Archive pour la catégorie 'SANDRO MAGISTER'

Una croce come trono. Una decapitazione come corona (di Inos Biffi – L’inno di Ambrogio per la memoria dei santi Pietro e Paolo)

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/205539

Una croce come trono. Una decapitazione come corona

L’inno di Ambrogio per la memoria dei santi Pietro e Paolo. Da « L’Osservatore Romano » del 29 giugno 2008

di Inos Biffi

Quando Ambrogio compone per i suoi fedeli di Milano l’inno per la memoria dei santi Pietro e Paolo, che essi celebravano, si avverte che il suo affettuoso pensiero è rivolto alla Chiesa di Roma, il luogo fisico del loro martirio e dei loro sepolcri, di cui non cesserà mai di subire il fascino.
Sembrano tornare alla mente del vescovo l’emozionante ricordo e la gioiosa visione della festa, che in loro onore era solennemente celebrata nell’Urbe, la patria della sua gens e della sua fede, che non ha mai cessato di portare nel cuore e che, non senza compiacenza, al termine dell’inno definirà come l’«eletta, capo ai popoli, / e sede del maestro delle genti!».
Il cardinale Schuster – lui pure romano diventato arcivescovo di Milano – esaminando l’L'idea di Roma nella Liturgia di sant’Ambrogio, scriveva: «Il mio stato d’animo mi fa pensare che Ambrogio, anche a Milano, pensasse romanamente, e vivesse in un mondo che era assai più vasto del quadrilatero della Mediolanum Gallica», aggiungendo: «Fuori della cerchia delle mura (di Milano) si snoda la via romana, bella inizialmente con un magnifico porticato e un arco trionfale. Spingendo più giù lo sguardo, Ambrogio cerca tuttavia di scoprire la città dei sette colli con lo sfondo della basilica di San Pietro. Quasi a rifarsene, al principio stesso della via romana erige il suo Apostoleion in onore dei santi apostoli, e lo consacra con le reliquie che gli apporta da Roma il prete Simpliciano».
Ma veniamo all’inno: la passione dei due apostoli – incomincia – ha reso santo un giorno comune e secolare (dies saeculi). Gli «eventi divini (facta divina)», secondo Ambrogio, trasfigurano i giorni degli uomini, e così è avvenuto per il martirio di Pietro, una sconfitta diventata gloriosa vittoria (è ambrosiana l’espressione: sanguis triumphalis), e per quello di Paolo, che gli ha meritato la corona del «buon atleta». «Con il trionfo nobile (triumphus nobilis) di Pietro / – inizia dunque in tono lieto e vibrante il canto, con un verso che verrà citato da Agostino – e la corona di Paolo (Pauli corona) / la passione degli apostoli / questo, esaltando, consacrò tra i giorni».
Ambrogio si compiace di mettere in luce la parità dei due apostoli, assimilati e uniti dall’effusione del sangue, e incoronati dalla fede in Cristo, che ugualmente li aveva fatti discepoli del Signore: «Una morte cruenta e gloriosa (cruor triumphalis necis) / li assimilò e congiunse; / la fede in Cristo incoronò gli eroi / che alla divina sequela si posero». Più volte il vescovo di Milano sottolinea la natura gloriosa del martirio ed è abituale in lui connotare col tratto della trionfalità la morte dei martiri, che, imitando la preziosa effusione del sangue di Cristo – il pretiosus cruor Domini – ha dentro di sé lo splendido pegno della vittoria. Così, egli parla di cruor triumphalis e di victimae triumphales riguardo a Protaso e Gervaso, di proelium triumphale, di triumphales gemitus, di triumphalia vulnera a proposito dei fratelli Maccabei. E, infatti, la croce di Pietro si trasforma nel trono di un re vittorioso e la decapitazione di Paolo diventa una corona.
Sullo stesso tema della parità dei due apostoli prosegue la strofa successiva, con i richiami biblici su Pietro, nominato nei vangeli come primo – «Primo Simone, chiamato Pietro» (Matteo 10, 12) – al quale appartiene il primato passato alla Chiesa di Roma, e su Paolo, definito negli Atti «vaso di elezione» (9, 15), equiparato a Pietro nella grazia e nella fede: «Il primo apostolo è Pietro, / ma non minore è Paolo per grazia, / che fu santo strumento di elezione / e Pietro eguagliò nella fede».
Ambrogio afferma più volte nei suoi scritti questa loro uguaglianza: «Un’identica grazia rifulgeva in coloro che l’unico Spirito aveva eletto. Né Paolo fu inferiore a Pietro, benché quello fosse il fondamento della Chiesa e questi il sapiente architetto».
Sul tipo di morte a cui andò incontro Paolo l’inno non dice nulla, mentre, intessendo le notizie degli Atti di Pietro e i passi del Vangelo di Giovanni, si sofferma su quella di Simone, che subì lo stesso martirio di Gesù, la crocifissione, ma «su capovolta croce», o sulla croce dal piede capovolto (verso crucis vestigio).
