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Paolo VI, papa: « Quando verrà il Consolatore, lo Spirito di verità, egli mi renderà testimonianza »

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Lunedì della VI settimana di Pasqua : Jn 15,26-27#Jn 16,1-4
Meditazione del giorno
Paolo VI, papa dal 1963 al 1978
Evangelii nuntiandi, cap.7, §75  – Copyright © Libreria Editrice Vaticana

« Quando verrà il Consolatore, lo Spirito di verità, egli mi renderà testimonianza »

        «Colma del conforto dello Spirito Santo», la Chiesa «cresce». Lo Spirito è l’anima di questa Chiesa. È lui che spiega ai fedeli il significato profondo dell’insegnamento di Gesù e del suo mistero. È lui che, oggi come agli inizi della Chiesa, opera in ogni evangelizzatore che si lasci possedere e condurre da lui, che gli suggerisce le parole che da solo non saprebbe trovare, predisponendo nello stesso tempo l’animo di chi ascolta perché sia aperto ad accogliere la Buona Novella e il Regno annunziato.

        Le tecniche dell’evangelizzazione sono buone, ma neppure le più perfette tra di esse potrebbero sostituire l’azione discreta dello Spirito. Anche la preparazione più raffinata dell’evangelizzatore, non opera nulla senza di lui. Senza di lui la dialettica più convincente è impotente sullo spirito degli uomini. Senza di lui, i più elaborati schemi a base sociologica, o psicologica, si rivelano vuoti e privi di valore.

        Noi stiamo vivendo nella Chiesa un momento privilegiato dello Spirito. Si cerca dapertutto di conoscerlo meglio, quale è rivelato dalle Sacre Scritture. Si è felici di porsi sotto la sua mozione. Ci si raccoglie attorno a lui e ci si vuol lasciar guidare da lui. Ebbene, se lo Spirito di Dio ha un posto eminente in tutta la vita della Chiesa, egli agisce soprattutto nella missione evangelizzatrice: non a caso il grande inizio dell’evangelizzazione avvenne il mattino di Pentecoste, sotto il soffio dello Spirito.

        Si può dire che lo Spirito Santo è l’agente principale dell’evangelizzazione… Ma si può parimenti dire che egli è il termine dell’evangelizzazione: egli solo suscita la nuova creazione, l’umanità nuova a cui l’evangelizzazione deve mirare, con quella unità nella varietà che l’evangelizzazione tende a provocare nella comunità cristiana. Per mezzo di lui il Vangelo penetra nel cuore del mondo, perché egli guida al discernimento dei segni dei tempi – segni di Dio – che l’evangelizzazione discopre e mette in valore nella storia.

OMELIA DI PAOLO VI – DALLA CATTEDRA DEI SS. AMBROGIO E CARLO AL SOGLIO DI PIETRO (1963)

dal sito:

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DALLA CATTEDRA DEI SS. AMBROGIO E CARLO AL SOGLIO DI PIETRO

OMELIA DI PAOLO VI

Solennità dei SS.mi Apostoli Pietro e Paolo
Sabato, 29 giugno 1963

Sua Santità incomincia con un affettuoso e cordiale pensiero per i Fratelli e figli dilettissimi, convenuti nella Basilica. E dapprima esso è diretto ai Signori Cardinali, che presiedono all’Arciconfraternita ed alle Istituzioni, e che hanno accolto il Papa, con tanta cortesia, sulla soglia del tempio. Di poi ai Vescovi, molto numerosi, e a tutti gli altri ecclesiastici; infine alla moltitudine di fedeli giunti da Milano e da Brescia per un incontro devotissimo presso l’altare di S. Carlo; il modo migliore di offrire al nuovo Sommo Pontefice l’opportunità di salutare tutti, nella forma familiare e cordiale che prescinde, in questo momento, dagli aspetti più solenni e protocollari che il nuovo Supremo Ministero comporta.

SALUTO ALLA CITTÀ NATALE

Saluto – prosegue il Santo Padre in tono affettuosissimo – tutti i fratelli di sangue, di terra, di educazione; quelli dell’umile paese dove sono nato, Concesio, e quelli dell’altra località, che fu tanto larga e lieta per me di riposo e di soste nella stagione estiva, Verolavecchia. E poi Brescia, Brescia!,  la città che non soltanto mi ha dato i natali, ma tanta parte della tradizione civile, spirituale, umana, insegnandomi, inoltre, che cosa sia il vivere in questo mondo, e sempre offrendomi un quadro che, credo, regga alle successive esperienze, disposte, lungo i vari anni, dalla Provvidenza Divina.

La saluto, questa cara Brescia, nel suo Presule, nei suoi Magistrati, nei suoi abitanti; e sento di dovere ad essa intensa gratitudine per gli esempi di virile fortezza, sincerità, laboriosità, bontà; una vera armonia fra le virtù umane e le virtù cristiane, tale da essere sempre da me ricordata in esempio e in benedizione.

MILANO E LE SUE «MAGNIFICHE TRADIZIONI»

E poi Milano! Milano con la sua vasta area diocesana, dove vivono circa quattro milioni di anime: di figli, quindi Milano, a cui speravo di consacrare, fino all’ultimo, i giorni della mia vita e alla quale ho cercato di offrire quanto potevo, sempre con la pena nel cuore di dare assai meno di quanto essa meritava e aveva bisogno. Posso però dire con schiettezza, con tutta la misura delle forze del mio cuore: cari Milanesi, io vi ho voluto bene!

(L’adunanza sottolinea con fervide acclamazioni questo ed altri punti del Discorso, pronunciati dal Santo Padre con viva commozione).

Milano, da cui ho molto ricevuto, a cominciare dall’onore di appartenere a così grande, bella, vigorosa, esemplare, laboriosa città, che generosamente mi ha fatto partecipe del tesoro delle sue magnifiche tradizioni. Qui, in questa chiesa, abbiamo qualche segno e parte di così ingente ricchezza, dovuta ai Santi Ambrogio e Carlo.

Era mio chiaro e deciso proposito immergermi nella meditazione e nella reviviscenza di questa grande tradizione di santità, spiritualità, vigore civile ed umano. Spero, ora, che tale intento non mi sarà ostacolato dalle sollecitudini del Supremo Ufficio.

