Archive pour la catégorie 'Lettera ai Corinti – prima'

Giovanni Paolo II – sulla resurrezione dei corpi – 1Cor 15

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1982/documents/hf_jp-ii_aud_19820127_it.html

UDIENZA GENERALE DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Mercoledì, 27 gennaio 1982

1. Durante le precedenti Udienze abbiamo riflettuto sulle parole di Cristo circa laltro mondo, che emergerà insieme alla risurrezione dei corpi.

Quelle parole ebbero una risonanza singolarmente intensa nellinsegnamento di san Paolo. Tra la risposta data ai Sadducei, trasmessa dai Vangeli sinottici (cf. Mt 22, 30; Mc 12, 25; Lc 20, 35-36) e lapostolato di Paolo ebbe luogo prima di tutto il fatto della risurrezione di Cristo stesso e una serie di incontri con il Risorto, tra i quali occorre annoverare, come ultimo anello, levento occorso nei pressi di Damasco. Saulo o Paolo di Tarso che, convertito, divenne l’“apostolo dei gentili, ebbe anche la propria esperienza post-pasquale, analoga a quella degli altri Apostoli. Alla base della sua fede nella risurrezione, che egli esprime soprattutto nella prima lettera ai Corinzi (cf. 1 Cor 15), sta certamente quellincontro con il Risorto, che divenne inizio e fondamento del suo apostolato. 2.

È difficile qui riassumere e commentare adeguatamente la stupenda ed ampia argomentazione del 15° capitolo della prima lettera ai Corinzi in tutti i suoi particolari. È significativo che, mentre Cristo con le parole riportate dai Vangeli sinottici rispondeva ai Sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione (Lc 20, 27), Paolo, da parte sua, risponde o piuttosto polemizza (conformemente al suo temperamento) con coloro che lo contestano (I Corinzi erano probabilmente travagliati da correnti di pensiero improntate al dualismo platonico e al neopitagorismo di sfumatura religiosa, allo stoicismo e all’epicureismo: tutte le filosofie greche, del resto, negavano la risurrezione del corpo. Paolo aveva già sperimentato ad Atene la reazione dei Greci alla dottrina della risurrezione, durante il suo discorso all’Areopago – cfr. Act. 17, 32). Cristo, nella sua risposta (pre-pasquale) non faceva riferimento alla propria risurrezione, ma si richiamava alla fondamentale realtà dellalleanza veterotestamentaria, alla realtà del Dio vivo, che è a base del convincimento circa la possibilità della risurrezione: il Dio vivo non è un Dio dei morti ma dei viventi (Mc 12, 27). Paolo nella sua argomentazione post-pasquale sulla futura risurrezione si richiama soprattutto alla realtà e alla verità della risurrezione di Cristo. Anzi, difende tale verità persino quale fondamento della fede nella sua integrità: . . . Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede . . . Ora invece, Cristo è risuscitato dai morti (1 Cor 15, 14. 20).

3. Qui ci troviamo sulla stessa linea della rivelazione: la risurrezione di Cristo è l’ultima e la più piena parola dell’autorivelazione del Dio vivo quale Dio non dei morti ma dei viventi” (Mc 12, 27). Essa è lultima e più piena conferma della verità su Dio che fin dal principio si esprime attraverso questa rivelazione. La risurrezione, inoltre, è la risposta del Dio della vita allinevitabilità storica della morte, a cui luomo è stato sottoposto dal momento della rottura della prima alleanza, e che, insieme al peccato, è entrata nella sua storia. Tale risposta circa la vittoria riportata sulla morte, è illustrata dalla prima lettera ai Corinzi (cf. 1 Cor 15) con una singolare perspicacia, presentando la risurrezione di Cristo come linizio di quel compimento escatologico, in cui per lui ed in lui tutto ritornerà al Padre, tutto gli sarà sottomesso, cioè riconsegnato definitivamente, perché Dio sia tutto in tutti (1 Cor 15, 28). Ed allora – in questa definitiva vittoria sul peccato, su ciò che contrapponeva la creatura al Creatore – verrà anche vinta la morte: Lultimo nemico ad essere annientato sarà la morte (1 Cor 15, 26). 4. In tale contesto sono inserite le parole che possono esser ritenute sintesi dell

antropologia paolina concernente la risurrezione. Ed è su queste parole che ci converrà soffermarci qui più a lungo. Leggiamo, infatti, nella prima lettera ai Corinzi 15, 42-46, circa la risurrezione dai morti: Si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale. Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma lultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale.

