Archive pour la catégorie 'PAPA BENEDETTO XVI E SAN PAOLO'

JOSEPH RATZINGER/PAPA BENEDETTO XVI – RISORTO AL TERZO GIORNO (1Cor 15,3-8 – il « credo »)

JOSEPH RATZINGER/PAPA BENEDETTO XVI – RISORTO AL TERZO GIORNO (1Cor 15,3-8 – il « credo ») 

stralcio dal libro: Il cammino pasquale, Ancora Editrice, Milano 2000 

 pag. 110-115: 

Questa sezione del libro dal titolo « Risorto il terzo giorno » si trova nel capitolo 4 della seconda parte del libro che riguarda il nel capitolo 4 il , quindi, il discorso è già cominciato, prima si era parlato – nello stesso capitolo – successivamente: del Giovedì Santo, della Lavanda dei Piedi, della connessione tra Ultima Cena, la Croce e la Resurrezione, immaginatevi che il testo è tutto veramente, oltre che bello, edificante; 

« La controversia sulla Risurrezione di Gesù dai morti è divampata con rinnovata intensità e si è oramai estesa fin dentro alla Chiesa » 

 

pag 110: 

i testi biblici – scrive – devono essere tradotti, non solo linguisticamente, ma anche concettualmente, Ratzinger/Papa Benedetto non vuole discutere sulle varie teorie sull’argomento, ma  cerca di mettere in evidenza in modo positivo la testimonianza biblica;  nel Nuovo Testamento si rilevano due tipi assai differenti di tradizione della Resurrezione: quello che può chiamarsi – lui gli da questa definizione – tradizione confessionale e quella che può chiamarsi tradizione narrativa, per esempio la prima si trova in San Paolo nella Prima Lettera ai Corinti 15,3-8, il secondo tipo nei racconti dei quattro vangeli; 

si può trovare un inizio della tradizione confessionale nella tradizione narrativa, per esempio nel racconto dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35), i discepoli dopo aver incontrato Gesù, tornano a casa e agli undici annunciano: (Lc 24,34). questo passo è forse il più antico testo sulla Risurrezione che possediamo; si svilupparono poi formule di professione di fede, ora scrivo dal testo :

pag 111: 

« La confessione cristiana è nata. In questo processo di tradizione è cresciuta molto presto, nell’ambito palestinese probabilmente già negli anni trenta, quella confessione che Paolo ci ha conservato nella prima lettera ai Corinzi (15,3-8) come una tradizione che ha ricevuto egli stesso dalla Chiesa e che fedelmente trasmette.  In questi testi di confessione, che sono i più antichi, si tratta solo in modo secondario di tramandare i singoli ricordi di testimoni. La vera intenzione, come Paolo sottolinea con enfasi, è di mantenere il nucleo cristiano, senza il quale il messaggio e la fede non sarebbero nulla. «  

qui riprende a riflettere sulla tradizione narrativa e quella confessionale; la tradizione narrativa cresce perché si vuole sapere come siano andate le cose, il desiderio di conoscere i particolari aumenta, insieme comincia  l’esigenza di difendere la fede cristiana dai vari attacchi contro di essa, contro i sospetti, contro interpretazioni diverse quali si sono insinuate a Corinto; 

pag 111-112 

« …È sulla base di tali esigenze che si è formata una tradizione più approfondita dei Vangeli. Ciascuna delle due tradizioni ha quindi la sua importanza insostituibile, ma nello stesso tempo diviene evidente che esiste una gerarchia: la tradizione confessionale è al di sopra della tradizione narrativa. È la fides quae, il metro su cui si misura ogni interpretazione. 

