Archive pour la catégorie 'PAPA FRANCESCO: OMELIE QUOTIDIANE'

PAPA FRANCESCO – SEMPRE IN CAMMINO

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PAPA FRANCESCO – SEMPRE IN CAMMINO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 11 maggio 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.109, 12/05/2017)

Un «popolo in cammino» che, «fra grazia e peccato», va avanti nella storia verso «la pienezza dei tempi». E in questo popolo c’è ogni singolo cristiano che percorre il suo personale itinerario verso il giorno in cui si troverà «faccia a faccia» con quel Dio che nel frattempo «mai ci lascia soli». È un quadro che abbraccia l’intera storia della salvezza, quello tracciato da Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì 11 maggio.
Una meditazione suggerita dal brano degli Atti degli apostoli (13, 13-25) nel quale si legge di una predica di san Paolo ad Antiochia in Pisìdia. In questo passo, ha fatto notare il Pontefice, «attira l’attenzione» il fatto che «Paolo, per parlare di Gesù, parte da lontano: incomincia da quando il popolo uscì dall’Egitto». Stessa cosa, ha aggiunto il Papa, fece Stefano che «prima di essere lapidato, annuncia Gesù Cristo ma incomincia da Abramo, più lontano». E così fa Gesù con i discepoli di Emmaus, quando «incominciando da Mosè, spiegava i profeti».
Un particolare che ha sollecitato la curiosità del Pontefice: «Perché non andavano subito al centro della predica, che è Gesù Cristo, come per esempio ha fatto Marco, all’inizio del Vangelo?». Invece, ha detto, «la predica di quasi tutti incomincia dall’inizio, dalla storia». Ciò è dovuto al fatto che «Dio si è fatto conoscere nella storia: la salvezza di Dio, quella meraviglia della sua misericordia che abbiamo menzionato nella preghiera, oggi, all’inizio, ha una grande storia, una lunga storia; una storia di grazia e di peccato».
Francesco ha quindi approfondito proprio questo aspetto suggerendo, per esempio, di leggere le genealogie di Gesù scritte da Matteo e Luca, dove si incontrano «tanti uomini e donne buoni, tanti santi e tanti peccatori». In questa sequenza «andava avanti la promessa di Dio e quando fu la pienezza dei tempi, inviò il suo Figlio». Ecco la prima considerazione: «La salvezza di Dio è in cammino verso la pienezza dei tempi», un cammino dove ci sono «santi e peccatori». Il Signore, ha spiegato il Papa, «guida il suo popolo, con momenti buoni e momenti brutti, con libertà e schiavitù; ma guida il popolo verso la pienezza», quando cioè «è apparso Gesù».
Ha quindi continuato il Pontefice: «La cosa non è finita lì: Gesù se n’è andato, ma non ci ha lasciati soli: ci ha lasciato lo Spirito». Quello Spirito che «ci fa capire il messaggio di Gesù». Comincia, così, «un secondo cammino, quello del popolo di Dio dopo Gesù», in attesa di «un’altra pienezza dei tempi, quando Gesù verrà per la seconda volta». È il cammino della Chiesa che «va avanti», con «tanti santi e tanti peccatori; fra grazia e peccato», con l’atteggiamento che si ritrova nell’Apocalisse: «Vieni, o Signore Gesù; vieni. Ti aspettiamo».
Questo secondo cammino, ha spiegato il Papa, serve «per capire, per approfondire la persona di Gesù, per approfondire la fede», grazie allo «Spirito Santo che Gesù ci ha lasciato». E serve, ha aggiunto, anche, a «capire la morale, i comandamenti». Infatti, ha fatto notare, «una cosa che un tempo sembrava normale, che non era peccato», oggi è considerata «peccato mortale»: in realtà «era peccato, ma il momento storico non permetteva che lo percepisse come tale».
Per meglio comprendere questo concetto, Francesco ha fatto alcuni esempi, cominciando dalla schiavitù: «Quando andavamo a scuola — ha ricordato — ci raccontavano cosa facevano agli schiavi, li portavano da un posto, li vendevano in un altro, in America latina si vendevano, si compravano». Oggi viene considerato «peccato mortale», prima no; «anzi, alcuni dicevano che si poteva fare questo, perché questa gente non aveva anima!». Evidentemente «si doveva andare avanti per capire meglio la fede, per capire meglio la morale». E non è che oggi non ci siano schiavi: «Ce ne sono di più, ma almeno sappiamo che è peccato mortale».
Stesso processo è avvenuto riguardo alla «pena di morte che era normale, un tempo. E oggi diciamo che è inammissibile». O ancora pensiamo alle «guerre di religione»: oggi, ha detto il Pontefice, «sappiamo che questo è non solo peccato mortale, è un sacrilegio, proprio, un’idolatria».
Questo cammino è costellato anche da tanti santi che aiutano a «chiarire» la fede e la morale. I santi «che tutti conosciamo e i santi nascosti: la Chiesa è piena di santi nascosti!». Proprio questa santità, ha specificato il Papa, «è quella che ci porta avanti, verso la seconda pienezza dei tempi, quando il Signore verrà, alla fine, per essere tutto in tutti».
È questo il modo in cui, ha spiegato, il Signore «ha voluto farsi conoscere dal suo popolo: in cammino». E lo stesso «popolo di Dio è in cammino, sempre». Di più: «Quando il popolo di Dio si ferma, diventa prigioniero, come un asinello in una stalla», sta lì e «non capisce, non va avanti, non approfondisce la fede, l’amore, non purifica l’anima».
Proseguendo nella meditazione, il Pontefice ha infine evidenziato «un’altra pienezza dei tempi, la terza», cioè, «la nostra». Ossia: «Ognuno di noi è in cammino verso la pienezza del proprio tempo. Ognuno di noi arriverà al momento del tempo pieno e la vita finirà e dovrà trovare il Signore. E questo è il momento nostro, personale». Gli apostoli e i primi predicatori, ha spiegato, «avevano bisogno di far capire che Dio ha amato, ha scelto, ha amato il suo popolo in cammino, sempre. Gesù ha inviato lo Spirito Santo perché noi possiamo andare in cammino». E ancora oggi «è lo Spirito che ci spinge a camminare». Questa, ha detto il Papa, «è la grande opera di misericordia di Dio. E ognuno di noi è in cammino verso la pienezza dei tempi personale».
A conclusione, Francesco, ha invitato tutti a porsi delle domande: «Io credo che la promessa di Dio era in cammino? Io credo che il popolo di Dio, la Chiesa, è in cammino? Io credo che io sono in cammino?». E ha aggiunto: «Quando io vado a confessarmi dico, sì, tre o quattro cose che ho sbagliato», oppure «penso che quel passo che io faccio è un passo nel cammino verso la pienezza dei tempi?». Tanti santi nell’Antico testamento (come Davide) e anche dopo la venuta dello Spirito Santo (come Saulo) «hanno chiesto perdono», ma occorre comprendere che «chiedere perdono a Dio non è una cosa automatica». È, invece, «capire che sono in cammino, in un popolo in cammino e che un giorno — forse oggi, domani o fra trent’anni — mi troverò faccia a faccia con quel Signore che mai ci lascia soli, ma ci accompagna nel cammino». Occorre comprendere, dunque, che questo cammino «è la grande opera di misericordia di Dio».

