Archive pour la catégorie 'PARROCCHIE E MISSIONI'

Lavorò con uomini e donne « in sinergia »

dal sito:

http://www.scuolamissionaria.it/Scout/Documenti%20vari/San%20Paolo_Lavor%C3%B2%20con%20uomini%20e%20donne_A.Colacrai.doc

Lavorò con uomini e donne « in sinergia »

Articolo di Angelo Colacrai in « Vita pastorale », n. 1/2006, pp. 97-99.

Per far nascere e crescere la Chiesa l’individuo, per quanto dotato, non basta. Sinergia è la parola chiave, inventata da Paolo, per la costruzione delle Chiese. Per la sua missione « a tutto tondo » egli non poteva fare a meno di uomini e donne fidati che trattò – e raccomandò di trattare – come apostoli e non come esecutori di ordini. Una lezione attualissima.

I1 vocabolario specifico sulla collaborazione nella Bibbia (synergeo-synergos), e quindi sulla sinergia, è quasi esclusivo di Paolo. Infatti, di un totale di 22 versetti con queste due parole – un verbo e un aggettivo sostantivato – solo 7 non gli appartengono. La prima volta che synergeo (« lavorare insieme a », « collaborare ») compare, in 2Esdra (o 4Esdra) 7,2, indica che nella ricostruzione del tempio di Gerusalemme ci furono persone ben disposte che « assistevano » i giudei rientrati dall’esilio. Lo stesso verbo è in 1Mac 12,1, che narra come « Gionata, vedendo che il tempo (kairos) opera (synergei) con lui », ne approfitta e sceglie uomini adatti da inviare a Roma per rinnovare l’amicizia con quel popolo. La « collaborazione » è una « occasione sinergetica ».
Similmente, in 2Mac 8,7, synergos (« collaboratore ») è riferito a « notte », ancora quindi a un tempo alleato, questa volta alle incursioni di Giuda contro i suoi nemici greci. Anche in 2Mac 14,5, synergos consiste in una « occasione complice » ma « della follia » di Alcimo, un tale che era stato prima sommo sacerdote e poi si era volontariamente contaminato con l’ellenismo.

Vecchio e Nuovo testamento

Finisce qui la serie di occorrenze di synergeo e di synergos nell’AT. Trattandosi di testi quasi sicuramente prodotti in greco, ci chiediamo se non sia di derivazione greca, e quindi pagana, la stessa idea o metodo della « collaborazione » o « sinergia ». Nel NT però, Mc 16,20 utilizza synergeo nella frase: « Operando insieme con loro il Signore », nel contesto della risurrezione di Gesù e della sua assunzione al cielo con contemporanea missione per gli undici: « Essi partirono e predicarono dappertutto », mentre il Signore confermava « la parola con i prodigi che 1′accompagnavano ». Apostoli e Cristo risorto costituiscono un’associazione in una sinergia continua e non condizionata da spazio e tempo.
Ancora fuori del corpus paulinum, nel NT synergeo compare anche in Gc 2,22: « La fede cooperava con le opere di lui » e « per le opere quella fede divenne perfetta ». San Giacomo porta ai suoi lettori l’esempio di Abramo per mettere in evidenza la tesi più volte ripetuta (2,18.20.26) per la quale senza opere la fede è morta, uccisa da un pietismo individualista quanto insufficiente. In questa nostra interpretazione di Giacomo può aiutarci Paolo che unisce spesso fede e agape, come in Gal 5,6 (cf 1Cor 13,2.13): in Cristo non è la circoncisione ebraica che conta né la libertà derivante dalla sapienza o coscienza greca, ma è « la fede che opera (energoumene) per mezzo della carità ».
L’agape (1 Cor 12,31-13,1-13) poi è il compimento di quel comandamento che, solo, riassume la legge di Dio: « L’amore non fa (ergazetai) nessun male al prossimo: compimento della legge è l’amore » (Rm 13,10). Amore e fede collaborano intimamente. Se non lo fanno, sono destinate a scomparire.
Un’ultima occorrenza di synergos fuori dei testi di Paolo è in 3Gv 1,8, in un invito di chi scrive ad « accogliere tali persone per cooperare alla diffusione della verità ». Ospitare itineranti è partecipare alla diffusione del Vangelo.