Cerchiamo dunque di comprendere più esattamente quel Credo fondamentale che Paolo ha conservato; qualsiasi tentativo di arrivare a decisioni nella polemica tra le opinioni deve cominciare da qui. Paolo, o piuttosto il suo Credo, comincia con la morte di Gesù. È sorprendente che questo testo così scarno, che non contiene una parola di troppo, ponga due aggiunte alla notizia . Una delle aggiunte è questa: , l’altra: . Che cosa significano? L’espressione secondo le Scritture inserisce l’evento nella relazione con la storia dell’alleanza veterotestamentaria di Dio con il suo popolo: di questa storia di Dio, riceve da essa la sua logica e il suo significato. È un evento in cui si adempiono parole delle Scritture, ossia un avvenimento, che porta in sé un logos, una logica: che viene dalla parola e penetra nella parola, la copre e l’adempie. Questa morte risulta dal fatto che la parola di Dio è stata portata tra gli uomini. Come si debba interpretare questa immersione della morte nelle parole di Dio ce lo indica la seconda aggiunta: morì . Il nostro Credo riprende con questa formula una parola profetica (Is 53,12; cfr. anche 53,7-11) Il suo rinvio alla Scrittura non si proietta nell’indefinito; riecheggia una melodia dell’Antico Testamento, che sin dalle prime assemblee di testimoni era ben conosciuta. In concreto la morte di Gesù viene così tolta dalla linea di quella morte gravata da maledizione che deriva dall’albero della conoscenza del bene e del male, dalla presunzione dell’uguaglianza con Dio che finisce con il giudizio divino… Questa morte è di altro genere. Non è compimento della giustizia, che rigetta l’uomo nella terra, ma compimento di un amore che non vuole lasciare l’altro senza parola, senza senso, senza eternità. Non è radicata nella sentenza dell’uscita dal paradiso, ma nei canti del Servo di Dio, morte che scaturisce da questa parola, e dunque morte che diventa luce per le genti; 

… 

il nostro Credo aggiunge una breve espressione apre la via dalla Croce alla Resurrezione; quello che è detto qui () è più di una interpretazione: fa parte integrante dell’avvenimento stesso. 

Ora segue nel testo della Scrittura, senza commenti, la parola : ma si può capirla, solo se si vede nel contesto di ciò che precede e di ciò che segue. Afferma prima di tutto che Gesù sperimentò realmente la morte nella sua totalità. » 

il testo prosegue sulla realtà della Risurrezione, Gesù non è un morto ritornato in vita come, per esempio, il giovane di Naim e Lazzaro richiamati alla vita terrena che poi dovrà, comunque, terminare, con la morte definitiva, non è superamento di una morte clinica ;

pag 114: 

« Che le cose non stiano così lo spiegano non solo gli Evangelisti, ma lo stesso Credo di Paolo (1Cor 15, 3-11) in quanto descrive l’apparizione del risorto successivamente con la parola greca óphthe, che traduciamo di solito con ; forse dovremmo dire più correttamente: : questa formula rende manifesto che si tratta qui di qualche  cosa di diverso, che Gesù dopo la Risurrezione appartiene ad una sfera della realtà che normalmente si sottrae ai nostri sensi…Non appartiene più al mondo percepibile con i sensi, ma al mondo di Dio » 

qui si sofferma a considerare la possibilità per noi di Dio, sulla schiettezza dell’uomo, che è possibile sempre da dentro se stessi; il brano della 1Cor 15, che tratta della risurrezione dai morti dice ciò molto chiaramente quando riporta le due frasi separatamente l’una dopo l’altra, prima e poi

termino questa lettura dal libro con il passo successivo: 

« Le apparizioni non sono la Risurrezione, ma solo il suo riflesso. Prima di tutto essa è un avvenimento di Gesù stesso, tra il Padre e lui in virtù della potenza dello Spirito Santo; poi questo avvenimento occorso a Gesù stesso diventa accessibile agli uomini perché è lui a renderlo accessibile. » 

mi rendo conto che questa breve presentazione è molto limitata, ma tutto quello che riguarda il Signore Gesù Cristo e San Paolo e la fede è comunque al di sopra di una nostra capacità di comprensione profonda, ed anche al di sopra della possibilità di trovare le parole adatte ad esprimerla, certo l’allora Cardinale Ratzinger/ Papa Benedetto, ha le parole che io trovo tra le più belle ed adatte per trasmettere – oltre che spiegare – la fede. 

