Archive pour la catégorie 'PAPA FRANCESCO: OMELIE QUOTIDIANE'

PAPA FRANCESCO (DIO SI ARRANGIA PER ENTRARE) (2Cor 1, 1-7)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2017/documents/papa-francesco-cotidie_20170612_chi-rovescia-le-beatitudini.html

PAPA FRANCESCO (DIO SI ARRANGIA PER ENTRARE) (2Cor 1, 1-7)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 12 giugno 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.135, 13/06/2017)

Basta tenere la porta del cuore socchiusa che «Dio si arrangia per entrare», salvandoci dal finire nella schiera degli «in-meriscordi»: neologismo per intendere coloro che senza misericordia mettono in pratica le beatitudini al contrario. È proprio dalla tentazione «narcisista dell’autoreferenzialità» — l’opposto dell’«alterità» cristiana che «è dono e servizio» — che Papa Francesco ha messo in guardia nella messa celebrata lunedì mattina, 12 giugno, a Santa Marta.
Riferendosi al passo della seconda lettera di san Paolo ai Corinzi (1, 1-7), proposto dalla liturgia come prima lettura, il Pontefice ha fatto subito notare che in appena «diciannove righe per otto volte Paolo parla di consolazione, di lasciarsi consolare per consolare gli altri». La consolazione, dunque, «ricorre per otto volte in diciannove righe: è troppo forte, qualcosa vuol dirci». E «per questo credo — ha aggiunto — che questa sia un’opportunità, un’occasione per riflettere sulla consolazione: cosa è la consolazione della quale parla Paolo». Ma «prima di tutto dobbiamo vedere che la consolazione non è autonoma, non è una cosa chiusa in se stessa».
Infatti, ha fatto presente il Papa, «l’esperienza della consolazione, che è un’esperienza spirituale, ha bisogno sempre di un’alterità per essere piena: nessuno può consolare se stesso, nessuno». E «chi cerca di farlo, finisce guardandosi allo specchio: si guarda allo specchio, cerca di truccare se stesso, di apparire; si consola con queste cose chiuse che non lo lasciano crescere e l’aria che respira è quell’aria narcisista dell’autoreferenzialità». Ma «questa è la consolazione truccata che non lascia crescere, non è consolazione perché è chiusa, le manca un’alterità».
«Nel Vangelo troviamo tanta gente che è così» ha spiegato Francesco. «Per esempio — ha detto — i dottori della legge che sono pieni della propria sufficienza, chiusi, e questa è la “loro consolazione” tra virgolette». Il Papa ha voluto fare esplicito riferimento al «ricco Epulone, che viveva di festa in festa e con questo pensava di essere consolato». Però, ha affermato, sono forse le parole della preghiera del fariseo, del pubblicano, davanti all’altare, a esprimere meglio questo atteggiamento: «Ti ringrazio Dio perché non sono come gli altri». Insomma, quell’uomo «si guardava allo specchio, guardava la propria anima truccata da ideologie e ringraziava il Signore». È Gesù stesso che «ci fa vedere questa possibilità di questa gente che, con questo modo di vivere, mai arriverà alla pienezza» ma «al massimo alla “gonfiezza”, ossia vanagloria».
«La consolazione, per essere vera, per essere cristiana, ha bisogno di un’alterità» ha continuato Francesco, perché «la vera consolazione si riceve». Per questa ragione «Paolo Incomincia con quella benedizione: “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione!”». Ed «è proprio il Signore, è Dio che ci consola, è Dio che ci dà questo dono: noi col cuore aperto, lui viene e ci dà». Questa è «l’alterità che fa crescere la vera consolazione; e la vera consolazione dell’anima matura anche in un’altra alterità, perché noi possiamo consolare gli altri». Ecco, allora, che «la consolazione è uno stato di passaggio dal dono ricevuto al servizio donato», tanto che «la vera consolazione ha questa doppia alterità: è dono e servizio».
«Così — ha rilanciato il Pontefice — se io lascio entrare la consolazione del Signore come dono è perché ho bisogno di essere consolato: sono bisognoso». Infatti «per essere consolato è necessario riconoscere di essere bisognoso: soltanto così il Signore viene, ci consola e ci dà la missione di consolare gli altri». Certo, ha riconosciuto Francesco, «non è facile avere il cuore aperto per ricevere il dono e fare il servizio, le due alterità che fanno possibile la consolazione».
«È proprio Gesù che spiega come posso fare che il mio cuore sia aperto» ha affermato il Papa: «Un cuore aperto, è un cuore felice e nel Vangelo abbiamo sentito chi sono i felici, chi sono i beati: i poveri». Così «il cuore si apre con un atteggiamento di povertà, di povertà di spirito: quelli che sanno piangere, quelli miti, la mitezza del cuore; quelli affamati di giustizia, che lottano per la giustizia; quelli che sono misericordiosi, che hanno misericordia nei confronti degli altri; i puri di cuore; gli operatori di pace e quelli che sono perseguitati per la giustizia, per amore alla giustizia». E «così il cuore si apre e il Signore viene con il dono della consolazione e la missione di consolare gli altri».
Ma ci sono però, ha avvertito Francesco, anche coloro che «hanno un cuore chiuso: non sono felici perché non può entrare il dono della consolazione e darlo agli altri». Non seguono le beatitudini, insomma, e «si sentono ricchi di spirito, ossia sufficienti». Sono «quelli che non hanno bisogno di piangere perché si sentono giusti; quelli violenti che non sanno cosa sia la mitezza; quelli ingiusti che vivono dell’ingiustizia e fanno ingiustizia; quelli “in-misericordi” — ossia senza misericordia — che mai perdonano, mai hanno bisogno di perdonare perché non si sentono con il bisogno di essere perdonati; quelli sporchi di cuore; quelli operatori di guerre, non di pace; e quelli che mai sono criticati o perseguitati perché lottano per la giustizia perché non importa loro le ingiustizie delle altre persone: questi sono chiusi».
Proprio di fronte a queste beatitudini al contrario, ha suggerito il Pontefice, «ci farà bene oggi pensare» a «come è il mio cuore: è aperto? So ricevere il dono della consolazione, lo chiedo al Signore, e poi so darlo agli altri come un dono del Signore e servizio mio?». E «così, con questi pensieri durante giornata, tornare e ringraziare il Signore che è tanto buono e sempre cerca di consolarci». Ricordando che Dio «ci chiede soltanto che la porta del cuore sia aperta o almeno un pochettino, così lui poi si arrangia per entrare».

