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SAN MATTEO – 21 SETTEMBRE – APOSTOLO ED EVANGELISTA

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SAN MATTEO – 21 SETTEMBRE – APOSTOLO ED EVANGELISTA

BIOGRAFIA

La chiamata…
Leggiamo nel Vangelo il racconto che San Matteo ci fa della sua conversione. L’Epistola descrive la celebre visione nella quale sono mostrati ad Ezechiele quattro animali simbolici nei quali, sin dai primi secoli, si vollero vedere i quattro Evangelisti. San Matteo è rappresentato dall’animale con la faccia umana, perché comincia il suo Vangelo con la serie degli antenati dai quali discendeva Gesù come uomo. Lo scopo che egli ebbe nello scrivere questo libro, pieno di sapienza divina (Intr.), fu di provare che Gesù, avendo realizzato gli oracoli relativi al Liberatore d’Israele è dunque il Messia. Il nome di San Matteo si trova nel Canone della Messa nel gruppo degli Apostoli.

MARTIROLOGIO
Festa di san Matteo, Apostolo ed Evangelista, che, detto Levi, chiamato da Gesù a seguirlo, l’asciò l’ufficio di pubblicano o esattore delle imposte e, eletto tra gli Apostoli, scrisse un Vangelo, in cui si proclama che Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo, ha portato a compimento la promessa dell’Antico Testamento.

DAGLI SCRITTI…
Dalle « Omelie » di san Beda il Venerabile, sacerdote
Gesù lo guardò con sentimento di pietà e lo scelse.
Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: « Seguimi » (Mt 9, 9). Vide non tanto con lo sguardo degli occhi del corpo, quanto con quello della bontà interiore. Vide un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: « Seguimi ». Gli disse « Seguimi », cioè imitami. Seguimi, disse, non tanto col movimento dei piedi quanto con la pratica della vita. Infatti  » chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato  » (1 Gv 2, 6).
 » Ed egli si alzò, prosegue, e lo seguì  » (Mt 9, 9). Non c’è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso Signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all’interno con un’invisibile spinta a seguirlo. Infuse nella sua mente la luce della grazia spirituale con cui potesse comprendere come colui che sulla terra lo strappava alle cose temporali, era capace di dargli in cielo tesori incorruttibili.
« Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli » (Mt 9, 10). Ecco dunque che la conversione di un solo pubblicano servì di stimolo a quella di molti pubblicani e peccatori, e la remissione dei suoi peccati fu modello a quella di tutti costoro. Fu un autentico e magnifico segno premonitore di realtà future. Colui che sarebbe stato apostolo e maestro della fede, attirò a sé una folla di peccatori già fin dal primo momento della sua conversione. Egli cominciò, subito all’inizio, appena apprese le prime nozioni della fede, quella evangelizzazione che avrebbe portato avanti di pari passo col progredire della sua santità. Se desideriamo penetrare più a fondo nel significato di ciò che è accaduto, capiremo che egli non si limitò a offrire al Signore un banchetto per il suo corpo nella propria abitazione materiale ma, con la fede e l’amore, gli preparò un convito molto più gradito nell’intimo del suo cuore. Lo afferma colui che dice:  » Ecco sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me  » (Ap 3, 20).Gli apriamo la porta per accoglierlo, quando udita la sua voce, diamo volentieri il nostro assenso ai suoi segreti o palesi inviti e ci applichiamo con impegno nel compito da lui affidatoci. Entra quindi per cenare con noi e noi con lui, perché con la grazia del suo amore viene ad abitare nei cuori degli eletti, per ristorarli con la luce della sua presenza. Essi così sono in grado di avanzare sempre più nei desideri del cielo. A sua volta, riceve anche lui ristoro mediante il loro amore per le cose celesti, come se gli offrissero vivande gustosissime.

Le reliquie del santo Apostolo
Nella ricognizione effettuata il 24 maggio 1924 all’altare della chiesa inferiore dei Ss. Cosma e Damiano fu rinvenuta una cassetta d’argento contenente alcune reliquie dell’Apostolo. Provenienti da Salerno, dove si venera il corpo, vennero portate a Roma dal futuro papa Vittore III e donate a Cencio Frangipane nel 1050, come viene affermato dalla scritta che corre lungo il reliquiario. Una parte di un suo braccio, probabilmente donato da Paolo V, è in S. Maria Maggiore. Roma possiede altre reliquie dell’Apostolo a S. Prassede, a S. Nicola in Carcere e ai Ss. XII Apostoli.

 

LA VITA DI SAN BARTOLOMEO APOSTOLO – 24 AGOSTO

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LA VITA DI SAN BARTOLOMEO APOSTOLO – 24 AGOSTO

La vocazione
Bartolomeo è uno dei dodici Apostoli che Gesù chiamò al suo seguito e dopo la sua morte e risurrezione, costituì capi dalla Chiesa da Lui fondata. Questo apostolo è menzionato soltanto nelle liste sinottiche dei dodici (Mc3,18; Mt10,3; Lc6,14) e nella lista degli apostoli in Atti 1,13.
Nei vangeli sinottici è nominato al sesto posto, dopo Filippo e prima di Matteo e di Tommaso; negli Atti al settimo posto, dopo Tommaso e prima di Matteo.A cominciare del secolo IX° la Chiesa siriaca ha identificato l’apostolo Bartolomeo con Natanaele, nativo di Cana di Galilea, che viene ricordato solo dal vangelo di Giovanni in due punti (1,43-51; 21, 2). Questa identificazione si fonda su due argomenti: innanzitutto nelle liste dei dodici apostoli i sinottici pongono Bartolomeo con Filippo e il quarto vangelo mette in relazione Natanaele con l’apostolo Filippo; in secondo luogo i sinottici menzionano solo Bartolomeo ignorando Natanaele, mentre il quarto vangelo fa l’inverso. Dopo il IX° secolo l’identificazione di queste due persone è stata riproposta da molti studiosi, almeno come probabile.
Natanaele (in ebraico “Dio ha dato”) doveva essere il nome personale mentre Bartolomeo (in aramaico bar Tol’ may – bar = figlio e tol’ may = solco-, cioè agricoltore) sarebbe il patronimico, il cognome. Null’altro sappiamo delle origini di Natanaele – Bartolomeo all’infuori di quanto ci narrano i vangeli. La sua chiamata, dunque è narrata da Giovanni. Se Andrea conduce suo fratello Pietro a Gesù, è l’amico Filippo che vi conduce Natanaele. Filippo glielo presenta come profeta, fornendo il nome, la famiglia, il luogo di provenienza « Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth ». Natanaele, originario della vicina Cana di Galilea, reagisce scetticamente. Mentre però egli andava incontro, è Gesù a pronunciare un elevato elogio su Natanaele: « Ecco davvero un israelita in cui non c’è falsità ». Di qui la reazione del discepolo: “Come mi conosci?” e Gesù ribatte con una risposta a dir poco stupefacente: « Prima che Filippo ti chiamasse, ti ho visto quando eri sotto il fico ». Che cosa fosse accaduto sotto quel fico, rimane senza risposta. Il fico è un albero spesso citato nella Bibbia, probabilmente egli era assorto nello studio delle scritture con riferimento alla venuta del Messia. Questo particolare ha fatto pensare che Natanaele fosse uno studioso della legge, della Torah. E perciò apostolo « dotto ».
La reazione dell’autentico israelita non si fa aspettare e si concretizza in una professione solenne di fede in Gesù, Figlio di Dio e re d’Israele. Di rimando Gesù dirà « Perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico, tu credi?. Vedrai cose maggiore di queste ». Tre giorni dopo, durante il pranzo di nozze, a Cana, Natanaele sarà testimone del primo miracolo di Gesù per il premuroso intervento di Maria, la Madre.
Così la chiamata del nostro Apostolo, si posizione nel mezzo di due importanti personaggi : Giuseppe di Nazareth, uomo giusto, custode di Gesù, colui che diede la paternità legale e la figura di Maria, che con discrezione già sta con i “chiamati” e si prende cura di loro.
Per la seconda volta il quarto vangelo (21,2) menziona Natanaele nel gruppo dei sette discepoli, che, intenti a pescare nel lago di Tiberiade, beneficiano di un apparizione di Cristo Risorto.
Dopo l’Ascensione di Gesù, Bartolomeo con gli altri apostoli è raccolto in preghiera con la Madre di Gesù e riceverà lo Spirito Santo nel giorno di Pentecoste.

