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PAPA FRANCESCO – I sentimenti di Dio – 19.2.19

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PAPA FRANCESCO – I sentimenti di Dio – 19.2.19

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 19 febbraio 2019

«I nostri tempi non sono migliori di quelli del diluvio universale» e le prime vittime sono i bambini, tra guerre e ingiustizie, e «i poveri che pagano il conto salato della festa». Per questo gli uomini e le donne oggi dovrebbero avere gli stessi sentimenti di Dio pentendosi e addolorandosi: Papa Francesco ha proposto un suggerimento pastorale molte intenso nella messa celebrata martedì 19 febbraio a Santa Marta. Con l’invito a mettere da parte «sentimentalismo» o «idee astratte» ed entrare «nel mistero del cuore di Dio».
«Nella prima lettura — ha subito fatto notare il Pontefice riferendosi al passo del libro della Genesi (6,5-8; 7,1-5.10) — si parla del diluvio, ma vorrei soffermarmi su due verbi: dice che il Signore vide la malvagità degli uomini, che era tanto grande e si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra, se ne addolorò in cuor suo».
E così, ha affermato il Papa, «il Dio onnipotente che può fare tutto ha dei sentimenti, è capace di pentirsi, di addolorarsi e prende una decisione: “Cancellerò dalla faccia della terra l’uomo e tutte le cose”: si è arrabbiato». Dio, ha proseguito Francesco, «è capace di ira, si è adirato davanti a questo».
«Il nostro Dio — ha spiegato — si fa vedere dall’inizio come padre, e dai profeti si presenta sempre come un padre che ci prende nelle braccia, come dei bambini, ci carezza, ci custodisce, ci fa crescere: un Dio con cuore, con sentimenti. Non è un Dio astratto, pure idee. Come mai? Ce lo spiegano i teologi, ma lui si presenta così: padre».
«I sentimenti di Dio», dunque. E «la domanda può essere questa: ma Dio soffre? E questo è il mistero del Signore. Paolo ammonisce i cristiani: “Non rattristate lo Spirito Santo”, non rattristare lo Spirito Santo. Si rattrista, è un mistero».
«Ma siamo ben sicuri — ha affermato il Pontefice — che, fatto carne, aveva la capacità di sentire come noi, col corpo e l’anima, sentire nel cuore, il cuore di Dio fatto carne, il cuore di Gesù: è il cuore del Padre, il cuore dello Spirito, è lì e ci accompagna con dei sentimenti e soffre». Del resto, ha ricordato il Papa, «ci fu tanta sofferenza nel cuore di Gesù. Anche pianse».
Ecco, allora, «i sentimenti di Dio: Dio padre che ci ama — e l’amore è un rapporto — ma è capace di arrabbiarsi, di adirarsi. È Gesù che viene e dà la vita per noi, con la sofferenza del cuore, tutto». Ma, ha insistito Francesco, «il nostro Dio ha dei sentimenti. Il nostro Dio ci ama col cuore, non ci ama con le idee, ci ama con il cuore». E «quando ci carezza, ci carezza col cuore, e quando ci bastona, come un buon padre, ci bastona col cuore, soffre più lui di noi. Abbiamo pensato a questo?».
«Il diluvio, come è qui raccontato — ha proseguito il Pontefice — non è un decreto freddo di un dio pagano, quello della mitologia: “Ma faccio questo, faccio quell’altro e così finisco, faccio la pulizia”. No. Se ne addolorò in cuor suo. Entrò in passione». E «questo è il nostro padre, questo è il nostro fratello Gesù. Questo è lo spirito che noi non dobbiamo rattristare».
Il Pontefice ha fatto presente anche che «la nostra preghiera, il nostro rapporto con Dio non è un rapporto delle idee, ma un rapporto di cuore a cuore, di figlio a padre, che si apre, e se Lui è capace di addolorarsi in cuor suo, anche noi saremo capaci di addolorarci davanti a Lui. E questo non è sentimentalismo, questa è la verità».
Francesco ha rilanciato l’immagine di «questo padre che poi si pentì: prima si pentì di aver creato l’uomo, poi si pentì di aver fatto il diluvio e ha giurato di non farlo più, di non distruggere, ma tollerare tante cose». E ha confidato: «Io non credo che i nostri tempi siano migliori dei tempi del diluvio, non credo: le calamità sono più o meno le stesse, le vittime sono più o meno le stesse». In proposito il Papa ha invitato a pensare «per esempio ai più deboli, i bambini. La quantità di bambini affamati, di bambini senza educazione: non possono crescere in pace. Senza genitori perché sono stati massacrati dalle guerre. Bambini soldato. Soltanto pensiamo a quei bambini. Non credo che il tempo del diluvio era migliore di questo e il Signore soffre e ci accompagna dalla croce, ci accompagna dal cuore, ci accompagna per non lasciarci cadere, per non distruggere. E questo è amore».
Anche l’umanità di oggi deve piangere, come Gesù, «davanti ai problemi che noi abbiamo — ognuno di noi ne ha tanti — davanti alle calamità del mondo, ai poveri, ai bambini, agli affamati, ai perseguitati, ai torturati». E, ancora, c’è «la gente che muore della guerra perché buttano le bombe come se fossero caramelle e muoiono — “Ah sì, sono morti tremila”». Dunque, ha ripetuto il Papa, «anche noi dobbiamo piangere, piangere come pianse Gesù, guardando Gerusalemme, col cuore di Dio». E «chiedere oggi la grazia di avere un cuore come il cuore di Dio, che assomigli al cuore di Dio, un cuore di fratello con i fratelli, del padre con i figli, di figlio con i padri. Un cuore umano, come quello di Gesù, è un cuore divino».
«C’è — ha rilanciato il Pontefice — la grande calamità del diluvio, c’è la grande calamità delle guerre di oggi dove il conto della festa lo pagano i deboli, i poveri, i bambini, coloro che non hanno risorse per andare avanti». Per questo, ha concluso, «pensiamo che il Signore è addolorato in cuor suo e avviciniamoci al Signore e parliamogli, parliamo: “Signore, guarda queste cose, io ti capisco”. Consoliamo il Signore: “Io ti capisco e io ti accompagno”, ti accompagno nella preghiera, nell’intercessione per tutte queste calamità che sono frutto del diavolo che vuole distruggere l’opera di Dio. “Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo”, poi ha detto che mai lo distruggerebbe. Il Signore si addolorò in cuor suo». Questo l’invito finale del Papa: «Entriamo nel mistero del cuore addolorato di Dio che è il cuore di padre, di fratello e parliamo con Lui guardando le tante calamità del nostro tempo».

