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« NON SAPETE CHE IL VOSTRO CORPO E’ TEMPIO DELLO SPIRITO SANTO? » (1 COR 6,19)

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« NON SAPETE CHE IL VOSTRO CORPO E’ TEMPIO DELLO SPIRITO SANTO? » (1 COR 6,19)

Don Mario Cascone

Siamo tempio dello Spirito Santo, dimora sacra dove Dio abita. Nel nostro essere, costituito dalla totalità unificata del corpo e dello spirito, realizziamo la nostra vocazione alla santità, mediante l’azione incessante dello Spirito di Dio, che spinge tutte le nostre energie al bene, nel clima della verità, che Egli comunica costantemente al nostro cuore.
Anche la vita sessuale rientra in questa vocazione alla santità: nel “tempio” del nostro corpo noi esprimiamo le meraviglie d’amore suscitate da Dio, ci relazioniamo con i nostri fratelli in uno spirito di donazione reciproca, lodiamo il Signore nella gioia dell’incontro d’amore e nella stupenda possibilità di trasmettere la vita ad altri esseri umani.
In questi termini di esaltante bellezza dobbiamo intendere il dono di Dio, che è la sessualità, avvertendo la chiamata a viverla come linguaggio dell’amore e quale strada che conduce alla santità.
Ci avvaliamo di un testo biblico tratto dall’epistolario paolino per vedere ora alcune indicazioni concrete del nostro agire morale in questo delicato campo della nostra vita.

La “vivace” comunità di Corinto
Fondiamo tutta questa riflessione su una bella espressione di S. Paolo, “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo?”, che si trova in un brano importante della Prima Lettera ai Corinti e non può essere estrapolata da esso. Il brano che vogliamo esaminare è 1 Cor 6, 12-20. Esso va letto nel contesto più ampio dei cc. 5-6-7 della Prima Lettera ai Corinti, nei quali si parla prima di un incestuoso, ossia di un cristiano che convive con la sua matrigna (5, 1-13), poi di una serie di casi riguardanti il celibato e la continenza sessuale (cap.7).
I casi affrontati da Paolo in questi capitoli si situano in un preciso clima culturale in cui vive la comunità cristiana di Corinto. Si tratta di un ambiente fortemente segnato da uno spiritualismo gnostico, che esalta a tal punto l’eccellenza della conoscenza spirituale da far ritenere del tutto ininfluente sull’uomo la realtà mondana e materiale.
Questo clima culturale è ancora più marcato dal fatto che la comunità ha sperimentato con entusiasmo la bellezza dei carismi, giungendo ad un’esaltazione trionfalistica e fanatica dei doni dello Spirito: un vero e proprio carismatismo, che, portato alle estreme conseguenze, faceva approdare a due conclusioni opposte nei confronti della sessualità: da un lato il libertarismo più sfrenato, espresso dallo slogan “Tutto mi è lecito” ( 6,12); dall’altro lato la posizione ascetica radicale, che riteneva necessaria l’astinenza sessuale totale: “E’ bene per l’uomo che non tocchi donna” (7,1).
San Paolo giudica sbagliate entrambe queste posizioni, che si fondano su un’unica radice ideologica: l’entusiasmo spiritualistico di chi ritiene di essere ormai un cristiano perfetto e maturo, al punto tale da poter vivere indifferentemente una pratica sessuale selvaggia o, all’estremo opposto, una totale continenza sessuale. In questo secondo caso, che viene affrontato nel cap.7, Paolo mette in evidenza la bellezza del celibato e della consacrazione verginale al Signore, ma fa comprendere che questa è una vocazione rivolta da Dio ad alcuni, ai quali viene donato uno speciale carisma. San Paolo dice: “Certo, io vorrei che tutti gli uomini fossero come me, ma ognuno ha il proprio carisma da Dio” (7,3); e poi con sano realismo aggiunge: “Ai non sposati e alle vedove io dico: è bene per loro se restano come me, però se non riescono a contenersi si sposino: è meglio sposarsi che bruciare di passione” (7,8-9).

“Tutto mi è lecito!”
Esaminiamo ora il brano di 1 Cor 6,12-20, che riguarda la licenziosità sessuale (in greco: pornèia). Fin dall’inizio si evince che il costume sessuale licenzioso dei Corinti pretende di avere una giustificazione ideologica, che in parte è quella di cui abbiamo parlato precedentemente. Paolo cita subito uno slogan, che sicuramente circolava fra i cristiani di Corinto: “Tutto mi è lecito”. Questo slogan si può definire come il manifesto dei boriosi spiritualisti di Corinto, i quali ritenevano che la loro fede consolidata e la loro alta spiritualità non poteva essere contaminata dal contatto con le cose materiali, ivi compreso il rapporto sessuale con prostitute o l’uso licenzioso della sessualità.
L’Apostolo si oppone con vigore a quest’idea, affermando che non tutto ciò che si ritiene lecito risulta essere poi utile e costruttivo per la persona. Tante volte, anzi, può condurre l’individuo a vere e proprie forme di “schiavitù”: “Tutto mi è lecito: sì, ma non tutto è vantaggioso. Tutto mi è lecito: sì, ma non voglio lasciarmi schiavizzare da nulla” (6,12). La libertà come la intendevano i Corinti era in realtà un libertarismo di tipo individualistico, che non metteva in luce l’essenziale dimensione relazionale della persona e, di conseguenza, sganciava la libertà dalla verità e dalla responsabilità morale. Era una libertà ridotta a pura licenza, a soggettivistico arbitrio individuale: non una libertà intesa come compito morale, ma come potere illimitato dell’individuo.
È questa un’idea molto presente anche nella nostra cultura attuale, la quale è fortemente segnata da un individualismo libertaristico, che si colora facilmente di sentimentalismo, facendo ritenere come vero, autentico e buono tutto ciò che sgorga dalle scelte spontaneistiche dell’individuo. La libertà, staccata dalla verità morale, si riduce a scelta provvisoria del singolo uomo, che la pone senza interrogarsi più di tanto sul significato della sua decisione. Si tratta quindi di una serie di scelte fatte nel qui ed ora del vivere quotidiano, le quali vengono ritenute tutte valide e buone, a patto che scaturiscano dalla spontanea decisione dell’individuo. Una tale impostazione è il rovesciamento dell’insegnamento evangelico, in cui si afferma invece che senza verità non c’è libertà, perché solo la verità ci può fare liberi (Gv 8,32). Un pensatore contemporaneo, Uberto Scarpelli, afferma testualmente: “Nell’etica non c’é verità. I valori di vero e falso convengono alle proposizioni del discorso descrittivo-esplicativo, ma non a quelle del discorso prescrittivo-valutativo. Nell’etica non ci sono principi autoevidenti, ma principi che sono il frutto di processi culturali, sociali e personali. L’etica é dunque sempre e radicalmente individuale”.
San Paolo rifiuta quest’idea di libertà di un individuo che agisce solo per se stesso, chiuso nel suo splendido isolamento, noncurante della verità morale. Una tale concezione può degenerare facilmente in schiavitù verso questa o quella realtà, di cui ci si vanta di poter disporre pienamente. Noi siamo certamente in grado di dominare le cose del mondo, ma altrettanto certamente possiamo esserne dominati, specialmente quando non prendiamo atto del fatto che la nostra libertà non è qualcosa di assoluto, ma è un dono che ci è stato fatto per realizzare il bene e vivere nell’amore.
Paolo non concepisce la persona né in senso spiritualistico, né in senso dualistico; egli ritiene che l’uomo sia una persona incarnata, una corporeità stabilmente unita allo spirito. In quanto tale, l’uomo deve sempre disporre di se stesso nell’ambito di una libertà segnata dai limiti dell’istinto, della carnalità, del “ferimento” operato in lui dal peccato originale. Per questo motivo Paolo avverte che non tutte le decisioni individuali sono utili per la costruzione della persona, soprattutto se si discostano dalla verità del suo essere e si fondano principalmente su un “sentire” spontaneistico.

“Il cibo è per il ventre e il ventre per il cibo”
Dopo aver esaminato lo slogan ideologico, che sorreggeva tutta la concezione di morale sessuale della comunità, l’Apostolo prende in considerazione un altro slogan, che sicuramente circolava tra i cristiani di Corinto: “Il cibo è per il ventre e il ventre per il cibo” (6,13). Il significato di questa proposizione è molto evidente: l’atto sessuale è un fatto puramente fisiologico, come il mangiare o il bere; il rapporto sessuale non è qualcosa di diverso dal consumare un pasto…
Anche questa è una concezione oggi largamente diffusa: l’idea che il sesso sia una “cosa” da consumare, una realtà puramente materiale che non coinvolge la totalità della persona, circola abbondantemente nella nostra attuale cultura. Molti messaggi vengono indirizzati alle persone per considerare l’attività sessuale un fatto meramente fisiologico, che si colloca nel clima generalmente consumistico dell’ “usa e getta”…
Paolo si oppone energicamente a quest’idea, negando con decisione l’equiparazione tra consumazione di alimenti e atto sessuale. Dove si fonda la differenza tra il prendere cibo e il vivere un rapporto sessuale? Nel fatto che nel secondo caso è impegnato il corpo , inteso non come semplice apparato biochimico, ma come dimensione totale della persona, considerata nella sua capacità di proiettarsi all’esterno da sé e di relazionarsi con gli altri. “Corpo” nel linguaggio biblico non esprime solo una parte della persona, ma l’intero uomo, visto come essere dialogico, capace di manifestarsi all’esterno e di entrare in relazione con le altre persone e col mondo; “corpo” non esprime la persona come “io interiore e cosciente”, ma indica soprattutto il soggetto visto nella sua visibilità esterna, capace di manifestare al di fuori di sé ciò che coltiva nell’intimità del suo cuore e della sua mente.
San Paolo spiega che nel rapporto sessuale l’uomo si trova impegnato con tutta la sua persona. L’atto sessuale, perciò, non è come consumare un pasto, ma è un incontro interpersonale di donazione reciproca. Per questo motivo esso non è indifferente alla costruzione della persona, la quale è da intendersi sempre come uno “spirito incarnato” e come un “corpo animato dallo spirito”. Di conseguenza la sessualità non può essere ridotta a “cosa”, a bene di consumo…

“Il corpo è per il Signore e il Signore e per il corpo”
A questo punto l’Apostolo esprime un bellissimo concetto di appartenenza tra noi e il Signore: “Il corpo non è per l’immoralità, ma per il Signore e il Signore è per il corpo” (6,13). Noi come persone incarnate (= corpo), apparteniamo a Cristo: siamo totalmente suoi! (cfr. anche 1 Cor. 3,22-23). E Cristo è per noi, dal momento che si è donato totalmente a noi per la nostra salvezza! Egli non ha salvato solo la nostra anima, ma tutto il nostro essere, tant’è vero che il nostro corpo è destinato alla resurrezione! La nostra corporeità non è destinata a scomparire, ma è segnata per l’eternità. Di conseguenza “il corpo non è fatto per l’immoralità”, cioè per la “porneia”, ma per la santità! Vivere la sessualità in modo licenzioso non è un fatto indifferente, ma compromette l’intera nostra persona, che appartiene a Cristo e partecipa della sua risurrezione.
Proseguendo in questa interessantissima descrizione del rapporto tra Cristo e il nostro corpo, San Paolo riprende un tema a lui caro, affermando che noi siamo membra del corpo di Cristo : “Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Strapperò dunque le membra di Cristo per farne membra di una prostituta?” (6,15). Per avvalorare ancora di più quest’affermazione l’Apostolo cita Gen.2,24: “I due diventeranno una sola carne”, cioè un solo essere. La sessualità non è qualcosa di esterno alla persona, ma una dimensione fondamentale, mediante la quale la persona mette in gioco se stessa ed entra in relazione profonda con un’altra persona. Non si può vivere la sessualità solo come una passione istintiva, un cedimento egoistico alla “carnalità” della propria esistenza.
In questa luce comprendiamo anche la frase seguente, che risulta piuttosto sorprendente: “Invece chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito” (6,17). Noi ci aspetteremmo che Paolo, in coerenza con quanto aveva detto prima, avesse ora concluso “chi si unisce al Signore forma con lui un solo corpo”. Egli invece utilizza l’espressione “un solo spirito”, facendo capire così che l’unione col Signore non viene vissuta nella carnalità, ma “nello spirito”, cioè nella donazione d’amore tipica di chi si lascia guidare dallo Spirito di Dio e non vive le sue relazioni con gli altri a livello puramente materiale e carnale.
Di questo San Paolo parla in Efesini 5, descrivendo il rapporto tra Cristo e la Chiesa quale fondamento della sacramentalità del matrimonio. C’è fra noi e il Signore un rapporto di reciproca appartenenza: noi siamo per il Signore e il Signore è per noi; noi siamo le sue membra e non possiamo staccarci da Lui, dissacrando il tempio del nostro corpo con una maniera immorale di vivere la sessualità. Questa relazione di reciproca appartenenza tra l’uomo e Cristo trova una splendida manifestazione sacramentale nel rapporto sponsale tra il marito e la moglie, chiamati ad essere “una sola carne” nella relazione d’amore che li lega l’uno all’altra “nel Signore”.

“Tempio dello Spirito Santo”
Il testo si chiude con lo sviluppo di questo tema pneumatologico: i cristiani sono “tempio dello Spirito Santo!” (6,19). Nel loro essere corporeo essi sono abitazione santa e consacrata a Dio. Di conseguenza vivono in una costante relazione d’amore col Signore, la quale non può prescindere dalla loro corporeità, ma anzi trova proprio in essa la struttura su cui fondare , anche con gesti concreti e visibili, il proprio rapporto con Dio. Il corpo ci è dato per esprimere all’esterno la nostra appartenenza al Signore e la glorificazione del suo nome. La relazione sessuale è una modalità sublime di questa manifestazione, che per volere di Dio acquista anche forza sacramentale, ossia esprime il legame di Cristo con la sua Chiesa e ne diffonde efficacemente la grazia santificante su tutto il Corpo mistico del Signore!
Poggiando su questa base concettuale, il brano si chiude con una meravigliosa esortazione liturgica: “Glorificate dunque Dio con il vostro corpo” (6,20). Questo corpo, che “è stato riscattato dalla schiavitù a caro prezzo”, deve esprimere la lode al Signore, Salvatore e Redentore dell’uomo. La liturgia non viene intesa così come qualcosa di vuoto e formale, ma come una celebrazione che si incarna in tutta la nostra esistenza. Il culto cristiano non ci distoglie dal mondo e dai rapporti con gli altri, ma anzi si esprime in un’esistenza donata agli altri e animata costantemente dall’amore del Signore.

Sessualità: linguaggio d’amore o fonte di schiavitù?
E’ in questa luce che noi dobbiamo considerare la nostra identità sessuale, in qualunque stato di vita e in qualunque età ci troviamo a viverla. La sessualità non è un bene dell’individuo, ma della persona intesa nella sua unitotalità, ossia nella ricchezza globale del suo essere, nel quale il corpo non può mai essere scisso dallo spirito. Una persona che si autoriconosce come dono di Dio e che, proprio per questo, non può chiudersi in una orgogliosa autosufficienza. Dire persona significa dire relazione con Dio e con i fratelli, una relazione che viviamo non a prescindere dalla nostra corporeità, ma proprio grazie ad essa. Il corpo infatti dice la nostra identità sessuale e rende visibili all’esterno i moti del nostro cuore, le interiorità più nascoste del nostro io. Il corpo agisce così in modo quasi “sacramentale”, perché rende visibile ciò che per sua natura è misterioso ed invisibile: l’amore!
La corporeità e l’identità sessuale ci vengono dati da Dio come linguaggio d’amore: per questo non si può né banalizzare, né cosificare il sesso; non lo si può vivere a…buon mercato, in modo consumistico; né lo si può interpretare come semplice ricerca del piacere, in un rapporto passeggero, non impegnativo, di natura privatistica, pensando che tutto questo non abbia ripercussioni sulla maturazione della nostra persona e sul nostro impegno a camminare nella fede.
Le “ ferite” lasciate dentro di noi da una sessualità vissuta nel peccato sono in genere profonde, sia perché la sessualità è una dimensione fondamentale del nostro io personale, sia perché il maligno opera spesso a questo livello “carnale” della nostra esistenza, scompaginando il nostro equilibrio interiore e rendendo disarmonico il nostro essere, creato ad immagine e somiglianza di Dio.
Siamo oggi tentati da più parti a vivere la sessualità in modo edonistico e consumistico. Ciò che abbiamo visto verificarsi nella comunità di Corinto risulta nel nostro tempo mille volte amplificato da una cultura, che induce a comportamenti sessuali licenziosi, in cui lo stesso concetto di “porneia” viene esaltato quale conquista di un uomo talmente emancipato da potersi porre al di sopra di ogni regola. Le conseguenze di una simile concezione sono sotto gli occhi di tutti: il presunto uomo “maggiorenne” del nostro tempo risulta molte volte minacciato da schiavitù che si annidano nel suo stesso cuore, conducendolo ad abitudini e a scelte che sono libere solo in apparenza, mentre in realtà lo rendono “omologato”, costruito sui modelli standardizzati che vengono manovrati da ingenti interessi economici e sono fatti diabolicamente apposta per spegnere la felicità nel suo cuore.

Sessualità redenta
Davvero non possiamo essere presuntuosi in questa materia, pensando che questo tesoro meraviglioso noi lo custodiamo “in vasi di creta” (2 Cor 4,7): fragili, delicati, bisognosi di molta cura e premura.
Siamo però persuasi che Gesù ha redento anche la nostra corporeità e la nostra sessualità, e ci dona la grazia di viverla nel quadro dell’amore, riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo (Rom 5,5). Lo Spirito di Gesù risorto ci rende capaci di vivere anche la sessualità secondo il progetto di Dio, quale ci viene indicato nella Sacra Scrittura e nel Magistero della Chiesa.
Guardiamo perciò a Gesù e agli insegnamenti della Chiesa per conoscere la verità anche in questo campo così prezioso e delicato. Gesù infatti conosce meglio di chiunque l’altro il cuore dell’uomo e può istruirci in maniera autentica. Quando i farisei si rivolgono a lui per chiedergli cosa ne pensa del divorzio (Mt 19,1-9), Gesù fa comprendere che la concessione di Mosè in questo campo è stata solo un “adattamento” della legge di Dio, dovuto alla “durezza di cuore” (“sklerokardìa”) dei suoi connazionali, ma “al principio” non fu così: il progetto originario di Dio era ed è quello dell’unione indissolubile dell’uomo e della donna. A questo riguardo Gesù cita testualmente i testi del libro della Genesi, che si riferiscono a questo progetto del Creatore.
Solo Gesù conosce l’uomo fin dallo “inizio”, ossia fin dal “principio senza principio”, che affonda le sue radici nell’eternità di Dio. A Lui, Divino Maestro, noi guardiamo per conoscere la verità sull’uomo, poiché Egli è l’uomo perfetto, il primogenito dell’umanità rinnovata, Colui che svela pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione (G.S. 22). Dinanzi a Lui, Via Verità e Vita dell’uomo, crollano tutti i pretesti per non vivere secondo il progetto di Dio e tutti i tentativi di “adattare” la sua legge alla debolezza dell’uomo. Egli ha redento tutto il nostro essere, donandoci la grazia di vivere in pienezza il suo disegno d’amore, senza bisogno di fare “sconti” alla verità, ivi compresa la verità che riguarda la vita sessuale.

Gesù, Sposo verginale dell’umanità
Pur non essendosi preoccupato specificamente di istruirci in modo dettagliato circa i comportamenti da assumere in campo sessuale, Gesù ci offre i principi fondamentali del nostro agire nell’amore, sulla base della ricchezza globale del nostro essere. Egli ci testimonia in modo particolare la bellezza dell’atteggiamento verginale nei confronti di ogni persona, il valore di una relazione che non si pone come rapporto di possesso, ma di donazione gratuita e disinteressata.
I suoi dialoghi con le donne, in particolare, manifestano questa dimensione verginale del suo cuore e ce lo fanno conoscere come lo Sposo purissimo dell’umanità rinnovata nella potenza del suo amore. I dialoghi con la Samaritana, la peccatrice in casa di Simone il fariseo, la Maddalena, l’adultera anche quando toccano tasti delicati ed intimi della vita di queste donne, mettono in evidenza una capacità grande di amore puro, che nasce da un cuore in grado di donarsi a tutti senza nulla pretendere e di valorizzare la ricchezza di essere che c’è in ogni persona. La delicatezza del tratto e la maniera singolare con cui Gesù si pone nei confronti di queste donne, non gli impediscono di insegnare la verità nel campo del comportamento sessuale e di stigmatizzare i comportamenti peccaminosi di queste donne. In maniera davvero sublime, Gesù è capace di distinguere il peccato dal peccatore, bollando in modo fermo i comportamenti peccaminosi, ma esercitando grande misericordia nei confronti delle persone che sono cadute nel peccato. In questo modo egli riesce a recuperare la dignità di queste donne e ad imprimere nella loro vita un radicale cambiamento di rotta.
Dal Signore Gesù, Sposo verginale dell’umanità, impariamo a coltivare il valore della purezza, che rende autentici i nostri rapporti con gli altri, sottraendoli alla bramosia di possesso e all’egoismo sempre incombente. Impariamo il valore della castità, intesa positivamente come l’energia spirituale capace di liberare l’amore dalla mera ricerca del piacere e di condurre al pieno dominio di sé per amare l’altro in modo autentico. Quando non si esercita la virtù della castità è facile che l’altro venga ridotto ad “oggetto”, a strumento da utilizzare per il proprio egoistico godimento; è facile anche che noi stessi ci dimostriamo incapaci di agire da soggetti ragionevoli e precipitiamo nel disordine dei sensi e dell’istinto.