PRODIGIOSA TRASFORMAZIONE

Quanti preziosi ricordi accompagnati da profonda tenerezza! Le parrocchie, che hanno accolto la mia visita pastorale; il Seminario, che mi ha aperto le porte, il cuore, le varie attività; l’Università Cattolica; il caro Capitolo, insieme al quale sovente abbiamo pregato ed onorato il Signore; il Rito Ambrosiano, che io con difficoltà ha cercato di assimilare, cogliendone poi, uno ad uno, i molteplici, originali splendori! Orbene, tutto questo è dono insigne di Milano. È giusto, quindi, che ai Milanesi io dica il mio grazie, secondo il sentimento di riconoscenza che conserverò perenne. Continuerò, anzi, ad alimentare il mio spirito proprio alla sorgente di quella cordiale bontà che mi avete sempre dimostrata.

Ora, diletti Fratelli e figli, dobbiamo meditare la grande e pur semplicissima novità sopraggiunta, che lascia un po’ attoniti e stupiti, lieti nel pianto e piangenti nella letizia. C’è stata una trasformazione: il Signore ha voluto collocare un peso ingente sulle mie povere spalle, forse perché erano le più deboli, le più idonee, dunque, a dimostrare che non è Lui a volere qualche cosa da me, ma desidera largheggiare in presenza ed assistenza, agendo nello strumento più debole per attestare l’infinito suo potere e beneplacito, l’inenarrabile sua misericordia.

È accaduto un fatto prodigioso, esaltato dalla odierna Liturgia: Simone trasformato in Pietro. Simone, discepolo cordiale ed ardente, talora volubile, eccitabile, anche debole e fragile, diviene Pietro, secondo il nome che il Signore gli impone, con la grazia speciale a lui largita, e col ministero delle Somme Chiavi del Regno affidatogli. È un mutamento che, per diversi aspetti, lascia sopravvivere Simone. Voglio dire, applicando a me questo tratto evangelico, che quanto di sacro, buono, umano a voi mi stringe, resterà. Perdurerà, cioè, il mio affetto per voi; e i vincoli dal Signore benedetti, i quali a voi mi unirono, non si scioglieranno, pur se resi diversi e sublimati nel nuovo legame intercedente tra me e voi, tra il Papa e i fedeli tutti della Chiesa. Resteranno sempre nella mia preghiera, nel ricordo, nella riconoscenza. Spero, anzi, che, pur innalzati alla forma e all’altezza attuale, non si indeboliranno mai, ma saranno anch’essi sorretti dalle nuove grazie che il Signore vorrà concedere alla mia umile persona e al mio grande Ministero.

In tal modo, – risulta evidente – quei vincoli, da ristretti e particolari, diventano universali.

UNIVERSALI ORIZZONTI DI CARITÀ

Una delle parole da me varie volte ripetute nella sacra predicazione all’arcidiocesi, e che adesso vedo realizzarsi in una maniera ancora più evidente, è quella di S. Agostino: Dilatentur spatia caritatis: si allarghino i confini della carità, dell’amore. Per me, oggi, gli orizzonti dell’amore si sono talmente dilatati che quelle parole ben possono indicare un precetto, per me, nei confronti dell’intero mondo, un programma di sollecitudine generale.

Ebbene vi amerò tanto di più, carissimi Fratelli e figli, quanto più aperto sarà il mio cuore nell’associare a voi tutti gli innumerevoli fratelli vostri ovunque si trovino, perché tutti figli della Chiesa Cattolica. E come una madre non attenua l’amore al figlio quando altri se ne aggiungono, fratelli del primo, così io spero fermamente che sarà della mia carità verso di voi. Continuerò ad amarvi come figli, direi primogeniti, mentre l’intera, immensa famiglia cattolica si unisce a voi e mi obbliga ad allargare il cuore, la preghiera, la visione, i pensieri: e vi considererò sempre vicini in questo diffondersi del mio apostolato e del mio amore.

La medesima cosa, ritengo, dovete fare anche voi. Non sia il vostro cuore chiuso ed esclusivo, quasi campanilistico, ma si comporti, in ogni circostanza, con il sensus ecclesiae. Occorre, cioè, che anche voi amiate chi vi è stato fratello, compagno, condiscepolo, chi è stato il vostro Vescovo, alimentando un amore più vasto, tale da abbracciare la Chiesa, e i buoni rapporti derivanti dalla fede e dalla carità. Dovete, anzi, aiutarmi proprio con siffatta apertura di cuore e consapevolezza della vocazione che il Signore suscita non solo davanti a me, ma pure dinnanzi a voi. Amare, in una parola, chi vi è stato vicino e continuerà ad esserlo, anche se deve, per sopraggiunta disposizione dall’Alto, attendere a cure più estese, da prodigare per tutte le genti.

GESÙ A PIETRO: «ALIUS TE CINGET»

Che cosa sarà, di me, figli amatissimi? Non lo so. Il Signore tiene nascosti ai nostri sguardi i presagi del futuro. Senonché Egli stesso li ha fatti per colui che ha chiamato Pietro. Lo abbiamo letto poco fa nel Vangelo (Nel Rito Ambrosiano è proposto, per la festività del 29 giugno, il tratto del capitolo 21 di S. Giovanni sulla triplice protesta di amore fatta da Pietro al Divino Maestro). Gesù disse al Principe degli Apostoli: «Alius te cinget»: Tu sarai destinato ad essere stretto da impegni, obblighi, situazioni, che ti faranno soffrire e ti porteranno sino alla immolazione della vita.

La predizione che Cristo faceva a Pietro era un presagio di testimonianza e di martirio; un presagio di dolore e di sangue.

Non so che sarà di me – conclude con accento di profonda umiltà il Santo Padre. – Ma una cosa vi dico: in quel giorno – e potrebbe essere ogni giorno del mio calendario – in cui può darsi che io mi trovi stanco ed oppresso, al punto da sentirmi come l’antico Simone, debole e vacillante, capace di insufficienze, penserò che voi mi sarete vicini con la vostra preghiera, con la vostra carità, con il vostro amore. Penserò che voi mi volete non già Simone, ma Pietro; e cioè pronto non soltanto a rinsaldare la fede e l’adesione incorruttibile a Nostro Signore Gesù Cristo in me stesso, ma a confermarla e rafforzarla in voi, e in tutti i fratelli. Ecco, rifulgente, la cooperazione di tutte le nostre aspirazioni alla infallibile parola del Divino Maestro: Ego rogavi pro te, (Petre), ut non defìciat fides tua: et tu . . . confirma fratres tuos.