 

Publié dans:PAPA FRANCESCO: OMELIE QUOTIDIANE |on 20 février, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – Umili per guarire (7.2.19)

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PAPA FRANCESCO – Umili per guarire (7.2.19)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 7 febbraio 2019

Il cristiano deve imparare la «saggezza delle carezze di Dio»: avere l’umiltà di «aprire il cuore per essere guarito dal Signore» e altrettanta umiltà e delicatezza per guarire il fratello che gli sta accanto, che ha bisogno del suo aiuto, di «un consiglio», di una «buona parola». Ed è proprio così che si costruisce una «comunità cristiana».
È la riflessione che Papa Francesco ha sviluppato durante la messa celebrata a Santa Marta la mattina di giovedì 7 febbraio. Commentando il brano del vangelo di Marco (6, 7-13) nel quale Gesù «invia i suoi discepoli per guarire», il Pontefice ha sottolineato come Gesù stesso sia «venuto al mondo per guarire, guarire la radice del peccato in noi».
Un guarire, quello di Gesù — ha spiegato il Papa — che è un «ricreare». Gesù, infatti «ci ha ricreato dalla radice e poi ci ha fatto andare avanti con il suo insegnamento, con la sua dottrina, che è una dottrina che guarisce».
Il maestro, quindi, invia i dodici «a guarire». Ma prima di tutto diede un comando: «Ordinò loro [...] e loro proclamarono che la gente si convertisse». È un particolare sul quale Francesco si è immediatamente soffermato: «La prima guarigione — ha detto — è la conversione nel senso di aprire il cuore perché entri la Parola di Dio». Infatti «convertirsi è guardare da un’altra parte, convergere su un’altra parte. E questo apre il cuore, fa vedere altre cose. Ma se il cuore è chiuso non può essere guarito». È come nella vita quotidiana: «Se qualcuno è ammalato e per tenacia non vuole andare dal medico, non sarà guarito».
Perciò il Signore raccomanda ai discepoli innanzitutto: «Convertitevi, aprite il cuore». È questo il primo insegnamento che il Papa ha tratto dalla lettura del vangelo del giorno. Seppure «noi cristiani facciamo tante cose buone», ma «il cuore è chiuso», quelle buone azioni sono solo una facciata: «è tutta vernice di fuori, che alla prima pioggia sparirà». Bisogna invece «aprire il cuore». E porsi questa domanda: «Io sento questo invito a convertirmi, aprire il cuore per essere guarito, per trovare il Signore, per andare avanti?».
Proseguendo nella meditazione il Pontefice ha spostato l’attenzione dall’atteggiamento che ogni cristiano deve avere nei confronti di se stesso — la disponibilità ad «aprire il cuore» — a quello da portare avanti nei confronti degli altri. E lo ha fatto riprendendo la lettura del brano evangelico, nel quale si narra che i dodici, «partiti, proclamarono che la gente si convertisse». Una missione, ha spiegato Francesco, per la quale ci voleva «autorità». Ed è stato lo stesso Gesù a indicare come essi avrebbero guadagnato quell’autorità: «non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro…”. Niente. La povertà».
Si tratta di un dettaglio fondamentale per definire la figura dell’apostolo che, ha detto Francesco, è come «il pastore che non cerca il latte delle pecore, che non cerca la lana delle pecore». Anche sant’Agostino, ha ricordato, usò il medesimo paragone specificando che «quello che cerca il latte, cerca i soldi e che a quello che cerca la lana, piace vestirsi con la vanità del suo mestiere. È un arrampicatore di onori». Questo, ha rimarcato con decisione il Papa, non è l’apostolo: «No, no, no, niente: povertà, umiltà, mitezza».
