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Papa Giovanni Paolo II . Udienza 4 agosto 2004 (Fil 2,6-11)

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GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledí, 4 agosto 2004

1. Nel nostro itinerario attraverso i Salmi e i Cantici che costituiscono la Liturgia delle Ore ci incontriamo con il Cantico di Filippesi 2,6-11, che scandisce i Primi Vespri di tutte le quattro domeniche in cui si articola la Liturgia.

È la seconda volta che lo meditiamo, continuando a penetrarne la ricchezza teologica. In questi versetti, brilla la fede cristiana delle origini, centrata sulla figura di Gesù, riconosciuto e proclamato nostro fratello in umanità, ma anche Signore dell’universo. È, quindi, una vera e propria confessione di fede cristologica, che ben riflette il pensiero di san Paolo, ma che può anche echeggiare la voce della comunità giudeo-cristiana anteriore all’Apostolo.

2. Il Cantico muove dalla divinità, propria di Gesù Cristo. A lui, infatti, compete la «natura» e la condizione divina, la morphè – come si dice in greco – ossia la stessa realtà intima e trascendente di Dio (cfr v. 6). Tuttavia egli non considera questa sua identità suprema e gloriosa come un privilegio orgoglioso da ostentare, un segno di potenza e di mera superiorità.

Il movimento dell’inno procede chiaramente verso il basso, cioè verso l’umanità. «Spogliandosi» e quasi «svuotandosi» di quella gloria, per assumere la morphè, ossia la realtà e la condizione del servo, il Verbo entra per questa via nell’orizzonte della storia umana. Anzi, egli diventa simile agli esseri umani (cfr v. 7) e giunge fino ad assumere quel segno del limite e della finitudine che è la morte. È, questa, un’umiliazione estrema, perché la morte accettata è quella di croce, considerata la più infame nella società di allora (cfr v. 8).

3. Cristo sceglie di abbassarsi dalla gloria alla morte di croce: è questo il primo movimento del Cantico, sul quale avremo occasione di ritornare per svelarne altre sfumature.

Il secondo movimento procede in senso inverso: dal basso si ascende verso l’alto, dall’umiliazione si sale verso l’esaltazione. Ora è il Padre che glorifica il Figlio strappandolo dalla morte e intronizzandolo come Signore dell’universo (cfr v. 9). Anche san Pietro nel discorso di Pentecoste dichiara che «Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (At 2,36). La Pasqua è, dunque, l’epifania solenne della divinità di Cristo, prima velata dalla condizione di servo e di uomo mortale.

4. Davanti alla figura grandiosa di Cristo glorificato e intronizzato tutti si prostrano in adorazione. Non solo dall’intero orizzonte della storia umana, ma anche dai cieli e dagli inferi (cfr Fil 2,10) si leva una possente professione di fede «Gesù Cristo è il Signore» (v. 11). «Quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo ora coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli sperimentasse la morte a vantaggio di tutti» (Eb 2,9).

Concludiamo questa nostra breve analisi del Cantico di Filippesi, sul quale dovremo ritornare, lasciando la parola a sant’Agostino che, nel suo Commento al Vangelo di san Giovanni, rimanda all’inno paolino per celebrare il potere vivificante di Cristo che opera la nostra risurrezione, strappandoci dal nostro limite mortale.

5. Ecco le parole del grande Padre della Chiesa: «Cristo, « di natura divina, non tenne per sé gelosamente l’essere pari a Dio ». Che sarebbe stato di noi, quaggiù nell’abisso, deboli e attaccati alla terra e perciò nell’impossibilità di raggiungere Dio? Potevamo essere abbandonati a noi stessi? No assolutamente. Egli « annientò se stesso prendendo la forma di servo »; senza, però, abbandonare la forma di Dio. Si fece dunque uomo colui che era Dio, assumendo ciò che non era senza perdere ciò che era; così Dio si fece uomo. Da una parte qui trovi il soccorso alla tua debolezza, dall’altra qui trovi quanto ti occorre per raggiungere la perfezione. Ti sollevi Cristo in virtù della sua umanità, ti guidi in virtù della sua umana divinità, ti conduca alla sua divinità. Tutta la predicazione cristiana, o fratelli, e l’economia della salvezza incentrata nel Cristo, si riassumono in questo e non in altro: nella risurrezione delle anime e nella risurrezione dei corpi. Ambedue erano morti: il corpo a causa della debolezza, l’anima a causa dell’iniquità; ambedue erano morti ed era necessario che ambedue, l’anima e il corpo, risorgessero. In virtù di chi risorge l’anima, se non in virtù di Cristo Dio? In virtù di chi risorge il corpo, se non in virtù di Cristo uomo?… Risorga la tua anima dall’iniquità in virtù della sua divinità e risorga il tuo corpo dalla corruzione in virtù della sua umanità» (Commento al Vangelo di san Giovanni, 23,6, Roma 1968, p. 541).

Giovanni Paolo II – Udienza 27 ottobre 1982 (Efesini)

dal sito: 

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UDIENZA GENERALE DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Mercoledì, 27 ottobre 1982

1. Il testo della lettera agli Efesini (Ef 5, 22-33) parla dei sacramenti della Chiesa – e in particolare del Battesimo e dellEucaristia – ma soltanto in modo indiretto e in certo senso allusivo, sviluppando lanalogia del matrimonio in riferimento a Cristo e alla Chiesa. E così leggiamo dapprima che Cristo, il quale ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei (Ef 5, 25), ha fatto questo per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dellacqua accompagnato dalla parola (Ef 5, 26). Si tratta qui indubbiamente del sacramento del Battesimo, che per istituzione di Cristo viene sin dallinizio conferito a coloro che si convertono. Le parole citate mostrano con grande plasticità in che modo il Battesimo attinge il suo significato essenziale e la sua forza sacramentale da quellamore sponsale del Redentore, attraverso cui si costituisce soprattutto la sacramentalità della Chiesa stessa, sacramentum magnum. Lo stesso si può forse dire anche dellEucaristia, che sembrerebbe essere indicata dalle parole seguenti sul nutrimento del proprio corpo, che ogni uomo appunto nutre e cura come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo (Ef 5, 29-30). Infatti, Cristo nutre la Chiesa con il suo Corpo appunto nellEucaristia.

