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PAPA FRANCESCO – 27.4.18 – Il cielo è un incontro (anche Paolo)

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PAPA FRANCESCO – 27.4.18 – Il cielo è un incontro (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 27 aprile 2018

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.096, 28/04/2018)

Per i cristiani il cielo non è «astratto o lontano» ma è «l’incontro da persona a persona con Gesù» che, mentre «noi siamo in cammino», ci aspetta «e prega per ciascuno di noi». Ricordando la fedeltà di Dio alla sua promessa Papa Francesco ha celebrato la messa venerdì 27 aprile a Santa Marta.
Nel riferirsi alla predica di Paolo nella sinagoga di Antiòchia di Pisìdia, così come è riportata nel passo degli Atti degli apostoli proposto dalla liturgia (13, 26-33), il Pontefice ne ha riproposto la parte finale: «E noi vi annunciamo che la promessa fatta ai padri si è realizzata, perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: “Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato”».
È «la promessa che aveva fatto Dio» ha spiegato il Papa. E «il popolo si è messo in cammino con questa promessa nel cuore». Dunque, «il popolo di Dio ha incominciato a camminare con questa promessa nel cuore», con «la coscienza di essere un popolo eletto» che «sentiva l’elezione di Dio», con «la sicurezza» — perché «questa elezione dava una sicurezza nel sigillo dell’alleanza che aveva fatto il popolo con Dio» — e anche «con la speranza della promessa che Dio gli aveva dato».
Questa «promessa del popolo di Dio in cammino dall’inizio, dice Paolo, si è realizzata perché Dio l’ha compiuta per noi, in Gesù Cristo» ha insistito il Pontefice. E «il popolo si fidava della promessa — ha proseguito — perché sapeva che Dio è fedele, aveva quella conoscenza». Del resto, «l’infedeltà era nel popolo: tante, tante infedeltà nel cammino. Ma Dio rimaneva sempre fedele e per questo» il popolo «andava avanti, fidandosi della fedeltà di Dio».
«Anche noi siamo in cammino» ha fatto presente il Papa. «Siamo in cammino e quando» ci domandiamo: «ma in cammino» verso dove, rispondiamo: «sì, in cielo». E «cosa è il cielo?». Ecco, ha affermato Francesco, che «incominciamo a scivolare nelle risposte, non sappiamo bene come dire “cosa è il cielo”». Magari «tante volte pensiamo a un cielo astratto, un cielo lontano, un cielo» che «sì, si sta bene lì».
Invece «noi camminiamo verso un incontro: l’incontro definitivo con Gesù» ha ricordato il Pontefice. E così «il cielo è l’incontro con Gesù e noi prepariamo questo incontro con gli incontri che noi facciamo nel cammino della vita con il Signore». Ma «l’incontro definitivo, pieno, che ci farà godere per tutta la vita — come abbiamo pregato nell’orazione colletta — sarà sempre con Gesù: un incontro da persona a persona». Perché «Gesù, Dio e uomo, Gesù, in corpo e anima, ci aspetta».
Francesco ha suggerito di «tornare su questo pensiero: “Io sto camminando nella vita per incontrare Gesù”». Un pensiero «così semplice». Con una consapevolezza: «Gesù, nel frattempo», non sta «seduto lì ad aspettarci, ad aspettarmi: no, lui stesso, nel Vangelo, ci ha detto cosa fa: “Abbiate fede anche in me; vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me”». Sono le parole proclamate nel passo di Giovanni (14, 1-6) proposto dalla liturgia del giorno.
«Gesù ci prepara un posto, Gesù lavora, in questo momento, per noi» ha rilanciato il Papa. E «il lavoro di Gesù» è «l’intercessione, la preghiera di intercessione». Così «il suo sacerdozio che si è consumato nella passione, continua in cielo con l’intercessione: Gesù prega per me, per ognuno di noi». Ma «questo dobbiamo ripeterlo per convincerci: lui è fedele e lui prega per me, in questo momento». Tanto che «l’immagine dell’intercessione — le mani così, per far vedere al Padre le piaghe della passione — se l’è portata con sé». Perchè «Gesù prega per me».
«C’è un passo nel Vangelo, nell’ultima cena, quando Gesù dice a Pietro: “io pregherò per te”» ha ricordato il Papa, rimarcando che «quello che dice a Pietro l’ha detto a tutti noi: “Io prego per te”». Perciò «ognuno di noi deve dire: Gesù sta pregando per me, sta lavorando, ci sta preparando quel posto». E «lui è fedele: lo fa perché lo ha promesso». Così «il cielo sarà questo incontro, un incontro con il Signore che è andato lì a preparare il posto, l’incontro di ognuno di noi». E «questo ci dà fiducia, fa crescere la fiducia».
«Io prego ma Lui prega per me» è la verità su cui il Pontefice ha voluto porre l’accento. «Per questo — ha spiegato — quando preghiamo sempre diciamo al Padre “per nostro Signore Gesù Cristo”, perché le preghiere vanno sempre tramite lui che sta pregando per noi». È, appunto, «l’intercessione, Gesù è il sacerdote intercessore: prima era il sacerdote che ha dato la vita per noi; adesso è il sacerdote intercessore, fino all’ultimo momento del mondo». E «questo deve darci fiducia, far crescere la fiducia» che in cielo «mi stanno aspettando» e che Gesù «sta pregando per me» e sta preparando «la dimora per me».
In conclusione Francesco ha espresso l’auspicio «che il Signore ci dia questa consapevolezza di essere in cammino con questa promessa in mano ma anche nel cuore». E «con la coscienza di essere eletto, perché il Signore ci ha eletti tutti e ognuno di noi». Un cammino da percorrere «cercando di fare continuamente, di rinnovare l’alleanza di fedeltà, per essere più fedeli perché Lui è fedele». E così, «il Signore ci dia questa grazia di guardare su e pensare: “Il Signore sta pregando per me”».