Umiltà e mitezza richieste dallo stesso Gesù ai dodici ai quali raccomanda di non litigare: «Se non vi ricevono andate da un’altra parte!». Un atteggiamento approfondito dal Pontefice per far emergere consigli utili anche oggi: «Se un apostolo, un inviato, qualcuno di noi — ne siamo tanti di inviati qui —, va un po’ col naso in su, credendosi superiore agli altri o cercando qualche interesse umano o — non so — cercando posti nella Chiesa, non guarirà mai nessuno, non sarà riuscito ad aprire il cuore di nessuno, perché la sua parola non avrà autorità».
L’autorità, infatti, viene dal seguire «i passi di Cristo» che sono ben chiari: «La povertà. Da Dio si è fatto uomo! Si è annientato! Si è spogliato! La povertà che porta alla mitezza, all’umiltà». Come Gesù «umile», ha detto il Pontefice, andava «per la strada per guarire», così un apostolo «con questo atteggiamento di povertà, di umiltà, di mitezza, è capace di avere l’autorità per dire: “Convertitevi”, per aprire i cuori».
Questo atteggiamento, ha spiegato Francesco, si riscontra non solo nell’intenzione iniziale, ma anche nei gesti. I dodici infatti, si legge nel vangelo, «Scacciavano molti demoni», avevano «l’autorità di dire: “No, questo è un demonio! Questo è peccato. Questo è un atteggiamento impuro! Tu non puoi farlo». Ma, ha sottolineato il Papa, potevano farlo «con la mitezza e con l’autorità del proprio esempio, non con l’autorità di uno che parla da su ma non è interessato alla gente. Quella non è autorità: è autoritarismo». E davanti all’umiltà, «davanti al potere del nome di Cristo con il quale l’apostolo fa il suo mestiere se è umile, i demoni fuggono», perché i demoni «Non tollerano, che si guariscano i peccati».
E i dodici guarivano non solo lo lo spirito, ma anche il corpo: «ungevano con olio molti infermi e li guarivano». Un gesto altamente significativo quello dell’unzione. Ha sottolineato il Pontefice: «L’unzione è la carezza di Dio».
La simbologia dell’olio è profonda: «l’olio è sempre una carezza, sempre. Ti ammorbidisce la pelle, ti fa stare meglio; l’olio è carezza» del Signore. E così, ha spiegato Francesco, «gli inviati, gli apostoli, devono imparare questa saggezza delle carezze di Dio». Allo stesso modo, ha continuato, «un cristiano guarisce, non solo un sacerdote, un vescovo, ma anche un cristiano. Ognuno di noi ha il potere di guarire se prende questa strada». Così si può «guarire il fratello, la sorella con una buona parola, con la pazienza, con un consiglio a tempo, con uno sguardo, ma come l’olio, umilmente».
Ecco allora riassunta la duplice prospettiva dell’omelia del Pontefice: «Tutti noi abbiamo bisogno di essere guariti, tutti; perché tutti abbiamo malattie spirituali, tutti»; ma, allo stesso tempo, «abbiamo la possibilità di guarire gli altri, ma con questo atteggiamento». Un atteggiamento da chiedere nella preghiera: «Che il Signore ci dia questa grazia di guarire come guariva Lui: con la mitezza, con l’umiltà, con la forza contro il peccato, contro il diavolo e andare avanti in questo bella missione di guarirci fra noi, perché tutti possiamo dire: “Io guarisco l’altro e mi lascio guarire dall’altro”. Perché, ha concluso il Papa, «questa è una comunità cristiana».