2. Si vede, tuttavia, che né nel primo né nel secondo caso possiamo parlare di una sacramentaria ampiamente sviluppata. Non se ne può parlare nemmeno quando si tratta del sacramento del matrimonio come uno dei sacramenti della Chiesa. La lettera agli Efesini, esprimendo il rapporto sponsale di Cristo con la Chiesa, consente di comprendere che, in base a questo rapporto, la Chiesa stessa è il grande sacramento, il nuovo segno dellalleanza e della grazia, che trae le sue radici dalle profondità del sacramento della Redenzione, così come dalle profondità del sacramento della creazione è emerso il matrimonio, segno primordiale dellalleanza e della grazia. LAutore della lettera agli Efesini proclama che quel sacramento primordiale si realizza in un modo nuovo nel sacramento di Cristo e della Chiesa. Anche per questa ragione lApostolo, nello stesso classico testo di Efesini 5, 21-33, si rivolge ai coniugi, affinché siano sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo (Ef 5, 21) e modellino la loro vita coniugale fondandola sul sacramento istituito al principio dal Creatore: sacramento, che trovò la sua definitiva grandezza e santità nellalleanza sponsale di grazia tra Cristo e la Chiesa.

3. Sebbene la lettera agli Efesini non parli direttamente e immediatamente del matrimonio come di uno dei sacramenti della Chiesa, tuttavia la sacramentalità del matrimonio viene in essa particolarmente confermata e approfondita. Nel grande sacramento di Cristo e della Chiesa i coniugi cristiani sono chiamati a modellare la loro vita e la loro vocazione sul fondamento sacramentale.

4. Dopo lanalisi del classico testo di Efesini 5, 21-33, indirizzato ai coniugi cristiani, in cui Paolo annunzia loro il grande mistero (sacramentum magnum) dellamore sponsale di Cristo e della Chiesa, è opportuno ritornare a quelle significative parole del Vangelo, che già in precedenza abbiamo sottoposto ad analisi, vedendo in esse gli enunciati-chiave per la teologia del corpo. Cristo pronuncia queste parole, per così dire, dalla profondità divina della “redenzione del corpo” (Rm 8, 23). Tutte queste parole hanno un significato fondamentale per luomo in quanto appunto egli è corpo – in quanto è maschio o femmina. Esse hanno un significato per il matrimonio, in cui luomo e la donna si uniscono così che i due diventano una sola carne, secondo lespressione del libro della Genesi (Gen 2, 24), sebbene, nello stesso tempo, le parole di Cristo indichino anche la vocazione alla continenza per il regno dei cieli (Mt 19, 12).

5. In ciascuna di queste vie la redenzione del corpo non è soltanto una grande attesa di coloro che posseggono le primizie dello Spirito (Rm 8, 23), ma anche una permanente fonte di speranza che la creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio (Rm 8, 21). Le parole di Cristo, pronunciate dalla profondità divina del mistero della Redenzione, e della redenzione del corpo, portano in sé il lievito di questa speranza: le aprono la prospettiva sia nella dimensione escatologica sia nella dimensione della vita quotidiana. Infatti, le parole indirizzate agli ascoltatori immediati sono rivolte contemporaneamente alluomo storico dei vari tempi e luoghi. Quelluomo, appunto, che possiede “le primizie dello Spirito . . . geme . . . aspettando la redenzione del . . . corpo (Rm 8, 23). In lui si concentra anche la speranza cosmica di tutta la creazione, che in lui, nelluomo, attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio (Rm 8, 19). 6. Cristo colloquia con i Farisei, che gli chiedono: “È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo? (Mt 19, 3); essi lo interrogano in tale modo, appunto perché la legge attribuita a Mosè ammetteva la cosiddetta lettera di ripudio (Dt 24, 1). La risposta di Cristo è questa: Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo luomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, luomo non lo separi (Mt 19, 4-6). Se poi si tratta della lettera di ripudio, Cristo risponde così: Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa unaltra, commette adulterio (Mt 19, 8-9). Chi sposa una donna ripudiata dal marito, commette adulterio (Lc 16, 28).

7. Lorizzonte della redenzione del corpo si apre con queste parole, che costituiscono la risposta a una concreta domanda di carattere giuridico-morale; si apre, anzitutto, per il fatto che Cristo si colloca sul piano di quel sacramento primordiale, che i suoi interlocutori ereditano in modo singolare, dato che ereditano anche la rivelazione del mistero della creazione, racchiusa nei primi capitoli del libro della Genesi. Queste parole contengono ad un tempo una risposta universale, indirizzata alluomo storico di tutti i tempi e luoghi, poiché sono decisive per il matrimonio e per la sua indissolubilità; infatti si richiamano a ciò che è luomo, maschio e femmina, quale è divenuto in modo irreversibile per il fatto di esser creato ad immagine e somiglianza di Dio: luomo, che non cessa di essere tale anche dopo il peccato originale, benché questo labbia privato dellinnocenza originaria e della giustizia. Cristo, che nel rispondere alla domanda dei Farisei fa riferimento al principio, sembra in tal modo sottolineare particolarmente il fatto che egli parla dalla profondità del mistero della Redenzione, e della redenzione del corpo. La Redenzione significa, infatti, quasi una nuova creazione – significa l’assunzione di tutto ciò che è creato: per esprimere nella creazione la pienezza di giustizia, di equità e di santità, designata da Dio, e per esprimere quella pienezza soprattutto nelluomo, creato come maschio e femmina ad immagine di Dio. Nellottica delle parole di Cristo rivolte ai Farisei su ciò che era il matrimonio dal principio, rileggiamo anche il classico testo della lettera agli Efesini (Ef 5, 22-23) come testimonianza della sacramentalità del matrimonio, basata sul grande mistero di Cristo e della Chiesa.

Giovanni Paolo II – Udienza 24 Novembre 1982 (Efesini)

dal sito:

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UDIENZA GENERALE DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Mercoledì, 24 novembre 1982

1. Abbiamo analizzato la lettera agli Efesini, e soprattutto il passo del capitolo 5, 22-33, dal punto di vista della sacramentalità del matrimonio. Ora esaminiamo ancora lo stesso testo nellottica delle parole del Vangelo.