Tutti chiamati alla castità
Da Gesù, vero Amico dell’uomo, gli sposi imparano ad amarsi con cuore puro, vivendo la castità coniugale come capacità costante di vedere nel corpo del proprio coniuge la bellezza e la preziosità della persona, sottraendosi così alla tentazione di dominarla o di farne uso… Gli sposi cristiani sperimentano in questo modo che l’armonia sessuale è un cammino, che non è tanto il frutto di tecniche, quanto piuttosto dell’amore totale, fedele, fecondo, definitivo: un amore che si esprime in queste stesse dimensioni non solo nel rapporto sessuale, ma in tutti gli altri ambiti della vita.
In questa luce i giovani e i fidanzati imparano la castità pre-matrimoniale, intesa come proposito di riservare al sacramento del matrimonio la pienezza di donazione, quale avviene nel rapporto sessuale completo, e di vivere gli altri gesti di affettuosità nel quadro della verità dell’amore: gesti, dunque, che esprimano con sincerità l’amore per l’altro, più che il desiderio di utilizzarlo per il proprio piacere; gesti che conoscano la legge della gradualità e si pongano nel cammino di crescita della coppia: un cammino che non fa crescere l’amore, se si ferma solo ai gesti fisici e non si sforza di far crescere anche l’affetto, la sintonia spirituale, il dialogo, la capacità di costruire insieme qualcosa di bello non solo per sé, ma anche per gli altri. In una società che spinge al sesso in chiave consumistica e fa sentire quasi anormali i giovani che vivono la castità, diventa un’autentica provocazione profetica la scelta di arrivare vergini al matrimonio e di interpretare il fidanzamento come tempo di grazia per crescere nell’amore reciproco e attrezzarsi a vivere in modo autentico il prezioso dono della sessualità.
Imitando Cristo, Sposo verginale dell’umanità, anche gli uomini e le donne chiamati alla verginità consacrata apprendono il significato e lo stile della loro presenza nel mondo: una presenza che si pone non come disprezzo del matrimonio e della sessualità, bensì come loro sublimazione nel quadro di un amore che si riversa su tutti, proprio perché non appartiene a nessuno in particolare; un amore esercitato con cuore indiviso, capace di spendersi con instancabile generosità per il bene dei fratelli e di amare semplicemente tutti, ivi compresi quelli che nessuno ama o di cui non è facile innamorarsi; un amore che, sull’esempio di quello testimoniato da Gesù, si traduce in anticipazione profetica dell’amore che noi tutti potremo sperimentare nel Regno di Dio, dove non ci saranno più moglie e marito, ma “saremo tutti come angeli nel cielo” (Mt 22,30; Mc 12,25).

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 5 août, 2015 |Pas de commentaires »

“ANNUNCIAMO CRISTO CROCIFISSO”

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“ANNUNCIAMO CRISTO CROCIFISSO”

Il brano di san Paolo dalla prima lettera ai corinzi parla di potenza e sapienza. Cristo crocifisso è entrambe. Cristo crocifisso è infatti sia potenza di Dio, a dispetto del fatto che scandalizza chi cerca miracoli (“scandalo per i giudei”), sia sapienza di Dio, a dispetto del fatto che venga disprezzato da chi cerca la sapienza umana (“stoltezza per i pagani”)…

III DOMENICA DI QUARESIMA
ANNUNCIARE
“Annunciamo Cristo crocifisso” 1Cor 1,22-25
Il brano di san Paolo dalla prima lettera ai corinzi parla di potenza e sapienza. Cristo crocifisso è entrambe. Cristo crocifisso è infatti sia potenza di Dio, a dispetto del fatto che scandalizza chi cerca miracoli (“scandalo per i giudei”), sia sapienza di Dio, a dispetto del fatto che venga disprezzato da chi cerca la sapienza umana (“stoltezza per i pagani”). Egli è vera potenza e vera sapienza, ma in un senso inaudito e scandaloso. L’attesa giudaica di potenza divina era fondata sull’evento della prima Pasqua avvenuta all’uscita dall’Egitto. La prima Pasqua fu accompagnata da segni e prodigi grandi: le dieci piaghe; l’aprirsi delle acque; terremoto, tuono e tempesta al Sinai. La “potenza di Dio” che è Cristo crocifisso non è così. Nessun prodigio pubblico. La croce è l’unico segno che Gesù ha voluto che fosse evidente alla storia. Né i miracoli, né la risurrezione volle che apparissero pubblicamente al mondo. Solo la croce, nella quale nessun prodigio appare. In Cristo crocifisso appare solamente un amore che non si ferma di fronte a niente. Il nostro amore di solito muore al primo sgarbo, alla prima offesa… In Cristo crocifisso appare un amore che non muore di fronte a niente: non muore di fronte al tradimento, né di fronte allo scherno, né di fronte alla crudeltà, né di fronte alla sofferenza, né di fronte alla morte. In Cristo crocifisso appare la potenza dell’Amore che non è ucciso da alcuna arma del maligno. Così “annunciare Cristo crocifisso” significa rivelare e attrarre gli uomini a questo amore. Questo annuncio è “potenza di Dio” perché lo Spirito opera in chiunque crede la salvezza, che è nel perdono dei peccati, e rende capaci di rispondere con lo stesso amore: amore umile e paziente, che non risponde al male col male, che non desiste dal servire nel bene i fratelli, che libera dal rancore, dall’odio e opera la riconciliazione… La vera potenza di Dio non è più dunque l’aprirsi prodigioso della acque del mare, ma l’aprirsi attraverso il costato aperto di Cristo crocifisso dell’amore di Dio per noi. Attraverso di Lui entriamo nella vera libertà dell’amore. Anche il concetto giudaico di sapienza è scaturito dall’evento della prima Pasqua.
Allora Israele ricevette al Sinai la Legge: “quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli”, Dt 4,6). Questa Legge è condensata nelle “dieci parole” che ascoltiamo nella prima lettura. La “sapienza di Dio” di cui parla san Paolo è invece Cristo crocifisso. La vera “sapienza di Dio” infatti non è osservare alla perfezione la Legge, cosa impossibile. I farisei avevano ipocritamente addomesticato la Legge riducendola a propria misura. Voler ‘mettersi a posto con Dio’ osservando i comandamenti, è come voler comprare il suo Amore, è come fare del luogo del nostro incontro con Dio, del Tempio, “un luogo di mercato”. In questo tempio corrotto portiamo i nostri meriti per comprare la Sua benevolenza. Questo modo di relazionarsi a Dio è la falsa sapienza che Gesù denuncia profeticamente nel Vangelo di questa domenica. Che figlio sarebbe, infatti, uno che dichiarasse di volersi comprare l’amore del papà o della mamma con i suoi servizi a loro? Non offenderebbe profondamente il loro amore gratuito per lui? Che cuore di figlio sarebbe? No, la vera “sapienza di Dio” è Cristo Crocifisso, ossia è riconoscere in Lui l’Amore del Padre. Amore che perdona e salva e, in forza di esso, in forza cioè dello Spirito, rispondere con un amore simile. È sapiente chi riconosce Cristo, Amore che perdona.

CELEBRARE
Noi ti rendiamo grazie!
«E’ veramente cosa buona e giusta, renderti grazie…» Con queste parole ha inizio il momento centrale e culminante dell’intera celebrazione eucaristica: la grande preghiera di azione di grazie e santificazione. Questa preghiera costituisce da una parte, il vertice di tutto il percorso rituale (dall’ingresso, all’ascolto, alla benedizione), dall’altro, conduce la celebrazione verso la sua consumazione: i riti di comunione.
É una preghiera antica, che nel corso dei secoli ha conosciuto una grande varietà di forme e di testi. Prima della riforma liturgia, nella liturgia eucaristica si proclamava il solo Canone Romano (la nostra attuale Preghiera eucaristica I) successivamente, grazie al lavoro prezioso dei padri della riforma, sono stati ripristinati alcuni testi antichi e create preghiere di nuova composizione. La preghiera eucaristica ha una struttura unitaria, che attraverso le diverse parti, ci fa percorrere il sentiero orante dalla lode, all’invocazione, alla narrazione, all’intercessione, alla glorificazione. È dunque il modello di ogni preghiera cristiana.
La preghiera si apre con il prefazio: è una preghiera di lode in cui Dio viene ringraziato per le meraviglie compiute nel corso della storia. Le sue opere vengono cantate con un linguaggio lirico e poetico, così da accendere nel cuore la gratitudine e la meraviglia. La preghiera di lode si fa poi, invocazione. Il Dio che ha compiuto gesta prodigiose, viene invocato, perché possa, per la potenza dello Spirito Santo, realizzare per noi la pasqua del Signore Gesù. La preghiera epicletica ci conduce nel cuore del mistero della Croce, ha infatti inizio subito dopo, il racconto dell’isituzione in cui la Chiesa ricorda le parole e i gesti compiuti da Gesù nell’Ultima Cena. Dopo aver acclamato, al mistero grande della fede, l’assemblea viene invitata a trasformare tutta la propria vita in un sacrificio gradito a Dio: l’offerta. Infatti così esplicitano le norme liturgiche: «La chiesa desidera che i fedeli non solo offrano la vittima immacolata, ma imparino ad offrire se stessi e così portino a compimento ogni giorno di più, per mezzo di Cristo Mediatore, la loro unione con Dio e con i fratelli, perché finalmente Dio sia tutto in tutti» (OGMR 79). Dopo aver offerto la nostra vita con quella di Cristo, come Gesù sulla Croce, la Chiesa innalza a Dio preghiere e suppliche, per i presenti e per i defunti.
La preghiera eucaristica si conclude con la dossologia, con cui Dio è glorificato per l’opera compiuta nel sacrificio della morte e risurrezione di Gesù.
La preghiera Eucaristica è modello di ogni preghiera cristiana, in essa possiamo trovare ispirazione e insegnamento: ringraziare, invocare, narrare, acclamare, intercedere, glorificare, solo questi i movimenti del cuore che conducono la chiesa a vivere con fede il sacrificio eucaristico.

TESTIMONIARE
Incontri lungo il cammino…
Ripenso spesso all’anno trascorso laggiù. E devo partire dall’inizio.
Quando sono arrivato, mi sono sentito un “diverso”. Questa percezione mi ha portato a impostare il lavoro con le persone che incontravo basandolo su una bussola che poi mi ha guidato in tutti i momenti di dubbio: la condivisione. Una scelta che con il passare delle settimane ha dato i suoi frutti, ed è stata ricambiata con fiducia e amicizia.
Così ho vissuto un’esperienza unica per scoprire me stesso, i miei limiti, la sfida della differenza.
Nei miei dodici mesi in Ruanda ho seguito, insieme ai componenti di un’équipe della diocesi locale e ad altri due caschi bianchi, l’inserimento scolastico dei bambini: duemila nella scuola primaria e trecento nella secondaria. Abbiamo dedicato particolare attenzione al recupero di ex ragazzi di strada. Ancora, ho partecipato all’avviamento al lavoro di alcuni giovani attraverso il microcredito: piccoli prestiti, da investire (e restituire quando l’attività si consolida) in botteghe di barbiere, meccanico, parrucchiera, sarta, per aprire un autolavaggio, comprare la moto e diventare mototassista.
Questa esperienza mi ha formato come persona e come cristiano.
Influenzerà positivamente e per sempre le mie scelte future.
Ma soprattutto mi ha insegnato una cosa sorprendente e incoraggiante al tempo stesso: si può lodare Dio e ringraziarlo con naturalezza e immediatezza, come fanno i ruandesi, anche quando si è tremendamente sofferto, come è accaduto nella loro storia recente.
Così ho capito, scoprendo che è come se il nostro vivere convulso ci portasse a un rapporto con Dio più contorto e conflittuale, ciò che noi davvero rischiamo di perdere…

Un giovane “casco bianco” in Rwanda

… verso una vita nuova
Incontrare persone che escono da una terribile esperienza di guerra e imparare proprio da loro la lode a Dio, la speranza, la voglia di ricominciare…
È un’iniezione di fiducia nel nostro mondo che sembra perdere tutti questi valori, nonostante siamo ancora dei privilegiati. Il “Cristo crocifisso” che predichiamo sarà glorificato nella resurrezione.
Cerchiamo nella nostra vita personale e di gruppo occasioni per superare conflitti e ricostruire, insieme, una nuova vita.

PREGHIERA INTORNO ALLA MENSA
Noi annunciamo Cristo crocifisso, potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. (1Cor 1,24-25).

(Teologo Borèl) Marzo 2009 – autore: Conferenza Episcopale Italiana

Sapienza umana e Sapienza divina, Resurrezione dei morti nella 1COR

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/RUBRICHEAUTORI/FrancescoCuccaro/FCsapienzaumanadivina1letteraCorintiPaolo.htm

TEOLOGIA BIBLICA DEL NUOVO TESTAMENTO

Le  tematiche della sapienza umana e della Sapienza divina e della resurrezione dei morti nella Prima Lettera ai Corinti di Paolo di Tarso

