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I MONASTERI DELLE METEORE E LA RIFLESSIONE PAOLINA SUL CELIBATO E LA VERGINITÀ NELLA PRIMA LETTERA AI CORINTI

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I MONASTERI DELLE METEORE E LA RIFLESSIONE PAOLINA SUL CELIBATO E LA VERGINITÀ NELLA PRIMA LETTERA AI CORINTI

(meditazione sul terrazzo del monastero di San Nicola Anapafsas)

Leggiamo sempre i testi della lettera ai Tessalonicesi, ma, fin da ora, vi invito poi, come in altri luoghi, a stare in silenzio un po’. Qui in particolare, faremo il cammino della discesa tutti in silenzio, per meditare.
Tanti vengono qui solo nella confusione dei turisti, solo per scattare fotografie, ma, così, non capiranno niente di questo luogo. Il motivo per cui questo luogo è nato è quello della ricerca di Dio nel silenzio della preghiera. Qui i monaci sono venuti, secoli fa, per questo motivo, quindi, anche per noi, assaporare momenti di silenzio è l’unico modo per capire veramente l’essenza di questo posto.
Allora innanzi tutto questo: la fede cristiana – e S.Paolo usa queste parole – ha inventato delle distinzioni, che sono di un’importanza grandissima e ci aiutano a capire la vita, per parlare del tempo. S.Paolo usa tre espressioni che sono fondamentali (non le ha inventate lui, ma le usa). C’è il “kronos” che è il tempo che scorre. Noi siamo nell’anno 2002 del kronos (del tempo che scorre).
All’interno di questo tempo che va continuamente avanti c’è un altro tempo che lui chiama il “kairos”. Kairos è il “momento opportuno”, se volete la “grande occasione”. Noi usiamo questa espressione per i saldi, o i ragazzi la usano quando gli scappa una ragazza – “ogni lasciata è persa”. S.Paolo usa questa espressione. “L’occasione” è quando si incontra Cristo. Il tempo non è uguale. Il tempo scorre sempre, ma c’è un momento – S.Paolo dirà per esempio, in un’altra lettera: “Questo è il momento favorevole, lasciatevi riconciliare con Dio” – c’è un momento del tempo, della vita, del tempo che scorre in cui a un certo punto tu devi entrare nella Salvezza. E’ il treno che non devi perdere, quella cosa decisiva che apre il tempo che scorre sempre in maniera orizzontale, ma che proprio allora si apre all’incarnazione di Cristo e si apre all’Apostolo che porta Cristo nella tua vita.
La terza espressione fondamentale è la “Parusia”, una parola che dobbiamo imparare ad usare. Noi parliamo troppo poco della parusia che è la seconda venuta nella gloria di Gesù, che è il giudizio finale. Quando il tempo finisce? Non quando si esaurisce il kronos, quando ad un certo punto la Terra tornerà ad essere un globo di fuoco e morirà tutta la vita. No! Il tempo finisce quando – parusia viene dal greco e significa sia “essere presente” sia “arrivare” – viene Cristo nella gloria. E’ la venuta – o la presenza rivelata pienamente – di Cristo. Allora la presenza monastica – ma ogni cristiano deve avere nella memoria e nella vita questo – è la presenza che ricorda sempre ai cristiani da un lato che oggi è il tempo della Salvezza, dall’altro che questa terra è destinata a finire. E non semplicemente perché viene consumata dal kronos, dal tempo, ma perché Cristo la verrà a rinnovare completamente e tutto ciò che non ha a che fare con Cristo verrà eliminato e tutto ciò che ha a che fare con Lui resterà. Allora è per questo ricordo della venuta ultima, delle nozze escatologiche, che nasce il monachesimo.
Sapete, molti non usano più la parola “escatologia”, ma è importantissima. Escatologico è il discorso sugli ultimi tempi. Il cuore degli ultimi tempi è la venuta di Gesù. E’ uno dei temi tabù. Molti cristiani non lo dicono, ma, tragicamente, non credono nella vita eterna, non credono nel paradiso, e così distruggono anche la loro fede. La vita viene allora giudicata solo in base a quello che uno fa o non fa, a quello che uno costruisce o non costruisce. Invece è fondamentale nel Cristianesimo, è al cuore della vita, la seconda venuta di Cristo. E’ unica, nei suoi molti aspetti: da la Resurrezione, la vita eterna, il perdono, la comunione con il Padre.
Allora S.Paolo ha questo orizzonte ampio del tempo, mentre l’uomo non cristiano vede solo il kronos, vede solo le giornate che sempre uguali oppure sempre diverse, si ripetono, vanno avanti in una linea senza mai nessun dialogo, nessuna relazione decisiva con la venuta del Cristo. Il monaco orientale e occidentale, il celibe o la vergine, è colui che non vive il matrimonio, non tanto per essere più pronto per gli altri – non è questa la cosa più importante – ma soprattutto per essere un segno per gli altri che invece sono sposati, che c’è la vita eterna, che c’è una vita in cui quello che si fa in questa terra avrà un valore diverso, avrà una trasfigurazione.
Allora nella prima lettera ai Tessalonicesi – sapete bene che esistono due lettere ai Tessalonicesi; ieri abbiamo cominciato a leggere la prima, lo scritto più antico di tutto il Nuovo Testamento, perché è inviata un anno prima che Paolo arrivi ad incontrare Gallione, come vedremo – al cap. 4, 6 troviamo:
Non vogliamo poi lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui. Questo vi diciamo sulla parola del Signore: noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.
La prima cosa – notate il testo com’è preciso – è: “Perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza”. Qui c’è questa divisione netta – noi, gli altri – non per cattiveria, ma perché è la realtà, la verità della fede. Ci sono persone che non hanno speranza. Noi piangiamo, c’è la nostalgia, però non siamo totalmente afflitti, perché abbiamo la speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e resuscitato. Il testo continua: “Al suono della tromba di Dio, Gesù verrà”. E’ la Parusia – si usa proprio questa parola, la parusia di Gesù. Poi si dice anche: “Non pensate che voi che siete vivi siete meglio degli altri che sono già morti, perché tutti quanti il Signore richiamerà alla vita”. Allora non è che mio nonno è da meno di me perché io sono ancora vivo, ma la venuta del Signore è per lui e per me e per quelli che verranno dopo di me. E’ la stessa realtà di vita eterna che si apre quando il Signore tornerà. “Confortatevi a vicenda con queste parole”.
Subito dopo Paolo, come già Gesù ha insegnato, continua proprio perché non si sa quando questa attesa si compirà e c’è allora l’attenzione al kairos, al momento presente, all’occasione della salvezza oggi:
Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore. E quando si dirà: “Pace e sicurezza”, allora d’improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobrii.
Quelli che dormono, infatti, dormono di notte; e quelli che si ubriacano, sono ubriachi di notte. Noi invece, che siamo del giorno, dobbiamo essere sobrii, rivestiti con la corazza della fede e della carità e avendo come elmo la speranza della salvezza. Poiché Dio non ci ha destinati alla sua collera ma all’acquisto della salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi, perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. Perciò confortatevi a vicenda edificandovi gli uni e gli altri, come già fate.
Questa venuta del Signore, questo ritorno che può avvenire anche fra un momento – noi non lo sappiamo – è come le doglie di una donna. A quei tempi non c’erano neanche le ecografie e anche adesso, se non c’è un cesareo non è una cosa che tu puoi dire con sicurezza: “Avverrà in questo giorno”. E così è certo che quel bambino nascerà. E’ certo che nascerà, ma quando nascerà, questo la persona non può che attenderlo. Non dipende da lui, ma dipende da un altro, dipende dal Signore stesso. Noi abbiamo, notate già la triade che è molto forte, la fede, la speranza e la carità. Si dice qual è l’armamento del cristiano, la corazza della fede e della carità, l’elmo della speranza della Salvezza. Siccome poi alcune persone avevano interpretato questa lettera come se S.Paolo fosse sicuro che Cristo sarebbe arrivato proprio fra pochissimo, abbiamo la seconda lettera ai Tessalonicesi. Non è proprio sicuro che l’abbia scritta S.Paolo, perché ci sono molte parole uguali, che sembrano delle vere e proprie copiature dello stile paolino ed allora qualcuno dice che potrebbe essere stata scritta da un suo discepolo che ha preso le sue parole e le ha inserite poi in un messaggio comunque paolino. Come sapete ci sono alcuni testi che sono sicuramente autentici, altri che sono della tradizione paolina, ma non proprio della mano di S:Paolo. Tutti sono comunque “di origine apostolica” (come dice la Dei Verbum) ed ispirati da Dio.
S.Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi sottolinea che non è detto che la parousia arrivi subito. Leggiamo 2 Tessalonicesi, al capitolo 2:
Ora vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e alla nostra riunione con lui, di non lasciarvi così facilmente confondere e turbare, né da pretese ispirazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente. Nessuno vi inganni in alcun modo!
E poi continua e spiegherà. Paolo comincia dicendo che non è sicuro dell’immediatezza di questa venuta. Lui è sicuro della parousia, ma il fatto che non si sappia il tempo vuol dire che può essere immediata come no. Evidentemente circolavano a quel tempo degli scritti fatti passare a nome di Paolo, come se la parousia fosse una cosa che doveva proprio avvenire da un giorno all’altro. La lettera ai Tessalonicesi – leggiamo l’ultima parte, da 3, 6 – spiega che, per questo, la gente non deve usare l’attesa della vita eterna per non fare niente, per vivere nell’ozio e nella pigrizia. E’ un testo molto divertente questo.

