Archive pour la catégorie 'Lettera ai Corinti – prima'

CIÒ CHE È STOLTO DINANZI A DIO, È PIÙ SAPIENTE CHE GLI UOMINI (CFR. 1 COR 2, 15)

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010206_thomas-aquinas_it.html

CIÒ CHE È STOLTO DINANZI A DIO, È PIÙ SAPIENTE CHE GLI UOMINI (CFR. 1 COR 2, 15)

DAGLI “OPUSCOLI TEOLOGICI” DI SAN TOMMASO D’AQUINO, SACERDOTE. (DE RATIONIBUS FIDEI, NELL’ED. LEONINA DI OPERA OMNIA, XL, ROMA 1969, PP. 56 SS.)

« Cristo scelse per sé genitori poveri e tut­tavia perfetti nella virtù, affinché nessuno si glori della sola nobiltà del sangue e delle ricchezze dei genitori. Condusse vita povera per insegnare a disprezzare le ricchezze. Visse in semplicità, senza ostentazione, allo scopo di tenere lontani gli uomini dalla disordinata brama degli onori. Sostenne la fatica, la fame, la sete e le afflizioni del corpo affinché gli uomini proclivi alle voluttà e delicatezze, a motivo delle asprezze di questa vita non si sottraessero all’esercizio della virtù. Infine sostenne la morte per impedire che il timore di essa facesse abbandonare a qualcuno la verità. E perché nessuno avesse paura di incorrere in una morte spregevole a causa della verità, scelse il più orribile genere di morte, cioè la morte in croce. Così dunque fu conveniente che il Figlio di Dio fatto uomo patisse la morte, per indurre col suo esempio gli uomini alla pratica della virtù, di modo che risulti vero ciò che Pietro dice: “Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio affinché ne seguiate le orme »(1 Pt 2,21).
Se infatti fosse vissuto ricco nel mondo e rivestito di potere e di qualche grande dignità, si sarebbe potuto credere che la sua dottrina e i suoi miracoli fossero accolti in forza del favore degli uomini e della potenza umana. Perciò, affinché fosse manifesta l’opera della divina potenza, scelse tutto ciò che nel mondo è vile e debole: una ma­dre povera, una vita indigente, discepoli e mes­saggeri incolti, il disprezzo e la condanna a morte da parte dei magnati della terra, onde apparisse chiaramente che l’accettazione dei suoi miracoli e della sua dottrina non erano opera di potenza umana ma divina.
A proposito di tutto questo c’è ancora un’altra cosa da tener presente. Secondo lo stesso piano provvidenziale per il quale il Figlio di Dio fatto uomo volle prendere su se stesso le debolezze umane, stabilì che anche i suoi discepoli – da lui costituiti ministri dell’umana salvezza – fossero essi pure disprezzati nel mondo. Perciò non li scelse dotti e nobili, ma senza cultura e di bassa condizione sociale, ossia poveri pescatori. E mandandoli a lavorare per l’umana salvezza, comandò loro di praticare la povertà, di accettare persecuzioni e ingiurie, e di subire anche la morte per la verità, cosicché la loro predicazione non apparisse esercitata per vantaggi terreni, e la salvezza del mondo non venisse attribuita alla sapienza e alla potenza dell’uomo, bensì soltanto a quella di Dio: per cui in essi – che secondo il giudizio del mondo sembravano spregevoli – non venne meno la potenza divina che opera cose mirabili.
Questo era necessario per l’umana salvezza, affinché gli uomini imparassero a non confidare orgogliosamente nelle proprie forze, ma solo in Dio. Infatti per la perfezione della santità umana è richiesto che l’uomo si sottometta in tutte le cose a Dio, da lui speri di poter conseguire il possesso di ogni bene e riconosca di averlo da lui ricevuto. »

Preparato dalla Pontificia Università Urbaniana,
con la collaborazione degli Istituti Missionari

SCANDALO E STOLTEZZA – (1 CORINZI 1, 22-25) [di Ravasi, credo]

http://www.cultura.va/content/cultura/it/organico/cardinale-presidente/texts/famiglia-cristiana-articoli0/scandalo-e-stoltezza-in-cristo-crocifisso.html

(questo commento è del Pontificio Consiglio per la Cultura, dovrebbe essere di Ravasi, sono in dubbio che sia copyright, comunque eccolo)

SCANDALO E STOLTEZZA – (1 CORINZI 1, 22-25)

Fratelli, mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio.
Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. (1 Corinzi 1, 22-25)

Le poche righe della Prima Lettera ai Corinzi, che la liturgia della terza domenica di Quaresima ci propone, sono tra i passi più celebri dell’epistolario paolino. Contro la tentazione – che affiorava tra i cristiani di una città greca colta come Corinto – di ridurre il cristianesimo a un sistema filosofico, di riportare la fede a una mera “gnosi”, cioè a una concezione intellettualistica, l’Apostolo propone con veemenza il cuore stesso dell’evento e dell’annunzio cristiano, la croce con Gesù crocifisso.
Il brano è tutto intessuto su una serie di contrasti. I Giudei esigono per credere i “segni”, cioè i prodigi miracolosi; i Greci optano per la “sapienza” che è ricerca razionale e argomentazione probante. Al contrario il cristianesimo presenta un Crocifisso, cioè un condannato a morte secondo il supplizio capitale riservato agli schiavi e ai terroristi di allora. I Giudei, di fronte a questo segno, reagiscono scandalizzandosi; i Greci, invece, vi ironizzano sbeffeggiandolo come una “stoltezza” insensata. Eppure quell’emblema piantato nella terra della storia è la vera “potenza” e l’autentica “sapienza”.
È ciò che scoprono tutti coloro che, infrangendo gli schemi del senso comune, si avviano sull’erta dell’esperienza cristiana, siano essi Giudei siano appartenenti ai pagani. È questa la provocazione evangelica, è questo il cuore della predicazione paolina. Si ribaltano paradossalmente le categorie umane. Infatti, la morte di Cristo così infame e misera, vero e proprio nadir infernale per la sapienza comune, si trasforma nello zenit celeste della salvezza e della gloria. Il contrasto è formalizzato dall’Apostolo in una frase di grande incisività ed efficacia: «La stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini».
Nelle note che ci ha lasciato, il teologo martire dei nazisti, Dietrich Bonhoeffer, osservava con Paolo che «Dio non ci salva per la sua onnipotenza, ma per la sua impotenza manifestata in Cristo crocifisso». La croce, divenuta segno universale di dolore e quindi significativa per tutti, anche per i non credenti, ha per i cristiani un valore ulteriore. Lo vorremmo esprimere con le parole di un nostro scrittore Ignazio Silone (1900-1978), desunte dal suo dramma L’avventura di un povero cristiano (1968).
«Se il cristianesimo viene spogliato delle sue cosiddette assurdità per renderlo gradito al mondo e adatto all’esercizio del potere, cosa ne rimane? La ragionevolezza, il buon senso, le virtù naturali esistevano già prima di Cristo e si trovano anche ora presso molti non cristiani. Che cosa ci ha portato Cristo in più? Appunto alcune apparenti assurdità. Ci ha detto: amate la povertà, amate gli umiliati e gli offesi, amate i vostri nemici, non preoccupatevi del potere, della carriera, degli onori, delle cose effimere, indegne di anime immortali».

