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REGOLA DI S. BENEDETTO – (A METÀ LETTURA: LA GIOIA PASQUALE DELL’APOSTOLO DELLE GENTI)

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REGOLA DI S. BENEDETTO – (A METÀ LETTURA: LA GIOIA PASQUALE DELL’APOSTOLO DELLE GENTI)

PROLOGO DELLA REGOLA

Quando poi il Signore cerca il suo operaio tra la folla, insiste dicendo: « Chi è l’uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici? ». Se a queste parole tu risponderai: « Io! », Dio replicherà: « Se vuoi avere la vita, quella vera ed eterna, guarda la tua lingua dal male e le tue labbra dalla menzogna. Allontanati dall’iniquità, opera il bene, cerca la pace e seguila ». Se agirete così rivolgerò i miei occhi verso di voi e le mie orecchie ascolteranno le vostre preghiere, anzi, prima ancora che mi invochiate vi dirò: « Ecco sono qui! ».

Capitolo V – L’obbedienza
Ma questa obbedienza sarà accetta a Dio e gradevole agli uomini, se il comando ricevuto verrà eseguito senza esitazione, lentezza o tiepidezza e tantomeno con mormorazioni o proteste, perché l’obbedienza che si presta agli uomini è resa a Dio, come ha detto lui stesso: « Chi ascolta voi, ascolta me ». I monaci dunque devono obbedire con slancio e generosità, perché « Dio ama chi dona con gioia ».

Capitolo VII – L’umilità
E per dimostrare come il servo fedele deve sostenere per il Signore tutte le possibili contrarietà, esclama per bocca di quelli che patiscono: « Ogni giorno per te siamo messi a morte, siamo trattati come pecore da macello ». Ma con la sicurezza che nasce dalla speranza della divina retribuzione, costoro soggiungono lietamente: « E di tutte queste cose trionfiamo in pieno, grazie a colui che ci ha amato ».

Capitolo XLIX – La quaresima dei monaci
Perciò durante la Quaresima aggiungiamo un supplemento al dovere ordinario del nostro servizio, come, per es., preghiere particolari, astinenza nel mangiare o nel bere, in modo che ognuno di noi possa di propria iniziativa offrire a Dio « con la gioia dello Spirito Santo » qualche cosa di più di quanto deve già per la sua professione monastica; si privi cioè di un po’ di cibo, di vino o di sonno, mortifichi la propria inclinazione alle chiacchiere e allo scherzo e attenda la santa Pasqua con l’animo fremente di gioioso desiderio.

LA GIOIA DEI DISCEPOLI
Inondati dalla luce gioiosa del risorto

Tratto dal libro « DIO DELLA MIA GIOIA » – di Anna Maria Canopi O.S.B. – Ed. PIEMME

La gioia dei discepoli non può essere che la gioia del loro Maestro; anzi, è Gesù stesso. Gesù risorto illumina di gioia i discepoli. Il racconto evangelico della apparizione di Gesù nel cenacolo annota: «E i discepoli gioirono al vedere il Signore» (Gv 20, 20). Era sera. Essi si trovavano là, chiusi, assorbiti nella tristezza e paralizzati dalla paura. Il Signore entra attraverso le porte chiuse e li saluta: «Pace a voi!». Ecco, subito si accende una grande luce in quella stanza, «e i discepoli gioirono ». Si rischiarano in quella serena presenza che è come un largo sorriso. La luce del Risorto inonda i loro volti, i loro cuori; lo riconoscono proprio in questa luce che li risveglia alla speranza.
Poi durante i quaranta giorni della sua permanenza tra loro, prima di salire al Padre, Gesù risorto rinnova per i discepoli l’appuntamento della gioia, rinnovando le sue apparizioni in vari momenti e in diversi luoghi. Però, come già prima della sua passione, Gesù non li illude lasciando loro pensare che il tempo del dolore è finito. No. Il viaggio del dolore, il tempo della prova, per i discepoli incomincia propria ora. Egli predice loro apertamente e ripetutamente le sofferenze cui andranno incontro, essendo essi necessariamente chiamati a partecipare anche alla sua croce – mistero di redenzione -. Li assicura però circa la forza che sarà loro data per rendere fedele testimonianza. Solo attraverso a questa partecipazione alla sua sofferenza, i discepoli potranno partecipare alla gioia della sua gloria, della sua risurrezione; potranno entrare in quella pienezza di gioia che coincide con la pienezza di vita in lui. Adesso ne hanno ricevuto soltanto un bagliore, un raggio.
Rileggiamo i capitoli 15-16 di Giovanni, riascoltiamo i bellissimi e toccanti discorsi di Gesù ai suoi discepoli nei giorni precedenti la sua passione. Egli consegna loro il suo testamento spirituale: Tutto quello che vi ho detto – cioè di rimanere in me, di volervi bene, di osservare i miei comandamenti – questo che vi ho detto, ve l’ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena (cf Gv 15, 10 ss.). Lo scopo di Gesù è quindi sempre quello di rendere felici i suoi discepoli: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi, e la vostra gioia sia piena». E ancora: Il mondo vi perseguiterà proprio perché non siete suoi. Voi dovrete soffrire. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi. Ma tutto questo faranno a causa del mio nome. Se voi saprete soffrire per il mio nome, sarete riconosciuti fedeli, sarete riconosciuti dal Padre e avrete l’aiuto, l’assistenza dello Spirito Consolatore, di Colui che sostiene (cf Gv 15, 18-27). Soffrirete, ma per un momento transitorio. La sofferenza è sempre una pasqua, cioè è sempre un passaggio.
E continua: Vi scacceranno dalle sinagoghe, parleranno male di voi, vi oltraggeranno; allora ricordatevi che ve l’ho detto, perché se ve ne ricorderete, non vi perderete d’animo. Saprete che si tratterà del doloroso passaggio che approda alla gioia. Egli promette che non li lascerà soli, che ritornerà, che lo rivedranno e che in quel giorno la loro gioia sarà piena e nessuno potrà loro togliere la gioia perenne di cui li avrà riempiti.
Nel capitolo 17 di Giovanni si trova la splendida e commovente preghiera sacerdotale. Gesù prega per i suoi; prega il Padre. E che cosa chiede al Padre? Che egli stesso li custodisca e li renda felici:
Quand’ero con loro io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi, Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia (Gv 17, 13-14).
Ecco che cosa chiede al Padre: che doni ai discepoli la pienezza della gioia di cui ha ricolmato lui nella risurrezione. Questa pienezza si riversa però nel cuore dei discepoli, solo se accolgono la parola di Gesù che rivela l’amore del Padre e che li invita a partecipare alla sua passione, al suo sacrificio di obbedienza.
Per i discepoli la gioia di vedere Gesù nei quaranta giorni dopo la sua risurrezione si fa poi gioia di contemplarlo mentre egli sale al cielo. San Luca, narrando come avvenne l’ascensione di Gesù, dipinge quasi a vivaci pennellate i discepoli che guardano il Signore mentre viene elevato in alto e fa notare che, dopo averlo visto scomparire nella profondità del cielo, ricolmi della sua presenza spirituale, interiore, sicuri della fedeltà della sua parola, ritornano a Gerusalemme e sono pieni di gioia: «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (Lc 24, 52-53). Incomincia l’attesa, la grande attesa del ritorno del Signore. E vediamo che questa attesa è tutta pervasa di gioia; è pervasa di gioia perché è pervasa di fede, di speranza, di sicurezza nella parola che egli ha dato. Perciò anche nel primo capitolo degli Atti si dice che gli apostoli con Maria, la madre di Gesù, stavano radunati in preghiera in attesa del dono dello Spirito. In questa permanente riunione di preghiera essi sono pervasi di pace e di gioia. E da questo momento la gioia dei discepoli è attesa del ritorno di Gesù e insieme esperienza della sua invisibile ma reale presenza in mezzo a loro.

Gioia nello Spirito Santo
Lo Spirito Santo, che viene donato nel giorno della Pentecoste, è la forza che li investe dall’alto; è una specie di ebrietas, di ebrezza spirituale che li spinge a parlare di Gesù ex abundantia cordis. Essi sono così ricolmi di lui da traboccarne. E’ loro gioia, quindi, poterne parlare, proclamare il suo nome, annunziare il suo vangelo, nonostante le minacce e le persecuzioni. Anzi, questa gioia interiore li fa esultare proprio nelle tribolazioni e nelle sofferenze patite per lui. Un giorno, dopo essere s tati imprigionati, flagellati, minacciati, gli apostoli sono di nuovo lasciati in libertà a condizione che smettano finalmente di parlare di quel galileo. Risultato? Ecco: «Essi se ne andarono dal sinedrio, lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù» (At 5, 40-41). Era un vanto per loro, un motivo di fierezza l’avere patito qualche cosa per colui che aveva tanto patito per loro. In latino l’espressione è bellissima: «Ibant gaudentes»;andavano saltando di gioia, perché erano stati oltraggiati per amore del nome di Gesù. Quindi, per nulla intimiditi, «ogni giorno, nel tempio e a casa non cessavano di insegnare e di portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo» (At 5, 42). Davvero è un lieto annunzio quello che essi lietamente diffondono! Il vangelo della gioia, portato dovunque con franchezza ed entusiasmo, fa aumentare il numero dei credenti. Cresce così la gioia mentre cresce la fraternità, la famiglia di Dio, la chiesa. La gioia dei discepoli consiste anche nello stare insieme fraternamente a pregare, a lodare il Signore, a condividere i beni, a spezzare insieme il pane, cioè a celebrare l’eucarestia, memoriale della passione-morte-risurrezione del Signore. Questa è una grandissima gioia, in una atmosfera di novità e di stupore pieno di adorazione. Così la gioia del vangelo attraverso questi credenti si diffonde anche in altre città, in mezzo ad altre popolazioni. La gioia è comunicata insieme con la parola del vangelo, con il dono dello Spirito Santo mediante il battesimo e l’imposizione delle mani. La gioia è proprio il segno della presenza dello Spirito Santo, dono del Signore risorto. Quando Filippo andò ad annunziare il vangelo in una città dei Samaritani, molti di questi credettero nel Signore Gesù, e allora «vi fu grande gioia in quella città» (cf At 8, 5-8). Anche nella descrizione del viaggio di Filippo che, lungo la strada da Gerusalemme a Gaza, evangelizza un etiope e poi, arrivando ad una sorgente, subito lo battezza, si fa notare che quando il diacono scomparve (portato altrove dallo Spirito) il neo-battezzato proseguì il suo cammino «pieno di gioia». Non soltanto “con gioia”, ma “pieno”, “ricolmo” di tale sentimento infuso dall’alto. Vi si riconosce proprio la sovrabbondanza della gioia messianica annunziata dai profeti. Negli Atti degli apostoli si legge più di una volta che la chiesa «cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo» (9, 31). Crescere voleva dire camminare, andare avanti, andare incontro al Signore e portare agli altri l’annunzio della salvezza. Cresceva e camminava proprio perché era colma del conforto, ossia della forza e della gioia dello Spirito Santo. Non poteva contenersi perché dentro le urgeva l’amore, il dinamismo della vita divina che tende sempre ad espandersi, comunicarsi, donarsi. Con la predicazione di Barnaba e Paolo ad Antiochia siamo ormai nel mondo pagano. Ecco, anche i pagani «si rallegravano e glorificavano la Parola di Dio e abbracciavano la fede» (cf At 13, 48-49 e passim). Stupendo! I pagani si rallegravano e rendevano gloria alla Parola di Dio; l’accoglievano, l’abbracciavano passando così alla fede nel vero Dio. I « discepoli », tutti quelli che ora seguivano il Signore Gesù, erano «pieni di gioia e di Spirito Santo». Pieni di gioia, perché pieni di Spirito Santo: è la stessa cosa. Questo è, dunque, il segreto della prodigiosa diffusione del vangelo.

LA GIOIA PASQUALE DELL’APOSTOLO DELLE GENTI
Uno dei più grandi diffusori della gioia nel mondo pagano è san Paolo, l’uomo che incontra il Signore sulla strada di Damasco mentre si reca a perseguitare i credenti in lui. Il Signore lo atterra folgorandolo e se lo conquista come una preda. L’esperienza interiore di Paolo sulla strada di Damasco è l’esperienza del Cristo risorto, ma anche del Cristo crocifisso. Da questo incontro rimane infatti come stigmatizzato per sempre: porta impresse nel suo corpo e nel suo spirito le ferite gloriose del Cristo. Il Cristo risorto lo tocca, lo ferisce, lo pervade tutto, perciò – se noi leggiamo attentamente le sue lettere – vediamo che la gioia di Paolo gronda sempre del sangue della croce, e che la sua sofferenza è sempre abbagliata dalla luce gloriosa della risurrezione. Paolo, infatti, si dice contento proprio quando soffre. In lui c’è sempre l’unità e la totalità del mistero pasquale; c’è sempre l’esperienza del Cristo crocifisso e risorto.
Nel capitolo ottavo della lettera ai Romani, Paolo esprime il gemito dell’umanità e di tutta la creazione come travaglio di parto, come passaggio alla vera vita mediante una nuova nascita. Si tratta proprio del passaggio pasquale. Tutta l’umanità e tutta la creazione gemono, ma in questo gemito si fa strada un grido di esultanza. Tutto gioisce in modo indicibile passando dalla croce alla gloria. Per questo Paolo conclude la lettera ai Romani – scritta con tanta sofferenza – rallegrandosi di loro perché hanno accolto la Parola e sono passati alla fede nel vero Dio, e augura la pienezza della letizia pasquale: «Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù (cioè per la forza) dello Spirito Santo» (Rm 15, 13).
Siamo salvati, ma in speranza; e siamo ancora in cammino; dobbiamo soffrire per passare alla gloria. Occorre abbondare di Spirito Santo per pregustare la gioia e la pace che troveremo nel pieno compimento del regno di Dio. Questa è la nostra grande consolazione e la nostra “beata speranza”.
Anche nella seconda lettera ai Corinzi san Paolo parla delle sue debolezze e delle sue tribolazioni, di tutto quello che ha patito nel suo avventuroso itinerario apostolico. E come ne parla? Ecco:
Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo (2 Cor 4, 8-10). In ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fermezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; con purezza, sapienza, pazienza, benevolenza, spirito di santità, amore sincero; con parole di verità, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra; nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama. Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto (2 Cor 6, 4-10). È beato nelle tribolazioni! «Afflitti, ma sempre lieti». Sul piano della logica umana tutto è paradossale, ma sul piano della fede ogni cosa è nel suo giusto ordine. Essere partecipi del mistero pasquale di Gesù è l’esperienza più beatificante. Proseguendo la lettera in tono confidenziale, Paolo esprime poi gioia e consolazione per l’affetto e l’aiuto dei fratelli. Riferendosi a Tito scrive: «Egli ci ha annunziato il vostro desiderio di aiutarlo, il vostro dolore, il vostro affetto per me; cosicché la mia gioia si è ancora accresciuta» (2 Cor 7, 7). Paolo è contento di avere sofferto e di soffrire ancora, perché questo gli permette di sperimentare la carità, l’affetto, la compassione e la consolazione da parte dei fratelli, di coloro che egli ha generato alla fede. E più bello avere qualcuno che condivida con noi la sofferenza che non avere sofferenze. Da ciò si dimostra che davvero il segreto della gioia è sempre l’amore. Inoltre si dice contento d’aver scritto ai Corinzi una lettera severa che li ha rattristati, ma che anche li ha stimolati al pentimento, dopo il loro riprovevole comportamento:
Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se me ne è dispiaciuto vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte. Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio! Ecco quello che ci ha consolati. A questa consolazione si è aggiunta una gioia ben più grande per la letizia di Tito, poiché il suo spirito è stato rinfrancato da tutti voi. Mi rallegro perché posso contare totalmente su di voi (2 Cor 7, 8-11.13.16). Facendo poi l’elogio dei cristiani della Macedonia che sono stati tanto generosi nella colletta per la chiesa di Gerusalemme, scrive: «Nonostante la lunga prova della tribolazione, la loro grande gioia e la loro estrema povertà si sono tramutate nella ricchezza della loro generosità» (2 Cor 8, 2). Si trova grande gioia, dunque, nel saper dare generosamente con spirito di fede e di carità. Tornando alla propria personale esperienza, san Paolo confida umilmente che il Signore gli ha dato una prova senza tregua, una spina nella carne, e che alla sua supplica per esserne liberato gli ha risposto: «Ti basta la mia grazia» (cf 12, 7-10). Accettando volentieri e umilmente le proprie debolezze, esce in quella stupenda esclamazione:

«Superabundo gaudio in infirmitatibus meis».
Se questa è la volontà del Signore, io sovrabbondo di gioia nella mia debolezza, nelle mie infermità.
Perché?
Perché in questa mia infermità, in questa mia debolezza, in questa mia umiliazione, sperimento maggiormente la potenza di Cristo.
Perciò anche in altri punti dei suoi scritti l’Apostolo dice: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12, 10), perché in me c’è più spazio per Cristo.
Proprio in base alla sua esperienza egli può esortare e convincere di questo anche i fedeli. Nel congedarsi dai Corinzi in questa lettera dice: «Fratelli, state lieti!».
State sempre lieti, rimanete nella letizia, «tendete alla perfezione», cioè alla perfetta letizia che coincide con la santità.
Non siate lieti soltanto in qualche momento, ma “state”! Siate nello stato di letizia, che è lo stato del cristiano, vivendo in pace, perché il Dio dell’amore e della pace è in mezzo a voi. Proprio questa letizia prova il fatto che si è con il Signore, che si vive alla sua presenza.