Le parole di Cristo rivolte ai Farisei (cf. Mt 19) si riferiscono al matrimonio quale sacramento, ossia alla rivelazione primordiale del volere e delloperare salvifico di Dio al principio, nel mistero stesso della creazione. In virtù di quel volere ed operare salvifico di Dio, luomo e la donna, unendosi tra loro così da divenire una sola carne (Gen 2, 24), erano ad un tempo destinati ad essere uniti nella verità e nella carità” come figli di Dio (cf. Gaudium et Spes, 24), figli adottivi nel Figlio Primogenito, diletto dalleternità. A tale unità e verso tale comunione di persone, a somiglianza dellunione delle persone divine (cf. Ivi.), sono dedicate le parole di Cristo, che si riferiscono al matrimonio come sacramento primordiale e nello stesso tempo confermano quel sacramento sulla base del mistero della Redenzione. Infatti, loriginaria unità nel corpo delluomo e della donna non cessa di plasmare la storia delluomo sulla terra, sebbene abbia perduto la limpidezza del sacramento, del segno della salvezza, che possedeva al principio. 2. Se Cristo di fronte ai suoi interlocutori, nel Vangelo di Matteo e di Marco (cf. Mt 19; Mc 10), conferma il matrimonio quale sacramento istituito dal Creatore “al principio” – se in conformità con questo ne esige lindissolubilità – con ciò stesso apre il matrimonio allazione salvifica di Dio, alle forze che scaturiscono “dalla redenzione del corpo” e che aiutano a superare le conseguenze del peccato e a costruire lunità delluomo e della donna secondo leterno disegno del Creatore. Lazione salvifica che deriva dal mistero della Redenzione assume in sé loriginaria azione santificante di Dio nel mistero stesso della Creazione. 3. Le parole del Vangelo di Matteo (cf. Mt 19, 3-9; Mc 10, 2-12) hanno, al tempo stesso, una eloquenza etica molto espressiva. Queste parole confermano – in base al mistero della Redenzione – il sacramento primordiale e nello stesso tempo stabiliscono un ethos adeguato, che già nelle nostre precedenti riflessioni abbiamo chiamato ethos della redenzione. Lethos evangelico e cristiano, nella sua essenza teologica, è l’ethos della redenzione. Possiamo certo trovare per quellethos una interpretazione razionale, una interpretazione filosofica di carattere personalistico; tuttavia, nella sua essenza teologica, esso è un ethos della redenzione, anzi: “un ethos della redenzione del corpo”. La redenzione diviene ad un tempo la base per comprendere la particolare dignità del corpo umano, radicata nella dignità personale delluomo e della donna. La ragione di questa dignità sta appunto alla radice dellindissolubilità dellalleanza coniugale.

4. Cristo fa riferimento al carattere indissolubile del matrimonio come sacramento primordiale e, confermando questo sacramento sulla base del mistero della redenzione, ne trae ad un tempo le conclusioni di natura etica: Chi ripudia la propria moglie e ne sposa unaltra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio (Mc 10, 11 s; cf. Mt 19, 9). Si può affermare che in tal modo la redenzione è data alluomo come grazia della nuova alleanza con Dio in Cristo – ed insieme gli è assegnata come ethos: come forma della morale corrispondente allazione di Dio nel mistero della Redenzione. Se il matrimonio come sacramento è un segno efficace dellazione salvifica di Dio dal principio, al tempo stesso – nella luce delle parole di Cristo qui meditate – questo sacramento costituisce anche una esortazione rivolta alluomo, maschio e femmina, affinché partecipino coscienziosamente alla redenzione del corpo.

5. La dimensione etica della redenzione del corpo si delinea in modo particolarmente profondo, quando meditiamo sulle parole pronunciate da Cristo nel Discorso della Montagna in rapporto al comandamento Non commettere adulterio. Avete inteso che fu detto: non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore (Mt 5, 27-28). A questo lapidario enunciato di Cristo abbiamo precedentemente dedicato un ampio commento, nella convinzione che esso ha un significato fondamentale per tutta la teologia del corpo, soprattutto nella dimensione delluomo storico. E sebbene queste parole non si riferiscano direttamente ed immediatamente al matrimonio come sacramento, tuttavia è impossibile separarle dall’intero sostrato sacramentale, in cui, per quanto riguarda il patto coniugale, è stata collocata lesistenza delluomo quale maschio e femmina: sia nel contesto originario del mistero della Creazione, sia pure, in seguito, nel contesto del mistero della Redenzione. Questo sostrato sacramentale riguarda sempre le persone concrete, penetra in ciò che è luomo e la donna (o piuttosto in chi è luomo e la donna) nella propria originaria dignità di immagine e somiglianza con Dio a motivo della creazione, ed insieme nella stessa dignità ereditata malgrado il peccato e di nuovo continuamente assegnata come compito alluomo mediante la realtà della Redenzione.

6. Cristo, che nel Discorso della Montagna dà la propria interpretazione del comandamento “Non commettere adulterio” – interpretazione costitutiva del nuovo ethos – con le medesime lapidarie parole assegna come compito ad ogni uomo la dignità di ogni donna; e contemporaneamente (sebbene dal testo ciò risulti solo in modo indiretto) assegna anche ad ogni donna la dignità di ogni uomo (Il testo di San Marco che parla dellindissolubilità del matrimonio afferma chiaramente che anche la donna diventa soggetto delladulterio,quando ripudia il marito e sposa un altro [cf. Mc 10, 12]). Assegna infine a ciascuno – sia alluomo che alla donna – la propria dignità: in certo senso, il “sacrum” della persona, e ciò in considerazione della sua femminilità o mascolinità, in considerazione del “corpo”. Non è difficile rilevare che le parole pronunciate da Cristo nel Discorso della Montagna riguardano lethos. Al tempo stesso, non è difficile affermare, dopo una riflessione approfondita, che tali parole scaturiscono dalla profondità stessa della redenzione del corpo. Benché esse non si riferiscano direttamente al matrimonio come sacramento, non è difficile costatare che raggiungono il loro proprio e pieno significato in rapporto con il sacramento: sia quello primordiale, che è unito con il mistero della Creazione, sia quello in cui luomo storico, dopo il peccato e a motivo della sua peccaminosità ereditaria, deve ritrovare la dignità e santità dellunione coniugale nel corpo, in base al mistero della Redenzione.

