Archive pour la catégorie 'Paolo – approfondimenti sulla sua persona'

OBBEDIENZA E FOLLIA: PAOLO SERVO DI CRISTO, APOSTOLO PER VOCAZIONE – (1999)

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OBBEDIENZA E FOLLIA: PAOLO SERVO DI CRISTO, APOSTOLO PER VOCAZIONE – (1999)

Presentazione della mostra (non trovo la mostra)

Relatori:

Gianluca Attanasio,
in rappresentanza di Mons. Massimo Camisasca,
Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale dei Missionari
San Carlo Borromeo di Roma

Paolo Prosperi,
Fraternità Sacerdotale dei Missionari San Carlo Borromeo
di Roma

Marco Bona Castellotti,
Docente di Storia dell’Arte presso l’Università degli Studi di Brescia

Attanasio: Monsignor Massimo Camisasca – impossibilitato ad essere qui di persona – mi ha incaricato di leggere il seguente testo, scritto per questa presentazione.

In uno dei suoi ultimi anni di vita, il 29 giugno, festa dei santi Pietro e Paolo, Paolo IV che del convertito di Tarso aveva voluto prendere il nome, rivelò all’angelus che ogni tanto andava a leggersi le pagine del Vangelo che raccontano di san Pietro, per trovare nelle debolezze del principe degli apostoli conforto alle proprie. È così anche per me, e posso fare senza arrossire riferimento a quelle immani figure perché penso che così possa e debba essere per ogni cristiano. Ci sono delle sere in cui il peso delle cose fatte o non fatte, in cui tra tristezza del male proprio o altrui, in cui la complessità della responsabilità sembra schiattarci e impedirci di dormire; preferiamo allora nella notte una luce, una spiegazione, un conforto. Io spesso prendo le lettere di san Paolo, dove trovo meravigliosamente espresse le infinite sfumature dell’animo umano suscitate dalle infinite circostanze della vita. Lo scopo di questa mia riflessione non è fare l’indice di un trattato di psicologia – benché a tal riguardo le lettere di Paolo aprano al lettore attento e interessato la rivelazione di un animo a cui non è mancata nessuna corda espressiva, comprese le più estreme –, vorrei invece soffermarmi su un’altra questione di gran lunga più importante per me: chi è l’uomo preso da Dio? che cosa accade in lui ad ogni livello del suo essere a causa di questa prigionia? che ne è della sua libertà e della creatività e dei limiti, dei peccati, delle smagliature del proprio essere? Tutto è cancellato, si è sopra-vestiti senza che ce ne accorgiamo, oppure tutto rimane come prima illudendoci come visionari che qualcosa in noi sia mutato?