5. Tra questa antropologia paolina della risurrezione e quella che emerge dal testo dei Vangeli sinottici (Mt 22, 30; Mc 12, 25; Lc 20, 35-36), esiste una coerenza essenziale, solo che il testo della prima lettera ai Corinzi è maggiormente sviluppato. Paolo approfondisce ciò che aveva annunciato Cristo, penetrando, ad un tempo, nei vari aspetti di quella verità che nelle parole scritte dai sinottici era stata espressa in modo conciso e sostanziale. È inoltre significativo per il testo paolino che la prospettiva escatologica delluomo, basata sulla fede nella risurrezione dai morti, è unita con il riferimento al “principio” come pure con la profonda coscienza della situazione “storica” dell’uomo. Luomo, al quale Paolo si rivolge nella prima lettera ai Corinzi e che si oppone (come i Sadducei) alla possibilità della risurrezione, ha anche la sua (storica) esperienza del corpo, e da questa esperienza risulta con tutta chiarezza che il corpo è corruttibile, debole, animale, ignobile. 6. Un tale uomo, destinatario del suo scritto – sia nella comunit

à di Corinto sia pure, direi, in tutti i tempi – Paolo lo confronta con Cristo risorto, lultimo Adamo. Così facendo, lo invita, in un certo senso, a seguire le orme della propria esperienza post-pasquale. In pari tempo gli ricorda il primo Adamo, ossia lo induce a rivolgersi al principio, a quella prima verità circa luomo e il mondo, che sta alla base della rivelazione del mistero del Dio vivo. Così, dunque, Paolo riproduce nella sua sintesi tutto ciò che Cristo aveva annunziato, quando si era richiamato, in tre momenti diversi, al principio nel colloquio con i Farisei (cf. Mt 19, 3-8; Mc 10, 2-9); al cuore umano, come luogo di lotta con le concupiscenze nellinterno delluomo, durante il discorso della Montagna (cf. Mt 5, 27); e alla risurrezione come realtà dell’“altro mondo nel colloquio con i Sadducei (cf. Mt 22, 30; Mc 12, 25; Lc 20, 35-36).