Adesso offrirò il Divin Sacrificio appunto per voi, in paterna dilezione, in segno di quella carità che sopravvive, si trasforma e si sublima. E voi fatemi un dono il più prezioso e gradito: quello del vostro intenso affetto e della vostra continua, ardente preghiera.                                              

Publié dans:PAPA PAOLO VI |on 2 mai, 2010 |Pas de commentaires »

OMELIA DI PAOLO VI : CELEBRAZIONE DELLA DOMENICA DEL «BUON PASTORE»

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CELEBRAZIONE DELLA DOMENICA DEL «BUON PASTORE»

OMELIA DI PAOLO VI

28 aprile 1968

RIPENSARE LA PERSONA LA FIGURA DI CRISTO

Sua Santità, dopo aver annunciato che, al termine del Divin Sacrificio, Egli saluterà i vari pellegrinaggi, intende adesso proporre una speciale riflessione.

Lasciamo – Egli dice – che la nostra anima si raccolga sulle parole del Vangelo ora ascoltate, e che tutto il nostro spirito si apra per coglierne un aspetto, che possa essere per noi di spirituale nutrimento durante la celebrazione dei santi Misteri.

Il Vangelo della seconda domenica dopo la Pasqua ci ripropone il celebre brano del Buon Pastore. Esso sembra quasi rispondere, nella scelta fattane per l’odierna liturgia, a una necessità psicologica, come quella – per usare un paragone ovvio – di chi ha perduto la presenza fisica di persona cara.

Quando uno dei nostri con la morte ci lascia, che cosa si fa? Lo si rievoca intensamente. Il Vangelo odierno induce a un ripensamento della Persona, della figura, della missione di Cristo. Guardiamo quanto è avvenuto. Gesù ha concluso la sua vita temporale con la Croce e ne ha inaugurata un’altra con la Risurrezione; e noi, che siamo rimasti estasiati da questo avvenimento, che tanto ci consola eppur tanto ci supera, della vittoria sulla morte, e ci ritroviamo, però, quasi abbandonati e nella solitudine, torniamo col pensiero a Chi ci è presentato dal Vangelo nelle sue forme umane e sensibili; e ci chiediamo: com’era? quale il suo volto? e il suo aspetto?

E qui è necessario subito evitare uno scoglio assai in voga ai giorni nostri: quello definito «mitizzazione»: un rifacimento, cioè, artificioso e fantastico della figura di Cristo.

«MITE ED UMILE DI CUORE»

Noi abbiamo ottime ragioni per non commettere questo errore. Anzitutto perché il ricordo di Lui nell’odierno tratto evangelico è realistico, umile, spoglio di qualsiasi amplificazione, ed ha, intero, il sigillo della fedele realtà. Inoltre, perché rimaniamo coerenti e fedeli alla parola stessa di Gesù. È Lui a indicare e definire la sua missione: il Buon Pastore. Due volte si è chiamato così; e noi ci atteniamo esattamente a questa definizione che Egli si compiacque dare di Sé e ci consegnò, quasi dichiarando: pensatemi così: Io sono il Buon Pastore. Ha voluto perciò consegnare alla nostra anima, alla nostra memoria, al nostro raziocinio, questa sua definizione. E con tale evidenza che la prima e più antica iconografia cristiana, come si sa, ci presenta proprio l’immagine agreste, semplice, paesana del pastore che porta sulle spalle una delle sue pecorelle.

Il Buon Pastore è Gesù. Adesso si tratta di capire, giacché non basta guardare l’immagine della persona scomparsa, non è sufficiente una rievocazione sensibile, ma occorre comprendere, penetrare quel ch’è rivelato da tali sembianze. Era così Gesù? È proprio Lui che ha voluto essere in tal modo, da Buon Pastore, ricordato e celebrato? Di ciò, infatti, si tratta, e dei caratteri salienti che così delineano Gesù. Ebbene, il Vangelo ce ne informa con parole assolutamente semplici; e, come sempre, con insegnamenti profondi, abissali, che quasi danno le vertigini e fiaccano il nostro potere di comprensione. Nondimeno, siamo invitati dallo ste.sso Signore – e la liturgia della Chiesa ripete il richiamo – a pensarlo così: una figura estremamente amabile, dolce, vicina; e noi possiamo attribuire soltanto al Signore l’esprimersi con bontà infinita.

Ecco, poi, riaffiorare nella nostra memoria altre parole che Gesù ha detto di Sé: Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore. La sua bontà, anche qui, si definisce con eloquio, con virtù che prodigiosamente fanno discendere sino a ognuno di noi il Salvatore del mondo, il Figlio di Dio fatto Uomo, Gesù, centro dell’umanità.

Presentandosi in tale aspetto, Egli ripete l’invito del Pastore; disegna, cioè, un rapporto che sa di tenerezza e di prodigio. Conosce le sue pecorelle, e le chiama per nome. Poiché noi siamo del gregge suo, è agevole la possibilità di corrispondenza, che antecede il nostro stesso ricorso a Lui. Siamo chiamati uno ad uno. Egli ci conosce e ci nomina, si avvicina a ciascuno di noi e desidera farci pervenire ad una relazione affettuosa, filiale con Lui. La bontà del Signore si palesa qui in maniera sublime, ineffabile. La devozione che la fede, la pietà cristiana tributerà al Salvatore, arriverà con slancio – non solo momentaneo, ma capace di sondare le meraviglie di tanta dilézione – a penetrare nel cuore: e la Chiesa ci presenterà il Cuore di Cristo perché abbiamo a conoscerlo, adorarlo, invocarlo. La devozione al Sacro Cuore di Gesù ben può attribuirsi alla sorgente evangelica oggi rievocata: «Io sono il Buon Pastore».

IL BUON PASTORE DÀ LA VITA PER IL SUO GREGGE

V’è, poi, un tratto che corregge una delle più comuni ed inesatte interpretazioni della bontà. Noi siamo abituati ad associare il concetto di bontà a quello di debolezza, di non resistenza; a ritenerla incapace di atti forti ed eroici, di manifestazioni in cui trionfino la maestà e la fortezza.

Nella figura di Gesù, semplice e complessa insieme, le qualità, le doti che si direbbero opposte, trovano, invece, una sintesi meravigliosa. Gesù è dolce e forte; semplice e grandioso; umile e a tutti accessibile; una sommità inattingibile di fortezza d’animo, che nessuno potrà giammai eguagliare. Nondimeno, Egli stesso ci introduce in questa sua psicologia, nella penetrazione, diremmo, del suo temperamento, della sua mirabile realtà.