DALLA « SPE SALVI » 46, [Prima Lettera ai Corinzi]

[ in precedenza parla della condizione intermedia dell'uomo dopo la morte, nel passaggio subito prima del 46 (45) si trova: "Possono esserci persone che hanno distrutto totalmente se stesse..." poi: "Dall'altra parte possono esserci persone purissime, che si sono lasciate interamente penetrare da Dio...]

 

« 46. Secondo le nostre esperienze, tuttavia, né l’uno né l’altro è il caso normale dell’esistenza umana. Nella gran parte degli uomini – così possiamo supporre – rimane presente nel più profondo della loro essenza un’ultima apertura interiore per la verità, per l’amore, per Dio.  Nelle concrete scelte di vita, però, essa è ricoperta da sempre nuovi compromessi col male – molta sporcizia copre la purezza, di cui, tuttavia, è rimasta la sete e che, ciononostante, riemerge sempre di nuovo da tutta la bassezza e rimane presente nell’anima. Cosa avviene di simili individui  quando compaiono davanti al Giudice? Tutte le cose sporche che hanno accumulate nella loro vita diverranno forse di colpo irrilevanti? O che cosa altro accadrà? San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, ci da un’idea del differente impatto del giudizio di Dio sull’uomo a seconda delle sue condizioni. Lo fa con immagini che vogliono in qualche modo esprimere l’invisibile, senza che noi possiamo trasformare queste immagini in concetti – semplicemente perché non possiamo gettare lo sguardo nel mondo al di là  della morte né abbiamo alcuna esperienza di esso. Paolo dice dell’esistenza cristiana innanzi tutto che essa è costituita su un fondamento comune: Gesù Cristo. Questo fondamento resiste. Se siamo rimasti saldi su questo fondamento e abbiamo costruito su di esso la nostra vita, sappiamo che questo fondamento non ci può più essere sottratto neppure nella morte. Poi Paolo continua: (3,12-15). In quel testo, in ogni caso, diventa evidente che il salvamento degli uomini può avere forme diverse; che alcune cose edificate possono bruciare fino in fondo; che per salvarsi bisogna attraversare in prima persona il   per diventare definitivamente capaci di Dio e poter prendere posto alla tavola dell’eterno banchetto nuziale. »

 

[ho messo il link al sito vaticano:  Encicliche (Papa Benedetto)]

messaggio di Papa Benedetto per la XLIII giornata di preghiera delle vocazioni 2006, prende spunto dalla Lettera agli Efesini

IL PAPA PRENDE SPUNTO DALLA LETTERA AGLI EFESINI

dal sito: 

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/vocations/documents/hf_ben-xvi_mes_20060305_xliii-vocations_it.html 

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
PER LA XLIII GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA
PER LE VOCAZIONI
 

7 MAGGIO 2006 – IV DOMENICA DI PASQUA   

Venerati Fratelli nell’Episcopato,
Cari fratelli e sorelle!
 

La celebrazione della prossima Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni mi offre l’occasione per invitare tutto il Popolo di Dio a riflettere sul tema della Vocazione nel mistero della Chiesa. Scrive l’apostolo Paolo: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo … In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo … predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo» (Ef 1, 3-5). Prima della creazione del mondo, prima della nostra venuta all’esistenza, il Padre celeste ci ha scelti personalmente, per chiamarci ad entrare in relazione filiale con Lui, mediante Gesù, Verbo incarnato, sotto la guida dello Spirito Santo. Morendo per noi, Gesù ci ha introdotti nel mistero dell’amore del Padre, amore che totalmente lo avvolge e che Egli offre a tutti noi. In questo modo, uniti a Gesù, che è il Capo, noi formiamo un solo corpo, la Chiesa. 

