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Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (2,1-16) – testo, dalla Enciclica di Paolo VI…P.P., Breve esortazione

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(AZIONE CATTOLICA PDF)

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (2,1-16)

Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. Tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma, come sta scritto: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi infatti conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo, con parole non suggerite dalla sapienza umana, bensì insegnate dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. Ma l’uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché di esse si può giudicare per mezzo dello Spirito. L’uomo mosso dallo Spirito, invece, giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. Infatti chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo consigliare? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo.

Dalla lettera enciclica Populorum progressio di papa Paolo VI

Ormai le iniziative locali e individuali non bastano più. La situazione attuale del mondo esige un’azione d’insieme sulla base di una visione chiara di tutti gli aspetti economici, sociali, culturali e spirituali. Esperta in umanità, la chiesa, lungi dal pretendere minimamente d’intromettersi nella politica degli stati, «non ha di mira che un unico scopo: continuare, sotto l’impulso dello Spirito consolatore, la stessa opera del Cristo, venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità (cf. Gv 18,37), per salvare, non per condannare, per servire, non per essere servito (cf. Gv 3,17; Mt 20,28; Mc 10,45)». Fondata per porre fin da quaggiù le basi del regno dei cieli e non per conquistare un potere terreno, essa afferma chiaramente che i due domìni sono distinti, così come sono sovrani i due poteri, ecclesiastico e civile, ciascuno nel suo ordine. Ma, vivente com’è nella storia, essa deve «scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce dell’evangelo». In comunione con le migliori aspirazioni degli uomini e soffrendo di vederle insoddisfatte, essa desidera aiutarli a raggiungere la loro piena fioritura, e a questo fine offre loro ciò che possiede in proprio: una visione globale dell’uomo e dell’umanità. Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere sviluppo autentico, dev’essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. Com’è stato giustamente sottolineato da un eminente esperto: «noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera». Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione. Fin dalla nascita, è dato a tutti in germe un insieme di attitudini e di qualità da far fruttificare: il loro pieno svolgimento, frutto a un tempo dell’educazione ricevuta dall’ambiente e dello sforzo personale, permetterà a ciascuno di orientarsi verso il destino propostogli dal suo Creatore. Dotato d’intelligenza e di libertà, egli è responsabile della sua crescita, così come della sua salvezza. Aiutato, e talvolta impedito, da coloro che lo educano e lo circondano, ciascuno rimane, quali che siano le influenze che si esercitano su di lui, l’artefice della sua riuscita o del suo fallimento: col solo sforzo della sua intelligenza e della sua volontà, ogni uomo può crescere in umanità, valere di più, essere di più.

Breve esortazione.

Crescere in umanità Crescere in umanità potrebbe essere l’imperativo che ci poniamo all’inizio di questa solenne convocazione. Ci siamo accorti anche concretamente in questi tempi di crisi che la nostra risorsa più grande, che il creatore ci ha messo a disposizione e che spesso è ignorata, è la nostra stessa umanità, con il suo insieme di attitudini e di qualità da far fruttificare. Questa umanità è stata fatta definitiva da Gesù Cristo, Lui è l’uomo perfetto che realizza il sogno del Creatore, Lui nel continuo rapporto con il Padre è la nostra pienezza, la nostra realizzazione piena, il nostro autentico presente e il desiderato futuro. Essere esperti in umanità non significa certo adattarsi allo spirito del mondo. Dio non fonda il Vangelo sulla sapienza di questo mondo, né sceglie le persone che si considerano meritevoli (la condizione di peccato in cui ci troviamo squalifica ogni presunto merito). Allo stesso modo il successo del Vangelo nel convertire e nel salvare, non può essere spiegato dalla sociologia e dalla psicologia, né dall’uso di tecniche di persuasione, di condizionamento, di propaganda e di manipolazione delle quali alcuni sono esperti (“l’eccellenza di parola o di sapienza”). Il Vangelo risulta potentemente efficace, nonostante il mezzo “debole” della predicazione e nonostante l’oggettiva debolezza ed inadeguatezza dei suoi portatori, perché attraverso di esso Dio è all’opera, lo stesso Dio che fa risorgere dai morti Gesù, “debole e sconfitto” dalle potenze di questo mondo. L’opera di salvezza che Dio porta avanti in questo mondo, dunque, non è e non può essere il risultato di nulla che in questo mondo ci si arrabatta a inventare, non è il risultato di movimenti politici o religiosi, non è e non può essere frutto dell’ingegnosità umana ad un qualsiasi livello, ma dipende in tutto e per tutto ed in esclusiva dall’opera indipendente di Dio. Ci ha avvertito San Paolo:”l’uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui e non è capace di intenderle”. Paolo si era proposto di “non sapere altro” che “Gesù Cristo e lui crocifisso” (2). Questo non vuol dire che il cristiano non si debba occupare d’altro che “di Bibbia”, ma che la fede cristiana non è un “supplemento” o “un valore aggiunto” dei “curriculum” di questo mondo, ma è “altro”, spesso in palese contraddizione di quanto questo mondo insegna e pratica. Cristo è il centro e san Paolo ha imparato a tenerlo in altissima stima e considerazione nonostante l’ignominia della croce (cosa che il mondo considera squalificante), anzi, siamo fieri della croce perché in essa si manifesta l’amore incondizionato e la grazia di Dio nei nostri confronti. Possiamo essere considerati semplicisti e rozzi, molto inferiori alla raffinata complessità di ciò che si insegna nelle accademie, ma il Toniolo ci ha ben insegnato e dimostrato con coraggio nella sua professionalità eccellente che il pensiero cristiano raggiunge grandi profondità, ben al di là della capacità di comprendere persino degli intellettuali di questo mondo. Ricevere e comprendere questa sapienza è frutto di maturità spirituale. Occorre allora per essere esperti in umanità una rinascita spirituale che è opera dello Spirito Santo, è quella rinascita che Gesù ha chiesto a Nicodemo.“Non ti meravigliare se ti ho detto: ‘Bisogna che nasciate di nuovo’” (Giovanni 3:7). La persona che nasce in questo modo alla fede, in quella stessa fede deve crescere per giungere alla maturità spirituale. Alla maturità il credente giunge nel tempo attraverso esperienza, studio e prove. In tutto questo deve impegnarsi diligentemente. Questa maturità spirituale non è il risultato della ricerca scientifica dei laboratori, delle accademie e delle scuole di questo mondo, non è soprattutto frutto di competenze umane, ma è una “sapienza celeste”, la sapienza rivelata di Dio. È la sapienza che Dio ha destinata al Suo popolo, e che costituisce il “deposito” della sua fede. “O Timoteo, custodisci il deposito; evita i discorsi vuoti e profani e le obiezioni di quella che falsamente si chiama scienza; alcuni di quelli che la professano si sono allontanati dalla fede” (1 Timoteo 6:20-21). C’è sempre qualcuno che offre alla fede cristiana una versione “riveduta e corretta” che si adatti alle ideologie al politicamente corretto, alla mentalità di moda. La nostra fede è continuamente affidarsi a Gesù, è lasciarsi affascinare da domande vere su di Lui. Chi è Gesù? Come ha vissuto? Che cosa ha insegnato? Che cosa ha compiuto? Perché la Sua vita, la Sua opera, la Sua morte e la Sua risurrezione è rilevante, anzi determinante per il nostro destino temporale ed eterno? San Paolo risponde a queste domande con chiarezza, per i cristiani di Corinto ed anche per noi oggi. Paolo, così, annuncia che Gesù è l’eterno Figlio di Dio, da sempre nel cuore stesso di Dio, che è venuto, umiliandosi, per condividere la nostra umanità ed a morire sulla croce per pagare Lui il prezzo della nostra salvezza. Chi ci dà questa maturità spirituale? Lo Spirito di Dio, il dono assolutamente necessario per la nostra crescita spirituale, per la nostra maturità spirituale e per crescere in umanità.

FESTA DELLA NATIVITÀ DI MARIA: OMELIA DI PAOLO VI

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1964/documents/hf_p-vi_hom_19640908_nativita-vergine-maria_it.html

FESTA DELLA NATIVITÀ DI MARIA

OMELIA DI PAOLO VI

Martedì, 8 settembre 1964

Dilette Figlie in Cristo!

