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21 GIUGNO 2013: 50 ANNI FA L’ELEZIONE DI PAOLO VI, UN PONTIFICATO NEL SEGNO DELL’APOSTOLO DELLE GENTI

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21 GIUGNO 2013: 50 ANNI FA L’ELEZIONE DI PAOLO VI, UN PONTIFICATO NEL SEGNO DELL’APOSTOLO DELLE GENTI

Il 21 giugno 1963, venne eletto al Soglio Pontificio Paolo VI. Papa Montini, in precedenza arcivescovo di Milano, guidò la Chiesa per 15 anni in un periodo storico, fino al 1978, costellato da molti cambiamenti e tensioni sociali che Paolo VI però affrontò radicando in Cristo tutto il suo Magistero. Ce ne parla Benedetta Capelli:
21/06/2013
« Annuntio vobis gaudium magnum; habemus Papam (applausi) Eminentissimum et Reverendissimum Dominum, Dominum Joannes Baptista… ».

E’ il primo giorno di estate del 1963. Il sole illumina Piazza San Pietro e migliaia di persone accolgono con un lungo applauso e con uno sventolio di fazzoletti l’allora arcivescovo di Milano, il cardinale Giovanni Battista Montini, bresciano di Concesio, che sceglie il nome di Paolo VI. Era un devoto dell’Apostolo delle Genti, nei suoi appunti, lo definì il “primo teologo di Gesù Cristo”, colui che “portò il Vangelo al mondo con criteri di universalità, prototipo della cattolicità”. Una scelta che anticipava un tratto del suo Pontificato: l’evangelizzazione; fu infatti il primo Papa a prendere un aereo, nei suoi 15 anni sul soglio di Pietro visitò tutti e 5 i continenti. Ai fedeli presenti impartì la Benedizione Apostolica:
« Sit nomen Domini benedictum… »
E otto giorni dopo l’inizio del suo magistero, nella Solennità dei Santi Pietro e Paolo, così parlava del compito che lo attendeva:
“Il Signore ha voluto mettere sulle mie povere spalle, forse perché erano le più deboli e le più idonee a mostrare che non è Lui che vuole qualcosa da me. Ma è Lui che vuole dare a me la sua assistenza e la sua presenza e vuole agire su di me – strumento più debole – per mostrare la sua potenza, la sua libertà e la sua bontà”.
Nel corso della stessa celebrazione, Paolo VI non mancò di sottolineare l’affetto e il legame con i suoi paesani di Concesio, i fedeli dell’arcidiocesi di Milano e tutto il popolo di Dio al quale si rivolse chiedendo preghiere:
“Non so che sarà di me, ma io dico una cosa: in quel giorno – e potrebbe essere ogni giorno del mio calendario – io mi troverò stanco, oppresso e sentirò di essere come Simone debole e vacillante, capace di ogni infedeltà. Allora penserò che voi mi siete vicini con la vostra preghiera e voi fatemi un regalo: la vostra affezione e la vostra preghiera”. (applausi)
Innamorato di Cristo e radicato nel Vangelo, nella sua lunga carriera diplomatica Paolo VI fu anche un pastore appassionato. Al microfono di Benedetta Capelli, mons. Ettore Malnati, autore del libro “I gesti profetici di Paolo VI”, edito da Ancora:
R. – Bisogna entrare nell’animo, nella sensibilità di questo Pontefice: è la sua grande attenzione nei confronti dell’uomo coinvolto nella modernità, nelle dimensioni positive, nelle dimensioni negative. Il gesto fondamentale è la vicinanza della Chiesa al mondo nell’ascolto del mondo, perché anche il mondo può dare alla Chiesa un insegnamento. Questo sarà poi recepito nella Costituzione pastorale della Gaudium et Spes. Quindi, leggendo questo criterio montiniano noi comprendiamo tutti i vari gesti – piccoli e grandi – il suo voler ripartire dalla Terra Santa, la sua offerta della tiara per i poveri, la sua attenzione per i lavoratori. Poi, soprattutto, il grande gesto: non far perdere la profezia di Giovanni XXIII che ha voluto il Concilio.
D. – Quindi, dentro al mondo ma non del mondo…
R. – Non del mondo ma amando il mondo. Non significa essere controversi con il mondo, ma accompagnarlo come “buon samaritano” perché il mondo possa dare alla Chiesa l’opportunità di svolgere la sua missione di speranza e se vogliamo anche di “medico”. Ma anche cogliere dal mondo quelle che sono le urgenze, le necessità che il mondo ha nei confronti dell’evangelizzazione e di Dio. Bisogna dare al mondo la verità: Dio e Cristo. Ma anche alla Chiesa bisogna dare la verità: non un uomo stereotipato, ma l’uomo nella sua dimensione storica, nella sua fatica ed anche nelle sue imprese.
D. – Le cronache del tempo, però, lo hanno spesso lo hanno dipinto come un uomo “schiacciato” dal proprio tempo…
R. – Sì, certo, l’uomo “amletico”… Ma di amletico c’è poco o niente nella vita di Paolo VI. Era un uomo molto sereno, ma soprattutto molto responsabile. Siamo nel ’68, ferve il mondo della contestazione: ricordo quando ero a Roma a studiare, nei primi anni Settanta, ogni mercoledì c’era un corteo, c’era una manifestazione, c’era uno sciopero e si impediva in tutti i modi che il messaggio del mercoledì di Paolo VI potesse raggiungere con serenità coloro che volevano cogliere il Magistero petrino. Paolo VI fu un uomo con un grande senso di responsabilità del ruolo al quale lo Spirito Santo e i cardinali lo avevano chiamato.
D. – La radicalità evangelica e questo proporsi sempre come Vescovo di Roma lo fanno assomigliare in alcuni tratti a Papa Francesco?
R. – Basterebbe prendere le registrazioni delle omelie a braccio che Paolo VI ha fatto alle parrocchie romane: richiamando il suo ministero da sacerdote nelle periferie, Papa Francesco ci richiama e ci dice che bisogna andare nelle periferie e Paolo VI amava andare nelle periferie, lo amava già da arcivescovo di Milano. Lui pensa di fare delle periferie il centro della comunità: non solo la Chiesa, ma anche l’oratorio, la casa parrocchiale, il suo andare costantemente nelle fabbriche. Venne messa una bomba nell’arcivescovado di Milano, perché lui era chiamato “l’arcivescovo rosso”, quasi che il suo andare verso gli operai, le persone più in difficoltà, fosse una scelta ideologica. No, era una scelta da pastore, era una scelta cristiana, e per questo Giovanni XXIII fa di lui il primo dei suoi cardinali, facendo sì che tutto il mondo cattolico conoscesse questo vescovo così attento alla modernità. Proprio questa attenzione di Papa Giovanni farà sì che i conclavisti lo scelgano poi come successorie di Papa Roncalli.
Saranno quasi cinquemila i pellegrini della diocesi di Brescia che domani saranno ricevuti dal Papa, nel 50.mo anniversario dell’elezione di Papa Paolo VI. Un’iniziativa che rientra nell’Anno della Fede. Ma quanto ha inciso la figura di Papa Montini nella vita della diocesi di Brescia? Benedetta Capelli lo ha chiesto al vescovo. mons. Luciano Monari:
R. – La mia impressione è che la presenza viva cresca: mano che andiamo avanti, il ricordo di Papa Montini venga sentito intensamente per tutto quello che ha significato per la Chiesa. A me sembra che il suo ricordo cresca.
D. – Domani, avrete questo importante pellegrinaggio dal Papa: come vi siete preparati all’incontro con Papa Francesco?
R. – Abbiamo vissuto quest’Anno della Fede riprendendo il filone di quella professione di fede che fece, ai suoi tempi, Paolo VI come proposta a tutta la Chiesa. Questo ci ha aiutato un pochino a riprendere il cammino nostro, a rivedere lo stesso cammino che abbiamo fatto in questi anni e verificare le difficoltà che abbiamo incontrato, che sono state notevoli, però lo abbiamo fatto con quello spirito con cui le ha affrontate Papa Montini. Paolo VI aveva una percezione importante delle incoerenze del mondo, ma anche una specie di stima profonda per l’uomo, in tutto quello che l’uomo ha fatto, e quindi anche nella dimensione della cultura, della società, della scienza. A noi piacerebbe riprendere questo spirito per affrontare le situazioni che sono già nuove, rispetto a quelle che ha dovuto affrontare lui, ma che hanno bisogno dello stesso spirito, credo, per essere affrontate in modo costruttivo.
D. – Personalmente, lei che ricordo ha di Paolo VI?
R. – Il ricordo di Paolo VI è di quando era arcivescovo di Milano: io ero studente al Seminario lombardo e quindi ogni tanto veniva, passava, celebrava con noi. Ricordo il saluto che ci diede prima di entrare in Conclave: ci aveva esortato a non dare troppo retta a quello che stavano scrivendo i giornali sul Conclave, ma di cercare invece di leggere quell’avvenimento alla luce della fede, nella prospettiva dell’azione che il Signore, con il suo Spirito, continua a operare nella Chiesa. Questo me lo ricordo benissimo: perché eravamo davanti al Seminario e venne a salutarci proprio prima di entrare.

Publié dans:PAPA PAOLO VI |on 25 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

PAOLO VI: QUESTO È IL CREDO DEI CATTOLICI di Andrea Tornielli

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PAOLO VI: QUESTO È IL CREDO DEI CATTOLICI

di Andrea Tornielli

Anno 1968: in un momento di confusione dottrinale, sbandamento e autodemolizione della Chiesa, papa Montini riafferma con forza il contenuto della fede.

[Da "Il Timone" n. 27, Settembre/Ottobre 2003]