Egli, glorificando Dio, senza resistenza e spontaneamente (volens), vi salì, a somiglianza di Gesù che, allo stesso modo, «ascese sulla croce» – come canta l’inno ambrosiano all’ora di terza – e avverò così le parole profetiche del Signore: «In verità, in verità ti dico: “Quand’eri giovane, ti annodavi da te la cintura e andavi dove volevi. Ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti annoderà la cintura e ti condurrà dove tu non vuoi”. Questo disse per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio» (Giovanni 21, 18-19).
Ambrogio trasforma in chiari versi didascalici questa profezia: «Su capovolta croce / ascende Simone, e sospeso / glorifica Dio, non dimentico / del vaticinio antico. / Secondo il detto, vecchio ormai fu cinto / ed elevato da un altro; / condotto dove non vorrebbe, docile / vinse una morte crudele». Anche nel caso di Pietro, come di tutti i martiri, e anzitutto di Gesù Cristo, la morte non ottiene il sopravvento, ma subisce la sconfitta.
L’interesse del poeta si intrattiene ora sulle felici conseguenze di quella «morte crudele» per la città di Roma: edificata sul sangue di Pietro e resa illustre da così eccellente vescovo – o, se ci si riferisce a Paolo, dalla figura di tanto dottore – l’Urbe e pervenuta all’apice della fede cristiana: «Su tale sangue fondata, / nobilitata da tanto vescovo, / Roma ha toccato l’eccelso vertice / della pietà religiosa (celsum verticem devotionis)».
Essa ha, così, rinnovato le ragioni del suo prestigio e della sua celebrità: in questi versi «il poeta cristiano fonde parecchi ricordi virgiliani, tra cui una famosa esaltazione della Roma di Augusto. E, tuttavia, non si tratta più della Roma pagana e della sua grandezza materiale, ma della Roma cristiana e della sua grandezza religiosa (Duval)».
A questo punto, quasi migrando da questa sua Chiesa, Ambrogio si sente trasportato alle festose e animate celebrazioni romane dei due apostoli. Egli le ha conservate fisse nella memoria e si direbbe le voglia descrivere ai milanesi, che una volta rimprovererà per averne disertato la veglia e trascurato il digiuno in loro onore.
Egli rivede l’intera città animata e rigurgitante di fedeli, che si riversano lungo le tre vie che portano ai loro luoghi di culto: la via Trionfale o Aurelia, dove è sepolto Pietro, la via Ostiense, dove si trova Paolo, e la via Appia, alle catacombe di san Sebastiano, presso le quali, secondo la testimonianza di Papa Damaso (vescovo di Roma dal 366 al 384), in circostanze o modalità che non ci sono note, avevano abitato i due apostoli (habitasse [...] cognoscere debes). «Folle di popolo fitte si muovono / per l’ampia distesa dell’Urbe: / su tre diverse strade si celebra / la festa dei martiri santi».
Nello spettacolo di tanta gente che si accalca nell’Urbe per venerare i due apostoli, al poeta sembra di vedere sia lo stiparsi dei fedeli di tutta la terra sia l’affluire con loro anche degli angeli: «Pare qui si riversi il mondo intero / e accorra insieme la schiera celeste». Da qui la triplice e appassionata acclamazione rivolta alla città di Roma, che, per i meriti di Pietro e di Paolo, è stata elevata a una dignità e a una grandezza nuova: «Eletta, capo ai popoli, e sede del maestro delle genti!».
Roma è l’«Eletta»: e il titolo richiama la Prima lettera di Pietro che, secondo alcune versioni, lo assegna alla Chiesa romana, «l’eletta che è in Babilonia» (5, 13). Essa è «capo ai popoli»: come altrove la definisce lo stesso Ambrogio, che parla della «Chiesa di Roma capo di tutto il mondo romano» e della «sacrosanta fede degli apostoli», da cui «si diffondono in tutte le Chiese i princìpi che stabiliscono la venerabile comunione che le unisce».
Roma è, infine, la «sede del maestro delle genti», ossia di Pietro, ed è ancora Ambrogio a riconoscere la «Chiesa romana (Ecclesia romana)» come la «custode intemerata del simbolo degli apostoli», dove «fu vescovo» e «dove siede il primo degli apostoli, Pietro», e ad affermare che «non possiede l’eredità di Pietro chi non possiede la sede di Pietro».
Un inno come l’Apostolorum passio, col suo calore e la sua passione, poteva sgorgare solo dalla penna e dalla vena poetica di un poeta che aveva l’animo colmo di ammirazione per la fede di quella Chiesa, che conservava la memoria viva della sua pietà e si sentiva fiero di provenire da essa, anche se, prima dell’elezione all’episcopato di Milano, non vi aveva ancora fatto intimamente parte, non essendo ancora battezzato. Anche in quest’inno, che tutto «rivela mentalità, linguaggio e arte di sant’Ambrogio» (Schuster), sono fusi, in felice composizione, un’ortodossia limpida e precisa – come il riconoscimento alla Chiesa Romana del primato della fede a motivo di Pietro – i riferimenti della storia, con, forse, alcuni elementi di leggenda, e, sullo sfondo, a conferire slancio e vivacità, alcuni accenti o allusioni di autobiografia e di ricordi.