7. Nel Discorso della Montagna – come anche nel colloquio con i Farisei sullindissolubilità del matrimonio – Cristo parla dal profondo di quel mistero divino. E in pari tempo si addentra nella profondità stessa del mistero umano. Perciò fa richiamo al cuore, a quel luogo intimo, in cui combattono nelluomo il bene e il male, il peccato e la giustizia, la concupiscenza e la santità. Parlando della concupiscenza (dello sguardo concupiscente) (cf. Mt 5, 28), Cristo rende consapevoli i suoi ascoltatori che ognuno porta in sé, insieme al mistero del peccato, la dimensione interiore delluomo della concupiscenza (che è triplice: concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita) (1 Gv 2, 16). Proprio a questuomo della concupiscenza è dato nel matrimonio il sacramento della Redenzione come grazia e segno dellalleanza con Dio – e gli è assegnato “come ethos”. E contemporaneamente, in rapporto con il matrimonio come sacramento, esso è assegnato come ethos a ciascun uomo, maschio e femmina: è assegnato al suo cuore, alla sua coscienza, ai suoi sguardi e al suo comportamento. Il matrimonio – secondo le parole di Cristo (cf. Mt 19, 4) – è sacramento dal principio stesso e ad un tempo, in base alla peccaminosità storica delluomo, è sacramento sorto dal mistero della redenzione del corpo.

Giovanni Paolo II- udienza 1 dicembre 1982 (Efesini)

 dal sito:

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UDIENZA GENERALE DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Mercoledì, 1° dicembre 1982

1. Abbiamo fatto lanalisi della lettera agli Efesini, e soprattutto del passo del capitolo 5, 22-33, nella prospettiva della sacramentalità del matrimonio. Ora cercheremo ancora una volta di considerare il medesimo testo alla luce delle parole del Vangelo e delle lettere paoline ai Corinzi e ai Romani. Il matrimonio – come sacramento nato dal mistero della Redenzione e rinato, in certo senso, nellamore sponsale di Cristo e della Chiesa – è una efficace espressione della potenza salvifica di Dio, che realizza il suo eterno disegno anche dopo il peccato e malgrado la triplice concupiscenza, nascosta nel cuore di ogni uomo, maschio e femmina. Come espressione sacramentale di quella potenza salvifica, il matrimonio è anche un’esortazione a dominare la concupiscenza (come ne parla Cristo nel Discorso della Montagna). Frutto di tale dominio è lunità e indissolubilità del matrimonio, e inoltre, lapprofondito senso della dignità della donna nel cuore delluomo (come anche della dignità delluomo nel cuore della donna), sia nella convivenza coniugale, sia in ogni altro àmbito dei rapporti reciproci.

2. La verità, secondo cui il matrimonio, quale sacramento della redenzione, è dato alluomo della concupiscenza, come grazia e in pari tempo come ethos, ha trovato particolare espressione anche nellinsegnamento di san Paolo, specialmente nel 7° capitolo della prima lettera ai Corinzi. LApostolo, confrontando il matrimonio con la verginità (ossia con la continenza per il regno dei cieli) e dichiarandosi per la superiorità” della verginità, costata ugualmente che ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro (1 Cor 7, 7). In base al mistero della Redenzione, al matrimonio corrisponde dunque un “dono” particolare, ossia la grazia. Nello stesso contesto lApostolo dando consigli ai suoi destinatari, raccomanda il matrimonio per il pericolo dellincontinenza (1 Cor 7, 2), e in seguito raccomanda ai coniugi che il marito compia il suo dovere verso la moglie; ugualmente anche la moglie verso il marito (1Cor 7,3). E continua così: “È meglio sposarsi che ardere (1 Cor 7, 9).

3. Su questi enunciati paolini si è formata lopinione che il matrimonio costituisca uno specifico remedium concupiscentiae. Tuttavia san Paolo, il quale, come abbiamo potuto costatare, insegna esplicitamente che al matrimonio corrisponde un dono particolare e che nel mistero della Redenzione il matrimonio è dato alluomo e alla donna come grazia, esprime nelle sue parole, suggestive ed insieme paradossali, semplicemente il pensiero che il matrimonio è assegnato ai coniugi come ethos. Nelle parole paoline “È meglio sposarsi che ardere, il verbo “ardere” significa il disordine delle passioni, proveniente dalla stessa concupiscenza della carne (analogamente viene presentata la concupiscenza nellAntico Testamento dal Siracide) (cf. Sir 23, 17). Il matrimonio, invece, significa lordine etico, introdotto consapevolmente in questo àmbito. Si può dire che il matrimonio è luogo dincontro dell eros con l ethos e del reciproco compenetrarsi di essi nel cuore delluomo e della donna, come pure in tutti i loro rapporti reciproci.

4. Questa verità – che cioè il matrimonio, quale sacramento scaturito dal mistero della Redenzione, è dato alluomo storico come grazia ed insieme come ethos – determina inoltre il carattere del matrimonio quale uno dei sacramenti della Chiesa. Come sacramento della Chiesa, il matrimonio ha indole di indissolubilità. Come sacramento della Chiesa, esso è anche parola dello Spirito, che esorta luomo e la donna a modellare tutta la loro convivenza attingendo forza dal mistero della redenzione del corpo. In tal modo, essi sono chiamati alla castità come allo stato di vita secondo lo Spirito che è loro proprio (cf. Rm 8, 4-5; Gal 5, 25). La redenzione del corpo significa, in questo caso, anche quella speranza che, nella dimensione del matrimonio, può essere definita speranza del giorno quotidiano, speranza della temporalità. Sulla base di una tale speranza viene dominata la concupiscenza della carne come fonte della tendenza ad un egoistico appagamento, e la stessa carne, nellalleanza sacramentale della mascolinità e femminilità, diventa lo specifico sostrato di una comunione duratura ed indissolubile delle persone (communio personarum) al modo degno delle persone.