 

 

PAPA FRANCESCO – 7 GIUGNO 2018 – La memoria cristiana è il sale della vita (anche Paolo)

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PAPA FRANCESCO – 7 GIUGNO 2018 – La memoria cristiana è il sale della vita (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.128, 08/06/2018)

È tra «memoria e speranza» che possiamo «incontrare Gesù». E Papa Francesco ha suggerito tre consigli pratici per non essere «cristiani smemorati» e dunque incapaci di dare «sale alla vita»: ricordarsi dei primi incontri con il Signore, di chi ci ha trasmesso la fede — a cominciare dai genitori e dai nonni — e della legge di Dio. È su queste indicazioni ad «andare indietro per andare avanti» che il Pontefice ha centrato la messa celebrata giovedì 7 giugno a Santa Marta. Proponendo anche un esame di coscienza.
Francesco ha fatto notare che «nella prima lettura Paolo attira l’attenzione di Timoteo sulla memoria: “Figlio mio, ricordati di Gesù Cristo”». E, sempre riferendosi alla seconda Lettera paolina a Timoteo (2, 8-15), il Papa ha anche fatto presente che l’apostolo, «più avanti», rilancia scrivendo: «Richiama alla memoria queste cose».
Insomma, Paolo «fa un’esortazione perché» Timoteo «vada indietro con la memoria per incontrare Gesù Cristo e la memoria, come è presentata nella Bibbia, non è un pensiero, diremmo, un po’ romantico, come dire “i tempi passati sono stati migliori”». No, ha spiegato il Papa, «la memoria è un andare indietro per trovare forze e poter camminare in avanti». Di più, «la memoria cristiana è sempre un incontro, un incontro con Gesù Cristo». Per questo Paolo scrive a Timoteo: «Ricordati di Gesù Cristo, richiama alla memoria queste cose».
«La memoria cristiana è come il sale della vita: senza memoria non possiamo andare avanti» ha affermato il Pontefice. Tanto che «quando noi troviamo cristiani “smemorati”, subito vediamo che hanno perso il sapore della vita cristiana e sono finiti» per essere «persone che compiono i comandamenti ma senza la mistica, senza incontrare Gesù». Invece «Cristo dobbiamo incontrarlo nella vita».
«Mi sono venute in mente tre situazioni nelle quali possiamo incontrare Gesù» ha confidato il Papa indicandole: «Nei primi momenti, così li chiamo io; nei nostri capi, nei nostri antenati; e nella legge».
«Ricordati di Gesù Cristo nei primi momenti», dunque è la prima indicazione. E «la Lettera agli Ebrei è chiara in questo: “Rimandate alla memoria quei primi tempi, dopo la vostra conversione”», un momento in cui «eravate così fervorosi», ferventi.
Del resto, ha detto il Pontefice, «ognuno di noi ha dei tempi di incontro con Gesù». E «nella nostra vita ci sono uno, due, tre momenti in cui Gesù si è avvicinato, si è manifestato». Ed è importante, ha fatto presente il Papa, «non dimenticare questi momenti: dobbiamo andare indietro e riprenderli perché sono momenti di ispirazione, dove noi incontriamo Gesù Cristo». In questa prospettiva Francesco ha fatto nuovamente riferimento alla lettera agli Ebrei: «Fissi gli occhi, fissi lo sguardo su Gesù Cristo, che è il creatore e il consumatore della fede; rimandate alla memoria colui che ha sofferto così ostilità». Dunque, è l’invito del Papa, «sempre pensare a Gesù Cristo ma nei momenti: ognuno di noi ha dei momenti così, quando ha incontrato Gesù Cristo, quando ha cambiato vita, quando il Signore gli ha fatto vedere la propria vocazione, quando il Signore lo visitò in un momento difficile».
E «noi nel cuore abbiamo questi momenti: cerchiamoli, contempliamo questi momenti» ha affermato il Pontefice. Rinnovando l’esortazione ad avere «memoria di quei momenti nei quali io ho incontrato Gesù Cristo, memoria di quei momenti nei quali Gesù Cristo ha incontrato me». Perché quei momenti, ha spiegato, «sono la fonte del cammino cristiano, la fonte che mi darà le forze». Perciò è importante «tornare sempre a quei momenti per riprendere forza e poter andare avanti».
A questo punto, ha rilanciato il Papa, «ognuno può domandarsi: io ricordo quei momenti di incontro con Gesù, quando mi è cambiata la vita, quando mi ha promesso qualcosa?». E «se non li ricordiamo, cerchiamoli: ognuno di noi ne ha, cerchiamoli».