La missione ed il martirio
L’apostolato di Bartolomeo dopo la Pentecoste fu attivissimo, perché la tradizione posteriore gli attribuisce lunghi viaggi missionari, pur non potendo stabilire nulla di preciso.
A Bartolomeo toccò la Licaonia, che è parte della Cappadocia, provincia dell’Asia, ove predicò e convertì molta gente alla fede. In seguito, portando con sé il vangelo di Matteo, passò nell’India “superiore” e in varie regioni del Medio Oriente, come affermano Origene, Eusebio, S. Girolamo.
Entrò poi nell’Armenia ove fu coronato dal martirio ad Albanopoli. Intono alla sua morte vi sono opinioni diverse tra gli antichi scrittori che narrano le sue gesta e il susseguente martirio. Ippolito scrive che fu crocifisso con il capo all’ingiù , e sotto il capo furono bruciate erbe fetide per soffocarlo con il fumo.
Sant’Agostino, Sant’Isidoro di Siviglia ed il martirologio di Beda affermano che san Bartolomeo fu scorticato vivo. L’Armenia fu il campo più fecondo della sua missione. Qui per provare la verità annunciate, liberò numerosi ossessi, guarì malati, diede la vista ai ciechi reclamando la distruzione degli idoli e la conversione alla dottrina di Gesù. Secondo i fatti narrati da Abdia Babilonico , avendo Bartolomeo portato alla fede cristiana il re Polimio e la sua sposa l’invidia dei sacerdoti locali fu tale che aizzando Astiage , fratello del re, fu decretato per lui il raccapricciante martirio di essere scorticato vivo dalla testa ai piedi. Due sole membra rimasero illese , gli occhi e la lingua e furono i due organi di cui si servì l’Apostolo per proclamare ancora la fede in Gesù. Il feroce supplizio terminò con la decapitazione per ordine dello stesso Astiage.

Publié dans:SANTI, SANTI APOSTOLI |on 24 août, 2015 |Pas de commentaires »

14 MAGGIO: SAN MATTIA APOSTOLO

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14 MAGGIO: SAN MATTIA APOSTOLO

Mattia è l’apostolo associato agli undici dopo la Pasqua, in sostituzione di Giuda, che aveva tradito Gesù. Della sua scelta, avvenuta a sorte tra lui e Giuseppe detto Barsabba, soprannominato Giusto, si legge negli Atti degli Apostoli (At 1, 15-26). Era di origine giudaica e aveva seguito Gesù fin dall’inizio della sua predicazione: probabilmente era uno dei settantadue discepoli di cui si parla nel Vangelo di Luca (Lc 10, 1), come pensa Eusebio di Cesarea: «Si racconta anche che Mattia, che fu aggregato al gruppo degli apostoli al posto di Giuda, e anche il suo compagno che ebbe l’onore di simile candidatura, furono giudicati degni della stessa scelta fra i settanta» (Storia ecclesiastica, I, 12, 3).
Della sua vita, a parte l’episodio riportato dagli Atti degli Apostoli, nulla di certo si conosce. Una tradizione, riportata da Clemente Alessandrino che cita Eracleone, lo fa morire di morte naturale; una seconda (Niceforo Callisto) lo dice martire (crocifisso) e sepolto in Etiopia: ma la regione così denominata sarebbe in realtà il Ponto Eusino, dove si sarebbe recato dopo un primo periodo di predicazione in Giudea; una terza invece (Breviario Romano, Martirologio di Floro) ne afferma il martirio, dopo la predicazione in Macedonia e poi in Palestina, proprio in quest’ultima regione in quanto nemico della legge mosaica, lapidato da ebrei e finito da un soldato romano che gli avrebbe tagliato la testa con un colpo di scure, strumento che appare spesso nelle raffigurazioni dell’apostolo, soprattutto nella Chiesa d’Oriente.
Una tarda tradizione vuole che il corpo di Mattia sia stato ritrovato nel 325 da Elena, madre di Costantino, a Gerusalemme, e di lì trasportato a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dove fonti medievali e rinascimentali (la Leggenda Aurea di Iacopo da Varagine, e Onofrio Panvinio) lo danno presente nell’urna di porfido sotto l’altare maggiore, insieme alle reliquie di san Girolamo; mentre la testa, separata, era custodita in un reliquiario. Anche gli Annali di Treviri (Trier in Germania) dell’anno 754 (ma la loro redazione è di molto più tarda) conoscono la sepoltura di Mattia a Gerusalemme; e proprio a Treviri un’aggiunta posteriore agli Atti apocrifi di Mattia fa giungere il corpo dell’apostolo direttamente da Gerusalemme. Una terza tradizione cerca di conciliare le prime due, parlando di una traslazione da Gerusalemme a Treviri con tappa a Roma. A Treviri il corpo di Mattia venne ritrovato nel 1127 durante la ricostruzione della Basilica (ora a lui intitolata) collegata all’adiacente convento benedettino, e lì, nel mezzo della navata centrale, tuttora si mostra il suo sepolcro, nel luogo dove allora fu collocato. Altre reliquie che una tradizione medievale attribuisce all’apostolo sono infine conservate nella Basilica di Santa Giustina a Padova, ma recentissime indagini scientifiche sembrano escludere tale attribuzione.