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IN SANCTI PETRI ET PAULI

Apostolorum passio
diem sacravit saeculi,
Petri triumphum nobilem,
Pauli coronam praeferens.

Coniunxit aequales viros
cruor triumphalis necis,
Deum secutos presulem
Christi coronavit fides.

Primus Petrus apostolus
nec Paulus inpar gratia;
electionis vas sacrae
Petri adaequavit fidem.

Verso crucis vestigio
Simon, honorem dans Deo,
suspensus ascendit, dati
non inmemor oraculi.

Praecinctus, ut dictum est, senex
et elevatus ab altero
quo nollet ivit, sed volens
mortem subegit asperam.

Hinc Roma celsum verticem
devotionis extulit,
fundata tali sanguine
et vate tanto nobilis.

Tantae per urbis ambitum
stipata tendunt agmina:
trinis celebratur viis
festum sacrorum martyrum.

Prodire quis mundum putet,
concurrere plebem poli:
electa gentium caput,
sedes magistri gentium!
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Con il trionfo nobile di Pietro
e la corona di Paolo
la passione degli Apostoli
questo, esaltando, consacrò tra i giorni.

Una morte cruenta e gloriosa
li assimilò e congiunse;
la fede in Cristo incoronò gli eroi
che alla divina sequela si posero.

Il primo apostolo è Pietro,
ma non minore è Paolo per grazia,
che fu santo strumento di elezione
e Pietro eguagliò nella fede.

Su capovolta croce
ascende Simone, e sospeso
glorifica Dio, non dimentico
del vaticinio antico.

Secondo il detto, vecchio ormai fu cinto
ed elevato da un altro;
condotto dove non vorrebbe, docile
vinse una morte crudele.

