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GIOVANNI PAOLO II – IL VALORE DELL’IMPEGNO NELLE REALTÀ TEMPORALI (anche Paolo)

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GIOVANNI PAOLO II –

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 13 dicembre 2000 

IL VALORE DELL’IMPEGNO NELLE REALTÀ TEMPORALI (anche Paolo)

1. L’apostolo Paolo afferma che “la nostra patria è nei cieli” (Fil 3,20), ma non ne conclude che possiamo aspettare passivamente l’ingresso nella patria, anzi ci esorta ad impegnarci attivamente. “Non stanchiamoci di fare il bene – scrive -; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo. Come dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede” (Gal 6,9-10). La rivelazione biblica e la migliore sapienza filosofica concordano nel sottolineare che, da un lato, l’umanità è protesa verso l’infinito e l’eternità, dall’altro, essa è saldamente piantata sulla terra, entro le coordinate del tempo e dello spazio. C’è una meta trascendente da raggiungere, ma attraverso un percorso che si sviluppa sulla terra e nella storia. Le parole della Genesi sono illuminanti: la creatura umana è legata alla polvere della terra, al tempo stesso ha un “respiro” che la unisce direttamente a Dio (cfr Gn 2,7). 2. È ancora la Genesi ad affermare che l’uomo, uscito dalle mani divine, fu collocato “nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (2,15). I due verbi del testo originale ebraico sono quelli usati altrove per indicare anche il ‘servire’ Dio e l’‘osservare’ la sua parola, cioè l’impegno di Israele nei confronti dell’alleanza con il Signore. Questa analogia sembra suggerire che un’alleanza primaria unisce il Creatore ad Adamo e a ogni creatura umana, un’alleanza che si compie nell’impegno di riempire la terra, soggiogando e dominando i pesci del mare e gli uccelli del cielo e ogni essere che striscia sulla terra (cfr Gn 1,28; Sal 8,7-9).  Purtroppo spesso l’uomo compie questa missione a lui assegnata da Dio non come un artefice sapiente, ma come un tiranno prepotente. Alla fine si ritrova in un mondo devastato e ostile, in una società frantumata e lacerata, come ancora ci insegna la Genesi nel grande affresco del capitolo terzo, dove descrive la rottura dell’armonia dell’uomo con il suo simile, con la terra e con lo stesso Creatore. È questo il frutto del peccato originale, cioè della ribellione avvenuta fin dall’inizio al progetto che Dio aveva affidato all’umanità. 3. Dobbiamo, perciò, con la grazia di Cristo Redentore, rifare nostro il disegno di pace e sviluppo, di giustizia e solidarietà, di trasformazione e valorizzazione delle realtà terrestri e temporali, adombrato nelle prime pagine della Bibbia. Dobbiamo continuare la grande avventura dell’umanità nel campo della scienza e della tecnica, scavando nei segreti della natura. Occorre sviluppare – attraverso l’economia, il commercio e la vita sociale – il benessere, la conoscenza, la vittoria sulla miseria e su ogni forma di umiliazione della dignità umana.  L’opera creativa è in un certo senso delegata da Dio all’uomo, così che essa continui sia nelle straordinarie imprese della scienza e della tecnica, sia nel quotidiano impegno dei lavoratori, degli studiosi, delle persone che con le loro menti e le loro mani mirano a “coltivare e custodire” la terra e a rendere più solidali gli uomini e le donne tra loro. Dio non è assente dalla sua creazione, anzi “ha coronato di gloria e di onore l’uomo” rendendolo, con la sua autonomia e libertà, quasi suo rappresentante nel mondo e nella storia (cfr Sal 8,6-7). 4. Come dice il Salmista, al mattino “l’uomo esce al suo lavoro, per la sua fatica fino a sera” (Sal 104,23). Anche Cristo valorizza nelle sue parabole quest’opera dell’uomo e della donna nei campi e nel mare, nelle case e nelle assemblee, nei tribunali e nei mercati. La assume per illustrare simbolicamente il mistero del Regno di Dio e della sua attuazione progressiva, pur consapevole che spesso questo lavoro è vanificato dal male e dal peccato, dall’egoismo e dall’ingiustizia. La misteriosa presenza del Regno nella storia sostiene e vivifica l’impegno del cristiano nei suoi compiti terreni. Coinvolti in quest’opera e in questa lotta, i cristiani sono chiamati a collaborare con il Creatore per realizzare sulla terra una “casa dell’uomo” più conforme alla sua dignità e al disegno divino, una casa nella quale “misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno” (Sal 85,11). 5. In questa luce vorrei riproporre alla vostra meditazione le pagine che il Concilio Vaticano II ha dedicato, nella costituzione pastorale Gaudium et spes (cfr cc. III e IV), all’“attività umana nell’universo” e al “compito della Chiesa nel mondo contemporaneo”. “Per i credenti – insegna il Concilio – una cosa è certa: l’attività umana individuale e collettiva, ossia quell’ingente sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita, considerato in se stesso, corrisponde al disegno di Dio” (GS, 34).  La complessità della società moderna rende sempre più arduo l’impegno di animare le strutture politiche, culturali, economiche e tecnologiche che spesso sono senza anima. In questo orizzonte difficile e promettente la Chiesa è chiamata a riconoscere l’autonomia delle realtà terrene (cfr GS, 36), ma anche a proclamare efficacemente “la priorità dell’etica sulla tecnica, il primato della persona sulle cose, la superiorità dello spirito sulla materia” (Congregazione per l’Educazione Cattolica, In questi ultimi decenni, 30-12-1988, n. 44). Solo così si compirà l’annunzio di Paolo: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio… e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8,21).

 

«NON LASCIARTI VINCERE DAL MALE, MA VINCI CON IL BENE IL MALE» GIOVANNI PAOLO II GIORNATA PER LA PACE 2005

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II PER LA CELEBRAZIONE DELLA XXXVIII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2005

«NON LASCIARTI VINCERE DAL MALE, MA VINCI CON IL BENE IL MALE»

1. All’inizio del nuovo anno, torno a rivolgere la mia parola ai responsabili delle Nazioni ed a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, che avvertono quanto necessario sia costruire la pace nel mondo. Ho scelto come tema per la Giornata Mondiale della Pace 2005 l’esortazione di san Paolo nella Lettera ai Romani: « Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male » (12, 21). Il male non si sconfigge con il male: su quella strada, infatti, anziché vincere il male, ci si fa vincere dal male. La prospettiva delineata dal grande Apostolo pone in evidenza una verità di fondo: la pace è il risultato di una lunga ed impegnativa battaglia, vinta quando il male è sconfitto con il bene. Di fronte ai drammatici scenari di violenti scontri fratricidi, in atto in varie parti del mondo, dinanzi alle inenarrabili sofferenze ed ingiustizie che ne scaturiscono, l’unica scelta veramente costruttiva è di fuggire il male con orrore e di attaccarsi al bene (cfr Rm 12, 9), come suggerisce ancora san Paolo. La pace è un bene da promuovere con il bene: essa è un bene per le persone, per le famiglie, per le Nazioni della terra e per l’intera umanità; è però un bene da custodire e coltivare mediante scelte e opere di bene. Si comprende allora la profonda verità di un’altra massima di Paolo: « Non rendete a nessuno male per male » (Rm 12, 17). L’unico modo per uscire dal circolo vizioso del male per il male è quello di accogliere la parola dell’Apostolo: « Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male » (Rm 12, 21).

Il male, il bene e l’amore 2. Fin dalle origini, l’umanità ha conosciuto la tragica esperienza del male e ha cercato di coglierne le radici e spiegarne le cause. Il male non è una forza anonima che opera nel mondo in virtù di meccanismi deterministici e impersonali. Il male passa attraverso la libertà umana. Proprio questa facoltà, che distingue l’uomo dagli altri viventi sulla terra, sta al centro del dramma del male e ad esso costantemente si accompagna. Il male ha sempre un volto e un nome: il volto e il nome di uomini e di donne che liberamente lo scelgono. La Sacra Scrittura insegna che, agli inizi della storia, Adamo ed Eva si ribellarono a Dio e Abele fu ucciso dal fratello Caino (cfr Gn 3-4). Furono le prime scelte sbagliate, a cui ne seguirono innumerevoli altre nel corso dei secoli. Ciascuna di esse porta in sé un’essenziale connotazione morale, che implica precise responsabilità da parte del soggetto e chiama in causa le relazioni fondamentali della persona con Dio, con le altre persone e con il creato. A cercarne le componenti profonde, il male è, in definitiva, un tragico sottrarsi alle esigenze dell’amore (1). Il bene morale, invece, nasce dall’amore, si manifesta come amore ed è orientato all’amore. Questo discorso è particolarmente chiaro per il cristiano, il quale sa che la partecipazione all’unico Corpo mistico di Cristo lo pone in una relazione particolare non solo con il Signore, ma anche con i fratelli. La logica dell’amore cristiano, che nel Vangelo costituisce il cuore pulsante del bene morale, spinge, se portata alle conseguenze, fino all’amore per i nemici: « Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete dagli da bere » (Rm 12, 20).