di Francesco Cuccaro  

Premessa

Nel suo secondo viaggio missionario, Paolo si trova a diffondere il messaggio di Cristo in Grecia.  A Tessalonica converte numerose persone, servendosi del contributo di Sila e Timoteo. A quanto si legge dagli Atti, non sembra che il suo brevissimo soggiorno ad Atene sia stato programmato, anche se la capitale dell’Attica diviene una tappa obbligata per svolgere altre peregrinazioni. In questa città ( siamo più o meno intorno al 49 E.V. ), tuttavia, Paolo dà sfogo al suo dinamismo missionario, ma vi sperimenterà un colossale fallimento. Si trova direttamente di fronte ad interlocutori già professanti l’idolatrìa vera e propria. E neanche tanto facili da superare diffidenze addirittura nei confronti di uno straniero banditore di nuovi culti, di un predicatore barbaro. Paolo ha il senso del limite e delle proporzioni ma, convinto della ‘potenza della Parola’ ( del ‘Dabàr’ ), della ‘Parola di Dio’, non si lascia scoraggiare. Anzi, entusiasticamente, si rivolge a quelli che possono apparirgli le energìe intellettuali più vivaci di tutta la cittadinanza ateniese. Questo capitolo degli Atti degli Apostoli ( At. 17, 16-34 ) può essere visto come la documentazione di una sfida della Rivelazione biblica nei confronti dell’Ellenismo più puro, cioé diverso da quello già incontrato nei territori grecofoni del Medio Oriente. Anzi, appare un confronto critico non tanto verso le forze naturali dell’uomo che si esprimono nel genio poetico, letterario, filosofico, artistico-figurativo della civiltà ellenica, quanto nei confronti dell’orientamento razionalistico difeso e custodito dalle migliori menti dell’epoca. Ma un confronto critico non dà adito per forza ad una controversia o polemica. Paolo ricerca con questi intellettuali ateniesi un punto di equilibrio tra le loro posizioni e le esigenze della sua predicazione. Quale può essere un fertile terreno d’incontro tra due visioni della vita e della religione così differenti tra loro ?  Per esempio : la critica all’antropomorfismo della religione e della mitologìa olimpiche. E’ innegabile lo sforzo positivo condotto da alcuni filosofi greci nel concepire Dio come primo principio cosmologico, secondo una tendenziale linea che va, grosso modo, da Senofane di Colofane  a Platone, da Aristotele a Plotino. Menzionando un verso poetico di Arato di Soli, ripreso e modificato dallo stoico Cleante di Asso ( At. 17, 28 ), Paolo riconosce questo sforzo, ma anche la sua insufficienza a debellare il politeismo con la conseguente idolatria. Come pure avverte -lui straniero- la difficile coesistenza tra la convinzione in un unico e superiore Dio, come sembra testimoniare la presenza di un’ara dedicata al Dio ignoto ( At. 17,23 ), e la credulità superstiziosa del popolino. Inoltre, deve anche  misurarsi con lo scetticismo che pervade il contesto culturale dei ceti medio-alti. Immaginiamo una scommessa che Paolo fa a se stesso, con il proposito di vincerla, incentrata proprio su quell’altare con la dedica ad una divinità sconosciuta che sembra essere indeterminata, senza volto e senza forma. Luca riporta fedelmente il testo della predica tenuta all’Areòpago ( sede del tribunale, ma anche luogo di discussioni pubbliche ) :  “Allora Paolo, alzatosi in mezzo all’Areòpago, disse ‘Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli déi. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione : Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che é signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo, né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa” ( At. 17,22-25 ). Fermiamoci un attimo. Il ragionamento che fa il Nostro é abbastanza pertinente per un evoluto spirito greco, fino ad essere ritenuto ovvio e di una sorprendente banalità. Nel senso che l’Apostolo non ha detto nulla di nuovo, considerando Dio come Colui che ha fatto il mondo e tutto ciò che esso contiene. Paolo ha evitato di presentare una dottrina della creazione dal nulla, forse per misura prudenziale. Un discorso come questo lo avrebbe portato lontano dai suoi obiettivi e forse urtato più di tanto la suscettibilità dei suoi ascoltatori che considerano la materia come eterna. Quindi, l’idea di un Dio che ha fatto il cielo e la terra non é estranea alla mentalità di chi sostiene la demiurgica ordinazione del mondo dal caos primigenio. Pertinente può apparire anche il discorso di una derivazione da una sola coppia originaria di tutto il genere umano : “Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto : ‘Poiché di lui stirpe noi siamo’ ” ( At. 17,26-28 ). Un discorso che avrebbe tuttavia urtato gli interessi di profittatori senza scrupoli e pronti a strumentalizzare l’ingenua credulità popolare, onde ottenere lauti guadagni, come sarebbe accaduto, di lì a qualche anno, ad Efeso con il celebre tumulto di Demetrio e degli argentieri ( At. 19, 21-41 ). “Essendo noi stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana” ( At. 17,29-30 ). C’é un fondo velato di ironia in questa esclamazione. I migliori cervelli arrivano a soprannaturalizzare il divino, ma la base popolare rimane ancora legata a credenze superficiali e ormai superate. “Dopo esser passato sopra ai tempi dell’ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo…..” ( At.17, 30-31 ). Neanche dopo l’incontro, sulla via di Damasco, con il Signore risorto, Paolo abbandona quello che si potrebbe dire lo zelo integralista del pio israelita riguardo alla giustizia di Jahveh, alla condanna del peccato e dell’idolatrìa, alla punizione universale di tutti gli uomini ( senza l’intervento provvidenziale di un uomo ).   L’ Apostolo delle Genti non ha peli sulla lingua : questo zelo lo esibisce anche, e soprattutto, nei confronti degli idolatri. Onde la necessità di una ‘conversione’ o ‘ravvedimento’ di questi ultimi, cioé un ‘cambiamento di mentalità e di vita’. Ecco la rivelazione sconcertante : “…..giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti” ( At 17,31 ). Ma Dio non sembra premiare subito questo zelo rigorista del suo inviato. Questa comunicazione così rapida e immediata non dà il risultato sperato. Il pubblico non solo non aderisce al messaggio di Paolo, ma lo rende oggetto di scherno e di irrisione. Beninteso, questa fiducia dell’Apostolo nella ‘potenza della Parola’ non verrà mai meno, né durante né dopo l’apparente sconfitta subita all’Areòpago di Atene. Avvertirà la consapevolezza che essa debba andare adeguata alle aspettative, alle esigenze, agli schemi mentali, ai pregiudizi degli uomini, ai tempi opportuni, secondo una pedagogìa progressiva. Lo smacco di Atene, deplorevole in se stesso, ha avuto il merito di inculcare nel predicatore e in noi il rispetto della dignità e della libertà della persona umana che Dio non violenta. L’integralismo religioso va, pertanto, umiliato. Non si formerà mai una vera e propria comunità cristiana ad Atene, almeno fino al IV secolo quando il Cristianesimo diverrà la religione ufficiale dell’Impero Romano. Fatta eccezione per un piccolo numero di convertiti, come Dionigi e Damaris durante il soggiorno paolino ( At. 17,34 ), la capitale dell’Attica rimarrà, per lungo tempo, la roccaforte inespugnabile della resistenza dell’Ellenismo pagano al Vangelo. Questo ci sembra l’orizzonte di minima intelligibilità nel quale situare l’insuccesso del kerygma  apostolico ad Atene, sempre che Luca ci garantisca la fedeltà testuale di quello che Paolo ha detto e ha fatto, e che il suo racconto non sia piuttosto un riassunto. L’immediatezza di una notizia relativa ad un evento storico, quale la resurrezione di un uomo dalla morte, e il vago accenno ad una credenza, diffusa nell’ambiente palestinese, concernente un ritorno dalla morte alla vita per tutti gli uomini in un giorno stabilito da Dio, scandalizzano il pubblico ateniese abituato, da secoli di educazione filosofica e retorica, ad una ricerca di prove ferreamente logiche e ad un consequenziale tessuto di dimostrazioni, per la gioia di Piergiorgio Odifreddi. Il testo lucano della predica di Paolo offre -potremmo dire- dei chiaroscuri, nel senso che non vengono citati quegli argomenti di carattere biblico che legano la precedente affermazione dell’esistenza di un Dio superiore e nascosto al tema del giudizio universale e a questo insolito discorso sulla resurrezione dei morti. Se ci mettessimo dalla parte degli interlocutori, pure noi potremmo meravigliarci non solo del senso oscuro delle parole di Paolo, ma soprattutto della mancanza di nesso logico nel passaggio da un tema all’altro. Ma non che Paolo non sia consapevole di questa inevitabile difficoltà. Dopo lo smacco di Atene e durante la sua permanenza a Corinto, l’Apostolo sarà assillato da questo dilemma : come e a chi presentare il Cristo crocifisso e risorto ? Questo celebre discorso all’Areopago nasce dall’improvvisazione e dall’entusiasmo, finanche eccessivo e forse anche ingenuo, nell’immediatezza riguardo i copiosi frutti in termini di miracoli, di conversioni, di trasformazioni interiori che una ‘rivelazione soprannaturale’ comporta, omettendo le stesse prove logiche e storiche sulle quali essa, pur tuttavia, si basa ?  Oppure il testo lucano sembra suggerire la presa di coscienza, da parte dell’Apostolo, della mancanza, per così dire, di tempi tecnici per preparare un discorso più articolato, stringente e consequenziale ?  Come pure Paolo ha tenuto conto della totale mancanza di conoscenza -da parte degli Ateniesi- delle Sacre Scritture ebraiche e degli schemi culturali del popolo eletto. Era opportuno, in quel momento, dire che : Dio ha creato dal nulla la prima coppia umana ?  Questa ha peccato contro Dio e ha fatto incorrere il genere umano nella sua “ira”?  Occorreva parlare della necessità della redenzione dal peccato e dalle sue conseguenze per opera dello stesso Dio che doveva assumere la natura umana, incarnandosi, diventare un israelita, per poi morire di una morte infamante e, successivamente, risorgere ?  Che il popolo ebraico é stato il primo depositario di questa rivelazione di salvezza attraverso i profeti ? Anche una misura prudenziale può rendere comprensibili tutte queste omissioni, ma é stata assente quando si é parlato apertamente della resurrezione dei morti  ( figuriamoci, poi, se Paolo avesse insistito sul Cristo morto in croce ). Il minimo che gli é capitato é stata la compassione. I suoi connazionali più fanatici gli avrebbero riservato, senza tanti complimenti, il peggio : la lapidazione! Tutte e tre le ipotesi per cercare di gettare uno spiraglio di luce sul mistero di questo clamoroso fallimento del discorso paolino all’Areòpago sono egualmente valide. Rimane tuttavia una certezza : l’esternazione dell’Apostolo serba i caratteri dell’avventura, del rischio e dell’imprevedibilità che sfugge ad ogni calcolo premeditato. Questo tema della ‘resurrezione dei morti’ é per giunta estraneo alla mentalità ellenica e non condiviso pienamente da tutta la nazione ebraica ( alcune correnti religiose, come quella dei Sadducei, la contestano addirittura ). Presso i Greci -e finanche in alcune popolazioni mediorientali- sussiste una sorta di pessimismo circa la sopravvivenza ultraterrena. Si avverte in essi un atteggiamento fatalistico estremo dove domina sovrana l’inesorabile legge della necessità e del determinismo che non permette deroghe di alcun tipo, quale può essere ritenuto il miracolo*. Da secoli l’immaginario collettivo ha sempre insistito sul tema dell’immortalità estendendola agli déi ed agli eroi della mitologìa olimpica e delle religioni misteriche. Immortalità vissuta nel sogno e nel desiderio, difficilmente provata, dal punto di vista filosofico, per quanto concerne la sopravvivenza delle anime umane. E su questo punto le scuole di pensiero dell’epoca si contrappongono l’una all’altra : i Platonici la sostengono in modo deciso e, con gli Orfici, la collegano alla reincarnazione; mentre, al contrario, gli Stoici e gli Epicurei la contestano. Per non parlare poi del disprezzo unanime verso il corpo e la materia intesi –ontologicamente- come irrilevanti, oltre ad essere corruttibili, anche se viene più che tollerata ed incoraggiata la ricerca dei piaceri della tavola e del sesso. Un tale disprezzo viene portato all’estremo, invece, dai sostenitori di correnti di pensiero dualistiche. L’argomento della ‘resurrezione dei corpi’, accennato da Paolo nel suo discorso all’Areòpago, non solo appare una sorpresa, ma suscita la totale irrisione da parte degli astanti. Non sarà mai facilmente assimilato dalla coscienza greca, perfino da chi ha accettato il messaggio di salvezza di Cristo, come testimonieranno le stesse lettere paoline ( e, in modo specifico, la prima ai Corinti ). Con la scomparsa degli Apostoli, la seconda generazione dei credenti vedrà fiorire posizioni –anche se minoritarie ma con un certo peso nel tessuto ecclesiale- che rigetteranno esplicitamente la resurrezione corporea di Gesù Cristo o la intenderanno in un senso morale o allegorico o spirituale, esasperando l’aspetto della partecipazione mistica da parte dei fedeli a questo presunto evento. Posizioni che saranno alla base del pensiero docetico e gnostico, oggetto della letteratura apologistica successiva a quella neotestamentaria. ——————————————- Paolo di Tarso giunge a Corinto e viene ospitato da un giudeo convertito al Cristianesimo, ma proveniente da Roma a seguito di un editto di espulsione emanato dall’imperatore Claudio ( siamo intorno al 50 ) : Aquila. Non solo i due connazionali sono accomunati dalla medesima fede, ma professano il mestiere di fabbricanti di tende ( At. 18, 1-3 ). L’ Apostolo attende tempi migliori per riprendere l’attività missionaria, soprattutto dopo l’arrivo, nella capitale dell’Acaia, dei suoi discepoli Sila e Timoteo  ( At. 18,4 ). Corinto é una città commerciale e marittima opulenta, situata sull’istmo omonimo che la fa, in un certo senso, da crocevia tra l’Oriente e Roma che, dal 146 prima E.V., la domina direttamente, insediandovi un proconsole di nomina senatoriale (all’epoca del soggiorno paolino é Gallione, probabile fratello del filosofo latino Seneca). La capitale dell’Acaia sembra possedere un volto più pragmatico che speculativo, a differenza di Atene, anche se non vi é assente una classe intellettuale che si diletta di filosofìa e di retorica. Per il povero Paolo il quadro non si presenta però, di primo acchìto, lusinghiero. Incontra, per la prima volta, una cittadinanza profondamente idolatra e, per di più, dedita al culto di Afrodite, il cui tempio sull’Acrocorinto ospita più di mille prostitute sacre denominate ‘ierodule’, permettendo in tal modo il fiorente malcostume sessuale. “Vivere alla maniera dei Corinzi” significa adottare uno stile di vita disordinato. A Corinto c’é una cospicua colonia giudaica. Questo dato facilita la predicazione dell’Apostolo che si impegna nella spiegazione delle Sacre Scritture, in giorno di sabato, nelle sinagoghe, cercando di dimostrare che Gesù é il Messìa annunciato dai Profeti e risorto ( At. 18, 5-8 ). Paolo subisce dai suoi connazionali incomprensioni ed opposizioni anche irriducibili, fino all’ostracismo e alla minaccia alla propria incolumità personale : “Ma poiché essi gli si opponevano e bestemmiavano, scuotendosi le vesti, disse: ‘Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente; da ora in poi io andrò dai pagani” ( At. 18,6  ) Non tutti i Giudei, però, si oppongono al messaggio di Cristo. L’arcisinagogo Crispo si converte alla Buona Novella ( At. 18, 8 ). Fortuna vuole che la religione ebraica abbia fatto, da tempo, sia proseliti che timorati di Dio ( come Tizio Giusto, At. 18,7 ) anche in questa città. E costoro saranno, per Paolo, il trampolino di lancio per l’attività di conversione dei pagani propriamente detti. N.B. Il nome di Tizio Giusto é latino. I Corinzi del I secolo non sono tutti greci puri da un punto di vista razziale. All’indomani dell’occupazione romana nel II secolo prima E.V., molti veterani andarono a colonizzare i territori di questo centro marittimo e commerciale, fondendosi con la popolazione locale, “grecizzandosi”. Questo dato ci dice perché molti abitanti della Grecia e dell’Asia Minore portarono nomi latini. Il successo dell’attività missionaria a Corinto non si spiegherebbe senza il concorso di miracoli, di carismi eccezionali e di mozioni interiori, ma questo discorso esula dalla ricerca storico-critica : “E una notte in visione il Signore disse a Paolo : ‘Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te, e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città’ ”  ( At. 18,9 ) La difesa del Signore nei confronti del suo inviato non manca in una grave circostanza. A causa di una sollevazione giudaica contro l’Apostolo di Tarso, aizzata da un capo della sinagoga di nome Sòstene, il proconsole Gallione fa cessare questa gazzarra, tutelando Paolo e gli altri fedeli ( At. 18,12–17 ). Paolo rimane a Corinto un anno e mezzo ( At. 18,11 ), coadiuvato da Sila e Timoteo, ma anche da altri predicatori. Dopo di che si imbarca, con Aquila e Priscilla, per Efeso, la città ionica per eccellenza, dove soggiornerà nel terzo viaggio missionario ( più o meno dal 54 al 57 E.V. ). La comunità cristiana di Corinto cresce numericamente. Un amico di Aquila di nome Apollo, un giudeo di Alessandria, anche lui convertito al Vangelo, versato nelle Sacre Scritture, si impegna con altri predicatori nell’attività catechetica ( At. 18, 24 – 28 ). Ma, dopo tre anni -e il nostro Paolo si trova ad Efeso- la Chiesa di Corinto comincia a manifestare tensioni e problematiche al suo interno……… Che cos’é dunque successo ? Diversi predicatori –che si alternano l’uno all’altro- confermano nella fede i neoconvertiti, lavorando su un campo già arato dall’Apostolo delle Genti. Ovviamente, chi ammette il soprannaturalismo sa o almeno ha l’intuizione che in questa comunità agisce lo Spirito Santo con i suoi specifici doni o ‘carismi’, tra i quali il ‘discernimento degli spiriti’, la profezìa’, l’esorcismo e, perfino, alcuni doni preternaturali come la ‘glossolalìa’ ( la disposizione a parlare lingue diverse e a farsi intendere in quelle stesse lingue ). La consapevolezza della straordinarietà di tali esperienze, da parte dei neofiti, induce molti di essi a sostenere di far parte già del mondo escatologico e delle realtà ultime, svalutando quello che é un loro diretto impegno nella storia, l’esercizio della carità e delle altre virtù, l’osservanza delle principali norme etiche, l’aiuto fraterno verso i sofferenti e i più svantaggiati che, invece, vengono spinti all’emarginazione. Paolo capisce la drammaticità del momento che si prospetta male in questa chiesa. Questo ‘enthousiasmos’ non va per niente bene. C’é il rischio di confondere il culto cristiano con i tanti culti misterici disseminati in Grecia e nell’Oriente ellenistico, alimentando lo spirito settario e un più marcato e deciso individualismo nei rapporti tra gruppo e gruppo, tra fratello e fratello. Rafforza queste preoccupazioni dell’Apostolo di Tarso la presenza di alcune correnti che mirano a compromettere l’unità del tessuto ecclesiale. Partiti che si richiamano all’autorità di questo o di quell’apostolo, di questo o di quest’altro predicatore o, addirittura, alla stessa persona di Cristo, o alla vanagloria religiosa o intellettuale ostentata da qualcuno dei missionari. I ‘carismi’ sono qualità e disposizioni funzionali ad edificare una comunità e non vanno privilegiati come forze superiori di cui si debba disporre per esercitare una egemonia o condizionare l’immaginazione e la debole mente degli altri. Tanto meno vanno intesi come “esplosioni di esaltazione comuni ai misteri di Dioniso” (1). Paolo affronta questo problema nel capitolo 14 della sua Prima Lettera ai Corinzi. Il fatto stesso di sentirsi dei ‘predestinati’, in forza di questi doni, invece di alimentare la ‘carità’ e la ‘umiltà’, corrobora in alcuni credenti l’orgoglio di esseri superiori, dimenticando la lotta da intraprendere contro il male che si annida nel cuore di ciascuno e che corrode il tessuto della vita civile. Considerandosi partecipi di un contesto santo e glorioso, essi ritengono ormai superflue e superate le disposizioni etiche, valide solo per i più deboli e gli imperfetti. Si fa avanti, pericolosamente, quella tendenza che, nei secoli futuri, darà luogo al quietismo con la sua dottrina eterodossa dell’impeccabilità delle anime mistiche. Per cui se possiedo questi carismi e sono soggetto ad estasi incontrollate, é segno che sono benvoluto da Dio che “agisce” in me. Inutile, quindi, che io padroneggi le passioni. Con la conseguenza della licenziosità sessuale che tanto preoccupa Paolo, soprattutto in una città come Corinto dove il vizio diviene non solo un principio regolativo del proprio agire, ma una vera e propria “struttura” sociale. E’ illuminante il capitolo 10 sempre della Prima Lettera ai Corinti  al  riguardo. Per Paolo il ‘peccato’ é ‘andare contro la propria coscienza’, ‘andare contro le proprie convinzioni’. Non ha importanza se si tratta di una coscienza retta o erronea. Può peccare quel mio fratello debole che ritiene una grave colpa morale cibarsi delle carni offerte agli idoli dietro il mio esempio. Io, invece, che so che gli déi non esistono, ho il giusto convincimento che adeguarsi a quel tipo di alimento non costituisce nessuna contaminazione. Ma se, per colpa mia ( e in questo commetto uno scandalo ), induco un fratello debole ad andare contro il suo errato convincimento, anch’io commetto un peccato grave contro la carità. Ne segue la logica conclusione che non mangerò carne in eterno, in pubblico, se con quest’atto rovinerò la salute spirituale di un’anima per la quale Cristo é morto ( 1 Cor. 8, 1-13 ). Come si può dedurre dalla lettura del capitolo sulle carni immolate agli idoli, la disposizione a peccare appartiene sia ai ‘deboli’ che ai ‘perfetti’. Le divisioni tra fedeli e tra partiti ( anche nelle assemblee liturgiche ), la mancanza di correzione fraterna, l’indulgenza verso il malcostume sessuale ( si cfr., per esempio, la tolleranza verso l’incestuoso citata in 1 Cor. 5, 1-13 ), la vanagloria o il compiacimento della propria santità, sono indici di egoismo. Non solo pregiudicano finora il lavoro svolto dall’Apostolo, ma corroborano una falsa percezione della salvezza cristiana. Le realtà escatologiche sono ancora da venire e occorre impegnarsi sulla via del bene perché queste si possano attualizzare.   Le tematiche della sapienza umana e della Sapienza divina ( 1Cor. 1,18 – 3, 1-4 )  La ‘fede’ é indispensabile all’attuazione del processo salvifico. Tutti sono chiamati alla fede, senza distinzione di razza, di ceto e di sesso. La ‘fede’  ( in greco ‘pistis’ ) é un principio attivo di trasformazione del credente ed é alternativa alla ‘conoscenza razionale’, in greco ‘gnosis’, nell’attingimento della verità suprema e della giustificazione. La prima é superiore alla seconda per il suo carattere di ‘dono divino’ e per la concessione di detto dono a tutti gli uomini di buona volontà. Beninteso, non si afferma ancora lo ‘gnosticismo’ come movimento eterodosso di opinione in seno alla Chiesa primitiva, nelle sue plurime espressioni. Come fenomeno tale movimento appare già nel II secolo. Tuttavìa, i suoi presupposti già si avvertono nel modo come alcuni credenti recepiscono il rapporto tra fede e conoscenza e nella propensione ad attribuire alla resurrezione di Cristo solo un significato morale e allegorico :  “Se Cristo non é risorto, é vana la vostra fede, siete ancora nei vostri peccati; perciò anche quelli che si sono addormentati in Cristo sono perduti. Se durante questa vita solamente abbiamo sperato in Cristo, noi siamo i più infelici di tutti gli uomini” ( 1Cor. 15, 17-19 ). Paolo fa appello ai miracoli che hanno accompagnato la sua missione e alla testimonianza oggettiva, oltre che degli Undici ( cioé senza Giuda Iscariota ), di numerosi discepoli ( “più di cinquecento fratelli” ) in Palestina e ancora viventi (1Cor. 15, 2-7), che hanno visto e ascoltato il Signore risorto. Questa ‘fede’ predispone il credente ad una ‘sapienza’ che é stata nascosta in Dio e avvolta nel ‘mistero’ ( 1 Cor. 2,7 ). Il termine greco che l’Apostolo delle Genti utilizza é ‘sophìa’, corrispettivo del latino ‘sapientia’. Con questa parola Paolo non designa una scienza di tipo intellettuale oggetto di predilezione dei Greci, ma una conoscenza profonda e “gustosa” ( “sapere” e “sapore” sono convertibili ) dei misteri di Dio che coinvolge l’essere umano anche nei suoi aspetti emozionali e pragmatici. E’ evidente che Paolo richiama la letteratura sapienziale dell’A.T. ( i Salmi in primo luogo ). Attraverso la ‘fede’ viene comunicata da Dio la ‘sapienza’ con una pedagogìa progressiva. Il cristiano é un pò come un infante che deve crescere e maturare. Il suo é un cammino che tende alla perfezione. Pertanto, il messaggio evangelico non può mai essere ridotto alla stregua di una dottrina esoterica valida solo per gli iniziati. In Paolo é presente, tuttavia, lo schema del rapporto di implicazione dialettica ‘psichici-spirituali’ ( che può anche diventare opposizione ) che sarà perno delle correnti dualistiche successive. Questo schema, tra l’altro, non é ignorato dalla letteratura religiosa giudaica del suo tempo e viene applicato dall’Apostolo non solo per opporre il ‘Vangelo’ al ‘secolo’ ( o ‘mondo’, categoria tipicamente giovannea ), ma anche per designare i credenti stessi in relazione alla pienezza o meno della fede ricevuta : “Tra i ‘perfetti’ annunciamo ( anche ) una sapienza : ma non la sapienza di questo mondo, né dei principi di questo mondo che vengono distrutti, bensì annunciamo la sapienza di Dio avvolta nel ‘mistero’, che é stata nascosta, che Iddio predestinò prima dei secoli per la nostra gloria e che nessuno dei principi di questo mondo ha conosciuto : se infatti l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma come é stato scritto : ‘quelle cose che occhio non vide e orecchio non udì e in cuore non salirono giammai, queste ha preparato Iddio per quelli che l’amano’” ( 1Cor. 2,6-9 ). Depositari di questa sapienza non sono coloro che si sono distinti nel linguaggio ornato o nelle massime elucubrazioni del raziocinio umano e, tanto meno, i detentori di un potere politico o culturale o socioeconomico, essendo realtà effimere e transitorie. “Dove mai il sapiente ?  