RIFLESSIONE PAOLINA SUL CELIBATO E LA VERGINITÀ NELLA PRIMA LETTERA AI CORINTI

http://www.gliscritti.it/lbibbia/grecia2002/texts/meteore.htm

I MONASTERI DELLE METEORE E LA RIFLESSIONE PAOLINA SUL CELIBATO E LA VERGINITÀ NELLA PRIMA LETTERA AI CORINTI (MEDITAZIONE SUL TERRAZZO DEL MONASTERO DI SAN NICOLA ANAPAFSAS)

Leggiamo sempre i testi della lettera ai Tessalonicesi, ma, fin da ora, vi invito poi, come in altri luoghi, a stare in silenzio un po’. Qui in particolare, faremo il cammino della discesa tutti in silenzio, per meditare.
Tanti vengono qui solo nella confusione dei turisti, solo per scattare fotografie, ma, così, non capiranno niente di questo luogo. Il motivo per cui questo luogo è nato è quello della ricerca di Dio nel silenzio della preghiera. Qui i monaci sono venuti, secoli fa, per questo motivo, quindi, anche per noi, assaporare momenti di silenzio è l’unico modo per capire veramente l’essenza di questo posto.
Allora innanzi tutto questo: la fede cristiana – e S.Paolo usa queste parole – ha inventato delle distinzioni, che sono di un’importanza grandissima e ci aiutano a capire la vita, per parlare del tempo. S.Paolo usa tre espressioni che sono fondamentali (non le ha inventate lui, ma le usa). C’è il “kronos” che è il tempo che scorre. Noi siamo nell’anno 2002 del kronos (del tempo che scorre).
All’interno di questo tempo che va continuamente avanti c’è un altro tempo che lui chiama il “kairos”. Kairos è il “momento opportuno”, se volete la “grande occasione”. Noi usiamo questa espressione per i saldi, o i ragazzi la usano quando gli scappa una ragazza – “ogni lasciata è persa”. S.Paolo usa questa espressione. “L’occasione” è quando si incontra Cristo. Il tempo non è uguale. Il tempo scorre sempre, ma c’è un momento – S.Paolo dirà per esempio, in un’altra lettera: “Questo è il momento favorevole, lasciatevi riconciliare con Dio” – c’è un momento del tempo, della vita, del tempo che scorre in cui a un certo punto tu devi entrare nella Salvezza. E’ il treno che non devi perdere, quella cosa decisiva che apre il tempo che scorre sempre in maniera orizzontale, ma che proprio allora si apre all’incarnazione di Cristo e si apre all’Apostolo che porta Cristo nella tua vita.
La terza espressione fondamentale è la “Parusia”, una parola che dobbiamo imparare ad usare. Noi parliamo troppo poco della parusia che è la seconda venuta nella gloria di Gesù, che è il giudizio finale. Quando il tempo finisce? Non quando si esaurisce il kronos, quando ad un certo punto la Terra tornerà ad essere un globo di fuoco e morirà tutta la vita. No! Il tempo finisce quando – parusia viene dal greco e significa sia “essere presente” sia “arrivare” – viene Cristo nella gloria. E’ la venuta – o la presenza rivelata pienamente – di Cristo. Allora la presenza monastica – ma ogni cristiano deve avere nella memoria e nella vita questo – è la presenza che ricorda sempre ai cristiani da un lato che oggi è il tempo della Salvezza, dall’altro che questa terra è destinata a finire. E non semplicemente perché viene consumata dal kronos, dal tempo, ma perché Cristo la verrà a rinnovare completamente e tutto ciò che non ha a che fare con Cristo verrà eliminato e tutto ciò che ha a che fare con Lui resterà. Allora è per questo ricordo della venuta ultima, delle nozze escatologiche, che nasce il monachesimo.
Sapete, molti non usano più la parola “escatologia”, ma è importantissima. Escatologico è il discorso sugli ultimi tempi. Il cuore degli ultimi tempi è la venuta di Gesù. E’ uno dei temi tabù. Molti cristiani non lo dicono, ma, tragicamente, non credono nella vita eterna, non credono nel paradiso, e così distruggono anche la loro fede. La vita viene allora giudicata solo in base a quello che uno fa o non fa, a quello che uno costruisce o non costruisce. Invece è fondamentale nel Cristianesimo, è al cuore della vita, la seconda venuta di Cristo. E’ unica, nei suoi molti aspetti: da la Resurrezione, la vita eterna, il perdono, la comunione con il Padre.
Allora S.Paolo ha questo orizzonte ampio del tempo, mentre l’uomo non cristiano vede solo il kronos, vede solo le giornate che sempre uguali oppure sempre diverse, si ripetono, vanno avanti in una linea senza mai nessun dialogo, nessuna relazione decisiva con la venuta del Cristo. Il monaco orientale e occidentale, il celibe o la vergine, è colui che non vive il matrimonio, non tanto per essere più pronto per gli altri – non è questa la cosa più importante – ma soprattutto per essere un segno per gli altri che invece sono sposati, che c’è la vita eterna, che c’è una vita in cui quello che si fa in questa terra avrà un valore diverso, avrà una trasfigurazione.
Allora nella prima lettera ai Tessalonicesi – sapete bene che esistono due lettere ai Tessalonicesi; ieri abbiamo cominciato a leggere la prima, lo scritto più antico di tutto il Nuovo Testamento, perché è inviata un anno prima che Paolo arrivi ad incontrare Gallione, come vedremo – al cap. 4, 6 troviamo:

Non vogliamo poi lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui. Questo vi diciamo sulla parola del Signore: noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.

La prima cosa – notate il testo com’è preciso – è: “Perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza”. Qui c’è questa divisione netta – noi, gli altri – non per cattiveria, ma perché è la realtà, la verità della fede. Ci sono persone che non hanno speranza. Noi piangiamo, c’è la nostalgia, però non siamo totalmente afflitti, perché abbiamo la speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e resuscitato. Il testo continua: “Al suono della tromba di Dio, Gesù verrà”. E’ la Parusia – si usa proprio questa parola, la parusia di Gesù. Poi si dice anche: “Non pensate che voi che siete vivi siete meglio degli altri che sono già morti, perché tutti quanti il Signore richiamerà alla vita”. Allora non è che mio nonno è da meno di me perché io sono ancora vivo, ma la venuta del Signore è per lui e per me e per quelli che verranno dopo di me. E’ la stessa realtà di vita eterna che si apre quando il Signore tornerà. “Confortatevi a vicenda con queste parole”.
Subito dopo Paolo, come già Gesù ha insegnato, continua proprio perché non si sa quando questa attesa si compirà e c’è allora l’attenzione al kairos, al momento presente, all’occasione della salvezza oggi:

Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore. E quando si dirà: “Pace e sicurezza”, allora d’improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobrii.
Quelli che dormono, infatti, dormono di notte; e quelli che si ubriacano, sono ubriachi di notte. Noi invece, che siamo del giorno, dobbiamo essere sobrii, rivestiti con la corazza della fede e della carità e avendo come elmo la speranza della salvezza. Poiché Dio non ci ha destinati alla sua collera ma all’acquisto della salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi, perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. Perciò confortatevi a vicenda edificandovi gli uni e gli altri, come già fate.