7. Allo stile della sintesi di Paolo appartiene quindi il fatto che essa affonda le sue radici nellinsieme del mistero rivelato della creazione e della redenzione, da cui essa si sviluppa e alla cui luce soltanto si spiega. La creazione delluomo, secondo il racconto biblico, è una vivificazione della materia mediante lo spirito, grazie a cui il primo uomo Adamo . . . divenne un essere vivente (1 Cor 15, 45). Il testo paolino ripete qui le parole del libro della Genesi 2, 7, cioè del secondo racconto della creazione delluomo (cosiddetto: racconto jahvista). È noto dalla stessa fonte che questa originaria animazione del corpo ha subìto una corruzione a causa del peccato. Sebbene a questo punto della prima lettera ai Corinzi lAutore non parli direttamente del peccato originale, tuttavia la serie di definizioni che attribuisce al corpo delluomo storico, scrivendo che è corruttibile . . . debole . . . animale . . . ignobile . . ., indica sufficientemente ciò che, secondo la rivelazione, è conseguenza del peccato, ciò che lo stesso Paolo chiamerà altrove schiavitù della corruzione (Rm 8, 21). A questa “schiavitù della corruzione” è sottoposta indirettamente tutta la creazione a causa del peccato dell’uomo, il quale fu posto dal Creatore in mezzo al mondo visibile perché dominasse (cf. Gen 1, 28). Così il peccato delluomo ha una dimensione non solo interiore, ma anche cosmica. E secondo tale dimensione, il corpo – che Paolo (in conformità alla sua esperienza) caratterizza come corruttibile . . . debole . . . animale . . . ignobile . . . – esprime in sé lo stato della creazione dopo il peccato. Questa creazione, infatti, geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto (Rm 8, 22). Tuttavia, come le doglie del parto sono unite al desiderio della nascita, alla speranza di un uomo nuovo, così anche tutta la creazione attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio . . . e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio (Rm 8, 19-21). 8. Attraverso tale contesto cosmico dellaffermazione contenuta nella lettera ai Romani – in certo senso, attraverso il corpo di tutte le creature – cerchiamo di comprendere fino in fondo linterpretazione paolina della risurrezione. Se questa immagine del corpo delluomo storico, così profondamente realistica e adeguata allesperienza universale degli uomini, nasconde in sé, secondo Paolo, non soltanto la “schiavitù della corruzione”, ma anche la speranza, simile a quella che accompagna le doglie del parto, ciò avviene perché lApostolo coglie in questa immagine anche la presenza del mistero della redenzione. La coscienza di quel mistero si sprigiona appunto da tutte le esperienze delluomo che si possono definire come schiavitù della corruzione; e si sprigiona, perché la redenzione opera nellanima delluomo mediante i doni dello Spirito: . . . Anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando ladozione a figli, la redenzione del nostro corpo (Rm 8, 23). La redenzione è la via alla risurrezione. La risurrezione costituisce il definitivo compimento della redenzione del corpo. Riprenderemo lanalisi del testo paolino nella prima lettera ai Corinzi nelle nostre ulteriori riflessioni.

AMARE – MEDITAZIONE SU 1COR 13,1,8

oggi ho trovato questa meditazione su 1Cor 13,1.8, non c’è l’autore:

http://www.aquino.it/zip/pagina%20download.htm

Amare

Una meditazione di 1 Cor. 13.1,8 

Amare, non aiutare, ma amare,

non soltanto dare, ma anche ricevere.

Amare, non asservire, ma servire,

non possedere, ma rispettare.

Amare, non lavorare per proprio conto, solitariamente,

ma operare con gli altri, solidalmente.

Amare, non cedere senza discernimento

a tutti gli impulsi del proprio « buoncuore »,

ma cercare il comportamento più responsabile,

saper dire « sì ». e « no » quando bisogna.

Amare, non tanto provare delle grandi emozioni,

tanto intense quanto effimere,

quanto scegliere di persistere e gustare la fedeltà,

non soltanto questione di sentimenti, ma anche di volontà.

Amare, non cercare l’exploit, la prestazione,

ma conferire peso e senso all’umile quotidianità,

non partendo da un’azione, ma dalla disponibilità di tutto l’essere.

Amare, non avere, sapere o potere,

ma semplicemente amare.

Amare, adesso,

non sognare il futuro, ma cogliere l’istante presente

amare adesso come sono, e non come sogno d’essere.

Amare come Dio.

senza limiti, senza ripensamenti,senza rimpianto o amarezza,

senza mai disperare.

Amare me stesso abbastanza perché l’invito che m’è stato fatto ad amare il

prossimo come me stesso

abbia un senso.

Amare coloro che Dio mi dà per compagni di strada,

ancor meglio, per fratelli.

Amare Colui che, come un mendicante

bussa alla porta del mio cuore e della mia vita.

Amare, perché amare copre una moltitudine di peccati.

Amare, perché amare soltanto ci fa conoscere Dio.

Amare, perché soltanto amare rende eterni.

Amare.

Imitare Dio.

Guardare a Cristo..

Seguire gli appelli dello Spirito.