Innanzitutto dunque: chi è l’uomo preso da Cristo?
Anche Paolo si è definito prigioniero di Cristo, ma nell’esperienza della prigionia fisica, vissuta prima in Oriente e dopo a Roma, ha scoperto la differenza tra le due situazioni, tra la semplice prigionia fisica e la prigionia per Cristo. Il prigioniero di Cristo ha accettato tale condizione perché propriamente convinto che sia la strada per la sua libertà, l’unica strada possibile: infatti è l’abbandono ad un altro che ci conosce più di noi stessi. Quando Paolo vicino a Damasco senti quella voce chiamarlo « Saulo », percepì di essere scoperto e scrutato da Uno che sapeva di lui più di quanto lui stesso ne sapesse. « Intimior », intimo mio, dirà sant’Agostino; sia lui che san Paolo hanno in mente il salmo: « Tu mi scruti e mi conosci perché sei Colui che mi ha tessuto nel seno di mia madre, ricamato nelle profondità della terra ».
La prigionia di Gesù non è un atto di annientamento dell’io neppure nelle più grandi esperienze mistiche, come quelle di alcuni santi spagnoli dove tutto sembra, per amore dell’assolutezza che contraddistingue quel popolo, essere piegato al volere di un altro: « moro porché non moro ». Rimane paradigmatica l’esperienza di Gesù, l’umanità è unita alla divinità senza che l’una oscuri o sacrifichi l’altra. Quello che i mistici chiamano annientamento è l’espressione letteraria di un amore assoluto. Ogni amore brama l’identità dell’amante con l’amato (« amada e nell’amado trasformata », diceva san Giovanni della Croce). Ma anche tale ardente desiderio è l’ambito di una passione, non la morte dell’io. La tua volontà sia fatta ma attraverso le condizioni storiche, materiali, psicologiche, temperamentali della mia. Il mio io non viene cancellato ma riceve in tutte le sue fibre, in tutte le sue stratificazioni una nuova finalizzazione.
Per questo i grandi santi sono stati sempre grandi uomini: Paolo, Benedetto, Basilio, Ambrogio, Agostino, Francesco, Domenico, Ignazio, Giovanni della Croce, Teresa d’Avila, Caterina da Siena, Vincenzo de Paoli, Camillo de Lellis, Teresa di Calcutta… Ciascuno di loro potrebbe essere per la sua vita umanamente affascinante, e costituire il tema di più romanzi, di molti film, senza dovere inventare nulla. Per questo Gesù quando vuole fare qualcosa di grande che segni epoche intere sceglie uomini e donne che avrebbero potuto guidare Stati, immense imprese di bene o di male; ci sono, è vero, anche piccoli santi con piccoli carismi, che avranno un grande peso per la santità di molti, ma che non hanno potuto portare al regno di Dio sulla Terra quella svolta oggettiva che le grandi personalità hanno realizzato. La dimensione di una personalità non dipende dai chilometri percorsi come sarà per san Paolo, dalle parole dette come sarà per Agostino, dalle opere create come sarà per Vincenzo, Camillo, Teresa di Calcutta, dipende interamente dal modo con cui ha percepito l’umanità propria dentro l’abbraccio di Cristo; così è stato per Teresa di Lisieux, che, nell’ultimo secolo di questo millennio, ha portato tutta l’essenza umana alla semplificazione assoluta del dialogo tra una bambina e il suo creatore.
« Se non ti imprigiono non sarai mai libero », sembra dire Gesù a questi grandi uomini e donne che ho citato. La libertà si manifesta così come l’esperienza di una progressiva liberazione, come liberazione dalle catene della legge per arrendersi a Colui che si è fatto annientare perché noi potessimo essere liberi. È il cuore dell’esperienza personale di Paolo quello che lui chiama con ardimento spropositato « il mio Vangelo ». Questa liberazione totale come il dono germinale che è dentro di noi, è progressiva, e talvolta procede in modo spasmodicamente lento come esperienza: da qui la contraddizione che ogni uomo segnato da Cristo vive quotidianamente sulla sua pelle, ed è proprio qui nel punto di una possibile crepa nella vicenda di ciascuno che si manifesta la forza totalizzante della fede di Paolo e della sua stessa sintesi. Lo stesso sarà per Agostino, che preferirà correre il rischio del predestinazionismo piuttosto che cancellare l’ »etiam peccata », piuttosto che escludere i peccati dal piano di Dio. Così sono nate quello lunghe autobiografiche elencazioni di prove subite da Paolo, e raccontate a più riprese nelle lettere da differenti angolature: colpiti ma non uccisi, in tutte le prove siamo super vincitori perché nulla ci separerà dall’atto con cui Cristo ci ama. E non solo la prova ha un senso, ma anche la debolezza, la sconfitta. Paolo inventa qui una frase che resta nella storia di tutti i tempi: « Poiché la tua potenza si manifesta nella mia debolezza, è quando sono debole che sono forte ». Nulla dunque è magicamente cancellato, nulla censurato ma tutto assume un nuovo peso e una luce nuova, anche il peccato.