Questa venuta del Signore, questo ritorno che può avvenire anche fra un momento – noi non lo sappiamo – è come le doglie di una donna. A quei tempi non c’erano neanche le ecografie e anche adesso, se non c’è un cesareo non è una cosa che tu puoi dire con sicurezza: “Avverrà in questo giorno”. E così è certo che quel bambino nascerà. E’ certo che nascerà, ma quando nascerà, questo la persona non può che attenderlo. Non dipende da lui, ma dipende da un altro, dipende dal Signore stesso. Noi abbiamo, notate già la triade che è molto forte, la fede, la speranza e la carità. Si dice qual è l’armamento del cristiano, la corazza della fede e della carità, l’elmo della speranza della Salvezza. Siccome poi alcune persone avevano interpretato questa lettera come se S.Paolo fosse sicuro che Cristo sarebbe arrivato proprio fra pochissimo, abbiamo la seconda lettera ai Tessalonicesi. Non è proprio sicuro che l’abbia scritta S.Paolo, perché ci sono molte parole uguali, che sembrano delle vere e proprie copiature dello stile paolino ed allora qualcuno dice che potrebbe essere stata scritta da un suo discepolo che ha preso le sue parole e le ha inserite poi in un messaggio comunque paolino. Come sapete ci sono alcuni testi che sono sicuramente autentici, altri che sono della tradizione paolina, ma non proprio della mano di S:Paolo. Tutti sono comunque “di origine apostolica” (come dice la Dei Verbum) ed ispirati da Dio.
S.Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi sottolinea che non è detto che la parousia arrivi subito. Leggiamo 2 Tessalonicesi, al capitolo 2:

Ora vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e alla nostra riunione con lui, di non lasciarvi così facilmente confondere e turbare, né da pretese ispirazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente. Nessuno vi inganni in alcun modo!

E poi continua e spiegherà. Paolo comincia dicendo che non è sicuro dell’immediatezza di questa venuta. Lui è sicuro della parousia, ma il fatto che non si sappia il tempo vuol dire che può essere immediata come no. Evidentemente circolavano a quel tempo degli scritti fatti passare a nome di Paolo, come se la parousia fosse una cosa che doveva proprio avvenire da un giorno all’altro. La lettera ai Tessalonicesi – leggiamo l’ultima parte, da 3, 6 – spiega che, per questo, la gente non deve usare l’attesa della vita eterna per non fare niente, per vivere nell’ozio e nella pigrizia. E’ un testo molto divertente questo.

Vi ordiniamo pertanto, fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi. Sapete infatti come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace. Voi, fratelli, non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene. Se qualcuno non obbedisce a quando diciamo per lettera, prendete nota di lui e interrompete i rapporti, perché si vergogni; non trattatelo però come un nemico, ma ammonitelo come un fratello.