PAPA FRANCESCO – IMMAGINI FORTI

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PAPA FRANCESCO – IMMAGINI FORTI

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 13 giugno 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.136, 14/06/2017)

L’«annuncio del Vangelo» non ammette «sfumature» o incertezze, non si nasconde dietro i “sì e no”. È solamente “sì” la parola su cui si fonda l’annuncio cristiano. Ed è questa la forza che «porta alla testimonianza», a essere «sale della terra» e «luce del mondo» e a «glorificare Dio». Le immagini e le parole «forti» proposte dalla liturgia di martedì 13 giugno sono state al centro della meditazione del Papa nella messa celebrata a Santa Marta.
«Immagini forti — ha detto il Pontefice — per significare quanto sia schiacciante, contundente, decisivo l’annuncio del Vangelo». Non si tratta quindi, ha spiegato, «di quelle parole, di quelle sfumature che sono un po’ “sì-sì”, “no-no”, e che alla fine ti portano a cercare una sicurezza artificiale, come per esempio è la casistica». Siamo invece di fronte a «parole forti: “sì”, è così. Parole che indicano la forza del Vangelo, la forza dell’annuncio cristiano, quella forza che ti porta alla testimonianza e anche a glorificare Dio».
San Paolo, ad esempio, nella seconda lettera ai Corinzi, (1, 18-22), spiega che nel “sì”, sono racchiuse «tutte le promesse di Dio: in Gesù sono compiute. Sono “sì”», perché «lui è la pienezza delle promesse. In lui si compie tutto quello che è stato promesso e per questo lui è pienezza, è “sì”». Ha detto Francesco: «In Gesù non c’è un “no”: sempre “sì”, per la gloria del Padre». E ha aggiunto: «Ma anche noi partecipiamo di questo “sì” di Gesù, perché lui ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo, ci ha dato la “caparra” dello Spirito». Quindi «partecipiamo perché siamo unti, sigillati e abbiamo in mano quella sicurezza — la “caparra” dello Spirito». Quello Spirito «che ci porterà al “sì” definitivo», alla «nostra pienezza», e che «ci aiuterà a diventare luce e sale», cioè a dare «testimonianza».
Di contro, «chi nasconde la luce fa una contro-testimonianza; è un po’ “sì” e un po’ “no”. Ha la luce, ma non la dona, non la fa vedere e se non la fa vedere non glorifica il Padre che è nei cieli». Allo stesso modo, c’è chi «ha il sale, ma lo prende per se stesso e non lo dona». Il Signore, invece, ci ha insegnato «parole decisive» e ha detto: «Il vostro parlare sia questo: sì, no. Il superfluo proviene dal maligno». Questo «atteggiamento di sicurezza e di testimonianza», ha spiegato il Pontefice, è stato affidato dal Signore «alla Chiesa e a tutti noi battezzati», ai quali si richiede «sicurezza nella pienezza delle promesse in Cristo: in Cristo tutto è compiuto», e «testimonianza verso gli altri». Questo, ha aggiunto, «è essere cristiano: illuminare, aiutare a che il messaggio e le persone non si corrompano, come fa il sale». Ma se non si accettano «il “sì” in Gesù» e la «“caparra” dello Spirito», allora «la testimonianza sarà debole».
La «proposta cristiana», ha specificato il Papa, è tanto «semplice» quanto «decisiva» e «dà tanta speranza». Basta quindi domandarsi: «Io sono luce per gli altri? Io sono sale per gli altri, che insaporisce la vita e la difende dalla corruzione? Io sono aggrappato a Gesù Cristo, che è il “sì”? Io mi sento unto, sigillato? Io so che ho questa sicurezza che andrà a essere piena nel cielo, ma almeno ne è “caparra”, adesso, lo Spirito?».
Per meglio comprendere le similitudini della luce e del sale, Francesco ha ricordato che anche «nel parlato quotidiano, quando una persona è piena di luce, diciamo: “questa è una persona solare”». Qui, ha spiegato, siamo di fronte al «riflesso del Padre in Gesù, nel quale le promesse sono tutte compiute», e al «riflesso dell’unzione dello Spirito che tutti noi abbiamo».
Ma, ha concluso, quale è il fine di tutto questo? Perché, insomma, «abbiamo ricevuto questo?». La risposta si trova nelle letture del giorno. Infatti san Paolo dice: «E per questo, attraverso Cristo, sale a Dio il nostro “amen” per la sua gloria», quindi «per glorificare Dio». E Gesù — nel vangelo di Matteo (5, 13-16) — dice ai discepoli: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre». Ancora una volta, «per glorificare Dio». Perciò, ha suggerito il Papa, «chiediamo questa grazia: di essere aggrappati, radicati nella pienezza delle promesse in Cristo Gesù, che è “sì”, totalmente “sì”», e di «portare questa pienezza con il sale e la luce della nostra testimonianza agli altri per dare gloria al Padre che è nei cieli».