Publié dans:PAPA FRANCESCO: OMELIE QUOTIDIANE |on 13 février, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – Tra stupore e memoria (8.6.13)

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PAPA FRANCESCO – Tra stupore e memoria (8.6.13)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 131, Dom. 09/06/2013)

La Parola di Dio, quella che solo all’ascolto «provoca stupore», va custodita gelosamente nel profondo del cuore. Lo ha detto Papa Francesco questa mattina, sabato 8 giugno, durante la messa celebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Nell’omelia il Pontefice ha posto l’accento proprio sullo stupore. Quello che colse quanti ascoltavano il dodicenne Gesù nel Tempio davanti ai dottori che lo interrogavano, come racconta il vangelo di Luca (2, 41-51), così come stupiti rimasero Giuseppe e Maria nel trovare Gesù che cercavano da tre giorni: «I dottori erano pieni di stupore — ha puntualizzato il Pontefice — e Giuseppe e Maria al vedere Gesù restarono stupiti». Il primo effetto della Parola di Dio è dunque quello di stupire, poiché in essa ritroviamo il senso del divino, ha notato il Santo Padre: «E poi ci dà gioia. Ma lo stupore è più che la gioia. È un momento nel quale la Parola di Dio viene seminata nel nostro cuore».
Tuttavia non si deve vivere lo stupore solo nel momento in cui viene suscitato dalla Parola: è qualcosa da portare con sé per tutta la vita, «in una custodia». Bisogna «custodire la Parola di Dio, e questo — ha puntualizzato Papa Francesco — lo dice il Vangelo: sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore». Custodire la Parola di Dio: un’espressione che, ha notato ancora il Pontefice, nei racconti evangelici si incontra spesso: anche nella notte della nascita di Gesù, «dopo la visita dei pastori», Maria «è meravigliata».
Papa Francesco ha poi riflettuto sul significato del «custodire» la Parola di Dio e si è domandato: «Io ricevo la Parola, poi prendo una bottiglia, metto la Parola nella bottiglia e la custodisco?». Custodire la Parola di Dio — ha risposto — «vuol dire aprire il nostro cuore» a quella Parola, «come la terra si apre per ricevere il seme. La Parola di Dio è seme e viene seminata. E Gesù ci ha detto cosa succede con il seme. Alcuni cadono lungo il cammino e vengono gli uccelli e li mangiano», e questo accade quando la Parola non è custodita. Significa che certi «cuori non sanno riceverla». Accade anche che altri semi cadono «in una terra con tante pietre e il seme non riesce a far radici e muore», cioè quando non siamo capaci di questa custodia perché non siamo costanti; e quando viene una tribolazione ce ne dimentichiamo.
«La Parola anche cade in una terra non preparata — ha aggiunto il Pontefice — dove ci sono le spine, e alla fine muore» perché «non è custodita». Ma cosa sono le spine? Lo dice Gesù stesso: «L’attaccamento alle ricchezze, i vizi, tutte queste cose. Custodire la Parola di Dio è riceverla nel nostro cuore», ha ripetuto Papa Francesco. Ma è necessario «preparare il nostro cuore per riceverla. Meditare sempre su cosa ci dice questa Parola oggi, guardando a quello che succede nella vita». È quello ha fatto Maria durante la fuga in Egitto e alle nozze di Cana, quando s’interrogava sul significato di questi avvenimenti. Ecco l’impegno per i cristiani: accogliere la Parola di Dio e pensare a cosa significa oggi.
«Questo — ha notato il vescovo di Roma — è un lavoro spirituale grande. Giovanni Paolo ii diceva che Maria aveva, per questo lavoro, una particolare fatica nel suo cuore. Aveva il cuore affaticato. Ma questo non è un affanno, è un lavoro: cercare cosa significa questo in questo momento; cosa mi vuol dire il Signore in questo momento». Insomma, leggere «la vita con la Parola di Dio: questo significa custodire». Ma significa anche fare memoria. «La memoria — ha detto in proposito il Pontefice — è una custodia della Parola di Dio, ci aiuta a custodirla, a ricordare tutto quello che il Signore ha fatto nella mia vita, tutte le meraviglie della salvezza».
Il Papa ha poi interrogato i presenti: «Come noi oggi custodiamo la Parola di Dio? Come conserviamo questo stupore» facendo in modo che gli uccelli non mangino i «semi» e i vizi «non li soffochino?». E ha risposto che ci farà del bene chiedercelo, proprio alla luce delle cose che accadono nella vita, esortando poi a custodire la Parola «con la nostra memoria, e anche custodirla con la nostra speranza. Chiediamo al Signore — ha poi concluso Papa Francesco — la grazia di ricevere la Parola di Dio e custodirla, e anche la grazia di avere un cuore affaticato in questa custodia».