Publié dans:SANTI, SANTI APOSTOLI |on 14 mai, 2015 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – ANDREA, IL PROTOCLITO – 30 NOVEMBRE

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 14 giugno 2006

ANDREA, IL PROTOCLITO – 30 NOVEMBRE

Cari fratelli e sorelle,

nelle ultime due catechesi abbiamo parlato della figura di san Pietro. Adesso vogliamo, per quanto le fonti permettono, conoscere un po’ più da vicino anche gli altri undici Apostoli. Pertanto parliamo oggi del fratello di Simon Pietro, sant’Andrea, anch’egli uno dei Dodici. La prima caratteristica che colpisce in Andrea è il nome: non è ebraico, come ci si sarebbe aspettato, ma greco, segno non trascurabile di una certa apertura culturale della sua famiglia. Siamo in Galilea, dove la lingua e la cultura greche sono abbastanza presenti. Nelle liste dei Dodici, Andrea occupa il secondo posto, come in Matteo (10,1-4) e in Luca (6,13-16), oppure il quarto posto come in Marco (3,13-18) e negli Atti (1,13-14). In ogni caso, egli godeva sicuramente di grande prestigio all’interno delle prime comunità cristiane.
Il legame di sangue tra Pietro e Andrea, come anche la comune chiamata rivolta loro da Gesù, emergono esplicitamente nei Vangeli. Vi si legge: “Mentre Gesù camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone chiamato Pietro e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, perché erano pescatori. E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini»” (Mt 4,18-19; Mc 1,16-17). Dal Quarto Vangelo raccogliamo un altro particolare importante: in un primo momento, Andrea era discepolo di Giovanni Battista; e questo ci mostra che era un uomo che cercava, che condivideva la speranza d’Israele, che voleva conoscere più da vicino la parola del Signore, la realtà del Signore presente. Era veramente un uomo di fede e di speranza; e da Giovanni Battista un giorno sentì proclamare Gesù come “l’agnello di Dio” (Gv 1,36); egli allora si mosse e, insieme a un altro discepolo innominato, seguì Gesù, Colui che era chiamato da Giovanni “agnello di Dio”. L’evangelista riferisce: essi “videro dove dimorava e quel giorno dimorarono presso di lui” (Gv 1,37-39). Andrea quindi godette di preziosi momenti d’intimità con Gesù. Il racconto prosegue con un’annotazione significativa: “Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia, che significa il Cristo», e lo condusse a Gesù” (Gv 1,40-43), dimostrando subito un non comune spirito apostolico. Andrea, dunque, fu il primo degli Apostoli ad essere chiamato a seguire Gesù. Proprio su questa base la liturgia della Chiesa Bizantina lo onora con l’appellativo di Protóklitos, che significa appunto “primo chiamato”. Ed è certo che anche per il rapporto fraterno tra Pietro e Andrea la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli si sentono tra loro in modo speciale Chiese sorelle. Per sottolineare questo rapporto, il mio predecessore Papa Paolo VI, nel 1964, restituì l’insigne reliquia di sant’Andrea, fino ad allora custodita nella Basilica Vaticana, al Vescovo metropolita ortodosso della città di Patrasso in Grecia, dove secondo la tradizione l’Apostolo fu crocifisso.
Le tradizioni evangeliche rammentano particolarmente il nome di Andrea in altre tre occasioni che ci fanno conoscere un po’ di più quest’uomo. La prima è quella della moltiplicazione dei pani in Galilea. In quel frangente, fu Andrea a segnalare a Gesù la presenza di un ragazzo che aveva con sé cinque pani d’orzo e due pesci: ben poca cosa – egli rilevò – per tutta la gente convenuta in quel luogo (cfr Gv 6,8-9). Merita di essere sottolineato, nel caso, il realismo di Andrea: egli notò il ragazzo – quindi aveva già posto la domanda: “Ma che cos’è questo per tanta gente?” (ivi) – e si rese conto della insufficienza delle sue poche risorse. Gesù tuttavia seppe farle bastare per la moltitudine di persone venute ad ascoltarlo. La seconda occasione fu a Gerusalemme. Uscendo dalla città, un discepolo fece notare a Gesù lo spettacolo delle poderose mura che sorreggevano il Tempio. La risposta del Maestro fu sorprendente: disse che di quelle mura non sarebbe rimasta pietra su pietra. Andrea allora, insieme a Pietro, Giacomo e Giovanni, lo interrogò: “Dicci quando accadrà questo e quale sarà il segno che tutte queste cose staranno per compiersi” (Mc 13,1-4). Per rispondere a questa domanda Gesù pronunciò un importante discorso sulla distruzione di Gerusalemme e sulla fine del mondo, invitando i suoi discepoli a leggere con accortezza i segni del tempo e a restare sempre vigilanti. Dalla vicenda possiamo dedurre che non dobbiamo temere di porre domande a Gesù, ma al tempo stesso dobbiamo essere pronti ad accogliere gli insegnamenti, anche sorprendenti e difficili, che Egli ci offre.
Nei Vangeli è, infine, registrata una terza iniziativa di Andrea. Lo scenario è ancora Gerusalemme, poco prima della Passione. Per la festa di Pasqua – racconta Giovanni – erano venuti nella città santa anche alcuni Greci, probabilmente proseliti o timorati di Dio, venuti per adorare il Dio di Israele nella festa della Pasqua. Andrea e Filippo, i due apostoli con nomi greci, servono come interpreti e mediatori di questo piccolo gruppo di Greci presso Gesù. La risposta del Signore alla loro domanda appare – come spesso nel Vangelo di Giovanni – enigmatica, ma proprio così si rivela ricca di significato. Gesù dice ai due discepoli e, per loro tramite, al mondo greco: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (12,23-24). Che cosa significano queste parole in questo contesto? Gesù vuole dire: Sì, l’incontro tra me ed i Greci avrà luogo, ma non come semplice e breve colloquio tra me ed alcune persone, spinte soprattutto dalla curiosità. Con la mia morte, paragonabile alla caduta in terra di un chicco di grano, giungerà l’ora della mia glorificazione. Dalla mia morte sulla croce verrà la grande fecondità: il “chicco di grano morto” – simbolo di me crocifisso – diventerà nella risurrezione pane di vita per il mondo; sarà luce per i popoli e le culture. Sì, l’incontro con l’anima greca, col mondo greco, si realizzerà a quella profondità a cui allude la vicenda del chicco di grano che attira a sé le forze della terra e del cielo e diventa pane. In altre parole, Gesù profetizza la Chiesa dei greci, la Chiesa dei pagani, la Chiesa del mondo come frutto della sua Pasqua.
Tradizioni molto antiche vedono in Andrea, il quale ha trasmesso ai greci questa parola, non solo l’interprete di alcuni Greci nell’incontro con Gesù ora ricordato, ma lo considerano come apostolo dei Greci negli anni che succedettero alla Pentecoste; ci fanno sapere che nel resto della sua vita egli fu annunciatore e interprete di Gesù per il mondo greco. Pietro, suo fratello, da Gerusalemme attraverso Antiochia giunse a Roma per esercitarvi la sua missione universale; Andrea fu invece l’apostolo del mondo greco: essi appaiono così in vita e in morte come veri fratelli – una fratellanza che si esprime simbolicamente nello speciale rapporto delle Sedi di Roma e di Costantinopoli, Chiese veramente sorelle.
Una tradizione successiva, come si è accennato, racconta della morte di Andrea a Patrasso, ove anch’egli subì il supplizio della crocifissione. In quel momento supremo, però, in modo analogo al fratello Pietro, egli chiese di essere posto sopra una croce diversa da quella di Gesù. Nel suo caso si trattò di una croce decussata, cioè a incrocio trasversale inclinato, che perciò venne detta “croce di sant’Andrea”. Ecco ciò che l’Apostolo avrebbe detto in quell’occasione, secondo un antico racconto (inizi del secolo VI) intitolato Passione di Andrea: “Salve, o Croce, inaugurata per mezzo del corpo di Cristo e divenuta adorna delle sue membra, come fossero perle preziose. Prima che il Signore salisse su di te, tu incutevi un timore terreno. Ora invece, dotata di un amore celeste, sei ricevuta come un dono. I credenti sanno, a tuo riguardo, quanta gioia tu possiedi, quanti regali tu tieni preparati. Sicuro dunque e pieno di gioia io vengo a te, perché anche tu mi riceva esultante come discepolo di colui che fu sospeso a te … O Croce beata, che ricevesti la maestà e la bellezza delle membra del Signore! … Prendimi e portami lontano dagli uomini e rendimi al mio Maestro, affinché per mezzo tuo mi riceva chi per te mi ha redento. Salve, o Croce; sì, salve davvero!”. Come si vede, c’è qui una profondissima spiritualità cristiana, che vede nella Croce non tanto uno strumento di tortura quanto piuttosto il mezzo incomparabile di una piena assimilazione al Redentore, al Chicco di grano caduto in terra. Noi dobbiamo imparare di qui una lezione molto importante: le nostre croci acquistano valore se considerate e accolte come parte della croce di Cristo, se raggiunte dal riverbero della sua luce. Soltanto da quella Croce anche le nostre sofferenze vengono nobilitate e acquistano il loro vero senso.
L’apostolo Andrea, dunque, ci insegni a seguire Gesù con prontezza (cfr Mt 4,20; Mc 1,18), a parlare con entusiasmo di Lui a quanti incontriamo, e soprattutto a coltivare con Lui un rapporto di vera familiarità, ben coscienti che solo in Lui possiamo trovare il senso ultimo della nostra vita e della nostra morte.