MONS. GIANFRANCO RAVASI (2003): TIMOTEO, PREZIOSO COLLABORATORE DI PAOLO

dal sito:

http://www.novena.it/ravasi/2003/262003.htm

 

MONS. GIANFRANCO RAVASI (2003)

 

TIMOTEO, PREZIOSO COLLABORATORE DI PAOLO (2 Tim 4,6-8; Eb 13,23; 1Cor 16,10-11)

 

Certo, le figure dominanti di questa domenica sono Pietro e Paolo. Ma per tracciare accuratamente il profilo di ciascuno di loro non basterebbero alcune decine di puntate della nostra rubrica, che, tra l’altro, vuole far emergere solo personaggi di secondo piano. Così, abbiamo deciso di presentare uno dei discepoli più cari a Paolo, quel Timoteo a cui indirizza ben due lettere: anzi, nel brano della seconda, letto nella liturgia di questa domenica, gli consegna anche uno splendido e struggente testamento, mentre l’Apostolo sente avvicinarsi la sua ultima ora (4,6-8).

Timoteo, dal nome greco (“colui che onora Dio”), era nato a Listra di Licaonia, nell’attuale Turchia centrale, da padre greco e da madre giudeocristiana. Le sue origini familiari sono così rievocate da Paolo stesso: «Ricordo la tua fede schietta, che pervase prima tua nonna Loide e poi tua madre Eumce» (2 Timoteo 1,5). La sua figura emerge abbastanza nitidamente nel libro degli Atti degli Apostoli ove è registrato un fenomeno abbastanza curioso. Divenuto suo collaboratore, Paolo decise di far circoncidere Timoteo e questo «per riguardo ai giudei che risiedevano in quelle regioni: tutti, infatti, sapevano che suo padre era greco», cioè pagano (16,3).

È noto che per Paolo «la circoncisione non contava nulla, come l’incirconcisione» (1 Corinzi 7, 19); anzi, egli si era strenuamente battuto perché ai pagani convertiti al cristianesimo non fosse richiesto di transitare prima nel giudaismo circoncidendosi. Ora, però, per realismo pastorale e per quieto vivere, si rassegna a questa soluzione per non provocare i giudeo-cristiani e quell’area dell’Asia minore con la presenza di un predicatore non circonciso. Tuttavia è da notare che l’Apostolo non accetterà questa scelta per l’altro collaboratore più caro, Tito, che, «sebbene fosse greco, non fu obbligato a circoncidersi» (Galati 2,3).

Il nostro Timoteo è di scena ripetutamente nei capitoli 16-20 degli Atti degli Apostoli, durante il secondo viaggio missionario che conduce Paolo prima nella Turchia centrale, poi in Macedonia (a Filippi e a Tessalonica), per approdare infine a Corinto.
In ben sei lettere Paolo lo associa a sé nel saluto iniziale rivolto ai destinatari, corinzi, filippesi, colossesi, tessalonicesi (due lettere), e all’amico Filemone. Fa capolino anche nella finale della Lettera agli Ebrei, che non è però di Paolo: qui si legge che «il nostro fratello Timoteo è stato messo in libertà» (13,23). Forse si fa riferimento alla condivisione della prigionia romana di Paolo.

Certo è che questo prezioso collaboratore fu incaricato dall’Apostolo di missioni delicate, sia a Tessalonica, sia soprattutto a Corinto. In questa turbolenta comunità cristiana fu inviato per «richiamare alla memoria le vie indicate (da Paolo) in Cristo» (1Corinzi 4,17). Anzi, l’Apostolo presenta calorosamente questo suo «figlio amato e fedele nel Signore» perché venga trattato bene: «Quando verrà Timoteo, fate che non si trovi in soggezione presso di voi, giacché anche lui lavora come me per l’opera del Signore. Nessuno, allora, gli manchi di riguardo; al contrario, accomiatatelo poi in pace, quando ritornerà da me: io lo aspetto coi fratelli» (1 Corinzi 16,10-11).