Vi ordiniamo pertanto, fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi. Sapete infatti come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace. Voi, fratelli, non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene. Se qualcuno non obbedisce a quando diciamo per lettera, prendete nota di lui e interrompete i rapporti, perché si vergogni; non trattatelo però come un nemico, ma ammonitelo come un fratello.
Qui c’è l’invito a non vivere disordinatamente, senza fare nulla. Mi ricordo che, nel gruppo giovanile della parrocchia dei SS.Protomartiri usavamo questo passo per prendere in giro un ragazzo. Il nostro vice-parroco ci fece notare che era un segno che tutti cominciavamo a conoscere la Bibbia, perché la usavamo anche per scherzare, citando frasi ormai note a tutti. C’era un ragazzo che era sempre agitato e allora dicevamo che c’era una versione di questo testo di S:Paolo – appunto “Sentiamo dire che alcuni vivono disordinatamente, in continua agitazione, senza fare nulla” – che terminava con le parole: “Li esortiamo: prendi il bibitone”, cioé un litro di camomilla per calmarsi!
Allora questo è un testo che appunto dice questa importanza, nell’attesa, di vivere bene il momento presente.
L’ultimo brano che leggiamo qui è un testo importantissimo, scritto alla comunità di Corinto, dove andremo poi. Ma, probabilmente, queste due lettere sono state lette poi anche a Tessalonica, da dove veniamo. Nella I lettera ai Corinzi al cap. 7 c’è il famoso brano in cui S.Paolo spiega il valore della verginità e del celibato nella Chiesa e nella sua diversificazione e complementarietà rispetto al matrimonio. Possiamo avere nella mente, commentandolo, quello che Gesù aveva detto del celibato e della verginità: “Vi sono alcuni che si fanno eunuchi per il Regno di Dio”. E’ un brano importantissimo questo di 1Corinzi 7, proprio per comprendere il senso di quelle parole del Signore che aveva proposto agli uomini una parola sorprendentemente diversa – almeno apparentemente – dalle parole di Dio nella Genesi: “Non è bene che l’uomo sia solo”.
Quanto poi alle cose di cui mi avete scritto, è cosa buona per l’uomo non toccare donna; tuttavia, per il pericolo dell’incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito. Il marito compia il suo dovere verso la moglie; ugualmente anche la moglie verso il marito. La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è arbitro del proprio corpo, ma lo è la moglie. Non astenetevi tra voi se non di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perché satana non vi tenti nei momenti di passione. Questo però vi dico per concessione, non per comando. Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro.
Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io; ma se non sanno vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere.
Agli sposati poi ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito – e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito – e il marito non ripudi la moglie.
Agli altri dico io, non il Signore: se un nostro fratello ha la moglie non credente e questa consente a rimanere con lui, non la ripudi; e una donna che abbia il marito non credente, se questi consente a rimanere con lei, non lo ripudi: perché il marito non credente viene reso santo dalla moglie credente e la moglie non credente viene resa santa dal marito credente; altrimenti i vostri figli sarebbero impuri, mentre invece sono santi. Ma se il non credente vuol separarsi, si separi; in queste circostanze il fratello o la sorella non sono soggetti a servitù: Dio vi ha chiamati alla pace! E che sai tu, donna, se salverai il marito? O che ne sai tu, uomo, se salverai la moglie? Fuori di questi casi, ciascuno continui a vivere secondo la condizione che gli ha assegnato il Signore, così come Dio lo ha chiamato; così dispongo in tutte le chiese. Qualcuno è stato chiamato quando era circonciso? Non lo nasconda! E’ stato chiamato quando non era ancora circonciso? Non si faccia circoncidere! La circoncisione non conta nulla, e la non circoncisione non conta nulla; conta invece l’osservanza dei comandamenti di Dio. Ciascuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato. Sei stato chiamato da schiavo? Non ti preoccupare; ma anche se puoi diventare libero, profitta piuttosto della tua condizione! Perché lo schiavo che è stato chiamato nel Signore, è un liberto affrancato del Signore! Similmente chi è stato chiamato da libero, è schiavo di Cristo. Siete stati comprati a caro prezzo: non fatevi schiavi degli uomini! Ciascuno, fratelli, rimanga davanti a Dio in quella condizione in cui era quando è stato chiamato.
Quanto alle vergini io non ho alcun comando dal Signore, ma do un consiglio, come uno che ha ottenuto misericordia dal Signore e merita fiducia. Penso dunque che sia bene per l’uomo, a causa della presente necessità, di rimanere così. Ti trovi legato a una donna? Non cercare di scioglierti. Sei sciolto da donna? Non andare a cercarla. Però se ti sposi non fai peccato; e se la giovane prende marito, non fa peccato. Tuttavia costoro avranno tribolazioni nella carne, e io vorrei risparmiarvele.
Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo! Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni.
Se però qualcuno ritiene di non regolarsi convenientemente nei riguardi della sua vergine, qualora essa sia oltre il fiore dell’età, e conviene che accada così, faccia ciò che vuole: non pecca. Si sposino pure! Chi invece è fermamente deciso in cuor suo, non avendo nessuna necessità, ma è arbitro della propria volontà, ed ha deliberato in cuor suo di conservare la sua vergine, fa bene. In conclusione, colui che sposa la sua vergine fa bene e chi non la sposa fa meglio.
La moglie è vincolata per tutto il tempo in cui vive il marito; ma se il marito muore è libera di sposare chi vuole, purché ciò che avvenga nel Signore. Ma se rimane così, a mio parere è meglio; credo infatti di avere anch’io lo Spirito di Dio.
Notiamo solo alcuni aspetti. Servirebbe una lunga discussione per approfondire tutto, ma ci sono alcune cose che sono subito chiarissime e che sono di un’importanza capitale. Paolo innanzi tutto affronta alcune cose concrete – ed ha il coraggio di farlo, a differenza del tempo presente! – ma poi arriva, al culmine del brano, a parlare del monachesimo appunto, della vita che si conduce qui alle Meteore, come in ogni altro luogo dove vivono vergini e celibi cristiani.
Per quel che riguarda i punti concreti cui accennavo, vedete che parla delle vedove, per esempio, di cui non si parla mai. Lui dice che la vedova può essere vergine anche lei. Sapete che molte delle monache erano in realtà sposate prima, come S.Melania. Ma, da quel momento in poi, dal momento della morte del marito, scelgono di vivere la loro vita come una presenza di dono a Dio, come un segno di vita eterna. Non è sprecata la vita di una vedova perché è un annunzio fondamentale! Nel nostro mondo sembra che una persona vedova non abbia niente da fare, non abbia alcuna testimonianza da dare. S. Paolo dice: “Manco per niente!” E’ una cosa fondamentale, è un annunzio grandissimo che viene portato.
Parla anche del famoso “privilegio paolino” (così lo chiamerà poi il diritto canonico). Cosa fare se uno è sposato con una persona che non crede o addirittura si oppone alla fede. Paolo dice: “Qui è il mio consiglio, non è legge del Signore”. Il diritto canonico darà la possibilità, se una persona viene ostacolata nella sua fede e nell’educazione dei figli, e se è chiaro che era in aperta opposizione alla fede dall’inizio del matrimonio e prima ancora di sposarsi, di dichiarare nullo il matrimonio, di fare un altro matrimonio perché la persona viene impedita dalla sua relazione a vivere realmente la fede. E’ molto realista Paolo, è una persona estremamente concreta, attenta a questi casi veramente reali che accadono. Quante donne – io le chiamo scherzando le “crocerossine” – si sposano volendo essere madri, più che compagne dei loro mariti e si illudono di cambiarli, di salvarli dai loro vizi e macelli e scoprono, dopo poco dall’inizio del matrimonio, che l’altro resterà esattamente com’era prima. A loro Paolo dice: “E che ne sai tu , donna, se salverai il marito?”. E’ un invito all’attenzione, alla lucidità nell’amore. Lo ripetiamo: l’amore non è cieco, ci vede benissimo. Sono l’innamoramento o la superficialità o l’illusione ad essere ciechi.
Ma il grande annuncio paolino è che esiste una dignità altissima: quella dello stato del vergine e del celibe che è “più perfetto” dello stato dello sposato perché anticipa già in questa terra quello che poi tutti vivranno, in qualche modo, nel mistero del Paradiso.
La Chiesa proclamerà nel Concilio di Trento, con un pronunciamento magisteriale, che appunto lo stato del matrimonio e quello del celibato e della verginità cristiana non sono uguali oggettivamente: “Se qualcuno dirà che il matrimonio è da preferirsi alla verginità o al celibato e che non è cosa migliore e più felice rimanere nella verginità e nel celibato che unirsi in matrimonio, sia anatema (Sessione XIV, canone 10 sul sacramento del matrimonio).
Questo resta vero anche se ognuno ha, a livello soggettivo, la sua vocazione e non può seguire quella di un altro, ma la sua perfezione personale è quella della sua vocazione.
Per questo i monaci – monaco, sapete, vuol dire “monos”, solo, non sposato – vivono questo dono come un segno per tutti quanti gli altri. Qui l’affermazione paolina più importante – nonostante ci dica anche, notate bene, lo abbiamo visto prima, che bisogna lavorare, che se uno arde è meglio che si sposi e stia tranquillo, lo faccia tranquillamente – è che, in fondo, le cose che noi viviamo non sono così importanti. Noi diamo loro troppa importanza. Notate bene, Paolo non si unisce a coloro che le disprezzano – S. Paolo dirà anche che chi disprezza il matrimonio, la carne, il mangiare, il cibo, non ha capito niente – ma, lo stesso, ci dice che il rischio è che noi diamo troppa importanza a questo tempo che passa. Dice: “Sei circonciso, non sei circonciso; ma ti rendi conto che non conta nulla? La cosa fondamentale, quella che conta, è se sei in Cristo o se non sei in Cristo”. Questo può avvenire sia che tu sia sposato, sia che non sia sposato. Però conclude: “Il tempo si è fatto breve”. Letteralmente è un’espressione greca molto bella: “Il tempo ha ammainato le vele”, cioè è come una barca che ormai ammaina le vele per entrare in porto. Il tempo, il kronos, è quasi arrivato alla parusia, la cosa più importante. Il kairos, l’evento di Cristo, è avvenuto, stiamo per arrivare alla fine. Allora, chi piange, pianga ma si renda conto che in fondo è più importante un’altra cosa. Chi gode, goda, chi ha moglie, se la tenga, chi non ha moglie, non la prenda, perché passa la scena di questo mondo. Ripeto, passa non perché non è importante – come dicono i manichei – ma passa perché c’è un’altra realtà più importante, che la giudica e la salva. Un posto come le Meteore, come qualsiasi monastero del mondo, è la vita concreta in mezzo a noi, è la testimonianza di questo fatto: c’è qualcuno in mezzo a noi che dice “Cristo tornerà”, il Figlio dell’Uomo tornerà, grazie a Dio, e la vita sarà diversa, sarà rinnovata, sarà nella piena comunione con Lui e questo è il cuore di tutta quanta la vita del mondo.
Si diviene celibi, nella Chiesa, non tanto per essere più disponibili per gli altri, ma soprattutto per amore di Cristo, come segno dell’attesa della sua venuta. Ecco perché il celibato è così diverso dall’essere “single” – scherzando dico sempre che uno “scapolo” non è un “celibe” ed una “zitella” non è una “vergine” – poiché nasce da una vocazione a testimoniare che la parousia è alle porte, poiché il tempo è compiuto ed il Signore è arrivato e presto tornerà. Ed il suo amore basterà!
Dobbiamo sempre tornare ad annunciare questo, tanto più in un tempo che sembra dire sempre e solo che l’unico amore che esiste è quello fra un fidanzato e la sua ragazza e che ti illude facendoti credere che questo ti basterà e che questa è l’unica vera attesa della vita. La Santa Madre Chiesa, con la presenza dei celibi e delle vergini, continua a rispondere alla domanda superficiale del perché i preti ed i monaci non si sposano, con la domanda: “Come è possibile che l’uomo continui a non cercare l’amore di Dio e l’amore di ogni fratello, che solo basta?”

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 16 décembre, 2016 |Pas de commentaires »

CORINTO E LE LETTERE AI CORINZI (MEDITAZIONE SULLA FATICA DELL’ UNITÀ CRISTIANA, NELLO SCAVO DELLA CITTÀ ANTICA)

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CORINTO E LE LETTERE AI CORINZI (MEDITAZIONE SULLA FATICA DELL’ UNITÀ CRISTIANA, NELLO SCAVO DELLA CITTÀ ANTICA)

CORINTO E LE LETTERE AI CORINZI (MEDITAZIONE SULLA FATICA DELL' UNITÀ CRISTIANA, NELLO SCAVO DELLA CITTÀ ANTICA) dans GEOGRAFIA, STORIA, CULTO DALLE TERRE DI PAOLO l004

Palazzo vicino la tribuna monumentale, la bemà, dalla quale predicò S.Paolo, secondo la tradizione