Dove il dotto ?  Dove il dialettico di questo secolo ?  Non ha forse Iddio reso stolta la sapienza del mondo ?” ( 1 Cor. 1, 20 ).  Sono tante le scuole filosofiche che non riescono a rispondere in modo incontrovertibile e definitivo alle domande angoscianti dell’uomo, in primo luogo quelle concernenti le realtà della sofferenza e della morte. Dov’é l’investigatore di questo secolo ?  Coloro che hanno inteso scoprire i fondamenti del kosmos si sono contraddetti l’un l’altro. Ma Dio presenta un’altra ‘sapienza’ alternativa a chi vuole dire l’ultima parola su tutto il creato. Paolo associa all’espressione ‘Sapienza divina’ il termine ‘mysterion’ che, in greco, designa una ‘realtà nascosta’ in Dio e che corrisponde al ‘mistero di Cristo’, al ‘mistero di Cristo crocifisso’. La ‘logica della Croce’ é, dunque, la ‘logica del paradosso’, tanto di una perfetta coesistenza di contrari, quanto del rovesciamento di una cosa nel suo opposto. La Divina Maestà viene esaltata, nel Logos incarnato, proprio attraverso l’umiliazione della Vittima offerta, e questo contrasto non può essere facilmente assimilato dalle sole facoltà naturali seppur disciplinate. Solo i ‘perfetti’ nella fede possono “gustare” le infinite ricchezze racchiuse nel ‘mysterium crucis’. Del resto, Paolo é convinto dell’inadeguatezza dei discorsi umani e delle categorie concettuali ad intendere quelle che sono le verità di fede. Quindi, la ‘scienza teologica’ non va confusa con la ‘sapienza divina’, pur avendo la sua legittimità teorica, in quanto é pur sempre un sapere razionale umano, parziale e limitato, pur essendo illuminato dalla fede. Lo Spirito Santo aiuta ad aprire non soltanto la mente del fedele, ma  anche il ‘cuore’ a quanto Cristo gli ha rivelato, onde permettere una penetrazione interiore del dato evangelico che lo renda forza operante. Ma lo Spirito Santo si serve dell’Apostolo come di colui che si lascia ammaestrare e, con l’illuminazione, riesce a trovare le parole giuste per presentare agli ‘spirituali’ (non agli psichici) il suo messaggio di salvezza, “agli spirituali adattando cose spirituali” ( 1 Cor. 2,13 ). All’uomo psichico -che ritiene la ragione il metro di tutte le cose- si distingue, fino ad opporsi, ‘l’uomo spirituale’, colui che si dispone a pensare e ad agire sotto la mozione dello Spirito Santo. Se sussiste opposizione tra due categorie di uomini (e, perché no, anche tra due categorie di credenti), ciò non vuol dire, per forza, che debba esserci un’opposizione di principio tra la ‘psiché’ e il ‘pneuma’. Non é che nella mente del ‘perfetto’ venga eliminato, o quanto meno sostituito, l’aspetto psichico dell’uomo : anzi esso viene informato e potenziato dallo Spirito Santo. I grandi studiosi della mistica cristiana hanno insegnato le vie della purificazione dei sensi e dell’intelletto, e su come le facoltà e le potenze mentali devono essere padroneggiate lungo la strada della perfezione cristiana. E’ pur vero che tra l’uomo psichico e quello spirituale non può darsi proporzione recettiva, in quanto l’inferiore non può scrutare le cose che appartengono ad un ordine superiore e, pertanto, non può comprenderle. Lo spirituale può discernere le cose che gli appartengono e può giudicare l’inferiore (1). Ma può conoscere, solo per ‘rivelazione’, il ‘disegno di salvezza’, finendo per conformarsi al Figlio di Dio. Chi crede con pienezza, ha la possibilità di concepire e di giudicare tutto con la ‘mente di Cristo’ ( il noùs ). “Per conto nostro, noi abbiamo la ‘mente di Cristo’ ” ( 1 Cor. 2,16 ) Ma finché ci si rimane ancora contrassegnati dall’egoismo e dalla volontà di appropriazione, ci si lascia condizionare da una logica carnale dura ad essere superata. Quindi, comunicare a degli immaturi una sapienza elevata é come offrire un cibo solido a dei lattanti ( 1 Cor. 3,1–4 ).   Il tema della ‘resurrezione dei morti’  ( 1 Cor. 15, 1- 58 ) Paolo scrive ai cristiani di Tessalonica ( siamo più o meno intorno al 51 E.V. ), esponendo una escatologia imperniata sul ritorno del Signore Gesù, ma che non va avvertito come imminente, pur raccomandando nei neofiti la perseveranza nella fede e nell’operosità.  Questa chiesa non presenta alcuna difficoltà ad assimilare il duplice dato rivelato della Resurrezione corporea di Cristo e di tutti gli uomini nel momento finale della loro storia. Invece, la comunità di Corinto, proprio su questo articolo di fede, manifesta le sue perplessità. Paolo deve intervenire per ribadire la storicità e le modalità dell’evento della Resurrezione. E’ probabile che alcuni neoconvertiti siano indotti ad interpretare questa credenza biblica solo in un senso mistico e figurativo. Non si riesce ad accettare, fino in fondo, una ‘resurrezione dei morti’ nell’ultimo giorno stabilito da Dio : “Ora, se di Cristo si predica che é risorto dai morti, come mai alcuni fra voi dicono che non c’é la resurrezione dei morti ?  Che se la resurrezione dei morti non c’é, neppure Cristo é risorto. Se poi Cristo non é risorto, é dunque vana la nostra predicazione ed é vana anche la vostra fede. Anzi siamo trovati perfino falsi testimoni di Dio, poiché per Iddio testimoniammo che risuscitò Cristo, che egli invece non risuscitò, se davvero i morti non risorgono” ( 1Cor. 15, 12-15 ). Indubbiamente, in queste persone é forte il pessimismo circa la materia e radicata la convinzione che il corpo sia la prigione dell’anima. Pur ammettendo l’immortalità di quest’ultima come gli Orfici, i Pitagorici e i Platonici, che senso avrebbe tornare di nuovo a vivere con il proprio corpo ?  Del resto, é così diffuso nella mentalità ellenica il preconcetto secondo il quale meglio sarebbe non essere mai nati e cercare di morire al più presto, soprattutto quando si é giovani. L’Apostolo di Tarso si impegna per sostenere, al riguardo, un inedito principio teologico. Se Cristo non é risorto, vana é la nostra predicazione e vana la vostra fede !  ( 1 Cor. 15,14 ). Che senso ha parlare della resurrezione dell’uomo Gesù e negare, nel contempo stesso, quella futura di tutti gli altri uomini ?  Il Nostro svolge il proprio ragionamento in due direzioni : a ) ribadire la certezza e la veridicità della resurrezione corporea di Gesù, per poi sottolineare questa come il fondamento teologico e storico di quella futura di tutti gli uomini; b) esporre l’argomento della “reductio ad absurdum”. Da un lato egli fa appello non solo alla testimonianza personale di un incontro diretto ed immediato con il Risorto sulla via di Damasco : “….ultimo tra tutti apparve anche a me, come a un abortivo” ( 1Cor. 15, 8 ). Che é poi una cristofanìa posteriore rispetto alle apparizioni di cui hanno beneficiato gli Undici, compreso Cefa ( 1Cor. 15,5 ). Addirittura il Risorto è apparso “in una volta sola, a più di cinquecento fratelli” ( 1 Cor. 15,6 ), molti dei quali vivono ancora in Palestina all’epoca della stesura delle due Lettere ai Corinzi, potendo essere interrogati circa questo evento della Resurrezione. Tutti soggetti che –a differenza di Paolo- hanno conosciuto e frequentato Gesù durante la sua vita terrena. A ben leggere la Prima Lettera ai Corinti e riflettere proprio su questa tematica, il Nostro non tanto si sofferma sulla Resurrezione di Cristo, considerandola come premessa storica di quella futura di tutti gli uomini nell’ultimo giorno. L’Apostolo non sembra argomentare dal fatto storico obiettivo, ma intende partire dall’ipotesi della non-resurrezione dei corpi, per dichiarare assurda la posizione di chi ritiene che Cristo sia risorto dai morti. Ipotesi che si scontrerà, però, con un dato storicamente accertato. Paolo crede, tuttavia, nella forza logica stringente di un ragionamento indimostrato ( come quello formulato in 1 Cor. 15, 13-15 ) e la oppone ai negatori dei suoi articoli di fede. Ed é tanto convinto della validità di questa argomentazione da non sottovalutare il potenziale tragico e distruttivo delle sue conseguenze sul piano morale ed esistenziale : Se non si dà la resurrezione dei morti, allora Cristo non é risorto. E se non é risorto, allora vane sono la nostra predicazione e la vostra fede. Voi rimanete nei vostri peccati. E i vostri cari estinti che sono morti nel nome di Cristo sono perduti. Questo ragionamento indimostrato di Paolo, la “reductio ad absurdum”, parte da un’ipotesi di fondo che non é una certezza di tipo matematico. Il rapporto che sussiste tra il conseguente e l’antecedente non solo é di connessione, ma risulta valido e corretto. Se non si dà la resurrezione dei corpi, neppure Cristo é risorto ( se “non p”, dunque “non q” ). E se Cristo non é risorto da morte, sono vane la nostra predicazione e la vostra fede ( ma “non q”, dunque “non r” ). Si tratta di un’argomentazione condotta in via ipotetica ( “se….ma….dunque” ) e per giunta attraverso la negazione. Ma sappiamo che Cristo é risorto. Il contrario del conseguente conclude il contrario dell’antecedente : Cristo é risorto, dunque tutti gli uomini risorgeranno  ( se “p”, dunque “q” ). Questa ri-conversione del ragionamento si regge sulla fede nella “buona novella” della resurrezione corporea di Cristo, attestata dagli Apostoli e da numerosi testimoni oculari. Se non ci fosse il dato della Resurrezione, il Cristianesimo crollerebbe totalmente. Non varrebbe a salvarlo neanche la riflessione sull’ipotesi dell’immortalità dell’anima, portata avanti da S. Giovanni Crisostomo (3) nel suo commento alla Prima Lettera ai Corinzi : “Ma che dici, Paolo ?    Come speriamo solo in questa vita se i corpi non risorgono, quando resta l’anima immortale ?”. Ma l’autorevole Padre della Chiesa ignora la constatazione secondo la quale, all’epoca dell’Apostolo dei Gentili, non tutti i Greci ripongono fede in questa credenza (  come, per l’appunto, i filosofi materialisti ), per cui quella nell’immortalità dell’anima rimane una fredda ipotesi che non riesce  ad alimentare una speranza in una felice vita ultraterrena. Ha ragione Mons. Cipriani quando sostiene che non si può, al di fuori del Cristo, fondare la speranza sull’esercizio di una qualche virtù o su una presunta “tranquillità della propria coscienza” (4). Gli Stoici, inoltre, considerano la virtù come il bene supremo da ricercare in questa vita terrena, ma non tale da garantire una felicità oltremondana. Senza la Resurrezione di Gesù non c’é né redenzione né riscatto. Cristo é risorto dalla morte, dunque tutti beneficeranno della Resurrezione, in forza della legge della nostra assimilazione e solidarietà con il Figlio di Dio. Come Adamo ha accomunato tutti i suoi discendenti in un destino di disobbedienza e di morte, così Cristo assimilerà, nel suo trionfo immortale, tutti coloro che sono uniti a lui nell’amore. Una prima aporia esegetica la si riscontra nell’uso che fa Paolo del termine greco “tò télos”, cioè la ‘fine’. Occorre capire se l’Apostolo intende la resurrezione corporea in senso universale o solo per alcuni : “Come infatti in Adamo tutti muoiono, così anche in Cristo tutti saranno vivificati. Ciascuno però nel suo ordine : primizia Cristo; poi coloro che sono di Cristo, al momento della sua Parusìa; quindi la fine, allorquando egli consegnerà il regno al Dio e Padre,…” ( 1 Cor. 15, 22-24 ). Qualche interprete antico e moderno ( come Teodoreto di Ciro oppure Lietzmann, Loisy e Schweitzer ) ha pensato che, con “fine”, Paolo abbia inteso il “resto dell’umanità”, alludendo ad una terza classe di risorti, cioé gli empi oppure i giusti che hanno ignorato il Vangelo. Come osserva lo stesso Mons. Cipriani, una tale interpretazione si regge su una giustificazione filologica assai debole, dal momento che il termine “télos” ricorre nel discorso escatologico di Gesù riportato dai Sinottici ( Mt. 24,6.13-14; Mt. 28,30; Lc. 21,9; ecc. ) con il significato di cessazione del secolo presente (5). Non sembrano esserci dubbi sul carattere universale della resurrezione dei morti, dal momento che l’Apostolo stabilisce un’analogìa tra Cristo e Adamo pur con i loro diversi destini. Tutti muoiono in Adamo e tutti saranno vivificati in Cristo, anche se il punto di vista di Paolo sembra rispecchiare solo la condizione dei salvati. Inoltre, se non si può fondare al di fuori di Cristo alcuna speranza di sopravvivenza ultraterrena, allora appare “ragionevole” la preoccupazione di darsi ai piaceri della carne, e l’Apostolo riporta una citazione di Is. 22,41 : “Se i morti non risorgono, ‘mangiamo e beviamo : domani infatti moriremo’” ( 1 Cor. 15, 32 ). Quella che fa il non-redento é un’affermazione grossolana, ma abbastanza plausibile. E addirittura vincente. E Paolo non si contrappone ad essa con l’argomentazione del filosofo che sostiene l’immortalità dell’anima. Per il pio israelita l’individuo umano é un tutt’uno, é un’unità psicofisica che vive o che muore. Che senso ha, per lui, un girovagare dell’anima indipendentemente dal corpo ?   Pur nell’ipotesi che sopravvivesse, la sua condizione sarebbe talmente infelice tanto nello Sheol biblico, quanto nei Campi Elisi o nella valle tartarea della religione ellenica, da non essere auspicata proprio per niente. Allora apparirebbe più desiderabile, per quanto ripugnante, una vita superficiale, inoperosa e licenziosa. Come pure :  che senso potrebbe avere la ricerca della virtù per se stessa, come vorrebbero gli Stoici ?  Indipendentemente dalla nostra salvezza e dall’amore per Dio ? Contro coloro che negano la resurrezione dei morti, Paolo offre ai credenti un ammonimento per metterli in guardia contro un contesto che sembra avvelenare, con i suoi preconcetti filosofici oppure con un marcato senso edonistico della vita dei più, la purezza della loro fede assimilata dall’Apostolo. E lo fa menzionando un detto che il drammaturgo Menandro ( 342 – 291 prima dell’E.V. ) riporta nella sua commedia ‘Taide’ : “Le conversazioni cattive corrompono i buoni costumi” ( 1 Cor. 15, 33 ). Altre due citazioni desunte dalla cultura greca ( come At. 17,28 che si riferisce ad un detto del poeta Arato di Soli, e Tito 1, 10-11 che registra un verso del filosofo Enesidemo di Cnosso  ) non devono, però, indurci a pensare ad una probabile educazione classica dell’Apostolo delle Genti. Piuttosto, vanno intese come “modi di dire” a guisa di proverbio ricorrenti sulla bocca di tutti. Paolo si trova, infatti, a vivere in un mondo ellenistico originariamente non suo e, certamente, recepisce schemi mentali, concetti, luoghi comuni propri di questo ambiente. L’ammonimento si conclude con queste parole : “Risvegliatevi dalla crapula come conviene e non vogliate peccare. Taluni, infatti, hanno ignoranza di Dio; ve lo dico per vostra confusione” ( 1 Cor. 15, 34 ) Scrivendo da Efeso, la patria di Eraclito, é probabile che Paolo abbia conosciuto anche il suo pensiero, oltre la sua vita. E il termine “risvegliatevi” -che egli usa per correggere i cristiani di Corinto- così familiare all’Oscuro che criticava costumi e consuetudini dei suoi concittadini, squalificati come “dormienti” in quanto “schiavi dell’opinione dei più”. Il termine ‘crapula’ é metaforico, per cui con esso l’Apostolo non intende tanto i piaceri della tavola, quanto piuttosto l’ottenebramento della mente nell’errore e, conseguentemente, nel peccato. Tuttavia, tra i neoconvertiti corinzi, non ci sono solo coloro che negano la resurrezione dei morti, ma anche altri che l’accettano, interpretandola però in modo difforme dalla tradizione apostolica. Questo loro insegnamento offre lo spunto a Paolo per un intervento rettificatore. La Resurrezione di Cristo e di tutti gli uomini potrebbe essere intesa anche in un senso figurato o allegorico, o semplicemente morale. E pensare che mancano ancora quarant’anni circa alla comparsa di quella che sarà la dottrina docetica che tanto avrà successo nell’ambito della Chiesa primitiva, contro la quale saranno impegnate, vittoriosamente, le migliori energie dei Padri Apologisti per confutarla e vincerla. E se gli Apostoli, invece di una visione obiettiva del loro Maestro risorto, avessero avuto una consapevolezza superiore della loro partecipazione al mistero della morte di Cristo e da questa si fossero illusi su un ritorno alla vita di Gesù ?   Del resto, la tomba vuota rimane pur sempre un mistero. Risulta chiaro che a Paolo non basta confutare una tale opinione protognostica con il richiamo all’obiettività e veracità delle cristofanìe “post-resurrectionem”, ma cerca anche di illustrare le modalità di un evento così miracoloso ed eccezionale. Come avviene la resurrezione corporea ? E’ pacifico che non risorge il corpo di prima destinato alla corruzione. Non si ha una ricostituzione di organi, di ossa, di giunture, di arti, ecc…..Pur tuttavia l’identità personale rimane la stessa nel corpo mortale e in quello risorto. Per rendere ragionevole un mistero tanto solenne quanto profondo, Paolo si serve di analogìe in relazione all’esperienza quotidiana. Alcune sono attinte dal mondo vegetale. E’ chiaro che il seme deve morire per produrre o il frumento o il frutto o l’albero. Vale a dire : deve subire delle trasformazioni. Il frumento o l’albero, però, non sono estranei rispetto al seme, dal quale sono derivati. Altre analogìe sono desunte dalla costituzione fisiologica dei corpi animali. “Non ogni carne é la stessa carne” ( 1Cor. 15, 39 ), in proporzione, qualità e quantità. Ora, se la Sapienza divina é talmente onnipotente da suscitare una variabilità di forme così insolite e diverse, tanto più sarà in grado di operare una trasformazione da un corpo destinato alla morte ad uno incorruttibile e vivificato, senza che questo passaggio possa compromettere la stessa individualità, soggetto dell’uno e dell’altro corpo. Che senso avrebbe tornare ad assumere lo stesso corpo animale di prima, cretaceo come lo chiama l’Apostolo ?  Tra l’altro perituro e destinato alla sofferenza, alla fatica, alla vecchiaia e alla morte ?  La resurrezione dei morti non é e non sarà una semplice rianimazione. Che Gesù, nel suo ministero pubblico, e alcuni Profeti come Elìa ed Eliseo, nella storia millenaria di Israele, abbiano operato casi di rianimazione ( e, quindi, di ritorno alla vita peritura ) -anche a distanza di giorni- é risaputo. Ma la Resurrezione di Cristo e di tutti gli uomini nell’ultimo giorno é ben altra cosa ! Teniamo conto anche dell’antropologìa biblica di cui Paolo é debitore. L’uomo può essere considerato secondo tre accezioni in relazione alla sua corporeità : anima vivente ( nefésh ), spirito incarnato (ruàh), carne decaduta e finita (basàr). “Si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale. Se c’é un corpo animale, c’é anche ( un corpo ) spirituale. Così anche é scritto : ‘Il primo uomo, Adamo, diventò anima vivente’ ( Gn. 2,7 ), l’ultimo Adamo ( diventò ) Spirito vivificante. Però il primo non é lo spirituale, ma ciò che é animale; dopo ( viene ) lo spirituale. Il primo uomo é dalla terra, fatto di creta; il secondo uomo é dal cielo. Quale il cretaceo, tali anche i cretacei; e quale il celeste, tali anche i celesti. E come portammo l’immagine del cretaceo, porteremo pure l’immagine del celeste”. ( 1Cor. 15, 44 – 49 ). Questa trasformazione –che si accompagnerà alla Resurrezione- provvederà ad arricchire il nuovo corpo vivificato di qualità e di doti che lo renderanno diverso rispetto al corpo animale o psichico, pur appartenuto al medesimo soggetto. Si muore nella debolezza, ma si risorge nella forza ( giovanile, possiamo aggiungere noi ). Poi – vale per i redenti- si semina nell’ignominia ma si risorge nella gloria. Questa riflessione motiva il comandamento di fuggire la fornicazione. Il nostro corpo vivificato assumerà lo splendore di Dio, perché sarà animato dallo Spirito Santo che perfezionerà anche le doti dello psichico e asseconderà tutte le aspirazioni definitive dell’uomo caduco. Fuggire la fornicazione e l’egoismo significa tracciare anche una linea di condotta per il credente, “presentandogli un ideale di perfettibilità indefinita” (6) “Stolto che sei !”   ( 1 Cor. 15,36 ) : dice Paolo riferendosi a chi ironizza su “un’apparente grossolanità” della predicazione apostolica sul dato della resurrezione dei morti. Quindi, nessuna ricostituzione organica e fisiologica del corpo perituro. Con qual corpo i defunti ritorneranno apparirebbe una questione oziosa, non degna di uno spirito avveduto. Eppure, a ben riflettere, anche i Greci  ( come, al contrario, i popoli semitici, gli Egiziani con il loro mito di Osiride, i Persiani con gli insegnamenti di Zoroastro, ecc. ) potevano giungere ad una minima percezione di questo mistero, proprio ragionando su queste analogìe prese in prestito dalla natura. Con grande meraviglia di Paolo, alcune correnti hanno postulato l’immortalità dell’anima, altre l’hanno decisamente negata, ma nessuna ha espresso dubbi su una vittoria definitiva della morte. “Se c’é un corpo animale, c’é anche ( un corpo ) spirituale. Così anche é scritto : ‘Il primo uomo, Adamo, diventò anima vivente’ ( Gn. 2,7 ), l’ultimo Adamo (diventò) Spirito vivificante. Però il primo non é lo spirituale, ma ciò che é animale; dopo ( viene ) lo spirituale”  ( 1Cor. 15, 44-46 ). Paolo asserisce l’incontrovertibilità del passaggio da un corpo animale ad un corpo spirituale ( “però il primo non é lo spirituale, ma ciò che é animale; dopo viene lo spirituale ), da un corpo animato dalla ‘psiché zosan’ ad un corpo penetrato dallo ‘Spirito di Dio’, denominato ‘pnéuma’, che in esso agisce mediante il ‘noùs’ ( la mente ), soprannaturalmente elevato e potenziato (7). La 1 Cor.15, 44-46 può facilmente sconfessare la successiva dottrina docetica, secondo la quale Cristo avrebbe assunto un corpo apparente e in realtà non sarebbe morto sulla croce. Non regge neppure l’esegesi di Joachim Jeremias, al riguardo, che finisce per ravvisare in Cristo un eone celeste o una specie di uomo primordiale che sta all’inizio e preesiste all’uomo terrestre. Paolo ha parlato chiaro : il primo Adamo diventò anima vivente, l’ultimo Adamo diventò Spirito vivificante. E quel ‘diventare’ dice tutto. La glorificazione é un processo ontologico che viene dopo e all’ultimo stadio della storia umana. Ciò non toglie che tale processo si realizza in un senso morale e religioso già in questa vita, mediante la ‘grazia’. “Ecco che io vi annunzio un mistero : tutti, certo, non ci addormenteremo, ma tutti saremo trasformati in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba : suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati” ( 1 Cor. 15, 51-52 ). Paolo ci induce a pensare che il mistero secondo il quale non tutti moriremo l’abbia ricevuto in forza di una rivelazione che non é contenuta nella tradizione apostolica, denominata ‘paradosis’. Eppure il Nostro é convinto di quanto asserisce, non nascondendo un vivo desiderio di voler essere in carne ed ossa presente a questa seconda venuta di Cristo Del resto, anche il Credo Niceno-Costantinopolitano –che recitiamo durante la Messa e le solennità liturgiche- riporta questa citazione : “siede alla destra del Padre e di nuovo verrà a giudicare i vivi e i morti”. Quasi a riferire che la Parusìa avverrà quando sarà vivente l’ultima generazione umana. Non si può nascondere un senso di disagio di fronte a questa rivelazione, poiché  tutti hanno peccato, tutti discendono da Adamo, anche Cristo è morto, tutti devono morire senza alcuna eccezione. Mons. Cipriani parla di “quattro lezioni differenti” del versetto 51 (8). La prima é quella già menzionata, rappresentata da antichissimi codici e versioni come la siriana, la copto-saidica, la gotica ed accettata da moltissimi Padri della Chiesa, nonché da Tertulliano e da S. Girolamo. C’é la seconda che riporta il versetto in questo modo : “tutti ci addormenteremo, ma non tutti saremo trasformati” ( lezione dei codici SCFG, 17, della versione armena, di alcuni codici della Vetus latina secondo la testimonianza di S. Girolamo ). La terza cita il versetto : “tutti non ci addormenteremo, ma non tutti saremo trasformati (il solo codice A). Poi c’é la quarta : “tutti risorgeremo, ma non tutti saremo trasformati” ( codice D, moltissimi Padri latini e la Vulgata ). Le ultime tre lezioni non sono più antiche della prima, risultano essere criticamente insostenibili, pur cercando di correggere la prima. Come la seconda che vuole ammettere la morte di tutti gli uomini precedente la resurrezione universale. La seconda, la terza e la quarta mirano ad escludere gli empi dal processo miracoloso di trasformazione in corpi incorrotti. Paolo non ritiene imminente la seconda venuta di Cristo. Non possiede la certezza né di essere vivo né di essere morto all’indomani del Grande Evento. Insomma, tutti noi -vivi o morti- saremo trasformati o trasfigurati in corpi spirituali. In lui non assume neanche grande importanza se sussisterà una generazione ancora vivente o meno al momento della Parusìa. Va subito al nocciolo della questione : tutti saremo trasformati in forza di un atto divino, repentino ed immediato. Questa portentoso miracolo sarà accompagnato da una solenne e spettacolare manifestazione di Dio, dove la “tromba” assume la qualità di un elemento descrittivo dal sapore apocalittico già nell’A.T. per narrare le epifanie di Jahveh.    

