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La preghiera di chi si fida : (Col 2, 6-12

dal sito:

http://www.terrasantalibera.org/PREGHIERA%20E%20RESPIRO.htm

Preghiera e respiro

Stefano Maria Chiari

15/09/2007

La preghiera di chi si fida : (Col 2, 6-12)

«Camminate dunque nel Signore Gesù Cristo, come l’avete ricevuto, ben radicati e fondati in lui, saldi nella fede come vi è stato insegnato, abbondando nell’azione di grazie.
Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo.
E’ in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi avete in lui parte alla sua pienezza, di lui cioè che è il capo di ogni Principato e di ogni Potestà.
In lui voi siete stati anche circoncisi, di una circoncisione però non fatta da mano di uomo, mediante la spogliazione del nostro corpo di carne, ma della vera circoncisione di Cristo.
Con lui infatti siete stati sepolti insieme nel battesimo, in lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti». (Col 2, 6-12)

La preghiera è il respiro dell’anima; come accade per il corpo, chi volesse vivere senza ossigeno, privandosi di un elemento principe nella dinamica delle funzioni fisiologiche dell’essere umano, resterebbe prima o poi privo di vita, così anche nel mondo dello spirito, colui che decida deliberatamente o per pigrizia o inerzia di prescindere dall’orazione finirebbe col giacere morto.
La ragione fondamentale di questo inevitabile esito risiede nella medesima struttura esistenziale dell’uomo; esso non possedendo alcun fondamento ontologico in se stesso, procede da Dio, nell’ordine dell’esistenza e delle sue finalità.
L’armonia tripartita (ma unitaria) della natura umana – costituita, come insegna San Paolo, da corpo, anima e spirito – implica necessariamente un equilibrio gerarchico delle sue parti costitutive: all’anima (psychè) deve soggiacere il corpo e la prima allo spirito (pneuma); a sua volta, quest’ultimo (nephesh) – creato per comunicare (vivendolo partecipativamente) con lo stesso Spirito di Dio nell’uomo (Rouah) – da Lui dipende totalmente, attingendo gioia piena, potenza di vita e di immortalità.
La preghiera si colloca proprio in quest’ottica comunicativa di effusione del cuore nel Cuore di Dio, subordinando il nulla del proprio essere al tutto infinito dell’Essere.

Lo stato originale di innocenza contemplava questa piena assonanza esistenziale: Dio e l’uomo in colloqui frequenti ed intimi, la natura umana, sovrana e signora dell’intero creato, capace di porre il nome agli animali, libera dalle pastoie del dolore e della morte e dal vincolo inesorabile di un servigio estremo, quello del ritorno alla terra, della polvere del proprio niente, chiaro segno del perduto dominio sugli elementi materiali della creazione.
L’uomo pecca e la corruzione del male commesso, rompendo l’armonia gerarchica menzionata, fraziona l’interiorità della persona (discorsività del pensiero, incapacità di concentrazione, dissonanze cognitive, illusioni legate alla errata percezione della propria corporeità) e proietta nel mondo sensibile la radice dell’essere stesso (la vita dello spirito), la quale, priva della sua unica Sorgente eterna ed infinita (Dio stesso), finisce con lo scagliare la sua ragion d’essere fuori del luogo ad essa deputato (la vita trinitaria), per restare assorbito e legato inesorabilmente al disfacimento progressivo della parte che di sé appartenga al transeunte.
L’uomo è ormai completamente servo del mondo creato (che invece era chiamato a dominare nell’amore), della materia nella quale egli si ingabbia sempre di più; peccato chiama peccato e il male paga con il male; ne ricava una vita precaria e una morte certa.
La corporeità cambia radicalmente il proprio modo di essere: da tempio vivo dello Spirito divino, diviene semplicemente «carne», che non mantiene la propria esistenza se non nell’ordine naturale (materiale).
In questo senso San Paolo parla di essa e della necessità di una sua mortificazione, ossia del bisogno estremo che le tendenze mortifere, che con sé medesima rechi, vengano uccise, purificate e sublimate nella divinizzazione che procede dallo Spirito Santo.
«Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria, cose tutte che attirano l’ira di Dio su coloro che disobbediscono.
Anche voi un tempo eravate così, quando la vostra vita era immersa in questi vizi.
Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca.
Non mentitevi gli uni gli altri.
Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore.
Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti». (Col 3, 5-11).

Il combattimento contro la carne è dunque reviviscenza per il corpo; l’ascesi di mortificazione, tuttavia, non ha senso se non nella misura in cui implichi anche un’esperienza mistica attiva (alla quale tutti sono chiamati e mistica che non dipende da se stessi o dai meriti personali, ma essenzialmente dalla propria collaborazione all’iniziativa dello Spirito divino), un’apertura del cuore all’azione di Dio, che ci renda capaci di ricevere la vita divina e di vivere del Logos eterno del Padre; in altri termini che ci apra all’ascolto autentico della Parola e ci faccia atti alla ricezione trasformante della persona.
Per questo alle pratiche dell’ascesi deve essere associata quella dell’orazione.
La preghiera ed il sacrificio devono sempre agire congiuntamente, sotto la guida dello Spirito del Padre che predispone all’accoglienza, alla purificazione ed alla santificazione.
I diversi elementi dell’ascesi (digiuni, astinenze, veglia, continenza, elemosina, lavoro, ossia fatica fisica e dedizione corporale) devono procedere simultaneamente ed essere coronati e corroborati dall’interno da un’intensa vita di preghiera.
L’ascesi verte e riguarda l’essere intero: l’uomo, decaduto in tutte le sue facoltà, deve rialzarsi integralmente, mediante l’applicazione di ogni sua potenza unita all’azione dello Spirito di Dio.
Questo ritrovato equilibrio, in Cristo Signore ed in virtù dell’effusione del suo sangue, comporta e genera una profonda pace interiore: l’uomo che prega e si sacrifica, mortificando se stesso, con l’aiuto della grazia, diviene dimora stabile dell’Altissimo, imperturbabile.
Ora, si vede bene quale sia la necessità di una vita d’orazione: la preghiera è il mezzo principe per instaurare nuovamente un rapporto con Dio.
Questa possibilità esiste solo perché è Dio, che per primo cerca tale rapporto.
Se non fosse così a nulla varrebbero tutti gli sforzi dell’umano potere.
In quest’ottica dobbiamo collocare le esperienze «mistiche» delle religioni orientali, legate al compimento di pratiche ascetiche ed ancora nell’ambito di tale visione dobbiamo leggere le differenze profonde tra preghiera e meditazione yoga, per esempio.
L’iniziativa di Dio è il sigillo della preghiera cristiana, che resterebbe altrimenti sempre arenata all’insufficienza di mezzo inadeguato per accedere al Mistero.
Che dire, dunque, di una possibile fisiologia della preghiera?
Che ruolo può o deve avere il corpo nel percorso ascetico dello spirito in Dio?
Che utilità vi può essere nell’utilizzo di posizioni fisiche o di specifici esercizi respiratori?
Riteniamo che sia sempre valido un principio aureo di Sant’Ignazio di Loyola: avvalersi di tutto quel che sia utile per unirci di più a Dio, prescindere da tutto quel che allontana o divide da Lui.
E’ chiaro che anche universalizzare un metodo rischia di essere restrittivo per la sensibilità spirituale di ognuno.
Procediamo per gradi.