5. Coloro che, come coniugi, secondo leterno disegno divino si uniscono così da divenire, in certo senso, una sola carne, sono anche a loro volta chiamati, mediante il sacramento, ad una vita secondo lo Spirito, tale che corrisponda al dono ricevuto nel sacramento. In virtù di quel dono, conducendo come coniugi una vita secondo lo Spirito, sono capaci di riscoprire la particolare gratificazione, di cui sono divenuti partecipi. Quanto la concupiscenza offusca lorizzonte della visuale interiore, toglie ai cuori la limpidezza dei desideri e delle aspirazioni, altrettanto la vita secondo lo Spirito (ossia la grazia del sacramento del matrimonio) consente alluomo e alla donna di ritrovare la vera libertà del dono, unita alla consapevolezza del senso sponsale del corpo nella sua mascolinità e femminilità.

6. La vita secondo lo Spirito si esprime dunque anche nel reciproco unirsi (cf. Gen 4, 1), con cui i coniugi, divenendo una sola carne, sottopongono la loro femminilità e mascolinità alla benedizione della procreazione: Adamo si unì a Eva, sua moglie, la quale concepì e partorì . . . e disse: Ho acquistato un uomo dal Signore (Gen 4, 1). La vita “secondo lo Spirito” si esprime anche qui nella consapevolezza della gratificazione, a cui corrisponde la dignità degli stessi coniugi in qualità di genitori, cioè si esprime nella profonda consapevolezza della santità della vita (“sacrum”), a cui ambedue danno origine, partecipando – come i progenitori – alle forze del mistero della creazione. Alla luce di quella speranza, che è connessa col mistero della redenzione del corpo (cf. Rm 8, 19-23), questa nuova vita umana, luomo nuovo concepito e nato dallunione coniugale di suo padre e di sua madre, si apre alle primizie dello Spirito (Rm 8, 23) per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio (Rm 8, 21). E se tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto (Rm 8, 22), una particolare speranza accompagna le doglie della madre partoriente, cioè la speranza della rivelazione dei figli di Dio (Rm 8, 19), speranza di cui ogni neonato che viene al mondo porta con sé una scintilla.

7. Questa speranza che è nel mondo, compenetrando – come insegna san Paolo – tutta la creazione, non è, al tempo stesso, dal mondo. Ancor più: essa deve combattere nel cuore umano con ciò che è dal mondo, con ciò che è nel mondo. Perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo (1 Gv 2, 16). Il matrimonio, come sacramento primordiale ed insieme come sacramento nato nel mistero della redenzione del corpo dallamore sponsale di Cristo e della Chiesa, viene dal Padre. Non è dal mondo, ma dal Padre. Di conseguenza, anche il matrimonio, come sacramento, costituisce la base della speranza per la persona, cioè per luomo e per la donna, per i genitori e per i figli, per le generazioni umane. Da una parte, infatti, passa il mondo con la sua concupiscenza, dallaltra chi fa la volontà di Dio rimane in eterno (1 Gv 2, 17). Con il matrimonio, quale sacramento, è unita lorigine delluomo nel mondo, e in esso è anche iscritto il suo avvenire, e ciò non soltanto nelle dimensioni storiche, ma anche in quelle escatologiche.

8. A ciò si riferiscono le parole, in cui Cristo si richiama alla risurrezione dei corpi – parole riportate dai tre sinottici (cf. Mt 22, 23-32; Mc 12, 18-27; Lc 20, 34-39). Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo: così Matteo e in modo simile Marco; ed ecco Luca: I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dellaltro mondo e della risurrezione dei morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio (Lc 20, 34-36). Questi testi sono stati sottoposti in precedenza ad una analisi particolareggiata.

9. Cristo afferma che il matrimonio – sacramento dell’origine delluomo nel mondo visibile temporaneo – non appartiene alla realtà escatologica del mondo futuro. Tuttavia luomo, chiamato a partecipare a questo avvenire escatologico mediante la risurrezione del corpo, è il medesimo uomo, maschio e femmina, la cui origine nel mondo visibile temporaneo è collegata col matrimonio quale sacramento primordiale del mistero stesso della creazione. Anzi, ogni uomo, chiamato a partecipare alla realtà della futura risurrezione, porta nel mondo questa vocazione, per il fatto che nel mondo visibile temporaneo ha la sua origine per opera del matrimonio dei suoi genitori. Così, dunque, le parole di Cristo, che escludono il matrimonio dalla realtà del mondo futuro, al tempo stesso svelano indirettamente il significato di questo sacramento per la partecipazione degli uomini, figli e figlie, alla futura risurrezione.

10. Il matrimonio, che è sacramento primordiale – rinato, in un certo senso, nellamore sponsale di Cristo e della Chiesa – non appartiene alla redenzione del corpo nella dimensione della speranza escatologica (cf. Rm 8, 23). Lo stesso matrimonio dato alluomo come grazia, come dono destinato da Dio appunto ai coniugi, e al tempo stesso assegnato loro, con le parole di Cristo, come ethos – quel matrimonio sacramentale si compie e si realizza nella prospettiva della speranza escatologica. Esso ha un significato essenziale per la redenzione del corpo nella dimensione di questa speranza. Proviene, difatti, dal Padre ed a lui deve la sua origine nel mondo. E se questo mondo passa, e se con esso passano anche la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, che vengono dal mondo, il matrimonio come sacramento serve immutabilmente affinché luomo, maschio e femmina, dominando la concupiscenza, faccia la volontà del Padre. E chi fa la volontà di Dio rimane in eterno (1 Gv 2, 17).

11. In tale senso il matrimonio, come sacramento, porta in sé anche il germe dellavvenire escatologico delluomo, cioè la prospettiva della redenzione del corpo nella dimensione della speranza escatologica, a cui corrispondono le parole di Cristo circa la risurrezione: Alla risurrezione . . . non si prende né moglie né marito (Mt 22, 30); tuttavia, anche coloro che, essendo figli della risurrezione . . . sono uguali agli angeli e . . . sono figli di Dio (Lc 20, 36), debbono la propria origine nel mondo visibile temporaneo al matrimonio e alla procreazione delluomo e della donna. Il matrimonio, come sacramento del principio umano, come sacramento della temporalità delluomo storico, compie in tal modo un insostituibile servizio riguardo al suo avvenire extra-temporale, riguardo al mistero della redenzione del corpo nella dimensione della speranza escatologica.