La seconda situazione per l’«incontro con Gesù» è la «memoria dei nostri antenati» ha affermato Francesco. E «la Lettera agli Ebrei è chiara anche su questo: “Rimanda alla memoria i vostri capi, quelli che vi hanno insegnato la fede”, quelli che mi hanno trasmesso la fede». Oltretutto, ha proseguito il Pontefice, nella stessa Lettera proposta dalla liturgia «un po’ più avanti Paolo torna su questo e dice a Timoteo: “Ricordati tua mamma e tua nonna che ti hanno trasmesso la fede”».
L’apostolo, in pratica, indica «l’esempio dei nostri capi, delle nostre radici, di coloro che ci hanno dato la fede». Perché, ha fatto notare il Papa, «la fede noi non l’abbiamo ricevuta per posta». Sono stati «uomini e donne che ci hanno trasmesso la fede». Tanto che si legge ancora nella Lettera agli Ebrei: «Guardate loro che sono una moltitudine di testimoni e prendete forza da loro, loro che hanno sofferto il martirio, tante cose».
Sicuramente possiamo ricevere la fede, ha aggiunto Francesco, anche da coloro «che sono i più vicini a noi, come dice qui Paolo a Timoteo: tua mamma, tua nonna, coloro che ci hanno dato la fede». Con la consapevolezza che «sempre quando l’acqua della vita diviene un po’ torbida è importante andare alla fonte e trovare nella fonte la forza per andare avanti».
In questa direzione, ha proposto il Pontefice, «possiamo domandarci: io rimando la memoria ai nostri capi, ai miei antenati; io sono un uomo, una donna con radici o sono diventato sradicato e sradicata? Vivo soltanto nel presente?». E se fosse così è opportuno «subito chiedere la grazia di tornare alle radici, a quelle persone che ci hanno dato la fede, che ci hanno trasmesso la fede: “Richiamate alla memoria i vostri antenati”».
«Il terzo punto per chiamare alla memoria è la legge» ha detto Francesco. E riferendosi al passo evangelico di Marco 12, 28-34, ha spiegato che «Gesù fa ricordare la legge», ripetendo chiaramente che «il primo comandamento è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio». Sì, «ascolta, Israele!» è una «parola che si ripete tanto, tanto, nell’Antico Testamento, nel Deuteronomio, quando il popolo era un po’ che aveva perso la memoria, il Signore» dice: «Ascolta, Israele, non dimenticare, Israele!». Al punto che, ha spiegato il Papa, questa espressione «è diventata una preghiera per gli ebrei: “Ascolta, Israele!”». Dunque, «ripetono le parole del Signore: la memoria della legge». E «la legge è un gesto di amore che ha fatto il Signore con noi perché ci ha segnalato la strada, ci ha detto “per questa strada non sbaglierai”».
Ecco il valore di «rimandare alla memoria la legge: non la legge fredda, quella che sembra semplicemente giuridica». Piuttosto «la legge d’amore, la legge che il Signore ha inserito nei nostri cuori». In questo senso, il Pontefice ha suggerito di domandarsi se «io sono fedele alla legge, ricordo la legge, ripeto la legge?». Perché a «volte noi cristiani, anche consacrati, abbiamo difficoltà a ripetere a memoria i comandamenti: “Sì, sì, li ricordo”, ma poi a un certo punto sbaglio, non ricordo». Perciò «memoria della legge, legge di amore ma che è concreta».
«Ricordati di Gesù Cristo» ha ripetuto il Papa. Invitando a tenere «lo sguardo fisso al Signore nei momenti della mia vita nei quali ho incontrato il Signore, momenti difficili, momenti di prova; nei miei antenati e nella legge». Certi che «la memoria non è soltanto un andare indietro», ma «è andare indietro per andare avanti».
Difatti, ha fatto presente Francesco, «memoria e speranza vanno insieme: la memoria cristiana va sulla speranza e la speranza va sulla memoria». E così «sono complementari, si completano». Con questa consapevolezza, il Papa ha rinnovato l’invito a ricordarsi «di Gesù Cristo, il Signore che è venuto, ha pagato per me e che verrà, il Signore della memoria, il Signore della speranza».
Infine il Pontefice ha concluso con una proposta: «Ognuno di noi può oggi prendere qualche minuto per domandarsi come va la mia memoria, la memoria dei momenti nei quali ho incontrato il Signore; la memoria dei miei antenati; la memoria della legge». E domandarsi anche «come va la mia speranza, in quale cosa spero». Auspicando «che il Signore ci aiuti in questo lavoro di memoria e di speranza».