La comunità di Corinto è una delle comunità paoline che conosciamo meglio, per l’ampiezza dei testi che si sono conservati. Paolo, dicono gli Atti deg li Apostoli, abitò a Corinto un anno e mezzo, la prima volta che vi giunse, poi si fermò qui una seconda volta. Ha scritto ai Corinzi non solo le due lettere che possediamo, ma, probabilmente, almeno altre due. Gli studiosi dicono che la 1 lettera ai Cori n zi è una lettera unitaria. Invece nella seconda lettera ne riconoscono due, poiché ipotizzano che la seconda parte della lettera sia la lettera “ dalle molte lacrime” che Paolo dice di aver inviato precedentemente a quella che è la nostra 2 Cor. Infatti nel la seconda parte di 2 Cor, nei capitoli da 10 a 13, vediamo Paolo che si offende, si agita, si commuove, che è profondamente adirato con i Corinzi. Se è vera questa ipotesi, allora la prima parte della seconda lettera ai Corinzi – dal capitolo 1 al capito l o 9 – sarebbe in realtà la terza lettera scritta da Paolo a questa città e la nostra 2 Cor sarebbe un insieme di queste due lettere. L’ ultima parte, più antica, evidenzierebbe questa profonda frizione con Paolo, la prima parte, più recente, ci mostrerebbe Paolo ormai tornato in buoni rapporti con la comunità locale. Vorrei farvi notare prima di tutto questo – e questo già basterebbe per oggi. Ogni volta che affrontiamo Paolo tocchiamo il valore della vita ecclesiale, il valore della vita della Chiesa. S.Pa olo non ci racconta, nelle sue lettere, l’ inizio della fede, perché le lettere sono scritte quando già le comunità esistono. Le lettere affrontano quello che avviene dopo, quello che avviene durante lo svilupparsi della vita. Le lettere non sono scritte p e r “ mettere la prima pietra” , ma perché , dopo averla messa, è importante come si continua a costruire. Pensate alle nostre famiglie per esempio, alla loro evoluzione, ai rapporti con i figli, con i nipoti; tutto questo dice una continuità . Chi vuole brucia r e in un attimo le cose, o pensa che avendo fatto una cosa all’ inizio con il proprio figlio, giusta o sbagliata che sia, è a posto per sempre, ha già risolto tutto, in realtà non riesce più ad amare. Perché in realtà se ha sbagliato può cambiare, se ha fat t o bene deve continuare sulla giusta via. Questa continuità di rapporto, già di per sé , dice – noi lo cogliamo nelle varie lettere ai Corinzi – una continuità di rapporti. C’ è un passato, ma la vita va avanti. Vi faccio vedere tre passaggi di questo. Nella 1 Corinzi in cui Paolo comincia ad alzare un po’ il tono perché li vuole rimproverare . 1 Corinzi 4,18 – 21: Come se io non dovessi più venire da voi, alcuni hanno preso a gonfiarsi d’ orgoglio. Ma verrò presto, se piacerà al Signore, e mi renderò conto al lora non già delle parole di quelli, gonfi di orgoglio, ma di ciò che veramente sanno fare, perché il regno di Dio non consiste in parole ma in potenza. Che volete? Debbo venire a voi non il bastone, o con amore e con spirito di dolcezza? Paolo dice “Cosa volete, vengo a bastonarvi?” E’ una domanda reale, seria. O vengo perché state capendo, vi state convertendo? E’ una comunità che va avanti e Paolo come Apostolo la vuole veder crescere – non gli basta l’inizio – e, per questo, si domanda: “Cosa debbo fare con voi? Il bastone o la tenerezza?” Il rapporto si modifica – e diviene più severo, nell’amore – nella 2 Corinzi 10, che è appunto la lettera “dalle molte lacrime” – io condivido questa posizione; da 10 fino a 13 non è la stessa lettera, ma è un’altra lettera che sta tra 1 Cor e 2 Cor. Leggiamo allora in 2 Corinzi 10, 1 – 11: Ora io stesso, Paolo, vi esorto per la dolcezza e la mansuetudine di Cristo, io davanti a voi così meschino, ma di lontano così animoso con voi… Questa era l’accusa che gli facevano, è una lettera viva! Evidentemente i Corinzi avevano mandato a dire che Paolo, quando stava con loro, era dolce, ma quando si allontanava era uno che picchiava duro e diceva: “Qui bisogna cambiare, convertirsi, così non va”. Allora Paolo riprende queste critiche a lui rivolte e spiega: Vi supplico di far in modo che non avvenga che io debba mostrare, quando sarò tra voi, quell’energia che ritengo di dover adoperare contro alcuni che pensano che noi camminiamo secondo la carne. In realtà, noi viviamo nella carne ma non militiamo secondo la carne. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo. Perciò siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza, non appena la vostra obbedienza sarà perfetta. Guardate le cose bene in faccia: se qualcuno ha in se stesso la persuasione di appartenere a Cristo, si ricordi che se lui è di Cristo lo siamo anche noi. In realtà, anche se mi vantassi di più a causa della nostra autorità, che il Signore ci ha dato per vostra edificazione e non per vostra rovina, non avrò proprio da vergognarmene. Non sembri che io vi voglia spaventare con le lettere! Perché “Le lettere – si dice – sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa”. Questo tale rifletta però che quali noi siamo a parole per lettera, assenti, tali saremo anche con i fatti, di presenza. Questa è la lettera in cui sale ancora di più di livello. Paolo dice “Attenzione, se continua così io vengo veramente e dalle parole forti passeremo alla mia presenza forte che chiederà conto ad ogni persona”. Poi, invece, nell’ultima lettera che noi abbiamo – che probabilmente è la 2 Corinzi 1-9 – poiché evidentemente c’è stata una conversione, c’è stato un salire di livello della comunità, allora Paolo, in 2 Corinzi 7, 8 – 13, così si esprime: Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se me ne è dispiaciuto – vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati – ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte. Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio; anzi quante scuse, quanta indignazione, quale timore, quale desiderio, quale affetto, quale punizione! Vi siete dimostrati innocenti sotto ogni riguardo in questa faccenda. Così se anche vi ho scritto, non fu tanto a motivo dell’offensore o a motivo dell’offeso, ma perché apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio. Ecco quello che ci ha consolati. Questa è una lettera in cui Paolo ha superato questo momento di rimrpovero alla comunità di Corinto e dice: “Che qualcuno sia stato triste per la mia parola, va benissimo, purché la tristezza sia servita a portare un pentimento, di cui non ci si pente” – cioè il pentirsi è l’unica cosa di cui non ci si pente, il chiedere perdono a Dio. Ci sono due tipi di tristezza, c’è la tristezza del peccato, quando uno si accorge che ha sbagliato, che produce la conversione. C’è la tristezza invece secondo il mondo, l’essere tristi, che produce solo morte. Notate sempre il discernimento degli spiriti, la capacità di capire che tipo di tristezza la parola dell’Apostolo ha generato. Allora riassumiamo. C’è innanzi tutto questa prima cosa che credo sia utile per noi come Chiesa, per ogni relazione familiare, per i figli, i nipoti. Sapere cioè che la relazione non si esaurisce in un istante, ma, anzi, ha bisogno di tempi lunghi, di tutta una vita, e se ci sono momenti in cui si dicono dei “no”, questi momenti non sono la fine. Ci sono dei momenti in cui è bene aprire delle porte, poi altri in cui è bene richiuderle, poi si riaprirle – un rapporto non è mai lo stesso. La cosa importante è essere presenti in questa storia, metterci il Signore dentro e avere questa capacità di pentirsi che genera continuamente la possibilità di riavvicinarsi. Una seconda cosa importantissima è data dalle affermazioni intorno al fatto di costruire, di mettere una pietra, un fondamento che è Cristo e che non può essere diverso, ma insieme alla necessità di doverci poi costruire bene sopra. Vediamo 1 Cor 3, 5 e seguenti: Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. In questa comunità si litigava: perché? Paolo l’aveva fondata. Allora Paolo era quello che aveva messo il primo fondamento. Poi era arrivato un altro, Apollo, che aveva cominciato a dire alcune cose. Allora nella comunità alcuni si schieravano con Paolo e dicevano di “essere di Paolo”, altri si schieravano con Apollo e dicevano di “essere di Apollo” e altri dicevano: “Noi siamo di Cristo e non siamo né dell’uno né dell’altro”. S.Paolo spiega che così la Chiesa non crescerà mai. Nella Chiesa bisogna che ci sia un fondamento e bisogna però che poi si continui a costruire bene. Un figlio bisogna farlo nascere. Però, una volta che è nato, bisogna poi educarlo ed è importante chi gli ha dato fisicamente la vita ma è anche importante chi gli sta poi vicino perché cresca. Paolo spiega allora: “Il fondamento deve essere messo bene, non può essere messo male. Se uno mette un fondamento diverso da Cristo è un disastro. Però poi una volta messo il fondamento bisogna continuare a costruire bene. La comunità, la Chiesa, ha bisogno di una crescita nel bene e non bisogna distruggere il tempio di Dio che siete voi”. Notate che luce! E’ una cosa semplice ed insieme profondissima. Pensate – ripeto – a qualsiasi rapporto che dura nel tempo. S.Paolo allora fa riflettere su questo e poi si arrabbia sia con chi si richiama all’uno o all’altro, sia addirittura con chi si richiama solo a Cristo senza fare i conti con le persone concrete che Dio mette fra i piedi, come il padre, la madre, il nonno. Io non posso essere educato solo da Dio senza mia madre, mio padre, mio nonno, i miei fratelli e così via. La cosa importante è accogliere ogni persona come un ministro di Dio e Cristo come la pietra fondante che è all’origine di tutto. La Chiesa non può non avere come fondamento Cristo. Chi mette un altro fondamento sbaglia. Non si costruisce la Chiesa sulla psicologia, sul gioco, sulle pizze o sulla cultura. Ci si incontra perché conquistati da Cristo. Ma, posto quel fondamento, si accolgono tutte le persone che il Signore stesso manda alla sua Chiesa. Non esiste un cristianesimo senza Chiesa. E qui veniamo appunto al tema grande che affrontano queste lettere, all’orizzonte più grande. Leggiamo l’inizio del cap. 3, dove Paolo, daccapo, riflette su questa crescita che ci deve essere. C’è una cosa iniziale e poi pian piano bisogna andare avanti. Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; perché siete ancora carnali: dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana? Quando uno dice: “Io sono di Paolo”, e un altro: “Io sono di Apollo”, non vi dimostrate semplicemente uomini? Paolo dice che c’è, proprio come avviene ad un bambino – all’inizio ad un bambino non si può dare da studiare la Divina Commedia o tutta la scienza, ad un bambino si dà il latte – se il bambino cresce bene si comincia a poter dare da mangiare la carne, la verdura. Lui dice che nel cammino spirituale è la stessa cosa. Qual è il dramma? Paolo afferma che il dramma è che questa comunità è neonata, è appena nata – sebbene non lo sia anagraficamente – perché c’è un aspetto importante che non va. Notate, fra l’altro, cos’è lo “spirituale” per Paolo. La gelosia, l’invidia, la discordia, fanno sì che le persone siano dei bambini. Vogliono essere trattati come bambini e lui non riesce a dare loro un cibo diverso perché sono così presi da beghe interne, da cose di poco conto che sono tipiche dell’infante, che non riescono, invece, a digerire un cibo buono, che li renda evangelizzatori, li renda uomini di carità, ecc. In particolare questa cosa viene fuori proprio parlando della Chiesa. Lo vediamo ora leggendo 1 Corinzi 1, 10 – 16. Abbiamo visto che la lettera ai Corinzi affronta tanti problemi, abbiamo visto il problema delle vergini, delle vedove, poi c’è il problema dell’incesto, dei tribunali. Paolo affronta una serie di problemi che gli vengono posti, ma il primo problema è quello dell’unità della Chiesa. Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d’intenti. Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “E io di Cefa”, “E io di Cristo!” Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio, perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefana, ma degli altri non so se abbia battezzato alcuno. Paolo qui addirittura aggiunge il nome di Cefa, poiché alcuni si richiamano a Pietro l’apostolo – notate, di passaggio, come veramente siano ancora vivi tutti gli apostoli e come questa storicità dia forza alla nostra fede. Pensate anche ai problemi odierni dei movimenti, dei vari gruppi nella Chiesa, cose buonissime, ma terribili se diventa preponderante essere di qualcuno rispetto all’essere di Cristo. A Paolo non va neanche bene che ci sia solo Cristo. Ognuno deve riconoscere chi ha fondato, chi ha continuato, ma deve riconoscere prima di tutto che Cristo è l’unità di tutti e deve vivere in questa comunione. La stessa cosa avviene anche quando parla dell’eucarestia, un altro brano molto bello e insieme duro, in 1 Cor 11, 17 – 34. E’ l’ultimo che leggiamo: E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio. Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. E’ necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo! Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. E’ per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non esser condannati insieme con questo mondo. Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le sistemerò alla mia venuta. Come sapete, anticamente, la messa veniva celebrata insieme ad una vera cena. Avveniva come abbiamo fatto per spiegare la Pasqua ebraica. Si cenava tutti insieme e si celebrava la messa. Cosa avveniva? Di fatto le persone andavano per partecipare tutti insieme all’eucarestia, però ognuno aveva la sua cena, cucinava per i suoi amici, per il suo giro di persone. Nessuno aspettava gli altri, nessuno condivideva con gli altri. Non c’era questa attenzione. Allora c’era chi era ubriaco, chi completamente satollo di cibo e c’era chi non mangiava niente. Cosa avveniva, che c’era il corpo di Cristo nell’eucarestia, ma non c’era il corpo di Cristo nella Chiesa. Allora Paolo dice: “Esaminatevi, perché chi riconosce il corpo di Cristo, ma non riconosce il fratello, sta mangiando la propria condanna”. Volete fare le vostre cose? Fatele a casa, ma che questa cosa non avvenga dove c’è la Chiesa di Cristo. Questo aiuta tantissimo a capire proprio il senso profondo che Paolo ha della Chiesa. Tutte le persone che vivono di Cristo, che ricevono il suo Battesimo, sono la Chiesa – questo ha delle conseguenze anche nei rapporti con gli ortodossi, ma non possiamo parlare di questo ora. La Chiesa è diversa dagli amici. La Chiesa non è fatta dagli amici. Non è vero che oltre l’amicizia non ci sia nulla. Non è vero che gli amici sono gli amici e gli altri non sono nulla, non li saluto neanche. La fratellanza, l’essere fratelli, non vuol dire essere amici. Gesù non ha ordinato che noi dobbiamo tutti essere amici tra di noi, tutti amici a S. Melania, tutti amici a Roma, tutti amici nel mondo. Sarebbe assurdo! Ma c’è il livello della fratellanza. Questa sì, il Signore l’ha ordinata. Ecco il posto dell’ attenzione, della comunicazione, della condivisione con coloro di cui a volte non conosco neanche il nome, che è il livello della Chiesa, dove io riconosco che ognuno è corpo di Cristo con me. C’è l’eucarestia che è Cristo presente nel pane e nel vino e c’è Cristo che è presente nella Chiesa. Vi ricordate quel brano che ci ha letto il nostro Vescovo, d.Rino Fisichella? E’ un brano di di Sant’Agostino, che dice: Fate questo in memoria di me”: è con queste parole di S.Agostino che possiamo comprendere il senso della memoria eucaristica: « Se vuoi comprendere il corpo di Cristo, ascolta l’apostolo che dice ai fedeli: Voi però siete il corpo di Cristo, le sue membra (1 Cor 12, 27). Se voi, dunque, siete il corpo di Cristo e le sue membra, sulla mensa del Signore viene posto il vostro sacro mistero: il vostro sacro mistero voi ricevete. A ciò che voi siete, voi rispondete “Amen” e, rispondendo, lo sottoscrivete. Odi infatti: « Il corpo di Cristo » e rispondi: « Amen ». Sii veramente corpo di Cristo, perché l’Amen (che pronunci) sia vero! E’ fondata da Cristo la comunione cristiana. Non nasce dalle mie simpatie e non muore con le mie difficoltà ad andare d’accordo. E’ radicata nell’essere tutti noi membra del suo corpo. Ecco, Paolo nella comunità di Corinto, ha insistito molto su questo. Mi viene in mente un’espressione di d.Francesco – molto vera – che ha fatto molto discutere in parrocchia. Ha detto ai giovani che vedeva in loro una mediocrità spirituale. Qualcuno se l’è presa come fosse un’offesa personale, dicendo. “Come può conoscerci tutti per dare questo giudizio?” E lui ha risposto: “Dico questo perché non siamo stati capaci di celebrare nemmeno un vespro insieme, in un anno di cammino, ma ognuno faceva le sue cose, senza essere disponibile ad un cammino comune” Questa è mediocrità spirituale ecclesiale. “Lo dico, perché vi voglio bene” – dice don Francesco – “non lo dico perché non vi sopporto o perché vi odio, ma perché è mio compito dire che non è possibile che dei cristiani non trovino la disponibilità una volta, in Quaresima, a celebrare un vespro o un ritiro insieme, su invito del loro vice-parroco”. E’ segno di un livello basso, di un livello da neonati, se tutto viene anteposto a vivere certi momenti. La comunità è anche segno per l’evangelizzazione. Se ognuno è cristiano da solo ma non vive il segno della fratellanza, è più difficile per il non credente, per una persona lontana, trovare questo slancio, questo entusiasmo. Ecco che qui a Corinto abbiamo riflettuto molto su questo grande tema, che è il tema della Chiesa. La fede Dio la da personalmente ad ognuno, è nostra, non possiamo mai demandarla ad un altro, ma essa nasce dall’annuncio della Chiesa – la Chiesa è la nostra madre – e ci fa nascere anche come persone che vivono la Chiesa, che sono la Chiesa, che si riconoscono vicendevolmente come corpo di Cristo e che sanno in alcuni momenti rinunciare a delle particolarità per vivere il segno profondo dell’essere insieme il corpo di Cristo, in quel momento storico, in quella tappa. Si potrebbero dire tante altre cose – le lettere ai Corinti sono lunghissime – ma volevo sottolineare soprattutto questi due aspetti, la Chiesa e questa fiducia nel lungo periodo, che ognuno di noi deve avere come educatore. Ci sono dei momenti in cui uno dice ad un nipote un “no” e l’altro, sul momento, è triste, ma dopo due anni se l’è dimenticato, non è più un problema. L’importante è che si cresca, che si cammini. Bisogna avere sia il coraggio di dire dei “no”, sia il coraggio di consolare, di dire dei “sì”, l’uno e l’altro in momenti diversi. Paolo con questa città ha avuto un rapporto molto lungo negli anni, con dei momenti alti, dei momenti bassi. Da qui il Vangelo ha continuato la sua corsa nel mondo intero

DALLA « LETTERA » DI S. PAOLO AI PRESBITERI

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DALLA « LETTERA » DI S. PAOLO AI PRESBITERI

L’apostolo delle genti, contemplativo e attivo, è un modello per i presbiteri di oggi. Pastori « formato Paolo », innamorati di Cristo e felici della propria vocazione pur nelle difficoltà del trapasso culturale e pastorale della modernità, desiderosi di affascinare altri con l’esempio e la parola. Molte le indicazioni pratiche e le intuizioni pastorali che si possono ricavare dalla sua esperienza e dai suoi scritti. «Io sono l’infimo degli apostoli. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però ma la grazia di Dio che è in me» (1Cor 15,9-10). Con questo autoritratto Paolo invita i sacerdoti a un’esistenza spirituale alta, sul suo esempio: «Fatevi miei imitatori!» (1Cor 4,16). La teologia cristocentrica di Paolo caratterizza anche la sua concezione del presbitero. Questi ha una relazione fondamentale con Cristo, che egli impersona nelle azioni sacerdotali più tipiche; e da Cristo, alla cui sponsalità sacramentale partecipa, è posto in relazione intrinseca con la chiesa. La ragione del sacerdozio non può essere una funzione che si predetermina a partire dalla vita del popolo, ma è la percezione di poter vivere perché Cristo esiste e perché continui ad esistere. La perdita di coscienza della priorità assoluta di Cristo e della sua presenza privilegia il « ruolo » del sacerdote riducendolo a funzionario del settore religioso. In quanto amato, il presbitero può amare gratuitamente: non è senza peccato ma un peccatore «afferrato» da Cristo. L’apostolo itinerante testimonia che la prima comunità cristiana si è irradiata « per contagio », non per programmi e aggiornamenti.