Infine, Paolo lo incaricherà ufficialmente di gestire la comunità di Efeso (la tradizione lo considera il primo vescovo di quell’importante città della Turchia costiera). Scrive, infatti, nella prima Lettera a lui indirizzata: «Partendo per la Macedonia, ti raccomandai di rimanere a Efeso, perché tu invitassi alcuni a non insegnare dottrine diverse e a non badare più a favole…» (1,3-4). La leggenda vuole che egli morisse martire sotto l’imperatore Domiziano, mala notizia non ha fondamento storico ed è solo in un testo apocrifo, gli Atti di Timoteo (IV sec.) 

MONS. GIANFRANCO RAVASI : MONS. GIANFRANCO RAVASI

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/2003/202003.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI 

BARNABA, FIGLIO DELL’ESORTAZIONE (Atti 9, 26-31; 4,36; 4,37; 11, 23-26; 15, 22; 15, 3-7-40; 1Cor 9,6) 

«Paolo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi con i discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo. Allora Barnaba lo prese con sé, lo presentò agli apostoli e raccontò loro come durante il viaggio aveva visto il Signore che gli aveva parlato, e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù».

Inizia così il brano degli Atti degli Apostoli (9,26-31) che verrà proclamato come prima lettura in questa domenica. A emergere in primo piano, oltre a Paolo neo-convertito, c’è la figura di cui ora vorremmo tracciare un ritratto essenziale, Barnaba.

In realtà, questo era un soprannome che gli Atti degli Apostoli (4,36) interpretano come “figlio dell’esortazione”, anche se forse il suo significato originario era pagano e babilonese, “figlio del dio Nabu” (lo stesso dio presente nel nome del re Nabucodonosor). Il suo vero nome era, però, Giuseppe ed era un levita di origine cipriota. Il primo suo atto, ricordato sempre dal libro degli Atti, era stato un gesto di generosità per i fratelli più poveri: «Egli era padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l’importo deponendolo ai piedi degli apostoli» (4,37). Veniva, così, incontro alla scelta della comunità cristiana di Gerusalemme, quella cioè della condivisione totale dei beni.

La svolta della sua esperienza cristiana avvenne, però, soprattutto col suo incontro con Paolo. Inviato come delegato della Chiesa-madre di Gerusalemme ad Antiochia per verificare il nuovo metodo pastorale ivi praticato, aperto anche ai pagani, Barnaba, «da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede, si rallegrò ed esortava tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore» (Atti 11,23-24, si noti l’allusione al suo soprannome nella menzione della sua “esortazione”). Egli, allora, «partì alla volta di Tarso per cercare Saulo e, trovatolo, lo condusse ad Antiochia. Rimasero insieme un anno intero in quella comunità e istruirono molta gente e ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani» (11,25-26).

Da quel momento i due procederanno insieme, tenendo i rapporti con Gerusalemme, anche quando la questione dell’ingresso diretto dei pagani nel cristianesimo, senza un previo passaggio attraverso il giudaismo e le sue osservanze, aveva creato discussioni, tant’è vero che si era deciso di indire un “concilio” proprio nella città santa. 11 decreto di quell’assise, sostanzialmente favorevole alla prassi “aperturista” seguita da Paolo e da Barnaba, fu portato e comunicato ad Antiochia, proprio da loro e da altri due delegati, Giuda Barsabba e Sila-Silvano (15,22). È da ricordare che allora Antiochia di Siria (ora in Turchia) era una metropoli cosmopolita con una presenza viva dei cristiani, come sopra si è detto.

Venne, però, anche il momento della tensione con Paolo. Erano in procinto di partire per il secondo grande viaggio missionario e «Barnaba voleva prendere insieme anche Giovanni, detto Marco», probabilmente il futuro evangelista.