 

PAPA FRANCESCO – I GUAI DI SAN PAOLO (2013)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2013/documents/papa-francesco-cotidie_20130516_san-paolo.html

PAPA FRANCESCO – I GUAI DI SAN PAOLO (2013)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 16 maggio 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 112, Ven. 17/05/2013)

Con la sua testimonianza di verità il cristiano deve «dar fastidio» alle «nostre strutture comode», anche a costo di finire «nei guai», perché animato da una «sana pazzia spirituale» per tutte «le periferie esistenziali». Sull’esempio di san Paolo, che passava «da una battaglia campale a un’altra», i credenti non devono rifugiarsi «in una vita tranquilla» o nei compromessi: oggi nella Chiesa ci sono troppo «cristiani da salotto, quelli educati», «tiepidi», per i quali va sempre «tutto bene», ma che non hanno dentro l’ardore apostolico. È un forte appello alla missione — non solo nelle terre lontane ma anche nelle città — quello che Papa Francesco ha lanciato stamani, giovedì 16 maggio, nella messa celebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae.
Punto di partenza della sua riflessione il passo degli Atti degli apostoli (22, 30; 23, 6-11) che vede protagonista appunto san Paolo nel pieno di una delle sue «battaglie campali». Ma stavolta, ha detto il Papa, è una battaglia «anche un po’ iniziata da lui, con la sua furbizia. Quando si è accorto della divisione fra quelli che lo accusavano», tra sadducei e farisei, ha fatto in modo che andassero «uno contro l’altro. Ma tutta la vita di Paolo era di battaglia campale in battaglia campale, di persecuzione in persecuzione. Una vita con tante prove, perché anche il Signore aveva detto che questo sarebbe stato il suo destino»; un destino «con tante croci, ma lui va avanti; lui guarda il Signore e va avanti».
E «Paolo dà fastidio: è un uomo — ha spiegato il Pontefice — che con la sua predica, con il suo lavoro, con il suo atteggiamento dà fastidio perché proprio annuncia Gesù Cristo. E l’annuncio di Gesù Cristo alle nostre comodità, tante volte alle nostre strutture comode, anche cristiane, dà fastidio. Il Signore sempre vuole che noi andiamo più avanti, più avanti, più avanti». Vuole «che noi non ci rifugiamo in una vita tranquilla o nelle strutture caduche. E Paolo, predicando il Signore, dava fastidio. Ma lui andava avanti, perché aveva in sé quell’atteggiamento tanto cristiano che è lo zelo apostolico. Aveva proprio il fervore apostolico. Non era un uomo di compromesso. No! La verità: avanti! L’annuncio di Gesù Cristo: avanti! Ma questo non era soltanto per il suo temperamento: era un uomo focoso».
Tornando al racconto degli Atti, il Papa ha rilevato come «anche il Signore s’immischia» nella vicenda, «perché proprio dopo questa battaglia campale, la notte seguente, dice a Paolo: coraggio! Va’ avanti, ancora di più! È proprio il Signore che lo spinge ad andare avanti: “Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma”». E, ha aggiunto il Papa, «fra parentesi, a me piace che il Signore si preoccupi di questa diocesi fin da quel tempo: siamo privilegiati!».
«Lo zelo apostolico — ha quindi precisato — non è un entusiasmo per avere il potere, per avere qualcosa. È qualcosa che viene da dentro e che lo stesso Signore vuole da noi: cristiano con zelo apostolico. E da dove viene questo zelo apostolico? Viene dalla conoscenza di Gesù Cristo. Paolo ha trovato Gesù Cristo, ha incontrato Gesù Cristo, ma non con una conoscenza intellettuale, scientifica — è importante perché ci aiuta — ma con quella conoscenza prima, quella del cuore, dell’incontro personale. La conoscenza di Gesù che mi ha salvato e che è morto per me: quello proprio è il punto della conoscenza più profonda di Paolo. E quello lo spinge a andare avanti, annunciare Gesù».
Ecco allora che per Paolo «non ne finisce una che ne incomincia un’altra. È sempre nei guai, ma nei guai non per i guai, ma per Gesù: annunciando Gesù, le conseguenze sono queste! La conoscenza di Gesù Cristo fa che lui sia un uomo con questo fervore apostolico. È in questa Chiesa e pensa a quella, va in quella e poi torna a questa e va all’altra. E questa è una grazia. È un atteggiamento cristiano il fervore apostolico, lo zelo apostolico».
Papa Francesco ha poi fatto riferimento agli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, suggerendo la domanda: «Ma se Cristo ha fatto questo per me, cosa devo fare io per Cristo?». E ha risposto: «Il fervore apostolico, lo zelo apostolico si capisce soltanto in un’atmosfera di amore: senza l’amore non si capisce perché lo zelo apostolico ha qualcosa di pazzia, ma di pazzia spirituale, di sana pazzia. E Paolo aveva questa sana pazzia».
«Chi custodisce proprio lo zelo apostolico — ha proseguito il Pontefice — è lo Spirito Santo; chi fa crescere lo zelo apostolico è lo Spirito Santo: ci dà quel fuoco dentro per andare avanti nell’annuncio di Gesù Cristo. Dobbiamo chiedere a lui la grazia dello zelo apostolico». E questo vale «non soltanto per i missionari, che sono tanto bravi. In questi giorni ho trovato alcuni: “Ah padre, è da sessant’anni che sono missionario nell’Amazzonia”. Sessant’anni e avanti, avanti! Nella Chiesa adesso ce ne sono tanti e zelanti: uomini e donne che vanno avanti, che hanno questo fervore. Ma nella Chiesa ci sono anche cristiani tiepidi, con un certo tepore, che non sentono di andare avanti, sono buoni. Ci sono anche i cristiani da salotto. Quelli educati, tutto bene, ma non sanno fare figli alla Chiesa con l’annuncio e il fervore apostolico».
Il Papa ha invocato quindi lo Spirito Santo perché «ci dia questo fervore apostolico a tutti noi; ci dia anche la grazia di dar fastidio alle cose che sono troppo tranquille nella Chiesa; la grazia di andare avanti verso le periferie esistenziali. La Chiesa ha tanto bisogno di questo! Non soltanto in terra lontana, nelle Chiese giovani, nei popoli che ancora non conoscono Gesù Cristo. Ma qui in città, in città proprio, hanno bisogno di questo annuncio di Gesù Cristo. Dunque chiediamo allo Spirito Santo questa grazia dello zelo apostolico: cristiani con zelo apostolico. E se diamo fastidio, benedetto sia il Signore. Avanti, come dice il Signore a Paolo: “Coraggio!”».
Hanno concelebrato, tra gli altri, il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson e il vescovo Mario Toso, rispettivamente presidente e segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, monsignor Luigi Mistò, segretario dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa), e il gesuita Hugo Guillermo Ortiz, responsabile dei programmi di lingua spagnola di Radio Vaticana. Tra i presenti, personale del dicastero Iustitia et Pax e un gruppo di dipendenti dell’emittente vaticana.