Coltivatore della gioia nel cuore dei credenti
Potremmo, se non bastasse, dare uno sguardo anche alle altre lettere di san Paolo. In quella scritta ai Galati egli dice espressamente che la gioia è frutto dello Spirito Santo (5, 22) e che il segreto della gioia è perciò sempre la vita secondo lo Spirito. Chi vive secondo lo Spirito ha la gioia; di più: è gioia. Notiamo che nell’elencare i frutti dello Spirito Santo l’Apostolo pone al primo posto l’amore perché lo Spirito Santo stesso è amore e poi subito la gioia, perché dall’amore scaturisce immediatamente la gioia. Amore e gioia danno la pace; e poi tutto di conseguenza: bontà, pazienza, benevolenza, fedeltà, mitezza.
Se è così, bisogna guardarsi dallo spegnere lo Spirito, poiché si spegnerebbe la fonte di tutti i buoni frutti (cf Ef 4, 30). Se con una condotta indegna contristiamo lo Spirito Santo che è in noi, diventiamo terreno arido; i frutti della grazia non possono maturare e il lavoro dell’Agricoltore è reso vano. Se ci pensiamo, ci appare inconcepibile il fatto che lo Spirito Santo possa essere contristato, mortificato in noi! Contristato vuol dire in certo modo contratto, messo allo stretto, soffocato per l’angustia dello spazio.
All’inizio della lettera agli Efesini san Paolo espone il piano di Dio e lo presenta come una chiamata ad ereditare il regno della luce, a diventare santi in Cristo per essere lode della sua gloria, cioè per essere un canto di gioia a colui che ci ha creati e che in Cristo ci ha benedetti «con ogni benedizione spirituale».
Nella lettera ai Filippesi rivolge a quei suoi carissimi figli anzitutto con un inno di ringraziamento perche il loro ricordo è per lui motivo di gioia (cf 1, 3ss.). Li considera dei privilegiati. Perche? «Perche a voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui sostenendo la stessa lotta che mi avete veduto sostenere… » (1, 29-30). La gioia vera, per il cristiano, è ricevere la grazia di partecipare ai patimenti di Cristo, perché questo dà la sicurezza della partecipazione anche alla sua gloria, alla sua gioia.
Accennando poi alle sue sofferenze mentre è in prigione, Paolo dice che è contento ed esorta loro a non rattristarsi per questo, ma anzi a goderne con lui. Le sue sofferenze egli le considera come il sangue versato in libagione sul sacrificio della loro fede. Come rattristarsi per una realtà di grazia tanto bella? «E anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, “sono contento” e “ne godo” con tutti voi. Allo stesso modo anche voi “godetene e rallegratevi” con me» (2, 17-18).
Sempre nella lettera ai Filippesi raccomanda di accogliere il fratello Epafrodito che ha sofferto, di accoglierlo con premura, rallegrandosi al vederlo, come ci si rallegra nel vedere il Signore: «Accoglietelo dunque nel Signore, con piena gioia e abbiate grande stima verso persone come lui; perché ha rasentato la morte per la causa di Cristo» (2,29-30). «Accoglietelo con piena gioia». Perché? Perché questo fratello che ha sofferto per la fede porta le stigmate, le ferite gloriose del Cristo. La motivazione della gioia è sempre il Signore presente in tutti e in tutto. I cristiani, se sono autentici, se sono in comunione di carità, essendosi abbeverati all’unico Spirito (cf 1 Cor 12, 13), devono vivere sempre nella gioia spirituale. E un dovere rallegrarsi.
Proprio perché li vede fedeli a questo impegno, l’Apostolo, con accenti vibranti di affetto e commozione, dice: «Rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti» (2, 2). «Perciò, fratelli miei carissimi, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore cosi come avete imparato, carissimi… Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini» (4, 1. 4-5).
Scrivendo ai Colossesi, Paolo esprime la propria gioia di soffrire per loro e per tutte le chiese: «Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo» (1, 24). Ed egli li accende di fervore inondandoli di gioia pasquale: Siamo risorti con Cristo dice quindi siamo figli della luce, figli della gioia. «Rivestitevi, dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine… » (3, 12ss.). Ciò vuol dire: Rivestitevi di Cristo e cantate il cantico dell’uomo nuovo, il cantico della salvezza, quindi della gioia.
In questo passo, appunto dopo aver esortato a rivestirsi di Cristo, ossia di tutti i suoi sentimenti, raccomanda di essere riconoscenti, di vivere nella carità, nella pace: «Cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. E tutto quello che fate, in parole e opere, fatelo nel nome di Gesù Cristo, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre» (3, 16-17).
Vivere nel rendimento di grazie e nella gioia significa essere davvero rivestiti dei sentimenti di Cristo che nei giorni della sua vita terrena «esultò nello Spirito Santo e disse: Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli… » (Lc 10, 21). Come Gesù, vivere per il Padre e trovare nel Padre la pienezza della gioia: questo deve essere l’intento del cristiano.
San Paolo generando alla fede, si ritiene collaboratore, o meglio, coltivatore della gioia nel cuore dei credenti. Ai Tessalonicesi egli scrive congratulandosi per la loro fede e per il loro impegno nella carità poiché in tal modo, tramite loro, si diffonde ovunque il buon profumo di Cristo e quindi la gioia riempie il cuore di molti altri fratelli (cf 1 Ts 3, 6ss.).

La consegna della gioia nell’apostolo Pietro
La consegna della gioia del Signore è stato l’impegno anche di tutti gli altri apostoli e discepoli: del resto, essa coincide con l’annunzio del vangelo.
San Pietro nella sua prima lettera esordisce affermando che quanti amano il Cristo in questa vita, pur senza vederlo, soffrendo gioiscono in lui e pregustano la contemplazione del suo volto di gloria:
… Siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro che, pur destinato a perire, tuttavia si prova con il fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo: voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime (1 Pt 1, 6-9).

… nell’apostolo Giacomo
Sulla stessa linea è l’esortazione di san Giacomo:
Considerate perfetta letizia, fratelli miei, quando subite ogni genere di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri… (1, 2-4).
Questa «perfetta letizia», volto dell’autentica santità, contrassegno del cristiano, è più facilmente riscontrabile tra gli umili e i poveri. Ai ricchi e orgogliosi è invece rivolto il pressante invito a deporre la loro fatua allegria e a piangere di compunzione, appunto per rendersi idonei a ricevere la vera gioia dal Signore (cf Gc 4, 9-10).

… nella lettera agli Ebrei
Non meno significativo è quanto si legge nella lettera agli Ebrei. Coloro che si sono accostati a Dio non più col terrore ma nella piena confidenza, essendo stati avvicinati dal Mediatore della nuova alleanza e resi partecipi dell’«adunanza festosa», dell’«assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli», devono offrire continuamente a Dio un sacrificio di lode (cf 12,22-24; 13, 15), cioè un omaggio di gioia. Ecco in quale modo:
on scordatevi della beneficenza e di far parte dei vostri beni agli altri, perché di tali sacrifici il Signore si compiace. Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché vegliano su di voi come chi ha da renderne conto; obbedite, perché facciano qucsto con gioia e non gemendo: ciò non sarebbe vantaggioso per voi (13,16-17).
Sincera fraternità, condivisione generosa, ascolto e obbedienza: ecco i connotati del vero culto a Dio.

… nella Regola di san Benedetto
Ciò spiega perché nel capitolo quinto della Regola di san Benedetto l’obbedienza è definita il «principale contrassegno dell’umiltà e propria di coloro che ritengono di non avere nulla più caro di Cristo»; ma perché tale obbedienza sia gradita a Dio e dolce agli uomini deve essere offerta con prontezza, di buon animo, ricordando che «Dio ama chi dona con gioia». Un cuore scontento non può piacere a Dio.
La gioia del buon zelo nella vita fraterna scaturisce proprio dal fare dono di se stessi nell’obbedirsi e nel servirsi a vicenda (cf RB, cc. 7; 31; 35; 68; 71; 72). Perché nella casa di Dio nella comunità monastica come nella comunità ecclesiale, nella famiglia, ecc. «nessuno si turbi o si rattristi», è necessario che tutti siano protesi a vivere per il Signore e per i fratelli.

La gioia nel sacrificio
Commentando la Sacra Scrittura Origene scriveva: «Tu generi la gioia se tutto stimerai gioia, quando ti imbatterai in varie tentazioni e offrirai questa gioia in sacrificio a Dio. E quando ti avvicinerai lieto a Dio, egli ti renderà nuovamente quello che avrai offerto, e ti dirà: Di nuovo mi vedrete e gioirà il vostro cuore e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. Così dunque riceverai moltiplicato quello che avrai offerto a Dio» (Omelia ottava sulla Genesi).
Offrire la propria sofferenza, la propria povertà portandola all’altare con “viso lieto”, questo noi spesso trascuriamo di fare, presumendo invece di presentare con ragione le nostre lagnanze al Signore per il costo della vita… per il prezzo troppo alto della nostra cittadinanza nel suo regno. Camminando in questa “valle di lacrime” non dobbiamo perdere di vista la meta del nostro pellegrinaggio. La celeste Gerusalemme la chiesa nostra madre già glorificata con Cristo non cessa di incoraggiarci ricordandoci le divine promesse:

Una grande gioia mi viene dal Santo
per la misericordia che presto vi giungerà
dall`Eterno vostro salvatore.
Vi ho visti partire
tra gemiti e pianti,
ma Dio vi ricondurrà a me
con letizia e gioia, per sempre (Bar 4, 22-23).

Allora: «Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza» (Is 12, 3).

Saranno raggianti di felicità quelli che, passati attraverso la grande tribolazione della presente vita, avranno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello, si saranno cioè purificati mediante la sofferenza che li ha resi partecipi della croce del Redentore (cf Ap 7, 9-15). Là, nella santa dimora del cielo, gli eletti:

Non avranno più fame,
né avranno più sete,
né li colpirà il sole,
né arsura di sorta,
perché l’Agnello
li guiderà alle fonti delle acque della vita.
E Dio tergerà ogni lacrima
dai loro occhi (Ap 7, 16-17).

I verbi della promessa sono al futuro, ma questo futuro di salvezza e di gioia già ci appartiene, già trasfigura le fatiche del nostro quotidiano cammino, se ogni passo è compiuto nella fede, nella speranza, nell’amore.

Le origini eterne della nostra gioia
L’apostolo Giovanni che più da vicino ha attinto alla sorgente del cuore di Cristo torna a farci contemplare le origini eterne della nostra gioia:
Ciò che era fin dal principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita… lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia perfetta (1 Gv 1, 1-4).
I discepoli avevano visto e toccato la Gioia divina fatta visibile nella persona di Gesù; l’avevano vista affondare nelle tenebre del venerdì santo e risorgere all’alba di un nuovo giorno senza fine. Riempiti della sua presenza non possono fare a meno di testimoniarla, anche a prezzo di molte sofferenze, affinché essa diventi anche la nostra gioia pura e inalienabile. Tale gioia è la comunione con il Padre e il Figlio nell’Amore che è lo Spirito Santo; è il mistero ineffabile della santissima Trinità nella cui sfera siamo attirati.

Il nostro destino felice
Così quello che era “in principio” cioè all`origine di tutte le cose si trova anche alla fine e rimane per sempre. In principio era la gioia e sempre rimarrà la gioia: Dio. Questo è il nostro destino felice. Questo desideriamo ardentemente raggiungere.
«Vita felice esclama sant’Agostino è il gaudio per la verità; è quindi gioire di te che sei la verità, o Dio, mia luce, salvezza del mio volto, mio Dio. Questa vita beata tutti la vogliono… » (Conf. X, 23 ).
Sì, tutti la vogliono, ma come la cercano? «C’è qualcuno che desidera la vita e brama lunghi giorni per gustare il bene?» interroga il Signore. «Se, all’udirlo, tu rispondi: Io! così ti soggiunge il Signore: se vuoi avere la vera ed eterna vita… sta lontano dal male e fa il bene, cerca la pace e perseguila» (cf Sal 33 citato nel Prologo alla Regola di san Benedetto).
Bisogna dunque cercare la gioia sull’unica diritta strada della verità che è il Vangelo.

Lontano, Signore,
lontano dal cuore del tuo servo che a te si confessa,
lontano il pensiero che godendo di qualunque gioia
possa essere felice.
Vi è infatti una gioia che non è data agli empi,
ma a coloro che ti servono con gratuità — per puro amore –
e la gioia di costoro sei tu stesso.
Questa è la vita felice: gioire per te, di te, a causa di te.
Altra felicità non esiste (Conf. X, 22).
Ti rendiamo grazie, Signore! Amen! Alleluja!

