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SANTA TERESA D’AVILA DOTTORE DELLA CHIESA – (IL RICORDO DI PAOLO) – PAOLO VI, 1970

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PROCLAMAZIONE DI SANTA TERESA D’AVILA DOTTORE DELLA CHIESA – (IL RICORDO DI PAOLO)

OMELIA DEL SANTO PADRE PAOLO VI

Domenica, 27 settembre 1970

Noi abbiamo conferito, o meglio: Noi abbiamo riconosciuto il titolo di Dottore della Chiesa a Santa Teresa di Gesù. Il solo fatto di proferire il nome di questa Santa, singolarissima e grandissima, in questo luogo e in questa circostanza, solleva nelle nostre anime un tumulto di pensieri: il primo sarebbe quello di rievocare la figura di Teresa: la vediamo apparire davanti a noi, come donna eccezionale, come religiosa, che, tutta velata di umiltà, di penitenza e di semplicità, irradia intorno a sé la fiamma della sua vitalità umana e della sua vivacità spirituale, e poi come riformatrice e fondatrice d’uno storico e insigne Ordine religioso, e scrittrice genialissima e feconda, maestra di vita spirituale, contemplativa incomparabile e indefessamente attiva; . . . com’è grande! com’è unica! com’è umana! com’è attraente questa figura! Prima di parlare d’altro saremmo tentati a parlare di lei, di questa Santa, sotto tanti aspetti interessantissima. Ma non attendete da Noi, in questo momento, che vi parliamo della persona e dell’opera di Teresa di Gesù: basterebbe la duplice bibliografia raccolta nel volume preparato con tanta cura dalla nostra Sacra Congregazione per le Cause dei Santi per scoraggiare chi volesse condensare in brevi parole l’immagine storica e biografica di questa Santa, che sembra straripare dai lineamenti descrittivi nei quali si vorrebbe contenere. Del resto, non è su di lei propriamente che noi vogliamo ora fissare, per un istante, la nostra attenzione. Ma è sull’atto che noi abbiamo compiuto testé; sul fatto che incidiamo nella storia della Chiesa e che affidiamo alla pietà e alla riflessione del Popolo di Dio, sul conferimento, dicevamo, del titolo dottorale a Teresa di Avila, a Santa Teresa di Gesù, la grande Carmelitana.

FULGORI DI SAPIENZA NELLA SANTITÀ E il significato di questo atto è molto chiaro; un atto che intenzionalmente vuole essere luminoso, che potrebbe avere una sua simbolica immagine in una lampada accesa davanti all’umile e maestosa figura della Santa: luminoso per il fascio di raggi che la lampada del titolo dottorale proietta sopra di lei; e luminoso per un altro fascio di raggi, che questo stesso titolo dottorale proietta sopra di noi. Sopra di lei, Teresa: la luce del titolo mette in evidenza indiscutibili valori che già le erano ampiamente riconosciuti: la santità della vita, innanzitutto, valore questo già ufficialmente proclamato, fin dal 12 marzo 1622 – Santa Teresa era morta trenta anni prima -, dal nostro Predecessore Gregorio XV, nella celebre canonizzazione, che, con la nostra Carmelitana, iscrisse nell’albo dei Santi Ignazio di Loiola, Francesco Saverio, Isidoro Agricola, tutti gloria della Spagna cattolica, e con loro Filippo Neri, fiorentino- romano quest’ultimo; e mette in evidenza altresì «l’eminenza della dottrina», in secondo luogo, ma questa specialmente (Cfr. PROSPERO LAMBERTINI, poi Papa Benedetto XIV, De Servorum Dei beatificatione, IV, 2, c. 11, n. 13). La dottrina dunque di Santa Teresa d’Avila risplende dei carismi della verità, della conformità con la fede cattolica, dell’utilità per l’erudizione delle anime; e un altro possiamo particolarmente notare, il carisma della sapienza, che ci fa pensare all’aspetto più attraente e insieme più misterioso del dottorato di Santa Teresa, all’influsso cioè della divina ispirazione in questa prodigiosa e mistica scrittrice. Donde veniva a Teresa il tesoro della sua dottrina? Indubbiamente dalla sua intelligenza e dalla sua formazione culturale e spirituale, dalle sue letture, dalle conversazioni con grandi maestri di teologia e di spiritualità, da una sua singolare sensibilità, da una sua abituale ed intensa disciplina ascetica, dalla sua meditazione contemplativa, in una parola dalla sua corrispondenza alla grazia, accolta nell’anima straordinariamente ricca e preparata alla pratica e all’esperienza dell’orazione. Ma era soltanto questa la sorgente della sua «eminente dottrina?»? o non si devono riscontrare in Santa Teresa atti, fatti , stati, che non provengono da lei, ma che da lei sono subiti, che sono cioè così sofferti e passivi, mistici nel vero senso della parola, da doverli attribuire ad una azione straordinaria dello Spirito Santo? Siamo indubbiamente davanti ad un’anima nella quale l’iniziativa divina straordinaria si manifesta, e dalla quale essa è percepita e quindi descritta da Teresa, con un linguaggio letterario suo proprio, semplicemente, fedelmente, stupendamente.

CON TUTTE LE FORZE SALIRE A DIO Qui le questioni si moltiplicano. L’originalità dell’azione mistica è fra i fenomeni psicologici più delicati e più complessi, nei quali molti fattori possono intervenire, e obbligare l’osservatore alle più severe cautele; ma nei quali le meraviglie dell’anima umana si manifestano in modo sorprendente, ed una fra tutte più comprensiva: l’amore, che celebra nella profondità del cuore le sue espressioni più varie e più piene; amore che dovremo chiamare alla fine connubio, perché esso è l’incontro dell’amore divino inondante che discende all’incontro con l’amore umano, che tende a salire con tutte le forze; è l’unione con Dio più intima e più forte che ad anima vivente in questa terra sia dato sperimentare; e che diventa luce, diventa sapienza; sapienza delle cose divine, sapienza delle cose umane. Ed è di questi segreti che ci parla la dottrina di Teresa; sono i segreti dell’orazione. La sua dottrina è qui. Ella ha avuto il privilegio e il merito di conoscerli questi segreti per via di esperienza, vissuta nella santità d’una vita consacrata alla contemplazione e simultaneamente impegnata nell’azione, e di esperienza insieme patita e goduta nell’effusione di straordinari carismi spirituali. Teresa ha avuto l’arte di esporli questi medesimi segreti, tanto da classificarsi fra i sommi maestri della vita spirituale. Non indarno la statua, che colloca, come Fondatrice, la figura di Teresa in questa Basilica, reca l’iscrizione che ben definisce la Santa: Mater Spiritualium. Era già ammessa, si può dire per consenso unanime, questa prerogativa di Santa Teresa, di essere madre, d’essere maestra delle persone spirituali. Una madre piena d’incantevole semplicità, una maestra piena di mirabile profondità. Il suffragio della tradizione dei Santi, dei Teologi, dei Fedeli, degli studiosi le era già assicurato; noi lo abbiamo ora convalidato, facendo in modo che, ornata di questo titolo magistrale, ella abbia una più autorevole missione da compiere, nella sua Famiglia religiosa e nella Chiesa orante e nel mondo, con un suo messaggio perenne e presente: il messaggio dell’orazione.