PAPA FRANCESCO – LA PENTECOSTE DI EFESO

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PAPA FRANCESCO – LA PENTECOSTE DI EFESO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 29 maggio 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.123, 30/05/2017)

Cuori «irrequieti» perché «mossi dallo Spirito Santo», o «elettrocardiogrammi spirituali» piatti, lineari, «senza emozioni»? In quale categoria ci si ritrova? È la domanda di fondo posta a ogni cristiano da Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta lunedì 29 maggio. All’inizio della settimana in cui «la Chiesa ci prepara per ricevere lo Spirito Santo e ci fa riflettere sullo Spirito Santo e ci chiede di pregare perché lo Spirito Santo venga nella Chiesa, nel mio cuore, nella mia parrocchia, nella mia comunità», Papa Francesco ha invitato i cristiani a mettersi «in attesa di questo dono del Padre che Gesù ci ha promesso».
La meditazione del Pontefice ha preso spunto dalla prima lettura del giorno dedicata alla predicazione di san Paolo a Efeso (Atti degli apostoli, 19, 1-8). Subito si nota, ha rilevato Francesco, «come questa comunità che aveva ricevuto la fede non sapeva dello Spirito Santo». Tant’è che, ha detto, questa lettura si potrebbe chiamare «La Pentecoste di Efeso», perché «succede lo stesso che era accaduto a Gerusalemme».
Eppure, ha fatto notare il Papa, «questa gente era credente». Ma quando Paolo domandò loro: «Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?», questi risposero: «Non abbiamo nemmeno sentito che esiste uno Spirito Santo». In questo racconto, cioè, ci si trova di fronte alla «realtà di una Chiesa, gente buona, gente di fede, gente che credeva nel Signore Gesù», ma che «era lì senza neppure conoscere questo dono del Padre: lo Spirito Santo». Perciò «Paolo Impose le mani e incominciarono: “Discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue”».
Il Pontefice ha spiegato che, con la discesa dello Spirito Santo, per i discepoli di Efeso «è incominciato il moto del cuore perché quello che muove il nostro cuore, quello che ci ispira, che ci insegna» è lui: è lo Spirito «che muove il cuore», che alimenta «le emozioni nel cuore». Del resto, ha aggiunto, lo aveva detto lo stesso Gesù: lo Spirito «insegnerà» e farà ricordare «tutto quello che io vi ho insegnato».
Ciò che è accaduto ai discepoli di Efeso è un’esperienza ricorrente nei racconti del Nuovo testamento, in cui si incontrano tanti personaggi che «hanno sentito questo messaggio e hanno cambiato vita». Per esempio, ha approfondito il Pontefice, «possiamo domandarci: chi mosse Nicodemo ad andare di notte a parlare con Gesù?». Fu proprio «quella inquietudine». E «chi mosse la samaritana dopo aver dato l’acqua a Gesù a intrattenersi a parlare con lui?». La risposta è che lei sentiva che «il cuore cambiava». Ancora: «chi mosse la peccatrice ad andare e bagnare i piedi di Gesù con le sue lacrime? E chi mosse tanta gente ad avvicinarsi a Gesù? Pensiamo a quella signora, ammalata di perdite di sangue: chi è stato a muoverla e a metterle quel sentimento, quell’idea: “Se io tocco l’orlo del mantello sarò guarita”?». La risposta è sempre la stessa: «lo Spirito Santo», colui che «muove il cuore».
A questo punto Papa Francesco ha, come sua consuetudine, attualizzato la meditazione applicandola alla vita di ogni cristiano. Ha posto quindi una serie di domande: «Io sono come quelli di Efeso che nemmeno sapevano che esistesse lo Spirito Santo? Quale è il posto che lo Spirito Santo ha nella mia vita, nel mio cuore? Io sono capace di ascoltarlo? Io sono capace di chiedere ispirazione prima di prendere una decisione o dire una parola o fare qualcosa? O il mio cuore è tranquillo, senza emozioni, un cuore fisso?». Il problema infatti, ha aggiunto, è che per «certi cuori, se noi facessimo un elettrocardiogramma spirituale, il risultato sarebbe lineare, senza emozioni».
Una realtà spirituale che si ritrova descritta anche nei vangeli, ha ricordato il Pontefice, se si pensa, ad esempio, ai dottori della legge: «erano credenti in Dio, sapevano tutti i comandamenti, ma il cuore era chiuso, fermo, non si lasciavano interpellare».
Ecco, allora, il punto di volta della riflessione: occorre «lasciarsi interpellare dallo Spirito Santo». Qualcuno, ha detto il Papa, potrebbe obiettare: «“Eh, ho sentito questo… Ma, padre, quello è sentimentalismo?” — “No, può essere, ma no. Se tu vai sulla strada giusta non è sentimentalismo”». Così come può capitare di sentir dire: «Ho sentito la voglia di fare questo, di andare a visitare quell’ammalato o cambiare vita o lasciare questo…». L’importante, ha spiegato Francesco, è «sentire e discernere: discernere quello che sente il mio cuore», perché «lo Spirito Santo è il maestro del discernimento».
Certi slanci sono infatti positivi: «una persona che non ha questi movimenti nel cuore, che non discerne cosa succede, è una persona che ha una fede fredda, una fede ideologica. La sua fede è un’ideologia, tutto qui». È proprio quello che viene descritto nel Vangelo: «il dramma di quei dottori della legge che se la prendevano con Gesù».
Perciò, ha detto il Papa, bisogna chiedersi: «Quale è il mio rapporto con lo Spirito Santo? Io prego lo Spirito Santo? Chiedo luce allo Spirito Santo? Chiedo che mi guidi per il cammino che devo scegliere nella mia vita e anche tutti i giorni? Chiedo che mi dia la grazia di distinguere il buono dal meno buono? Perché il buono dal male subito si distingue. Ma c’è quel male nascosto che è il meno buono, ma ha nascosto il male. Chiedo quella grazia?».
In fin dei conti, la domanda che il Papa ha voluto oggi «seminare» nel cuore di ognuno è: «Come è il mio rapporto con lo Spirito Santo?». Ogni cristiano dovrebbe cioè chiedersi: «Io ho un cuore irrequieto perché mosso dallo Spirito Santo?»; e ancora: «Chiedo questa grazia di capire cosa succede nel mio cuore?»; e infine: «Quando mi viene la voglia di fare qualcosa, mi fermo e chiedo allo Spirito Santo che mi ispiri, che mi dica di sì o di no o faccio soltanto i calcoli con la mente: “Questo sì perché se no…?”».
L’impegno è quello di mettersi in ascolto: «Cosa mi dice lo Spirito?». Non a caso, ha ricordato il Pontefice, l’apostolo Giovanni nell’Apocalisse, rivolgendosi «a ognuna delle sette chiese di quel tempo, incomincia così: “Ascoltate quello che lo Spirito dice alle chiese”». Perciò, ha concluso, «oggi chiediamo questa grazia di ascoltare quello che lo Spirito dice alla nostra Chiesa, alla nostra comunità, alla nostra parrocchia, alla nostra famiglia e a me, a ognuno di noi: la grazia di imparare questo linguaggio di ascoltare lo Spirito Santo».