 

G. RAVASI. SAN PAOLO SU ANIMA E CORPO

http://gpcentofanti.wordpress.com/2014/01/20/g-ravasi-san-paolo-su-anima-e-corpo/

G. RAVASI. SAN PAOLO SU ANIMA E CORPO

Di Pmartucci

Come spesso gli accadeva, san Girolamo era stato sbrigativo: san Paolo «non curabat magnopere de verbis cum sensum haberet in tuto», “non si preoccupava più di tanto delle parole quando aveva messo al sicuro il significato”. Questo può essere vero per lo stile, meno per l’uso della lingua greca che egli aveva in realtà assunto e plasmato con molta originalità, assegnando a vari termini nuove e originali accezioni. Questo atteggiamento brilla soprattutto nella sua antropologia teologica che vorremmo approfondire tenendo conto in particolare dell’esito escatologico del cristiano, ossia del suo destino ultimo oltre la morte. A sorpresa l’apostolo si è scarsamente interessato alla questione della psyché, l’“anima” in senso greco classico, un termine secondario nel suo epistolario. La sua vera originalità è, invece, nell’aver puntato l’attenzione su un altro contrasto, quello tra spirito e carne, in greco pneuma e sarx, contrasto che si sostituisce a quello classico greco tra psyché e sôma, anima e corpo. A quella coppia di vocaboli egli, però, attribuisce un nuovo significato. La sarx, infatti, non è la “carnalità” in senso sessuale, né la “carne” fragile, finita e caduca della creatura umana. È, invece, per Paolo un principio negativo efficace e deleterio che si annida nella coscienza dell’uomo, divenendo terreno per il peccato. Al contrario, lo pneuma non è tanto il principio della vita psicofisica, ma è lo spirito divino che si effonde nella persona rendendola figlia adottiva di Dio (Rm 8,16). Illuminante è un passo della Lettera ai Galati ove si oppongono questi due principi: «Camminate secondo lo spirito [pneuma] e non sarete condotti a compiere i desideri della carne [sarx]. La carne [sarx], infatti, ha desideri contrari allo spirito [pneuma] e lo spirito [pneuma] a sua volta è contro la carne [sarx], poiché queste due realtà sono vicendevolmente contrapposte» (5,16-17). L’uomo, quindi, può ridursi alla qualità di essere “carnale”, impigliato nelle reti della sarx e del peccato; ma può anche elevarsi alla dignità di essere “spirituale”, animato dallo Spirito di Dio e dalla grazia salvatrice. In questa impostazione, che rivisita in chiave squisitamente teologica l’interiorità della persona, si riesce a decifrare un’altra coppia di termini usati da Paolo, termini palesemente applicati in modo contraddittorio agli occhi della cultura greca. L’apostolo, infatti, parla di sôma psychikón “corpo psichico”, e di sôma pneumatikón, “corpo spirituale”, espressioni paradossali se non assurde per un greco, considerata la ben nota antitesi e incompatibilità tra anima, spirito e corpo. In realtà, come vedremo, il retroterra di queste locuzioni paoline è biblico ed è modulato da Paolo secondo la sua teologia del peccato e della grazia. Da un lato, infatti, il “corpo psichico” è la persona chiusa nella sua creaturalità di essere vivente limitato, finito e colpevole. D’altro lato, il “corpo spirituale” è la persona aperta all’irruzione dello Spirito di Dio, che trasfigura la povertà della nostra condizione umana e ci introduce nella gloria e nell’eternità. Per questo, il corpo del Cristo risorto è per eccellenza “spirituale”, non certo perché etereo o incorporeo ma perché immerso nell’infinito e nell’eterno. In pratica, è la piena manifestazione del nostro essere “immagine di Dio”, come aveva insegnato Genesi 1,27, che l’apostolo così sviluppa e parafrasa: «Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste« (1Cor 15,49). Questa distinzione può aprire un varco all’interno del delicato e complesso problema dell’immortalità dell’anima o della risurrezione dei corpi: ricordiamo che il Credo apostolico, che è una professione di fede cristiana degli inizi del III secolo, preferisce la formula «risurrezione della carne», mentre il Credo niceno-costantinopolitano del 381, che si recita ogni domenica nella liturgia eucaristica, parla di «risurrezione dei morti». Apriamo solo una finestra su questo tema che affascina non soltanto il teologo o il filosofo, ma anche la persona comune, protesa verso il futuro e desiderosa di gettare uno sguardo oltre la frontiera della morte. Il pensiero generale di Paolo è, infatti, piuttosto ampio: il corpus delle tredici lettere che recano il nome dell’apostolo (anche se non tutte sono direttamente da ricondurre a lui) occupa ben 2003 versetti sui 5621 dell’intero Nuovo Testamento. Ebbene, in qualche passo paolino sembra occhieggiare la concezione greca quando si parla di un «esulare dal corpo […], quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra» (2 Cor 5,1.8-9); tuttavia, subito dopo si aggiunge che «riceveremo un’altra abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mano d’uomo«, facendo riemergere l’idea di un corpo risorto. Ecco, proprio a quest’ultima notazione ci connettiamo per la nostra breve considerazione che ripropone l’antitesi sopra indicata tra “corpo psichico” e “corpo spirituale”. Nella risurrezione è la creazione intera che viene ricondotta, attraverso l’intervento divino, a un nuovo progetto “cosmico” (nel senso etimologico di “ordine, armonia”). In esso cadranno le coordinate limitative del tempo e dello spazio e, quindi, della finitudine, in cui ora siamo immersi, e della corruzione materiale e morale. Alcuni teologi, soprattutto protestanti, pensano che nella morte avvenga una fine totale, così come nella conclusione dell’intera realtà creata: la risurrezione sarebbe, allora, una vera e propria “ri-creazione” divina, condotta ex novo. Ma in realtà nella visione paolina, esplicitamente modellata sulla risurrezione di Cristo, la cui identità personale permane, si sottolinea una continuità, anche se di difficile definizione e descrizione: l’essere attuale, individuale e cosmico sotto l’azione divina viene trasformato in un nuovo statuto di essere e di esistere, immesso nell’eterno e nell’infinito. Tra presente e futuro dell’uomo e del mondo c’è, allora, un rapporto di continuità nell’identità individuale, ma anche di discontinuità nella qualità dell’essere. Non è certo facile delineare in modo puntuale e accurato questa transizione e lo stesso Paolo nel capitolo 15 della Prima lettera ai Corinzi fatica nel rappresentare questa uscita dalla prigione dello spazio e del tempo e l’evolversi della realtà presente e storica verso quell’orizzonte trascendente. Infatti, fa ricorso a immagini come quella del nesso tra seme e albero, un nesso di continuità, ma anche di novità e di diversità, e conclude: «Si semina corruttibile e risorge incorruttibile, si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza, si semina un corpo psichico [sôma psychikón] e risorge un corpo spirituale [sôma pneumatikón]» (15,42-44). Si riaffaccia, dunque, il contrasto tra il “corpo psichico”, che indica la creatura umana con la suapsyché, la sua interiorità, inserita però nello stato presente, storico della realtà, e il “corpo spirituale” che è quello del futuro escatologico, ossia della pienezza di vita della nuova creazione, oltre lo spazio e il tempo. “Corpo spirituale” non è, allora, qualcosa di evanescente o simile a un ectoplasma; con questa espressione Paolo intende il corpo risorto, cioè la persona umana pienamente pervasa dallo Pneuma, lo Spirito di Dio operante nel Cristo risorto. Per l’apostolo il modello e il principio della nostra futura trasfigurazione è proprio Cristo risorto che incarna lo statuto dell’uomo redento, in comunione perfetta con l’eterno e l’infinito divino. Si potrebbe, quindi, concludere affermando che Paolo ha considerato l’“anima” (psyché) come il segno della nostra umanità terrena e lo “spirito” (pneuma) come emblema della nostra meta oltremondana quando «Dio sarà tutto in tutti» (1Cor 15,28). La redenzione futura coinvolge tutto l’essere creato e, quindi, anche la materia che è in noi e fuori di noi. Con una battuta si potrebbe dire che, mentre nella concezione greca l’oltrevita è liberazione dalla materia considerata come un gravame maligno, nel cristianesimo l’oltrevita è liberazione anche della materia destinata a essere trasfigurata e integrata in una creazione rinnovata. È per questo che nella Lettera ai Romani si legge: «La creazione stessa [quindi anche la materia] attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio. Essa, infatti, è stata sottomessa alla caducità […] ma nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloria dei figli di Dio» (8, 19-21).  

Gianfranco Ravasi

CATECHESI SU SAN PAOLO (dal testo: « questo uomo che è un vulcano »)

http://www.sacrafamiglia.diocesipa.it/testo%20catechesi%20paolina%20don%20massimiliano%20purpura.htm  

