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« Se uno è in Cristo, è una nuova creatura », Pirandello (Catechesi al Movimento Apostolico)

dal sito:

http://www.caffarra.it/incontro140307.php

« Se uno è in Cristo, è una nuova creatura »

(PIRANDELLO E SAN PAOLO)

Catechesi al Movimento Apostolico

Catanzaro, 14 marzo 2007

Vorrei iniziare questo nostro incontro ascoltando la voce di uno dei più radicali nichilisti del nostro tempo e nello stesso tempo testimone del bisogno che l’uomo oggi ha di incontrare Gesù, L. Pirandello.

Egli ha scritto una novella di struggente bellezza, struggente per il bisogno dell’incontro che questa pagina esprime: Ciaula scopre la luna. La vicenda è nota: Ciaula è più un animale che un uomo, costretto come è a lavorare sempre, spesso anche di notte, nella miniera. Ma una notte, distrutto dalla fatica, era appena sbucato dal buio della miniera: « Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle… Grande, placida, come in un fresco, luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna… Estatico cadde a sedere sul suo carico… E Ciaula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva… per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore » [Novelle per un anno, volume secondo - tomo I, Mondadori ed. Milano 1996, pag. 463-464].
Ed ora poniamoci all’ascolto di S. Paolo: « E Dio che disse: rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo » [2Cor 4,6].
L’ateo Pirandello si incontra coll’apostolo Paolo: l’uomo ha bisogno di luce, altrimenti è costretto a vivere come Ciaula lavorando penosamente dentro una tana. E poiché ne ha bisogno, ciascuno di noi desidera profondamente essere illuminato; desidera di poter vedere la realtà nella sua bellezza, nella sua bontà, nella sua verità.