Il Buon Pastore dà la vita per le sue pecorelle, per il suo gregge. È come dire: l’immagine della bontà si congiunge a quella d’un eroismo che si dona, si sacrifica, s’immola, per cui tale bontà si congiunge ad altezze e visioni dell’atto redentore, talmente elevate da lasciarci sorpresi e attoniti.

Dobbiamo avvicinarci a Gesù, così presentato dal Vangelo, e dobbiamo chiederci se davvero noi cristiani portiamo bene questo nome, se cioè abbiamo un esatto concetto del nostro Divin Salvatore. Certo: molte Vite sono state scritte di Lui; un diffuso catechismo lo concerne e lo presenta; e tante pagine del Vangelo ci sono familiari. Ma una sintesi, come dire?, fotografica, completa, di Lui, la possediamo? Abbiamo un giusto concetto di quel che Egli è stato? Orbene, la cara immagine evangelica e quasi arcadica, offertaci dallo stesso Divino Maestro, lascia riposare, in un incanto di amore, il nostro spirito, e lo dirige e l’aiuta nella ricerca di Dio.

TUTTI EGLI CI CONOSCE E CI CHIAMA

Che fa Gesù per attirarci e conquiderci in modo tanto sicuro? Egli ci conosce. Si pensi, quindi, quale prodigio ciò rappresenti. Siamo noti, chiamati uno ad uno, per nome, da Cristo: e in una forma completa, totale, cioè nel nostro essere, nella nostra persona, nei doni da Lui prodigatici, nei nostri desideri, nei nostri destini. Sono inseriti in questo Libro, che contiene le pagine della infinita bontà. Tutti siamo iscritti nell’elenco dei suoi: ciascuno può trovare se stesso nel Cuore di Cristo. Quale stupenda bellezza quella di rispecchiarsi in Gesù e di indovinare come Egli ci conosce! San Paolo lascia vedere tale stupenda realtà come una delle cose future: «Nunc cognosco ex parte; tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum» (1 Cor. 13, 12). Ora conosco in parte; allora poi conoscerò in quel modo stesso ond’io pure sono stato conosciuto. Ma già fin d’ora qualche cosa possiamo percepire, e così diventiamo un po’ diversi dalla ordinaria statura di uomini orgogliosi, o indifferenti o anche talvolta cattivi. Davanti a Gesù, che si denomina Buon Pastore, ci conosce e ci chiama per nome, vuole avvicinarci e ci guida assicurando di condurci ai pascoli della vera vita e agli alimenti necessari, oh come diventiamo un po’ migliori anche noi e come sentiamo, per via di amore e di elezione, l’energia nuova, divina, sostituire la nostra umana e tanto ribelle psicologia! In una parola, il divenire perfetti cristiani.

E ancora un’ulteriore nota che concerne e definisce il Buon Pastore. Gesù ha sofferto, è morto per noi. Il Buon Pastore ha dato la sua vita per salvare la nostra. Se qualcuno di noi ha avuto la sorte d’essere stato, in qualche pericolosa circostanza, liberato da una malattia, o d’essere risparmiato da una disgrazia per intervento e merito di qualcuno, che ha agito con disinteresse, persino con sacrificio, certamente avverte insopprimibile, perenne, il vincolo della gratitudine verso il benefattore. Adunque, per il Signore Gesù dobbiamo avere, e a titoli superlativi, l’atteggiamento, l’obbligo di una riconoscenza senza fine. Questa attitudine di ringraziamento illimitato dobbiamo sentirla verso Gesù. Egli ci ha salvato offrendo la sua vita per noi, dandola coscientemente, con inenarrabili sofferenze, mentre – lo dicono i Padri – Egli poteva dare la sua vita in una maniera più semplice e meno tormentosa. Ha voluto, invece, conferire al suo Sacrificio una evidenza dolorosa fino allo spasimo; ha voluto imprimere nelle nostre anime l’immagine sanguinante delle sue membra straziate per noi!

HA DATO LA VITA PER NOI TRA INDICIBILI SOFFERENZE

Allora, la più bella definizione che troviamo nel Vangelo è quella che il Precursore Giovanni diede di Lui: Ecco l’Agnello di Dio, ecco Colui che toglie i peccati del mondo. Gesù è la vittima: Colui che paga per gli altri ed ha pagato per noi; si è sacrificato e immolato per noi. Ha stretto una reale parentela di obbligazione verso di noi appunto perché ha sostituito ai nostri debiti la sua ricchezza; ed ha soddisfatto per la nostra miseria; ha riparato la nostra rovina. Il mistero della salvezza, che è il mistero d’una donazione divina, al posto dei nostri moltissimi doveri e debiti, dovrebbe, nuovo motivo di fervore, sigillare la figura di Cristo nei nostri cuori; e suscitare in noi piena e sentita corrispondenza.

Nel Vangelo, quando si accenna ai rapporti tra il Figlio di Dio e i suoi discepoli, c’è sempre, da parte loro, qualche cosa di manchevole, dubbio, instabilità e insufficienza. Solo dopo la morte di Cristo e il suo Sacrificio, essi hanno a Lui ripensato come al Pastore che dà la vita per le sue pecorelle. Si è accesa, così, nel loro animo, la fiamma di adesione, entusiasmo, fedeltà; di quell’amore e dono di sé che il Signore domanda appunto a tutti i suoi seguaci.

PIENA GENEROSA E COSTANTE SIA LA NOSTRA RISPOSTA

Oggi è la «Giornata delle Vocazioni». Come è felicemente scelta in coincidenza con il tratto del Vangelo ora rimeditato!

Dovremmo sentirci un po’ tutti chiamati per nome; è necessario vedere in Gesù la guida dei nostri destini, dell’intera nostra vita; dobbiamo tutti rincorrerlo per dirgli: grazie: anch’io farò qualche cosa; la mia vita è tua, come la tua vita è stata ed è mia.

Il nuovo rapporto di amore, che unisce l’umanità a Cristo è stato definito come il connubio, lo sposalizio tra l’umanità e Cristo. Perciò la Chiesa, cioè l’umanità che segue Cristo, è chiamata la Sposa del Signore. Il che vuol dire una risposta: amore per amore; e quello che noi appartenenti alla Chiesa dobbiamo essere: i clienti della bontà di Dio, di Cristo. Indica, inoltre, la capacità nostra di superare e vincere timidezze, ignoranze, dubbi, per stabilire con Lui rapporti diretti d’interiore conversazione e di segreto, indissolubile amore.