PAPA FRANCESCO – (La furbizia di San Paolo (1.6.2017)

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PAPA FRANCESCO – (La furbizia di San Paolo (1.6.2017)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 1° giugno 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.126, 02/06/2017)

A lezione da Paolo di Tarso. La vita dell’apostolo delle genti, «sempre in moto, agitata, sempre in movimento», è stata caratterizzata da tre «dimensioni», tre «atteggiamenti» dai quali ogni cristiano ha molto da imparare. Lo ha sottolineato Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta giovedì 1 giugno, commentando il brano degli Atti degli apostoli (22, 30; 23, 6-11) proposto dalla liturgia del giorno.
San Paolo, ha ricordato il Pontefice, era «un uomo che sempre era in moto, in movimento»: difficile pensarlo, ha aggiunto, «a prendere il sole su una spiaggia, riposandosi». Da questa vita «sempre in cammino» il Papa ha voluto, prendendo spunto dal «passo del libro degli Atti degli Apostoli», far emergere «tre dimensioni» fondamentali.
La prima cosa che salta agli occhi «è la predicazione, l’annunzio». Nelle scritture si legge di un Paolo che «va da una parte all’altra ad annunziare Cristo, viaggia e sente che lo chiamano di là e va… e quando non predica in un posto, lavora». Il suo impegno principale è quindi nella predicazione: la sua, ha spiegato Francesco, è una vera e propria «passione». Chiamato «a predicare e ad annunziare Gesù Cristo», Paolo non resta «seduto davanti alla sua scrivania: no. Lui sempre, sempre è in moto. Sempre portando avanti l’annuncio di Gesù Cristo»
San Paolo, ha aggiunto il Pontefice, «aveva dentro un fuoco, uno zelo, uno zelo apostolico che lo portava avanti». E «non si tirava indietro», con una passione che lo portò ad affrontare anche molte «difficoltà». Proprio qui emerge la «seconda dimensione» della sua vita, quella delle «difficoltà» o, «più chiaramente, le persecuzioni».
Proprio nella liturgia del giorno si legge di come il gruppo degli stessi «nemici» che si opposero a Gesù — «farisei, dottori della legge, anziani del tempio, gli anziani, i sadducei» — andarono «in blocco ad accusarlo». In pratica, ha detto il Papa, «volevano farlo fuori». Un’ostilità, ha ricordato Francesco, che si è manifestata «tante volte, non un’unica volta», Addirittura in una circostanza «l’hanno lasciato, dopo averlo lapidato, come morto: credevano che fosse morto». Ma perché, si è chiesto il Pontefice, volevano eliminarlo? «Perché Paolo portava il vero annuncio di Gesù, quello che il Signore voleva per il suo popolo». E perciò, per loro, egli era «un perturbatore».
Ecco quindi che Paolo VIene portato «a giudizio». Il passo degli Atti degli apostoli descrive nei dettagli la scena: «il comandante gli fece togliere le catene» — perché «per fare una dichiarazione, una difesa in giudizio, i romani ci hanno insegnato che uno deve essere libero, senza catene» — e «ordinò che si riunissero i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio in blocco: tutti». Si presentarono quindi come se fossero «uno contro Paolo». A quel punto, ha notato il Papa, «lo Spirito ispirò a Paolo un po’ di furbizia». L’apostolo, infatti, sapeva che in realtà essi «non erano “uno”» e «che fra loro c’erano tante lotte interne, e sapeva che i sadducei non credevano nella risurrezione, che i farisei ci credevano…». Perciò egli «disse a gran voce: “Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei. Sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dai morti”». Le sue parole ebbero l’effetto sperato: infatti, «appena ebbe detto questo, scoppiò una disputa tra i farisei e i sadducei e l’assemblea, perché i sadducei non credevano… E questi, che sembravano essere “uno”, si sono divisi, tutti».
A tale riguardo, il Pontefice si è soffermato a riflettere sul fatto che «costoro erano i custodi della legge, i custodi della dottrina del popolo di Dio, i custodi della fede. Ma uno credeva una cosa, uno l’altra…». Di fatto, ha spiegato, «questa gente aveva perso la legge, aveva perso la dottrina, aveva perso la fede, perché l’avevano trasformata in ideologia e quando la legge divenne ideologia, s’indebolì». La stessa cosa, ha aggiunto, accade riguardo alla fede e alla dottrina. Uguale atteggiamento costoro ebbero con i profeti, come conferma il rimprovero di Gesù «Voi, con i profeti avete fatto questo»: cioè «si ideologizzarono».
E Paolo «ha dovuto lottare tanto con questa gente, tanto, tanto». E lo ha fatto anche con i «giudaizzanti». Una fatica dalla quale emerge «la seconda dimensione della vita di Paolo. La prima è l’annuncio, lo zelo apostolico: portare avanti Gesù Cristo. La seconda è: soffrire le persecuzioni, le lotte».
Dalla lettura del brano scritturistico scaturisce, infine, «una terza dimensione dell’apostolato di Paolo». Si legge, infatti, che «la notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: “Coraggio. Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma”». Incontriamo qui, ha detto il Papa, la dimensione della «preghiera. Paolo aveva questa intimità con il Signore: “il Signore gli venne accanto”. Gli veniva accanto tante volte». Addirittura una volta lo stesso Paolo afferma che era stato «portato quasi al settimo cielo, nella preghiera, e non sapeva come dire le cose belle che aveva sentito lì».
Ecco allora che «questo lottatore, questo annunciatore senza fine di orizzonte» possedeva la «dimensione mistica dell’incontro con Gesù». E la sua «forza» era proprio «questo incontro con il Signore, che faceva nella preghiera, come è stato il primo incontro sul cammino per Damasco, quando andava a perseguitare i cristiani». Paolo, ha spiegato il Pontefice, «è l’uomo che ha incontrato il Signore, e non si dimentica di quello, e si lascia incontrare dal Signore e cerca il Signore per incontrarlo»: un «uomo di preghiera».
I tre atteggiamenti di Paolo che presenta questo passo, ha riassunto il Papa, sono quindi «lo zelo apostolico per annunciare Gesù Cristo, la resistenza — resistere alle persecuzioni — e la preghiera: incontrarsi con il Signore e lasciarsi incontrare dal Signore». E, riprendendo «un’espressione di un padre della Chiesa dei primi secoli», ha aggiunto: «possiamo dire che Paolo andava avanti fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni del Signore».
Concludendo la meditazione, il Pontefice ha invitato tutti a chiedere «la grazia di imparare questi tre atteggiamenti nella nostra vita cristiana: annunziare Gesù Cristo, resistere alle seduzioni delle persecuzioni e alle seduzioni che ti portano a staccarti da Gesù Cristo, e la grazia dell’incontro con Gesù Cristo nella preghiera».
 