Paolo apostolo mistico Nel bagliore sulla via di Damasco, Paolo ha colto non un cambiamento morale immediato, ma un’illuminazione interiore della realtà. Egli non ha parlato di « conversione » ma di « rivelazione e di grazia », accentuando che tutto gli è stato donato: l’obiettivo non è stato raggiunto per sforzo morale o per pratiche ascetiche. Paragonandosi ad un «aborto», Paolo non ha fatto una dichiarazione di umiltà, ma ha ribadito che il Risorto è entrato nella sua esistenza con violenza, sradicandolo dalla sua vita precedente come un feto strappato a forza dal grembo materno. Attirato da Cristo, egli ha avviato con lui un’intimità profonda, tanto da non sentirsi inferiore agli altri apostoli. Paolo non ha basato la sua esistenza su un’idea o su un mito e neppure su un modello di condotta morale, ma su Colui che aveva « visto ». Il suo approccio al mistero di Cristo non è di tipo storico ma mistico: non narra miracoli, parabole o episodi della vita di Gesù. Questi non sta davanti a Paolo o al suo fianco, ma dentro di lui, è vita della sua vita: «Non io, ma Cristo in me» (Gal 2,20). La personalità di Paolo non viene annullata dalla presenza di Cristo: al centro del suo « io » sta la presenza reale e regale di Cristo, morto e risorto per lui. Lo Spirito di Gesù ha trasformato il suo cuore. San Giovanni Crisostomo suggeriva: «Cor Pauli cor Christi». Nella Bibbia il « cuore »è sede di grandi decisioni e centro di ogni ricchezza personale. Per Paolo il presbitero è colui che ha lo stesso cuore di Cristo: un uomo sedotto dal Dio di Gesù Cristo, un alter Christus! Egli non scioglie il fatto cristiano in una serie di valori condivisibili dai più, per la tolleranza e l’apertura al mondo. La sollecitudine di incontrare i fratelli non si traduce in un’attenuazione della verità. Sulla via di Damasco l’apostolo ha percepito che Cristo si identificava con i suoi discepoli: «Perché mi perseguiti?». Un’esperienza travolgente: egli ha visto Cristo e intravisto la chiesa, negando quindi « Cristo sì, chiesa no ». L’affezione a Cristo fonda la sua missione apostolica. Percezione mistica di Dio e chiamata all’apostolato sono unite in Paolo. Il presbitero può spaziare nell’ampiezza risanante e affascinante del kerigma, rifiutando corte vedute e orizzonti limitati che intrappolano mente e cuore e negano la « cattolicità » dell’eucaristia. L’attività del presbitero nasce come conseguenza inevitabile del rapporto vivo, vivente e vitale col Cristo risorto. Benedetto XVI invita spesso i sacerdoti a non lasciarsi prendere dall’attivismo e dalla fretta, quasi che il tempo dedicato a Cristo in silenziosa preghiera sia tempo perduto. È proprio lì, invece, che nascono i più meravigliosi frutti del servizio pastorale. I fedeli si aspettano che il sacerdote sia esperto nella vita spirituale, specialista nel promuovere l’incontro con Dio, testimone dell’eterna sapienza contenuta nella parola rivelata, esercitato nella comunanza del pensare e del volere di Cristo, capace di paternità spirituale. Le attuali comunità sono ben più organizzate e complesse di quelle della chiesa originaria e abbisognano di essere movimentate dall’interno. Guai se il primato dell’amministrazione prevale sul primato dell’azione pastorale mediante la Parola e l’esempio, la vicinanza e il consiglio. La grandezza del prete non sta nell’esercitare questo o quell’incarico nella comunità ma nell’essere guida e maestro del gregge.

Prima di tutto evangelizzatore Paolo ha descritto con vari termini e immagini il ministero apostolico: diacono e servitore, architetto dell’edificio di Dio, rematore nella barca della chiesa, amministratore di un bene che non è suo. L’apostolo non è il padre-padrone della propria comunità, ma un seminatore e un collaboratore nel campo del Signore. Chi fa crescere è Dio. Due termini definiscono la natura del ministero sacerdotale: liturgo (la Cei traduce «ministro») e ambasciatore. Ai Romani Paolo scriveva di aver ricevuto da Dio la grazia di «essere liturgo/ministro di Cristo fra i pagani, esercitando l’ufficio sacro del vangelo di Dio perché i pagani divengano un’oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo» (15,16). Egli esercitava il suo sacerdozio annunciando il vangelo così da fare dei neoconvertiti un’offerta sacra al Signore. Per qualificarsi, Paolo non usava il titolo di hiereus-sacerdote, termine legato alla liturgia del tempio. Egli equiparava la vera liturgia all’evangelizzazione: da questa sintesi scaturiva il culto spirituale, capace di trasformare l’esistenza dei credenti in un sacrificio santo e gradito a Dio. Paolo si è sentito ambasciatore della riconciliazione (in greco il verbo è presbeuo, da cui «presbitero»). Col vangelo e i sacramenti il presbitero porta a tutti l’amnistia universale di Dio in Cristo. Ciò che è costitutivo del ministero non può essere il prodotto delle proprie capacità personali. Si è mandati non ad annunciare se stessi o opinioni personali, ma il mistero di Cristo e, in lui, la misura del vero umanesimo. Si è incaricati non di dire molte parole, ma di farsi eco e portatori di una sola Parola. Cristo affida se stesso al presbitero così che possa parlare con il suo « io », in persona Christi capitis. Benché incardinato in una chiesa particolare, in quanto partecipe della missione di Cristo, il presbitero riceve una destinazione universale e missionaria. Il suo servizio a una determinata porzione del popolo di Dio non può mai essere esaustivo ed esclusivo del suo ministero. Compito del ministero pastorale è far crescere la gioia di credere e di essere gregge di Cristo, di prestarsi ad andare nei territori e ambiti di vita della diocesi dove la chiesa soffre la povertà della testimonianza evangelica nel quotidiano (quartieri più poveri della città e zone più lontane e meno servite del territorio diocesano).

«Essere con e per» L’addio di Paolo ai presbiteri di Mileto, suo testamento spirituale, descrive il suo modo di esercitare il ministero di evangelizzatore e ambasciatore: servizio al bene comune, distacco dai beni materiali e aiuto ai poveri (At 20,17-35). Il suo «farsi tutto a tutti» si esprime per i sacerdoti nella vicinanza quotidiana, nell’attenzione per ogni persona e famiglia, nella santa inquietudine di portare a tutti la salvezza. Lasciarsi santificare porta a capire la profondità dell’uomo e a servirlo. Non c’è vera conoscenza dell’altro senza amore fattivo, che impedisce ai presbiteri di ridursi a distributori di « cose » sacre o a cedere a depressione e rassegnazione. Paolo ha esercitato il suo ministero nella condivisione e nella comunicazione con i fratelli. L’analogia con l’amore di un genitore esprime l’intenso rapporto di Paolo con i suoi: «Potreste infatti avere anche mille pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generati in Cristo Gesù, mediante il vangelo» (1Cor 4,14-15). E: «Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature» (1Ts 2,7). Il presbitero è nella chiesa e per la chiesa, ma è anche di fronte ad essa in quanto rappresenta Cristo capo, pastore e sposo della chiesa. La sua identità lo porta ad essere amorevole garante dell’ortodossia e dell’ortoprassi, mai spettatore silente e tollerante di fronte a errori o a deviazioni. Cristo ha bisogno di sacerdoti maturi, virili, capaci di coltivare un’autentica paternità spirituale, e tale obiettivo è raggiungibile tramite l’onestà con se stessi, l’apertura al direttore spirituale e la fiducia nella divina misericordia. La presidenza è ben più di un’assistenza spirituale o di una consulenza religiosa: pur fratello tra fratelli, si tratta di guidare i credenti nell’annuncio, nella fedeltà e nel servizio di Cristo Signore. Sempre per la verità e l’edificazione. Per costruire comunità, Paolo non ha legato i credenti a sé ma ha fatto loro sentire il cuore di Cristo, rendendoli così liberi e aperti. La vera « vicinanza » avviene nel Signore. La cura pastorale richiede sacerdoti di qualità dal punto di vista sia intellettuale sia spirituale e morale, che rendano per tutta la loro vita una testimonianza di attaccamento senza riserve alla persona di Cristo e alla sua chiesa. Ebreo della diaspora con studi a Gerusalemme, greco di Tarso, cittadino romano, Paolo è vissuto con gruppi di diversa estrazione sociale e culturale. Le sue comunità composte da ebrei, greci e romani, schiavi e liberi, uomini e donne come potevano non creare problemi? Paolo ha colto due grandi dimensioni della vita ecclesiale, l’unità nella molteplicità, la complementarietà nella reciprocità. Unica la sorgente («Un solo Signore, un solo Dio che opera tutto in tutti») e molteplice la sinergia dei membri, chiamati ad armonizzare nel bene comune i doni e le funzioni differenti. Un posto per ognuno e ognuno al suo posto nella fraternità presbiterale. Inoltre, non una casta sacerdotale, che monopolizza tutto e impedisce la crescita matura dei cristiani laici. Il presbitero non possiede la sintesi di tutti i carismi, ma ha ricevuto il ministero di facilitare la comunione fra i vari carismi. A livello personale, nelle liturgie e nei rapporti sociali ha raccomandato di agire sempre per l’edificazione comune. Ogni presbitero può imparare qualcosa di importante dal modo di essere dell’apostolo delle genti: una vita appassionata e appassionante, in continua ricerca, conscia della propria miseria e del primato della grazia di Dio. Liberato da tanti impegni di supplenza, il sacerdote può dedicarsi a ciò che è essenziale e insostituibile del suo ministero, nella « pace » di Cristo.

Umiltà e fierezza A Mileto Paolo sintetizzava così il suo ministero: «Ho servito il Signore con tutta umiltà, tra lacrime e prove». L’apostolo è anzitutto un servitore del Signore e questo gli genera una grande libertà. Egli risponde solo a Cristo e tramite lui può amare tutti. Dal riconoscimento della propria indegnità, primo dei peccatori e ultimo degli apostoli, fiorisce l’ammirazione di ciò che il Signore opera in lui e attraverso di lui. Per il bene della comunità, Paolo non si astiene da un sano orgoglio per avversare quanti cercano di inquinare la fede autentica e di avere un pretesto per apparire. Paolo non si vanta per mettersi in mostra, ma per la foga dell’amore, per l’ansia di aprire gli occhi a chi si lascia trascinare da falsi apostoli, così da riconquistarli a Cristo. La fonte del suo vanto è la stessa della sua umiltà: «Chi si gloria si glori nel Signore!» (2Cor 10,17). In Paolo, annotava il cardinale G. Biffi, non c’è l’eccessivo senso autocritico che affligge la cristianità odierna. Il pianto rivela l’intensità emotiva che ha caratterizzato l’esperienza pastorale dell’apostolo che, lungi dall’essere un freddo burocrate si lasciava coinvolgere in ciò che faceva. Prove e insidie, battiture e lapidazioni, disavventure e pericoli: un elenco sconcertante. La fondazione e l’accompagnamento delle comunità sono state un travaglio generativo: «Figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!» (1Ts 2,7). Tutto rientrava nell’assillo quotidiano della preoccupazione per tutte le chiese, forse la sua vera «spina nella carne». Per il bene dei suoi figli, l’apostolo era pronto ad agire sia con il bastone che con amore e spirito di dolcezza; distingueva i suoi pareri e consigli dalla volontà del Signore; si poneva al servizio della gioia dei suoi fratelli di fede, godeva del loro sostegno nella preghiera; temeva di trovare i fratelli diversi da come desiderava e di apparire egli stesso diverso da come era atteso; non si lasciava condizionare da quanto si diceva di lui (autorevole nelle sue lettere e fragile come persona); di tutti conosceva i nomi, le situazioni di famiglia, di lavoro e di malattia. Niente di generico e di burocratico.

Debolezza e comunione Paolo ha creduto che Cristo lo ha amato e ha dato la sua vita per lui. Il Crocifisso è diventato il punto d’appoggio su cui egli ha fondato la sua esistenza. Dopo l’insuccesso di Atene, l’apostolo è sceso a Corinto con «timore e tremore» per opporsi alla pretesa del mondo greco di salvarsi con il sapere e per annunciare Cristo crocifisso. Dio è entrato nella storia in una forma scandalosa (skandalon e morìa, cioè »stupidità »). Dio salva non con la forza orgogliosa della ragione, ma con la «follia della croce», cioè con il dono totale di sé. È questa la sapienza del credente: la grazia è anteposta alla giustizia, alle opere e alla ragione degli uomini. Il Signore sceglie di preferenza i piccoli e gli umili per far risaltare la sua potenza e per confondere i forti e i sapienti di questo mondo. Paolo ha sperimentato anche nella sua carne il disegno di Colui che lo aveva chiamato a condividere il destino pasquale di Cristo. È divenuto missionario del vangelo senza altro mezzo e strategia che la forza dell’annuncio. Il senso di sproporzione tra la sua debolezza e il compito immane affidatogli lo ha sempre accompagnato. Alla richiesta di aiuto si è sentito dire:«Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). Nell’apparente assenza di mezzi si evidenzia un’altra forza che opera con grande vigore: «Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché in me dimori la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10). È, questo, il più grande paradosso paolino, che riconosce, da un lato, la propria pochezza ma, dall’altro, la potenza della grazia divina. È un messaggio forte per i presbiteri di oggi, tentati di cedere all’efficientismo. Paolo insegna che al tempo dello slancio missionario e dell’assestamento subentra il tempo delle prime delusioni e delle stanchezze, delle deviazioni e delle fughe, delle dottrine erronee e delle divisioni. Si avverte il peso dei cattivi cristiani e ci si accorge che l’evangelizzazione non cammina tanto rapidamente come si era pensato. È il messaggio delle Lettere Pastorali, che sollecitano discernimento e vigilanza, cooperazione e speranza, pazienza e longanimità, preziose virtù del presbitero. Paolo non ha agito da solo. All’inizio ha avuto bisogno di chiarire e di approfondire il messaggio di Cristo. Anania lo ha battezzato, Barnaba gli è stato vicino, Pietro gli ha garantito la validità e solidità del vangelo che intendeva predicare (Gal 2,2). In tutta la sua azione missionaria, l’apostolo si è preoccupato di formare un’équipe di evangelizzatori. Non un gruppo elitario chiuso, autoreferenziale o separato dal tessuto sociale; non una setta di « perfetti », ma una comunità alternativa che aveva la funzione di orientamento e di proposta nella società di allora. Tra questi collaboratori non si possono dimenticare Aquila e Priscilla, una coppia che ha accolto Paolo a Corinto e, su sua indicazione, si è trasferita prima ad Efeso e poi a Roma per preparargli il terreno dell’evangelizzazione. Paolo è stato da loro aiutato sia sul piano materiale (lavoro e alloggio) sia sul piano pastorale. Dal come affronta il tema del matrimonio in 1Cor 7 a come ne parla, in modo mirabile, nella lettera in Efesini 5,21-33, si comprende quanto Paolo abbia maturato a contatto con questi sposi un’alta teologia sponsale e familiare. Dagli Atti e dalle Lettere emerge il nome di ben 72 collaboratori di Paolo, numero non casuale perché indicativo delle razze e dei popoli allora conosciuti. Con sorpresa di molti, si contano ben 14 donne come fedeli collaboratrici. Per Paolo il presbitero non è un eroe solitario: si fa aiutare, accetta la collaborazione di tanti e punta a formare dei formatori, per un effetto moltiplicatore. La pastorale integrata non nasce anzitutto dalla scarsità del clero, ma da uno stile comunionale generato dal mistero creduto, celebrato e condiviso.