SIMONE IL CANANEO E GIUDA TADDEO – 28 OTTOBRE – BENEDETTO XVI

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 11 ottobre 2006

SIMONE IL CANANEO E GIUDA TADDEO – 28 OTTOBRE

Cari fratelli e sorelle,

oggi prendiamo in considerazione due dei dodici Apostoli: Simone il Cananeo e Giuda Taddeo (da non confondere con Giuda Iscariota). Li consideriamo insieme, non solo perché nelle liste dei Dodici sono sempre riportati l’uno accanto all’altro (cfr Mt 10,4; Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13), ma anche perché le notizie che li riguardano non sono molte, a parte il fatto che il Canone neotestamentario conserva una lettera attribuita a Giuda Taddeo.
Simone riceve un epiteto che varia nelle quattro liste: mentre Matteo e Marco lo qualificano “cananeo”, Luca invece lo definisce “zelota”. In realtà, le due qualifiche si equivalgono, poiché significano la stessa cosa: nella lingua ebraica, infatti, il verbo qanà’ significa “essere geloso, appassionato” e può essere detto sia di Dio, in quanto è geloso del popolo da lui scelto (cfr Es 20,5), sia di uomini che ardono di zelo nel servire il Dio unico con piena dedizione, come Elia (cfr 1 Re 19,10). E’ ben possibile, dunque, che questo Simone, se non appartenne propriamente al movimento nazionalista degli Zeloti, fosse almeno caratterizzato da un ardente zelo per l’identità giudaica, quindi per Dio, per il suo popolo e per la Legge divina. Se le cose stanno così, Simone si pone agli antipodi di Matteo, che al contrario, in quanto pubblicano, proveniva da un’attività considerata del tutto impura. Segno evidente che Gesù chiama i suoi discepoli e collaboratori dagli strati sociali e religiosi più diversi, senza alcuna preclusione. A Lui interessano le persone, non le categorie sociali o le etichette! E la cosa bella è che nel gruppo dei suoi seguaci, tutti, benché diversi, coesistevano insieme, superando le immaginabili difficoltà: era Gesù stesso, infatti, il motivo di coesione, nel quale tutti si ritrovavano uniti. Questo costituisce chiaramente una lezione per noi, spesso inclini a sottolineare le differenze e magari le contrapposizioni, dimenticando che in Gesù Cristo ci è data la forza per comporre le nostre conflittualità. Teniamo anche presente che il gruppo dei Dodici è la prefigurazione della Chiesa, nella quale devono avere spazio tutti i carismi, i popoli, le razze, tutte le qualità umane, che trovano la loro composizione e la loro unità nella comunione con Gesù.
Per quanto riguarda poi Giuda Taddeo, egli è così denominato dalla tradizione, unendo insieme due nomi diversi: infatti, mentre Matteo e Marco lo chiamano semplicemente “Taddeo” (Mt 10,3; Mc 3,18), Luca lo chiama “Giuda di Giacomo” (Lc 6,16; At 1,13). Il soprannome Taddeo è di derivazione incerta e viene spiegato o come proveniente dall’aramaico taddà’, che vuol dire “petto” e quindi significherebbe “magnanimo”, oppure come abbreviazione di un nome greco come “Teodòro, Teòdoto”. Di lui si tramandano poche cose. Solo Giovanni segnala una sua richiesta fatta a Gesù durante l’Ultima Cena. Dice Taddeo al Signore: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?»”. E’ una questione di grande attualità, che anche noi poniamo al Signore: perché il Risorto non si è manifestato in tutta la sua gloria ai suoi avversari per mostrare che il vincitore è Dio? Perché si è manifestato solo ai suoi Discepoli? La risposta di Gesù è misteriosa e profonda. Il Signore dice: “Se uno mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,22-23). Questo vuol dire che il Risorto dev’essere visto, percepito anche con il cuore, in modo che Dio possa prendere dimora in noi. Il Signore non appare come una cosa. Egli vuole entrare nella nostra vita e perciò la sua manifestazione è una manifestazione che implica e presuppone il cuore aperto. Solo così vediamo il Risorto.
A Giuda Taddeo è stata attribuita la paternità di una delle Lettere del Nuovo Testamento che vengono dette ‘cattoliche’ in quanto indirizzate non ad una determinata Chiesa locale, ma ad una cerchia molto ampia di destinatari. Essa infatti è diretta “agli eletti che vivono nell’amore di Dio Padre e sono stati preservati per Gesù Cristo” (v. 1). Preoccupazione centrale di questo scritto è di mettere in guardia i cristiani da tutti coloro che prendono pretesto dalla grazia di Dio per scusare la propria dissolutezza e per traviare altri fratelli con insegnamenti inaccettabili, introducendo divisioni all’interno della Chiesa “sotto la spinta dei loro sogni” (v. 8), così definisce Giuda queste loro dottrine e idee speciali. Egli li paragona addirittura agli angeli decaduti, e con termini forti dice che “si sono incamminati per la strada di Caino” (v .11). Inoltre li bolla senza reticenze “come nuvole senza pioggia portate via dai venti o alberi di fine stagione senza frutti, due volte morti, sradicati; come onde selvagge del mare, che schiumano le loro brutture; come astri erranti, ai quali è riservata la caligine della tenebra in eterno” (vv. 12-13).