Su tale sangue fondata,
nobilitata da tanto vescovo,
Roma ha toccato l’eccelso vertice
della pietà religiosa.

Folle di popolo fitte si muovono
per l’ampia distesa dell’Urbe:
su tre diverse strade si celebra
la festa dei martiri santi.

Pare qui si riversi il mondo intero
e accorra insieme la schiera celeste:
eletta, capo ai popoli,
e sede del maestro delle genti!
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 L’Osservatore Romano

Solo la bellezza ci salverà (Sandro Magister)

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1348149

Solo la bellezza ci salverà

In vista di un nuovo incontro tra Benedetto XVI e gli artisti, due critiche sferzanti alla gerarchia della Chiesa. Dello storico dell’arte Jean Clair e del filosofo dell’estetica Enrico M. Radaelli

di Sandro Magister

ROMA, 6 giugno 2011 – Il prossimo mese di luglio Benedetto XVI incontrerà di nuovo gli artisti, qualche centinaio da tutto il mondo, meno di due anni dopo il precedente incontro nella Cappella Sistina.
Che l’arte, assieme ai santi e più ancora della ragione, sia « la più grande apologia della fede cristiana » è una tesi che Benedetto XVI ha sostenuto più volte.
Per lui la bellezza è « la via più attraente ed affascinante per giungere ad incontrare ed amare Dio ».
Ma questa tesi non ha affatto vita facile oggi, cioè almeno da quando, un paio di secoli fa, « si è spezzato il filo dell’arte sacra »: come ha titolato lo storico dell’arte Timothy Verdon un suo saggio su « L’Osservatore Romano » del 28 marzo 2008.
Enrico Maria Radaelli, filosofo dell’estetica, nel suo ultimo libro pone una domanda paradossale:
« Che cosa imparerebbero i milioni di fedeli che visitano la Cappella Sistina se le sue nobili pareti e la sua celebre volta, invece che da Michelangelo, fossero state dipinte da un Haring, un Warhol, un Bacon, un Viola, un Picasso? ».
Il nuovo saggio di Radaelli ha per titolo: « La bellezza che ci salva ». E il sottotitolo è tutto un programma: « La forza di ‘Imago’, il secondo Nome dell’Unigenito di Dio, che, con ‘Logos’, può dar vita a una nuova civiltà, fondata sulla bellezza ».
Sono trecento pagine di alta metafisica e di teologia, avvalorate da una prefazione del filosofo del « senso comune » Antonio Livi, sacerdote dell’Opus Dei e professore alla Pontificia Università Lateranense.
Ma sono pagine anche di critica sferzante alla deriva che ha travolto un fecondo rapporto durato secoli tra arte e fede cristiana. Senza risparmiare le alte gerarchie della Chiesa, che Radaelli accusa di aver abdicato al loro ruolo magisteriale, di faro della fede e quindi anche dell’arte cristiana.
Per invertire la rotta, Radaelli scrive che non basta qualche sporadico incontro tra il papa e gli artisti. A suo giudizio è necessario convocare nella Chiesa « un dibattito universale, non meramente artistico, ma teologico, liturgico, ecclesiologico, filosofico, un simposio pluriennale e multidisciplinare, il cui nome potrebbe essere il semplice ma chiaro ‘Stati generali della bellezza’ ».
Radaelli fa i nomi di coloro che da lui interpellati, in Vaticano e fuori, hanno aderito all’idea: il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del pontificio consiglio della cultura; il cardinale Mauro Piacenza, prefetto della congregazione per il clero; il cardinale Albert Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo ed ex segretario della congregazione per il culto divino; l’abate Michael John Zielinski, vicepresidente della pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa; Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani; Valentino Miserachs Grau, preside del pontificio istituto di musica sacra; Timothy Verdon, presidente dell’ufficio per la catechesi nell’arte dell’arcidiocesi di Firenze; Roberto de Mattei, storico, vicepresidente del Centro Nazionale delle Ricerche; Nicola Bux,  consultore della congregazione per il culto divino e dell’ufficio delle celebrazioni liturgiche pontificie; Ignacio Andereggen, membro della pontificia accademia di san Tommaso d’Aquino.
Con piglio polemico, Radaelli osserva che « ci vuole più coraggio » a organizzare questi « Stati generali della bellezza » che un Cortile dei Gentili. Perché – spiega – dialogare fuori del tempio col mondo profano sarà anche giusto e meritorio, ma prima ancora le gerarchie della Chiesa dovrebbero provvedere a far sì che la cattedrale della dottrina non vada in rovina, « piena com’è di inconsci ma non meno veri luterani, ariani, gnostici, pelagiani ».
Ma non è detto che nel Cortile dei Gentili la questione messa a fuoco da Radaelli sia taciuta. Nel primo di questi incontri di dialogo voluti da Benedetto XVI e attuati dal cardinale Ravasi, tenuto a Parigi nel marzo del 2011, c’è stato un oratore che l’ha proposta all’attenzione di tutti in forma bruciante.
Questo oratore è Jean Clair, storico dell’arte di fama mondiale, membro dell’Accademia di Francia e conservatore generale del patrimonio artistico francese.
Inoltre, il 2 giugno, festa dell’Ascensione di Gesù al Cielo, su « L’Osservatore Romano » il teologo Inos Biffi ha sviluppato il tema della « bellezza della verità di Dio » con accenti consonanti a quelli del saggio di Radaelli: altro segnale di attenzione autorevole alla questione.
Ecco qui di seguito alcuni passaggi degli interventi di Jean Clair e di Inos Biffi.
__________

