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Lectio divina sull’epistolario paolino : Prima Lettera ai Tessalonicesi, ,6-13

posto questo studio, in realtà è una « lectio divina », a me personalmente la « lectio » non piace molto, tuttavia è ben proposta ed utile menre stiamo leggendo, nella messa, la 1 Tessalonicesi, dal sito:

http://www.diocesimazara.it/documenti/preghiere%20vescovo/lectio%20divina%20avvento%202008/Prima%20Lettera%20ai%20Tessalonicesi.pdf

Lectio divina sull’epistolario paolino
Mazara del Vallo –Basilica Cattedrale
Venerdì di Avvento 2008

Terzo incontro
[19 dicembre 2008]

« Prima Lettera ai Tessalonicesi

Capitolo 3,6-13

Timoteo porta buone notizie

6.Ma, ora che Timòteo è tornato, ci ha portato buone notizie e della vostra fede, della vostra carità e del ricordo sempre vivo che conservate di noi, desiderosi di vederci, come noi lo siamo  di vedere voi. 7.E perciò, fratelli, in mezzo a tutte le nostre necessità e tribolazioni, ci sentiamo consolati a vostro riguardo, a motivo della vostra fede. 8.Ora, sì, ci sentiamo rivivere, se rimanete saldi nel Signore. 9.Quale ringraziamento possiamo o rendere a Dio riguardo a voi, per tutta la g gioia che proviamo a causa vostra davanti al nostro Dio, 10.noi che con viva insistenza, notte e giorno, chiediamo di poter vedere e il vostro volto e completare ciò che manca alla vostra fede? 11.Voglia Dio stesso o, Padre nostro, e il Signore nostro Gesù Cristo guidare il nostro cammino verso di voi! 12. II Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, 13.per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi. »

Premessa

La città di Tessalonica, capitale della Macedonia, era uno dei più grandi porti del Mediterraneo e rivestiva, perciò un’importanza assai strategica nei rapporti tra occidente e oriente. Gli abitanti pativano forti contrasti sociali e politici e la città era divisa tra potenti armatori e ricchi commercianti, da una parte, e povera gente dedita alla manovalanza, affiancata da numerosi schiavi. Consistente era la fascia di popolazione che si dedicava alle retorica e alla filosofia. Sotto il profilo religioso i tessalonicesi coltivavano i culti più svariati, proprio come a Corinto, a motivo del flusso consistente di abitanti di altre nazionalità, interessati agli scambi commerciali. Paolo raggiunge Tessalonica durante il secondo viaggio missionario (49-52) e inizia la sua missione evangelizzatrice, dedicandosi sia ai giudei della diaspora che ai pagani; più fervida e incoraggiante fu, tuttavia, la risposta di questi ultimi. L’esperienza di questa comunità fu inizialmente molto felice e incoraggiò il dinamismo missionario di Paolo, anche se ben presto non mancarono le tribolazioni e le persecuzioni, che lo costrinsero a lasciare la città e a riparare a Corinto da dove indirizzò ai tessalonicesi le due Lettere.
La prima Lettera, che costituisce lo scritto più antico del Nuovo Testamento, è databile tra il 50 e il 51. Essa è una significativa testimonianza dello stile pastorale di Paolo e testimonia il buono stato di salute di una comunità che ha saputo superare bene le persecuzione a cui era stata sottoposta. Esisteva, tuttavia, un problema assai singolare, legato alla sorte dei cristiani defunti con particolare riferimento alla loro condizione al momento del giudizio, legato alla parusia; alcuni, infatti, ritenevano che quelli che erano già morti non avrebbero potuto beneficiare dei frutti del trionfo di Cristo. Paolo rassicura tutti, precisando che coloro che sono già morti saranno i primi a risorgere e, dunque, non avranno alcuno svantaggio rispetti a quelli che da vivi incontreranno il Signore, giudice del mondo, alla fine dei tempi.
In ogni caso, questa Lettera è fortemente caratterizzata dal particolare clima di ecclesialità che si sperimentava a Tessalonica, al punto che lo stesso Paolo, nell’indirizzo non può fare a meno di benedire l’Onnipotente per l’operosità della fede, la fatica della carità e la fermezza della speranza dei Tessalonicesi (cfr 1Ts 1,3), divenuti, perciò, « modello per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia » (1Ts 1,7).