 

PAPA FRANCESCO – IL FIUTO DEI CRISTIANI

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2017/documents/papa-francesco-cotidie_20171110_la-cordata-dei-corrotti.html

PAPA FRANCESCO – IL FIUTO DEI CRISTIANI

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 10 novembre 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.259, 11/11/2017)

In una società contaminata dallo «smog della corruzione», il cristiano deve essere «furbo» e avere «fiuto»: infatti «non può permettersi di essere ingenuo» perché custodisce un «tesoro che è lo Spirito Santo». La riflessione proposta da Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta la mattina di venerdì 10 novembre, ha toccato una delle ferite aperte dell’uomo contemporaneo. E, nel rivolgersi alla coscienza di ogni persona, ha interpellato in particolare quanti nella società hanno responsabilità collettive di governo e di amministrazione.
Punto di partenza dell’omelia è stato il brano evangelico del giorno, nel quale Luca (16, 1-8) passa dalle «tre parabole della misericordia» a un argomento «totalmente diverso» attraverso la parabola dell’amministratore disonesto. Mentre le precedenti descrivevano «la storia di Dio, la storia dell’amore, la storia della misericordia», qui si arriva a «una storia di corruzione».
Il Pontefice ha riassunto la vicenda nella quale si parla di un uomo ricco che «aveva sentito come si amministrava la sua azienda» e si era accorto di «qualche cosa di sospetto nei confronti dell’amministratore». Un personaggio disonesto che, evidentemente, «aveva la mano lunga» e, sapendo ben destreggiarsi nelle truffe, «andò avanti tanto tempo, fino al momento che l’uomo ricco se ne accorse». E come ha reagito l’amministratore?. È lo stesso racconto evangelico, riportato dal Papa, a scandagliare i suoi pensieri: «Ma adesso con questa abitudine che io ho di guadagno facile, devo tornare a lavorare? A guadagnarmi il pane col sudore? Alzarmi tutti i giorni alle sei del mattino? No, no, no».
Da questa consapevolezza, ha spiegato il Pontefice, nasce l’escamotage dell’amministratore che incomincia a fare «la cordata con altri corrotti». E se pure «alcuni di questi non erano corrotti», però gli è ugualmente «piaciuta la proposta ed è entrato nella corruzione». Ha commentato Francesco: «Sono potenti questi! Quando fanno le cordate della corruzione sono potenti; persino arrivano anche ad atteggiamenti mafiosi». E ha sottolineato che quanto descritto in questa parabola «non è una favola», non è «una storia che dobbiamo cercare nei libri di storia antica: la troviamo tutti i giorni sui giornali, tutti i giorni». Infatti, ha aggiunto, «questo succede anche oggi, soprattutto con quelli che hanno la responsabilità di amministrare i beni del popolo». Del resto «con i propri beni nessuno è corrotto, li difende».
La conclusione del brano evangelico ha aperto la strada alle considerazioni del Pontefice. Innanzitutto si legge «che il padrone lodò quell’amministratore disonesto perché aveva agito con scaltrezza». Infatti, ha spiegato il Papa, i corrotti in genere «sono furbi», sanno portare avanti bene la loro condotta disonesta: «Anche con cortesia, con guanti di seta, ma la fanno bene». E, soprattutto, nel racconto c’è la chiosa finale di Gesù che dice: «I figli di questo mondo infatti, verso i loro pari, con i pari, sono più scaltri dei figli della luce». Ecco allora «la conseguenza che Gesù prende da questa storia, che è una storia quotidiana. La scaltrezza di questi».
Proprio da qui Francesco ha iniziato ad approfondire la sua riflessione chiedendosi: «Ma se questi sono più scaltri dei cristiani — ma non dirò cristiani, perché anche tanti corrotti si dicono cristiani —, se questi sono più scaltri di quelli fedeli a Gesù, io mi domando: ma c’è una scaltrezza cristiana?».
La parabola ha quindi offerto al Papa lo spunto per considerare la vita concreta del cristiano, che quotidianamente deve confrontarsi con la piaga della corruzione. Francesco è partito da una questione: «Esiste un atteggiamento per quelli che vogliono seguire Gesù» in modo che «non finiscano male, che non finiscano mangiati vivi — come diceva mia mamma: “Mangiati crudi” — dagli altri»?. Qual è, insomma, «la scaltrezza cristiana», una scaltrezza, cioè, «che non sia peccato, ma che serva per portarmi avanti al servizio del Signore e anche all’aiuto degli altri?». Esiste «una furbizia cristiana»?
La risposta, ha detto il Papa, viene direttamente dal Vangelo, dove si incontrano «alcune parole, alcuni detti che ci aiutano a capire se esiste — io dirò — il fiuto cristiano per andare avanti senza cadere nelle cordate della corruzione». Gesù, infatti, a tale scopo utilizza delle «contrapposizioni», come quella tra «agnelli» e «lupi» («Io vi invio come agnelli tra i lupi») con la quale si capisce che «il cristiano è un agnello che deve cavarsela con i lupi». E perciò, attraverso un «altro paradosso», gli viene dato un consiglio: «Siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come la colomba».
Ma, ha proseguito Francesco, «come si fa per arrivare a questo atteggiamento di prudenza come i serpenti e di semplicità come le colombe?». Di nuovo il suggerimento viene da Gesù, che «ripete tante volte nel Vangelo: “State attenti, state attenti. Guardate, guardate i segni del tempo: quando l’albero dei fichi incomincia a fare delle foglie è perché è vicina la primavera; quando il mandorlo fiorisce è vicina la primavera». Occorre, cioè, stare «attenti a quello che succede», guardare bene, tenere «gli occhi aperti».
È proprio questo, ha spiegato il Pontefice, il primo atteggiamento che ci porta alla «scaltrezza cristiana»: l’attenzione a quello che succede. Coltivare, cioè, quel «senso della sfiducia sana», che ci porta, ad esempio, a dire: «Di questo non mi fido, parla troppo, promette troppo…». Come accade quando qualcuno propone: «Fa’ l’investimento nella mia banca io ti darò un interesse doppio di quello che danno gli altri” — “Oh, che bello!”». E invece lo scaltro capisce che «questo è troppo». Il cristiano, quindi, «sta attento, guarda i segni del tempo».
C’è poi un secondo suggerimento: «riflettere». Bisogna, ha suggerito Francesco, «non essere veloci nell’accettare certe proposte, perché il diavolo sempre fa così con noi; viene con una finta umiltà». La stessa cosa è accaduta a Eva: «Ma guarda questa mela, è bella, eh!” — “No, ma non posso mangiarla” — “Ma guarda, se tu la mangi diventerai…”». Una storia che tutti conoscono e che parla della «seduzione» del diavolo. Occorre quindi «stare attenti e riflettere», tenendo conto che «il diavolo sa per quale porta entrare nel nostro cuore, perché conosce le nostre debolezze. Ognuno ha la propria. E bussa a quella porta, entra per quella porta».
Infine, un terzo elemento: «pregare». Se si hanno questi tre atteggiamenti, ha affermato il Papa, «stai sicuro che arriverai a questa scaltrezza cristiana che non si lascia ingannare, non si lascia vendere un pezzettino di vetro credendo che siano pietre preziose. E così saremo, come dice Gesù: “Prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”». E «avremo il fiuto cristiano davanti alle cose che succedono».
In conclusione, come di consueto, il Pontefice ha suggerito un’intenzione di preghiera legata alla meditazione appena compiuta: «Preghiamo oggi il Signore che ci dia questa grazia di essere furbi, furbi cristiani, di avere questa scaltrezza cristiana», perché «se c’è una cosa che il cristiano non può permettersi è essere ingenuo». Infatti «come cristiani abbiamo un tesoro dentro: il tesoro che è Spirito Santo. Dobbiamo custodirlo». Chi «si lascia rubare lo Spirito» è un ingenuo. E un cristiano «non può permettersi di essere ingenuo».
Chiedere al Signore «questa grazia della scaltrezza cristiana e del fiuto cristiano», ha concluso il Papa, è anche «una buona occasione per pregare per i corrotti». Del resto, ha detto Francesco, «si parla dello smog che causa inquinamento», ma esiste anche «uno smog di corruzione nella società». Perciò «preghiamo per i corrotti: poveretti, che trovino l’uscita da quel carcere nel quale loro sono voluti entrare».