CATECHESI SU SAN PAOLO

DI DON MASSIMILIANO PURPURA

Quest’anno dedicato a San Paolo è un anno di particolare grazia, voluto dal nosstro amato Papa Benedetto XVI a cui dobbiamo tutto e per il quale dobbiamo continuamente pregare il Signore affinchè ce lo custodisca ancora a lungo, a servizio della sua chiesa e a servizio della verità,della luce, della chiarezza,della giustizia,dell’amore e della sintesi. Voluto da questo papa é un anno in cui siamo chiamati da questa chiesa  a riscoprire certamente la figura di questo uomo che è un vulcano, che non finiremo mai di conoscere e di approfondire; però è un’occasione, perché attraverso San Paolo, attraverso la sua persona, attraverso la sua missione, noi possiamo approfondire la nostra fede, riscoprirne la bellezza e soprattutto quella che è la missione specifica che ogni cristiano credente ha che  è quella, innanzi tutto, di annunciare la Parola di Dio. S. Paolo è stato apostolo delle genti, un annunziatore mite e coraggioso della Parola di Dio,qualcuno ritiene addirittura  che sia il 2° fondatore del cristianesimo. Il cuore di S. Paolo era un cuore totalmente aperto alla missionarietà, era un cuore che sapeva amare perché era un cuore completamente avvolto dal cuore di Cristo. Bisognerebbe riflettere sul valore fondamentale della parola annunciata, cioè la Parola di Dio, all’interno della quale rifletteremo sul rapporto che c’è tra la Parola e la Missione, tra la Parola e la Croce, tra la Parola e il Sacramento. Il cristianesimo non si impianta se non mediante la Parola. Ci può essere la testimonianza della vita vissuta, come si dice, nell’esercizio dell’amore, tuttavia, questo, ritengo che non basta se non c’è una Parola che annuncia, che dà senso della mia testimonianza , della mia vita; non c’è evangelizzazione vera e propria; il comandamento dell’amore o comunque l’esigenza dell’amore è molto diffuso anche a livello religionista, pensate al Buddismo o anche in qualche modo l’Induismo, hanno questo atteggiamento di grande simpatia con tutti gli esseri. Ciò che è proprio del Cristianesimo è un annuncio ed è dunque quest’annuncio un mezzo per impiantare il Vangelo che ne esclude altri, soprattutto l’esatto contrario che è la violenza, perché se c’è qualcosa di debole, di molto debole, questa è la Parola; non per nulla si parla di fractus vocis; la parola come io in questo momento sto emettendo del fiato dalla mia bocca e nient’altro, come ciascuno di noi quando comunica con altri. Ritengo che non c’è comunicazione senza parola, parola detta, formulata verbalmente; voi avete presente che c’è  una certa  raffigurazione di S. Paolo con la spada in mano, quell’iconografia è un po’ equivoca, un po’ ambigua perché potrebbe far pensare nei confronti di Paolo come di un uomo violento che annuncia l’Evangelo prendendo un’arma offensiva, quale potrebbe essere questa spada; bisogna stare attenti a non interpretare questa cosa , tra l’altro se si volesse fare la storia dell’iconografia Paolina si scoprirebbe che sostanzialmente nel primo millennio, quindi per mille anni Paolo non è mai stato rappresentato così, con la spada in mano; nei primi secoli Paolo era rappresentato con un libro in mano oppure con un rotolo, sapete che nell’antichità prevaleva il rotolo più che il libro; è stato il Cristianesimo in realtà a imporre la forma del libro, questa è la rappresentazione più antica, diremmo più tradizionale di Paolo; dunque che si serva di qualche cosa di debole quale la parola; noi non ci serviamo della spada, noi non imponiamo il Vangelo con la spada! Il vero annunciatore del Vangelo non ha altra arma, ha solo quella, la più debole, ma che ha in sè una forza particolare, se è vero che le parole sono pietre, hanno uno spessore così pesante e sono soprattutto pesanti quando contengono un messaggio forte diremmo anche nuovo, originale,incisivo, che ci segna per la vita e per tutta la vita il valore fondante della parola annunciata; per cui ritengo che non c’è comunità cristiana come pure non c’è Chiesa che non sia partita da un’annuncio. Paolo è proprio l’esempio classico, paradogmatico di questo tipo di impegno, di questo tipo di risultato; ecco perché ho scelto questi tre altri argomenti: il primo è Parola e Missione: Il testo della lettera ai Romani 10,14s “come potranno invocarlo senza avere prima creduto in Lui e come potranno credere senza averne sentito parlare, e come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzia, e come lo annunzieranno senza essere prima inviati? “ allora a monte della Parola annunciata c’è una missione,  il chè vuol dire che l’annuncio non parte da un capriccio o da una voglia personale, soggettiva ma parte da una consegna che viene fatta; questa consegna , nel caso di Paolo, è in prima battuta, una consegna non direttamente ecclesiale, cioè non è la Chiesa che investe Paolo dell’autorità per potere annunciare il Vangelo; voi avete presente i racconti della conversione di Paolo: né Luca negli Atti degli Apostoli, né Paolo parlano di conversione, non usano mai questo lessico, ne usano degli altri; in quei racconti si vede bene che Paolo è posto a diretto contatto con il Cristo che incontra sulla strada di Damasco; in effetti, nella lettera ai Galati si farà un impegno è un punto di onore per Paolo, proprio questo, che lui non ha ricevuto queste cose dagli uomini ma direttamente da Gesù Cristo, Gal 1,11-12 “ vi dichiaro dunque fratelli che il Vangelo da me annunciato non è modellato sull’uomo, infatti io non l’ho ricevuto ne imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo e allora ci può essere dunque una missione che parte direttamente dal Cristo e dal Cristo nel caso di Paolo, risorto e glorificato; Non per nulla allora nei primi secoli Cristiani Paolo ebbe a soffrire una avversione e anche un rifiuto da parte di frange del Cristianesimo delle origini cosidette Giudeocristiani che non riconoscevano in lui la qualità di Apostolo perché lui diceva di avere ricevuto la missione dall’Alto, non da Gesù terreno come gli altri Dodici; Paolo non è uno dei Dodici, non l’ha mandato il Gesù terreno, il Gesù storico, ma l’ha mandato il Risorto, il Glorificato, uno che è al di là della storia; Paolo difende questa sua caratteristica, il termine apostolo è un termine greco, noi semplicemente lo abbiamo traslitterato in caratteri latini e scriviamo apostolo ma corrisponde al greco apostolos; non è una traduzione bensì una traslitterazione, però il vocabolo greco vuol dire proprio quest: “inviato”, ma inviato da chi nel caso di Paolo, nel caso di Paolo abbiamo questa fonte ultima o fonte prima dell’invio oltre la quale non ce n’è un’altra: è il Cristo che manda Paolo; nei Vangeli noi leggiamo spesso “ Ti mando come agnello in mezzo ai lupi , “ Ti mando alle pecore della casa d’ Israele “ oppure la finale del Vangelo di Matteo “ Andate ammaestrate tutte le genti”; E’ un invio questo. È una missione, Paolo ha questa missione dal Risorto. Questo può fare difficoltà perché ha fatto difficoltà ad alcuni settori del cristianesimo nostro, delle origini, a quelli che amano stare terra terra, alla dimensione storica constatabile, percepibile; se non ti ha mandato il Gesù terreno il Gesù storico, che apostolo sei? Un apostolo che si aggancia al Gesù terreno, al Gesù storico e chi difende questa concezione è Luca negli atti degli apostoli, per Luca dire i dodici e dire gli apostoli è la stessa cosa. Per Paolo non è così, per Paolo  sono apostoli  tante persone che non fanno parte dei dodici. Lui è il primo esempio e difende in maniera forte questa sua identità. Nella lettera ai Romani 16,6 , egli computa fra gli apostoli , una coppia ,un uomo e una donna, Andronico e Giunia, è un apostolo questa donna; qui siamo di fronte a una concezione che è diversa da quella lucana  che poi è diventata tradizionale, per cui quando si dice per esempio che i Vescovi sono i successori degli apostolo.  Si parla di apostoli in senso lucano cioè i dodici e apostoli in senso paolino. Paolo non è successore dei dodici ed è un apostolo. I Vescovi sono degli apostoli come sono apostoli tutti i cristiani certo loro con quacosa in più rispetto a noi.In greco nel N.T. c’è poi la qualifica di “episcopos” che è riservato solo ad alcuni, non tutti i cristiani sono episcopoi. Nella chiesa poi c’è qualcuno che ha la funzione di episcopos, cioè il Vescovo; ma l’episcopos, il Vescovo, non esaurisce la funzione dell’apostolatol   ma apostoli siamo tutti non come lo è Paolo, lui lo è stato e lo resta , pur non essendo mai chiamato da Gesù terreno; pur essendo entrato in collusione con S. Pietro “ Galati 2,12-15. C’è questo scontro avvenuto ad Antiochia di Siria, una città che adesso si trova in Turchia, subito dopo i confini con la Siria attuale. Paolo rimprovera Pietro: ”ma quando Cefa venne ad Antiochia  mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto”.La missione in ultima analisi si rimonta a Gesù Cristo e tuttavia Paolo stesso ha voluto in qualche modo confermare, convalidare questa sua missione che viene dall’alto e confrontandosi con quelli di Gerusalemme, con quelli della chiesa madre, che lui non chiama apostoli perché non riservata solo a loro questa qualifica. Paolo dopo l’evento di Damasco va a Gerusalemme a consultare Cefa, per stabilire una comunione con lui, una coinomia, oltre la missione diretta che viene dall’alto, da Gesù Cristo, c’è poi una missione ecclesiale “ Galati 2,2-10 “, Paolo racconta dal suo punto di vista ciò che anche Luca racconta negli Atti 15  in riferimento al Concilio di Gerusalemme, siamo nel 49 cioè il 1° Concilio della storia, non l’ha inventato la Chiesa , i Papi, i successori degli apostoli, i Concili. Il 1° Concilio si è celebrato nel 49, nel Concilio di Gerusalemme avviene una ripartizione di competenze: Paolo e Barnaba vanno fra gli incirconcisi cioè fra i Gentili che sarebbero i pagani, mentre Pietro fra i circoncisi, fra i credenti. Paolo riceve la sua missione ecclesiale ed è sempre interessante rileggere Atti 13, quando Paolo deve partire per il 1° viaggio missionario è la chiesa di Antiochia che si raduna in preghiera e lo Spirito Santo indica; questo vuol dire che c’è una mediazione profetica, diremo noi che c’è qualcuno  che si assume il compito di esprimere quale è l’idea dello Spirito, ispirato egli stesso dallo Spirito Santo di mettere a parte Paolo e  Barnaba e la Chiesa ; la comunità di Antiochia impone le mani, e loro, Paolo e Barnaba partono per il viaggio missionario, quello che è computato come il 1° dei tre viaggi missionari di S. Paolo; ecco, la Chiesa li manda “Atti 8”.Quando in Samaria il diacono Filippo va ad annunciare il Vangelo ci sono vive le conversioni e la chiesa di Gerusalemme manda lì Pietro e Giovanni in Samaria per confermare questo risultato di evangelizzazione e stabilire una comunione fra i neocristiani e la chiesa  madre di Gerusalemme. Ecco cosa dice Paolo: come lo annuncieranno senza essere prima inviati.E’ impossibile allora solo richiamarsi a Gesù Cristo se non c’è una approvazione ,una sansione ecclesiale e nel caso di Paolo si deve solo a questo, nessuno è cristiano per se stesso, nessuno può vantare un rapporto peculiare, ma nel  senso che sia poi questo  rapporto peculiare,sganciato, svincolato da un contesto ecclesiale; questo non appartiene ad una identità cristiana, io non posso dirmi cristiano se poi vivo sganciato dalla comunità, dalla ecclesia, dalla parrocchia. Nella fattispecie non esiste un cristianesimo fai da te , una fede fai da te. Paolo stesso fa conoscere un Gesù Cristo unico, lì a Damasco Paolo Gesù Cristo l’ha conosciuto nella testimonianza di fede della chiesa che lui ha perseguitato per cui non si può essere cristiani senza appartenere alla comunità, non si è cristiani per conto proprio, è la comunità che nel suo insieme è investita di questo senso di missione, di propagazione, di annuncio. Il Concilio Vaticano II definisce l’essenza stessa della chiesa è essere missionaria; quando parte un fratello, quando parte un gruppo che va in missione è sempre la comunità nel suo insieme che è chiamata ad annunciare il Vangelo, perché quel cristiano che parte , quel fratello che parte che va in missione non rappresenta se stesso ma rappresenta la comunità, l’ecclesia, la chiesa, chi opera in terra di missione opera in nome della chiesa, per mandato della chiesa.                                 Nel secondo punto vorrei parlare della Parola e della Croce, si è mandati dice Paolo ad annunciare Gesù Cristo; qualcuno sostiene che Gesù appartiene al mondo unito soltanto alla chiesa per dire che chiunque può richiamarsi alla figura  di Gesù ma da quale angolazione, da quale ambito, ma nel caso specifico cosa voleva dire? A prescindere non solo dalla divinità di Cristo, ma  a prescindere dal valore salvifico della croce di Cristo. Noi cristiani pur vantandoci della croce di Cristo tuttavia abbiamo paura della  Croce di Cristo, non si parla più  della Croce di Cristo, perché richiama alla sofferenza e la sofferenza deve essere esorcizzata come la morte, cancellate queste parole. Bisogna guardare a Gesù  come un maestro, un maestro di sapienza, è quello che dicono gli uomini di oggi ma anche quelli di ieri. Per alcuni Gesù è un maestro  per altri è stato un rivoluzionario, un aspetto caratteristico di Gesù che riempie  molte pagine nei Vangeli; ma non è tutto lì di Gesù, quello lì non è Gesù di Paolo, qui bisogna prendere coscienza della diversità che c’è fra le lettere di Paolo, il corpo paolino così chiamato e i Vangeli, c’è un pluralismo che esiste,una diversità tra il Nuovo Testamento e le lettere di Paolo, che è caratteristico anche delle origini cristiane, non c’è un solo modo di rifarsi a Gesù e di annunciare Gesù. Comunque per Paolo il Gesù che annuncia è il Crocifisso o integrando, il Crocifisso Risorto, ma primariamente per Paolo è il Crocifisso ” Non ci sia altro vanto in me che nella Croce del Signore  nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo è stato crocifisso come io per il mondo, il mio vivere è in Cristo e il morire è un guadagno”. Se Paolo parla 2 volte della resurrezione di Gesù parla 3 volte della croce, della crocifissione. Non è possibile pensare a Gesù senza pensare alla sua Croce. Nella  prima lettera ai Corinzi 1,17 dice: “Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare ma a predicare il Vangelo non però come un discorso sapiente ma perché non venga resa vana la croce di Cristo”; questo è l’annuncio evangelico e dobbiamo prendere coscienza come Chiesa, anche come Diocesi, dobbiamo ritornare ad annunciare il Cristo Crocifisso e Risorto, dobbiamo ritornare a parlare della Croce di Gesù; viviamo in una società in cui Dio stesso fa problema, noi come cristiani non arriveremo al nocciolo delle cose, della nostra identità se ci limitassimo a parlare dell’esistenza di Dio, questo non è un discorso tipicamente cristiano che sarà importante anche necessario.Al tempo di Paolo nel mondo ellenistico del secolo primo c’erano anche dei settori di ateismo nel mondo greco e romano, Paolo anche se dice  che ci possono essere vari dei e molti signori 1° Corinzi 8,4-5, ma per noi c’è un solo Dio e Padre, un solo Signore Gesù Cristo, noi non possiamo allora evangelizzare se non parliamo di Gesù Cristo, non sarebbe Vangelo, parlare di Gesù Cristo significa si parlare del Gesù storico, del Gesù terreno, ma vuol dire recuperare anche la dimensione teologica nel senso stretto  e Paolo stesso che scrive a Galati 4,4 “ quando venne la pienezza del tempo Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge per riscattare coloro che erano sotto la legge”. La figura di Dio entra necessariamente in gioco ma il punto focale dell’Evangelo di Paolo è il Crocifisso e i Santi  qui nella lettera di S. Paolo hanno percorso questo cammino di santificazione; pensate a P. Pio che amava e meditava  tantissimo le lettere di Paolo soprattutto  in rapporto al discorso della croce. Attenzione perché quando dice croce Paolo intende sempre e soltanto la croce di Cristo, attenzione si corre il rischio di evangelizzare in un certo modo, come si  dice moralistico, di parlare cioè delle nostre  croci e dire che è la croce che ci salva, anche se noi soffriamo dobbiamo portare le nostre croci, Dio non vuole la sofferenza, non vuole le nostre croci, Dio non vuole che  l’uomo soffra come pure Dio non vuole che l’uomo si perda, non vuole la morte bensì la conversione, questo non è il Vangelo paolino sia ben chiaro; la frase che leggiamo nei sinottici” se qualcuno vuol venire dietro di me prenda la sua croce e mi segua”. Questa frase non è paolina , per Paolo non ci sono le nostre croci c’è solo quella di Cristo che peraltro non è presentata come modello da seguire in termini di limitazioini, non è questo il Vangelo paolino della croce di Cristo ma è  sempre presentata da Paolo in termini positivi, se volete scandalosi come nella 1° Corinzi 1,18-25 ,scandalosi nel senso che noi scopriamo la rivelazione di Dio in ciò che è più  abbietto, più ignominoso, questo è lo scandalo di un Crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i Pagani, ma per noi che crediamo la Croce di Cristo è sapienza; un Dio allora che non si rivela soltanto  diremmo nella bellezza della natura, nei bei tramonti, o nelle belle aurore o nei bei panorami, ma che si rivela questo Dio in un Crocifisso, nell’estrema debolezza anzi ritengo che l’esistenza di Dio è dimostrata dalla croce di  Cristo, la croce di Cristo è la dimostrazione dell’esistenza di Dio, che non c’è amore più grande come ha detto Gesù di colui che dà la vita per i propri amici e anche di un Dio che si lascia crocifiggere per amore , allora ha ragione la beata Angela da Foligno, la grande mistica francescana, la quale dice “ o Tu o Cristo non ci hai amati per scherzo “ e Paschal “ Cristo è in agonia fino alla fine del mondo”; allora noi diciamo a Gesù “ Cristo non scendere dalla croce ma rimani lì”, è tipico di Paolo insistere su questa dialettica; come dice Lutero” Dio si rivela su contraria specie”, cioè Dio si rivela in ciò che è opposto, rivela la sua potenza nell’impotenza, rivela la sua sapienza nell’insipienza, rivela la sua forza nella debolezza. Paolo “ sono forte quando sono debole”, è nella debolezza la nostra forza non come cerca di farci credere il mondo che l’uomo  è forte se, o certi stili di vita o certe mode che si diffondono in maniera pericolosa anche nella mentalità e nel cuore dei giovani, tu vali se corrispondi a queste categorie, questo allora è il Dio del Vangelo?  ; non è allora questo il Dio di Platone, noi diremmo o dei filosofi, Pascal dice “ non il Dio dei filosofi ma il Dio di Gesù Cristo” è questo ciò che ha conquistato Paolo. E’ facile credere al Dio dei filosofi perché il Dio dei filosofi è un Dio costruito dalla mente dell’uomo, ma il Dio che si rivela nella Croce suscita una ripulsa, ecco perché anche oggi la croce dà fastidio, ecco perché la croce anche oggi continua ad essere perseguitata ecco perché ancora oggi si dice che la croce deve essere tolta dai luoghi pubblici apportando motivazioni sciocche, infondate, illogiche che tradiscono soprattutto l’identità di un popolo, di una nazione quale l’Italia. In quella croce lì, quella e non altre Dio rivela la sua originalità, la sua magnificenza, la sua alterità rispetto a ciò che noi potremmo pensare di Lui; è un Dio, allora, il Dio in cui noi crediamo, il Dio di Gesù Cristo,un Dio sorprendente, è un Dio che ci provoca, che ci scandalizza, dice Paolo “ scandalo per i giudei e stoltezza per i gentili” , in quel testo lì il discorso si limita a questa idea della rivelazione inopinabile, insospettata,  di un Dio sì fatto, invece Paolo annette il discorso sulla croce di Cristo una valenza, in termine tecnico, la croce ha una valenza sotereologica di salvezza, noi siamo stati salvati per mezzo della croce di Gesù Cristo; dunque se non annunciamo la croce di Gesù Cristo, il Cristo crocifisso il Vangelo è vuoto, si svuota senza la croce di Gesù, Galati 2,20, questo per noi, questo Cristo è morto dice S.Paolo per tutti gli empi, è morto per i miei fratelli, è morto per i peccatori; sono tutte formazioni paoline queste che indicano la positività dell’evento della croce che ha sconvolto l’umanità, è come una sorgente la croce di Cristo e la nostra fede in Cristo non è fondata sui miracoli, a noi non interessano i miracoli di Gesù, la nostra fede in Cristo non scaturisce dai miracoli ma scaturisce dalla croce . Parola e Croce vuol dire che se l’evangelizzazione non parla di questo, gira attorno al centro senza colpire il bersaglio. Ultimo punto, il terzo punto è il testo alla prima lettera ai Tessalonicesi 2,13 , ci permette di dire una parola sulla sacramentalità  della Parola, noi dice Paolo ringraziamo Dio continuamente perché avendo ricevuto da noi la Parola divina della predicazione e l’averla accolta non quale parola di uomini ma come è veramente quale Parola di Dio che opera in voi, io parlo qui di sacramentalità della Parola. Nella nostra tradizione cattolica abbiamo perso un po’ di vista queste cose invece i nostri fratelli protestanti l’hanno coltivato di più; voi sapete che la riforma protestante è stata fatta nel nome di S.Paolo;  Lutero, Calvino, Zwingli ecc. hanno valorizzato di più, almeno certi aspetti. Prima, allora, dei sette sacramenti codificati,  c’ è un sacrameno anteriore e non parlo del sacramento primordiale come dice una certa teologia  che sarebbe l’umanità di Cristo, che è sacramento di Dio; ma al di fuori di Cristo e dopo Cristo qual è il primo sacramento che dovrebbe essere amministrato? È proprio il sacramento della Parola! Noi cristiani cattolici siamo ignoranti in materia di scrittura. Dice San Girolamo che l’ignorante della scrittura è ignorante di Gesù Cristo, ecco perché tanti nostri cristiani quando incontrano i protestanti, in particolare i Testimoni di Geova, di fronte a citazioni estrapolabili rimangono così attoniti. Che cos’è che fa il sacramento? Il sacramento è un atto umano al quale si aggiunge una parola, una formula ad esempio si prende l’acqua e si dice “io ti battezzo”, è una formula; ecco, l’acqua è la materia poi il sacramento; così l’olio per la Cresima, il pane per l’Eucarestia. Su una realtà fisica si innesta una formulazione che dà il senso della cosa che viene compiuta e la combinazione di questa, se raccolta con fede, provoca una realtà nuova, del battezzato, del cresimato, del comunicato; La grazia, dice San Tommaso D’Aquino, suppone la natura. In questo versetto si dice qualcosa di analogo alla parola che dal punto di vista fenomenologico è solo parola di uomini, attenzione ecco la materia paragonabile all’acqua del Battesimo e al pane dell’Eucarestia , “ la Parola”. E’ come diceva all’inizio “ fractus vocis”, qualcosa che esce dalla bocca, è un suono unito ad un certo alito che viene emesso, questo è il dato materiale ma qua dice l’avete accolto non come parola di uomini ma come veramente è Parola di Dio. Attenzione, ma Dio non parla mica, Dio non ha bocca, gola, alito, lingua.Se uno si ferma allora alla semplice parola umana non percepisce, anche perché Dio non parla, siamo noi che parliamo; Dio parla solo per mezzo nostro. Ecco perché c’e bisogno di collaboratori; Dio nella storia della salvezza non ha fatto mai nulla, nessuna cosa da solo, ha sempre cercato dei collaboratori, sino ad arrivare a suo Figlio; ma anche suo Figlio per continuare sulla scia del Padre non ha voluto fare nulla da solo. Ha cominciato a chiamare a sé dei collaboratori, discepoli e così via. Sarebbe interessante un confronto tra il racconto “ Lucano” della Pentecoste e il modello della Epifania del Sinai, quando Dio darà la Torah , cioè la legge al suo popolo; là è Dio che parla secondo il testo biblico, ma naturalmente  a Pentecoste Dio non parla, chi parla sono gli uomoni, coloro che hanno ricevuto lo Spirito, solo loro parlano. Questa è una smitizzazione di qualunque concetto poetico di Dio, che si può dare di Dio, diremmo antropomorfico di Dio. Quando diciamo Parola di Dio, noi non intendiamo altro che una parola di uomoni scritta nella bibbia, oppure pronunciata oralmente da un annunciatore che però è di contenuto o origine extraumana; come nel caso di Paolo, che dice: “Io non l’ho ricevuta dagli uomoni ma per mezzo di Gesù Cristo, ma l’avete accolta non quale parola di uomini che è quello che appare; il  pane dell’Eucarestia non appare altro se non altro che pane, ma l’avete accolta come Parola di Dio”. Qui c’è il salto  qualitativo che suppone una combinazione inesplicabile tra i due livelli; Dio è presente in noi attraverso la Parola ed ha bisogno di noi perché questa parola corra e raggiunga Gesù Cristo; la parola cammina allora nel mondo con i nostri piedi, da sola non può camminare, ha bisogno di noi. Come ha fatto Gesù Cristo ad essere conosciuto in una tribù sperduta dell’Amazzonia? se non ci sono due piedi che vanno sin là, di uomini, di persone umane; Gesù Cristo là non arriva. Come fa Gesù Cristo a raggiungere i lontani che sono la preoccupazione della Chiesa e del Vescovo se non ci sono uomini che dicono: “ Ecco, Gesù, ti do tutto me stesso, ti presto i miei piedi e la mia bocca per andare, per portarti, questo significa essere missionari, ecco l’avete accolto come Parola di Dio nell’annuncio evangelico ed è Dio stesso che opera. Allora ecco il 3° elemento del sacramento che dice, che opera in voi che credete, cioè non in voi che credete nel senso che già credete, opera in voi in questo credere, l’operazione che opera la parola è proprio la suscitazione della fede perché dobbiamo entrare in confidenza con la Parola di Dio. Quante volte ci lamentiamo che la nostra fede è insufficiente è nana oppure a causa di quella situazione abbiamo perso la fede; Dice l’apostolo che la fede nasce, cresce, si nutre, si sviluppa; se noi ci poniamo in atteggiamento di ascolto Shemà Israele, ascolto, è attraverso l’ascolto della Parola di Dio che la fede in me cresce; è l’effetto Sacramentale, come si dice nella teologia dei Sacramenti. L’effetto procurato dall’acqua del battesimo, procurato dal pane eucaristico e via di questo passo. Questo è l’effetto procurato dalla parola di uomini che ha in sé una forza, questa parola, una vitalità peculiare, incomparabile che suscita non automaticamente ma che può suscitare questo risultato che non è ascrivibile ad una certa parola umana. E’ ascrivibile solo alla fede. Se aveste fede quanto un granellino di senapa direste a questa montagna di spostarsi; è la fede nella parola. E’ attraverso la parola della quale ci si nutre che noi possiamo spostare persino le montagne e spalancare il cuore di Dio, per ottenere, come ci ha insegnato Gesù, tutto quello che volete: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Tutto questo Paolo l’aveva ben chiaro, e da tutto questo scaturiva la sua forza, la sua focosità, il suo carattere, la sua passione di annunciare la Parola di Dio che voleva portarla perfino in Spagna, Dio poi lo fece approdare a Roma dove ha terminato la sua corsa.    