1. Ciascuno di noi può trovarsi in tre diverse condizioni, che ora cercherò di descrivere.
- Vorrei descrivere la prima condizione con una parabola. Immaginate di viaggiare in treno e che a causa di un guasto si sia fermato. Ma ciò è accaduto in una lunga galleria, in un punto in cui non si vede più la luce dell’inizio e non si vede ancora la luce della fine. Un viaggiatore vi dice: « non vi preoccupate; intanto possiamo passare qualche ora assieme; possiamo parlare di ciò che ci interessa maggiormente; possiamo anche inventare qualche gioco che ci diverta: non ci accorgeremo neppure alla fine di essere fermi in una galleria » -.
Ora cercherò di spiegarvi questa breve parabola. Ad una riflessione attenta e pacata, ci rendiamo conto che i quesiti fondamentali della vita sono due: da dove vengo? verso dove vado? Se uno vi rispondesse: « tu, come ogni persona umana, vieni dal caso; esisti cioè per caso; sei un incidente fortuito, casuale dell’evoluzione della materia ». Se alla seconda domanda poi vi rispondesse: « tu, come ogni persona umana, non sei in possesso di una vita sensata, orientata cioè ad uno scopo ultimo: sei in cammino, ma senza un traguardo finale: un vagabondo, non un pellegrino ».
Se tu ti convincessi che questa è la verità, sulla tua vita, la parabola del treno esprimerebbe perfettamente la tua condizione esistenziale: buio alle spalle; buio davanti. Qualcuno ha vissuto tragicamente questa condizione; altri, hanno cercato di vivere comunque con gli altri nel modo migliore l’attimo di luce fra le due notti. Oggi purtroppo si sceglie spesso la soluzione peggiore: non pensare troppo; soprattutto non porre quelle due domande; e vivere come a ciascuno pare e piace, nella misura del possibile.
- La seconda condizione è narrata stupendamente nella novella di Pirandello. Invece che in un treno fermo sotto una galleria, Ciaula vive nel buio di una miniera perché lavora faticosamente. E la vita è in larga misura fatica e lavoro. Ma Ciaula, l’uomo, può « sbucare all’aperto » e rimanere « sbalordito »: è lo « sbalordimento » di fronte alla bellezza dell’essere. Voi provate questo quando per esempio vi siete resi conto per la prima volta che un/a ragazzo/a vi amava; quando vi siete trovati di fronte alla bellezza di spettacoli naturali. Quanto maggiore è la possibilità di conoscere, quanto più vaste e dettagliate sono le conoscenze dei processi della vita, tanto maggiore è – o almeno dovrebbe essere – lo stupore. Ciaula è ancora nel buio, nella notte, ma la sua notte è « ora piena del suo stupore ».
Anche voi potete essere in questa situazione; o forse conoscete amici vostri che vi si trovano. Può essere l’inizio di un cammino.
- La terza condizione è quella suggerita da S. Paolo. Anche l’Apostolo parla di tenebre. Ma la notte in cui si trova l’Apostolo è all’improvviso illuminata da una luce, potremmo dire, esterna e da una luce interna. La luce esterna è il volto di Cristo, il sole che illumina la notte; la luce interna rifulge nel cuore. Si dà come una sorta di riverbero: il sole che è il volto di Gesù illumina il cuore della persona.
Che cosa significhi questa « illuminazione » cercherò di spiegarlo con due « brevi narrazioni, una evangelica ed una contemporanea ».
La narrazione evangelica. Ricordate tutti l’incontro di Zaccheo con Gesù. Zaccheo desiderava vedere Gesù: curiosità? Stupore e meraviglia per ciò che sentiva dire? Egli comunque « desiderava ». E si sente fare una proposta incredibile: cenare insieme con Gesù; stare a tavola con Lui. È durante quella compagnia che Zaccheo esce dalla « galleria »: il suo cuore è illuminato. Vede la possibilità di una nuova esistenza: non più basata sul possesso ma sul dono. Ha visto Cristo; è stato con Lui: è stato rigenerato nella sua umanità. Le radici della sua persona e della sua esistenza sono state trapiantate in un nuovo terreno: è diventato « figlio di Abramo ». Le promesse di beatitudine fatte da Dio all’uomo sono ora sue: sono fatte anche a lui.
La narrazione contemporanea. Il 14 settembre 1946 una suora professoressa di lingua e letteratura inglese stava accompagnando in treno alcune ragazze al noviziato della sua Congregazione religiosa situato in una piccola città indiana. Ad un certo momento la suora vide non fisicamente ma spiritualmente una folla innumerevole di poveri e di disperati e sentì dentro di sé il grido di Gesù sulla Croce: « ho sete ». Ella vide in ciascuno di quei disperati Cristo sulla Croce che chiedeva di essere saziato sia materialmente sia spiritualmente: fame di pane e di amore: sete di acqua e di affetto. E « si arrese ». In quel momento « nacque » madre Teresa di Calcutta.
Il sole che è il volto sfigurato di Cristo nei poveri, illumina il cuore di quella donna, nel senso che le fa vedere la vocazione, il significato della sua vita: « vivo per dissetare Gesù nei poveri ».
Vi ho descritto le tre condizioni in cui una persona può trovarsi: dentro un treno sotto una galleria, avendo buio alle spalle e buio davanti a sé; sbucati dal buio di una miniera in una notte, ma piena di stupore e con il carico non più sulle spalle; illuminati dalla luce che splende nel volto di Cristo, la quale ci fa vedere da dove veniamo e verso dove andiamo.