Il 30 giugno 2003 ha coinciso con un importante anniversario, passato piuttosto in sordina: il trentacinquesimo del « Credo del popolo di Dio », la solenne professione di fede che papa Montini, nel mezzo della bufera della contestazione post-conciliare, si sentì in dovere di proclamare davanti alla Chiesa e al mondo. Uno dei documenti che testimoniano la grandezza di questo Papa. Ormai ottantenne, quando già presentiva la fine imminente, nell’omelia per la festa dei santi Pietro e Paolo del 29 giugno 1978, Paolo VI ricordava: «Benché ci consideriamo l’ultimo e indegno successore di Pietro, ci sentiamo a questa soglia estrema confortati e sorretti dalla coscienza di aver instancabilmente ripetuto davanti alla Chiesa e al mondo: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente »; anche noi, come Paolo, sentiamo di poter dire: « Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede »». E nella stessa omelia citava proprio il « Credo », spiegandone il contesto e il significato: «Ma soprattutto non vogliamo dimenticare — disse il Papa cinque settimane prima di morire — quella nostra « Professione di fede » che, proprio dieci anni fa, il 30 giugno del 1968, noi solennemente pronunciammo in nome e a impegno di tutta la Chiesa come « Credo del Popolo di Dio », per ricordare, per riaffermare, per ribadire i punti capitali della fede della Chiesa stessa, proclamata dai più importanti Concili Ecumenici, in un momento in cui facili sperimentalismi dottrinali sembravano scuotere la certezza di tanti sacerdoti e fedeli, e richiedevano un ritorno alle sorgenti». «Grazie al Signore — aggiunse — molti pericoli si sono attenuati, ma davanti alle difficoltà che ancor oggi la Chiesa deve affrontare sul piano sia dottrinale che disciplinare, noi ci richiamiamo ancora energicamente a quella sommaria professione di fede, che consideriamo un atto importante del nostro magistero pontificale, perché solo nella fedeltà all’insegnamento di Cristo e della Chiesa, trasmessoci dai Padri, possiamo avere quella forza dl conquista e quella luce di intelligenza e d’anima che proviene al possesso maturo e consapevole della divina verità. E vogliamo altresì rivolgere un appello, accorato ma fermo, a quanti impegnano se stessi a trascinare gli altri, con la parola, con gli scritti, con il comportamento, sulle vie delle opinioni personali e poi su quelle dell’eresia e dello scisma, disorientando le coscienze dei singoli, e la comunità intera, la quale dev’essere anzitutto koinonìa nell’adesione alla verità della Parola di Dio, per verificare e garantire la koinonìa nell’unico Pane e nell’unico Calice». «Li avvertiamo paternamente — concluse —: si guardino dal turbare ulteriormente la Chiesa; è giunto il momento della verità, e occorre che ciascuno conosca le proprie responsabilità di fronte a decisioni che debbono salvaguardare la fede, tesoro comune che il Cristo, il quale è Petra, è Roccia, ha affidato a Pietro, Vicarius Petrae, Vicario della Roccia, come lo chiama San Bonaventura».
Ecco il senso profondo di quella professione di fede, che precedette soltanto di pochi giorni la promulgazione dell’ultima enciclica del pontificato montiniano, la contestatissima Humanae vitae. L’occasione per la solenne professione di fede fu offerta al Papa dalla celebrazione dalla conclusione del XIX centenario del martirio degli apostoli Pietro e Paolo. Montini decise dunque di parafrasare il Credo di Nicea. «Nel far questo — spiegò il Papa nell’omelia che precedette la proclamazione — noi siamo coscienti dell’inquietudine, che agita alcuni ambienti moderni in relazione alla fede. Essi non si sottraggono all’influsso di un mondo in profonda trasformazione, nel quale un cosi gran numero di certezze sono messe in contestazione o in discussione. Vediamo anche dei cattolici — aggiunse Paolo VI — che si lasciano prendere da una specie di passione per i cambiamenti e le novità. Senza dubbio la Chiesa ha costantemente il dovere dì proseguire nello sforzo di approfondire e presentare, in modo sempre più confacente alle generazioni che si succedono, gli imperscrutabili misteri di Dio, fecondi per tutti di frutti di salvezza. Ma al tempo stesso, pur nell’adempimento dell’indispensabile dovere di indagine, è necessario avere la massima cura di non intaccare gli insegnamenti della dottrina cristiana. Perché ciò vorrebbe dire — come purtroppo oggi spesso avviene — un generale turbamento e perplessità in molte anime fedeli». «A tale proposito — ricordò ancora il Papa, riferendosi alle opinioni teologiche che sembrano mettere in discussione anche le verità di fede — occorre ricordare che al di là del dato osservabile, scientificamente verificato, l’intelligenza dataci da Dio raggiunge la realtà (ciò che è), e non soltanto l’espressione soggettiva delle strutture e dell’evoluzione della coscienza; e che, d’altra parte, il compito dell’interpretazione — dell’ermeneutica — è di cercare di comprendere e di enucleare, nel rispetto della parola pronunciata, il significato dì cui un testo è espressione, e non di ricreare in qualche modo questo stesso significato secondo l’estro di ipotesi arbitrarie».
Il « Credo del popolo di Dio » rappresenta dunque una parafrasi con la quale il Papa ripercorre e approfondisce ogni affermazione. Eccone il brano dedicato a Gesù: « Noi crediamo in Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli é il Verbo eterno, nato dal Padre prima di tutti i secoli, e al Padre consustanziale, homoousios to Patri, e per mezzo di Lui tutto è stato fatto. Egli si è incarnato per opera dello Spirito nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo: eguale pertanto al Padre secondo la divinità, e inferiore al Padre secondo l’umanità, ed Egli stesso uno, non per una qualche impossibile confusione delle nature, ma per l’unità della persona. Egli ha dimorato in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità. Egli ha annunciato e instaurato il Regno di Dio, e in Sé ci ha fatto conoscere il Padre. Egli ci ha dato il suo Comandamento nuovo, di amarci gli unì gli altri com’Egli ci ha amato. Ci ha insegnato la via delle Beatitudini del Vangelo: povertà in spirito, mitezza, dolore sopportato nella pazienza, sete della giustizia, misericordia, purezza di cuore, volontà di pace, persecuzione sofferta per la giustizia. Egli ha patito sotto Ponzio Pilato, Agnello di Dio che porta sopra di sé peccati del mondo, ed è morto per noi sulla croce, salvandoci col suo Sangue redentore. Egli è stato sepolto e, per suo proprio potere, è risorto nel terzo giorno, elevandoci con la sua Resurrezione alla partecipazione della vita divino, che è la vita della grazia. Egli è salito al Cielo, e verrà nuovamente, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, ciascuno secondo i propri meriti; sicché andranno alla vita eterna coloro che hanno risposto all’Amore e alla Misericordia di Dio, e andranno nel fuoco inestinguibile coloro che fino all’ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto. E il suo Regno non avrà fine. Ecco il passaggio dedicato alla ferita dei peccato originale: « Noi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa, e che non è più lo stato in cui si trovava all’inizio nei nostri progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, e in cui l’uomo non conosceva né il male né la morte. È la natura umana così decaduta spogliata della grazia che la rivestiva, ferita nelle sue proprie forze naturali e sottomessa al dominio della morte, che viene trasmessa a tutti gli uomini; ed è in tal senso che ciascun uomo nasce nel peccato. Noi dunque professiamo, col Concilio dì Trento, che il peccato originale viene trasmesso con a natura umana, « non per imitazione ma per propagazione », e che esso per tanto è « proprio a ciascuno » Questo infine il brano dedicato all’unicità salvifica di Cristo: « Noi crediamo che la Chiesa è necessaria alla salvezza, perché Cristo, che è il solo mediatore e la sola via dl salvezza, si rende presente per noi nel suo Corpo, che è la Chiesa. Ma il disegno divino della salvezza abbraccia tutti gli uomini: e coloro che, senza propria colpa, ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma cercano sinceramente Dio e sotto l’influsso della sua grazia si sforzano di compiere la sua volontà riconosciuta nei dettami della loro coscienza, anch’essi, in un numero che Dio solo conosce, possono conseguire la salvezza ».
Insomma, non si è trattato null’altro che della fedele riproposizione dell’essenziale della fede cattolica, che il Papa ho ritenuto indispensabile proclamare in un momento di confusione e di sbandamento, quando anche all’interno della Chiesa certe correnti teologiche sembravano mettere in dubbio il depositum fidei. Proprio quattro giorni prima della promulgazione del « Credo », il 26 giugno 1968, Paolo VI durante l’udienza pubblica nella Basilica vaticana annunciò ai fedeli che le reliquie di Pietro erano state ritrovate e identificate. Quella scoperta era il frutto del paziente dell’archeologa Margherita Guarducci. «Abbiamo ragione di ritenere — dice papa Montini — che siano stati rintracciati i pochi, ma sacrosanti resti mortali del Principe degli Apostoli».
Quei resti che testimoniavano la presenza fisica della sepoltura del pescatore galileo al quale Gesù aveva affidato di pascere il gregge, quella « roccia » fonte dell’autorità che permetteva al Papa di ripetere infallibilmente i fondamenti della fede cattolica in un momento buio della storia della Chiesa.

Publié dans:PAPA PAOLO VI |on 25 juin, 2014 |Pas de commentaires »

SANTA MESSA VESPERTINA IN «CENA DOMINI» – OMELIA DI PAOLO VI

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SANTA MESSA VESPERTINA IN «CENA DOMINI»

OMELIA DI PAOLO VI

Giovedì Santo, 15 aprile 1976

Comunione è la parola che viene alle labbra, se esse devono rompere il silenzio dei cuori compresi dei misteri che stiamo celebrando. Ripensiamo, anzi riviviamo l’ora dell’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli; un’ora già grave per il suo significato commemorativo, tale da formare la coscienza religiosa e storica del Popolo ebraico, che rievocava, immolando l’agnello, l’esodo avventuroso dalla schiavitù verso una patria da riconquistare e da possedere nella fedeltà al proprio religioso destino, per secoli.
Comunione era l’atmosfera nuova nella quale quella cena pasquale era celebrata: un’atmosfera affettiva intensa e carica di quei sentimenti che superano lo stile della conversazione consueta, per quanto il linguaggio del Maestro mirasse sempre a condurre la comprensione dei suoi discepoli oltre i margini dell’esperienza sensibile e ad invitarla a respirare in una zona superiore di mistero e di trascendente scoperta di verità recondita e di divina realtà. Ma quella sera il livello sentimentale e spirituale è subito così alto da rendere più che mai difficile ai discepoli commensali interloquire a proposito. Ascoltiamo intanto gli accenti estremamente cordiali, che sono in chiave d’apertura dell’effusione discorsiva del Maestro. «Quando fu l’ora, scrive l’evangelista S. Luca, Egli prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse: ho desiderato ardentemente di mangiare questa pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio» (Luc. 22, 15). La cena assume un carattere testamentario: Gesti stesso la definisce l’epilogo della sua vita terrena; Egli dà al convito un carattere conclusivo. Scrive l’Evangelista Giovanni, il prediletto iniziato ai segreti del cuore del Signore: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo ch’era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo d’aver amato i suoi ch’erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Io. 13, 1). Commenta S. Agostino: «Fino alla morte lo portò l’amore» (S. AUGUSTINI In Io. tract. 55, 2: PL 35, 1786); e parimente l’esegesi moderna: «Gesù, che ha sempre amato i suoi, adesso dimostra il suo amore sino in fine, non solo cronologicamente sino alla fine della sua vita, ma molto più intensivamente sino al fine raggiungibile, sino all’estremo limite possibile dell’amore stesso» (G. RICCIOTTI, Vita di Gesù Cristo, 541).
Il grado d’intensità affettiva prodotto dalle parole e dagli atti di Gesù in quel convito rituale, già di per sé atto a svegliare negli animi una forte e comunicativa emozione, cresce durante lo svolgimento della veglia conviviale in scala ascendente: dall’annuncio tanto temuto dai discepoli della prossima morte cruenta del Maestro (Cfr. Io. 11, 16; 12, 24; etc.), ora apertamente asserito, alla scena inattesa e imbarazzante della lavanda dei piedi, compiuta da Gesù dopo la prima parte della cena (Io. 13, 2-17), e poi all’accenno patetico e ormai aperto al tradimento imminente; e quindi, partito dalla mensa il traditore indiziato (Ibid. 13, 26 ss.), un momento di supremo congedo: «Figlioli (così chiama i discepoli! ), ancora per poco sono con voi . . . Io vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come (come: notate il paragone, notate la misura!), come Io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli se avrete amore gli uni per gli altri» (Ibid. 13, 33-35). Anche qui un rapporto, una comunione rimane, nel costume informatore d’una società compaginata dall’amore. Noi giungiamo così al momento della suprema e misteriosa sorpresa. Riascoltiamo le rivelatrici parole: «Mentre essi cenavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro dicendo: bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati» (Matth. 26, 26-28).
Miracolo! Mistero di fede! Noi crediamo al prodigio compiuto! Noi crediamo, come dice il Concilio Tridentino, che Egli, Cristo, «celebrata la Pasqua antica . . . . istituì una nuova Pasqua, immolando se stesso, conferendone alla Chiesa il potere mediante i Sacerdoti, sotto segni visibili, in memoria del suo transito da questo mondo al Padre» (DENZ-SCHÖN., 1741).
Se così è, ed è così, il mistero si irradia davanti a noi, finché avremo capacità di contemplarlo, in un’epifania di comunione.
Comunione con Cristo, Sacerdote e vittima d’un Sacrificio consumato in modo cruento sulla croce, incruento nella Messa, vertice della nostra vita religiosa, dove Egli, mediante la sua parola sacramentale ridotti a semplici segni sensibili il pane ed il vino per convertirne la sostanza nella sua carne e nel suo sangue, offre se stesso, Agnello immolato in olocausto, ristabilendo una comunione di grazia fra gli uomini vivi e defunti, con Dio Padre onnipotente e misericordioso (Cfr. DENZ- SCHÖN., 1743; 3847). Comunione ontologica, teologica, vitale.
Comunione ancora con Cristo, personale, mistica, interiore; comunione bipolare della nostra umile e caduca vita umana e mortale con la Vita stessa di Cristo, ch’è Lui stesso Vita per definizione (Io. 14, 6), e che ha detto di Sé: «Io sono il Pane della Vita» (Ibid. 6, 35-49 et 51), così che risuonano nella nostra profonda coscienza le parole della comunione più intima, coesistenziale: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal. 2, 20). Chi può mai misurare la fecondità di questa comunione interiore, che ha Cristo maestro, lo ha via, verità e vita (Io. 14, 6), lo ha come linfa d’un albero ai suoi tralci fiorenti e fruttiferi? (Ibid. 15, 1 ss.)
Comunione inoltre d’ineffabile efficacia sociale, principio cioè valido per cementare nell’unità soprannaturale ma altresì ecclesiale e comunitaria del Corpo mistico di Cristo quanti del pane eucaristico si alimentano. Lo insegna ancora S. Paolo: «Il calice della benedizione che noi consacriamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo; tutti infatti partecipiamo dell’unico pane» (1 Cor. 10, 16-17).
Comunione allora nello spazio della terra e nella dimensione dell’umanità credente e partecipante al divino banchetto, dovunque sia regolarmente celebrato: tutti vi sono invitati dal Signore stesso: compelle intrare, spingili ad entrare! c’insegna la parabola evangelica (Luc. 15, 23). Il fatto stesso che Cristo ha reso possibile, mediante il ministero dei sacerdoti, di moltiplicare questo benedetto pane eucaristico, ch’è Lui stesso, l’Emmanuele, il Dio con noi che accompagna gli uomini per tutti i loro sentieri, e tutti chiama con voce pentecostale alla sua unica Chiesa, non rende forse evidente alla più semplice osservazione la sua divina intenzione di comunione universale? Ut omnes unum sint, perché tutti siano una cosa sola! così pregò Cristo in quella notte profetica, dopo l’ultima cena.
E non si aggiunge forse a questa un’altra comunione, quella nel tempo, quella della permanenza di Gesù Cristo con noi, quella della tradizione vivente nei secoli, comunione coerente, fedele, vittoriosa del tempo che passa divorante, perché questo miracolo eucaristico è destinato, come scrive S. Paolo, a durare donec veniat, finché Egli, Cristo, ritorni (1 Cor. 11, 26), il giorno finale della parusia? E proprio così aveva dichiarato Cristo stesso, come ce lo dicono le ultime parole del suo Vangelo: «Ecco Io sono con voi ogni giorno fino alla fine del mondo» (Matth. 28, 20).
A questo punto la nostra meditazione, che indaga sulla comunione polivalente, risultante dal mistero eucaristico, diventa curiosa di calcoli e di statistiche. Se Cristo è il centro, nel sacramento del suo sacrificio, che attrae tutti a Sé (Cfr. Io. 12, 32), viene spontanea la domanda: sono davvero tutti affascinati ed attratti a questa comunione con Lui? Quanti siamo noi compaginati nell’unità di cui Egli ci lasciò la sua testamentaria aspirazione? (Ibid. 17) E siamo veramente in quell’unità di fede, di amore e di vita ch’è nel desiderio sovrano e misericordioso di Gesù, disposti a fare dell’unità interiore della Chiesa e nella Chiesa la nostra aspirazione costitutiva, il nostro programma di vita ecclesiale? è davvero e sempre soffio di Spirito Santo quello che spesso con spinta centrifuga e ambizione individualista rallenta e talora infrange i vincoli della nostra benedetta comunione nel corpo visibile e mistico di Cristo? Non è questo il giorno, il momento di lasciar cadere ogni egoistica riserva alla riconciliazione fraterna, al perdono reciproco, all’unità dell’umile amore? Possiamo noi far giungere ai figli lontani un affettuoso richiamo per il loro ritorno alla mensa spirituale comune? Quale fervore missionario nasce in noi dalla celebrazione di questo Giovedì santo! quale spirito fraterno, quale zelo pastorale, quale proposito d’apostolato! quale speranza di comunione cristiana!
E non avremo noi, in questa sera beata, un pensiero, un saluto, una preghiera ecumenica per tanti fratelli cristiani tuttora da noi separati?
E per tutti gli uomini sofferenti o affamati di verità, di giustizia e di pace, ma con gli occhi annebbiati nella loro insoddisfattta ricerca, non potremo noi ricordare, almeno nella preghiera interiore, l’invito sempre loro rivolto da Colui che solo li può esaudire: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò»? (Matth. 11, 28) La Chiesa è una comunione!