1. Meditatio

Il brano di questa sera è ben circostanziato e si collega al ritorno di Timoteo, inviato da Paolo a Tessalonica da Corinto per rendersi conto di persona dell’andamento di quella Chiesa, sottoposta alla prova della persecuzione. L’Apostolo temeva che, sotto il peso della tribolazione, i tessalonicesi avrebbero potuto abbandonare la fede ed essere così liberati dalla persecuzione. Se grande era stato il timore, ancora più grande è, di conseguenza, il gaudio di Paolo nell’apprendere che la furia devastante della prova non solo non aveva annientato la giovane Chiesa, ma anzi l’aveva fortemente rafforzato. Nel testo si sottolinea, in particolare, che la verifica aveva riguardato la fede e la carità, con una piacevole sorpresa concernente il desiderio dei tessalonicesi di rivedere Paolo, desiderio condiviso, peraltro, dall’apostolo (3,6). Quest’ultimo dettaglio viene opportunamente sottolineato perché evidenzia la singolare relazione tra credenti e apostolo; relazione, certamente, non limitato al solo aspetto funzionale riferito alla fondazione della Chiesa, ma anche allo stretto legame di paternità instaurato tra Paolo e la comunità macedone. Non si tratta, tuttavia, di una relazione a forte valenza emotivo-sentimentale, ma del « ritratto di un apostolo che è tutto nella comunità e per la comunità, che vive con essa e per essa l’esperienza lacerante della tribolazione »1. Da qui la consolazione che a Paolo arrecano le buone notizie sulla fede dei tessalonicesi, talmente salda da non essere stata scalfita neanche dalle persecuzioni (cfr 3,7). Addirittura, in questo scambio di grande intensità spirituale, l’Apostolo confessa che il timore sulla tenuta della comunità di Tessalonica gli aveva procurato sofferenze indicibili, quasi un preannuncio di morte; al contrario, la testimonianza di Timoteo è stata come una ventata di risurrezione che fa rivivere Paolo e lo fa ben sperare per il futuro (cfr 3,8).
A questo punto il tono e il ritmo della Lettera diventano incalzanti e rafforzano ulteriormente il vincolo di reciprocità che si è instaurato tra l’Apostolo e la chiesa fondata a Tessalonica. Gli accenti sono coinvolgenti e commossi, al punto che ringraziamento e gioia entrano quasi in gara emulativa e crescono e si rafforzano in una dinamica rigenerante: la gratitudine è rivolta a Dio perché ha fatto incontrare a Paolo quella bella comunità; e quell’incontro è motivo di gioia grande davanti a Dio (cfr 3,9). L’intonazione teocentrica della riflessione aiuta a dare una corretta interpretazione del rapporto apostolo-comunità; non si tratta, infatti, di un nesso sbilanciato sul versante della dipendenza psico-affettiva, ma di un vincolo liberante che nasce e si illumina davanti a Dio. Il quadro che Paolo rapidamente delinea fa giustizia di tante meschinerie che tante volte sviliscono i legami che si instaurano all’interno delle nostre comunità, quando si cercano delle esclusività, ad esempio, nel rapporto presbitero-fedeli, che sono la negazione del dono di libertà guadagnatoci da Cristo Signore a prezzo del suo sangue.
Il v. 10 completa lo scandaglio dell’animo di Paolo che non ha alcun timore di confessare che chiede con insistenza, notte e giorno, di poter rivedere i volti dei fedeli tessalonicesi. Questa palese insoddisfazione del desiderio non è, però, assimilabile a un bisogno affettivo che gli fa pesare incredibilmente la lontananza come fosse un innamorato inconsolabile; al contrario egli nota che l’opera di evangelizzazione è incompleta e necessita, perciò, di un’integrazione perfezionante. Paolo non cerca gratificazioni presso una comunità sensibile e disponibile, ma intende riprendere il lavoro interrotto da una fuga precipitosa e dare l’ultima rifinitura a una fede che ha già superato esami seri, ma ha bisogno di diventare adulta per non soccombere al
prossimo, prevedibile, assalto delle potenze del male.

2. Oratio

Non finisci di sorprenderci, Signore. Chi avrebbe potuto immaginare che un uomo della tempra di Paolo, formato da una osservanza rigorosa e stretta della legge, pieno di zelo esasperato fino al furore persecutorio, potesse mostrarsi così vulnerabile di fronte alla consolazione derivante dalle buone notizie su una Chiesa che gli stava tanto cuore? Non è così scontato, Signore, trovare armonizzati in modo tanto equilibrato amore tenero e rispetto per la libertà dell’altro; desiderio di bene e accettazione del progetto di Dio che può aprire vie che portano lontano da coloro con i quali si è condivisa una vita e che mai si vorrebbe abbandonare. Così come stupisce e sorprende come i legami forti sul piano affettivo non sconvolgono la gerarchia dei valori e degli affetti: tutto è accolto da Dio e tutto si compie alla sua presenza; e in ogni caso l’altro non è guardato non per la gratificazione che ti può arrecare, ma per il bene che ancora attende da te. Non lo ami per farlo più tuo e meno di Dio, ma, al contrario, lo ami per avvicinarlo più strettamente a Dio e per farlo più suo su questa terra e, poi, nell’abbraccio della santa Trinità. Ti ringrazio, Signore, per la lezione di umanità e di amore che stasera ci hai impartito per bocca del tuo amico Paolo, che ci ha svelato un cuore puro e libero che ti chiediamo di concedere anche a noi.