COME SI SCRIVEVA AI TEMPI DI PAOLO, DI GIANFRANCO RAVASI

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COME SI SCRIVEVA AI TEMPI DI PAOLO, DI GIANFRANCO RAVASI

Scritto da Redazione de Gliscritti: 12 /06 /2010

Riprendiamo dal volume Sulle orme di Paolo, III, pp. 86-91, allegato alla rivista “Jesus”2009, un articolo di Gianfranco Ravasi. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il Centro culturale Gli scritti (12/6/2010)

Ora leggiamo le Lettere di Paolo tradotte e stampate nelle varie lingue. Ma vediamo come nascevano in originale, scritte a mano in lingua greca su fogli di papiro, più di venti secoli fa. Nel 1933 veniva pubblicata un’opera molto dettagliata di un autore tedesco, O. Roller, sul Formulario delle lettere paoline, in cui lo studioso affrontava per la prima volta in maniera sistematica la questione: come materialmente venivano stesi gli scritti paolini? Era un’operazione molto più complessa di quanto si possa oggi immaginare. Secondo Roller, Paolo avrebbe dettato a uno scrivano (il librarius latino) alcune lettere: precisamente, la seconda ai Tessalonicesi, la prima ai Corinzi, quella ai Galati, il biglietto a Filemone e l’ultima parte della Lettera ai Colossesi; a questi scritti egli avrebbe poi apposto la firma autografa, per autenticarli. E gli autografi sono: « Il saluto è di mia mano, di Paolo» (1Corinzi 16,21); «Il saluto è di mia propria mano, di me, Paolo » (Colossesi 4,18); «Questo saluto è di mia mano, di Paolo; ciò serve come segno di autenticazione per ogni lettera; io scrivo così» (2Tessalonicesi 3,17). Il biglietto a Filemone è stato scritto probabilmente tutto da Paolo (« di mio pugno», leggiamo al versetto 19), mentre nella Lettera ai Galati troviamo questa curiosa annotazione: « Osservate con che grossi caratteri vi scrivo di mio pugno» (6,11). [...] Per le altre lettere, invece, Roller introduceva un’ipotesi piuttosto azzardata, dicendo in sostanza: esse non sono state scritte né dettate da Paolo, il quale ne abbozzava l’argomento, la struttura e le idee fondamentali, affidandone poi la stesura effettiva a un segretario, lo scriba vero e proprio, un uomo libero, preparato, spesso assunto anche come funzionario statale, archivista, contabile, eccetera. (Negli Atti si ricorda l’opera mediatrice di uno di questi scribi, durante il tumulto degli argentieri contro Paolo a Efeso). Lo scriba, dunque, sempre secondo Roller. sviluppava il testo creando una composizione completa, che poi veniva sottoposta al giudizio e alla firma di Paolo. Uno di questi segretari usati dall’Apostolo emerge dall’anonimato nella Lettera ai Romani (16,22) annotando: «Io, Terzo, che ho scritto la lettera vi saluto nel Signore». Questa tesi dello studioso tedesco, tuttavia, fu rifiutata dalla maggior parte degli altri studiosi paolini, i quali ancora oggi sostengono che le lettere venivano dettate da Paolo e munite poi del suo avallo autografo finale; forse si potrebbe ammettere l’intervento di uno scriba-segretario per il gruppo di lettere dette « pastorali », sensibilmente diverse per stile e impostazione ideologica dalle altre. (Inoltre, […] per questo gruppo di lettere si pensa anche all’opera di discepoli dell’Apostolo, di una « scuola » paolina che le avrebbe redatte, avvalorandole con il suo nome). Dettatura, dunque. E qui bisogna tener presente che a quel tempo erano già noti e praticati sistemi di scrittura veloce, di stenografia. Orazio, per esempio, ci riferisce che Lucilio riusciva a dettare in una sola ora ben duecento versi, mentre Cicerone (secondo Plutarco) in una notte ne dettava cinquecento. E la bravura, evidentemente, era di chi scriveva con quei ritmi. Il materiale sul quale normalmente si scriveva era il papiro, ricavato dall’omonima pianta, importato soprattutto dall’ Egitto. Il nome, come si sa, è restato fino ai nostri giorni per indicare la carta nell’inglese paper, nel tedesco papier e nel francese papier. Il foglio o rotolo di papiro aveva la forma standard di 11 metri di lunghezza per 3 di altezza e veniva più volte piegato, tagliato e arrotolato infine attorno a un’asta dalla quale veniva « svolto » per la scrittura e la lettura. L’asta era chiamata « capitolo » e ad essa probabilmente allude Paolo nella Lettera agli Efesini, quando parla del «disegno di Dio di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (1,10). Nell’antico Egitto, però, si usavano fogli di papiro lunghi sino a 42 metri e alti 5. La preparazione del papiro avveniva asportando la corteccia dell’albero omonimo e tagliando a strisce il midollo. Le strisce venivano disposte in file leggermente sovrapposte l’una sull’altra, così da congiungersi reciprocamente, mentre un altro strato di strisce veniva disteso sul primo, ma in file orizzontali. Il foglio risultante veniva battuto e compresso: seccato e amalgamato, era pronto per l’uso. Tra i papiri antichi giunti fino a noi celebre è quello cosiddetto « di Ryland », scoperto nell’oasi egiziana del Fayyum: contiene i versetti 31-38, dal capitolo 18 del quarto Vangelo, quello di Giovanni, ed è databile attorno al 125-150. Com’è ovvio, si tratta di un documento prezioso per la ricostruzione di quel testo evangelico. l papiro – materiale economico e perciò di largo uso – era scritto solo su una facciata, non su tutt’e due. (Nell’Apocalisse, all’inizio del capitolo 5, si parla di «un rotolo scritto sul lato interno e su quello esterno», proprio per indicare il carattere eccezionale di quel documento). I testi erano redatti in colonne rigorosamente allineate, con una scrittura che attorno al III secolo dopo Cristo si differenzierà in letteraria-maiuscola (più raffinata) e corsiva. Nel II secolo a.C. l’Egitto mise l’embargo sulle esportazioni di papiro; allora – stando almeno alle informazioni di Plinio il Vecchio – il re Eumene II di Pergamo (197-159 a.C.) inventò quella che sarebbe divenuta poi la pergamena. Questo era un materiale assai più resistente del papiro, ma anche più costoso. (La più antica pergamena è stata trovata a Dura-Europos sull’Eufrate ed è del II secolo a.C.). Materia prima della pergamena è la pelle di pecora. Essa veniva innanzitutto lavata, privata dei peli, immersa nella calce, tesa poi su un telaio, raschiata, inumidita, strofinata con calce in polvere e lisciata con pomice. Alla fine di questa complessa e lunga preparazione era pronta per l’uso. La pergamena teneva l’inchiostro e aveva un altro vantaggio: era possibile cancellarvi un testo raschiandolo via e scriverne un altro; i fogli di pergamena cancellati e riscritti si chiamarono « palinsesti », che vuoi dire appunto « raschiato di nuovo ». Nelle grotte di Qumran si sono trovati testi scritti anche su cuoio. Paolo, oltre al papiro (il cui uso però durerà fino al IV secolo d.C.), conosceva anche la pergamena, come attesta la seconda Lettera a Timoteo, a cui l’Apostolo chiede di «portargli da Troade i libri e soprattutto le pergamene» (4,13). A partire dal II secolo d.C. avvenne una grande svolta nella tecnica editoriale, con l’invenzione del codex, il libro moderno che ben presto soppiantò il rotolo. Secondo alcuni studiosi, gli inventori del codice sarebbero stati proprio i cristiani, perché ci sono giunti quasi esclusivamente codici cristiani contenenti la Bibbia in greco (pensiamo ai preziosi codici Vaticano, Sinaitico e Alessandrino del IV secolo d.C.). Il codice non era più un rotolo, ma un vero e proprio fascicolo, fatto con fogli di papiro o di pergamena scritti su entrambe le facciate, alti solitamente 35 centimetri e larghi 25, ottenuti piegando più volte i rotoli. Sul papiro e sulla pergamena si scriveva con il calamo (un termine greco che signifìca « canna ») ricordato anche dalla terza Lettera di Giovanni: «Molte cose avrei da scrivervi, ma non voglio farlo con inchiostro e penna» (v. 13). Si trattava di una cannuccia tagliata obliquamente all’estremità, così da formare una punta destinata a trattenere e a far affluire progressivamente l’inchiostro. Ogni scriba portava con sé varie penne e un temperino per aguzzarle (leggiamo in Geremia 36,23: «Ora, quando Iudi aveva letto tre o quattro colonne, il re le lacerava col temperino da scriba e le gettava nel fuoco»). L’inchiostro (in greco melan, cioè « nero »; in latino encaustum, « bruciato ») era noto in Egitto fin dalla prima dinastia (2850 a.c.) e anticamente lo si ricavava dal combusto, sciogliendone la fuliggine in una soluzione di colla. Infatti Plinio il Vecchio, nella sua Storia naturale, ricorda che i Romani usavano un liquido per scrivere, prodotto anche in colori diversi, realizzati soprattutto con elementi vegetali; il rosso però si otteneva dal cinabro, un minerale di mercurio. E già nel III secolo a.C. Filone di Bisanzio parlava dell’inchiostro simpatico, cioè incolore, a base di un estratto di noci di Galla. Lo scrittoio spesso poteva essere una tavoletta portatile legata alla cintura. Su di esso si ponevano i calamai. Sugli scrittoi del « monastero » giudaico di Qumran – usati per copiare i manoscritti biblici salvati poi dalla distruzione romana nelle grotte circostanti – sono stati trovati calamai che contenevano ancora fondi secchi di inchiostro. Paolo, proprio partendo dal simbolo di una lettera scritta con inchiostro, stende nella 2Corinzi (3,2-3) uno splendido elogio.

PAOLO SCRITTORE – (arte cristiana)

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PAOLO SCRITTORE – (arte cristiana)

Da Paolo Apostolo – di Giuseppe Ricciotti – ( tratto da totus tuus )