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 30 juin, 2015 |Pas de commentaires »

SAPIENZA UMANA E DELLA SAPIENZA DIVINA E DELLA RESURREZIONE DEI MORTI NELLA 1COR

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/RUBRICHEAUTORI/FrancescoCuccaro/FCsapienzaumanadivina1letteraCorintiPaolo.htm

TEOLOGIA BIBLICA DEL NUOVO TESTAMENTO

LE TEMATICHE DELLA SAPIENZA UMANA E DELLA SAPIENZA DIVINA E DELLA RESURREZIONE DEI MORTI NELLA PRIMA LETTERA AI CORINTI DI PAOLO DI TARSO

di Francesco Cuccaro

Premessa
Nel suo secondo viaggio missionario, Paolo si trova a diffondere il messaggio di Cristo in Grecia. A Tessalonica converte numerose persone, servendosi del contributo di Sila e Timoteo.
A quanto si legge dagli Atti, non sembra che il suo brevissimo soggiorno ad Atene sia stato programmato, anche se la capitale dell’Attica diviene una tappa obbligata per svolgere altre peregrinazioni.
In questa città ( siamo più o meno intorno al 49 E.V. ), tuttavia, Paolo dà sfogo al suo dinamismo missionario, ma vi sperimenterà un colossale fallimento. Si trova direttamente di fronte ad interlocutori già professanti l’idolatrìa vera e propria. E neanche tanto facili da superare diffidenze addirittura nei confronti di uno straniero banditore di nuovi culti, di un predicatore barbaro.
Paolo ha il senso del limite e delle proporzioni ma, convinto della ‘potenza della Parola’ ( del ‘Dabàr’ ), della ‘Parola di Dio’, non si lascia scoraggiare. Anzi, entusiasticamente, si rivolge a quelli che possono apparirgli le energìe intellettuali più vivaci di tutta la cittadinanza ateniese.
Questo capitolo degli Atti degli Apostoli ( At. 17, 16-34 ) può essere visto come la documentazione di una sfida della Rivelazione biblica nei confronti dell’Ellenismo più puro, cioé diverso da quello già incontrato nei territori grecofoni del Medio Oriente. Anzi, appare un confronto critico non tanto verso le forze naturali dell’uomo che si esprimono nel genio poetico, letterario, filosofico, artistico-figurativo della civiltà ellenica, quanto nei confronti dell’orientamento razionalistico difeso e custodito dalle migliori menti dell’epoca. Ma un confronto critico non dà adito per forza ad una controversia o polemica. Paolo ricerca con questi intellettuali ateniesi un punto di equilibrio tra le loro posizioni e le esigenze della sua predicazione.
Quale può essere un fertile terreno d’incontro tra due visioni della vita e della religione così differenti tra loro ? Per esempio : la critica all’antropomorfismo della religione e della mitologìa olimpiche. E’ innegabile lo sforzo positivo condotto da alcuni filosofi greci nel concepire Dio come primo principio cosmologico, secondo una tendenziale linea che va, grosso modo, da Senofane di Colofane a Platone, da Aristotele a Plotino. Menzionando un verso poetico di Arato di Soli, ripreso e modificato dallo stoico Cleante di Asso ( At. 17, 28 ), Paolo riconosce questo sforzo, ma anche la sua insufficienza a debellare il politeismo con la conseguente idolatria. Come pure avverte -lui straniero- la difficile coesistenza tra la convinzione in un unico e superiore Dio, come sembra testimoniare la presenza di un’ara dedicata al Dio ignoto ( At. 17,23 ), e la credulità superstiziosa del popolino. Inoltre, deve anche misurarsi con lo scetticismo che pervade il contesto culturale dei ceti medio-alti.
Immaginiamo una scommessa che Paolo fa a se stesso, con il proposito di vincerla, incentrata proprio su quell’altare con la dedica ad una divinità sconosciuta che sembra essere indeterminata, senza volto e senza forma. Luca riporta fedelmente il testo della predica tenuta all’Areòpago ( sede del tribunale, ma anche luogo di discussioni pubbliche ) :
“Allora Paolo, alzatosi in mezzo all’Areòpago, disse ‘Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli déi. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione : Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che é signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo, né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa” ( At. 17,22-25 ).
Fermiamoci un attimo. Il ragionamento che fa il Nostro é abbastanza pertinente per un evoluto spirito greco, fino ad essere ritenuto ovvio e di una sorprendente banalità. Nel senso che l’Apostolo non ha detto nulla di nuovo, considerando Dio come Colui che ha fatto il mondo e tutto ciò che esso contiene. Paolo ha evitato di presentare una dottrina della creazione dal nulla, forse per misura prudenziale. Un discorso come questo lo avrebbe portato lontano dai suoi obiettivi e forse urtato più di tanto la suscettibilità dei suoi ascoltatori che considerano la materia come eterna. Quindi, l’idea di un Dio che ha fatto il cielo e la terra non é estranea alla mentalità di chi sostiene la demiurgica ordinazione del mondo dal caos primigenio. Pertinente può apparire anche il discorso di una derivazione da una sola coppia originaria di tutto il genere umano :
“Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto : ‘Poiché di lui stirpe noi siamo’ ” ( At. 17,26-28 ).
Un discorso che avrebbe tuttavia urtato gli interessi di profittatori senza scrupoli e pronti a strumentalizzare l’ingenua credulità popolare, onde ottenere lauti guadagni, come sarebbe accaduto, di lì a qualche anno, ad Efeso con il celebre tumulto di Demetrio e degli argentieri ( At. 19, 21-41 ).
“Essendo noi stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana” ( At. 17,29-30 ).
C’é un fondo velato di ironia in questa esclamazione. I migliori cervelli arrivano a soprannaturalizzare il divino, ma la base popolare rimane ancora legata a credenze superficiali e ormai superate.
“Dopo esser passato sopra ai tempi dell’ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo…..” ( At.17, 30-31 ).
Neanche dopo l’incontro, sulla via di Damasco, con il Signore risorto, Paolo abbandona quello che si potrebbe dire lo zelo integralista del pio israelita riguardo alla giustizia di Jahveh, alla condanna del peccato e dell’idolatrìa, alla punizione universale di tutti gli uomini ( senza l’intervento provvidenziale di un uomo ).
L’ Apostolo delle Genti non ha peli sulla lingua : questo zelo lo esibisce anche, e soprattutto, nei confronti degli idolatri. Onde la necessità di una ‘conversione’ o ‘ravvedimento’ di questi ultimi, cioé un ‘cambiamento di mentalità e di vita’.
Ecco la rivelazione sconcertante :
“…..giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti” ( At 17,31 ).
Ma Dio non sembra premiare subito questo zelo rigorista del suo inviato. Questa comunicazione così rapida e immediata non dà il risultato sperato. Il pubblico non solo non aderisce al messaggio di Paolo, ma lo rende oggetto di scherno e di irrisione.
Beninteso, questa fiducia dell’Apostolo nella ‘potenza della Parola’ non verrà mai meno, né durante né dopo l’apparente sconfitta subita all’Areòpago di Atene. Avvertirà la consapevolezza che essa debba andare adeguata alle aspettative, alle esigenze, agli schemi mentali, ai pregiudizi degli uomini, ai tempi opportuni, secondo una pedagogìa progressiva. Lo smacco di Atene, deplorevole in se stesso, ha avuto il merito di inculcare nel predicatore e in noi il rispetto della dignità e della libertà della persona umana che Dio non violenta. L’integralismo religioso va, pertanto, umiliato.
Non si formerà mai una vera e propria comunità cristiana ad Atene, almeno fino al IV secolo quando il Cristianesimo diverrà la religione ufficiale dell’Impero Romano. Fatta eccezione per un piccolo numero di convertiti, come Dionigi e Damaris durante il soggiorno paolino ( At. 17,34 ), la capitale dell’Attica rimarrà, per lungo tempo, la roccaforte inespugnabile della resistenza dell’Ellenismo pagano al Vangelo.
Questo ci sembra l’orizzonte di minima intelligibilità nel quale situare l’insuccesso del kerygma apostolico ad Atene, sempre che Luca ci garantisca la fedeltà testuale di quello che Paolo ha detto e ha fatto, e che il suo racconto non sia piuttosto un riassunto.
L’immediatezza di una notizia relativa ad un evento storico, quale la resurrezione di un uomo dalla morte, e il vago accenno ad una credenza, diffusa nell’ambiente palestinese, concernente un ritorno dalla morte alla vita per tutti gli uomini in un giorno stabilito da Dio, scandalizzano il pubblico ateniese abituato, da secoli di educazione filosofica e retorica, ad una ricerca di prove ferreamente logiche e ad un consequenziale tessuto di dimostrazioni, per la gioia di Piergiorgio Odifreddi.
Il testo lucano della predica di Paolo offre -potremmo dire- dei chiaroscuri, nel senso che non vengono citati quegli argomenti di carattere biblico che legano la precedente affermazione dell’esistenza di un Dio superiore e nascosto al tema del giudizio universale e a questo insolito discorso sulla resurrezione dei morti.
Se ci mettessimo dalla parte degli interlocutori, pure noi potremmo meravigliarci non solo del senso oscuro delle parole di Paolo, ma soprattutto della mancanza di nesso logico nel passaggio da un tema all’altro.
Ma non che Paolo non sia consapevole di questa inevitabile difficoltà. Dopo lo smacco di Atene e durante la sua permanenza a Corinto, l’Apostolo sarà assillato da questo dilemma : come e a chi presentare il Cristo crocifisso e risorto ?
Questo celebre discorso all’Areopago nasce dall’improvvisazione e dall’entusiasmo, finanche eccessivo e forse anche ingenuo, nell’immediatezza riguardo i copiosi frutti in termini di miracoli, di conversioni, di trasformazioni interiori che una ‘rivelazione soprannaturale’ comporta, omettendo le stesse prove logiche e storiche sulle quali essa, pur tuttavia, si basa ? Oppure il testo lucano sembra suggerire la presa di coscienza, da parte dell’Apostolo, della mancanza, per così dire, di tempi tecnici per preparare un discorso più articolato, stringente e consequenziale ? Come pure Paolo ha tenuto conto della totale mancanza di conoscenza -da parte degli Ateniesi- delle Sacre Scritture ebraiche e degli schemi culturali del popolo eletto. Era opportuno, in quel momento, dire che : Dio ha creato dal nulla la prima coppia umana ? Questa ha peccato contro Dio e ha fatto incorrere il genere umano nella sua “ira”? Occorreva parlare della necessità della redenzione dal peccato e dalle sue conseguenze per opera dello stesso Dio che doveva assumere la natura umana, incarnandosi, diventare un israelita, per poi morire di una morte infamante e, successivamente, risorgere ? Che il popolo ebraico é stato il primo depositario di questa rivelazione di salvezza attraverso i profeti ?
Anche una misura prudenziale può rendere comprensibili tutte queste omissioni, ma é stata assente quando si é parlato apertamente della resurrezione dei morti ( figuriamoci, poi, se Paolo avesse insistito sul Cristo morto in croce ).
Il minimo che gli é capitato é stata la compassione. I suoi connazionali più fanatici gli avrebbero riservato, senza tanti complimenti, il peggio : la lapidazione!
Tutte e tre le ipotesi per cercare di gettare uno spiraglio di luce sul mistero di questo clamoroso fallimento del discorso paolino all’Areòpago sono egualmente valide. Rimane tuttavia una certezza : l’esternazione dell’Apostolo serba i caratteri dell’avventura, del rischio e dell’imprevedibilità che sfugge ad ogni calcolo premeditato.
Questo tema della ‘resurrezione dei morti’ é per giunta estraneo alla mentalità ellenica e non condiviso pienamente da tutta la nazione ebraica ( alcune correnti religiose, come quella dei Sadducei, la contestano addirittura ).
Presso i Greci -e finanche in alcune popolazioni mediorientali- sussiste una sorta di pessimismo circa la sopravvivenza ultraterrena. Si avverte in essi un atteggiamento fatalistico estremo dove domina sovrana l’inesorabile legge della necessità e del determinismo che non permette deroghe di alcun tipo, quale può essere ritenuto il miracolo*. Da secoli l’immaginario collettivo ha sempre insistito sul tema dell’immortalità estendendola agli déi ed agli eroi della mitologìa olimpica e delle religioni misteriche. Immortalità vissuta nel sogno e nel desiderio, difficilmente provata, dal punto di vista filosofico, per quanto concerne la sopravvivenza delle anime umane. E su questo punto le scuole di pensiero dell’epoca si contrappongono l’una all’altra : i Platonici la sostengono in modo deciso e, con gli Orfici, la collegano alla reincarnazione; mentre, al contrario, gli Stoici e gli Epicurei la contestano.
Per non parlare poi del disprezzo unanime verso il corpo e la materia intesi –ontologicamente- come irrilevanti, oltre ad essere corruttibili, anche se viene più che tollerata ed incoraggiata la ricerca dei piaceri della tavola e del sesso. Un tale disprezzo viene portato all’estremo, invece, dai sostenitori di correnti di pensiero dualistiche.
L’argomento della ‘resurrezione dei corpi’, accennato da Paolo nel suo discorso all’Areòpago, non solo appare una sorpresa, ma suscita la totale irrisione da parte degli astanti. Non sarà mai facilmente assimilato dalla coscienza greca, perfino da chi ha accettato il messaggio di salvezza di Cristo, come testimonieranno le stesse lettere paoline ( e, in modo specifico, la prima ai Corinti ).
Con la scomparsa degli Apostoli, la seconda generazione dei credenti vedrà fiorire posizioni –anche se minoritarie ma con un certo peso nel tessuto ecclesiale- che rigetteranno esplicitamente la resurrezione corporea di Gesù Cristo o la intenderanno in un senso morale o allegorico o spirituale, esasperando l’aspetto della partecipazione mistica da parte dei fedeli a questo presunto evento. Posizioni che saranno alla base del pensiero docetico e gnostico, oggetto della letteratura apologistica successiva a quella neotestamentaria.

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Paolo di Tarso giunge a Corinto e viene ospitato da un giudeo convertito al Cristianesimo, ma proveniente da Roma a seguito di un editto di espulsione emanato dall’imperatore Claudio ( siamo intorno al 50 ) : Aquila. Non solo i due connazionali sono accomunati dalla medesima fede, ma professano il mestiere di fabbricanti di tende ( At. 18, 1-3 ).
L’ Apostolo attende tempi migliori per riprendere l’attività missionaria, soprattutto dopo l’arrivo, nella capitale dell’Acaia, dei suoi discepoli Sila e Timoteo ( At. 18,4 ).
Corinto é una città commerciale e marittima opulenta, situata sull’istmo omonimo che la fa, in un certo senso, da crocevia tra l’Oriente e Roma che, dal 146 prima E.V., la domina direttamente, insediandovi un proconsole di nomina senatoriale (all’epoca del soggiorno paolino é Gallione, probabile fratello del filosofo latino Seneca). La capitale dell’Acaia sembra possedere un volto più pragmatico che speculativo, a differenza di Atene, anche se non vi é assente una classe intellettuale che si diletta di filosofìa e di retorica.
Per il povero Paolo il quadro non si presenta però, di primo acchìto, lusinghiero. Incontra, per la prima volta, una cittadinanza profondamente idolatra e, per di più, dedita al culto di Afrodite, il cui tempio sull’Acrocorinto ospita più di mille prostitute sacre denominate ‘ierodule’, permettendo in tal modo il fiorente malcostume sessuale. “Vivere alla maniera dei Corinzi” significa adottare uno stile di vita disordinato.
A Corinto c’é una cospicua colonia giudaica. Questo dato facilita la predicazione dell’Apostolo che si impegna nella spiegazione delle Sacre Scritture, in giorno di sabato, nelle sinagoghe, cercando di dimostrare che Gesù é il Messìa annunciato dai Profeti e risorto ( At. 18, 5-8 ).
Paolo subisce dai suoi connazionali incomprensioni ed opposizioni anche irriducibili, fino all’ostracismo e alla minaccia alla propria incolumità personale :
“Ma poiché essi gli si opponevano e bestemmiavano, scuotendosi le vesti, disse: ‘Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente; da ora in poi io andrò dai pagani” ( At. 18,6 )
Non tutti i Giudei, però, si oppongono al messaggio di Cristo. L’arcisinagogo Crispo si converte alla Buona Novella ( At. 18, 8 ).
Fortuna vuole che la religione ebraica abbia fatto, da tempo, sia proseliti che timorati di Dio ( come Tizio Giusto, At. 18,7 ) anche in questa città. E costoro saranno, per Paolo, il trampolino di lancio per l’attività di conversione dei pagani propriamente detti.
N.B. Il nome di Tizio Giusto é latino. I Corinzi del I secolo non sono tutti greci puri da un punto di vista razziale.
All’indomani dell’occupazione romana nel II secolo prima E.V., molti veterani andarono a colonizzare i territori di questo centro marittimo e commerciale, fondendosi con la popolazione locale, “grecizzandosi”. Questo dato ci dice perché molti abitanti della Grecia e dell’Asia Minore portarono nomi latini.
Il successo dell’attività missionaria a Corinto non si spiegherebbe senza il concorso di miracoli, di carismi eccezionali e di mozioni interiori, ma questo discorso esula dalla ricerca storico-critica :
“E una notte in visione il Signore disse a Paolo : ‘Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te, e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città’ ” ( At. 18,9 )
La difesa del Signore nei confronti del suo inviato non manca in una grave circostanza. A causa di una sollevazione giudaica contro l’Apostolo di Tarso, aizzata da un capo della sinagoga di nome Sòstene, il proconsole Gallione fa cessare questa gazzarra, tutelando Paolo e gli altri fedeli ( At. 18,12–17 ).
Paolo rimane a Corinto un anno e mezzo ( At. 18,11 ), coadiuvato da Sila e Timoteo, ma anche da altri predicatori. Dopo di che si imbarca, con Aquila e Priscilla, per Efeso, la città ionica per eccellenza, dove soggiornerà nel terzo viaggio missionario ( più o meno dal 54 al 57 E.V. ).
La comunità cristiana di Corinto cresce numericamente. Un amico di Aquila di nome Apollo, un giudeo di Alessandria, anche lui convertito al Vangelo, versato nelle Sacre Scritture, si impegna con altri predicatori nell’attività catechetica ( At. 18, 24 – 28 ).
Ma, dopo tre anni -e il nostro Paolo si trova ad Efeso- la Chiesa di Corinto comincia a manifestare tensioni e problematiche al suo interno………
Che cos’é dunque successo ?
Diversi predicatori –che si alternano l’uno all’altro- confermano nella fede i neoconvertiti, lavorando su un campo già arato dall’Apostolo delle Genti. Ovviamente, chi ammette il soprannaturalismo sa o almeno ha l’intuizione che in questa comunità agisce lo Spirito Santo con i suoi specifici doni o ‘carismi’, tra i quali il ‘discernimento degli spiriti’, la profezìa’, l’esorcismo e, perfino, alcuni doni preternaturali come la ‘glossolalìa’ ( la disposizione a parlare lingue diverse e a farsi intendere in quelle stesse lingue ).
La consapevolezza della straordinarietà di tali esperienze, da parte dei neofiti, induce molti di essi a sostenere di far parte già del mondo escatologico e delle realtà ultime, svalutando quello che é un loro diretto impegno nella storia, l’esercizio della carità e delle altre virtù, l’osservanza delle principali norme etiche, l’aiuto fraterno verso i sofferenti e i più svantaggiati che, invece, vengono spinti all’emarginazione.
Paolo capisce la drammaticità del momento che si prospetta male in questa chiesa.
Questo ‘enthousiasmos’ non va per niente bene. C’é il rischio di confondere il culto cristiano con i tanti culti misterici disseminati in Grecia e nell’Oriente ellenistico, alimentando lo spirito settario e un più marcato e deciso individualismo nei rapporti tra gruppo e gruppo, tra fratello e fratello. Rafforza queste preoccupazioni dell’Apostolo di Tarso la presenza di alcune correnti che mirano a compromettere l’unità del tessuto ecclesiale. Partiti che si richiamano all’autorità di questo o di quell’apostolo, di questo o di quest’altro predicatore o, addirittura, alla stessa persona di Cristo, o alla vanagloria religiosa o intellettuale ostentata da qualcuno dei missionari.
I ‘carismi’ sono qualità e disposizioni funzionali ad edificare una comunità e non vanno privilegiati come forze superiori di cui si debba disporre per esercitare una egemonia o condizionare l’immaginazione e la debole mente degli altri. Tanto meno vanno intesi come “esplosioni di esaltazione comuni ai misteri di Dioniso” (1). Paolo affronta questo problema nel capitolo 14 della sua Prima Lettera ai Corinzi.
Il fatto stesso di sentirsi dei ‘predestinati’, in forza di questi doni, invece di alimentare la ‘carità’ e la ‘umiltà’, corrobora in alcuni credenti l’orgoglio di esseri superiori, dimenticando la lotta da intraprendere contro il male che si annida nel cuore di ciascuno e che corrode il tessuto della vita civile.
Considerandosi partecipi di un contesto santo e glorioso, essi ritengono ormai superflue e superate le disposizioni etiche, valide solo per i più deboli e gli imperfetti. Si fa avanti, pericolosamente, quella tendenza che, nei secoli futuri, darà luogo al quietismo con la sua dottrina eterodossa dell’impeccabilità delle anime mistiche.
Per cui se possiedo questi carismi e sono soggetto ad estasi incontrollate, é segno che sono benvoluto da Dio che “agisce” in me. Inutile, quindi, che io padroneggi le passioni.
Con la conseguenza della licenziosità sessuale che tanto preoccupa Paolo, soprattutto in una città come Corinto dove il vizio diviene non solo un principio regolativo del proprio agire, ma una vera e propria “struttura” sociale.
E’ illuminante il capitolo 10 sempre della Prima Lettera ai Corinti al riguardo.
Per Paolo il ‘peccato’ é ‘andare contro la propria coscienza’, ‘andare contro le proprie convinzioni’. Non ha importanza se si tratta di una coscienza retta o erronea.
Può peccare quel mio fratello debole che ritiene una grave colpa morale cibarsi delle carni offerte agli idoli dietro il mio esempio.
Io, invece, che so che gli déi non esistono, ho il giusto convincimento che adeguarsi a quel tipo di alimento non costituisce nessuna contaminazione. Ma se, per colpa mia ( e in questo commetto uno scandalo ), induco un fratello debole ad andare contro il suo errato convincimento, anch’io commetto un peccato grave contro la carità. Ne segue la logica conclusione che non mangerò carne in eterno, in pubblico, se con quest’atto rovinerò la salute spirituale di un’anima per la quale Cristo é morto ( 1 Cor. 8, 1-13 ).
Come si può dedurre dalla lettura del capitolo sulle carni immolate agli idoli, la disposizione a peccare appartiene sia ai ‘deboli’ che ai ‘perfetti’.
Le divisioni tra fedeli e tra partiti ( anche nelle assemblee liturgiche ), la mancanza di correzione fraterna, l’indulgenza verso il malcostume sessuale ( si cfr., per esempio, la tolleranza verso l’incestuoso citata in 1 Cor. 5, 1-13 ), la vanagloria o il compiacimento della propria santità, sono indici di egoismo. Non solo pregiudicano finora il lavoro svolto dall’Apostolo, ma corroborano una falsa percezione della salvezza cristiana.
Le realtà escatologiche sono ancora da venire e occorre impegnarsi sulla via del bene perché queste si possano attualizzare.