Così sia, così sia, con la nostra cordiale Benedizione.

19 MARZO: SOLENNITÀ DI SAN GIUSEPPE – OMELIA DI PAPA PAOLO VI (19 marzo 1969)

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SOLENNITÀ DI SAN GIUSEPPE

OMELIA DI PAOLO VI

Mercoledì, 19 marzo 1969

Fratelli e Figli carissimi!

La festa di oggi ci invita alla meditazione su S. Giuseppe, il padre legale e putativo di Gesù, nostro Signore, e dichiarato, per tale funzione ch’egli esercitò verso Cristo, durante l’infanzia e la giovinezza, protettore della Chiesa, che di Cristo continua nel tempo e riflette nella storia l’immagine e la missione.
È una meditazione che sembra, a tutta prima, mancare di materia : che cosa di lui, San Giuseppe, sappiamo noi, oltre il nome ed alcune poche vicende del periodo dell’infanzia del Signore? Nessuna parola di lui è registrata nel Vangelo; il suo linguaggio è il silenzio, è l’ascoltazione di voci angeliche che gli parlano nel sonno, è l’obbedienza pronta e generosa a lui domandata, è il lavoro manuale espresso nelle forme più modeste e più faticose, quelle che valsero a Gesù Ia qualifica di «figlio del falegname» (Matth. 13, 55); e null’altro: si direbbe la sua una vita oscura, quella d’un semplice artigiano, priva di qualsiasi accenno di personale grandezza.
Eppure questa umile figura, tanto vicina a Gesù ed a Maria, la Vergine Madre di Cristo, figura così inserita nella loro vita, così collegata con Ia genealogia messianica da rappresentare la discendenza fatidica e terminale della progenie di David (Matth. 1, 20), se osservata con attenzione, si rileva così ricca di aspetti e di significati, quali la Chiesa nel culto tributato a S. Giuseppe, e quali la devozione dei fedeli a lui riconoscono, che una serie di invocazioni varie saranno a lui rivolte in forma di litania. Un celebre e moderno Santuario, eretto in suo onore, per iniziativa d’un semplice religioso laico, Fratel André della Congregazione della Santa Croce, quello appunto di Montréal, nel Canada, porrà in evidenza con diverse cappelle, dietro l’altare maggiore, dedicate tutte a S. Giuseppe, i molti titoli che Io rendono protettore dell’infanzia, protettore degli sposi, protettore della famiglia, protettore dei lavoratori, protettore delle vergini, protettore dei profughi, protettore dei morenti . . .
Se osservate con attenzione questa vita tanto modesta, ci apparirà più grande e più avventurata ed avventurosa di quanto il tenue profilo della sua figura evangelica non offra alla nostra frettolosa visione. S. Giuseppe, il Vangelo lo definisce giusto (Matth. 1, 19); e lode più densa di virtù e più alta di merito non potrebbe essere attribuita ad un uomo di umile condizione sociale ed evidentemente alieno dal compiere grandi gesti. Un uomo povero, onesto, laborioso, timido forse, ma che ha una sua insondabile vita interiore, dalla quale vengono a lui ordini e conforti singolarissimi, e derivano a lui la logica e la forza, propria delle anime semplici e limpide, delle grandi decisioni, come quella di mettere subito a disposizione dei disegni divini la sua libertà, la sua legittima vocazione umana, la sua felicità coniugale, accettando della famiglia la condizione, la responsabilità ed il peso, e rinunciando per un incomparabile virgineo amore al naturale amore coniugale che la costituisce e la alimenta, per offrire così, con sacrificio totale, l’intera esistenza alle imponderabili esigenze della sorprendente venuta del Messia, a cui egli porrà il nome per sempre beatissimo di Gesù (Matth. 1, 21), e che egli riconoscerà frutto dello Spirito Santo, e solo agli effetti giuridici e domestici suo figlio. Un uomo perciò, S. Giuseppe, «impegnato», come ora si dice, per Maria, l’eletta fra tutte le donne della terra e della storia, sempre sua vergine sposa, non già fisicamente sua moglie, e per Gesù, in virtù di discendenza legale, non naturale, sua prole. A lui i pesi, le responsabilità, i rischi, gli affanni della piccola e singolare sacra famiglia. A lui il servizio, a lui il lavoro, a lui il sacrificio, nella penombra del quadro evangelico, nel quale ci piace contemplarlo, e certo, non a torto, ora che noi tutto conosciamo, chiamarlo felice, beato.
È Vangelo questo. In esso i valori dell’umana esistenza assumono diversa misura da quella con cui siamo soliti apprezzarli: qui ciò ch’è piccolo diventa grande (ricordiamo l’effusione di Gesù, al capo undecimo di San Matteo: «Io Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascoste queste cose – le cose del regno messianico! – ai sapienti ed ai dotti, che hai rivelate ai piccoli»); qui ciò ch’è misero diventa degno della condizione sociale del Figlio di Dio fattosi Figlio dell’uomo; qui ciò ch’è elementare risultato d’un faticoso e rudimentale lavoro artigiano serve ad addestrare all’opera umana l’operatore del cosmo e del mondo (cfr. Io. 1, 3 ; 5, 17), e a dare umile pane alla mensa di Colui che definirà Se stesso «il Pane della vita» (Io. 6, 48). Qui ciò ch’è perduto per amore di Cristo, è ritrovato (cfr. Matth. 10, 39), e chi sacrifica per lui la propria vita di questo mondo, la conserva per la vita eterna (cfr. Io. 12, 25). San Giuseppe è il tipo del Vangelo, che Gesù, lasciata la piccola officina di Nazareth, e iniziata la sua missione di profeta e di maestro, annuncerà come programma per la redenzione dell’umanità; S. Giuseppe è il modello degli umili che il cristianesimo solleva a grandi destini; S. Giuseppe è la prova che per essere buoni e autentici seguaci di Cristo non occorrono «grandi cose», ma si richiedono solo virtù comuni, umane, semplici, ma vere ed autentiche.
E qui la meditazione sposta lo sguardo, dall’umile Santo al quadro delle nostre condizioni personali, come avviene di solito nella disciplina dell’orazione mentale; e stabilisce un accostamento, un confronto tra lui e noi; un confronto dal quale non abbiamo da gloriarci, certamente; ma dal quale possiamo trarre qualche buono incitamento; all’imitazione, come nelle nostre rispettive circostanze è possibile; alla sequela, nello spirito e nella pratica concreta di quelle virtù che nel Santo troviamo così rigorosamente delineate. Di una specialmente, della quale oggi tanto si parla, della povertà. E non ci lasceremo turbare per le difficoltà, che essa oggi, in un mondo tutto rivolto alla conquista della ricchezza economica, a noi presenta, quasi fosse contraddittoria alla linea di progresso ch’è obbligo perseguire, e paradossale e irreale in una società del benessere e del consumo. Noi ripenseremo, con S. Giuseppe povero e laborioso, e lui stesso tutto impegnato a guadagnar qualche cosa per vivere, come i beni economici siano pur degni del nostro interesse cristiano, a condizione che non siano fini a se stessi, ma mezzi per sostentare la vita rivolta ad altri beni superiori; a condizione che i beni economici non siano oggetto di avaro egoismo, bensì mezzo e fonte di provvida carità; a condizione, ancora, che essi non siano usati per esonerarci dal peso d’un personale lavoro e per autorizzarci a facile e molle godimento dei così detti piaceri della vita, ma siano invece impiegati per l’onesto e largo interesse del bene comune. La povertà laboriosa e dignitosa di questo Santo evangelico ci può essere ancora oggi ottima guida per rintracciare nel nostro mondo moderno il sentiero dei passi di Cristo, ed insieme eloquente maestra di positivo e onesto benessere, per non smarrire quel sentiero nel complicato e vertiginoso mondo economico, senza deviare, da un lato, nella conquista ambiziosa e tentatrice della ricchezza temporale, e nemmeno, dall’altro, nell’impiego ideologico e strumentale della povertà come forza d’odio sociale e di sistematica sovversione.
Esempio dunque per noi, San Giuseppe. Cercheremo d’imitarlo; e quale protettore lo invocheremo, come la Chiesa, in questi ultimi tempi, è solita a fare, per sé, innanzi tutto, con una spontanea riflessione teologica sul connubio dell’azione divina con l’azione umana nella grande economia della Redenzione, nel quale la prima, quella divina, è tutta a sé sufficiente, ma la seconda, quella umana, la nostra, sebbene di nulla capace (cfr. Io. 15, 5), non è mai dispensata da un’umile, ma condizionale e nobilitante collaborazione. Inoltre protettore la Chiesa lo invoca per un profondo e attualsimo desiderio di rinverdire la sua secolare esistenza di veraci virtù evangeliche, quali in S. Giuseppe rifulgono; ed infine protettore lo vuole la Chiesa per l’incrollabile fiducia che colui, al quale Cristo volle affidata la protezione della sua fragile infanzia umana, vorrà continuare dal Cielo la sua missione tutelare a guida e difesa del Corpo mistico di Cristo medesimo, sempre debole, sempre insidiato, sempre drammaticamente pericolante.
E poi per il mondo invocheremo S. Giuseppe, sicuri che nel, cuore, ora beato d’incommensurabile sapienza e potestà, dell’umile operaio di Nazareth si alberghi ancora e sempre una singolare e preziosa simpatia e benevolenza per l’intera umanità. Così sia.

 

A PARTIRE DAL TESTO « SAN PAOLO. COMMENTO ALLE LETTERE. 1929 – 1933″ DI GIOVANNI BATTISTA MONTINI

 http://www.diocesi.brescia.it/diocesi/notizie/convegni/2003/meditazione_maffeis.doc.

DIOCESI DI BRESCIA – CONVEGNO SACERDOTALE 2003 – MERCOLEDÌ 3 SETTEMBRE

DON ANGELO MAFFEIS

MEDITAZIONE:  IL MINISTERO APOSTOLICO

A PARTIRE DAL TESTO « SAN PAOLO. COMMENTO ALLE LETTERE. 1929 – 1933″ DI GIOVANNI BATTISTA MONTINI

 Tra gli scritti del Nuovo Testamento, le lettere di Paolo sono quelle che in modo più chiaro permettono di riconoscere la fisionomia del loro autore. Non ci troviamo infatti di fronte a un testimone anonimo o a un narratore distaccato di fatti, ma a un protagonista di primo piano delle vicende del cristianesimo delle origini, che attraverso lo scritto prolunga l’azione evangelizzatrice da cui sono sorte le comunità cristiane e, da lontano, continua a guidare il loro cammino. I tratti della personalità di Paolo emergono perciò con grande forza dalle sue lettere, così come le sue convinzioni riguardo al ministero apostolico che gli è stato affidato e al modo in cui tale ministero deve essere esercitato nella relazione con le comunità cristiane che stavano muovendo i loro primi passi. Proprio per la nitidezza con cui la figura di Paolo e il suo modo di intendere il compito apostolico emergono dalle sue lettere, a questi scritti ci si è spesso rivolti per cercare indicazioni sul valore e sull’esercizio del ministero dell’apostolo nella chiesa delle origini e sul ministero pastorale che nella chiesa delle generazioni successive prolunga il ministero apostolico.  Anche Giovanni Battista Montini ha percorso questo itinerario che lo ha portato a interrogare le lettere dell’apostolo Paolo sul compito dell’apostolo e del pastore della chiesa. Fin dai primi anni del suo ministero, egli ha meditato con assiduità le lettere di Paolo; gli interrogativi che egli rivolge all’apostolo Paolo nascono in una situazione personale che lo vedeva diviso tra il lavoro in mezzo agli studenti universitari, per il quale si sentiva portato, e un lavoro di ufficio, più arido, del quale cercava di capire il significato spirituale e il valore come servizio alla chiesa.  Dagli appunti sulle lettere di Paolo, che documentano la riflessione di Giovanni Battista Montini tra il 1929 e il 1933, vorrei raccogliere tre annotazioni, che illustrano altrettanti aspetti del modo in cui Paolo ha vissuto il proprio compito apostolico e che possono diventare specchio in cui esaminare il ministero pastorale della chiesa e modello da cui trarre ispirazione.