È motivo per Noi di grande consolazione spirituale celebrare la festa della Natività di Maria Santissima con voi tutte buone e care Religiose!
Spesso celebrando le nostre sacre solennità Ci angustia il pensiero circa la comprensione, circa la partecipazione dei fedeli che assistono al rito, avendo ragione di dubitare se essi comprendano, se essi siano uniti alla preghiera della Chiesa, se essi godano pienamente il senso dei misteri ricordati, delle orazioni proferite, del valore spirituale e morale di quanto il culto dovrebbe presentare alle nostre anime. Questo pensiero, questo dubbio qui non sussiste! Noi siamo sicuri che voi tutte siete con Noi per dare pienezza di significato e di fervore a questa santa Messa in onore di Maria nascente; e ciò per tre evidenti ragioni, che insieme concorrono a rendere solenne e memorabile la presente cerimonia.
Prima ragione: essa ci. obbliga a ricordare l’apparizione della Madonna nel mondo come l’arrivo dell’aurora che precede la luce della salvezza, Cristo Gesù, come l’aprirsi sulla terra, tutta coperta dal fango del peccato, del più bel fiore che sia mai sbocciato nel devastato giardino dell’umanità, la nascita cioè della creatura umana più pura, più innocente, più perfetta, più degna della definizione che Dio stesso, creandolo, aveva dato dell’uomo: immagine di Dio, bellezza cioè suprema, profonda, così ideale nel suo essere e nella sua forma, e così reale nella sua vivente espressione da lasciarci intuire come tale primigenia creatura era destinata, da un lato, al colloquio, all’amore del suo Creatore in una ineffabile effusione della beatissima e beatificante Divinità e in un’abbandonata risposta di poesia e di gioia (com’è appunto il «Magnificat» della Madonna), e d’altro lato destinata al dominio regale della terra.
Ciò che doveva in Eva apparire e svanire miseramente, per un disegno d’infinita misericordia (potremmo quasi dire per un proposito di rivincita, come quello dell’artista che, vedendo infranta l’opera sua, vuole rifarla, e rifarla ancora più bella e più rispondente alla sua idea creatrice), Dio fece rivivere in Maria: «ut dignum Filii tui habitaculum effici mereretur, Spiritu Sancta cooperante. praeparasti», come dice l’orazione’ a voi tutte ben nota; ed oggi, giorno dedicato al culto di questo dono, di questo capolavoro di Dio, noi ricordiamo, noi ammiriamo, noi esultiamo: Maria è nata, Maria è nostra, Maria restituisce a noi la figura dell’umanità perfetta, nella sua immacolata concezione umana, stupendamente corrispondente alla misteriosa concezione della mente divina della creatura regina del mondo. E Maria, per nuovo e sommo gaudio, incantevole gaudio delle nostre anime, non ferma a Sé il nostro sguardo se non per spingerlo a guardare più avanti, al miracolo di luce e di santità e di vita, ch’Ella annuncia nascendo e recherà con Sé, Cristo Signore, il Figlio suo Figlio di Dio, dal quale Ella stessa tutto riceve. Questo è il celebre giuoco di grazia, che si chiama Incarnazione, e che oggi ci fa presagire in anticipo, in Maria, lampada portatrice del lume divino, porta per cui il Cielo muoverà i suoi passi verso la terra, madre che offrirà vita umana al Verbo di Dio, l’avvento della nostra salvezza.
Voi sapete, Figlie dilettissime, tutte queste cose; voi le meditate, voi le onorate, voi le imitate; Maria ve ne dà il quadro sublime, nel quale Ella trionfa in umiltà ed in gloria senza pari. Non è questa una ragione che Ci fa lieti di sapervi tutte intimamente associate a questa gioia della Chiesa, a questa glorificazione della Madonna?
Seconda ragione: voi celebrate con Noi questa festa, soave ed intima, come una giornata di famiglia, come un avvenimento domestico, che stringe i cuori in dolci e comuni sentimenti. È la festa della Madre comune e celeste; e Noi comprendiamo come la vostra devozione si accresca per il fatto che voi oggi la celebrate insieme con questo umile Padre comune e terrestre, col Papa. E codesta pia soddisfazione rende lieti anche Noi, che sentiamo la vostra devozione unirsi alla Nostra, la vostra preghiera alla Nostra, la vostra fiducia alla Nostra.
Ci pare, care e buone Religiose, che voi siate queste mattina il Nostro mazzo di fiori, col quale Ci presentiamo a Maria per esprimerle i Nostri auguri – oh, diciamo meglio: i nostri omaggi! – nel giorno del suo genetliaco. Viene alle Nostre labbra una specie di infantile discorso: Vedi, Maria, che cosa Ti offriamo, questi fiori; sono i più bei fiori della Santa Chiesa; sono le anime dell’unico amore, dell’amore al Tuo divino Figliuolo Gesù, sono le anime che hanno veramente creduto alle sue parole, e che hanno lasciato tutto per seguire Lui solo; lo ascoltano, lo imitano, lo servono, lo seguono, con Te, sì, fino alla Croce; e non si lamentano, non hanno paura. non piangono, anzi sono sempre liete, sono buone, Maria, sono sante queste figliuole della Chiesa di Cristo! Noi speriamo che la Madonna Santissima ascolti queste semplici parole, c che si senta onorata dell’offerta, che Noi oggi le facciamo di voi, Religiose. Diciamo di più: di tutte le Religiose della Santa Chiesa; e speriamo che le voglia guardare tutte, Lei la benedetta fra tutte, con quei suoi occhi misericordiosi (illos tuos misericordes oculos . . .); che le voglia rallegrare, le voglia proteggere e benedire; perché sono sue, e sono sue perché sono della Chiesa!
Pare a Noi che questo incontro metta in evidenza particolare cotesto aspetto della vostra vita religiosa. Perché oggi voi siete tanto contente di assistere alla santa Messa del Papa e di venerare con lui la Madonna santissima? e perché il Papa è lui stesso contento d’avervi con sé? Perché voi siete, dicevamo, della Chiesa; voi appartenete, e con vincoli di particolare adesione, al corpo mistico di Cristo, e nella comunità ecclesiastica voi avete un posto speciale: voi siete il gaudio della Chiesa, voi l’onore, voi la bellezza, voi la consolazione, voi l’esempio! Noi possiamo anche aggiungere: voi la forza! Per la vostra pietà, per la vostra umiltà, per la vostra docilità, per il vostro spirito di sacrificio, voi siete le figlie predilette della santa Chiesa. Questo incontro deve ravvivare in voi il «senso della Chiesa». Avviene talvolta che questo «senso della Chiesa» sia meno avvertito e meno coltivato in certe famiglie religiose: per il fatto che esse vivono appartate, e che esse trovano nell’ambito delle loro comunità tutti gli oggetti d’immediato interesse, e poco sanno di quanto accade fuori del recinto delle loro occupazioni, a cui sono totalmente dedicate; avviene talora che la loro vita religiosa abbia orizzonti limitati, non solo per ciò che riguarda la vicenda delle cose di questo mondo, ma anche per ciò che riguarda la vita della Chiesa, i suoi avvenimenti, i suoi pensieri e i suoi insegnamenti, i suoi ardori spirituali, i suoi dolori e le sue fortune.
Questa non è una posizione ideale per la Religiosa; essa perde la visione grande e completa del disegno divino per la nostra salvezza e per la nostra santificazione. Non è un privilegio il rimanere ai margini della vita della Chiesa e costruire per sé una spiritualità che prescinda dalla circolazione di parola, di grazia e di carità della comunità cattolica dei fratelli in Cristo. Senza togliere alla Religiosa il silenzio, il raccoglimento, la relativa autonomia, lo stile di cui ha bisogno, la forma di vita che le è propria, Noi auguriamo che le sia restituita una partecipazione più diretta e più piena alla vita della Chiesa, alla liturgia specialmente, alla carità sociale, all’apostolato moderno, al servizio dei fratelli. Molto si fa in questo senso; e Noi crediamo con profitto sia della santificazione della Religiosa, sia dell’edificazione dei fedeli. Noi ricordiamo che a Milano, proprio in occasione di questa festività, invitammo ad assistere alla Nostra messa pontificale le care Suore di Maria Bambina, in quel Duomo, ch’è certo una delle più belle e più grandi cattedrali del mondo, e ch’è appunto dedicato alla Natività di Maria: nessuna di quelle Suore sentiva dalla propria devozione l’invito a partecipare al solenne e splendido rito in onore di Maria nascente nella Cattedrale della Città dove esse hanno la loro casa-madre e una magnifica rete di attività caritative; le invitò l’Arcivescovo; e vennero poi in Duomo tutti gli anni all’otto di settembre, in bel numero; e furono felici di sentirsi in quel giorno figlie predilette della Chiesa, come Noi lo fummo nel salutarle durante la Omelia e nel benedirle, come esemplari e degne della Nostra benevolenza. Ricordiamo anche quanto Ci sembrò edificante vedere nelle chiese delle fiorenti comunità missionarie della Rhodesia meridionale e della Nigeria le Suore, delle varie famiglie religiose, assistere, in posti riservati, alle funzioni domenicali, con grande loro onore e con grande consolazione ed ammirazione di tutti i fedeli.
Ebbene, questo incontro, ripetiamo, servirà a riaccendere in voi, come auguriamo in tutta la immensa schiera delle anime religiose femminili, l’amore alla Chiesa e a mettervi sempre più in comunione con lei. Grande pensiero, ricordatelo, è questo, che può aprire la finestra sulla realtà spirituale, a cui avete dedicato la vita; la Chiesa infatti è l’opera di salvezza stabilita da Cristo; grande pensiero, che può confortare e sostenere la modestia e il nascondimento delle vostre occupazioni; la Chiesa è il regno del Signore, chi vi appartiene e chi la serve partecipa alla dignità, alla fortuna di questo regno; grande pensiero, sì, è la Chiesa, che apre alla vostra oblazione le vie per le quali essa può essere sempre più feconda di risultati apostolici, di carità sapiente, di meriti immensi.
Noi crediamo che sia venuto il giorno in cui occorra mettere in più alto onore e in maggiore efficienza la vita religiosa femminile; e che questo possa avvenire perfezionando i vincoli che la uniscono a quella della Chiesa intera. Vi faremo a questo proposito una confidenza : Noi abbiamo dato disposizioni affinché anche alcune Donne qualificate e devote assistano, come Uditrici, a parecchi solenni riti e a parecchie Congregazioni generali della prossima terza Sessione del Concilio ecumenico vaticano secondo; a quelle congregazioni, diciamo, le cui questioni poste in discussione possono particolarmente interessare la vita della Donna; avremo così per la prima volta, forse, presenti in un Concilio ecumenico alcune, poche, – è ovvio – ma significative e quasi simboliche rappresentanze femminili; di voi, Religiose, per prime; e poi delle grandi organizzazioni femminili cattoliche, affinché la Donna sappia quanto la Chiesa la onori nella dignità del suo essere e della sua missione umana e cristiana.
* * *