Pascal dice tutto questo quando scrive che ci sono tre classi di uomini. Coloro che cercano ed hanno trovato; coloro che cercano e non hanno ancora trovato; coloro che né cercano né trovano.
2. A questo punto potete capire il significato esistenziale dell’affermazione paolina: « se uno è in Cristo è una nuova creatura ».
Chi è in Cristo? il viaggiatore del treno guasto in galleria, Ciaula, Zaccheo – madre Teresa? Sono sicuro che avete già risposto: in nessuna maniera il viaggiatore ["è in Cristo"]; Ciaula è in cammino per diventarlo; Zaccheo – madre Teresa « sono in Cristo ». Non mi ripeto. Ma richiamo subito la vostra attenzione su ciò che accade a chi « è in Cristo »: diventa una nuova creatura.
Vorrei fermarmi brevemente su questa rigenerazione, e così concludere la nostra catechesi.
Questa novità riguarda le radici stesse della nostra esistenza. E quali sono le radici della nostra vita? Che cosa cioè nutre il nostro quotidiano esistere: ciò che ci fa lavorare o studiare, che ci fa prendere moglie/marito, che ci fa desiderare e pensare? Come ha visto bene Agostino: è il desiderio di beatitudine, di pienezza di essere. Le nostre scelte sono sempre in vista di un bene particolare; ma alla fine ciascuna di esse si inscrive e si radica nel desiderio di un bene che sia tale da dare piena soddisfazione alla nostra fame e sete di beatitudine, al nostro sconfinato desiderio di verità, di bontà, di bellezza. Solo una cultura disumana e superficiale come la nostra poteva tentare di estenuare nell’uomo questo suo desiderio, insegnandogli che è possibile ben navigare anche se si naviga sempre a vista senza avere nessun porto a cui dirigersi; che è possibile ben camminare anche senza sapere dove andare.
L’incontro con Cristo pesca in questa profondità dell’essere: Cristo è « sentito » come la risposta vera e totale al proprio desiderio illimitato di beatitudine: « mio Signore e mio tutto » [pregava S. Francesco]. Zaccheo ha capito che non nel denaro, ottenuto con tutti i mezzi, era la risposta al suo desiderio, ma la risposta era Lui, lo « stare a tavola » con Lui. Madre Teresa ha capito che la vita vale nella misura in cui è donata.
Ho parlato di « radici » del nostro essere, della nostra persona. Di radici che pescano nella persona di Cristo, che si impiantano in Lui. Vorrei fermarmi ancora un momento su questo punto richiamando la vostra attenzione all’esperienza di S. Agostino.
Egli era cresciuto nella fede cristiana. Ci confida che fin da bambino era segnato dalla madre Monica con segno della croce: « di tutte queste cose ero certo ». Tuttavia aggiunge: « eppure ero totalmente incapace di godere di te » [Conf. VII, 20,26]. Uno può sapere tutto di una persona, ma non goderne: non godere della sua presenza, della sua compagnia. Si può vivere una dedizione alla « causa » cristiana, ma non essere attratti dalla bellezza di Cristo ed affascinati dal suo volto. La dedizione non è l’attrazione.
Ecco che cosa intendo dire quando dico che siamo rinnovati nella radice della nostra persona. Uso ancora un’espressione agostiniana: « amata est foeda ne remaneret foeda » [È stata amata quando era brutta, ma perché non rimanesse brutta] (En. in ps. 44,3). Siamo attratti da un Amore che ci trasforma; da una Bellezza che ci rende belli. Dice stupendamente Agostino: « evertit foeditatem, formavit pulchritudinem ».
Rinnovati alla radice del nostro vivere, lo siamo di conseguenza anche nei due dinamismi spirituali fondamentali della nostra persona: l’intelligenza e la libertà.
A livello di intelligenza, è soprattutto il testo paolino citato all’inizio ad illuminarci. Sarebbe necessario fare un lungo discorso per comprendere che cosa accade nell’intelligenza della persona che incontra Cristo, che « è in Cristo ». Mi limito ad una sola riflessione.
L’incontro con Cristo mette in moto la tua intelligenza perché tu vuoi sapere la verità e il valore di ciò che è e di ciò che fai alla luce di Cristo. Ti chiedi: che cosa è l’amore umano? Quale è il valore della sofferenza? E così via. Chi « è in Cristo » cerca colla sua ragione la risposta nella luce di Cristo, nella luce della Sapienza stessa di Dio. Ecco perché la ragione del credente è spinta ad esercitarsi al massimo, senza precludersi nulla. Nasce una nuova cultura.
A livello di libertà, è soprattutto la pagina evangelica che narra la storia di Zaccheo ad illuminarci. Anche su questo sarebbe necessario un lungo discorso, perché penetriamo nella chiave di volta di ogni umana esistenza: l’idea e l’esperienza che ciascuno ha della propria libertà. Mi limito ad una sola riflessione.
Zaccheo ha radicalmente cambiato il suo modo di essere libero: dal possesso al dono. Tutto qui! La sua libertà è stata liberata, perché è stata resa capace di amare. Ha acquistato la libertà del dono. Nasce l’amore e l’amicizia. E Paolo con Giovanni dirà che questo è tutto.
Ma c’è qualcosa d’altro nella vita di chi incontra Cristo: colui che incontra Cristo, non può tacere. Paolo percorre quasi tutto l’impero romano per annunciare Cristo; Madre Teresa diventa la pura testimone dell’amore. Non si può tacere!