Nelle lettere paoline

Seguendo l’ordine tradizionale delle 6 lettere in cui l’apostolo Paolo parla di sinergia, il primo testo che incontriamo è Rm 8,28: « Sappiamo che tutto concorre (synergei) al bene di coloro che amano Dio ». Chi conosce e pratica Dt 6,5 (« Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore ») ha dalla sua parte tutti e tutto, la « collaborazione » di ogni creatura.
Paolo scrive la lettera ai Romani quasi sicuramente da Corinto, dove conobbe Aquila e Priscilla che, profughi da Roma, lo accolsero in casa per farlo lavorare con loro (At 18,2.26). Ora, in Rm 16,3, li chiama « collaboratori (synergous) in Cristo Gesù » ed esprime loro riconoscenza assieme a « tutte le Chiese dei gentili ». Ancora scrivendo ai Corinzi, forse da Efeso, Paolo aggiunge i saluti di Aquila e Priscilla e della Chiesa che si riunisce in casa loro (1Cor 16,19). Anche secondo 2Tm 4,19 Timoteo dovrà trasmettere i saluti di Paolo a questi due coniugi.
Nella lettera ai Romani i nomi propri con cui Paolo si rapporta sono almeno 38. Tra questi ci sono: Giudea, Gerusalemme, Roma, Asia, Acaia, Cencre, Macedonia, Illirico, Spagna, che segnalano i diversi spostamenti dell’apostolo dei gentili (cf Rm 11,13), ma i restanti sono di persone che egli conosce e saluta con gratitudine. L’intera comunità di Roma è invitata a partecipare a un vasto progetto missionario: « Quando andrò in Spagna spero, passando, di vedervi, e di essere da voi aiutato per recarmi in quella regione, dopo aver goduto un poco della vostra presenza » (Rm 15,24; cf 15,28).
Una domanda che la stessa lettera suscita è allora se Paolo, senza collaboratori, avrebbe potuto compiere la missione affidatagli dal Risorto (cf At 9; At 22 e At 26). In Rm 16,9, ancora chiede di salutargli « Urbano, nostro collaboratore in Cristo, e il mio caro Stachi ». In 16,21, trasmette invece ai Romani i saluti di « Timòteo mio collaboratore, e con lui Lucio, Giasone, Sosìpatro, miei parenti ». Pensiamo, con E. Randolph Richards, che a Paolo per scrivere, editare, copiare e inviare lettere fossero indispensabili i collaboratori, tanti e ovunque.
Numerose anche le donne
Ancora in Rm Paolo cita anche diverse donne: « Giulia e la sorella di Nereo » (16,15); « Maria, che ha faticato molto per voi » (16,6); « la carissima Pèrside che ha lavorato per il Signore » (16,12); « Trifèna e Trifòsa che hanno lavorato per il Signore » (16,12), vale a dire, per la Chiesa ovunque, come è chiaro nel caso di « Febe, nostra sorella, diaconessa della Chiesa di Cencre » (16,1).
In 1 Cor 3,9, affrontando divisioni dovute a schieramenti per Paolo, o per Apollo o per Cefa, Paolo definisce gli apostoli « collaboratori di Dio ». Descrive quindi la propria missione come collaborazione con Dio, esaltandosi ad esempio del Figlio di Dio, consapevole del valore alto del proprio lavoro, aggiogato com’è a Cristo come in un unico paio di buoi (cf 1 Cor 9,9). Un’ulteriore raccomandazione ai « fratelli » riguarda la famiglia di Stefana, « primizia dell’Acaia », i cui componenti hanno dedicato loro stessi al servizio della Chiesa. Paolo esorta i lettori a essere « deferenti verso di loro e verso quanti collaborano e si affaticano con loro » (1 Cor 16,15-16). La definizione dei collaboratori sembra ora quella di « fratelli » insieme nell’edificazione dell’unità della Chiesa (cf 1Cor 12,2-27).
In 2Cor 1,24, utilizzando il « noi » e non 1- »io », dichiara che « non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia ». Poco dopo, in 2Cor 6,1, ripresenta sé stesso e gli apostoli suoi collaboratori, come « collaboratori » di Dio, per riconciliare, assieme a Cristo, i Corinzi tra loro. Cerca anche, grazie « a Tito, mio compagno e collaboratore presso di voi » (2Cor 8,23), di migliorare i cattivi rapporti con alcuni Corinzi che non lo considerano apostolo. Nello stesso testo Paolo menziona altri « nostri fratelli », « delegati delle Chiese e gloria di Cristo ».
La collaborazione apostolica con Dio e con Tito dovrebbe sfociare in una riconciliazione, superando i conflitti che probabilmente vengono dalla tensione tra giudei e greci, come fa supporre la forte affermazione di 1 Cor 12,13: « In realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito ».
Con i Filippesi, invece, le relazioni sono buone. « Per il momento ho creduto necessario mandarvi Epafrodìto, questo nostro fratello che è anche mio compagno di lavoro e di lotta, vostro inviato per sovvenire alle mie necessità » (Fil 2,25). Epafrodito è un aiutante prezioso, letteralmente un « liturgo » e un « commilitone », forse nel combattimento per la propagazione della fede anche nella casa di Cesare (Fil 4,22), dove Paolo è probabilmente tenuto prigioniero. Anche Fil 4,3 presenta un’ambiguità interessante. Scrive Paolo: « prego te [chi?] pure, mio fedele « collaboratore » [oppure dobbiamo tradurre "Sizigo", un nome di persona che significa "socio; aggiogato allo stesso giogo"?], di aiutarle [Evòdia e Sìntiche], poiché hanno combattuto per il Vangelo insieme con me, con Clemente e con gli altri miei collaboratori, i cui nomi sono nel libro della vita ». I nomi di chi collabora sono scritti nella memoria eterna di Dio.
Anche ai Colossesi recettori della lettera sono indicate varie persone con meriti speciali: « Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Barnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni – se verrà da voi, fategli buona accoglienza – e Gesù, chiamato Giusto. Di quelli venuti dalla circoncisione questi soli hanno collaborato con me per il regno di Dio e mi sono stati di consolazione » (4,10-11). Marco, a causa del quale era finita, tempo prima, una grande collaborazione con Barnaba (At 15,37-39) è ora « collaboratore » di Paolo.
Nella 1Ts, forse il primo scritto del NT, Paolo annuncia con una certa solennità, usando il plurale: « Abbiamo inviato Timòteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel Vangelo di Cristo, per confermarvi ed esortarvi nella vostra fede » (3,2). Le decisioni importanti sono evidentemente discusse e adottate assieme.
Un esempio di « collaborazione » sono un testo all’inizio del biglietto inviato a Filemone e l’altro alla fine. All’inizio è scritto: « Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, e il fratello Timòteo al nostro caro collaboratore Filemone ». Poi, nel saluto a più voci diretto al solo Filemone: « Ti saluta Epafra, mio compagno di prigionia per Cristo Gesù con Marco [cf Co14,10], Aristarco [idem], Dema e Luca, miei collaboratori ». Strategia di Paolo è qui quella di mettere in buoni rapporti gli uni con gli altri, incrementando l’unità tra comunità e famiglie e individui diversi, chiamati tutti a collaborare con Dio per la crescita della Chiesa.
Negli scritti di Paolo, anche quindi senza prendere in considerazione gli Atti degli Apostoli, sono usati altri termini del vocabolario della collaborazione, spesso con sfumature atte ad approfondire la comunione ecclesiale e con Dio, oltre che con Paolo il quale, in fin dei conti, supera ogni barriera tra i credenti , nel Vangelo, come efficacemente ripete più volte (cf Rm 10,12 e, sopra, 1Cor 12,13): « Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù » (Gal 3,28).
Tra i termini che non abbiamo esaminato, c’è per esempio meris, « parte » (cf 2Cor 6,15; Col 1,12), il verbo koinoneo, « condividere, partecipare; mettere in comune » (cf Rm 12,13; 15,27; Gal 6,6; Fil 4,15; ITm 5,22); il verbo « edificare » ed « edificazione-costruzione » (Rm 14,19; 15,2; 1Cor 3,9; 14,3, 5, 12,26; 2Cor 5,1; 10,8; 12,19; 13,10; Ef 2,21; 4,12, 16, 29). Abbiamo trascurato i composti di « con+ » (syn- o meta) e l’elenco completo dei nomi associati in qualche modo a Paolo o presenti nelle 13 lettere.

Lezione valida per l’oggi

I testi esaminati bastano a convincerci di alcune cose importanti per Paolo e che potrebbero giustificare la scelta della collaborazione nell’edificazione della Chiesa di oggi. Sinergia è la parola chiave per la costruzione delle Chiese. Per la sua missione, orale o scritta, Paolo, collaboratore di Dio, ha collaborato con uomini e donne di culture diverse.
Dobbiamo presumere che per far nascere e crescere la Chiesa l’individuo non basta, per quanto dotato. La collaborazione è indispensabile come lo è stata per Cristo, che si è circondato di apostoli come Pietro e come Paolo, e per Dio che ha chiamato a collaborare con sé in una forma speciale Paolo. Allora la regola d’oro per l’edificazione ecclesiale non può essere che teologica: a partire cioè dall’Unità di tre Persone uguali e distinte.
Non si tratta pertanto di esaltare più un modello gerarchico, competitivo ed esclusivo, che crea rancori, e tra l’altro rallenta l’ecumenismo, quanto di valorizzare i carismi di tutti, in una comunione tra pari. Paolo insegna che anche i laici, uomini e donne, ebrei e greci, diversi da lui e privi della sua personale esperienza sulla via di Damasco, sono reali « collaboratori », « compagni d’armi », « apostoli » e non suoi discepoli a vita.
E del resto impensabile che, ragionando come collaboratore di Dio, Paolo pensi dall’alto in basso per sfruttare subordinati o esecutori dei suoi ordini, come meccanici trasmettitori della sua dottrina o delle sue personali convinzioni, anziché del Vangelo. Al di sopra di Pietro, di Apollo e di sé stesso – solo ministri di Dio – Paolo ha posto « voi », la Chiesa che è di Cristo, che è di Dio (1Cor 3,22-23). Ha anche elevato tutti i « fratelli » a collaboratori suoi e di Dio.