Così la realtà personale di colui che è segregato da Cristo per una missione, vive una letizia piena di vigilanza, e il segregato è lieto perché conosce l’irreversibilità di ciò che è accaduto, ma è anche saggiamente nel timore perché non conosce dove la misura, che non può essere misurata da lui, lo porterà, a quali esperienze del limite lo sottoporrà. « Sovrabbondo di gioia nelle mie tribolazioni »: è questa forse l’espressione più sconvolgente dell’equilibrio cristiano, il punto più alto dell’esperienza dell’uomo nuovo che Paolo ha illustrato con la sua vita e i suoi scritti. « Le sue fatiche – ha scritto Rossano – sono state paragonabili solo a quelle di Alessandro Magno e di Giulio Cesare, le sue lettere per la bellezza della lingua all’Apologia di Socrate e di Platone o al discorso per la corona di Demostene, ma esse aprono all’uomo prospettive che né Platone, né Demostene potevano immaginare ».
Prosperi: In questa mostra abbiamo anzitutto voluto porre una sfida, una sfida a noi stessi: la sfida di riuscire a cogliere e a fare emergere dai testi che Paolo ha lasciato una persona viva, una persona presente, un’esistenza reale. Per questo, la mostra è tutta costruita su citazioni (accompagnate da commenti) tratte o dalle lettere di san Paolo o dagli Atti degli apostoli, che sono le testimonianze dirette su san Paolo che noi abbiamo. La scelta delle citazioni non è stata generica, bensì precisa e puntuale: abbiamo cercato di soffermarci di più, di trattenerci di più sui passi da cui emergeva più direttamente la sua persona, la sua intimità, il suo temperamento, un temperamento molto complesso, sfaccettato capace degli accenti più estremi.
Questa è stata la scommessa della mostra; in questo senso si capisce anche il significato del logo, dell’immagine guida della mostra. Si tratta di un particolare di un quadro del Greco, Entierro del conde d’Orgaz, una delle pochissime rappresentazioni non stilizzate di san Paolo, raffigurato con gli occhi sgranati, sbigottiti, che fissa Cristo; Cristo però non si vede, è come fuori campo. Abbiamo scelto questo quadro perché si tratta di un uomo vivo, un uomo come noi, a cui accade qualcosa di completamente spiazzante e imprevedibile che gli capovolgerà letteralmente la vita.
Il titolo della mostra può sembrare sibillino e strano, dato che accosta due concetti che sembrano contraddittori, obbedienza e follia; eppure forse queste due parole insieme alle due citate prima, prigionia e libertà definiscono esaurientemente la personalità drammatica e sempre in lotta di quest’uomo. Per questo la parola obbedienza è forse quella che si adatta meglio per definire il rapporto personale, così come è sentito da Paolo, nei confronti di Cristo. Cristo è sempre il Signore per Paolo: quando si legge Paolo sarebbe bello andare al significato originale che hanno le parole per lui. Signore significa padrone, kurios in greco, e per Paolo Cristo è padrone innanzitutto a partire dall’esperienza della sua vita, di quello che gli è successo.
La prima sezione della mostra, che si intitola « Sulla via di Damasco », riguarda appunto l’avvenimento della conversione. Paolo sta andando a Damasco per stanare i cristiani che sta perseguitando e viene improvvisamente sbalzato da cavallo da Cristo, che gli appare; quando racconta questo fatto è significativo che Paolo usi proprio questi termini, « sono stato sconfitto, conquistato da Cristo »: è come una guerra in atto, e questa è la percezione che Paolo avrà sempre di ciò che gli è accaduto e di ciò che significa il fatto cristiano. Nessuno come lui o pochi come lui avevano addirittura odiato Cristo, perché Cristo per un fariseo convinto, radicale come lui, era lo scandalo, la contraddizione più grande che ci potesse essere all’idea di Messia, l’idea del Messia re, trionfatore, Messia conquistatore. Infatti Paolo dirà « scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani ». Eppure proprio lui viene scelto, in un certo senso si più dire che Cristo sembra fare un’eccezione nel suo caso; lui stesso dirà nella prima ai Corinzi « non sono nemmeno degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Cristo ». Cristo entra nella sua vita quasi con violenza, senza preavviso; Paolo dirà « infine è apparso anche a me come a un aborto », dove con la parola « aborto » vuole proprio indicare che è come se fosse stato strappato prematuramente, senza preavviso, rispetto agli altri apostoli che hanno vissuto tre anni con Gesù, che sono stati preparati, mentre invece per Paolo l’incontro è qualcosa di completamente sconvolgente, in un certo senso irripetibile.