IL MESSAGGIO DELL’ORAZIONE È questa la luce, resa oggi più viva e penetrante che il titolo di Dottore, conferito a Santa Teresa, riverbera sopra di noi. Il messaggio dell’orazione ! Viene a noi, figli della Chiesa, in un’ora segnata da un grande sforzo di riforma e di rinnovamento della preghiera liturgica; viene a noi, tentati dal grande rumore e dal grande impegno del mondo esteriore di cedere all’affanno della vita moderna e di perdere i veri tesori della nostra anima nella conquista dei seducenti tesori della terra. Viene a noi, figli del nostro tempo, mentre si va perdendo non solo il costume del colloquio con Dio, ma il senso del bisogno e del dovere di adorarlo e d’invocarlo. Viene a noi il messaggio della preghiera, canto e musica dello spirito imbevuto della grazia e aperto alla conversazione della fede, della speranza e della carità, mentre l’esplorazione psicanalitica scompone il fragile e complicato strumento che noi siamo, non più per trarne le voci dell’umanità dolorante e redenta, ma ascoltarne il torbido mormorio del suo subcosciente animale e le grida delle sue incomposte passioni e della sua angoscia disperata. Viene il messaggio sublime e semplice dell’orazione della sapiente Teresa, che ci esorta ad intendere «il grande bene che fa Dio ad un’anima, allorché la dispone a praticare con desiderio l’orazione mentale; . . . perché l’orazione mentale, a mio parere, altro non è che una maniera amichevole di trattare, nella quale ci troviamo molte volte a parlare, da solo a solo, con Colui che sappiamo che ci ama» (Vida, 8 , 4-5). In sintesi, questo il messaggio per noi di Santa Teresa di Gesù, Dottore della Santa Chiesa: ascoltiamolo e facciamolo nostro. Dobbiamo aggiungere due rilievi che ci sembrano importanti. Il primo è quello che osserva come Santa Teresa d’Avila sia la prima donna a cui la Chiesa conferisce questo titolo di Dottore; e questo fatto non è senza il ricordo della severa parola di San Paolo: Mulieres in Ecclesiis taceant (1 Cor. 14, 34): il che vuol dire, ancora oggi, come la donna non sia destinata ad avere nella Chiesa funzioni gerarchiche di magistero e di ministero. Sarebbe ora violato il precetto apostolico? Possiamo rispondere con chiarezza: no. In realtà, non si tratta di un titolo che comporti funzioni gerarchiche di magistero, ma in pari tempo dobbiamo rilevare che ciò non significa in nessun modo una minore stima della sublime missione che la donna ha in mezzo al Popolo di Dio. Al contrario, la donna, entrando a far parte della Chiesa con il Battesimo, partecipa del sacerdozio comune dei fedeli, che la abilita e le fa obbligo di «professare dinanzi agli uomini la fede ricevuta da Dio per mezzo della Chiesa» (Lumen gentium, c. 2, 11). E in tale professione di fede tante donne sono arrivate alle cime più elevate, fino al punto che la loro parola e i loro scritti sono stati luce e guida dei loro fratelli. Luce alimentata ogni giorno nel contatto intimo con Dio, anche nelle forme più nobili dell’orazione mistica, per la quale San Francesco di Sales non esita a dire che posseggono una speciale capacità. Luce fatta vita in maniera sublime per il bene e il servizio degli uomini.

AL DI SOPRA DI OGNI OSTACOLO: SENTIRE CON LA CHIESA Per questo il Concilio ha voluto riconoscere l’alta collaborazione con la grazia divina che le donne sono chiamate ad esercitare, per instaurare il Regno di Dio sulla terra, e nell’esaltare la grandezza della loro missione, non dubita di invitarle egualmente a cooperare «perché l’umanità non decada», per «riconciliare gli uomini con la vita», «per salvare la pace nel mondo» (VAT. II, Messaggio alle donne). In secondo luogo, non vogliamo tralasciare il fatto che Santa Teresa era spagnola e a buon diritto la Spagna la considera una delle sue glorie più grandi. Nella sua personalità si apprezzano le caratteristiche della sua patria: la robustezza di spirito, la profondità dei sentimenti, la sincerità di cuore, l’amore alla Chiesa. La sua figura si colloca in un’epoca gloriosa di santi e di maestri che distinguono il loro tempo con lo sviluppo della spiritualità. Li ascolta con l’umiltà della discepola, mentre allo stesso tempo sa giudicarli con la perspicacia di una grande maestra di vita spirituale, e come tale questi la considerano. D’altra parte, dentro e fuori delle frontiere patrie, si agitava violenta la tempesta della Riforma, opponendo tra di loro i figli della Chiesa. Ella per il suo amore alla verità e la sua intimità con il Maestro, ebbe ad affrontare amarezze e incomprensioni di ogni sorta e non sapeva dar pace al suo spirito dinanzi alla rottura dell’unità: «Ho sofferto molto – scrive – e come se io potessi qualcosa o fossi qualcosa piangevo con il Signore e lo supplicavo di rimediare tanto male» (Camino de perfección, c. 1, n. 2; BAC, 1962, 185). Questo suo sentire con la Chiesa, provato nel dolore alla vista della dispersione delle forze, la condusse a reagire con tutto il suo forte spirito castigliano nell’ansia di edificare il regno di Dio; decise di penetrare nel mondo che la circondava con una visione riformatrice per imprimergli un senso, un’armonia, un’anima cristiana. A distanza di cinque secoli, Santa Teresa di Avila continua a lasciare le orme della sua missione spirituale, della nobiltà del suo cuore assetato di cattolicità, del suo amore spoglio di ogni affetto terreno per potersi dare totalmente alla Chiesa. Prima del suo ultimo respiro, ella poté ben dire, come riepilogo della sua vita: «Finalmente, sono figlia della Chiesa!». In questa espressione, gradito presagio della gloria dei beati per Teresa di Gesù, vogliamo vedere l’eredità spirituale legata a tutta la Spagna. Vogliamo anche vedere un invito a tutti noi a farci eco della sua voce, a trasformarla in programma della nostra vita per poter ripetere con lei: siamo figli della Chiesa. Con la Nostra Apostolica Benedizione

ANGOLO DELLA LETTURA – TESTAMENTO SPIRITUALE DI PAOLO VI

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ANGOLO DELLA LETTURA – TESTAMENTO SPIRITUALE DI PAOLO VI

Il testo che segue, nostro primo suggerimento, è una mirabile visione della vita, del mondo, di se stessi in rapporto al concludersi del tempo terreno e alla prospettiva del tempo futuro. Una eternità già iniziata e che prepara il cuore a varcare la soglia dell’ultima Pasqua che unisce per sempre all’Agnello.

L’autore è G. B. Montini (1897-1978), pastore della Chiesa universale con il nome di Paolo VI, dal 21 giugno 1963 alla sua morte avvenuta il 6 agosto 1978, festa della Trasfigurazione del Signore.

Si tratta di una bella testimonianza, un racconto davvero esemplare, commovente, disarmante…

“Tempus resolutonis meae instat”.
È giunto il tempo di sciogliere le vele.
(2 Tm 4,6)
“Certus quod velox est depositio tabernaculi mei”.
Sono certo che presto dovrò lasciare questa mia tenda.
(2 Pt 1,14)
“Finis venit, venit finis”. La fine! Giunge la fine.
(Ez. 7,6)

Questa ovvia considerazione sulla precarietà della vita temporale e sull’avvicinarsi inevitabile e sempre più prossimo della sua fine si impone. Non è saggia la cecità davanti a tale immancabile sorte, davanti alla disastrosa rovina che porta con sé, davanti alla misteriosa metamorfosi che sta per compiersi nell’essere mio, davanti a ciò che si prepara.
Vedo che la considerazione prevalente si fa estremamente personale: Io, chi sono? che cosa resta di me? dove vado? e perciò estremamente morale: Che cosa devo fare? Quali sono le mie responsabilità? E vedo anche che rispetto alla vita presente è vano avere speranze; rispetto ad essa si hanno dei doveri e delle aspettative funzionali e momentanee; le speranze sono per l’al di là.
E vedo che questa suprema considerazione non può svolgersi in un monologo soggettivo, nel solito dramma umano che al crescere della luce fa crescere l’oscurità del destino umano; deve svolgersi a dialogo con la Realtà divina, donde vengo e dove certamente vado; secondo la lucerna che Cristo ci pone in mano per il grande passaggio. Credo, o Signore.
L’ora viene. Da qualche tempo ne ho il presentimento. Più ancora che la stanchezza fisica, pronta a cedere ad ogni momento, il dramma delle mie responsabilità sembra suggerire come soluzione provvidenziale il mio esodo da questo mondo, affinché la Provvidenza possa manifestarsi e trarre la Chiesa a migliori fortune.
La Provvidenza ha, sì, tanti modi d’intervenire nel gioco formidabile delle circostanze che stringono la mia pochezza; ma quello della mia chiamata all’altra vita pare ovvio, perché altri subentri più valido e non vincolato dalle presenti difficoltà. “Servus inutilis sum”. Sono un servo inutile.
“Ambulate dum lucem habetis”. Camminate finchè avete la luce. (Jo. 12, 35)
Ecco: mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce.
Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata da infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così belle, così attraenti, così nostalgiche, e così chiare ormai per denunciare il loro passato irrecuperabile e per irridere al loro disperato richiamo. Vi è la luce che svela la delusione d’una vita fondata su beni effimeri e su speranze fallaci. Vi è quella di oscuri e ormai inefficaci rimorsi.
Vi è quella della saggezza che finalmente intravede la vanità della cose e il valore della virtù che doveva caratterizzare il corso della vita: “Vanitas vanitatum“. Vanità della vanità.
Quanto a me vorrei avere finalmente una nozione riassuntiva e sapiente sul mondo e sulla vita: penso che tale nozione dovrebbe esprimersi in riconoscenza: tutto era dono, tutto era grazia; e com’era bello il panorama attraverso il quale si è passati; troppo bello, tanto che ci si è lasciati attrarre ed incantare, mentre doveva apparire segno e invito.
Ma, in ogni modo, sembra che il congedo debba esprimersi in un grande e semplice atto di riconoscenza, anzi di gratitudine: questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d’essere cantato in gaudio e in gloria: la vita, la vita dell’uomo!
Né meno degno d’esaltazione e di felice stupore è il quadro che circonda la vita dell’uomo: questo mondo immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità. È un panorama incantevole. Pare prodigalità senza misura. Assale, a questo sguardo quasi retrospettivo, il rammarico di non aver osservato quanto meritavano le meraviglie della natura, le ricchezze sorprendenti del macrocosmo e del microcosmo.
Perché non ho studiato abbastanza, esplorato, ammirato la stanza nella quale la vita si svolge? Quale imperdonabile distrazione, quale riprovevole superficialità!