 Nel primo capitolo della prima lettera ai Corinti Paolo parla della « parola della croce » che egli annuncia, la quale è « scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani », ma per coloro che sono chiamati è « potenza di Dio e sapienza di Dio ». L’apostolo aggiunge che il suo ministero è stato conforme alla parola annunciata: « io venni in mezzo a voi in debolezza e con molta trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza ».  In questa presentazione che l’apostolo fa del proprio modo di predicare il vangelo, secondo G. B. Montini, è possibile leggere una caratteristica di ogni ministero ecclesiale, chiamato all’annuncio della parola: il messaggio viene prima del messaggero e la parola annunciata, con la forza di cui essa è portatrice, deve avere la precedenza sulle capacità retoriche e intellettuali di chi è chiamato a trasmetterla. « La grande regola della predicazione evangelica è preferire il contenuto alla forma; quel contenuto paradossale e misterioso a qualsiasi forma cercata per attenuarne la sincerità dell’affermazione. La forma dev’essere preterintenzionale. Cioè il predicatore deve lui stesso così imbevere la sua vita, la sua persuasione, la sua mente del soggetto che tratta che gli sia spontanea la manifestazione « spiritus et virtus »" (G. B. Montini, San Paolo. Commento alle Lettere [1929-1933], Istituto Paolo VI – Studium, Brescia – Roma 2003, p. 32). Questo significa che il ministro non può mai trovarsi in primo piano rispetto al messaggio che proclama, ma tutto quello che fa e dice deve essere a servizio della comunicazione della parola. « Nel ministero ecclesiastico bisogna far emergere Dio. Così il ministro è invulnerabile alla critica, è sollevato nei suoi difetti, è stimato per il fattore divino del suo ufficio, è sollevato su l’assemblea dei credenti. Ma nello stesso tempo è invitato e costretto quasi, se non vuol far violenza alla natura del suo stesso incarico onorifico, ad umiliarsi continuamente e a professare per primo ed a proprio riguardo l’annientamento del ministro dinanzi al Divino Padrone » (pp. 35-36).

 La sottomissione dell’apostolo alla parola che gli è stata affidata, non toglie nulla alla qualità umana dei rapporti che Paolo stabilisce con le comunità che ha fondato e con le quali mantiene i contatti attraverso le lettere. Al contrario, il suo è un rapporto con i fedeli che manifesta tutta la ricchezza dei modi in cui si esprime l’affetto umano.  Nelle note si parla dei « rapporti di confidenza e di affezione cristiana fra ministro e  fedeli (p. 134) e il vincolo che unisce Paolo alle sue comunità è descritto come « una relazione di amicizia, di paternità » (pp. 146-147). « L’affetto ch’egli porta a coloro a cui annuncia la parola divina distingue la sua predicazione da quella profetica, pur essa calda di sentimento, ma più impersonale tanto per riguardo al profeta quanto per riguardo all’uditorio. S. Paolo paragona se stesso a una nutrice e a un padre. E sembra che le pene incontrate e subite per il suo ministero, invece di rendere fredda e diffidente la sua azione, come capita a troppi pastori dominati dalle difficoltà, la stemperano, la accendono, la rinvigoriscono con affettuosità commossa e commovente. Bisogna amare molto quelli ai quali si vuol fare del bene » (p. 146). Nel commento alla lettera ai Filippesi è messa in rilievo la diversità esistente tra i rapporti cordiali dell’apostolo con i suoi collaboratori e « lo stile burocratico cui talora l’apostolato moderno crede dover dare la preferenza » (p. 130).  L’affetto di Paolo per i collaboratori e i fedeli non è quindi solo espressione di una caratteristica personale dell’apostolo, ma rivela un principio che ha validità generale e una condizione per un esercizio fruttuoso del ministero: « Senza un tessuto sentimentale, ove la carità mostri la presenza sua, le relazioni, anche più strette da vincoli gerarchici, si dissolvono, si affievoliscono e in parte si snaturano, chè altri sentimenti, che alla carità non si riferiscono e forse si oppongono, vengono ad interferire tra persona e persona, e all’effusione della bontà, dell’amicizia, della pietà, della stima, della fratellanza, della compassione, della spiritualità, della concordia, della comune speranza subentra insensibilmente l’affermazione della propria preminenza, del proprio merito, del proprio diritto, della propria difesa, dell’egoismo insomma inesorabile dissolvitore della carità della Chiesa » (p. 130). Le note insistono in particolare sulla necessità di non scambiare l’esercizio dell’autorità pastorale con l’atteggiamento autoritario della gente che « va avanti alla cieca, parla senz’essere ascoltata; si fa ubbidire senza farsi amare » (p. 25). Non c’è alcun dubbio che l’autorità del pastore non sia fondata sulle doti umane personali, « ma deve pur compiere un’opera che le anime o prima o poi debbono sentire salutare, e vivificante; altrimenti non verrà meno in se stessa, mai, ma mancherà al suo fine, farà il vuoto d’intorno, si priverà della fiducia delle anime, faticherà per nulla. La fiducia delle anime: ecco ciò che sottintende o intende l’Apostolo. Bisogna pensarvi, bisogna meritarla » (p. 25).

 Una terza caratteristica del ministero apostolico è riassunta nella formula « coscienza ecclesiastica » che viene utilizzata per indicare il tema della lettera a Tito e, più in generale, si riferisce all’insegnamento delle lettere pastorali circa le virtù dei ministri della chiesa.  Perché Paolo apre le sue lettere sempre presentando se stesso e la propria vocazione e ministero di apostolo? Non si tratta semplicemente di un uso dettato dalle regole dello stile epistolare. La ragione è più profonda. « S. Paolo comincia dalla sua coscienza. È estremamente importante per chi ha un dovere spirituale da compiere avere sempre vigile e precisa la coscienza del proprio ufficio » (p. 178). Questo vale anche per i pastori della chiesa. Il primo mezzo di santificazione a disposizione della gerarchia ecclesiastica è « la coscienza della dignità del proprio ministero. Ancor prima della riforma della condotta, il clero deve badare ad avere una coscienza esatta ed elevata del proprio ufficio: lo spirito sacerdotale gli è innanzi tutto necessario » (p. 158).  La radice del fare cui il ministro è chiamato si trova nella coscienza di quello che egli è e della vocazione ricevuta. Si tratta dunque di diventare sempre più consapevoli non solo della propria identità, ma anche del legame tra la propria vita e la chiesa al cui servizio si è stati chiamati.  La coscienza ecclesiastica non è un vago sentimento, ma è strettamente legata a una « coscienza professionale ». È abbastanza sorprendente trovare nelle note su S. Paolo questo concetto, che appare a prima vista troppo profano. Eppure Montini parla di una « coscienza professionale » che deve essere formata nel clero e con questa formula indica il « desiderio e abilità di fare le cose bene, con proprietà, con efficacia, con impiego di forti virtù naturali a sostegno della missione soprannaturale » (p. 173).  Coscienza ecclesiastica significa anche consapevolezza della dignità del proprio ministero. Questa, in genere, nella storia della chiesa, è stata ben presente, anche se ha spesso trovato espressione in forme storiche che hanno indotto a ricercare prevalentemente il prestigio sociale. In realtà « l’unica ambizione che un sacerdote dovrebbe avere non dovrebbe esser quella di aggiungere o titoli, o abiti, o lode profana al suo nome, ma quella d’essere conosciuto, stimato, cercato come « episcopo » come direttore di anime, come maestro di spirito, come intermediario fra Dio e gli uomini. La ambizione di aggiungere qualche cosa a questa prerogativa (quando non sia giustificata da necessità ecclesiastiche) dimostra una scarsa comprensione di essa: aggiungere è disconoscere, forse è avvilire » (p. 159).  La coscienza ecclesiastica, cioè la consapevolezza del legame tra la propria vita e la chiesa, ha come conseguenza anche che il pastore non può più essere considerato una persona privata. La sua vita si svolge sotto lo sguardo di tutti ed è continuamente sottoposta al giudizio della comunità cristiana. Ciò richiede, da una parte l’esemplarità nella vita cristiana e nella dedizione al ministero. « Il Pastore deve resistere alla prova della lente d’ingrandimento; troppe persone guardate da vicino sono prive di quelle virtù veraci e interiori su cui deve basarsi realmente la formazione del popolo cristiano. L’uomo privato nella Chiesa non deve smentire nella stessa persona l’uomo pubblico » (pp. 161-162). Dall’altra, il pastore deve fare tesoro anche della valutazione che il suo ministero riceve da parte dei fedeli e del modo in cui la sua azione è accolta. « Se più spesso gli uomini di Chiesa pensassero alle impressioni che fanno su l’animo del fedele e si preoccupassero di produrle buone ed evangeliche, la loro vita sarebbe migliore e più feconda di virtù. Sovente invece essi si schermiscono da questo ossequio al giudizio degli umili perché pensano che l’autorità propria non deve rendere conto agli uomini, ma non pensano che all’autorità è fatto obbligo di rendersi illustre ed amata per esempi generosi ed eloquenti » (p. 167).

 È un ministero che non ha paura di esercitare l’autorità quello descritto nelle note su S. Paolo di Montini. Ma è anche un ministero che deve sempre più tendere a un esercizio dell’autorità conforme ai criteri evangelici. E i tre aspetti ricordati — la priorità della parola, la qualità umana delle relazioni, la coscienza

Angelo Maffeis

«LA GRAZIA DI DIO SALVATORE: LIBERA, BASTEVOLE, PER NOI NECESSARIA» (Govanni Battista Montini)

http://www.30giorni.it/articoli_id_21298_l1.htm

«LA GRAZIA DI DIO SALVATORE: LIBERA, BASTEVOLE, PER NOI NECESSARIA»

Con queste parole Giovanni Battista Montini, negli appunti scritti da giovane sacerdote sulle Lettere di san Paolo, indica l’esperienza e il messaggio dell’Apostolo