Il peso di due millenni di storia rende difficile percepire la novità del mistero affascinante dell’adozione divina, che è al centro dell’insegnamento di san Paolo. Il Padre, ricorda l’Apostolo, «ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà …, il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose» (Ef 1, 9-10). Ed in un’altra Lettera scrive, non senza entusiasmo: «Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8, 28-29). La prospettiva è davvero affascinante: siamo chiamati a vivere da fratelli e sorelle di Gesù, a sentirci ed essere in comunione con lui, vero Dio e vero uomo, partecipi della natura divina (cfr 2 Pt 1,4) – figli e figlie nel Figlio. È un dono che capovolge ogni idea e progetto esclusivamente umani. La confessione della vera fede spalanca le menti e i cuori all’inesauribile mistero di Dio, che permea l’esistenza umana. Che dire allora della tentazione, molto forte ai nostri giorni, di sentirci autosufficienti fino a chiuderci al misterioso piano di Dio nei nostri confronti? L’amore del Padre, che si rivela nella persona di Cristo, ci interpella. 

Per rispondere alla chiamata di Dio e mettersi in cammino, non è necessario essere già perfetti. Sappiamo che la consapevolezza del proprio peccato ha permesso al figliol prodigo di intraprendere la via del ritorno e di sperimentare così la gioia della riconciliazione con il Padre. Le fragilità e i limiti umani non rappresentano un ostacolo, a condizione che contribuiscano a renderci sempre più consapevoli del fatto che abbiamo bisogno della grazia redentrice di Cristo. È questa l’esperienza di san Paolo. Alla sua preghiera di essere liberato dagli schiaffi di satana riceve la risposta: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Paolo, accettando questa decisione del Signore, dice: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo» (2 Cor 12, 7.9). ‘Vantarsi delle debolezze’ significa accettare volentieri, di cuore, la propria situazione di debolezza: i limiti delle proprie forze, le sofferenze, sapendosi così vicini al Signore, vivendo fiduciosi nella sua potenza, nonostante le nostre debolezze. Nel mistero della Chiesa, Corpo mistico di Cristo, il potere divino dell’amore cambia il cuore dell’uomo, rendendolo capace di comunicare l’amore di Dio ai fratelli. Nel corso dei secoli tanti uomini e donne, trasformati dall’amore divino, hanno consacrato le proprie esistenze alla causa del Regno. Già sulle rive del mare di Galilea, molti si sono lasciati conquistare da Gesù: erano alla ricerca della guarigione del corpo o dello spirito e sono stati toccati dalla potenza della sua grazia. Altri sono stati scelti personalmente da Lui e sono diventati suoi apostoli. Troviamo pure persone, come Maria Maddalena e altre donne, che lo hanno seguito di propria iniziativa, semplicemente per amore, ma, al pari del discepolo Giovanni, hanno occupato esse pure un posto speciale nel suo cuore. Questi uomini e queste donne, che hanno conosciuto attraverso Cristo il mistero dell’amore del Padre, rappresentano la molteplicità delle vocazioni da sempre presenti nella Chiesa. Modello di chi è chiamato a testimoniare in maniera particolare l’amore di Dio è Maria, la Madre di Gesù, direttamente associata, nel suo pellegrinaggio di fede, al mistero dell’Incarnazione e della Redenzione. 

