico per professione, discepolo degli apostoli; poi passò al seguito di Paolo fino al suo martirio, servendo Dio senza crimini; non ebbe mai moglie, non procreò mai figli, morì a 84 anni in Beozia, pieno di Spirito Santo». San Girolamo, nel IV secolo, riassumendo tutta la tradizione precedente, indica anche il luogo della sua sepoltura: «Luca, un medico di Antiochia, non inesperto in lingua greca, come lo indicano i suoi scritti, discepolo dell’apostolo Paolo e compagno di tutti i suoi viaggi, scrisse il Vangelo. Pubblicò pure un altro egregio volume che è intitolato Atti degli apostoli […]. È sepolto a Costantinopoli, alla cui città, nell’anno secondo dell’imperatore Costanzo [338], furono traslate le sue ossa» (De viris illustribus III).
Che Luca sia di origine antiochena lo sappiamo dagli Atti stessi dove lo troviamo membro di questa comunità cristiana intorno all’anno 40 e dove probabilmente ebbe modo di conoscere Pietro (At 11, 1-26) . È accanto a Paolo per la prima volta nel secondo viaggio missionario da Troade a Filippi (At 16, 10-17). È da questo punto infatti che Luca continua la narrazione degli Atti in prima persona plurale: «Subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore».
Nella primavera del 58 è di nuovo nella stessa città a fianco di Paolo e lo accompagna nel suo viaggio di ritorno a Gerusalemme (At 21, 1-18), dove si mise in relazione con l’apostolo Giacomo. A Gerusalemme probabilmente ebbe occasione anche di incontrare qualcuna di quelle donne («Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre che li assistevano con i loro beni», Lc 8, 3) che lui solo menziona nel Vangelo.
Accompagna poi Paolo nel suo primo viaggio verso Roma, del quale l’ultima parte degli Atti costituisce il diario (At 27,1-28,26). E a Roma, dove rimase accanto all’Apostolo delle genti, si sarà probabilmente incontrato con Pietro e Marco.
Nulla invece sappiamo di certo della vita di Luca dopo la morte di Paolo. C’è chi lo descrive come evangelizzatore della Dalmazia e della Macedonia e chi, come Gregorio Nazianzeno, dell’Acaia e della Tebaide. Incerti rimangono anche il luogo e la causa della sua morte. Gli scritti più antichi parlano di martirio.
Anche sul luogo e sulla data della composizione del Vangelo (per ciò che riguarda il luogo comunemente è indicata Roma), le testimonianze fornite dalla tradizione e le opinioni degli studiosi divergono. È però certo che la redazione del terzo Vangelo è anteriore a quella degli Atti degli apostoli.

«Gli avvenimenti accaduti tra noi»
Luca apre il suo Vangelo con un prologo nel quale chiarisce subito il metodo e lo scopo del suo scritto. È indirizzato ad un certo Teofilo, personaggio importante a noi sconosciuto, probabilmente di origine greca, che Luca desidera confermare nella fede e al quale indirizza anche il libro degli Atti. Ma al di là di questo personaggio, il suo Vangelo sembra essere rivolto (proprio per la lingua usata, per le spiegazioni circa la geografia della Palestina e le usanze ebraiche, per lo scarso interesse per le discussioni sulla legge e per il riferimento invece continuo ai pagani) a coloro che non provengono dall’ebraismo. Luca per esporre con ordine «gli avvenimenti che sono accaduti» (Lc 1, 1) ha consultato documenti scritti e soprattutto testimoni diretti. Ha attinto indicazioni preziose da Paolo, del quale in tutto il Vangelo si sente l’influsso, da Pietro (Lc 22, 8), forse da Giovanni stesso (Lc 9. 28-36), dal diacono Filippo (At 21, 8), particolarmente al corrente di quanto riguardava la Samaria (Lc 9, 52-56), da Cleopa (Lc 24, 18). Le pie donne insieme a Marta e Maria (Lc 10, 38) hanno potuto informarlo di episodi che le riguardavano personalmente. Manaèn, l’amico d’infanzia di Erode (At 13, 1), gli ha forse riferito la comparsa di Gesù davanti al tetrarca (Lc 23, 7-12). Ma Luca ha attinto soprattutto dal tesoro dei ricordi della madre stessa di Gesù (Lc 2, 19. 51), che egli ha conosciuto e ascoltato di persona. Da lei ha appreso lo stupore dell’annuncio, della visita a Elisabetta, del parto a Betlemme; l’angoscia sua e di Giuseppe per lo smarrimento di Gesù dodicenne. È la voce stessa della Madonna che nel Magnificat direttamente si rivela: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore; perché ha rivolto gli occhi all’umiltà della sua serva…» (Lc 1, 46-48). Tutta la parte del Vangelo sull’infanzia, così come è narrata, ponendo in parallelo l’annunciazione e la nascita di Gesù con l’annunciazione e la nascita di Giovanni Battista, è peculiare di Luca.
È Luca a lasciarci i tratti delicati di Maria, a dipingerne nel racconto le immagini più belle. E forse è proprio da qui che è nata la tradizione di origine orientale che presenta Luca come pittore del volto di Maria. Molte infatti sono le immagini della Madonna attribuite all’evangelista. La testimonianza più antica al riguardo è di Teodoro il Lettore (520 circa) il quale afferma che la regina Eudocia mandò da Gerusalemme a Pulcheria il quadro della Madre di Dio dipinto dall’evangelista. «Neque novimus faciem Virginis Mariae», non conosciamo il volto della vergine Maria, scrive sant’Agostino (De Trinitate VIII). Ma anche se mancano testimonianze storiche più antiche non è affatto escluso che Luca abbia realmente dipinto il volto della Madre del Signore.
Il Vangelo di Matteo e di Marco, quest’ultimo seguito da Luca in tre lunghi tratti della vita pubblica del Signore, sono le fonti scritte utilizzate dall’evangelista. Tuttavia, seppure il terzo Vangelo presenta lo stesso schema generale dei Vangeli di Matteo e di Marco (un’introduzione, la predicazione di Gesù in Galilea, la sua salita verso Gerusalemme, il compimento della sua missione attraverso la passione e la risurrezione), la sua costruzione è elaborata con cura e mira a far risaltare in questa storia i tempi e i luoghi della storia della salvezza, insistendo fin dall’inizio sul Figlio di Dio come il salvatore di tutti gli uomini e sull’attualità della salvezza (Lc 2, 11; 4, 21).