3. Contemplatio

Il tema di questa sera ci rimanda a Paolo che, pur potendo rivendicare il mantenimento in quanto operaio del Vangelo, cercò sempre di non essere di peso ad alcuno, guadagnandosi da vivere lavorando personalmente (cfr 1Cor 4,12) come tessitore di tende (cfr At 18,1-3). Questa è una condizione che, pur gravosa talora, consente di vivere in assoluta libertà, senza dipendenza da alcuno: liberi di quella libertà guadagnataci da Cristo. Una libertà che è anche libertà della Chiesa da qualunque pastoia costituita dai lacci che possono derivare dai condizionamenti, a loro modo anche vantaggiosi, delle istituzioni e delle cose temporali.

4. Actio

L’impegno di questa sera ci mette sicuramente in sintonia con la colletta che è stata avviata domenica scorsa e che avrà compimento nella prossima. Siamo perfettamente in tema e ognuno può inquadrarla e motivarla nel modo più adeguato alla propria condizione e sensibilità. Ma in questo tempo di preparazione al Natale e nel tempo delle feste natalizie sarebbe bello che nessuno godesse egoisticamente del bene spirituale e di relazioni che sono tipiche di quei giorni, ma fosse capace di qualche privazione finalizzata alla condivisione, facendo qualcuno partecipe della propria ricchezza spirituale e, tenuto conto del tenore di vita che si può condurre, anche delle proprie disponibilità materiali. Sarebbe bello se, in questo tempo, non ci fosse alcuno in condizione di indigenza. Quanto ne sarebbe contento il povero per eccellenza, il Signore Gesù.

VENERDÌ 28 AGOSTO 2009 – XXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

VENERDÌ 28 AGOSTO 2009 - XXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO dans Lettera ai Tessalonicesi - prima usnewsaug2

Sant’Agostino

http://www.georgetown.edu/faculty/jod/texts/usnewsreview.html

VENERDÌ 28 AGOSTO 2009 – XXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SANT’AGOSTINO, Vescovo e dottore della Chiesa (memoria, festa per gli agostinani)

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura  1 Ts 4, 1-8
Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési
Fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù: avete appreso da noi come comportarvi in modo da piacere a Dio, e così già vi comportate; cercate di agire sempre così per distinguervi ancora di più. Voi conoscete infatti quali norme vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù.
Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato.
Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo
(Lib. 7, 10, 18; 10, 27; CSEL 33, 157-163. 255)

Eterna verità e vera carità e cara eternità!
Stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tua guida, entrai nell’intimità del mio cuore, e lo potei fare perché tu ti sei fatto mio aiuto (cfr. Sal 29, 11). Entrai e vidi con l’occhio dell’anima mia, qualunque esso potesse essere, una luce inalterabile sopra il mio stesso sguardo interiore e sopra la mia intelligenza. Non era una luce terrena e visibile che splende dinanzi allo sguardo di ogni uomo. Direi anzi ancora poco se dicessi che era solo una luce più forte di quella comune, o anche tanto intensa da penetrare ogni cosa. Era un’altra luce, assai diversa da tutte le luci del mondo creato. Non stava al di sopra della mia intelligenza quasi come l’olio che galleggia sull’acqua, né come il cielo che si stende sopra la terra, ma una luce superiore. Era la luce che mi ha creato. E se mi trovavo sotto di essa, era perché ero stato creato da essa. Chi conosce la verità conosce questa luce.
O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi mi hai sollevato in alto perché vedessi quanto era da vedere e ciò che da solo non sarei mai stato in grado di vedere. Hai abbagliato la debolezza della mia vista, splendendo potentemente dentro di me. Tremai di amore e di terrore. Mi ritrovai lontano come in una terra straniera, dove mi parve di udire la tua voce dall’alto che diceva: «Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me».
Cercavo il modo di procurarmi la forza sufficiente per godere di te, e non la trovavo, finché non ebbi abbracciato il «Mediatore fra Dio e gli uomini, l’Uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5), «che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli» (Rm 9, 5). Egli mi chiamò e disse: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6); e unì quel cibo, che io non ero capace di prendere, al mio essere, poiché «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14).
Così la tua Sapienza, per mezzo della quale hai creato ogni cosa, si rendeva alimento della nostra debolezza da bambini.
Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l’ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.