Tuttavia, almeno in extremis, si deve riconoscere che quel mondo, “qui per Ipsum factus est“, che è stato fatto per mezzo di Lui, è stupendo. Ti saluto e ti celebro all’ultimo istante, sì, con immensa ammirazione; e, come si diceva, con gratitudine: tutto è dono; dietro la vita, dietro la natura, l’universo, sta la Sapienza; e poi, lo dirò in questo commiato luminoso, (Tu ce lo hai rivelato, o Cristo Signore) sta l’Amore!
La scena del mondo è un disegno, oggi tuttora incomprensibile per la sua maggior parte, d’un Dio Creatore, che si chiama il Padre nostro che sta nei cieli!
Grazie, o Dio, grazie e gloria a Te, o Padre!
In questo ultimo sguardo mi accorgo che questa scena affascinante e misteriosa è un riverbero, è un riflesso della prima ed unica Luce; è una rivelazione naturale d’una straordinaria ricchezza e bellezza, la quale doveva essere una iniziazione, un preludio, un anticipo, un invito alla visione dell’invisibile Sole, “quem nemo vidit unquam“, che nessuno ha mai visto (cfr. Jo. 1,18): “unigenitus Filius, qui est in sinu Patris, Ipse enarravit”, il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato. Così sia, così sia.
Ma ora, in questo tramonto rivelatore, un altro pensiero, oltre a quello dell’ultima luce vespertina, presagio dell’eterna aurora, occupa il mio spirito: ed è l’ansia di profittare dell’undicesima ora, la fretta di fare qualche cosa d’importante prima che sia troppo tardi. Come riparare le azioni mal fatte, come ricuperare il tempo perduto, come afferrare in quest’ultima possibilità di scelta “l’unum necessarium?”, la sola cosa necessaria?
Alla gratitudine succede il pentimento. Al grido di gloria verso Dio Creatore e Padre succede il grido che invoca misericordia e perdono. Che almeno questo io sappia fare: invocare la Tua bontà, e confessare con la mia colpa la Tua infinita capacità di salvare. “Kyrie eleison; Christe eleison; Kyrie eleison”. Signore pietà; Cristo pietà; Signore pietà.
Qui affiora alla mente la povera storia della mia vita, intessuta, per un verso, dall’ordito di singolari e innumerevoli benefici, derivanti da un’ineffabile bontà (è questa che, spero, potrò un giorno vedere ed “in eterno cantare”); e, per l’altro, attraversata da una trama di misere azioni, che si preferirebbe non ricordare, tanto sono manchevoli, imperfette, sbagliate, insipienti, ridicole. “Tu scis insipientiam meam”. Dio, Tu conosci la mia stoltezza (Ps. 68,6). Povera vita stentata, gretta meschina, tanto tanto bisognosa di pazienza, di riparazione, d’infinita misericordia. Sempre mi pare suprema la sintesi di S. Agostino: miseria et misericordia. Miseria mia, misericordia di Dio.
Ch’io possa almeno ora onorare Chi Tu sei, il Dio d’infinita bontà, invocando, accettando, celebrando la Tua dolcissima misericordia.
E poi un atto, finalmente, di buona volontà: non più guardare indietro, ma fare volentieri, semplicemente, umilmente, fortemente, il dovere risultante dalle circostanze in cui mi trovo, come Tua volontà.
Fare presto, fare tutto, fare bene. Fare lietamente: ciò che ora Tu vuoi da me, anche se supera immensamente le mie forze e se mi chiede la vita. Finalmente, a quest’ultima ora.
Curvo il capo ed alzo lo spirito. Umilio me stesso ed esalto Te, Dio, “la cui natura è bontà” (S. Leone). Lascia che in questa ultima veglia io renda omaggio, a Te, Dio vivo e vero, che domani sarai il mo giudice, e che dia a Te la lode che più ambisci, il nome che preferisci: sei Padre.
Poi io penso, qui davanti alla morte, maestra della filosofia della vita, che l’avvenimento fra tutti più grande fu per me, come lo è per quanti hanno pari fortuna, l’incontro con Cristo, la Vita. Tutto qui sarebbe da rimeditare con la chiarezza rivelatrice che la lampada della morte dà a tale incontro.
“Nihil enim nobis nasci profuit, nisi redimi profuisset”
A nulla infatti ci sarebbe valso il nascere se non ci avesse servito ad essere redenti.
Questa è la scoperta del preconio pasquale, e questo è il criterio di valutazione d’ogni cosa riguardante l’umana esistenza ed il suo vero ed unico destino, che non si determina se non in ordine a Cristo: “O mira circa nos tuae pietatis dignitario”. O meravigliosa pietà del tuo amore per noi! Meraviglia delle meraviglie, il mistero della nostra vita in Cristo.
Qui la fede, qui la speranza, qui l’amore cantano la nascita e celebrano le esequie dell’uomo.

Io credo, io spero, io amo, nel nome Tuo, o Signore.
E poi ancora mi domando: perché hai chiamato me, perché mi hai scelto?
Così inetto, così renitente, così povero di mente e di cuore? Lo so: “quae stulta sunt mundi elegit Deus… ut non glorietur omnis caro in conspecto eius”. Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. (1 Cor. 1,27-28).
La mia elezione indica due cose: la mia pochezza; la Tua libertà, misericordiosa e potente. La quale non si è fermata nemmeno davanti alla mia capacità di tradirTi: “Deus meus, Deus meus, audebo dicere, … in quodam aestatis tripudio de Te praesumendo dicam: nisi quia Deus es. Nos Te provocamus ad iram. Tu autem conducis nos ad misericordiam!”. Mio Dio, mio Dio, oserò dire … in un estatico tripudio di Te dirò con presunzione: se non fossi Dio, saresti ingiusto, poiché abbiamo peccato gravemente … e Tu Ti plachi. Noi Ti provochiamo all’ira, e Tu invece ci conduci alla misericordia! (PL. 40, 1150).
Ed eccomi al Tuo servizio, eccomi al tuo amore.
Eccomi in uno stato di sublimazione, che non mi consente più di ricadere nella mia psicologia istintiva di pover’uomo, se non per ricordarmi la realtà del mio essere, e per reagire nella più sconfinata fiducia con la risposta, che da me è dovuta: “amen, fiat; Tu scis quia amo Te”, così sia, così sia. Tu lo sai che ti voglio bene. Uno stato di tensione subentra, e fissa in atto permanente di assoluta fedeltà la mia volontà di servizio per amore: “In finem dilexit“, amò fino alla fine. “Ne permittas me separari a Te”. Non permettere che io mi separi da Te.
Il tramonto della vita presente, che sognerebbe d’essere riposato e sereno, deve essere invece uno sforzo crescente di vigilia, di dedizione, di attesa. È difficile; ma è così che la morte sigilla la meta del pellegrinaggio terreno e fa ponte per il grande incontro con Cristo nella vita eterna. Raccolgo le ultime forze, e non recedo dal dono totale, compiuto, pensando al Tuo: “consummatum est“, tutto è compiuto.
Ricordo il preannuncio fatto dal Signore a Pietro sulla morte dell’apostolo: “amen, amen dico tibi… cum… senueris, extendes manus tuas, et alius te cinget, et ducet quo tu non vis. Hoc autem (Jesus) dixit significans qua morte (Petrus) clarificaturus esset Deum. Et, cum hoc dixisset, dicit ei: sequere me”. In verità, in verità ti dico … quando sarai vecchio, tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà e ti porterà dove tu non vuoi. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”. (Jo. 21, 18-19).
Ti seguo; ed avverto che non posso uscire nascostamente dalla scena di questo mondo; mille fili mi legano alla famiglia umana, mille alla comunità, che è la Chiesa. Questi fili si romperanno da sé; ma io non posso dimenticare ch’essi richiedono da me qualche supremo dovere. “Discessus pius“, morte pia.
Avrò davanti allo spirito la memoria del come Gesù si congedò dalla scena temporale di questo mondo. Da ricordare come Egli ebbe continua previsione e frequente annuncio della sua passione, come misurò il tempo in attesa della “sua ora”, come la coscienza dei destini escatologici riempì il suo animo ed il suo insegnamento, e come dell’imminente sua morte parlò ai discepoli nei discorsi dell’ultima cena; e finalmente come volle che la sua morte fosse perennemente commemorata mediante l’istituzione del sacrificio eucaristico: “mortem Domini annuntiabitis donec veniat”. Annunzierete la morte del Signore finché Egli venga.
Un aspetto su tutti gli altri principale: “tradidit semetipsum“, ha dato se stesso per me; la sua morte fu sacrificio; morì per gli altri, morì per noi.
La solitudine della morte fu ripiena della presenza nostra, fu pervasa d’amore: “dilexit Ecclesiam“, amò la Chiesa (ricordare “le mystère de Jésus”, di Pascal). La sua morte fu rivelazione del suo amore per i suoi: “In finem dilexit ”, amò fino alla fine.
E dell’amore umile e sconfinato diede al termine della vita temporale esempio impressionante (cfr. la lavanda dei piedi), e del suo amore fece termine di paragone e precetto finale. La sua morte fu testamento d’amore. Occorre ricordarlo.
Prego pertanto il Signore che mi dia grazia di fare della mia prossima morte dono d’amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l’ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all’estremo momento della vita si ha il coraggio di fare.
Vorrei finalmente comprenderla tutta nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua complessa, totale e unitaria composizione, nella sua umana e imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e nelle miserie di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità. Corpo mistico di Cristo.
Vorrei abbracciarla, salutarla, amarla, in ogni essere che la compone, in ogni Vescovo e sacerdote che la assiste e la guida, in ogni anima che la vive e la illustra; benedirla. Anche perché non la lascio, non esco da lei, ma più e meglio con essa mi unisco e mi confondo: la morte è un progresso nella comunione dei Santi.
Qui è da ricordare la preghiera finale di Gesù (Jo. 17). Il Padre e i miei; questi sono tutti uno; nel confronto col male ch’è sulla terra e nella possibilità della loro salvezza; nella coscienza suprema ch’era mia missione chiamarli, rivelare loro la verità, farli figli di Dio e fratelli tra loro: amarli con l’Amore, ch’è in Dio, e che da Dio, mediante Cristo, è venuto nell’umanità e dal ministero della Chiesa, a me affidato, è ad essa comunicato.
O uomini, comprendetemi; tutti vi amo nell’effusione dello Spirito Santo, ch’io, ministro, dovevo a voi partecipare. Così vi guardo, così vi saluto, così vi benedico. Tutti. E voi, a me più vicini, più cordialmente. La pace sia con voi.
E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò?
Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo. Amen. Il Signore viene. Amen.