PAPA FRANCESCO – UN CUORE NUOVO

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PAPA FRANCESCO – UN CUORE NUOVO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 20 gennaio 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.16, 21/01/2017)

«La debolezza di Dio» è che, perdonandoci, arriva a dimenticare i nostri peccati. E così è sempre pronto a farci radicalmente «cambiare vita, non solo mentalità e cuore». Da parte nostra, però, ci dev’essere l’impegno a vivere fino in fondo questa «nuova alleanza», questa «ri-creazione», mettendo da parte la tentazione di condannare e le stupidaggini della mondanità, e ravvivando sempre la nostra «appartenenza» al Signore. Ecco le indicazioni pratiche suggerite dal Papa nella messa celebrata venerdì mattina, 20 gennaio, nella cappella della Casa Santa Marta.
La liturgia, ha subito fatto notare Francesco, «ha un’orazione, una preghiera molto bella, che ci fa capire la profondità dell’opera di Gesù Cristo: “O Dio, tu che hai creato meravigliosamente il mondo, ma più meravigliosamente lo hai ricreato”, cioè con il sangue di Gesù, con la redenzione». Proprio «questo rinnovamento, questa ri-creazione è ciò di cui si parla oggi nella prima lettura», tratta dalla lettera agli Ebrei (8, 6-13). Siamo di fronte, ha affermato, alla promessa del Signore: «Ecco: vengono giorni, quando io concluderò un’alleanza nuova. Non sarà come l’alleanza che feci con i loro padri». È «un’alleanza nuova», dunque, «e l’alleanza nuova che Dio fa in Gesù Cristo è la ri-creazione: rinnova tutto». Questo vuol dire «rinnovare tutto dalle radici, non soltanto nell’apparenza».
«Questa alleanza nuova — ha spiegato il Papa — ha le sue proprie caratteristiche». Si legge ancora nella lettera agli Ebrei: «E questa è l’alleanza che io stipulerò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò nei loro cuori». Ciò significa, ha affermato Francesco, che «la legge del Signore non è solo un modo di agire esterno», perché «l’alleanza che lui farà è di mettere la legge proprio nella mente nostra e nel cuore: ci cambia la mentalità». Perciò «nella nuova alleanza c’è un cambio di mentalità, c’è un cambio di cuore, un cambio di sentire, di modo di agire: è un modo diverso di vedere le cose».
Per far comprendere questo punto, il Pontefice ha fatto ricorso a un esempio: «io posso vedere l’opera di una persona, pensiamo a un architetto», e valutarla «con un atteggiamento freddo, tecnico, oggettivo», dicendo: «sta bene, tecnicamente sta bene». Oppure, ha proseguito il Papa, «posso vederlo con invidia perché ha fatto una cosa bella che io non sono capace di fare», e questo è «un altro atteggiamento». Ma, ancora, «posso vederlo con benevolenza, anche con gioia», dicendo: «complimenti, sei stato bravo, questo mi piace tanto, anch’io sono felice!». Sono dunque «tre atteggiamenti diversi».
«La nuova alleanza — ha fatto presente Francesco — ci cambia il cuore e ci fa vedere la legge del Signore con questo nuovo cuore, con questa nuova mente». Riferendosi, poi, «ai dottori della legge che perseguitavano Gesù», il Papa ha ricordato che «facevano tutto quello che era prescritto dalla legge, avevano il diritto in mano, tutto, tutto, tutto. Ma la loro mentalità era una mentalità lontana da Dio, era una mentalità egoista, centrata su loro stessi: il loro cuore era un cuore che condannava». Vivevano, insomma, «sempre condannando». Ma ecco che «la nuova alleanza ci cambia il cuore e ci cambia la mente: c’è un cambio di mentalità».
Riprendendo il passo della lettera agli Ebrei, il Pontefice ha messo in evidenza come «poi il Signore va avanti: “Porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò nei loro cuori. Perché io perdonerò le loro iniquità e non mi ricorderò più dei loro peccati”».
Proprio riflettendo su queste parole, ha aggiunto Francesco, «a volte a me piace pensare, un po’ scherzando col Signore: “Tu non hai una buona memoria!”». Questa «è la debolezza di Dio: quando Dio perdona, dimentica, dimentica». Tanto che «il Signore non dirà mai “me la pagherai!”: lui dimentica, perché perdona». Davanti «a un cuore pentito, perdona e dimentica: “Io dimenticherò, non ricorderò i loro peccati”». E «anche questo è un invito a non far ricordare al Signore i peccati, cioè a non peccare più: “Tu mi hai perdonato, tu hai dimenticato, ma io devo…”». Si tratta, appunto, di un vero «cambio di vita: la nuova alleanza mi rinnova e mi fa cambiare la vita, non solo la mentalità e il cuore, ma la vita». Essa spinge a «vivere così, senza peccato, lontano dal peccato». E «questa è la ri-creazione: così il Signore ricrea noi tutti».
Il passo della lettera agli Ebrei propone poi «un terzo tratto, un cambiamento di appartenenza». Si legge infatti: «Sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo». È «quell’appartenenza» che porta a dire: «Tu sei l’unico Dio per me, gli altri dèi non esistono». Perché, ha aggiunto Francesco, «gli altri dei, come diceva un anziano che ho conosciuto, sono stupidaggini: “tu solo sei il mio Dio e io sono tuo, questo popolo è tuo”».
Dunque, ha insistito il Pontefice, «cambio di mentalità, cambio di cuore, cambio di vita e cambio di appartenenza: questa è la ri-creazione che il Signore fa più meravigliosamente che la prima creazione».
In conclusione, Francesco ha suggerito di chiedere «al Signore di andare avanti in questa alleanza, di essere fedeli; il sigillo di questa alleanza, di questa fedeltà, essere fedele a questo lavoro che il Signore fa per cambiarci la mentalità, per cambiarci il cuore». Ricordando sempre che «i profeti dicevano: “Il Signore cambierà il tuo cuore di pietra in cuore di carne”». Ecco allora, ha riaffermato il Papa, l’impegno a «cambiare il cuore, cambiare la vita, non peccare più e non fare ricordare al Signore quello che ha dimenticato con i nostri peccati di oggi, e cambiare l’appartenenza: mai appartenere alla mondanità, allo spirito del mondo, alle stupidaggini del mondo, soltanto al Signore».

PAPA FRANCESCO (DIO SI ARRANGIA PER ENTRARE) (2Cor 1, 1-7)

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PAPA FRANCESCO (DIO SI ARRANGIA PER ENTRARE) (2Cor 1, 1-7)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 12 giugno 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.135, 13/06/2017)