GIOVEDÌ 27 AGOSTO 2009 – XXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

 GIOVEDÌ 27 AGOSTO 2009 - XXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO dans Lettera ai Tessalonicesi - prima

questa è l’immagine che vedete in alto a destra impiccolita, è ispirata al capitolo X delle Confessioni di Sant’Agostino, Agostino e la Madre si trovano nella loro casa di Ostia (ora Ostia antica, il mare si vedeva di li, la costa si è allungata) e parlano tra di loro, cinque giorni dopo la madre si mette a letto e muore…dopo la liturgia del giorno, ossia dopo venerdì, domani, posto, per intero, il capitolo X delle confessioni, posso mettere anche il link; 

http://www.santiebeati.it/

GIOVEDÌ 27 AGOSTO 2009 – XXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SANTA MONICA (m, festa per gli agostiniani)

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   1 Ts 3, 7-13
Il Signore vi faccia abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési
Ci sentiamo consolati, fratelli, a vostro riguardo, di tutta l’angoscia e tribolazione in cui eravamo per la vostra fede; ora, sì, ci sentiamo rivivere, se rimanete saldi nel Signore.
Quale ringraziamento possiamo rendere a Dio riguardo a voi, per tutta la gioia che proviamo a causa vostra davanti al nostro Dio, noi che con viva insistenza, notte e giorno, chiediamo di poter vedere il vostro volto e completare ciò che ancora manca alla vostra fede?
Voglia Dio stesso, Padre nostro, e il Signore nostro Gesù dirigere il nostro cammino verso di voi!
Il Signore poi vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come anche noi lo siamo verso di voi, per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo
(Lib. 9, 10-11; CSEL 33, 215-219)

Cerchiamo di arrivare alla sapienza eterna
Era ormai vicino il giorno in cui ella sarebbe uscita da questa vita, giorno che tu conoscevi mentre noi lo ignoravamo. Per tua disposizione misteriosa e provvidenziale, avvenne una volta che io e lei ce ne stessimo soli, appoggiati al davanzale di una finestra che dava sul giardino interno della casa che ci ospitava, là presso Ostia, dove noi, lontani dal frastuono della gente, dopo la fatica del lungo viaggio, ci stavamo preparando ad imbarcarci.
Parlavamo soli con grande dolcezza e, dimentichi del passato, ci protendevamo verso il futuro, cercando di conoscere alla luce della Verità presente, che sei tu, la condizione eterna dei santi, quella vita cioè che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore d’uomo (cfr. 1 Cor 2, 9). Ce ne stavamo con la bocca anelante verso l’acqua che emana dalla tua sorgente, da quella sorgente di vita che si trova presso di te. Dicevo cose del genere, anche se non proprio in tal modo e con queste precise parole. Tuttavia, Signore, tu sai che in quel giorno, mentre così parlavamo e, tra una parola e l’altra, questo mondo con tutti i suoi piaceri perdeva ai nostri occhi ogni suo richiamo, mia madre mi disse: «Figlio, quanto a me non trovo ormai più alcuna attrattiva per questa vita. Non so che cosa io stia a fare ancora quaggiù e perché mi trovi qui. Questo mondo non è più oggetto di desideri per me. C’era un solo motivo per cui desideravo rimanere ancora un poco in questa vita: vederti cristiano cattolico, prima di morire. Dio mi ha esaudito oltre ogni mia aspettativa, mi ha concesso di vederti al suo servizio e affrancato dalle aspirazioni di felicità terrene. Che sto a fare qui?».
Non ricordo bene che cosa io le abbia risposto in proposito. Intanto nel giro di cinque giorni o poco più si mise a letto con la febbre. Durante la malattia un giorno ebbe uno svenimento e per un pò di tempo perdette i sensi. Noi accorremmo, ma essa riprese prontamente la conoscenza, guardò me e mio fratello in piedi presso di lei, e disse, come cercando qualcosa: «Dove ero»?
Quindi, vedendoci sconvolti per il dolore, disse: «Seppellire qui vostra madre». Io tacevo con un nodo alla gola e cercavo di trattenere le lacrime. Mio fratello, invece, disse qualche parola per esprimere che desiderava vederla chiudere gli occhi in patria e non in terra straniera. Al sentirlo fece un cenno di disapprovazione per ciò che aveva detto. Quindi rivolgendosi a me disse: «Senti che cosa dice?». E poco dopo a tutti e due: «Seppellirete questo corpo, disse, dove meglio vi piacerà; non voglio che ve ne diate pena. Soltanto di questo vi prego, che dovunque vi troverete, vi ricordiate di me all’altare del Signore».
Quando ebbe espresso, come poté, questo desiderio, tacque. Intanto il male si aggrava ed essa continuava a soffrire.
In capo a nove giorni della sua malattia, l’anno cinquantaseiesimo della sua vita, e trentatreesimo della mia, quell’anima benedetta e santa se ne partì da questa terra.

Responsorio   Cfr. 1 Cor 7, 29. 30. 31; 2, 12
R. Il tempo è breve: ormai chi è nella gioia, viva come non godesse; chi è immerso in questo mondo come non vi fosse: * passa presto lo spettacolo del mondo.
V. Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo:
R. passa presto lo spettacolo del mondo.