L’arte cristiana cominciò nel sec. XII a raffigurare Paolo munito di un’affilata spada, e questa raffigurazione diventò poi tipica nell’iconografia posteriore. Rappresenta quella spada soltanto il martirio dell’apostolo? No, alla mente dello storico essa simboleggia più giustamente l’arma spirituale impiegata da lui per primo fra i discepoli del Cristo, l’arma della scrittura.   A conferma di questa interpretazione simbolica si potrebbe far osservare che il Cristo non è raffigurato nell’iconografia con una spada, appunto perché non ha lasciato alcuno scritto. Il Cristo non doveva impiegare la spada della scrittura, perché egli stesso era la vivente parola d’Iddio, ed efficace, e tagliente più di qualunque spada a doppio taglio (Ebrei, 4, 12). Paolo invece scrisse, e questa sua spada, dopo tanti secoli. non ha perduto nulla della sua tempera e della sua affilatezza.  Paolo medesimo ci fornisce la valutazione di se stesso come scrittore, quando afferma di essere ignaro di parola, ma non di conoscenza (2 Cor., 11, 6); egli cioè si reputa, non già un esperto e sottile artefice della parola, ma un uomo che sente profondamente ciò che vorrebbe esprimere per mezzo di essa: inadeguata parola , ma pienezza di conoscenza.  Paolo non è un letterato di mestiere; egli non vede che il suo pensiero, non maneggia che il bronzo liquefatto, e lo fa colare nel primo stampo che gli capita sotto mano senza preoccuparsi di rifinirlo. Questa incompiutezza d’arte, è certamente la sua deficienza; ma è nello stesso tempo la causa della sua grandezza, perché lo fa essere un artista inconsapevole, uno scrittore che senza volerlo diventa spesso gran «letterato». Tale appunto è il giudizio che sull’eloquenza di Paolo dava Agostino, un altro competente in materia: Come noi non affermiamo che l’Apostolo sia andato appresso ai precetti dell’eloquenza, così non neghiamo che l’eloquenza sia andata appresso alla sapienza di lui (De doctrina christ. IV, 7).    Quando Paolo iniziava un suo scritto (salvo forse quelli dell’incipiente vecchiaia), doveva avere il suo spirito in stato di ebollizione, agitato, compresso, assillato da mille idee che volevano venire alla luce tutte insieme. Riflette egli alquanto per mettere un po’ d’ordine in quell’affollamento e finalmente scelta un’idea comincia ad esporla. Ma ecco che, a metà dell’esposizione, una certa parola ch’egli ha testé impiegata gli risveglia un’altra idea che gli sembra indispensabile: ed egli, lasciando sospeso il primo enunciato, v’inserisce a guisa d’inciso la seconda idea; è possibile tuttavia che, anche in questo inciso, egli inserisca una piccola parentesi per far posto ad una particolare riflessione venutagli in mente lì per lì; alla fine chiuderà parentesi e inciso; e provvederà a terminare l’esposizione iniziale.  Ma non è cosa sicura che egli termini un’esposizione iniziata e chiuda regolarmente un periodo incominciato; il periodo può anche rimanere non chiuso, perché nel frattempo altri concetti sono balenati alla mente dello scrittore e gli hanno fatto perder di vista l’argomento di cui trattava. È ciò che i grammatici chiamano l’anacoluto.   Altre volte – sempre a causa di quell’affollamento di concetti – sembra che Paolo voglia risparmiare tempo, inchiostro e papiro, ed esprime i concetti in maniera sommaria; in una forma che gli antichi avranno forse chiamato tachigrafica (e che noi chiameremmo telegrafica). Se per un dato concetto è necessario un periodo di almeno quattro proposizioni, Paolo ne esprime soltanto due, e il resto lo fa aggiungere dal lettore. È l’ellissi dei grammatici. Portiamo un solo esempio per ciascuno di questi casi, sebbene in Paolo abbondino anacoluti, ellissi e simili licenze letterarie.          Un esempio di periodo frastagliato da incisi e da parentesi si trova proprio all’inizio della lettera ai Romani (I, 1-7), la quale comincia così: Paolo, schiavo di Cristo Gesù, chiamato apostolo, separato per (annunziare) il vangelo di Dio…. A questo punto la parola vangelo dispiega avanti agli occhi di Paolo una visione meravigliosa, ed egli non sa frenarsi dall’inserire un inciso di commento: – che egli aveva in precedenza promesso mediante i suoi profeti nelle scritture sante riguardo al Figlio di lui… La menzione del Figlio di Dio non può passare per Paolo senza una qualche presentazione, ed egli inserisce la presentazione in una lunga parentesi: (quello fatto dal seme di David secondo la carne, quello costituito Figlio di Dio in possanza secondo lo spirito di santità dalla resurrezione dei morti, Gesù Cristo il Signore di noi, mediante il quale ricevemmo grazia ed apostolato ad obbedienza di fede in tutte le genti per il nome di lui: nelle quali siete anche voi, chiamati di Gesù Cristo) – . La lunga parentesi è finita (non senza aver ricevuto un altro breve inciso con le parole finali nelle quali… Cristo), ed è finito pure il primo inciso di commento; cosicché Paolo adesso può riannodarsi al suo enunciato iniziale e chiudere tutto il periodo: a tutti coloro che sono in Roma diletti di Dio, chiamati santi, grazia a voi e pace da Dio padre di noi e (dal) Signore Gesù Cristo. Diamo ora un esempio di periodo iniziato in una data forma ma proseguito poi in un’altra e rimasto senza la regolare chiusura. Paolo vuol dimostrare che la Legge ebraica offre molti vantaggi in confronto con la legge naturale, ed ecco il suo ragionamento (Romani, 3, 1, segg.): Qual (è) dunque il vantaggio del Giudeo, o quale l’utilità della circoncisione? Molto, in ogni maniera. In primo luogo, infatti, (c’è il vantaggio) che (ai Giudei) furono affidati gli oracoli d’Iddio. Che dunque? Se taluni non ebbero fede, forse che l’infedeltà di essi renderà vana la fedeltà d’Iddio? Non sia (mai)!, ecc. – E il ragionamento segue a lungo con argomentazione incalzante, ma invano si aspetterebbe la concatenazione preannunziata; in realtà l’avverbio in primo luogo  ha preannunziato un’espressione come questa in secondo luogo, la quale invece non compare mai in seguito. Infervorato nella sua argomentazione, Paolo dimentica la costruzione grammaticale che ha cominciata, e la lascia incompiuta.       Il terzo esempio illustrerà la maniera di esprimersi che abbiamo chiamato tachigrafica (o telegrafica). Paolo raffigura il popolo giudaico in un olivo domestico a cui siano stati troncati alcuni rami; su questo olivo, poi, è stato innestato un virgulto d’olivastro selvatico; che però ha attecchito e prospera. Il virgulto raffigura i Gentili, che sono innestati nella rivelazione divina già affidata al popolo eletto. Di qui il pericolo che il virgulto s’insuperbisca e disprezzi i rami troncati dell’olivo domestico. Ma Paolo interviene, ed ammonisce con un periodo che, se fosse regolare, dovrebbe sonare a un dipresso così: «Non ti vantare contro i rami; se poi ti vanti, hai torto, giacché devi pensare che non tu porti la radice, ma la radice porta te». Paolo invece, quasi affrettandosi a difendere i suoi connazionali, riduce il periodo a queste poche parole: Non ti vantare contro i rami; se poi ti vanti, non tu porti la radice, ma la radice te (Romani, 11, 18).   L’amore per il Cristo fa ritrovare a Paolo accenti veramente lirici; come nel passo seguente: Chi ci separerà dall’amore del Cristo? Tribolazione, ovvero angustia, ovvero persecuzione, ovvero fame, ovvero nudità, ovvero pericolo, ovvero spada?… Ma in tutte queste cose stravinciamo per mezzo di colui che ci amò. Sono certo, infatti, che né morte, né vita, né Angeli, né Principati, né cose presenti, né cose venture, né possanze, né altitudine, né profondità, né alcuna altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio, quello (ch’è) in Cristo Gesù il Signore di noi (Romani, 8, 35-39).     Gli anni, come sempre, fecero sentire i loro effetti anche sullo stilo di Paolo, smussando parecchio la punta aguzza di esso e frenando le sue continue vibrazioni. Lo stile, che rispecchia l’uomo in ogni scrittore e specialmente in Paolo, ci fa intravedere nelle ultime sue lettere un uomo ch’è entrato in una nuova fase di spirito, in una sfera più uniforme: il vecchio lottatore è divenuto adesso un calmo dominatore. In questo stato d’animo egli trova accenti quasi di sereno idillio: Io già sono versato in libagione, e il tempo del mio scioglier (le vele) è imminente. Ho combattuto il buon combattimento, ho compiuto la corsa, ho serbato la fede. Oramai sta deposta a parte per me la corona della giustizia, che mi darà in quel giorno il Signore, il giudice giusto; non solo a me, ma anche a tutti quelli che hanno amato la sua apparizione (2 Timoteo, 4, 6-8). Le immagini di questo piccolo idillio sono prese dai giuochi del circo, a cui forse Paolo aveva qualche volta assistito da ragazzo nella sua Tarso. Sceso nell’arena della vita in onore del Cristo, egli ha coscienza di aver dato buone prove ivi nelle varie competizioni, compresa quella dello scrivere. Adesso, sereno, aspetta la corona.

Si è discusso a lungo, forse anche troppo, se gli scritti di Paolo siano lettere oppure epistole. Il Deissmann, grande studioso dei papiri greci, prese questi come punto di riferimento, e trovò che gli scritti di Paolo sono analoghi alle lettere di contadini o soldati egiziani conservate in detti papiri, cioè sono sorti occasionalmente per un determinato caso, non sono destinati al pubblico in genere, e soprattutto non hanno mire letterarie: dunque, concluse egli, sono lettere e non epistole. L’epistola infatti mostra le tre qualità precisamente contrarie alle suddette, ossia tratta più di fatti generali che di casi singoli e di solito lungamente, è destinata essenzialmente al pubblico e, soprattutto, ha mire letterarie; l’epistola si distingue dalla lettera come il dramma storico da un tratto di vera storia, o come un dialogo di Platone da un colloquio confidenziale .  Il Deissmann può avere, in una certa misura, ragione; ma la questione è impostata, male con quella netta ripartizione fra lettere ed epistole, giacché fra questi due termini estremi esiste tutta una graduazione di forme miste, che risentono sia dell’uno che dell’altro termine in varia misura. Molti scrittori antichi e moderni hanno scritto vere lettere, indirizzate a privati e trattanti casi singoli, pur mirando a fare opere letterarie, anche perché prevedevano che esse sarebbero state conservate e raccolte: dunque, una vera lettera può avere mire letterarie. Parimente una lettera può benissimo trattare di fatti generali, quanto un’epistola; può essere indirizzata, non proprio al pubblico in genere, ma ad un gruppo di privati tanto ampio da equivalere quasi a un pubblico; può essere, infine lunga quanto un’epistola e anche più.           Gli scritti di Paolo appartengono egualmente a quelle forme miste, da definirsi volta per volta a seconda dei singoli casi. Fondamentalmente, sì, sono lettere, perché scritte senza mira letteraria, in occasione di fatti singoli, e inviate da un privato a un gruppo più o meno ampio di privati. Ma, si noti subito, queste lettere circolavano anche fuori della cerchia dei loro destinatari immediati, e ciò avveniva quando Paolo era ancora in vita e per sua volontà esplicita : dunque di fatto, se non di nome, erano scritti «pubblici». Oltre a ciò esse trattano, non solo di casi singoli, ma anche di principi generici filosofico-teologici e di ampie visioni storiche, e talvolta raggiungono una grande ampiezza: sotto questi aspetti, dunque, si avvicinano molto al tipo dell’epistola, quale più quale meno. Anche astraendo dallo scritto agli Ebrei, che ha tutto dell’epistola, la lettera ai Romani si avvicina moltissimo allo stesso tipo; altre vi si avvicinano di meno; il biglietto a Filemone rimane una piccola «lettera» in senso rigoroso, pur contenendo i saluti a coloro che tengono le adunanze cristiane in casa del destinatario (Filem., 2) Rimane tuttavia verissimo che le felici scoperte di papiri, conservati dalle sabbie dell’Egitto, ci hanno offerto nuovi elementi per valutare più giustamente la veste letteraria delle lettere di Paolo. Quei papiri hanno conservato numerose lettere di carattere strettamente privato, le quali offrono non pochi riscontri, di stile e di lessico, con le paoline; vi si rileva la stessa cordialità familiare, il medesimo schema diviso in tre. Qui dobbiamo fornire alcuni necessari schiarimenti sulla stesura materiale delle lettere di Paolo.  Esse furono scritte su papiro, il materiale scrittorio comunemente impiegato a quei tempi. Dalla pianta egiziana del papiro si tagliavano verticalmente strisce sottilissime, lunghe anche un metro e larghe pochi centimetri; queste strisce, unite fra loro in uno strato longitudinale, erano poi rafforzate da un altro strato di strisce applicato trasversalmente: i due strati, uniti insieme per compressione, formavano un foglio di «carta», e dal nome della pianta che forniva le strisce sono derivati i nomi odierni, francese papier, tedesco Papier, inglese paper. Si fabbricavano fogli di vari tipi, per finezza e per prezzo: uno dei migliori tipi era quello ieratico, largo circa 24 centimetri. Per lettere ordinarie, di solito brevi, bastava un solo foglio; per quelle più lunghe, al primo foglio se ne incollava in margine uno o più altri, fino ad ottenere lo spazio sufficiente. Questa serie di fogli incollati, arrotolata su se stessa dopo ch’era stata scritta, formava un volumen più o meno grande.  Si scriveva con inchiostro e con cannellini, calami, o penne d’oca temperate. Quando il foglio era di qualità scadente, la scrittura diventava difficile, e lo scriba era costretto in sostanza a disegnare le lettere e quasi a pennellare. Il tipo di scrittura variava a seconda del materiale impiegato e anche della perizia dello scriba: si hanno, da una stessa epoca, scritture unciali, semiunciali, corsive grandi sia regolari, sia irregolari, e anche corsive molto minute; ma chi non era scriba di professione doveva preferire le forme semiunciali, o almeno le corsive grandi e ben marcate, perché erano più facili ad eseguirsi e di maggior chiarezza a leggersi, anche se richiedevano maggior tempo a scriversi. Che Paolo fosse nel numero di costoro, si può argomentare da quelle poche righe ch’egli aggiunge di sua mano in fondo alla lettera ai Galati (6, 11): Vedete con che grosse lettere scrissi a voi  di mia mano! Egli, volendosi far sentire bene dai Galati in quel tratto finale, che riassume tutta la severa lettera, cessa in quel punto di dettare all’amanuense, e scrive di sua propria mano calcando anche più la sua scrittura abitualmente grossa e forse già nota ai destinatari.     Quando la lettera era scritta, se era breve, il suo foglio veniva ripiegato e poi sigillato con pece o cera: al di fuori si scriveva nome e luogo del destinatario, e talvolta anche quello dei trasmettitori o delle soste intermedie. Se era una lunga lettera, il suo volumen si introduceva in una busta (paenula) che veniva sigillata, oppure era avvolto in un foglio di custodia, legata poi attorno con una cordicella e sigillato. La scrittura materiale di lettere quali quelle di Paolo richiedeva una fatica molto grave e molto lunga, che noi oggi difficilmente supporremmo. Anche astraendo dallo sforzo mentale per dominare i concetti ardui e sottili e per trovare termini adeguati ad esprimerli, la sola lunghezza del testo richiese quasi sempre più giorni di scrittura; ma poiché Paolo concedeva probabilmente solo ore serali o notturne alle sue lettere (giacché di giorno lavorava per guadagnarsi la vita), e poiché d’altra parte uno scriba ordinariamente non reggeva a più di due o tre ore di lavoro continuo (giacché scriveva in posizione scomodissima, accoccolato in terra, e sorreggendo il foglio su una tavoletta con la mano sinistra), bisogna concludere che le lettere di Paolo stavano in lavorazione anche varie settimane. Gli antichi ordinariamente non scrivevano da se stessi le loro lettere, ma le dettavano a schiavi amanuensi per evitar la fatica: di mano propria aggiungevano in fondo di solito una parola di saluto, oppure scrivevano la lettera per intero soltanto in casi speciali e a persone carissime. Paolo non aveva schiavi a cui dettare, ma si servì sovente di amici o discepoli; i quali certamente si prestavano tanto più volentieri a questo ufficio, in quanto sapevano ch’egli passava le sue giornate maneggiando duri strumenti di lavoro e ispidi peli di capre, e perciò la sera aveva la mano tremolante e le dita stanche. Tuttavia anch’egli aggiungeva in fondo alla lettera la sua nota autografa di saluto, e in qualche caso scriveva tutta la lettera da sé. È attestato che l’amanuense della lunga lettera ai Romani fu un certo Terzo (Rom. 16, 22); per la I Tessalonicesi (cfr. 1, 1) si possono essere alternati come amanuensi Silvano (Sila) e Timoteo, giacché il primo risulterà più tardi amanuense anche di Pietro (1 Pietro 5, 12). L’annotazione finale autografa è attestata esplicitamente per I Corinti (16, 21), Colossesi (4, 18), e II Tessalonicesi (3, 17) ove si avverte che tale annotazione dovrà essere il contrassegno di ogni lettera (per farla distinguere da lettere falsificate, mandate in giro sotto il nome di Paolo); ma anche là dove l’annotazione autografa oggi non è più attestata esplicitamente, è da considerarsi implicita. Il caso di Galati (6, 11 seg.) è parimente annotazione autografa, perché l’aoristo del verbo  è impiegato secondo l’uso epistolare degli antichi, che si riferiva al tempo in cui il destinatario leggeva la lettera, e perciò equivale al nostro presente (cfr. Filemone 19, 21;  1 Pietro, 5, 12; 1Giovanni 5, 13  testo greco); molti interpreti antichi invece credettero che tutta la lettera ai Galati fosse stata scritta da Paolo di sua mano, riferendo il verbo alla parte anteriore della lettera. Il biglietto a Filemone sembra ben essere tutto autografo di mano di Paolo (Filem. 19-21)      Lo schema della lettera di Paolo segue lo schema epistolare dei suoi tempi. Gli antichi dividevano la lettera in tre parti. – La prima era il titolo (praescripturn), che conteneva il nome del mittente e quello del destinatario, ordinariamente con poche parole di saluto o di encomio  La seconda parte era il corpo della lettera, che trattava, dei vari affari e poteva essere più o meno lunga. – La terza parte era la conclusione, ordinariamente assai breve e che poteva anche mancare del tutto; talvolta conteneva la data e il luogo in cui era stata scritta, più spesso i saluti dello scrivente o anche di altri.   Con la prima parte, o titolo (praescriptum), non dev’esser confusa la soprascritta (inscriptio) che si aggiungeva nel rovescio dello stesso foglio dopo ch’era stato ripiegato e chiuso, oppure nel foglio di custodia: questa soprascritta serviva solo per il recapito, e se la lettera veniva poi ricopiata, la soprascritta veniva tralasciata, se già non era andata perduta lacerando il foglio di custodia. Nel corpo della lettera Paolo, di solito, dedica la prima parte a trattazioni teoretiche, di fede o altro, mentre riserva la seconda parte a questioni pratiche: ma, a seconda delle circostanze, ammette anche mescolanze e ritorni. Infine, poche osservazioni sulla lingua usata da Paolo. Essa è il greco della koiné, quello parlato dalla grande massa, sia dai ceti medi ed elevati, sia dalla plebe: ma il tipo usato da Paolo è assai più vicino al tipo dei ceti colti che a quello della bassa plebe. Benché semita di stirpe e d’educazione, egli fin da bambino aveva appreso il greco, e da uomo maturo conosceva bene la struttura grammaticale e possedeva ampiamente il lessico di questa lingua. Come egli non si cura della levigatezza stilistica, così pure e per le stesse ragioni non si preoccupa della purezza della lingua: perciò non è da aspettarsi da lui quella eleganza studiata che si ritrova in scrittori atticizzanti dei suoi tempi, sebbene le sue occasionali citazioni di scrittori pagani  dimostrino che egli non ne sia affatto digiuno. Semitismi si riscontrano nelle sue lettere, e sono naturali in uno scrittore semita che tratta d’argomenti ebraici e impiega continuamente le sacre Scritture ebraiche: lo stesso avviene, in misura varia, presso gli altri scrittori del Nuovo Testamento; tuttavia i papiri recentemente scoperti hanno mostrato spesso che talune forme, stimate prima semitismi, non sono tali in realtà, e che erano impiegate usualmente nel greco della koiné. Ma anche sul materiale lessicografico greco da lui impiegato, Paolo imprime il suo stampo personale. Alcune parole ricevono da lui significati nuovi, o almeno sfumature nuove; altre volte egli fabbrica nuovi verbi oppure nuovi connessi di parole, per esprimere nuove idee; s’aiuta con i participi, quando manca la parola ch’egli cerca. Con questi ed altri artifizi egli riuscì a fabbricare il primo armamentario di espressioni tecniche a servizio della teologia cristiana. Sotto questo aspetto il suo merito, come il suo ardimento, furono immensi. Alla fine di quello stesso secolo Giovanni depositerà in quello stesso armamentario il suo grandioso termine «Logos», infondendogli un significato ben diverso da quello che aveva avuto presso i filosofi greci o i Giudei alessandrini: e anche l’ardimento di Giovanni fu certo grande, specialmente per il significato ch’egli annetteva a quel termine. Ad ogni modo l’autore del IV vangelo poteva ben addurre a sua giustificazione i molti ardimenti di Paolo, additando nell’armamentario teologico da costui iniziato i numerosi termini tecnici da lui depositativi già un mezzo secolo prima.                     Le conseguenze di questa iniziativa di Paolo si poterono valutare in pieno soltanto qualche secolo più tardi, allorché per le nuove circostanze dei tempi si dovettero coniare nuovi termini fino allora mancanti. Quando, alcuni secoli prima, Paolo passava lunghe serate in quel suo laboratorio da tessitore, in piedi, poggiando appena un braccio sull’angolo del telaio, mentre la sua mano nervosa tormentava incessantemente la barba, e stava là a dettare con faticosa lentezza parola su parola a Terzo , il quale accoccolato a terra in un angolo scriveva con la tavoletta sulle ginocchia e con la lucerna sul pavimento – Paolo in quelle serate fondava la prima università di teologia che abbia avuto il cristianesimo. 