Conclusione

Mi piace concludere con l’insegnamento di un bambino ed ancora di S. Agostino.
Durante una recente visita pastorale ho tenuto una catechesi ai bambini sul tema della fede, dell’incontro con Gesù. Ad un certo punto un bambino di seconda elementare mi disse: « ma come faccio ad incontrare un morto? ». Si alzò una bambina: « ma Gesù è morto, ma poi è risorto ed è presente in mezzo a noi ».
Ed ora S. Agostino: « Volevo essere considerato sapiente, ma pieno della mia tristezza non piangevo » [VII, 20,26]. Possiamo conoscere tutta la dottrina cristiana, ma questo non basta perché il cuore sia commosso da una presenza, dall’esperienza di una persona che ti ama.
La Chiesa esiste per rendere possibile l’incontro di ogni uomo con Cristo; per rendere possibile ad ogni uomo di essere in Lui. Esiste perché ogni uomo possa piangere di commozione di fronte a Cristo: « habet et laetitia lacrimas suas » [S. Ambrogio, De excessu fra tris sui Satyri I.10].

S. Paolo ci insegna come giungere alla vera pace

dal sito:

http://www.missioni-africane.org/536__S_Paolo_ci_insegna_come_giungere_alla_vera_pace

S. Paolo ci insegna come giungere alla vera pace

Ci troviamo vicini alla celebrazione della Pasqua, cioè della morte e risurrezione di Gesù, l’avvenimento fondante della nostra fede, quello che le fornisce il senso, la luce e la forza. Quello che ci distingue come cristiani.
San Paolo ci parla spesso della passione e della risurrezione del Signore. Lo fa in vari modi. Spesso ci ricorda quello che saremmo stati senza la Pasqua, presentandoci quello che siamo ora e che dobbiamo essere nel mondo di oggi.
Scrivendo ai cristiani di Efeso, l’apostolo parla del loro paganesimo di un tempo e aggiunge:
“Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani siete diventati vicini grazie al sangue di Cristo. Egli, infatti, è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva (…) per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui, infatti, possiamo presentarci gli uni e gli altri al Padre in un solo Spirito” (Ef 2,13-18).
Tutto questo è frutto della Pasqua. Essa agisce facendo cadere i muri, annullando le separazioni, eliminando le contrapposizioni che nascono e durano nel mondo di ogni tempo.
La pace viene dalla Pasqua, ma la risurrezione di Cristo raggiunge il suo scopo quando diffonde la vita nuova e trasforma in Lui ogni persona e ogni cosa.
La pace di Cristo, infatti, non si ottiene solo con gesti umani di riconciliazione. Le buone volontà umane non bastano. Occorre che ognuno si lasci trasformare da Gesù Cristo. E’ solo così che i muri cadono per sempre e le riconciliazioni durano.
Ce lo dice san Paolo: tutti siamo chiamati a sviluppare in noi una vita nuova: ”Per creare in se stesso dei due un solo uomo nuovo”(Ef 2,15).
È stato scritto che “non si ottiene la pace semplicemente con un avvicinamento, ma con una trasformazione” (Bruno Maggioni, biblista, in Il Dio di Paolo, p. 194).
È la trasformazione che Gesù ha potuto realizzare in Paolo al punto che l’apostolo scriveva: ”Non vivo più io, ma Cristo vive in me”(Ga 2,20).

E allora:

Più Cristo vive in me e più in me vive la sua pace.
Più la sua Parola si realizza in me e più cresce in me la giustizia che è condizione della pace.
Più lo Spirito di Cristo trova in me le condizioni per agire e più la sua grazia mi rende “nuovo” e capace di costruire ovunque la pace.
“La pace bisogna costruirla nel proprio cuore” (Maurice Zundel).

p. Bruno Semplicio

PAOLO TRA RELATIVISMO E FONDAMENTALISMO

questo è quanto ho trovato, probabilmente non è tutto, ma vale la pena ugualmente di leggere quanto scritto; io sono passata dal PDF al testo, c’è qualche differenza nell’impostazione grafica, se volete potete leggere dall’originale, naturalmente, dal sito:

http://www.paoline.it/upload/immagini/farfa_relazione_virgili.pdf

Atti del Convegno
PAOLO TRA RELATIVISMO E FONDAMENTALISMO
Figlie di S. Paolo • Provincia italiana • Farfa (RI), 9-13 luglio 2008