Questa, o figliuoli – conclude il Santo Padre – la meditazione per oggi e per sempre. Non dovrà mai aver fine. Pensate alle parole del Signore, che dice di Sé: Io sono il Buon Pastore. Con quale infinita carità Egli le ripete a ciascuno di noi e le convalida con le altre: guarda che il Buon Pastore ha dato per te la sua vita! E tu? E tu? Figliuoli a voi la risposta.

Papa Paolo VI: « Pace a voi »

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Giovedì fra l’Ottava di Pasqua : Lc 24,35-48

Meditazione del giorno
Paolo VI, papa dal 1963 al 1978
Allocuzione del 9/4/1975

« Pace a voi »

        Fermiamo la nostra attenzione sull’improvviso saluto, tre volte ripetuto nel medesimo contesto evangelico, di Gesù risorto, apparso ai suoi discepoli, raccolti e chiusi nel Cenacolo per paura dei Giudei ; il saluto che doveva essere allora consueto, ma che nelle circostanze in cui è pronunciato acquista una pienezza stupefacente ; lo ricordate, è questo : « Pace a voi ! » Un saluto che era risuonato nel canto angelico del Natale (Lc 2, 14) : « Pace in terra » ; un saluto biblico, già preannunciato come promessa effettiva del regno messianico (Gv 14, 27), ma ora comunicato come una realtà che è inaugurata da quel primo nucleo di Chiesa nascente : la pace, la pace di Cristo vittorioso della morte e delle sue cause vicine e lontane, dei suoi effetti tremendi ed ignoti.

        Gesù risorto annuncia, anzi infonde la pace agli animi smarriti dei suoi discepoli. È la pace del Signore nel suo primo significato, quello personale, quello interiore, quello che S. Paolo iscrive nella lista dei frutti dello Spirito, dopo la carità e il gaudio, quasi confuso con essi (Ga 5, 22). Che cosa v’è di meglio per un uomo cosciente ed onesto ? La pace della coscienza non è il migliore conforto che noi possiamo trovare in noi stessi ? …

        La pace della coscienza è la prima autentica felicità. Essa aiuta ad essere forti nelle avversità ; essa conserva la nobiltà e la libertà della persona umana nelle condizioni peggiori, in cui essa si può trovare ; la pace della coscienza per di più rimane la fune di salvataggio, cioè la speranza, … quando la disperazione dovrebbe avere il sopravvento nel giudizio di sé. … È il primo dono fatto da Cristo risorto ai suoi, cioè il sacramento del perdono, un perdono che risuscita.

OMELIA DI PAOLO VI (14 febbraio 1969) : XI CENTENARIO DEL TRANSITO DI SAN CIRILLO APOSTOLO DELLE GENTI SLAVE

dal sito:

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XI CENTENARIO DEL TRANSITO DI SAN CIRILLO APOSTOLO DELLE GENTI SLAVE

OMELIA DI PAOLO VI

Venerdì, 14 febbraio 1969

Oggi si compiono undici secoli dalla morte di San Cirillo, apostolo dei popoli slavi.

In questo sacro momento della concelebrazione, siamo intimamente lieti e commossi di vedere qui, stretti attorno all’altare del Sacrificio di Cristo, presso la tomba venerata del Principe degli Apostoli, un’eletta rappresentanza di quei popoli, venuti per ricordare quella data. E nel porgervi il Nostro saluto, non possiamo non pensare che sono con voi tutte le genti slave, a Noi tanto dilette; sappiamo che il loro cuore e il loro pensiero si rivolgono qui, dalle loro distese regioni sconfinate e lontane; sono qui idealmente raccolte, per cogliere insieme con voi il significato e il valore di quella grande figura, che, insieme col fratello Metodio, è rimasta come l’ideale, l’emblema, il simbolo della spiritualità e del genio slavo.

A voi e a loro, pertanto, Noi oggi Ci rivolgiamo: e nel riandare le tappe di una vita, che fu singolarmente feconda, Noi siamo certi di intrecciare un fraterno colloquio che non vorrebbe fermarsi più.

Come tutti sapete, egli nacque nell’anno 827 a Salonicco nell’impero bizantino e al battesimo ricevette il nome di Costantino. Però, prima di ‘morire a Roma, con la professione monastica, prese il nome di Cirillo, con il quale passò alla storia e nell’elenco dei Santi sia della Chiesa occidentale, sia di quella orientale.

Costantino-Cirillo, dotato di grande ingegno, acquistò profonda cultura profana e sacra durante i suoi studi a Costantinopoli, così che si meritò il soprannome di «Filosofo». Rifiutò le dignità e gli uffici profani offertigli dall’imperatore, ma accettò gli ordini sacri e l’ufficio di bibliotecario patriarcale prima e poi la cattedra di filosofia cristiana allo studio generale imperiale. Gli fu allora affidata anche una importante missione diplomatico-religiosa. Egli accompagnò in qualità di teologo-consigliere il legato imperiale inviato alla corte del califfo in Mesopotamia.

AMMIREVOLE VITA DI PREGHIERA E DI STUDIO

I turbolenti avvenimenti politici alla corte di Bisanzio indussero Cirillo a ritirarsi dall’insegnamento pubblico per raggiungere il suo fratello Metodio nel Monastero dell’Olimpo sulla riva asiatica del Bosforo, dove si dedicò alla vita di preghiera e di studio. Qui lo raggiunse un altro incarico imperiale, – la missione religioso-diplomatica presso i Chazari al Mare Caspio. Rientrando da questa missione Cirillo portò con sé a Costantinopoli le reliquie di S. Clemente papa e martire, che egli scoprì in Crimea nel luogo indicato dalla tradizione locale.