PAPA FRANCESCO – DOTTRINA E IDEOLOGIA (anche Paolo)

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PAPA FRANCESCO – DOTTRINA E IDEOLOGIA (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 19 maggio 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.116, 20/05/2017)

«È parso bene allo Spirito Santo e a noi…»: non ha perso tutta la sua attualità l’incipt della lettera che gli apostoli scrivono ai cristiani «di Antochia, di Siria e di Pissidia», dopo aver discusso tra loro in quello che è stato il primo vero concilio della storia della Chiesa. Proprio quelle parole, riportate negli Atti degli apostoli, Francesco ha voluto rilanciare chiedendo «la grazia dell’obbedienza matura al magistero della Chiesa», di essere fedeli «a Pietro, ai vescovi» e «allo Spirito Santo che guida e sorregge questo processo». Celebrando la messa a Santa Marta venerdì mattina, 19 maggio, il Papa non ha mancato di mettere in guardia dal «trasformare la dottrina in ideologia», creando difficoltà e divisioni.
«Nella Chiesa dall’inizio ci sono state difficoltà» ha subito riconosciuto Francesco. Tanto che anche «nella prima comunità cristiana, per esempio, c’erano gelosie, lotte di potere: qualche furbetto che voleva guadagnare e comprare il potere, come Simone o quella coppia di ipocriti Anania e Safira che volevano farsi vedere come veri cristiani ma sotto il tavolo facevano i loro affari». Insomma, ha affermato il Papa, «sempre ci sono stati problemi: siamo umani, siamo peccatori e le difficoltà ci sono, anche nella Chiesa, fra noi, sempre». E «in un certo senso — ha precisato — l’essere peccatori ci porta all’umiltà e ad avvicinarsi al Signore, come salvatore dei nostri peccati». Per questa ragione «è una grazia sentirsi peccatori, è una grazia».
«Ma ci sono altri problemi più grossi, non questi di tutti i giorni» ha proseguito il Pontefice facendo riferimento al passo degli Atti degli apostoli (15, 22-31) proposto dalla liturgia come prima lettura: «Il problema di questo brano è la fine del problema che è incominciato con Pietro: quando Pietro va da Cornelio, un pagano, e battezza Cornelio». E «qui la storia verte sulla stessa questione: Paolo e Bàrnaba ad Antiochia hanno sofferto tanto, lì, perché è vero che Gesù aveva detto: “verranno altri popoli”; è vero, ma non ha detto come questi popoli dovessero entrare nella Chiesa». Perciò, ha affermato il Papa, «alcuni dicevano: “No, prima si devono fare giudei e poi entrare”. Questo è il nocciolo del problema».
Semplificando il ragionamento, Francesco ha spiegato che «da una parte» c’erano «quelli che volevano che prima si facessero giudei e poi si battezzassero». E «dall’altra», invece, c’erano «quelli che pensavano: “No, lo chiama il Signore? Che vengano”». Ecco allora che «quando Pietro spiega questo, la visione che ha avuto, e poi quando vede che lo Spirito Santo scende su Cornelio e la sua famiglia, dice quella frase: “Chi sono io per chiudere la porta allo Spirito Santo?”». Tutto questo — ha ricordato Francesco — «succede anche ad Antiochia: poi Paolo è lapidato, è lasciato come morto». Sono «perseguitati».
C’è infatti, ha proseguito il Pontefice, «questo gruppetto» che «va da una parte all’altra con le diffamazioni, con chiacchiere brutte, pesanti». E «anche dice, un passo più avanti — ma è la stessa storia ad Antiochia — che sono andati dalle donne pie, che avevano influsso sulle autorità, perché cacciassero via gli apostoli». Così «gli apostoli alla fine si riuniscono per studiare questo problema: cosa facciamo con i pagani, quelli che vogliono diventare cristiani, quelli che lo Spirito Santo chiama a diventare cristiani?». E gli apostoli «vogliono trattare la cosa nella presenza di Dio: molto probabilmente, in questa riunione, ci sono state discussioni forti ma con buono spirito». Anche «Paolo, dice il libro degli Atti in un’altra parte, ha detto cose forti a Pietro, ma sempre davanti a Dio, con buono spirito». Invece «c’è un altro gruppetto che faceva confusione e gli apostoli dicono così: “Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico — sovrani — sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi”».
«E così ci troviamo davanti a due gruppi di persone» ha rilanciato il Papa: «Il gruppo degli apostoli che vogliono discutere il problema e gli altri che vanno e creano problemi, dividono, dividono la Chiesa, dicono che quello che predicano gli apostoli non è quello che Gesù ha detto, che non è la verità». Da parte loro, «gli apostoli discutono la cosa e alla fine, abbiamo sentito, come si mettono d’accordo». Ma «non è — ha fatto presente Francesco — un accordo politico, è l’ispirazione dello Spirito Santo che li porta a dire: niente cose, niente esigenze», se non l’obbligo di «non mangiare carne in quel tempo, la carne sacrificata agli idoli perché era fare comunione con gli idoli, astenersi dal sangue, dagli animali soffocati — perché era uno scandalo mangiare il sangue, la carne soffocata, anche se è una cosa che oggi appare secondaria — e dalle unioni illegittime». E «dall’altra la libertà dello Spirito: così i pagani possono entrare nella Chiesa senza passare per la circoncisione, direttamente».
Il Papa ha fatto anche notare che «è bello come incomincia questa lettera» degli apostoli: «”È parso bene allo Spirito Santo e a noi”: lo Spirito e loro si mettono d’accordo». E «questo è il primo concilio della Chiesa, per chiarire la dottrina». Poi ce ne «sono stati tanti, fino al Vaticano II, che hanno chiarito la dottrina: per esempio, quando noi recitiamo il Credo, è il risultato dei concili che hanno precisato la dottrina». Infatti, ha affermato il Pontefice, «è un dovere della Chiesa chiarire la dottrina perché si capisca bene quello che Gesù ha detto nei Vangeli, qual è lo spirito dei Vangeli». E gli Atti raccontano, appunto, «il primo: davanti a un problema hanno chiarito, le cose sono così». Anche «a Efeso, per esempio, quando si discuteva se Maria è madre di Dio, hanno fatto il concilio per chiarire quel problema, perché lo Spirito Santo e loro, il Papa con i vescovi, tutti insieme e vanno avanti».
«Ma sempre c’è stata quella gente — ha messo in guardia Francesco — che senza alcun incarico va a turbare la comunità cristiana con discorsi che sconvolgono le anime: “Eh, no, questo che ha detto quello è eretico, quello non si può dire, quello no, la dottrina della Chiesa è questa”». In realtà «sono fanatici di cose che non sono chiare, come questi fanatici che andavano lì seminando zizzania per dividere la comunità cristiana». Proprio «questo è il problema: quando la dottrina della Chiesa, quella che viene dal Vangelo, quella che ispira lo Spirito Santo — perché Gesù ha detto: “Lui ci insegnerà e vi farà ricordare quello che io ho insegnato” — diventa ideologia». Ecco «il grande errore di questa gente: questi che andavano lì non erano credenti, erano ideologizzati, avevano un’ideologia che chiudeva il cuore all’opera dello Spirito Santo». Invece «gli apostoli sicuramente hanno discusso forte, ma non erano ideologizzati: avevano il cuore aperto a quello che lo Spirito diceva». Ecco perché, «dopo la discussione», iniziano la loro lettera scrivendo: «È parso allo Spirito e a noi».
«Non dobbiamo spaventarci, quando sentiamo queste opinioni degli ideologi della dottrina» ha affermato il Pontefice. «La Chiesa ha il suo proprio magistero, il magistero del Papa, dei vescovi, dei concili, e dobbiamo andare su quella strada che viene dalla predicazione di Gesù e dall’insegnamento e l’assistenza dello Spirito Santo: è sempre aperta, sempre libera». E «questa è la libertà dello Spirito, ma nella dottrina». Invece coloro «che sono andati lì, ad Antiochia, a fare chiasso e a dividere la comunità, sono ideologi». Perché «la dottrina unisce, i concili uniscono sempre, la comunità cristiana». È l’ideologia che «divide» ma «per loro è più importante l’ideologia che la dottrina: lasciano da parte lo Spirito Santo».
«Oggi mi viene di chiedere la grazia dell’obbedienza matura al magistero della Chiesa — ha confidato, infine, Francesco — quell’obbedienza a quello che la Chiesa ci ha insegnato sempre e ci continua a insegnare». E così facendo «sviluppa il Vangelo, lo spiega ogni volta meglio, in fedeltà a Pietro, ai vescovi e, in definitiva, allo Spirito Santo che guida e sorregge questo processo». In questa prospettiva il Papa ha invitato «anche a pregare per quelli che trasformano la dottrina in ideologia, perché il Signore gli dia la grazia della conversione all’unità della Chiesa, allo Spirito Santo e alla vera dottrina».