Mentre godiamo di fare a voi questo annuncio Ci rattrista il pensiero delle tante manifestazioni della vita moderna in cui la Donna appare decaduta dall’altezza spirituale ed etica, che il migliore costume civile e la elevazione alla vocazione cristiana le attribuiscono, al livello dell’insensibilità morale e spesso della licenza pagana; è privata la Donna, mentre le sono aperte le vie delle esperienze più pericolose e morbose, della vera felicità e dell’amore vero, che non possono mai esser disgiunti dal senso sacro della vita.
E Ci fa pena anche il vedere come tante anime femminili, fatte per le cose alte e generose, non sanno più oggi dare alla propria vita un senso pieno e superiore, perché mancano di due coefficienti della pienezza interiore: la preghiera, nella sua espressione completa, personale e sacramentale: e lo spirito di dedizione, di amore cioè che dà e che vivifica. Restano anime povere e tormentate, a cui le distrazioni esteriori recano fallace rimedio.
Ecco allora che la terza ragione del Nostro gaudio spirituale originato da questo incontro viene a consolarci; ed è quella di osservare nel vostro numero e nel vostro fervore che vi sono ancor oggi anime pure e forti che hanno sete di perfezione e che non hanno né paura, né vergogna a indossare l’abito religioso, l’abito della consacrazione totale della propria vita al Signore.
Veramente anche a questo riguardo Noi dovremmo fare una duplice non lieta osservazione; e cioè che le vocazioni religiose, anche femminili, sono in diminuzione; e che la Chiesa ed anche la società profana hanno un crescente bisogno di tali vocazioni. È questo uno dei problemi del nostro tempo, per la cui soluzione occorrerà operare e pregare.
Ma fermiamoci ora alla prova della vitalità religiosa che la vostra presenza Ci offre. Noi ringraziamo la Madonna di questa consolazione, che Ci lascia intravedere la sua provvida e materna assistenza alla Chiesa; che Ci offre l’esempio d’una sempre rifiorente generosità cristiana, che Ci fa pensare a tutto il tesoro di opere buone, a cui la vostra vita è consacrata.
Noi preghiamo la Madonna per voi: che ci dia la certezza per la bontà della scelta da voi fatta; essa è la migliore, essa è la più difficile e la più facile insieme, essa è la più vicina a quella di Maria Santissima, perché, come la sua, è tutta governata da un semplice e totale abbandono alla divina volontà: «Fiat mihi secundum Verbum tuum!». Noi la pregheremo perché vi faccia forti: oggi la vita religiosa esige fortezza; ieri forse era il rifugio di tante anime deboli e timide; oggi è l’officina delle anime forti, costanti ed eroiche. Noi la pregheremo infine perché la Madonna vi faccia liete e felici; la vita religiosa, per povera e austera che sia, non può essere autentica che nella gioia interiore! È quella che Noi vi auguriamo a ricordo di questo incontro a tutte chiedendo orazioni per il Concilio e per la Chiesa intera, a tutte dando la Nostra Benedizione.

È L’UOMO PEFETTO CHE REALIZZA IL SOGNO DEL CREATORE (Papa Paolo VI) (1Cor 2,1-6)

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È L’UOMO PEFETTO CHE REALIZZA IL SOGNO DEL CREATORE

(Papa Paolo VI)

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (2,1-16)

Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.Tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma, come sta scritto: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi infatti conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo, con parole non suggerite dalla sapienza umana, bensì insegnate dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. Ma l’uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché di esse si può giudicare per mezzo dello Spirito. L’uomo mosso dallo Spirito, invece, giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. Infatti chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo consigliare? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo.
Dalla lettera enciclica Populorum progressio di papa Paolo VI
Ormai le iniziative locali e individuali non bastano più. La situazione attuale del mondo esige un’azione d’insieme sulla base di una visione chiara di tutti gli aspetti economici, sociali, culturali e spirituali. Esperta in umanità, la chiesa, lungi dal pretendere minimamente d’intromettersi nella politica degli stati, «non ha di mira che un unico scopo: continuare, sotto l’impulso dello Spirito consolatore, la stessa opera del Cristo, venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità (cf. Gv 18,37), per salvare, non per condannare, per servire, non per essere servito (cf. Gv 3,17; Mt 20,28; Mc 10,45)». Fondata per porre fin da quaggiù le basi del regno dei cieli e non per conquistare un potere terreno, essa afferma chiaramente che i due domìni sono distinti, così come sono sovrani i due poteri, ecclesiastico e civile, ciascuno nel suo ordine. Ma, vivente com’è nella storia, essa deve «scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce dell’evangelo». In comunione con le migliori aspirazioni degli uomini e soffrendo di vederle insoddisfatte, essa desidera aiutarli a raggiungere la loro piena fioritura, e a questo fine offre loro ciò che possiede in proprio: una visione globale dell’uomo e dell’umanità. Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere sviluppo autentico, dev’essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. Com’è stato giustamente sottolineato da un eminente esperto: «noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera».Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione. Fin dalla nascita, è dato a tutti in germe un insieme di attitudini e di qualità da far fruttificare: il loro pieno svolgimento, frutto a un tempo dell’educazione ricevuta dall’ambiente e dello sforzo personale, permetterà a ciascuno di orientarsi verso il destino propostogli dal suo Creatore. Dotato d’intelligenza e di libertà, egli è responsabile della sua crescita, così come della sua salvezza. Aiutato, e talvolta impedito, da coloro che lo educano e lo circondano, ciascuno rimane, quali che siano le influenze che si esercitano su di lui, l’artefice della sua riuscita o del suo fallimento: col solo sforzo della sua intelligenza e della sua volontà, ogni uomo può crescere in umanità, valere di più, essere di più.
Breve esortazione.2
Crescere in umanità
Crescere in umanità potrebbe essere l’imperativo che ci poniamo all’inizio di questa solenne convocazione. Ci siamo accorti anche concretamente in questi tempi di crisi che la nostra risorsa più grande, che il creatore ci ha messo a disposizione e che spesso è ignorata, è la nostra stessa umanità, con il suo insieme di attitudini e di qualità da far fruttificare. Questa umanità è stata fatta definitiva da Gesù Cristo, Lui è l’uomo perfetto che realizza il sogno del Creatore, Lui nel continuo rapporto con il Padre è la nostra pienezza, la nostra realizzazione piena, il nostro autentico presente e il desiderato futuro. Essere esperti in umanità non significa certo adattarsi allo spirito del mondo. Dio non fonda il Vangelo sulla sapienza di questo mondo, né sceglie le persone che si considerano meritevoli (la condizione di peccato in cui ci troviamo squalifica ogni presunto merito). Allo stesso modo il successo del Vangelo nel convertire e nel salvare, non può essere spiegato dalla sociologia e dalla psicologia, né dall’uso di tecniche di persuasione, di condizionamento, di propaganda e di manipolazione delle quali alcuni sono esperti (“l’eccellenza di parola o di sapienza”). Il Vangelo risulta potentemente efficace, nonostante il mezzo “debole” della predicazione e nonostante l’oggettiva debolezza ed inadeguatezza dei suoi portatori, perché attraverso di esso Dio è all’opera, lo stesso Dio che fa risorgere dai morti Gesù, “debole e sconfitto” dalle potenze di questo mondo. L’opera di salvezza che Dio porta avanti in questo mondo, dunque, non è e non può essere il risultato di nulla che in questo mondo ci si arrabatta a inventare, non è il risultato di movimenti politici o religiosi, non è e non può essere frutto dell’ingegnosità umana ad un qualsiasi livello, ma dipende in tutto e per tutto ed in esclusiva dall’opera indipendente di Dio. Ci ha avvertito San Paolo:”l’uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui e non è capace di intenderle”. Paolo si era proposto di “non sapere altro” che “Gesù Cristo e lui crocifisso” (2). Questo non vuol dire che il cristiano non si debba occupare d’altro che “di Bibbia”, ma che la fede cristiana non è un “supplemento” o “un valore aggiunto” dei “curriculum” di questo mondo, ma è “altro”, spesso in palese contraddizione di quanto questo mondo insegna e pratica. Cristo è il centro e san Paolo ha imparato a tenerlo in altissima stima e considerazione nonostante l’ignominia della croce (cosa che il mondo considera squalificante), anzi, siamo fieri della croce perché in essa si manifesta l’amore incondizionato e la grazia di Dio nei nostri confronti. Possiamo essere considerati semplicisti e rozzi, molto inferiori alla raffinata complessità di ciò che si insegna nelle accademie, ma il Toniolo ci ha ben insegnato e dimostrato con coraggio nella sua professionalità eccellente che il pensiero cristiano raggiunge grandi profondità, ben al di là della capacità di comprendere persino degli intellettuali di questo mondo. Ricevere e comprendere questa sapienza è frutto di maturità spirituale. Occorre allora per essere esperti in umanità una rinascita spirituale che è opera dello Spirito Santo, è quella rinascita che Gesù ha chiesto a Nicodemo.“Non ti meravigliare se ti ho detto: ‘Bisogna che nasciate di nuovo’” (Giovanni 3:7). La 3 persona che nasce in questo modo alla fede, in quella stessa fede deve crescere per giungere alla maturità spirituale. Alla maturità il credente giunge nel tempo attraverso esperienza, studio e prove. In tutto questo deve impegnarsi diligentemente. Questa maturità spirituale non è il risultato della ricerca scientifica dei laboratori, delle accademie e delle scuole di questo mondo, non è soprattutto frutto di competenze umane, ma è una “sapienza celeste”, la sapienza rivelata di Dio. È la sapienza che Dio ha destinata al Suo popolo, e che costituisce il “deposito” della sua fede. “O Timoteo, custodisci il deposito; evita i discorsi vuoti e profani e le obiezioni di quella che falsamente si chiama scienza; alcuni di quelli che la professano si sono allontanati dalla fede” (1 Timoteo 6:20-21). C’è sempre qualcuno che offre alla fede cristiana una versione “riveduta e corretta” che si adatti alle ideologie al politicamente corretto, alla mentalità di moda. La nostra fede è continuamente affidarsi a Gesù, è lasciarsi affascinare da domande vere su di Lui. Chi è Gesù? Come ha vissuto? Che cosa ha insegnato? Che cosa ha compiuto? Perché la Sua vita, la Sua opera, la Sua morte e la Sua risurrezione è rilevante, anzi determinante per il nostro destino temporale ed eterno? San Paolo risponde a queste domande con chiarezza, per i cristiani di Corinto ed anche per noi oggi. Paolo, così, annuncia che Gesù è l’eterno Figlio di Dio, da sempre nel cuore stesso di Dio, che è venuto, umiliandosi, per condividere la nostra umanità ed a morire sulla croce per pagare Lui il prezzo della nostra salvezza. Chi ci dà questa maturità spirituale? Lo Spirito di Dio, il dono assolutamente necessario per la nostra crescita spirituale, per la nostra maturità spirituale e per crescere in umanità.

PRIMA STAZIONE PENITENZIALE IN SAN PIETRO (PAPA PAOLO VI, 1975)

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1975/documents/hf_p-vi_hom_19750212_it.html