Qui c’è l’invito a non vivere disordinatamente, senza fare nulla. Mi ricordo che, nel gruppo giovanile della parrocchia dei SS.Protomartiri usavamo questo passo per prendere in giro un ragazzo. Il nostro vice-parroco ci fece notare che era un segno che tutti cominciavamo a conoscere la Bibbia, perché la usavamo anche per scherzare, citando frasi ormai note a tutti. C’era un ragazzo che era sempre agitato e allora dicevamo che c’era una versione di questo testo di S:Paolo – appunto “Sentiamo dire che alcuni vivono disordinatamente, in continua agitazione, senza fare nulla” – che terminava con le parole: “Li esortiamo: prendi il bibitone”, cioé un litro di camomilla per calmarsi!
Allora questo è un testo che appunto dice questa importanza, nell’attesa, di vivere bene il momento presente.
L’ultimo brano che leggiamo qui è un testo importantissimo, scritto alla comunità di Corinto, dove andremo poi. Ma, probabilmente, queste due lettere sono state lette poi anche a Tessalonica, da dove veniamo. Nella I lettera ai Corinzi al cap. 7 c’è il famoso brano in cui S.Paolo spiega il valore della verginità e del celibato nella Chiesa e nella sua diversificazione e complementarietà rispetto al matrimonio. Possiamo avere nella mente, commentandolo, quello che Gesù aveva detto del celibato e della verginità: “Vi sono alcuni che si fanno eunuchi per il Regno di Dio”. E’ un brano importantissimo questo di 1Corinzi 7, proprio per comprendere il senso di quelle parole del Signore che aveva proposto agli uomini una parola sorprendentemente diversa – almeno apparentemente – dalle parole di Dio nella Genesi: “Non è bene che l’uomo sia solo”.
Quanto poi alle cose di cui mi avete scritto, è cosa buona per l’uomo non toccare donna; tuttavia, per il pericolo dell’incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito. Il marito compia il suo dovere verso la moglie; ugualmente anche la moglie verso il marito. La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è arbitro del proprio corpo, ma lo è la moglie. Non astenetevi tra voi se non di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perché satana non vi tenti nei momenti di passione. Questo però vi dico per concessione, non per comando. Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro.
Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io; ma se non sanno vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere.
Agli sposati poi ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito – e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito – e il marito non ripudi la moglie.
Agli altri dico io, non il Signore: se un nostro fratello ha la moglie non credente e questa consente a rimanere con lui, non la ripudi; e una donna che abbia il marito non credente, se questi consente a rimanere con lei, non lo ripudi: perché il marito non credente viene reso santo dalla moglie credente e la moglie non credente viene resa santa dal marito credente; altrimenti i vostri figli sarebbero impuri, mentre invece sono santi. Ma se il non credente vuol separarsi, si separi; in queste circostanze il fratello o la sorella non sono soggetti a servitù: Dio vi ha chiamati alla pace! E che sai tu, donna, se salverai il marito? O che ne sai tu, uomo, se salverai la moglie? Fuori di questi casi, ciascuno continui a vivere secondo la condizione che gli ha assegnato il Signore, così come Dio lo ha chiamato; così dispongo in tutte le chiese. Qualcuno è stato chiamato quando era circonciso? Non lo nasconda! E’ stato chiamato quando non era ancora circonciso? Non si faccia circoncidere! La circoncisione non conta nulla, e la non circoncisione non conta nulla; conta invece l’osservanza dei comandamenti di Dio. Ciascuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato. Sei stato chiamato da schiavo? Non ti preoccupare; ma anche se puoi diventare libero, profitta piuttosto della tua condizione! Perché lo schiavo che è stato chiamato nel Signore, è un liberto affrancato del Signore! Similmente chi è stato chiamato da libero, è schiavo di Cristo. Siete stati comprati a caro prezzo: non fatevi schiavi degli uomini! Ciascuno, fratelli, rimanga davanti a Dio in quella condizione in cui era quando è stato chiamato.
Quanto alle vergini io non ho alcun comando dal Signore, ma do un consiglio, come uno che ha ottenuto misericordia dal Signore e merita fiducia. Penso dunque che sia bene per l’uomo, a causa della presente necessità, di rimanere così. Ti trovi legato a una donna? Non cercare di scioglierti. Sei sciolto da donna? Non andare a cercarla. Però se ti sposi non fai peccato; e se la giovane prende marito, non fa peccato. Tuttavia costoro avranno tribolazioni nella carne, e io vorrei risparmiarvele.
Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo! Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni.
Se però qualcuno ritiene di non regolarsi convenientemente nei riguardi della sua vergine, qualora essa sia oltre il fiore dell’età, e conviene che accada così, faccia ciò che vuole: non pecca. Si sposino pure! Chi invece è fermamente deciso in cuor suo, non avendo nessuna necessità, ma è arbitro della propria volontà, ed ha deliberato in cuor suo di conservare la sua vergine, fa bene. In conclusione, colui che sposa la sua vergine fa bene e chi non la sposa fa meglio.
La moglie è vincolata per tutto il tempo in cui vive il marito; ma se il marito muore è libera di sposare chi vuole, purché ciò che avvenga nel Signore. Ma se rimane così, a mio parere è meglio; credo infatti di avere anch’io lo Spirito di Dio.
Notiamo solo alcuni aspetti. Servirebbe una lunga discussione per approfondire tutto, ma ci sono alcune cose che sono subito chiarissime e che sono di un’importanza capitale. Paolo innanzi tutto affronta alcune cose concrete – ed ha il coraggio di farlo, a differenza del tempo presente! – ma poi arriva, al culmine del brano, a parlare del monachesimo appunto, della vita che si conduce qui alle Meteore, come in ogni altro luogo dove vivono vergini e celibi cristiani.
Per quel che riguarda i punti concreti cui accennavo, vedete che parla delle vedove, per esempio, di cui non si parla mai. Lui dice che la vedova può essere vergine anche lei. Sapete che molte delle monache erano in realtà sposate prima, come S.Melania. Ma, da quel momento in poi, dal momento della morte del marito, scelgono di vivere la loro vita come una presenza di dono a Dio, come un segno di vita eterna. Non è sprecata la vita di una vedova perché è un annunzio fondamentale! Nel nostro mondo sembra che una persona vedova non abbia niente da fare, non abbia alcuna testimonianza da dare. S. Paolo dice: “Manco per niente!” E’ una cosa fondamentale, è un annunzio grandissimo che viene portato.
Parla anche del famoso “privilegio paolino” (così lo chiamerà poi il diritto canonico). Cosa fare se uno è sposato con una persona che non crede o addirittura si oppone alla fede. Paolo dice: “Qui è il mio consiglio, non è legge del Signore”. Il diritto canonico darà la possibilità, se una persona viene ostacolata nella sua fede e nell’educazione dei figli, e se è chiaro che era in aperta opposizione alla fede dall’inizio del matrimonio e prima ancora di sposarsi, di dichiarare nullo il matrimonio, di fare un altro matrimonio perché la persona viene impedita dalla sua relazione a vivere realmente la fede. E’ molto realista Paolo, è una persona estremamente concreta, attenta a questi casi veramente reali che accadono. Quante donne – io le chiamo scherzando le “crocerossine” – si sposano volendo essere madri, più che compagne dei loro mariti e si illudono di cambiarli, di salvarli dai loro vizi e macelli e scoprono, dopo poco dall’inizio del matrimonio, che l’altro resterà esattamente com’era prima. A loro Paolo dice: “E che ne sai tu , donna, se salverai il marito?”. E’ un invito all’attenzione, alla lucidità nell’amore. Lo ripetiamo: l’amore non è cieco, ci vede benissimo. Sono l’innamoramento o la superficialità o l’illusione ad essere ciechi.
Ma il grande annuncio paolino è che esiste una dignità altissima: quella dello stato del vergine e del celibe che è “più perfetto” dello stato dello sposato perché anticipa già in questa terra quello che poi tutti vivranno, in qualche modo, nel mistero del Paradiso.
La Chiesa proclamerà nel Concilio di Trento, con un pronunciamento magisteriale, che appunto lo stato del matrimonio e quello del celibato e della verginità cristiana non sono uguali oggettivamente: “Se qualcuno dirà che il matrimonio è da preferirsi alla verginità o al celibato e che non è cosa migliore e più felice rimanere nella verginità e nel celibato che unirsi in matrimonio, sia anatema (Sessione XIV, canone 10 sul sacramento del matrimonio).
Questo resta vero anche se ognuno ha, a livello soggettivo, la sua vocazione e non può seguire quella di un altro, ma la sua perfezione personale è quella della sua vocazione.
Per questo i monaci – monaco, sapete, vuol dire “monos”, solo, non sposato – vivono questo dono come un segno per tutti quanti gli altri. Qui l’affermazione paolina più importante – nonostante ci dica anche, notate bene, lo abbiamo visto prima, che bisogna lavorare, che se uno arde è meglio che si sposi e stia tranquillo, lo faccia tranquillamente – è che, in fondo, le cose che noi viviamo non sono così importanti. Noi diamo loro troppa importanza. Notate bene, Paolo non si unisce a coloro che le disprezzano – S. Paolo dirà anche che chi disprezza il matrimonio, la carne, il mangiare, il cibo, non ha capito niente – ma, lo stesso, ci dice che il rischio è che noi diamo troppa importanza a questo tempo che passa. Dice: “Sei circonciso, non sei circonciso; ma ti rendi conto che non conta nulla? La cosa fondamentale, quella che conta, è se sei in Cristo o se non sei in Cristo”. Questo può avvenire sia che tu sia sposato, sia che non sia sposato. Però conclude: “Il tempo si è fatto breve”. Letteralmente è un’espressione greca molto bella: “Il tempo ha ammainato le vele”, cioè è come una barca che ormai ammaina le vele per entrare in porto. Il tempo, il kronos, è quasi arrivato alla parusia, la cosa più importante. Il kairos, l’evento di Cristo, è avvenuto, stiamo per arrivare alla fine. Allora, chi piange, pianga ma si renda conto che in fondo è più importante un’altra cosa. Chi gode, goda, chi ha moglie, se la tenga, chi non ha moglie, non la prenda, perché passa la scena di questo mondo. Ripeto, passa non perché non è importante – come dicono i manichei – ma passa perché c’è un’altra realtà più importante, che la giudica e la salva. Un posto come le Meteore, come qualsiasi monastero del mondo, è la vita concreta in mezzo a noi, è la testimonianza di questo fatto: c’è qualcuno in mezzo a noi che dice “Cristo tornerà”, il Figlio dell’Uomo tornerà, grazie a Dio, e la vita sarà diversa, sarà rinnovata, sarà nella piena comunione con Lui e questo è il cuore di tutta quanta la vita del mondo.
Si diviene celibi, nella Chiesa, non tanto per essere più disponibili per gli altri, ma soprattutto per amore di Cristo, come segno dell’attesa della sua venuta. Ecco perché il celibato è così diverso dall’essere “single” – scherzando dico sempre che uno “scapolo” non è un “celibe” ed una “zitella” non è una “vergine” – poiché nasce da una vocazione a testimoniare che la parousia è alle porte, poiché il tempo è compiuto ed il Signore è arrivato e presto tornerà. Ed il suo amore basterà!
Dobbiamo sempre tornare ad annunciare questo, tanto più in un tempo che sembra dire sempre e solo che l’unico amore che esiste è quello fra un fidanzato e la sua ragazza e che ti illude facendoti credere che questo ti basterà e che questa è l’unica vera attesa della vita. La Santa Madre Chiesa, con la presenza dei celibi e delle vergini, continua a rispondere alla domanda superficiale del perché i preti ed i monaci non si sposano, con la domanda: “Come è possibile che l’uomo continui a non cercare l’amore di Dio e l’amore di ogni fratello, che solo basta?”

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 23 février, 2015 |Pas de commentaires »

COMMENTAIRES DE MARIE NOËLLE THABUT, 8 FÉVRIER: HAI RICEVUTO GRATIS, DAI GRATUITAMENTE

http://www.eglise.catholique.fr/approfondir-sa-foi/la-celebration-de-la-foi/le-dimanche-jour-du-seigneur/commentaires-de-marie-noelle-thabut/

COMMENTAIRES DE MARIE NOËLLE THABUT, 8 FÉVRIER

HAI RICEVUTO GRATIS, DAI GRATUITAMENTE

(traduzione Google da francese, come sempre non è perfetta, ma vale la pena leggerla ugualmente)