L’assassino buono ruba il paradiso
L’originalità di Luca si manifesta soprattutto nella parte centrale del Vangelo, nel viaggio di Gesù verso Gerusalemme, dove risalta l’insegnamento di Gesù attraverso una serie abbondantissima di parabole come quella del buon samaritano (Lc 10, 29-37), del figliol prodigo (15, 11-32), del ricco epulone (16, 19-31), del fariseo e del pubblicano (18, 9-14). Parabole che solo Luca riporta (18 delle sue 24 parabole non esistono negli altri Sinottici) e che evidenziano gli aspetti a lui più cari: la misericordiosa mansuetudine di Gesù, la sua benevolenza verso i pagani, la sua bontà accogliente verso i peccatori, la sua predilezione per i poveri e i piccoli che della buona novella sono i destinatari privilegiati. La predicazione di Gesù si apre, nel Vangelo di Luca, proprio rivolgendosi a loro: «Mi ha mandato a predicare ai poveri la buona novella» (Lc 4, 18).
Più volte sottolinea che il Vangelo è per i piccoli, più volte si dilunga a raccontare i gesti di perdono e di accoglienza di Gesù. Luca è l’unico, ad esempio, a riportare l’episodio del buon ladrone, mostrando la misericordia di Gesù fino alla fine. È l’ultimo Suo gesto di perdono prima di spirare sulla croce. E quell’attimo, il solo attimo che è bastato al malfattore per “rubare” il cielo, Luca lo descrive con un’intensità che commuove: «“Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. “In verità ti dico, oggi stesso sarai con me in paradiso”» (Lc 23, 42-43). È la stessa commovente intensità con la quale descrive l’episodio della peccatrice in casa del fariseo (Lc 7, 36-50). Gesù era a pranzo in casa di un fariseo e mentre erano lì a mangiare irrompe una nota prostituta che circonda di attenzioni Gesù: «Portava un vaso di alabastro pieno di unguento e, fermatasi alle spalle presso i suoi piedi, piangendo, cominciò con lacrime a bagnargli i piedi e li asciugava con i capelli, e gli copriva di baci i piedi e li ungeva con l’unguento». Attenzioni che provocano l’indignato rancore del fariseo.
È soprattutto nel narrare le parabole, i gesti di compassione e di misericordia di Gesù, che Luca mostra la sua qualità di scrittore di grande talento. Con brevi notazioni, con sfumature sottili, a volte con una sola parola riesce ad indicare la tensione drammatica di un’intera situazione e non mancano neppure tracce di linguaggio medico. Usa ad esempio termini tecnici per indicare la febbre alta (Lc 4, 38), la paralisi (Lc 5, 18), e come medico, trattando dell’emorroissa, omette quanto in Marco (Mc 5, 26) può tornare sgradito ai suoi colleghi. Marco infatti, narrando l’episodio, aveva tuonato rudemente contro i medici che avevano costretto la donna «a dilapidare tutti i suoi averi senza avere alcun giovamento, anzi era andata peggiorando». Luca laconicamente scrive: «Nessuno era riuscito a guarirla» (Lc 8, 43). Ma la sua delicatezza si esprime soprattutto quando avvicina la persona di Gesù. Di lui ci suggerisce gli sguardi, le emozioni, i gesti umanissimi, le sofferenze nascoste. Luca è l’unico che riferisce del sudore di sangue di Gesù in quella notte di agonia nel Getsemani (Lc 22, 43-44) e di quel pianto, di quei «singhiozzi», quella sera sull’altura degli ulivi a Gerusalemme (Lc 19, 41-44), di fronte allo splendore del tempio al tramonto, presagendo la distruzione della Sua città.
Giovanni ci ha mostrato Gesù commuoversi fino alle lacrime per la morte dell’amico Lazzaro (Gv 11, 35-38), Luca è il pittore della sua tenerezza, come nell’episodio della donna curva da tanti anni al punto che non poteva più raddrizzarsi (Lc 13, 10-17). È Gesù a prendere l’iniziativa. Nessuno, neppure la donna, gli aveva richiesto niente. Stava insegnando nella sinagoga: la vede e chiamatala vicino a sé la guarisce. E quel giorno quando, entrando nella città di Nain, si imbatte in un corteo funebre e viene a sapere che il morto è il figlio unico di una madre vedova (Lc 7, 11-17). Gesù vede tra la folla quella madre portare al sepolcro l’unico suo figlio. «Vedendola» scrive Luca «ne prova compassione». Allora le si avvicina, piano le dice: «Donna, non piangere». Un atto di tenerezza è il suo primo gesto, poi le restituirà il figlio vivo.