In Cristo, Capo della Chiesa, che è il suo Corpo, tutti i cristiani formano «la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui» (1 Pt 2, 9). La Chiesa è santa, anche se i suoi membri hanno bisogno di essere purificati, per far sì che la santità, dono di Dio, possa in loro risplendere fino al suo pieno fulgore. Il Concilio Vaticano II mette in luce l’universale chiamata alla santità, affermando che «i seguaci di Cristo, chiamati da Dio non secondo le loro opere, ma secondo il disegno della sua grazia e giustificati in Gesù Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi» (Lumen gentium, 40). Nel quadro di questa chiamata universale, Cristo, Sommo Sacerdote, nella sua sollecitudine per la Chiesa chiama poi, in ogni generazione, persone che si prendano cura del suo popolo; in particolare, chiama al ministero sacerdotale uomini che esercitino una funzione paterna, la cui sorgente è nella paternità stessa di Dio (cfr Ef 3, 15). La missione del sacerdote nella Chiesa è insostituibile. Pertanto, anche se in alcune regioni si registra scarsità di clero, non deve mai venir meno la certezza che Cristo continua a suscitare uomini, i quali, come gli Apostoli, abbandonata ogni altra occupazione, si dedicano totalmente alla celebrazione dei sacri misteri, alla predicazione del Vangelo e al ministero pastorale. Nell’Esortazione apostolica Pastores dabo vobis, il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II ha scritto in proposito: «La relazione del sacerdote con Gesù Cristo e, in Lui, con la sua Chiesa si situa nell’essere stesso del sacerdote, in forza della sua consacrazione-unzione sacramentale, e nel suo agire, ossia nella sua missione o ministero. In particolare, “il sacerdote ministro è servitore di Cristo presente nella Chiesa mistero, comunione e missione. Per il fatto di partecipare all’‘unzione’ e alla ‘missione’ di Cristo, egli può prolungare nella Chiesa la sua preghiera, la sua parola, il suo sacrificio, la sua azione salvifica. È dunque servitore della Chiesa mistero perché attua i segni ecclesiali e sacramentali della presenza di Cristo risorto”» (n. 16). 

Un’altra vocazione speciale, che occupa un posto d’onore nella Chiesa, è la chiamata alla vita consacrata. Sull’esempio di Maria di Betania, che «sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola» (Lc 10, 39), molti uomini e donne si consacrano ad una sequela totale ed esclusiva di Cristo. Essi, pur svolgendo diversi servizi nel campo della formazione umana e della cura dei poveri, nell’insegnamento o nell’assistenza dei malati, non considerano queste attività come lo scopo principale della loro vita, poiché, come ben sottolinea il Codice di Diritto Canonico, «primo e particolare dovere di tutti i religiosi deve essere la contemplazione delle verità divine e la costante unione con Dio nell’orazione» (can. 663, § 1). E nell’Esortazione apostolica Vita consecrata Giovanni Paolo II annotava: «Nella tradizione della Chiesa la professione religiosa viene considerata come un singolare e fecondo approfondimento della consacrazione battesimale in quanto, per suo mezzo, l’intima unione con Cristo, già inaugurata col Battesimo, si sviluppa nel dono di una conformazione più compiutamente espressa e realizzata, attraverso la professione dei consigli evangelici» (n. 30). 

Memori della raccomandazione di Gesù: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!» (Mt 9, 37), avvertiamo vivamente il bisogno di pregare per le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Non sorprende che, laddove si prega con fervore, fioriscano le vocazioni. La santità della Chiesa dipende essenzialmente dall’unione con Cristo e dall’apertura al mistero della grazia che opera nel cuore dei credenti. Per questo vorrei invitare tutti i fedeli a coltivare un’intima relazione con Cristo, Maestro e Pastore del suo popolo, imitando Maria, che custodiva nell’animo i divini misteri e li meditava assiduamente (cfr Lc 2, 19). Insieme con Lei, che occupa un posto centrale nel mistero della Chiesa, preghiamo: 

O Padre, fa’ sorgere fra i cristiani
numerose e sante vocazioni al sacerdozio,
che mantengano viva la fede
e custodiscano la grata memoria del tuo Figlio Gesù
mediante la predicazione della sua parola
e l’amministrazione dei Sacramenti,
con i quali tu rinnovi continuamente i tuoi fedeli. 

Donaci santi ministri del tuo altare,
che siano attenti e fervorosi custodi dell’Eucaristia,
sacramento del dono supremo di Cristo
per la redenzione del mondo. 

Chiama ministri della tua misericordia,
che, mediante il sacramento della Riconciliazione,
diffondano la gioia del tuo perdono. 

Fa’, o Padre, che la Chiesa accolga con gioia
le numerose ispirazioni dello Spirito del Figlio tuo
e, docile ai suoi insegnamenti,
si curi delle vocazioni al ministero sacerdotale
e alla vita consacrata. 

Sostieni i Vescovi, i sacerdoti, i diaconi,
i consacrati e tutti i battezzati
in Cristo,
affinché adempiano fedelmente la loro missione
al servizio del Vangelo. 

Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. Amen. 

Maria, Regina degli Apostoli, prega per noi! 

Dal Vaticano, 5 Marzo 2006. 

BENEDICTUS PP. XVI 

DI JOSEPH RATZINGER/PAPA BENEDETTO XVI – sulla lettera agli efesini

DI JOSEPH RATZINGER/PAPA BENEDETTO XVI 

dal libro: Cerco il tuo volto Dio, Figlie di San Paolo, Milano 1985; (testo originale: Gottes Angesicht suchen, Kyrios Verlag GmbH Meitingen-Frising 1978) 

Meditazioni nel corso dell’anno liturgico 

Luglio – sulla lettera agli Efesini,

vedi testo della lettera: 

http://www.bibbiaedu.it/pls/bibbiaol/GestBibbia.Ricerca?Libro=Efesini&Capitolo=1 

« L’inizio della lettera agli Efesini lascia trasparire l’entusiasmo dei neoconvertiti , per i quali l’essere cristiani è un dono inaspettato, benedizione e ricchezza elargita da Dio. 

Percepire questo è salutare anche per noi, che viviamo il nostro essere cristiani quasi con la fronte corrucciata e con una coscienza problematica e affaticata al tempo stesso, tanto da provare quasi rimorso quando ci accade di provare letizia per il fatto di essere cristiani: potrebbe essere trionfalismo! 

In ultima analisi la gioia di questa lettura dipende dal fatto che l’Apostolo ha il coraggio di puntare semplicemente lo sguardo sul centro della realtà cristiana: sul Dio trinitario e sulla sua vita eterna. Chi rumina solo e sempre le domande iniziali del cristianesimo e non guarda tranquillo e sereno al suo centro, finisce per essere assorbito sempre più dalla lacerazione della riflessione. Dobbiamo di nuovo imparare a parlare della realtà più autentica della fede, anche se rimangono sul tappeto tante altre domande preliminari ad essa; in fondo solo la logica e la bellezza intrinseca del tutto, irradianti dal suo centro, possono superare anche le difficoltà iniziali.  Sotto il profilo contenutistico il testo cerca in primo luogo di farci conoscere il fondamento e il fine del nostro essere cristiani. Il fondamento non è costituito dalle nostre prestazioni, ma dall’amore di Dio, che ci ha cercati dall’eternità. Il giudaismo conosceva l’idea della preesistenza del Messia, della Legge, del popolo di Dio. Qui l’Apostolo ci dice: tutto ciò è vero in un senso profondissimo. Nei pensieri di Dio noi esistiamo eternamente da sempre, perché apparteniamo al suo Figlio. Perciò partecipiamo alla sua eternità, alla sua priorità su tute le cose del mondo. In lui esistiamo come da giorni immemorabili. Dio ci vede in lui, ci vede con i suoi occhi. Che cosa questa certezza significhi lo possiamo comprendere n modo nuovo in un tempo di nausea per l’uomo, in un tempo in cui l’uomo viene presentato come una scimmia nuda, come un topo particolarmente ingegnoso, e cosicché crescono la paura di fronte all’essere umano e l’odio dell’uomo contro l’uomo. 

Chi sa di essere guardato con gli occhi del Figlio, prova la sensazione che è più forte d’una simile paura. La sua origine è già una risposta alla domanda impellente della sua meta e del suo fine. La Lettera agli Efesini descrive tutto ciò con una serie di quattro concetti strettamente correlativi l’uno all’altro. Essa parla di redenzione. Parla di eredità, cioè del fatto che tutto apparterrà a tutti, che il mondo ci appartiene. Parla della ricapitolazione dell’universo, del cielo e della terra, quindi della eliminazione dei contrasti e delle inimicizie, dell’unità indivisa, in cui tutti e tutto concorderanno: questa è la redenzione. Ma come si verificherà tutto ciò? La lettera dice – e lo dice tre volte a mo’ d’un ritornello che dà il tono a  tutto –  che noi esistiamo : questa è la via. Ove l’uomo ha il coraggio di dimenticarsi e di orientare il suo volto al Creatore, lì segue il resto: L’eredità, l’unità, la redenzione. Francesco d’Assisi non è forse l’esempio luminoso della verità di questa affermazione apparentemente fin troppo semplice? Ove Dio non viene più lodato, tutto il resto va in rovina. Solo se ricominciamo a volgere di nuovo il nostro sguardo a lui, a liberarci dall’incapsulamento in noi stessi, la nostra paralisi ha fine e può irrompere in noi la redenzione. 