Ma Paolo non ne condivideva la scelta perché lo riteneva incostante. «Il dissenso fu tale che si separarono l’uno dall’altro; Barnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro e Paolo scelse invece Sila-Silvano e partì» (15, 3, 7-40).
Come si vede, anche nella gloriosa Chiesa delle origini non mancavano difficoltà e punti di vista differenti. Paolo, però, ricorderà con ammirazione il suo antico collega scrivendo ai Corinzi (I Cor 9,6).

JOSEPH RATZINGER/PAPA BENEDETTO XVI – RISORTO AL TERZO GIORNO (1Cor 15,3-8 – il « credo »)

JOSEPH RATZINGER/PAPA BENEDETTO XVI – RISORTO AL TERZO GIORNO (1Cor 15,3-8 – il « credo ») 

stralcio dal libro: Il cammino pasquale, Ancora Editrice, Milano 2000 

 pag. 110-115: 

Questa sezione del libro dal titolo « Risorto il terzo giorno » si trova nel capitolo 4 della seconda parte del libro che riguarda il nel capitolo 4 il , quindi, il discorso è già cominciato, prima si era parlato – nello stesso capitolo – successivamente: del Giovedì Santo, della Lavanda dei Piedi, della connessione tra Ultima Cena, la Croce e la Resurrezione, immaginatevi che il testo è tutto veramente, oltre che bello, edificante; 

« La controversia sulla Risurrezione di Gesù dai morti è divampata con rinnovata intensità e si è oramai estesa fin dentro alla Chiesa » 

 

pag 110: 

i testi biblici – scrive – devono essere tradotti, non solo linguisticamente, ma anche concettualmente, Ratzinger/Papa Benedetto non vuole discutere sulle varie teorie sull’argomento, ma  cerca di mettere in evidenza in modo positivo la testimonianza biblica;  nel Nuovo Testamento si rilevano due tipi assai differenti di tradizione della Resurrezione: quello che può chiamarsi – lui gli da questa definizione – tradizione confessionale e quella che può chiamarsi tradizione narrativa, per esempio la prima si trova in San Paolo nella Prima Lettera ai Corinti 15,3-8, il secondo tipo nei racconti dei quattro vangeli; 

si può trovare un inizio della tradizione confessionale nella tradizione narrativa, per esempio nel racconto dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35), i discepoli dopo aver incontrato Gesù, tornano a casa e agli undici annunciano: (Lc 24,34). questo passo è forse il più antico testo sulla Risurrezione che possediamo; si svilupparono poi formule di professione di fede, ora scrivo dal testo :

pag 111: 

« La confessione cristiana è nata. In questo processo di tradizione è cresciuta molto presto, nell’ambito palestinese probabilmente già negli anni trenta, quella confessione che Paolo ci ha conservato nella prima lettera ai Corinzi (15,3-8) come una tradizione che ha ricevuto egli stesso dalla Chiesa e che fedelmente trasmette.  In questi testi di confessione, che sono i più antichi, si tratta solo in modo secondario di tramandare i singoli ricordi di testimoni. La vera intenzione, come Paolo sottolinea con enfasi, è di mantenere il nucleo cristiano, senza il quale il messaggio e la fede non sarebbero nulla. «  

qui riprende a riflettere sulla tradizione narrativa e quella confessionale; la tradizione narrativa cresce perché si vuole sapere come siano andate le cose, il desiderio di conoscere i particolari aumenta, insieme comincia  l’esigenza di difendere la fede cristiana dai vari attacchi contro di essa, contro i sospetti, contro interpretazioni diverse quali si sono insinuate a Corinto; 

pag 111-112 

« …È sulla base di tali esigenze che si è formata una tradizione più approfondita dei Vangeli. Ciascuna delle due tradizioni ha quindi la sua importanza insostituibile, ma nello stesso tempo diviene evidente che esiste una gerarchia: la tradizione confessionale è al di sopra della tradizione narrativa. È la fides quae, il metro su cui si misura ogni interpretazione. 