CULTO DELL’AVANGUARDIA E CULTURA DI MORTE

di Jean Clair

Parigi, Cortile dei Gentili, 25 marzo 2011

[...] Ci sono nella storia della Chiesa episodi singolari come, nel XII e XIII secolo, la stupefacente moda dei Goliardi, chierici itineranti che scrivevano poesie erotiche e canzoni da taverna parecchio oscene, e che si dedicavano a fare parodie burlesche di messe e sacramenti della Chiesa. Ma i goliardi agivano così per criticare una Chiesa di cui denunciavano gli errori. Nulla di tutto ciò, oggi, negli artisti d’avanguardia, che non hanno rapporti con la Chiesa, e neanche voglia di burlarsene. Il movimento dei goliardi era legato a un’epoca di grande religiosità e di grande misticismo, non a una manifestazione di indifferenza.
Potrebbero essere solo le singolari deviazioni di qualche bello spirito, se la proliferazione di queste incursioni estetiche nelle chiese di Francia, e la comunanza della loro natura, esibizionista e spesso coprolalica, non inducesse a interrogarci sulla relazione che il cattolicesimo intrattiene oggi con la nozione di Bellezza.
Mi limiterò a pochi esempi:
- In una piccola chiesa della Vandea nel 2001, accanto alla cassa di un santo guaritore per il quale si viene da lontano in pellegrinaggio, si installa un’altra cassa colma di antibiotici.
- Più recentemente, nel battistero di una grande chiesa a Parigi si installa un’immensa macchina che fa colare liquido plastificante, lo sperma di Dio, su enormi certificati di battesimo, venduti sul posto a 1500 euro l’uno.
- A Gap, il vescovo presenta un’opera di un artista d’avanguardia, Peter Fryer, che rappresenta Cristo nudo con le braccia distese, legato su una sedia elettrica, come una Deposizione dalla Croce.
- Nel 2009, in una piccola chiesa di Finistère, una spogliarellista, Corinne Duval, nell’ambito di un happening di danza contemporanea, sovvenzionata dal ministero della cultura, termina danzando nuda sull’altare. [...]
Quel che vedo rinascere e svilupparsi in questi culti libertini così simili a quelli che praticano certe sette gnostiche del secondo secolo mi sembra effettivamente una nuova gnosi, secondo la quale la creatura è innocente, il mondo è malvagio e il cosmo imperfetto.
Non sono un teologo, ma come storico delle forme sono colpito, in queste opere culturali dette “d’avanguardia” che oggi pretendono di far entrare nelle chiese la gioia della sofferenza e del male – mentre un tempo il culto tradizionale le combatteva con la sua liturgia –, dalla presenza ossessiva degli umori del corpo, privilegiando lo sperma, il sangue, il sudore, o il marciume, il pus nella frequente evocazione dell’aids. Naturalmente anche l’urina che – a proposito del « Piss Christ » dell’artista Andres Serrano, “imprescindibile star del mondo dell’arte e del mercato” secondo M. Brownstone – viene proclamata “portatrice di luce” in un’omelia del sacerdote, Robert Pousseur, allora incaricato di iniziare il clero francese ai misteri dell’arte contemporanea. [...]
La Chiesa si è lasciata affascinare dalle avanguardie fino al punto di presumere che l’immondo e gli abomini offerti alla vista dai suoi artisti siano le migliori porte d’accesso alla verità del Vangelo. Nel frattempo sono state segnate diverse tappe che non oso definire come una deriva.