Appare in diverse lettere di San Paolo che è un’opera gloriosa delle sue mani per non essere finanziariamente dipendente della comunità cristiana. Sembra che nella Chiesa di Corinto, alcuni dei suoi avversari hanno trovato in questo comportamento un argomento contro di lui:
poiché Paolo non usa il suo diritto di essere pagato è che vuole uscire di controllo. È veramente l’apostolo dice di essere?
Paolo presenta qui le ragioni del suo comportamento. Se egli si mostra disinteressato punto è che noi sappiamo bene che « non tira per lui »; non considera l’annuncio della Buona Novella, come l’esercizio di una professione che avrebbe potuto trarre qualche beneficio di sorta, ma il compimento della missione a lui affidata. E ‘ »business governo » ed è questo che lo rende libero.
« Io predico il Vangelo, è una necessità che si impone su di me »: Paolo non ha scelto di annunciare il Vangelo, è ben noto; non era previsto nel programma, si potrebbe dire! Era un Ebreo devoto, colto, un fariseo: così fervente che iniziò perseguitando la nuova setta di cristiani. E la sua conversione imprevedibile cambiato tutto; Ora, ha messo il suo temperamento passionale per servire il Vangelo. Per lui, la predicazione è una funzione che è stato imposto nel corso della sua vocazione se, a suo parere, non poteva essere cristiani senza essere apostolo. Egli sa che se fosse stato chiamato da Dio è per il servizio degli altri.
(Ciò che egli chiama « pagano », dice nella lettera ai Galati: « … Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, ha pensato bene di rivelare il suo Figlio in me in modo che io possa lui predicare tra i pagani … « Gal 1, 15).
Come non pensare alla vocazione di alcuni profeti; Amos, per esempio: « Non era un profeta, non ero il figlio di un profeta, ero mandriano, ho trattato i sicomori; ma il Signore mi prese di dietro al bestiame e il Signore mi disse: Va ‘, profetizza al mio popolo Israele. « (Am 7, 14). Oppure Geremia: « La parola del Signore mi parlò: Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo; prima di andare fuori dalla sua pancia, ti avevo consacrato; Io sto facendo un profeta delle nazioni. (Ger 1: 4-5).
Un profeta, per ipotesi, è sempre un uomo per gli altri. Nel Vangelo di Marco, si legge nella stessa liturgia, Gesù disse che è per la buona notizia come è arrivata.
Questo senso di responsabilità ha detto Paul molto forte frase che può sorprendere noi, « Guai a me se non predicassi il Vangelo! « Questo non significa che ha paura di qualsiasi punizione o si sente una minaccia esterna nel caso in cui non adempie la sua missione; ma qualcosa come « se non predicassi il Vangelo, sarei il più miserabile degli uomini »: questa nuova passione per il Vangelo è diventata una seconda natura. Perché questa scoperta ha fatto brucia condividerlo.
E ‘la sua gioia e la sua ricompensa: è sufficiente sapere che egli ha compiuto la sua missione. Paolo non è un predicatore itinerante che vende i suoi talenti oratorie facendo conferenze pagate qua e là; è di turno: « E ‘una necessità che si impone su di me … io non lo faccio io, io sto eseguendo l’accusa che Dio mi ha affidato. »
Quest’ultima espressione è che abbiamo impiegato per gli schiavi; così che potremmo riassumere i versi 17-18: se avessi scelto questa professione me, avrei pagato come qualsiasi altra attività; ma in realtà, sono diventato lo schiavo di Dio, e uno schiavo non viene pagato, come tutti sanno!
Ma ancora la mia ricompensa è grande, perché è un grande onore e un grande piacere di annunciare il Vangelo: Traduci « Non ricevere alcun salario, che è il mio stipendio »; questo apparente paradosso è la meravigliosa esperienza quotidiana di tutti i servitori del Vangelo. Perché libera è l’unico piano che è coerente con il discorso sul libero amore di Dio. Naturalmente, si deve vivere e fare una vita; Ma Paolo disse forte qui che la predicazione del Vangelo è un carico, una missione, una vocazione, non una professione. Eseguendo con tutto il cuore il compito imposto su di lui, l’apostolo è stato premiato con la gioia di donare: in questo è simile a quello che ha annunciato.

LE ESIGENZE DELLA VITA FRATERNA
Questa predicazione è non solo parole, ma anche un comportamento: « ho condiviso la debolezza dei deboli, per guadagnare i deboli »; che tipo di debolezza sta parlando? Lasciatemi spiegare questa frase riflette il contesto in cui Paolo scrisse ai membri della comunità di Corinto non hanno avuto tutti lo stesso percorso, come si suol dire. Alcuni sono ex ebrei divennero cristiani, come Paul; ma gli altri sono ex non ebrei; Non erano, però, pagano, in senso stretto; hanno avuto una religione, divinità, riti … Il loro battesimo e l’ingresso nella comunità cristiana hanno imposto i loro cambiamenti a volte radicali nelle abitudini. Ad esempio, nella loro vecchia religione, hanno offerto sacrifici ai loro idoli e poi mangiato la carne degli animali sacrificati, in una sorta di pasto sacro. Aderendo alla fede cristiana, ovviamente abbandonato la pratica: è noto che l’ingresso nel catecumenato imposto requisiti molto rigorosi.
Ma può succedere a loro di essere invitato da parenti o amici dei pagani.
Ad esempio, uno trovato inviti a un ricevimento in un tempio a Corinto, in cui si afferma: « Anthony, figlio di Tolomeo, vi invita a cenare con lui al tavolo del Signore Serapide (uno dei molte divinità di Corinto), nei locali della Sarapeion Claude … « dopo il giorno e l’ora.
Quando uno è un corso della sua fede cristiana (Paolo dice « forte ») non c’era nessun caso di coscienza per accettare tali inviti: Poiché non esistono gli idoli, si può ben sacrificare loro tutti gli animali che noi, questi sacrifici sono prive di significato e così questi pasti non sono una bestemmia contro il Dio dei cristiani. Un corso della sua fede cristiana è abbastanza libero di farlo. E preferisce non fare del male alla sua famiglia e gli amici rifiutando un invito.
Ma ci sono meno sicuri di loro cristiani, che Paolo chiama i deboli: sanno, inoltre, che gli idoli sono niente … ma il problema ancora * disturbo; dovrebbe né offendere né incoraggiarli a rientrare nelle loro vecchie pratiche. La massima sarà quindi sempre attenti a rispettare i più deboli. Questo è l’ABC della vera vita fraterna.
—————-
nota
Da un lato, essi possono essere scioccato nel vedere alcuni cristiani frequentano questi banchetti. D’altra parte, se seguono questo esempio, possono poi vivere in una tremenda colpa. Paolo poi raccomanda prudenza a coloro che non hanno di questi scrupoli: «Guardate che questa libertà, che è tuo diventa un inciampo per i deboli. Infatti, se vediamo te, che hai conoscenza, seduto in un tempio idolo, questo spettacolo potrebbe spingere uno la cui coscienza è debole di mangiare carne sacrificata a lui come … « (1 Cor 8: 9-10 ). E conclude: « Se un alimento deve scendere mio fratello, io rinuncio per sempre a mangiare carne, piuttosto che cadere mio fratello » (1 Cor 8: 13). Qui dice la stessa cosa in altre parole: « ho condiviso la debolezza dei più bassi per quanto vincere i deboli. »

complemento
Nei capitoli 14 e 15 della lettera ai Romani, Paolo prende lo stesso tema: « Il regno di Dio non è cibo o bevande; ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo … Vediamo quindi perseguire ciò che è diritto alla pace e alla reciproca edificazione … Tutto è puro, vero, ma è sbagliato mangiare qualcosa quando si è inciampare bene … e ‘un dovere per noi, forte, indossare la debolezza dei deboli e non cercare di piacere a noi stessi « (Rm 14: 17-20; 15: 1).