La « grammatica » della legge morale universale 3. Volgendo lo sguardo all’attuale situazione del mondo, non si può non constatare un impressionante dilagare di molteplici manifestazioni sociali e politiche del male: dal disordine sociale all’anarchia e alla guerra, dall’ingiustizia alla violenza contro l’altro e alla sua soppressione. Per orientare il proprio cammino tra gli opposti richiami del bene e del male, la famiglia umana ha urgente necessità di far tesoro del comune patrimonio di valori morali ricevuto in dono da Dio stesso. Per questo, a quanti sono determinati a vincere il male con il bene san Paolo rivolge l’invito a coltivare nobili e disinteressati atteggiamenti di generosità e di pace (cfr Rm 12, 17-21). Parlando all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dieci anni or sono, della comune impresa al servizio della pace, ebbi a far riferimento alla « grammatica » della legge morale universale (2), richiamata dalla Chiesa nei suoi molteplici pronunciamenti in questa materia. Ispirando valori e principi comuni, tale legge unisce gli uomini tra loro, pur nella diversità delle rispettive culture, ed è immutabile: « rimane sotto l’evolversi delle idee e dei costumi e ne sostiene il progresso… Anche se si arriva a negare i suoi principi, non la si può però distruggere, né strappare dal cuore dell’uomo. Sempre risorge nella vita degli individui e delle società » (3). 4. Questa comune grammatica della legge morale impone di impegnarsi sempre e con responsabilità per far sì che la vita delle persone e dei popoli venga rispettata e promossa. Alla sua luce non possono non essere stigmatizzati con vigore i mali di carattere sociale e politico che affliggono il mondo, soprattutto quelli provocati dalle esplosioni della violenza. In questo contesto, come non andare con il pensiero all’amato Continente africano, dove perdurano conflitti che hanno mietuto e continuano a mietere milioni di vittime? Come non evocare la pericolosa situazione della Palestina, la Terra di Gesù, dove non si riescono ad annodare, nella verità e nella giustizia, i fili della mutua comprensione, spezzati da un conflitto che ogni giorno attentati e vendette alimentano in modo preoccupante? E che dire del tragico fenomeno della violenza terroristica che sembra spingere il mondo intero verso un futuro di paura e di angoscia? Come, infine, non constatare con amarezza che il dramma iracheno si prolunga, purtroppo, in situazioni di incertezza e di insicurezza per tutti?

Per conseguire il bene della pace bisogna, con lucida consapevolezza, affermare che la violenza è un male inaccettabile e che mai risolve i problemi. « La violenza è una menzogna, poiché è contraria alla verità della nostra fede, alla verità della nostra umanità. La violenza distrugge ciò che sostiene di difendere: la dignità, la vita, la libertà degli esseri umani » (4). È pertanto indispensabile promuovere una grande opera educativa delle coscienze, che formi tutti, soprattutto le nuove generazioni, al bene aprendo loro l’orizzonte dell’umanesimo integrale e solidale, che la Chiesa indica e auspica. Su queste basi è possibile dar vita ad un ordine sociale, economico e politico che tenga conto della dignità, della libertà e dei diritti fondamentali di ogni persona.

Il bene della pace e il bene comune 5. Per promuovere la pace, vincendo il male con il bene, occorre soffermarsi con particolare attenzione sul bene comune (5) e sulle sue declinazioni sociali e politiche. Quando, infatti, a tutti i livelli si coltiva il bene comune, si coltiva la pace. Può forse la persona realizzare pienamente se stessa prescindendo dalla sua natura sociale, cioè dal suo essere « con » e « per » gli altri? Il bene comune la riguarda da vicino. Riguarda da vicino tutte le forme espressive della socialità umana: la famiglia, i gruppi, le associazioni, le città, le regioni, gli Stati, le comunità dei popoli e delle Nazioni. Tutti, in qualche modo, sono coinvolti nell’impegno per il bene comune, nella ricerca costante del bene altrui come se fosse proprio. Tale responsabilità compete, in particolare, all’autorità politica, ad ogni livello del suo esercizio, perché essa è chiamata a creare quell’insieme di condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo integrale della loro persona (6). Il bene comune, pertanto, esige il rispetto e la promozione della persona e dei suoi diritti fondamentali, come pure il rispetto e la promozione dei diritti delle Nazioni in prospettiva universale. Dice in proposito il Concilio Vaticano II: « Dall’interdipendenza ogni giorno più stretta e poco alla volta estesa al mondo intero deriva che il bene comune … diventa oggi sempre più universale ed implica diritti e doveri che interessano l’intero genere umano. Pertanto ogni comunità deve tener conto delle necessità e delle legittime aspirazioni delle altre comunità, anzi del bene comune di tutta la famiglia umana » (7). Il bene dell’intera umanità, anche per le generazioni future, richiede una vera cooperazione internazionale, a cui ogni Nazione deve offrire il suo apporto (8). Tuttavia, visioni decisamente riduttive della realtà umana trasformano il bene comune in semplice benessere socio-economico, privo di ogni finalizzazione trascendente, e lo svuotano della sua più profonda ragion d’essere. Il bene comune, invece, riveste anche una dimensione trascendente, perché è Dio il fine ultimo delle sue creature (9). I cristiani inoltre sanno che Gesù ha fatto piena luce sulla realizzazione del vero bene comune dell’umanità. Verso Cristo cammina e in Lui culmina la storia: grazie a Lui, per mezzo di Lui e in vista di Lui, ogni realtà umana può essere condotta al suo pieno compimento in Dio.

Il bene della pace e l’uso dei beni della terra 6. Poiché il bene della pace è strettamente collegato allo sviluppo di tutti i popoli, è indispensabile tener conto delle implicazioni etiche dell’uso dei beni della terra. Il Concilio Vaticano II ha opportunamente ricordato che « Dio ha destinato la terra con tutto quello che in essa è contenuto all’uso di tutti gli uomini e popoli, sicché i beni creati devono pervenire a tutti con equo criterio, avendo per guida la giustizia e per compagna la carità » (10). L’appartenenza alla famiglia umana conferisce ad ogni persona una specie di cittadinanza mondiale, rendendola titolare di diritti e di doveri, essendo gli uomini uniti da una comunanza di origine e di supremo destino. Basta che un bambino venga concepito perché sia titolare di diritti, meriti attenzioni e cure e qualcuno abbia il dovere di provvedervi. La condanna del razzismo, la tutela delle minoranze, l’assistenza ai profughi e ai rifugiati, la mobilitazione della solidarietà internazionale nei confronti di tutti i bisognosi non sono che coerenti applicazioni del principio della cittadinanza mondiale. 7. Il bene della pace va visto oggi in stretta relazione con i nuovi beni, che provengono dalla conoscenza scientifica e dal progresso tecnologico. Anche questi, in applicazione del principio della destinazione universale dei beni della terra, vanno posti a servizio dei bisogni primari dell’uomo. Opportune iniziative a livello internazionale possono dare piena attuazione al principio della destinazione universale dei beni, assicurando a tutti — individui e Nazioni — le condizioni di base per partecipare allo sviluppo. Ciò diventa possibile se si abbattono le barriere e i monopoli che lasciano ai margini tanti popoli (11). Il bene della pace sarà poi meglio garantito se la comunità internazionale si farà carico, con maggiore senso di responsabilità, di quelli che vengono comunemente identificati come beni pubblici. Sono quei beni dei quali tutti i cittadini godono automaticamente senza aver operato scelte precise in proposito. È quanto avviene, a livello nazionale, per beni quali, ad esempio, il sistema giudiziario, il sistema di difesa, la rete stradale o ferroviaria. Nel mondo, investito oggi in pieno dal fenomeno della globalizzazione, sono sempre più numerosi i beni pubblici che assumono carattere globale e conseguentemente aumentano pure di giorno in giorno gli interessi comuni. Basti pensare alla lotta alla povertà, alla ricerca della pace e della sicurezza, alla preoccupazione per i cambiamenti climatici, al controllo della diffusione delle malattie. A tali interessi, la Comunità internazionale deve rispondere con una rete sempre più ampia di accordi giuridici, atta a regolamentare il godimento dei beni pubblici, ispirandosi agli universali principi dell’equità e della solidarietà. 8. Il principio della destinazione universale dei beni consente, inoltre, di affrontare adeguatamente la sfida della povertà, soprattutto tenendo conto delle condizioni di miseria in cui vive ancora oltre un miliardo di esseri umani. La Comunità internazionale si è posta come obiettivo prioritario, all’inizio del nuovo millennio, il dimezzamento del numero di queste persone entro l’anno 2015. La Chiesa sostiene ed incoraggia tale impegno ed invita i credenti in Cristo a manifestare, in modo concreto e in ogni ambito, un amore preferenziale per i poveri (12). Il dramma della povertà appare ancora strettamente connesso con la questione del debito estero dei Paesi poveri. Malgrado i significativi progressi sinora compiuti, la questione non ha ancora trovato adeguata soluzione. Sono trascorsi quindici anni da quando ebbi a richiamare l’attenzione della pubblica opinione sul fatto che il debito estero dei Paesi poveri « è intimamente legato ad un insieme di altri problemi, quali l’investimento estero, il giusto funzionamento delle maggiori organizzazioni internazionali, il prezzo delle materie prime e così via » (13). I recenti meccanismi per la riduzione dei debiti, maggiormente centrati sulle esigenze dei poveri, hanno senz’altro migliorato la qualità della crescita economica. Quest’ultima, tuttavia, per una serie di fattori, risulta quantitativamente ancora insufficiente, specie in vista del raggiungimento degli obiettivi stabiliti all’inizio del millennio. I Paesi poveri restano prigionieri di un circolo vizioso: i bassi redditi e la crescita lenta limitano il risparmio e, a loro volta, gli investimenti deboli e l’uso inefficace del risparmio non favoriscono la crescita. 9. Come ha affermato il Papa Paolo VI e come io stesso ho ribadito, l’unico rimedio veramente efficace per consentire agli Stati di affrontare la drammatica questione della povertà è di fornire loro le risorse necessarie mediante finanziamenti esteri — pubblici e privati — concessi a condizioni accessibili, nel quadro di rapporti commerciali internazionali regolati secondo equità (14). Si rende doverosamente necessaria una mobilitazione morale ed economica, rispettosa da una parte degli accordi presi in favore dei Paesi poveri, ma disposta dall’altra a rivedere quegli accordi che l’esperienza avesse dimostrato essere troppo onerosi per determinati Paesi. In questa prospettiva, si rivela auspicabile e necessario imprimere un nuovo slancio all’aiuto pubblico allo sviluppo, ed esplorare, malgrado le difficoltà che può presentare questo percorso, le proposte di nuove forme di finanziamento allo sviluppo (15). Alcuni governi stanno già valutando attentamente meccanismi promettenti che vanno in questa direzione, iniziative significative da portare avanti in modo autenticamente condiviso e nel rispetto del principio di sussidiarietà. Occorre pure controllare che la gestione delle risorse economiche destinate allo sviluppo dei Paesi poveri segua scrupolosi criteri di buona amministrazione, sia da parte dei donatori che dei destinatari. La Chiesa incoraggia ed offre a questi sforzi il suo apporto. Basti citare, ad esempio, il prezioso contributo dato attraverso le numerose agenzie cattoliche di aiuto e di sviluppo. 10. Al termine del Grande Giubileo dell’Anno 2000, nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte ho fatto cenno all’urgenza di una nuova fantasia della carità (16) per diffondere nel mondo il Vangelo della speranza. Ciò si rende evidente particolarmente quando ci si avvicina ai tanti e delicati problemi che ostacolano lo sviluppo del Continente africano: si pensi ai numerosi conflitti armati, alle malattie pandemiche rese più pericolose dalle condizioni di miseria, all’instabilità politica cui si accompagna una diffusa insicurezza sociale. Sono realtà drammatiche che sollecitano un cammino radicalmente nuovo per l’Africa: è necessario dar vita a forme nuove di solidarietà, a livello bilaterale e multilaterale, con un più deciso impegno di tutti, nella piena consapevolezza che il bene dei popoli africani rappresenta una condizione indispensabile per il raggiungimento del bene comune universale. Possano i popoli africani prendere in mano da protagonisti il proprio destino e il proprio sviluppo culturale, civile, sociale ed economico! L’Africa cessi di essere solo oggetto di assistenza, per divenire responsabile soggetto di condivisioni convinte e produttive! Per raggiungere tali obiettivi si rende necessaria una nuova cultura politica, specialmente nell’ambito della cooperazione internazionale. Ancora una volta vorrei ribadire che il mancato adempimento delle reiterate promesse relative all’aiuto pubblico allo sviluppo, la questione tuttora aperta del pesante debito internazionale dei Paesi africani e l’assenza di una speciale considerazione per essi nei rapporti commerciali internazionali, costituiscono gravi ostacoli alla pace, e pertanto vanno affrontati e superati con urgenza. Mai come oggi risulta determinante e decisiva, per la realizzazione della pace nel mondo, la consapevolezza dell’interdipendenza tra Paesi ricchi e poveri, per cui « lo sviluppo o diventa comune a tutte le parti del mondo, o subisce un processo di retrocessione anche nelle zone segnate da un costante progresso » (17).