Giovanni Paolo II – Udienza 15 dicembre 1982 (Efesini)

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http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1982/documents/hf_jp-ii_aud_19821215_it.html

UDIENZA GENERALE DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Mercoledì, 15 dicembre 1982

1. LAutore della lettera agli Efesini, come abbiamo già visto, parla di un grande mistero, unito al sacramento primordiale mediante la continuità del piano salvifico di Dio. Anche egli si riporta al principio, come aveva fatto Cristo nel colloquio con i Farisei (cf. Mt 19, 8), citando le stesse parole: Per questo luomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne (Gen 2, 24). Quel grande mistero è soprattutto il mistero della unione di Cristo con la Chiesa, che lApostolo presenta nella similitudine dellunità dei coniugi: Lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa (Ef 5, 32). Ci troviamo nell’àmbito della grande analogia, in cui il matrimonio come sacramento da un lato viene presupposto e, dallaltro, riscoperto. Viene presupposto come sacramento del principio umano, unito al mistero della creazione. E viene invece riscoperto come frutto dellamore sponsale di Cristo e della Chiesa, collegato col mistero della Redenzione.

2. LAutore della lettera agli Efesini, rivolgendosi direttamente ai coniugi, li esorta a plasmare il loro rapporto reciproco sul modello dellunione sponsale di Cristo e della Chiesa. Si può dire che – presupponendo la sacramentalità del matrimonio nel suo significato primordiale – ordina loro di apprendere nuovamente questo sacramento dallunione sponsale di Cristo e della Chiesa: E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa . . . (Ef 5, 25-26). Questo invito, indirizzato dallApostolo ai coniugi cristiani, ha la sua piena motivazione in quanto essi, mediante il matrimonio come sacramento, partecipano allamore salvifico di Cristo, che si esprime al tempo stesso come amore sponsale di lui verso la Chiesa. Alla luce della lettera agli Efesini – appunto mediante la partecipazione a questo amore salvifico di Cristo – viene confermato ed insieme rinnovato il matrimonio come sacramento del “principio” umano, cioè sacramento in cui luomo e la donna, chiamati a diventare una sola carne, partecipano allamore creatore di Dio stesso. E vi partecipano, sia per il fatto che, creati ad immagine di Dio, sono stati chiamati in virtù di questa immagine ad una particolare unione (communio personarum), sia perché questa stessa unione è stata fin dal principio benedetta con la benedizione della fecondità (cf. Gen 1, 28).

3. Tutta questa originaria e stabile struttura del matrimonio come sacramento del mistero della creazione – secondo il classico testo della lettera agli Efesini (Ef 5, 21-33) – si rinnova nel mistero della Redenzione, quando quel mistero assume laspetto della gratificazione sponsale della Chiesa da parte di Cristo. Quelloriginaria e stabile forma del matrimonio, si rinnova quando gli sposi lo ricevono come sacramento della Chiesa, attingendo alla nuova profondità della gratificazione delluomo da parte di Dio, che si è svelata e aperta col mistero della Redenzione, quando Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa . . . (Ef 5, 25-26). Si rinnova quella originaria e stabile immagine del matrimonio come sacramento, quando i coniugi cristiani – consapevoli dellautentica profondità della redenzione del corpo – si uniscono nel timore di Cristo (Ef 5, 21).

4. Limmagine paolina del matrimonio, iscritta nel grande mistero di Cristo e della Chiesa, accosta la dimensione redentrice dellamore alla dimensione sponsale. In certo senso unisce queste due dimensioni in una sola. Cristo è divenuto sposo della Chiesa, ha sposato la Chiesa come sua sposa, perché ha dato se stesso per lei (Ef 5, 25). Mediante il matrimonio come sacramento (come uno dei sacramenti della Chiesa) ambedue queste dimensioni dell’amore, quella sponsale e quella redentrice, insieme con la grazia del sacramento, penetrano nella vita dei coniugi. Il significato sponsale del corpo nella sua mascolinità e femminilità, che si è manifestato per la prima volta nel mistero della creazione sullo sfondo dellinnocenza originaria delluomo, viene collegato nellimmagine della lettera agli Efesini col significato redentore, e in tal modo confermato e in certo senso nuovamente creato.

5. Questo è importante riguardo al matrimonio, alla vocazione cristiana dei mariti e delle mogli. Il testo della lettera agli Efesini (Ef 5, 21-33) si rivolge direttamente a loro e parla soprattutto a loro. Tuttavia, quel collegamento del significato sponsale del corpo con il suo significato redentore è ugualmente essenziale e valido per l’ermeneutica dell’uomo in generale: per il fondamentale problema della comprensione di lui e dellauto-comprensione del suo essere nel mondo. È ovvio che non possiamo escludere da questo problema linterrogativo sul senso di essere corpo, sul senso di essere, in quanto corpo, uomo e donna. Questi interrogativi sono stati posti per la prima volta in rapporto con lanalisi del principio umano, nel contesto del libro della Genesi. Fu quel contesto stesso, in certo senso, ad esigere che fossero posti. Ugualmente lo richiede il classico testo della lettera agli Efesini. E se il grande mistero dellunione di Cristo con la Chiesa ci obbliga a collegare il significato sponsale del corpo con il suo significato redentore, in tale collegamento i coniugi trovano la risposta allinterrogativo sul senso di essere corpo, e non solo essi, benché soprattutto a loro sia indirizzato questo testo della lettera dellApostolo.

6. Limmagine paolina del grande mistero di Cristo e della Chiesa parla indirettamente anche della continenza per il regno dei cieli, in cui ambedue le dimensioni dellamore, sponsale e redentore, si uniscono reciprocamente in un modo diverso da quello matrimoniale, secondo diverse proporzioni. Non è forse quellamore sponsale, con cui Cristo “ha amato la Chiesa”, sua sposa, e ha dato se stesso per lei, ugualmente la più piena incarnazione dellideale della “continenza per il regno dei cieli” (cf. Mt 19, 12)? Non trovano sostegno proprio in essa tutti coloro – uomini e donne – che, scegliendo lo stesso ideale, desiderano collegare la dimensione sponsale dellamore con la dimensione redentrice, secondo il modello di Cristo stesso? Essi desiderano confermare con la loro vita che il significato sponsale del corpo – della sua mascolinità o femminilità -, profondamente inscritto nella struttura essenziale della persona umana, è stato aperto in un modo nuovo, da parte di Cristo e con lesempio della sua vita, alla speranza unita alla redenzione del corpo. Così, dunque, la grazia del mistero della Redenzione fruttifica anche – anzi fruttifica in modo particolare – con la vocazione alla continenza per il regno dei cieli.