Publié dans:SANTI, SANTI EVANGELISTI |on 11 mars, 2014 |Pas de commentaires »

GIOVANNI, IL TEOLOGO – 27 DICEMBRE – BENEDETTO XVI

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060809_it.html  

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

AULA PAOLO VI

MERCOLEDÌ, 9 AGOSTO 2006

GIOVANNI, IL TEOLOGO – 27 DICEMBRE

Cari fratelli e sorelle,

prima delle vacanze avevo cominciato con piccoli ritratti dei dodici Apostoli. Gli Apostoli erano compagni di via di Gesù, amici di Gesù e questo loro cammino con Gesù non era solo un cammino esteriore, dalla Galilea a Gerusalemme, ma un cammino interiore nel quale hanno imparato la fede in Gesù Cristo, non senza difficoltà perché erano uomini come noi. Ma proprio per ciò perché erano compagni di via di Gesù, amici di Gesù che in un cammino non facile hanno imparato la fede, sono anche guide per noi, che ci aiutano a conoscere Gesù Cristo, ad amarLo e ad avere fede in Lui. Avevo già parlato su quattro dei dodici Apostoli: su Simon Pietro, sul fratello Andrea, su Giacomo, il fratello di San Giovanni, e l’altro Giacomo, detto “il Minore”, che ha scritto una Lettera che troviamo nel Nuovo Testamento. Ed avevo cominciato a parlare di Giovanni l’evangelista, raccogliendo nell’ultima catechesi prima delle vacanze i dati essenziali che delineano la fisionomia di questo Apostolo. Vorrei adesso concentrare l’attenzione sul contenuto del suo insegnamento. Gli scritti di cui oggi, quindi, ci vogliamo occupare sono il Vangelo e le Lettere che vanno sotto il suo nome. Se c’è un argomento caratteristico che emerge negli scritti di Giovanni, questo è l’amore. Non a caso ho voluto iniziare la mia prima Lettera enciclica con le parole di questo Apostolo: “Dio è amore (Deus caritas est); chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4,16). E’ molto difficile trovare testi del genere in altre religioni. E dunque tali espressioni ci mettono di fronte ad un dato davvero peculiare del cristianesimo. Certamente Giovanni non è l’unico autore delle origini cristiane a parlare dell’amore. Essendo questo un costitutivo essenziale del cristianesimo, tutti gli scrittori del Nuovo Testamento ne parlano, sia pur con accentuazioni diverse. Se ora ci soffermiamo a riflettere su questo tema in Giovanni, è perché egli ce ne ha tracciato con insistenza e in maniera incisiva le linee principali. Alle sue parole, dunque, ci affidiamo. Una cosa è certa: egli non ne fa una trattazione astratta, filosofica, o anche teologica, su che cosa sia l’amore. No, lui non è un teorico. Il vero amore infatti, per natura sua, non è mai puramente speculativo, ma dice riferimento diretto, concreto e verificabile a persone reali. Ebbene, Giovanni come apostolo e amico di Gesù ci fa vedere quali siano le componenti o meglio le fasi dell’amore cristiano, un movimento caratterizzato da tre momenti. Il primo riguarda la Fonte stessa dell’amore, che l’Apostolo colloca in Dio, arrivando, come abbiamo sentito, ad affermare che “Dio è amore” (1 Gv 4,8.16). Giovanni è l’unico autore del Nuovo Testamento a darci quasi una specie di definizione di Dio. Egli dice, ad esempio, che “Dio è Spirito” (Gv 4,24) o che “Dio è luce” (1 Gv 1,5). Qui proclama con folgorante intuizione che “Dio è amore”. Si noti bene: non viene affermato semplicemente che “Dio ama” e tanto meno che “l’amore è Dio”! In altre parole: Giovanni non si limita a descrivere l’agire divino, ma procede fino alle sue radici. Inoltre, non intende attribuire una qualità divina a un amore generico e magari impersonale; non sale dall’amore a Dio, ma si volge direttamente a Dio per definire la sua natura con la dimensione infinita dell’amore. Con ciò Giovanni vuol dire che il costitutivo essenziale di Dio è l’amore e quindi tutta l’attività di Dio nasce dall’amore ed è improntata all’amore: tutto ciò che Dio fa, lo fa per amore e con amore, anche se non sempre possiamo subito capire che questo è amore, il vero amore. A questo punto, però, è indispensabile fare un passo avanti e precisare che Dio ha dimostrato concretamente il suo amore entrando nella storia umana mediante la persona di Gesù Cristo, incarnato, morto e risorto per noi. Questo è il secondo momento costitutivo dell’amore di Dio. Egli non si è limitato alle dichiarazioni verbali, ma, possiamo dire, si è impegnato davvero e ha “pagato” in prima persona. Come appunto scrive Giovanni, “Dio ha tanto amato il mondo (cioè: tutti noi) da donare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). Ormai, l’amore di Dio per gli uomini si concretizza e manifesta nell’amore di Gesù stesso. Ancora Giovanni scrive: Gesù “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1). In virtù di questo amore oblativo e totale noi siamo radicalmente riscattati dal peccato, come ancora scrive San Giovanni: “Figlioli miei, … se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è propiziazione per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Gv 2,1-2; cfr 1 Gv 1,7). Ecco fin dove è giunto l’amore di Gesù per noi: fino all’effusione del proprio sangue per la nostra salvezza! Il cristiano, sostando in contemplazione dinanzi a questo “eccesso” di amore, non può non domandarsi quale sia la doverosa risposta. E penso che sempre e di nuovo ciascuno di noi debba domandarselo. Questa domanda ci introduce al terzo momento della dinamica dell’amore: da destinatari recettivi di un amore che ci precede e sovrasta, siamo chiamati all’impegno di una risposta attiva, che per essere adeguata non può essere che una risposta d’amore. Giovanni parla di un “comandamento”. Egli riferisce infatti queste parole di Gesù: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34). Dove sta la novità a cui Gesù si riferisce? Sta nel fatto che egli non si accontenta di ripetere ciò che era già richiesto nell’Antico Testamento e che leggiamo anche negli altri Vangeli: “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18; cfr Mt 22,37-39; Mc 12,29-31; Lc 10,27). Nell’antico precetto il criterio normativo era desunto dall’uomo (“come te stesso”), mentre nel precetto riferito da Giovanni Gesù presenta come motivo e norma del nostro amore la sua stessa persona: “Come io vi ho amati”. E’ così che l’amore diventa davvero cristiano, portando in sé la novità del cristianesimo: sia nel senso che esso deve essere indirizzato verso tutti senza distinzioni, sia soprattutto in quanto deve pervenire fino alle estreme conseguenze, non avendo altra misura che l’essere senza misura. Quelle parole di Gesù, “come io vi ho amati”, ci invitano e insieme ci inquietano; sono una meta cristologica che può apparire irraggiungibile, ma al tempo stesso sono uno stimolo che non ci permette di adagiarci su quanto abbiamo potuto realizzare. Non ci consente di essere contenti di come siamo, ma ci spinge a rimanere in cammino verso questa meta. Quell’aureo testo di spiritualità che è il piccolo libro del tardo medioevo intitolato Imitazione di Cristo  scrive in proposito: “Il nobile amore di Gesù ci spinge a operare cose grandi e ci incita a desiderare cose sempre più perfette. L’amore vuole stare in alto e non essere trattenuto da nessuna bassezza. L’amore vuole essere libero e disgiunto da ogni affetto mondano… l’amore infatti è nato da Dio, e non può riposare se non in Dio al di là di tutte le cose create. Colui che ama vola, corre e gioisce, è libero, e non è trattenuto da nulla. Dona tutto per tutti e ha tutto in ogni cosa, poiché trova riposo nel Solo grande che è sopra tutte le cose, dal quale scaturisce e proviene ogni bene” (libro III, cap. 5). Quale miglior commento del “comandamento nuovo”, enunciato da Giovanni? Preghiamo il Padre di poterlo vivere, anche se sempre in modo imperfetto, così intensamente da contagiarne quanti incontriamo sul nostro cammino.