di don Giacomo Tantardini

Ringrazio chi mi ha invitato in questa bella città di Ortona dove, nella Cattedrale, è custodito il corpo dell’apostolo Tommaso. Ringrazio sua eccellenza monsignor Ghidelli per la sua presenza a questo incontro. Io non ho competenza specifica per parlare di san Paolo. Quello che conosco di Paolo nasce semplicemente dalla lettura delle sue Lettere, in particolare da quella lettura che ne viene fatta nella santa messa e nella preghiera del breviario, e credo che questa sia la cosa più importante. Paolo VI in un discorso tenuto in un convegno di esegeti sulla risurrezione di Gesù, citando sant’Agostino, diceva che per comprendere la Scrittura «praecipue et maxime orent ut intelligant», la cosa «più importante e principale è pregare per capire». Così nella preghiera può essere donato di intuire l’esperienza che ha fatto Paolo, l’esperienza di essere amato da Gesù. Iniziando l’Anno paolino, papa Benedetto XVI ha detto che Paolo è un nulla amato da Gesù Cristo. «Io sono un nulla», dice Paolo stesso al termine della seconda Lettera ai Corinzi (2Cor 12, 11) e nella Lettera ai Galati: «Ha amato me e ha dato sé stesso per me» (Gal 2, 20). Così anche a noi, nella distanza infinita dall’apostolo, può accadere la stessa esperienza, la stessa comunione di grazia, perché è reale la comunione dei santi. Ed è questa identità di esperienza, l’esperienza di essere gratuitamente amati da Gesù Cristo, che fa rivivere le parole dell’apostolo, che può rendere Paolo così vicino, così prossimo, così amico, così familiare. Vorrei iniziare leggendo alcune frasi pronunciate da papa Benedetto durante l’Angelus di domenica 25 gennaio. Quest’anno, la festa della conversione di san Paolo è caduta di domenica, e il Papa, spiegando l’incontro di Saulo con Gesù sulla via di Damasco (anche nella messa di oggi lo abbiamo letto dagli Atti degli apostoli), ha detto queste parole che mi hanno sorpreso e confortato, e che ho riletto tante volte: «In quel momento [quando ha incontrato Gesù: «Io sono Gesù che tu perseguiti» (At 9, 5)] Saulo comprese che la sua salvezza [possiamo anche dire la sua felicità, perché il riverbero umano della salvezza è la felicità, il riverbero umano della Sua grazia è il piacere della Sua grazia] non dipendeva dalle opere buone compiute secondo la legge [mi ha molto colpito l’aggettivo buone. Opere buone. Il Papa ha voluto sottolineare che la salvezza non dipende dalle opere buone, compiute secondo la legge, opere buone, come buona e santa è la legge (cfr. Rm 7, 12)], ma dal fatto che Gesù era morto anche per lui, il persecutore [«Ha amato me e ha dato sé stesso per me» (Gal 2, 20)], ed era, ed è, risorto». L’altra parola che mi ha colpito è stata quel verbo al presente: «Era, ed è, risorto». Benedetto XVI, quest’anno, ha tenuto venti meditazioni su san Paolo durante le udienze del mercoledì. Una di queste meditazioni, forse la più bella, l’undicesima, tratta della fede di Paolo nella risurrezione del Signore. Commentando il capitolo 15 della prima Lettera ai Corinzi, il Papa ha sottolineato che Paolo trasmette ciò che a sua volta ha ricevuto (cfr. 1Cor 15, 3), cioè «che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, e che fu sepolto, e che è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1Cor 15, 3-5). La risurrezione di Gesù è un fatto accaduto in un momento preciso del tempo e Colui che è risuscitato, in quel preciso momento, è vivo ora, in questo momento. È risorto e quindi vivo nel presente. La conversione di Paolo, secondo il Papa, sta in questo passaggio. Il passaggio dal ritenere che la salvezza dipendeva dalle sue opere buone, compiute secondo la legge (la legge è la legge di Dio, la legge sono i dieci comandamenti di Dio), al riconoscere semplicemente che la salvezza era ed è la presenza di un Altro. Era ed è la presenza di Gesù. Sempre nell’Angelus di domenica 25 gennaio Benedetto XVI ha aggiunto (e la cosa mi ha colpito anche perché il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che stimo molto e che posso dire amico di 30Giorni, ha sottolineato questo accenno del Papa) che non si potrebbe propriamente parlare di conversione di Paolo, perché Paolo già credeva nel Dio unico e vero ed era «irreprensibile» per quanto riguarda la legge di Dio. Lo dice lui stesso nella Lettera ai Filippesi (3, 6). La conversione di Paolo (e qui permettetemi di riprendere le parole che sant’Agostino usa per indicare la propria conversione) è semplicemente il passaggio dalla sua dedizione a Dio al riconoscimento di quello che Dio ha compiuto e compie in Gesù. Agostino così descrive la propria conversione: «Quando ho letto l’apostolo Paolo [e subito dopo – perché non basta neppure leggere le Scritture – aggiunge:] e quando la Tua mano ha curato la tristezza del mio cuore, allora ho compreso la differenza inter praesumptionem et confessionem / tra la dedizione e il riconoscimento». Praesumptio non indica inizialmente una cosa cattiva. Alla lunga decade in presunzione cattiva; ma inizialmente indica il tentativo dell’uomo di voler raggiungere l’ideale buono intuìto. La conversione cristiana è il passaggio da questo tentativo dell’uomo di compiere il bene (le opere buone, diceva papa Benedetto) al semplice riconoscimento della presenza di Gesù. Dalla praesumptio, dedizione, alla confessio, riconoscimento. La confessio, riconoscimento, è come quando il bambino dice: «Mamma». Come quando la mamma viene incontro al bambino e lui le dice: «Mamma». <I>La conversione di Paolo</I>, Caravaggio, Cappella Cerasi, chiesa di Santa Maria del Popolo, Roma La conversione di Paolo, Caravaggio, Cappella Cerasi, chiesa di Santa Maria del Popolo, Roma La conversione cristiana, per Agostino e per Paolo, è (permettetemi di usare questa immagine di don Giussani che, secondo me, non ha l’equivalente) il passaggio dall’entusiasmo della dedizione all’entusiasmo della bellezza; dall’entusiasmo della propria dedizione, che in sé è buono, all’entusiasmo destato da una presenza che attrae il cuore, una presenza che gratuitamente si fa incontro e gratuitamente si fa riconoscere. Paolo non ha fatto nulla per incontrarLo. Il Suo gratuito venire incontro attua il passaggio dalla nostra dedizione alla bellezza della Sua presenza che per attrattiva si fa riconoscere. E tra dedizione e riconoscimento non c’è contraddizione. Giussani dice semplicemente che «l’entusiasmo della dedizione è imparagonabile all’entusiasmo della bellezza». È lo stesso termine che usa sant’Agostino quando descrive il rapporto tra la virtù degli uomini e i primi piccoli passi di chi pone la speranza nella grazia e nella misericordia di Dio. Potremmo anche dire che, quando accade di vivere per grazia l’esperienza stessa che Paolo ha vissuto, l’identica sua esperienza, nell’infinita distanza da lui, è come se tutte le parole cristiane, la parola fede, la parola salvezza, la parola chiesa, fossero trasparenti dell’iniziativa di Gesù Cristo. È Lui che desta la fede. La fede è opera Sua. È Lui che salva. È Sua iniziativa il donare la salvezza. È Lui che costruisce la Sua chiesa. «Aedificabo ecclesiam meam» (Mt 16, 18). Aedificabo è un futuro: «Edificherò la mia chiesa» sulla professione di fede di Pietro, sulla grazia della fede donata a Pietro (cfr. Mt 16, 18). È Lui che edifica personalmente, nel presente, la Sua chiesa su un Suo dono. Come è bello dire le parole cristiane più semplici, la parola fede, la parola speranza, la parola carità, e accorgersi che queste parole indicano un’iniziativa Sua, fanno intravvedere un gesto Suo, il Suo agire. Come è accaduto a santa Teresina di Gesù Bambino: «Quando sono caritatevole, è solo Gesù che agisce in me». Noi sacerdoti, la seconda settimana dopo Pasqua, abbiamo letto nel breviario, dall’Apocalisse, le lettere che Gesù invia alle sette chiese. In una di queste lettere Gesù dice: «Non hai rinnegato la mia fede» (Ap 2, 13). La mia fede. È la fede di Gesù. «Gratia facit fidem». Come è semplice e bella questa espressione di san Tommaso d’Aquino! È la grazia che crea la fede. È Lui che si fa riconoscere. «Nessuno viene a me se non lo attira il Padre mio» (Gv 6, 44.65), dice Gesù. E sant’Agostino commenta: «Nemo venit nisi tractus / Nessuno viene [a Gesù], se non è attirato». È Sua iniziativa la fede. È Sua iniziativa la salvezza. È Sua iniziativa la Sua chiesa. Permettetemi di raccontarvi uno dei miei primi incontri con don Giussani. L’occasione mi è stata data dal fatto che a Venegono, nel mio seminario, ho conosciuto Angelo Scola, l’attuale patriarca di Venezia. È stato lui a farmi incontrare don Giussani. Ricordo ancora quell’incontro a Milano. Giussani parlava a un gruppo di giovani. A un certo punto chiese: «Che cosa ci mette in rapporto con Gesù Cristo? Che cosa, adesso, ci mette in rapporto con Gesù Cristo?». Alcuni risposero: «La chiesa», «la comunità», «la nostra amicizia», eccetera. Alla fine di tutti questi interventi, Giussani ripeté la domanda: «Che cosa ci mette in rapporto con Gesù Cristo?», e poi diede lui stesso la risposta: «Il fatto che è risorto». Questa cosa non la dimenticherò più! «Il fatto che è risorto». Perché se non fosse risorto, se non fosse vivo, la chiesa sarebbe un’istituzione meramente umana, come tante altre. Un peso in più. Tutte le cose meramente umane alla fine diventano un peso. «Che cosa ci mette in rapporto con Gesù Cristo? Il fatto che è risorto». La chiesa è la visibilità di Lui vivo. «La chiesa non ha altra vita», dice il Credo del popolo di Dio di Paolo VI, «se non quella della Sua grazia». Non ha altro inizio, momento per momento, che l’attrattiva Sua, l’attrattiva della Sua grazia. La chiesa è il termine visibile del gesto di Gesù vivo che incontra il cuore e lo attrae. Leggere san Paolo, vivendo per grazia quello che Paolo ha compreso (come dice il Papa) nella sua conversione, rende tutte le parole cristiane trasparenti di Lui, di Gesù Cristo, dona a tutte le parole cristiane questa leggerezza. Altrimenti diventano pesanti. Se la fede fosse un’iniziativa nostra, saremmo finiti. Siccome è un’iniziativa Sua, è possibile sempre il rinnovarsi del Suo dono. E quindi è possibile sempre ricominciare. È un’iniziativa Sua, in ogni istante. «Gratia facit fidem… quamdiu fides durat». È stata una cosa molto bella che nel 1999 la Commissione teologica di studio tra la Chiesa cattolica e i luterani, valorizzando proprio questa frase di san Tommaso d’Aquino, ha riconosciuto che tra la teologia di Lutero sulla giustificazione per la fede e aspetti essenziali della dottrina dogmatica del Concilio di Trento nel decreto De iustificatione c’è una sorprendente identità. San Tommaso d’Aquino dunque dice che «la grazia crea la fede non solo quando la fede inizia, ma in ogni istante in cui dura». E aggiunge questa osservazione bellissima: ci vuole la stessa attrattiva di grazia, lo stesso tesoro di grazia, sia per far rimanere nella fede, adesso, noi che crediamo, sia per far passare una persona (se ci fosse qui uno che non crede) dalla non fede alla fede. Ho detto questo solo per dire che la conversione di Paolo, come di ogni cristiano, si attua nel passaggio dall’iniziativa dell’uomo all’iniziativa di Gesù, allo stupore dell’iniziativa di Gesù, alla confessio supplex. Com’era bello, nella messa in latino, quando, prima del Sanctus, si diceva sempre: «Supplici confessione / Con riconoscimento che domanda». Perché non si può riconoscere una presenza che ti ama se non domandando che essa continui a volerti bene. Ora, tre suggerimenti.

1. «… nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato…» Leggiamo Galati 1, 15 in cui Paolo stesso descrive il passaggio dalla sua iniziativa all’iniziativa di Dio. «Ma quando Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre… [c’è un mistero da cui nasce la grazia della fede ed è la scelta di Dio, l’elezione di Dio. Non possiamo giudicare noi questo mistero: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15, 16)] … quando Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia [com’è bello questo mi chiamò con la sua grazia! Non basta la voce, neppure la voce di Gesù, se l’attrattiva di Gesù non tocca il cuore. È la Sua grazia, è la Sua attrattiva che commuove il cuore] si compiacque di rivelare a me suo Figlio…». Si degnò di mostrarmi Suo Figlio. Questa è la conversione di Paolo. Colui che mi ha scelto e mi ha chiamato con la Sua grazia mi ha fatto riconoscere Suo Figlio. Galati 2, 20: «Questa vita che vivo nella carne [nella condizione umana, segnata dal peccato originale, anche dopo il battesimo. Il battesimo toglie il peccato, ma lascia la fragilità che proviene dal peccato e che inclina al peccato], io la vivo nella fede del Figlio di Dio [nel riconoscimento del Figlio di Dio], che mi ha amato e ha dato sé stesso per me». Vi leggo come papa Benedetto XVI ha commentato questa frase: «La sua fede [la fede di Paolo] è l’esperienza dell’essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale […] Cristo ha affrontato la morte […] per amore di lui – di Paolo – e, come Risorto, lo ama tuttora. […] La sua fede non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore». La fede nasce dall’impatto dell’amore di Gesù con il cuore di Paolo. La fede è l’iniziativa dell’amore di Gesù Cristo sul suo cuore. Permettetemi di leggervi una frase che ho scoperto andando a Cascia a pregare santa Rita (santa Rita era sposata e aveva due figli. Il marito viene ucciso e lei perdona pubblicamente l’assassino e domanda che i suoi due figli non vendichino il padre. Poi entra nel monastero delle monache agostiniane di Cascia). La frase che vi leggo è di un beato monaco agostiniano il cui scritto sulla passione di Gesù era conosciuto da santa Rita: «L’amicizia è una virtù, ma l’essere amati non è una virtù, è la felicità». Mi sembra che queste parole indichino da dove provenga la carità e che cosa sia la carità. L’amicizia è una virtù, è il vertice delle virtù. San Tommaso d’Aquino dice che la carità è amicizia. Ma l’essere amati non è una virtù, è la felicità. Viene prima l’essere amati (cfr. 1Gv 4, 19). Per amare bisogna prima essere amati. Bisogna prima essere contenti di essere amati. Sant’Agostino, in quel brano stupendo in cui, paragonando tra loro gli apostoli Pietro e Giovanni, si domanda chi sia più buono tra i due, risponde che più buono è Pietro, tanto è vero che a Gesù che gli domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?» (Gv 21, 15), Pietro risponde: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene» (Gv 21, 15). Quindi Pietro è più buono di Giovanni. Confrontando la condizione di Pietro, che vuole bene di più a Gesù, con la condizione di Giovanni, che è più amato da Gesù, Agostino dice: «Facile responderem meliorem Petrum, feliciorem Ioannem / È facile per me rispondere che Pietro è più buono [perché vuole più bene a Gesù] ma Giovanni è più felice [perché è amato di più da Gesù]». L’essere felice dipende dall’essere amato. Non dipende neppure dal nostro povero amore. Pietro è più buono perché vuole più bene a Gesù, ma Giovanni è più felice perché è più amato da Gesù. Il Papa dice che la fede di Paolo è l’impatto dell’amore di Gesù sul suo cuore e così questa stessa fede, proprio perché è l’impatto dell’amore di Gesù sul suo cuore, desta ed è anche il povero amore di Paolo a Gesù. Questa attrattiva amorosa di Gesù, rendendo lieto il cuore di Paolo, desta anche il povero amore di Paolo a Gesù, povero come quello di Pietro. Papa Benedetto, in un’udienza del mercoledì, commentando la domanda di Gesù a Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu?», ha insistito sulla differenza dei verbi greci che Gesù e Pietro usano. Gesù usa un verbo che indica un amore totalizzante («… mi ami tu?»). Pietro usa un verbo che esprime il povero amore umano («tu sai che ti voglio bene»). «Ti voglio bene così come è possibile a un povero uomo». Allora, la terza volta (è bellissimo come il Papa descrive questo!), Gesù si adegua al povero amore umano di Pietro e gli chiede semplicemente se gli vuole bene, così come un povero uomo può volere bene. Leggo ora 1 Corinzi 15, 8 e seguenti. Anche qui Paolo descrive l’incontro con Gesù sulla via di Damasco: «In seguito, ultimo fra tutti…». Come è bello questo ultimo fra tutti! Nella liturgia ambrosiana il sacerdote che celebra la messa dice: «Nobis quoque minimis et peccatoribus». Nella liturgia romana dice solo: «Nobis quoque peccatoribus». Nella liturgia ambrosiana colui che celebra la santa messa, che sia il vescovo oppure l’ultimo prete, dice: «Anche a noi che siamo i più piccoli e peccatori». Così Paolo dice di essere l’ultimo, il più piccolo. «In seguito ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io, infatti, sono l’ultimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me».