In primis, dobbiamo rilevare un’evidenza: è certo che i portamenti, le posizioni ed i movimenti del corpo possano favorire, o addirittura provocare, stati psichici, come è anche vero che ogni attività mentale comporti ripercussioni somatiche; il corpo, in modo sensibile o impercettibile o perfino involontario, partecipa ad ogni moto dell’anima, di qualunque natura esso sia (sentimentale, intellettivo o spirituale).
E’ altresì verissimo che uno stato timico a volte possa essere quasi localizzato organicamente: un particolare stato umorale può esercitare una specifica attrazione ed influenza su certe parti dell’organismo più che su altre.
Solo il pensiero errante e discorsivo – necessariamente non legato ad una individuabile vena timica e solitamente determinato dal meccanismo complesso delle associazioni d’idee autogene, e/o delle impressioni ricevute dall’ambiente esteriore e/o delle onde subcoscienti messe in moto a caso dalla meditazione – difficilmente è in grado di trovare una propria collocazione fisica «residenziale». Tanto assertiamo per mostrare come indubbiamente la preghiera abbia una influenza notevole anche sul corpo e non soltanto sullo spirito.
Conosce bene questo, chi, abbandonato ad un tempo di preghiera, al terminare la stessa, si ritrovi con un nuovo insospettato senso di benessere, di pace e di vigore, che, seppur passando per lo spirito, ha notevoli ripercussioni anche sul corpo; come è anche semplice sperimentare come uno stato fisico di trambusto (arrivare di corsa in chiesa, per esempio) non deponga a favore di una calma concentrazione, certamente utile al momento orante.
Come dunque potersi avvalere del corpo per pregare con maggiore efficacia?
Uno dei modi può essere proprio quello di controllare il respiro, calmandolo nel suo vagabondo errare.
Il consiglio che chi scrive si sente di dare non concerne l’acquisizione di una specifica tecnica o l’utilizzo si procedure tramandate dalla tradizione esicasta, ma quello di un prudente ascolto dei messaggi del corpo.
La posizione di chi si dedichi alla preghiera prolungata deve essere necessariamente quella che riesca a conseguire il migliore stato di concentrazione per l’orante; il respiro scandito, ma non forzato (1) ritmicamente aiuta da un lato a fissare il pensiero, a canalizzarlo, come sosteneva Evagrio, verso il centro d’attenzione prefissato, e dall’altro, a sedare l’eventuale nervosismo, anche latente, che possa disturbare l’avvenimento dell’incontro.
Occorre preliminarmente sapere che questo è il momento, il tempo sacro, preziosissimo, in cui l’uomo creatura si deve trovare con il suo Creatore, per essere pienamente se stesso.

Non esiste istante di maggior valore di quello in cui la persona «si perda» nelle Persone.
Per questo è assolutamente indispensabile, come recita la divina liturgia greco-cattolica di San Giovanni Crisostomo, «deporre ogni mondana preoccupazione».
L’orazione deve procedere mentalmente da uno spirito libero e da un cuore arreso del tutto al Pensiero divino.
Qualunque turbamento, di qualsiasi natura, quand’anche fosse lecito, deve sciogliersi come cera al fuoco dello Spirito dimorante nel cuore.
Presupposto di tale atteggiamento intimo è la consapevolezza brillante e rassicurante di sperare tutto da Dio ed in Dio, affidando tutto e confidando per tutto.
Del resto la stessa coroncina della Divina Misericordia di santa Faustina vede il suo culmine in  questa medesima fiducia filiale: «Gesù, confido in te».
Il corpo seguirà l’anima in questo percorso di totale rasserenamento; il battito cardiaco decelererà, il respiro diverrà regolare, una sensazione di benessere e di rilassatezza pian piano prenderanno possesso dell’orante; ma tutti questi segni restano sempre nella sfera dell’accidente.
Una preghiera efficace può anche nascere nelle corsie di un letto d’ospedale, nell’offerta silenziosa di un cuore fiducioso, che palpita all’interno di un corpo lacerato o martoriato dal dolore.
Elemento essenziale infatti non è tanto la tecnica che si abbia deliberato di adottare (o che lo Spirito abbia suggerito) per rendere più viva la Presenza, quanto la necessità impellente che tale preghiera «divenga respiro»; per usare una sorta di gioco di parole, il respiro può essere utile alla preghiera, ma soprattutto la preghiera che deve essere respirata.
In questo si torna forse allusivamente a certa prassi della fisiologia orante, ma da cui tranquillamente possiamo prescindere: la preghiera deve divenire stato abituale dell’uomo, comunque costui riesca a realizzare tale evento.
Quindi torniamo all’essenziale: primo, assenza di preoccupazioni o di distrazioni; offerta di quel che c’è dentro di noi.
Gesù dice di dare in elemosina quel che v’è dentro e tutto sarà puro.
Quindi effusione del cuore davanti al Signore (come recitano alcuni salmi), cioè fiducia estrema e totale nella bontà infinita ed imperscrutabile dell’eccellenza divina.

Secondo: fede forte, irremovibile, piena consapevolezza di essere alla presenza di Dio, che stabilmente dimora nell’anima in grazia; o che si occulta nelle Specie Eucaristiche.
Stare presenti a se stesso, per dimorare alla Presenza, sapendo che Dio prescinde dalla mia poca o molta capacità e che Lui è in grado di fare tutto.
Piena certezza della parola di Cristo: «Rimanete in me ed io in voi», «siete tempio dello Spirito Santo»; «il Padre lo amerà e noi verremo a lui»; «il regno di Dio è dentro di voi» ecc., sapere che Dio non mente; l’anima che lo cerca ed è in grazia (confessata e senza peccato grave) vive di Dio, anche nella incoscienza di questo persistere «dentro».
Fede nella permanenza di Cristo, che va adorato nel cuore (come dice San Pietro) e che prega in noi, come capo, per noi, come sacerdote ed è pregato da noi come Dio (come meravigliosamente sintetizza Sant’Agostino).

Terzo: fede di essere esauditi, secondo il compimento della sua volontà.
Abbandono alla volontà divina e piena certezza che «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio»; quindi, pregare, sapendo che il Padre mai rifiuta cose buone e lo Spirito Santo, all’anima perseverante, umile e colma di amore.
Pregare, sapendo che se si chiede bene e come si conviene, si ottiene sempre il meglio per sé e per gli altri, anche quando questo non corrisponda al nostro volere.
Quarto: umiltà! Essa deve costituire sigillo interiore della preghiera e manifestazione esteriore di solennità sacra; riconoscimento dell’infinita maestà sovrana di Dio, di fronte alla quale l’adorazione del corpo e dello spirito deve essere sentita come ineluttabilmente obbligatoria.
Il timore di Dio, questo amore adorante e tremante dell’uomo che si scopre nudo, senza grazia, incapace di ottenere alcunché, se non gli viene concesso dalla mano amorosissima dell’Altissimo, deve percorrere come un onda tutto l’essere ed impregnare di sé la coscienza.
Per questo ben si colloca, in quest’ottica, un’invocazione di carattere penitenziale, che chieda misericordia a Dio, per l’iniquità di cui si è profondamente impastati e che rende immensamente indegni di chiamare a sé il Santo.
Dall’umiltà discende senza equivoci il bisogno di essere convertito.
Recidere la complicità con il male, nell’intimo di una orazione penitente e di una supplica continua e colma di speranza, può essere il farmaco più dolce per il peccatore incallito che voglia, però, redimersi (e tutti siamo peccatori, nessuno si chiami fuori).
Ma come può questa preghiera così praticata divenire abitudine dell’anima, perenne presenza dello Spirito Santo nel cuore?
Come può l’uomo pregare sempre, per beneficiare della potenza e della dolcezza e della misericordia infinita del Santo dei santi?
Forzando, per quanto possibile e con serenità, la volontà a compiere una preghiera attenta; non tralasciando mai questo momento sacro, esclusivamente dedicato a Dio; richiamando alla memoria, incessantemente, come sottofondo musicale che accompagni in ogni dove ed in ogni tempo, il Divino che ci circonda, in cui viviamo e ci muoviamo; saper scorgere dietro ogni circostanza o apparenza della vita la mano divina della Provvidenza.