MERCOLEDÌ 26 AGOSTO – XXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   1 Ts 2, 9-13
Lavorando notte e giorno vi abbiamo annunciato il Vangelo.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési
Voi ricordate, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio.
Voi siete testimoni, e lo è anche Dio, che il nostro comportamento verso di voi, che credete, è stato santo, giusto e irreprensibile. Sapete pure che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, vi abbiamo incoraggiato e scongiurato di comportarvi in maniera degna di Dio, che vi chiama al suo regno e alla sua gloria.
Proprio per questo anche noi rendiamo continuamente grazie a Dio perché, ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l’avete accolta non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in voi credenti.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalle «Istruzioni» di san Colombano, abate
(Istr. 13 su Cristo fonte di vita, 1-2; Opera, Dublino, 1957, 116-118)

Chi ha sete venga a me e beva
Fratelli carissimi, ascoltate attentamente. Ciò che vi dirò è necessario al vostro bene. Sono verità che ristoreranno la sete della vostra anima. Vi parlerò infatti della inesauribile sorgente divina. Però, per quanto sembri paradossale, vi dirò: Non estinguete mai la vostra sete. Così potrete continuare a bere alla sorgente della vita, senza smettere mai di desiderarla. E’ la stessa sorgente, la fontana dell’acqua viva che vi chiama a sé e vi dice: «Chi ha sete venga a me e beva» (Gv 7, 37).
Bisogna capire bene quello che si deve bere. Ve lo dica lo stesso profeta Geremia, ve lo dica la sorgente stessa: «Hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, dice il Signore» (Ger 2, 13). E’ dunque il Signore stesso, il nostro Dio Gesù Cristo, questa sorgente di vita che ci invita a sé, perché di lui beviamo. Beve di lui chi lo ama. Beve di lui chi si disseta della parola di Dio; chi lo ama ardentemente e con vivo desiderio. Beve di lui che arde di amore per la sapienza.
Osservate bene da dove scaturisce questa fonte; poiché quello stesso che è il Pane è anche la Fonte, cioè il Figlio unico, il nostro Dio Cristo Signore, di cui dobbiamo aver sempre fame. E’ vero che amandolo lo mangiano e desiderandolo lo introduciamo in noi; tuttavia dobbiamo sempre desiderarlo come degli affamati. Con tutta la forza del nostro amore beviamo di lui che è la nostra sorgente; attingiamo da lui con tutta l’intensità del nostro cuore e gustiamo la dolcezza del suo amore.
Il Signore infatti è dolce e soave: sebbene lo mangiamo e lo beviamo, dobbiamo tuttavia averne sempre fame e sete, perché è nostro cibo e nostra bevanda. Nessuno potrà mai mangiarlo e berlo interamente, perché mangiandolo e bevendolo non si esaurisce, né si consuma. Questo nostro pane è eterno, questa nostra sorgente è perenne, questa nostra fonte è dolce.
Per tale motivo il profeta afferma: «Voi tutti assetati, venite alla fonte» (Is 55, 1). Questa fonte è per chi ha sete, non per chi è sazio. Giustamente quindi chiama a sé quelli che hanno sete, che ha dichiarati beati nel discorso della montagna. Questi non bevono mai a sufficienza; anzi quanto più bevono tanto più hanno sete.
E’ dunque necessario, o fratelli, che noi sempre desideriamo, cerchiamo e amiamo «la fonte della sapienza, il Verbo di Dio altissimo» (Sir 1, 5 volg.), nel quale, secondo le parole dell’Apostolo, «sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 2, 3).
Se hai sete, bevi alla fonte della vita; se hai fame, mangia di questo pane di vita. Beati coloro che hanno fame di questo pane e sete di quest’acqua,
perché, pur mangiandone e bevendone sempre, desiderano di mangiarne e di berne ancora. Deve essere senza dubbio indicibilmente gustoso il cibo che si mangia e la bevanda che si beve per non sentirsene mai sazi e infastiditi, anzi sempre più soddisfatti e bramosi. Per questo il profeta dice: «Gustate e vedete quanto è buono il Signore» (Sal 33, 9).

MARTEDÌ 25 AGOSTO 2009 – XXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MARTEDÌ 25 AGOSTO 2009 – XXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura  1 Ts 2, 1-8
Avremmo desiderato trasmettervi non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési
Voi stessi, fratelli, sapete bene che la nostra venuta in mezzo a voi non è stata inutile. Ma, dopo avere sofferto e subìto oltraggi a Filippi, come sapete, abbiamo trovato nel nostro Dio il coraggio di annunciarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte.
E il nostro invito alla fede non nasce da menzogna, né da disoneste intenzioni e neppure da inganno; ma, come Dio ci ha trovato degni di affidarci il Vangelo così noi lo annunciamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori.
Mai infatti abbiamo usato parole di adulazione, come sapete, né abbiamo avuto intenzioni di cupidigia: Dio ne è testimone. E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo.
Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari.