2. Paolo è sempre sospeso all’iniziativa di Gesù Paolo è sempre sospeso all’iniziativa della grazia. E questa è una delle cose più impressionanti per chi legge le sue Lettere. Non solo l’inizio è grazia, non solo l’inizio è iniziativa di Gesù. Paolo è sempre sospeso all’iniziativa di Gesù, momento per momento. Come è nella realtà per ciascuno di noi. Ma l’esperienza di Paolo, da questo punto di vista, è di una drammaticità e di una bellezza uniche. Vi leggo un brano, che già nel mio seminario mi confortava tanto, dalla seconda Lettera ai Corinzi, 12, 7 e seguenti. Allora mi colpivano le parole, ora il cammino della vita, per Sua grazia e Sua rinnovata misericordia, ha donato realtà a quelle parole. La seconda Lettera ai Corinzi per me è la Lettera più bella perché è quella in cui Paolo – lo dice lui stesso – apre tutto il suo cuore (2Cor 6, 11). È la Lettera in cui Paolo di fronte alla «dolcezza e mitezza di Cristo» (2Cor 10, 1) descrive quello che lui è, l’inermità che lui è, la fragilità che lui è. «Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia [comunque si legga questa “spina nella carne”, questa fragilità, questa tentazione, Paolo dice così]. A causa di questo [a causa di questa sofferenza] per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me [che allontanasse questa sofferenza, questa tentazione, questa fragilità]. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”». La Sua forza si manifesta pienamente nella debolezza. Permettetemi di fare una piccola correzione a una frase che ho letto prima in un pannello della mostra su san Paolo. Non avrei scritto che Paolo è «orgoglioso della sua debolezza». Non si può essere orgogliosi della propria debolezza. Sant’Ireneo, commentando questo brano della seconda Lettera ai Corinzi, e avendo presente la gnosi (uno degli elementi essenziali dell’eresia gnostica è la non distinzione tra il bene e il male, fino a porre, ed Hegel lo teorizza, il male in Dio e da Dio), è attentissimo a distinguere la debolezza dalla grazia. La debolezza rende evidente la grazia. La debolezza, quando viene abbracciata, rende più evidente l’essere abbracciati. Ma il positivo è l’essere abbracciati, non la debolezza. Nella debolezza, che è la condizione umana, l’essere abbracciati gratuitamente da Gesù è più evidente. Quando un bambino è ammalato, la mamma e il papà è come se gli volessero più bene, ma non è un valore l’essere ammalato del bambino. È che quella debolezza rende più evidente l’essere amato. In un tempo in cui la gnosi culturalmente è egemone nella mentalità del mondo e tante volte anche nella Chiesa del Signore, come è importante questa distinzione! La debolezza non è in sé stessa un bene. La debolezza rende più evidente l’essere abbracciati quando si è abbracciati, l’essere amati quando si è amati. Rende più evidente la gratuità dell’essere amati. Il peccato è peccato e il peccato mortale merita l’inferno, come dice il Catechismo. Ma quando Gesù, dopo essere stato tradito, guardò Pietro (Lc 22, 61), quello sguardo rese più evidente l’amore di Gesù al povero Pietro. «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo». La debolezza è la condizione perché la Sua potenza si riveli con più evidenza a tutti.

3. Il Vangelo che Paolo trasmette Due brevi cenni sull’annuncio di Paolo. Che cosa annuncia Paolo? Innanzitutto quello che lui, a sua volta, ha ricevuto. Come è bello! Paolo non inventa nulla, annuncia quello che, a sua volta, ha ricevuto. Vi leggo 1 Corinzi 15, 1 e seguenti. Questi versetti racchiudono tutto l’annuncio di Paolo. Tutto l’annuncio di Gesù Cristo. «Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve lo ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano! Vi ho trasmesso, dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici». Paolo annuncia la testimonianza di Gesù. «La testimonianza di Dio» (1Cor 2, 1). La testimonianza che Dio ha dato col risuscitare Gesù dai morti. La testimonianza che Gesù Cristo ha dato di essere risorto col mostrarsi ai discepoli. Fa parte dell’essenza dell’annuncio cristiano il rendersi visibile del Risorto ai testimoni che Lui sceglie. Se non si fosse reso visibile ai testimoni, se non avesse dato Lui stesso testimonianza di essere risorto, la testimonianza degli apostoli sarebbe stata una loro invenzione. Heinrich Schlier, che, secondo me, è il più grande esegeta che la Chiesa abbia avuto nel secolo scorso, come insiste su questo fatto! È Gesù che, rendendosi visibile, dà testimonianza di Sé stesso. È Gesù che, rendendosi visibile agli apostoli, facendosi toccare e mangiando con loro, testimonia della realtà della Sua risurrezione: «Tommaso, guarda e metti la tua mano» (cfr. Gv 20, 27). «Visus est, tactus est et manducavit. Ipse certe erat / Fu visto, fu toccato, mangiò. Era proprio Lui», dice sant’Agostino in un discorso contro gli gnostici, commentando l’apparizione di Gesù risorto agli apostoli dal Vangelo di Luca (Lc 24, 36-49). È Gesù che, rendendosi visibile, testimonia di essere risorto, di essere vivo. La testimonianza degli apostoli è un riflesso della Sua testimonianza. Com’è importante questo! La luce della Chiesa è solo una luce riflessa. «Lumen gentium cum sit Christus / È Cristo la luce delle genti». La Chiesa riflette questa Sua luce come in uno specchio. Una delle frasi più belle di Paolo, che mi è così cara, dice: «Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo, come in uno specchio, la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine [il riflesso di Gesù è efficace: cambia la vita], di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2Cor 3, 18). Paolo annuncia ciò che ha ricevuto, ciò che Gesù Cristo stesso ha testimoniato ai Suoi apostoli. Un secondo cenno riguardo all’annuncio di Paolo. Anche questa cosa bellissima si legge nella prima Lettera ai Corinzi, 2, 1 e seguenti. L’annuncio di Gesù porta in sé la prova della sua verità. Non si tratta di dimostrare noi che Gesù è vivo. È Gesù stesso che mostrandosi, operando, dimostra di essere vivo. Altrimenti, aumentiamo il dubbio, nostro e degli altri. È Gesù che, agendo, e quindi mostrandosi, dimostra di essere vivo. La dimostrazione della verità del cristianesimo è l’agire e il mostrarsi di Gesù nel presente. Schlier dice questo con un’espressione bellissima: «Il kerygma e i doni, il kerygma e i miracoli formano un tutt’uno». E Paolo lo dice più semplicemente che non il grande esegeta: «Anch’io, fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio [la testimonianza che Dio ha donato] con sublimità di parola e di sapienza. Io ritenni, infatti, di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. Io venni in mezzo a voi in debolezza [come è bello questo!] e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza [non voleva lui dimostrare che Gesù era reale], ma sulla manifestazione dello Spirito [cioè sul fatto che Gesù risorto si manifesta] e della sua potenza [sul Suo agire, sul Suo manifestarsi], perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (1Cor 2, 1-5). La fede può essere fondata solo sulla potenza di Dio, cioè sull’agire di Gesù, sul manifestarsi di Gesù. Non si vince la paura della morte (cfr. Eb 2, 15) con gli argomenti di sapienza, con i nostri discorsi. La paura della morte è vinta quando Gesù, agendo nel presente, si fa riconoscere vivo. Gesù si dimostra reale, vivo, quando si mostra. Quando mostra la Sua azione, quando mostra la Sua potenza. «Con una prova totalmente Sua», scrive Schlier, che si sperimenta «come realtà tangibile».

Termino con le parole di Giovanni Battista Montini, nei suoi appunti sulle Lettere di san Paolo, scritti a Roma quando era giovane sacerdote, tra il 1929 e il 1933: «Nessuno più di lui [Paolo] ha sentito l’insufficienza umana e ha riconosciuto ed esaltato l’azione libera, da sé sola bastevole, necessaria per noi, della grazia di Dio Salvatore». È bellissimo! Libera: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15, 16). Da sé sola bastevole: «Ti basta la mia grazia» (2Cor 12, 9). Necessaria per noi: «Senza di me non potete fare nulla» (Gv 15, 5). E Montini aggiunge una frase, commovente se si pensa anche alle umiliazioni ricevute: «Egli [Paolo] ha sentito il fastidio della sua presenza “contemptibilis” [disprezzabile]». «Praesentia corporis infirma [scrive nella seconda Lettera ai Corinzi, 10, 10] / La presenza fisica è debole / et sermo contemptibilis / e la parola è da disprezzare». «Egli ha sentito il fastidio della sua presenza contemptibilis. Ha provato desolanti depressioni di spirito». Un’espressione di questa umanità così debole di Paolo si trova nella seconda Lettera ai Corinzi, 2, 12: «Giunto pertanto a Troade per annunciare il Vangelo di Cristo, sebbene la porta mi fosse aperta nel Signore [quindi gli era possibile annunciare il Vangelo di Cristo], non ebbi pace nello spirito perché non vi trovai Tito, mio fratello; perciò, congedandomi da loro, partii per la Macedonia». Paolo non ha neanche la forza di annunciare il Vangelo, se non ha il conforto della grazia del Signore che brilla riflessa sul volto di una persona cara. Cara semplicemente per questo riflesso di grazia. E poi continua (2Cor 7, 5 e seguenti): «Da quando siamo giunti in Macedonia, la nostra carne [la nostra debole umanità] non ha avuto sollievo alcuno, ma da ogni parte siamo tribolati: battaglie all’esterno, timori al di dentro». Com’è vero! «La Chiesa vive», dice la Lumen gentium, «tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio». Sant’Agostino, nel brano del De civitate Dei da cui è tratta questa frase, scrive che le persecuzioni del mondo provengono innanzitutto dall’interno della Chiesa. Anche perché le persecuzioni del mondo sono innanzitutto i nostri poveri peccati che fanno soffrire il cuore di chi è amato da Gesù e vuole bene a Gesù. Continua Paolo: «Ma Dio che consola gli afflitti ci ha consolati con la venuta di Tito, e non solo con la sua venuta, ma con la consolazione che ha ricevuto da voi». Paolo che a Troade non aveva avuto la forza di annunciare il Vangelo, quando arriva Tito è confortato anche perché Tito gli parla dell’affetto che le persone di Corinto hanno per lui. «A questa nostra consolazione si è aggiunta una gioia ben più grande per la letizia di Tito» (2Cor 7, 13). Perché non basta ricordare l’affetto di persone lontane, se chi ne parla non è lui stesso lieto, contento nel presente. Quando vado a pregare sulla tomba di Paolo nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, a Roma, in ginocchio, ripeto sempre un inno: «Pressi malorum pondere, te, Paule, adimus supplices / Oppressi dal peso di tante contrarietà [innanzitutto dei nostri poveri peccati] veniamo a te, Paolo, supplici / […] quos insecutor oderas defensor inde amplecteris / [...] quelli che tu quando eri persecutore hai odiato, adesso come difensore li abbracci». In questo abbraccio, in questo essere amati da Gesù, anche attraverso gli amici di Gesù, possiamo ripetere: «L’amicizia è una virtù, ma l’essere amati non è una virtù, è la felicità». Grazie.

«LA GRAZIA DI DIO SALVATORE: LIBERA, BASTEVOLE, PER NOI NECESSARIA» (Giovanni Battista Montini)

http://www.30giorni.it/articoli_id_21298_l1.htm

«LA GRAZIA DI DIO SALVATORE: LIBERA, BASTEVOLE, PER NOI NECESSARIA»