Le tematiche della sapienza umana e della Sapienza divina ( 1Cor. 1,18 – 3, 1-4 )
La ‘fede’ é indispensabile all’attuazione del processo salvifico. Tutti sono chiamati alla fede, senza distinzione di razza, di ceto e di sesso. La ‘fede’ ( in greco ‘pistis’ ) é un principio attivo di trasformazione del credente ed é alternativa alla ‘conoscenza razionale’, in greco ‘gnosis’, nell’attingimento della verità suprema e della giustificazione. La prima é superiore alla seconda per il suo carattere di ‘dono divino’ e per la concessione di detto dono a tutti gli uomini di buona volontà.
Beninteso, non si afferma ancora lo ‘gnosticismo’ come movimento eterodosso di opinione in seno alla Chiesa primitiva, nelle sue plurime espressioni. Come fenomeno tale movimento appare già nel II secolo. Tuttavìa, i suoi presupposti già si avvertono nel modo come alcuni credenti recepiscono il rapporto tra fede e conoscenza e nella propensione ad attribuire alla resurrezione di Cristo solo un significato morale e allegorico :
“Se Cristo non é risorto, é vana la vostra fede, siete ancora nei vostri peccati; perciò anche quelli che si sono addormentati in Cristo sono perduti. Se durante questa vita solamente abbiamo sperato in Cristo, noi siamo i più infelici di tutti gli uomini” ( 1Cor. 15, 17-19 ).
Paolo fa appello ai miracoli che hanno accompagnato la sua missione e alla testimonianza oggettiva, oltre che degli Undici ( cioé senza Giuda Iscariota ), di numerosi discepoli ( “più di cinquecento fratelli” ) in Palestina e ancora viventi (1Cor. 15, 2-7), che hanno visto e ascoltato il Signore risorto.
Questa ‘fede’ predispone il credente ad una ‘sapienza’ che é stata nascosta in Dio e avvolta nel ‘mistero’ ( 1 Cor. 2,7 ). Il termine greco che l’Apostolo delle Genti utilizza é ‘sophìa’, corrispettivo del latino ‘sapientia’. Con questa parola Paolo non designa una scienza di tipo intellettuale oggetto di predilezione dei Greci, ma una conoscenza profonda e “gustosa” ( “sapere” e “sapore” sono convertibili ) dei misteri di Dio che coinvolge l’essere umano anche nei suoi aspetti emozionali e pragmatici. E’ evidente che Paolo richiama la letteratura sapienziale dell’A.T. ( i Salmi in primo luogo ). Attraverso la ‘fede’ viene comunicata da Dio la ‘sapienza’ con una pedagogìa progressiva. Il cristiano é un pò come un infante che deve crescere e maturare. Il suo é un cammino che tende alla perfezione.
Pertanto, il messaggio evangelico non può mai essere ridotto alla stregua di una dottrina esoterica valida solo per gli iniziati. In Paolo é presente, tuttavia, lo schema del rapporto di implicazione dialettica ‘psichici-spirituali’ ( che può anche diventare opposizione ) che sarà perno delle correnti dualistiche successive. Questo schema, tra l’altro, non é ignorato dalla letteratura religiosa giudaica del suo tempo e viene applicato dall’Apostolo non solo per opporre il ‘Vangelo’ al ‘secolo’ ( o ‘mondo’, categoria tipicamente giovannea ), ma anche per designare i credenti stessi in relazione alla pienezza o meno della fede ricevuta :
“Tra i ‘perfetti’ annunciamo ( anche ) una sapienza : ma non la sapienza di questo mondo, né dei principi di questo mondo che vengono distrutti, bensì annunciamo la sapienza di Dio avvolta nel ‘mistero’, che é stata nascosta, che Iddio predestinò prima dei secoli per la nostra gloria e che nessuno dei principi di questo mondo ha conosciuto : se infatti l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma come é stato scritto : ‘quelle cose che occhio non vide e orecchio non udì e in cuore non salirono giammai, queste ha preparato Iddio per quelli che l’amano’” ( 1Cor. 2,6-9 ).
Depositari di questa sapienza non sono coloro che si sono distinti nel linguaggio ornato o nelle massime elucubrazioni del raziocinio umano e, tanto meno, i detentori di un potere politico o culturale o socioeconomico, essendo realtà effimere e transitorie.
“Dove mai il sapiente ? Dove il dotto ? Dove il dialettico di questo secolo ? Non ha forse Iddio reso stolta la sapienza del mondo ?” ( 1 Cor. 1, 20 ). Sono tante le scuole filosofiche che non riescono a rispondere in modo incontrovertibile e definitivo alle domande angoscianti dell’uomo, in primo luogo quelle concernenti le realtà della sofferenza e della morte. Dov’é l’investigatore di questo secolo ? Coloro che hanno inteso scoprire i fondamenti del kosmos si sono contraddetti l’un l’altro.
Ma Dio presenta un’altra ‘sapienza’ alternativa a chi vuole dire l’ultima parola su tutto il creato.
Paolo associa all’espressione ‘Sapienza divina’ il termine ‘mysterion’ che, in greco, designa una ‘realtà nascosta’ in Dio e che corrisponde al ‘mistero di Cristo’, al ‘mistero di Cristo crocifisso’.
La ‘logica della Croce’ é, dunque, la ‘logica del paradosso’, tanto di una perfetta coesistenza di contrari, quanto del rovesciamento di una cosa nel suo opposto. La Divina Maestà viene esaltata, nel Logos incarnato, proprio attraverso l’umiliazione della Vittima offerta, e questo contrasto non può essere facilmente assimilato dalle sole facoltà naturali seppur disciplinate. Solo i ‘perfetti’ nella fede possono “gustare” le infinite ricchezze racchiuse nel ‘mysterium crucis’.
Del resto, Paolo é convinto dell’inadeguatezza dei discorsi umani e delle categorie concettuali ad intendere quelle che sono le verità di fede. Quindi, la ‘scienza teologica’ non va confusa con la ‘sapienza divina’, pur avendo la sua legittimità teorica, in quanto é pur sempre un sapere razionale umano, parziale e limitato, pur essendo illuminato dalla fede.
Lo Spirito Santo aiuta ad aprire non soltanto la mente del fedele, ma anche il ‘cuore’ a quanto Cristo gli ha rivelato, onde permettere una penetrazione interiore del dato evangelico che lo renda forza operante. Ma lo Spirito Santo si serve dell’Apostolo come di colui che si lascia ammaestrare e, con l’illuminazione, riesce a trovare le parole giuste per presentare agli ‘spirituali’ (non agli psichici) il suo messaggio di salvezza, “agli spirituali adattando cose spirituali” ( 1 Cor. 2,13 ). All’uomo psichico -che ritiene la ragione il metro di tutte le cose- si distingue, fino ad opporsi, ‘l’uomo spirituale’, colui che si dispone a pensare e ad agire sotto la mozione dello Spirito Santo.
Se sussiste opposizione tra due categorie di uomini (e, perché no, anche tra due categorie di credenti), ciò non vuol dire, per forza, che debba esserci un’opposizione di principio tra la ‘psiché’ e il ‘pneuma’. Non é che nella mente del ‘perfetto’ venga eliminato, o quanto meno sostituito, l’aspetto psichico dell’uomo : anzi esso viene informato e potenziato dallo Spirito Santo. I grandi studiosi della mistica cristiana hanno insegnato le vie della purificazione dei sensi e dell’intelletto, e su come le facoltà e le potenze mentali devono essere padroneggiate lungo la strada della perfezione cristiana.
E’ pur vero che tra l’uomo psichico e quello spirituale non può darsi proporzione recettiva, in quanto l’inferiore non può scrutare le cose che appartengono ad un ordine superiore e, pertanto, non può comprenderle. Lo spirituale può discernere le cose che gli appartengono e può giudicare l’inferiore (1). Ma può conoscere, solo per ‘rivelazione’, il ‘disegno di salvezza’, finendo per conformarsi al Figlio di Dio. Chi crede con pienezza, ha la possibilità di concepire e di giudicare tutto con la ‘mente di Cristo’ ( il noùs ). “Per conto nostro, noi abbiamo la ‘mente di Cristo’ ” ( 1 Cor. 2,16 )
Ma finché ci si rimane ancora contrassegnati dall’egoismo e dalla volontà di appropriazione, ci si lascia condizionare da una logica carnale dura ad essere superata. Quindi, comunicare a degli immaturi una sapienza elevata é come offrire un cibo solido a dei lattanti ( 1 Cor. 3,1–4 ).

Il tema della ‘resurrezione dei morti’ ( 1 Cor. 15, 1- 58 )
Paolo scrive ai cristiani di Tessalonica ( siamo più o meno intorno al 51 E.V. ), esponendo una escatologia imperniata sul ritorno del Signore Gesù, ma che non va avvertito come imminente, pur raccomandando nei neofiti la perseveranza nella fede e nell’operosità. Questa chiesa non presenta alcuna difficoltà ad assimilare il duplice dato rivelato della Resurrezione corporea di Cristo e di tutti gli uomini nel momento finale della loro storia.
Invece, la comunità di Corinto, proprio su questo articolo di fede, manifesta le sue perplessità.
Paolo deve intervenire per ribadire la storicità e le modalità dell’evento della Resurrezione.
E’ probabile che alcuni neoconvertiti siano indotti ad interpretare questa credenza biblica solo in un senso mistico e figurativo. Non si riesce ad accettare, fino in fondo, una ‘resurrezione dei morti’ nell’ultimo giorno stabilito da Dio :
“Ora, se di Cristo si predica che é risorto dai morti, come mai alcuni fra voi dicono che non c’é la resurrezione dei morti ? Che se la resurrezione dei morti non c’é, neppure Cristo é risorto. Se poi Cristo non é risorto, é dunque vana la nostra predicazione ed é vana anche la vostra fede. Anzi siamo trovati perfino falsi testimoni di Dio, poiché per Iddio testimoniammo che risuscitò Cristo, che egli invece non risuscitò, se davvero i morti non risorgono” ( 1Cor. 15, 12-15 ).
Indubbiamente, in queste persone é forte il pessimismo circa la materia e radicata la convinzione che il corpo sia la prigione dell’anima. Pur ammettendo l’immortalità di quest’ultima come gli Orfici, i Pitagorici e i Platonici, che senso avrebbe tornare di nuovo a vivere con il proprio corpo ? Del resto, é così diffuso nella mentalità ellenica il preconcetto secondo il quale meglio sarebbe non essere mai nati e cercare di morire al più presto, soprattutto quando si é giovani.
L’Apostolo di Tarso si impegna per sostenere, al riguardo, un inedito principio teologico. Se Cristo non é risorto, vana é la nostra predicazione e vana la vostra fede ! ( 1 Cor. 15,14 ). Che senso ha parlare della resurrezione dell’uomo Gesù e negare, nel contempo stesso, quella futura di tutti gli altri uomini ? Il Nostro svolge il proprio ragionamento in due direzioni : a ) ribadire la certezza e la veridicità della resurrezione corporea di Gesù, per poi sottolineare questa come il fondamento teologico e storico di quella futura di tutti gli uomini; b) esporre l’argomento della “reductio ad absurdum”.
Da un lato egli fa appello non solo alla testimonianza personale di un incontro diretto ed immediato con il Risorto sulla via di Damasco :
“….ultimo tra tutti apparve anche a me, come a un abortivo” ( 1Cor. 15, 8 ).
Che é poi una cristofanìa posteriore rispetto alle apparizioni di cui hanno beneficiato gli Undici, compreso Cefa ( 1Cor. 15,5 ). Addirittura il Risorto è apparso “in una volta sola, a più di cinquecento fratelli” ( 1 Cor. 15,6 ), molti dei quali vivono ancora in Palestina all’epoca della stesura delle due Lettere ai Corinzi, potendo essere interrogati circa questo evento della Resurrezione. Tutti soggetti che –a differenza di Paolo- hanno conosciuto e frequentato Gesù durante la sua vita terrena.
A ben leggere la Prima Lettera ai Corinti e riflettere proprio su questa tematica, il Nostro non tanto si sofferma sulla Resurrezione di Cristo, considerandola come premessa storica di quella futura di tutti gli uomini nell’ultimo giorno. L’Apostolo non sembra argomentare dal fatto storico obiettivo, ma intende partire dall’ipotesi della non-resurrezione dei corpi, per dichiarare assurda la posizione di chi ritiene che Cristo sia risorto dai morti. Ipotesi che si scontrerà, però, con un dato storicamente accertato.
Paolo crede, tuttavia, nella forza logica stringente di un ragionamento indimostrato ( come quello formulato in 1 Cor. 15, 13-15 ) e la oppone ai negatori dei suoi articoli di fede. Ed é tanto convinto della validità di questa argomentazione da non sottovalutare il potenziale tragico e distruttivo delle sue conseguenze sul piano morale ed esistenziale :
Se non si dà la resurrezione dei morti, allora Cristo non é risorto. E se non é risorto, allora vane sono la nostra predicazione e la vostra fede. Voi rimanete nei vostri peccati. E i vostri cari estinti che sono morti nel nome di Cristo sono perduti.
Questo ragionamento indimostrato di Paolo, la “reductio ad absurdum”, parte da un’ipotesi di fondo che non é una certezza di tipo matematico. Il rapporto che sussiste tra il conseguente e l’antecedente non solo é di connessione, ma risulta valido e corretto.
Se non si dà la resurrezione dei corpi, neppure Cristo é risorto ( se “non p”, dunque “non q” ). E se Cristo non é risorto da morte, sono vane la nostra predicazione e la vostra fede ( ma “non q”, dunque “non r” ).
Si tratta di un’argomentazione condotta in via ipotetica ( “se….ma….dunque” ) e per giunta attraverso la negazione.
Ma sappiamo che Cristo é risorto. Il contrario del conseguente conclude il contrario dell’antecedente : Cristo é risorto, dunque tutti gli uomini risorgeranno ( se “p”, dunque “q” ).
Questa ri-conversione del ragionamento si regge sulla fede nella “buona novella” della resurrezione corporea di Cristo, attestata dagli Apostoli e da numerosi testimoni oculari.
Se non ci fosse il dato della Resurrezione, il Cristianesimo crollerebbe totalmente. Non varrebbe a salvarlo neanche la riflessione sull’ipotesi dell’immortalità dell’anima, portata avanti da S. Giovanni Crisostomo (3) nel suo commento alla Prima Lettera ai Corinzi :
“Ma che dici, Paolo ? Come speriamo solo in questa vita se i corpi non risorgono, quando resta l’anima immortale ?”.
Ma l’autorevole Padre della Chiesa ignora la constatazione secondo la quale, all’epoca dell’Apostolo dei Gentili, non tutti i Greci ripongono fede in questa credenza ( come, per l’appunto, i filosofi materialisti ), per cui quella nell’immortalità dell’anima rimane una fredda ipotesi che non riesce ad alimentare una speranza in una felice vita ultraterrena. Ha ragione Mons. Cipriani quando sostiene che non si può, al di fuori del Cristo, fondare la speranza sull’esercizio di una qualche virtù o su una presunta “tranquillità della propria coscienza” (4). Gli Stoici, inoltre, considerano la virtù come il bene supremo da ricercare in questa vita terrena, ma non tale da garantire una felicità oltremondana. Senza la Resurrezione di Gesù non c’é né redenzione né riscatto.
Cristo é risorto dalla morte, dunque tutti beneficeranno della Resurrezione, in forza della legge della nostra assimilazione e solidarietà con il Figlio di Dio. Come Adamo ha accomunato tutti i suoi discendenti in un destino di disobbedienza e di morte, così Cristo assimilerà, nel suo trionfo immortale, tutti coloro che sono uniti a lui nell’amore.
Una prima aporia esegetica la si riscontra nell’uso che fa Paolo del termine greco “tò télos”, cioè la ‘fine’.
Occorre capire se l’Apostolo intende la resurrezione corporea in senso universale o solo per alcuni :
“Come infatti in Adamo tutti muoiono, così anche in Cristo tutti saranno vivificati. Ciascuno però nel suo ordine : primizia Cristo; poi coloro che sono di Cristo, al momento della sua Parusìa; quindi la fine, allorquando egli consegnerà il regno al Dio e Padre,…” ( 1 Cor. 15, 22-24 ).
Qualche interprete antico e moderno ( come Teodoreto di Ciro oppure Lietzmann, Loisy e Schweitzer ) ha pensato che, con “fine”, Paolo abbia inteso il “resto dell’umanità”, alludendo ad una terza classe di risorti, cioé gli empi oppure i giusti che hanno ignorato il Vangelo. Come osserva lo stesso Mons. Cipriani, una tale interpretazione si regge su una giustificazione filologica assai debole, dal momento che il termine “télos” ricorre nel discorso escatologico di Gesù riportato dai Sinottici ( Mt. 24,6.13-14; Mt. 28,30; Lc. 21,9; ecc. ) con il significato di cessazione del secolo presente (5).
Non sembrano esserci dubbi sul carattere universale della resurrezione dei morti, dal momento che l’Apostolo stabilisce un’analogìa tra Cristo e Adamo pur con i loro diversi destini. Tutti muoiono in Adamo e tutti saranno vivificati in Cristo, anche se il punto di vista di Paolo sembra rispecchiare solo la condizione dei salvati.
Inoltre, se non si può fondare al di fuori di Cristo alcuna speranza di sopravvivenza ultraterrena, allora appare “ragionevole” la preoccupazione di darsi ai piaceri della carne, e l’Apostolo riporta una citazione di Is. 22,41 :
“Se i morti non risorgono, ‘mangiamo e beviamo : domani infatti moriremo’” ( 1 Cor. 15, 32 ).
Quella che fa il non-redento é un’affermazione grossolana, ma abbastanza plausibile. E addirittura vincente. E Paolo non si contrappone ad essa con l’argomentazione del filosofo che sostiene l’immortalità dell’anima. Per il pio israelita l’individuo umano é un tutt’uno, é un’unità psicofisica che vive o che muore. Che senso ha, per lui, un girovagare dell’anima indipendentemente dal corpo ? Pur nell’ipotesi che sopravvivesse, la sua condizione sarebbe talmente infelice tanto nello Sheol biblico, quanto nei Campi Elisi o nella valle tartarea della religione ellenica, da non essere auspicata proprio per niente. Allora apparirebbe più desiderabile, per quanto ripugnante, una vita superficiale, inoperosa e licenziosa.
Come pure : che senso potrebbe avere la ricerca della virtù per se stessa, come vorrebbero gli Stoici ? Indipendentemente dalla nostra salvezza e dall’amore per Dio ?
Contro coloro che negano la resurrezione dei morti, Paolo offre ai credenti un ammonimento per metterli in guardia contro un contesto che sembra avvelenare, con i suoi preconcetti filosofici oppure con un marcato senso edonistico della vita dei più, la purezza della loro fede assimilata dall’Apostolo. E lo fa menzionando un detto che il drammaturgo Menandro ( 342 – 291 prima dell’E.V. ) riporta nella sua commedia ‘Taide’ :
“Le conversazioni cattive corrompono i buoni costumi” ( 1 Cor. 15, 33 ).
Altre due citazioni desunte dalla cultura greca ( come At. 17,28 che si riferisce ad un detto del poeta Arato di Soli, e Tito 1, 10-11 che registra un verso del filosofo Enesidemo di Cnosso ) non devono, però, indurci a pensare ad una probabile educazione classica dell’Apostolo delle Genti. Piuttosto, vanno intese come “modi di dire” a guisa di proverbio ricorrenti sulla bocca di tutti. Paolo si trova, infatti, a vivere in un mondo ellenistico originariamente non suo e, certamente, recepisce schemi mentali, concetti, luoghi comuni propri di questo ambiente.
L’ammonimento si conclude con queste parole :
“Risvegliatevi dalla crapula come conviene e non vogliate peccare. Taluni, infatti, hanno ignoranza di Dio; ve lo dico per vostra confusione” ( 1 Cor. 15, 34 )
Scrivendo da Efeso, la patria di Eraclito, é probabile che Paolo abbia conosciuto anche il suo pensiero, oltre la sua vita. E il termine “risvegliatevi” -che egli usa per correggere i cristiani di Corinto- così familiare all’Oscuro che criticava costumi e consuetudini dei suoi concittadini, squalificati come “dormienti” in quanto “schiavi dell’opinione dei più”. Il termine ‘crapula’ é metaforico, per cui con esso l’Apostolo non intende tanto i piaceri della tavola, quanto piuttosto l’ottenebramento della mente nell’errore e, conseguentemente, nel peccato.
Tuttavia, tra i neoconvertiti corinzi, non ci sono solo coloro che negano la resurrezione dei morti, ma anche altri che l’accettano, interpretandola però in modo difforme dalla tradizione apostolica. Questo loro insegnamento offre lo spunto a Paolo per un intervento rettificatore. La Resurrezione di Cristo e di tutti gli uomini potrebbe essere intesa anche in un senso figurato o allegorico, o semplicemente morale. E pensare che mancano ancora quarant’anni circa alla comparsa di quella che sarà la dottrina docetica che tanto avrà successo nell’ambito della Chiesa primitiva, contro la quale saranno impegnate, vittoriosamente, le migliori energie dei Padri Apologisti per confutarla e vincerla.
E se gli Apostoli, invece di una visione obiettiva del loro Maestro risorto, avessero avuto una consapevolezza superiore della loro partecipazione al mistero della morte di Cristo e da questa si fossero illusi su un ritorno alla vita di Gesù ? Del resto, la tomba vuota rimane pur sempre un mistero.
Risulta chiaro che a Paolo non basta confutare una tale opinione protognostica con il richiamo all’obiettività e veracità delle cristofanìe “post-resurrectionem”, ma cerca anche di illustrare le modalità di un evento così miracoloso ed eccezionale.
Come avviene la resurrezione corporea ?
E’ pacifico che non risorge il corpo di prima destinato alla corruzione. Non si ha una ricostituzione di organi, di ossa, di giunture, di arti, ecc…..Pur tuttavia l’identità personale rimane la stessa nel corpo mortale e in quello risorto. Per rendere ragionevole un mistero tanto solenne quanto profondo, Paolo si serve di analogìe in relazione all’esperienza quotidiana. Alcune sono attinte dal mondo vegetale.
E’ chiaro che il seme deve morire per produrre o il frumento o il frutto o l’albero. Vale a dire : deve subire delle trasformazioni. Il frumento o l’albero, però, non sono estranei rispetto al seme, dal quale sono derivati.
Altre analogìe sono desunte dalla costituzione fisiologica dei corpi animali. “Non ogni carne é la stessa carne” ( 1Cor. 15, 39 ), in proporzione, qualità e quantità.
Ora, se la Sapienza divina é talmente onnipotente da suscitare una variabilità di forme così insolite e diverse, tanto più sarà in grado di operare una trasformazione da un corpo destinato alla morte ad uno incorruttibile e vivificato, senza che questo passaggio possa compromettere la stessa individualità, soggetto dell’uno e dell’altro corpo.
Che senso avrebbe tornare ad assumere lo stesso corpo animale di prima, cretaceo come lo chiama l’Apostolo ? Tra l’altro perituro e destinato alla sofferenza, alla fatica, alla vecchiaia e alla morte ? La resurrezione dei morti non é e non sarà una semplice rianimazione. Che Gesù, nel suo ministero pubblico, e alcuni Profeti come Elìa ed Eliseo, nella storia millenaria di Israele, abbiano operato casi di rianimazione ( e, quindi, di ritorno alla vita peritura ) -anche a distanza di giorni- é risaputo.
Ma la Resurrezione di Cristo e di tutti gli uomini nell’ultimo giorno é ben altra cosa !
Teniamo conto anche dell’antropologìa biblica di cui Paolo é debitore. L’uomo può essere considerato secondo tre accezioni in relazione alla sua corporeità : anima vivente ( nefésh ), spirito incarnato (ruàh), carne decaduta e finita (basàr).
“Si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale. Se c’é un corpo animale, c’é anche ( un corpo ) spirituale. Così anche é scritto : ‘Il primo uomo, Adamo, diventò anima vivente’ ( Gn. 2,7 ), l’ultimo Adamo ( diventò ) Spirito vivificante. Però il primo non é lo spirituale, ma ciò che é animale; dopo ( viene ) lo spirituale. Il primo uomo é dalla terra, fatto di creta; il secondo uomo é dal cielo. Quale il cretaceo, tali anche i cretacei; e quale il celeste, tali anche i celesti. E come portammo l’immagine del cretaceo, porteremo pure l’immagine del celeste”. ( 1Cor. 15, 44 – 49 ).
Questa trasformazione –che si accompagnerà alla Resurrezione- provvederà ad arricchire il nuovo corpo vivificato di qualità e di doti che lo renderanno diverso rispetto al corpo animale o psichico, pur appartenuto al medesimo soggetto. Si muore nella debolezza, ma si risorge nella forza ( giovanile, possiamo aggiungere noi ). Poi – vale per i redenti- si semina nell’ignominia ma si risorge nella gloria.
Questa riflessione motiva il comandamento di fuggire la fornicazione. Il nostro corpo vivificato assumerà lo splendore di Dio, perché sarà animato dallo Spirito Santo che perfezionerà anche le doti dello psichico e asseconderà tutte le aspirazioni definitive dell’uomo caduco.
Fuggire la fornicazione e l’egoismo significa tracciare anche una linea di condotta per il credente, “presentandogli un ideale di perfettibilità indefinita” (6)
“Stolto che sei !” ( 1 Cor. 15,36 ) : dice Paolo riferendosi a chi ironizza su “un’apparente grossolanità” della predicazione apostolica sul dato della resurrezione dei morti. Quindi, nessuna ricostituzione organica e fisiologica del corpo perituro. Con qual corpo i defunti ritorneranno apparirebbe una questione oziosa, non degna di uno spirito avveduto.
Eppure, a ben riflettere, anche i Greci ( come, al contrario, i popoli semitici, gli Egiziani con il loro mito di Osiride, i Persiani con gli insegnamenti di Zoroastro, ecc. ) potevano giungere ad una minima percezione di questo mistero, proprio ragionando su queste analogìe prese in prestito dalla natura. Con grande meraviglia di Paolo, alcune correnti hanno postulato l’immortalità dell’anima, altre l’hanno decisamente negata, ma nessuna ha espresso dubbi su una vittoria definitiva della morte.
“Se c’é un corpo animale, c’é anche ( un corpo ) spirituale. Così anche é scritto : ‘Il primo uomo, Adamo, diventò anima vivente’ ( Gn. 2,7 ), l’ultimo Adamo (diventò) Spirito vivificante. Però il primo non é lo spirituale, ma ciò che é animale; dopo ( viene ) lo spirituale” ( 1Cor. 15, 44-46 ).
Paolo asserisce l’incontrovertibilità del passaggio da un corpo animale ad un corpo spirituale ( “però il primo non é lo spirituale, ma ciò che é animale; dopo viene lo spirituale ), da un corpo animato dalla ‘psiché zosan’ ad un corpo penetrato dallo ‘Spirito di Dio’, denominato ‘pnéuma’, che in esso agisce mediante il ‘noùs’ ( la mente ), soprannaturalmente elevato e potenziato (7).
La 1 Cor.15, 44-46 può facilmente sconfessare la successiva dottrina docetica, secondo la quale Cristo avrebbe assunto un corpo apparente e in realtà non sarebbe morto sulla croce. Non regge neppure l’esegesi di Joachim Jeremias, al riguardo, che finisce per ravvisare in Cristo un eone celeste o una specie di uomo primordiale che sta all’inizio e preesiste all’uomo terrestre. Paolo ha parlato chiaro : il primo Adamo diventò anima vivente, l’ultimo Adamo diventò Spirito vivificante. E quel ‘diventare’ dice tutto. La glorificazione é un processo ontologico che viene dopo e all’ultimo stadio della storia umana. Ciò non toglie che tale processo si realizza in un senso morale e religioso già in questa vita, mediante la ‘grazia’.
“Ecco che io vi annunzio un mistero : tutti, certo, non ci addormenteremo, ma tutti saremo trasformati in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba : suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati” ( 1 Cor. 15, 51-52 ).
Paolo ci induce a pensare che il mistero secondo il quale non tutti moriremo l’abbia ricevuto in forza di una rivelazione che non é contenuta nella tradizione apostolica, denominata ‘paradosis’.
Eppure il Nostro é convinto di quanto asserisce, non nascondendo un vivo desiderio di voler essere in carne ed ossa presente a questa seconda venuta di Cristo
Del resto, anche il Credo Niceno-Costantinopolitano –che recitiamo durante la Messa e le solennità liturgiche- riporta questa citazione : “siede alla destra del Padre e di nuovo verrà a giudicare i vivi e i morti”. Quasi a riferire che la Parusìa avverrà quando sarà vivente l’ultima generazione umana.
Non si può nascondere un senso di disagio di fronte a questa rivelazione, poiché tutti hanno peccato, tutti discendono da Adamo, anche Cristo è morto, tutti devono morire senza alcuna eccezione.
Mons. Cipriani parla di “quattro lezioni differenti” del versetto 51 (8). La prima é quella già menzionata, rappresentata da antichissimi codici e versioni come la siriana, la copto-saidica, la gotica ed accettata da moltissimi Padri della Chiesa, nonché da Tertulliano e da S. Girolamo. C’é la seconda che riporta il versetto in questo modo : “tutti ci addormenteremo, ma non tutti saremo trasformati” ( lezione dei codici SCFG, 17, della versione armena, di alcuni codici della Vetus latina secondo la testimonianza di S. Girolamo ). La terza cita il versetto : “tutti non ci addormenteremo, ma non tutti saremo trasformati (il solo codice A). Poi c’é la quarta : “tutti risorgeremo, ma non tutti saremo trasformati” ( codice D, moltissimi Padri latini e la Vulgata ).
Le ultime tre lezioni non sono più antiche della prima, risultano essere criticamente insostenibili, pur cercando di correggere la prima. Come la seconda che vuole ammettere la morte di tutti gli uomini precedente la resurrezione universale. La seconda, la terza e la quarta mirano ad escludere gli empi dal processo miracoloso di trasformazione in corpi incorrotti.
Paolo non ritiene imminente la seconda venuta di Cristo. Non possiede la certezza né di essere vivo né di essere morto all’indomani del Grande Evento. Insomma, tutti noi -vivi o morti- saremo trasformati o trasfigurati in corpi spirituali. In lui non assume neanche grande importanza se sussisterà una generazione ancora vivente o meno al momento della Parusìa.
Va subito al nocciolo della questione : tutti saremo trasformati in forza di un atto divino, repentino ed immediato. Questa portentoso miracolo sarà accompagnato da una solenne e spettacolare manifestazione di Dio, dove la “tromba” assume la qualità di un elemento descrittivo dal sapore apocalittico già nell’A.T. per narrare le epifanie di Jahveh.