LUNEDÌ 17 AGOSTO 2009 – XX SETTIMANA DEL T.O (2Cor; 1Ts)

LUNEDÌ 17 AGOSTO 2009 – XX SETTIMANA DEL T.O.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal «Commento sul libro di Giobbe» di san Gregorio Magno, papa
(Lib. 3, 39-40; Pl 75, 619-620)

Battaglie all’esterno, timori all’interno
Gli uomini santi, pur se torchiati dalle prove, sanno sopportare chi li percuote e, nello stesso tempo, tener fronte a chi li vuole trascinare nell’errore. Contro quelli alzano lo scudo della pazienza, contro questi impugnano le armi della verità. Abbinano così i due metodi di lotta ricorrendo all’arte veramente insuperabile della fortezza.
All’interno raddrizzano le distorsioni della sana dottrina con l’insegnamento illuminato, all’esterno sanno sostenere virilmente ogni persecuzione. Correggono gli uni ammaestrandoli, sconfiggono gli altri sopportandoli. Con la pazienza si sentono più forti contro i nemici, con la carità sono più idonei a curare le anime ferite dal male. A quelli oppongono resistenza perché non facciano deviare anche gli altri. Seguono questi timore e preoccupazione perché non abbandonino del tutto la via della rettitudine.
Vediamo il soldato degli accampamenti di Dio che combatte contro entrambi i mali: «Battaglie all’esterno, timori al di dentro» (2 Cor 7, 5). Enumera le guerre che subisce dall’esterno, dicendo: «Pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli» (2 Cor 11, 26). Altre armi che usa in questa guerra sono: «fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità» (2 Cor 11, 27).
Ma, pur impegnato su tanti fronti, non allenta l’attenzione per la sicurezza degli accampamenti. Infatti soggiunge immediatamente: «E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le chiese» (2 Cor 11, 28). Assume tutte su di sé le asprezze della guerra e, contemporaneamente, si prodiga con premura a difesa dei fratelli. Parla dei mali che sopporta, e aggiunge i beni che elargisce.
Consideriamo poi quanta fatica sia sopportare al medesimo tempo le avversità all’esterno e difendersi all’interno contro le proprie debolezze. All’esterno sopporta battaglie, perché è lacerato dalle battiture, è legato da catene; all’interno tollera la paura, perché teme che la sua sofferenza rechi danno non a sé, ma ai discepoli. Perciò scrive loro: «Nessuno si lasci turbare in queste tribolazioni. Voi stessi infatti sapete che a questo siamo destinati» (1 Ts 3, 3).
Nella propria sofferenza temeva la caduta degli altri, e cioè che i discepoli, venendo a conoscenza che egli veniva percosso per la fede, ricusassero di professarsi fedeli.
O sentimento di immensa carità! Sprezza ciò che egli stesso soffre, e si preoccupa che nei discepoli non si formino concezioni sbagliate. Sdegna in sé le ferite del corpo, e cura negli altri le ferite del cuore. I grandi infatti hanno questo di particolare che, trovandosi nel dolore della propria tribolazione, non cessano di occuparsi dell’utilità altrui: e, mentre soffrono in se stessi sopportando le proprie tribolazioni, provvedono agli altri, consigliando quanto loro abbisogna. Sono come dei medici eroici, colpiti da malattia: sopportano le ferite del proprio male e provvedono gli altri di cure e di medicine per la guarigione.

LA PREGHIERA INCESSANTE (1 Tess 5, 17).

dal sito:

http://www.esarcato.it/archivio_testi/omiletica/01_omelia_1tess517.html

ARCIVESCOVADO PER LE CHIESE ORTODOSSE
(Esarcato del Patriardato Ecumenico, Decanato per l’Italia)

Omelia pronunciata in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Sanremo, 21 gennaio 2008

LA PREGHIERA INCESSANTE (1 Tess 5, 17).

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo

La preghiera è un elemento comune a tutte le religioni del mondo. In essa l’uomo si pone in rapporto con la trascendenza nel modo che più gli è consueto, ovvero con la parola e attraverso la relazione personale. Sebbene vi siano differenti tipi di preghiera, tuttavia risulta difficile pensare che essa, anche se solo considerata sotto il profilo dell’atteggiamento psicologico, non si configuri come un dialogo personale tra l’uomo e la divinità.

La Scrittura riporta le origini della preghiera alle generazioni successive ad Adamo, quindi ai primordi comuni a tutta l’umanità: insieme al sacrificio essa compare come mezzo per ristabilire la comunione con Dio, perduta dal Progenitore. Il primo sacrificio, ci viene presentato in due forme: «Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta» (Gen 4, 3-5). La preghiera comparve solo in seguito, con il figlio di Set: «Anche a Set nacque un figlio, che egli chiamò Enos. Allora si cominciò ad invocare il nome del Signore» (Gen 4, 26). Il sacrificio e l’invocazione del nome del Signore, componente essenziale di ogni forma di preghiera, costituiscono dunque lo schema del culto religioso primordiale, schema che costituirà nondimeno il fondamento del culto vetero-testamentario.