L’esperienza della preghiera come respiro diviene allora quasi un simbolo: come l’aria non può non avvolgere e contenere la persona, così la luce santificante e la grazia divinizzante dello Spirito non può non voler possedere un’anima; Dio, nella sua libertà infinita, vuole certamente, ma l’uomo deve consentire questo lasciarsi possedere; deve aprirsi seriamente al mistero che lo trascende, sapendo scorgere sempre un segno dell’amore che Dio ha per lui.
Non esisterà mai una tecnica che obblighi Dio a donarsi; soltanto l’amore è in grado di «costringere l’Eterno».
La preghiera diviene respiro quando lo sguardo si volge con frequenza al Cuore di chi dimora nel cuore; chi ama, non fatica a pensare alla persona amata; anzi il pensiero sorge in lui spontaneo; quasi riesce a percepirne l’odore e a carpirne lo sguardo.
Così, chi trova Cristo, sa incrociare i suoi occhi, oltre il visibile percorso dell’esistenza, nella certezza di sentirsi amato, voluto, protetto e benedetto.
Le giaculatorie possono essere di aiuto in tal senso; ponti attraverso i quali giungere al faccia a faccia nelle tenebre (per usare un’espressione ripresa da Beata Elisabetta della Trinità) in un istante, un momento, un attimo.
Altro mezzo può essere quello di un’attenzione parallela che ci consenta di vivere ad un tempo in qualunque luogo o accadimento, però assaporando intimamente (senza che ciò significhi sentire sensibilmente, ma soltanto prenderne coscienza) la dolcezza estrema del soffiare di Dio nell’anima.
Tutto questo premesso, non possiamo che evincere la seguente verità: «la preghiera nasce in un atto di fede che ci mette a confronto con l’Increato, il Dio personale e vivente: essa non dipende da alcun artificio e non può essere conquistata nè con l’astuzia nè con la violenza; è libero dono di sè, da una parte e l’altra. Il corpo non è dunque un organo produttore, ma un criterio oggettivo; ciò che si esige da esso, come pure dal pensiero discorsivo, è il silenzio ed il ritorno all’unità; è attivo, ma non creatore: è, come tutto nell’uomo, una terra fertile in attesa del seme; parte integrante dell’uomo totale, anche esso porterà i suoi frutti di santità, poichè è chiamato alla trasfigurazione, alla resurrezione e alla vita eterna» (2).

In questo netta è, pertanto, la differenza che intercorre tra un autentico atteggiamento orante e la pratica di un esercizio yoga.
«Nello yoga indiano, il fine dell’asceta è l’annullamento totale della propria individualità in Icvara, se si accetta la versione teista delle tecniche yogiche, e nella vacuità (vuoto), secondo la versione buddhista.
L’asceta, nella fase detta di samadhi (= unione), tende a passare dalla samadhi detta con sostegno a quella senza sostegno. E, mentre nella prima ha fissato il pensiero in un punto dello spazio o in un’idea (concentrazione in un solo punto, ekagratà), nella seconda deve annullare ogni precedente stadio di pensiero.
Ancora più esplicitamente, nello yoga buddhistico, quale è esposto nei testi del Dìghanikaya, il monaco, attraverso i quattro ultimi stadi di coscienza (samapatti), deve raggiungere la ‘regione della non-esistenza’, cioè una condizione che è totale soppressione di ogni presenza meditante e conoscitiva (…) lo yoga tende alla soppressione mentale e fisica del meditante, e, nelle sue forme tibetane, all’abolizione progressiva di tutte le figure divine, come forme ingannevoli della conoscenza (una sorta, cioè, di fagocitazione mentale degli dèi, come inutili schermi fra il meditante e la realtà» (3).
Nella preghiera cristiana, l’uomo deve riconoscere la propria creaturalità sia in relazione alla propria assoluta dipendenza da Dio (che, quindi, non è in grado di raggiungere da sè) sia come oggettivo riconoscimento del fatto che, pur peccatore, per superare il suo stato di decadenza, non deve rinnegare il proprio essere (quindi annullare se stesso), ma ottenere la divinizzazione di quel che è, per grazia e misericordia.
In appendice, un’ultima considerazione.
Esistono parole verbali, che debbano di preferenza utilizzarsi nella preghiera?
Ad una domanda simile, rispose Gesù.
Cosa insegnò?

Monte degli Ulivi, Gerusalemme, una delle decine di tabelle, scritte in tutte le lingue, che si trovano all’interno del chiostro della Chiesa del Pater, attigua alla Grotta del Pater, dove la tradizione vuole che N.S. Gesù Cristo abbia predicato per la seconda volta l’orazione al Padre ai suoi discepoli (nota e foto di www.jerusalem-holy-land.org)
 
Non sprecare parole, non pensare che la ripetizione cieca di un mantra possa essere di qualche ausilio; ma pregare il Padre, con la più bella preghiera mai scritta o inventata.
Il «Padre nostro» è preghiera eccelsa, contenente in sé tutto quel che si debba chiedere o domandare, nel debito ordine e secondo il divino compiacimento.
Il Pater è preghiera ricchissima, che può terminare anche solo al suo principio: «Padre».
Così pregava Gesù; non serviva altro.
Non posizioni yoga, non particolari respirazioni, non astrusi ragionamenti di canali energetici, in grado di migliorare l’equilibrio interno dell’essere.
Padre!
Così come chiunque può già esaurire e far consistere tutta la propria orazione nel pronunciare semplicemente il nome dolcissimo di Gesù oppure di Maria Santissima.
«Carissimi, non crediate a ogni spirito, ma provate gli spiriti per sapere se sono da Dio; perché molti falsi profeti sono sorti nel mondo. Da questo conoscete lo Spirito di Dio: ogni spirito, il quale riconosce pubblicamente che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce pubblicamente Gesù, non è da Dio, ma è lo spirito dell’anticristo. Voi avete sentito che deve venire; e ora è già nel mondo». (1Giovanni 4:1-6)

Stefano Maria Chiari

Tertulliano: « Sia santificato il tuo nome »

dal sito:

http://proposta.dehoniani.it/txt/ilpadren.html#

SIA SANTIFICATO IL TUO NOME

PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI

Tertulliano, uno dei primi padri della chiesa, ha scritto: « La preghiera insegnataci dal Signore, il ‘Padre nostro’, è la sintesi di tutto il vangelo ». Questa preghiera ci mette nel cuore e sulle labbra gli interessi di Dio e le suppliche dell’uomo peccatore. Essa può essere recitata a una condizione: che colui che la recita osi parlare a Dio come un figlio parla al suo papà. La prima libertà di un figlio di Dio è quella di poter chiamare Dio, Padre.
Molti arrivano a credere che c’è qualcuno sopra di noi. A costoro e a tutti noi annunciamo la verità che spiega l’esistenza dell’universo e dell’uomo: Dio è nostro padre, padre di tutti e noi tutti siamo fratelli.
Questa verità apre orizzonti nuovi e prospettive infinite al singolo e alla grande famiglia umana.
Ma qual è la natura di tale paternità divina?
È proprio il caso di chiedercelo perché anche nella maggioranza delle religioni pagane gli dèi erano designati col nome di padri: ricordiamo soprattutto Zeus « padre degli dèi e degli uomini ».
Anche nell’AT Iahvè è innanzitutto il padre del popolo d’Israele (Es 4,22), che di conseguenza è detto figlio di Dio. L’idea che Dio è anche il padre del singolo israelita si trova già nel libro del Siracide (23,1.4; 51,10). Nel libro della Sapienza solo il giusto ha Dio come padre e perciò è chiamato figlio di Dio (Sap 2,13.18) e dà a Dio il titolo di « Padre » (Sap 14,3).
Dal primo secolo dopo Cristo la designazione di Dio come « Padre del cielo » diventa usuale anche tra i rabbini: con tale espressione non pretendevano spiegare la trascendenza di Dio, ma solo evitare ogni confusione con un padre terreno, umano.
Chiediamoci: è in questo senso che Gesù ci ha comandato di chiamare Dio come Padre nostro? O ci ha insegnato e dato qualcosa di nuovo e di unico rispetto agli dèi dell’Iliade di Omero o rispetto alla paternità riconosciuta a Iahvè nell’AT? Gesù presentandoci Dio come Padre suo e Padre nostro ci rivela una realtà infinitamente superiore a quanto si poteva supporre o conoscere fino ad allora.
Per comprendere meglio leggiamo il vangelo secondo Giovanni: « Il Verbo (il Figlio di Dio) venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali… da Dio sono stati generati » (Gv 1,11-13). Diventare figli di Dio… Ma non lo eravamo già anche prima? Certamente Dio è padre di tutti perché è il creatore, il principio della vita di tutti. Leggiamo nella prima Lettera ai Corinti: « C’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui » (1Cor 8,6). E nella Lettera agli Efesini sta scritto: « Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti » (Ef 4,6).
Che cosa significa dunque: « A quanti l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali… da Dio sono stati generati »?
Certamente qui il vangelo vuole esprimere una realtà nuova rispetto alla paternità universale di Dio in quanto creatore. Qui non si parla di una paternità antecedente ad ogni nostra scelta, come il fatto di essere creati da Dio e generati dal padre e dalla madre: una paternità che non possiamo né accettare né rifiutare perché decidono gli altri per noi. Qui si dice che Dio ha dato all’uomo un potere paradossale: quello di accettare o di rifiutare di essere generato di nuovo da acqua e da Spirito (Gv 3,5) per entrare nel regno di Dio, per vivere la vita nuova, la vita di Dio. Il vangelo secondo Giovanni ci ha insegnato che diventano figli di Dio quelli che accolgono Cristo, credono in lui e rinascono per mezzo del battesimo. San Paolo ci insegna la stessa cosa nella Lettera ai Galati: « Tutti voi siete figli di Dio per la fede in Gesù Cristo, perché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo » (Gal 3,26-27). E nella stessa Lettera scrive: « Dio mandò il suo Figlio… perché ricevessimo l’adozione a figli » (Gal 4,5). Siamo conseguenti: prima che Dio mandasse suo Figlio non c’era la possibilità di essere figli di Dio nel senso pieno di cui si parla qui.
Quindi questa nuova nascita avviene per volere di Dio e per libera accettazione da parte nostra. Questa nostra libera adesione si attua attraverso la fede, che è l’accoglienza del Figlio di Dio, e il battesimo.
Quindi l’ingresso, come veri figli, nella famiglia di Dio dipende da questa adesione che si attua per mezzo della fede e del battesimo di acqua per coloro che conoscono Gesù; e per gli altri dalla risposta della loro coscienza illuminata dalla grazia dello Spirito: dal battesimo di desiderio. San Giovanni esclama: « Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! » (1Gv 3,1).
A rigor di termini, solo i battezzati possono rivolgersi a Dio chiamandolo Padre nel senso pieno del termine, solo coloro che attraverso la nuova nascita dallo Spirito, da semplici figli dell’uomo sono diventati figli di Dio. San Gregorio Nisseno del IV secolo scriveva: « Se tu ti attacchi al denaro, se ti lasci sedurre dal fascino del mondo, se vai dietro ai desideri della carne… immagino che Dio ti risponda in questi termini: ‘La tua vita è sudicia e tu chiami Padre colui che è il Padre incorruttibile e santo?… Io non vedo in te l’immagine della mia natura: tu sei agli antipodi; quale unione può esistere tra la luce e le tenebre, quale parentela tra la vita e la morte?… È pericoloso, prima di aver emendato la propria vita, chiamare Dio: Padre’ ».
Dicendo questo non intendiamo impedire a nessuno di chiamare Dio « Padre » nell’ora della sofferenza, del rimorso o della speranza. È proprio e solo del Padre onnipotente amarci teneramente tutti, qualunque sia l’abisso in cui siamo caduti. È scritto infatti: « Dio nostro Padre ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza » (2Ts 2,16). Ma non dimentichiamo che Cristo ha insegnato il « Padre nostro » a dei discepoli che volevano entrare sinceramente in comunione con il Dio vivente e ai quali aveva proposto di essere perfetti come il Padre che è nei cieli. Abbiamo detto, poco fa, che dipende anche da noi diventare figli di Dio. Ora aggiungiamo che, dopo esserlo diventati, tocca ancora a noi rimanere figli veri e coerenti.
Come? Imitando il Padre con la vita. Nel vangelo Gesù invita a perdonare come perdona il Padre, ad aver misericordia e ad amare i nemici come fa il Padre. Ma per arrivare a questi comportamenti pratici bisogna che viviamo da figli convinti, obbedienti e rispettosi: dobbiamo diventare come bambini, dobbiamo diventare piccoli. Nel vangelo è scritto che il Padre ha rivelato i misteri del regno di Dio ai piccoli (Lc 10,21) e che chi vuole entrare nel regno di Dio deve diventare come un bambino (Lc 18,17).
Ma chi sono coloro che diventano come bambini? Che cosa bisogna fare per diventare piccoli?
Leggiamo il vangelo secondo Matteo: « In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: ‘Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?’. Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: ‘In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli’ » (Mt 18,1-4).
Gesù non canonizza il bambino; non si fa illusione sui suoi difetti. Egli parla di una certa maniera di esistere che ha alla base due atteggiamenti tutt’altro che puerili: la vera umiltà e la semplicità della fede.
Diventare bambini, diventare veramente umili, diventare poveri in spirito (Mt 5,3) significa dipendere totalmente da Dio. L’uomo che vive nell’umiltà e nella verità sa che dipende da Dio in tutto ciò che è e in tutto ciò che fa. L’uomo non sarà mai « vero » fino a quando non si metterà all’ultimo posto, come servo di tutti e padrone di nessuno. Nel vangelo Gesù condanna la nostra presunzione e abbatte senza pietà la nostra falsa grandezza. Leggiamo: « Sorse una discussione tra loro, chi di essi fosse il più grande. Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un fanciullo, se lo mise vicino e disse: ‘Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Perché chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande’ » (Lc 9,46-48).
Se accettiamo la condizione di figli, di bambini piccoli quali realmente siamo, Dio rivelerà alla nostra umiltà la grandezza del suo amore di Padre.
Diciamo qualcosa anche sulla semplicità della fede. Gesù nel vangelo esalta i piccoli che credono in lui (Mt 18,6). Vi è una qualità della fede che è propria dell’infanzia; quella fede che, pur passando attraverso le vicissitudini della vita, ha saputo mantenere la semplicità originale. La fede va all’essenziale: scopre come prima realtà la paternità di Dio-Amore. Essa ha l’istinto di questa realtà primaria come il bimbo che si abbandona fiducioso sul seno materno, fonte di vita, di protezione sicura e di riposo beatificante. La fede semplice è l’istinto divino di un figlio verso il suo papà, Dio. A noi adulti capita di smarrirci nelle nostre complicazioni e di perdere ogni curiosità nei confronti di Dio, mentre il bambino assedia continuamente il padre di domande e dimostra una grande avidità di conoscere. Quando Dio non suscita in noi interesse alcuno, quando orientiamo stancamente verso di lui la nostra preghiera e la nostra vita, è segno evidente che siamo vecchi. Quando invece abbiamo fame e sete di Dio, interesse vivo e avidità di conoscerlo, allora siamo veramente come i bambini di cui parla Gesù nel vangelo.