Basta tenere la porta del cuore socchiusa che «Dio si arrangia per entrare», salvandoci dal finire nella schiera degli «in-meriscordi»: neologismo per intendere coloro che senza misericordia mettono in pratica le beatitudini al contrario. È proprio dalla tentazione «narcisista dell’autoreferenzialità» — l’opposto dell’«alterità» cristiana che «è dono e servizio» — che Papa Francesco ha messo in guardia nella messa celebrata lunedì mattina, 12 giugno, a Santa Marta.
Riferendosi al passo della seconda lettera di san Paolo ai Corinzi (1, 1-7), proposto dalla liturgia come prima lettura, il Pontefice ha fatto subito notare che in appena «diciannove righe per otto volte Paolo parla di consolazione, di lasciarsi consolare per consolare gli altri». La consolazione, dunque, «ricorre per otto volte in diciannove righe: è troppo forte, qualcosa vuol dirci». E «per questo credo — ha aggiunto — che questa sia un’opportunità, un’occasione per riflettere sulla consolazione: cosa è la consolazione della quale parla Paolo». Ma «prima di tutto dobbiamo vedere che la consolazione non è autonoma, non è una cosa chiusa in se stessa».
Infatti, ha fatto presente il Papa, «l’esperienza della consolazione, che è un’esperienza spirituale, ha bisogno sempre di un’alterità per essere piena: nessuno può consolare se stesso, nessuno». E «chi cerca di farlo, finisce guardandosi allo specchio: si guarda allo specchio, cerca di truccare se stesso, di apparire; si consola con queste cose chiuse che non lo lasciano crescere e l’aria che respira è quell’aria narcisista dell’autoreferenzialità». Ma «questa è la consolazione truccata che non lascia crescere, non è consolazione perché è chiusa, le manca un’alterità».
«Nel Vangelo troviamo tanta gente che è così» ha spiegato Francesco. «Per esempio — ha detto — i dottori della legge che sono pieni della propria sufficienza, chiusi, e questa è la “loro consolazione” tra virgolette». Il Papa ha voluto fare esplicito riferimento al «ricco Epulone, che viveva di festa in festa e con questo pensava di essere consolato». Però, ha affermato, sono forse le parole della preghiera del fariseo, del pubblicano, davanti all’altare, a esprimere meglio questo atteggiamento: «Ti ringrazio Dio perché non sono come gli altri». Insomma, quell’uomo «si guardava allo specchio, guardava la propria anima truccata da ideologie e ringraziava il Signore». È Gesù stesso che «ci fa vedere questa possibilità di questa gente che, con questo modo di vivere, mai arriverà alla pienezza» ma «al massimo alla “gonfiezza”, ossia vanagloria».
«La consolazione, per essere vera, per essere cristiana, ha bisogno di un’alterità» ha continuato Francesco, perché «la vera consolazione si riceve». Per questa ragione «Paolo Incomincia con quella benedizione: “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione!”». Ed «è proprio il Signore, è Dio che ci consola, è Dio che ci dà questo dono: noi col cuore aperto, lui viene e ci dà». Questa è «l’alterità che fa crescere la vera consolazione; e la vera consolazione dell’anima matura anche in un’altra alterità, perché noi possiamo consolare gli altri». Ecco, allora, che «la consolazione è uno stato di passaggio dal dono ricevuto al servizio donato», tanto che «la vera consolazione ha questa doppia alterità: è dono e servizio».
«Così — ha rilanciato il Pontefice — se io lascio entrare la consolazione del Signore come dono è perché ho bisogno di essere consolato: sono bisognoso». Infatti «per essere consolato è necessario riconoscere di essere bisognoso: soltanto così il Signore viene, ci consola e ci dà la missione di consolare gli altri». Certo, ha riconosciuto Francesco, «non è facile avere il cuore aperto per ricevere il dono e fare il servizio, le due alterità che fanno possibile la consolazione».
«È proprio Gesù che spiega come posso fare che il mio cuore sia aperto» ha affermato il Papa: «Un cuore aperto, è un cuore felice e nel Vangelo abbiamo sentito chi sono i felici, chi sono i beati: i poveri». Così «il cuore si apre con un atteggiamento di povertà, di povertà di spirito: quelli che sanno piangere, quelli miti, la mitezza del cuore; quelli affamati di giustizia, che lottano per la giustizia; quelli che sono misericordiosi, che hanno misericordia nei confronti degli altri; i puri di cuore; gli operatori di pace e quelli che sono perseguitati per la giustizia, per amore alla giustizia». E «così il cuore si apre e il Signore viene con il dono della consolazione e la missione di consolare gli altri».
Ma ci sono però, ha avvertito Francesco, anche coloro che «hanno un cuore chiuso: non sono felici perché non può entrare il dono della consolazione e darlo agli altri». Non seguono le beatitudini, insomma, e «si sentono ricchi di spirito, ossia sufficienti». Sono «quelli che non hanno bisogno di piangere perché si sentono giusti; quelli violenti che non sanno cosa sia la mitezza; quelli ingiusti che vivono dell’ingiustizia e fanno ingiustizia; quelli “in-misericordi” — ossia senza misericordia — che mai perdonano, mai hanno bisogno di perdonare perché non si sentono con il bisogno di essere perdonati; quelli sporchi di cuore; quelli operatori di guerre, non di pace; e quelli che mai sono criticati o perseguitati perché lottano per la giustizia perché non importa loro le ingiustizie delle altre persone: questi sono chiusi».
Proprio di fronte a queste beatitudini al contrario, ha suggerito il Pontefice, «ci farà bene oggi pensare» a «come è il mio cuore: è aperto? So ricevere il dono della consolazione, lo chiedo al Signore, e poi so darlo agli altri come un dono del Signore e servizio mio?». E «così, con questi pensieri durante giornata, tornare e ringraziare il Signore che è tanto buono e sempre cerca di consolarci». Ricordando che Dio «ci chiede soltanto che la porta del cuore sia aperta o almeno un pochettino, così lui poi si arrangia per entrare».

 

PAPA FRANCESCO – I GUAI DI SAN PAOLO (2013)

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PAPA FRANCESCO – I GUAI DI SAN PAOLO (2013)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 16 maggio 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 112, Ven. 17/05/2013)