*** (anche se la catechesi è del 2006 lascio l’appello per la pace in Medio Oriente)

APPELLO PER LA PACE IN MEDIO ORIENTE

Cari fratelli e sorelle, il mio accorato pensiero va ancora una volta all’amata regione del Medio Oriente. In riferimento al tragico conflitto in corso ripropongo le parole di Papa Paolo VI all’ONU, nell’ottobre del 1965. Disse in quella occasione: « Non più gli uni contro gli altri, non più, giammai!… Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani ». Di fronte agli sforzi in atto per giungere finalmente al cessate-il-fuoco e ad una soluzione giusta e duratura del conflitto ripeto, con l’immediato mio Predecessore, il grande Papa Giovanni Paolo II, che è possibile cambiare il corso degli avvenimenti quando prevalgono la ragione, la buona volontà, la fiducia nell’altro, l’attuazione degli impegni assunti e la cooperazione fra partners responsabili (cfr Discorso al Corpo Diplomatico, 13 gennaio 2003).  Così  ha  detto Giovanni Paolo II e quanto detto allora vale anche oggi, per tutti. A tutti rinnovo l’esortazione ad intensificare la preghiera per ottenere il desiderato dono della pace. 

«SCRIBA MANSUETUDINIS CHRISTI» (l’autore del terzo Vangelo e degli Atti)

http://www.30giorni.it/articoli_id_14425_l1.htm

«SCRIBA MANSUETUDINIS CHRISTI»

Colui che ha raccontato lo stupore e la commozione di Gesù. Così Dante definisce l’autore del terzo Vangelo e degli Atti degli apostoli

di Stefania Falasca

«Luca solo è con me». Così Paolo, nella seconda lettera a Timoteo (2 Tm 4, 11), scritta a Roma durante l’ultima prigionia che lo porterà al martirio, ricorda l’amico rimastogli accanto. Già nelle lettere ai Colossesi e a Filemone, scritte nel corso della prima prigionia romana, lo aveva menzionato tra i suoi più stretti collaboratori: «Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema» (Col 4, 14). «Il caro medico», lo chiama Paolo, informandoci della sua professione e anche, indirettamente, della sua provenienza pagana poiché Paolo non lo mette tra coloro che vengono dalla circoncisione (Col 4, 10-11). È il discepolo prediletto di Paolo, il compagno fedele di tanti suoi viaggi, il testimone oculare dei fatti accaduti tra quei primi cristiani, come dimostrano i racconti della seconda parte degli Atti degli apostoli scritti esprimendosi in prima persona plurale, colui che la tradizione indica anche come l’autore del terzo Vangelo. Luca non aveva conosciuto né aveva mai visto Gesù. «Non vide il Signore nella carne», riferisce il Canone muratoriano (un elenco ragionato dei libri del Nuovo Testamento scritto a Roma verso il 160-180). Eppure, dei quattro evangelisti è forse quello che ci ha lasciato le pagine più belle, più vivide e commoventi della Sua vita terrena. Il suo Vangelo è scritto nel greco più classico di tutto il Nuovo Testamento e denota le conoscenze letterarie e storiche dell’autore. Ma al rigore della narrazione, nel rispetto delle fonti e della cronologia dei fatti accaduti – rigore che gli deriva probabilmente proprio dalla sua attitudine professionale –, Luca unisce una sensibilità d’animo e una delicatezza che caratterizzano tutto il terzo Vangelo. Tanta scrupolosa ricerca su fatti e detti di Gesù presso coloro che si erano trovati presenti ha fatto sì che solo Luca ci tramandasse delle notizie che non hanno riscontro negli altri Vangeli: un terzo dei miracoli e tre quarti delle parabole riportati si ritrovano solamente in lui. Tra queste fonti, nei primi passi specialmente, si può sentire la voce soave della madre stessa di Gesù. Luca è l’unico degli evangelisti a parlarci lungamente di lei, a far parlare Maria, il primo a profilarne l’immagine. E lui più degli altri è riuscito a riportarci con delicata finezza quei particolari lievi, quegli spunti appena accennati che rivelano la misericordia di Gesù, i gesti di profonda compassione, il Suo stupore, la Sua tenerezza, quella tenerezza che lo fece chiamare da Dante «scriba mansuetudinis Christi» (Monarchia I).