Noi uomini dell’era moderna sentiamo maggiormente le esigenze della fraternità umana a tutti i livelli. Ma come facciamo a considerare gli altri come nostri fratelli se prima non crediamo seriamente che abbiamo un padre comune, colui che giustamente invochiamo Padre nostro?
Dopo le parole « Padre nostro » diciamo « che sei nei cieli ». Queste ultime parole sono di un’importanza capitale. Senza di esse è impossibile comprendere in quale maniera e con quale orientamento di pensiero e di azione noi possiamo santificare il nome del nostro Padre, promuovere il suo regno e fare che nel mondo si compia la sua volontà. In un primo momento, questa espressione « che sei nei cieli » può dare un senso di delusione. Sembra che Cristo, dopo aver avvicinato Dio agli uomini, lo allontani di nuovo e immediatamente, e lo collochi fuori dal nostro mondo. Evidentemente dobbiamo comprendere nel modo giusto questa espressione.
La Bibbia usa i termini cielo e cieli in due accezioni diverse. La prima per indicare la realtà fisica del cielo; e insegna che il cielo, come la terra, appartiene a Dio che l’ha creato. Tuttavia, in questa realtà del cielo, la Bibbia riconosce pure un simbolo e da qui ne deriva la seconda accezione. Quello che noi vediamo alzando gli occhi, quello che scopriamo nell’immensità dei cieli creati, può evocare qualcosa dell’insondabile mistero e dell’infinito di un altro cielo: quello che noi chiamiamo dimora di Dio.
Quando noi diciamo « Padre nostro che sei nei cieli » designamo questa dimora. Per raggiungerla, Gesù, quando giunse la sua ora, dovette lasciarci, andandosene realmente (Gv 16,19-20), ma non ad abitare le profondità del nostro cielo fisico, al di là delle nebulose. La sua scomparsa dalla nostra vista significa che egli è passato da questo mondo al Padre (Gv 13,1), vale a dire che ha trasportato la sua umanità nell’amore, nella potenza e nella gloria di Dio; perché quest’altro mondo invisibile è appunto la pienezza di Dio, il possesso pieno e definitivo di Dio.
Se il Padre nostro ci ha fatto realmente suoi figli, noi apparteniamo a lui e al suo mondo fin d’ora, ed è sulla base dei valori di quel mondo che dobbiamo valutare i beni del mondo presente. Questa presenza del cielo di Dio avvolge tutta la nostra terra, la compenetra e la anima con la sua energia spirituale. Noi non la vediamo perché i nostri occhi non hanno ancora l’acutezza necessaria. Ma essa c’è, e alcuni la scoprono e ne restano illuminati. Per capirci potremmo fare un paragone con l’atmosfera che ci avvolge. In tutte le ore del giorno e della notte siamo immersi in un mondo di suoni. Miliardi di persone prima di noi hanno ignorato l’esistenza di queste onde. Cosi, fatte le dovute precisazioni, sono i non credenti nei confronti del mondo della fede. Per usare un altro paragone terra terra: i credenti hanno il transistor della fede sintonizzato sulle onde della trasmittente di Dio; gli altri non ce l’hanno e si meravigliano che i credenti possano captare realtà così misteriose: sono simili ai primitivi quando vengono introdotti nel mondo dell’elettronica o ai ciechi che non possono vedere la luce.
Questo mondo dell’amore e della gloria di Dio esiste; i credenti ne fanno esperienza e, a poco a poco, entrano più profondamente in esso e diventa loro familiare: diventa un valore grande, una realtà che convince, diventa l’unica realtà che conta e dà senso alla vita. Il credente fin d’ora fa una grande scoperta che gli altri faranno forse al termine della loro vita o al momento stesso della morte. E la scoperta è questa: la terra e il cielo nei quali abitiamo, con tutto quanto contengono, non hanno alcun senso e alcun valore se non come preludio al cielo di Dio, al cielo dell’amore e della vita eterna. Le realtà presenti hanno significato vero e definitivo se sono percepite e vissute nella fede, immerse nel mondo di Dio, nella realtà divina del Padre nostro che è nei cieli.
In altre parole dobbiamo vivere fin d’ora come veri figli di Dio e cittadini del cielo. L’apostolo Paolo ci esorta: « Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra » (Col 3,1-2).
Il giusto che vive di fede (Rm 1,17) valuta gli avvenimenti e le cose della vita presente secondo i criteri di Dio espressi nel vangelo di Cristo. I santi, prima di prendere delle decisioni, prima di fare qualcosa si chiedevano: « Quid hoc ad aeternitatem? », « A che cosa serve per l’eternità? Questa cosa serve per l’eternità? ». E, in base alla risposta ponderata della loro coscienza, agivano nell’unico modo intelligente: secondo la fede, secondo le valutazioni di Dio. In parole semplici: i santi facevano solo cose eterne, arricchivano davanti a Dio, come ha insegnato Gesù nel vangelo: « Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore » (Mt 6,19-21).
E per fare questo non occorre sfuggire al proprio stato di vita e alle proprie responsabilità di sposi, di genitori, ai propri impegni terreni, qualunque sia il campo di attività in cui si svolge la nostra vita, perché non si può diventare santi senza compromettersi con gli altri e per gli altri, come ha fatto Cristo e come farebbe Cristo al nostro posto.
Ma è proprio perché vogliamo impegnarci nell’unico modo giusto per il bene di questo mondo che la conversione al Padre che è nei cieli si impone con maggior forza e urgenza. Gesù Cristo non sarà amato, servito e annunciato sulla terra se non quando la terra sarà evangelizzata da veri cristiani, da cristiani che si riconoscono, nel più profondo della coscienza, autentici cittadini del cielo. Nella Lettera agli Ebrei leggiamo che i nostri antenati (Abele, Enoch, Noè, Abramo e Sara) vissero da stranieri e da pellegrini sopra la terra, aspirando ad una patria migliore, alla patria del cielo, alla città che Dio aveva preparato per loro (Eb 11,13-16).
Per essere testimoni credibili del mondo misterioso di Dio, del regno dei cieli, occorre che coloro che ci incontrano e vedono il nostro modo di vivere percepiscano con chiarezza che noi abbiamo trovato il tesoro nascosto e la perla di grande valore (Mt 13,44-46): il mondo dell’amore e della vita di Dio. Bisogna che essi vedano che noi usiamo del mondo presente come se in realtà non ne usassimo (1Cor 7,29-31). Che ci comportiamo da amministratori e non da proprietari dei beni di Dio: da amministratori distaccati da tutti i beni, compresa la vita che Dio ci ha dato, pronti a lasciare tutto e a considerare tutto come perdita e spazzatura a motivo di Cristo. Lo scrive l’apostolo Paolo: « Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo » (Fil 3,7-8).
Ma come è possibile questo? Come si può vivere da veri figli e da vere figlie di Dio nel mondo d’oggi?
Il vangelo ci risponde: « Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile a Dio » (Mc 10,27). Dobbiamo mantenere salda sino alla fine la fiducia che abbiamo avuta da principio (Eb 3,14): dobbiamo aver fiducia in Dio. All’origine di ogni amore si trova sempre questa scelta, senza calcoli e senza timore, con cui l’essere che ama si mette nelle mani dell’altro, si consegna all’altro per sempre. In ogni vero amore c’è sempre una grande speranza: quella di vedere realizzarsi, per mezzo di questo amore, le promesse della vita, i desideri e le attese.
Dobbiamo riscoprire, tra le tante, la grande devozione al Padre che è nei cieli: devozione fatta di atteggiamento interiore di fiducia e di speranza, come leggiamo nella prima Lettera di Giovanni: « Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui. Per questo l’amore ha raggiunto in noi la perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio; perché come è lui, così saremo anche noi, in questo mondo. Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore » (1Gv 4,16-18).
A chi mi chiede: « Che cosa hai fatto finora nella vita e che cosa pensi di fare in futuro? » vorrei poter rispondere con tutta sincerità: « Io ho creduto in Dio mio Padre, mi sono fidato completamente di lui e non ho avuto paura di lui; per il futuro desidero che questa fiducia nell’amore che il Padre ha per me diventi sempre più vera e definitiva ».
Prendiamoci la libertà e l’ardimento di chiamare Dio « Padre » ed egli realizzerà in noi questa familiarità con il suo mondo. Il Padre è in me e mi dà il gusto delle cose di Dio e la capacità di credere che io sono amato da lui e che il mio avvenire sarà un’eternità d’amore beato in lui.
Perché questo non resti un bel sogno, ma diventi la realtà più reale, dobbiamo accogliere l’invito di Gesù a ridiventare come bambini nell’umiltà e nella semplicità della fede. Perché solo l’umiltà e la fede semplice ci consentono di chiamare, in tutta verità, Dio « Padre nostro che sei nei cieli ». 