Negli anni ’70, la Chiesa non voleva conoscere dell’arte contemporanea altro che l’astrazione. Dopo le vetrate di Bazaine a Saint Séverin ci furono le vetrate di Jean Pierre Reynaud all’Abbazia di Noirlac, poi quelle commissionate a Morellet e a Viallat per Nevers, e di Soulages per l’abbazia di Conques, Il volto non esisteva più, il corpo non esisteva più, il crocifisso stesso fu allora sostituito da due pezzi di legno o di ferro saldati. Le lotte sanguinose dell’iconoclasmo sembravano non essere mai accadute. L’iconoclastia ormai era un fatto normale. [...]
Quante sono, nei musei di Stato, le opere che riguardano l’iconografia cattolica? 60 per cento? 70 per cento? Dalle crocifissioni alle deposizioni nel sepolcro, dalle circoncisioni ai martiri, dalle natività ai San Francesco d’Assisi… Contrariamente agli ortodossi che si inginocchiano e pregano davanti alle icone, anche quando esse si trovano ancora nei musei, è raro, nella Grande Galleria del Louvre, vedere un fedele fermarsi e pregare davanti a un Cristo in croce o davanti a una Madonna. Bisogna rimpiangerlo? A volte lo penso. La Chiesa dovrebbe domandare la restituzione dei suoi beni? Mi capita di pensare anche questo. Ma la Chiesa non ha più alcun potere, contrariamente ai Vanuatu o agli Indiani Haida della Colombia Britannica, che hanno ottenuto la restituzione degli strumenti della loro fede, maschere e totem… La Chiesa si vergognerebbe di essere stata all’origine dei più prodigiosi tesori visivi che si siano mai avuti? Non potendo riaverli indietro, non potrebbe almeno prendere coscienza dell’obbligo che non li si può lasciare senza spiegazione davanti a milioni di visitatori dei musei? [...]
La religione cattolica mi è apparsa per molto tempo come la più rispettosa del senso, la più attenta alle forme e ai profumi del mondo. È in essa che si incontra anche la più profonda e la più avvincente e sorprendente tenerezza. Il cattolicesimo mi sembra innanzitutto una religione non del distacco, né della conquista, né di un Dio geloso, ma una religione della tenerezza.
Non ne conosco altra che per esempio abbia a tal punto esaltato la maternità. [...] Quale religione ha dipinto tante volte, da Giotto a Maurice Denis, il bambino in tutte le posizioni dell’infanzia, gesti, sguardi, passioni di bambino, con le sue golosità e curiosità, quando è in piedi sulle ginocchia della madre? Come la Chiesa attuale ha potuto voltare le spalle a una tale ricchezza? [...]
Nell’opera d’arte nata dal cristianesimo c’è anche altro, rispetto alla felicità visiva e alla pietà. C’è anche un approccio euristico del mondo. [...] L’artista è al servizio di Dio, non degli uomini, e se dipinge la creazione, conosce le meraviglie del creato, custodisce nel suo spirito il fatto che queste creature non sono Dio, ma la testimonianza della bontà di Dio, e che sono lode e canto di allegrezza. Mi domando dove questa allegria si possa ancora sentire, quella che si sentiva in Bach o in Haendel, in queste manifestazioni culturali, così povere e così offensive per l’orecchio e per l’occhio, alle quali ormai le chiese aprono il loro culto.
Qui senza dubbio è stata e rimane oggi la grandezza della Chiesa: essa è nata dalla contemplazione e dall’adorazione di un bambino che nasce, e si fortifica con la visione di un uomo che risuscita. Tra questi due momenti, la Natività e la Pasqua, non ha smesso di lottare contro la “cultura della morte”, come dice così giustamente.
Questo coraggio, questa ostinazione rendono ancor più incomprensibile la sua tentazione di difendere opere che, ai miei occhi, alle “porte della mia carne”, sanno soltanto di morte e di disperazione.
Un Dio senza la presenza del Bello è più incomprensibile di un Bello senza la presenza di un Dio.