L’APOSTOLO DELLE GENTI FRA GIUDAISMO E CULTURA ELLENISTICA – 2009

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/116q04a1.html

L’APOSTOLO DELLE GENTI FRA GIUDAISMO E CULTURA ELLENISTICA – 2009

LA MATRICE EBRAICA DI PAOLO

Il 20 maggio si apre, presso il Pontificio Istituto Biblico a Roma, il simposio internazionale « Paul in his Jewish Matrix » organizzato dal Centro Cardinal Bea per gli studi giudaici della Pontificia Università Gregoriana in collaborazione con l’Università Ebraica di Gerusalemme, con l’Università Cattolica di Lovanio e con la basilica di San Paolo fuori le Mura. Pubblichiamo – nella traduzione di Maria Brutti – alcune parti di una delle due letture pubbliche in programma.

di Ed Parish Sanders Duke University (Durham, North Carolina) Da tempo si discute su quanto profondamente Paolo fosse influenzato dalla cultura ellenistica o greco-romana. Dal punto di vista storico, gli studiosi del Nuovo Testamento offrono un’ampia gamma di possibilità:  dall’uomo che ellenizzò il cristianesimo al rabbi che modificò e allargò il suo pensiero senza cambiare le caratteristiche della sua visione. Non sono competente per accertare la profondità dell’ellenismo di Paolo, cercherò invece di definire alcuni degli aspetti principali della sua ebraicità, concentrandomi sulle più ampie categorie che sono a noi accessibili, per prima l’istruzione. Nel mondo antico, tutti sapevano che  i  bambini  memorizzano  abbastanza facilmente, e che memorizzare nell’età infantile o giovanile è molto più facile che portare con sé rotoli pesanti  e  girarli  avanti  e  indietro in cerca di un passo. L’istruzione antica era basata sulla lettura ad alta voce, la ripetizione, e spesso la memorizzazione – sia voluta sia casuale – nasceva soltanto dalla ripetizione. I giovani maschi dell’élite del mondo greco-romano imparavano a memoria una grande quantità di poesia greca e i romani anche una notevole quantità di materiale latino. Uno degli scopi dell’istruzione era mettere una persona in grado di tirare fuori la citazione appropriata in tribunale o in senato. Così l’istruzione basata sulla memorizzazione, che a sua volta si esprimeva nella citazione. Paolo stesso scrisse di essere superiore alla maggior parte dei suoi contemporanei nello zelo per le tradizioni dei suoi antenati (Galati, 1, 14). Ritengo che questo significhi che egli era il ragazzo più intelligente nella classe e che imparava di più riguardo agli argomenti che studiava. Quando incontriamo Paolo nelle sue lettere probabilmente aveva circa quaranta o cinquanta anni, e il suo cervello non era così agile come quando ne aveva quindici, ma aveva ancora facilità di ricordare e citare ciò che aveva imparato. Dalle sue citazioni, si può dedurre che Paolo imparò a memoria la Bibbia in greco, almeno ampie parti. Tuttavia nelle lettere giunte fino a noi non cita niente altro se non una sentenza:  « Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi » (i Corinzi, 15, 33) che segue immediatamente una citazione da Isaia. Se avesse memorizzato i giusti passi della filosofia greca avrebbe aggiunto una citazione in ii Corinzi (4, 18), dove scrive che ciò che si vede è effimero, ma ciò che non può essere visto è eterno. Anche le opere del suo più anziano contemporaneo, Filone, gli sarebbero venute in aiuto. Allo stesso modo, sarebbe stato facile per uno studioso della filosofia greca usare una citazione a supporto di Filippesi 4, 11:  « Ho imparato a essere auto-sufficiente ». La parola fu riferita a Socrate e usata in varie scuole della filosofia greca, comprese il platonismo e lo stoicismo. Paolo chiaramente non ignorò del tutto il pensiero greco, ma sembra non aver avuto le citazioni appropriate sulle punte delle dita, quindi probabilmente non aveva imparato a memoria molta letteratura greca durante la sua vita di studente, che presumibilmente terminò all’età di quindici o sedici anni. Perciò riguardo all’aspetto fondamentale della matrice ebraica di Paolo, si può ipotizzare che da ragazzo e da giovane studiò la Bibbia greca, imparandola a memoria, tutta o parzialmente. La sua istruzione, se non esclusivamente ebraica, fu comunque fortemente ebraica. Due aspetti dell’uso delle citazioni nell’argomentazione risaltano se considerati alla luce della memorizzazione. In primo luogo Paolo era in grado di lavorare su singole parole. In Galati, 3 cita gli unici passi della Settanta che combinano insieme le radici per i termini « fede » e « giustizia ». Cita anche l’unico  passo della Settanta che combina  le  parole « legge » e « maledizione ». Questo sarebbe facilmente spiegabile se avesse imparato a memoria Genesi, Deuteronomio e Abacuc. Se avesse dovuto davvero trovare ogni singolo uso delle combinazioni di queste parole girando i rotoli, avrebbe impiegato giorni, se non settimane. L’unica spiegazione ragionevole è la memoria. In questo caso particolare non voleva dire in generale che la disobbedienza ai comandamenti procurava una maledizione, ma voleva piuttosto collegare « maledizione » con la parola « legge », e la sua memoria fece emergere il riferimento. Credo che la memoria sia anche responsabile del fatto che molte delle citazioni di Paolo sono combinate insieme. Notiamo infatti che Galati, 3, 8, « tutti i Gentili saranno in Te benedetti », combina Genesi, 12, 3 con 18, 18, mentre Galati, 3, 10 prende in prestito da Deuteronomio, 27, 26 e 28, 58. Una volta che la memoria possiede una parola chiave, produce passi che contengono quella parola, ed è molto più probabile che la conflazione sia il risultato della memoria piuttosto che del girare pagine di un rotolo e prendere deliberatamente una parola da un passo e poche da un altro. Certo il procedimento empirico non è così difficile se si combinano passi a distanza soltanto di pochi capitoli. Ma dove, per esempio, Paolo combina Isaia e Geremia, è molto difficile che il raccordo sia stato ottenuto girando i rotoli con attenzione. Quando propongo a vari colleghi la tesi secondo la quale Paolo aveva imparato a memoria la Bibbia, gli studiosi cristiani considerano l’idea come qualcosa che va da « altamente improbabile » a « totalmente impossibile », mentre quelli ebrei danno per scontato che sia andata così. La lingua di Paolo è impregnata dalle parole della traduzione greca della Scrittura ebraica. Questo va molto al di là delle citazioni formali. Paolo era in grado di scrivere e argomentare senza citare esplicitamente la Scrittura e può darsi che lui predicasse abitualmente ai gentili senza riferirsi in modo manifesto alla Bibbia. In Filemone, i Tessalonicesi, Filippesi e ii Corinzi non c’è una sola esplicita citazione dalla Scrittura ebraica, cioè nessun esempio in cui Paolo scrisse « come sta scritto » o qualcosa di simile. Tuttavia, in tutti questi casi, tranne che in Filemone, la lingua della Bibbia Greca è evidente in numerosi luoghi. Sembra che gli studiosi del Nuovo Testamento pensino che Paolo avesse una grande biblioteca con gli oltre venti rotoli richiesti per contenere la Bibbia, e che possedesse un grande studio con numerosi tavoli sui quali i rotoli potessero essere aperti e confrontati. Questa visione è una versione antica dell’immagine di un professore moderno, ma la realtà è diversa. Per molti anni Paolo trascorse settimane o mesi sulla strada, senza avere asini sufficienti per trasportare un’ampia biblioteca attraverso le Porte della Cilicia o da una parte all’altra della pianura anatolica. Quando era pronto per sedersi a una tavola per lavorare il cuoio o fabbricare tende, non riusciva ad affittare un enorme studio invece di un semplice riparo sulle mura. Le difficoltà finanziarie dell’Apostolo depongono contro tesi di questo genere e fanno pensare che Paolo trasportasse la Bibbia direttamente nel suo cervello. Non dobbiamo però pensare che imparasse a memoria tutto ricordando ogni singola parola di seguito per tutto l’intero testo biblico. Piuttosto, le citazioni di Paolo rivelano ciò che Albert Baumgarten ha chiamato « un’arte di investigazione e di recupero ». Paolo riusciva a trovare nel suo cervello testi che corrispondevano, più o meno bene, alle parole e alle idee di cui aveva bisogno quando ne aveva bisogno. Questo nasce, di solito, da una lettura costante e ripetuta. Se fosse stato in grado di iniziare con il primo libro e recitare a memoria l’intero testo è un problema diverso. Tutto ciò che noi sappiamo riguardo alla sua memoria è che era in grado di fare ciò che le sue citazioni rivelano:  usare a piacimento testi contenenti certe parole quando ne aveva bisogno. Per quello che sappiamo, Paolo conobbe la Bibbia bene anche in ebraico. Possiamo dimostrare solo che egli di solito la citava in forma molto vicina alla Settanta come essa ci è stata tramandata. Ma questo non smentisce la teoria che studiò a Gerusalemme e conobbe la Bibbia in ebraico. Non sono del tutto convinto che Paolo fu istruito solo a Gerusalemme, ma non mi sembra impossibile che parte della sua istruzione sia avvenuta lì. Vorrei ora descrivere molto brevemente  alcuni  degli  aspetti  più  ampi del pensiero di Paolo. Credo che nessuno di essi richieda molta elaborazione né molta prova del massimo della quintessenza dell’ebraicità, ma voglio registrare  il  fatto  che  le  più  importanti categorie del suo pensiero sono ebraiche. Nel senso stretto della parola, la sua teologia fu una forma di monoteismo  modificato.  « Modificato »  significa che oltre il vero o alto Dio si trovò spazio per altri dei, signori e poteri spirituali. Come ha di recente sottolineato Paula Fredriksen, molte persone, non solo ebrei, condividevano questa forma di monoteismo. Nella versione di Paolo, ciò che era ebraico fu che il vero Dio era il Dio di Israele. Tra le fonti giudaiche, le visioni di Paolo sono più vicine ai Rotoli del Mar Morto e ad alcune delle Apocalissi. Egli poi si univa agli ebrei suoi contemporanei nel denunciare l’adorazione di idoli. La visione di Paolo del tempo e della storia era giudaica. La visione greca più comune era che la storia è ciclica. Nel giudaismo, la storia comincia con la creazione e va verso uno scopo stabilito da Dio. Questa fu esattamente la visione di Paolo. La visione di Paolo della storia fu altamente escatologica, incentrata sull’arrivo imminente del climax della storia ordinaria. Molte culture hanno visioni di escatologia individuale:  ricompense e punizioni dopo la morte. Molte forme di giudaismo, comunque, seguendo parti della Bibbia, tendono verso la visione di un grande climax, dopo il quale gli eletti godranno pace, prosperità e sicurezza. Le aspettative dell’Apostolo sono, di nuovo, molto vicine a quanto si trova in alcune Apocalissi. La visione di Paolo riguardo alla sua attività è parte della sua escatologia. Sebbene gli apostoli dei gentili come lui non figurino nelle predizioni dei profeti ebraici, che sembrano aver atteso che i gentili spontaneamente si volgessero al Dio di Israele, la missione di Paolo fu a servizio di una visione giudaica del mondo. L’etica di Paolo fu giudaica. Tutti si opponevano all’assassinio, all’adulterio, al latrocinio, all’estorsione e così via. La più grande distinzione tra il giudaismo e il resto del mondo fu l’atteggiamento verso l’attività omosessuale. Paolo si unì ad altri ebrei nell’esservi totalmente contrario. Egli discute in dettaglio pochi argomenti di morale, ma la maggior parte delle sue opinioni etiche, inclusa la denuncia dell’attività omosessuale, appare nelle liste dei vizi. L’istruzione di Paolo, la giovinezza, la teologia, la visione del mondo, la vocazione e le opinioni riguardo al comportamento corretto sono tutte distintamente e profondamente ebraiche. Ma nonostante l’origine del movimento cristiano come una setta giudaica e l’assoluta ebraicità di Paolo, non dovremmo trascurare nelle sue lettere le indicazioni dove distingue il suo gruppo da ciò che egli chiamava giudaismo. Osserviamo innanzi tutto i passi in cui compare la parola « giudaismo »:  Paolo usa due volte il sostantivo, in Galati, 1, 13-14, e una volta il verbo « giudaizzare », in Galati, 2, 14. Non sono ricorrenze numerose, ma « giudaismo » sembra costituire un’entità del suo passato, non la stessa del suo gruppo attuale. Paolo usa termini specifici per il suo gruppo, senza arrivare alla parola « cristiano » o « cristianesimo » fa riferimento a una distinta terminologia. Gli studiosi spesso ignorano o sottovalutano questo aspetto. In Galati, 6, 16, egli usa la frase « l’Israele di Dio » che indica forse proprio il suo gruppo. Paolo chiama inoltre il suo gruppo, « la chiesa » o, meglio, « la comunità », una parola che occorre da sola e in una molteplicità di frasi. Spesso indica il suo gruppo con una frase che include la parola « Cristo ». I « morti in Cristo » hanno una posizione speciale quando il Signore ritornerà (i Tessalonicesi, 4, 16). Nelle lettere rimaste, Paolo saltuariamente usa una terminologia tripartita:  « Non date scandalo né ai giudei né ai greci né alla chiesa di Dio » (i Corinzi, 10, 32). In Romani distingue « noi » – il suo ambiente – dai giudei e dai gentili, che sono i gruppi dai quali « noi » siamo stati chiamati. I « giudei » e « la chiesa di Dio » sono entità distinte. Dal punto di vista terminologico, allora, Paolo distingue il suo gruppo sia dai giudei sia dai gentili, sia dal giudaismo sia dal paganesimo. La terminologia riflette la realtà sociale che Paolo abitava in un mondo tripartito:  c’erano ebrei, pagani e quelli che appartenevano a Cristo, alcuni dei quali erano appartenuti al giudaismo e alcuni al paganesimo. I convertiti di Paolo, per quanto sappiamo, furono gli ultimi:  i gentili, precedentemente pagani o idolatri. Lo afferma in modo esplicito nel caso dei cristiani di Tessalonica e della Galazia (i Tessalonicesi, 1, 9; Galati, 4, 8), e il desiderio dei suoi convertiti di Corinto di seguire pratiche idolatriche indica un background  di  paganesimo (i Corinzi, 8, 10). Gli Atti mostrano Paolo in origine come un apostolo dei giudei della diaspora, che si rivolse ai gentili solo dopo la delusione per l’esito della sua missione precedente. La visione di Paolo è del tutto differente:  Cristo lo inviò ai gentili. Troviamo la stessa idea quando consideriamo il suo compromesso con gli apostoli di Gerusalemme:  lui e Pietro si divisero il mondo, Pietro sarebbe andato dagli ebrei, Paolo dai gentili (Galati, 2, 7-10). Alcuni studiosi hanno interpretato questa come una divisione geografica, ma l’interpretazione più ovvia del linguaggio – che si riferisce ai « circoncisi » e ai « non circoncisi » – è una divisione etnica. Secondo questo accordo, Paolo non fu apostolo di chiunque dal vicino Oriente all’Europa, ma si dedicò ai pagani. Non voglio dire che avrebbe rifiutato l’opportunità di proporre il vangelo agli ebrei, ma questa non fu la sua missione. La caratteristica sociale dei suoi convertiti era evidente a Paolo, talvolta dolorosamente. Poiché non erano né ebrei né pagani, essi erano isolati, senza una identità sociale riconoscibile. Questa mancanza di identità poteva portare a persecuzioni per la distanza dai culti locali. Anche in assenza di persecuzione, i suoi seguaci dovevano rinunciare a molti dei piaceri della vita civile, come i banchetti di carne rossa, che erano disposti dalle celebrazioni pubbliche religiose. Vediamo così che il vocabolario di Paolo per il suo gruppo riflette accuratamente la nuova realtà sociale che risulta dalla sua predicazione del vangelo di Cristo:  una comunità di gentili che rinuncia all’idolatria, che pratica il culto del Dio di Israele fuori dalla sinagoga, che non conta né come ebraica né come pagana e che riconosce Gesù come suo Salvatore e Signore. Qualcuno potrebbe pensare che proponendo questa distinzione sociale e terminologica tra il gruppo di Paolo e il giudaismo io sostenga che Paolo cessò di essere ebreo. Non è così. La sua auto-identità è un altro problema. Paolo ebreo considerò se stesso come un apostolo ebreo dei gentili. D’altra parte, dobbiamo considerare la sua ferma convinzione che lui e le altre membra della sua comunità avevano acquistato una nuova identità. Paolo era un ebreo diventato un’unica persona con Cristo. E, come scrisse, se qualcuno è in Cristo, è « una nuova creazione » (ii Corinzi, 5, 17). Tuttavia, essere una sola persona con Cristo, parte di una nuova creazione, non rende Paolo stesso un non ebreo. Gesù era un ebreo e credo che per nessun motivo Paolo avrebbe rifiutato la sua identità etnica. Tuttavia la questione presente non è di definire la sua identità, ma piuttosto di chiarire il fatto che egli non pensava al suo gruppo in termini di « giudaismo ». L’unico modo con il quale avrebbe potuto affermare o pensare che le sue chiese costituivano parte del « giudaismo » sarebbe stato facendo una chiara distinzione tra falso e vero Israele. Avrebbe potuto scrivere che la nuova creazione era il vero giudaismo ma, per quanto ne sappiamo, non lo fece. Così egli fu ebreo e anche una persona nuova in Cristo, ma la sua comunità non formava « giudaismo »,  che  rimaneva un’entità  separata. Mentre Paolo riconobbe la distinzione sociale che lui e gli altri stavano creando dalle fondamenta – una nuova identità spirituale, né ebraica né pagana – questa divisione non era né ciò che voleva né ciò che attendeva come esito finale. La sua teologia ebbe un’ottica differente. Secondo lui ci sarebbe stato un unico gruppo universale, che avrebbe incluso ebrei, greci e barbari, tutti in Cristo. Non era accettabile che i membri gentili del suo movimento giudaizzassero, riducendo così il numero dei gruppi a uno solo. La sua opposizione al giudaizzare causò le più forti invettive presenti nelle sue lettere. Il suo gruppo non avrebbe dovuto giudaizzare; piuttosto, chiunque altro si sarebbe dovuto unire. Dal punto di vista teologico, Paolo sapeva quale doveva essere l’esito finale e vedeva anche che il piano presente per giungervi non funzionava perfettamente. La strategia, ricordiamo, prevedeva che lui (e apparentemente altri) avrebbe convertito i gentili alla fede in Cristo. Pietro e presumibilmente gli altri apostoli di Gerusalemme avrebbero persuaso anche gli ebrei a porre la loro fede in Gesù. Allora tutti avrebbero fatto parte del popolo di Dio, uniti dalla fede in Cristo. Secondo la propria opinione, Paolo era vicino alla fine delle sue fatiche. Dopo un trionfo in un dibattito con i Corinzi, infatti, espresse ottimismo sul suo successo apostolico:  « Grazie a Dio, il quale in Cristo ci conduce sempre in processione trionfale e per mezzo nostro diffonde in ogni luogo il profumo che viene dalla sua conoscenza » (ii Corinzi, 2, 14). Nella opinione di Paolo, Pietro aveva lavorato molto meno bene. Questo è evidente dalla innovazione di Romani 11. L’aspettativa comune di un ricongiungimento alla fine dei tempi del popolo di Israele e del volgersi dei gentili verso Dio aveva seguito la sequenza ovvia:  prima Israele, poi i gentili. Questo è in realtà un tema dei primi due capitoli di Romani:  « l’ebreo prima e poi anche il greco » (1, 16; 2, 9-10). Così Pietro avrebbe dovuto preparare gli ebrei, mentre Paolo portava la sua missione coronata da successo ai gentili. Ma gli ebrei non erano pronti. E così Paolo sviluppò un piano alternativo:  i suoi gentili sarebbero entrati per primi nella nuova creazione. Questo avrebbe reso i giudei gelosi e li avrebbe convinti ad affrettarsi, in questo modo Paolo indirettamente avrebbe salvato « alcuni » ebrei assieme ai gentili (Romani, 11, 13-14). Egli ripete lo schema ai versi 25-26:  il « numero totale dei gentili » entrerà e così, in questo modo, « tutto Israele sarà salvato ». Per essere sicuro che il lettore accolga la sua scoperta, lo ripete una terza volta. Gli ebrei sono stati disobbedienti « in modo che, a causa della misericordia mostrata a voi (gentili) anche essi possano ora ricevere misericordia » (11, 30-31). L’uso di « in modo che » – hìna in greco – sottolinea la divina intenzione:  Dio ha reso gli ebrei disobbedienti per un periodo, allo scopo di autorizzare i gentili ad avere accesso per primi, cosa che consentirebbe poi di entrare agli ebrei. Paolo ha da poco scoperto quello che ritiene il vero piano di Dio per salvare tutti, una revisione rispetto a ciò che lui e gli altri avevano pensato in precedenza. Ora vede che proprio la sua missione verso i gentili aiuterà gli ebrei a salvarsi, in modo che tutti ricevano misericordia. Possiamo pensare però che il successo di Paolo come apostolo e la sua teoria sulla gelosia degli ebrei sia piuttosto un filo sottile a cui appendere la speranza della salvezza eterna per tutti. Da Romani, 11, 13 a 11, 32 Paolo offre per tre volte un modo razionale attraverso il quale Dio può salvare il mondo, una sequenza in cui la sua missione gioca un ruolo cruciale. Ma alla fine deve aver fiducia che sarà lo stesso Dio a escogitare un sistema. Il cervello fertile e ingegnoso di Paolo non può immaginare tutto. Siamo partiti dalle distinzioni sociali tra ebreo, pagano e cristiano così come appaiono nelle lettere di Paolo e arrivati alla soluzione teologica/escatologica di Paolo, alla divisione sociale degli esseri umani:  tutti saranno un solo popolo. Gli apostoli dovranno fare del loro meglio per portare tutti nel corpo di Cristo, mentre la storia ordinaria continua, sebbene il tempo sia davvero breve. Ma alla fine del tempo, quando il redentore verrà dal monte Sion, Dio compirà lo scopo – la salvezza del mondo – in un modo che noi non possiamo comprendere. Tornando alla fine di Romani, 11 e alla salvezza dell’umanità non si può immaginare un piano che sia più interamente ebraico. Nel background c’è la dottrina giudaica secondo la quale Dio ha creato il mondo e lo ha dichiarato buono:  questo principio è ovvio nella prima fiammata di universalismo di Paolo, i Corinzi, 15, 22:  « Come tutti muoiono in Adamo, così in Cristo tutti riceveranno la vita ». Questo passo porta immediatamente alla soggezione a Dio alla fine di « tutte le cose » (i Corinzi, 15, 27-28). Proprio come – secondo Romani, 11, 32 – Dio ha rinchiuso gli uomini nella disobbedienza così da salvarli tutti, così come Dio ha sottomesso l’intera creazione alla caducità così da renderla « libera dalla sua schiavitù alla corruzione » quando Lui porterà la storia ordinaria alla sua fine (Romani, 8, 20-21). Che Dio abbia un piano benefico a lungo termine per una fine felice della storia ordinaria è un pensiero profondamente  giudaico,  sebbene  i  beneficiari siano diversi nei differenti corpi della letteratura. Che il piano includa peccato e sofferenza lungo la strada è ugualmente  giudaico.  Allo  stesso modo,  secondo  Giuseppe,  Dio  progettava il trasferimento del potere a Roma e  progettava  la  distruzione del tempio, che doveva essere purificato a causa dello spargimento di sangue e del peccato. Sintetizzando, Paolo viveva e operava in un mondo che parlava greco. Quale che fosse la sua conoscenza di questo contesto, la sua istruzione e la sua educazione furono ebraiche; le categorie principali del suo pensiero furono ebraiche; la sua missione si svolse nel tessuto dell’escatologia ebraica; l’esito finale che desiderava ardentemente fu una forma universale di speranza ebraica. Temporaneamente, egli pensò, creò un terzo gruppo, né ebreo né gentile, come parte della nuova creazione che sarebbe arrivata pienamente quando il Dio di Israele, l’unico vero Dio, avrebbe portato la storia ordinaria alla sua conclusione.