 

PAPA FRANCESCO Identità ed eredità – 23 ottobre 2018 (anche Paolo)

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PAPA FRANCESCO Identità ed eredità – 23 ottobre 2018 (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.242, 24/10/2018)

L’identità e l’eredità del cristiano sono fatte di speranza, forse «la virtù teologale più dimenticata» e «più difficile da capire». Lo ha sottolineato Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta martedì mattina, 23 ottobre.
Prendendo spunto come di consueto dalle letture (tratte dalla lettera di san Paolo agli Efesini 2, 12-22 e dal vangelo di Luca 12, 35-38), all’omelia il Pontefice ha subito individuato «due parole con le quali possiamo descrivere il messaggio liturgico di questa giornata: cittadinanza ed eredità».
Soffermandosi sulla prima ha quindi spiegato che nella lettura l’apostolo «ci parla di questo». Si tratta, ha chiarito di «un regalo che Dio ci ha fatto, a tutti noi: ci ha fatti cittadini, cioè ci ha dato identità. Ci ha dato la carta d’identità». Del resto il Signore «in Gesù ha abolito la Legge per ricreare in se stesso tutto, per riconciliare tutti, anche noi, tutti… eliminando l’inimicizia che noi avevamo con Lui. È venuto ad annunciare “pace a voi”, a tutti. E adesso, “possiamo presentarci gli uni e gli altri al Padre in un solo Spirito”; ci ha fatto “uno”». Insomma «questa è la nostra cittadinanza: “Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi” in Gesù e in Lui, anche voi “edificati insieme” per diventare abitazione dello Spirito Santo». Dunque per Francesco «la nostra identità è proprio questo essere guariti dal Signore, essere costruiti in comunità e avere lo Spirito Santo dentro. Un cristiano è quello. E la forza è lo Spirito che ha dentro». Di conseguenza «camminiamo, con questa forza, con questa sicurezza, con questa fermezza: siamo concittadini e Dio è con noi. Anzi, Lui ci porta avanti, ci fa camminare».
Verso dove? Verso «l’altra parola» che il Pontefice ha voluto proporre: ovvero «l’eredità. Identità ed eredità. E l’eredità è quello che Gesù nel Vangelo ci dice: l’eredità è quello che noi cerchiamo nel nostro cammino, quello che noi riceveremo alla fine; ma dobbiamo cercarlo ogni giorno, andare verso questa eredità». E tutto ciò è riassunto, ha detto ancora il Papa, nella «grande virtù della speranza, la virtù teologale forse più dimenticata, forse più difficile da capire», ma «quella che ci porta avanti nel cammino della nostra identità verso l’eredità». In effetti i cristiani sanno «cos’è la fede: è facile capirla e anche non è difficile praticarla. Tutte e tre — fede, carità e speranza — sono un dono. La fede, la capiamo bene. La carità è più facile ancora da capire: è fare del bene, con Dio e con gli altri. Ma la speranza, cosa è?», si è chiesto Francesco. E la risposta è stata che «la nostra eredità è un po’ difficile da capire». Quindi immaginando una sorta di dialogo ha chiarito: «“Sì, sì, è sperare: ma sperare, attendere… cosa è? Cosa speri, tu?” — “Io, sì, io spero il Cielo!” — “Ma cosa è il Cielo, per te?” — “Sì, è la luce, sì, è incontrare tutti i Santi, è una felicità eterna…” ma no è facile da capire, cosa è la speranza. Vivere in speranza è camminare, sì, verso un premio, verso la felicità che non abbiamo qui ma l’avremo là… è una virtù difficile da capire».
Ma al di là delle difficoltà, la speranza ha anche altre caratteristiche, che il Papa ha elencato: per esempio «è una virtù umile, molto umile»; e soprattutto «è una virtù che non delude mai: se tu speri, mai sarai deluso. Mai, mai». Inoltre «è anche una virtù concreta». Ma, potrebbe essere l’obiezione, «come può essere concreta, se io non conosco il Cielo o quello che mi aspetta?». E ancora una volta la risposta non lascia spazio a dubbi: la speranza è l’eredità del cristiano, dunque speranza «verso qualcosa», non verso «un’idea» o verso «un posto bello» Di più: essa «è un incontro». Al punto che «Gesù — ha fatto notare il Papa — sempre sottolinea questa parte della speranza, questo essere in attesa». Come nel Vangelo odierno, in cui essa è raffigurata nell’incontro «del padrone, quando torna da una festa». O come quando Gesù «parla, nella parabola, delle ragazze stolte e delle ragazze sagge»: anche in quel caso infatti è «un incontro con il Signore che viene dalle nozze, con lo sposo». Perché «sempre è un incontro, un incontro con il Signore. È concreto».
Purtroppo però, ha osservato Francesco, «tante volte, noi non sappiamo questo… o ci facciamo della speranza un’idea strana… “sì, saremo nel Cielo, lì… lì c’è la musica, ci sono i canti, una bella festa…” — “Ma sarà noiosa?!” — “No, no, no, ma sarà bella…”: no. È incontrare il Signore. È un incontro». E offrendo una confidenza personale il Papa ha spiegato che quando lui pensa alla speranza, gli viene in mente in particolare un’immagine: «La donna gravida, la donna che aspetta un bambino. Va dal medico, gli fa vedere l’ecografia — “ah, sì, il bambino… va bene”… No!». Al contrario «è gioiosa! E tutti i giorni si tocca la pancia per accarezzare quel bambino, è in aspettativa del bambino, vive aspettando quel figlio». E «questa immagine ci può far capire che cosa sia la speranza: vivere per quell’incontro. Quella donna immagina come saranno gli occhi del figlio, come sarà il sorriso, come sarà, biondo o moro… ma immagina l’incontro con il figlio. Immagina l’incontro con il figlio». Dunque, ha ribadito il Pontefice, «questa immagine, questa figura ci può aiutare tanto a capire che cosa è la speranza» e a «domandarci: “Io spero così, concretamente, o spero un po’ diffuso, un po’ gnosticamente?”. La speranza è concreta, è di tutti i giorni perché è un incontro. E ogni volta che incontriamo Gesù nell’Eucaristia, nella preghiera, nel Vangelo, nei poveri, nella vita comunitaria, ogni volta diamo un passo in più verso questo incontro definitivo». Da qui l’auspicio che i cristiani abbiano «la saggezza di saper gioire dei piccoli incontri della vita con Gesù, preparando quell’incontro definitivo».
Un auspicio riproposto nelle considerazioni conclusive in cui, ricapitolando, Francesco ha spiegato come l’identità sia il «grande regalo di Dio che ci ha fatti una comunità, ci ha fatti eredi di questo»; e come l’eredità sia «quella forza con cui lo Spirito Santo ci porta avanti con la speranza». Con l’esortazione finale a pensare «oggi a queste due parole: la mia carta d’identità, qual è? Come sono cristiano? E poi: com’è la mia speranza? Cosa aspetto in eredità?».