«Morì a 84 anni in Beozia, pieno di Spirito Santo» Luca mai si nomina nell’opera in due volumi a lui attribuita. Sono i copisti dei codici greci, nel II secolo, ad intitolare uno dei quattro Vangeli “secondo Luca”, ponendolo al terzo posto dopo quelli di Marco e di Matteo. Essi ci hanno tramandato anche il libro che riferisce le origini della Chiesa primitiva, legata soprattutto alle vicende di Pietro e Paolo, separandolo dal terzo Vangelo (del quale probabilmente costituiva originariamente una continuazione), col titolo “Atti degli apostoli”. Una tradizione antica ed universale, che proviene dalle Chiese di Siria, Roma, Gallia, Africa, Alessandria, riportata dagli scrittori cristiani dei primi secoli tra cui Ireneo (Adversus haereses III), fa di Luca l’autore del terzo Vangelo e degli Atti degli apostoli. La testimonianza più antica si trova nel Canone muratoriano. Il Canone muratoriano ci dà anche delle informazioni riguardo Luca, descrivendolo come medico e collaboratore di Paolo. A questa prima testimonianza segue quella di un copista della fine del II secolo, che prepose al suo codice un prologo contro l’eretico Marcione, perciò chiamato Prologo antimarcionita. Su Luca riferisce: «Luca è un antiocheno di Siria, medico per professione, discepolo degli apostoli; poi passò al seguito di Paolo fino al suo martirio, servendo Dio senza crimini; non ebbe mai moglie, non procreò mai figli, morì a 84 anni in Beozia, pieno di Spirito Santo». San Girolamo, nel IV secolo, riassumendo tutta la tradizione precedente, indica anche il luogo della sua sepoltura: «Luca, un medico di Antiochia, non inesperto in lingua greca, come lo indicano i suoi scritti, discepolo dell’apostolo Paolo e compagno di tutti i suoi viaggi, scrisse il Vangelo. Pubblicò pure un altro egregio volume che è intitolato Atti degli apostoli […]. È sepolto a Costantinopoli, alla cui città, nell’anno secondo dell’imperatore Costanzo [338], furono traslate le sue ossa» (De viris illustribus III). Che Luca sia di origine antiochena lo sappiamo dagli Atti stessi dove lo troviamo membro di questa comunità cristiana intorno all’anno 40 e dove probabilmente ebbe modo di conoscere Pietro (At 11, 1-26) . È accanto a Paolo per la prima volta nel secondo viaggio missionario da Troade a Filippi (At 16, 10-17). È da questo punto infatti che Luca continua la narrazione degli Atti in prima persona plurale: «Subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore». Nella primavera del 58 è di nuovo nella stessa città a fianco di Paolo e lo accompagna nel suo viaggio di ritorno a Gerusalemme (At 21, 1-18), dove si mise in relazione con l’apostolo Giacomo. A Gerusalemme probabilmente ebbe occasione anche di incontrare qualcuna di quelle donne («Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre che li assistevano con i loro beni», Lc 8, 3) che lui solo menziona nel Vangelo. Accompagna poi Paolo nel suo primo viaggio verso Roma, del quale l’ultima parte degli Atti costituisce il diario (At 27,1-28,26). E a Roma, dove rimase accanto all’Apostolo delle genti, si sarà probabilmente incontrato con Pietro e Marco. Nulla invece sappiamo di certo della vita di Luca dopo la morte di Paolo. C’è chi lo descrive come evangelizzatore della Dalmazia e della Macedonia e chi, come Gregorio Nazianzeno, dell’Acaia e della Tebaide. Incerti rimangono anche il luogo e la causa della sua morte. Gli scritti più antichi parlano di martirio. Anche sul luogo e sulla data della composizione del Vangelo (per ciò che riguarda il luogo comunemente è indicata Roma), le testimonianze fornite dalla tradizione e le opinioni degli studiosi divergono. È però certo che la redazione del terzo Vangelo è anteriore a quella degli Atti degli apostoli.