Oggi noi non siamo forse più abituati a usare un linguaggio così polemico, che tuttavia ci dice una cosa importante. In mezzo a tutte le tentazioni che ci sono, con tutte le correnti della vita moderna, dobbiamo conservare l’identità della nostra fede. Certo, la via dell’indulgenza e del dialogo, che il Concilio Vaticano II ha felicemente intrapreso, va sicuramente proseguita con ferma costanza. Ma questa via del dialogo, così necessaria, non deve far dimenticare il dovere di ripensare e di evidenziare sempre con altrettanta forza le linee maestre e irrinunciabili della nostra identità cristiana. D’altra parte, occorre avere ben presente che questa nostra identità richiede forza, chiarezza e coraggio davanti alle contraddizioni del mondo in cui viviamo. Perciò il testo epistolare continua così: “Ma voi, carissimi – parla a tutti noi -, costruite il vostro edificio spirituale sopra la vostra santissima fede, pregate mediante lo Spirito Santo, conservatevi nell’amore di Dio, attendendo la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo per la vita eterna; convincete quelli che sono vacillanti…” (vv. 20-22). La Lettera si conclude con queste bellissime parole: “A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire davanti alla sua gloria senza difetti e nella letizia, all’unico Dio, nostro salvatore, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore: gloria, maestà, forza e potenza prima di ogni tempo, ora e sempre. Amen” (vv. 24-25).
Si vede bene che l’autore di queste righe vive in pienezza la propria fede, alla quale appartengono realtà grandi come l’integrità morale e la gioia, la fiducia e infine la lode, essendo il tutto motivato soltanto dalla bontà del nostro unico Dio e dalla misericordia del nostro Signore Gesù Cristo. Perciò, tanto Simone il Cananeo quanto Giuda Taddeo ci aiutino a riscoprire sempre di nuovo e a vivere instancabilmente la bellezza della fede cristiana, sapendone dare testimonianza forte e insieme serena.

VITA DELL’APOSTOLO MATTEO – 21 SETTEMBRE

http://www.alessandrotorti.it/testi/matteo.php

VITA DELL’APOSTOLO MATTEO – 21 SETTEMBRE

« Non è la molteplicità delle parole, ma l’integrità della ragione e la purezza della mente che generano la fede inviolata. »
Gregorio vescovo di Tours

La vita da pubblicano
Matteo il cui nome significa « dono di Dio », esercitava il mestiere d’esattore fiscale nella città di Cafarnao quando regnava su quelle terre il tetrarca Erode Antipa. A causa del suo lavoro aveva anche un secondo nome, maggiormente comprensibile agli stranieri, ossia Levi.
Era uno degli addetti alla riscossione delle tasse per conto di chi aveva ottenuto l’appalto dallo Stato versando in anticipo, come di consueto, la cifra che sarebbe poi stata raccolta. Lavorava quindi per far rientrare dell’investimento il suo padrone.
Carovane ininterrotte di uomini, cammelli e carri, che provenivano dalla Siria, giungevano fino a questa florida città posta sulle sponde del Mediterraneo: era la via maris. Da queste carovane, quando arrivavano al porto, Matteo e i suoi colleghi riscuotevano i pedaggi, e già per questo non erano visti di buon occhio. La loro continua frequentazione con gli stranieri, inoltre, li rendeva « impuri »: erano sempre in un perpetuo stato di contaminazione peccaminosa allo stesso livello delle prostitute. Erano socialmente isolati e allontanati dalla vita quotidiana e religiosa del paese.
Erano giovani di una certa cultura, siccome per lavoro scrivevano resoconti e contavano i pedaggi, ma a volte per rabbia si lasciavano andare ai soprusi e taglieggiavano i mercanti oppure frugavano con eccessivo zelo i bagagli di chi transitava.

La chiamata
Da qualche mese era giunto in città Gesù di Nazareth con il suo seguito. Matteo ne aveva sentito parlare e rimase immediatamente affascinato dal suo carisma e dalla sua predicazione. Quando poteva si allontanava dal lavoro per raggiungerli e ascoltare le loro discussioni.
Un giorno se li vide passare davanti al banco dov’era al lavoro con gli altri esattori. Gesù lo vide e, riconosciutolo, decise di chiamarlo a far parte del suo seguito: « Seguimi ».
Per un istante Matteo pose la mano destra sul petto, incredulo che ci si potesse rivolgere ad un paria come lui, quasi a chiedere conferma; un istante dopo, di slancio, si alzò e lo seguì facendo cadere dal banco della gabella alcune monete, causando quindi la preoccupazione dei suoi colleghi e la gioia dei bambini che le inseguirono mentre rotolavano in mezzo alla polvere.
Gesù prese a frequentare anche la sua casa e cenò spesso con lui e i suoi amici, assieme ai suoi discepoli. Spesso a tavola giungevano altri esattori, suoi vecchi amici, assetati di nuovi contatti sociali. Questa frequentazione fece mormorare spesso gli ambienti più conservatori della comunità fino a quando una mattina, venutolo a sapere, Gesù fornì ai suoi ascoltatori l’irreprensibile motivo del suo comportamento.
« Io mangio e bevo con gli esattori e con i peccatori perché non sono le persone sane ad aver bisogno di un medico, ma gli ammalati. Allo stesso modo, quindi, io sono venuto a chiamare i peccatori, e non i santi, affinché cambino vita. Bisogna rispettare il volere di Dio che dice nelle Sacre Scritture Voglio la misericordia nei cuori e non cerimonie al tempio ».
Giunto il momento di partire da Cafarnao, Matteo diede un memorabile banchetto di congedo e decise di seguire il suo maestro perciò aveva già abbandonato il suo lavoro.