Universalità del male e speranza cristiana 11. Di fronte ai tanti drammi che affliggono il mondo, i cristiani confessano con umile fiducia che solo Dio rende possibile all’uomo ed ai popoli il superamento del male per raggiungere il bene. Con la sua morte e risurrezione Cristo ci ha redenti e riscattati « a caro prezzo » (1 Cor 6, 20; 7, 23), ottenendo la salvezza per tutti. Con il suo aiuto, pertanto, è possibile a tutti vincere il male con il bene. Fondandosi sulla certezza che il male non prevarrà, il cristiano coltiva un’indomita speranza che lo sostiene nel promuovere la giustizia e la pace. Nonostante i peccati personali e sociali che segnano l’agire umano, la speranza imprime slancio sempre rinnovato all’impegno per la giustizia e la pace, insieme ad una ferma fiducia nella possibilità di costruire un mondo migliore. Se nel mondo è presente ed agisce il « mistero dell’iniquità » (2 Ts 2, 7), non va dimenticato che l’uomo redento ha in sé sufficienti energie per contrastarlo. Creato ad immagine di Dio e redento da Cristo « che si è unito in certo modo ad ogni uomo » (18) questi può cooperare attivamente al trionfo del bene. L’azione dello « Spirito del Signore riempie l’universo » (Sap 1, 7). I cristiani, specialmente i fedeli laici, « non nascondano questa speranza nell’interiorità del loro animo, ma con la continua conversione e la lotta “contro i dominatori di questo mondo di tenebra e contro gli spiriti del male” (Ef 6, 12) la esprimano anche attraverso le strutture della vita secolare » (19). 12. Nessun uomo, nessuna donna di buona volontà può sottrarsi all’impegno di lottare per vincere con il bene il male. È una lotta che si combatte validamente soltanto con le armi dell’amore. Quando il bene vince il male, regna l’amore e dove regna l’amore regna la pace. È l’insegnamento del Vangelo, riproposto dal Concilio Vaticano II: « La legge fondamentale della perfezione umana, e perciò anche della trasformazione del mondo, è il nuovo comandamento della carità » (20). Ciò è vero anche in ambito sociale e politico. A questo proposito, il Papa LeoneXIII scriveva che quanti hanno il dovere di provvedere al bene della pace nelle relazioni tra i popoli devono alimentare in sé e accendere negli altri « la carità, signora e regina di tutte le virtù » (21). I cristiani siano testimoni convinti di questa verità; sappiano mostrare con la loro vita che l’amore è l’unica forza capace di condurre alla perfezione personale e sociale, l’unico dinamismo in grado di far avanzare la storia verso il bene e la pace. In quest’anno dedicato all’Eucaristia, i figli della Chiesa trovino nel sommo Sacramento dell’amore la sorgente di ogni comunione: della comunione con Gesù Redentore e, in Lui, con ogni essere umano. È in virtù della morte e risurrezione di Cristo, rese sacramentalmente presenti in ogni Celebrazione eucaristica, che siamo salvati dal male e resi capaci di fare il bene. È in virtù della vita nuova di cui Egli ci ha fatto dono che possiamo riconoscerci fratelli, al di là di ogni differenza di lingua, di nazionalità, di cultura. In una parola, è in virtù della partecipazione allo stesso Pane e allo stesso Calice che possiamo sentirci « famiglia di Dio » e insieme recare uno specifico ed efficace contributo all’edificazione di un mondo fondato sui valori della giustizia, della libertà e della pace.

Dal Vaticano, 8 Dicembre 2004.

IOANNES PAULUS PP. II 

GIOVANNI PAOLO II – CENTENARIO DELLA MORTE DI SAN MARTINO – OMELIA (1996)

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VIAGGIO APOSTOLICO IN FRANCIA

SANTA MESSA IN OCCASIONE DEL XVI CENTENARIO DELLA MORTE DI SAN MARTINO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Base aerea 705 di Tours – Sabato, 21 settembre 1996