PREGHIAMO CON PAPA GIOVANNI XXXIII: VINCITORE DELLA MORTE

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/preghiamo_con_giovanni_xxiii_1.htm

PREGHIAMO CON PAPA GIOVANNI XXXIII

VINCITORE DELLA MORTE

O Gesù,
Salvatore e Redentore,
sii tu ora e sempre
l’amore nostro,
l’incoraggiamento perenne per noi,
e per quanti soffrono
per il tuo nome e per il tuo Vangelo,
vissuto e bagnato dal sacrificio
del sangue tuo. . .

Noi ti rinnoviamo l’impegno
della nostra fedeltà
nel fare onore alle responsabilità
che la nostra vita ci impone
nei rapporti di ordine religioso,
civile, sociale.

O Gesù, vincitore della morte
e del peccato,
noi siamo tuoi!
E tuoi noi vogliamo restare,
noi e le nostre famiglie
e quanto è a noi più caro e più prezioso,
negli ardori della giovinezza,
nella saggezza dell’ età matura,
negli inevitabili sconforti
e nelle rinunce della vecchiaia incipiente
e già avanzata; sempre tuoi.

Donaci la tua benedizione
e distribuisci in tutto il mondo
la tua pace, o Gesù,
come facesti riapparendo la prima volta
nel mattino di Pasqua
ai tuoi più intimi
e come continuasti a fare
nei successivi incontri nel Cenacolo,
sul lago, sulla via:
Nolite timere, ego sum, pax vobis…

PADRE NOSTRO non pentirti… (di Sergio Zavoli)

dal sito:

http://www.stpauls.it/jesus03/0206je/0206je10.htm

PADRE NOSTRO non pentirti…

di Sergio Zavoli

(giugno 2002)

Giornalista, scrittore e autore televisivo       
    
Duemila anni dopo la venuta di Cristo, la storia continua a presentarsi come una sequenza di errori e tragedie. Di chi la responsabilità? Dell’uomo? Di Dio? Da questi intensi interrogativi scaturisce l’appassionata poesia-preghiera che Zavoli propone in queste pagine.
A giudicare dalle tante tragedie che ci mettiamo alle spalle, sopraffatte da altre insorgenti, è dunque verosimile che presto non si parlerà più non solo del « Pirellone », che al confronto è poca cosa, ma neanche dell’11 settembre, sebbene sia stato detto da ogni parte che con quella data si era divisa in due la storia del mondo e nulla avrebbe più avuto il volto e il senso di prima, nonostante l’avvisaglia di nuovi attacchi. Potrebbe cadere la dimenticanza non solo sulle « torri gemelle » – a dispetto delle accuse al Presidente Usa, Bush, di leggerezza e d’imprevidenza – ma anche su Osama Bin Laden, del quale, proprio mentre ci si interessa sempre meno alla sua sorte, riappaiono immagini e proclami; sulla tragedia israelo-palestinese, che è sempre al punto d’essere risolta diplomaticamente, ma riproduce con tremenda puntualità le sue violenze, e via via, sulla minacciata punizione dell’Iraq, sul destino degli arsenali atomici, sulla cancellazione della centrale di Chernobyl – cito solo qualche titolo venutomi sotto gli occhi proprio oggi – etc. etc.
Ne parlavo con un autorevole costruttore di pace: monsignor Vincenzo Paglia, oggi amatissimo vescovo di Terni, uomo di grandi e non dimenticate mediazioni, a cominciare dal Mozambico, e di altrettanto impegno dispiegato fino a oggi in luoghi e situazioni che hanno tenuto in grave tensione Paesi e aree del mondo, come l’Algeria, il Kosovo, il Guatemala, e via così. Ci intrattenevamo sul perché, in mezzo a tutto, tornava a campeggiare la questione delle responsabilità dell’uomo e di Dio, o dell’uno e dell’altro separatamente.
È stato un discorrere alto, da parte sua, che chiamava in causa una quantità di atteggiamenti morali, civili, politici, religiosi su cui non si erano mai poste tante domande, insieme, dalla fine dell’ultimo conflitto. A cominciare da questa: per quale motivo, dopo duemila anni dalla venuta di Cristo, l’umanità continua a ripetere gli stessi errori? Che avesse ragione Bertrand Russel quando diceva che «l’uomo ha per destino quello di rinnegarsi continuamente»? Prendevamo atto che in un clima di drammatiche esasperazioni era stata fatta, nientemeno, l’ipotesi di una guerra santa, da dover subito proclamare, e qualcuno aveva rinnovato, addirittura, la tesi della morte di Dio. La morte o, in subordine, una misteriosa specie di latitanza!
Dopo quel dialogo, per me assai nutriente, mi sono affidato all’idea che Dio, considerando il nostro uso della creazione, ne abbia tratto il dubbio che la creatura prediletta non meritasse, per dir così, le sue aspettative! Occorreva, allora, considerare le cause di una delusione che ci lasciava in balia di noi stessi, cioè privi non solo della fiducia, ma persino delle certezze, del nostro creatore. Ne è nata una sorta di poesia che a Jesus hanno desiderato leggere e creduto di pubblicare.
  