 

PAPA FRANCESCO – DOTTRINA E IDEOLOGIA (anche Paolo)

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PAPA FRANCESCO – DOTTRINA E IDEOLOGIA (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 19 maggio 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.116, 20/05/2017)

«È parso bene allo Spirito Santo e a noi…»: non ha perso tutta la sua attualità l’incipt della lettera che gli apostoli scrivono ai cristiani «di Antochia, di Siria e di Pissidia», dopo aver discusso tra loro in quello che è stato il primo vero concilio della storia della Chiesa. Proprio quelle parole, riportate negli Atti degli apostoli, Francesco ha voluto rilanciare chiedendo «la grazia dell’obbedienza matura al magistero della Chiesa», di essere fedeli «a Pietro, ai vescovi» e «allo Spirito Santo che guida e sorregge questo processo». Celebrando la messa a Santa Marta venerdì mattina, 19 maggio, il Papa non ha mancato di mettere in guardia dal «trasformare la dottrina in ideologia», creando difficoltà e divisioni.
«Nella Chiesa dall’inizio ci sono state difficoltà» ha subito riconosciuto Francesco. Tanto che anche «nella prima comunità cristiana, per esempio, c’erano gelosie, lotte di potere: qualche furbetto che voleva guadagnare e comprare il potere, come Simone o quella coppia di ipocriti Anania e Safira che volevano farsi vedere come veri cristiani ma sotto il tavolo facevano i loro affari». Insomma, ha affermato il Papa, «sempre ci sono stati problemi: siamo umani, siamo peccatori e le difficoltà ci sono, anche nella Chiesa, fra noi, sempre». E «in un certo senso — ha precisato — l’essere peccatori ci porta all’umiltà e ad avvicinarsi al Signore, come salvatore dei nostri peccati». Per questa ragione «è una grazia sentirsi peccatori, è una grazia».
«Ma ci sono altri problemi più grossi, non questi di tutti i giorni» ha proseguito il Pontefice facendo riferimento al passo degli Atti degli apostoli (15, 22-31) proposto dalla liturgia come prima lettura: «Il problema di questo brano è la fine del problema che è incominciato con Pietro: quando Pietro va da Cornelio, un pagano, e battezza Cornelio». E «qui la storia verte sulla stessa questione: Paolo e Bàrnaba ad Antiochia hanno sofferto tanto, lì, perché è vero che Gesù aveva detto: “verranno altri popoli”; è vero, ma non ha detto come questi popoli dovessero entrare nella Chiesa». Perciò, ha affermato il Papa, «alcuni dicevano: “No, prima si devono fare giudei e poi entrare”. Questo è il nocciolo del problema».
Semplificando il ragionamento, Francesco ha spiegato che «da una parte» c’erano «quelli che volevano che prima si facessero giudei e poi si battezzassero». E «dall’altra», invece, c’erano «quelli che pensavano: “No, lo chiama il Signore? Che vengano”». Ecco allora che «quando Pietro spiega questo, la visione che ha avuto, e poi quando vede che lo Spirito Santo scende su Cornelio e la sua famiglia, dice quella frase: “Chi sono io per chiudere la porta allo Spirito Santo?”». Tutto questo — ha ricordato Francesco — «succede anche ad Antiochia: poi Paolo è lapidato, è lasciato come morto». Sono «perseguitati».
C’è infatti, ha proseguito il Pontefice, «questo gruppetto» che «va da una parte all’altra con le diffamazioni, con chiacchiere brutte, pesanti». E «anche dice, un passo più avanti — ma è la stessa storia ad Antiochia — che sono andati dalle donne pie, che avevano influsso sulle autorità, perché cacciassero via gli apostoli». Così «gli apostoli alla fine si riuniscono per studiare questo problema: cosa facciamo con i pagani, quelli che vogliono diventare cristiani, quelli che lo Spirito Santo chiama a diventare cristiani?». E gli apostoli «vogliono trattare la cosa nella presenza di Dio: molto probabilmente, in questa riunione, ci sono state discussioni forti ma con buono spirito». Anche «Paolo, dice il libro degli Atti in un’altra parte, ha detto cose forti a Pietro, ma sempre davanti a Dio, con buono spirito». Invece «c’è un altro gruppetto che faceva confusione e gli apostoli dicono così: “Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico — sovrani — sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi”».