Cari Fratelli e care Sorelle,

1. “Canterò senza fine le grazie del Signore” (Sal 88, 2). In Francia da sedici secoli la Chiesa canta l’inno alla carità. Attraverso la testimonianza di uomini vivi la Chiesa canta l’inno alla carità scritto da san Paolo nella lettera ai Corinzi (cf. 1 Cor 13, 1-13). Questo inno si eleva da numerose regioni del vostro Paese. San Martino di Tours è un importante testimone della carità evangelica. Ogni anno, l’11 novembre, la liturgia ci ricorda la sua nobile figura. La sua vita è la narrazione delle meraviglie che Dio ha compiuto in lui. Gli eventi che la compongono sono diventati, per così dire, simbolici: legati alla figura di questo santo, prima soldato e poi Vescovo, sono stati conosciuti in tutta la Chiesa. La città in cui fu Vescovo accoglie oggi il Vescovo di Roma, garante dell’unità della Chiesa per la quale Martino operò. Ringrazio di cuore Monsignor Jean Honoré, Arcivescovo di Tours e successore di san Martino, per le parole di benvenuto che mi ha rivolto e saluto di tutto cuore i Cardinali e i Vescovi della Francia e degli altri Paesi che si sono uniti a noi, vi saluto tutti, cari fedeli di questa Diocesi e delle Diocesi vicine. L’anno martiniano in corso è per voi un’occasione privilegiata per riaffermare la parte migliore del vostro patrimonio spirituale. Penso in particolare ai cristiani di Blois e del Loir-et-Cher, la cui Diocesi è stata fondata tre secoli fa. Porgo il benvenuto ai membri dell’Ufficio del Consiglio delle Chiese cristiane in Francia, che oggi hanno voluto unirsi alla nostra preghiera. Saluto di cuore le personalità civili che partecipano a questa celebrazione in onore di una grande figura della vostra nazione. 2. Nato a centinaia di chilometri da qui, in Pannonia, vale a dire in Ungheria, Paese che ho appena visitato, san Martino percorse distanze considerevoli per “annunciare la Buona Novella ai poveri”. Oggi ringrazio il Cardinale László Paskai per aver intrapreso lo stesso cammino. Per amore di san Martino. Il suo culto si diffuse non solo in Francia, ma in tutta l’Europa. La forza duratura della sua influenza svolse un ruolo importante nella conversione di re Clodoveo e nella vita del popolo francese. Migliaia di chiese e di parrocchie presero il suo nome. Conosciamo tutti il famoso evento della vita di san Martino, che ebbe luogo il giorno in cui, ancora soldato, egli incontrò un povero, nudo e tremante per il freddo. Martino prese il suo mantello, lo divise a metà e con esso coprì l’infelice. È proprio questo che dice il Vangelo secondo Matteo che abbiamo appena ascoltato: “(ero) nudo e mi avete vestito” (Mt 25, 36). Durante il giudizio universale, Gesù rivolgerà queste parole a coloro che porrà alla sua destra, a quanti avranno fatto del bene. Essi allora domanderanno “Signore, quando mai ti abbiamo veduto . . .? Quando ti abbiamo visto . . . nudo e ti abbiamo vestito?” (Mt 25, 38). E Cristo risponderà loro: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40). Donando al povero di Amiens la metà del suo mantello, Martino ha tradotto in un gesto concreto le parole di Gesù che annunciano il giudizio universale: quando alla presenza del Figlio dell’uomo si riuniranno “tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra” (Mt 25, 32-33). Egli dirà a coloro che sono alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Mt 25, 34). Contemplando la vita di san Martino, e soprattutto il suo ardore nel praticare l’amore verso il prossimo, la Chiesa è giunta subito alla conclusione che il Vescovo di Tours si trovava nel novero degli eletti. 3. Per riconoscere il Cristo presente in ognuno dei suoi “fratelli più piccoli” (Mt 25, 45) bisogna avere percepito la sua presenza nel raccoglimento interiore. Uomo di preghiera, Martino si lasciò completamente prendere da Cristo. Poté affermare, come san Paolo: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20). La sua esistenza fu contrassegnata dalla ricerca della semplicità. Chiamato suo malgrado all’episcopato, conservò il suo senso d’umiltà e rimase il monaco che aveva voluto essere fin dalla sua adolescenza. Lui, che fu uno dei fondatori del monachesimo d’Occidente, si preoccupò di avere al suo fianco, vicino a Tours, una comunità monastica per condurre una vita di lode alla gloria di Dio e praticare le virtù cristiane, in particolare il perdono ricevuto e concesso. 4. Evangelizzatore dei villaggi e delle campagne, Martino fu un fondatore la cui opera sussiste ai nostri giorni come appello a diffondere il Vangelo fino ai confini della terra (cf. Mt 28, 20). Cari Fratelli e care Sorelle, l’edificazione della Chiesa prosegue. Animate le vostre parrocchie e le vostre comunità con tutta la forza della speranza! Occorre chiedersi: come può la comunità cristiana proporre e difendere i valori evangelici in un mondo che spesso li ignora? Lasciatevi prendere dalla parola di Cristo e mettetela in pratica nella vita di ogni giorno! Ascoltate la parola che la Chiesa trasmette a nome del Signore, sappiate comprenderla e trasmetterla in modo chiaro! Avete ricevuto doni diversi ma in un unico Spirito (cf. 1 Cor 12, 4). Alcuni si dedicano all’animazione della comunità insieme ai loro Pastori, in primo luogo per rendere la liturgia viva e bella; altri si pongono più spontaneamente al servizio umile e generoso dei poveri, degli stranieri, dei malati; altri ancora sapranno meglio portare ai propri fratelli e alle proprie sorelle la Buona Novella, per dire loro come Cristo illumina le vie della vita. Che ognuno accolga nella preghiera ciò che lo Spirito gli suggerisce, che ogni battezzato, di qualsiasi età, si assuma la sua parte di responsabilità e di servizio, in seno a comunità ecclesiali unite, aperte e amichevoli! Avanzerete così lungo il cammino tracciato da san Martino: egli aveva compreso che Cristo vuole raggiungere tutti gli uomini e dire loro che sono amati da Dio e chiamati a conoscerlo. Gesù ha dato la vita per amore di tutta l’umanità. E voi, che siete configurati a Cristo attraverso il battesimo, come risponderete al suo amore? 5. San Martino rimase un buon Pastore fino alla fine. Il racconto della sua morte ci è stato tramandato. Egli fece sue le parole di san Paolo: “Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia” (Fil 1, 20). Ciò che leggiamo nella Lettera ai Filippesi costituisce, in un certo modo, il modello al quale si è conformato. Come san Paolo, poteva dire: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba scegliere. Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne” (Fil 1, 21-24).Prossimo alla morte Martino, come l’Apostolo, espresse il suo desiderio di morire per essere con Cristo e accettò di continuare a servire come Pastore se gli uomini avevano bisogno di lui. Questo atteggiamento simboleggia tutta la verità dell’esistenza cristiana. 6. Il Vangelo è la via che conduce a Cristo e, attraverso di Lui, alla casa del Padre. Tutti i suoi discepoli vogliono raggiungere questa casa; essi desiderano essere con Cristo. Una tale prospettiva tuttavia non dispensa coloro che professano Cristo dall’impegnarsi nella vita quotidiana. Seguendo Cristo, gli uomini della tempra di san Martino sono consapevoli che il cammino passa per le molteplici forme di servizio del prossimo, incominciando dalla prima di esse, l’annuncio della salvezza operata da Cristo. Tale servizio vi farà avanzare verso la casa del Padre lungo le vie aperte da Cristo. Fratelli e Sorelle, san Martino vi lascia una testimonianza eccezionale di appartenenza a Cristo. La sua totale disponibilità è per voi un modello e un incoraggiamento: continuate ad annunciare il Vangelo, proprio come fece lui, “in ogni occasione opportuna e non opportuna” (2Tm 4,2)! Offrite la vostra vita a Cristo con fiducia e serenità: egli la prenderà e le permetterà di dare il meglio di sé. San Martino è stato un apostolo ammirevole, ma non è sufficiente ricordarlo. Nelle diverse condizioni presenti, siate a vostra volta membri vivi della Chiesa viva, comunità unite e accoglienti, che sappiano rendere conto della speranza che è in loro (cf. 1 Pt 3, 15). Solo pochi anni ci separano ancora dal terzo millennio: siate puntuali all’appuntamento! San Martino di Tours vi accompagna. Beati siete voi, cristiani di Francia, che avete meritato di ricevere un tale Patrono agli albori della vostra storia! Grazie Chiesa di Tours. Che il sole ti accompagni oggi come ieri a Sainte-Anne-d’Auray! Auguri!

Copyright 1996 – Libreria Editrice Vaticana

SALMO 142, 1-11: PREGHIERA NELLA TRIBOLAZIONE – GIOVANNI PAOLO II

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Vita%20Spirituale/04-05/1-Salmo_142.html

SALMO 142, 1-11: PREGHIERA NELLA TRIBOLAZIONE

Papa Giovani Paolo II

Il Salmo 142, l’ultimo dei cosiddetti «Salmi penitenziali» nel settenario di suppliche distribuite nel Salterio (cf Sal 6; 31; 37; 50; 101; 129; 142) viene pregato alle lodi del giovedì, della IV settimana del Salterio. La tradizione cristiana ha utilizzato questo tipo di salmi per invocare dal Signore il perdono dei peccati. Il testo che vogliamo approfondire era particolarmente caro a San Paolo, che ne aveva dedotto una radicale peccaminosità in ogni creatura umana: «Nessun vivente davanti a te, (o Signore), è giusto» (v. 2). Questa frase viene assunta dall’Apostolo a base del suo insegnamento sul peccato e sulla grazia (cf Gal 2,16; Rm 3,20). La Liturgia delle Lodi ci propone questa supplica come proposito di fedeltà e implorazione di aiuto divino agli inizi della giornata. Il Salmo infatti ci fa dire a Dio: «Al mattino fammi sentire la tua grazia, poiché in te confido» (Sal 142,8).

Dinanzi al male del mondo Il Salmo inizia con un’intensa e insistente invocazione rivolta a Dio, fedele alle promesse di salvezza offerta al popolo (cf v. 1). L’orante riconosce di non avere meriti da far valere e quindi chiede umilmente a Dio di non atteggiarsi a giudice (cf v. 2). Poi egli tratteggia la situazione drammatica, simile ad un incubo mortale, in cui si sta dibattendo: il nemico, che è la rappresentazione del male della storia e del mondo, lo ha condotto fino alle soglie della morte. Eccolo, infatti, caduto nella polvere della terra, che è già un’immagine del sepolcro; ecco le tenebre, che sono la negazione della luce, segno divino di vita; ecco, infine, «i morti da gran tempo», cioè i trapassati (cf v. 3), tra i quali gli sembra di essere già relegato.

Sorge una speranza L’esistenza stessa del Salmista è devastata: manca ormai il respiro e il cuore sembra un pezzo di ghiaccio, incapace di continuare a battere (cf v. 4). Al fedele, atterrato e calpestato, restano libere solo le mani, che si levano verso il cielo in un gesto che è, al tempo stesso, di implorazione di aiuto e di ricerca di sostegno (cf v. 6). Il pensiero infatti gli corre al passato in cui Dio ha operato prodigi (cf v. 5). Questa scintilla di speranza riscalda il gelo della sofferenza e della prova in cui l’orante si sente immerso e in procinto di essere travolto (cf v. 7). La tensione, rimane, comunque, sempre forte; ma un raggio di luce sembra profilarsi all’orizzonte. Passiamo, così, all’altra parte del Salmo (cf vv. 7-11).