Per i cristiani ogni legge, ogni narrazione, ogni parola di saggezza e ogni profezia dell’Antico Testamento è destinata a trovare il suo pieno senso soltanto in relazione al progetto di Dio, nascosto sin dalla fondazione del mondo, che si è rivelato con l’incarnazione del suo Verbo, cioè con l’avvento del Messia. Così dobbiamo pensare che anche il culto veterotestamentario abbia trovato la sua piena realizzazione nel culto istituito da Gesù Cristo. La preghiera, che è parola rivolta a Dio, trova il suo più alto compimento nel Verbo di Dio fattosi carne e vissuto tra noi. Gesù rivela infatti all’umanità, nell’orazione dominica, la piena verità sul nome di Dio, che l’umanità ha invocato sotto varie forme sin dai tempi di Enos. Il nome di Dio è Padre, «sia santificato il tuo nome», il nome di Dio è Figlio, «venga il tuo regno», il nome di Dio è Spirito Santo «sia fatta la tua volontà». Gesù rivela in sé il volto di Dio e nella distinzione delle Tre persone, attraverso la distinzione di tre nomi personali, il nome del Dio Tre volte Santo, contemplato da Isaia nella dossologia angelica (Is 6, 1-3).

Le due forme del culto primordiale, sacrificio e preghiera, trovano nondimeno la loro verità e unità nel Corpo di Cristo, cioè nella vita sacramentale della Chiesa di Cristo. Nella Cena mistica si uniscono il sacrificio incruento e spirituale e il sacrificio della lode, che si riassume nell’invocazione epicletica allo Spirito Santo, affinché rinnovi, nei Doni dell’offerta, l’unità della vita divina con la vita umana, unità che il Cristo Dio sancì in modo indelebile nella sua Incarnazione. Nel Corpo di Cristo sacrificio e preghiera unificano realmente a Dio, o, secondo un termine caro all’ascetica e alla teologia orientali, deificano. Il sacramento dell’Eucaristia unisce a Dio l’uomo che è stato riscattato al Regno attraverso il battesimo; l’Eucaristia rende perfetto cittadino del Regno, colui che è stato fatto degno di esserlo e preparato con il battesimo, che lo ha purificato da ciò che non era degno di entrare nel Regno. La preghiera, sacrificio di lode, si unisce al Supremo Sacramento nel rendere il cristiano membro cosciente del Regno, portando alla luce della coscienza la Grazia che in esso si dà in modo misterioso. È dunque compito della preghiera portare a coscienza l’unità della nostra natura con la natura divina, preparandola e ringraziando per essa, elevando la nostra consapevolezza alla ricchezza misteriosa che è trasmessa in noi dal sacrificio eucaristico, poiché «il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza. Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la pone sotto un letto; la pone invece su un lampadario, perché chi entra veda la luce. Non c’è nulla di nascosto che non debba essere manifestato, nulla di segreto che non debba essere conosciuto e venire in piena luce» (Lc 8, 15-17). Le parole di S. Paolo ai Tessalonicesi, «pregate incessantemente» (I Tess 5, 17), che abbiamo messo al centro della meditazione in questo incontro ecumenico, assumono tutto il loro significato se considerate come rivelative del ruolo che l’uomo deve avere, con il suo verbo interiore orante, nell’economia che il Verbo di Dio ha preparato per noi. Il Verbo di Dio infatti agisce interiormente in modo incessante in coloro che si sono associati nel Suo nome alla Sua morte e resurrezione, essendo battezzati nel Nome trinitario di Dio. Se il Verbo di Dio agisce segretamente nella persona del cristiano, la preghiera deve essere allora il luogo del nostro consapevole incontro con l’azione di Dio in noi, e siccome l’azione del Verbo di Dio in noi è incessante, così la preghiera deve essere incessante. La preghiera incessante è anticipazione in questo secolo della preghiera incessante che gli angeli e i santi rivolgono per l’eternità al Dio super-eterno: essa è la risposta della creatura angelica e umana alla presenza incessante di Dio in mezzo a noi, con noi, in noi: «Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4, 6).

S. Paolo completa l’esortazione a estendere la preghiera a ogni tempo e occasione, «pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie » (I Tess 5, 17-18), con parole che ne manifestano la ragione intrinseca: «questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito» (I Tess 5, 18-19). Queste parole ci assicurano che il pegno della preghiera incessante è la progressiva deificazione (o santificazione), nell’attesa escatologica della Seconda venuta, come leggiamo nella conclusione del passo: «Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!» (I Tess 5, 23-24).