Publié dans:PAPA FRANCESCO: OMELIE QUOTIDIANE |on 20 novembre, 2017 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – SEMPRE IN CAMMINO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2017/documents/papa-francesco-cotidie_20170511_in-cammino.html

PAPA FRANCESCO – SEMPRE IN CAMMINO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 11 maggio 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.109, 12/05/2017)

Un «popolo in cammino» che, «fra grazia e peccato», va avanti nella storia verso «la pienezza dei tempi». E in questo popolo c’è ogni singolo cristiano che percorre il suo personale itinerario verso il giorno in cui si troverà «faccia a faccia» con quel Dio che nel frattempo «mai ci lascia soli». È un quadro che abbraccia l’intera storia della salvezza, quello tracciato da Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì 11 maggio.
Una meditazione suggerita dal brano degli Atti degli apostoli (13, 13-25) nel quale si legge di una predica di san Paolo ad Antiochia in Pisìdia. In questo passo, ha fatto notare il Pontefice, «attira l’attenzione» il fatto che «Paolo, per parlare di Gesù, parte da lontano: incomincia da quando il popolo uscì dall’Egitto». Stessa cosa, ha aggiunto il Papa, fece Stefano che «prima di essere lapidato, annuncia Gesù Cristo ma incomincia da Abramo, più lontano». E così fa Gesù con i discepoli di Emmaus, quando «incominciando da Mosè, spiegava i profeti».
Un particolare che ha sollecitato la curiosità del Pontefice: «Perché non andavano subito al centro della predica, che è Gesù Cristo, come per esempio ha fatto Marco, all’inizio del Vangelo?». Invece, ha detto, «la predica di quasi tutti incomincia dall’inizio, dalla storia». Ciò è dovuto al fatto che «Dio si è fatto conoscere nella storia: la salvezza di Dio, quella meraviglia della sua misericordia che abbiamo menzionato nella preghiera, oggi, all’inizio, ha una grande storia, una lunga storia; una storia di grazia e di peccato».
Francesco ha quindi approfondito proprio questo aspetto suggerendo, per esempio, di leggere le genealogie di Gesù scritte da Matteo e Luca, dove si incontrano «tanti uomini e donne buoni, tanti santi e tanti peccatori». In questa sequenza «andava avanti la promessa di Dio e quando fu la pienezza dei tempi, inviò il suo Figlio». Ecco la prima considerazione: «La salvezza di Dio è in cammino verso la pienezza dei tempi», un cammino dove ci sono «santi e peccatori». Il Signore, ha spiegato il Papa, «guida il suo popolo, con momenti buoni e momenti brutti, con libertà e schiavitù; ma guida il popolo verso la pienezza», quando cioè «è apparso Gesù».
Ha quindi continuato il Pontefice: «La cosa non è finita lì: Gesù se n’è andato, ma non ci ha lasciati soli: ci ha lasciato lo Spirito». Quello Spirito che «ci fa capire il messaggio di Gesù». Comincia, così, «un secondo cammino, quello del popolo di Dio dopo Gesù», in attesa di «un’altra pienezza dei tempi, quando Gesù verrà per la seconda volta». È il cammino della Chiesa che «va avanti», con «tanti santi e tanti peccatori; fra grazia e peccato», con l’atteggiamento che si ritrova nell’Apocalisse: «Vieni, o Signore Gesù; vieni. Ti aspettiamo».
Questo secondo cammino, ha spiegato il Papa, serve «per capire, per approfondire la persona di Gesù, per approfondire la fede», grazie allo «Spirito Santo che Gesù ci ha lasciato». E serve, ha aggiunto, anche, a «capire la morale, i comandamenti». Infatti, ha fatto notare, «una cosa che un tempo sembrava normale, che non era peccato», oggi è considerata «peccato mortale»: in realtà «era peccato, ma il momento storico non permetteva che lo percepisse come tale».
Per meglio comprendere questo concetto, Francesco ha fatto alcuni esempi, cominciando dalla schiavitù: «Quando andavamo a scuola — ha ricordato — ci raccontavano cosa facevano agli schiavi, li portavano da un posto, li vendevano in un altro, in America latina si vendevano, si compravano». Oggi viene considerato «peccato mortale», prima no; «anzi, alcuni dicevano che si poteva fare questo, perché questa gente non aveva anima!». Evidentemente «si doveva andare avanti per capire meglio la fede, per capire meglio la morale». E non è che oggi non ci siano schiavi: «Ce ne sono di più, ma almeno sappiamo che è peccato mortale».
Stesso processo è avvenuto riguardo alla «pena di morte che era normale, un tempo. E oggi diciamo che è inammissibile». O ancora pensiamo alle «guerre di religione»: oggi, ha detto il Pontefice, «sappiamo che questo è non solo peccato mortale, è un sacrilegio, proprio, un’idolatria».
Questo cammino è costellato anche da tanti santi che aiutano a «chiarire» la fede e la morale. I santi «che tutti conosciamo e i santi nascosti: la Chiesa è piena di santi nascosti!». Proprio questa santità, ha specificato il Papa, «è quella che ci porta avanti, verso la seconda pienezza dei tempi, quando il Signore verrà, alla fine, per essere tutto in tutti».
È questo il modo in cui, ha spiegato, il Signore «ha voluto farsi conoscere dal suo popolo: in cammino». E lo stesso «popolo di Dio è in cammino, sempre». Di più: «Quando il popolo di Dio si ferma, diventa prigioniero, come un asinello in una stalla», sta lì e «non capisce, non va avanti, non approfondisce la fede, l’amore, non purifica l’anima».
Proseguendo nella meditazione, il Pontefice ha infine evidenziato «un’altra pienezza dei tempi, la terza», cioè, «la nostra». Ossia: «Ognuno di noi è in cammino verso la pienezza del proprio tempo. Ognuno di noi arriverà al momento del tempo pieno e la vita finirà e dovrà trovare il Signore. E questo è il momento nostro, personale». Gli apostoli e i primi predicatori, ha spiegato, «avevano bisogno di far capire che Dio ha amato, ha scelto, ha amato il suo popolo in cammino, sempre. Gesù ha inviato lo Spirito Santo perché noi possiamo andare in cammino». E ancora oggi «è lo Spirito che ci spinge a camminare». Questa, ha detto il Papa, «è la grande opera di misericordia di Dio. E ognuno di noi è in cammino verso la pienezza dei tempi personale».
A conclusione, Francesco, ha invitato tutti a porsi delle domande: «Io credo che la promessa di Dio era in cammino? Io credo che il popolo di Dio, la Chiesa, è in cammino? Io credo che io sono in cammino?». E ha aggiunto: «Quando io vado a confessarmi dico, sì, tre o quattro cose che ho sbagliato», oppure «penso che quel passo che io faccio è un passo nel cammino verso la pienezza dei tempi?». Tanti santi nell’Antico testamento (come Davide) e anche dopo la venuta dello Spirito Santo (come Saulo) «hanno chiesto perdono», ma occorre comprendere che «chiedere perdono a Dio non è una cosa automatica». È, invece, «capire che sono in cammino, in un popolo in cammino e che un giorno — forse oggi, domani o fra trent’anni — mi troverò faccia a faccia con quel Signore che mai ci lascia soli, ma ci accompagna nel cammino». Occorre comprendere, dunque, che questo cammino «è la grande opera di misericordia di Dio».

PAPA FRANCESCO – IMMAGINI FORTI

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2017/documents/papa-francesco-cotidie_20170613_annuncio-decisivo.html

PAPA FRANCESCO – IMMAGINI FORTI

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 13 giugno 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.136, 14/06/2017)