(L’Osservatore Romano 21 maggio 2009) 

L’APOSTOLO SENZA FRONTIERE

http://letterepaoline.net/2010/03/31/l%E2%80%99apostolo-senza-frontiere/

L’APOSTOLO SENZA FRONTIERE

Questa voce è stata pubblicata il 31 marzo, 2010, in Approfondimenti, Per conoscere Paolo. di Franco Cardini

Testo tratto dal numero speciale di “Luoghi dell’infinito” (supplemento mensile del quotidiano “Avvenire”) dedicato all’Anno Paolino (n. 7, luglio 2008, pp. 16-23).

«Io non Enea, io non Paolo sono»: così Dante, al principio della Commedia (Inferno, II, 32), dichiara la sua indegnità e impossibilità di ascendere al cielo, come invece avevano fatto, per speciale grazia divina, sia il progenitore del fondatore di Roma, sia il vas electionis, Paolo di Tarso, com’egli testimonia nella Seconda lettera ai Corinti (12,2-5). Delle narrazioni che hanno per tema le ascese al cielo, l’Alighieri tace quella – nella quale non credeva, ma di cui aveva pur notizia – del profeta Muhammad, attestata in quel Kitab al-Miraj, il Libro della Scala arabo-ispanico, che potrebbe essere tra le fonti del grandioso poema. In materia di viaggi di Paolo, sarebbe bello poter cominciare da quello arcano e ineffabile che lo lasciò turbato e impaurito, e del quale non osava parlare se non in terza persona: «So di un uomo del Cristo, quattordici anni fa – fu nel corpo, non lo so, oppure fuori del corpo, non lo so, Dio lo sa – il quale venne rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo – fosse nel corpo o senza corpo, non lo so, Dio lo sa – venne rapito nel Paradiso e udì parole indicibili, che è proibito a un uomo dire. Di quest’uomo mi vanterò, ma non mi vanterò di me stesso…». Non è però all’ineffabile che ci volgeremo. L’uomo che Agostino definì “il gran leone di Dio” e che Antonio Gramsci vedeva – in una prosperava, ai suoi occhi, sommamente laudatoria – come “il Lenin del cristianesimo”, era un indomabile genio dell’azione. Nacque in una data che gli specialisti non sono stati in grado di fissare e che continua a oscillare fra il 5 e il 15 d.C. Il fariseo Saul di Tarso in Cilicia, della tribù di Beniamino, allievo di rabbi Gamaliele, era ebreo di formazione rigorosissima eppure fiero della versione latina del suo nome, Paulus, che ne sottolineava la cittadinanza romana conferita agli abitanti di Tarso già da Marco Antonio. Era stato educato a Gerusalemme, dove aveva appreso il mestiere di tessitore di tende, tipico della gente della sua regione. In Gerusalemme guidò la lotta con i primi nuclei cristiani e fu, a quanto sembra, ispiratore o istigatore della lapidazione del protomartire Stefano. Poteva avere dai 23 ai 33 anni allorché, nel 38, quel misterioso incidente sulla via di Damasco lo mutò per sempre. Se già prima di allora si era dimostrato instancabile, dopo il battesimo ricevuto nella metropoli siriaca da Anania lo fu ancora di più. Dev’esser chiaro che di lui non abbiamo notizie storiche extrascritturali: ne sappiamo solo quel po’ che ci dicono gli Atti degli Apostoli, attribuiti all’evangelista Luca, medico amico e collaboratore di Paolo, e le Lettere paoline. La critica lavora sulle corrispondenze tra i dati storici che possiamo trarre dai testi .neotestamentari e quello che sappiamo con documentata certezza: gli esiti di tale confronto sono obiettivamente esigui e non consentono di replicare con certezza a chi propende per l’ipotesi che Atti e Lettere siano stati abilmente redatti da autori posteriori ai fatti narrati, i quali avrebbero costruito un castello di architettate corrispondenze storiche. Sul piano della ragione e della critica, la questione resta aperta. Il cristiano non deve dimenticare che la veridicità di alcuni dati storici relativi alla fede è garantita non già dalla documentabile realtà storica bensì dal dogma: il Simbolo elaborato dal concilio di Nicea del 325, cioè il Credo, fonda come materia di fede quanto riguarda la vita, la morte e la resurrezione di Cristo, quindi il nucleo del racconto evangelico e del magistero paolino. La critica storica, che appartiene alla ragione, non può sostituirsi alla fede: ed è in forza di questa che noi sappiamo essere Verità anche ciò che alla luce di quella non può essere affermato con certezza razionale. Come sottolinea egli stesso nella Prima lettera ai Galati (1,1), Paolo era profondamente convinto di aver ricevuto la sua missione apostolica «non da parte di uomini… bensi per mezzo di Gesù Cristo e da parte di Dio Padre». Ciò non significa tuttavia ch’egli non tenesse nel massimo conto il suo rapporto con la Mater Ecclesiarum, la comunità gerosolimitana, e i suoi capi Pietro, Giacomo e Giovanni dal 45 al 65. Ma furono essi stessi a riconoscere che il suo territorio missionario era non già il popolo eletto, bensì quello delle gentes, ovvero tutte le “nazioni” escluso Israele. Non che questo avvenisse facilmente. Al contrario. I pareri secondo i quali la Buona Novella era riservata agli ebrei, e non era possibile se non una Ecclesia e circumcisione (cioè destinata a chi fosse ebreo e in quanto tale esclusivo destinatario della Rivelazione), erano forti e in un primo momento prevalenti. Solo dopo quello che è stato definito il “primo viaggio missionario”, iniziato secondo gli Atti degli Apostoli (13-14) verso il 45, e il fondamentale contatto con la comunità antiochena che pare avesse già accolto degli incirconcisi, la legittimazione di una Ecclesia e gentibus cominciò a prendere piede. Ciò si verificò approssimativamente nel triennio 45-48, allorché Paolo, con Barnaba e Marco, visitò l’Asia Minore, quell’Anatolia ch’era la terra della sua stessa natia Tarso, fondando comunità aperte a fedeli di estrazione pagana. Non si può al riguardo minimizzare la tensione, se non l’esplicito contrasto, soprattutto con Pietro, al quale Paolo rimprovera la perdurante discriminazione tra fedeli d’origine ebraica e fedeli d’estrazione “gentile” (Galati 2,11-14). Gli Atti sorvolano su questa specie di braccio di ferro, ma le Lettere paoline non danno adito a dubbi.

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