«Gli avvenimenti accaduti tra noi» Luca apre il suo Vangelo con un prologo nel quale chiarisce subito il metodo e lo scopo del suo scritto. È indirizzato ad un certo Teofilo, personaggio importante a noi sconosciuto, probabilmente di origine greca, che Luca desidera confermare nella fede e al quale indirizza anche il libro degli Atti. Ma al di là di questo personaggio, il suo Vangelo sembra essere rivolto (proprio per la lingua usata, per le spiegazioni circa la geografia della Palestina e le usanze ebraiche, per lo scarso interesse per le discussioni sulla legge e per il riferimento invece continuo ai pagani) a coloro che non provengono dall’ebraismo. Luca per esporre con ordine «gli avvenimenti che sono accaduti» (Lc 1, 1) ha consultato documenti scritti e soprattutto testimoni diretti. Ha attinto indicazioni preziose da Paolo, del quale in tutto il Vangelo si sente l’influsso, da Pietro (Lc 22, 8), forse da Giovanni stesso (Lc 9. 28-36), dal diacono Filippo (At 21, 8), particolarmente al corrente di quanto riguardava la Samaria (Lc 9, 52-56), da Cleopa (Lc 24, 18). Le pie donne insieme a Marta e Maria (Lc 10, 38) hanno potuto informarlo di episodi che le riguardavano personalmente. Manaèn, l’amico d’infanzia di Erode (At 13, 1), gli ha forse riferito la comparsa di Gesù davanti al tetrarca (Lc 23, 7-12). Ma Luca ha attinto soprattutto dal tesoro dei ricordi della madre stessa di Gesù (Lc 2, 19. 51), che egli ha conosciuto e ascoltato di persona. Da lei ha appreso lo stupore dell’annuncio, della visita a Elisabetta, del parto a Betlemme; l’angoscia sua e di Giuseppe per lo smarrimento di Gesù dodicenne. È la voce stessa della Madonna che nel Magnificat direttamente si rivela: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore; perché ha rivolto gli occhi all’umiltà della sua serva…» (Lc 1, 46-48). Tutta la parte del Vangelo sull’infanzia, così come è narrata, ponendo in parallelo l’annunciazione e la nascita di Gesù con l’annunciazione e la nascita di Giovanni Battista, è peculiare di Luca. È Luca a lasciarci i tratti delicati di Maria, a dipingerne nel racconto le immagini più belle. E forse è proprio da qui che è nata la tradizione di origine orientale che presenta Luca come pittore del volto di Maria. Molte infatti sono le immagini della Madonna attribuite all’evangelista. La testimonianza più antica al riguardo è di Teodoro il Lettore (520 circa) il quale afferma che la regina Eudocia mandò da Gerusalemme a Pulcheria il quadro della Madre di Dio dipinto dall’evangelista. «Neque novimus faciem Virginis Mariae», non conosciamo il volto della vergine Maria, scrive sant’Agostino (De Trinitate VIII). Ma anche se mancano testimonianze storiche più antiche non è affatto escluso che Luca abbia realmente dipinto il volto della Madre del Signore. Il Vangelo di Matteo e di Marco, quest’ultimo seguito da Luca in tre lunghi tratti della vita pubblica del Signore, sono le fonti scritte utilizzate dall’evangelista. Tuttavia, seppure il terzo Vangelo presenta lo stesso schema generale dei Vangeli di Matteo e di Marco (un’introduzione, la predicazione di Gesù in Galilea, la sua salita verso Gerusalemme, il compimento della sua missione attraverso la passione e la risurrezione), la sua costruzione è elaborata con cura e mira a far risaltare in questa storia i tempi e i luoghi della storia della salvezza, insistendo fin dall’inizio sul Figlio di Dio come il salvatore di tutti gli uomini e sull’attualità della salvezza (Lc 2, 11; 4, 21).