Compiere il volere di Dio Essa si apre con una nuova, pressante invocazione. Il fedele sentendo quasi sfuggirgli la vita, lancia a Dio il suo grido: «Rispondimi presto, Signore, viene meno il mio spirito» (v. 7). Anzi, egli teme che Dio abbia nascosto il suo volto e si sia allontanato, abbandonando e lasciando sola la sua creatura. La scomparsa del volto divino fa piombare l’uomo nella desolazione, anzi, nella morte stessa, perché il Signore è la sorgente della vita. Proprio in questa sorta di frontiera estrema fiorisce la fiducia nel Dio che non abbandona. L’orante moltiplica le sue invocazioni e le appoggia con dichiarazioni di fiducia nel Signore: «Poiché in te confido… perché a te si innalza l’anima mia… a te mi affido… sei tu il mio Dio…». Egli chiede di essere salvato dai suoi nemici (cf vv. 8-12) e liberato dall’angoscia (cf v. 11), ma fa anche ripetutamente un’altra domanda, che manifesta una profonda aspirazione spirituale: «Insegnami a compiere il tuo volere, perché sei tu il mio Dio» (v. 10a; cf vv. 8b. 10b.). Questa ammirevole domanda la dobbiamo fare nostra. Dobbiamo capire che il nostro bene più grande è l’unione della nostra volontà con la volontà del nostro Padre celeste, perché soltanto così possiamo ricevere in noi tutto il suo amore, che ci porta la salvezza e la pienezza della vita. Se non è accompagnata da un forte desiderio di docilità a Dio, la fiducia in Lui non è autentica.

In attesa del giorno luminoso L’orante ne è consapevole ed esprime quindi questo desiderio. La sua è allora una vera e propria professione di fiducia in Dio salvatore, che strappa dall’angoscia e ridona il gusto della vita, in nome della sua «giustizia», ossia della sua fedeltà amorosa e salvifica (cf v. 11). Partita da una situazione quanto mai angosciosa, la preghiera è approdata alla speranza, alla gioia e alla luce, grazie ad una sincera adesione a Dio e alla sua volontà, che è una volontà di amore. È questa la potenza della preghiera, generatrice di vita e di salvezza. Fissando lo sguardo verso la luce del mattino della grazia (cf v. 8), San Gregorio Magno, nel suo commento ai sette Salmi penitenziali, così descrive quell’alba di speranza e di gioia: «È il giorno illuminato da quel sole vero che non conosce tramonto, che le nubi non rendono tenebroso e la nebbia non oscura… Quando apparirà Cristo, nostra vita, e cominceremo a vedere Dio a viso aperto, allora fuggirà ogni caligine delle tenebre, svanirà ogni fumo dell’ignoranza, sarà dissipata ogni nebbia della tentazione… Quello sarà il giorno luminoso e splendido, preparato per tutti gli eletti da Colui che ci ha strappato dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto. La mattina di quel giorno è la Risurrezione futura… In quel mattino brillerà la felicità dei giusti, apparirà la gloria, si vedrà l’esultanza, quando Dio astergerà ogni lacrima dagli occhi dei santi, quando ultima sarà distrutta la morte, quando i giusti rifulgeranno come il sole nel regno del Padre. In quel mattino, il Signore farà sperimentare la sua misericordia… dicendo: “Venite, benedetti dal Padre mio” (Mt 25,34). Allora sarà manifesta la misericordia di Dio, che nella vita presente la mente umana non può concepire. Il Signore ha infatti preparato, per quelli che lo amano, ciò che occhio non vide né orecchio udì né mai entrò nel cuore dell’uomo» (PL 79, coll. 649-650).

 Giovanni Paolo II – L’Osservatore Romano, 10-07-2003

GIOVANNI PAOLO II – (Sal 148, 1-6)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/2002/documents/hf_jp-ii_aud_20020717.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 17 luglio 2002

Salmo 148: Glorificazione di Dio Signore e Creatore Lodi della Domenica della 3a settimana (Sal 148, 1-6)

1. Il Salmo 148 che ora si è levato a Dio costituisce un vero «cantico delle creature», una sorta di Te Deum dell’Antico Testamento, un alleluia cosmico che coinvolge tutto e tutti nella lode divina. Così lo commenta un esegeta contemporaneo: «Il salmista, chiamandoli per nome, mette in ordine gli esseri: sopra il cielo, due astri secondo i tempi, e a parte le stelle; da un lato gli alberi da frutto, dall’altro i cedri; su di un piano i rettili, e su un altro gli uccelli; qui i principi e là i popoli; in due file, forse dandosi la mano, giovani e fanciulle… Dio li ha stabiliti dando loro posto e funzione; l’uomo li accoglie, dando loro posto nel linguaggio, e così disposti li conduce alla celebrazione liturgica. L’uomo è « pastore dell’essere » o liturgo della creazione» (L. Alonso Schökel, Trenta salmi: poesia e preghiera, Bologna 1982, p. 499). Seguiamo anche noi questo coro universale, che risuona nell’abside del cielo e che ha come tempio il cosmo intero. Lasciamoci conquistare dal respiro della lode che tutte le creature innalzano al loro Creatore. 2. Nel cielo troviamo i cantori dell’universo stellare: gli astri più lontani, le schiere degli angeli, il sole e la luna, le stelle lucenti, i «cieli dei cieli» (cfr v. 4), cioè lo spazio stellare, le acque superiori che l’uomo della Bibbia immagina conservate in serbatoi prima di riversarsi come piogge sulla terra. L’alleluia, cioè l’invito a «lodare il Signore», echeggia almeno otto volte e ha come meta finale l’ordine e l’armonia degli esseri celesti: «Ha posto una legge che non passa» (v. 6). Lo sguardo si volge poi all’orizzonte terrestre dove si snoda una processione di cantori, almeno ventidue, cioè una specie di alfabeto di lode, disseminato sul nostro pianeta. Ecco i mostri marini e gli abissi, simboli del caos acquatico su cui è fondata la terra (cfr Sal 23,2), secondo la concezione cosmologica degli antichi semiti. Il Padre della Chiesa san Basilio osservava: «Neppure l’abisso fu giudicato spregevole dal salmista, che lo ha accolto nel coro generale della creazione, anzi con un linguaggio suo proprio completa anch’egli armoniosamente l’inno al Creatore» (Homiliae in hexaemeron, III, 9: PG 29,75). 3. La processione continua con le creature dell’atmosfera: il fuoco delle folgori, la grandine, la neve, la nebbia e il vento tempestoso, considerato un veloce messaggero di Dio (cfr Sal 148,8). Subentrano poi i monti e le colline, ritenute popolarmente le creature più antiche della terra (cfr v. 9a). Il regno vegetale è rappresentato dagli alberi da frutto e dai cedri (cfr v. 9b). Il mondo animale, invece, è presente attraverso le fiere, il bestiame, i rettili ed i volatili (cfr v. 10). E infine, ecco l’uomo che presiede la liturgia della creazione. Egli è definito secondo tutte le età e distinzioni: fanciulli, giovani e vecchi, principi, re e nazioni (cfr vv. 11-12). 4. Affidiamo ora a san Giovanni Crisostomo il compito di gettare uno sguardo complessivo su questo immenso coro. Egli lo fa con parole che rimandano anche al Cantico dei tre giovani nella fornace ardente, da noi meditato nella scorsa catechesi. Il grande Padre della Chiesa e patriarca di Costantinopoli afferma: «Per la loro grande rettitudine d’animo i santi, quando si accingono a rendere grazie a Dio, usano chiamare molti a partecipare alla loro lode, esortandoli a intraprendere insieme con loro questa bella liturgia. Questo fecero anche i tre fanciulli nella fornace, quando chiamarono l’intera creazione a dar lode per il beneficio ricevuto e a cantare inni a Dio (Dn 3). Lo stesso fa anche questo Salmo, chiamando ambedue le parti del mondo, quella che sta in alto e quella che sta in basso, quella sensibile e quella intelligibile. Così fece anche il profeta Isaia, quando disse: « Giubilino i cieli e si rallegri la terra, perché Dio ha avuto pietà del suo popolo » (Is 49,13). E di nuovo così si esprime il Salterio: « Quando Israele uscì dall’Egitto, la casa di Giacobbe da un popolo barbaro, i monti saltellarono come arieti e le colline come agnelli di un gregge » (Sal 113,1.4). E altrove in Isaia: « Le nubi facciano piovere la giustizia » (Is 45,8). Infatti i santi, non ritenendosi sufficienti essi soli nel dar lode al Signore, si volgono da ogni parte coinvolgendo tutti nell’innodia comune» (Expositio in psalmum CXLVIII: PG 55, 484-485). 5. Siamo invitati anche noi ad associarci a questo immenso coro, divenendo voce esplicita di ogni creatura e lodando Dio nelle due dimensioni fondamentali del suo mistero. Da un lato, dobbiamo adorare la sua grandezza trascendente, «perché solo il suo nome è sublime, la sua gloria risplende sulla terra e nei cieli», come dice il nostro Salmo (v. 13). D’altro lato, riconosciamo la sua bontà condiscendente, poiché Dio è vicino alle sue creature e viene specialmente in aiuto al suo popolo: «Egli ha sollevato la potenza del suo popolo… popolo che egli ama» (v. 14), come ancora afferma il Salmista. Di fronte al Creatore onnipotente e misericordioso raccogliamo, allora, l’invito di sant’Agostino a lodarlo, esaltarlo e celebrarlo attraverso le sue opere: «Quando tu osservi queste creature e ne godi e ti sollevi all’Artefice di tutto e dalle cose create per via d’intelletto contempli i suoi attributi invisibili, allora si leva la sua confessione sulla terra e nel cielo… Se son belle le creature, quanto non sarà più bello il Creatore?» (Esposizioni sui Salmi, IV, Roma 1977, pp. 887-889).

 

GIOVANNI PAOLO II – SANTA MESSA NELLO STADIO ABBASSYINE DI DAMASCO 2001

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/2001/documents/hf_jp-ii_hom_20010506_damascus.html

SANTA MESSA NELLO STADIO ABBASSYINE DI DAMASCO

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 6 maggio 2001

1. « SAULO, SAULO PERCHÉ MI PERSEGUITI? »

Egli rispose: « Chi sei, o Signore? » E la voce: « Io sono Gesù, che tu perseguiti! Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare » (At 9, 4-6).