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 6 février, 2015 |Pas de commentaires »

QUELLI CHE NON SI SPOSANO (il passo è successivo al testo di domenica…

http://www.oratoriopaullo.it/2014/03/12/quelli-che-non-si-sposano/

QUELLI CHE NON SI SPOSANO (il passo è successivo al testo di domenica…

…ma non mi piaceva nessun altro commento che ho trovato)

Categories: Bibbia

Dalla prima lettera ai Corinti (1Cor 7,32-40)

Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni. Se però qualcuno ritiene di non regolarsi convenientemente nei riguardi della sua vergine, qualora essa sia oltre il fiore dell’età, e conviene che accada così, faccia ciò che vuole: non pecca. Si sposino pure! Chi invece è fermamente deciso in cuor suo, non avendo nessuna necessità, ma è arbitro della propria volontà, ed ha deliberato in cuor suo di conservare la sua vergine, fa bene. In conclusione, colui che sposa la sua vergine fa bene e chi non la sposa fa meglio. La moglie è vincolata per tutto il tempo in cui vive il marito; ma se il marito muore è libera di sposare chi vuole, purché ciò avvenga nel Signore. Ma se rimane così, a mio parere è meglio; credo infatti di avere anch’io lo Spirito di Dio.
Commento
Ultimo brano dove Paolo mette a confronto due stati di vita: quello matrimoniale con quello dell’uomo libero. L’esordio è improntato a serenità: “Vorrei vedervi senza preoccupazioni”. C’era bisogno di parole così distensive. Probabilmente a Corinto qualcuno si arrovellava oltre misura, incerto sulla strada da imboccare per il suo futuro; se cioè metter su famiglia o consacrasi totalmente a Dio. Davanti a interrogativi così impellenti, Paolo invita tutti quanti alla calma. Come visto in precedenza, alla fine, nell’esistenza cristiana, ciò che conta veramente è essere di Cristo Gesù. Tutto il resto, invece, è solo un dettaglio, una sottigliezza, un’inezia. Essere sposati o essere celibi non è la questione prioritaria nella vita di nessuno. Ciò che conta è aver conosciuto Dio, e amare. Tutto il resto, invece, è secondario.
Se dunque dalla penna di Paolo – come vedremo tra poco – stillerà qualche goccia d’inchiostro in decisa simpatia nei confronti del celibato, questo non significa che il matrimonio sia una cosa da rigettare, o da buttare via. Matrimonio e celibato non si pongono in alternativa da un punto di vista morale, dove una scelta è giusta e l’altra sbagliata. Semmai vanno confrontati come opportunità, ugualmente apprezzabili. Si tratta insomma di due modi stupendi di realizzare la vocazione cristiana all’amore. Anche se è bene non essere ingenui, e capire che si tratta di strade molto diverse una
dall’altra.
Per comprendere questo brano, dobbiamo anzitutto identificare le persone cui Paolo si sta rivolgendo. Probabilmente non si tratta di corinzi in genere, ma di una particolare categoria di cristiani: vale a dire i fidanzati di cui abbiamo già parlato, che si erano rivolti a lui, per avere una delucidazione circa il comportamento da tenere. Come sappiamo alcuni giovani corinzi avevano scritto all’apostolo, trepidanti e ansiosi, incerti sul da farsi: le loro promesse spose erano seriamente tentate di abbracciare una vita di castità. La notizia deve essere esplosa all’interno di qualche litigio tra fidanzati in maniera non proprio tranquilla. In più, aggiungiamo: ci doveva essere stata qualche contaminazione di senso inverso. Perché l’attrattiva dell’ideale verginale non doveva aver avvinto solo le giovani di Corinto, ma anche diversi maschi. Dunque, nella capitale dell’Acaia, tutti quanti sono in ricerca vocazionale, e si domandano per quale strada debbano mai servire il Signore. Metto su famiglia, o mi dedico interamente al servizio del vangelo?
Da questi interrogativi posti all’apostolo ricaviamo un ritratto decisamente positivo dei giovani di Corinto. Si tratta di ragazzi raffinati, potremmo dire aristocratici, che non volevano sprecare la propria vita bruciandola sull’altare di qualche ideale spento. Tutti a far progetti per costruire al meglio il futuro: lavoro, gli studi, la famiglia, il volontariato. Intorno ai vent’anni si è sempre un po’ idealisti. Ma tra tutti questi progetti, uno risultava indubbiamente prioritario, quasi a far da cornice di tutto: piacere al Signore. I giovani di Corinto si portavano in cuore questo pungolo, questo desiderio: che la loro vita non fosse vuota, che non fosse consumata all’idolo della carriera e del potere sociale, ma fosse in qualche misura consacrata all’eterno. In questo panorama si inquadra quella domanda che fuoriesce sottilmente da questi versetti. Che cosa devo dunque fare nel mio futuro? La risposta è chiara: devo piacere al Signore. Ma qualcuno insiste: qual è la migliore via per piacere a Dio? Meglio che mi sposi, o cerchi di servire Dio in una vita totalmente consacrata a Lui?
È significativo notare come Paolo, davanti a questi interrogativi che qualcuno viveva con una certa dose di ansia, provvede anzitutto a rovesciare un bel secchio d’acqua sul fuoco. Già lo aveva fatto qualche versetto prima, spiegando a chiare lettere che, se una persona non fosse riuscita a mantenere il proposito dell’astinenza, allora si poteva benissimo sposare: il matrimonio non è peccato. Con buona pace di certi spirituali estremisti l’apostolo non coltiva una visione negativa dell’amore coniugale, visione che invece era presente in alcune sacche della cultura greca, e che sarà ricorrente in certe teste un po’ troppo calde, normalmente condannate dalla Chiesa. Che piaccia o no, dalle lettere di san Paolo non emerge una visione del matrimonio come “rimedio della nostra concupiscenza”. È invece un sacramento, un luogo dove, attraverso l’amore degli sposi, Dio si rende presente. Non dice forse Paolo, in un brano della lettera agli Efesini, spesso scelto nella liturgia di chi si sposa, che i mariti devono amare le loro mogli come Cristo amò la Chiesa?
Una volta messo al sicuro questo dato, Paolo si addentra nella questione, ponendo a confronto lo stato matrimoniale con quello celibatario. Ribadiamo: non si tratta di valutazioni morali, come per discernere ciò che è giusto, rifiutando invece ciò che è male. Le sue argomentazioni sono realiste, di natura prudenziale.
Chiaro che il matrimonio non è una scelta sbagliata, afferma l’apostolo. Lo sposato, però, deve mettere in conto una serie di preoccupazioni che appesantiranno la sua vita. Non potrà vivere quella forma di libertà che normalmente c’è nella vita di chi si consacra a Dio. L’apostolo lascia parlare i fatti.
Lo sposato giocoforza dovrà preoccuparsi di accumulare beni, per consegnare ai propri figli un futuro sicuro: difficile per lui abbracciare una povertà volontaria. Dovrà poi curare il rapporto di coppia, sforzandosi di piacere al proprio coniuge. Il tipo di vita che conduce, effettivamente qualche volta lo porterà ad essere distratto, dissipato. I miei amici sposati mi parlano con un po’ di nostalgia del tempo in cui vivevano ancora da celibi in oratorio, e c’era tempo per tutto: per i ritiri di preghiera, per le esperienze culturali, per la lectio divina, per la coltivazione della propria persona, per l’università, per le gite all’estero, per i servizi di volontariato. L’impressione di avere un progetto nitido in testa, e tanta energia in corpo. Poi ci si sposa, e vengono i doveri di famiglia. E allora, come all’improvviso, sembra non esserci più tempo per niente. Terminate le fatiche del lavoro, ci attendono altre incombenze, spesso più faticose delle prime: l’attenzione per i figli, le bollette da pagare, il tono di voce da alzare con l’adolescente che ha sbattuto la porta della sua camera, la casa da riassettare, un rapporto di coppia da tenere sempre vivo. Una signora mi confessava: non ho mai detto parolacce, ma da quando ho i figli… C’è una barzelletta simpatica che di solito non si racconta ai fidanzati. Suona così: sapete quando Gesù ha istituito il sacramento del matrimonio? Risposta: sulla croce, quando disse “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. La vita di una famiglia presenta dunque elementi di durezza che da giovani un po’ s’immaginano, ma che forse non si colgono proprio del tutto.
Il celibe, invece, allarga spazi di vuoto nella sua esistenza, che sono riempiti da Dio. Ha un’unica preoccupazione: quella di piacere al Signore. I tempi della preghiera, della riflessione, della crescita personale sono particolarmente presenti nella scaletta della sua giornata. È interessante notare come Paolo non qualifichi la scelta celibataria partendo da un’assenza (non avere una famiglia propria), ma da una risorsa. Se giocata bene, se non è sentita come una condanna, la scelta celibataria è l’occasione per coltivare maggiormente se stessi, per avere un dialogo più stretto con Dio, un luogo per essere più disponibili ai bisogni dei poveri. In questo senso è un’opportunità.
Questa dunque la situazione. Dalle parole di Paolo si evince come fosse simpatizzante per la scelta celibataria, che d’altra parte era lo stato di vita che aveva abbracciato lui stesso. Lo considera uno spazio dove una persona può consacrasi più facilmente al Signore. Ma le motivazioni che adduce alla sua tesi non sono di ordine morale, come se il matrimonio fosse una cosa impura, o una via di minor santità. Semmai di ordine prudenziale: la scelta di una via che favorisce maggior vantaggio.
Sarebbe interessante leggere questo brano di san Paolo ponendolo in sinossi con un testo di un filosofo stoico praticamente coevo: Epitteto. Il filosofo, pur non essendo cristiano, dice praticamente le stesse cose: raccomanda di vivere senza distrazioni, consacrandosi completamente al servizio di Dio. Suggerisce di non contrarre relazioni che alla fine si trasformano in impedimenti: il filosofo deve invece restare libero. Non si fa una sua famiglia, perché tutti gli uomini e le donne di questo mondo sono la sua famiglia. Il filosofo sceglie la forma celibataria per non avere alcuno possesso ed essere libero per tutti.
Chiaramente c’è una certa diversità tra il pensiero del filosofo greco e il brano della 1Cor che abbiamo letto. Un conto è la vocazione di un sapiente che si mette a servizio di Zeus, un altro conto quella di un credente che si dedica a Gesù e al suo regno. Ma il parallelismo ci aiuta a capire che il celibato non è un valore solo cristiano, che è presente nella cultura e nel pensiero di tanti uomini passati per questo mondo, e che non deve essere letto in maniera puramente negativa, come se si trattasse di una forma di vita abbracciata da persone represse o infelici.
L’ultima battuta di questo brano riguarda il caso della vedovanza. Non ci addentriamo in essa, perché ormai la traiettoria del pensiero di Paolo è ormai delineata.