L’assassino buono ruba il paradiso L’originalità di Luca si manifesta soprattutto nella parte centrale del Vangelo, nel viaggio di Gesù verso Gerusalemme, dove risalta l’insegnamento di Gesù attraverso una serie abbondantissima di parabole come quella del buon samaritano (Lc 10, 29-37), del figliol prodigo (15, 11-32), del ricco epulone (16, 19-31), del fariseo e del pubblicano (18, 9-14). Parabole che solo Luca riporta (18 delle sue 24 parabole non esistono negli altri Sinottici) e che evidenziano gli aspetti a lui più cari: la misericordiosa mansuetudine di Gesù, la sua benevolenza verso i pagani, la sua bontà accogliente verso i peccatori, la sua predilezione per i poveri e i piccoli che della buona novella sono i destinatari privilegiati. La predicazione di Gesù si apre, nel Vangelo di Luca, proprio rivolgendosi a loro: «Mi ha mandato a predicare ai poveri la buona novella» (Lc 4, 18). Più volte sottolinea che il Vangelo è per i piccoli, più volte si dilunga a raccontare i gesti di perdono e di accoglienza di Gesù. Luca è l’unico, ad esempio, a riportare l’episodio del buon ladrone, mostrando la misericordia di Gesù fino alla fine. È l’ultimo Suo gesto di perdono prima di spirare sulla croce. E quell’attimo, il solo attimo che è bastato al malfattore per “rubare” il cielo, Luca lo descrive con un’intensità che commuove: «“Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. “In verità ti dico, oggi stesso sarai con me in paradiso”» (Lc 23, 42-43). È la stessa commovente intensità con la quale descrive l’episodio della peccatrice in casa del fariseo (Lc 7, 36-50). Gesù era a pranzo in casa di un fariseo e mentre erano lì a mangiare irrompe una nota prostituta che circonda di attenzioni Gesù: «Portava un vaso di alabastro pieno di unguento e, fermatasi alle spalle presso i suoi piedi, piangendo, cominciò con lacrime a bagnargli i piedi e li asciugava con i capelli, e gli copriva di baci i piedi e li ungeva con l’unguento». Attenzioni che provocano l’indignato rancore del fariseo. È soprattutto nel narrare le parabole, i gesti di compassione e di misericordia di Gesù, che Luca mostra la sua qualità di scrittore di grande talento. Con brevi notazioni, con sfumature sottili, a volte con una sola parola riesce ad indicare la tensione drammatica di un’intera situazione e non mancano neppure tracce di linguaggio medico. Usa ad esempio termini tecnici per indicare la febbre alta (Lc 4, 38), la paralisi (Lc 5, 18), e come medico, trattando dell’emorroissa, omette quanto in Marco (Mc 5, 26) può tornare sgradito ai suoi colleghi. Marco infatti, narrando l’episodio, aveva tuonato rudemente contro i medici che avevano costretto la donna «a dilapidare tutti i suoi averi senza avere alcun giovamento, anzi era andata peggiorando». Luca laconicamente scrive: «Nessuno era riuscito a guarirla» (Lc 8, 43). Ma la sua delicatezza si esprime soprattutto quando avvicina la persona di Gesù. Di lui ci suggerisce gli sguardi, le emozioni, i gesti umanissimi, le sofferenze nascoste. Luca è l’unico che riferisce del sudore di sangue di Gesù in quella notte di agonia nel Getsemani (Lc 22, 43-44) e di quel pianto, di quei «singhiozzi», quella sera sull’altura degli ulivi a Gerusalemme (Lc 19, 41-44), di fronte allo splendore del tempio al tramonto, presagendo la distruzione della Sua città. Giovanni ci ha mostrato Gesù commuoversi fino alle lacrime per la morte dell’amico Lazzaro (Gv 11, 35-38), Luca è il pittore della sua tenerezza, come nell’episodio della donna curva da tanti anni al punto che non poteva più raddrizzarsi (Lc 13, 10-17). È Gesù a prendere l’iniziativa. Nessuno, neppure la donna, gli aveva richiesto niente. Stava insegnando nella sinagoga: la vede e chiamatala vicino a sé la guarisce. E quel giorno quando, entrando nella città di Nain, si imbatte in un corteo funebre e viene a sapere che il morto è il figlio unico di una madre vedova (Lc 7, 11-17). Gesù vede tra la folla quella madre portare al sepolcro l’unico suo figlio. «Vedendola» scrive Luca «ne prova compassione». Allora le si avvicina, piano le dice: «Donna, non piangere». Un atto di tenerezza è il suo primo gesto, poi le restituirà il figlio vivo.

PREGATE INCESSANTEMENTE

http://www.opusdei.it/art.php?p=49609

PREGATE INCESSANTEMENTE

Come cristiani comuni, che vogliono seguire da vicino Gesù in tutti i crocevia del mondo, dobbiamo vivere sempre uniti a Dio mediante una continua preghiera.

(OPUS DEI)

03 agosto 2012

San Luca è l’evangelista che sottolinea maggiormente il significato della preghiera nel ministero di Cristo[1]. Soltanto lui ci ha trasmesso tre parabole di Gesù sulla preghiera.
La seconda è questa: C’era in una città un giudice che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un certo tempo egli non volle. Ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi”. E il Signore soggiunse: “Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare?”[2].
Opus Dei – Nel presentare la parabola, san Luca scrive: Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi[3]. E poco dopo riferisce altre parole di Gesù sulla necessità della vigilanza: “Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’Uomo”[4].
Come si può osservare, il terzo evangelista ha fissato la propria attenzione sul fatto che Gesù attribuisce molta importanza alla costanza nella preghiera, perché comanda ai suoi discepoli di perseverarvi: “giorno e notte”, “in ogni momento”. Dal tono che il Signore usa, appare chiaro inoltre che la preghiera continua è qualcosa che Gesù ha ordinato: si tratta di un comando e non semplicemente di un consiglio.
Per seguire da vicino il Signore, è necessario pregare senza interruzione, perché Egli stesso ci dà l’esempio e prega incessantemente Dio, suo Padre. Così racconta san Luca: Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare[5]; e più oltre: Si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli[6].
Nel terzo Vangelo sono raccontate diverse scene dove notiamo che, prima dei momenti decisivi della sua missione, Gesù prega. Per esempio, prima del Battesimo, prima della Trasfigurazione, prima di scegliere e di chiamare i Dodici, prima di dare compimento con la sua Passione al disegno d’amore del Padre[7].
Per seguire da vicino il Signore, è necessario pregare senza interruzione, perché Egli stesso ci dà l’esempio e prega incessantemente Dio, suo Padre.A proposito della preghiera del Signore, san Josemaría commenta: Quanto amore suscitò nei primi discepoli la figura di Cristo in orazione! Dopo aver contemplato la preghiera assidua del Maestro, gli domandano: Domine, doce nos orare, Signore insegnaci a pregare come tu fai[8].
Negli Atti degli Apostoli san Luca descrive, con tre pennellate, la maniera di pregare dei primi fedeli: Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù[9]. Poco dopo aggiunge: Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere[10]. Quando poi Pietro viene catturato per aver predicato audacemente la verità, una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui[11].
Dopo san Luca, è san Paolo che più degli altri si fa eco del precetto di Gesù sulla preghiera continua, perché spesso esorta i fedeli a metterlo in pratica; per esempio, a quelli di Tessalonica: pregate incessantemente[12]; e a quelli di Efeso: pregate incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito[13]. San Paolo ce ne dà poi un esempio quando dice che prega continuamente per i suoi notte e giorno, di continuo[14].
Seguendo gli insegnamenti biblici, anche alcuni Padri della Chiesa e antichi scrittori ecclesiastici esortano i cristiani a condurre una vita di preghiera incessante. Uno di loro, per esempio, scrive: «Sebbene alcuni assegnino alla preghiera determinate ore – per esempio, la terza, la sesta e la nona -, il cristiano perfetto prega durante l’intera sua vita sforzandosi di vivere con Dio per mezzo della preghiera»[15].