Papa Benedetto: « In Cristo Gesù Dio stesso si è rivelato discendendo »

« In Gesù Cristo Dio stesso si è rivelato discendendo » 

Papa Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, Libreria Editrice Vaticana 2007;   

pagg. 120-121; 

« Sulla bocca di Gesù tuttavia la parola acquista una profondità nuova. Fa parte della sua natura specifica il vedere Dio, lo stare faccia a faccia davanti a Lui, in continuo scambio interiore con lui – vivere l’esistenza di Figlio. Così l’espressione assume una valenza profondamente cristologica. Noi vedremo Dio quando entreremo nei « sentimenti di Cristo » (Fil 2,5). La purificazione del cuore si realizza nella sequela di Cristo, nell’unificazione con Lui. (Fil 2, 6-9). 

Queste parole segnano una storia decisiva nella storia della mistica. Mostrano la novità della mistica cristiana, che deriva dalla novità della rivelazione in Gesù Cristo. Dio discende, fino alla morte sulla croce. E proprio così si rivela nella sua autentica divinità. L’ascesa di Dio avviene nell’accompagnarlo in questa discesa. La liturgia d’ingresso al santuario del Salmo 24 riceve così un nuovo significato: il cuore puro è il cuore amante che si mette in comunione di servizio e di obbedienza con Gesù Cristo. L’amore è il fuoco che purifica e unisce ragione, volontà, sentimento, che unifica l’uomo in se stesso in virtù dell’azione unificante di Dio, cosìcché egli diviene servitore dell’unificazione di coloro che sono divisi: così l’uomo fa il suo ingresso nella dimora di Dio e può vederlo. Ed è questo che lo rende beato » 

BENEDETTO XVI – SAN PAOLO APOSTOLO: DALLA « SPE SALVI » 26

BENEDETTO XVI – SAN PAOLO APOSTOLO 

DALLA « SPES SALVI » 26: 

« Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore. Ciò vale già nell’ambito puramente intramondano. Quando uno nella sua vita fa l’esperienza di un grande amore, quello è un momento di « redenzione » che dà senso nuovo alla sua vita. Ma ben presto egli si renderà anche conto che l’amore a lui donato non risolve, da solo, il problema della sua vita. È un amore che resta fragile. Può essere distrutto dalla morte. L’esser umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: , qualunque cosa gli accada nel caso particolare. È questo che si intende, quando diciamo: Gesù Cristo ci ha . Per mezzo di Lui siamo diventi certi che Dio – di un Dio che nostituisce una lontana del mondo, perché il suo figlio unigenito si è fatto uomo e di Lui ciascuno può dire: (Gal 2,20) »

San Paolo all’inizio della « Spe Salvi »

San Paolo all'inizio della

All’inizio della Enciclica del Papa « Spe Salvi« , Salvati nella speranza, il Papa riprende il pensiero di San Paolo sulla speranza:

INTRODUZIONE (pag 3 Libreria editrice Vaticana)

« SPE SALVI facti sumus » – nella speranza siamo stati salvati, dice San Paolo ai Romani e anche a noi (Rm 88,24). La « redenzione », la salvezza, secondo la fede cristiana, non è un semplice dato di fatto. La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, puo essere vissuto ed accetato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino. Ora, si impone immediatamente la domanda: ma di che genere è mai questa speranza per poter giustificare l’affermazione secondo cui a partire da essa, e semplicemente perché essa c’è, noi siamo redenti? E di  quale tipo di certezza si tratta »

1...2526272829

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01