Angelo Colacrai

“CONSOLAZIONE NELLA TRIBOLAZIONE” (riferimento a: 2Cor 1,3-11, citazione di Rm, 8,26; Gal 4,19; Col 1,24)

dal sito:

http://www.sacrocuoreaigerolomini.it/documenti/consolazione.pdf

LABORATORIO DELLA FEDE
 
“CONSOLAZIONE NELLA TRIBOLAZIONE”

(riferimento a:  2Cor 1,3-11, citazione di Rm, 8,26; Gal 4,19; Col 1,24)
 
Venerdì 28 Marzo 2008 
 
 
Spesso Paolo si è soffermato a contemplare il mistero della sofferenza: quella dei credenti, la propria e quella della creazione, lasciandoci pagine di grande profondità come Rm 8,18-27, in cui con crescente intensità si assiste ai gemiti della creazione, a quelli dei credenti e persino a quelli dello  Spirito;  o  come  il  brano  che  introduce  la  2Cor  1,3-11  dove l’esperienza del pericolo di morte lo induce a benedire il Signore per la sua vicinanza nella consolazione. Ascoltiamo.
 
Lettura 2Cor. 1,3-11
 
Il dolore è inscritto nel DNA dell’esistenza umana… è dentro di noi… ogni giorno si muore un po’.  Il messaggio cristiano non pretende di risolvere il dolore né la tragicità del vivere, ma lo rende persino più evidente sino a concepire in esso il coinvolgimento  misterioso  dello  spirito  che  “  intercede  con  gemiti inesprimibili  ” (cfr. Rm 8,26). Quanti si avvicinano al messaggio cristiano con la richiesta-pretesa di risolvere o addolcire a buon mercato il senso
del dolore, sono destinati a restare delusi, perché questo non ne proclama la  liberazione  ma ne  illustra  l’attraversamento  con  percorsi  tortuosi  di coinvolgimento  e  condivisione.  Come  mai,  dunque,  color  che  sono  stati liberati dal peccato e dalla morte continuano a soffrire? (“non faccio il bene che voglio ma metto in pratica il male che non voglio” Rm. 7,19s). E perché la lotta contro il peccato, pur essendo in gran parte vinta a causa della  croce  di  Cristo  e  dell’azione  dello  Spirito,  prosegue  nella  loro esistenza? Ascoltiamo  la  risposta  di  Paolo  a  riguardo:  “  Ritengo  che  le  attuali sofferenze non contrastano con la gloria che dovrà essere rivelata in noi. L’attesa  della  creazione  è  in  ansia  per  la  rivelazione  dei  figli  di  Dio… sappiamo che tutta la creazione congeme e consoffre fino ad ora nelle doglie del parto. Non soltanto, ma anche noi che possediamo la primizia dello  Spirito  gemiamo  in  noi  stessi,  mentre  siamo  in  attesa  della figliolanza, della redenzione del nostro corpo  ” (Rm 8,15-23). I credenti danno voce alla sofferenza e al gemito della creazione per condividerli, nell’attesa della redenzione definitiva, con la loro esperienza del dolore. 
 
La prossimità di Dio
 
Nella benedizione che introduce la 2Cor, Paolo ringrazia il Signore per la sua prossimità in un momento di estremo pericolo: ricorda che poco prima, nella provincia romana dell’Asia (forse ad Efeso) ha rischiato di morire per una sentenza di morte che gli era stata comminata.  Diremo: non c’era più  nulla  da  fare!  Ma  il  Signore  lo  ha  liberato  da  tale  situazione
permettendogli di riprendere la corsa del proprio ministero a favore del Vangelo. Nel momento della sofferenza il Signore gli è stato vicino e lo ho consolato  con  la  sua  presenza  paterna:  si  è  chinato,  come  il  buon samaritano, e “  ha versato sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della  speranza  ”.  La  consolazione  che  Paolo  ha  ricevuto  ha  superato  la tribolazione che lo ha rafforzato ed esortato a riprendere il cammino con
rinnovata energia.  L’esperienza del dolore è terribile perché può indurre alla perdita della
dignità umana, ma in tali occasioni la vicinanza consolante di Dio diventa il punto  fermo  che  orienta  nel  tunnel  buio  del  dolore.  Il  cristianesimo diventa  così  non  la  religione  dei  vinti  o  di  chi  sconfitto  si  aggrappa  al sonno, ma un imparare ogni giorno a confidare in Lui per riconoscerlo come unica  certezza  nelle  tribolazioni.  Tuttavia  chi  non  si  educa
quotidianamente  a  riporre  in  Lui  la  propria  speranza,  soprattutto  nel tempo della gioia e della serenità, non sarà capace di riconoscerlo come il consolatore nel momento del dolore e della tristezza. Bisogna educarsi ogni  giorno  a  convivere  con  il  dolore  e  a  maturare  nella  fiducia  per  il Signore che consola pur nel silenzio più assordante della sua presenza.
 
Verso la condivisione della sofferenza
 
L’esperienza  del  dolore  trasforma  di  una  trasformazione  molto  più radicale di quanto sia quella prodotta dall’amore. Il credente sperimenta nel dolore una misteriosa condivisione alla croce di Cristo o per meglio dire partecipazione alle sue sofferenze. Per Paolo poi questa condivisione viene  percepita  come  una  delle  credenziali  più  importanti  e  reali  che
gratifica  il  suo  ministero  di  apostolo  di  Cristo.  È  di  fronte  al  suo lamentarsi la risposta di Cristo diventa per lui conferma: ”  ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si compie nella debolezza  ” (2Cor. 12,9). A motivo di tale garanzia altrove Paolo affermerà: “  siamo infatti tribolati da  ogni  parte,  ma  non  schiacciati;  siamo  sconvolti  ma  non  disperati;   
perseguitati ma non abbandonati; colpiti ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la necrosi di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifestata nella nostra carne mortale” (2Cor 4,8-11).    La partecipazione alla morte –resurrezione di Cristo non si realizza in un momento né avviene fuori di noi, ma occupa lo spazio di tutta un’esistenza e  si  compie  nelle  profondità  del  nostro  vissuto.  Ecco  perché  Paolo  non parla  semplicemente  di  morte  di  Cristo  ma  di  necrosi  che  esprime  un progressivo  e  lento  morire  dell’essere.  Paolo  inoltre  motiverà  la
condivisione  della  necrosi  e  della  vita  di  Gesù:  ”  affinché  noi  possiamo consolare  coloro che  sono i  ogni  tribolazione  ”  (2Cor1,4).  La  sofferenza allora rende più fratelli e dona la capacità di farsi carico delle sofferenze altrui. Alla luce di tutto questo penso proprio che uno dei ministeri che abbiamo  bisogno  di  riscoprire  nelle  nostre  comunità  è  quello  della consolazione, citato d Paolo in Rm  12,8: non sappiamo più condividere le gioie e le sofferenze degli altri , reclinati come siamo su noi stessi. 