Ma proprio qui sta il grande paradosso che è al centro dell’esperienza di Paolo e che accende in lui una gratitudine sterminata: tutte le volte che Paolo racconta della sua conversione sembra quasi incredulo di fronte alla predilezione che Cristo ha avuto per lui, totalmente immeritata. Per questo abbiamo scelto proprio il quadro del Greco come logo della mostra, perché Paolo ha la bocca spalancata e gli occhi spalancati come di fronte a qualcosa di inconcepibile, come se avesse subito un urto; ma questa apparente violenza è il segno di una misericordia inimmaginabile. Il primo dei peccatori scelto per il compito più vasto e più grande tra tutti gli apostoli. Questo sarà il cuore bruciante dell’esperienza di Paolo, e arriverà a determinare anche il suo modo di guardare e di sentire l’evento di Cristo. Infatti la parola che meglio descrive la percezione dell’avvenimento cristiano di Paolo e proprio la parola « caris », che in greco significa grazia. La grazia per Paolo è proprio questo darsi totale di Cristo. Le prime due sezioni, che fanno un blocco unico nella mostra, testimoniano questo, attraverso i contrasti tipici di Paolo: la personalità di Paolo non viene annullata ma viene trapassata dalla presenza di Cristo.
La seconda parte riguarda invece l’esito, il frutto di questa elezione. L’elezione è sempre per il compito, e quanto più esclusiva, come nel caso irripetibile di Paolo, tanto più è per il mondo, tanto più è per tutti, come lui stesso dirà in un modo lapidario: « mi sono fatto tutto a tutti per guadagnare ad ogni costo qualcuno ». Di qui i due caratteri che abbiamo voluto più mettere in evidenza: anzitutto un’apertura a 360 gradi, indomabile verso ogni tipo di cultura, tale che, storicamente, se non ci fosse stato Paolo, il Vangelo alle Genti – ai pagani – non sarebbe arrivato con l’immediatezza e la forza con cui è arrivato. Paolo era cittadino romano e sapeva il greco benissimo: aveva tutti i requisiti, tutte le conoscenze culturali e anche l’apertura mentale, essendo cresciuto a Tarso, città cosmopolita, per incontrare ogni tipo di persona. L’altro aspetto è il fortissimo e particolarissimo senso della comunità e dell’amicizia che ha Paolo, tanto che l’immagine da lui spesso usata è quella della paternità e della maternità.
Gli ultimi due pannelli, che sembrano a parte rispetto alla mostra, in realtà ne sintetizzano il significato. Il penultimo si intitola « Cristo mio tutto »: qui abbiamo voluto riassumere il fatto che al centro di questa personalità così esplosiva, così varia e anche così contraddittoria nelle sue manifestazioni, ci sia un amore personale per quell’uomo che lo ha scaraventato giù da cavallo. In quest’ottica concreta, esistenziale, va letto il famoso brano del dilemma di San Paolo: « Siccome per me vivere è Cristo, morire è un guadagno, se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto non so davvero cosa scegliere, sono messo alle strette tra queste due cose, da una parte il desiderio di essere sciolto per essere con Cristo il che sarebbe assai meglio, d’altra parte è più necessario per voi che io rimanga nella carne, per conto mio sono convinto che resterò e continuerò a essere d’aiuto a voi tutti per il progresso e la gioia della vostra fede ». Quindi è tale l’amore per Cristo che Paolo vorrebbe morire per star sempre con lui. L’ultimo paradosso e proprio questo, se restare significa spendersi per Lui, spendersi come Lui per gli uomini, allora restare è la possibilità più grande.
L’ultimo pannello è una citazione di una frase che Giussani ha detto alla Fraternità San Carlo, citazione che abbiamo voluto mettere a chiusura della mostra perché dice lo spirito e l’intento con cui abbiamo fatto questa mostra: « Strappiamo via la missione, cosa resterebbe di noi? Non resterebbe niente, nel senso che quello siamo non ci sarebbe più, perché l’uomo è la sa vocazione ». La mostra è una provocazione alla nostra persona: guardare Paolo per noi è guardare forse l’esempio più grandioso ed emblematico nella storia del cristianesimo di quello a cui siamo chiamati, di quello a cui ognuno di noi è chiamato, a cui ogni cristiano è chiamato.
Bona Castellotti: Allestendo la mostra su san Paolo, ci siamo accorti di non poter giocare sull’iconografia, perché è un’iconografia molto fissa: infatti, a partire dal III secolo, san Paolo ha un volto molto preciso che è quello del filosofo Plotino, volto che viene preso a prestito e messo a disposizione di questa immagine cristiana e rimane costante. È un volto piuttosto scavato, allungato, con una barba piuttosto fluente e a pizzo, i peli piuttosto radi.
Il percorso della mostra ha dei significati simbolici elementari che sono quelli che scandiscono il percorso anche concettualmente, di per sé molto semplice: il pregio essenziale di questa mostra è quello di aver mantenuto un certo rigore di forme. È quel tipo di linearità, di classicità, di forme, che consente una lettura molto semplice della realtà che si ha di fronte.