Miracolo del Gallo
Alcuni anni dopo, nella sera in cui si celebrava la Pasqua durante la quale il maestro prese congedo dai suoi apostoli, accadde che Matteo fosse molto turbato mentre portava in tavola il piatto con un gallo arrosto. Lo depose sul tavolo, ma subito dopo confidò a Gesù il suo cruccio: « Maestro, vedi questo gallo? Quando i farisei mi videro mentre l’uccidevo mi schernirono dicendo Il tuo maestro sarà ucciso come questo gallo » Allora Gesù sorrise e gli parlò come per rassicurarlo: « Matteo, sicuramente porteranno a compimento quello che hanno detto e, prima dell’alba, questo stesso gallo ne darà il segnale ».
Matteo rimase alquanto perplesso dalle parole ma vide che allo stesso tempo Gesù allungava il braccio, toccò il gallo e rivolgendoglisi disse: « Torna a vivere come prima, ti rispuntino le piume e vola via libero per divulgare il momento in cui sarò consegnato ». Il gallo tirò quindi su la testa e fuggì via dal piatto.
Colpito dal miracolo cui aveva assistito rimase senza parole e non riuscì più ad esprimere le proprie emozioni; ma Gesù lo rassicurò con queste parole: « Così com’è resuscitato l’uccello che tu hai macellato quattro ore fa, così anch’io, come questo gallo, risorgerò dai morti. Non ti preoccupare quindi delle vane parole dei farisei ».
Nei giorni successivi Gesù fu messo a morte, punito come un malfattore sulla croce, ma risorse mostrando a tutti la correttezza della profezia di quella sera.
Matteo, dopo quei fatti, rimase presso la comunità di Gerusalemme per una dozzina d’anni e poi, mentre era prossimo a partire per recarsi presso la comunità ebraica dell’Etiopia, con cui aveva già frequenti contatti, decise di assecondare chi gli chiedeva di scrivere la sua testimonianza sulla vita e le opere di Gesù Cristo. Preparò quindi un testo che aiutasse ad appianare le difficoltà che potessero sorgere nella nuova comunità e partì.

Prigioniero degli antropofagi
Durante il suo viaggio verso la comunità copta fece tappa temporanea a Mirmidone, una città di feroci cannibali. Gli abitanti di questa città erano malvagi oltre ogni dire e frequentemente accecavano i nuovi venuti e ne annullavano ogni senso d’umanità facendo loro bere a tradimento una pozione magica. Dopo una prigionia di un mese, in una cerimonia rituale, ne mangiavano le carni e ne bevevano il sangue.
Matteo, una volta giunto in città fu imprigionato, per futili motivi, assieme ai suoi compagni di viaggio. Mentre in carcere aspettava il compimento della sorte riservatagli da Dio, giunse in suo aiuto l’apostolo Andrea. Questi sbarcò in quella città perché Gesù stesso divenne nocchiero della sua nave e liberò l’amico Matteo addormentando i sette guardiani che erano di fronte alla porta della sua cella. Matteo lasciò quindi la città per proseguire il suo viaggio mentre l’apostolo Andrea continuò la sua opera di predicazione e conversione in quei luoghi, fino al raggiungimento del martirio.

Il miracolo dei draghi
Matteo giunse alfine nella grande città commerciale di Naddaver dove era stato invitato da un eunuco che era giunto anni prima a Gerusalemme come plenipotenziario della regina Candace. In quell’occasione Filippo, uno dei sette diaconi, l’aveva battezzato con l’approvazione dei fedeli più progressisti ed ora era un attivo membro della comunità ebraica locale.
In città vi erano due sacerdoti pagani, di nome Zaroên e Arfaxat, che avevano un notevole potere ipnotico e suggestionavano gli uomini tanto da immobilizzarli, accecarli o assordarli; spesso pareva che comandassero ai serpenti e li costringessero a mordere le persone. Erano molto considerati, anche se più per il timore che incutevano che per la stima che avrebbero potuto suscitare; e molti giungevano fin dalle regioni più lontane del paese per venerarli poiché si era diffusa la loro fama.
L’eunuco, anch’egli di nome Candace, accolse Matteo in casa sua e l’ospitò mentre insegnava e radunava attorno a se l’opposizione a questi due sacerdoti. In questo periodo, molti furono battezzati e credettero alle parole dell’apostolo liberandosi così dal giogo suggestivo dei due sacerdoti. Matteo li contrastò sempre più energicamente, liberò molti dall’errore in cui cadevano e addormentava i serpenti che questi usavano e ne guariva le morsicature nel nome di Gesù.
Un giorno, mentre parlava in sinagoga, giunse trafelato un giovane il quale riferì che i due maghi avanzavano accompagnati ciascuno da un drago che gettava dalle fauci fiamme e miasmi sulfurei irrespirabili e con questi appestavano i dintorni fino a far cadere morti gli abitanti. Matteo volle uscire per andargli incontro ma Candace, che era con lui, lo tratteneva e chiuse la porta dicendo: « Se proprio lo ritieni necessario, parla loro dalla finestra, ma non li avvicinare che è pericoloso »; ma l’apostolo replicò: « Aprimi! Se proprio vuoi alla finestra starai tu per vedere quanto osano questi due maghi ».
Aperta la porta e fattosi il segno della croce, uscì quindi incontro ai due sacerdoti e, non appena li ebbe raggiunti, i due draghi che li accompagnavano caddero addormentati. Si rivolse ai due sacerdoti e li incitò a risvegliare i due draghi se ne fossero stati capaci. Zaroên e Arfaxat tentarono con tutte le loro arti ma non riuscivano in alcun modo a far loro aprire gli occhi e a questo punto Matteo disse « Poiché tutto il popolo mi scongiura affinché liberi la città da queste bestie immonde farò in modo che si sveglino e se ne vadano mansuete nel nome del mio signore Gesù Cristo. » Si rivolse quindi a loro ordinando di far ritorno al loro luogo d’origine senz’arrecare danni ad alcuno i due draghi sollevarono quindi la testa e, aperte le porte della città, si allontanarono senza più fare ritorno.