L’«annuncio del Vangelo» non ammette «sfumature» o incertezze, non si nasconde dietro i “sì e no”. È solamente “sì” la parola su cui si fonda l’annuncio cristiano. Ed è questa la forza che «porta alla testimonianza», a essere «sale della terra» e «luce del mondo» e a «glorificare Dio». Le immagini e le parole «forti» proposte dalla liturgia di martedì 13 giugno sono state al centro della meditazione del Papa nella messa celebrata a Santa Marta.
«Immagini forti — ha detto il Pontefice — per significare quanto sia schiacciante, contundente, decisivo l’annuncio del Vangelo». Non si tratta quindi, ha spiegato, «di quelle parole, di quelle sfumature che sono un po’ “sì-sì”, “no-no”, e che alla fine ti portano a cercare una sicurezza artificiale, come per esempio è la casistica». Siamo invece di fronte a «parole forti: “sì”, è così. Parole che indicano la forza del Vangelo, la forza dell’annuncio cristiano, quella forza che ti porta alla testimonianza e anche a glorificare Dio».
San Paolo, ad esempio, nella seconda lettera ai Corinzi, (1, 18-22), spiega che nel “sì”, sono racchiuse «tutte le promesse di Dio: in Gesù sono compiute. Sono “sì”», perché «lui è la pienezza delle promesse. In lui si compie tutto quello che è stato promesso e per questo lui è pienezza, è “sì”». Ha detto Francesco: «In Gesù non c’è un “no”: sempre “sì”, per la gloria del Padre». E ha aggiunto: «Ma anche noi partecipiamo di questo “sì” di Gesù, perché lui ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo, ci ha dato la “caparra” dello Spirito». Quindi «partecipiamo perché siamo unti, sigillati e abbiamo in mano quella sicurezza — la “caparra” dello Spirito». Quello Spirito «che ci porterà al “sì” definitivo», alla «nostra pienezza», e che «ci aiuterà a diventare luce e sale», cioè a dare «testimonianza».
Di contro, «chi nasconde la luce fa una contro-testimonianza; è un po’ “sì” e un po’ “no”. Ha la luce, ma non la dona, non la fa vedere e se non la fa vedere non glorifica il Padre che è nei cieli». Allo stesso modo, c’è chi «ha il sale, ma lo prende per se stesso e non lo dona». Il Signore, invece, ci ha insegnato «parole decisive» e ha detto: «Il vostro parlare sia questo: sì, no. Il superfluo proviene dal maligno». Questo «atteggiamento di sicurezza e di testimonianza», ha spiegato il Pontefice, è stato affidato dal Signore «alla Chiesa e a tutti noi battezzati», ai quali si richiede «sicurezza nella pienezza delle promesse in Cristo: in Cristo tutto è compiuto», e «testimonianza verso gli altri». Questo, ha aggiunto, «è essere cristiano: illuminare, aiutare a che il messaggio e le persone non si corrompano, come fa il sale». Ma se non si accettano «il “sì” in Gesù» e la «“caparra” dello Spirito», allora «la testimonianza sarà debole».
La «proposta cristiana», ha specificato il Papa, è tanto «semplice» quanto «decisiva» e «dà tanta speranza». Basta quindi domandarsi: «Io sono luce per gli altri? Io sono sale per gli altri, che insaporisce la vita e la difende dalla corruzione? Io sono aggrappato a Gesù Cristo, che è il “sì”? Io mi sento unto, sigillato? Io so che ho questa sicurezza che andrà a essere piena nel cielo, ma almeno ne è “caparra”, adesso, lo Spirito?».
Per meglio comprendere le similitudini della luce e del sale, Francesco ha ricordato che anche «nel parlato quotidiano, quando una persona è piena di luce, diciamo: “questa è una persona solare”». Qui, ha spiegato, siamo di fronte al «riflesso del Padre in Gesù, nel quale le promesse sono tutte compiute», e al «riflesso dell’unzione dello Spirito che tutti noi abbiamo».
Ma, ha concluso, quale è il fine di tutto questo? Perché, insomma, «abbiamo ricevuto questo?». La risposta si trova nelle letture del giorno. Infatti san Paolo dice: «E per questo, attraverso Cristo, sale a Dio il nostro “amen” per la sua gloria», quindi «per glorificare Dio». E Gesù — nel vangelo di Matteo (5, 13-16) — dice ai discepoli: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre». Ancora una volta, «per glorificare Dio». Perciò, ha suggerito il Papa, «chiediamo questa grazia: di essere aggrappati, radicati nella pienezza delle promesse in Cristo Gesù, che è “sì”, totalmente “sì”», e di «portare questa pienezza con il sale e la luce della nostra testimonianza agli altri per dare gloria al Padre che è nei cieli».

PAPA FRANCESCO – LA PENTECOSTE DI EFESO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2017/documents/papa-francesco-cotidie_20170529_la-pentecoste-di-efeso.html

PAPA FRANCESCO – LA PENTECOSTE DI EFESO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 29 maggio 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.123, 30/05/2017)