PRIMA STAZIONE PENITENZIALE IN SAN PIETRO

OMELIA DEL SANTO PADRE PAOLO VI

12 febbraio 1975  

Eccoci Fratelli, ancora una volta, ed in circostanze speciali, quali sono quelle dell’Anno Santo, che stiamo celebrando, al principio della quaresima; in capite jeiunii, come dicevano i nostri antichi maestri di spirito. Nulla di nuovo; ma procuriamo di capire, e poi anche di fare. La pedagogia della Chiesa attribuisce grande importanza a questo periodo dell’anno liturgico. Quaresima è, si può dire, sinonimo di penitenza. La prima questione, che sorge negli animi, anche in quelli fedeli alla Chiesa, al suo spirito, ai suoi riti, si domanda se sia oggi giustificata la penitenza. Non è castigo la penitenza? non è tristezza, non è mortificazione, non è rinuncia, non è frustrazione? perché la religione cristiana deve presentarsi con questo aspetto, punto simpatico? come predicare all’uomo moderno, ch’è tutto teso alla conquista e al godimento della vita, una prassi penitenziale, che esula da ogni sua concezione, da ogni sua aspirazione, e, possiamo aggiungere, dalla sua pratica possibilità? chi può oggi digiunare, come la Chiesa fino a ieri prescriveva severamente di fare, e come, parzialmente almeno, ancora adesso, prescrive? Ai giovani specialmente, perché non presentare, fin da principio, la vita cristiana come una pienezza, una gioia, una felicità? Il cristianesimo, nella sua essenza, non è felicità? Non ha forse detto Gesù, proprio Gesù: «Io sono venuto affinché (gli uomini) abbiano la vita, e l’abbiano più abbondantemente»? (Io. 10, 10)
Un missionario, venuto in questi giorni a visitarci, ci diceva dei felici risultati d’una sua iniziativa, intitolata «l’apostolato della gioia»; non è questa un’autentica e sapiente interpretazione del Vangelo, il messaggio della buona novella? Così pure, e con altra voce, un autorevole Uomo di Chiesa si domandava recentemente se non sia oggi un errore, almeno di metodo, quello della tradizione ecclesiale di presentare l’adesione alla fede, e allo stile di vita ch’essa comporta, sotto condizione di pratiche ascetiche restrittive, di osservanze di norme di pensiero e di costume molto esigenti: perché non rendere facile e gradevole l’appartenenza alla Chiesa, allargando e spianando la via, che ne qualifica il cammino e ne assicura la mèta? Non saremmo noi colpevoli di rendere difficile e complicato l’incontro degli uomini del nostro tempo con la religione? Non sarebbe venuta l’ora di rendere dunque «permissiva», come oggi si dice, l’alleanza del mondo con la professione cristiana? il Concilio non ci ha elargito questa nuova concezione del cristianesimo contemporaneo? un cristianesimo facile, senza precetti esigenti e molesti, un cristianesimo moderno? e se questo vuole sopravvivere alle condizioni della vita contemporanea, non deve forse abolire i freni della sua vecchia concezione penitenziale?
Ragionamenti che contengono certamente una parte di verità; ma isolati dal disegno organico e completo della concezione cristiana sono incompleti, sono capziosi, e possono generare gravi errori; possono deformare e vanificare il Vangelo; il più grande di tutti gli errori di questo genere sarebbe quello di togliere la croce dal centro della fede e della vita cristiana. Ricordate la parola di S. Paolo: «che non sia resa vana la Croce di Cristo»! (1 Cor. 1, 17) vana nel suo mistero redentore, e vana nel suo insegnamento morale; infatti ricordiamo sempre: non solo Gesù porta la croce, ma anche i suoi seguaci con lui devono portarla: «se qualcuno vuol venire dietro a me, Egli disse, rinunzi a se stesso, prenda la sua croce, e mi segua» (Matth. 16, 24). E questo, perché?
S. Agostino, in un suo sermone circa l’utilità di fare penitenza, diceva: «quanto sia utile e necessaria la medicina della penitenza, assai facilmente lo comprendono gli uomini, che si ricordano d’essere uomini» (S. AUGUSTINI Serm. 351, 1; PL 39, 1535; et Serm. 352; ibid. 1539 ss). Ripetiamo: perché questo? perché l’uomo è un essere spiritualmente e moralmente malato; ha bisogno della medicina della penitenza, cioè ha bisogno di riparazione; lo sviluppo e il funzionamento delle sue facoltà naturali non sono regolari e ordinati; il suo comportamento, in seguito al peccato originale, è facilmente sbagliato; lasciato a se stesso, produce atti contrari al dovere e genera stati d’animo disordinati; occorrerà per l’uomo sano, per l’uomo «nuovo» secondo la concezione cristiana, una «conversione», cioè un cambiamento di spirito che chiamiamo penitenza, la quale predispone alla fede e alla grazia (Cfr. DENZ.-SCHÖN. 1525-1530), e esige da noi volontà, contrizione, sforzo, perseveranza; esige cioè una penitenza duplice, sacramentale e morale (Cfr. S. THOMAE Summa Theologiae, III, 84.90).
Oggi la liturgia parla principalmente di quest’ultima, la penitenza morale, e la drammatizza con un rito assai espressivo, con la imposizione delle ceneri sul capo del cristiano, quasi per disilluderlo del valore unico e supremo della vita presente, in cui noi facilmente poniamo le nostre cure e le nostre speranze. È un errore fatale di calcolo il nostro, se noi poniamo la nostra fiducia nei beni propri dell’ordine temporale, la durata della nostra esistenza presente, il benessere economico e edonistico, la fiducia nella ricchezza più che nella virtù, il materialismo ideologico e pratico, che sembra comprendere e risolvere tutti i problemi personali, sociali e politici, verso i quali si vorrebbe da molti rivolgere con priorità prevalente la mentalità e l’attività dell’uomo finalmente edotto circa la vera, ma inesatta e incompleta, filosofia della vita. Non udiamo noi forse in questo momento la severa, ma sapiente parola di Cristo rivolta all’homo oeconomicus, che aveva posto tutti i suoi progetti e tutta la sua fortuna nell’«abbondanza dei beni posseduti», senza riflettere all’inanità dei suoi preventivi: «Stolto, questa notte stessa l’anima tua (cioè la tua esistenza temporale), ti sarà ridomandata (cioè dalla morte imprevista e improvvisa); e quanto hai preparato di chi sarà? così, aggiunge il Signore, è chi tesoreggia per sé, e non arricchisce presso Dio» (Luc. 12, 20-21).