«E così ci troviamo davanti a due gruppi di persone» ha rilanciato il Papa: «Il gruppo degli apostoli che vogliono discutere il problema e gli altri che vanno e creano problemi, dividono, dividono la Chiesa, dicono che quello che predicano gli apostoli non è quello che Gesù ha detto, che non è la verità». Da parte loro, «gli apostoli discutono la cosa e alla fine, abbiamo sentito, come si mettono d’accordo». Ma «non è — ha fatto presente Francesco — un accordo politico, è l’ispirazione dello Spirito Santo che li porta a dire: niente cose, niente esigenze», se non l’obbligo di «non mangiare carne in quel tempo, la carne sacrificata agli idoli perché era fare comunione con gli idoli, astenersi dal sangue, dagli animali soffocati — perché era uno scandalo mangiare il sangue, la carne soffocata, anche se è una cosa che oggi appare secondaria — e dalle unioni illegittime». E «dall’altra la libertà dello Spirito: così i pagani possono entrare nella Chiesa senza passare per la circoncisione, direttamente».
Il Papa ha fatto anche notare che «è bello come incomincia questa lettera» degli apostoli: «”È parso bene allo Spirito Santo e a noi”: lo Spirito e loro si mettono d’accordo». E «questo è il primo concilio della Chiesa, per chiarire la dottrina». Poi ce ne «sono stati tanti, fino al Vaticano II, che hanno chiarito la dottrina: per esempio, quando noi recitiamo il Credo, è il risultato dei concili che hanno precisato la dottrina». Infatti, ha affermato il Pontefice, «è un dovere della Chiesa chiarire la dottrina perché si capisca bene quello che Gesù ha detto nei Vangeli, qual è lo spirito dei Vangeli». E gli Atti raccontano, appunto, «il primo: davanti a un problema hanno chiarito, le cose sono così». Anche «a Efeso, per esempio, quando si discuteva se Maria è madre di Dio, hanno fatto il concilio per chiarire quel problema, perché lo Spirito Santo e loro, il Papa con i vescovi, tutti insieme e vanno avanti».
«Ma sempre c’è stata quella gente — ha messo in guardia Francesco — che senza alcun incarico va a turbare la comunità cristiana con discorsi che sconvolgono le anime: “Eh, no, questo che ha detto quello è eretico, quello non si può dire, quello no, la dottrina della Chiesa è questa”». In realtà «sono fanatici di cose che non sono chiare, come questi fanatici che andavano lì seminando zizzania per dividere la comunità cristiana». Proprio «questo è il problema: quando la dottrina della Chiesa, quella che viene dal Vangelo, quella che ispira lo Spirito Santo — perché Gesù ha detto: “Lui ci insegnerà e vi farà ricordare quello che io ho insegnato” — diventa ideologia». Ecco «il grande errore di questa gente: questi che andavano lì non erano credenti, erano ideologizzati, avevano un’ideologia che chiudeva il cuore all’opera dello Spirito Santo». Invece «gli apostoli sicuramente hanno discusso forte, ma non erano ideologizzati: avevano il cuore aperto a quello che lo Spirito diceva». Ecco perché, «dopo la discussione», iniziano la loro lettera scrivendo: «È parso allo Spirito e a noi».
«Non dobbiamo spaventarci, quando sentiamo queste opinioni degli ideologi della dottrina» ha affermato il Pontefice. «La Chiesa ha il suo proprio magistero, il magistero del Papa, dei vescovi, dei concili, e dobbiamo andare su quella strada che viene dalla predicazione di Gesù e dall’insegnamento e l’assistenza dello Spirito Santo: è sempre aperta, sempre libera». E «questa è la libertà dello Spirito, ma nella dottrina». Invece coloro «che sono andati lì, ad Antiochia, a fare chiasso e a dividere la comunità, sono ideologi». Perché «la dottrina unisce, i concili uniscono sempre, la comunità cristiana». È l’ideologia che «divide» ma «per loro è più importante l’ideologia che la dottrina: lasciano da parte lo Spirito Santo».
«Oggi mi viene di chiedere la grazia dell’obbedienza matura al magistero della Chiesa — ha confidato, infine, Francesco — quell’obbedienza a quello che la Chiesa ci ha insegnato sempre e ci continua a insegnare». E così facendo «sviluppa il Vangelo, lo spiega ogni volta meglio, in fedeltà a Pietro, ai vescovi e, in definitiva, allo Spirito Santo che guida e sorregge questo processo». In questa prospettiva il Papa ha invitato «anche a pregare per quelli che trasformano la dottrina in ideologia, perché il Signore gli dia la grazia della conversione all’unità della Chiesa, allo Spirito Santo e alla vera dottrina».