Publié dans:PAPA PAOLO VI |on 8 août, 2015 |Pas de commentaires »

PAOLO VI – FESTIVITÀ DEI SS. APOSTOLI PIETRO E PAOLO (1975)

http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/angelus/1975/documents/hf_p-vi_ang_19750629.html

PAOLO VI

ANGELUS DOMINI

FESTIVITÀ DEI SS. APOSTOLI PIETRO E PAOLO

Domenica, 29 giugno 1975

Eccoci alla festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo; che ci richiamano agli aspetti umani, storici e visibili della Chiesa cattolica e ce ne fanno intuire il mistero, cioè la presenza vivente di Cristo nell’umanità associata come corpo al Capo: «Ecco, disse Gesù, congedandosi dall’a scena visibile di questo mondo, io sono con voi fino alla fine del tempo» (Matth. 28, 20). Dei due Apostoli, uno, dice Prudenzio, un poeta cristiano, della seconda metà del IV secolo, rappresenta più chiaramente la vocazione delle genti, l’universalità cattolica, è S. Paolo; l’altro, il centro, la cattedra, l’unità della Chiesa, è S. Pietro (Cfr. PL 60, 322 ss. ). Intorno a questi due cardini si svolge il movimento storico del cristianesimo, che dagli Apostoli si trasmette con successione fedele di generazione in generazione, diffondendo nell’umanità i tesori della redenzione, la fede, la grazia, la carità, in tensione verso la santità, l’unità finale. Noi, a cui la Provvidenza ha affidato il tremendo e ineffabile ufficio della successione apostolica, organica e centrale, siamo i primi ad ammirare, ad onorare, a servire il disegno divino operante nell’umile nostra persona, e irradiante nel quadro dell’intera umanità.
Pregate per noi, oggi, fratelli tutti e figli carissimi, affinché siamo fedeli (1 Cor. 4, 2) al nostro mandato apostolico, il quale, appunto in omaggio all’intrinseca fedeltà, che esso reclama, vorrebbe essere diffusivo, comunicativo, offerto agli uomini del nostro tempo, ai Giovani specialmente. Al vespro di questa sera noi saremo felici di trasmettere le misteriose e umanissime potestà sacerdotali, qui, su questa Piazza a 359 Diaconi, provenienti da tutti i Continenti, comprese le Isole del Pacifico (uno mancherà, il Diacono Millard Boyer, richiamato in America per la morte dei Genitori e di due Zii, periti nel disastro aviatorio di New York; erano in viaggio per assistere qui all’ordinazione del Diacono stesso: pregate per lui, pregate per questi suoi Defunti; non sarà vana questa tragedia per i fini trascendenti della nostra cerimonia). La virtù apostolica non è spenta; essa vuol dare di sé, nel nome di Pietro e di Paolo, la testimonianza del suo perenne primaverile vigore. Ai Giovani, dicevamo, specialmente; a quelli che vogliono accogliere l’invito di Cristo, per dare alla loro vita il senso ed il valore eroico di giovare alla salvezza del mondo. Che Maria regina degli Apostoli, ci assista.

 

IL VIAGGIO DI PAOLO VI IN TERRA SANTA, 1963

http://www.30giorni.it/articoli_id_78519_l1.htm

IL VIAGGIO DI PAOLO VI IN TERRA SANTA

«Una visita orante ai luoghi santificati dalla vita, passione e risurrezione di Gesù»

Il pellegrinaggio di Papa Francesco in Terra Santa è avvenuto cinquanta anni dopo quello di Papa Montini. Ripubblichiamo alcuni brani dai discorsi pronunciati da Paolo VI durante il suo viaggio, compiuto dal 4 al 6 gennaio 1964 (tratto da 30Giorni n. 2, 2000)

4 dicembre 1963

Annunzio del pellegrinaggio ai padri conciliari alla chiusura della II sessione del Concilio Vaticano II
[…] Tanto è viva in noi la convinzione che per la felice conclusione finale del Concilio occorre intensificare preghiere ed opere, che abbiamo deliberato, dopo matura riflessione e non poca preghiera, di farci noi stessi pellegrini alla Terra di Gesù nostro Signore.
Vogliamo infatti recarci, se Dio ci assiste, nel prossimo mese di gennaio, in Palestina, per onorare personalmente, nei luoghi santi, ove Cristo nacque, visse, morì e risorto salì al Cielo, i misteri primi della nostra salvezza: l’incarnazione e la redenzione. Vedremo quel suolo benedetto, donde Pietro partì e dove non ritornò più un suo successore; noi umilissimamente e brevissimamente vi ritorneremo in segno di preghiera, di penitenza e di rinnovazione per offrire a Cristo la sua Chiesa, per chiamare ad essa unica e santa i Fratelli separati, per implorare la divina misericordia in favore della pace fra gli uomini, la quale in questi giorni mostra ancora quanto sia debole e tremante, per supplicare Cristo Signore per la salvezza di tutta la umanità. Che la Madonna Santissima guidi i nostri passi, che gli apostoli Pietro e Paolo e tutti i santi ci assistano benigni dal Cielo.