 

PAPA FRANCESCO – La Casa sulla roccia – 6 dicembre 2018

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PAPA FRANCESCO – La Casa sulla roccia – 6 dicembre 2018

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.279, 7/12/2018)

Fondare la propria vita «sulla roccia di Dio» e sulla «concretezza» dell’agire e del donarsi, piuttosto che «sulle apparenze o sulla vanità» o sulla cultura corrotta delle «raccomandazioni». È l’indicazione che Papa Francesco ha suggerito — durante la messa celebrata a Santa Marta giovedì 6 dicembre — per vivere coerentemente il cammino dell’Avvento.
Linee guida semplici e impegnative al tempo stesso, che il Pontefice ha ricavato dalle letture del giorno, nelle quali s’incontrano tre significativi gruppi di parole contrapposte: «dire e fare», «sabbia e roccia», «alto e basso».
Riguardo al primo gruppo — «dire e fare» — il Pontefice ha richiamato immediatamente le parole del Vangelo di Matteo (7, 21): «Non chiunque mi dica “Signore, Signore” entrerà nel regno dei Cieli, ma colui che fa la volontà del Padre». E ha spiegato: «Si entra nel regno dei cieli, si matura spiritualmente, si va avanti nella vita cristiana con il fare, non con il dire». Infatti «il dire è un modo di credere, ma a volte molto superficiale, a metà cammino»: come quando «io dico che sono cristiano ma non faccio le cose del cristiano». È una sorta di «truccarsi», perché «dire soltanto, è un trucco», è «dire senza fare».
Invece «la proposta di Gesù è concretezza». E così, «quando qualcuno si avvicinava e chiedeva consiglio», lui proponeva «sempre cose concrete». Del resto, ha aggiunto il Papa, «le opere di misericordia sono concrete». E ancora: «Gesù non ha detto: “Ma vai a casa tua e pensa ai poveri, pensa ai carcerati, pensa agli ammalati”: no. Vai: visitali».
Ecco la contrapposizione tra il fare e il dire. Necessaria da evidenziare perché «tante volte noi scivoliamo, non solo personalmente ma socialmente, sulla cultura del dire». A tale riguardo Francesco ha indicato una pratica purtroppo diffusa, quella legata alla «cultura delle raccomandazioni». Accade, per esempio, che per un concorso all’università venga scelto «uno che non ha quasi meriti» rispetto a tanti bravi professori; «e se si domanda: “Ma perché questo? E questi altri bravi..?” – “Perché questo è stato raccomandato da un cardinale, lei sa… i pesci grossi…”». Questo il commento del Papa: «Io non voglio pensare male, ma sotto il tavolo di una raccomandazione sempre c’è una busta». Si tratta solo di un esempio del prevalere del “dire”: «non sono i meriti, non è il fare quello che ti fa andare avanti, no: è il dire. Truccarsi la vita». Ed è proprio «una delle contraddizioni che la liturgia di oggi ci insegna: fare, non dire». Addirittura, ha spiegato il Papa chiudendo questa prima parte della riflessione, «Gesù consiglia» di «fare senza dire: quando dai l’elemosina, quando preghi… di nascosto, senza dirlo. Fare, non dire».
Il secondo confronto rimanda a un’immagine usata da Gesù nel Vangelo: «un uomo saggio costruisce la sua casa sulla roccia, non sulla sabbia». La parabola ha una sua evidenza: «La sabbia non è solida. E una tempesta, i venti, i fiumi, tante cose, la pioggia fanno cadere una casa costruita sulla sabbia. La sabbia è una concretezza debole». Ha spiegato il Pontefice: «La sabbia è conseguenza del dire: io mi trucco, come cristiano, mi costruisco una vita ma senza fondamenti. La vanità, la vanità è dire tante cose, o farmi vedere senza fondamento, sulla sabbia». Bisogna invece «costruire sulla roccia». A tale riguardo il Papa ha invitato a cogliere la bellezza della prima lettura del giorno, tratta da Isaia (26, 1-6), dove si legge: «Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna».
È una contrapposizione strettamente legata a quella tra il dire e il fare, perché «tante volte, chi confida nel Signore non appare, non ha successo, è nascosto… ma è saldo. Non ha la sua speranza nel dire, nella vanità, nell’orgoglio, negli effimeri poteri della vita», ma si affida al Signore, «la roccia». Ha spiegato Francesco: «La concretezza della vita cristiana ci fa andare avanti e costruire su quella roccia che è Dio, che è Gesù; sul solido della divinità. Non sulle apparenze o sulla vanità, l’orgoglio, le raccomandazioni… No. La verità».
Infine il «terzo gruppo», dove si fronteggiano i concetti di «alto e basso». È ancora il brano di Isaia a guidare la meditazione: «Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna, perché egli ha abbattuto coloro che abitavano in alto, ha rovesciato la città eccelsa, l’ha rovesciata fino a terra, l’ha rasa al suolo. I piedi la calpestano: sono i piedi degli oppressi, i passi dei poveri». È un passo, ha fatto notare il Pontefice, che ricorda il «canto della Madonna, del Magnificat: il Signore alza gli umili, quelli che sono nella concretezza di ogni giorno, e abbatte i superbi, quelli che hanno costruito la loro vita sulla vanità, l’orgoglio… questi non durano». E l’espressione, ha sottolineato Francesco, «è molto forte, anche nel Magnificat si usa “ha rovesciato”, e anche più forte: quella grande città bella è calpestata. Da chi? Dai piedi degli oppressi e dai passi dei poveri». Cioè, il Signore «esalta i poveri, esalta gli umili».
La categoria di «alto e basso», ha aggiunto il Papa a commento, viene usata anche da Gesù, ad esempio, quando «parla di satana: “Io ho visto satana cadere dall’alto del cielo». Ed è l’espressione di un «giudizio definitivo sugli orgogliosi, sui vanitosi, su quelli che si vantano di essere qualcosa ma sono pura aria».
Concludendo l’omelia, Francesco ha invitato ad accompagnare il tempo di Avvento con la riflessione su «questi tre gruppi di parole che contrastano una con l’altra. Dire o fare? Io sono cristiano del dire o del fare? Sabbia e roccia: io costruisco la mia vita sulla roccia di Dio o sulla sabbia della mondanità, della vanità? Alto e basso: io sono umile, cerco di andare sempre dal basso, senza orgoglio, e così servire il Signore?». Sarà di aiuto rispondere a tali domande; e, ha aggiunto, anche prendere il Vangelo di Luca e pregare «con il canto della Madonna, con il Magnificat, che è un riassunto di questo messaggio di oggi».

Publié dans:PAPA FRANCESCO: OMELIE QUOTIDIANE |on 11 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – La legge e la carne (anche Paolo)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2014/documents/papa-francesco-cotidie_20141031_la-legge-e-la-carne.html

PAPA FRANCESCO – La legge e la carne (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 31 ottobre 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.250, Sab. 01/11/2014)