Come immagino sia noto a molti di voi, il cristianesimo ortodosso ha riconosciuto in questa frase dell’Apostolo un’esortazione concreta e l’ha eletta a fulcro della sua spiritualità, tanto monastica quanto laica, la quale ha avuto espressione storica nell’esicasmo e nel suo irradiamento. L’importanza dell’esicasmo per la spiritualità ortodossa non sarà mai sottolineata abbastanza, dal momento che questa istanza ascetica e spirituale riassume in sé i risultati della millenaria riflessione teologico-patristica orientale (basti pensare che è proprio da una querelle sull’esicasmo che la Chiesa ortodossa riconoscerà la sua perfetta espressione teologica nella dottrina del grande difensore degli esicasti, san Gregorio Palamas, canonizzato appena otto anni dopo la nascita al Regno) e al contempo costituisce il pane quotidiano del fedele che scopre in sé la vocazione a uscire dai ritmi di questo mondo per farsi pellegrino, ancora in queste spoglie mortali, del Regno dei cieli (si pensi ai racconti del laico pellegrino russo che scopre questa via al Regno nella preghiera continua). La preghiera continua ci porta dunque al centro della nostra esistenza, onde è anche detta preghiera del cuore, non da ultimo perché va recitata come una meditazione rivolta al cuore: «L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; […] perché la bocca parla dalla pienezza del cuore» (Lc 6, 45). La formula utilizzata in questa preghiera da recitarsi incessantemente, «Signore Gesù Cristo figlio di Dio abbi pietà di me peccatore», è un Credo abbreviato, dal momento che essa invoca il nome del Signore Gesù, «che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2, 9), confessa la Trinità, dal momento che il Figlio, implica il Padre e la confessione del Figlio come Signore non può darsi se non nello Spirito santo («nessuno può dire “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo» I Cor 12, 3). Essa è inoltre un’estensione dell’invocazione liturgica per eccellenza che l’assemblea dei fedeli rivolge al Signore: «Signore pietà, Kyrie eleison» ed è estensione nell’intimità personale della preghiera continua che la Chiesa offre a Dio nel ciclo dell’ufficiatura quotidiana, seguendo l’ispirazione del profeta Davide: «Sette volte al giorno io ti lodo, per le sentenze della tua giustizia» (Ps 118, 164). La preghiera incessante si configura dunque come il centro della vita spirituale del cristiano e riflesso della vita spirituale dell’intera assemblea dei credenti; essa non può mancare di esprimere la pienezza della fede e la ricchezza della vita ecclesiale, sicché possiamo dire che la preghiera incessante è triadologica, cristologica e pneumatologica, ha fondamento scritturistico e ha valenza ecclesiologica nonché liturgica.

Ma soprattutto, le generazioni di santi che ci hanno preceduto nella preghiera del cuore ci indicano che essa racchiude un frutto, una perla preziosa e luminosa, che ne costituisce il fine. Essa non è infatti una mera azione umana, che Dio accetta nei suoi cieli e ricompenserà nel tempo opportuno. No, non solo: la preghiera è anche e soprattutto azione di Dio nell’uomo, che lo trasforma fino a trasfigurarlo nella natura della luce taborica, nella quale gli apostoli hanno potuto contemplare il Cristo nella sua teofania spirituale e divina, contemplando in definitiva ciò che la natura umana è chiamata a diventare: luce. «Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 2, 14-16). La preghiera è un’azione divino-umana, è sinergia, come solo sinergica può essere la nostra Salvezza. Quando arriveremo a pregare nello Spirito Santo, sarà lo Spirito che pregherà in noi, sicché la preghiera incessante si rivelerà essere una progressiva «acquisizione dello Spirito Santo», acquisizione che è il fine di ogni cristiano, come diceva san Serafino di Sarov.

Cari fratelli e care sorelle in Cristo, la vocazione ecumenica che ci raduna questa sera, possa riconoscere nell’esortazione paolina alla preghiera incessante l’unità della fede che essa implica, unità con Dio Padre Figlio e Spirito Santo e conseguentemente unità con i nostri fratelli che nel medesimo nome pregano, che ci aiuti a guardare ai doni deificanti della preghiera non come qualcosa di già dato per acquisito al momento del nostro battesimo e della nostra professione di fede, ma come qualcosa da raggiungere nel perfezionamento della nostra vita cristiana, e, nel perseguire questo perfezionamento, guardare ai fratelli che stanno camminando verso il medesimo traguardo e con loro rivolgere le parole che profeticamente richiamano l’unità del Popolo di Dio nell’invocazione del Suo nome: «Beato il popolo che ti sa acclamare / e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto: / esulta tutto il giorno nel tuo nome, /e nella tua giustizia sarà esaltato» (Ps 88, 16-17).

Amen

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