Così che questa radicale svalutazione dei beni propri della concezione materialista della vita, propria della visione penitenziale della sapienza cristiana, non si risolve in un disperato pessimismo, ma in un orientamento finalistico superiore e migliore della nostra esistenza, il possesso finale, desiderato e meritato, della pienezza della nostra vita immortale nel Dio della suprema beatitudine. La mèta escatologica, cioè ultima ed ultra terrena, deve governare le mète temporali, nelle quali siamo impegnati; e ciò non solo a riguardo dei beni economici, ma d’ogni altro bene di questo nostro pellegrinaggio nel tempo. Siamo pellegrini, siamo di passaggio nella vicenda faticosa o fortunata che sia nel secolo del tempo; questa è la coscienza della penitenza, che non ci deprime nella ricerca della giustizia e dell’ordine del nostro mondo sperimentale, ma piuttosto ci stimola a compiervi la missione che gli è propria: «così conviene, dice il Signore, che noi adempiamo ogni giustizia» (Matth. 3, 15), ma con lo spirito libero e teso verso quel «regno di Dio», che solo vale la pena d’essere sopra ogni cosa desiderato e conquistato, e che i «Poveri di spirito» sanno a loro primi destinato. In quest’atmosfera di pensieri e di propositi c’introduce la quaresima, con la sua metánoia, cioè con la sua conversione. Accettiamola con fiducia e con coraggio; sappiamo dove ci guida: al mistero pasquale. Sia così, con la nostra Benedizione Apostolica.

Papa Paolo VI : Nella festa della cattedra di San Pietro (22 febbraio 1967)

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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 22 febbraio 1967

Nella festa della cattedra di San Pietro

Questa udienza generale trova oggi, 22 febbraio, la Basilica di S. Pietro in festa per la celebrazione d’una sua particolare solennità: quella della «Cattedra di San Pietro». Dubiterà qualcuno che si tratti d’una festa di recente istituzione, dovuta allo sviluppo della dottrina circa il Pontificato romano, nel secolo scorso. No, si tratta di un’antichissima festa, che risale al terzo secolo (cf. Lexicon für Th. und K. 6, 66), e che si distingue dalla festa per la memoria anniversaria del martirio dell’Apostolo (29 giugno). Già nel quarto secolo la festa odierna è indicata come «Natale Petri de cathedra» (cf. Radò, Ench. Lit, II, 1375). Fino a pochi anni fa il nostro calendario registrava due feste della Cattedra di S. Pietro, una il 18 gennaio, riferita alla sede di Roma, l’altra il 22 febbraio, riferita alla sede di Antiochia; ma si è visto che questa geminazione non aveva fondamento né storico, né liturgico.
A che cosa si riferisce questo culto? Il primo pensiero corre alla Cattedra materiale, cioè alle reliquie del seggio sul quale l’Apostolo si sarebbe seduto per presiedere all’assemblea dei Fedeli, perché sempre in tutte le comunità cristiane il seggio episcopale era tenuto in grande onore. Si chiama ancor oggi cattedrale la chiesa dove il Vescovo risiede e governa. Ma la questione circa l’autenticità materiale di tali reliquie riguarda piuttosto l’archeologia, che la liturgia; sappiamo che tale questione ha una lunga storia di difficile ricostruzione, e che il grandioso e celebre monumento di bronzo, eretto per ordine di Papa Urbano VIII, ad opera del Bernini, nell’abside di questa Basilica, si chiama «l’altare della Cattedra», il quale, a prescindere dai cimeli archeologici ivi contenuti, vuole onorare principalmente il loro significato: vuole cioè riferirsi a ciò che dalla Cattedra è simboleggiato, la potestà pastorale e magistrale di colui che occupò la Cattedra stessa, considerata piuttosto nella sua origine costitutiva e nella sua tradizione ecclesiastica, che non nella sua entità materiale (cf. Cabrol, in DACL, III, 88: la festa «ricordava l’episcopato di S. Pietro a Roma, piuttosto che la venerazione d’una Cattedra materiale dell’Apostolo»). «Quello che conta e che commuove e la glorificazione di questa « Cattedra », la quale, fra tanto susseguirsi e variare di sistemi, di teorie, di ipotesi, che si contraddicono e cadono l’unta dopo l’altra, è l’unica che, invitta, faccia certa, da duemila anni, la grande famiglia dei cattolici; che anche su questa terra è dato agli uomini di conoscere talune immutabili verità supreme: le vere e sole che appaghino l’angoscioso spirito dell’uomo» (cf. Galassi Paluzzi, S. Pietro in Vat., II, 65).
Dunque: onoreremo nella Cattedra di San Pietro l’autorità che Cristo conferì all’Apostolo, e che nella Cattedra trovo il suo simbolo, il suo concetto popolare e la sua espressione ecclesiale. Come non ricordare che, fin dalla metà del terzo secolo, il grande vescovo e martire africano, San Cipriano, adopera questo termine per indicare la potestà della Chiesa Romana, in virtù della Cattedra di Pietro, donde scaturisce, egli dice, l’unità della gerarchia? (cf. Ep. 59, 16: Bayard, Correspondance, II, 184). E quanto alla festa della Cattedra basti citare una delle frasi dei tre discorsi attribuiti a S. Agostino e ad essa relativi: «L’istituzione della odierna solennità ha preso il nome di Cattedra dai nostri predecessori per il fatto che si dice avere il primo apostolo Pietro occupato la sua Cattedra episcopale. Giustamente dunque le Chiese onorano l’origine di quella sede, che per il bene delle Chiese l’Apostolo accettò» (Serm. 190, I; P.L. 39, 2100).
Noi faremo bene, Figli carissimi, a dare a questa festività la venerazione, che le è propria, ripensando alla insostituibile e provvidenziale funzione del magistero ecclesiastico, il quale ha nel magistero pontificio la sua più autorevole espressione. Si sa, pur troppo, come oggi certe correnti di pensiero, che ancora si dice cattolico, cerchino di attribuire una priorità nella formulazione normativa delle verità di fede alla comunità dei fedeli sulla funzione docente dell’Episcopato e del Pontificato romano, contrariamente agli insegnamenti scritturali e alla dottrina della Chiesa, apertamente confermata nel recente Concilio, e con grave pericolo per la genuina concezione della Chiesa stessa, per la sua interiore sicurezza e per la sua missione evangelizzatrice nel mondo.
Unico nostro maestro è Cristo, che più volte ha rivendicato a Sé questo titolo (Matth. 23, 8; Io. 13, 14); da Lui solo viene a noi la Parola rivelatrice del Padre (Matth. 11, 27); da Lui solo la verità liberatrice (lo. 8, 32), che ci apre le vie della salvezza; da Lui solo lo Spirito Paraclito (Io. 15: 26), che alimenta la fede e l’amore nella sua Chiesa. Ma è pur Lui che ha voluto istituire uno strumento trasmittente e garante dei suoi insegnamenti, investendo Pietro e gli Apostoli del mandato di trasmettere con autorità e con sicurezza il suo pensiero e la sua volontà. Onorando perciò il magistero gerarchico della Chiesa onoriamo Cristo Maestro e riconosciamo quel mirabile equilibrio di funzioni da Lui stabilito, affinché la sua Chiesa potesse perennemente godere della certezza della verità rivelata, dell’unità della medesima fede, della coscienza della sua autentica vocazione, dell’umiltà di sapersi sempre discepola del divino Maestro, della carità che la compagina in un unico mistico corpo organizzato, e la abilita alla sicura testimonianza del Vangelo.
Voglia il Signore conservare ed accrescere, per i bisogni del nostro tempo, questo culto amoroso, fiducioso e filiale al magistero ecclesiastico stabilito da Cristo; e sia a noi propizio l’Apostolo, che primo ne ebbe il mandato, e che qui ancora, dalla sua Cattedra romana, per mano Nostra, tutti vi benedica.