COSA SIGNIFICA CHE DOBBIAMO VANTARCI DELLE NOSTRE DEBOLEZZE?

http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Cosa-significa-che-dobbiamo-vantarci-delle-nostre-debolezze

COSA SIGNIFICA CHE DOBBIAMO VANTARCI DELLE NOSTRE DEBOLEZZE?

Un lettore ci chiede cosa voglia dire San Paolo con l’espressione «vantarsi delle sue debolezze». Risponde don Stefano Tarocchi, Preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale

Nella seconda lettera ai Corinzi San Paolo dice di vantarsi delle sue debolezze, in quanto necessarie per avere la grazia di Dio. Questo vale anche per i peccati? Non dobbiamo dolerci più di tanto di certi peccati, se questi aprono alla grazia di Dio? Certo la grazia si ha se siamo peccatori, infatti Gesù è venuto per i malati e non per i sani!

Gino Galastri
Il tema della debolezza è ampiamente presente nelle lettere dello stesso apostolo (e non solo!), e merita quindi un approfondimento, non fosse altro che per capire il significato esatto delle sue parole, così da non aprire a interpretazioni non necessarie.
Già nella stessa corrispondenza con la chiesa di Corinto, troviamo che l’apostolo accosta stoltezza e debolezza di Dio, per dire che esse sono rispettivamente più sagge e più forti degli uomini (1 Corinzi 1,25). Ma, aggiunge Paolo, «quello che è stolto per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i forti (1 Corinzi 1,27). Più avanti l’apostolo precisa ai Corinzi che egli stesso si è presentato a loro «nella debolezza e con molto timore e trepidazione» (1 Corinzi 2,3).
Anche solo da questo primo sguardo, appare evidente che la debolezza ha a che fare con la condizione umana, con le sue contraddizioni, come quella che provano quanti, deboli nella coscienza, sono turbati dall’aver mangiato carni originariamente destinate al culto degli idoli (1 Corinzi 8,7). Nella complessa questione cui qui è possibile solo accennare, Paolo mette in guardia quanti si sono liberati da questo condizionamento: infatti «non esiste al mondo alcun idolo» (1 Corinzi 8,4), scrive, e se anche «alcuni hanno molti dèi e molti signori», «per noi c’è un solo Dio, il Padre … e un solo Signore, Gesù Cristo» (1 Corinzi 8,6). E tuttavia, egli conclude, se c’è il pericolo che la coscienza di un debole vada in rovina, «un fratello per il quale Cristo è morto», «non mangerò mai più [questo tipo di]carne, per non dare scandalo al mio fratello» (1 Corinzi 8,11.13). La debolezza si presenta anche per descrivere la lontananza da Dio dell’umanità non redenta: «quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi» (Romani 5,6). Per questo «anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in maniera conveniente, ma lo stesso Spirito intercede con gemiti inesprimibili (Romani 8,26).
Sono quelli che Paolo, a Roma ma anche a Corinto, con una felice espressione chiama «deboli nella fede» (Romani 14,1). Sul campo opposto si trova Abramo, l’uomo che non «fu debole nella fede», e per questo «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza» (Romani 4,18-19).
La debolezza della condizione umana, oltre che la coscienza e lo spirito, colpisce il corpo dell’uomo con la malattia, come quella che assale i Corinzi di fronte alla loro incapacità di riconoscere il Corpo del Signore nelle loro assemblee eucaristiche: «è per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi (lett. « deboli »)» (1 Corinzi 11,30), ma anche il suo inviato Epafrodito (Filippesi 2,26), o lo stesso Timoteo che Paolo invita a bere un po’ di vino a causa delle sue frequenti debolezze (1 Timoteo 5,23).
Del resto Paolo, con un colpo d’ala straordinario, sostiene la totale comunione del suo ministero di apostolo verso coloro che gli sono stati affidati, aggiunge: «mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno» (1 Corinzi 9,22). È lo stesso apostolo che alcuni a Corinto accusavano di essere debole quando presente fisicamente e, al tempo stesso, quasi prepotente mentre scrive da lontano (2 Corinzi 10,1). Qualcuno diceva infatti: «le lettere sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa» (2 Corinzi 10,10). È in questo modo che Paolo difende la sua persona di fronte alle accuse ricevute nel suo svolgere il ministero a Corinto: «dal momento che molti si vantano, mi vanterò anch’io» (2 Corinzi 11,18). Quindi conclude: «chi è debole che anch’io non lo sia… se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza» (2 Corinzi 11,29-30).
E qui siamo arrivati al principale testo a cui il lettore si riferisce. Dopo aver parlato della «spina ricevuta nella sua carne», che Paolo ha chiesto gli venisse allontanata, scrive che il Signore «mi rispose: « Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza ». Mi vanterò quindi volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo; quando sono debole è allora che sono forte» (2 Corinzi 12,9-10).
Nel paradosso per cui la forza divina, la sua potenza di salvezza, si «manifesta pienamente nella debolezza», c’è la chiave per una corretta interpretazione del linguaggio dell’apostolo. Del resto, a proposito di Gesù, egli scrive che «fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio» (2 Corinzi 13,4). Proprio in quanto crocifisso, Cristo «è potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Corinzi 1,24). Quindi, senza nulla togliere al detto evangelico dell’attenzione di Gesù verso i malati e i peccatori (così Matteo 9,12 e Luca 5,31, ma anche 1 Timoteo 1,15: «Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori»), l’accento va posto con maggiore convinzione sul tema della croce, che rovescia totalmente tutti i nostri termini abituali di riferimento: «quello che è debole per il mondo, Dio l’ha scelto per confondere i forti (1 Corinzi 1,27).