Cuori «irrequieti» perché «mossi dallo Spirito Santo», o «elettrocardiogrammi spirituali» piatti, lineari, «senza emozioni»? In quale categoria ci si ritrova? È la domanda di fondo posta a ogni cristiano da Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta lunedì 29 maggio. All’inizio della settimana in cui «la Chiesa ci prepara per ricevere lo Spirito Santo e ci fa riflettere sullo Spirito Santo e ci chiede di pregare perché lo Spirito Santo venga nella Chiesa, nel mio cuore, nella mia parrocchia, nella mia comunità», Papa Francesco ha invitato i cristiani a mettersi «in attesa di questo dono del Padre che Gesù ci ha promesso».
La meditazione del Pontefice ha preso spunto dalla prima lettura del giorno dedicata alla predicazione di san Paolo a Efeso (Atti degli apostoli, 19, 1-8). Subito si nota, ha rilevato Francesco, «come questa comunità che aveva ricevuto la fede non sapeva dello Spirito Santo». Tant’è che, ha detto, questa lettura si potrebbe chiamare «La Pentecoste di Efeso», perché «succede lo stesso che era accaduto a Gerusalemme».
Eppure, ha fatto notare il Papa, «questa gente era credente». Ma quando Paolo domandò loro: «Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?», questi risposero: «Non abbiamo nemmeno sentito che esiste uno Spirito Santo». In questo racconto, cioè, ci si trova di fronte alla «realtà di una Chiesa, gente buona, gente di fede, gente che credeva nel Signore Gesù», ma che «era lì senza neppure conoscere questo dono del Padre: lo Spirito Santo». Perciò «Paolo Impose le mani e incominciarono: “Discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue”».
Il Pontefice ha spiegato che, con la discesa dello Spirito Santo, per i discepoli di Efeso «è incominciato il moto del cuore perché quello che muove il nostro cuore, quello che ci ispira, che ci insegna» è lui: è lo Spirito «che muove il cuore», che alimenta «le emozioni nel cuore». Del resto, ha aggiunto, lo aveva detto lo stesso Gesù: lo Spirito «insegnerà» e farà ricordare «tutto quello che io vi ho insegnato».
Ciò che è accaduto ai discepoli di Efeso è un’esperienza ricorrente nei racconti del Nuovo testamento, in cui si incontrano tanti personaggi che «hanno sentito questo messaggio e hanno cambiato vita». Per esempio, ha approfondito il Pontefice, «possiamo domandarci: chi mosse Nicodemo ad andare di notte a parlare con Gesù?». Fu proprio «quella inquietudine». E «chi mosse la samaritana dopo aver dato l’acqua a Gesù a intrattenersi a parlare con lui?». La risposta è che lei sentiva che «il cuore cambiava». Ancora: «chi mosse la peccatrice ad andare e bagnare i piedi di Gesù con le sue lacrime? E chi mosse tanta gente ad avvicinarsi a Gesù? Pensiamo a quella signora, ammalata di perdite di sangue: chi è stato a muoverla e a metterle quel sentimento, quell’idea: “Se io tocco l’orlo del mantello sarò guarita”?». La risposta è sempre la stessa: «lo Spirito Santo», colui che «muove il cuore».
A questo punto Papa Francesco ha, come sua consuetudine, attualizzato la meditazione applicandola alla vita di ogni cristiano. Ha posto quindi una serie di domande: «Io sono come quelli di Efeso che nemmeno sapevano che esistesse lo Spirito Santo? Quale è il posto che lo Spirito Santo ha nella mia vita, nel mio cuore? Io sono capace di ascoltarlo? Io sono capace di chiedere ispirazione prima di prendere una decisione o dire una parola o fare qualcosa? O il mio cuore è tranquillo, senza emozioni, un cuore fisso?». Il problema infatti, ha aggiunto, è che per «certi cuori, se noi facessimo un elettrocardiogramma spirituale, il risultato sarebbe lineare, senza emozioni».
Una realtà spirituale che si ritrova descritta anche nei vangeli, ha ricordato il Pontefice, se si pensa, ad esempio, ai dottori della legge: «erano credenti in Dio, sapevano tutti i comandamenti, ma il cuore era chiuso, fermo, non si lasciavano interpellare».
Ecco, allora, il punto di volta della riflessione: occorre «lasciarsi interpellare dallo Spirito Santo». Qualcuno, ha detto il Papa, potrebbe obiettare: «“Eh, ho sentito questo… Ma, padre, quello è sentimentalismo?” — “No, può essere, ma no. Se tu vai sulla strada giusta non è sentimentalismo”». Così come può capitare di sentir dire: «Ho sentito la voglia di fare questo, di andare a visitare quell’ammalato o cambiare vita o lasciare questo…». L’importante, ha spiegato Francesco, è «sentire e discernere: discernere quello che sente il mio cuore», perché «lo Spirito Santo è il maestro del discernimento».
Certi slanci sono infatti positivi: «una persona che non ha questi movimenti nel cuore, che non discerne cosa succede, è una persona che ha una fede fredda, una fede ideologica. La sua fede è un’ideologia, tutto qui». È proprio quello che viene descritto nel Vangelo: «il dramma di quei dottori della legge che se la prendevano con Gesù».
Perciò, ha detto il Papa, bisogna chiedersi: «Quale è il mio rapporto con lo Spirito Santo? Io prego lo Spirito Santo? Chiedo luce allo Spirito Santo? Chiedo che mi guidi per il cammino che devo scegliere nella mia vita e anche tutti i giorni? Chiedo che mi dia la grazia di distinguere il buono dal meno buono? Perché il buono dal male subito si distingue. Ma c’è quel male nascosto che è il meno buono, ma ha nascosto il male. Chiedo quella grazia?».
In fin dei conti, la domanda che il Papa ha voluto oggi «seminare» nel cuore di ognuno è: «Come è il mio rapporto con lo Spirito Santo?». Ogni cristiano dovrebbe cioè chiedersi: «Io ho un cuore irrequieto perché mosso dallo Spirito Santo?»; e ancora: «Chiedo questa grazia di capire cosa succede nel mio cuore?»; e infine: «Quando mi viene la voglia di fare qualcosa, mi fermo e chiedo allo Spirito Santo che mi ispiri, che mi dica di sì o di no o faccio soltanto i calcoli con la mente: “Questo sì perché se no…?”».
L’impegno è quello di mettersi in ascolto: «Cosa mi dice lo Spirito?». Non a caso, ha ricordato il Pontefice, l’apostolo Giovanni nell’Apocalisse, rivolgendosi «a ognuna delle sette chiese di quel tempo, incomincia così: “Ascoltate quello che lo Spirito dice alle chiese”». Perciò, ha concluso, «oggi chiediamo questa grazia di ascoltare quello che lo Spirito dice alla nostra Chiesa, alla nostra comunità, alla nostra parrocchia, alla nostra famiglia e a me, a ognuno di noi: la grazia di imparare questo linguaggio di ascoltare lo Spirito Santo».

PAPA FRANCESCO – DOTTRINA E IDEOLOGIA (anche Paolo)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2017/documents/papa-francesco-cotidie_20170519_dottrina-e-ideologia.html

PAPA FRANCESCO – DOTTRINA E IDEOLOGIA (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 19 maggio 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.116, 20/05/2017)