4 gennaio 1964

Discorso all’aeroporto di Roma
[…] È stato detto giustamente che il Successore del primo degli apostoli ritorna dopo venti secoli di storia là, di dove Pietro è partito, portatore del messaggio cristiano. E di fatto vuol essere il nostro un ritorno alla culla del cristianesimo, ove il granello di senapa dell’evangelica similitudine ha messo le prime radici, estendendosi come albero frondoso, che ormai ricopre con la sua ombra tutto il mondo (cfr. Mt 13,31s); una visita orante ai luoghi santificati dalla vita, passione e risurrezione di nostro Signore.
È un pellegrinaggio di preghiera e di penitenza, per una partecipazione più intima e vitale ai Misteri della Redenzione, e per proclamare sempre più alto davanti agli uomini, come annunziammo nel nostro primo messaggio Urbi et orbi, che «solo nel Vangelo di Gesù è la salvezza aspettata e desiderata: “Poiché non c’è sotto il cielo altro nome dato agli uomini, mercè il quale abbiamo ad essere salvati” (At 4,12)».
In questi giorni, in cui la Liturgia sacra ricorda il Principe della pace, noi chiederemo a Lui di dare al mondo questo dono prezioso, e di consolidarlo sempre più fra gli uomini, nelle famiglie, tra i popoli.
Presenteremo a Cristo la sua Chiesa, nel suo proposito di fedeltà al comandamento dell’amore e dell’unione, da Lui lasciatole come suo estremo mandato. Porteremo sul Santo Sepolcro e sulla Grotta della Natività i desideri dei singoli, delle famiglie, delle nazioni; soprattutto le aspirazioni, le ansie, le pene dei malati, dei poveri, dei diseredati, degli afflitti, dei profughi; di quanti soffrono, di coloro che piangono, di coloro che hanno fame e sete di giustizia. […]

4 gennaio 1964
Discorso davanti alla porta di Damasco all’arrivo a Gerusalemme
Signor governatore, signor sindaco, abitanti di Gerusalemme, e voi tutti che siete venuti da vicino o da lontano per circondarci in questo istante.
[…] Oggi si realizza per noi ciò che ha fatto l’oggetto di tanti desideri di tanti uomini all’epoca dei patriarchi e dei profeti, di tanti pellegrini venuti da venti secoli a visitare la tomba di Cristo. Oggi possiamo gridare con l’autore sacro: «Finalmente i nostri piedi calpestano adesso la soglia delle tue porte, Gerusalemme» (Sal 122,2) e aggiungere con lui in tutta verità: «Ecco il giorno che il Signore ha fatto: giorno di gioia e d’allegrezza» (Sal 117,24).
Dal più profondo del nostro cuore ringraziamo Iddio onnipotente di averci condotto fino a questo luogo e fino a quest’ora. Vi invitiamo tutti a unirvi alla nostra azione di grazie.
La nostra riconoscenza si indirizza prima di tutto alle autorità per l’accoglienza piena di fervore che ci hanno dedicato.
Agli abitanti di Gerusalemme diciamo la nostra stima per lo spirito religioso e per le nobili tradizioni di cortesia e di ospitalità verso tutti i pellegrini dei luoghi santi. Li invitiamo ad alzare con noi le loro mani e i loro cuori verso il cielo per far discendere sulla loro santa città l’abbondanza delle benedizioni divine.
Ai nostri cari figli cattolici e a tutti quelli che si onorano del nome cristiano diciamo: entrate con noi nello spirito di questo pellegrinaggio. Venite con noi a mettere i vostri passi sulle orme di quelli di Cristo, a salire con Lui al Calvario, a venerare la sua tomba sempre gloriosa da dove è uscito pieno di vita dopo aver vinto la morte e redento il mondo. Venite con noi a offrirgli la sua Chiesa sugli stessi luoghi dove Egli ha versato il suo sangue per lei. […]

4 gennaio 1964
Nella Basilica del Santo Sepolcro e al Calvario
[…] Ecco, o Signore Gesù, noi siamo venuti come ritornano i rei al luogo e al corpo del loro delitto; noi siamo venuti come chi ti ha seguito, ma ti ha anche tradito, fedeli infedeli tante volte siamo stati; noi siamo venuti per riconoscere il misterioso rapporto fra i nostri peccati e la tua passione; opera nostra, opera tua; noi siamo venuti per batterci il petto, per domandarti perdono, per invocare la tua misericordia; noi siamo venuti perché sappiamo che tu ci puoi perdonare; perché Tu hai espiato per noi, Tu sei la nostra unica redenzione. Tu sei la nostra speranza. […]

Discorso ai patriarchi orientali cattolici
[…] Grande è la nostra gioia nell’incontrarvi. Siamo venuti qui in pellegrinaggio, voi lo sapete, per seguire i passi di Cristo nella «santa e gloriosa Sion, madre di tutte le Chiese», per riprendere una frase della antica liturgia gerosolimitana di san Giacomo. Il luogo della vita, passione e risurrezione del Signore è infatti quello in cui la Chiesa è nata. Nessuno può dimenticare che quando Dio volle scegliersi come uomo una patria, una lingua, una famiglia in questo mondo, le prese dall’Oriente. All’Oriente chiese gli apostoli. «E prima di tutto in Palestina gli apostoli sparsero la fede in Gesù Cristo e fondarono Chiese. Poi partirono per il mondo e vi annunziarono la stessa dottrina e fede» (Tertulliano). Ogni nazione riceveva il buon seme della loro predicazione nella mentalità e cultura che le erano proprie. Ciascuna Chiesa locale cresceva con la propria personalità, i propri usi, la maniera propria di celebrare i medesimi misteri senza che questo recasse nocumento all’unità della fede e alla comunione di tutti nella carità e nel rispetto dell’ordine stabilito da Cristo. Questa è l’origine della nostra diversità nell’unità, della nostra cattolicità, nota sempre essenziale della Chiesa di Cristo e della quale lo Spirito Santo ci concede di fare una nuova esperienza nel nostro tempo e nel Concilio. […]

5 gennaio 1964
Indirizzo al presidente d’Israele Zalman Shazar
[…] Noi vorremmo che le nostre prime parole esprimessero tutta l’emozione che noi proviamo vedendo coi nostri occhi e calcando coi nostri piedi questa Terra dove vissero un tempo i patriarchi, nostri padri nella fede, questa Terra dove risuonò per tanti secoli la voce dei profeti, che parlavano nel nome del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, questa Terra, infine e soprattutto, che la presenza di Gesù Cristo ha reso ormai benedetta e sacra per i cristiani, e, si può dire, per l’intero genere umano.
Vostra eccellenza sa, e Dio ci è testimone, che noi in questa visita non siamo guidati da alcuna considerazione che non sia di ordine puramente spirituale. Noi veniamo come pellegrini; noi veniamo a venerare i luoghi santi; noi veniamo per pregare. […]

Saluto di congedo dal presidente israeliano
[…] Siamo venuti tra voi con i sentimenti di Colui che noi abbiamo coscienza di rappresentare, e che i profeti hanno annunciato fin dal loro tempo, col nome di «Principe della pace». Vogliamo dire che noi non nutriamo, verso tutti gli uomini e verso tutti i popoli, che pensieri di bontà. La Chiesa, infatti, li ama ugualmente tutti.
Il nostro grande predecessore Pio XII l’ha affermato con forza e in varie riprese, nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, e tutto il mondo sa che cosa egli ha fatto per la difesa e la salvezza di tutti coloro che erano nella prova, senza alcuna distinzione. E tuttavia, voi lo sapete, si sono lanciate supposizioni e anche delle accuse contro la memoria di questo grande Pontefice. Noi siamo felici di aver occasione per affermare in questo giorno e in questo luogo: nulla di più ingiusto di questo attentato contro una sì venerabile memoria.
Coloro che, come noi, hanno conosciuto da vicino quest’anima mirabile, sanno fin dove giungeva la sua sensibilità, la sua compassione verso le sofferenze umane, il suo coraggio e la sua delicatezza di cuore.
E lo sapevano bene anche coloro che, all’indomani della guerra, si recarono, con le lacrime agli occhi, a ringraziarlo per aver loro salvato la vita. Veramente, sull’esempio di Colui che rappresenta qui in terra, il Papa non desidera nulla quanto il vero bene di tutti gli uomini.
Noi formuliamo ora i migliori voti per voi, al termine di questa visita, compiacendoci di pensare che i nostri figli cattolici, che vivono in questa Terra, continueranno a godere dei diritti e delle libertà che oggi normalmente sono riconosciuti a tutti. […]

6 gennaio 1964
Omelia a Betlemme
[…] Noi vorremmo innanzitutto presentarci, ancora una volta, a questo mondo in cui noi ci troviamo. Siamo i rappresentanti e promotori della religione cristiana. Abbiamo certezza di promuovere una causa che viene da Dio; siamo i discepoli, gli apostoli, i missionari di Gesù, Figlio di Dio e Figlio di Maria, il Messia, il Cristo. Siamo i continuatori della sua missione, gli araldi del suo messaggio, i ministri della sua religione, che sappiamo avere tutte le garanzie divine della verità. Non abbiamo altro interesse che quello di annunziare questa nostra fede. Non chiediamo nulla, eccetto la libertà di professare e di offrire a chi liberamente la accoglie questa religione, questo rapporto fra gli uomini e Dio instaurato da Gesù, nostro Signore.
Poi vogliamo aggiungere un’altra cosa che preghiamo il mondo di volere lealmente considerare. È lo scopo immediato della nostra missione; ed è questo: noi desideriamo operare per il bene del mondo. Per il suo interesse, per la sua salvezza. Pensiamo anzi che la salvezza che noi gli offriamo sia necessaria.
Questa nostra affermazione ne implica molte altre. E cioè noi guardiamo al mondo con immensa simpatia. Se il mondo si sente estraneo al cristianesimo, il cristianesimo non si sente estraneo al mondo, qualunque sia l’aspetto che esso presenta e il contegno che esso gli ricambia. Sappia il mondo d’essere stimato ed amato da chi rappresenta e promuove la religione cristiana con una dilezione superiore ed inesauribile. È l’amore che la nostra fede mette nel cuore della Chiesa, la quale non fa che servire da tramite dell’amore immenso, meraviglioso di Dio verso gli uomini.
Questo vuol dire che la missione del cristianesimo è una missione di amicizia in mezzo alla umanità, una missione di comprensione, d’incoraggiamento, di promozione, di elevazione; diciamo ancora di salvezza. Noi sappiamo che l’uomo oggi ha la fierezza di voler fare da sé, e fa delle cose nuove e stupende; ma queste cose non lo fanno più buono, non lo fanno felice, non risolvono i problemi umani nel loro fondo, nella loro durata, nella loro generalità. Noi sappiamo che l’uomo soffre di dubbi atroci. Noi sappiamo che nella sua anima vi è tanta oscurità, tanta sofferenza. Noi abbiamo una parola da dire, che crediamo risolutiva. E tanto più noi osiamo offrirla, perché essa è umana. […] 