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima, TEOLOGIA |on 28 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

COMMENTO A : 1 CORINZI 7,29-31

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=1%20Corinzi%207,29-31

BRANO BIBLICO SCELTO – 1 CORINZI 7,29-31

29 Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero;
30 coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godesse­ro; quelli che comprano, come se non possedessero;
31 quelli che usano del mondo come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!

COMMENTO
1 Corinzi 7,29-31
La vita cristiana nella prospettiva della fine
I corinzi avevano posto per iscritto a Paolo alcuni quesiti, di cui il primo riguarda la vita sessuale nel matrimonio e nel celibato. L’apostolo risponde nel c. 7, chiarendo dubbi e indicando loro nuove prospettive. L’esposizione si apre con alcune direttive pratiche riguardanti anzitutto i coniugi (vv. 1-7), poi i non sposati, le vedove, le coppie in crisi e i cristiani sposati con non cristiani (vv. 8-16); Paolo passa poi a delineare il principio generale a cui si ispira, quello cioè secondo cui ciascuno deve restare nella condizione di vita in cui si trovava al momento della conversione (vv. 17-24). Infine ritorna ai casi specifici, soffermandosi su quello dei celibi (vv. 25-35), dei fidanzati (vv. 36-38) e nuovamente su quello delle vedove (vv. 39-40).
Nel brano riguardante le direttive sul celibato Paolo afferma che, per quanto riguarda le vergini, non dispone di un comando del Signore, ma si limita a consigliare che, a causa della presente «necessità», ciascuno rimanga nella situazione in cui si trova; tuttavia chi si sposa non pecca, ma avrà «tribolazione» nella carne (cfr. vv. 25-28). Con il termine «necessità» (anankê) si indica, nel linguaggio apocalittico, la crisi degli ultimi tempi, mentre il termine «tribolazione» (thlipsis) indica le sofferenze (disastri cosmici, guerre, carestie ed epidemie) che l’accompagnano. Paolo ritiene dunque che al sopraggiungere della crisi finale le sofferenze ad essa connesse saranno più pesanti per chi ha sulle spalle la responsabilità di una famiglia. A questo punto inizia il testo liturgico che si apre con un principio generale (v. 29a), a cui fanno seguito alcuni esempi illustrativi (vv. 29b-31a); il testo termina con una breve conclusione (v. 31b).
L’introduzione del brano contiene un altro riferimento agli ultimi tempi: Paolo afferma infatti che il tempo «si è fatto breve» (synestalmenos) (v. 29a). Questa espressione significa che la fine del mondo si è ormai avvicinata. Al vecchio mondo dominato dal peccato sta ormai per subentrare un mondo nuovo, contrassegnato dalla sovranità di Dio, nel quale l’egoismo dell’uomo lascerà il posto a rapporti nuovi ispirati dall’amore. L’apostolo riecheggia l’annunzio di Gesù (cfr. Mc 1,15: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino»), riferendosi però al tempo che separa la prima dalla seconda venuta di Gesù. Egli dimostra così di condividere le idee tipiche dei circoli apocalittici circa l’imminenza degli ultimi tempi (cfr. 1Ts 4,15; 1Cor 15,51; Rm 13,11), ma più in profondità vuol dire che, con la venuta di Cristo, la fine del mondo è stata decretata in modo inderogabile. Lunga o breve che sia, l’esistenza di questo mondo prosegue ormai sotto il segno della fine: anzi il regno di Dio, anche se in modo nascosto, è già in una certa misura presente.
La prospettiva della fine ormai vicina esige un cambiamento di atteggiamento nei confronti di questo mondo. Paolo indica in particolare cinque categorie di persone le quali devono rivedere il loro rapporto con le cose terrene. La prima categoria è quella degli sposati: «Quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero» (v. 29b). Con questa direttiva egli non vuole certo proibire e neppure sconsigliare ai coniugi i normali rapporti sessuali, che poco prima aveva loro raccomandato di esercitare normalmente (cfr. 7,3-4); ciò che egli esclude è l’egoismo di coppia, che spinge i due a cercare l’uno nell’altro unicamente il proprio piacere e la propria realizzazione personale. Vengono poi citate due categorie contrapposte: «Coloro che piangono, come se non piangessero» (v. 30a), «quelli che godono come se non godessero» (v. 30b). Anche il piangere e il gioire non devono essere visti come assoluti, l’uno da evitare e l’altro da cercare a ogni costo, ma devono essere vissuti come realtà transitorie, destinate a finire, e quindi relative e superabili.
Infine Paolo considera altri due tipi di persone: «quelli che comprano » (v. 30c) e «quelli che usano i beni del mondo » (v. 31a): ai primi dice di comportarsi come se non possedessero i beni acquistati, ai secondi come se non li usassero pienamente. Per il loro carattere transitorio, i beni di questo mondo non devono essere considerati come lo scopo della vita, ma devono essere utilizzati con il dovuto distacco. In altre parole l’apostolo vuole dire che le cose di questo mondo, come anche i rapporti tra le persone e addirittura i propri stati d’animo, devono essere gestiti non per se stessi ma in vista di un fine più grande, cioè come un mezzo per raggiungere la piena comunione con Dio e con i fratelli che è tipica del nuovo mondo che è ormai all’orizzonte.
Paolo conclude questa prima parte del brano con le parole: «Passa infatti la figura di questo mondo» (v. 31b). Il termine «figura» (schêma) può indicare anzitutto la parte esterna e visibile (l’apparenza) di una cosa: se così fosse egli intenderebbe dire che il mondo è una realtà apparente, destinata a passare, diversamente da quelle realtà più vere e sostanziali che non avranno mai fine perché sono costruite sulla giustizia e sull’amore. Lo stesso termine può indicare però anche la parte che un attore recita in un’opera teatrale: in questo caso l’apostolo direbbe che il mondo è come un attore che ha esaurito la sua parte e sta per lasciare il palcoscenico. In ogni caso la frase significa che il mondo non è che una realtà limitata e transitoria, alla quale non conviene appoggiarsi.

Linee interpretative
Paolo raccomanda ai cristiani di Corinto un atteggiamento di profondo distacco nei confronti delle cose di questo mondo. A prima vista si potrebbe supporre che ciò comporti un abbandono delle realtà terrene, come se costituissero un campo alternativo, meno nobile rispetto a quello della fede e della vita comunitaria. Invece non si tratta di abbandonare il mondo a se stesso, ma di vivere in esso senza cedere a quei meccanismi di possesso che condizionano il comportamento della gran parte degli esseri umani. Il distacco di cui si parla implica perciò non un impegnarsi di meno nelle cose del mondo, ma piuttosto il proporsi come fine non semplicemente il bene proprio o del gruppo a cui si appartiene, ma un bene più grande, che riguarda tutta l’umanità. Ciò comporta una piena adesione, nei limiti del possibile, a ideali di giustizia e di solidarietà, e il rifiuto netto di ogni corruzione. Chi si comporta in questo modo difficilmente potrà arricchirsi, ma supererà gli alti e bassi della condizione umana e sarà arricchito di rapporti fecondi non solo con gli altri cristiani, ma anche con tutte le persone di buona volontà.

 

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 23 janvier, 2015 |Pas de commentaires »
1...34567...36

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01