Maria modello di gestazione
 
Paolo rivolgendosi ai cristiani della Galazia dirà: “  figli miei che di nuovo genero  nel  dolore  finchè  non  sia  formato  in  voi  Cristo  ”  (Gal  4,19).  Il dolore  dei  credenti,  come  di  tutti  gli  esseri  umani,  appartiene all’imperscrutabile disegno divino; la finalità più alta di questo dolore si esprime  nell’aiutare  gli  altri  nel  corso  della  gestazione  di  Cristo  in  se stessi.  Esemplare  a  riguardo  è  il  percorso  della  gestazione  di  Maria, madre di Gesù, realizzato dallo Spirito. Sant’Agostino nel   De Verginitate 3,3   affermerà: “  il fatto di essere madre non sarebbe servito a nulla a Maria se non avesse portato Cristo più felicemente nel cuore che nella carne  ”.  Lo  stesso  Spirito  che  ha  adombrato  Maria  con  la  sua  potenza, adombra la vita della Chiesa e di ogni credente perché Cristo sia formato in noi: se Cristo non si forma in noi e non assumiamo la sua forma, non si realizza alcuna trasformazione cristiana, ma si verificano aborti continui. Non  a  caso  Sant’Ambrogio  conclude  la  propria  riflessione  sui  misteri scegliendo la madre di Gesù come modello esemplare di gestazione per Cristo: “se dunque lo Spirito Santo scendendo sopra una vergine operò il concepimento e compì la funzione generativa, non si deve certo dubitare che lo Spirito, scendendo sul fonte o su quelli che ottengono il Battesimo, operi la realtà della rigenerazione” (I misteri 59). 
Non è difficile partecipare alla vita della Chiesa quando siamo ben accolti o quando ci  è riservato lo spazio che si adatta alle nostre qualità umane, alle nostre attitudini o per meglio dire quando si adatta ai carismi ricevuti dallo  Spirito.  Diventa  quanto  mai  arduo  invece,  sentirsi  membra  della comunità quando non siamo abbastanza corrisposti o quando non lo siamo affatto! Proprio in questi frangenti diventa evangelico “  spendersi  ” per gli altri  (cfr.  2Cor  12,15)  con  tutte  le  incomprensioni  che  il  dono  di  sé comporta:  “  perciò  sono  lieto  delle  sofferenze  che  sopporto  per  voi  e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del  suo  corpo  che  è  la  Chiesa  ”  (Col.  1,24).  Al  culmine  di   addio  monti…Alessandro Manzoni scriverà che Dio “  non turba mai la gioia de’ suoi figli,
se non prepararne loro una più certa e più grande  ” (I promessi sposi 8).
 
Con  don  Tonino  Bello  facciamo  nostro  il  gemito  umano  di  chi  soffre  e
invoca Maria:
 
Santa Maria, vergine della notte,
noi ti preghiamo di starci vicino
quando incombe il dolore,
e irrompe la prova,
e sibila il vento della disperazione,
e sovrastano sulla nostra esistenza il cielo nero degli affanni,
o il freddo delle delusioni,
o l’ala severa della morte.
Liberaci dai brividi delle tenebre.
Nell’ora del nostro Calvario,
Tu, che hai sperimentato l’eclissi del sole,
stendi il tuo manto su di noi,
sicché, fasciati dal tuo respiro,
ci sia più sopportabile la lunga attesa della libertà.
Alleggerisci con carezze di madre
la sofferenza dei malati.
Riempi di presenze amiche e discrete
il tempo amaro di chi è solo.
Non ci lasciare soli nella notte a salmodiare le nostre paure.
Anzi, se nei momenti dell’oscurità ti metterai vicino a noi
e ci sussurrerai che anche Tu,
vergine dell’avvento,
stai aspettando la luce,
le sorgenti del pianto si disseccheranno sul nostro volto.
E sveglieremo insieme l’aurora.
Così sia.
 

Noi predichiamo Cristo crocifisso: 1 Corinzi 1,18:2,5L

dal sito:

http://angelbel.altervista.org/Pensieri/FamigliaPaolina/predichiamocxcrocifisso.htm

Noi predichiamo Cristo crocifisso

cfr.: Don Roberto R.
Link: Esercizi Famiglia Paolina
 Pensieri

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Alla scuola di Paolo: 1 Corinzi 1,18:2,5L

La logica paradossale della croce
Le divisioni nelle nostre comunità sussistono perché siamo portati a porre il nostro vanto in noi stessi, nella nostra sapienza e nelle capacità umane. Così avveniva anche a Corinto per cui la storia si ripete davvero. Guardando all’esperienza di Paolo possiamo comprendere molto delle nostre stesse dinamiche in ambito comunitario ed ecclesiale.
Antidoto alle divisioni è la croce di Cristo quale modalità scelta da Dio nel suo agire costante dentro la storia dell’umanità. Dio ha agito così nel passato e intende continuare ad agire allo stesso modo anche oggi. Un bell’esempio l’abbiamo nella stessa vita dell’apostolo: pensiamo a tutti quei passi dove lui sperimenta la debolezza e poi arriva persino a vantarsi di essa per far trionfare la potenza e la forza di Dio (cfr in particolare2 Corinzi 12,1:10).
In 1,17 troviamo uno di questi esempi: Paolo si è presentato a Corinto non con un discorso sapiente, ma nel timore e nella trepidazione al fine di far propria la logica della croce di Cristo.
Tale logica è stoltezza per coloro che non vogliono riconoscerla, mentre per noi è manifestazione della potenza di Dio. Paolo gioca con i termini: c’è una sapienza e forza umane che si incrociano con una sapienza e forza che sono divine e che fra loro si diversificano enormemente. Anzi c’è un vero e proprio rovesciamento: chi segue la sapienza e la logica di questo mondo va in perdizione. Dio ha mostrato nulla e stolta la sapienza di questo mondo. Egli non disprezza le qualità umane positive dell’intelligenza e della sapienza, ma piuttosto l’utilizzo che se ne fa di esse. L’uomo infatti ha fallito non riconoscendo Dio attraverso il creato e quindi Dio critica la sapienza umana che non è stata ben valorizzata. Visto il fallimento, Dio è ricorso alla stoltezza della predicazione per salvare l’umanità.