Ci sono «due strade». Ed è Gesù stesso, con i suoi «gesti di vicinanza», a darci l’indicazione giusta su quale prendere. Da una parte, infatti, c’è la strada degli «ipocriti», che chiudono le porte a causa del loro attaccamento alla «lettera della legge». Dall’altra, invece, c’è «la strada della carità», che passa «dall’amore alla vera giustizia che è dentro la legge». Lo ha detto Papa Francesco alla messa celebrata venerdì mattina, 31 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta.
Per presentare questi due modi di vivere, il Pontefice ha riproposto, per commentarlo, il passo evangelico di Luca (14, 1-6). Un sabato, ha ricordato, «Gesù era in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare con loro; e loro lo osservavano per vedere cosa facesse». Soprattutto, ha fatto notare il Papa, «cercavano di prenderlo in un errore, anche facendogli delle trappole».
Ed ecco che irrompe nella scena un uomo ammalato. A questo punto Gesù rivolge ai farisei questa domanda: «È lecito o no guarire di sabato?». Come a dire: «È lecito fare il bene il sabato? O non farlo? E non fare il bene sempre, e fare il male?». Quella di Gesù, ha aggiunto Francesco, è «una domanda semplice ma, come tutti gli ipocriti, loro tacquero, non dissero niente». Del resto, ha notato, «tacevano sempre quando Gesù li metteva davanti alla verità», restavano «a bocca chiusa»; anche se «poi sparlavano dietro» e «cercavano come far cadere Gesù».
In pratica, ha affermato il Pontefice, «questa gente era tanto attaccata alla legge che aveva dimenticato la giustizia; tanto attaccata alla legge che aveva dimenticato l’amore». Ma «non solo alla legge; erano attaccati alle parole, alle lettere della legge». Per questo «Gesù li rimprovera», deplorando il loro atteggiamento: «Se voi, davanti ai bisogni dei vostri genitori anziani, dite: “Carissimi genitori, io vi amo tanto ma non posso aiutarvi perché ho dato tutto in dono al tempio”, chi è più importante? Il quarto comandamento o il tempio?».
Precisamente questo modo «di vivere, attaccati alla legge, li allontanava dall’amore e dalla giustizia: curavano la legge, trascuravano la giustizia; curavano la legge, trascuravano l’amore». Eppure «erano i modelli». Ma «Gesù per questa gente trova soltanto una parola: ipocriti!». Non si può, infatti, andare «in tutto il mondo cercando proseliti» e poi chiudere «la porta». Per il Signore si trattava di «uomini di chiusura, uomini tanto attaccati alla legge, alla lettera della legge: non alla legge», perché «la legge è amore», ma «alla lettera della legge». Erano uomini «che sempre chiudevano le porte della speranza, dell’amore, della salvezza, uomini che soltanto sapevano chiudere».
A questo punto ci si deve chiedere «qual è il cammino per essere fedeli alla legge senza trascurare la giustizia, senza trascurare l’amore». La risposta «è proprio il cammino che viene dall’opposto», ha suggerito Francesco, ripetendo le parole di Paolo nella Lettera ai Filippesi (1, 1-11): «Perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili».
È appunto «il cammino inverso: dall’amore all’integrità; dall’amore al discernimento; dall’amore alla legge». Paolo, infatti, afferma di pregare «perché la vostra carità, il vostro amore, le vostre opere di carità vi portino alla conoscenza e al pieno discernimento». Proprio «questa è la strada che ci insegna Gesù, totalmente opposta a quella dei dottori della legge». E «questa strada, dall’amore alla giustizia, porta a Dio». Solo «la strada che va dall’amore alla conoscenza e al discernimento, al pieno compimento, porta alla santità, alla salvezza, all’incontro con Gesù».
Invece «l’altra strada, quella di essere attaccati soltanto alla legge, alla lettera della legge, porta alla chiusura, porta all’egoismo». E conduce «alla superbia di sentirsi giusti, a quella “santità” — fra virgolette — delle apparenze». Tanto che «Gesù dice a questa gente: a voi piace farvi vedere dalla gente come uomini di preghiera, di digiuno». Si tratta solo di «farsi vedere». E «per questo Gesù dice alla gente: fate quello che dicono, ma non quello che fanno», perché «quello non si deve fare».
Ecco dunque «le due strade» che ci troviamo davanti. E con «piccoli gesti» Gesù ci fa capire qual è la strada che va «dall’amore alla piena conoscenza e al discernimento». Uno di questi gesti lo presenta Luca nel brano del Vangelo proposto dalla liturgia: «Gesù aveva quest’uomo davanti, malato, e quando i farisei non hanno risposto, cosa ha fatto Gesù?». Scrive l’evangelista: «Lo prese per mano, lo guarì e lo congedò». Dunque per prima cosa «Gesù si avvicina: la vicinanza è proprio la prova che noi andiamo sulla vera strada». Perché è quella «la strada che ha scelto Dio per salvarci: la vicinanza. Si avvicinò a noi, si è fatto uomo». E infatti «la carne di Dio è il segno; la carne di Dio è il segno della vera giustizia. Dio che si è fatto uomo come uno di noi e noi che dobbiamo farci come gli altri, come i bisognosi, come quelli che hanno bisogno del nostro aiuto».
Francesco ha fatto anche notare quanto sia «bello» il «gesto di Gesù quando prende per mano» la persona malata. Lo fa anche «con quel ragazzo morto, figlio della vedova, a Naim»; così come «lo fa con la ragazzina, la figlia di Giairo»; e ancora «lo fa con il ragazzino, quello che aveva tanti demoni, quando lo prende e lo dà al suo papà». Sempre c’è «Gesù che prende per mano, perché si avvicina». E «la carne di Gesù, questa vicinanza, è il ponte che ci avvicina a Dio».
Questa «non è la lettera della legge». Solo «nella carne di Cristo», infatti, la legge «ha il pieno compimento». Perché «la carne di Cristo sa soffrire, ha dato la sua vita per noi». Mentre «la lettera è fredda».
Ecco allora le «due strade». La prima è quella di chi dice: «Sono attaccato alla lettera della legge; non si può guarire il sabato; non posso aiutare; devo andare a casa e non posso aiutare questo malato». La seconda è di chi si impegna a fare in modo, come scrive Paolo, «che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento»: è «la strada della carità, dall’amore alla vera giustizia che è dentro la legge». A esserci d’aiuto sono proprio «questi esempi di vicinanza di Gesù», che ci mostra come passare «dall’amore alla pienezza della legge». Senza «mai scivolare nell’ipocrisia», perché «è tanto brutto un cristiano ipocrita».

 

PAPA FRANCESCO – Con il lievito dello Spirito (19.10.18)

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PAPA FRANCESCO – Con il lievito dello Spirito (19.10.18)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 19 ottobre 2018

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.239, 20/10/2018)