—————————————–
Non perdere la fede in ciò che hai fatto,
Padre nostro,
non pentirti, non hai soffiato invano
sulla creta.
Non arrenderti, Padre, siamo figli invecchiati
nell’attesa di vederti arrivare
a mani piene,
di pregarti senza pagare il pegno,
di tradirti e non chinare il capo.
Non ritrarti, non rompere il disegno
di sfiorarci nel sogno con le mani,
non affidarti alle tue sole forze,
senza noi, le preghiere, i lamenti,
le bestemmie, persino gli abbandoni,
di chi saresti Padre?
Della mandria paziente, stupefatta
e inerte, dietro un pastore cieco per guida?
Non dolerti se abbiamo usato male
l’arbitrio: non ci volevi pronti a giocarci
la posta, te compreso?
Giobbe non fu paziente, lo lacerava
il dubbio che il dolore ci venisse
da te: tu ci sarai quel giorno,
si chiedeva, quando sapremo se sull’animo
nostro cadrà la saetta o la manna?
E noi, dies illa, a guardare chi passa
per la cruna, se davvero spartisci
sulla soglia i dannati voluti dalla storia o da te,
i privi anche di un solco disseccato
per coprire di polvere un talento
e aspettare il suo frutto
con il pianto per pioggia?
Stava nel tuo disegno il flauto
e lo stridio, la rapsodia e il tumulto,
duemila anni e tutto ha l’effusione
e i furori di prima,
Caino sul collo del fratello,
Sodoma e Gomorra, Erode, i roghi, i forni,
la pelle anche dell’anima,
il ventre dei ragazzi colmo d’odio e di ferro,
lo zolfo degli adulti che avvampa nelle occhiaie
di altri fanciulli,
la tua pietà scuoiata con le mani da chi ogni giorno
scava l’arena bianca dei morti d’ingiustizia
sempre e dovunque, fino alle torri
colpite nel costato, parrebbe, di Gesù,
risucchiate dentro il tuo pianeta,
e ancora sangue nella terra trina
di Abramo.
Perché tanto vento alla storia, e contarci i respiri?
Torna prodigo a noi, vieni alla porta
a darci conto della latitanza,
per le ferite chiedici gli unguenti,
sii malato, se lo sei, esigi il prezzo
dovuto al figlio tuo, noi pure
sapevamo del gallo quel mattino; ma rammenta,
ci avevi fatto per alzare quei legni, per i chiodi,
le spine, perché il peso gli schiantasse le ossa,
era tutto deciso.
Non pentirti del figlio, è in lui che ci somigli,
non volerci simili a te, rimani un Padre
sperso tra mondi alla deriva, spetta a noi rinnegarti.
Adesso che il creato geme nei cieli e nelle case
persino di Betlemme, non temere, saremo noi
a piantare sul Golgota gli ulivi
e l’uva nel deserto,
a strizzare i tracomi tra le dita,
a risvegliare i pesci storditi dalla luna,
a rigonfiare il pane nelle madie;
ma non cessare di darci
la tua paternità offerta e sperperata,
se tu sei tutto in tutti
non rovesciare la domanda,
non dire figlio mio, perché mi lasci solo?
Tu non puoi dubitare,
altrimenti saremmo nell’armento,
non sentiresti noi che ti diciamo Abbà,
Padre nostro;
se t’inganni su noi non hai la prova
di chi sei, diventi uno di noi in cerca
del suo padre, ti fai fratello privandoci di te.
Resta chi sei,
non rinunciare all’abissale dono
che pure hai concepito,
tu soltanto oltrepassi la morte,
scienza e filosofia stanno al di qua,
solo tu ci prolunghi nell’eterno,
la tua promessa immane.
Torna a lanciare arcobaleni,
è tempo di comete non di astri irritati,
non arroccarti nella lontananza, lasciaci
preparare corde e ganci per venire a salvarti,
portarti qui a vedere dove siamo risorti,
a svellere la croce e poi verso Gerusalemme
tutti insieme, con le palme agitate
al ciglio delle strade sui morenti e dentro il pugno
i chiodi da gettare nel Giordano.
Fa’ conto che si scali la tua luce,
ti si cinga di funi
per averti quaggiù,
Padre nostro che sei nei cieli;
perché così ti eleggo nel segno della croce,
ti faccio testimone in te di me,
m’imprimo su quei legni con due parole appena,
così sia.

preghiere per la quaresima (Paolo VI)

dal sito:

http://www.parrocchia-cambiano.it/riflessioni_preghiere_12.php

preghiere per la quaresima

(Paolo VI)

Tu, Gesù, con la risurrezione
hai compiuto l’espiazione del peccato;
ti acclamiamo nostro Redentore.
Tu, Gesù, con la risurrezione
hai vinto la morte;
ti cantiamo gli inni della vittoria:
sei il nostro Salvatore.
Tu, Gesù, con la tua risurrezione
hai inaugurato una nuova esistenza;
tu sei la Vita.
Alleluja!
Il grido è oggi preghiera.
Tu sei il Signore.

Publié dans:LA PREGHIERA ( AUTORI VARI) |on 2 avril, 2011 |Pas de commentaires »

Preghiera: quando l’uomo parla con Dio (Gianfranco Ravasi)

dal sito:

http://www.rodoni.ch/martini-ravasi/ravasi.html

GIANFRANCO RAVASI

Preghiera: quando l’uomo parla con Dio

«Il pregare è nella religione ciò che è il pensiero nella filosofia. Il senso religioso prega come l’organo del pensiero pensa». Questa dichiarazione del grande poeta romantico tedesco Novalis fa subito comprendere non solo quanto fondamentale sia la preghiera nell’esperienza religiosa, ma anche quanto sia arduo tentarne un profilo descrittivo. Anzi, un filosofo, il danese Søren Kierkegaard, non esitava nel suo diario a comparare il pregare al respirare: «Giustamente gli antichi dicevano che pregare è respirare. Qui si vede quanto sia sciocco voler parlare di un « perché ». Perché io respiro? Perché altrimenti muoio. Così con la preghiera». A lui faceva eco un teologo importante come Yves Congar che nella sua opera Le vie del Dio vivente ribadiva: «Con la preghiera riceviamo l’ossigeno per respirare. Coi sacramenti ci nutriamo. Ma, prima del nutrimento, c’è la respirazione e la respirazione è la preghiera». In questa linea è facilmente comprensibile come il pregare coinvolga tutto l’essere della creatura in una totalità ben espressa, ad esempio, dalle tecniche orientali di contemplazione « corporale » o nel tipico agitarsi dondolante dell’orante ebreo. Il quale, mentre prega, muove anche le giunture del corpo così da attuare quello che, in modo simbolico, aveva evocato lo stesso apostolo Paolo: «Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale» (Romani 12, 1). Un famoso mistico tedesco vissuto a cavallo tra il XIII e il XIV secolo, Meister Eckhart, sottolineava che «bisogna pregare con tanto fervore così da tener avvinte tutte le membra e le facoltà umane; orecchi, occhi, bocca, cuore e ogni senso e non cessare finché non si sente di voler essere uno con Colui che è presente e che preghiamo, con Dio». Ma si può anche andare oltre e ritenere con il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein che «pregare è pensare al senso della vita», come egli annotava nei suoi appunti del 1914-1916. Quando l’uomo si rivolge alla divinità cerca, infatti, non solo di penetrare nel mistero del suo interlocutore infinito, ma anche di scavare nel mistero della sua stessa esistenza. tentando di scoprirne un senso e un valore. In questa stessa direzione si potrebbe, allora, riprendere il giuoco di parole creato da un altro importante filosofo del Novecento, il tedesco Martin Heidegger, quando affermava che denken ist danken, cioè che pensare è ringraziare. Per questo si potrebbe condividere un’ultima affermazione teorica, quella del filosofo mistico ebreo Abraham J. Heschel, convinto che «pregare è la grande ricompensa dell’essere uomini». Ora, la preghiera rispecchia necessariamente la particolare visione di Dio dell’orante. Così, a una concezione « fredda » della trascendenza divina corrisponde una preghiera distante e striata dal timore e dal rispetto per l’inconoscibile volontà della divinità. Esemplare è il distacco tra il divino e l’umano marcato dall’orazione musulmana, specchio di un trascendentalismo teologico rigorosissimo. Ma già tra i Sumeri il dio Enlil era invocato così: «Le tue molte perfezioni fanno restare attoniti; la loro natura segreta è come una matassa arruffata che nessuno sa dipanare, è arruffio di fili di cui non si vede il bandolo» (Inno a Enlil, IX, 131-134). Anche nel mondo greco quel «Dio ignoto» che Paolo nomina durante il suo passaggio da Atene (Atti 17, 23) costringe l’orante a invocazioni « negative » come quelle evocate dalle Coefore di Eschilo: «Zeus, Zeus, che dico? Come comincerò» (v. 85). Ma è proprio nella stessa cultura greca che riusciamo a identificare uno splendido modello di spiritualità « calda » in cui il rapporto con Dio è intenso, diretto, personale. Intendiamo riferirci a quel gioiello stoico che è l’Inno a Zeus di Cleante (III secolo a. C.): i suoi trentanove esametri esaltano non solo l’onnipotenza e la giustizia divina, ma anche l’ordine cosmico a cui partecipa l’orante e la stessa « simbiosi », dalle iridescenze panteiste, che connette la divinità al fedele. È curioso ricordare che l’apostolo Paolo nel celebre discorso all’Areopago ateniese evoca il v.5 dell’inno di Cleante, affermando che in Dio «noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: « poiché di lui stirpe noi siamo »» (Atti 17, 28). Tale prospettiva domina nell’ambito biblico dove è facile incontrare frasi salmiche di questo tenore: «Sei il mio Signore, senza di te non ho alcun bene / Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio / Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto / Fuori di te nulla bramo sulla terra / Il mio bene è stare vicino a Dio» (Salmi 16, 2; 22, 10; 27, 10; 73, 25.28). L’invocazione aramaica abba’, papà, che sta alla radice del Padre nostro, la preghiera emblematica del cristiano, è un’illustrazione esemplare di questa intimità orante. A questo punto si potrebbero definire le tipologie della preghiera: esse occupano uno spettro di colori variegatissimo. Due, però, sono le tonalità dominanti: per continuare nel linguaggio cromatico, potremmo dire che si oscilla costantemente tra l’infrarosso della lode e l’ultravioletto della supplica. Entro questi due archetipi si raccoglie l’intera gamma delle orazioni e tutta la sua espressione letteraria. Da un lato, dunque, c’è il colore vivo e forte della lode, della glorificazione, dell’adorazione, del ringraziamento, dell’esaltazione, della celebrazione gioiosa, della contemplazione della divinità e delle sue opere. L’innologia, di taglio mistico, libera da interessi immediati e da richieste, popola tutte le religiosità e tutte le liturgie. «O Signore, nostro Dio, quant’è glorioso il tuo nome su tutta la terra! La tua maestà vorrei cantare lassù nei cieli balbettando come il fanciullo» è l’incipit del celebre Salmo 8 che canta il capolavoro di Dio, la creatura umana. Il Salmo 19 esalta il sole, come il 104, che però dipinge anche uno straordinario arazzo cosmico, mentre nel Salmo 63 è l’adesione totale a Dio a divenire sostanza orante: «O Dio, tu sei il mio Dio, fin dall’alba ti cerco, di te ha sete la mia gola, a te anela la mia carne come terra deserta, arida, senz’acqua / Il tuo amore val più della vita / Io esulto all’ombra delle tue ali». Ma si potrebbe attingere anche all’enorme repertorio delle invocazioni buddhiste e indiane, alle « aretalogie » greche di Ossirinco (Egitto) in cui si cantano le virtù e le perfezioni divine, alla reiterazione dei «novantanove bellissimi nomi di Allah», allo stesso Rosario cristiano: la ripetizione diventa coinvolgimento quasi estatico, «moto perpetuo», della lode, ascensione di luce in luce nel mistero infinito di Dio, contemplazione abbacinata. L’esordio del citato inno di Cleante suona così: «O più glorioso degli immortali, sotto mille nomi sempre onnipotente, Zeus, Signore della natura, che con la legge governi ogni cosa, salve! Perché sei tu che i mortali hanno la gioia d’invocare!» (vv. 1-3). Ma molto più estesa è la regione dalla quale sale il grido gelido e lacerante della supplica, l’ultravioletto della preghiera, che esprime il limite dell’uomo, le sue necessità, il « male di vivere ». Cesare Pavese nel suo diario Il mestiere di vivere annotava: «La massima sventura è la solitudine tant’è vero che il supremo conforto, la religione, consiste nel trovare una compagnia che non falla, Dio. La preghiera è uno sfogo come un amico». La lamentazione classica segue uno spartito strutturale di tipo triangolare, quasi comandato dalle circostanze: al presente amaro si oppone il passato e si prospetta il futuro radioso sperato; all’ »io » dell’orante sofferente si connette l’ »altro » che è il nemico e il male, mentre ci si affida al terzo personaggio decisivo, Dio, il Salvatore. Talora l’io e l’altro si trovano sovrapposti: è il caso delle confessioni del peccato (celebre è il Miserere, il Salmo 51) in cui il nemico si annida all’interno dell’orante stesso. Anche se non mancano suppliche senza speranza esplicita, simili quasi a un vano SOS lanciato verso Dio, imperatore impassibile relegato nel suo cielo dorato, è prevalente la certezza dell’ascolto finale, anche se dilazionato. «La divinità, infatti, non è insensibile alla giusta preghiera» dichiara Menandro (fr. 217), mentre Gesù aveva invitato a «chiedere per ottenere, a bussare» perché ci si aprirà, perché «qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome egli ve lo concederà» (Matteo 7, 7; Giovanni 15, 16).

La Repubblica — 10 aprile 2004

dalla messa del 14 febbraio 2011 : La preghiera dei Fedeli

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20110214.shtml

PREGHIERA DEI FEDELI

Santi Cirillo e Metodio sono stati mirabili messaggeri di pace, di bene e di salvezza presso i popoli slavi. Con la loro intercessione, preghiamo Dio Padre perchè aiuti la Chiesa a farsi tutta a tutti. Diciamo insieme:
Riunisci il tuo popolo, Signore.
Per la santa Chiesa: santifichi il mondo con l’efficacia della tua grazia. Preghiamo:
Per le nazioni dell’Europa: trovino nella fede in Dio e nei valori umani il sostegno all’unità e alla concordia. Preghiamo:
Per gli operatori della cultura: diffondiamo con forza e convinzione il bene presente in ogni popolo. Preghiamo:
Per i cristiani: si impegnino attivamente per cancellare le divisioni tra le Chiese. Preghiamo:
Per i popoli slavi: il loro profondo senso religioso li aiuti a sopportare le attuali difficoltà. Preghiamo:
Per i governanti: impegnino la loro opera per la libertà, la giustizia e la pace. Preghiamo:
Per noi che partecipiamo a questa eucaristia: il Cristo centro dell’universo ci liberi da ogni divisione e discordia. Preghiamo:
O Padre, in Cirillo e Metodio ci doni un modello e un invito alla missione; degnati ora di ascoltare queste nostre preghiere, perchè la Chiesa sappia sempre servirsi delle parole degli uomini per diffondere la tua Parola. Per Cristo nostro Signore. Amen.

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