Originale e creativo Paolo è stato un seguace appassionato di Gesù. Il suo amore per Cristo non poteva rimanere nascosto o silenzioso. Egli ripeteva a se stesso: «Guai a me se non annunciassi il vangelo!». La successione dei viaggi missionari sta a dimostrare quella forza interiore da cui era afferrato: «Tutto posso in Colui che mi dà forza» (Fil 4,13). È intrinseco alla condizione di cristiani il desiderio che Gesù di Nazaret sia riconosciuto da tutti come il Figlio di Dio e l’unico Salvatore del mondo. La sua passione nell’evangelizzazione si può definire originale, creativa e aderente alla situazione socio-culturale dei suoi destinatari. Ciò che per pura grazia aveva compreso nella folgorazione di Damasco, egli ha saputo tradurlo in un linguaggio diversificato che, cammin facendo, ha assunto la forma dell’esposizione dottrinale, della catechesi, dell’esortazione, della diatriba e altre forme ancora. La capacità di evangelizzare di Paolo si è manifestata nell’aderenza alla situazione culturale dei suoi destinatari. Nessuno più di Paolo ha saputo « inculturare la fede » ed « evangelizzare la cultura ». Ad esempio: a Listra, scambiato per il dio Hermes, ha parlato del Dio unico che ha fatto il cielo e la terra (At 14,13-17); all’areopago di Atene ha valorizzato l’ara dedicata al dio ignoto, citando a memoria i poeti greci (At 17,22-31). Ai cristiani di Efeso, città dei « misteri » pagani e delle luminarie, ha esposto il mistero della salvezza (Ef 1,3-14) e raccomandato di essere «figli della luce» (Ef 5,8). In ambiente giudaico ha ripercorso la storia del popolo ebreo (At 13,16-41), mentre in Grecia, sede delle Olimpiadi, ha usato molte immagini tratte dal mondo sportivo. Modi diversi e complementari per andare incontro alle esigenze degli uditori, così da portare tutti alla maturità della fede nel Crocifisso-Risorto. Paradossalmente, l’apostolo delle genti non si è sentito di respingere neppure un’evangelizzazione compiuta in malafede e senza retta intenzione da chi era a lui ostile: «Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene (Fil 1,18). «Purché Cristo venga annunciato»: questo è il principio in base al quale ogni iniziativa deve essere valutata. La grazia trasforma la natura umana, che lascia però il segno. Certe intemperanze ed eccessi del carattere di Paolo risultano evidenti nelle sue lettere. È l’uomo del paradosso nell’esprimere la gioia (2Cor 7,4) e le pene (2Cor 1,8). Pur non amando la contestazione come metodo, era capace di grande franchezza e di foga polemica (Gal 55,2 e Fil 3,2). È stato un uomo consacrato a Dio, con lo sguardo fisso sulla meta, Cristo (1Cor 9,26; Fil 2,12-13), ispirato dai consigli evangelici. La povertà come garanzia di un annuncio gratuito e solidale del vangelo; la castità come donazione indivisa del cuore al Signore, nella libertà e nella dedizione ai fratelli; l’obbedienza come offerta gradita al Signore. L’apostolo delle genti, contemplativo e attivo, è un modello per i presbiteri di oggi. Pastori « formato Paolo », innamorati di Cristo e felici della propria vocazione pur nelle difficoltà del trapasso culturale e pastorale della modernità, desiderosi di affascinare altri con l’esempio e la parola. Non sarebbe difficile trarre dalle Lettere Pastorali il « decalogo » del presbitero secondo il cuore di Paolo. Lo lasciamo ai lettori.

Guglielmoni L. – Negri F.

(Da settimana del clero n. 16 2009)

LA CENA DEL SIGNORE – (1COR 11,17-34)

http://www.christusrex.org/www1/ofm/san/TSsion008.html

LA CENA DEL SIGNORE – (1COR 11,17-34)

(è molto lungo perché è uno studio, non metto: III commento, ma è da leggere)

P. G. Claudio Bottini ofm

sbf – Gerusalemme

Del tema dell’Eucaristia S. Paolo tratta due volte nella 1Cor e in contesti vivacemente segnati dai problemi della comunità cristiana. Non è fuori luogo dire che è grazie alle difficoltà dei corinzi che abbiamo questi testi sublimi della nostra fede. Il primo intervento si trova nella unità costituita da 1Cor 10,14-22 dove l’apostolo tratta il problema delle carni sacrificate agli idoli. Per dissuadere dall’idolatria porta il motivo del valore sacramentale della cena del Signore. Il calice della benedizione è partecipazione al sangue di Cristo; il pane che i corinzi spezzano è comunione col corpo di Cristo. Di conseguenza tutti formiamo un solo corpo, quello di Cristo, perché tutti di lui ci nutriamo (10,17a). L’unione dei credenti si fonda sulla partecipazione sacramentale al corpo e al sangue di Cristo, la quale a sua volta è segno della unione col Cristo nella stessa fede. Il secondo riferimento all’Eucaristia, più articolato e più complesso, è in 1Cor 11,17-34. Informato dei gravi abusi che si erano introdotti nelle assemblee conviviali a Corinto, Paolo reagisce richiamando il contenuto della tradizione, esattamente l’istituzione della Cena, tradizione che egli dice di aver ricevuta dal Signore, e riporta le parole della istituzione. Su questo brano in cui, come vedremo, Paolo sottolinea fortemente il legame essenziale che esiste tra Eucaristia e Chiesa, tra Cena del Signore e carità fraterna, ci fermeremo in questa riflessione.

I. CONTESTO E ARTICOLAZIONE Richiamando la divisione letteraria e tematica proposta vediamo che l’unità di 1Cor 11,17-34 si trova nella quinta parte della lettera e che abbraccia tutto il cap. 11, eccettuato il v. 1 che fa chiaramente parte dell’unità che precede. L’argomento generale può dirsi il problema posto dall’ordinamento dei raduni di preghiera a Corinto, che viene specificato poi concretamente in due temi: l’abbigliamento dei profeti e delle profetesse nelle assemblee cultuali (11,2-16), la celebrazione della Cena eucaristica (11,17-34). Il brano di 11,17-34, in base a forma e contenuto, può essere ulteriormente diviso in due paragrafi (11,17-22; 11,23-34). Il primo paragrafo si lascia chiaramente delimitare dalla ripetizione delle espressioni « Non posso lodarvi… » (v. 17); « In questo non vi lodo » (v. 22) che fanno inclusione. Prima Paolo aveva lodato la comunità (11,2), ma ora si vede costretto a biasimarla severamente e ne dà le ragioni. Il secondo paragrafo va dal v. 23 al v. 34. Alcuni autori lo suddividono ulteriormente, ma a me pare che esso non vi si presti facilmente, perché il procedere di Paolo è molto serrato dal punto di vista logico e formale. Paolo vi evoca la tradizione « ricevuta dal Signore » e ne mostra le conseguenze per il suo significato di atto cultuale e per coloro che vi partecipano indegnamente (vv. 23-32); poi dà delle regole pratiche di comportamento ai corinzi. Quanto al vocabolario vale la pena notare la ricorrenza insistente e significativa dello stesso termine « convenire / radunarsi » che ricorre ben cinque volte (vv. 17.18.20.33.34 cf. anche i termini concettualmente affini: « in assemblea », v. 18, « insieme »,v 20) e della terminologia giudiziaria: « colpevole » (v. 27), « condanna / condannare » (vv. 29.32), « giudicare » (vv. 31.32) a cui si possono aggiungere per affinità concettuale anche i termini: « in assemblea » (v. 18), « insieme » (v. 20), « Chiesa di Dio » (v. 22). E’ evidente il contrasto con « divisioni » (vv. 18.19), « proprio pasto » (v. 21) e gli atteggiamenti individualistici. La compattezza dell’intero brano è segnalata anche dalla formula di inclusione che si rileva al v. 17 (« poiché vi riunite… per il peggio ») e il v. 34 (« perché non vi riuniate a vostra condanna »). All’interno dell’unità letteraria i versetti da 23 a 26, che riferiscono la memoria eucaristica ricevuta e trasmessa da Paolo, spiccano per contenuto e formulazione. Al centro vi è il racconto, di cui Gesù è protagonista. Lo incorniciano gli interventi di Paolo che dichiara di aver ricevuto e trasmesso tale tradizione / racconto e ora ne interpreta il significato.

II. AMBIENTE VITALE Come si svolgevano a Corinto le assemblee conviviali e quali erano le cause delle divisioni? E’ difficile dare una risposta dettagliata e precisa. Gli studiosi cercano di delineare il quadro ambientale utilizzando gli elementi offerti dal testo paolino, dalla tradizione cristiana delle origini sull’Eucaristia e dalle testimonianze dell’ambiente giudaico e greco-romano sulle riunioni conviviali. Un punto fermo per la ricostruzione è la distinzione che Paolo fa tra la « Cena del Signore » (v. 20) e il « proprio pasto » (v. 21). Per « Cena del Signore » si intende chiaramente la consumazione del pane e del vino secondo il comando del Signore che l’apostolo dice di aver ricevuto e trasmesso ai corinzi. « Ma non si riduce a questo; tra il mangiare e bere il calice, su cui erano pronunciate le parole interpretative e oblative di Gesù, si consumava un pasto vero e proprio, con la tavola imbandita anche di companatico, cioè di pesce e probabilmente pure di carne » (G. Barbaglio, La prima lettera ai Corinzi, Bologna 1996 564). Per « proprio pasto » si intende invece una cena profana che aveva luogo al termine del giorno e poteva consistere di abbondanti cibi e bevande. Ora Paolo dice che questa cena veniva consumata in occasione del raduno liturgico, durante il quale « ognuno » – da intendere non di tutti ma dei membri facoltosi – mangia per proprio conto con la conseguenza che alcuni giungono a ubriacarsi e altri a soffrire la fame. In che rapporto erano i due pasti? Probabilmente il raduno liturgico della comunità aveva questi momenti: benedizione sul pane, pasto comunitario o agape fraterna, benedizione sul vino. A che punto si collocava quello che Paolo chiama il « proprio pasto »? Con certezza non si può dire, tuttavia si possono formulare due ipotesi: il cosiddetto « proprio pasto » aveva luogo prima che iniziasse il raduno liturgico con la celebrazione della « Cena del Signore »; il « proprio pasto » si svolgeva contemporaneamente all’agape fraterna tra rito della benedizione del pane e quello della benedizione del vino. La seconda ipotesi appare meno probabile. Difficile accettare che a Corinto si giungesse a questo eccesso di discriminazione, cioè che i ricchi mangiassero un pasto privato cui non erano ammessi i poveri e per giunta in concomitanza alla celebrazione della « Cena del Signore ». Più probabile invece che il « proprio pasto » consisteva in un’abbondante cena consumata solo dai ricchi prima del raduno liturgico della comunità. Questa ricostruzione è resa verosimile dalla stratificazione sociale della comunità cristiana di Corinto che risultava composta da una minoranza di credenti provenienti dal ceto medio e medio alto e da una maggioranza di fedeli appartenenti ai ceti più bassi della società inclusi gli schiavi. Certamente l’adesione al Vangelo e l’appartenenza alla stessa comunità di fede aveva creato legami spirituali e comunitari tra i credenti di Corinto, ma essi non riuscivano indubbiamente a cancellare del tutto le massicce differenze e separazioni tra le classi sociali presenti nella società greco-romana e dovute alle diverse condizioni economiche. Queste si esprimevano in tante forme, a cominciare dal modo di trattare gli ospiti a tavola. Il trattamento riservato a ricchi e ospiti di riguardo non era indubbiamente lo stesso di quello tenuto con i poveri. Se a ciò si aggiunge l’eventualità che il raduno liturgico della comunità si teneva nelle case dei membri ricchi, si comprende che questi potevano portare anche una giustificazione al loro modo diverso di accogliere gli ospiti senza per questo sentirsi in colpa. E’ probabilmente in questo quadro ambientale che si devono comprendere gli abusi introdottisi a Corinto e fortemente biasimati da Paolo. « Senza troppi complimenti, i ricchi cominciavano a cenare e così, quando sopraggiungevano gli altri e aveva inizio la celebrazione della cena del Signore, sulla tavola restavano pochi avanzi. In questo modo, la cena agapica di tutta la comunità assumeva un aspetto tristemente egoistico e fortemente discriminatorio: i ricchi si godevano in pace la sazietà, mentre i poveri erano obbligati a consumare i resti del banchetto o rimanevano a stomaco vuoto » (L. D. Chrupcaa, « Chi mangia indegnamente il corpo del Signore [1Cor 11,27]« , Liber Annuus 46 [1996] 65 con ampia presentazione dei problemi e delle soluzioni prospettate da vari studiosi). Chi aveva informato Paolo di questa situazione? Dovevano essere stati degli informatori a voce, perché egli afferma: « sento dire » (v. 18). L’apostolo se ne mostra molto preoccupato e sollecito a rimediare: rileva gli abusi e biasima la maniera di condurre le celebarzioni eucaristiche (vv. 17-22); riconduce alla norma suprema di ogni autentica celebrazione eucaristica, cioè a quanto Gesù fece (vv. 23-26); esorta e dà alcune disposizioni perché si celebri degnamente la Cena del Signore e non incorra nel suo giudizio di condanna (vv. 27-34). L’aspetto più originale dell’istruzione paolina sta nel collegamento tra il sacramento della Cena del Signore e la comunità cristiana, tra la memoria proclamatrice della morte del Signore e la comunione fraterna espressa nel pasto in comune, tra « celebrazione del corpo personale di Gesù, donato a noi nella morte, ed esistenza nostra di solidali membra del corpo ecclesiale di Cristo »(G. Barbaglio, « L’istituzione dell’Eucaristia [Mc 14,22-25; 1Cor 11,23-24 e par.]« , Parola Spirito e Vita 7 [1983] 141). Ancora una volta si vede come gli imperativi morali e spirituali di Paolo hanno degli indicativi teologici supremi. In questo caso, come un po’ in tutta la 1Cor, le motivazioni sono di natura cristologica e ecclesiologica.