Rispetto alle due modalità dei greci (alla ricerca della sapienza) e degli ebrei (alla ricerca di miracoli) Paolo propone la modalità della predicazione incentrata su Cristo crocifisso: lui è scandalo e stoltezza in quanto uno che muore in croce per salvare non è né logico né sapiente. Eppure per i chiamati da Dio in Cristo crocifisso si manifesta tutta la potenza e la sapienza di Dio.
« II perno attorno cui ruota tutto il discorso di Paolo è l’antitesi tra ciò che cercano gli uomini, sia i giudei che i greci, e Cristo crocifisso, proclamato come evangelo dai predicatori cristiani. Questo annuncio paradossale, chiamato `stoltezza’, rimanda all’iniziativa di Dio che sconvolge radicalmente i criteri di valutazione umana riguardo alla sapienza e alla forza »1.
AI v.25 abbiamo un’affermazione di principio che precisa il carattere paradossale dell’agire di Dio: ciò che appare come stoltezza risponde ad una logica diversa per cui la sua potenza si manifesta nella debolezza.
Da quanto affermato fin qui derivano delle considerazioni (« considerate… fratelli ») che riguardano la comunità e lo stesso apostolo quasi a suggellare con degli esempi concreti i principi espressi prima:
Nella comunità (2 Corinzi 1,26:31) non ci sono sapienti, potenti o nobili: indicazione preziosa della composizione della comunità. Non ci sono persone superdotate, ma cristiani semplici e per lo più di basso rango sociale (scaricatori di porto, schiavi, ecc.) però scelti da Dio (tre volte) perché questo è nel suo stile e perché nessuno possa gloriarsi. AI v. 30 troviamo varie definizioni di Gesù che esplicitano le sue prerogative nei confronti nostri e della nostra santificazione. Ogni vanto quindi deve essere solo nel Signore.
Dall’esperienza di Paolo (2,1-5) si ricava che la sapienza umana serve, ma non deve sostituire la centralità della croce di Cristo. Egli infatti è arrivato a Corinto debole e si è affidato allo Spirito e alla sua potenza. Egli, nella sua debolezza, si è mostrato quale icona di Cristo crocifisso.

Debolezza preziosa

Proviamo a trarre alcune conseguenze per noi e la nostra realtà di apostoli della comunicazione che operano nel mondo di oggi. Se è vero che siamo in continuità con l’apostolo Paolo dobbiamo predicare alla sua maniera il Cristo crocifisso e la logica della croce. Non solo: se intendiamo veramente ispirarci a lui dobbiamo imitarlo nel conformarci anche noi alla logica della croce. È Paolo stesso che ci dice di diventare suoi imitatori come lui lo è di Cristo (cfr 1 Corinzi 4,16 e 11,1).
L’evangelizzatore deve assumere uno stile di vita che sia assolutamente conforme a quanto propone. E’ infatti la sua testimonianza di vita e di comportamento che rende credibile il suo messaggio. Urge quindi che sappiamo uscire da noi stessi, che sappiamo donarci e perderci al pari di Gesù e di Paolo tralasciando ogni ricerca di successo, di sapienza, di riuscita e sicurezza umana.
Nel nostro fare apostolato dobbiamo affidarci maggiormente alla forza dello Spirito santo (cfr 2,4): è questo il vero grande segreto dell’apostolo. Allora la debolezza e il timore ci vogliono, anzi sono indispensabili e necessari perché ci tengono al nostro posto di semplici collaboratori e ausiliari, mentre ci inducono a lasciar emergere tutta la potenza di Dio.
In conclusione allora possiamo dire che il vero antidoto alle divisioni è proprio la logica della croce. Esse restano se perseguiamo la sapienza umana. Nella logica della croce invece contempliamo il dono, la rinuncia fino alla morte per amore, per dare vita all’altro…

Esercizio:

Valorizzo, all’interno della comunità, le mie qualità dí intelligenza, memoria, fantasia, ingegno ecc. oppure le « custodisco « gelosamente?
Credo che nella mia debolezza passa la potenza di Dio in Cristo Gesù?
Potrebbe il « mezzo » della mia intelligenza aver sostituito il « fine » che è la predicazione, così da farmi tendere a far sfoggio della mia sapienza piuttosto che presentare Cristo? Quanto la preghiera mi aiuta a vigilare in questo?

Don Roberto Roveran (Da: VOI SIETE CORPO DI CRISTO)
Don Roberto ssp

Due raccomandazioni su S. Paolo

Ho scoperto – ossia io non lo conoscevo – un’altro « innamorato di San Paolo, il beato Giuseppe Allamano, fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata, vi presento qualcosa, la storia di Giuseppe Allamano nello stesso sito, dal sito:

http://giuseppeallamano.ismico.org/index.php?option=com_content&task=view&id=992&Itemid=1.

Due raccomandazioni su S. Paolo     

Scritto da p. Francesco Pavese, imc 
  
Wednesday, 03 September 2008 17:00 

Per concludere le riflessioni sul rapporto tra il Fondatore e S. Paolo, può essere interessante soffermarci ancora su due speciali raccomandazioni che il nostro Padre ci ha fatto diverse volte: anzitutto, la necessità di seguire S. Paolo come maestro di “perfezione apostolica”; poi l’importanza di leggere e studiare le sue lettere.

1. S. Paolo guida per un cammino di santità. Da quanto abbiamo riflettuto nei tre mesi precedenti risulta evidente come il Fondatore ritenesse S. Paolo maestro e modello di santità. Qui sintetizziamo il messaggio che ha voluto trasmetterci. Valorizzando il testo di 1Ts 4,3, ecco l’enunciazione di un principio basilare: «S. Paolo diceva ai cristiani di Tessalonica: È volontà di Dio che tutti siate santi». […]. Ma non in qualsiasi modo, di una santità solo esterna, e con i mezzi diversi da quelli insegnati; – seguendo e praticando quanto Egli loro aveva insegnato ed i precetti che loro aveva dato da parte di N.S. Gesù Cristo». In un’altra occasione: «Bisogna, dice S. Paolo, che operiamo la nostra santificazione con amore e timore. Prima con amore, ma quando questo non basta più, anche con timore».

Sappiamo che la proposta del Fondatore per la santità è costante, possiamo dire dal primo all’ultimo giorno della sua attività di educatore. Era in piena sintonia con S. Paolo anche su questo punto. Alle suore, durante gli esercizi spirituali, diceva: «Coraggio, fatevi tutte sante. Non è mica gelosia, sapete! S. Paolo diceva: Emulatevi nella santità: “Aspirate ai carismi più grandi (1Cor 12,31)”».

Per il Fondatore, la santità missionaria, a volte, coincide con la fedele corrispondenza alla vocazione. Ecco la sua esortazione a commento del testo paolino di 2Cor 6,1: «”Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio”: Io la applico a voi e dico: Voi non avete solo ricevuto la grazia della fede, non solo la grazia di questo tempo quaresimale, ma la grazia della vocazione, e che grazia è questa! Vocazione religiosa all’apostolato. Come dice S. Paolo, per carità non ricevete a inutilmente». Altre volte la santità coincide con l’adesione alla volontà di Dio. Oltre a quanto abbiamo sentito su questo aspetto in altro contesto, ascoltiamo questa esortazione molto decisa: «Per farci santi dobbiamo avere una volontà piena, costante; dobbiamo volere sul serio. S. Paolo appena sentì la voce del Signore sulla via di Damasco, non ha mica detto: Sì, voglio, ma adagio!… No, no; rispose subito con piena volontà: Signore che cosa volete che io faccia?».