CON QUESTE PAROLE GIOVANNI BATTISTA MONTINI,
negli appunti scritti da giovane sacerdote sulle Lettere di san Paolo, indica l’esperienza e il messaggio dell’Apostolo

di don Giacomo Tantardini

Ringrazio chi mi ha invitato in questa bella città di Ortona dove, nella Cattedrale, è custodito il corpo dell’apostolo Tommaso. Ringrazio sua eccellenza monsignor Ghidelli per la sua presenza a questo incontro.
Io non ho competenza specifica per parlare di san Paolo. Quello che conosco di Paolo nasce semplicemente dalla lettura delle sue Lettere, in particolare da quella lettura che ne viene fatta nella santa messa e nella preghiera del breviario, e credo che questa sia la cosa più importante. Paolo VI in un discorso tenuto in un convegno di esegeti sulla risurrezione di Gesù, citando sant’Agostino, diceva che per comprendere la Scrittura «praecipue et maxime orent ut intelligant», la cosa «più importante e principale è pregare per capire».
Così nella preghiera può essere donato di intuire l’esperienza che ha fatto Paolo, l’esperienza di essere amato da Gesù. Iniziando l’Anno paolino, papa Benedetto XVI ha detto che Paolo è un nulla amato da Gesù Cristo. «Io sono un nulla», dice Paolo stesso al termine della seconda Lettera ai Corinzi (2Cor 12, 11) e nella Lettera ai Galati: «Ha amato me e ha dato sé stesso per me» (Gal 2, 20).
Così anche a noi, nella distanza infinita dall’apostolo, può accadere la stessa esperienza, la stessa comunione di grazia, perché è reale la comunione dei santi. Ed è questa identità di esperienza, l’esperienza di essere gratuitamente amati da Gesù Cristo, che fa rivivere le parole dell’apostolo, che può rendere Paolo così vicino, così prossimo, così amico, così familiare.
Vorrei iniziare leggendo alcune frasi pronunciate da papa Benedetto durante l’Angelus di domenica 25 gennaio. Quest’anno, la festa della conversione di san Paolo è caduta di domenica, e il Papa, spiegando l’incontro di Saulo con Gesù sulla via di Damasco (anche nella messa di oggi lo abbiamo letto dagli Atti degli apostoli), ha detto queste parole che mi hanno sorpreso e confortato, e che ho riletto tante volte: «In quel momento [quando ha incontrato Gesù: «Io sono Gesù che tu perseguiti» (At 9, 5)] Saulo comprese che la sua salvezza [possiamo anche dire la sua felicità, perché il riverbero umano della salvezza è la felicità, il riverbero umano della Sua grazia è il piacere della Sua grazia] non dipendeva dalle opere buone compiute secondo la legge [mi ha molto colpito l’aggettivo buone. Opere buone. Il Papa ha voluto sottolineare che la salvezza non dipende dalle opere buone, compiute secondo la legge, opere buone, come buona e santa è la legge (cfr. Rm 7, 12)], ma dal fatto che Gesù era morto anche per lui, il persecutore [«Ha amato me e ha dato sé stesso per me» (Gal 2, 20)], ed era, ed è, risorto». L’altra parola che mi ha colpito è stata quel verbo al presente: «Era, ed è, risorto».
Benedetto XVI, quest’anno, ha tenuto venti meditazioni su san Paolo durante le udienze del mercoledì. Una di queste meditazioni, forse la più bella, l’undicesima, tratta della fede di Paolo nella risurrezione del Signore. Commentando il capitolo 15 della prima Lettera ai Corinzi, il Papa ha sottolineato che Paolo trasmette ciò che a sua volta ha ricevuto (cfr. 1Cor 15, 3), cioè «che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, e che fu sepolto, e che è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1Cor 15, 3-5). La risurrezione di Gesù è un fatto accaduto in un momento preciso del tempo e Colui che è risuscitato, in quel preciso momento, è vivo ora, in questo momento. È risorto e quindi vivo nel presente.
La conversione di Paolo, secondo il Papa, sta in questo passaggio. Il passaggio dal ritenere che la salvezza dipendeva dalle sue opere buone, compiute secondo la legge (la legge è la legge di Dio, la legge sono i dieci comandamenti di Dio), al riconoscere semplicemente che la salvezza era ed è la presenza di un Altro. Era ed è la presenza di Gesù.
Sempre nell’Angelus di domenica 25 gennaio Benedetto XVI ha aggiunto (e la cosa mi ha colpito anche perché il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che stimo molto e che posso dire amico di 30Giorni, ha sottolineato questo accenno del Papa) che non si potrebbe propriamente parlare di conversione di Paolo, perché Paolo già credeva nel Dio unico e vero ed era «irreprensibile» per quanto riguarda la legge di Dio. Lo dice lui stesso nella Lettera ai Filippesi (3, 6).
La conversione di Paolo (e qui permettetemi di riprendere le parole che sant’Agostino usa per indicare la propria conversione) è semplicemente il passaggio dalla sua dedizione a Dio al riconoscimento di quello che Dio ha compiuto e compie in Gesù.
Agostino così descrive la propria conversione: «Quando ho letto l’apostolo Paolo [e subito dopo – perché non basta neppure leggere le Scritture – aggiunge:] e quando la Tua mano ha curato la tristezza del mio cuore, allora ho compreso la differenza inter praesumptionem et confessionem / tra la dedizione e il riconoscimento». Praesumptio non indica inizialmente una cosa cattiva. Alla lunga decade in presunzione cattiva; ma inizialmente indica il tentativo dell’uomo di voler raggiungere l’ideale buono intuìto. La conversione cristiana è il passaggio da questo tentativo dell’uomo di compiere il bene (le opere buone, diceva papa Benedetto) al semplice riconoscimento della presenza di Gesù. Dalla praesumptio, dedizione, alla confessio, riconoscimento. La confessio, riconoscimento, è come quando il bambino dice: «Mamma». Come quando la mamma viene incontro al bambino e lui le dice: «Mamma».
La conversione cristiana, per Agostino e per Paolo, è (permettetemi di usare questa immagine di don Giussani che, secondo me, non ha l’equivalente) il passaggio dall’entusiasmo della dedizione all’entusiasmo della bellezza; dall’entusiasmo della propria dedizione, che in sé è buono, all’entusiasmo destato da una presenza che attrae il cuore, una presenza che gratuitamente si fa incontro e gratuitamente si fa riconoscere. Paolo non ha fatto nulla per incontrarLo. Il Suo gratuito venire incontro attua il passaggio dalla nostra dedizione alla bellezza della Sua presenza che per attrattiva si fa riconoscere. E tra dedizione e riconoscimento non c’è contraddizione. Giussani dice semplicemente che «l’entusiasmo della dedizione è imparagonabile all’entusiasmo della bellezza». È lo stesso termine che usa sant’Agostino quando descrive il rapporto tra la virtù degli uomini e i primi piccoli passi di chi pone la speranza nella grazia e nella misericordia di Dio.
Potremmo anche dire che, quando accade di vivere per grazia l’esperienza stessa che Paolo ha vissuto, l’identica sua esperienza, nell’infinita distanza da lui, è come se tutte le parole cristiane, la parola fede, la parola salvezza, la parola chiesa, fossero trasparenti dell’iniziativa di Gesù Cristo. È Lui che desta la fede. La fede è opera Sua. È Lui che salva. È Sua iniziativa il donare la salvezza. È Lui che costruisce la Sua chiesa. «Aedificabo ecclesiam meam» (Mt 16, 18). Aedificabo è un futuro: «Edificherò la mia chiesa» sulla professione di fede di Pietro, sulla grazia della fede donata a Pietro (cfr. Mt 16, 18). È Lui che edifica personalmente, nel presente, la Sua chiesa su un Suo dono.
Come è bello dire le parole cristiane più semplici, la parola fede, la parola speranza, la parola carità, e accorgersi che queste parole indicano un’iniziativa Sua, fanno intravvedere un gesto Suo, il Suo agire. Come è accaduto a santa Teresina di Gesù Bambino: «Quando sono caritatevole, è solo Gesù che agisce in me».
Noi sacerdoti, la seconda settimana dopo Pasqua, abbiamo letto nel breviario, dall’Apocalisse, le lettere che Gesù invia alle sette chiese. In una di queste lettere Gesù dice: «Non hai rinnegato la mia fede» (Ap 2, 13). La mia fede. È la fede di Gesù.
«Gratia facit fidem». Come è semplice e bella questa espressione di san Tommaso d’Aquino! È la grazia che crea la fede. È Lui che si fa riconoscere. «Nessuno viene a me se non lo attira il Padre mio» (Gv 6, 44.65), dice Gesù. E sant’Agostino commenta: «Nemo venit nisi tractus / Nessuno viene [a Gesù], se non è attirato». È Sua iniziativa la fede. È Sua iniziativa la salvezza. È Sua iniziativa la Sua chiesa.
Permettetemi di raccontarvi uno dei miei primi incontri con don Giussani. L’occasione mi è stata data dal fatto che a Venegono, nel mio seminario, ho conosciuto Angelo Scola, l’attuale patriarca di Venezia. È stato lui a farmi incontrare don Giussani. Ricordo ancora quell’incontro a Milano. Giussani parlava a un gruppo di giovani. A un certo punto chiese: «Che cosa ci mette in rapporto con Gesù Cristo? Che cosa, adesso, ci mette in rapporto con Gesù Cristo?». Alcuni risposero: «La chiesa», «la comunità», «la nostra amicizia», eccetera. Alla fine di tutti questi interventi, Giussani ripeté la domanda: «Che cosa ci mette in rapporto con Gesù Cristo?», e poi diede lui stesso la risposta: «Il fatto che è risorto». Questa cosa non la dimenticherò più! «Il fatto che è risorto». Perché se non fosse risorto, se non fosse vivo, la chiesa sarebbe un’istituzione meramente umana, come tante altre. Un peso in più. Tutte le cose meramente umane alla fine diventano un peso.
«Che cosa ci mette in rapporto con Gesù Cristo? Il fatto che è risorto». La chiesa è la visibilità di Lui vivo. «La chiesa non ha altra vita», dice il Credo del popolo di Dio di Paolo VI, «se non quella della Sua grazia». Non ha altro inizio, momento per momento, che l’attrattiva Sua, l’attrattiva della Sua grazia. La chiesa è il termine visibile del gesto di Gesù vivo che incontra il cuore e lo attrae.
Leggere san Paolo, vivendo per grazia quello che Paolo ha compreso (come dice il Papa) nella sua conversione, rende tutte le parole cristiane trasparenti di Lui, di Gesù Cristo, dona a tutte le parole cristiane questa leggerezza. Altrimenti diventano pesanti. Se la fede fosse un’iniziativa nostra, saremmo finiti. Siccome è un’iniziativa Sua, è possibile sempre il rinnovarsi del Suo dono. E quindi è possibile sempre ricominciare. È un’iniziativa Sua, in ogni istante. «Gratia facit fidem… quamdiu fides durat».
È stata una cosa molto bella che nel 1999 la Commissione teologica di studio tra la Chiesa cattolica e i luterani, valorizzando proprio questa frase di san Tommaso d’Aquino, ha riconosciuto che tra la teologia di Lutero sulla giustificazione per la fede e aspetti essenziali della dottrina dogmatica del Concilio di Trento nel decreto De iustificatione c’è una sorprendente identità.
San Tommaso d’Aquino dunque dice che «la grazia crea la fede non solo quando la fede inizia, ma in ogni istante in cui dura». E aggiunge questa osservazione bellissima: ci vuole la stessa attrattiva di grazia, lo stesso tesoro di grazia, sia per far rimanere nella fede, adesso, noi che crediamo, sia per far passare una persona (se ci fosse qui uno che non crede) dalla non fede alla fede.
Ho detto questo solo per dire che la conversione di Paolo, come di ogni cristiano, si attua nel passaggio dall’iniziativa dell’uomo all’iniziativa di Gesù, allo stupore dell’iniziativa di Gesù, alla confessio supplex. Com’era bello, nella messa in latino, quando, prima del Sanctus, si diceva sempre: «Supplici confessione / Con riconoscimento che domanda». Perché non si può riconoscere una presenza che ti ama se non domandando che essa continui a volerti bene.
Ora, tre suggerimenti.
1. «… nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato…»
Leggiamo Galati 1, 15 in cui Paolo stesso descrive il passaggio dalla sua iniziativa all’iniziativa di Dio.
«Ma quando Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre… [c’è un mistero da cui nasce la grazia della fede ed è la scelta di Dio, l’elezione di Dio. Non possiamo giudicare noi questo mistero: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15, 16)] … quando Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia [com’è bello questo mi chiamò con la sua grazia! Non basta la voce, neppure la voce di Gesù, se l’attrattiva di Gesù non tocca il cuore. È la Sua grazia, è la Sua attrattiva che commuove il cuore] si compiacque di rivelare a me suo Figlio…». Si degnò di mostrarmi Suo Figlio. Questa è la conversione di Paolo. Colui che mi ha scelto e mi ha chiamato con la Sua grazia mi ha fatto riconoscere Suo Figlio.
Galati 2, 20: «Questa vita che vivo nella carne [nella condizione umana, segnata dal peccato originale, anche dopo il battesimo. Il battesimo toglie il peccato, ma lascia la fragilità che proviene dal peccato e che inclina al peccato], io la vivo nella fede del Figlio di Dio [nel riconoscimento del Figlio di Dio], che mi ha amato e ha dato sé stesso per me».
Vi leggo come papa Benedetto XVI ha commentato questa frase: «La sua fede [la fede di Paolo] è l’esperienza dell’essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale […] Cristo ha affrontato la morte […] per amore di lui – di Paolo – e, come Risorto, lo ama tuttora. […] La sua fede non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore».
La fede nasce dall’impatto dell’amore di Gesù con il cuore di Paolo. La fede è l’iniziativa dell’amore di Gesù Cristo sul suo cuore.
Permettetemi di leggervi una frase che ho scoperto andando a Cascia a pregare santa Rita (santa Rita era sposata e aveva due figli. Il marito viene ucciso e lei perdona pubblicamente l’assassino e domanda che i suoi due figli non vendichino il padre. Poi entra nel monastero delle monache agostiniane di Cascia). La frase che vi leggo è di un beato monaco agostiniano il cui scritto sulla passione di Gesù era conosciuto da santa Rita: «L’amicizia è una virtù, ma l’essere amati non è una virtù, è la felicità». Mi sembra che queste parole indichino da dove provenga la carità e che cosa sia la carità. L’amicizia è una virtù, è il vertice delle virtù. San Tommaso d’Aquino dice che la carità è amicizia. Ma l’essere amati non è una virtù, è la felicità. Viene prima l’essere amati (cfr. 1Gv 4, 19). Per amare bisogna prima essere amati. Bisogna prima essere contenti di essere amati.