ROSANNA VIRGILI

Premesso che i termini “fondamentalismo” e “relativismo” sono moderni e designano, pertanto, delle realtà e delle forme di pensiero che assumono contenuti distanti dalla cultura del tempo di Paolo, ciò non di meno essi possono essere ritrovati nel mondo paolino, sotto forma di atteggiamenti riconducibili all’idea che oggi ne abbiamo. Essi rappresentano due forme di pensiero, ambedue estreme, benché affatto diverse, se non addirittura contrapposte tra loro. Mentre per fondamentalismo si intende un attaccamento alla “lettera” delle Scritture e, in senso più largo, l’illegittimità del concorso della ragione per interpretarle e incarnarle nell’attualità, il relativismo designa lo scetticismo verso tutto ciò che è frutto di una Rivelazione calata dal cielo, poiché – al contrario – ogni conoscenza può e deve passare attraverso la ragione dell’uomo. Quando Paolo parla del Cristo crocifisso e lo definisce “scandalo per i Giudei e follia per i pagani”(1Cor 1,23), denuncia l’incapacità di una visione obiettiva della Croce. Tale incapacità era frutto, in ambedue i casi – quindi non soltanto per quanto riguardava i pagani che erano privi di una Rivelazione, ma anche per coloro che la possedevano – di un pensiero unilaterale, miope e comunque soltanto umano, privo di quell’intelligenza che sorge negli occhi e nella mente dell’uomo, quando questi si incrociano e si allargano sul punto di vista di Dio, nel frutto di una Sapienza che sempre si rinnova nella curiositas, ma anche nella visione dello Spirito e nell’ansia dell’Amore. I punti fondamentali che segneranno le tappe della nostro percorso di riflessione sul pensiero e sul messaggio di Paolo saranno, dunque, i seguenti:
1.
Sapienza e follia, forza e debolezza: il linguaggio nuovo e ‘rovesciato’ di Paolo per spiegare il Vangelo (1Cor 1,17-3,23). Paolo e il suo rapporto dialogico e dialettico con la sapienza umana.
2.
I limiti di una conoscenza a immagine dell’uomo, che si rifrange su quell’immagine ed è incapace di vedere oltre l’orizzonte del suo specchio (Rm 1,18-32).
3.
La legge del cuore e la testimonianza della coscienza: una via d’uscita dal vicolo cieco del relativismo (Rm 2,1-15).
4.
Paolo e la concezione del corpo come luogo di relazione, oltre il relativismo (“tutto mi è lecito!”) e il fondamentalismo etici (un corpo chiuso e da non contaminare) (1Cor 6,12-20; 10,23-33).
5.
“Mi son fatto tutto a tutti, per salvare a tutti i costi qualcuno”. “Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo nè donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”. Paolo e i suoi sconfinamenti per amore del Vangelo e l’insensatezza di ogni fondamentalismo (1Cor 9,19-23; Gal 3,26-29).