7. Il testo della lettera agli Efesini (Ef 5, 22-23) non ne parla esplicitamente. Esso è indirizzato ai coniugi e costruito secondo limmagine del matrimonio, che attraverso lanalogia spiega lunione di Cristo con la Chiesa: unione nellamore redentore e sponsale insieme. Non è forse appunto questo amore che, quale viva e vivificante espressione del mistero della Redenzione, oltrepassa il cerchio dei destinatari della lettera circoscritti dall’analogia del matrimonio? Non abbraccia ogni uomo e, in certo senso, tutto il creato, come denota il testo paolino sulla redenzione del corpo nella lettera ai Romani (cf. Rm 8, 23)? Il sacramentum magnum in tal senso è addirittura un nuovo sacramento delluomo in Cristo e nella Chiesa: sacramento “dell’uomo e del mondo”, così come la creazione delluomo, maschio e femmina, ad immagine di Dio fu loriginario sacramento delluomo e del mondo. In questo nuovo sacramento della redenzione è inscritto organicamente il matrimonio, così come fu inscritto nelloriginario sacramento della creazione.

8. Luomo, che dal principio è maschio e femmina, deve cercare il senso della sua esistenza e il senso della sua umanità giungendo fino al mistero della creazione attraverso la realtà della Redenzione. Ivi si trova anche la risposta essenziale allinterrogativo sul significato del corpo umano, sul significato della mascolinità e femminilità della persona umana. Lunione di Cristo con la Chiesa ci consente di intendere in quale modo il significato sponsale del corpo si completa con il significato redentore, e ciò nelle diverse strade della vita e nelle diverse situazioni: non soltanto nel matrimonio o nella continenza (ossia verginità o celibato), ma anche, per esempio, nella multiforme sofferenza umana, anzi: nella stessa nascita e morte delluomo. Attraverso il grande mistero, di cui tratta la lettera agli Efesini, attraverso la nuova alleanza di Cristo con la Chiesa, il matrimonio viene nuovamente inscritto in quel sacramento delluomo che abbraccia luniverso, nel sacramento delluomo e del mondo, che grazie alle forze della redenzione del corpo si modella secondo lamore sponsale di Cristo e della Chiesa fino alla misura del compimento definitivo nel regno del Padre.

Il matrimonio come sacramento rimane una parte viva e vivificante di questo processo salvifico.

Giovanni Paolo II – sulla resurrezione dei corpi – 1Cor 15

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1982/documents/hf_jp-ii_aud_19820127_it.html

UDIENZA GENERALE DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Mercoledì, 27 gennaio 1982

1. Durante le precedenti Udienze abbiamo riflettuto sulle parole di Cristo circa laltro mondo, che emergerà insieme alla risurrezione dei corpi.

Quelle parole ebbero una risonanza singolarmente intensa nellinsegnamento di san Paolo. Tra la risposta data ai Sadducei, trasmessa dai Vangeli sinottici (cf. Mt 22, 30; Mc 12, 25; Lc 20, 35-36) e lapostolato di Paolo ebbe luogo prima di tutto il fatto della risurrezione di Cristo stesso e una serie di incontri con il Risorto, tra i quali occorre annoverare, come ultimo anello, levento occorso nei pressi di Damasco. Saulo o Paolo di Tarso che, convertito, divenne l’“apostolo dei gentili, ebbe anche la propria esperienza post-pasquale, analoga a quella degli altri Apostoli. Alla base della sua fede nella risurrezione, che egli esprime soprattutto nella prima lettera ai Corinzi (cf. 1 Cor 15), sta certamente quellincontro con il Risorto, che divenne inizio e fondamento del suo apostolato. 2.

È difficile qui riassumere e commentare adeguatamente la stupenda ed ampia argomentazione del 15° capitolo della prima lettera ai Corinzi in tutti i suoi particolari. È significativo che, mentre Cristo con le parole riportate dai Vangeli sinottici rispondeva ai Sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione (Lc 20, 27), Paolo, da parte sua, risponde o piuttosto polemizza (conformemente al suo temperamento) con coloro che lo contestano (I Corinzi erano probabilmente travagliati da correnti di pensiero improntate al dualismo platonico e al neopitagorismo di sfumatura religiosa, allo stoicismo e all’epicureismo: tutte le filosofie greche, del resto, negavano la risurrezione del corpo. Paolo aveva già sperimentato ad Atene la reazione dei Greci alla dottrina della risurrezione, durante il suo discorso all’Areopago – cfr. Act. 17, 32). Cristo, nella sua risposta (pre-pasquale) non faceva riferimento alla propria risurrezione, ma si richiamava alla fondamentale realtà dellalleanza veterotestamentaria, alla realtà del Dio vivo, che è a base del convincimento circa la possibilità della risurrezione: il Dio vivo non è un Dio dei morti ma dei viventi (Mc 12, 27). Paolo nella sua argomentazione post-pasquale sulla futura risurrezione si richiama soprattutto alla realtà e alla verità della risurrezione di Cristo. Anzi, difende tale verità persino quale fondamento della fede nella sua integrità: . . . Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede . . . Ora invece, Cristo è risuscitato dai morti (1 Cor 15, 14. 20).