Cerchiamo dunque di comprendere più esattamente quel Credo fondamentale che Paolo ha conservato; qualsiasi tentativo di arrivare a decisioni nella polemica tra le opinioni deve cominciare da qui. Paolo, o piuttosto il suo Credo, comincia con la morte di Gesù. È sorprendente che questo testo così scarno, che non contiene una parola di troppo, ponga due aggiunte alla notizia . Una delle aggiunte è questa: , l’altra: . Che cosa significano? L’espressione secondo le Scritture inserisce l’evento nella relazione con la storia dell’alleanza veterotestamentaria di Dio con il suo popolo: di questa storia di Dio, riceve da essa la sua logica e il suo significato. È un evento in cui si adempiono parole delle Scritture, ossia un avvenimento, che porta in sé un logos, una logica: che viene dalla parola e penetra nella parola, la copre e l’adempie. Questa morte risulta dal fatto che la parola di Dio è stata portata tra gli uomini. Come si debba interpretare questa immersione della morte nelle parole di Dio ce lo indica la seconda aggiunta: morì . Il nostro Credo riprende con questa formula una parola profetica (Is 53,12; cfr. anche 53,7-11) Il suo rinvio alla Scrittura non si proietta nell’indefinito; riecheggia una melodia dell’Antico Testamento, che sin dalle prime assemblee di testimoni era ben conosciuta. In concreto la morte di Gesù viene così tolta dalla linea di quella morte gravata da maledizione che deriva dall’albero della conoscenza del bene e del male, dalla presunzione dell’uguaglianza con Dio che finisce con il giudizio divino… Questa morte è di altro genere. Non è compimento della giustizia, che rigetta l’uomo nella terra, ma compimento di un amore che non vuole lasciare l’altro senza parola, senza senso, senza eternità. Non è radicata nella sentenza dell’uscita dal paradiso, ma nei canti del Servo di Dio, morte che scaturisce da questa parola, e dunque morte che diventa luce per le genti; 

… 

il nostro Credo aggiunge una breve espressione apre la via dalla Croce alla Resurrezione; quello che è detto qui () è più di una interpretazione: fa parte integrante dell’avvenimento stesso. 

Ora segue nel testo della Scrittura, senza commenti, la parola : ma si può capirla, solo se si vede nel contesto di ciò che precede e di ciò che segue. Afferma prima di tutto che Gesù sperimentò realmente la morte nella sua totalità. » 

il testo prosegue sulla realtà della Risurrezione, Gesù non è un morto ritornato in vita come, per esempio, il giovane di Naim e Lazzaro richiamati alla vita terrena che poi dovrà, comunque, terminare, con la morte definitiva, non è superamento di una morte clinica ;

pag 114: 

« Che le cose non stiano così lo spiegano non solo gli Evangelisti, ma lo stesso Credo di Paolo (1Cor 15, 3-11) in quanto descrive l’apparizione del risorto successivamente con la parola greca óphthe, che traduciamo di solito con ; forse dovremmo dire più correttamente: : questa formula rende manifesto che si tratta qui di qualche  cosa di diverso, che Gesù dopo la Risurrezione appartiene ad una sfera della realtà che normalmente si sottrae ai nostri sensi…Non appartiene più al mondo percepibile con i sensi, ma al mondo di Dio » 

qui si sofferma a considerare la possibilità per noi di Dio, sulla schiettezza dell’uomo, che è possibile sempre da dentro se stessi; il brano della 1Cor 15, che tratta della risurrezione dai morti dice ciò molto chiaramente quando riporta le due frasi separatamente l’una dopo l’altra, prima e poi

termino questa lettura dal libro con il passo successivo: 

« Le apparizioni non sono la Risurrezione, ma solo il suo riflesso. Prima di tutto essa è un avvenimento di Gesù stesso, tra il Padre e lui in virtù della potenza dello Spirito Santo; poi questo avvenimento occorso a Gesù stesso diventa accessibile agli uomini perché è lui a renderlo accessibile. » 

mi rendo conto che questa breve presentazione è molto limitata, ma tutto quello che riguarda il Signore Gesù Cristo e San Paolo e la fede è comunque al di sopra di una nostra capacità di comprensione profonda, ed anche al di sopra della possibilità di trovare le parole adatte ad esprimerla, certo l’allora Cardinale Ratzinger/ Papa Benedetto, ha le parole che io trovo tra le più belle ed adatte per trasmettere – oltre che spiegare – la fede. 