Introduzione

Chiamare Paolo a interpretare la temperie culturale in cui vive oggi l’Occidente, specialmente in ciò che si riflette nell’esperienza della Chiesa cattolica, non è affatto peregrino. Se pure in fenomeni e formulazioni diverse, la cultura degli anni in cui Paolo scrisse, si presentava in molti aspetti simile alla nostra. Il clima culturale del nostro tempo può essere definito in uno schema polare che va dal fondamentalismo al relativismo. Queste due parole hanno, tuttavia, una estensione semantica affatto particolare che si rivolge a situazioni e ambiti molto diversi. Il fondamentalismo è un fenomeno molto specifico che riguarda il modo di leggere i testi sacri: esso pretende un’accoglienza cieca della forma della lettera biblica, che non può essere mutata, né interpretata, ma solo recepita così com’è. Storicamente il fondamentalismo nasce nell’Ottocento in contrapposizione al razionalismo con cui venivano lette e interpretate le Scritture, specialmente quelle del Nuovo Testamento, di cui denunciava l’illegittimità; il fondamentalismo, infatti, non ammette che la Bibbia sia oggetto di un esame critico – condotto al lume della ragione – poiché teme che ciò possa compromettere la sacralità della stessa Scrittura e porre in dubbio la sua matrice divina e ispirata. Pertanto il fondamentalismo irrigidisce la Scrittura nella sua forma letteraria e – ahimé! – storica, non permettendole di essere interpretata né attualizzata nel tempo presente. La stessa cosa che custodire un cadavere, piuttosto che far risorgere ogni volta un corpo morto! Il relativismo è, invece, una complessa corrente di pensiero che abbraccia un vasto campo filosofico e culturale. Esso si radica, innanzitutto, nella concezione della preminenza della ragione umana, considerata come lo strumento con cui l’uomo può conoscere e giudicare ogni cosa, anche Dio stesso.
Da qui l’aggettivo “relativo” che indica che ogni cosa è relativa al modo in cui l’uomo può conoscerla; se questo modo è la ragione, allora la conoscenza e la definizione stessa degli “oggetti”, dipendono dalla ragione. A questo punto scatta, però, la domanda su cosa sia o cosa si debba intendere per ragione e di quali elementi essa si costituisca o di quali contenuti si componga. Si perviene, così ad ammettere che la ragione non sia universale – come la pensava Kant o Cartesio prima di lui – ma che possa configurarsi in maniera diversa a seconda delle basi su cui si radica. Da questa concezione di ragione nasce, allora, il relativismo, che indica una certa soggettività di riferimento per la conoscenza. La ragione, insomma, non è solo formale e quello formale non è solo un metodo (la logica), ma è anche il criterio del giudizio sulla realtà. In questo modo la intende Benedetto XVI quando, proprio difendendo l’uso della ragione, la radica nel logos che è Gesù Cristo, nella concezione cristiana; mentre definisce relativismo un uso della ragione che rifiuta ogni altro criterio di conoscenza oggettiva, se non se stessa.
Il relativismo, dunque, non definisce tanto un criterio esegetico, quanto una prospettiva di pensiero che coinvolge l’intero ambito della conoscenza e quindi la stessa visione del mondo e della società. Il Papa taccia di relativismo la cultura occidentale contemporanea accusandola di avere come unico criterio di riferimento l’uomo e la sua autonomia in ogni campo, da quello scientifico a quello tecnico, da quello etico a quello politico. Di qui emerge un’immagine dell’uomo occidentale monca e negativa: individualista, egoista, edonista e senza limiti. Il relativismo è il clima culturale in cui Dio è tagliato fuori. In relazione alle scritture – che è l’ambito del nostro interesse – il relativismo designa più specificamente lo scetticismo verso tutto ciò che fosse frutto di una Rivelazione calata dal cielo, poiché non spiegabile, né raggiungibile attraverso la ragione dell’uomo. In che modo queste due prospettive culturali – fondamentalismo e relativismo – possono essere accostate e paragonate all’universo paolino, alla realtà delle sue comunità e a quanto emerge dai suoi scritti epistolari? In altre parole: quale aiuto, quali suggerimenti possiamo ricavare dall’esperienza della chiesa nascente che Paolo attesta nelle sue Lettere, che possano illuminarci e sostenerci nella nostra situazione attuale?

I. Paolo e la sua battaglia contro il fondamentalismo giudaico

Paolo ebbe a che fare con il fondamentalismo nel suo difficile rapporto con il Giudaismo su due livelli: quello esegetico e quello etico.
Occupiamoci, innanzitutto, del primo: quello dell’esegesi scritturale. Una custodia sacrale e letterale della Legge non permetteva alcuna interpretazione e rilettura che la potesse attualizzare e Paolo combatte con forza contro questa forma giudaica di fondamentalismo. Le sue lettere sono farcite di citazioni bibliche, basti pensare che nella sola lettera ai Romani si trovano ben 58 citazioni dirette dal Primo Testamento (da Isaia, Genesi, Deuteronomio, Osea, Levitico, Proverbi, ecc.), per non parlare di quelle indirette che non è facile quantificare, essendo più fluttuanti. Sul modo di utilizzare le Scritture ebraiche illuminante è quanto dice Antonio Pitta: “Spesso egli compie appropriazioni che possiamo definire indebite, a causa dell’orizzonte evangelico che gli sta principalmente a cuore. Di fatto non si riferisce mai all’AT per semplice erudizione estetica, ma sempre per dimostrare la consistenza del proprio vangelo che trova in Cristo e nell’azione salvifica di Dio il suo punto di arrivo” (Lettera ai Romani, 29).
Non solo l’Apostolo non fossilizza la parola biblica, ma la scava nel suo futuro escatologico che la venuta di Gesù, nell’attualità del suo tempo, ne procura. L’interpretazione attualizzante delle Scritture ebraiche genera, nell’esegesi paolina, perfino dei mutamenti di significato nelle pagine dell’AT. Per un esempio illuminante si consideri il lungo discorso che Paolo fa su Abramo, la sua stirpe, le sue due mogli e le due relative Alleanze, nella Lettera ai Galati (cfr. Gal 3-4).
In ciò Paolo mostra una straordinaria modernità, ma anche la continuità con un metodo di redazione biblica già presente nell’AT. L’uso che Paolo fa della legge e dei profeti rende la Scrittura viva, duttile, attuale, incarnata, capace di dilatare i confini di una lettera morta.
Lo scardinamento del fondamentalismo biblico trova ragioni e sviluppi nello scardinamento del fondamentalismo etnico, politico, sociale, etico, sessuale, religioso, a favore di un messaggio di salvezza universale: Ef 2,11-18: “Ora, invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete divenuti i vicini grazie al sangue di Cristo” 1Cor 9,19-23: “Mi son fatto tutto a tutti, per salvare a tutti i costi qualcuno”. Gal 3,26-29: “Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa”.
Paolo manipola la parola (antica e nuova) perché lo accompagni nei suoi sconfinamenti per amore del Vangelo e dimostra, così, l’insensatezza di ogni fondamentalismo.