Pronti a correggersi quando si sbaglia, a rialzarsi quando si cade, a pentirsi quando si pecca, ma sempre avanti con «il lievito dello Spirito Santo», sempre gioiosi perché «è stata promessa una felicità molto grande»: ecco il profilo del cristiano — assai lontano dalla triste ipocrisia di chi pensa solo ad apparire bene — delineato da Papa Francesco nella messa celebrata venerdì 19 ottobre a Santa Marta.
«La liturgia di oggi ci fa vedere due persone diverse, che crescono in modo diverso: in modo opposto l’una all’altra» ha subito fatto presente il Pontefice. Francesco ha spiegato che «nel Vangelo, Gesù parla del lievito “che fa crescere”: ha usato questa parola in un altro passo del Vangelo, quando spiegava il regno di Dio». Infatti, ha ricordato il Papa riferendosi anche al brano liturgico di Luca (12, 1-7), «il lievito fa crescere la pasta, la farina per fare il pane, ma qui, si parla di un lievito cattivo, un lievito che invece di far crescere, manda in rovina. Fa crescere, ma verso l’interno».
«È il lievito dei farisei, dei dottori della legge di quel tempo, dei sadducei» ha chiarito il Pontefice. E infatti Gesù «dice alla gente: “state attenti, guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia”». Perché «questa gente ha fatto un’azione di crescita ma non verso l’esterno: no, verso l’interno, chiusi in se stessi, custoditi dalle apparenze». Sono persone, ha insistito Francesco, che «si preoccupano per le apparenze, di come appaiono: devono vedermi bene e così faccio finta di soffrire quando digiuno — cosa che dice Gesù — e così, quando do una elemosina, faccio suonare la tromba».
Insomma, ha affermato Francesco, «la loro preoccupazione è custodire quello che hanno dentro: il proprio egoismo; che nessuno li disturbi; la sicurezza». E «quando c’è qualcosa che li mette in difficoltà, loro guardano da un’altra parte».
A questo proposito, il Papa ha suggerito di pensare, sempre riferendosi al Vangelo, «a quell’uomo che era stato ferito e lasciato mezzo morto dai briganti, sul cammino», e quelle persone «guardano da un’altra parte». Lo stesso atteggiamento che hanno «quando vedono un lebbroso: si allontanano al più presto per non diventare impuri». E così facendo «custodiscono quello che è dentro, e crescono verso l’interno, perché fanno delle leggi interne — tutto — e fuori sempre l’apparenza».
«Questo lievito — dice Gesù — è pericoloso. Guardatevi. È l’ipocrisia» ha proseguito Francesco. Infatti il Signore «non tollera l’ipocrisia: questo apparire bene, con belle forme di educazione pure, ma con cattive abitudini dentro». E «Gesù stesso dice: “dal di fuori voi siete belli, come i sepolcri, ma dentro c’è putrefazione o c’è distruzione, ci sono le macerie”». Dunque, ha rimarcato il Papa, «questo lievito che fa crescere verso l’interno è un lievito che fa crescere senza futuro, perché nell’egoismo, nel rivolgere su se stesso, non c’è futuro, non c’è futuro».
«Invece un altro tipo di persona è quella che vediamo con un altro lievito, che è il contrario: che fa crescere verso l’esterno» ha spiegato il Pontefice. «Anzi, che fa crescere come eredi, per averne una eredità» ha aggiunto, in riferimento al passo della lettera di san Paolo agli Efesini (1, 11-14), proposta come prima lettura: «Fratelli in Cristo siamo stati fatti anche eredi, predestinati» e cioè, ha spiegato il Papa, «progettati verso l’esterno».
Dunque, ha affermato Francesco, «questa gente ha un lievito — non sappiamo ancora quale sia — che li fa crescere verso l’esterno». E se anche «a volte sbagliano, si correggono; a volte cadono ma si rialzano; anche a volte peccano, ma si pentono». Ma «sempre verso l’esterno, verso quella eredità, perché è stata promessa». Oltretutto, ha detto ancora il Pontefice, «questa gente è gente gioiosa, perché le è stata promessa una felicità molto grande: che saranno gloria, lode di Dio».
Secondo Paolo, ha proseguito Francesco, «il lievito di questa gente è lo Spirito Santo, che ci spinge a essere lode della sua gloria, della gloria di Dio: “avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità”». Questo significa, ha spiegato, che «abbiamo la caparra, adesso andiamo verso la totalità e in attesa della completa redenzione».
Gesù, ha ribadito il Papa, «ci vuole così: sempre in cammino con il lievito dello Spirito Santo che mai fa crescere verso l’interno, come i dottori della legge, come gli ipocriti». Perché «lo Spirito Santo ti spinge fuori, ti spinge verso l’orizzonte». Ed è proprio così che il Signore «vuole che siano i cristiani: gente che va sempre avanti, con difficoltà, con sofferenze, con problemi, con cadute, ma sempre avanti nella speranza di trovare l’eredità, perché ha il lievito che è caparra, che è lo Spirito Santo».
«Due persone» dunque, ha riepilogato il Pontefice. La prima è «una che, guidata dal proprio egoismo, cresce verso l’interno: ha un lievito — l’egoismo — che la fa crescere verso l’interno e soltanto si preoccupa di apparire bene, apparire equilibrato, bene». In breve «che non si vedano le cattive abitudini che hanno: sono gli ipocriti, e Gesù dice: “guardatevi”» da loro.
L’altra persona invece è formata dai cristiani. O meglio, ha riconosciuto il Papa, «dovremmo essere i cristiani, perché anche ci sono cristiani ipocriti, che non accettano il lievito dello Spirito Santo». Proprio «per questo Gesù ci ammonisce: “Guardatevi del lievito dei farisei”». Non bisogna dimenticare infatti che «il lievito dei cristiani è lo Spirito Santo, che ci spinge fuori, ci fa crescere, con tutte le difficoltà del cammino, anche con tutti i peccati, ma sempre con la speranza». E «lo Spirito Santo è proprio la caparra di quella speranza, di quella lode, di quella gioia». Per tale ragione «nel cuore questa gente, che ha lo Spirito Santo come lievito, è gioiosa, anche nei problemi e nelle difficoltà». Invece «gli ipocriti hanno dimenticato cosa significhi essere gioioso».
«Il Signore ci dia la grazia — ha concluso Francesco — di andare sempre avanti con il lievito dello Spirito Santo, che ci spinge verso quell’eredità che il Signore ha preparato a tutti».

 

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