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Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 16 avril, 2015 |Pas de commentaires »

RISORGEREMO, MA COME? DAL NOTO ALL’IGNOTO (1COR 15,35-53)

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RISORGEREMO, MA COME? DAL NOTO ALL’IGNOTO (1COR 15,35-53)

Marcheselli Casale C.

L’interrogativo attraversa la storia umana, da sempre appassiona, tormenta da sempre. Una domanda posta in due momenti, il che è prova di una procedura editoriale indicativa di un dilemma che inquieta il cuore dell’uomo: cosa c’è dopo la morte? Cosa ci attende? Risorgeremo, sì, ma come?[1] Il grande quesito-inchiesta circola a Corinto: «Come risuscitano i morti? Con quale corpo essi ritorneranno?» (v. 35). L’attenzione è posta sul «corpo-persona: sôma» nel momento in cui, risorto, si presenta nella sua nuova vita. L’Apostolo non si appoggia al dualismo ellenistico (anima e corpo), piuttosto al monismo semitico (totalità della persona).[2]Sôma indica così la totalità della persona vista come «corpo vivente» in marcia verso il proprio compimento: se cioè Cristo è vincitore della morte, anche noi parteciperemo alla sua vittoria con la totalità del nostro «io». Prospettiva storico-teologica, come si vede, e non pragmatico-empirica. Ma seguiamo l’Apostolo nella sua meditata argomentazione, ben cinque momenti articolati in una progressione retorica, ancor sempre motivo di studio.[3]

1. La dinamica della seminagione (vv. 36b-38)
Per rendere efficace la sua catechesi, Paolo si avvale di analogie. La prima è tolta dal mondo vegetale: a) il chicco di grano seminato (v. 36b) non è ancora vivo (zôopoieitai) e non prende sviluppo se prima non muore (cf. Gv 12,24); b) quel chicco poi non è ancora il corpo che ne verrà fuori,ma un semplice granello di una qualunque possibile futura realtà (v. 37); c) è Dio a dare poi a questo seme il corpo che ha stabilito, il corpo che è suo, il suo profilo (v. 38).
Quale il senso di questa analogia? Essa ci disvela che, se per Paolo è chiaro affermare che Cristo è risorto, quindi anche noi risorgeremo, non è altrettanto chiaro il modo in cui un tale risveglio-risurrezione avvenga. Di qui l’uso dell’analogia, strumento per comunicare un dato che egli avverte nella sua dimensione soteriologico-escatologica, ma che ancora non gusta, perché appesantito dalla carne e dal sangue (v. 50). Solo «l’uomo pneumatico» se ne approprierà in pienezza. Intanto, la novità e la ricchezza di quel «fatto» e la non immediata percepibilità del suo contenuto rendono necessario il ricorso all’analogia.
L’Apostolo svolge l’analogia sul chicco di grano seminato nel modo magistrale che gli è proprio: spiega che la nostra risurrezione trova un primo momento di oggettiva verità nella morte; è attraverso di essa che si risorge a una vita più ampia e perfetta (v. 36).[4] Perché nella morte vi è già il germe della vita; nel suo stesso marcire, il seme «si vivifica» e germoglia in un’incantevole efflorescenza; meglio, «è vivificato» da Dio (15,38) e passa da un primo tipo di vita a un secondo del tutto diverso; così sarà per ogni creatura di Dio. Si tratta di cogliere non tanto il normale e naturale sviluppo del seme in albero, quanto il processo di radicale trasformazione che il seme subisce. L’immagine del seme è sorta nello spirito dell’Apostolo, sollecitata dal loghion di tradizione giovannea (Gv 12,24) e da lui riformulato in 1Cor 15,36. Più che essere una semplice immagine, quella del seme è dunque una parabola, di forte eco evangelica.
Paolo fornisce poi un secondo elemento di risposta che è anche nuova indicazione ermeneutica: è attraverso la morte che si risorge (v. 36); il Dio della storia, autore libero in ogni sua determinazione, dà a ogni seme il suo proprio corpo (v. 38). Si ascolta qui una preziosa non trascurabile allusione a Gn 1,11: i corinzi osservino il «seme che si trasforma» in un nuovo essere vivente, totalmente altro, e colgano l’assoluta garanzia di una tale possibilità nel Dio creatore. Questi è sempre all’opera e rinnova nel credente quanto ha già compiuto per la prima volta in Gesù Cristo: in lui anche «noi saremo vivificati» (v. 22b).
«Quel che tu semini non è il corpo che poi dovrà nascere, ma un nudo granello» (v. 37). L’immagine-parabola focalizza la completa disponibilità del granello a divenire quello che deve essere per normale evoluzione del suo marcimento. Dal seme non si riconosce quel che esso diventerà. Esso è nudo, virtualmente ricco di vitalità, ma quella ricchezza è nascosta. Quello che sarà poi, è un vero miracolo, un’esplosione di vita nuova.[5]
Così è per chi si addormenta nella morte: nudo come un seme, quegli è totalmente disponibile per l’operatività vitale e vivificante di Dio, è pronto a essere creato di nuovo, a ricevere una nuova vita, a essere rivivificato, trasformato, rifinalizzato nella totalità del suo «io», in una «situazione» nuova, interlocutore di Dio che ora può vedere così come egli è (1Gv 3,2b).
Che questa sia la lettura dei vv. 36b-38 è suggerito ancora dal loro già rilevato genere letterario di parabola. Questa enfatizza il pensiero di Paolo, il quale non sta spiegando un fatto adducendone uno parallelo. Il suo discorso per metafora guida ad accogliere la risurrezione dei corpi come un miracolo della potenza vivificatrice di Dio.
Annuncio solo kerygmatico? Che la risurrezione corporale debba essere capita solo come uno skandalon non meno forte di quello della croce (seguita appunto dalla risurrezione del Crocifisso), dunque accettabile solo sul piano della fede e della speranza? La cosa è ben detta, ma una pura possibile possibilità di quella risurrezione corporale è davvero riduttiva.[6] Quel kêrygma viene infatti dalla storia. E non è forse quest’ultima che permette di dire che il Cristo del kêrygma ha senso e peso solo se agganciato al Gesù della storia? Dunque, se lui è risorto, e non solo nella fede, ma nella realtà della storia della salvezza, anche noi risorgeremo. Come? Come lui!(1Ts 4,14).

2. La diversità delle realtà create (vv. 39-41)
Una seconda analogia è presentata da Paolo con ricchezza di paranomia e allitterazione, il che documenta bene la familiarità dell’Apostolo con gli strumenti della comunicazione, la lingua greca e le sue tecniche.[7] Scrive: «Non ogni carne(sárx)è la stessa carne, ma altra (állê)è quella degli uomini, altra la carne degli animali, altra la carne dei volatili, altra quella dei pesci» (v. 39).
Propone, poi, una terza analogia desumendola dal mondo degli astri: «E ci sono corpi (sômata)celesti e corpi terrestri; diverso però è lo splendore(dóxa)dei corpi celesti, diverso quello dei corpi terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro è lo splendore della luna, altro è lo splendore delle stelle: una stella, infatti, differisce da un’altra stella per splendore» (vv. 40-41). Svariati tipi non tanto di corpi, quanto di corporeità. È il senso di sômata: i molti corpi si diversificano già in natura per il loro modo diverso di essere, cioè per la loro corporeità. Essi descrivono le infinite possibilità che Dio ha di realizzare la trasformazione finale del nostro «io»: dalla personalità psichica (materiale) a quella pneumatica, spiritualizzata.[8] Dal corpo alla corporeità,[9] da ciò che è sempre visibile (ha-olam hazzeh) a ciò che è sempre nascosto (ha-olam habba).
Paolo coglie così un’inarrestabile dinamica della storia protesa nel suo insieme e in ogni sua creatura verso il «corpo glorioso (sôma tês dóxês)» (Fil 3,21), quello trasfigurato e glorificato del Risorto al quale ogni realtà sarà conformata, in una progressiva trasformazione della personalità umana e della creaturalità globale da psichica in pneumatica. È opera dello Spirito;[10] la risurrezione per trasformazione è, infatti, già in corso. La stessa molteplicità creaturale è promessa e prefigurazione della realtà risurrezionale:[11] se Dio è capace di creare le cose in qualità svariate, è anche capace di ricrearle trasformate.[12] Meglio: egli presiede giorno per giorno il processo di trasformazione in atto nelle realtà vegetali, animali e cosmo-astrologiche. L’Apostolo ne coglie i fanalini spia, segni significanti, e punta l’occhio nel mistero dell’aldilà del tempo e della storia, inaugurato e disvelato dalla «primizia di coloro che si sono addormentati» (Fil 2,6): Gesù il Cristo.
Dunque, i corinzi siano attenti osservatori dell’ordinamento naturale e vi sappiano cogliere il lavoro di Dio creatore e trasformatore. Quel lavoro è sotto gli occhi di tutti. Ebbene: «Così sarà anche la risurrezione dei corpi» (v. 42a).

3. Trasformazione: una personalità pneumatica (vv. 42-44a)
«Così è anche la risurrezione dei corpi: si semina nella corruzione, risorge nella incorruzione; si semina nell’ignominia, risorge nella gloria; si semina nella debolezza, risorge nella forza; si semina un corpo materiale, risorge un corpo spirituale» (vv. 42-44a).
È chiara la centralità del v. 42a: «Così è anche la risurrezione dei corpi». Esso presiede il potenziale delle quattro antitesi, sforzo dell’Apostolo di dipingere il corpo trasformato, avvalendosi una volta ancora dei buoni uffici dell’analogia: tutti noi abbiamo esperienza di una cosa che si corrompe.[13] Ebbene, il corpo risorto lo sarà nell’incorruttibilità: da corpo psichico (materiale) a corpo pneumatico (spiritualizzato, glorificato). Ecco il risultato della trasformazione (metaschêmasis: Fil 3,21) che investe la totalità di quel corpo e lo trasforma in una realtà nuova, glorificata, spiritualizzata.
Si osservi la tensione escatologica in cui Paolo inserisce la sua discussione sul modo della risurrezione dei corpi: solo oltre la morte, dunque attraverso il «sacramento» della morte, ogni realtà creaturale raggiungerà il suo vero profilo, nel tempo di Dio, oltre il tempo. Infatti – e continua la serie delle antitesi analogiche – ciò che in qualità terrestre porta in sé il seme dell’ignominia, risorgerà corpo pneumatico avente in sé il seme della gloria, altro termine escatologico (v. 43); il corpo terrestre, che ha in sé il seme della debolezza, nella risurrezione, trasformato, porta in sé il seme della forza (v. 43). E ciò che porta in sé il germe dell’animalità, nella risurrezione sarà trasformato e porterà in sé il seme della spiritualità perché è certo che in ogni corpo animale è irreprimibile la tensione al suo vero profilo di corpo spirituale. Ignominia, corruzione, debolezza, animalità e materialità in genere, sono state superate nella morte, risolvendosi, al di là di essa, nelle qualità loro contrarie: la personalità psichico-somatica si trasforma in quella pneumatica, spiritualizzata.
Se, dunque, Dio può creare tanti corpi-persone materiali (vv. 38-41), come mai non potrebbe dar vita anche a corpi-persone risorte e spiritualizzate? (vv. 42-44). Tanto più che ne ha già dato la prova storica: Gesù Cristo risorto e trasfigurato, glorioso. La prova non è apologetica, bensì analogica.

4. Il primo Adamo e l’ultimo Adamo (vv. 45-49.53)
L’esposizione incalza, epidittica e parenetica a un tempo. Se il primo Adamo divenne persona vivente (Gn 2,7), l’ultimo Adamo è persona vivificante (v. 45b): egli porta in sé i semi dell’incorruzione (v. 42), della gloria, della forza (v. 43), dell’immaterialità (v. 44) e, come tale, «è divenuto spirito vivificante» (v. 45), datore di vita, perché ha in sé il germe esplosivo della vita nuova: lo Spirito del Padre, Dio della vita.
Con antitesi ritmiche, Paolo conduce il suo pensiero ai vv. 45-49. Esse sono riducibili a una fondamentale: il primo Adamo e l’ultimo Adamo, ad ambedue i quali ogni uomo è legato; essi sono personalità corporative, rispettivamente sul piano terrestre e celeste. Ma è sul secondo Adamo che l’Apostolo punta il suo focus: ogni uomo gli è legato ed è destinato a livelli più alti. Egli infatti è spirito vivificante, capace di operare la trasformazione di ciò che è terrestre in una realtà nuova, che è quella sua propria: glorificata, trasformata, spiritualizzata. Uno spirito vivificante è, infatti, di qualità nuova e superiore a un essere vivente. Quest’ultimo è infatti vivo per aver ricevuto la vita (Gn 2,7b); il primo invece porta in sé il germe della vita.Il primo Adamo è «essere vivente» e quanti gli appartengono, a lui incorporati, lo saranno come lui; il secondo Adamo è «spirito vivificante» e quanti gli appartengono, a lui incorporati, saranno vivificati in tutta la loro umanità, risorgendo dai morti per la potenza dello Spirito di Dio (cf. Rm 1,11). Come il primo Adamo ha vissuto una vita terrena, attivando in essa il suo seme, il secondo Adamo vive una vita celeste, partecipandola ai suoi, una vita animata dallo Spirito, opera dello Spirito: «Riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito» (2Cor 3,18b); quel nuovo Adamo è persona in situazione nuova: pneumatica, spiritualizzata, secondo il profilo del Risorto-trasfigurato: non più corpo materiale, ma corporeità spiritualizzata. Paolo non è interessato a fornire una risposta diretta alla domanda dei corinzi (v. 34), piuttosto è impegnato a creare una mentalità di risurrezione per trasformazione-glorifificazione-spiritualizzazione: da realtà (eikôna) terrestri a realtà celesti (v. 49). Allo scopo, ci si rivesta di lui (v. 53).