Mons. Gianfranco Ravasi : Inno alla carità (1Cor 13)

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/ravasi2000/articoli2000.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI 

INNO ALLA CARITÀ 

Nell’atmosfera luminosa e gioiosa della Pasqua e alle soglie del mese primaverile di maggio che è scelto da molti fidanzati per la celebrazione delle loro nozze abbiamo pensato di ricorrere a una pagina bellissima della Bibbia, al celebre canto dell’agape, cioè dell’amore cristiano che Paolo ha intessuto nel capitolo 13 della sua prima Lettera ai Corinzi: «Se pure parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sarei un bronzo echeggiante o un cembalo tintinnante…». Ci spiace di non poter citare integralmente questo inno meraviglioso; possiamo, però, invitare i nostri lettori a rileggerlo su una loro Bibbia.
Significativa è la scelta del vocabolo da parte dell’apostolo: i Greci per indicare l’amore usavano soltanto il termine eros; Paolo preferisce agape che esprime soprattutto la donazione, la totalità, la consacrazione di sé all’altro, mentre l’eros suppone ancora possesso, godimento e appagamento. L’apostolo ci ricorda che anche tre doni altissimi, come la profezia, la conoscenza e la fede, se privi dell’amore, sono uno zero. La stessa generosità eroica e il distacco dai beni, se non animati dall’amore, sono solo atti di autoglonficazione o gesti spettacolari.
Un profeta brasiliano contemporaneo, Paulo Suess, ha così ripreso la prima parte dell’inno paolino: «Anche se parlassi la lingua di tutte le tribù viventi / e persino dei popoli scomparsi dalla terra e dalla memoria, / se non ho l’amore, / sono un trombone di gelida latta, un computer trilingue. / Anche se distribuissi tutte le mie scarpe e i viveri / per soccorrere il popolo scarso e denutrito, se non ho l’amore, / sono una delle tante Cavie rivoluzionarie, / un cacciatore di farfalle o un poeta sognatore».
La seconda parte dell’inno – che per la precisione inizia nel v. 4 del capitolo 13 – è simile a un fiore i cui petali sono altrettante qualità dell’amore-agape: magnanimità, bontà, umiltà, disinteresse, generosità, rispetto, benignità, perdono, giustizia, verità, tolleranza, costanza… E il corteo delle virtù che accompagnano l’amore. Se l’amore si spegnesse, le virtù umane e religiose si eclisserebbero.
Il nostro scrittore Giovanni Teston (1923-1993) ha voluto tradurre nel 1991 la prima Lettera ai Corinzi in una forma quasi poetica e ha esaltato in modo sorprendente la forza dolce di questo canto profondamente evangelico.
Ma un altro scrittore, l’autore della famosa Fattoria degli animali, l’inglese George Orwell, in un suo romanzo Fiorirà l’aspidistra (1936) compirà un audace stravolgimento dell’inno paolino, una deformazione che è purtroppo reale nella storia dell’umanità. Egli, infatti, ha sostituito alla parola amore-agape quella quasi antitetica del “denaro”. Il canto si è, allora, trasformato in questa lode biasfema dell’idolo più venerato dagli uomini:
«Anche se parlassi tutte le lingue, se non ho denaro, divengo un bronzo risonante… Se non ho denaro, non sono nulla… Il denaro tutto crede, tutto spera, tutto sopporta…». Il poeta latino Ovidio nella sua Ars amatoria era convinto che «con l’oro ci si procura anche l’amore» (2,278). In realtà con l’oro si può acquistare il sesso ma non l’amore. 

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