(Traduzione di Flora Crescini ed Enrica Zaira Merlo, a cura del Centro Culturale di Milano).
__________

QUANDO SI RESPIRA IL SOFFIO DELLA BELLEZZA

di Inos Biffi

Da « L’Osservatore Romano » del 2 giugno 2011

[...] La teologia per definizione « dice Dio ». E questo « dire » la verità di Dio ha una sua bellezza. [...] Ne era persuaso sant’Agostino che parlava di « splendore della verità », e al quale faceva ripetuta eco Tommaso d’Aquino, [...] attribuendo la prerogativa di essere « splendore e bellezza » al Verbo, che nel mistero della sua trasfigurazione e della sua ascensione l’ha effusa e riversata nella sua stessa umanità gloriosa, termine inesausto della contemplazione dei beati. [...]
Si dice che i dogmi sono veri. Bisogna continuare, e dire che i dogmi sono belli. [...] Occorre proseguire e osservare che la bellezza del mistero non è solo quella che traspare dal discorso teologico, come estetica intellettuale, tramite l’ »ordinamento architettonico delle idee », ma anche [...] quella che si effonde dalle « cattedrali di pietra », ossia nell’estetica della visibilità e, aggiungiamo, della poesia, della musica.
Si trovano allora attratte dalla divina bellezza la « sensibilità », l’emotività, l’immaginario e l’estaticità che, sotto l’impulso attraente del mistero, a loro volta lo manifestano e lo espandono.
Richiamiamo gli inni di Ambrogio o di Manzoni, o le Laudi di Jacopone da Todi, ma soprattutto la « Divina commedia » di Dante, che non è un corso di teologia dogmatica, eppure equivale alla più alta, e si direbbe inarrivabile, versione poetica della fede e dei suoi dogmi: è il « bello » cristiano, portato ai vertici sublimi della poesia.
Con questo il dogma non è solo dichiarato e « affermato » come bello, e ad apparire tale non è solo la verità esposta e commentata, ma è diventato bello nel modo originale della poesia.
In questa linea dell’estetica, potremmo anche richiamare quanto il mistero sia stato e sia ancora reso « incantevole » dalla musica sacra, liturgica e non liturgica, che inizia al mistero stesso, proponendolo e facendolo gustare nella forma del canto e della melodia. I repertori musicali della Chiesa, un immenso patrimonio di messe, di oratori, di mottetti, sono a loro volta cattedrali musicali. [...]
È quello che è sempre avvenuto nella tradizione cristiana, che ha guardato al mistero con « illuminati gli occhi del cuore » (Ef 1, 18). [...] E proprio per l’esercizio della verità e della bellezza della fede è sorta la cultura cristiana, frutto più che di amabile e ossequioso dialogo, di sorprendente e inedita creatività. [...]

Publié dans:SANDRO MAGISTER |on 9 juin, 2011 |Pas de commentaires »
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