La resurrezione del figlio del re
Mentre ancora la gente mormorava a proposito della cacciata dei draghi, giunse notizia dalla capitale, Aksum, che era morto il figlio del negus Aglebul; i due maghi Zaroên e Arfaxat provarono inutilmente a rianimarlo ma non riuscendovi cercarono di convincere il re, suo padre, che il figlio era stato ormai rapito in cielo dagli Dei e che si trovava tra loro come una divinità e che perciò bisognava ormai costruire una statua e un tempio in suo onore.
Udito ciò l’eunuco Candace pregò la regina Eufenissa, madre del giovane moribondo, affinché facesse intervenire l’apostolo Matteo onde rianimare il principe. Matteo fu invitato a corte dove, non appena entrato, la regina Eufenissa gli si inginocchiò davanti dicendo: « Riconosco che tu sei l’apostolo inviato da Dio per la nostra salvezza e che sei discepolo di chi resuscita i morti dal sepolcro; invoca dunque il suo nome su mio figlio che così sono certa che rivivrà. » L’apostolo rispose meravigliato da tanta certezza: « Finora non hai udito la mia predicazione, come puoi essere certa? Sappi comunque che grazie alla tua fede tuo figlio Eufranore rivivrà. » Quindi presolo per mano e invocato il nome del Signore lo fece risorgere dai morti e con questa opera convertì loro e tutto il popolo etiopico.
Il re riempì quindi Matteo di tali doni ed onori da acconsentire che innalzasse un tempio, che prese il nome di Chiesa della resurrezione, cui lavorarono undicimila uomini per più di trenta giorni.
Matteo rimase a presiedere quella comunità per ventitré anni e distribuì presbiteri e diaconi in diverse comunità dei dintorni facendo lunga ed intensa opera d’apostolato tanto che la figlia del re, Efigenia, rimase « vergine di Cristo ». I due Maghi invece si allontanarono quasi immediatamente dirigendosi verso la Persia, poiché in questo paese avevano ormai perso ogni credito. Laggiù però furono affrontati e sconfitti dagli apostoli Simone e Giuda.

Il martirio
Morto il re Aglebul, gli succedette il fratello Hirtaco che cercava di sposare incestuosamente Efigenia, figlia del defunto re, onde consolidare il suo potere politico. Hirtaco tentò di convincere Matteo a intercedere per lui presso Efigenia; Matteo, dopo averci riflettuto, gli consigliò di venire ad ascoltare la sua predica il sabato successivo al tempio, dove avrebbe espresso ciò che pensava del matrimonio.
Quel sabato erano presenti tutti: Hirtaco, Efigenia e la popolazione al completo. Nel più totale silenzio l’apostolo iniziò il suo sermone: « Dio ha benedetto le nozze ed ha permesso che l’amore domini la carne ed i sensi affinché il marito ami la moglie e viceversa. Cosa mai avverrebbe se nella carne non vi fosse lo stimolo dell’amore? Se quindi questo stimolo svolge la sua funzione per volere di Dio, e l’uomo si sposa per desiderio di prole, il matrimonio è buono e non è contro il precetto di Dio. »
Mentre diceva questo Hirtaco e il suo seguito gioivano visibilmente e in maniera smodata perché pareva che finalmente l’apostolo avesse deciso di appoggiare il re nelle sue richieste. Fattosi di nuovo silenzio l’apostolo proseguì il suo discorso: « Ma se un servo osasse insidiare la sposa del suo re è evidente che incorrerebbe in una gravissima colpa. Come mai quindi tu, Hirtaco, cerchi di usurpare la sposa del re celeste? Un re terreno domina per poco tempo ma il re celeste regna eternamente. »
Il re ed il suo seguito, a questo punto, si allontanarono sdegnati mentre Efigenia, onde mettersi al sicuro definitivamente dal re suo zio, fece consacrare a Dio la sua verginità con formula solenne; e con lei si fecero consacrare tutte le fanciulle del suo seguito, dando così origine ad un monastero che raggiunse rapidamente una popolazione di duecento converse.
Matteo proseguì poi celebrando i misteri eucaristici.
Subito dopo aver congedato i fedeli, mentre era ancora presso l’altare, giunse alle sue spalle un sicario inviato dal re che con un rapido colpo di spada lo trafisse senza lasciargli alcuna possibilità di scampo; chi era ancora nel tempio osservò con incredulità il martirio del proprio pastore e una gran parte fuggì fuori disordinatamente in preda all’orrore per questo fatto inaspettato e brutale.
Quando la notizia della morte di Matteo si diffuse, la folla infuriata si diresse verso il palazzo reale vociando di dargli fuoco per vendetta ma i diaconi, i presbiteri e i discepoli del santo la fermarono in mezzo alla strada e le ricordarono le parole che Gesù rivolse all’apostolo Pietro quando questi lo difese impugnando la spada.

Cosa avvenne dopo il martirio
Frattanto Efigenia destinò tutti i propri beni per costruire una basilica in ricordo dell’apostolo Matteo e quello che ne rimaneva dispose che fosse distribuito ai poveri.
Hirtaco, rimosso l’ostacolo rappresentato da Matteo, persistette nella sua richiesta e, per convincere la giovane Efigenia, inviò presso di lei le principali matrone del suo regno affinché con le loro parole cariche di saggezza ed esperienza giungessero a convincerla ad accondiscendere al matrimonio.
Poiché non ottenne nulla in questo modo, provò ad invocare, tramite l’intercessione di sacerdoti pagani, l’aiuto di alcuni demoni: chiese loro di rapire la principessa e di ridurla in suo potere.
Visto che anche quest’ultimo tentativo fallì miseramente, ridotto alla disperazione, fece dare fuoco al monastero in cui Efigenia si era chiusa ma, nonostante le fiamme ormai ardessero già intorno al cortile interno dove si era rifugiata la giovane, subito sorse un vento fortissimo che invertì la direzione dell’incendio e che lo rediresse verso il palazzo di Hirtaco. Il palazzo reale fu distrutto fino alle fondamenta dalla violenza delle fiamme e a stento il re e suo figlio si salvarono precipitandosi in strada.
Immediatamente dopo un demone penetrò nel figlio del re e lo fece impazzire. Si mise a correre, invasato, fino al sepolcro dell’apostolo Matteo. Giunto al sarcofago, con le mani come fossero legate dietro alla schiena, confessò tutti i crimini del padre a tutti quelli che, stupiti, erano presenti e lo stavano ad ascoltare. Oltre a ciò, nel giro di poco tempo, al re suo padre venne una disgustosa e dolorosissima elefantiasi; poiché i medici dichiararono, concordi, di non poter alleviare le sue pene insopportabili, Hirtaco volse disperato contro di se la spada e si uccise trapassandosi il ventre.
Alla sua morte divenne negus il fratello venticinquenne di Efigenia, di nome Beor, che al momento era comandante dell’esercito. Egli, sincero fedele dell’apostolo Matteo, mantenne il regno con giustizia per sessantatrè anni facendo rimanere il paese in pace sia con i Persiani che con i Romani e lo riempì di chiese diffondendo la fede e la concordia.