Il 16 febbraio 1919 (allora era la Domenica di Settuagesima), il Fondatore ha fatto una lunga conferenza commentando il testo di 1Cor 9, 24ss, che inizia: «Non sapete che nelle corse tutti corrono, ma uno solo conquista il premio?». Nei volumi delle conferenze ai missionari non risulta che le parole del Fondatore siano state riprese da qualcuno. Per riportare il pensiero del Fondatore, mi riferisco, perciò, ai volumi delle conferenze alle missionarie. Dopo avere lungamente commentato il testo, il Fondatore trae delle conseguenze, che indicano un vero cammino di perfezione. Eccone una sintesi: «Da questa epistola noi possiamo dedurre tre cose: 1° – Come fare a correre? Per correre bene prima di tutto bisogna tenere ben fisso il fine per cui corriamo. […]. Dunque vedete, non bisogna mai dimenticare il fine per cui siamo su questa terra. […]. 2° – Bisogna camminare con energia. Lo dice S. Paolo: correte, ma in modo da riuscire i primi per aver la vittoria.[…]. Vedete, in questo noi manchiamo molto. Noi corriamo qualche giorno, massime dopo gli Esercizi Spirituali; e dopo la S. Comunione siamo ferventi nelle prime ore del mattino e poi… […]. Bisogna correre sempre; Lui, S. Paolo, non camminava, ma correva addirittura. Costi quel che vuole, bisogna riuscire! […] Dunque, ci vuole energia: il Paradiso non è per quelli molli. Ci son di quelli che si fermano tutti i momenti. 3° – Siccome è una lotta e la lotta fa sudare, bisogna che facciamo dei sacrifici.[…]. Fate come questo grande Santo che […] rendeva schiavo il suo corpo, non lasciava che questo comandasse all’anima».

La conclusione su questo aspetto può essere questa domanda del Fondatore: «Possiamo noi dire […] con S. Paolo: vivo io, non sono più io che vivo, ma vive in me Gesù Cristo?».

2. «Leggete e gustate le lettere di S. Paolo». Che il Fondatore fosse entusiasta di S. Paolo e innamorato delle sue lettere, oltre da ciò che diceva, lo desumiamo dal fatto che, quando teneva le conferenze domenicali, vi ricorreva abitualmente per attingere ispirazione o per rafforzare le proposte, di qualsiasi tema parlasse. Si pensi che dallo studio che sr. Rachelia Dreoni ha fatto sulle citazioni della S. Scrittura nelle conferenze alle Missionarie, risulta che il Fondatore è ricorso alle lettere di S. Paolo non meno di 520 volte. Solo nel volume “Così vi voglio” S. Paolo è citato dal Fondatore ben 88 volte.

Il 16 novembre 1913, prima di trattare il tema delle Costituzioni, il Fondatore è uscito in questa spontanea esclamazione a commento del breve componimento in inglese fatto da un allievo sulla prima lettura della Messa: «E sì! San Paolo è sempre San Paolo e dà una vita la parola di San Paolo!». Siccome S. Paolo era il «vero tipo del missionario», il Fondatore voleva che i suoi figlie e figlie si modellassero sulla personalità e sul pensiero dell’Apostolo. Ovviamente, ne conseguiva le necessità di familiarizzarsi con le sue lettere.

Tutti sappiamo quanto egli insistesse di studiare la S. Scrittura e, in particolare, le lettere di S. Paolo. Risentiamo con piacere le sue parole dirette. Ecco quanto ebbe a dire, il 18 gennaio 1928, come introduzione spontanea alla conferenza: «Oggi al 2° Notturno ci sono delle bellissime lezioni di S. Giov. Grisostomo: vorrei che le leggeste tutti qualche volta durante la settimana. Stamattina io mi fermavo su ogni parola, non andavo più avanti. S. Paolo bisogna leggerlo sovente: digerirlo, studiarlo bene. Io non avevo la fortuna che avete voi che lo studiate quasi tutto: io ho studiato l’Epistola Heb. come chierico; le altre le ho dovute studiare da me. Vi raccomando di meditare bene tutta la S. Scrittura […], ma sopratutto vi raccomando le lettere di S. Paolo e le altre apostoliche. Lì sopra si forma il vero carattere del missionario, esso dà uno spirito forte e robusto. Fate questa cura. Ascoltate il consiglio di S. Giovanni Grisostomo che dice che si è formato su S. Paolo, e difatti lo aveva digerito bene, e le sue opere ne sono piene». Anche in altra occasione il Fondatore incoraggiando allo studio della Sacra Scrittura, era ritornato sullo stesso esempio: «S. Giovanni Grisostomo, a forza di studiare S. Paolo, era un S. Paolo». Ripeteva: «Anche fra gli studi un po’ di tempo si trova [per leggere la S. Scrittura], e bisogna leggere, massime le lettere di S. Paolo.

Oltre a leggerle, bisogna amare e gustare le lettere di S. Paolo. Commentando il testo di 1Cor 4, 3-5, dove l’Apostolo dice «A me, però, poco importa di venir giudicato da voi […]. Il mio giudice è il Signore!», il Fondatore faceva questa conclusione: «Quindi non state a giudicare questo o quello, […]. Verrà il momento in cui il Signore sarà Lui a giudicare… Guardate com’è bello questo pezzo! Prendete affezione a queste lettere di S. Paolo; sono energiche, belle». Quanto il Fondatore disse ai ragazzi del piccolo seminario affidando S. Paolo come Patrono vale per tutti: «Dallo studio del Santo negli Atti degli Apostoli e nelle di Lui 14 lettere imparerete il vero zelo per farvi santi voi, e quindi salvare tante anime».

Invitando a studiare la S. Scrittura, diceva ancora: «Amiamola molto [la S. Scrittura], specialmente il S. Vangelo e le lettere di S. Paolo; bisogna prendervi affezione». Parlando della “mortificazione degli occhi”, concludeva la conferenza alle suore: «Voi avete bisogno di imitare S. Paolo; leggetele volentieri le sue lettere: sono una miniera».

A sentire il Fondatore, le lettere di S. Paolo hanno queste caratteristiche: “sono belle”, “sono energiche”, “sono una miniera”. Diventa logica la conclusione: non solo leggerle, ma “amarle”, “prendervi affezione”!