«È parso bene allo Spirito Santo e a noi…»: non ha perso tutta la sua attualità l’incipt della lettera che gli apostoli scrivono ai cristiani «di Antochia, di Siria e di Pissidia», dopo aver discusso tra loro in quello che è stato il primo vero concilio della storia della Chiesa. Proprio quelle parole, riportate negli Atti degli apostoli, Francesco ha voluto rilanciare chiedendo «la grazia dell’obbedienza matura al magistero della Chiesa», di essere fedeli «a Pietro, ai vescovi» e «allo Spirito Santo che guida e sorregge questo processo». Celebrando la messa a Santa Marta venerdì mattina, 19 maggio, il Papa non ha mancato di mettere in guardia dal «trasformare la dottrina in ideologia», creando difficoltà e divisioni.
«Nella Chiesa dall’inizio ci sono state difficoltà» ha subito riconosciuto Francesco. Tanto che anche «nella prima comunità cristiana, per esempio, c’erano gelosie, lotte di potere: qualche furbetto che voleva guadagnare e comprare il potere, come Simone o quella coppia di ipocriti Anania e Safira che volevano farsi vedere come veri cristiani ma sotto il tavolo facevano i loro affari». Insomma, ha affermato il Papa, «sempre ci sono stati problemi: siamo umani, siamo peccatori e le difficoltà ci sono, anche nella Chiesa, fra noi, sempre». E «in un certo senso — ha precisato — l’essere peccatori ci porta all’umiltà e ad avvicinarsi al Signore, come salvatore dei nostri peccati». Per questa ragione «è una grazia sentirsi peccatori, è una grazia».
«Ma ci sono altri problemi più grossi, non questi di tutti i giorni» ha proseguito il Pontefice facendo riferimento al passo degli Atti degli apostoli (15, 22-31) proposto dalla liturgia come prima lettura: «Il problema di questo brano è la fine del problema che è incominciato con Pietro: quando Pietro va da Cornelio, un pagano, e battezza Cornelio». E «qui la storia verte sulla stessa questione: Paolo e Bàrnaba ad Antiochia hanno sofferto tanto, lì, perché è vero che Gesù aveva detto: “verranno altri popoli”; è vero, ma non ha detto come questi popoli dovessero entrare nella Chiesa». Perciò, ha affermato il Papa, «alcuni dicevano: “No, prima si devono fare giudei e poi entrare”. Questo è il nocciolo del problema».
Semplificando il ragionamento, Francesco ha spiegato che «da una parte» c’erano «quelli che volevano che prima si facessero giudei e poi si battezzassero». E «dall’altra», invece, c’erano «quelli che pensavano: “No, lo chiama il Signore? Che vengano”». Ecco allora che «quando Pietro spiega questo, la visione che ha avuto, e poi quando vede che lo Spirito Santo scende su Cornelio e la sua famiglia, dice quella frase: “Chi sono io per chiudere la porta allo Spirito Santo?”». Tutto questo — ha ricordato Francesco — «succede anche ad Antiochia: poi Paolo è lapidato, è lasciato come morto». Sono «perseguitati».
C’è infatti, ha proseguito il Pontefice, «questo gruppetto» che «va da una parte all’altra con le diffamazioni, con chiacchiere brutte, pesanti». E «anche dice, un passo più avanti — ma è la stessa storia ad Antiochia — che sono andati dalle donne pie, che avevano influsso sulle autorità, perché cacciassero via gli apostoli». Così «gli apostoli alla fine si riuniscono per studiare questo problema: cosa facciamo con i pagani, quelli che vogliono diventare cristiani, quelli che lo Spirito Santo chiama a diventare cristiani?». E gli apostoli «vogliono trattare la cosa nella presenza di Dio: molto probabilmente, in questa riunione, ci sono state discussioni forti ma con buono spirito». Anche «Paolo, dice il libro degli Atti in un’altra parte, ha detto cose forti a Pietro, ma sempre davanti a Dio, con buono spirito». Invece «c’è un altro gruppetto che faceva confusione e gli apostoli dicono così: “Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico — sovrani — sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi”».