IL PERICOLO DELLA IDOLATRIA (1COR 8,1-11,1)

http://www.paroledivita.it/upload/2002/articolo2_30.asp  

IL PERICOLO DELLA IDOLATRIA (1COR 8,1-11,1)

Mosetto F.

Nelle città greche diverse occasioni – feste di singole divinità, feste di carattere cittadino (associazioni) o familiare (ad es., matrimonio) – comportavano un banchetto sacro celebrato nelle adiacenze di un tempio, nel corso del quale si consumavano carni degli animali precedentemente offerti in sacrificio (i giudei le chiamavano eidolóthyton, vittime offerte agli idoli). Anche le carni macellate messe in vendita al pubblico mercato provenivano spesso dai sacrifici. Legami familiari e convenienze sociali spingevano ad accettare l’invito a tali banchetti; così pure, nell’acquistare la carne al mercato era difficile evitare quella degli «idolotiti». I cristiani di Corinto s’interrogavano al riguardo: quale condotta tenere? Isolarsi dalla società, chiudendosi in una specie di ghetto, per evitare ogni compromesso con la religione pagana? Oppure prendere parte ai banchetti, ai quali si era invitati da parenti e amici, senza farsi troppi scrupoli? La risposta dell’apostolo prende le mosse da due principi di soluzione (la «scienza» e la carità), che vengono immediatamente applicati all’argomento (1Cor 8,1-13). Poi, in una lunga digressione, Paolo illustra con il suo esempio personale l’istanza di rinunciare ai propri diritti per il bene del fratello (1Cor 9,1-27), e, con quello degli israeliti al tempo dell’esodo, il rischio di ricadere nel paganesimo (1Cor 10,1-13). Infine, alla luce di quanto esposto, dà indicazioni concrete di comportamento (1Cor 10,14-33).

1. La «scienza» e la carità Il concilio di Gerusalemme si era già occupato della questione (cf. At 15,28s), ma Paolo non si appella alla risposta data in tale circostanza, forse perché essa riguardava direttamente le Chiese della Siria composte sia da giudeo-cristiani sia da credenti di origine gentile. Egli rimanda, invece, a due criteri di condotta, riassunti nelle parole «scienza (gnosis)» e «carità (agápe)», ossia: da una parte, la conoscenza e valutazione obiettiva della realtà e del fatto in questione; dall’altra, l’amore del prossimo, cui bisogna ispirare le scelte concrete. La scienza da sola, non congiunta alla carità, porta all’orgoglio e al disprezzo del fratello («gonfia» di umana superbia). Non basta «sapere», occorre altresì avvalersi in modo costruttivo della propria «scienza». Solo chi, oltre a conoscere, ama, è a sua volta «conosciuto» nel senso biblico del termine, è cioè oggetto della benevolenza di Dio. Perché solamente la carità «edifica», ossia costruisce la comunità (cf. 1Cor 14,12) in quanto cerca l’utile degli altri (cf. 1Cor 10,23s). Ora, Paolo applica al problema concreto tale considerazione. L’apostolo afferma che di per sé il credente può cibarsi senza alcuno scrupolo degli idolotiti. Egli infatti «sa» che Dio è uno solo e che non esistono altri dèi. La fede cristiana riconosce e confessa un unico Dio, il Padre, creatore e signore del mondo; «a lui», al suo servizio e alla sua gloria, noi siamo orientati e chiamati. Così pure, sappiamo che esiste «un solo Signore», Gesù Cristo, il mediatore della creazione e della salvezza. I numerosi «dèi e signori» dei gentili scompaiono davanti all’unico Dio: semplicemente non esistono; ma, più avanti, Paolo dirà che sono demoni, spiriti malvagi (1Cor 10,20s). Ora, se ogni realtà creata viene da Dio per mezzo del Cristo, a lui appartiene ed è a lui finalizzata, ne segue che è lecito mangiare di qualsiasi cibo (cf. 1Cor 10,23). Per quel che riguarda i nostri rapporti con Dio, la provenienza degli alimenti è irrilevante; anzi, tutto è suo dono, da ricevere con gratitudine (cf. 1Cor 10,30; Rm 14,6). Il bel distico del v. 6:

«…un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene, e noi siamo per lui, e un solo Signore, Gesù Cristo, per il quale tutto esiste e noi esistiamo grazie a lui»

è una confessione di fede, paragonabile ad altre disseminate nell’epistolario paolino (cf. 1Ts 1,9s; Rm 3,30; 10,9; 11,36; ecc.). È probabile che nel formularla Paolo si ispiri alla tradizione.

Ma – continua Paolo – questa «scienza» non è in tutti: la comunità infatti è composta di «forti» e di «deboli» (cf. Rm 14,1). Avvezzi fino a ieri a considerare le carni immolate agli idoli come un cibo sacro, per il quale si entra in comunione con la divinità, alcuni cristiani da poco convertiti proverebbero un vero rimorso se continuassero a cibarsene e, al vedere dei fratelli che lo fanno senza scrupolo, ne ricevono scandalo, ossia occasione di caduta, sentendosi come spinti e autorizzati a mangiare le carni sacrificate agli idoli appunto come «idolotiti». La libertà e il diritto – derivanti dalla certezza di fede di cui sopra – di consumare le carni immolate hanno un limite nel danno spirituale che ne può venire per i fratelli, la cui coscienza è «debole», nel senso che è tuttora condizionata dalle concezioni e dalle consuetudini passate. Deve allora entrare in azione l’altro principio: la carità, che edifica. Se ci si rende conto che il proprio comportamento, per quanto buono e legittimo, è di scandalo al fratello, è meglio rinunciare alla propria libertà e al proprio diritto pur di non spingerlo ad agire contro coscienza, a commettere perciò (soggettivamente) un peccato. Altrimenti, «per la tua scienza va in rovina il debole, per il quale Cristo è morto». La morte di Cristo rivela il valore di ogni persona ed è supremo modello di subordinazione dell’io con i suoi diritti e interessi al bene dell’altro. Non tenerne conto è «peccare contro i fratelli» e, per il fatto stesso di offendere la loro coscienza, peccare contro Cristo. La conclusione s’impone: «Perciò, se un cibo (ovviamente, dal contesto, gli “idolotiti”) scandalizza il fratello, non mangerò mai più carne in eterno» (8,13). Così Paolo introduce l’ulteriore riflessione.

2. L’esempio di Paolo In questo brano l’Apostolo conferma con il proprio esempio l’invito a rinunciare a qualcosa di legittimo in vista del bene dei fratelli. Dal momento che è un vero apostolo di Cristo (1Cor 9,1-3), come gli altri apostoli Paolo avrebbe il diritto di vivere del proprio ministero (vv. 4-14), ma vi ha rinunciato per l’evangelo, per essere realmente servo di tutti (vv. 15-23): la rinuncia è una legge della vita cristiana, che vale in primo luogo per l’apostolo (vv. 24-27). Se qui Paolo rivendica per sé il titolo di apostolo di Cristo – contro avversari, con i quali polemizzerà più a lungo nella seconda lettera ai Corinzi (cf. anche le lettere ai Filippesi e Galati) – lo fa per dimostrare i suoi diritti. L’autenticità dell’apostolato di Paolo scaturisce dall’aver incontrato personalmente il Risorto (cf. 1Cor 15,8; Gal 1,15s; At 9) e dall’esistenza stessa della comunità di Corinto. Essa è la sua «opera nel Signore», è come un «sigillo» che certifica un documento autentico, la prova che davvero Paolo è stato inviato ad annunciare l’evangelo e lo ha di fatto annunciato. Come gli altri apostoli (ossia missionari, inviati dalle comunità), in particolare come Pietro e i «fratelli del Signore» – tra i quali emerge Giacomo; cf. At 1,14; ecc. – anche Paolo ha il diritto di «vivere dell’evangelo» e che le comunità provvedano al sostentamento della donna che l’accompagna («donna sorella», ossia credente; meno probabile: moglie), quindi di non essere costretto a lavorare per sostentarsi. Una serie di argomenti conferma l’assunto: l’analogia con i rapporti economico-sociali ordinari (il soldato, l’operaio, il pastore); il dettato della legge mosaica (Dt 25,4), applicato a chi «semina realtà spirituali». Inoltre, il diritto religioso universale; la parola stessa del Signore (cf. Lc 10,7: uno dei rari casi nei quali san Paolo si riferisce a un detto di Gesù). Ma Paolo, e con lui Barnaba, non si è valso di tale diritto, ha scelto di mantenersi con il proprio lavoro (cf. 1Cor 4,12; At 18,3; 20,34) e questo «per l’evangelo [...] per non recare intralcio al Vangelo di Cristo», apparendo interessato nel momento stesso in cui l’annuncia; preferirebbe morire! Nessuno gli tolga questo vanto (davanti agli uomini, specialmente gli avversari, cf. 2Cor 11,10). Perché – soggiunge – annunciare l’evangelo non costituisce un titolo di merito, bensì un dovere, un incarico che gli è stato affidato, come a un servo. La sua «paga», di conseguenza e paradossalmente, sarà di annunciare l’evangelo gratis, sì da non usare del diritto che la sua missione gli conferirebbe. In questo modo, però, egli è «libero da tutti», non dovendo nulla a nessuno, e può farsi «servo di tutti, allo scopo di guadagnare (a Cristo) il maggior numero» di credenti. Pur non essendo «sotto la legge» (bensì sotto la grazia, cf. Gal 5), Paolo si è fatto «giudeo con i giudei», rispettando il loro attaccamento alla legge (cf. At 16,3; 18,18; 21,20ss). Si è adattato alla mentalità e al costume dei gentili (cf. At 17,22-31: adattamento alla cultura; Gal 2,12ss: comunione di mensa), difendendo la loro libertà rispetto alla legge mosaica (cf. la lettera ai Galati), fino a diventare «senza legge», come i gentili appunto che tali sono in quanto privi della legge di Mosè e pertanto ad essa non sottomessi (cf. Rm 2,12.14). L’Apostolo, tuttavia, precisa: sono tuttavia sottomesso alla legge di Cristo. La «legge di Cristo» (Gal 6,2) è la «legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù», per la quale «la giustizia della legge» divina «si compie in noi che non camminiamo secondo la carne, ma secondo lo Spirito» (Rm 5,2). Nel caso qui in discussione Paolo si è fatto «debole con i deboli» (cf. Rm 14-15). In una parola, si è fatto «tutto a tutti»: adattamento e accondiscendenza apostolica in vista della salvezza di ogni uomo, «per diventare partecipe con loro» dei benefici dell’evangelo, della salvezza promessa ai credenti. Esiste, infatti, anche per lui il rischio del fallimento, di essere alla fine escluso dalla stessa salvezza che ha portato agli altri. È il concetto illustrato con l’esempio delle gare atletiche (proprio a Corinto si celebravano i Giochi Istmici). Prender parte a una gara non garantisce automaticamente il premio. Dicendo: «uno solo lo conquista», Paolo non intende affermare che solo pochi cristiani si salvano, ma semplicemente: come tra gara e premio non c’è connessione automatica, così tra l’essere diventati cristiani e il conseguire la salvezza. In vista di una corona che marcirà, l’atleta si sottopone a una dura disciplina. Allo stesso modo, l’apostolo esercita su se stesso un forte autocontrollo, si sottomette a ogni privazione, per non essere squalificato egli stesso nella gara che è la vita cristiana, per ottenere invece la corona incorruttibile, la vita eterna (cf. 2Tm 4,7s; 1Pt 5,4; ecc.).

3. L’esempio di Israele Che la legge della rinuncia e dell’ascesi sia essenziale per tutti i cristiani, è insegnato nelle Scritture. Per questo Paolo porta l’esempio di Israele. Come nell’esodo tutto l’antico popolo di Dio sperimentò la salvezza e godette dei doni divini, eppure non tutti raggiunsero la terra promessa, e ciò a causa delle infedeltà alla grazia ricevuta, allo stesso modo può accadere che, nonostante il battesimo, i credenti cedano alla tentazione di ritornare alla vita pagana e così perdano la salvezza finale. La salvezza dell’esodo e i doni divini elargiti a Israele nel deserto sono rievocati sinteticamente nel passaggio del mare (cf. Es 14) e nella nube (segno della presenza di Dio: Es 13,21; 40,36ss), nella manna e nella sorgente/pozzo di acqua (cf. Es 16; Nm 20,7ss; 21,16ss). Paolo vede in tali eventi il «tipo» della salvezza cristiana: il passaggio del mar Rosso prefigurava il battesimo («furono battezzati in Mosè»). La manna è chiamata «cibo spirituale»; lo stesso aggettivo – col quale si indica una realtà divina, nella quale è operante lo Spirito – è usato per l’acqua dalla roccia e per la pietra da cui essa scaturì. Già nell’Antico Testamento l’acqua dalla rupe era andata acquistando un significato simbolico in riferimento alla legge e alla sapienza (cf. Sal 78,25; Dt 8,3; Sap 16,20); significato qui ripreso, cui potrebbe aggiungersi un simbolismo sacramentale (cf. Gv 6). Sulla scia dell’interpretazione giudaica, la quale parlava di una fonte che accompagnò gli israeliti nel deserto, simbolo della Torà e della sapienza (cf., ad es., Targum Jonatan: Nm 21; Ant. Jud. 10,7), Paolo identifica la «roccia spirituale che li accompagnava» con il Cristo preesistente (sapienza di Dio). Nonostante i segni della presenza di Dio e i doni ricevuti, la maggior parte dei figli di Israele perì lungo il cammino di liberazione (cf. Nm 14,16.35; cf. anche Gd 5). Essi «non furono graditi a Dio», che li respinse a causa dei loro peccati (si allude a Es 32: idolatria; Nm 11: rimpianto dell’Egitto; Nm 25: fornicazione; Nm 14; 17; 21: mormorazione e ribellione), con i quali rifiutarono praticamente la sua salvezza (cf. Sal 95 ed Eb 3,7ss). Il rapporto tra storia biblica e vita cristiana, tra Antico e Nuovo Testamento, è espresso col termine «tipo» (v. 6, cf. v. 11): la realtà piena e definitiva è presente in anticipo, come in un abbozzo, e pertanto prefigurata da persone e avvenimenti che appartengono alla prima fase della storia della salvezza. In questo senso le vicende di Israele sono il «tipo», nel quale è prefigurata la vita della Chiesa, e servono a questa di ammonimento («per noi»). Non però solo «come esempio» edificante, bensì appunto perché il popolo di Dio dell’età escatologica («noi, per i quali è arrivata la fine dei tempi») riconosca la propria situazione e la propria vicenda nei «tipi» che la prefigurano. Questo principio ermeneutico, che i Padri utilizzarono ampiamente, è stato richiamato dal Vaticano II (Dei Verbum, 15s). Sul rapporto tipologico tra storia biblica e realtà cristiana si fonda l’applicazione parenetica. Questa è diretta anzitutto ai «forti», che si ritengono troppo sicuri e giungono a disprezzare i «deboli» (cf. Rm 14,1ss): «Chi crede di stare, guardi di non cadere» nel peccato, in particolare nell’idolatria. Col suo proprio esempio Paolo ha insegnato loro la disciplina e l’ascesi (cf. 1Cor 9,24-27). La messa in guardia è seguita da una considerazione – accessoria rispetto alla linea dominante del pensiero – sulla fedeltà di Dio (cf. 1Cor 1,9; 1Ts 5,24) e sulla sua grazia che sostiene i credenti nelle prove.