SAN PAOLO: L’UNITÀ INTERIORE, SEGRETO DI SANTITÀ E FECONDITÀ APOSTOLICA (Alberione)

http://www.zenit.org/it/articles/san-paolo-l-unita-interiore-segreto-di-santita-e-fecondita-apostolica

SAN PAOLO: L’UNITÀ INTERIORE, SEGRETO DI SANTITÀ E FECONDITÀ APOSTOLICA

IL BEATO GIACOMO ALBERIONE, INTERPRETE ATTUALE DELL’APOSTOLO DELLE GENTI

04 Luglio 2012

di padre José Antonio Pérez, ssp

ROMA, mercoledì, 4 luglio 2012 (ZENIT.org).- Una persona si realizza nella misura in cui ha un principio interiore che si rivela in tutto il suo modo di essere, donandogli una fisionomia inconfon­dibile e un’unità d’azione. Nel credente, l’unità inte­riore dipende da un principio dinamico ricevuto da Dio stesso, vissuto in tutta la sua esigenza e portato alle ultime conseguenze. Tutto ciò che egli realizza, porterà il sigillo della sorgente profonda da cui pro­viene.
Coscienza e affermazione dell’unità personale
La scoperta dell’apostolo Paolo da parte del beato Giacomo Alberione risale al primo contatto con gli studi teologici. San Paolo sapeva che in Gesù Cristo abita corporalmente la pienezza della divini­tà e che tutto abbiamo pienamente in lui (cf. Col 2,9-10); di conseguenza, non si può servire Gesù Cristo se non con una risposta di grande «pie­nezza» e sforzandosi perché tutti acquistino la piena intelligenza del mistero di Dio, che è Cristo (cf. Col 2,2-3); e in questo ministero impegnò tutte le risorse personali di natura e di grazia (cf. Col 1,28-29). Tutto questo colpì profondamente l’animo delgiovane ed inquieto Alberione.
«L’ammirazione e la devozione – scriveva nel 1954 – cominciarono specialmente dallo studio e dalla meditazione della Lettera ai Romani. Da allora la personalità, la santità, il cuore, l’intimità con Gesù, la sua opera nella dogmatica e nella morale, l’impronta lasciata nell’organizzazione della Chiesa, il suo zelo per tutti i popoli, furono soggetti di meditazione. Egli parve veramente l’Apostolo: dunque ogni apostolo ed ogni apostolato potevano prendere da lui». Da allora la conoscenza andò sviluppandosi e divenne «devozione», con tutta la carica che questa parola comporta: conoscenza sempre più approfondita, amore e volontà di identificazione, confronto continuo sul piano del pensare e dell’agire, decisione di far conoscere, amare, seguire e imitare l’Apostolo.
Questa «devozione» andò intensificandosi quando la figura dell’Apostolo fu associata alla nuova forma di apostolato che il giovane Alberione avviava con le sue fondazioni. «Tutte le anime che presero gusto agli scritti di San Paolo, divennero anime robuste», affermava. Ed esortava: «Preghiamo san Paolo che formi anche noi persone di carattere, che non si scoraggiano…, che sanno dare un valore giusto alle cose. Gente pratica che sa giocare il “tutto per tutto”, cioè dando tutto a Dio per riceve in cambio Dio stesso. E questo avviene quando vi è un grande amore, la convinzione che aveva san Paolo da farlo esclamare: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?”».