 

PAPA FRANCESCO – CRISTIANI IN GRIGIO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2014/documents/papa-francesco-cotidie_20141027_crisitiani-in-grigio.html

PAPA FRANCESCO – CRISTIANI IN GRIGIO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 27 ottobre 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.246, Mart. 28/10/2014)

L’esame di coscienza sulle nostre parole, così come lo propone san Paolo, ci aiuterà a rispondere a una domanda cruciale su noi stessi: siamo cristiani della luce, delle tenebre o, peggio, del grigio? È questo l’interrogativo che Papa Francesco ha posto nella messa celebrata lunedì mattina, 27 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta.
Per proporre questo essenziale esame di coscienza Francesco ha preso spunto dal passo della Lettera agli efesini (4, 32-5, 8): «San Paolo dice ai cristiani che dobbiamo comportarci come figli della luce e non come figli delle tenebre, come eravamo un tempo». E «per spiegare questo — sia lui e anche nel Vangelo (Luca 13, 10-17) — fa una catechesi sulla parola: com’è la parola di un figlio della luce e com’è la parola di un figlio delle tenebre».
Dunque, ha spiegato il Papa rilanciando la catechesi paolina, «la parola di un figlio che non è della luce può essere una parola oscena, una parola volgare». Dice infatti l’apostolo: «Di fornicazione e di ogni specie di impurità o di cupidigia, neppure si parli fra voi».
E così, ha fatto notare Francesco, «un figlio della luce non ha questo linguaggio volgare, questo linguaggio sporco».
C’è, però, «una seconda parola, la parola mondana». Tanto che Paolo suggerisce di non parlare neppure «di volgarità, insulsaggini, trivialità». E «la mondanità è volgare e triviale» ha rimarcato. Da parte sua, «un figlio della luce non è mondano e non deve parlare di mondanità, di volgarità».
Ma san Paolo va oltre e dice: «State attenti, che nessuno vi inganni con parole vuote». Un messaggio che non perde di attualità, tanto che il Pontefice ha subito aggiunto che di parole vuote oggi «ne sentiamo tante». E alcune sono anche «belle, ben dette, ma vuote, senza niente dentro». Perciò «neppure questa è la parola del figlio della luce».
E, ancora, ha affermato Francesco «c’è un’altra parola nel Vangelo» ed è precisamente «quella che Gesù dice ai dottori della legge: “Ipocriti”». Sì, è proprio «la parola “ipocrita”». E così, ha suggerito, anche noi «possiamo pensare com’è la nostra parola: è ipocrita? È un po’ di qua e un po’ di là, per stare bene con tutti? È una parola vacua, senza sostanza, piena di vacuità? È una parola volgare, triviale, cioè mondana? È una parola sporca, oscena?». San Paolo ci dice chiaramente, ha spiegato il vescovo di Roma, che «queste quattro parole non sono dei figli della luce, non vengono dallo Spirito Santo, non vengono da Gesù, non sono parole evangeliche». Dunque non è proprio dei figli della luce «questo modo di parlare, parlare sempre di cose sporche o di mondanità o di vacuità o parlare ipocritamente».
Invece «qual è la parola dei santi, cioè la parola del figlio della luce?». È sempre Paolo che dà la risposta: «Fatevi imitatori di Dio: camminate nella carità; camminate nella bontà; camminate nella mitezza». Chi cammina così è, appunto, un figlio della luce. E ancora: «Siate misericordiosi — dice Paolo — perdonandovi a vicenda, come Dio ha perdonato voi in Cristo. Fatevi, dunque, imitatori di Dio e camminate nella carità». Un’esortazione che, in sostanza, ci invita a camminare «nella misericordia, nel perdono, nella carità». Proprio «questa è la parola di un figlio della luce» ha affermato Francesco sulla scia della lettera agli efesini.
«Oggi la Chiesa ci fa riflettere sul modo di parlare e da questo ci aiuterà a capire se noi siamo figli della luce o figli delle tenebre» ha precisato il Papa. E ha proposto concreti punti di riferimento per orientarsi dicendo: «Ricordatevi: parole oscene, niente! Parole volgari e mondane, niente! Parole vacue, niente! Parole ipocrite, niente!». Queste parole, infatti, «non sono di Dio, non sono del Signore, ma sono del maligno».
È vero, ha convenuto il Pontefice, che si possono capire bene e riconoscere le differenze tra i figli della luce e i figli delle tenebre. «I figli della luce risplendono» come Gesù dice ai suoi discepoli: «Risplendano le vostre opere e diano gloria al Padre». È un fatto evidente che «la luce risplende e illumina gli altri nel cammino». E «ci sono cristiani luminosi, pieni di luce, che cercano di servire il Signore con questa luce». Così come, d’altra parte, «ci sono cristiani tenebrosi, che non vogliono niente dal Signore e portano avanti una vita di peccato, una vita lontana dal Signore». E questi cristiani «usano queste quattro parole» indicate da Paolo.
Non tutto però è sempre così netto e riconoscibile: da una parte i figli delle tenebre e dall’altra i figli della luce. «C’è un terzo gruppo di cristiani — ha spiegato — che è il più difficile e complesso di tutti: i cristiani né luminosi né bui». E questi «sono i cristiani del grigio» che «una volta stanno da questa parte, un’altra da quella». Tanto che «la gente di questi dice “ma questa persona sta bene con Dio o col diavolo?”». E lo dice perché sono cristiani «sempre nel grigio: sono i tiepidi» e «non sono né luminosi né oscuri».
Ma «questi Dio non li ama». Lo si legge nell’Apocalisse quando «il Signore a questi cristiani del grigio dice “ma no, tu non sei né caldo né freddo! Magari fossi caldo o freddo! Ma perché sei tiepido — grigio — sto per vomitarti dalla mia bocca!”». Dunque, ha detto il Papa, «il Signore è forte con i cristiani del grigio». E a nulla vale giustificarsi per autodifesa «io sono cristiano, ma senza esagerare».
Difatti queste persone grigie «fanno tanto male, perché la loro testimonianza cristiana è una testimonianza che, alla fine, semina confusione, semina una testimonianza negativa». E in proposito Paolo è particolarmente chiaro: «Un tempo infatti eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce». Paolo dice «figli della luce» e «non figli delle tenebre, non figli del grigio».
Il passo di san Paolo, ha concluso Francesco, è un buon termometro per riconsiderare bene «il nostro linguaggio». E può tornare utile rispondere a queste domande: «Come parliamo noi? Con quale di queste quattro parole parliamo? Parole oscene, parole mondane, volgari, parole vacue, parole ipocrite?». E la risposta a questi interrogativi, ha aggiunto il Papa, deve suggerirci un’altra domanda: «Sono cristiano della luce? Sono cristiano del buio? Sono cristiano del grigio?». Questo concreto esame di coscienza ci aiuterà a «fare un passo avanti, per incontrare il Signore».