4. Indicazioni pratiche 4.1. Fuggire l’idolatria Dall’esempio della storia di Israele discende direttamente l’ammonimento a fuggire l’idolatria. Tale sarebbe il partecipare a un banchetto sacro pagano. Questo ritorno al culto degli idoli – ultimamente dei demoni, che si celano dietro le divinità – sarebbe un provocare la gelosia dell’unico Signore e sposo del suo popolo (cf. Dt 32,16.21; 2Cor 11,2), la sua ira e il castigo che ne segue. Paolo si appella al buon giudizio dei suoi lettori: prendere parte a un pasto sacrificale pagano è incompatibile con l’essere cristiani. Infatti, il banchetto sacro stabilisce in ogni caso una «comunione» con la divinità. Ciò vale per il culto ebraico («Israele secondo la carne», cui corrisponde idealmente un Israele secondo lo spirito, o «Israele di Dio»: Gal 6,16): colui che si ciba della vittima sacrificata entra in comunione con Dio (rappresentato dall’altare). Ancor più ciò avviene nell’eucaristia: mangiando il pane spezzato (cf. At 2,42) e bevendo del calice sul quale è stata pronunciata la benedizione (cf. Mc 14,22ss e parr.), il credente comunica al corpo e al sangue di Cristo (cf. 1Cor 11,17-34: la «cena del Signore»). La comunione all’unico pane che è Cristo opera a sua volta l’unità dei credenti (cf. 1Cor 12,12-27: la Chiesa «corpo» del Cristo). In un certo senso lo stesso si verifica nei sacrifici offerti alle divinità pagane: anche se all’idolo non corrisponde nella realtà alcun essere divino (cf. 8,4) e benché cibarsi degli idolotiti sia per sé cosa indifferente e lecita (cf. vv. 23ss), dal momento che gli dèi delle genti sono demoni (cf. Dt 32,17; Sal 95[96],5; Is 65,11), chi partecipa al banchetto sacrificale del culto pagano entra in relazione con le potenze malvagie (non certo nel senso di vera «comunione», bensì in quanto si sottomette alla loro tirannia e al loro influsso). Dunque, «non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni».

4.2. Libertà e amore Regolato il caso più serio e problematico, l’Apostolo si volge a quello più ordinario e dà alcune direttive pratiche sulla base dei principi indicati fin dall’inizio. In linea di massima, è lecito mangiare tutto ciò che è posto in vendita al mercato, oppure viene offerto da colui che invita a mensa (banchetto familiare o della corporazione) «senza indagare per motivo di coscienza» di dove provenga quella carne. Mediante la citazione di Sal 23,1 se ne ripete la ragione: tutto ciò che è nel mondo viene da Dio e a lui appartiene (cf. 8,6). L’atteggiamento fondamentale che ne consegue è duplice: rendere grazie a Dio per i suoi doni (cf. 1Tm 4,3); in tutte le azioni, non solamente il mangiare e bere, avere di mira la gloria di Dio (cf. Rm 15,6-7). In altre parole, tutta la vita del cristiano è culto spirituale (cf. Rm 12,1). La fede nell’unico Dio libera il credente da timori superstiziosi, allo stesso modo che la fede nel Signore Gesù lo emancipa dalla legge mosaica (cf. Gal 5) e, in particolare, da determinate osservanze rituali (cf. Rm 14-15). Una volta rivendicata la libertà del cristiano, occorre tuttavia precisarne il senso e i limiti. Non sempre vale il principio (di sapore gnostico): «Tutto è lecito». Qualora l’esercizio della propria libertà recasse scandalo ai fratelli deboli, la carità – che cerca non l’interesse proprio, ma l’edificazione della comunità e il bene di ogni fratello (cf. 1Cor 13,5) – esige di rinunciarvi e di mettere al primo posto il bene spirituale del prossimo. Questa rinuncia è imposta dal rispetto della coscienza dell’altro (cf. 8,7-12). Paolo può richiamarsi all’esempio che egli stesso dà: facendosi tutto a tutti (cf. 1Cor 9,19-23), cerca di «piacere a tutti in ogni cosa», avendo di mira la loro salvezza (cf. Rm 15,1-3). Perciò l’Apostolo conclude: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (cf. 1Cor 4,16; Fil 3,17). L’esempio di Gesù, punto di riferimento per ogni problematica riguardante le scelte morali del credente, conferisce al principio dell’agape cristiana il suo valore originale (cf. Fil 2,5ss) e innesta nel mistero pasquale una rinuncia apparentemente di poco conto.

5. Conclusione A proposito dell’idolatria, il Catechismo della Chiesa cattolica osserva: «L’idolatria non concerne soltanto i falsi culti del paganesimo. Essa rimane una costante tentazione della fede e consiste nel divinizzare ciò che non è Dio. C’è idolatria quando l’uomo onora e riverisce una creatura al posto di Dio, si tratti degli dèi o dei demoni (per es., il satanismo), del potere, del piacere, della razza, degli antenati, dello stato, del denaro, ecc.» (n. 2113). Il rischio del compromesso insidia anche ogni cristiano. Ricordiamo la parola di Gesù: «Non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6,24).

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 29 février, 2016 |Pas de commentaires »

BRANO BIBLICO SCELTO – 1 CORINZI 10,1-6.10-12

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BRANO BIBLICO SCELTO – 1 CORINZI 10,1-6.10-12

1 Non voglio che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, 2 tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, 3 tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, 4 tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. 5 Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto. 6 Ora ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono. 10 Fratelli, non mormorate, come mormorarono alcuni di essi, e caddero vittime dello sterminatore. 11 Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. 12 Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.

COMMENTO 1 Corinzi 10,1-6.10-12 Il pericolo dell’idolatria Uno dei problemi sottoposti a Paolo dai cristiani di Corinto era quello riguardante le carni sacrificate agli idoli (1Cor 8-10) Nella sua risposta l’apostolo, pur apprezzando la «conoscenza» di chi si ritiene libero di mangiare questo tipo di carne, sottolinea anzitutto l’esigenza di rispettare la coscienza dei fratelli più deboli, i quali credono che ciò non sia permesso (1Cor 8); come punto di riferimento presenta poi il suo esempio personale di dedizione totale ai fratelli (1Cor 9); ritornando al tema della sezione, egli mette in luce il pericolo dell’idolatria (1Cor 10,1-13) e infine viene alle direttive concrete (1Cor 10,14-33). La liturgia propone il testo in cui Paolo mette in luce il rischio di cadere nell’idolatria, sottolineando che esso può derivare anche da un comportamento troppo libero nel mangiare la carne sacrificata agli idoli, soprattutto quando questo gesto è collegato con il culto dei falsi dèi. Egli motiva questa affermazione con una riflessione sulla storia di Israele (vv. 1-6), ricavando poi da essa insegnamenti e ammonizioni (vv. 7-13). Il metodo a cui si ispira è quello giudaico del midrash, che gli permette di rileggere il passato in funzione della nuova situazione in cui si trovano i credenti in Cristo.

La storia di Israele (vv. 1-6). Al fine di mettere in guardia i corinzi, Paolo presenta anzitutto in sintesi l’esempio dei padri, mostrando che essi, pur avendo ricevuto notevoli grazie spirituali, non hanno saputo resistere all’attrattiva del peccato. Dopo la formula iniziale («Non voglio infatti che ignoriate, fratelli») con la quale sottolinea l’importanza di ciò che sta per dire e al tempo stesso indica l’inizio di una nuova riflessione, Paolo prosegue: «I nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare» (vv. 1-2). L’esperienza fatta dagli israeliti al tempo dell’esodo ha valore anche per i cristiani, i quali riconoscono in essi i loro progenitori nella fede. Ora tipico di questi progenitori è il fatto di essere stati sotto la nube e di aver attraversato il mare. Queste due esperienze vengono interpretate simbolicamente come un «essere battezzati» (baptisthênai, essere immersi) nella nube e nel mare. L’idea che gli israeliti fossero immersi nella nuvola non è attestata nel libro dell’Esodo, dove si dice semplicemente che la nube li precedeva e li seguiva (cfr. Es 13,21); essa viene però suggerita nel Sal 105,9 («Dio stese una nube per proteggerli»), e in Sap 19,7 («Si vide la nube coprire d’ombra l’accampamento»). Nessun accenno all’immersione nel mare si trova invece nell’AT, dove si parla soltanto di un passaggio degli israeliti all’asciutto, dopo che le acque si erano ritirate (cfr. Es 14,29): bisogna dunque pensare che Paolo ha dato una sua interpretazione personale dell’esodo, o che conosceva una tradizione popolare andata perduta che esprimeva in quel modo gli eventi allora capitati. Tuttavia è chiaro che se egli descrive in questo modo gli eventi dell’esodo, lo fa perché appaia che i doni ricevuti dai padri sono un’anticipazione del battesimo cristiano. Questo battesimo simbolico si è verificato «in rapporto a (eis, verso) Mosè»: ciò vuol dire che l’immersione nella nube e nel mare significa la solidarietà con il condottiero dell’esodo; ciò richiama naturalmente il battesimo cristiano, che appunto era amministrato «in (eis) Cristo Gesù» (cfr. Rm 6,3). Il rapporto degli ebrei con Mosè prefigurava dunque l’incorporazione a Cristo effettuata nel battesimo cristiano e ne anticipava la realtà salvifica. Dopo aver presentato la liberazione degli israeliti come un’esperienza battesimale Paolo prosegue: «Tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo» (vv. 3-4). Il cibo spirituale, dato cioè dallo Spirito di Dio e quindi apportatore di un dono salvifico, non è altro che la manna, chiamata anche «pane del cielo» (Sal 78,24; cfr. Sap 16,20), nella quale i primi cristiani vedevano la prefigurazione del pane moltiplicato da Gesù durante il suo ministero, simbolo a sua volta del pane distribuito nell’ultima cena (Gv 6,31-33) e consumato dai corinzi nella celebrazione della cena del Signore (cfr. 1Cor 11,17-34). La bevanda spirituale è l’acqua scaturita dalla roccia (Es 17,6). Riprendendo una leggenda rabbinica (Tosefta Sukka 3,11), Paolo dice che questa roccia seguiva gli israeliti nel deserto. Inoltre, ispirandosi forse al fatto che essa era stata identificata da Filone di Alessandria con la Sapienza (Allegorie delle leggi 2,86), afferma che la roccia era il Cristo, da lui stesso già precedentemente designato come Sapienza di Dio (cfr. 1Cor 1,24.30): lo stesso Cristo dunque era già presente nell’esodo come fonte di salvezza per gli israeliti. L’esperienza della salvezza fatta da Israele non ha dunque nulla da invidiare a quella dei cristiani. «Ma, soggiunge Paolo, la maggior parte di loro non fu gradita a Dio, e perciò furono sterminati nel deserto» (v. 5). Se essi sono stati rifiutati da Dio, ciò non è dovuto a un venir meno della grazia divina, ma alla mancanza di collaborazione da parte loro. L’apostolo vuole dunque insinuare che i sacramenti non operano in modo automatico, come i corinzi potevano pensare (cfr. 11,17-34), ma richiedono la fede viva e operosa di chi li riceve. Dopo aver descritto l’esperienza degli ebrei, Paolo soggiunge: «Ora ciò avvenne come esempio (typos) per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono» (v. 6). Il termine greco typos significa impronta, e di conseguenza segno, figura, esempio. La continuità della storia della salvezza fa sì che gli errori del passato divengano esempio e figura di quanto può capitare anche ai credenti in Cristo, se non si dissociano dalla mentalità da cui Israele si è lasciato dominare. Il peccato da evitare è il desiderio egoistico proibito dal decalogo (Es 20,17), che ha spinto gli israeliti nel deserto a chiedere carne di cui sfamarsi (cfr. Nm 11,4.34): questo stesso desiderio potrebbe ora, anche per i corinzi, aprire la strada all’idolatria.