II. Paolo e la sua battaglia contro la sapienza (relativa alla ragione) della cultura di matrice greca

a. Parola in relazione
Un altro aspetto fondamentale della scrittura di Paolo è il grande impatto con la sapienza greca, anima della cultura del suo tempo e dell’area in cui egli orbitava. La Prima Lettera ai Corinzi ne è una espressione diretta e immediata. La ricchissima (definita: aphneios “opulenta”) e cosmopolita città greca di Corinto era un luogo di alto spessore culturale, pur costituendo – con i suoi due porti – uno dei maggiori centri commerciali dell’epoca. Nonostante quanto scrive Paolo che: “Non ci sono molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili” (1Cor 1,26), le comunità cristiane erano spesso frequentate da persone altolocate e facoltose le quali mettevano a disposizione le loro case per le riunioni comunitarie. Le signore godevano di una certa libertà (cfr. 1Cor 11,2-16) e dilagavano le dottrine filosofiche, specialmente la gnosi. A questa sapienza, corroborata dalla profusione dei carismi, corrispondeva, purtroppo, una profusione di schismata (“divisioni”) nella Chiesa (1Cor 1,10-16). A ciò Paolo contrappone una sapienza rovesciata, folle, debole: la sapienza del Vangelo. E lo fa assumendo il vocabolario della sapienza “del mondo”, ragionando con le sue stesse categorie, per rivelare sì il paradosso, ma anche la ragionevolezza ultima, la forza effettiva della sapienza della Croce. Il suo rapporto con la sapienza razionale del mondo ellenizzato è dialogico e dialettico, allo stesso tempo (cfr. 1Cor 1,17-3,23). In questo linguaggio “razionale” di Paolo rinveniamo ancora il suo rifiuto del fondamentalismo e inoltre il rifiuto di uno spiritualismo vuoto e inutile (cfr. 1Cor 14,1-4 sul carisma della glossolalia). Ciò non toglie che la sua parola fosse quella della fede, esperienza in cui lievita una sapienza capace di dialogare con la ragione umana e nei termini della ragione umana, e anche di aprire visioni e conoscenze ulteriori: Ë la parola della profezia cristiana. Essa è parola in relazione: edifica l’uomo che la pratica, edifica la comunità dei credenti, Ë autentica testimonianza verso la comunità universale.
b.
I limiti alla conoscenza razionale
Paolo opera una critica serrata alla sapienza dei sapienti (sophia): la loro conoscenza è limitata, in quanto è frutto della proiezione che l’uomo fa di se stesso nel mondo, tanto da non riuscire a vedervi che la sua stessa immagine. Finisce, così, che l’uomo non riesca a vedere che se stesso, amplificando la sua presenza nel mondo senza accorgersi che il creato è, invece, frutto, evidenza (doxa) di un Creatore. Una conoscenza siffatta diventa vittima di se stessa e puù essere quindi considerata una forma di relativismo. Il relativismo è, dunque, nella riflessione paolina, un vicolo cieco in cui l’uomo si caccia da solo e dal quale poi non riesce più ad uscire (cfr. Rm 1,18-32).
c.
La testimonianza della coscienza
Paolo, infine, affronta un problema anch’esso di grande attualità, ovviamente mutatis mutandis. Come è possibile che credenti e non credenti possano avere un punto con il quale e sul quale sia possibile un effettivo dialogo, visto che gli uni partono dal presupposto della Rivelazione e gli altri da quello della sola ragione? Questo è forse lo scoglio più grande nel dibattito tra cattolici e laici nel momento presente. A questa distanza che sembra incolmabile e che è concausa del relativismo, il Papa Benedetto XVI ha risposto nei seguenti termini: “Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita” (Discorso preparato per l’Inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università la Sapienza di Roma, 17 Gennaio 2008). La tesi del Papa è che la ragione trovi le sue radici nella fede, e senza la fede la ragione stessa si scompone e si frantuma. Pertanto i laici debbono attingere alla fede – e quindi alla Rivelazione che la veicola – per poter ricostituire una ragione che sia integra e capace di verità. Paolo interviene su una questione affatto simile a questa, in un modo un po’ diverso e trova, invece, un punto comune tra coloro che hanno il dono di una Rivelazione – dove è descritto il volto di Dio – e coloro che non hanno (o non accettano) un Rivelazione e utilizzano, pertanto, la sola ragione per conseguire la conoscenza che li porta a negare la presenza di Dio. Questo punto comune è la coscienza (suneidesis): siccome ogni uomo possiede la coscienza essa stessa gli sarà giudice dell’autenticità della conoscenza cui ciascuno – per vie diverse – perviene, sia il credente, sia il “sapiente” (Rm 2,12-15).