Sant’Agostino, in quel brano stupendo in cui, paragonando tra loro gli apostoli Pietro e Giovanni, si domanda chi sia più buono tra i due, risponde che più buono è Pietro, tanto è vero che a Gesù che gli domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?» (Gv 21, 15), Pietro risponde: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene» (Gv 21, 15). Quindi Pietro è più buono di Giovanni. Confrontando la condizione di Pietro, che vuole bene di più a Gesù, con la condizione di Giovanni, che è più amato da Gesù, Agostino dice: «Facile responderem meliorem Petrum, feliciorem Ioannem / È facile per me rispondere che Pietro è più buono [perché vuole più bene a Gesù] ma Giovanni è più felice [perché è amato di più da Gesù]». L’essere felice dipende dall’essere amato. Non dipende neppure dal nostro povero amore. Pietro è più buono perché vuole più bene a Gesù, ma Giovanni è più felice perché è più amato da Gesù.
Il Papa dice che la fede di Paolo è l’impatto dell’amore di Gesù sul suo cuore e così questa stessa fede, proprio perché è l’impatto dell’amore di Gesù sul suo cuore, desta ed è anche il povero amore di Paolo a Gesù. Questa attrattiva amorosa di Gesù, rendendo lieto il cuore di Paolo, desta anche il povero amore di Paolo a Gesù, povero come quello di Pietro.
Papa Benedetto, in un’udienza del mercoledì, commentando la domanda di Gesù a Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu?», ha insistito sulla differenza dei verbi greci che Gesù e Pietro usano. Gesù usa un verbo che indica un amore totalizzante («… mi ami tu?»). Pietro usa un verbo che esprime il povero amore umano («tu sai che ti voglio bene»). «Ti voglio bene così come è possibile a un povero uomo». Allora, la terza volta (è bellissimo come il Papa descrive questo!), Gesù si adegua al povero amore umano di Pietro e gli chiede semplicemente se gli vuole bene, così come un povero uomo può volere bene.
Leggo ora 1 Corinzi 15, 8 e seguenti. Anche qui Paolo descrive l’incontro con Gesù sulla via di Damasco: «In seguito, ultimo fra tutti…». Come è bello questo ultimo fra tutti! Nella liturgia ambrosiana il sacerdote che celebra la messa dice: «Nobis quoque minimis et peccatoribus». Nella liturgia romana dice solo: «Nobis quoque peccatoribus». Nella liturgia ambrosiana colui che celebra la santa messa, che sia il vescovo oppure l’ultimo prete, dice: «Anche a noi che siamo i più piccoli e peccatori». Così Paolo dice di essere l’ultimo, il più piccolo.
«In seguito ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io, infatti, sono l’ultimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me».
2. Paolo è sempre sospeso all’iniziativa di Gesù
Paolo è sempre sospeso all’iniziativa della grazia. E questa è una delle cose più impressionanti per chi legge le sue Lettere. Non solo l’inizio è grazia, non solo l’inizio è iniziativa di Gesù. Paolo è sempre sospeso all’iniziativa di Gesù, momento per momento. Come è nella realtà per ciascuno di noi. Ma l’esperienza di Paolo, da questo punto di vista, è di una drammaticità e di una bellezza uniche.
Vi leggo un brano, che già nel mio seminario mi confortava tanto, dalla seconda Lettera ai Corinzi, 12, 7 e seguenti. Allora mi colpivano le parole, ora il cammino della vita, per Sua grazia e Sua rinnovata misericordia, ha donato realtà a quelle parole.
La seconda Lettera ai Corinzi per me è la Lettera più bella perché è quella in cui Paolo – lo dice lui stesso – apre tutto il suo cuore (2Cor 6, 11). È la Lettera in cui Paolo di fronte alla «dolcezza e mitezza di Cristo» (2Cor 10, 1) descrive quello che lui è, l’inermità che lui è, la fragilità che lui è.
«Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia [comunque si legga questa “spina nella carne”, questa fragilità, questa tentazione, Paolo dice così]. A causa di questo [a causa di questa sofferenza] per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me [che allontanasse questa sofferenza, questa tentazione, questa fragilità]. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”». La Sua forza si manifesta pienamente nella debolezza.
Permettetemi di fare una piccola correzione a una frase che ho letto prima in un pannello della mostra su san Paolo. Non avrei scritto che Paolo è «orgoglioso della sua debolezza». Non si può essere orgogliosi della propria debolezza. Sant’Ireneo, commentando questo brano della seconda Lettera ai Corinzi, e avendo presente la gnosi (uno degli elementi essenziali dell’eresia gnostica è la non distinzione tra il bene e il male, fino a porre, ed Hegel lo teorizza, il male in Dio e da Dio), è attentissimo a distinguere la debolezza dalla grazia. La debolezza rende evidente la grazia. La debolezza, quando viene abbracciata, rende più evidente l’essere abbracciati. Ma il positivo è l’essere abbracciati, non la debolezza. Nella debolezza, che è la condizione umana, l’essere abbracciati gratuitamente da Gesù è più evidente. Quando un bambino è ammalato, la mamma e il papà è come se gli volessero più bene, ma non è un valore l’essere ammalato del bambino. È che quella debolezza rende più evidente l’essere amato. In un tempo in cui la gnosi culturalmente è egemone nella mentalità del mondo e tante volte anche nella Chiesa del Signore, come è importante questa distinzione! La debolezza non è in sé stessa un bene. La debolezza rende più evidente l’essere abbracciati quando si è abbracciati, l’essere amati quando si è amati. Rende più evidente la gratuità dell’essere amati. Il peccato è peccato e il peccato mortale merita l’inferno, come dice il Catechismo. Ma quando Gesù, dopo essere stato tradito, guardò Pietro (Lc 22, 61), quello sguardo rese più evidente l’amore di Gesù al povero Pietro.
«Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo». La debolezza è la condizione perché la Sua potenza si riveli con più evidenza a tutti.
3. Il Vangelo che Paolo trasmette
Due brevi cenni sull’annuncio di Paolo.
Che cosa annuncia Paolo? Innanzitutto quello che lui, a sua volta, ha ricevuto. Come è bello! Paolo non inventa nulla, annuncia quello che, a sua volta, ha ricevuto.
Vi leggo 1 Corinzi 15, 1 e seguenti. Questi versetti racchiudono tutto l’annuncio di Paolo. Tutto l’annuncio di Gesù Cristo.
«Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve lo ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano! Vi ho trasmesso, dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici». Paolo annuncia la testimonianza di Gesù. «La testimonianza di Dio» (1Cor 2, 1). La testimonianza che Dio ha dato col risuscitare Gesù dai morti. La testimonianza che Gesù Cristo ha dato di essere risorto col mostrarsi ai discepoli. Fa parte dell’essenza dell’annuncio cristiano il rendersi visibile del Risorto ai testimoni che Lui sceglie. Se non si fosse reso visibile ai testimoni, se non avesse dato Lui stesso testimonianza di essere risorto, la testimonianza degli apostoli sarebbe stata una loro invenzione.
Heinrich Schlier, che, secondo me, è il più grande esegeta che la Chiesa abbia avuto nel secolo scorso, come insiste su questo fatto! È Gesù che, rendendosi visibile, dà testimonianza di Sé stesso. È Gesù che, rendendosi visibile agli apostoli, facendosi toccare e mangiando con loro, testimonia della realtà della Sua risurrezione: «Tommaso, guarda e metti la tua mano» (cfr. Gv 20, 27). «Visus est, tactus est et manducavit. Ipse certe erat / Fu visto, fu toccato, mangiò. Era proprio Lui», dice sant’Agostino in un discorso contro gli gnostici, commentando l’apparizione di Gesù risorto agli apostoli dal Vangelo di Luca (Lc 24, 36-49).
È Gesù che, rendendosi visibile, testimonia di essere risorto, di essere vivo. La testimonianza degli apostoli è un riflesso della Sua testimonianza. Com’è importante questo! La luce della Chiesa è solo una luce riflessa. «Lumen gentium cum sit Christus / È Cristo la luce delle genti». La Chiesa riflette questa Sua luce come in uno specchio. Una delle frasi più belle di Paolo, che mi è così cara, dice: «Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo, come in uno specchio, la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine [il riflesso di Gesù è efficace: cambia la vita], di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2Cor 3, 18).
Paolo annuncia ciò che ha ricevuto, ciò che Gesù Cristo stesso ha testimoniato ai Suoi apostoli.
Un secondo cenno riguardo all’annuncio di Paolo. Anche questa cosa bellissima si legge nella prima Lettera ai Corinzi, 2, 1 e seguenti. L’annuncio di Gesù porta in sé la prova della sua verità. Non si tratta di dimostrare noi che Gesù è vivo. È Gesù stesso che mostrandosi, operando, dimostra di essere vivo. Altrimenti, aumentiamo il dubbio, nostro e degli altri. È Gesù che, agendo, e quindi mostrandosi, dimostra di essere vivo. La dimostrazione della verità del cristianesimo è l’agire e il mostrarsi di Gesù nel presente.
Schlier dice questo con un’espressione bellissima: «Il kerygma e i doni, il kerygma e i miracoli formano un tutt’uno». E Paolo lo dice più semplicemente che non il grande esegeta: «Anch’io, fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio [la testimonianza che Dio ha donato] con sublimità di parola e di sapienza. Io ritenni, infatti, di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. Io venni in mezzo a voi in debolezza [come è bello questo!] e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza [non voleva lui dimostrare che Gesù era reale], ma sulla manifestazione dello Spirito [cioè sul fatto che Gesù risorto si manifesta] e della sua potenza [sul Suo agire, sul Suo manifestarsi], perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (1Cor 2, 1-5).
La fede può essere fondata solo sulla potenza di Dio, cioè sull’agire di Gesù, sul manifestarsi di Gesù. Non si vince la paura della morte (cfr. Eb 2, 15) con gli argomenti di sapienza, con i nostri discorsi. La paura della morte è vinta quando Gesù, agendo nel presente, si fa riconoscere vivo. Gesù si dimostra reale, vivo, quando si mostra. Quando mostra la Sua azione, quando mostra la Sua potenza. «Con una prova totalmente Sua», scrive Schlier, che si sperimenta «come realtà tangibile».
Termino con le parole di Giovanni Battista Montini, nei suoi appunti sulle Lettere di san Paolo, scritti a Roma quando era giovane sacerdote, tra il 1929 e il 1933: «Nessuno più di lui [Paolo] ha sentito l’insufficienza umana e ha riconosciuto ed esaltato l’azione libera, da sé sola bastevole, necessaria per noi, della grazia di Dio Salvatore». È bellissimo! Libera: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15, 16). Da sé sola bastevole: «Ti basta la mia grazia» (2Cor 12, 9). Necessaria per noi: «Senza di me non potete fare nulla» (Gv 15, 5).
E Montini aggiunge una frase, commovente se si pensa anche alle umiliazioni ricevute: «Egli [Paolo] ha sentito il fastidio della sua presenza “contemptibilis” [disprezzabile]».
«Praesentia corporis infirma [scrive nella seconda Lettera ai Corinzi, 10, 10] / La presenza fisica è debole / et sermo contemptibilis / e la parola è da disprezzare».
«Egli ha sentito il fastidio della sua presenza contemptibilis. Ha provato desolanti depressioni di spirito».
Un’espressione di questa umanità così debole di Paolo si trova nella seconda Lettera ai Corinzi, 2, 12: «Giunto pertanto a Troade per annunciare il Vangelo di Cristo, sebbene la porta mi fosse aperta nel Signore [quindi gli era possibile annunciare il Vangelo di Cristo], non ebbi pace nello spirito perché non vi trovai Tito, mio fratello; perciò, congedandomi da loro, partii per la Macedonia». Paolo non ha neanche la forza di annunciare il Vangelo, se non ha il conforto della grazia del Signore che brilla riflessa sul volto di una persona cara. Cara semplicemente per questo riflesso di grazia.
E poi continua (2Cor 7, 5 e seguenti): «Da quando siamo giunti in Macedonia, la nostra carne [la nostra debole umanità] non ha avuto sollievo alcuno, ma da ogni parte siamo tribolati: battaglie all’esterno, timori al di dentro».
Com’è vero! «La Chiesa vive», dice la Lumen gentium, «tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio». Sant’Agostino, nel brano del De civitate Dei da cui è tratta questa frase, scrive che le persecuzioni del mondo provengono innanzitutto dall’interno della Chiesa. Anche perché le persecuzioni del mondo sono innanzitutto i nostri poveri peccati che fanno soffrire il cuore di chi è amato da Gesù e vuole bene a Gesù.
Continua Paolo: «Ma Dio che consola gli afflitti ci ha consolati con la venuta di Tito, e non solo con la sua venuta, ma con la consolazione che ha ricevuto da voi». Paolo che a Troade non aveva avuto la forza di annunciare il Vangelo, quando arriva Tito è confortato anche perché Tito gli parla dell’affetto che le persone di Corinto hanno per lui.
«A questa nostra consolazione si è aggiunta una gioia ben più grande per la letizia di Tito» (2Cor 7, 13). Perché non basta ricordare l’affetto di persone lontane, se chi ne parla non è lui stesso lieto, contento nel presente.
Quando vado a pregare sulla tomba di Paolo nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, a Roma, in ginocchio, ripeto sempre un inno: «Pressi malorum pondere, te, Paule, adimus supplices / Oppressi dal peso di tante contrarietà [innanzitutto dei nostri poveri peccati] veniamo a te, Paolo, supplici / […] quos insecutor oderas defensor inde amplecteris / [...] quelli che tu quando eri persecutore hai odiato, adesso come difensore li abbracci». In questo abbraccio, in questo essere amati da Gesù, anche attraverso gli amici di Gesù, possiamo ripetere: «L’amicizia è una virtù, ma l’essere amati non è una virtù, è la felicità».
Grazie.

Publié dans:PAPA PAOLO VI, SAN PAOLO APOSTOLO |on 7 octobre, 2013 |Pas de commentaires »
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