È da pellegrino che sono venuto oggi a Damasco, per ravvivare la memoria dell’avvenimento che ebbe luogo qui, duemila anni fa: la conversione di San Paolo. Mentre si reca a Damasco per combattere e imprigionare coloro che professano il nome di Cristo, giunto alle porte della città, Saulo fa l’esperienza di una straordinaria illuminazione. Lungo la via, Cristo risorto si presenta a lui e, sotto l’influsso di questo incontro, si produce in lui una profonda trasformazione: da persecutore diventa apostolo, da oppositore del Vangelo, ne diviene missionario. La lettura degli Atti degli Apostoli ricorda con abbondanza di particolari questo avvenimento che ha cambiato il corso della storia: quest’uomo « è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli d’Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome » (At 9, 15-16). La ringrazio vivamente, Beatitudine, per le sue cordiali parole di accoglienza all’inizio di questa celebrazione. Tramite la sua persona, saluto con affetto i Vescovi e i membri della Chiesa greco-melkita cattolica di cui è il Patriarca. Formulo fervidi voti anche ai Cardinali, ai Patriarchi, ai Vescovi, ai sacerdoti e ai fedeli di tutte le Comunità cattoliche, di Siria e di altri Paesi della regione. Mi rallegro della presenza fraterna dei Patriarchi, dei Vescovi e dei fedeli delle altre Chiese e Comunità ecclesiali. Li saluto molto cordialmente. Ringrazio di tutto cuore il Ministro rappresentante del Presidente della Repubblica e i membri della comunità musulmana che hanno voluto unirsi, in questa occasione, ai loro amici cristiani. 2. L’avvenimento straordinario che si è verificato non lontano da qui è stato decisivo per il futuro di Paolo e della Chiesa. L’incontro con Cristo ha trasformato radicalmente l’esistenza dell’Apostolo, poiché l’ha colpito nell’intimo del suo essere e lo ha aperto pienamente alla verità divina. Paolo ha accettato liberamente di riconoscere questa verità e di impegnare la propria vita nella sequela di Cristo. Accogliendo la luce divina e ricevendo il Battesimo, il suo essere profondo è divenuto conforme all’essere di Cristo; così la sua vita è stata trasformata ed egli ha trovato la sua felicità riponendo la sua fede e la sua fiducia in Colui che lo ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirevole luce (cfr 2 Tm 1, 12; Ef 5, 8; Rm 13, 12). L’incontro nella fede con il Risorto è infatti una luce lungo il cammino degli uomini, una luce che sconvolge l’esistenza. Sul volto splendente di Cristo, la verità di Dio si manifesta in modo evidente. Teniamo, anche noi, lo sguardo fisso sul Signore! O Cristo, luce del mondo, effondi su di noi e su tutti gli uomini quella luce proveniente dal cielo che ha avvolto il tuo Apostolo! Illumina e purifica gli occhi del nostro cuore per insegnarci a vedere ogni cosa alla luce della tua verità e del tuo amore per l’umanità! La Chiesa non ha altra luce da trasmettere al mondo se non la luce che gli viene dal Signore. Noi che siamo stati battezzati nella morte e nella risurrezione di Cristo, abbiamo ricevuto l’illuminazione divina e ci è concesso di essere figli della Luce. Ricordiamo la bella esclamazione di San Giovanni Damasceno che sottolinea l’origine della nostra vocazione ecclesiale comune: « Mi hai fatto venire alla luce adottandomi come tuo figlio e mi hai inscritto fra i membri della tua Chiesa santa e immacolata » (Trattato De fide orthodoxa,1)! Sulla nostra strada, la Parola di Dio è una lampada che risplende; essa ci consente di conoscere la verità che rende liberi e che santifica. 3. « Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani » (Ap 7, 9). Questo brano della liturgia di oggi, tratto dal libro dell’Apocalisse, ci mostra, a suo modo, l’opera che si è realizzata attraverso il ministero apostolico di San Paolo. Infatti, questi ha avuto un ruolo essenziale nell’annuncio del Vangelo fuori dai confini del Paese di Gesù. Tutto il mondo allora conosciuto, a cominciare dai Paesi intorno al Mediterraneo, è divenuto terra dell’evangelizzazione paolina. E possiamo dire che, in seguito, nel corso dei secoli fino ai nostri giorni, l’immenso sviluppo dell’annuncio evangelico ha costituito, in un certo modo, il seguito logico del ministero dell’Apostolo delle Genti. Ancora oggi, la Chiesa porta in sé i frutti della sua attività apostolica e fa riferimento costante al ministero missionario di San Paolo, divenuto, per intere generazioni di cristiani, pioniere e ispiratore di qualsiasi missione. Sull’esempio di Paolo, la Chiesa è invitata a volgere il suo sguardo fino agli estremi confini del mondo, per proseguire la missione affidatale di trasmettere la luce del Risorto a tutti i popoli e a tutte le culture, nel rispetto della libertà delle persone e delle comunità umane e spirituali. La moltitudine immensa degli uomini di ogni origine è chiamata a rendere gloria a Dio. Poiché, come dice Sant’Efrem: « I tesori che ci dai, non hai alcun bisogno di comunicarceli. Non hai bisogno che di una cosa: che dilatiamo il nostro cuore per portare i tuoi beni, consegnandoti la nostra volontà e ascoltandoti con le nostre orecchie. Tutte le tue opere risplendono delle corone intrecciate dalla saggezza della tua bocca, che dice: Tutto questo è molto buono » (Diathermane, 2, 5-7). Come Paolo, i discepoli di Cristo sono di fronte ad una grande sfida: devono trasmettere la Buona Novella con un linguaggio adeguato ad ogni cultura, senza perderne la sostanza né snaturarne il senso. Non abbiate paura dunque di testimoniare anche voi con la parola e con tutta la vostra vita fra i vostri fratelli e le vostre sorelle questa gioiosa novella: Dio ama tutti gli uomini e li invita a formare una sola famiglia nella carità, poiché sono tutti fratelli! 4. Questa gioiosa novella deve esortare tutti i discepoli di Cristo a ricercare con ardore le vie dell’unità, perché facendo propria la preghiera del Signore « che tutti siano uno », rendano una testimonianza sempre più autentica e credibile. Mi rallegro vivamente delle relazioni fraterne che già esistono fra i membri delle Chiese cristiane del vostro Paese e vi incoraggio a svilupparle nella verità e nella prudenza, in comunione con i vostri Patriarchi e i vostri Vescovi. All’alba del nuovo millennio, Cristo ci chiama e andare gli uni verso gli altri nella carità che fa la nostra unità. Siate orgogliosi delle grandi tradizioni liturgiche e spirituali delle vostre Chiese d’Oriente! Esse appartengono al patrimonio dell’unica Chiesa di Cristo e costituiscono dei ponti fra le diverse sensibilità. Fin dagli albori del cristianesimo, la vostra terra ha conosciuto una vita cristiana fiorente. Sulla scia dell’eredità spirituale di Ignazio di Antiochia, di Efrem, di Simeone o di Giovanni Damasceno, i nomi di molti Padri, monaci, eremiti e tanti altri santi che sono la gloria delle vostre Chiese, rimangono presenti nella memoria viva della Chiesa universale. Con il vostro attaccamento alla terra dei vostri padri, accettando generosamente di vivere qui la vostra fede, anche voi, oggi, testimoniate la fecondità del messaggio evangelico che è stato trasmesso di generazione in generazione. Con tutti i vostri concittadini, senza distinzione di appartenenza comunitaria, continuate incessantemente nei vostri sforzi in vista dell’edificazione di una società fraterna, giusta e solidale, dove ciascuno sia pienamente riconosciuto nella sua dignità umana e nei suoi diritti fondamentali. Su questa terra santa, Cristiani, Musulmani ed Ebrei sono chiamati a lavorare insieme, con fiducia e audacia, e a far sì che arrivi presto il giorno in cui ogni popolo vedrà rispettati i suoi diritti legittimi e potrà vivere nella pace e nell’intesa reciproca. Possano i poveri, gli ammalati, le persone disabili e gli emarginati essere sempre, fra di voi, dei fratelli e delle sorelle rispettati e amati! Il Vangelo è un potente fattore di trasformazione del mondo. Attraverso la vostra testimonianza di vita, che gli uomini di oggi possano scoprire la risposta alle loro aspirazioni più profonde e i fondamenti della convivialità all’interno della società! 5. Famiglie cristiane, la Chiesa conta su di voi e ha fiducia in voi per comunicare ai vostri figli la fede che avete ricevuto, attraverso i secoli, dopo l’Apostolo Paolo. Rimanendo unite e aperte a tutti, difendendo sempre il diritto alla vita fin dal concepimento, siate focolai di luce, pienamente conformi al disegno di Dio e alle autentiche esigenze della persona umana! Date un posto importante alla preghiera, all’ascolto della Parola di Dio e alla formazione cristiana, dove troverete un sostegno efficace per rispondere alle difficoltà della vita quotidiana e alle grandi sfide del mondo di oggi. La partecipazione regolare all’Eucaristia domenicale è una necessità per qualsiasi vita cristiana fedele e coerente. È un dono privilegiato dove si realizza e si annuncia la comunione con Dio e con i fratelli. Fratelli e sorelle, non vi stancate di cercare il volto di Cristo che si manifesta a voi. È in Lui che troverete il segreto della libertà vera e della gioia del cuore! Lasciate vibrare nel più profondo di voi stessi il desiderio di fraternità autentica fra tutti gli uomini! Mettendovi con entusiasmo al servizio degli altri troverete un senso alla vostra vita, poiché l’identità cristiana non si esprime nell’opposizione agli altri, ma nella capacità di uscire da sé per andare verso i fratelli. L’apertura al mondo, con lucidità e senza timore, fa parte della vocazione del cristiano, consapevole della propria identità e radicato nel suo patrimonio religioso che esprime la ricchezza della testimonianza della Chiesa. 6. « Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola » (Gv 10, 27-30). Sono le parole del Vangelo di oggi, con le quali Gesù Cristo stesso ci mostra il meraviglioso dinamismo dell’evangelizzazione. Dio che, molte volte e in diversi modi, aveva parlato ai Padri attraverso i profeti, alla fine ha parlato attraverso suo Figlio (cfr Eb 1, 1-2). Questo Figlio, della stessa sostanza del Padre, è il Verbo di vita. È Lui stesso a dare la vita eterna. È venuto perché avessimo la vita e l’avessimo in abbondanza (cfr Gv 10, 10). Alle porte di Damasco, nel suo incontro con Cristo risorto, San Paolo ha appreso questa verità e ne ha fatto il contenuto della sua predicazione. La meravigliosa realtà della Croce di Cristo, sulla quale si è realizzata la Redenzione del mondo, si è presentata davanti a lui. Paolo comprese questa realtà e ad essa dedicò tutta la sua vita. Fratelli e sorelle, leviamo lo sguardo verso la Croce di Cristo per scoprirvi la fonte della nostra speranza! In essa troviamo un autentico cammino di vita e di felicità. Contempliamo il volto amorevole di Dio che ci offre suo Figlio per fare di tutti noi « un cuore solo e un’anima sola » (At 4, 32). Accogliamolo nella nostra vita per trarne ispirazione e realizzare il mistero di comunione che incarna e manifesta l’essenza stessa della Chiesa. La vostra appartenenza alla Chiesa deve essere per voi e per tutti i vostri fratelli e sorelle un segno di speranza che ricorda che il Signore raggiunge ciascuno sul suo cammino, spesso in modo misterioso e inaspettato, come ha raggiunto Paolo sulla via di Damasco, avvolgendolo nella sua fulgida luce.