Ammonizioni (vv.10-12). Gli eventi che hanno contrassegnato la liberazione di Israele non sono solo figure della salvezza già attuata da Cristo e trasmessa attraverso i sacramenti, ma rappresentano anche severe ammonizioni perché i cristiani non commettano gli stessi peccati di cui si sono macchiati i loro progenitori nella fede. Paolo ne menziona quattro, di cui i prime tre sono omessi nel brano liturgico: l’idolatria, la fornicazione e la tentazione di Dio e la mormorazione. All’idolatria, di cui è un esempio l’adorazione del vitello d’oro, si riferisce la frase: «Il popolo sedette a mangiare e a bere e poi si alzò per divertirsi» (v. 7; cfr. Es 32,6): in realtà è proprio l’idolatria il peccato più grave in cui i corinzi potrebbero cadere mangiando carni sacrificate agli idoli. La fornicazione (porneia) è collegata con l’episodio del culto di Baal-Peor, raccontato nel libro dei Numeri, che ha provocato lo sterminio di ventitremila persone (v. 8; cfr. Nm 25,1-9). La tentazione di Dio si rifà alla richiesta di cibo nel deserto, a cui fa seguita come punizione la morsicatura da parte dei serpenti (v. 9; cfr. Nm 21,5-6). Infine, e qui riprende il testo liturgico, Paolo mette in guardia i corinzi dalla mormorazione: «Non mormorate, come mormorarono alcuni di essi, e caddero vittime dello sterminatore» (v. 10). La mormorazione è collegata a diversi episodi in cui gli israeliti si lamentarono per le difficoltà dell’esodo e alcuni di loro furono sterminati da Dio (v. 10; cfr. Nm 17,6-15). Al termine di questa lista di peccati Paolo riprende quanto aveva affermato nel v. 6, commentando: «Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio (typikôs), e sono state scritte per nostro ammonimento (nouthesian), di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi» (v. 11). Nessuno deve pensare, perché sono giunti i tempi della salvezza definitiva attuata da Cristo, che non vi sia più pericolo di peccare. «Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere» (v. 12). La tentazione resta, ma il credente ha il potere di superarla, purché non si lasci prendere dalla falsa presunzione di essere esente da cadute. L’apostolo conclude con una riflessione, non riportata dalla liturgia, con la quale intende incoraggiare i suoi corrispondenti: non li ancora ha sorpresi nessuna tentazione che non sia semplicemente «umana», cioè proporzionata alle loro forze; Dio è fedele e non permette che essi siano tentati con una intensità che supera le loro forze ma, con la tentazione, dà anche il modo di uscirne e la forza per superarla (v. 13). La grazia di Dio è più forte della tentazione: chi sbaglia è l’unico responsabile del suo peccato, perché Dio dà a tutti la possibilità di superare la prova.

Linee interpretative Nel c. 8 Paolo aveva dato al problema delle carni sacrificate agli idoli una soluzione improntata da un lato alla libertà e dall’altro al rispetto della coscienza, sia la propria, che deve essere seguita quando proibisce qualcosa come peccaminoso, sia quella degli altri, quando si comportano conformemente ad essa. Il riferimento alla coscienza propria e altrui rappresenta il vero e unico limite della propria libertà. Tuttavia esiste anche l’obbligo, sottolineato in questo brano, di non porre gesti che in se stessi possono avere conseguenze dannose per chi li compie, anche se ciò a prima vista non appare. In questa luce deve essere considerata la partecipazione ad atti di culto veri e propri nell’ambito sociale in cui i cristiani vivevano. Rifacendosi all’esempio degli israeliti Paolo mette in luce come, in certe circostanze, il mangiare la carne sacrificata agli idoli può comportare il rischio di cadere, contrariamente alle proprie intenzioni, nel peccato stesso di idolatria. È bene comunicare alla vita dei propri concittadini, ma vi sono dei limiti che non è conveniente oltrepassare. Confidare troppo nelle proprie forze significa tentare Dio, e questo, insieme alla fornicazione e alla mormorazione, è già un peccato che può separare da lui. La tentazione di lasciarsi coinvolgere nell’idolatria diffusa nel proprio ambiente era forte, ma Paolo sottolinea che Dio, permettendo la tentazione, dà anche la possibilità di resisterle. Al tempo di Paolo questa direttiva esigeva dai cristiani un forte isolamento dal resto della società proprio in quei momenti di culto o di festa nei quali era più facile e spontaneo solidarizzare. In pratica però si trattava di sganciarsi da una mentalità “idolatrica” che pervadeva i più disparati settori della società: non solo quindi l’ambito più specificamente religioso, ma anche quelli dell’economia e della politica, che più in profondità erano espressione di un’idolatria pratica, consistente nell’ingiustizia e nello sfruttamento dell’altro. Il farsi tutto a tutti, di cui Paolo aveva parlato appena prima, ha dunque dei confini che non si possono valicare. Se il credente nella vita sociale è disposto ad adeguarsi senza riserve all’idolatria del consumismo, del potere e dei soldi, la sua fede si riduce a una semplice etichetta, che non trasforma in profondità la sua esistenza, e che quindi rappresenta una formalità inutile. >

GIOVANNI PAOLO II – “LA CARITÀ NON TIENE CONTO DEL MALE RICEVUTO” (1 COR 13,5)

 http://www.collevalenza.it/Riviste/2001/Riv0301/Riv0301_02.htm

GIOVANNI PAOLO II – “LA CARITÀ NON TIENE CONTO DEL MALE RICEVUTO” (1 COR 13,5)

Dal Vaticano, 7 Gennaio 2001 Messaggio di Sua Santità Giovanni Paolo II per la Qauresima 2001

La Quaresima, pertanto, rappresenta per i credenti l’occasione propizia di una profonda revisione di vità. L’unica via della pace è il perdono. Accettare e donare il perdono rende possibile una nuova qualità di rapporti tra gli uomini, interrompe la spirale dell’odio e della vendetta e spezza le catene del male, che avvincono il cuore dei credenti. Un cuore riconciliato con Dio e con il prossimo è un cuore generoso 1. “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme” (Mc 10, 33). Con queste parole il Signore invita i discepoli a percorrere con Lui il cammino che dalla Galilea conduce al luogo dove si consumerà la sua missione redentrice. Questo cammino verso Gerusalemme, che gli Evangelisti presentano come il coronamento dell’itinerario terreno di Gesù, costituisce il modello della vita del cristiano, impegnato a seguire il Maestro sulla via della Croce. Anche agli uomini e alle donne di oggi Cristo rivolge l’invito a “salire a Gerusalemme”. Lo rivolge con forza particolare in Quaresima, tempo favorevole per convertirsi e ritrovare la piena comunione con Lui, partecipando intimamente al mistero della sua morte e risurrezione. La Quaresima, pertanto, rappresenta per i credenti l’occasione propizia di una profonda revisione di vita. Nel mondo contemporaneo, accanto a generosi testimoni del Vangelo, non mancano battezzati che, dinanzi all’esigente appello ad intraprendere la “salita verso Gerusalemme”, assumono un atteggiamento di sorda resistenza ed a volte anche di aperta ribellione. Sono situazioni in cui l’esperienza della preghiera è vissuta in modo piuttosto superficiale, così che la parola di Dio non incide nell’esistenza. Lo stesso Sacramento della Penitenza è ritenuto da molti insignificante e la Celebrazione eucaristica domenicale soltanto un dovere da assolvere. Come accogliere l’invito alla conversione che Gesù ci rivolge anche in questa Quaresima? Come realizzare un serio cambiamento di vita? Occorre innanzitutto aprire il cuore ai toccanti messaggi della liturgia. Il periodo che prepara alla Pasqua rappresenta un provvidenziale dono del Signore ed una preziosa possibilità per avvicinarsi a Lui, rientrando in se stessi e mettendosi in ascolto dei suoi interiori suggerimenti. 2. Ci sono cristiani che pensano di poter fare a meno di tale costante sforzo spirituale, perché non avvertono l’urgenza di confrontarsi con la verità del Vangelo. Essi tentano di svuotare e rendere innocue, perché non turbino il loro modo di vivere, parole come: “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano” (Lc 6, 27). Tali parole, per queste persone, risuonano quanto mai difficili da accettare e da tradurre in coerenti comportamenti di vita. Sono infatti parole che, se prese sul serio, obbligano ad una radicale conversione. Invece, quando si è offesi e feriti, si è tentati di cedere ai meccanismi psicologici dell’autocompassione e della rivalsa, ignorando l’invito di Gesù ad amare il proprio nemico. Eppure le vicende umane d’ogni giorno mettono in luce, con grande evidenza, quanto il perdono e la riconciliazione siano irrinunciabili per porre in essere un reale rinnovamento personale e sociale. Questo vale nelle relazioni interpersonali, ma anche nei rapporti fra comunità e fra nazioni. 3. I numerosi e tragici conflitti che dilaniano l’umanità, scaturiti talvolta anche da malintesi motivi religiosi, hanno scavato solchi di odio e di violenza tra popoli e popoli. A volte, questo avviene anche tra gruppi e fazioni all’interno di una stessa nazione. Si assiste infatti talora, con un doloroso senso di impotenza, al riaffiorare di lotte che si credevano definitivamente sopite e si ha l’impressione che alcuni popoli siano coinvolti in una spirale di violenza inarrestabile, che continuerà a mietere vittime e vittime, senza una concreta prospettiva di soluzione. E gli auspici di pace, che si levano da ogni parte del mondo, risultano inefficaci: l’impegno necessario per avviare verso la desiderata concordia non riesce ad affermarsi. Di fronte a questo inquietante scenario, i cristiani non possono restare indifferenti. E’ per questo che, nell’Anno giubilare appena concluso, mi sono fatto voce della richiesta di perdono della Chiesa a Dio per i peccati dei suoi figli. Siamo ben consapevoli che le colpe dei cristiani ne hanno purtroppo offuscato il volto immacolato, ma, confidando nell’amore misericordioso di Dio che non tiene conto del male in vista del pentimento, sappiamo anche di poter continuamente riprendere fiduciosi il cammino. L’amore di Dio trova la sua espressione più alta proprio quando l’uomo, peccatore e ingrato, viene riammesso alla piena comunione con Lui. In quest’ottica, la “purificazione della memoria” costituisce soprattutto la rinnovata confessione della misericordia divina, una confessione che la Chiesa, ai suoi diversi livelli, è chiamata ogni volta a fare propria con rinnovata convinzione. 4. L’unica via della pace è il perdono. Accettare e donare il perdono rende possibile una nuova qualità di rapporti tra gli uomini, interrompe la spirale dell’odio e della vendetta e spezza le catene del male, che avvincono il cuore dei contendenti. Per le nazioni in cerca di riconciliazione e per quanti auspicano una coesistenza pacifica tra individui e popoli, non c’è altra via che questa: il perdono ricevuto ed offerto. Quanto ricche di salutari insegnamenti risuonano le parole del Signore: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5, 44-45)! Amare chi ci ha offesi disarma l’avversario e può trasformare in un luogo di solidale cooperazione anche un campo di battaglia. E’ una sfida, questa, che concerne le singole persone, ma anche le comunità, i popoli e l’intera umanità. Interessa, in modo speciale, le famiglie. Non è facile convertirsi al perdono ed alla riconciliazione. Riconciliarsi può già apparire problematico quando all’origine c’è una propria colpa. Se poi la colpa è dell’altro, riconciliarsi può essere visto addirittura come irragionevole umiliazione. Per fare un simile passo è necessario un cammino di interiore conversione; occorre il coraggio dell’umile obbedienza al comando di Gesù. La sua parola non lascia dubbi: non solo chi provoca l’inimicizia, ma anche chi la subisce deve cercare la riconciliazione (cfr Mt 5, 23-24). Il cristiano deve fare la pace anche quando si sente vittima di chi l’ha ingiustamente offeso e percosso. Il Signore stesso ha agito così. Egli attende che il discepolo lo segua, cooperando in tal modo alla redenzione del fratello. In questo nostro tempo, il perdono appare sempre più come dimensione necessaria per un autentico rinnovamento sociale e per il consolidarsi della pace nel mondo. La Chiesa, annunciando il perdono e l’amore per i nemici, è consapevole di immettere nel patrimonio spirituale dell’intera umanità un modo nuovo di rapportarsi agli altri; un modo certo faticoso, ma ricco di speranza. In questo essa sa di poter contare sull’aiuto del Signore, che mai abbandona chi a Lui ricorre nelle difficoltà. 5. “La carità non tiene conto del male ricevuto” (1 Cor 13,5). In questa espressione della prima Lettera ai Corinti, l’apostolo Paolo ricorda che il perdono è una delle forme più elevate dell’esercizio della carità. Il periodo quaresimale rappresenta un tempo propizio per meglio approfondire la portata di questa verità. Mediante il Sacramento della riconciliazione, il Padre ci dona in Cristo il suo perdono e questo ci spinge a vivere nella carità, considerando l’altro non come un nemico, ma come un fratello. Possa questo tempo di penitenza e di riconciliazione incoraggiare i credenti a pensare e ad operare nel segno di una carità autentica, aperta a tutte le dimensioni dell’uomo. Questo atteggiamento interiore li condurrà a portare i frutti dello Spirito (cfr Gal 5, 22) e ad offrire con cuore nuovo l’aiuto materiale a chi è nel bisogno. Un cuore riconciliato con Dio e con il prossimo è un cuore generoso. Nei giorni sacri della Quaresima la ‘colletta’ assume un significativo valore, perché non si tratta di donare qualcosa del superfluo per tranquillizzare la propria coscienza, ma di farsi carico con sollecitudine solidale della miseria presente nel mondo. Considerare il volto dolorante e le condizioni di sofferenza di tanti fratelli e sorelle non può non spingere a condividere almeno parte dei propri beni con chi è in difficoltà. E l’offerta quaresimale risulta ancor più ricca di valore, se chi la compie si è liberato dal risentimento e dall’indifferenza, ostacoli che tengono lontani dalla comunione con Dio e con i fratelli. Il mondo attende dai cristiani una coerente testimonianza di comunione e di solidarietà. Sono al riguardo quanto mai illuminanti le parole dell’apostolo Giovanni: “Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?” (1 Gv 3, 17). Fratelli e Sorelle! San Giovanni Crisostomo, commentando l’insegnamento del Signore sul cammino verso Gerusalemme, ricorda che Cristo non lascia i discepoli ignari delle lotte e dei sacrifici che li attendono. Egli sottolinea che rinunciare al proprio ‘io’ è difficile, ma non impossibile quando si può contare sull’aiuto di Dio a noi concesso “mediante la comunione con la persona di Cristo” (PG 58, 619 s). Ecco perché, in questa Quaresima, desidero invitare tutti i credenti ad un’ardente e fiduciosa preghiera al Signore, perché conceda a ciascuno di fare una rinnovata esperienza della sua misericordia. Solo questo dono ci aiuterà ad accogliere e vivere in modo sempre più gioioso e generoso la carità di Cristo, che “non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità” (1 Cor 13, 5-6). Con questi sentimenti invoco la protezione della Madre della Misericordia sul cammino quaresimale dell’intera Comunità dei credenti e di cuore imparto a ciascuno la Benedizione Apostolica.

 

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