Opus Dei –
Una vita di preghiera continua
Come cristiani comuni, che vogliono seguire da vicino Gesù in tutti i crocevia del mondo, dobbiamo vivere sempre uniti a Dio mediante una preghiera continua: Ogni volta che sentiamo nel cuore il desiderio di essere migliori, di corrispondere con più generosità al Signore, e cerchiamo una luce che ci guidi, un riferimento preciso per la nostra esistenza cristiana, lo Spirito Santo porta alla nostra memoria le parole del Vangelo: è necessario pregare sempre, senza stancarsi [...].
Vorrei che oggi, in questa nostra meditazione, ci persuadessimo una volta per sempre della necessità di avviarci a essere anime contemplative, nel bel mezzo della strada e del lavoro, grazie a un colloquio costante con il nostro Dio, che non deve mai venir meno lungo tutta la giornata. Se vogliamo seguire lealmente le orme del Maestro, è questa l’unica via[16].
Ogni cristiano che vuol essere coerente con la propria fede ha voglia di impegnarsi a trasformare la giornata in una continua e intima conversazione con Dio, in modo tale che la preghiera non sia un atto isolato che si compie e poi si abbandona: La mattina il tuo pensiero è per te e la sera s’innalza la mia preghiera come incenso al tuo cospetto. Tutta la giornata può essere tempo di orazione: dalla sera alla mattina, dalla mattina alla sera. E, più ancora, persino il sonno, ci ricorda la Sacra Scrittura, deve essere preghiera[17].
Quest’ultima affermazione è di alcuni Padri della Chiesa; per esempio, san Girolamo scrive: «L’apostolo ci raccomanda di pregare sempre, e per i santi anche il sonno stesso è orazione»[18].
l’amore è ingegnoso: (…) tutti devono prevedere nella giornata alcune norme di sempre, alcune pratiche di pietà che non si svolgono in un momento determinato.La preghiera continua è certamente un dono divino, che Dio non nega a chi corrisponde con generosità alla sua grazia. Alcune pratiche di pietà cristiana manifestano in modo particolare questo dialogo ininterrotto con il Signore, che riempie l’anima.
Tali pratiche sono, nello stesso tempo, una conseguenza dell’amore e un mezzo per aumentarlo. Questo carattere di mezzo fa sì che se un cristiano vuole arrivare a una vita di orazione continua non può adottare un atteggiamento passivo riguardo alla lotta interiore: deve cercare e mettere in pratica alcuni accorgimenti umani, quasi dei promemoria, capaci di ravvivare in qualunque momento il dialogo divino e la presenza di Dio.
Questi promemoria della vita interiore sono personalissimi, perché l’amore è ingegnoso: saranno diversi a seconda delle diverse situazioni di ognuno, ma tutti devono escogitare i mezzi da adottare per pregare continuamente: tutti devono prevedere nella giornata alcune norme di sempre, alcune pratiche di pietà che non si svolgono in un momento determinato.
Per il cristiano è importante «che il suo rapporto con Dio sia presente sul fondo della nostra anima», e perciò «è necessario tenere sempre desta questa relazione e ricondurvi in continuazione gli avvenimenti quotidiani»[19]. E questo lo otteniamo proponendoci, per esempio, di cercare la presenza di Dio abitualmente, o riflettendo sul fatto che siamo figli di Dio, prima di cominciare un lavoro, o ringraziando il Signore per un favore che ci ha fatto, approfittando di questo per ringraziare anche la persona che ce lo ha procurato.
Opus Dei –
Queste norme di sempre sono profondamente intrecciate tra loro, perché in fondo non sono altro che l’«orientamento che segna totalmente la nostra coscienza, la silenziosa presenza di Dio sul fondo del nostro pensare, meditare ed essere»[20]. In tal modo, per esempio, la presenza di Dio aiuta a percepire le cose buone che Egli ci dà e a dimostrargli la nostra gratitudine.
Chi si propone di ringraziare il Signore per i beni che riceve – anche l’esistenza, la fede, la vocazione cristiana – utilizzando alcune circostanze della giornata, finisce per scoprire altre occasioni per lodarlo continuamente. È questa la “preghiera continua”[21].
San Paolo ci ha dato l’esempio di una vita condotta in continuo ringraziamento: Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù[22].
Su questa stessa linea San Josemaría esorta a trasformare l’intera vita del cristiano in un continuo ringraziamento: Com’è possibile renderci conto di ciò, capire che Dio ci ama, e non divenire a nostra volta pazzi d’amore? [...]. La nostra vita si trasforma allora in continua preghiera, si riempie di buon umore e di pace inesauribili, diventa un atto di ringraziamento rinnovato in ogni istante[23].
La Santissima Vergine è sempre rimasta in continua preghiera, perché ha raggiunto la vetta più alta della contemplazione. Come l’avrà guardata Gesù e come Ella avrà ricambiato lo sguardo di suo Figlio! Non dobbiamo meravigliarci che una realtà tanto ineffabile sia passata sotto silenzio o appena accennata: era tra le cose che Maria conservava nel suo cuore[24].

M. Belda

12345

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01