«E così ci troviamo davanti a due gruppi di persone» ha rilanciato il Papa: «Il gruppo degli apostoli che vogliono discutere il problema e gli altri che vanno e creano problemi, dividono, dividono la Chiesa, dicono che quello che predicano gli apostoli non è quello che Gesù ha detto, che non è la verità». Da parte loro, «gli apostoli discutono la cosa e alla fine, abbiamo sentito, come si mettono d’accordo». Ma «non è — ha fatto presente Francesco — un accordo politico, è l’ispirazione dello Spirito Santo che li porta a dire: niente cose, niente esigenze», se non l’obbligo di «non mangiare carne in quel tempo, la carne sacrificata agli idoli perché era fare comunione con gli idoli, astenersi dal sangue, dagli animali soffocati — perché era uno scandalo mangiare il sangue, la carne soffocata, anche se è una cosa che oggi appare secondaria — e dalle unioni illegittime». E «dall’altra la libertà dello Spirito: così i pagani possono entrare nella Chiesa senza passare per la circoncisione, direttamente».
Il Papa ha fatto anche notare che «è bello come incomincia questa lettera» degli apostoli: «”È parso bene allo Spirito Santo e a noi”: lo Spirito e loro si mettono d’accordo». E «questo è il primo concilio della Chiesa, per chiarire la dottrina». Poi ce ne «sono stati tanti, fino al Vaticano II, che hanno chiarito la dottrina: per esempio, quando noi recitiamo il Credo, è il risultato dei concili che hanno precisato la dottrina». Infatti, ha affermato il Pontefice, «è un dovere della Chiesa chiarire la dottrina perché si capisca bene quello che Gesù ha detto nei Vangeli, qual è lo spirito dei Vangeli». E gli Atti raccontano, appunto, «il primo: davanti a un problema hanno chiarito, le cose sono così». Anche «a Efeso, per esempio, quando si discuteva se Maria è madre di Dio, hanno fatto il concilio per chiarire quel problema, perché lo Spirito Santo e loro, il Papa con i vescovi, tutti insieme e vanno avanti».
«Ma sempre c’è stata quella gente — ha messo in guardia Francesco — che senza alcun incarico va a turbare la comunità cristiana con discorsi che sconvolgono le anime: “Eh, no, questo che ha detto quello è eretico, quello non si può dire, quello no, la dottrina della Chiesa è questa”». In realtà «sono fanatici di cose che non sono chiare, come questi fanatici che andavano lì seminando zizzania per dividere la comunità cristiana». Proprio «questo è il problema: quando la dottrina della Chiesa, quella che viene dal Vangelo, quella che ispira lo Spirito Santo — perché Gesù ha detto: “Lui ci insegnerà e vi farà ricordare quello che io ho insegnato” — diventa ideologia». Ecco «il grande errore di questa gente: questi che andavano lì non erano credenti, erano ideologizzati, avevano un’ideologia che chiudeva il cuore all’opera dello Spirito Santo». Invece «gli apostoli sicuramente hanno discusso forte, ma non erano ideologizzati: avevano il cuore aperto a quello che lo Spirito diceva». Ecco perché, «dopo la discussione», iniziano la loro lettera scrivendo: «È parso allo Spirito e a noi».
«Non dobbiamo spaventarci, quando sentiamo queste opinioni degli ideologi della dottrina» ha affermato il Pontefice. «La Chiesa ha il suo proprio magistero, il magistero del Papa, dei vescovi, dei concili, e dobbiamo andare su quella strada che viene dalla predicazione di Gesù e dall’insegnamento e l’assistenza dello Spirito Santo: è sempre aperta, sempre libera». E «questa è la libertà dello Spirito, ma nella dottrina». Invece coloro «che sono andati lì, ad Antiochia, a fare chiasso e a dividere la comunità, sono ideologi». Perché «la dottrina unisce, i concili uniscono sempre, la comunità cristiana». È l’ideologia che «divide» ma «per loro è più importante l’ideologia che la dottrina: lasciano da parte lo Spirito Santo».
«Oggi mi viene di chiedere la grazia dell’obbedienza matura al magistero della Chiesa — ha confidato, infine, Francesco — quell’obbedienza a quello che la Chiesa ci ha insegnato sempre e ci continua a insegnare». E così facendo «sviluppa il Vangelo, lo spiega ogni volta meglio, in fedeltà a Pietro, ai vescovi e, in definitiva, allo Spirito Santo che guida e sorregge questo processo». In questa prospettiva il Papa ha invitato «anche a pregare per quelli che trasformano la dottrina in ideologia, perché il Signore gli dia la grazia della conversione all’unità della Chiesa, allo Spirito Santo e alla vera dottrina».

 

1...34567...9

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01