PAPA PAOLO VI, MESSAGGIO PER LA GIORNATA DELLA PACE 1971

http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/messages/peace/documents/hf_p-vi_mes_19701114_iv-world-day-for-peace.html

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI PER LA CELEBRAZIONE DELLA IV GIORNATA DELLA PACE

1° GENNAIO 1971

OGNI UOMO È MIO FRATELLO

UOMINI DEL 1971!

Sul quadrante della Storia del mondo
l’indice del tempo,
del nostro tempo,
segna l’inizio d’un anno nuovo: questo,
che noi vogliamo inaugurare, come già altri precedenti,
col nostro augurio, affettuoso,
col nostro messaggio di Pace:
Pace a voi, Pace al mondo.

Ascoltateci. Vale la pena. Sì, è la solita parola la nostra: pace.
Ma è la parola, di cui il mondo ha bisogno; un bisogno urgente, che la rende nuova.

Apriamo gli occhi sull’alba di questo nuovo anno, e osserviamo due ordini di fatti generali, i quali investono il mondo, i popoli, le famiglie, le singole persone. Questi fatti, a noi sembra, incidono profondamente e direttamente sui nostri destini. Ciascuno di noi ne può essere l’oroscopo.
Osservate un primo ordine di fatti. Veramente non è un ordine, ma un disordine. Perché i fatti, che colleghiamo in questa categoria, segnano tutti un ritorno a pensieri e ad opere, che l’esperienza tragica della guerra pareva avesse, o dovesse avere annullati. Alla fine della guerra tutti avevano detto: basta. Basta a che cosa? Basta a tutto ciò che aveva generato la carneficina umana e l’immane rovina. Subito dopo la guerra, all’inizio di questa generazione, l’umanità ebbe un lampo di coscienza: bisogna non solo comporre le tombe, medicare le ferite, restaurare i disastri, ridare alla terra una faccia nuova e migliore, ma bisogna togliere le cause della conflagrazione subìta. Le cause: questa fu l’idea sapiente; cercarle, eliminarle. Il mondo respirò. Davvero parve che stesse per nascere un’epoca nuova, quella della pace universale.(1) Tutti parvero disposti a mutamenti radicali, in vista di evitare nuovi conflitti. Dalle strutture politiche, sociali, economiche si giunse a prospettare un orizzonte di stupende innovazioni morali e sociali; si parlò di giustizia, di diritti umani, di promozione dei deboli, di convivenza ordinata, di collaborazione organizzata, di unione mondiale. Grandi gesti sono stati compiuti; i vincitori, ad esempio, si sono fatti soccorritori dei vinti; grandi istituzioni sono state fondate; il mondo cominciò ad organizzarsi su principii di solidarietà e di benessere comune. Il cammino verso la pace, come condizione normale e statutaria della vita del mondo, parve definitivamente tracciato.
Se non che, che cosa vediamo dopo venticinque anni di questo reale e idilliaco progresso? Vediamo, innanzi tutto, che le guerre, qua e là, infieriscono ancora, e sembrano piaghe inguaribili, che minacciano di allargarsi e aggravarsi. Vediamo continuare e, qua e là, crescere le discriminazioni sociali, razziali, religiose. Vediamo risorgere la mentalità d’una volta; l’uomo sembra riattestarsi su posizioni psicologiche prima, politiche poi, del tempo passato. Risorgono i dèmoni di ieri. Ritorna la supremazia degli interessi economici (2) col facile abuso dello sfruttamento dei deboli; ritorna l’abitudine all’odio (3) e alla lotta di classe, e rinasce così un’endemica guerra internazionale e civile; ritorna la gara del prestigio nazionale e del potere politico; ritorna il braccio di ferro delle ambizioni contrastanti, dei particolarismi chiusi e irriducibili delle razze e dei sistemi ideologici; si ricorre alla tortura e al terrorismo; si ricorre al delitto e alla violenza, come a fuoco ideale, non badando all’incendio che ne può derivare; si ripensa alla pace come ad un puro equilibrio di forze poderose e di armamenti spaventosi; si risente il brivido del timore che qualche fatale imprudenza faccia scoppiare inconcepibili e irrefrenabili conflagrazioni. Che cosa succede? Dove si va? Che cosa è venuto meno? o che cosa è mancato? Dobbiamo rassegnarci, dubitando che l’uomo sia incapace di realizzare una pace giusta e sicura, e rinunciando a imprimere nell’educazione delle generazioni nuove la speranza e la mentalità della pace? (4)
Per fortuna, un altro diagramma di idee e di fatti si profila davanti alla nostra osservazione; ed è quello della pace progressiva. Perché, nonostante tutto, la pace cammina. Vi sono discontinuità, vi sono incoerenze e difficoltà; ma tuttavia la pace cammina e si attesta nel mondo con un carattere di invincibilità. Tutti lo avvertono: la pace è necessaria. Essa ha per sé il progresso morale dell’umanità, decisamente orientata verso l’unità. Unità e pace, quando la libertà le unisce, sono sorelle. Essa, la pace, profitta del favore crescente dell’opinione pubblica, convinta dell’assurdità della guerra perseguita per se stessa, e creduta mezzo unico e fatale per dirimere le controversie fra gli uomini. Essa si vale della rete sempre più fitta dei rapporti umani: culturali, economici, commerciali, sportivi, turistici; bisogna vivere insieme, ed è bello conoscersi, stimarsi, aiutarsi. Una solidarietà fondamentale si sta formando nel mondo; essa favorisce la pace. E le relazioni internazionali si sviluppano sempre più, e creano la premessa, ed anche la garanzia d’una certa concordia. Le grandi istituzioni internazionali e supernazionali si rivelano provvidenziali, tanto all’origine quanto al coronamento della pacifica convivenza dell’umanità.
Davanti a questo duplice quadro, che sovrappone fenomeni contrari in ordine allo scopo, che sommamente ci sta a cuore, cioè la pace, una osservazione unica, ambivalente, pare a noi possa essere ricavata. Poniamo la duplice domanda, correlativa a due aspetti dell’ambigua scena del mondo presente:

come, oggi, decade la pace?
e come, oggi, progredisce la pace?