Con la sua testimonianza di verità il cristiano deve «dar fastidio» alle «nostre strutture comode», anche a costo di finire «nei guai», perché animato da una «sana pazzia spirituale» per tutte «le periferie esistenziali». Sull’esempio di san Paolo, che passava «da una battaglia campale a un’altra», i credenti non devono rifugiarsi «in una vita tranquilla» o nei compromessi: oggi nella Chiesa ci sono troppo «cristiani da salotto, quelli educati», «tiepidi», per i quali va sempre «tutto bene», ma che non hanno dentro l’ardore apostolico. È un forte appello alla missione — non solo nelle terre lontane ma anche nelle città — quello che Papa Francesco ha lanciato stamani, giovedì 16 maggio, nella messa celebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae.
Punto di partenza della sua riflessione il passo degli Atti degli apostoli (22, 30; 23, 6-11) che vede protagonista appunto san Paolo nel pieno di una delle sue «battaglie campali». Ma stavolta, ha detto il Papa, è una battaglia «anche un po’ iniziata da lui, con la sua furbizia. Quando si è accorto della divisione fra quelli che lo accusavano», tra sadducei e farisei, ha fatto in modo che andassero «uno contro l’altro. Ma tutta la vita di Paolo era di battaglia campale in battaglia campale, di persecuzione in persecuzione. Una vita con tante prove, perché anche il Signore aveva detto che questo sarebbe stato il suo destino»; un destino «con tante croci, ma lui va avanti; lui guarda il Signore e va avanti».
E «Paolo dà fastidio: è un uomo — ha spiegato il Pontefice — che con la sua predica, con il suo lavoro, con il suo atteggiamento dà fastidio perché proprio annuncia Gesù Cristo. E l’annuncio di Gesù Cristo alle nostre comodità, tante volte alle nostre strutture comode, anche cristiane, dà fastidio. Il Signore sempre vuole che noi andiamo più avanti, più avanti, più avanti». Vuole «che noi non ci rifugiamo in una vita tranquilla o nelle strutture caduche. E Paolo, predicando il Signore, dava fastidio. Ma lui andava avanti, perché aveva in sé quell’atteggiamento tanto cristiano che è lo zelo apostolico. Aveva proprio il fervore apostolico. Non era un uomo di compromesso. No! La verità: avanti! L’annuncio di Gesù Cristo: avanti! Ma questo non era soltanto per il suo temperamento: era un uomo focoso».
Tornando al racconto degli Atti, il Papa ha rilevato come «anche il Signore s’immischia» nella vicenda, «perché proprio dopo questa battaglia campale, la notte seguente, dice a Paolo: coraggio! Va’ avanti, ancora di più! È proprio il Signore che lo spinge ad andare avanti: “Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma”». E, ha aggiunto il Papa, «fra parentesi, a me piace che il Signore si preoccupi di questa diocesi fin da quel tempo: siamo privilegiati!».
«Lo zelo apostolico — ha quindi precisato — non è un entusiasmo per avere il potere, per avere qualcosa. È qualcosa che viene da dentro e che lo stesso Signore vuole da noi: cristiano con zelo apostolico. E da dove viene questo zelo apostolico? Viene dalla conoscenza di Gesù Cristo. Paolo ha trovato Gesù Cristo, ha incontrato Gesù Cristo, ma non con una conoscenza intellettuale, scientifica — è importante perché ci aiuta — ma con quella conoscenza prima, quella del cuore, dell’incontro personale. La conoscenza di Gesù che mi ha salvato e che è morto per me: quello proprio è il punto della conoscenza più profonda di Paolo. E quello lo spinge a andare avanti, annunciare Gesù».
Ecco allora che per Paolo «non ne finisce una che ne incomincia un’altra. È sempre nei guai, ma nei guai non per i guai, ma per Gesù: annunciando Gesù, le conseguenze sono queste! La conoscenza di Gesù Cristo fa che lui sia un uomo con questo fervore apostolico. È in questa Chiesa e pensa a quella, va in quella e poi torna a questa e va all’altra. E questa è una grazia. È un atteggiamento cristiano il fervore apostolico, lo zelo apostolico».
Papa Francesco ha poi fatto riferimento agli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, suggerendo la domanda: «Ma se Cristo ha fatto questo per me, cosa devo fare io per Cristo?». E ha risposto: «Il fervore apostolico, lo zelo apostolico si capisce soltanto in un’atmosfera di amore: senza l’amore non si capisce perché lo zelo apostolico ha qualcosa di pazzia, ma di pazzia spirituale, di sana pazzia. E Paolo aveva questa sana pazzia».
«Chi custodisce proprio lo zelo apostolico — ha proseguito il Pontefice — è lo Spirito Santo; chi fa crescere lo zelo apostolico è lo Spirito Santo: ci dà quel fuoco dentro per andare avanti nell’annuncio di Gesù Cristo. Dobbiamo chiedere a lui la grazia dello zelo apostolico». E questo vale «non soltanto per i missionari, che sono tanto bravi. In questi giorni ho trovato alcuni: “Ah padre, è da sessant’anni che sono missionario nell’Amazzonia”. Sessant’anni e avanti, avanti! Nella Chiesa adesso ce ne sono tanti e zelanti: uomini e donne che vanno avanti, che hanno questo fervore. Ma nella Chiesa ci sono anche cristiani tiepidi, con un certo tepore, che non sentono di andare avanti, sono buoni. Ci sono anche i cristiani da salotto. Quelli educati, tutto bene, ma non sanno fare figli alla Chiesa con l’annuncio e il fervore apostolico».
Il Papa ha invocato quindi lo Spirito Santo perché «ci dia questo fervore apostolico a tutti noi; ci dia anche la grazia di dar fastidio alle cose che sono troppo tranquille nella Chiesa; la grazia di andare avanti verso le periferie esistenziali. La Chiesa ha tanto bisogno di questo! Non soltanto in terra lontana, nelle Chiese giovani, nei popoli che ancora non conoscono Gesù Cristo. Ma qui in città, in città proprio, hanno bisogno di questo annuncio di Gesù Cristo. Dunque chiediamo allo Spirito Santo questa grazia dello zelo apostolico: cristiani con zelo apostolico. E se diamo fastidio, benedetto sia il Signore. Avanti, come dice il Signore a Paolo: “Coraggio!”».
Hanno concelebrato, tra gli altri, il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson e il vescovo Mario Toso, rispettivamente presidente e segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, monsignor Luigi Mistò, segretario dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa), e il gesuita Hugo Guillermo Ortiz, responsabile dei programmi di lingua spagnola di Radio Vaticana. Tra i presenti, personale del dicastero Iustitia et Pax e un gruppo di dipendenti dell’emittente vaticana.

 

PAPA FRANCESCO – IL FIUTO DEI CRISTIANI

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PAPA FRANCESCO – IL FIUTO DEI CRISTIANI

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 10 novembre 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.259, 11/11/2017)