 

PAPA FRANCESCO – UN CUORE NUOVO

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PAPA FRANCESCO – UN CUORE NUOVO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 20 gennaio 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.16, 21/01/2017)

«La debolezza di Dio» è che, perdonandoci, arriva a dimenticare i nostri peccati. E così è sempre pronto a farci radicalmente «cambiare vita, non solo mentalità e cuore». Da parte nostra, però, ci dev’essere l’impegno a vivere fino in fondo questa «nuova alleanza», questa «ri-creazione», mettendo da parte la tentazione di condannare e le stupidaggini della mondanità, e ravvivando sempre la nostra «appartenenza» al Signore. Ecco le indicazioni pratiche suggerite dal Papa nella messa celebrata venerdì mattina, 20 gennaio, nella cappella della Casa Santa Marta.
La liturgia, ha subito fatto notare Francesco, «ha un’orazione, una preghiera molto bella, che ci fa capire la profondità dell’opera di Gesù Cristo: “O Dio, tu che hai creato meravigliosamente il mondo, ma più meravigliosamente lo hai ricreato”, cioè con il sangue di Gesù, con la redenzione». Proprio «questo rinnovamento, questa ri-creazione è ciò di cui si parla oggi nella prima lettura», tratta dalla lettera agli Ebrei (8, 6-13). Siamo di fronte, ha affermato, alla promessa del Signore: «Ecco: vengono giorni, quando io concluderò un’alleanza nuova. Non sarà come l’alleanza che feci con i loro padri». È «un’alleanza nuova», dunque, «e l’alleanza nuova che Dio fa in Gesù Cristo è la ri-creazione: rinnova tutto». Questo vuol dire «rinnovare tutto dalle radici, non soltanto nell’apparenza».
«Questa alleanza nuova — ha spiegato il Papa — ha le sue proprie caratteristiche». Si legge ancora nella lettera agli Ebrei: «E questa è l’alleanza che io stipulerò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò nei loro cuori». Ciò significa, ha affermato Francesco, che «la legge del Signore non è solo un modo di agire esterno», perché «l’alleanza che lui farà è di mettere la legge proprio nella mente nostra e nel cuore: ci cambia la mentalità». Perciò «nella nuova alleanza c’è un cambio di mentalità, c’è un cambio di cuore, un cambio di sentire, di modo di agire: è un modo diverso di vedere le cose».
Per far comprendere questo punto, il Pontefice ha fatto ricorso a un esempio: «io posso vedere l’opera di una persona, pensiamo a un architetto», e valutarla «con un atteggiamento freddo, tecnico, oggettivo», dicendo: «sta bene, tecnicamente sta bene». Oppure, ha proseguito il Papa, «posso vederlo con invidia perché ha fatto una cosa bella che io non sono capace di fare», e questo è «un altro atteggiamento». Ma, ancora, «posso vederlo con benevolenza, anche con gioia», dicendo: «complimenti, sei stato bravo, questo mi piace tanto, anch’io sono felice!». Sono dunque «tre atteggiamenti diversi».
«La nuova alleanza — ha fatto presente Francesco — ci cambia il cuore e ci fa vedere la legge del Signore con questo nuovo cuore, con questa nuova mente». Riferendosi, poi, «ai dottori della legge che perseguitavano Gesù», il Papa ha ricordato che «facevano tutto quello che era prescritto dalla legge, avevano il diritto in mano, tutto, tutto, tutto. Ma la loro mentalità era una mentalità lontana da Dio, era una mentalità egoista, centrata su loro stessi: il loro cuore era un cuore che condannava». Vivevano, insomma, «sempre condannando». Ma ecco che «la nuova alleanza ci cambia il cuore e ci cambia la mente: c’è un cambio di mentalità».
Riprendendo il passo della lettera agli Ebrei, il Pontefice ha messo in evidenza come «poi il Signore va avanti: “Porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò nei loro cuori. Perché io perdonerò le loro iniquità e non mi ricorderò più dei loro peccati”».

Proprio riflettendo su queste parole, ha aggiunto Francesco, «a volte a me piace pensare, un po’ scherzando col Signore: “Tu non hai una buona memoria!”». Questa «è la debolezza di Dio: quando Dio perdona, dimentica, dimentica». Tanto che «il Signore non dirà mai “me la pagherai!”: lui dimentica, perché perdona». Davanti «a un cuore pentito, perdona e dimentica: “Io dimenticherò, non ricorderò i loro peccati”». E «anche questo è un invito a non far ricordare al Signore i peccati, cioè a non peccare più: “Tu mi hai perdonato, tu hai dimenticato, ma io devo…”». Si tratta, appunto, di un vero «cambio di vita: la nuova alleanza mi rinnova e mi fa cambiare la vita, non solo la mentalità e il cuore, ma la vita». Essa spinge a «vivere così, senza peccato, lontano dal peccato». E «questa è la ri-creazione: così il Signore ricrea noi tutti».
Il passo della lettera agli Ebrei propone poi «un terzo tratto, un cambiamento di appartenenza». Si legge infatti: «Sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo». È «quell’appartenenza» che porta a dire: «Tu sei l’unico Dio per me, gli altri dèi non esistono». Perché, ha aggiunto Francesco, «gli altri dei, come diceva un anziano che ho conosciuto, sono stupidaggini: “tu solo sei il mio Dio e io sono tuo, questo popolo è tuo”».
Dunque, ha insistito il Pontefice, «cambio di mentalità, cambio di cuore, cambio di vita e cambio di appartenenza: questa è la ri-creazione che il Signore fa più meravigliosamente che la prima creazione».
In conclusione, Francesco ha suggerito di chiedere «al Signore di andare avanti in questa alleanza, di essere fedeli; il sigillo di questa alleanza, di questa fedeltà, essere fedele a questo lavoro che il Signore fa per cambiarci la mentalità, per cambiarci il cuore». Ricordando sempre che «i profeti dicevano: “Il Signore cambierà il tuo cuore di pietra in cuore di carne”». Ecco allora, ha riaffermato il Papa, l’impegno a «cambiare il cuore, cambiare la vita, non peccare più e non fare ricordare al Signore quello che ha dimenticato con i nostri peccati di oggi, e cambiare l’appartenenza: mai appartenere alla mondanità, allo spirito del mondo, alle stupidaggini del mondo, soltanto al Signore».

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