Dopo breve tempo arrivarono a Costantinopoli gli inviati del principe Rostislavo, sovrano della Grande Moravia. Egli chiedeva un maestro che conoscesse bene la lingua slava, affinché provvedesse alla più completa istruzione religiosa dei suoi sudditi, già in buona parte cristiani come il principe stesso. La scelta imperiale cadde anche questa volta su Cirillo, già esperto in simili missioni. Cirillo, prima di partire, compose il nuovo alfabeto per la lingua slava e incominciò la traduzione del Vangelo. In tal modo egli diede inizio alla letteratura slava scritta. Poi Cirillo, insieme col fratello Metodio e con un gruppo di discepoli di origine slava o per lo meno pratici della lingua slava, lasciò Costantinopoli e si diresse in Moravia, portando con sé anche le reliquie di San Clemente. In Moravia Cirillo e Metodio continuarono la traduzione in slavo della Sacra Scrittura e dei libri liturgici e istruirono nelle lettere e nella religione numerosi giovani affidati loro dal principe. L’uso della lingua del popolo non solo nella predicazione, ma anche nella liturgia, fu il segreto del grande successo dell’opera missionaria di Cirillo, che la continuò per tre anni e mezzo circa. Poi, preso con sé un gruppo dei migliori discepoli giudicati degni degli ordini sacri, parti col fratello Metodio per Roma, rispondendo all’invito giuntogli dal Pontefice Romano. Alle porte di Roma questi pellegrini furono accolti da una processione del clero e del popolo guidata personalmente dal Papa Adriano II, perché portavano con sé le reliquie di San Clemente. Il Papa poi ricevette Cirillo e i suoi collaboratori in udienza solenne nella basilica di Santa Maria Maggiore ed approvò i libri liturgici nella lingua slava. Alcuni discepoli di Cirillo ricevettero gli ordini sacri e celebrarono la Messa e il divino Ufficio in slavo nelle principali chiese romane.

INSEGNAMENTI SEMPRE VALIDI DI PERFETTA VERITÀ

Il soggiorno romano della missione morava fu rattristato dalla grave malattia di Cirillo, il quale scongiurò il fratello Metodio di non abbandonare la missione morava per l’amore della vita monastica. Prima di spirare Cirillo pregò: «Signore mio Dio, ascolta la mia preghiera e custodisci il tuo gregge fedele, al quale avevi preposto me, tuo servo inutile e indegno. Fa’ crescere la tua Chiesa in numero, mantieni tutti uniti e fa’ il popolo concorde nella confessione della tua vera fede ed inspira nei loro cuori il verbo del tuo insegnamento». E, così pregando, Cirillo rese lo spirito il 14 febbraio 869, in età di 42 anni. Il fratello Metodio voleva trasportare la salma di Cirillo in patria, secondo il desiderio della loro madre; ma, poi, cedette alle insistenze del Papa e del clero romano e così Cirillo fu sepolto nella basilica di San Clemente, di cui egli aveva portato le reliquie a Roma.

La vita e l’opera di San Cirillo è feconda di insigni meriti, dai quali scaturiscono esempi e insegnamenti validi ancora oggi.

Il primo grande merito di San Cirillo è indubbiamente il fatto che egli abbia inventato un alfabeto per la lingua slava e abbia cominciato la versione della Sacra Scrittura e della liturgia in slavo. Con questo egli pose l’inizio della letteratura scritta dei popoli slavi. Certamente la sua intenzione era di diffondere in primo luogo il cristianesimo. Ma con la cultura religiosa erano allora strettamente legati anche la cultura e il progresso civile. I meriti del cristianesimo per il progresso culturale e civile dei popoli slavi sono chiaramente dimostrati dalle opere letterarie, dai monumenti d’arte e dalla loro storia. Tanti degni vescovi e sacerdoti, ispirandosi all’opera religiosa e culturale di San Cirillo, hanno guidato i popoli slavi nelle ore difficili della loro storia, hanno risvegliato e mantenuto nel popolo la coscienza nazionale. Il dovere di voi tutti, eredi spirituali di San Cirillo, è di rimanere fedeli al carattere cristiano della vita culturale e sociale dei popoli slavi, difendendolo e sviluppandolo con tutte le vostre forze buone ed oneste.

LA LITURGIA IN LINGUA PALEOSLAVA

Un altro merito insigne di San Cirillo fu quello di aver iniziato la liturgia sia bizantina che romana in lingua slava, perché voleva la partecipazione consapevole del popolo al culto divino. Questa sua opera liturgica sopravvisse fino ad oggi, specialmente in rito bizantino-slavo. Anche se attraverso i secoli si sono sviluppate le differenti lingue parlate dai singoli popoli slavi, la loro terminologia religiosa tuttavia mostra anche oggi i chiari segni della derivazione dalla lingua liturgica cirilliana. Il Concilio Vaticano II, nel suo aggiornamento liturgico e pastorale, ha disposto che il culto divino sia celebrato nella lingua propria di ciascun popolo. Così ha confermato il principio tanto difeso da San Cirillo.

Perciò diffondendo oggi la lettura delle Sacre Scritture e la celebrazione delle sacre funzioni anche nella lingua propria di ciascuno dei vostri popoli, non fate che continuare l’opera iniziata da San Cirillo. San Cirillo con grande sollecitudine educava e istruiva i giovani, futuri collaboratori e continuatori della sua opera. I migliori di essi condusse con sé a Roma, affinché questo soggiorno nel centro. della cristianità coronasse la loro preparazione al sacerdozio. Anche oggi la conveniente preparazione dei futuri sacerdoti è di massima importanza per la conservazione e lo sviluppo dell’eredità spirituale di San Cirillo presso, i vostri popoli. In modo particolare a questo , contribuirà il soggiorno dei giovani chierici nei collegi ecclesiastici che le vostre nazioni hanno a Roma. Qui nel centro della cattolicità insieme con lo studio delle scienze sacre essi consolideranno il loro attaccamento al supremo magistero della cattedra di San Pietro.

AMORE PER LA CHIESA: GLORIOSA TRADIZIONE

L’amore della Chiesa universale di Cristo, che abbraccia tutti i popoli sotto la guida del Pontefice Romano, era il fulcro dell’opera e degli insegnamenti di San Cirillo. Egli dedicò le proprie energie intellettuali e fisiche alla diffusione del cristianesimo presso i popoli slavi, allora ben inferiori ‘a Bisanzio culturalmente e socialmente. Egli rispettava le loro particolarità etniche, li stimava tutti uguali in Cristo e così cercava di inserirli nel seno della Chiesa universale. Proprio ai suoi tempi venne in grave crisi la comunione della Chiesa bizantina con la Sede Apostolica Romana. In questi frangenti difficili della storia della Chiesa, San Cirillo, nonostante il suo patriottismo bizantino e le sue amicizie personali, seguì la via giusta sia nella dottrina sia nella prassi. Egli professò sempre il primato del Pontefice Romano e sottopose al giudizio della Sede Apostolica le sue innovazioni liturgiche, la sua opera letteraria, i problemi della sua attività missionaria. Anche in questo San Cirillo sia di esempio a voi. Solo nella comunione con la Sede Apostolica potrete trovare la giusta soluzione dei vostri problemi religiosi. Strettamente uniti al Successore di Pietro potrete aprirvi sempre più al sano ecumenismo ecclesiale verso i vostri fratelli separati, come avete fatto già in passato. Nello spirito di San Cirillo avete celebrato i Congressi di Velehrad, nell’amore e rispetto dei fratelli separati fu fondato e operò l’Apostolato dei Santi Cirillo e Metodio. Continuate secondo le vostre forze questa gloriosa tradizione.