In una società contaminata dallo «smog della corruzione», il cristiano deve essere «furbo» e avere «fiuto»: infatti «non può permettersi di essere ingenuo» perché custodisce un «tesoro che è lo Spirito Santo». La riflessione proposta da Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta la mattina di venerdì 10 novembre, ha toccato una delle ferite aperte dell’uomo contemporaneo. E, nel rivolgersi alla coscienza di ogni persona, ha interpellato in particolare quanti nella società hanno responsabilità collettive di governo e di amministrazione.
Punto di partenza dell’omelia è stato il brano evangelico del giorno, nel quale Luca (16, 1-8) passa dalle «tre parabole della misericordia» a un argomento «totalmente diverso» attraverso la parabola dell’amministratore disonesto. Mentre le precedenti descrivevano «la storia di Dio, la storia dell’amore, la storia della misericordia», qui si arriva a «una storia di corruzione».
Il Pontefice ha riassunto la vicenda nella quale si parla di un uomo ricco che «aveva sentito come si amministrava la sua azienda» e si era accorto di «qualche cosa di sospetto nei confronti dell’amministratore». Un personaggio disonesto che, evidentemente, «aveva la mano lunga» e, sapendo ben destreggiarsi nelle truffe, «andò avanti tanto tempo, fino al momento che l’uomo ricco se ne accorse». E come ha reagito l’amministratore?. È lo stesso racconto evangelico, riportato dal Papa, a scandagliare i suoi pensieri: «Ma adesso con questa abitudine che io ho di guadagno facile, devo tornare a lavorare? A guadagnarmi il pane col sudore? Alzarmi tutti i giorni alle sei del mattino? No, no, no».
Da questa consapevolezza, ha spiegato il Pontefice, nasce l’escamotage dell’amministratore che incomincia a fare «la cordata con altri corrotti». E se pure «alcuni di questi non erano corrotti», però gli è ugualmente «piaciuta la proposta ed è entrato nella corruzione». Ha commentato Francesco: «Sono potenti questi! Quando fanno le cordate della corruzione sono potenti; persino arrivano anche ad atteggiamenti mafiosi». E ha sottolineato che quanto descritto in questa parabola «non è una favola», non è «una storia che dobbiamo cercare nei libri di storia antica: la troviamo tutti i giorni sui giornali, tutti i giorni». Infatti, ha aggiunto, «questo succede anche oggi, soprattutto con quelli che hanno la responsabilità di amministrare i beni del popolo». Del resto «con i propri beni nessuno è corrotto, li difende».
La conclusione del brano evangelico ha aperto la strada alle considerazioni del Pontefice. Innanzitutto si legge «che il padrone lodò quell’amministratore disonesto perché aveva agito con scaltrezza». Infatti, ha spiegato il Papa, i corrotti in genere «sono furbi», sanno portare avanti bene la loro condotta disonesta: «Anche con cortesia, con guanti di seta, ma la fanno bene». E, soprattutto, nel racconto c’è la chiosa finale di Gesù che dice: «I figli di questo mondo infatti, verso i loro pari, con i pari, sono più scaltri dei figli della luce». Ecco allora «la conseguenza che Gesù prende da questa storia, che è una storia quotidiana. La scaltrezza di questi».
Proprio da qui Francesco ha iniziato ad approfondire la sua riflessione chiedendosi: «Ma se questi sono più scaltri dei cristiani — ma non dirò cristiani, perché anche tanti corrotti si dicono cristiani —, se questi sono più scaltri di quelli fedeli a Gesù, io mi domando: ma c’è una scaltrezza cristiana?».
La parabola ha quindi offerto al Papa lo spunto per considerare la vita concreta del cristiano, che quotidianamente deve confrontarsi con la piaga della corruzione. Francesco è partito da una questione: «Esiste un atteggiamento per quelli che vogliono seguire Gesù» in modo che «non finiscano male, che non finiscano mangiati vivi — come diceva mia mamma: “Mangiati crudi” — dagli altri»?. Qual è, insomma, «la scaltrezza cristiana», una scaltrezza, cioè, «che non sia peccato, ma che serva per portarmi avanti al servizio del Signore e anche all’aiuto degli altri?». Esiste «una furbizia cristiana»?
La risposta, ha detto il Papa, viene direttamente dal Vangelo, dove si incontrano «alcune parole, alcuni detti che ci aiutano a capire se esiste — io dirò — il fiuto cristiano per andare avanti senza cadere nelle cordate della corruzione». Gesù, infatti, a tale scopo utilizza delle «contrapposizioni», come quella tra «agnelli» e «lupi» («Io vi invio come agnelli tra i lupi») con la quale si capisce che «il cristiano è un agnello che deve cavarsela con i lupi». E perciò, attraverso un «altro paradosso», gli viene dato un consiglio: «Siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come la colomba».
Ma, ha proseguito Francesco, «come si fa per arrivare a questo atteggiamento di prudenza come i serpenti e di semplicità come le colombe?». Di nuovo il suggerimento viene da Gesù, che «ripete tante volte nel Vangelo: “State attenti, state attenti. Guardate, guardate i segni del tempo: quando l’albero dei fichi incomincia a fare delle foglie è perché è vicina la primavera; quando il mandorlo fiorisce è vicina la primavera». Occorre, cioè, stare «attenti a quello che succede», guardare bene, tenere «gli occhi aperti».
È proprio questo, ha spiegato il Pontefice, il primo atteggiamento che ci porta alla «scaltrezza cristiana»: l’attenzione a quello che succede. Coltivare, cioè, quel «senso della sfiducia sana», che ci porta, ad esempio, a dire: «Di questo non mi fido, parla troppo, promette troppo…». Come accade quando qualcuno propone: «Fa’ l’investimento nella mia banca io ti darò un interesse doppio di quello che danno gli altri” — “Oh, che bello!”». E invece lo scaltro capisce che «questo è troppo». Il cristiano, quindi, «sta attento, guarda i segni del tempo».
C’è poi un secondo suggerimento: «riflettere». Bisogna, ha suggerito Francesco, «non essere veloci nell’accettare certe proposte, perché il diavolo sempre fa così con noi; viene con una finta umiltà». La stessa cosa è accaduta a Eva: «Ma guarda questa mela, è bella, eh!” — “No, ma non posso mangiarla” — “Ma guarda, se tu la mangi diventerai…”». Una storia che tutti conoscono e che parla della «seduzione» del diavolo. Occorre quindi «stare attenti e riflettere», tenendo conto che «il diavolo sa per quale porta entrare nel nostro cuore, perché conosce le nostre debolezze. Ognuno ha la propria. E bussa a quella porta, entra per quella porta».
Infine, un terzo elemento: «pregare». Se si hanno questi tre atteggiamenti, ha affermato il Papa, «stai sicuro che arriverai a questa scaltrezza cristiana che non si lascia ingannare, non si lascia vendere un pezzettino di vetro credendo che siano pietre preziose. E così saremo, come dice Gesù: “Prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”». E «avremo il fiuto cristiano davanti alle cose che succedono».
In conclusione, come di consueto, il Pontefice ha suggerito un’intenzione di preghiera legata alla meditazione appena compiuta: «Preghiamo oggi il Signore che ci dia questa grazia di essere furbi, furbi cristiani, di avere questa scaltrezza cristiana», perché «se c’è una cosa che il cristiano non può permettersi è essere ingenuo». Infatti «come cristiani abbiamo un tesoro dentro: il tesoro che è Spirito Santo. Dobbiamo custodirlo». Chi «si lascia rubare lo Spirito» è un ingenuo. E un cristiano «non può permettersi di essere ingenuo».
Chiedere al Signore «questa grazia della scaltrezza cristiana e del fiuto cristiano», ha concluso il Papa, è anche «una buona occasione per pregare per i corrotti». Del resto, ha detto Francesco, «si parla dello smog che causa inquinamento», ma esiste anche «uno smog di corruzione nella società». Perciò «preghiamo per i corrotti: poveretti, che trovino l’uscita da quel carcere nel quale loro sono voluti entrare».

Publié dans:PAPA FRANCESCO: OMELIE QUOTIDIANE |on 20 novembre, 2017 |Pas de commentaires »
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