Bibliografia
« Bibbia interattiva » Garamond Editoria Elettronica, 1993, Roma
« Biblioteca Sanctorum » [volume IX] Istituto Giovanni XXIII, 1967, Roma
Daniélou, J.; Marrou, H. (a cura di) « Nuova Storia della Chiesa » [volume I] Marietti, 1984 (II ed.), Casale
« Enciclopedia Italiana Treccani » [volume XXII] Istituto della Enciclopedia Italiana, 1934, Roma
« Enciclopedia della Bibbia » [IV volume] Elle Di Ci, 1970, Torino
Iacopo da Varazze « Leggenda aurea » Einaudi, 1995, Torino
Morali, L. (a cura di) « Apocrifi del nuovo testamento » Piemme, 1994, Casale

Publié dans:SANTI, SANTI APOSTOLI, SANTI EVANGELISTI |on 22 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI: GIACOMO, IL MAGGIORE

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060621_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 21 giugno 2006

GIACOMO, IL MAGGIORE

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo nella serie di ritratti degli Apostoli scelti direttamente da Gesù durante la sua vita terrena. Abbiamo parlato di san Pietro, di suo fratello Andrea. Oggi incontriamo la figura di Giacomo. Gli elenchi biblici dei Dodici menzionano due persone con questo nome: Giacomo figlio di Zebedeo e Giacomo figlio di Alfeo (cfr Mc 3,17.18; Mt 10,2-3), che vengono comunemente distinti con gli appellativi di Giacomo il Maggiore e Giacomo il Minore. Queste designazioni non vogliono certo misurare la loro santità, ma soltanto prendere atto del diverso rilievo che essi ricevono negli scritti del Nuovo Testamento e, in particolare, nel quadro della vita terrena di Gesù. Oggi dedichiamo la nostra attenzione al primo di questi due personaggi omonimi.
Il nome Giacomo è la traduzione di Iákobos, forma grecizzata del nome del celebre patriarca Giacobbe. L’apostolo così chiamato è fratello di Giovanni, e negli elenchi suddetti occupa il secondo posto subito dopo Pietro, come in Marco (3,17), o il terzo posto dopo Pietro e Andrea nel Vangeli di Matteo (10,2) e di Luca (6,14), mentre negli Atti viene dopo Pietro e Giovanni (1,13). Questo Giacomo appartiene, insieme con Pietro e Giovanni, al gruppo dei tre discepoli privilegiati che sono stati ammessi da Gesù a momenti importanti della sua vita.
Poiché fa molto caldo, vorrei abbreviare e menzionare qui solo due di queste occasioni. Egli ha potuto partecipare, insieme con Pietro e Giovanni, al momento dell’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani e all’evento della Trasfigurazione di Gesù. Si tratta quindi di situazioni molto diverse e l’una dall’altra: in un caso, Giacomo con gli altri due Apostoli sperimenta la gloria del Signore, lo vede nel colloquio con Mosé ed Elia, vede trasparire lo splendore divino in Gesù; nell’altro si trova di fronte alla sofferenza e all’umiliazione, vede con i propri occhi come il Figlio di Dio si umilia facendosi obbediente fino alla morte. Certamente la seconda esperienza costituì per lui l’occasione di una maturazione nella fede, per correggere l’interpretazione unilaterale, trionfalista della prima: egli dovette intravedere che il Messia, atteso dal popolo giudaico come un trionfatore, in realtà non era soltanto circonfuso di onore e di gloria, ma anche di patimenti e di debolezza. La gloria di Cristo si realizza proprio nella Croce, nella partecipazione alle nostre sofferenze.
Questa maturazione della fede fu portata a compimento dallo Spirito Santo nella Pentecoste, così che Giacomo, quando venne il momento della suprema testimonianza, non si tirò indietro. All’inizio degli anni 40 del I secolo il re Erode Agrippa, nipote di Erode il Grande, come ci informa Luca, “cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa, e fece uccidere di spada Giacomo fratello di Giovanni” (At 12,1-2). La stringatezza della notizia, priva di ogni dettaglio narrativo, rivela, da una parte, quanto fosse normale per i cristiani testimoniare il Signore con la propria vita e, dall’altra, quanto Giacomo avesse una posizione di spicco nella Chiesa di Gerusalemme, anche a motivo del ruolo svolto durante l’esistenza terrena di Gesù. Una tradizione successiva, risalente almeno a Isidoro di Siviglia, racconta di un suo soggiorno in Spagna per evangelizzare quella importante regione dell’impero romano. Secondo un’altra tradizione, sarebbe invece stato il suo corpo ad essere trasportato in Spagna, nella città di Santiago di Compostella. Come tutti sappiamo, quel luogo divenne oggetto di grande venerazione ed è tuttora mèta di numerosi pellegrinaggi, non solo dall’Europa ma da tutto il mondo. E’ così che si spiega la rappresentazione iconografica di san Giacomo con in mano il bastone del pellegrino e il rotolo del Vangelo, caratteristiche dell’apostolo itinerante e dedito all’annuncio della “buona notizia”, caratteristiche del pellegrinaggio della vita cristiana.
Da san Giacomo, dunque, possiamo imparare molte cose: la prontezza ad accogliere la chiamata del Signore anche quando ci chiede di lasciare la “barca” delle nostre sicurezze umane, l’entusiasmo nel seguirlo sulle strade che Egli ci indica al di là di ogni nostra illusoria presunzione, la disponibilità a testimoniarlo con coraggio, se necessario, fino al sacrificio supremo della vita. Così Giacomo il Maggiore si pone davanti a noi come esempio eloquente di generosa adesione a Cristo. Egli, che inizialmente aveva chiesto, tramite sua madre, di sedere con il fratello accanto al Maestro nel suo Regno, fu proprio il primo a bere il calice della passione, a condividere con gli Apostoli il martirio.
E alla fine, riassumendo tutto, possiamo dire che il cammino non solo esteriore ma soprattutto interiore, dal monte della Trasfigurazione al monte dell’agonia, simbolizza tutto il pellegrinaggio della vita cristiana, fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, come dice il Concilio Vaticano II. Seguendo Gesù come san Giacomo, sappiamo, anche nelle difficoltà, che andiamo sulla strada giusta.

 

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