Qual è l’elemento che emerge, in senso negativo, ovvero in senso positivo, da questa semplice analisi? L’elemento è sempre l’uomo. L’uomo svalutato nel primo caso, l’uomo valutato nel secondo. Osiamo una parola, che può apparire essa stessa ambigua, ma considerata nell’esigenza della sua profondità, parola sempre fiammante e suprema: l’amore, l’amore all’uomo, come primo valore dell’ordine terreno. Amore e pace sono entità correlative. La pace è un effetto dell’amore; quella vera, quella umana.(5) La pace suppone una certa «identità di scelta». E questa è amicizia. Se vogliamo la pace, dobbiamo riconoscere la necessità di fondarla su basi più solide che non sia quella o della mancanza di rapporti (ora i rapporti fra gli uomini sono inevitabili, crescono e s’impongono), ovvero quella dell’esistenza di rapporti d’interesse egoistico (sono precari e spesso fallaci), ovvero quella del tessuto di rapporti puramente culturali o accidentali (possono essere a doppio taglio, per la pace o per la lotta). La pace vera deve essere fondata sulla giustizia, sul senso dell’intangibile dignità umana, sul riconoscimento d’una incancellabile e felice eguaglianza fra gli uomini, sul dogma basilare della fraternità umana. Cioè del rispetto, dell’amore dovuto ad ogni uomo, perché uomo. Erompe la parola vittoriosa: perché fratello. Fratello mio, fratello nostro.
Anche questa coscienza della fraternità umana universale procede felicemente nel nostro mondo, almeno in linea di principio. Chi fa opera per educare le nuove generazioni alla convinzione che ogni uomo è nostro fratello costruisce dalle fondamenta l’edificio della pace. Chi inserisce nell’opinione pubblica il sentimento della fratellanza umana senza confine prepara al mondo giorni migliori. Chi concepisce la tutela degli interessi politici senza la spinta dell’odio e della lotta fra gli uomini, come necessità dialettica e organica del vivere sociale, apre alla convivenza umana il progresso sempre attivo del bene comune. Chi aiuta a scoprire in ogni uomo, al di là dei caratteri somatici, etnici, razziali, l’esistenza d’un essere eguale al proprio, trasforma la terra da un epicentro di divisioni, di antagonismi, d’insidie e di vendette in un campo di lavoro organico di civile collaborazione. Perché dove la fratellanza fra gli uomini è in radice misconosciuta è in radice rovinata la pace. E la pace è invece lo specchio dell’umanità vera, autentica, moderna, vittoriosa d’ogni anacronistico autolesionismo. È la pace la grande idea celebrativa dell’amore fra gli uomini, che si scoprono fratelli e si decidono a vivere tali.
Questo è il nostro messaggio per l’anno 71. Esso fa eco, come voce che scaturisca nuova dalla coscienza civile, alla dichiarazione dei Diritti dell’uomo: «Tutti gli uomini nascono liberi ed eguali nella dignità e nei diritti; essi sono dotati di ragione e di coscienza, e devono comportarsi gli uni verso gli altri come fratelli». Fino a questa vetta è salita la dottrina della civiltà. Non torniamo indietro. Non perdiamo i tesori di questa conquista assiomatica. Diamo piuttosto applicazione logica e coraggiosa a questa formula, traguardo dell’umano progresso: «ogni uomo è mio fratello». Questa è la pace, in essere e in fieri. E vale per tutti!
Vale, Fratelli di fede in Cristo, specialmente per noi. Alla sapienza umana, la quale, con immenso sforzo, è arrivata a così alta e difficile conclusione, noi credenti possiamo aggiungere un conforto indispensabile. Quello, innanzi tutto, della certezza (perché dubbi d’ogni genere possono insidiarla, indebolirla, annullarla). La nostra certezza nella parola divina di Cristo maestro, che la scolpì nel suo Vangelo: «Voi tutti siete fratelli» (Mt 23, 8). Poi possiamo offrire il conforto della possibilità dell’applicazione (perché, nella realtà pratica quanto è difficile essere davvero fratelli verso ogni uomo!); lo possiamo con il ricorso, come a canone pratico e normale d’azione, ad un altro fondamentale insegnamento di Cristo: «Tutto quello che voi volete che gli uomini facciano a voi, fatelo voi stessi a loro; questa infatti è tutta la legge e la dottrina dei profeti» (Mt 7, 12). Filosofi e Santi quanto hanno meditato su questa massima, che innesta l’universalità della norma di fratellanza nell’azione singola e concreta della moralità sociale! E ancora, finalmente, noi siamo in grado di fornire l’argomento supremo: quello della Paternità divina, comune a tutti gli uomini, proclamata a tutti i credenti. Una vera fraternità fra gli uomini, per essere autentica e obbligante, suppone ed esige una Paternità trascendente e riboccante di metafisico amore, di soprannaturale carità. Noi possiamo insegnare la fratellanza umana, cioè la pace, insegnando a riconoscere, ad amare, a invocare il Padre nostro, che sta nei cieli. Noi sappiamo di trovare sbarrato l’adito all’altare di Dio se non abbiamo prima noi stessi rimosso l’ostacolo alla riconciliazione con l’uomo-fratello (Mt 5, 23 ss.; 6, 14-15). E sappiamo che se saremo promotori di pace, allora potremo essere chiamati figli di Dio, ed essere fra coloro che il Vangelo dichiara beati (Mt 5, 9).
Quale forza, quale fecondità, quale fiducia la religione cristiana conferisce all’equazione fraternità e pace. E quale gaudio per noi d’incontrare alla coincidenza dei termini di questo binomio l’incrocio dei sentieri della nostra fede con quelli delle umane e civili speranze!

Dal Vaticano, 14 novembre 1970.

PAULUS PP. VI
(1) Cf. VIRGILIO, Bucolicon IV, 2: «magnus ab integro saeclorum nascitur ordo».
(2) «. . . en acceptant la primauté de valeurs matérielles, nous rendons la guerre inévitable . . .». ZUNDEL, Le poème de la sainte liturgie, p. 76.
(3) «. . . ci sono poche cose che corrompano tanto un popolo, quanto l’abitudine dell’odio». MANZONI, Morale cattolica, I, VII.
(4) Circa i mali della guerra, cfr. S. AGOSTINO, De Civitate Dei, 1. XIX, c. 7: «. . . chi li sopporta e li pensa senza angoscia dell’animo, assai più miseramente si crede soddisfatto, perché ha perduto anche il sentimento umano: et humanum perdidit sensum».
(5) Cfr. S. TH. II-IIae, 29, 3.

Sacra Famiglia – Dai «Discorsi» di Paolo VI, papa

http://liturgia.silvestrini.org/santo/395.html

SACRA FAMIGLIA DI GESÙ MARIA E GIUSEPPE

BIOGRAFIA
La Chiesa considera insieme oggi la Famiglia di Nazaret e la famiglia cristiana, come suo riflesso. Pur nella sua singolarità, la famiglia di Gesù si presenta come « un vero modello di vita », con le sue virtù e con il suo amore.

MARTIROLOGIO
Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, esempio santissimo per le famiglie cristiane che ne invocano il necessario aiuto.

DAGLI SCRITTI…
Sacra Famiglia – Dai «Discorsi» di Paolo VI, papa
L’esempio di Nazaret

La casa di Nazaret è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare. Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare il quadro del suo soggiorno in mezzo a noi: cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo. Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato. Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazaret! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine! Ma noi non siamo che di passaggio e ci è necessario deporre il desiderio di continuare a conoscere, in questa casa, la mai compiuta formazione all’intelligenza del Vangelo. Tuttavia non lasceremo questo luogo senza aver raccolto, quasi furtivamente, alcuni brevi ammonimenti dalla casa di Nazaret. In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazaret, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto. Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazaret ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; ci faccia vedere com’è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale. Infine impariamo la lezione del lavoro. Oh! dimora di Nazaret, casa del Figlio del falegname! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo ma redentrice della fatica umana; qui nobilitare la dignità del lavoro in modo che sia sentita da tutti; ricordare sotto questo tetto che il lavoro non può essere fine a se stesso, ma che riceve la sua libertà ed eccellenza, non solamente da quello che si chiama valore economico, ma anche da ciò che lo volge al suo nobile fine; qui infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mondo e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello, il profeta di tutte le giuste cause che li riguardano, cioè Cristo nostro Signore. (Discorso tenuto a Nazaret, 5 gennaio 1964)

LETTERA ENCICLICA DI SUA SANTITÀ PAOLO PP. VI – CHRISTI MATRI (mese di Ottobre)

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_15091966_christi-matri_it.html

LETTERA ENCICLICA DI SUA SANTITÀ PAOLO PP. VI – CHRISTI MATRI

SI INDICONO SUPPLICHE PER IL MESE DI OTTOBRE ALLA BEATA VERGINE MARIA

Epistola enciclica del Sommo Pontefice Paolo VI
ai Venerabili Fratelli Patriarchi, Primati, Arcivescovi, Vescovi e a tutti gli Ordinari
dei luoghi in pace e comunione con la Sede Apostolica.

VENERABILI FRATELLI SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Motivi di grave apprensione
1. Durante il mese di ottobre, il popolo cristiano è solito intrecciare come mistiche corone alla Madre di Cristo mediante la preghiera del Rosario. E Noi che, sull’esempio dei Nostri Predecessori, vivamente approviamo questa usanza, chiamiamo quest’anno tutti i figli della Chiesa a tributare alla Beatissima Vergine particolari attestazioni di pietà. Si addensa infatti il pericolo di una più vasta e dura calamità, che incombe sull’umana famiglia, poiché, specialmente nelle regioni dell’Asia orientale, ancora si combatte con spargimento di sangue, e infuria una guerra difficile; e pertanto Ci sentiamo spinti a tentare nuovamente e con maggior forza tutto quanto è in Nostro potere per garantire la pace. Sono inoltre motivo di turbamento le notizie di ciò che avviene in altre regioni dei mondo, come la crescente corsa agli armamenti nucleari, i nazionalismi, i razzismi, i movimenti rivoluzionari, la forzata divisione dei cittadini, i criminosi attentati, l’eccidio di persone innocenti. Tutte queste cose possono fornire l’esca di un immane flagello.