Maria capolavoro di Dio e nuova creatura: in Lei l’uomo contempla il suo vero volto. (sulla Redemptoris Mater, riferimenti a Paolo)

dal sito:

http://www.kolbemission.org/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/136

Chiamati ad essere santi e immacolati

Maria capolavoro di Dio e nuova creatura: in Lei l’uomo contempla il suo vero volto. (sulla Redemptoris Mater)
 
Pensati, amati e creati

   Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris Mater (n. 7-8) ci indica come la Chiesa interpreta il testo della lettera di san Paolo agli Efesini, dove l’apostolo dice: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo» (Ef 1,3). Parole che rivelano l’eterno progetto di Dio al cui centro emerge la figura di Gesù, il Verbo di Dio fatto uomo. L’Apostolo non ha dubbi sul credere che nel Cristo tutti siamo stati pensati, amati e creati perché Lui è l’inizio, il centro e il fine di tutta la creazione.
   L’Antico Testamento non si era posto la domanda sul fine della creazione. Essa era stata voluta da Dio e l’uomo, con il peccato, aveva condotto tutte le creature lontane da Dio, nella disarmonia con il Creatore. La venuta del Messia completò la rivelazione iniziata con Abramo e, grazie al dono dello Spirito Santo, la Comunità ecclesiale fu condotta verso una conoscenza sempre più piena del mistero di Dio e della creazione. E in questo mistero rifulge il disegno divino di espandere il suo amore a tutte le creature tramite un essere che fosse ad immagine e somiglianza di Dio.
   Questo essere è l’uomo e la donna, Adamo ed Eva che sono, come insegna da sempre la Chiesa, prefigurazione di Cristo e di Maria. Anzi, quando il Padre progetta il Figlio fatto uomo, in quel medesimo e unico progetto, quando pensa il «Figlio» allo stesso momento non può non pensare anche alla «Madre». Così, dice ancora Giovanni Paolo II, «Nel mistero di Cristo è presente, già « prima della creazione del mondo », colei che il Padre « ha scelto » come Madre del suo Figlio nell’incarnazione ed insieme al Padre l’ha scelta il Figlio, affidandola eternamente allo Spirito di santità» (Redemptoris Mater, n. 8).
   Maria, insieme al Figlio, sono la prima umanità che Dio ha amato, tanto che Maria è stata la prima creatura ad essere amata dal Padre con quello stesso amore che il Padre nutre per il Figlio. Si può allora dire che l’umanità è stata amata in Gesù e Maria, in coloro che sono i prototipi dell’uomo e della donna e a cui dobbiamo conformarci per essere in sintonia con il progetto di Dio. Ciò è testimoniato dalla saggezza dei santi che intuirono perfettamente che per realizzare la propria vocazione bisogna seguire le orme dei due grandi prototipi dell’umanità nuova, come ebbe a dire Francesco d’Assisi: «Io Frate Francesco piccolino voglio seguire la vita e la povertà dell’altissimo Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima madre e perseverare in essa sino alla fine» (Ultime volontà a Chiara).
  
Scoprire se stessi

   «Alla sequela di Cristo e Maria» divenne il motto di tutti coloro che hanno voluto impegnare la propria vita in pienezza. Amare, conoscere e imitare la coppia divina significa scoprire se stessi per potersi realizzare secondo Dio. È la convinzione della Chiesa che ha intuito come il mistero di Maria illumina il suo proprio mistero e viceversa. Ma il mistero di entrambe non è altro che l’unico mistero di Cristo, nel quale tutto trova il suo senso e il suo significato, perciò il Concilio Vaticano II poté affermare: «nel mistero del Verbo Incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» (Gaudium et spes, n. 22), assioma che venne completato da Paolo VI quando disse: «la conoscenza della vera dottrina cattolica su Maria costituirà sempre una chiave per l’esatta comprensione del mistero di Cristo e della Chiesa» ( Discorso di Paolo VI a chiusura del terzo periodo del Concilio Ecumenico).
   Tutte queste affermazioni si rincorrono per dire che le tre realtà: Cristo, Maria e la Chiesa sono le tre fondamentali chiavi di lettura della creazione, esse si intrecciano sul senso della vita dell’uomo, del suo ruolo nella storia e del suo rapporto con le creature. La Chiesa, pertanto, entra nella storia dell’umanità con il compito di evangelizzarne la cultura di ogni popolo, avendo sempre davanti a sé come modello il Cristo, uomo nuovo, e Maria la prima redenta, l’Immacolata, la «stella dell’evangelizzazione».
   È questa la ragione per cui la Comunità ecclesiale si sforza di conoscere il proprio mistero in quello di Cristo e della Madre. Infatti Maria e la Chiesa hanno lo stesso compito di condurre l’uomo a Dio, a quel Dio che ha donato il suo Figlio attraverso Maria. Noi, dice ancora Paolo VI, «lo abbiamo ricevuto da lei; se vogliamo perciò essere veri cristiani, dobbiamo riconoscere il rapporto essenziale, vitale, che unisce la Vergine a Gesù e che apre a noi la via che a lui conduce»(PAOLO VI, «Discorso al Congresso Mariologico Mariano Internazionale di Roma nell’Aula dell’Antonianum (16 maggio 1975)», Insegnamenti XIII (1975) 526). «Se vogliamo trovare Cristo, aveva detto san Bonaventura, prima dobbiamo avvicinarci a Maria»(BONAVENTURA DI BAGNOREGIO, «Commentarium in Lucam» (Opera Omnia VII) 52). Certamente il dottore francescano aveva in mente la chiesina di Santa Maria degli Angeli, dove la tradizione vuole che Francesco abbia voluto far scrivere «questa è la porta della vita eterna», così che Bonaventura aggiunse: «perché nessuno può entrare in cielo se non passa attraverso Maria come per una porta. Come Dio infatti venne a noi attraverso di lei, così bisogna che torniamo a Dio attraverso di lei»(Id., «Commentarius Evangelii S. Lucae» (Opera Omnia VII) 27).
  
Nell’amore

   La sua vita e la sua santità ci sono additate come modello a cui conformarci per poter raggiungere il Cristo, il senso della nostra esistenza. I santi non hanno dubbi! Per questo Massimiliano Kolbe ci indica che cosa dobbiamo fare: «Avvicinarci a Lei, renderci simili a Lei, permettere che Ella prenda possesso del nostro cuore e di tutto il nostro essere, che Ella viva e operi in noi e per mezzo nostro, che Ella stessa ami Dio con il nostro cuore, che noi apparteniamo a Lei senza alcuna restrizione: ecco il nostro ideale»(Gli scritti di Massimiliano Kolbe, eroe di Oswiecim e beato dalla Chiesa (Firenze 1975-1978) III, 475).
   Se l’Immacolata è stata la prima amata dal Padre dopo il Figlio e certamente la prima creatura amata dal Figlio, Lei diventa per noi la «maestra dell’amore» perché ci insegna come amare e come dobbiamo lasciarci amare da Dio.
   Se, come sottolinea la scuola francescana, Dio vive per amare e il senso della creazione è la dilatazione di questo amore, quando egli pensa al Figlio che si sarebbe fatto uomo in quello stesso istante pensa alla Madre che diventa così la prima creatura che dona al Creatore la gioia di poter donare il suo amore. Maria, nel progetto di Dio è pensata come colei che procura al Figlio la «gioia di poter amare» e poi di «poter essere amato».
   È così che «la gioia dell’amore» diventa il fondamento della natura umana. Questa gioia si ritrova nella tenerezza dei fidanzati, nell’amore della coppia, nell’affetto dei genitori verso i figli e viceversa e soprattutto nella carità che ogni persona deve nutrire verso ogni suo prossimo. Dio, infatti, ci ha progettati dall’eternità per essere «santi e immacolati al suo cospetto». Questo, come spiega l’Apostolo, si realizza in noi «nell’amore» (Ef 1,14), perché Dio ci ha creati per essere come Lui e con Lui: «Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4,16). L’uomo e la donna «santi e immacolati» sono coloro che si sono lasciati amare da Dio, riempire dell’amore, per poterlo donare agli altri e così dilatarlo a tutta la creazione.
   L’Immacolata Madre di Dio rifulge per essere stata la «prima amata», che ricevette un dono speciale, «preservata dal peccato originale», per poter accogliere in Lei lo stesso Figlio di Dio che, facendosi figlio dell’uomo, fece in modo che nel cuore umano potesse battere il cuore di Dio, così che l’uomo divenisse, in questa maniera, capace di amare come Dio ama.
   Kolbe ancora ci insegna che Maria è Immacolata perché «non ebbe mai nessuna macchia, cioè il suo amore fu sempre totale senza alcun detrimento, amò Dio con tutto il suo essere e l’amore la unì fin dal primo istante di vita così perfettamente con Dio». Essere immacolati, perciò, significa essere «totalmente amanti» di Dio a tal punto che Dio stesso viene a dimorare in noi e allora con l’apostolo Paolo potremo dire: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).
   Il senso del nostro essere santi e immacolati si trova proprio in questa capacità (nella nostra buona volontà) di volerci conformare in coloro che per primi sono stati amati e che per primi hanno amato. Essi sono i capostipiti di quella nuova umanità a cui noi tutti siamo stati predestinati se vogliamo che si realizzi il senso stesso della creazione.
 