Conclusione

Oltre il relativismo di una sapienza auto-referenziale e il fondamentalismo di una parola chiusa in se stessa, Paolo propone una stupenda metafora: quella del corpo come luogo di relazione. Esso supera il relativismo etico di chi dice “tutto mi è lecito” e anche il fondamentalismo legalistico che condanna a morte l’uomo in nome della legge (cfr. 1Cor 6,12-20; 10,23-33). Paolo scardina la lettura giudaica della stessa Torah, che fondava sulla “lettera” la salvezza esclusiva dei figli di Abramo in virtù della loro circoncisione e soprattutto la salvezza che derivava dall’osservanza dei precetti stabiliti nella Legge di Mosè. Portando un’interpretazione attuale ed illuminata della Legge di Israele, Paolo apre a tutti, Giudei e Gentili, la porta della salvezza che viene da Dio, attraverso la giustificazione ottenuta per mezzo della fede nella Grazia del Cristo. Questo atto coraggioso di Paolo liberava la religione dei padri e la stessa Scrittura – in cui quella era custodita – dalla deriva dell’irrigidimento “fondamentalista” che avrebbe escluso dall’economia della Grazia la maggior parte dell’umanit‡. La luce che possiamo trovare in questo fondamentale intervento di Paolo è grandissima e preziosa per l’oggi: ci mette in guardia dal ricadere nella tentazione antica di irrigidire le scritture – ora anche quelle cristiane! – non solo assolutizzandone il contenuto letterale e affatto storicizzato, ma soprattutto trasformandole in codici religiosi, normativi ed etici con cui “giudicare” ogni uomo, più per la condanna che per la salvezza…! La Scrittura non deve mai perdere la sua anima: quella di essere una Parola di gioia, di giustizia, di libertà, di carità, di pace verso tutti, quanto corrisponde al suo essere “Vangelo”: la buona notizia della Vita. Su come affrontare, poi, un dialogo con il pensiero moderno Paolo può essere lo stesso di grande aiuto. Egli fu molto critico nei confronti della cultura greca che vedeva l’uomo celebrare ed assolutizzare se stesso, fino ad auto-celebrarsi come un dio, diventando un idolatra della creatura/e (cfr. Rm 1,18-23). Il modo in cui Paolo discuteva coi sapienti del mondo antico non era regolato, tuttavia, su una sorta di scomunica intellettuale fatta a priori, ma su un autentico ed umile confronto condotto in termini e metodi razionali, cioè gli stessi usati dai suoi interlocutori. Paolo mostra di non disprezzare affatto il pensiero greco, al contrario di averne profonda stima, tanto da assumerne il linguaggio e i postulati per poi utilizzarli come canali di dialogo e di traduzione di un Vangelo – il suo! – che egli voleva introdurre con argomenti plausibili e persuasivi. Paolo invita i sophoi a considerare anche i risultati, gli effetti tangibili del loro pensiero sulla società ed i suoi costumi, sullo stile di vita che essi stessi ispiravano e a farne una lettura onesta e disincantata (cfr. Rm 1,24-32). Un atteggiamento che invita i cristiani di oggi a non isolarsi dalla realtà culturale in cui si trovano a vivere, piuttosto a rispettarla e conoscerla a fondo per poterne essere autentici e credibili interlocutori. Per poterne esserne lievito profetico, spinta verso benefici superamenti e intuizioni di migliori orizzonti.

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BIBLIOGRAFIA
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Publié dans:Paolo - oggi, Paolo - temi attuali |on 5 novembre, 2009 |Pas de commentaires »
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