Il vostro grande Apostolo S. Cirillo riposa ora in una basilica romana accanto al Papa e Martire San Clemente. Così anche voi siate fedeli agli esempi ed insegnamenti di San Cirillo e siate anche sempre fiduciosamente custodi della comunione con i Pontefici Romani. In tal modo per l’intercessione dei Santi Clemente, Cirillo e Metodio Dio proteggerà sempre i vostri popoli, farà fiorire nelle vostre patrie la vita cristiana e con essa la vera pace di Cristo.

FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE AL TEMPIO, OMELIA DI PAOLO VI (2 febbraio 1972)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1972/documents/hf_p-vi_hom_19720202_it.html

FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE AL TEMPIO

OMELIA DI PAOLO VI

Mercoledì, 2 febbraio 1972

La festa, che oggi la Chiesa ci invita a celebrare, è complessa per il duplice fatto registrato nel Vangelo di San Luca (Luc. 2, 22, ss.) della Purificazione di Maria e della Presentazione di Gesù al Tempio, secondo il rituale ebraico (Cfr. Lev. 12, 2-8; Ex. 13, 2), e per lo sviluppo liturgico e popolare, che la commemorazione di tale fatto assunse, in forme e in tempi diversi, nella tradizione cristiana (Cfr. P. RADÒ, Ench. Lit. II, 1138, ss.), così che si presta a diverse considerazioni spirituali. Rimase per noi caratteristico di questa festa il rito della benedizione delle candele, forse derivato dalla solennità che a questa celebrazione era data, fin dalla fine del IV secolo a Gerusalemme (si veda la celebre Peregrinatio Etheriae, a. 395), o forse a causa della processione notturna, istituita da Papa Gelasio (492-496) per sostituirla nel costume cristiano a quelle lustrali pagane, solite a compiersi nel mese di febbraio (Cfr. M. RIGHETTI, Manuale di St. Lit. II, 84). Oggi il rito si evolve, e prende forma e significato di offerta, che voi state compiendo, ed a cui noi vogliamo attribuire il suo valore altamente espressivo: il cero si fa simbolo d’un’oblazione sacra, la quale, per un verso, vuole connettersi con quella di Gesù Cristo bambino, presentato a Dio in riconoscimento dell’ossequio voluto da Dio circa ogni primogenito, per un altro verso intende professare l’omaggio di obbedienza e di fedeltà all’Apostolo Pietro, nella persona del suo successore, Vescovo di Roma.

«UN CERO È UNA LUCE»

Se vogliamo pertanto fermare un istante l’attenzione su questo aspetto della singolare e tradizionale cerimonia, noi dobbiamo oggi entrare nell’intenzione e nello spirito d’un’oblazione. Un’oblazione, la quale ha nel cero il suo simbolo, il suo linguaggio, così semplice così profondo. Che cosa è un cero, nell’uso e nella mentalità liturgica? Qui si potrebbe fare una bella escursione nella spiritualità religiosa cattolica, la quale non rifiuta di servirsi di segni materiali, ma ne fa alfabeto sacramentale, artistico perciò, e di più misterioso e sacro. Un cero è una luce. Ricordate il triplice grido della liturgia del Sabato santo, quando la processione, entrando nella chiesa buia e deserta della presenza di Cristo, vibra di stupore e di gioia alla voce del diacono, che grida, alla accensione del cero: lumen Christi? E così la luce è tutto lo spazio della vita cristiana, della rivelazione divina, che risplende nelle tenebre dell’universo cosmico e della cecità sconfinata dello spirito umano. È una luce, che stabilisce una relazione dell’uomo con le cose, con gli altri uomini, con il tempo, con ciò che è e ciò che si muove, con la vita. Rileggete nel cuore il prologo di S. Giovanni: «la vita era la luce» (Io. 1, 4). E poi tutti ricordate la teologia evangelica della luce. La luce è Cristo. «Mentre io sono nel mondo, dice Cristo stesso, sono la luce del Mondo» (Io. 9, 5). E la luce siamo noi, noi stessi se la riceviamo da Lui: «Voi siete la luce del mondo» (Matth. 5, 14) ci dice il Maestro. Ma come la riceviamo, come la facciamo risplendere? Ancora il cero ce lo dice: ardendo, e ardendo consumandosi. Un lampo di fuoco, un raggio d’amore, un’inevitabile immolazione si celebrano sopra quella candela pura e diritta, mentre essa, effondendo il suo dono di luce, esaurisce se stessa in silenzioso sacrificio (Cfr. GUARDINI, I santi segni, p. 56, ss.). Dove trovare riflessa con più lirica e drammatica evidenza la storia della vita cristiana? dove riscontrare più aperto e vissuto quel «sacerdozio regale» (1 Petr. 2, 9), che il Concilio ha ricordato alla nostra fede e alla nostra pietà, riscoprendolo in ogni cristiano rigenerato dal battesimo, e che si fa manifesto mediante il cero sacro a lui, il nuovo cristiano, subito consegnato, dopo la sua inserzione nel Corpo mistico di Cristo, la Chiesa, da questa medesima Madre e Maestra?

TRIBUTO DI SUDDITANZA A CRISTO E ALLA CHIESA

Ma il cero, in questa cerimonia, esprime qualche altra cosa, come dicevamo, cioè l’oblazione dell’offerente a Cristo e alla sua Chiesa. Esso vuol essere un tributo di sudditanza. E allora il cero, simbolo di un’offerta della propria vita, integra il simbolo della luce; lo integra con quello d’una testimonianza, con quello d’un programma di vita, con quello d’una scelta, che decide dell’orientamento e dell’impiego della propria esistenza. Questo dono vuol dire: ecco, io riconosco sopra di me il dominio assoluto di Dio, la possessione di Cristo, l’autorità della Chiesa.