Stefano M. Cecchin

Cristiani etiopici, come Paolo a scuola della croce (Gal 6,14)

dal sito:

http://www.missioni-africane.org/413__Cristiani_etiopici_come_Paolo_a_scuola_della_croce

Cristiani etiopici, come Paolo a scuola della croce

«Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6,14).

Paolo non ha conosciuto Gesù di Nazareth, non ha camminato con lui verso Gerusalemme e non l’ha visto morire sul Calvario. Tuttavia egli ha sostato a lungo ai piedi della croce, affascinato dal mistero che ne promana.

All’inizio del percorso quaresimale, vorrei chiedermi con voi: che cosa ha imparato Paolo alla scuola del Crocifisso? Penso che contemplando la realtà della croce, Paolo abbia scoperto la sua identità di credente, di apostolo e di padre.

Presso la croce Paolo è divenuto credente

Un uomo conquistato dall’amore del Figlio: «Mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,10). È un amore che lo affascina e commuove; un amore tanto vasto e profondo da «sorpassare ogni conoscenza» (Ef 3,17-19). La croce del Figlio diviene per lui il punto di partenza per penetrare nel cuore del Vangelo, nel mistero stesso dell’amore del Padre. La croce rivela il Padre come il Dio «per noi», poiché «Egli non ha risparmiato il proprio Figlio ma lo ha dato per tutti noi» (Rom 8,31-32). La croce, infine, àncora la fide di Paolo nella consapevolezza che nulla, neppure la morte, «potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore» (Rom 8,39).

Presso la croce Paolo è divenuto apostolo

L’amore lo «spinge» (2Cor 5,14) a percorrere i sentieri del mondo, perché ogni creatura possa conoscere la salvezza operata nella morte e risurrezione di Gesù. La croce lo conduci ad abbracciare la debolezza e la povertà del crocifisso (cf 1 Cor 1,23-24; 2Cor 6,10. 8,9) segnando il suo corpo e il suo destino: «porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (Gal 6,17). Il paradosso della croce determina il suo metodo missionario: annuncia Cristo con la stoltezza di una predicazione che nulla concede alle pretese del vanto umano – sia esso di marca giudaica o greca (1 Cor 1,22-23) – nella libertà da ogni desiderio di controllo e di successo: «ti basta la mia grazia: la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9).

Presso la croce Paolo è divenuto padre (1Cor 4,15)

Porta come «assillo quotidiano la preoccupazione per tutte le chiese» (2Cor 11 ,28), mentre soffre «i dolori del parto finché non sia formato Cristo» in coloro che chiama figli suoi (Gal 4,19). Con la parola, l’esempio, la preghiera e la generosità dell’amore si mette a servizio dei credenti (2Cor 4,5) affinché facciano propri «i sentimenti che furono in Cristo Gesù»: svuotamento, obbedienza, abbandono (Fil 2,5-6).

La centralità della croce nel pensiero e nella vita di Paolo, mi riporta a un luogo che mi ha educato ad amare la croce: l’Etiopia. Chiunque entri in contatto con il popolo etiopico, rimane colpito dal suo amore per la croce, rappresentata in molteplici forme dai suoi artisti. Negli uffici pubblici, per strada, nelle scuole… la gente ti chiede il dono di una croce. La festa del ritrovamento della vera croce è una delle maggiori solennità del Paese e persino la piazza principale della capitale è chiamata Meskel Square, piazza della Croce.

La croce etiopica

Ma la croce Etiopica è diversa da ogni altra croce: è una croce senza crocifisso, una croce gloriosa, simbolo di vittoria, di speranza, di futuro. Credo che questa croce sintetizzi la realtà del Paese: dilaniato da anni di guerra, da regimi totalitari, da lotte interne, dalla fame, dall’AIDS, dalla siccità o dalle troppe piogge; uno dei paesi più poveri del mondo e insieme un Paese che intravvede, nella croce, un’alba di risurrezione. Vivendo con la gente sono stata spesso colpita dalla forza presente in loro, dalla capacità di ricominciare sempre, dalla fede incrollabile in un Dio capace di guidare la storia verso un futuro di salvezza.

Ricordo un’intervista concessa da due docenti universitari, al rilascio da una lunga detenzione causata dal loro impegno in favore dei diritti umani. Con franchezza hanno ribadito le loro posizioni e accuse. Al termine, qualcuno ha chiesto se non avessero paura di parlare con tanta libertà. Hanno risposto: «Sappiamo in Chi abbiamo posto la nostra speranza» – aggiungendo – «Non vale la pena di impegnarsi per qualcosa, se non si è disposti a morire per questo».

Come il Centurione pagano sul Calvario, l’Etiopia riconosce nella croce la presenza di Dio e crede che nella morte del Figlio, e nella morte dell’uomo, Dio è presente con la forza dell’amore.

In questa luce vi auguro un cammino quaresimale segnato dall’ascolto della croce. La croce parla di rinuncia a ogni forma di potere, di svuotamento, d’incarnazione, di condivisione radicale della nostra realtà umana. Parla di non violenza, di perdono. Parla di riconciliazione, di un amore che non conosce limiti. Parla di solitudine, del silenzio del Padre, dell’abbandono degli amici. Parla di speranza, perché l’odio è stato distrutto dall’Amore. Ascoltiamola!

Di Nicoletta Gatti, in: Comunione e Missione, Bollettino del Centro Missionario diocesano di Trento, febbraio 2008

LETTERA AGLI EBREI: PERCHÉ LA LITURGIA TOCCHI LA VITA (PDF)

SOTTOTITOLO:

Cristo, l’unico sacerdote e il più grande:

 http://www.sanlorenzomartire.it/docs/catechesi/2007-08/ebrei.pdf

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