Possa il Risorto, la cui Pasqua, quest’anno è stata celebrata da tutti i cristiani insieme, farci il dono della comunione nella carità! Amen.

ENCICLICA FIDES ET RATIO, GIOVANNI PAOLO II, CAP II (SULLA SAPIENZA)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_14091998_fides-et-ratio.html

LETTERA ENCICLICA FIDES ET RATIO DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA CIRCA I RAPPORTI TRA FEDE E RAGIONE 

CAPITOLO II CREDO UT INTELLEGAM « La sapienza tutto conosce e tutto comprende » (Sap 9, 11)

16. Quanto profondo sia il legame tra la conoscenza di fede e quella di ragione è indicato già nella Sacra Scrittura con spunti di sorprendente chiarezza. Lo documentano soprattutto i Libri sapienziali. Ciò che colpisce nella lettura, fatta senza preconcetti, di queste pagine della Scrittura è il fatto che in questi testi venga racchiusa non soltanto la fede di Israele, ma anche il tesoro di civiltà e di culture ormai scomparse. Quasi per un disegno particolare, l’Egitto e la Mesopotamia fanno sentire di nuovo la loro voce ed alcuni tratti comuni delle culture dell’antico Oriente vengono riportati in vita in queste pagine ricche di intuizioni singolarmente profonde. Non è un caso che, nel momento in cui l’autore sacro vuole descrivere l’uomo saggio, lo dipinga come colui che ama e ricerca la verità: « Beato l’uomo che medita sulla sapienza e ragiona con l’intelligenza, considera nel cuore le sue vie, ne penetra con la mente i segreti. La insegue come uno che segue una pista, si apposta sui suoi sentieri. Egli spia alle sue finestre e sta ad ascoltare alla sua porta. Fa sosta vicino alla sua casa e fissa un chiodo nelle sue pareti; alza la propria tenda presso di essa e si ripara in un rifugio di benessere; mette i propri figli sotto la sua protezione e sotto i suoi rami soggiorna; da essa sarà protetto contro il caldo, egli abiterà all’ombra della sua gloria » (Sir 14, 20-27). Per l’autore ispirato, come si vede, il desiderio di conoscere è una caratteristica che accomuna tutti gli uomini. Grazie all’intelligenza è data a tutti, sia credenti che non credenti, la possibilità di « attingere alle acque profonde » della conoscenza (cfr Pro 20, 5). Certo, nell’antico Israele la conoscenza del mondo e dei suoi fenomeni non avveniva per via di astrazione, come per il filosofo ionico o il saggio egiziano. Ancor meno il buon israelita concepiva la conoscenza con i parametri propri dell’epoca moderna, tesa maggiormente alla divisione del sapere. Nonostante questo, il mondo biblico ha fatto confluire nel grande mare della teoria della conoscenza il suo apporto originale. Quale? La peculiarità che distingue il testo biblico consiste nella convinzione che esista una profonda e inscindibile unità tra la conoscenza della ragione e quella della fede. Il mondo e ciò che accade in esso, come pure la storia e le diverse vicende del popolo, sono realtà che vengono guardate, analizzate e giudicate con i mezzi propri della ragione, ma senza che la fede resti estranea a questo processo. Essa non interviene per umiliare l’autonomia della ragione o per ridurne lo spazio di azione, ma solo per far comprendere all’uomo che in questi eventi si rende visibile e agisce il Dio di Israele. Conoscere a fondo il mondo e gli avvenimenti della storia non è, pertanto, possibile senza confessare al contempo la fede in Dio che in essi opera. La fede affina lo sguardo interiore aprendo la mente a scoprire, nel fluire degli eventi, la presenza operante della Provvidenza. Un’espressione del libro dei Proverbi è significativa in proposito: « La mente dell’uomo pensa molto alla sua via, ma il Signore dirige i suoi passi » (16, 9). Come dire, l’uomo con la luce della ragione sa riconoscere la sua strada, ma la può percorrere in maniera spedita, senza ostacoli e fino alla fine, se con animo retto inserisce la sua ricerca nell’orizzonte della fede. La ragione e la fede, pertanto, non possono essere separate senza che venga meno per l’uomo la possibilità di conoscere in modo adeguato se stesso, il mondo e Dio. 17. Non ha dunque motivo di esistere competitività alcuna tra la ragione e la fede: l’una è nell’altra, e ciascuna ha un suo spazio proprio di realizzazione. E sempre il libro dei Proverbi che orienta in questa direzione quando esclama: « E gloria di Dio nascondere le cose, è gloria dei re investigarle » (Pro 25, 2). Dio e l’uomo, nel loro rispettivo mondo, sono posti in un rapporto unico. In Dio risiede l’origine di ogni cosa, in Lui si raccoglie la pienezza del mistero, e questo costituisce la sua gloria; all’uomo spetta il compito di investigare con la sua ragione la verità, e in ciò consiste la sua nobiltà. Un’ulteriore tessera a questo mosaico è aggiunta dal Salmista quando prega dicendo: « Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero, o Dio; se li conto sono più della sabbia, se li credo finiti, con te sono ancora » (139 [138], 17-18). Il desiderio di conoscere è così grande e comporta un tale dinamismo, che il cuore dell’uomo, pur nell’esperienza del limite invalicabile, sospira verso l’infinita ricchezza che sta oltre, perché intuisce che in essa è custodita la risposta appagante per ogni questione ancora irrisolta. 18. Possiamo dire, pertanto, che Israele con la sua riflessione ha saputo aprire alla ragione la via verso il mistero. Nella rivelazione di Dio ha potuto scandagliare in profondità quanto con la ragione cercava di raggiungere senza riuscirvi. A partire da questa più profonda forma di conoscenza, il popolo eletto ha capito che la ragione deve rispettare alcune regole di fondo per poter esprimere al meglio la propria natura. Una prima regola consiste nel tener conto del fatto che la conoscenza dell’uomo è un cammino che non ha sosta; la seconda nasce dalla consapevolezza che su tale strada non ci si può porre con l’orgoglio di chi pensa che tutto sia frutto di personale conquista; una terza si fonda nel « timore di Dio », del quale la ragione deve riconoscere la sovrana trascendenza ed insieme il provvido amore nel governo del mondo. Quando s’allontana da queste regole, l’uomo s’espone al rischio del fallimento e finisce per trovarsi nella condizione dello « stolto ». Per la Bibbia, in questa stoltezza è insita una minaccia per la vita. Lo stolto infatti si illude di conoscere molte cose, ma in realtà non è capace di fissare lo sguardo su quelle essenziali. Ciò gli impedisce di porre ordine nella sua mente (cfr Pro 1, 7) e di assumere un atteggiamento adeguato nei confronti di se stesso e dell’ambiente circostante. Quando poi giunge ad affermare « Dio non esiste » (cfr Sal 14 [13], 1), rivela con definitiva chiarezza quanto la sua conoscenza sia carente e quanto lontano egli sia dalla verità piena sulle cose, sulla loro origine e sul loro destino. 19. Alcuni testi importanti, che gettano ulteriore luce su questo argomento, sono contenuti nel Libro della Sapienza. In essi l’Autore sacro parla di Dio che si fa conoscere anche attraverso la natura. Per gli antichi lo studio delle scienze naturali coincideva in gran parte con il sapere filosofico. Dopo aver affermato che con la sua intelligenza l’uomo è in grado di « comprendere la struttura del mondo e la forza degli elementi [...] il ciclo degli anni e la posizione degli astri, la natura degli animali e l’istinto delle fiere » (Sap 7, 17.19-20), in una parola, che è capace di filosofare, il testo sacro compie un passo in avanti di grande rilievo. Ricuperando il pensiero della filosofia greca, a cui sembra riferirsi in questo contesto, l’Autore afferma che, proprio ragionando sulla natura, si può risalire al Creatore: « Dalla grandezza e bellezza delle creature, per analogia si conosce l’autore » (Sap 13, 5). Viene quindi riconosciuto un primo stadio della Rivelazione divina, costituito dal meraviglioso « libro della natura », leggendo il quale, con gli strumenti propri della ragione umana, si può giungere alla conoscenza del Creatore. Se l’uomo con la sua intelligenza non arriva a riconoscere Dio creatore di tutto, ciò non è dovuto tanto alla mancanza di un mezzo adeguato, quanto piuttosto all’impedimento frapposto dalla sua libera volontà e dal suo peccato. 