SOLENNITÀ DELL’EPIFANIA DEL SIGNORE – OMELIA DI PAOLO VI 1973

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1973/documents/hf_p-vi_hom_19730106_it.html

SOLENNITÀ DELL’EPIFANIA DEL SIGNORE

OMELIA DI  PAOLO VI

Sabato, 6 gennaio 1973

Venerati Fratelli e Figli carissimi,

questa solenne e piissima cerimonia si iscrive in tre grandi disegni, i quali si aprono sopra di noi e d’intorno a noi, come sconfinati orizzonti. Non possiamo restringere il nostro sguardo al rito, che stiamo compiendo, senza lasciare che da tali amplissimi disegni giungano al nostro rito la luce, il significato, il mistero, di cui sono superiore sorgente.
Il primo disegno, da cui l’atto religioso in via di celebrazione, acquista il senso ed il valore suo proprio, è quello liturgico. Noi celebriamo la festa dell’Epifania. Tutti sappiamo la densità di motivi culturali, ai quali tale festa si riferisce. A noi ora basti considerarli nel loro significato sintetico, e cioè la manifestazione di Dio avvenuta mediante 1’Incarnazione: la teofania che si è compiuta umanamente e storicamente in Cristo Gesù: l’apparizione di Dio nel quadro temporale e sensibile della rivelazione cristiana. «Il mistero occultato ai secoli e alle generazioni ora è stato rivelato . . .» (Col. 1, 26). Il problema spirituale dell’umanità, l’attesa profetica delle religioni vaganti sulla terra e nei tempi in cerca d’un incontro autentico e felice col Dio ignoto, o soltanto conosciuto per via di processi logici negativi o superlativi, per via di segni insufficienti, atti piuttosto a suscitare il desiderio di Dio, che a conferire la gioia d’un vero e ineffabile incontro con Lui, la questione religiosa nel suo contenuto reale e profondo, e nella sua universale estensione, ha avuto la sua soluzione, la sua chiave d’intelligenza e di possesso, ha avuto il suo punto focale di spiegazione e di ordinamento concreto. La vera religione ci è stata aperta ed offerta (Cfr. 1 Io. 1, 1-4). Merita un tale avvenimento una riflessione senza fine. L’interpretazione globale della storia è resa possibile. L’umanità ha trovato il principio della sua fratellanza, della sua unificazione. La salvezza ha inaugurato il suo dramma meraviglioso e tremendo: «è nato per noi un Salvatore» (Luc. 2, 11), e si chiama Gesù (Matth. 1, 21); Lui è l’immagine trascendente e pur visibile e a noi familiare del Padre (Cfr. Io. 14, 9); Lui è l’«Alpha e l’Omega, il principio e la fine» (Apoc. 1, 8). A Lui gridiamo con Tommaso: «mio Signore e mio Dio»! (Io. 20, 28)
Una tale visione del cielo liturgico odierno basterebbe per tenerci incantati in una indefinita contemplazione.
Se non che è per noi dovere e piacere cogliere nell’immenso panorama dell’Epifania un disegno che ci tocca direttamente, quello missionario; quello cioè della diffusione della rivelazione avvenuta in Cristo Signore. Gesù è venuto in silenzio ed in umiltà, ma non per nascondersi, non per circoscrivere l’irradiazione della sua presenza nel mondo; ma piuttosto per rendere accessibili a chi lo cerca, a chi lo accoglie i sentieri più piani (Cfr. IGN. ANT. Ad Eph. 18-19). Vi è un’intenzione missionaria nelle modalità stesse, con cui Gesù Cristo entrò nel mondo e svolse poi il suo disegno evangelico. Vi è un’economia storico-umana a cui certo presiede una guida divina circa la diffusione del Vangelo nel mondo. Ecco. La presenza dei Magi a Betlemme, commemorata in modo particolare oggi dalla Chiesa, indica che subito Gesù, appena nato, è disponibile per alcuni, quasi fosse per tutti; anzi piuttosto, secondo un’economia particolare, la quale sembra riservare ai più lontani i primi posti. Con la nascita di Gesù nel mondo è accesa una stella, è accesa una vocazione luminosa; carovane di popoli si mettono in cammino (Cfr. Is. 60, 1 ss.); vie nuove si tracciano sulla terra; vie che arrivano, e per ciò stesso vie che partono. Cristo è il centro. Anzi Cristo è il cuore: una circolazione nuova per gli uomini è incominciata; essa non terminerà mai più. Anzi essa è destinata a costituire un programma essenziale per la Chiesa, cioè per la comunità degli uomini credenti in Cristo e formanti corpo con Lui. Un programma, una necessità, una urgenza, uno sforzo continuo, che ha la sua ragion d’essere nel fatto che Cristo è il Salvatore, Cristo è necessario, Cristo è potenzialmente universale, e che Cristo vuole essere annunciato, predicato, diffuso da un ministero di fratelli, da un apostolato di uomini inviati apposta da Lui per recare all’umanità il messaggio della verità, della fratellanza, della libertà, della pace (Cfr. Ad Gentes).
Ecco l’arco dello sforzo missionario delinearsi sopra questa cerimonia; essa è di per sé missionaria, ed una circostanza speciale ne mette in gloriosa evidenza l’intenzione. Voi sapete che una data significativa, il trecentocinquantesimo anniversario dell’istituzione dell’organo specificamente missionario della santa Chiesa cattolica, ci ricorda questa legge intrinseca della fede: la necessità della diffusione del Vangelo e della fede, della Chiesa perciò; e ci ricorda come storicamente la Sacra Congregazione «de Propaganda Fide», oggi denominata «per L’Evangelizzazione dei Popoli», abbia sapientemente, coraggiosamente, tenacemente incarnato tale legge, dando alle Missioni cattoliche impulso, direzione, sostegno, diffusione, senza più tregua, né senza mai concludere l’opera ed attenuare lo sforzo; opera c sforzo, che dopo tante esperienze, non poche rinomate per santità e illustrate da sacrifici incalcolabili, perfino dalla testimonianza estrema del sangue, reclamano oggi nuova, anzi maggiore adesione. Le Missioni, si direbbe, sono sempre al principio! Né le ragioni supreme della loro necessità, né i bisogni della loro attività, né le difficoltà per la loro espansione sono venute meno. Crescono piuttosto, con l’evoluzione civile dei Popoli; la quale, mentre apre la loro recettività al messaggio evangelico, ovvero in alcuni luoghi piuttosto la rende più delicata e difficile, aumenta il loro bisogno, diciamo pure il loro morale diritto, a ricevere, e il nostro comune dovere a far loro ricevere dal missionario l’annunzio evangelico.
Temi di tanta importanza e di tale ampiezza, voi ben lo sapete, meritano studio adeguato, che non certo intendiamo svolgere in questo momento, né in questa sede. Ma un atto ci sembra obbligatorio proprio in questo momento ed in questa sede: un atto d’impegno, una promessa: quella di dare, di ridare il cuore alla causa delle Missioni. Ce ne fa obbligo, dicevamo, la natura di questa causa; è quella di Cristo e dell’umanità; è quella del Vangelo, quella della salvezza cristiana di tanti uomini ancora privi della Fede; è quella della civiltà umana abilitata a interpretare e a perseguire i destini autentici della vita umana. Ce ne fa obbligo la recente tradizione missionaria, della quale si è nello scorso anno celebrata la storia eroica, più che mai degna e bisognosa d’essere continuata e promossa. Ce ne fa obbligo altresì la felice circostanza di questa storica cerimonia, nella quale un terzo disegno provvidenziale distende le sue linee ammirabili; ed è quello che presenta al nostro ministero apostolico questi alunni delle nostre Scuole Missionarie Romane, affinché noi conferiamo loro l’ordinazione sacerdotale!
Oh! momento sublime e decisivo, tipicamente missionario! Oh! davvero come il nostro cuore sente la commozione per essere ora noi stessi ministri d’un tanto sacramento! Oh! dove ne cercheremo noi l’essenziale segreto, se non nelle parole stesse di Cristo, le quali non tanto echeggiano come lontano ricordo, ma risuonano con una loro identica attualità nel ministero che stiamo compiendo: «Come il Padre ha mandato me, anch’Io mando voi . . . Ricevete lo Spirito Santo . . .» (Io. 20, 21-22). Qui è la sorgente vitale della missione evangelica. Cristo non affida soltanto un semplice incarico apostolico; Egli trasfonde la potestà, la virtù di compierlo; Egli così associa a Sé alcuni uomini da Lui scelti ed eletti, da abilitarli ad agire per sua potestà; li segna di Sé, così che, come altri Lui stesso, possano compiere con divina efficacia una determinata funzione, quella sacerdotale, intermediaria tra Dio e gli uomini, quella propria di Cristo, unico Mediatore, la quale in loro si caratterizza ontologicamente in un modo peculiare e indelebile, rendendoli partecipi del suo unico ed eterno Sacerdozio.
Oh! prodigiosa estensione del mistero proprio di Cristo! oh! momento generatore d’ogni altra vitalità ecclesiale! oh! profilo della bellezza della Chiesa, reso evidente dall’azione salvatrice di Dio operante per via di strumenti umani, fatti veicoli della sua carità! (Cfr. S. TH. Suppl. III, 24, 1) Oh! Epifania, che ti prolunghi nei secoli e ti diffondi per tutte le regioni della terra! Questa è un’ora tua, questa ì, un’ora nostra! ora di luce, ora di vita, ora di speranza, ora di gaudio, che mentre celebri l’universale vocazione dei Popoli all’unità della fede, tu trasformi la missione, che ne reca il felicissimo annuncio, da forestiera e pellegrina in autoctona e permanente.
Salutiamo con estremo interesse il fenomeno missionario, che si compie sulla tomba del primo Apostolo, il pescatore di Galilea trasformato da Cristo in pescatore di uomini (Matth. 4, 19), l’entusiasta ma debole discepolo, riscattato poi dall’amore a Cristo per essere dopo di Cristo ed in sua vece, sostenuto lui stesso dal grave peso delle chiavi del regno messe nelle sue mani, il pastore buono e zelante del gregge evangelico, pronto egli pure a testimoniare di fronte alle avversità implacabili del mondo (Cfr. Act. 5, 41) quel nome di Gesù, nel quale solo è salvezza (Cfr. Act. 4, 12; 1 Petr. 4, 12 ss.).
Sacerdoti novelli di Paesi missionari, salute a voi! Noi per primi onoriamo il carisma sacramentale del Sacerdozio di Cristo, Sacerdozio che ora a voi trasmetteremo per virtù dello Spirito Santo! Molte, troppe cose noi vorremmo a voi dire in questo momento! La vostra storia familiare e sociale ci è presente: vorremmo più a lungo discorrere della parentela spirituale, della comunione, che codesta ordinazione stabilisce fra i vostri cari, la vostra gente e la Chiesa cattolica intera, e con questa romana specialmente! Vorremmo aver tempo per ringraziare i vostri maestri e quanti hanno spiritualmente ed economicamente contribuito a fare di voi dei nuovi messaggeri del Vangelo! Siano benedetti! Vorremmo parlarvi del mondo al quale siete destinati, e delle prospettive affascinanti e avventurose del vostro futuro ministero. Ma ad una parola sola ora noi affideremo l’esuberanza dei nostri sentimenti, la parola tanto spesso ripetuta da Gesù ai suoi discepoli: «Non abbiate paura!» (Cfr. Matth. 10, 28; Luc. 12, 7; 12, 32; Marc. 6, 50; Io. 6, 20; etc.). La sproporzione delle forze umane e la grandezza della missione a voi affidata giustifica questa raccomandazione, valevole per chiunque di noi abbia ricevuto l’investitura del sacerdozio ministeriale. Oggi poi è venuto il momento di ripeterla con la più cordiale energia: non abbiate paura! una tentazione caratteristica del nostro tempo è venuta ad assalire il cuore del prete, la tentazione polimorfa del timore, dell’incertezza, del dubbio. Del dubbio sopra se stesso, pare strano! sopra la così detta identità propria, declinata in molte sottili questioni, che minacciano di abbattere la vittima, che le ha accolte come fondate entro il proprio spirito, quasi fosse infondato, anacronista, superfluo il sacerdozio cattolico, e senza scopo, senza fortuna la sua missione. Certamente voi tutti conoscete l’insidiosa fenomenologia di questa possibile corrosione interiore della certezza soprannaturale, che l’ordine sacro infonde nel ministro fedele: sono Sacerdote di Cristo! Cristo mi ha scelto e mi ha così posseduto da compiere attraverso di me la sua ineffabile missione di salvezza, con la sua parola, con la sua azione sacramentale, con la santa Messa specialmente e l’assoluzione dei peccati, con il ministero pastorale, e, non foss’altro, con il semplice e singolare esempio d’un particolare stile di vita, la vita pura, sacrificata e santa del prete fedele.
Non abbiate paura, vi ripeteremo, figli e fratelli carissimi! abbiate sempre intatta ed insonne coscienza del vostro Sacerdozio; e la vostra vita avrà la sua nuova e vera figura; avrà la sua forza di resistenza e di azione; avrà la sua originalità e vivacità d’amore per ogni anima, per ogni comunità, per ogni attività ordinata al bene della Chiesa, con l’adesione appassionata alla vostra Chiesa locale, e con l’ampiezza sconfinata della carità per la Chiesa universale; avrà la sua perenne Epifania di ricerca, di possesso, di annunzio di Cristo! e sempre, oramai, con la nostra Benedizione Apostolica.