3. Qui ci troviamo sulla stessa linea della rivelazione: la risurrezione di Cristo è l’ultima e la più piena parola dell’autorivelazione del Dio vivo quale Dio non dei morti ma dei viventi” (Mc 12, 27). Essa è lultima e più piena conferma della verità su Dio che fin dal principio si esprime attraverso questa rivelazione. La risurrezione, inoltre, è la risposta del Dio della vita allinevitabilità storica della morte, a cui luomo è stato sottoposto dal momento della rottura della prima alleanza, e che, insieme al peccato, è entrata nella sua storia. Tale risposta circa la vittoria riportata sulla morte, è illustrata dalla prima lettera ai Corinzi (cf. 1 Cor 15) con una singolare perspicacia, presentando la risurrezione di Cristo come linizio di quel compimento escatologico, in cui per lui ed in lui tutto ritornerà al Padre, tutto gli sarà sottomesso, cioè riconsegnato definitivamente, perché Dio sia tutto in tutti (1 Cor 15, 28). Ed allora – in questa definitiva vittoria sul peccato, su ciò che contrapponeva la creatura al Creatore – verrà anche vinta la morte: Lultimo nemico ad essere annientato sarà la morte (1 Cor 15, 26). 4. In tale contesto sono inserite le parole che possono esser ritenute sintesi dell

antropologia paolina concernente la risurrezione. Ed è su queste parole che ci converrà soffermarci qui più a lungo. Leggiamo, infatti, nella prima lettera ai Corinzi 15, 42-46, circa la risurrezione dai morti: Si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale. Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma lultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale.

5. Tra questa antropologia paolina della risurrezione e quella che emerge dal testo dei Vangeli sinottici (Mt 22, 30; Mc 12, 25; Lc 20, 35-36), esiste una coerenza essenziale, solo che il testo della prima lettera ai Corinzi è maggiormente sviluppato. Paolo approfondisce ciò che aveva annunciato Cristo, penetrando, ad un tempo, nei vari aspetti di quella verità che nelle parole scritte dai sinottici era stata espressa in modo conciso e sostanziale. È inoltre significativo per il testo paolino che la prospettiva escatologica delluomo, basata sulla fede nella risurrezione dai morti, è unita con il riferimento al “principio” come pure con la profonda coscienza della situazione “storica” dell’uomo. Luomo, al quale Paolo si rivolge nella prima lettera ai Corinzi e che si oppone (come i Sadducei) alla possibilità della risurrezione, ha anche la sua (storica) esperienza del corpo, e da questa esperienza risulta con tutta chiarezza che il corpo è corruttibile, debole, animale, ignobile. 6. Un tale uomo, destinatario del suo scritto – sia nella comunit

à di Corinto sia pure, direi, in tutti i tempi – Paolo lo confronta con Cristo risorto, lultimo Adamo. Così facendo, lo invita, in un certo senso, a seguire le orme della propria esperienza post-pasquale. In pari tempo gli ricorda il primo Adamo, ossia lo induce a rivolgersi al principio, a quella prima verità circa luomo e il mondo, che sta alla base della rivelazione del mistero del Dio vivo. Così, dunque, Paolo riproduce nella sua sintesi tutto ciò che Cristo aveva annunziato, quando si era richiamato, in tre momenti diversi, al principio nel colloquio con i Farisei (cf. Mt 19, 3-8; Mc 10, 2-9); al cuore umano, come luogo di lotta con le concupiscenze nellinterno delluomo, durante il discorso della Montagna (cf. Mt 5, 27); e alla risurrezione come realtà dell’“altro mondo nel colloquio con i Sadducei (cf. Mt 22, 30; Mc 12, 25; Lc 20, 35-36).

7. Allo stile della sintesi di Paolo appartiene quindi il fatto che essa affonda le sue radici nellinsieme del mistero rivelato della creazione e della redenzione, da cui essa si sviluppa e alla cui luce soltanto si spiega. La creazione delluomo, secondo il racconto biblico, è una vivificazione della materia mediante lo spirito, grazie a cui il primo uomo Adamo . . . divenne un essere vivente (1 Cor 15, 45). Il testo paolino ripete qui le parole del libro della Genesi 2, 7, cioè del secondo racconto della creazione delluomo (cosiddetto: racconto jahvista). È noto dalla stessa fonte che questa originaria animazione del corpo ha subìto una corruzione a causa del peccato. Sebbene a questo punto della prima lettera ai Corinzi lAutore non parli direttamente del peccato originale, tuttavia la serie di definizioni che attribuisce al corpo delluomo storico, scrivendo che è corruttibile . . . debole . . . animale . . . ignobile . . ., indica sufficientemente ciò che, secondo la rivelazione, è conseguenza del peccato, ciò che lo stesso Paolo chiamerà altrove schiavitù della corruzione (Rm 8, 21). A questa “schiavitù della corruzione” è sottoposta indirettamente tutta la creazione a causa del peccato dell’uomo, il quale fu posto dal Creatore in mezzo al mondo visibile perché dominasse (cf. Gen 1, 28). Così il peccato delluomo ha una dimensione non solo interiore, ma anche cosmica. E secondo tale dimensione, il corpo – che Paolo (in conformità alla sua esperienza) caratterizza come corruttibile . . . debole . . . animale . . . ignobile . . . – esprime in sé lo stato della creazione dopo il peccato. Questa creazione, infatti, geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto (Rm 8, 22). Tuttavia, come le doglie del parto sono unite al desiderio della nascita, alla speranza di un uomo nuovo, così anche tutta la creazione attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio . . . e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio (Rm 8, 19-21). 8. Attraverso tale contesto cosmico dellaffermazione contenuta nella lettera ai Romani – in certo senso, attraverso il corpo di tutte le creature – cerchiamo di comprendere fino in fondo linterpretazione paolina della risurrezione. Se questa immagine del corpo delluomo storico, così profondamente realistica e adeguata allesperienza universale degli uomini, nasconde in sé, secondo Paolo, non soltanto la “schiavitù della corruzione”, ma anche la speranza, simile a quella che accompagna le doglie del parto, ciò avviene perché lApostolo coglie in questa immagine anche la presenza del mistero della redenzione. La coscienza di quel mistero si sprigiona appunto da tutte le esperienze delluomo che si possono definire come schiavitù della corruzione; e si sprigiona, perché la redenzione opera nellanima delluomo mediante i doni dello Spirito: . . . Anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando ladozione a figli, la redenzione del nostro corpo (Rm 8, 23). La redenzione è la via alla risurrezione. La risurrezione costituisce il definitivo compimento della redenzione del corpo. Riprenderemo lanalisi del testo paolino nella prima lettera ai Corinzi nelle nostre ulteriori riflessioni.

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