20. La ragione, in questa prospettiva, viene valorizzata, ma non sopravvalutata. Quanto essa raggiunge, infatti, può essere vero, ma acquista pieno significato solamente se il suo contenuto viene posto in un orizzonte più ampio, quello della fede: « Dal Signore sono diretti i passi dell’uomo e come può l’uomo comprendere la propria via? » (Pro 20, 24). Per l’Antico Testamento, pertanto, la fede libera la ragione in quanto le permette di raggiungere coerentemente il suo oggetto di conoscenza e di collocarlo in quell’ordine supremo in cui tutto acquista senso. In una parola, l’uomo con la ragione raggiunge la verità, perché illuminato dalla fede scopre il senso profondo di ogni cosa e, in particolare, della propria esistenza. Giustamente, dunque, l’autore sacro pone l’inizio della vera conoscenza proprio nel timore di Dio: « Il timore del Signore è il principio della scienza » (Pro 1, 7; cfr Sir 1, 14). « Acquista la sapienza, acquista l’intelligenza » (Pro 4, 5) 21. La conoscenza, per l’Antico Testamento, non si fonda soltanto su una attenta osservazione dell’uomo, del mondo e della storia, ma suppone anche un indispensabile rapporto con la fede e con i contenuti della Rivelazione. Qui si trovano le sfide che il popolo eletto ha dovuto affrontare e a cui ha dato risposta. Riflettendo su questa sua condizione, l’uomo biblico ha scoperto di non potersi comprendere se non come « essere in relazione »: con se stesso, con il popolo, con il mondo e con Dio. Questa apertura al mistero, che gli veniva dalla Rivelazione, è stata alla fine per lui la fonte di una vera conoscenza, che ha permesso alla sua ragione di immettersi in spazi di infinito, ricevendone possibilità di comprensione fino allora insperate. Lo sforzo della ricerca non era esente, per l’Autore sacro, dalla fatica derivante dallo scontro con i limiti della ragione. Lo si avverte, ad esempio, nelle parole con cui il Libro dei Proverbi denuncia la stanchezza dovuta al tentativo di comprendere i misteriosi disegni di Dio (cfr 30, 1-6). Tuttavia, malgrado la fatica, il credente non si arrende. La forza per continuare il suo cammino verso la verità gli viene dalla certezza che Dio lo ha creato come un « esploratore » (cfr Qo 1, 13), la cui missione è di non lasciare nulla di intentato nonostante il continuo ricatto del dubbio. Poggiando su Dio, egli resta proteso, sempre e dovunque, verso ciò che è bello, buono e vero. 22. San Paolo, nel primo capitolo della sua Lettera ai Romani, ci aiuta a meglio apprezzare quanto penetrante sia la riflessione dei Libri Sapienziali. Sviluppando un’argomentazione filosofica con linguaggio popolare, l’Apostolo esprime una profonda verità: attraverso il creato gli « occhi della mente » possono arrivare a conoscere Dio. Egli, infatti, mediante le creature fa intuire alla ragione la sua « potenza » e la sua « divinità » (cfr Rm 1, 20). Alla ragione dell’uomo, quindi, viene riconosciuta una capacità che sembra quasi superare gli stessi suoi limiti naturali: non solo essa non è confinata entro la conoscenza sensoriale, dal momento che può riflettervi sopra criticamente, ma argomentando sui dati dei sensi può anche raggiungere la causa che sta all’origine di ogni realtà sensibile. Con terminologia filosofica potremmo dire che, nell’importante testo paolino, viene affermata la capacità metafisica dell’uomo. Secondo l’Apostolo, nel progetto originario della creazione era prevista la capacità della ragione di oltrepassare agevolmente il dato sensibile per raggiungere l’origine stessa di tutto: il Creatore. A seguito della disobbedienza con la quale l’uomo scelse di porre se stesso in piena e assoluta autonomia rispetto a Colui che lo aveva creato, questa facilità di risalita a Dio creatore è venuta meno. Il Libro della Genesi descrive in maniera plastica questa condizione dell’uomo, quando narra che Dio lo pose nel giardino dell’Eden, al cui centro era situato « l’albero della conoscenza del bene e del male » (2, 17). Il simbolo è chiaro: l’uomo non era in grado di discernere e decidere da sé ciò che era bene e ciò che era male, ma doveva richiamarsi a un principio superiore. La cecità dell’orgoglio illuse i nostri progenitori di essere sovrani e autonomi, e di poter prescindere dalla conoscenza derivante da Dio. Nella loro originaria disobbedienza essi coinvolsero ogni uomo e ogni donna, procurando alla ragione ferite che da allora in poi ne avrebbero ostacolato il cammino verso la piena verità. Ormai la capacità umana di conoscere la verità era offuscata dall’avversione verso Colui che della verità è fonte e origine. E ancora l’Apostolo a rivelare quanto i pensieri degli uomini, a causa del peccato, fossero diventati « vani » e i ragionamenti distorti e orientati al falso (cfr Rm 1, 21-22). Gli occhi della mente non erano ormai più capaci di vedere con chiarezza: progressivamente la ragione è rimasta prigioniera di se stessa. La venuta di Cristo è stata l’evento di salvezza che ha redento la ragione dalla sua debolezza, liberandola dai ceppi in cui essa stessa s’era imprigionata. 23. Il rapporto del cristiano con la filosofia, pertanto, richiede un discernimento radicale. Nel Nuovo Testamento, soprattutto nelle Lettere di san Paolo, un dato emerge con grande chiarezza: la contrapposizione tra « la sapienza di questo mondo » e quella di Dio rivelata in Gesù Cristo. La profondità della sapienza rivelata spezza il cerchio dei nostri abituali schemi di riflessione, che non sono affatto in grado di esprimerla in maniera adeguata. L’inizio della prima Lettera ai Corinzi pone con radicalità questo dilemma. Il Figlio di Dio crocifisso è l’evento storico contro cui s’infrange ogni tentativo della mente di costruire su argomentazioni soltanto umane una giustificazione sufficiente del senso dell’esistenza. Il vero punto nodale, che sfida ogni filosofia, è la morte in croce di Gesù Cristo. Qui, infatti, ogni tentativo di ridurre il piano salvifico del Padre a pura logica umana è destinato al fallimento. « Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? » (1 Cor 1, 20), si domanda con enfasi l’Apostolo. Per ciò che Dio vuole realizzare non è più possibile la sola sapienza dell’uomo saggio, ma è richiesto un passaggio decisivo verso l’accoglienza di una novità radicale: « Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti [...]; Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono » (1 Cor 1, 27-28). La sapienza dell’uomo rifiuta di vedere nella propria debolezza il presupposto della sua forza; ma san Paolo non esita ad affermare: « Quando sono debole, è allora che sono forte » (2 Cor 12, 10). L’uomo non riesce a comprendere come la morte possa essere fonte di vita e di amore, ma Dio ha scelto per rivelare il mistero del suo disegno di salvezza proprio ciò che la ragione considera « follia » e « scandalo ». Parlando il linguaggio dei filosofi suoi contemporanei, Paolo raggiunge il culmine del suo insegnamento e del paradosso che vuole esprimere: « Dio ha scelto ciò che nel mondo [...] è nulla per ridurre a nulla le cose che sono » (1 Cor 1, 28). Per esprimere la natura della gratuità dell’amore rivelato nella croce di Cristo, l’Apostolo non ha timore di usare il linguaggio più radicale che i filosofi impiegavano nelle loro riflessioni su Dio. La ragione non può svuotare il mistero di amore che la Croce rappresenta, mentre la Croce può dare alla ragione la risposta ultima che essa cerca. Non la sapienza delle parole, ma la Parola della Sapienza è ciò che san Paolo pone come criterio di verità e, insieme, di salvezza. La sapienza della Croce, dunque, supera ogni limite culturale che le si voglia imporre e obbliga ad aprirsi all’universalità della verità di cui è portatrice. Quale sfida viene posta alla nostra ragione e quale vantaggio essa ne ricava se vi si arrende! La filosofia, che già da sé è in grado di riconoscere l’incessante trascendersi dell’uomo verso la verità, aiutata dalla fede può aprirsi ad accogliere nella « follia » della Croce la genuina critica a quanti si illudono di possedere la verità, imbrigliandola nelle secche di un loro sistema. Il rapporto fede e filosofia trova nella predicazione di Cristo crocifisso e risorto lo scoglio contro il quale può naufragare, ma oltre il quale può sfociare nell’oceano sconfinato della verità. Qui si mostra evidente il confine tra la ragione e la fede, ma diventa anche chiaro lo spazio in cui ambedue si possono incontrare.

 

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