Publié dans:FESTE DEL SIGNORE, PAPA PAOLO VI |on 4 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

PELLEGRINAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI IN TERRA SANTA (per la festa della Sacra Famiglia, traduzione Google)

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/speeches/1964/documents/hf_p-vi_spe_19640105_nazareth_fr.html

PELLEGRINAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI IN TERRA SANTA

PAROLE DEL SANTO PADRE AL OCCASIONE DELLA VISITA ALLA BASILICA

dell’Annunciazione a Nazareth

Domenica 5 gennaio 1964

(traduzione Google dal francese – in italiano non c’è – su Maria e la Sacra Famiglia)

A Nazareth, il nostro primo pensiero va al di Most Vergine: – per presentare l’omaggio della nostra devozione filiale, – per alimentare la devozione dei motivi che dovrebbe rendere più reale, profondo, unico, secondo il piano di Dio: è la creatura piena di grazia, l’immacolata, la Vergine sempre, Madre di Cristo, e il fatto che la Madre di Dio e Madre nostra, la donna salì al cielo, ha benedetto la regina, il modello della Chiesa e la nostra speranza .
Immediatamente offriamo il nostro desiderio umile e filiale di onorare e celebrare un culto speciale sempre riconoscere che le meraviglie di Dio in essa, con speciale devozione che manifesta i nostri sentimenti più pii, più puri, più umano , il più personale e più sicuri, e che fa brillare alto nel mondo, incoraggiando esempio della perfezione umana.
Vi presentiamo e subito domande che più a cuore, perché vogliamo rendere omaggio alla sua bontà e la potenza di amore e di intercessione:
- Preghiera nel nostro cuore per mantenere una sincera devozione a lui;
- La preghiera della nostra comprensione, il desiderio, pacificamente possedere la purezza di anima e corpo, pensieri e parole, l’arte e l’amore, la purezza che il mondo di oggi ‘s difficili da dissipare e profano, che la purezza, a cui Cristo ha legato una delle sue promesse, una delle sue beatitudini: lo sguardo di luce nella visione di Dio;
- Preghiera quindi di essere ammesso da esso, Notre Dame, la padrona di casa, e suo marito, il dolce e forte San Giuseppe, nella privacy di Cristo, suo Figlio umana e divina, Gesù.
Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù: la scuola del Vangelo. Qui impariamo a guardare, ascoltare, meditare, a penetrare il significato, così profondo e misterioso, questa manifestazione molto semplice, molto umile e bello del Figlio di Dio. Forse abbiamo anche poco a poco impara a imitare. Qui si impara il metodo che ci permetterà di capire chi è Cristo. Qui si scopre la necessità di osservare il corso della sua permanenza in mezzo a noi: i luoghi, i tempi, i costumi, la lingua, le pratiche religiose, tutto ha usato Gesù per dimostrare al mondo.
Qui tutto parla, tutto ha un senso. Tutto è un duplice significato: un significato al di fuori prima che i sensi e le facoltà di percezione immediata possono essere tratte dalla scena evangelica, le persone che guardano fuori, che si accontentano di studiare e criticare l’abbigliamento libri sacri filologiche e storiche, che il linguaggio della Bibbia chiama « la lettera ».
Questo studio è importante e necessario, ma si ferma lì, ancora al buio e può anche creare l’illusione di orgoglio sapere a coloro che osservano gli aspetti esterni del Vangelo, senza una visione chiara, il cuore umile la retta intenzione e l’anima nella preghiera.
Il Vangelo non esprime il suo significato interiore, vale a dire, la rivelazione della verità, della realtà e si manifesta sia tolto dalla vista, come uno che va in linea con la luce , accordo della rettitudine della mente, vale a dire, il pensiero e il cuore – e soggettiva condizione umana che tutti dovrebbero arrivare a se stesso – ma al tempo stesso contratto dal illuminazione imponderabile, aperto e privo di grazia. Quest’ultimo, a causa del mistero della misericordia che governa il destino dell’umanità, non manca mai, almeno in certi momenti e in certe forme, non manca mai agli uomini di buona volontà. Questo è lo « spirito ».
Qui, in questa scuola, si comprende la necessità di una disciplina spirituale, se si vuole seguire l’insegnamento del Vangelo e diventare discepoli di Cristo. Oh! Vorremmo un bambino di nuovo e tornare a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Come ci piacerebbe a proposito di Maria di nuovo per acquisire la vera scienza della vita e la saggezza superiore della verità divina.
Ma siamo solo di passaggio. Dobbiamo lasciare che il desiderio di continuare questa educazione senza fine per la comprensione del Vangelo. Non lasceremo, però, senza aver ottenuto fretta, e come di nascosto, alcune brevi lezioni da Nazareth.
Una lezione in silenzio in un primo momento. Che rinasce in noi la stima del silenzio, quella condizione ammirabile e indispensabile della mente in cui ci sono assaliti da tante grida, e grida di una seccatura nella nostra vita moderna rumorosa e hypersensitized. O silenzio di Nazareth, insegnaci il raccoglimento, l’interiorità, la disponibilità ad ascoltare buone ispirazioni e le parole dei veri maestri, ci insegnano la necessità e il valore della preparazione, studio, meditazione, e la vita domestica, la preghiera che solo Dio vede nel segreto.
Una lezione di vita familiare. Nazareth ci insegna che ciò che la famiglia, la sua comunione d’amore, la sua bellezza austera e semplice, la sua sacra e inviolabile; di Nazareth imparare la formazione hanno fornito è dolce e insostituibile sapere qual è il suo ruolo socialmente importante.
Una lezione di lavoro. Nazareth, o casa del « figlio del carpentiere », è qui che vorremmo capire e celebrare la legge severa e redentrice del lavoro umano, ripristinando la consapevolezza della nobiltà del lavoro, ricorda che questo lavoro non può essere un fine in sé, ma la sua libertà e la nobiltà andare da lui, oltre al suo valore economico, valori che sono la finalizzazione, come vorremmo qui per salutare tutti i lavoratori del mondo e mostrare loro il loro modello grande fratello Dio, il profeta di tutte le loro giuste cause, Cristo nostro Signore.
Il nostro pensiero qui che si è allontanato da Nazareth e che si trova sulle colline della Galilea, che ha fornito contesto e scenario naturale per la voce del Signore nostro Maestro. Il tempo è breve, anche la mancanza di forza sufficiente per annunciare in questo momento, il messaggio divino per l’universo intero.
Ma non possiamo smettere di guardare qui intorno al monte delle beatitudini, che sono la sintesi e la parte superiore della predicazione del Vangelo, né di ascoltare l’eco che il discorso in atmosfera misteriosa del luoghi, sembra per raggiungerci.
È la voce di Cristo che promulga il Nuovo Testamento, la nuova legge che integra e supera il primo, ed è in cima alla perfezione del comportamento umano. Il motivo di grande attività umana è la condizione che fa appello alla libertà: nel Vecchio Testamento è stata la paura nella pratica di tutti i tempi e nel nostro, è il l’istinto è l’interesse per Cristo, il Padre ha dato al mondo l’amore è amore. Egli stesso ci ha insegnato a obbedire per amore: era la sua liberazione.
Perché, come sant’Agostino insegna: «Dio ha dato i comandamenti per il popolo meno perfetto che si dovrebbe essere ancora sotto la paura e il comando più perfetto di suo figlio per le persone che aveva deciso di rilascio da parte amore « ( PL . 34, 1231).
Nel suo Vangelo, Cristo ha dato al mondo la meta suprema e la forza suprema dell’azione, e quindi di libertà e di progresso: l’amore. Nessun gol non può essere superato. Non essere più grande di lui, non sostituirlo. Il suo Vangelo è il codice della vita. E ‘nella parola di Cristo che la persona umana è al suo massimo, e la società umana trova la sua coesione più autentica e più forte. Crediamo, Signore, la tua parola. Cercheremo di seguire e di vivere.
Ora dobbiamo ascoltare l’eco che viene a passare nella nostra mente di uomini del ventesimo secolo. Qui ci sono le lezioni che diamo questa parola appare.
Beati noi, se sappiamo i poveri in spirito liberarci dalla falsa fiducia nella ricchezza materiale e mettere i nostri primi desideri nei beni spirituali e religiosi, e se il rispetto e l’amore per i poveri, come fratelli e le immagini vive di Cristo.
Beati noi, se addestrati in dolce e forte come sappiamo rinunciare al potere mortale dell’odio e della vendetta e di avere la saggezza di preferire la paura ispirata dalle armi la generosità del perdono, l’alleanza in libertà di lavorare, la conquista con la gentilezza e la pace.
Beati noi se non facciamo dell’egoismo il principio guida della vita, il suo scopo e piacere, ma se sappiamo invece scoprire nella temperanza una fonte di energia, un dolore in strumento di redenzione nel sacrificio il vertice della grandezza.
Beati noi, se vogliamo piuttosto essere oppressi oppressori, e se abbiamo ancora fame di giustizia in corso. Beati noi, se il Regno di Dio che conosciamo nel tempo e oltre, di perdonare e lottare, agire e servire, soffrire e l’amore.
Non saremo delusi per sempre.
Questi sono gli accenti che la sua voce sembra a noi oggi: Così è stato più forte, più morbida e più temibile: era divino.
Ma noi, nel tentativo di raccogliere qualche eco della parola del maestro, che sembra essere diventato suoi discepoli e non senza ragione, una nuova saggezza e coraggio nuovo.

Publié dans:PAPA PAOLO VI |on 29 décembre, 2011 |Pas de commentaires »
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