Multiforme continua attività per sostenere la causa della pace
2. Come ai Nostri immediati Predecessori, così a Noi la Provvidenza di Dio sembra abbia voluto affidare il particolare compito di conservare e consolidare la pace, assumendoCene con lavoro paziente e instancabile il faticoso impegno. Questa responsabilità, è evidente, nasce dal fatto che la Chiesa intera Ci è stata affidata, essa che, come « un vessillo levato fra le nazioni »,(1) non è legata a interessi politici, ma deve recare agli uomini la verità e la grazia di Gesù Cristo, suo divino Fondatore.
3. In realtà, fin dall’inizio del Nostro ministero apostolico, nulla abbiamo trascurato per sostenere la causa della pace nel mondo, con la preghiera, l’incoraggiamento, l’esortazione. Anzi, come ben ricordate, nello scorso anno Ci siamo recati in volo nell’America Settentrionale, per parlare sull’agognato bene della pace davanti all’eletta Assemblea delle Nazioni Unite, dov’erano rappresentate quasi tutte le Nazioni del mondo; là abbiamo ammonito che non si permetta più che gli uni siano inferiori agli altri, che gli uni siano contro gli altri, ma che tutti contribuiscano con lo zelo e con l’opera a stabilire la pace. Anche in seguito, mossi dalla sollecitudine apostolica, non abbiamo cessato di esortare a far sì che sia allontanata dagli uomini una possibile immane sciagura.

Riunirsi e avviare sollecite leali trattative
4. Eleviamo ancora, pertanto, la Nostra voce «con forte grido e con lacrime »,(2) per scongiurare insistentemente i governanti a fare ogni sforzo perché l’incendio non si estenda, ma sia totalmente estinto. Non dubitiamo minimamente che tutti gli uomini di qualsiasi stirpe, colore, religione e ordine sociale, il cui desiderio sia la giustizia e l’onestà, non abbiano gli stessi Nostri convincimenti. Tutti coloro, dunque, che vi sono interessati, creino le necessarie condizioni per far sì che siano deposte le armi, prima che il precipitare degli eventi tolga perfino la possibilità di deporle. Sappiano coloro, nelle cui mani stanno le sorti dell’umana famiglia, che in questo momento essi sono legati da un gravissimo dovere di coscienza. Scrutino e interroghino questa loro coscienza, pensando ai loro popoli, al mondo intero, a Dio, alla storia; pensino che i loro nomi saranno fra i posteri in benedizione, se avranno seguito con saggezza questo Nostro appello. Nel nome del Signore gridiamo: fermatevi! Bisogna riunirsi, per addivenire con sincerità a trattative leali. Ora è il momento di comporre le divergenze, anche a costo di qualche sacrificio o pregiudizio, perché più tardi si dovrebbero comporre forse con immensi danni e dopo dolorosissime stragi. Ma bisogna stabilire una pace, fondata sulla giustizia e sulla libertà degli uomini, che tenga quindi conto dei diritti delle persone e delle comunità, altrimenti essa sarà debole e instabile.

La pace, dono inestimabile del Cielo
5. Mentre ricordiamo queste cose con animo ansioso e commosso, sentiamo la necessità a cui Ci esorta la suprema cura pastorale, di invocare l’aiuto del Cielo; infatti la pace, che « è bene tanto grande, che anche tra le cose terrene e mortali nulla si ascolta con maggior diletto, nulla si desidera con maggior ardore, nulla infine si può avere di più perfetto »,(3) deve implorarsi dal « Principe della pace».(4) E poiché nei momenti di dubbio e di trepidazione la Chiesa ricorre all’intercessione validissima di Colei che le è Madre, a Maria Noi rivolgiamo il pensiero e quello vostro, Venerabili Fratelli, e di tutti i cristiani; essa, infatti, come dice sant’Ireneo, « è divenuta causa di salvezza per tutto il genere umano ».(5) Nulla Ci sembra di maggiore opportunità e importanza, quanto l’innalzarsi al Cielo delle suppliche di tutta la cristianità verso la Madre di Dio, invocata come la « Regina della pace », affinché in tante e sì gravi angustie e afflizioni essa effonda pienamente i doni della sua materna bontà. Vogliamo che Le siano rivolte assiduamente intense preghiere, a Lei, diciamo, che durante la celebrazione del Concilio Ecumenico Vaticano II, tra il plauso dei Padri e dell’orbe cattolico, abbiamo proclamata Madre della Chiesa, confermando solennemente una verità dell’antica tradizione. Infatti la Madre del Salvatore è « certamente madre delle di Lui membra »,(6) come insegnano sant’Agostino, e con lui, omettendo gli altri, sant’Anselmo, con queste parole: « Quale più alta dignità si può pensare, che tu sia madre di coloro, dei quali Cristo si degna di essere padre e fratello? ».(7) E già Leone XIII, Nostro Predecessore, l’ha chiamata « Madre della Chiesa, e nel modo più vero».(8) Non collochiamo perciò invano la nostra speranza in Lei, angosciati da questo terribile sconcerto.
6. Ma poiché, se crescono i pericoli, occorre che aumenti la pietà del popolo di Dio, desideriamo, Venerabili Fratelli, che, col vostro esempio, con la vostra esortazione, col vostro impulso, la Madre clementissima del Signore sia più instantemente invocata durante il mese di ottobre con la pia pratica del Rosario. Questa preghiera è infatti adatta alla mentalità del popolo, è assai gradita alla Vergine, ed efficacissima per impetrare i doni celesti. E il Concilio Ecumenico Vaticano II, sebbene non espressamente ma con chiara indicazione, ha infervorato l’animo di tutti i figli della Chiesa per il Rosario, raccomandando di « stimare grandemente le pratiche e gli esercizi di pietà verso di Lei (Maria), come sono state raccomandate dal Magistero nel corso dei tempi ».(9)
7. Tale fruttuosa preghiera non soltanto ha una grandissima efficacia nello stornare i mali e nel tener lontane le calamità, come chiaramente dimostra la storia della Chiesa, bensì anche alimenta doviziosamente la vita cristiana, « in primo luogo sostenta la fede cattolica che facilmente rifiorisce attraverso l’opportuna considerazione dei misteri divini, e innalza la mente fino alle verità rivelate ».(10)
8. Pertanto nel mese di ottobre, dedicato alla Beata Vergine del Rosario, aumentino le preghiere, si moltiplichino le implorazioni, affinché per sua intercessione brilli finalmente sugli uomini l’aurora della vera pace, anche nei confronti della religione, che purtroppo in questa epoca non tutti possono professare liberamente. In modo particolare desideriamo che il 4 ottobre, giorno anniversario del Nostro viaggio di pace alla Sede delle Nazioni Unite, sia celebrato quest’anno in tutto il mondo cattolico come « giorno di impetrazione per la pace ». Per lo zelo di pietà, che vi distingue, e per l’importanza dell’iniziativa, di cui vi rendete conto, Venerabili Fratelli, sarà vostro compito istituire sacre cerimonie, affinché in quel giorno la Madre di Dio e della Chiesa sia invocata con unanime fervore dai sacerdoti, dai religiosi, dal popolo fedele, in special modo dai fanciulli, che sono adorni del fiore dell’innocenza, dagli infermi e dai sofferenti. In quel giorno anche Noi nella Basilica Vaticana, presso il sepolcro di Pietro, eleveremo una speciale supplica alla Vergine Madre di Dio, tutela del nome cristiano e intermediaria di pace. Così, in tutti i continenti la preghiera della Chiesa, risonando come un’unica voce, toccherà il Cielo, poiché, come dice sant’Agostino, « nella diversità delle lingue di carne, è unica la lingua nella fede del cuore ».(11)
9. Guarda dunque con materna clemenza a tutti i tuoi figli, o Vergine Santissima! Vedi l’ansietà dei Sacri Pastori, per il timore che i loro greggi siano agitati da un’orrida tempesta di mali; vedi l’angoscia di tanti uomini, padri e madri di famiglia, che, inquieti per la sorte propria e dei loro figli, sono turbati da acerbi affanni. Ammansisci l’animo dei belligeranti, e infondi loro « pensieri di pace»; fa’ che Dio, vindice di ogni ingiustizia, volgendosi a misericordia, restituisca i popoli alla tranquillità, e li conduca per lunga durata di tempi alla vera prosperità.
10. Nella dolce speranza che la Madre di Dio accolga benigna la Nostra umile supplica, di gran cuore impartiamo a voi, Venerabili Fratelli, al clero e alle popolazioni, a ciascuno di voi affidate, la Nostra Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso S. Pietro, 15 settembre del 1966, anno quarto del Nostro Pontificato.

PAOLO PP. VI 

Publié dans:MARIA VERGINE, PAPA PAOLO VI |on 7 octobre, 2014 |Pas de commentaires »
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