È un atto di umiltà, di fedeltà, di obbedienza, che prende figura nell’offerta del cero. Se volessimo approfondire quest’analisi, forse ci troveremmo sconcertati dal timore di compiere un gesto falso e insincero, perché contrario a quella coscienza della propria autonomia, della propria libertà adulta, della propria dignità personale, oggi dominante nella psicologia moderna. Anche fra noi, discepoli della dottrina di Cristo, questo sentimento di indipendenza e di autogoverno è così penetrato, che duriamo fatica, a prima vista, a scoprire come l’ossequio religioso e canonico, che ci è richiesto nell’economia ecclesiale, non solo si accorda con la vera libertà dei figli di Dio, ma ne è il fondamento e la garanzia. Abbiamo paura di essere asserviti ad una teocrazia anacronistica e insopportabile.

PARTECIPAZIONE ALLA COMUNIONE ECCLESIALE

Mentre invece non ci deve essere difficile, né ingrato, rivedere, alla luce meridiana della nostra fede, come la sudditanza, a noi richiesta da questo ordinamento teologico ed esistenziale, è alla base del nostro essere di uomini, di cristiani, di cattolici, di eletti alla sequela di Cristo. Servire Deo regnare est: non è questo un semplice proverbio ascetico; è la sintesi d’una metafisica religiosa, la quale discopre la sua ragionevolezza, anzi la sua beatitudine, quando, come nella casa di Dio, alla quale per via di fede e di grazia siamo stati ammessi, noi sperimentiamo come questo servizio che vogliamo professare verso Dio e verso ciò che a Dio ci conduce, non è schiavitù, non è degradazione, non è perdita della propria libertà, ma è piuttosto l’impiego più alto di questa libertà, è l’elevazione al livello superiore della conquista e del godimento dei valori superiori della vita, è associazione all’amore di quel Dio ch’è Padre e che Amore si definisce; ed è sequela di Cristo, e partecipazione a quella comunione che definisce la Chiesa.

L’ATTESA DEI GIOVANI

È servizio, sì. Ma quale significato di reale grandezza riacquista oggi questo decaduto ed ora riabilitato vocabolo, se riferito alla coscienza ideale della vita e a quella sociale del nostro tempo! Diventa vocazione. L’uomo ha bisogno di servire una causa per la quale valga la pena di dare questa vita presente. Forse tanta gente, oggi, si agita e si ribella, perché non sa chi e che cosa meriti davvero d’essere servito. La leggenda di S. Cristoforo dovrebbe essere raccontata di nuovo alla nostra generazione. Forse tanti giovani, inconsciamente non attendono che una chiamata potente a consacrare la propria vita, vuota altrimenti ed egoista e condannata a finale delusione, ad un ideale, ad una realtà che impegni tutte le loro energie e le esalti nel dono magnanimo ed eroico di sé; alla Croce, porta dolorosa e gloriosa della vera risurrezione.

Anche qui il discorso potrebbe prolungarsi. Ma qui lo fermiamo, nella convinzione e nella soddisfazione che l’offerta dei ceri vuol significare tutto questo. E in verità lo significa, con la nostra Apostolica Benedizione.

27 DICEMBRE 2009 – DOMENICA FRA L’OTTAVA DI NATALE – SANTA FAMIGLIA DI GESU’ – MARIA E GIUSEPPE

27 DICEMBRE 2009 - DOMENICA FRA L'OTTAVA DI NATALE - SANTA FAMIGLIA DI GESU' - MARIA E GIUSEPPE  dans Lettera agli Efesini sacra%20famiglia

Sacra famiglia, Pittore veneto (fine sec. XVII)

http://www.provincia.padova.it/COMUNI/MONSELICE/arte/duomo%20nuovo.htm

27 DICEMBRE 2009 – DOMENICA FRA L’OTTAVA DI NATALE – SANTA FAMIGLIA DI GESU’ – MARIA E GIUSEPPE

MESSA DEL GIORNO, LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/natale/12famCPage.htm

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera agli Efesini di san Paolo, apostolo 5, 21 – 6, 4

La vita cristiana nella famiglia
Fratelli: siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo.
Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto.
E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola (Gn 2, 24). Questo mistero è grande; lo dico in riferimento al Cristo e alla Chiesa! Quindi anche voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la donna sia rispettosa verso il marito.
Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto, Onora tuo padre e tua madre: è questo il primo comandamento associato a una promessa: perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra (Es 20, 12; Dt 5, 10). E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell’educazione e nella disciplina del Signore.

Responsorio    Ef 6, 1-2; Lc 2, 51
R. Figli, obbedite nel Signore ai vostri genitori; * onorate il padre e la madre, perché questo è giusto.
V. Gesù tornò a Nazareth con Maria e Giuseppe, e stava loro sottomesso.
R. Onorate il padre e la madre, perché questo è giusto.
 
Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di Paolo VI, papa
(Discorso tenuto a Nazareth, 5 gennaio 1964)

L’esempio di Nazareth
La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare.
Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare il quadro del suo soggiorno in mezzo a noi: cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo.
Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato. Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine! Ma noi non siamo che di passaggio e ci è necessario deporre il desiderio di continuare a conoscere, in questa casa, la mai compiuta formazione all’intelligenza del Vangelo. Tuttavia non lasceremo questo luogo senza aver raccolto, quasi furtivamente, alcuni brevi ammonimenti dalla casa di Nazareth.
In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto.
Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazareth ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; ci faccia vedere com’è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale. Infine impariamo la lezione del lavoro. Oh! dimora di Nazareth, casa del Figlio del falegname! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo ma redentrice della fatica umana; qui nobilitare la dignità del lavoro in modo che sia sentita da tutti; ricordare sotto questo tetto che il lavoro non può essere fine a se stesso, ma che riceve la sua libertà ed eccellenza, non solamente da quello che si chiama valore economico, ma anche da ciò che lo volge al suo nobile fine; qui infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mondo e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello, il profeta di tutte le giuste cause che li riguardano, cioè Cristo nostro Signore.

Responsorio    2 Cor 13, 11; Ef 5, 19; Col 3, 23
R. State lieti, cercate ciò che è perfetto, incoraggiatevi al bene, andate d’accordo, vivete in pace, * cantate e inneggiate a Dio con tutto il cuore.
V. Qualunque sia il vostro lavoro, fatelo di buon animo, per il Signore, e non per gli uomini.
R. Cantate e inneggiate a Dio con tutto il cuore.

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