5. Spirito vivificante (vv. 45-49)
Ma chi è costui? Di certo lo Spirito di Dio che ha reso vivente Gesù Cristo morto, immettendolo nella sua nuova definitiva situazione: nuovo Adamo, risorto e glorificato. Così è dei suoi: ogni creatura dovrà aver parte, con il Risorto, della sua vera nuova situazione. Ma ancor prima, nella fase terrena, ogni «immagine e somiglianza di Dio» (Gn 1,26) viva uno stile di vita ispirato al Risorto, da creatura nuova; ancora nel tempo, essa è già oltre il tempo (eschaton), testimone di una vita che dona lo Spirito. Siamo al cuore della pneumatologia paolina.[14]
Quando Paolo pensa alla trasformazione, gli interessa la totalità biologica e spirituale della creatura. La risurrezione della creatura umana avviene così per trasformazione di tutta la sua realtà, del suo «io». Tutto l’uomo cioè (antropologia monista) viene trasformato (v. 51b: «Saremo trasformati, allaghêsómetha»). E tale trasformazione della totalità creaturale è imprescindibile, se si vuole essere ammessi al possesso integrale del regno di Dio (v. 50). Un corpo solo «psichico», cioè corpo e sangue, non potrà mai entrare nel regno di Dio, essendo corruttibilità. E il corruttibile non potrà mai abitare nel mondo dell’incorruttibilità.
In quel mondo incorruttibile è già entrato lui, la vivente primizia di coloro che si sono addormentati (Fil 2,6). Come può essere dunque ancora possibile che i corinzi pongano quella domanda? (v. 35). «Stolto! Ciò che tu semini, non prende vita se prima non muore» (v. 36).
Nell’uomo pneumatico, spiritualizzato nella sua totalità, la nudità del granello ha ora il suo pieno rivestimento: l’uomo nuovo, anch’egli nuovo Adamo, è ora rivestito della sua personalità celeste (2Cor 5,2b). Guai però a essere trovati ignudi (v. 3), sarebbe ascrivibile solo alla propria negligenza.
Tutti, in verità, viventi e non al momento della parusia, saremo trasformati (vv. 51-52), risorgendo nell’incorruzione. Da rivestiti di corruzione, i rivivificati rivestiranno l’incorruttibilità; da mortali, l’immortalità. Più di questo, Paolo non riesce a dire. Ma ha già detto davvero tanto, e ha dato solido fondamento a un ben motivato ottimismo antropologico.[15] Aiutati dalla loro cultura ellenistica, i corinzi continuino a sondare tanto nuovo annuncio; nella fede storica del Gesù di Nazareth, morto e risorto e trasfigurato, meditino la loro morte e risurrezione per trasfigurazione-trasformazione: creature nuove, dalla personalità spiritualizzata. In questa speranza, ognuno gestisca il proprio cammino nella fede, «saldo e irremovibile» (v. 58), consapevole di muoversi su un fondamento solido: «Dov’è, o morte, la tua vittoria?» (v. 55). In lui (v. 57), la morte è stata ingoiata dalla vita (cf. v. 54b). Ebbene, come per lui, anche per noi.

[1] Esamino la questione nella religiosità giudaico-ellenistica, dal II sec. a.C. al II sec. d.C., nel mio volume Risorgeremo, ma come?, EDB, Bologna 1988. Che Paolo in 1Cor 15 risenta della testimonianza religiosa documentata in questa fascia letteraria, lo prova H.C.C. Cavallin, Life after Death. Paul’s Argument for the Resurrection of the Dead in 1Cor 15. Part I: Enquiry into the Jewish Background, Brill, Leiden 1974. Gli ho riservato l’attenzione dovuta nella mia monografia appena menzionata.
[2] Che se «corpo-carne» da un lato e «vita-anima» dall’altro (v. 35) dovessero rispondere alla concezione dualistica, ebbene di essa Paolo non fa più parola in tutto il c. 15. Preziosa indicazione ermeneutica.
[3] Di recente se ne occupa K.J. O’Mahony, «The Rhetoric of Resurrection (1Cor 15): an Illustration of a Rhetorical Method», in Milltown Studies 43 (1999) 112-144.
[4] Non si tratta di una progressione da vita a vita, quasi un evoluzionismo, ma di una discontinuità in radice: da morte a vita. Cf. G. Barbaglio, La Prima Lettera ai Corinzi, EDB, Bologna 1996, p. 840.
[5] Segnalo J. Kremer, «La risurrezione di Gesù, causa e modello della nostra risurrezione», in Concilium 6 (1970) 102-116. Di recente lo stesso J. Kremer riprende l’argomento in Geist und Leben 71/6 (1998) 406-410.
[6] Si legga W. Marxen, La risurrezione di Gesù di Nazareth, EDB, Bologna 1970, p. 141. Ma quella pura possibilità è una restrizione indebita del pensiero dell’Apostolo la cui argomentazione per induzione dal noto all’ignoto prova sufficientemente che ci si trova ben al di là della pura possibilità. Così G. Barbaglio, La Prima Lettera ai Corinzi, cit., pp. 838-856 nella sua dettagliata analisi di 1Cor 15,35-58. Già S. Cipriani, «La risurrezione di Cristo e la nostra nella prospettiva di 1Cor 15», in Asprenas 2 (1976) 112-135.
[7]Paranomia e allitterazione documentano bene l’andamento retorico dell’argomentazione.
[8] Con «trasformazione spiritualizzata» intendo dare atto a tutto il periodo ellenistico intertestamentario da me esaminato nella monografia citata in nota 1: Risorgeremo, ma come? Le si oppone una risurrezione materializzata, tendente a ridare al corpo risorto i connotati che già gli furono propri. Questa linea perde in attendibilità critica ed è del tutto scalzata dal Nuovo Testamento che indica nel Gesù trasfigurato sull’alto monte (Tabor) il suo vero profilo di risorto. Cf. Mc 9,2-9 parr.
[9] Dal corpo psichico-materiale, a quello pneumatico-spiritualizzato. Corporeità esprime bene la nuova situazione del risorto. Così già R. Fabris, Le Lettere di Paolo, Borla, Roma 1980, vol. I, pp. 533-541.
[10] Espone ampiamente la questione S. Reyero, «”estin kai (sôma) pneumatikon” (1Cor 15,44b)», in StMad 15 (1975) 151-187.
[11] Si veda E. Pfammatter, «Risurrezione del Cristo, risurrezione dei cristiani e compimento della storia della salvezza nella concezione paolina», in E. Rückstühl – J. Pfammatter (edd.), La risurrezione di Gesù Cristo, AVE, Roma 1971, pp. 135-149, qui p. 143.
[12] Così già Giovanni Crisostomo, Tommaso d’Aquino. Per l’interesse dei Padri alla questione, segnalo la monografia di F. Altermath, Du corps psychique au corps spirituel. Interprétation de 1Cor 15,35-49 par les auteurs chrétiens des quatre premiers siècles (jusqu’au Concile de Calcedonie), Mohr-Siebeck, Tübingen 1977.
[13] Ne ha ben descritta la dinamica G.M. Hensell, Antithesis and Transformation. A Study of 1Cor 15,50-54, S. Louis University 1975.
[14] Originale inversione della formula «Spirito vivificante» (v. 45). Se ne occupa R.B. Gaffin, «Life giving Spirit: Probing the Center of Paul’s Pneumatology (1Cor 15,45)», in Journal of the Evangelical Theological Society 41/4 (1998) 573-589.
[15] Ma a riguardo, si legga R. Penna, «Cristologia adamica e ottimismo antropologico in 1Cor 15,45-49», in AA.VV., L’uomo nella bibbia e nelle culture ad essa contemporanee. Atti del Simposio per il XXV Simposio ABI, Paideia, Brescia 1975, pp. 181-208.

 

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 9 avril, 2015 |Pas de commentaires »

“INNO ALLA CARITA’ DI SAN PAOLO, CON COMMENTO DI SAN BERNARDINO DA SIENA”

https://perlamaggiorgloriadidio.wordpress.com/2014/05/30/san-bernardino-da-siena-se-io-non-ho-la-carita-non-sono-nulla-china-il-capo-e-sta-nel-timore-di-dio-perche-san-paolo-dice-nihil-sum-non-sono-nulla-cosa-credi-che-sia-un-anima-in-pecca-2/

San Bernardino da Siena: “Se io non ho la carità non sono nulla. China il capo e sta nel timore di Dio, perché (San Paolo) dice: “Nihil sum” [Non sono nulla]. Cosa credi che sia un’ anima in peccato mortale? Davanti a Dio è uno zero”

“INNO ALLA CARITA’ DI SAN PAOLO, CON COMMENTO DI SAN BERNARDINO DA SIENA”

“Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.
Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!” (1 Cor 1,1-13)

Commento di San Bernardino da Siena:
“Astitit regina a dexstris tuis investitu deaurato circumdata varietate” [Sta la regina alla tua destra in veste d’oro…]. Comincia: “Eructavit cor meum”[Effonde il mio cuore]… laddove Davide profeta parla della virtù della carità, dicendo che essa sta al lato destro di Dio, siede come regina di tutte le altre virtù, vestita d’oro, circondata di varietà di colori (Sal 44,10).
( … ) Osserva la forza delle parole che usa Davide: “Astitit regina dexstris tuis”: [la carità] sempre resterà, come regina, alla mano destra di Dio; essa è governatrice di ogni nostro atto, di ogni nostro pensiero; dirige il nostro corpo e la nostra anima verso Dio e verso il prossimo, contro il demonio, contro il mondo e contro la carne. Ci governa per grazia, ci purifica dalla colpa, cosicché quando l’anima va in Paradiso essa è vestita di carità da Cristo Gesù, che è l’arca della carità, il primogenito dei morti, il re dei re, il Signore dei signori e rende grazia per grazia. Se sei stato in questo mondo in carità, di carità ti vestirà lassù. “Habenti dabitur” [a chi ha sarà dato] (Lc 19,26): a chi avrà avuto carità, gli sarà data carità, gli sarà profusa carità, più carità di quanta se ne possa avere mai in questo mondo.
( … ) Se io non ho la carità non sono nulla. China il capo e sta nel timore di Dio, perché dice: “Nihil sum” [Non sono nulla]. Cosa credi che sia un’ anima in peccato mortale? Davanti a Dio è uno zero. ( … ) Prendi pure tutte le anime degli uomini che sono morte in peccato mortale e prendine una sola che sia morta in grazia di Dio: piacerà di più a Dio quell’anima sola che centomila migliaia di anime dannate.
( … ) Come l’anima ha molti doni, così la carità è dotata di molte varietà.
( … ) Tre sono le principali varietà che adornano la carità. La prima è nel sopportare. La seconda è nel respingere. La terza nell’operare.
Parlo prima del sopportare ( … ) Come dice Giobbe: “La vita dell’uomo è una milizia nella battaglia del mondo” (Gb 7,1).
( … ) Sebbene tu abbia in te la pazienza non basta. Dopo che hai sofferto dei tormenti e delle battaglie e ti sei difeso con lo scudo e con l’armatura [della pazienza], bisogna che tu faccia il bene con il cuore, con le parole e con le opere ( … ). Ama la creatura e odia la colpa; con benignità [bisogna] amare la creatura e non il peccato che è in essa. Dì bene di chi dice male di te e prega per lui. Fa il bene a chi ti fa del male; questa è la benignità della carità.
E abbiamo trattato della prima cosa, cioè del sopportare.
La seconda cosa è nel respingere. La carità non si mischia mai con cose brutte, allontana tutti i peccati mortali ( … ).
( … ) Anzitutto la carità non ha invidia del bene che vede in altri, anzi ne gode e d’ogni bene che vede nel prossimo suo, ne è contenta come se fosse in se stessa. Una buona e santa invidia sarebbe avere invidia e volere quei beni che tu vedi negli uomini spirituali e amare quei tali beni come se li avessi tu. Quest’uomo non fa cose perverse e non vi va dietro per superbia.
( … ) “Non si gonfia” di superbia. La superbia gonfia in due modi: prima attraverso le cose acquistate e poi attraverso le cose desiderate. Le acquistate sono la fama, la condizione agiata, i beni; per queste cose la carità non fa gonfiare.
“Non è ambiziosa”. Riguardo alle cose desiderate dice che la carità non è ambiziosa così da desiderare cose superflue né di ruoli, né di roba, né di onori.
“Non cerca il suo interesse”. Respinge l’avarizia, non chiede quel che è suo e tanto meno quello che non è suo. ( … ) non dice che tu non richieda le cose che ti fossero state tolte e tu ne abbia bisogno, se vedi di poterle riavere senza peccato mortale; altrimenti se non le potessi riavere se non con il peccato, lasciale stare.
“Non si adira la carità”. “Nell’ira non peccate” (Ef 4,26), fu detto per lo zelo di Dio. Allora, quando Gesù cacciò dal Tempio i venditori, i compratori e gli usurai, chi non lo avesse capito, avrebbe detto: Egli è adirato; ma fu zelo di carità di Dio. E’ grande differenza tra zelo ed ira. ( … ) L’ira intorbida la mente e guasta l’anima. Lo zelo [invece] si appassiona e non si intorbida e quando si lascia a riposo è più chiaro di prima. Non così l’ira che solo di rado lascia chiara la mente.
( … ) “Non pensa male”. La carità non se ne sta accidiosa, ma sempre essa è in pensieri di carità. Non pensa male e da ogni male trae il bene; ogni cosa che vede la carità la ritorce in bene. Quando vedi uno che dice male su cose di cui non è certo, è segno che non è in carità. “Non gode dell’ingiustizia”, ma ne soffre. Quando vedi uno che si rallegra di un altro che abbia fatto qualche gran male, o qualche grande iniquità, è segno che non è nella carità, ma è contro di lei. Ogni allegrezza per il male o per l’iniquità fa tanto peggio, e tanto più sei lontano dalla carità, tanto più ne godi e te ne rallegri.
“Ma della verità si compiace”. La carità è compagna della verità, e vanno sempre abbracciate insieme. E dunque l’anima che ha carità, come sente dire una verità, gode. La carità è l’arte dell’uomo spirituale e non degli uomini mondani.
( … ) “Tutto crede, tutto sopporta, tutto spera”. Cioè tutte le cose che sono da credere le crede e non le pazzie degli eretici. E sostiene pazientemente tutte le cose che sono da sostenere e spera tutte le cose che sono da sperare.
( … ) La terza ed ultima parte principale è sulla stabilità della carità. “Vestita con abiti d’oro”: che come l’oro è stabile, che mai viene meno quanto più è vicina alla perfezione, e quanto più sta sul fuoco, tanto più diventa fine senza venire a mancare, così è la carità. E per questo San Paolo aggiunge: “La carità non avrà mai fine ( … )”. Vuol dire che la carità non verrà mai meno. ( … ) Gli uomini più capaci del mondo in eloquenza o in sapienza non sapranno mai il fine di tutte le sapienze. Chi saprà un poco e chi un altro. Perciò dice: “in parte”. E aggiunge: “Ma quando verrà ciò che è perfetto, [cioè il Paradiso], quello che è imperfetto scomparirà”.
“Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità”.
( … ) La fede è il fondamento della religione nostra; poi la speranza, così che speri quel che per fede credi; e tutto con amore di carità, perché senza la carità, come ti ho mostrato, non c’è virtù che sia accetta a Dio. Quando saremo di là in Paradiso, che Iddio ce ne dia la grazia, solamente la virtù della carità ci accompagnerà; non ci sarà più bisogno di fede nelle cose divine, perché vedremo a faccia a faccia la fede; e la speranza verso le cose che non si vedono verrà a mancare, perché avremo quel che abbiamo sperato. La carità è la maggiore di tutte e rimarrà molto più lassù in Paradiso che non qua.”

(San Bernardino da Siena, Prediche settimana santa, Cap. 1, pag. da 92 a 106.)

ESPERIENZA DEI CARISMI NEI CORINZI

http://www.rnsbassano.it/node/669

ESPERIENZA DEI CARISMI NEI CORINZI

Tratto dalla rivista Rinnovamento nello Spirito Santo 7/2009

Nella Prima lettera ai Corinzi, l’apostolo Paolo analizza concretamente la relazione tra i diversi carismi per poi ricondurre, questa diversità, a un unico Spirito. Determinando inoltre una sorta di gerarchia dei carismi, sottolinea il fatto di saper riconoscere la presenza dello Spirito anche nei piccoli gesti di fede, e non solo in quelli eclatanti.

Premessa
La prima lettera ai Corinzi contiene, rispetto a tutte le altre lettere autentiche, in modo esplicito il pensiero teologico dell’apostolo Paolo circa l’esperienza dei carismi che caraterizza, in modo particolare, il vissuto della comunità di Corinto. E’ opportuno ricordare che quanto l’Apostolo scrive nelle sue lettere non è frutto di una elaborazione teorica degli elementi fondamentali della fede cristiana ma risposte a situazioni concrete, a problematiche storiche, reali, che caratterizzano le comunità da lui fondate. L’apostolo Paolo si lascia interpellare dal vissuto delle comunità offrendo loro tutta la sua esperienza, la sua sapienza derivante da una profonda conoscenza della Scritture (Antico Testamento), la sua grande capacità di elaborazione teologica forte della sua cultura greca ed ebraica. Per questo motivo, molti studiosi affermano che l’apostolo in realtà non ha scritto delle epistole ma delle lettere familiari il cui scopo è quello di comunicare con le comunità, di stabilire una relazione e non semplicemente di trasferire principi dottrinali. E’ utile non trascurare quest’aspetto onde evitare d’interpretare il pensiero dell’apostolo senza tener conto del contesto, delle reali esigenze storiche. Per quanto riguarda l’esperienza dei carismi è di fondamentale importanza comprendere il contesto della comunità di Corinto per cogliere i veri obiettivi che l’apostolo Paolo vuole raggiungere attraverso l’articolata argomentazione riportata nei capitoli 12, 13 e 14 della lettera in questione. Considerando, secondo una visuale d’insieme, i tre capitoli sopra citati, risulta particolarmente evidente l’unità tra i capitoli 12 e 14: in entrambi si parla dei carismi seppure con finalità differenti, mentre potrebbe apparire, a prima vista, non perfettamente in sintonia il capitolo 13 riportante il famoso « inno alla carità ». In realtà non si tratta di un semplice intermezzo o digressione perché, sin dai primi versetti, l’apostolo mette in relazione i carismi di glossolalia, di profezia e la conoscenza dei misteri con la carità (cf 1Cor 1-3).
La problematica sollevata dalla comunità di Corinto riguarda proprio questi due carismi: la glossolalia e la profezia considerati come i carismi per eccellenza; possederli significa essere pienamente uomini e donne spirituali. L’intervento dell’apostolo Paolo mira a regolamentare la concezione e l’esercizio di tali carismi, ridimensionando, senza però disprezzare, il carisma di glossolalia (varietà delle lingue cf 1Cor 12,10) per dimostrare invece la superiorità del carisma di profezia (cf 1Cor 14,5)

Unità nella diversità
Riguardo ai doni spirituali o carismi, nel capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi, è possibile approfondire tre aspetti principali.

Carismi per il bene comune
Romani 12, 1-11.
In questa prima pagina l’apostolo Paolo (vv. 1-3) sottolinea come principio di discernimento, per comprendere l’agire dello Spirito, la confessione della Signoria di Cristo (cf 1Cor 12,2) per poi rapportare, secondo lo schema trinitario, la diversità dei carismi all’unico Spirito, i diversi ministeri all’unico Signore e le diverse operazioni all’unico Dio (cf 1Cor 12,4). Solo dopo questa premessa teologica, san Paolo elenca i nove carismi preceduti da un’importante defizione del termine carisma: « A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune » (cf 1Cor 12,7), concetto ripreso in 1Cor 12,11:  » Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole ». A ragione del vero, nel testo originale non troviamo la parola « bene comune » (cf 1Cor 12,7); si tratta, infatti, di un’aggiunta che si ritrova in diverse traduzioni della Bibbia. Come dimostra il biblista Vanhoye, il termine greco pros to sympheron si ritrova in altri due testi del Nuovo Testamento (Mt 5, 29-30) con riferimento all’utilità personale « è vantaggioso (utile-sympherei soi) per te che non perisca uno dei tuoi membri e che non venga gettato nella Geenna », e nella Lettera agli Ebrei (cf 12,10) dove il termine fa riferimento alla santificazione personale « Dio lo fa per il vostro bene (vostro vantaggio, la vostra utilità), allo scopo di farci partecipi della sua santità ». L’Apostolo, inoltre, afferma che non tutti i carismi sono finalizzati al bene comune, come nel caso della glossolalia che edifica soltanto chi l’esercita e non la comunità (cf 1Cor 14,2).

Un unico corpo
Romani 12, 12-27.
In questa sezione, l’Apostolo affronta il tema dell’unità nella diversità paragonando la comunità al corpo umano. L’obiettivo è quello di affermare che la pluralità e la diversità sono costitutivi dell’unità; non può esistere una comunità senza la diversità dei carismi, poiché come il corpo umano è costituito da membra diverse con funzioni diverse, allo stesso modo è anche il Corpo di Cristo. Tutti i carismi nella comunità sono « utili e indispensabili »: « il piede » non può dire, « poiché io non sono mano, non appartengo al corpo » (1Cor 12,15), nè « l’occhio » dire alla « mano »: « non ho bisogno di te » (1Cor 12,21). Il « piede » rappresenta la parte depressa e scontenta della comunità, mentre « l’occhio e la testa » la parte super carismatica che si ritiene autosufficiente. Paolo vuole sradicare tale concezione della vita comunitaria per ribadire il primato della diversità nell’unità.

L’azione carismatica dello Spirito
Romani 12, 28-31.
L’Apostolo riporta un nuovo elenco dei carismi, determinando una sorta di gerarchia: « Alcuni però Dio li ha posti in primo luogo come apostoli, in secondo luogo….. » (cf 1Cor 12,28) aggiungendo, rispetto ai nove carismi sopra elencati, quelli di « governo e di assistenza ». La motivazione di questa aggiunta è dovuta al fatto che l’Apostolo vuole dimostrare ai super carismatici che l’autenticità delle manifestazioni straordinarie non è data dall’effetto esteriore, ma se queste contribuiscono all’edificazione comunitaria. I Corinzi, in altri termini devono imparare a riconoscere non solo nei fenomeni straordinari, ma anche in quelli meno straordinari, l’azione carismatica dello Spirito. « A questi spirituali Paolo impone un allargamento di prospettiva; debbono sapere che i fatti spettacolosi non sono l’unico modo in cui si manifestano la presenza e l’azione dello Spirto Santo. Un semplice atto di fede è già la sua opera, ed è anche, in realtà, un fatto straordinario, benché non sia spettacoloso ». (Vanhoye).

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 23 mars, 2015 |Pas de commentaires »
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