L’unità in Gesù Cristo, ricevuto da san Paolo
Per garantire l’unità di ispi­razione e di azione, Don Alberione si riporta sempre al punto essenziale, e così lo offre alla sua Famiglia: «L’unio­ne di spirito: questa è la parte sostanziale… vivere nel Divin Mae­stro in quanto egli è via, verità e vita; viverlo come lo ha compreso ilsuo discepolo san Paolo. Questo spirito forma l’anima della Famiglia Paolina, nonostante che i membri sia­no diversi ed operanti variamente… “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”», diceva nel 1960.
L’unità si trova dunque in Gesù Cristo, ricevuto da san Paolo. Per dono di Dio, don Alberione ha sentito a fondo la Parola rivela­ta circa la pienezza apostolica di san Paolo ed è stato mosso dallo Spiri­to all’impegno di riprodurlo, oggi, nella totalità del suo carisma aposto­lico. È questa la sorgente e l’unità profonda della Famiglia Paolina. È di qui che emanano le differenti fisionomie dei dieci gruppi che la costitui­scono.
Afferma don Silvio Sassi, Superiore generale della Società San Paolo, nella sua lettera annuale, “Ravviva il dono che hai ricevuto”, che per essere fedeli oggi in modo creativo a Don Alberione, occorre interpretare san Paolo per le urgenze della nuova evangelizzazione del nostro tempo: una profonda esperienza di Cristo, che si trasforma in fede missionaria nella comunicazione attuale, in contemplazione nella liturgia, in laboriosità nella pastorale parrocchiale, nel suscitare vocazioni, nel vivere lo stato di vita laicale in stile paolino e nella cooperazione alle opere di bene paoline. Sono questi, appunto, i vari raggruppamenti che debbo­no trovare in san Paolo il loro vincolo di unità e il loro dinamismo contemplativo-attivo verso Dio e verso gli uomini.

Unità, santità e fecondità apostolica
Il beato Giacomo Alberione considera san Paolo non solo padre e ispiratore, ma addirittura «fondatore», «forma» sulla quale la Famiglia Paolina deve riprodurre Gesù Cristo per essere «san Paolo vivo oggi»: «Gesù Cristo è il perfetto originale. Paolo fu fatto e si fece per noi forma: onde in lui veniamo forgiati, per riprodurre Gesù Cristo. San Paolo è forma non per una riproduzione fisica di sembianze corporali, ma per comunicare al massimo la sua personalità… tutto. La Famiglia Paolina, composta da molti membri, sia Paolo-vivente in un corpo sociale».
Il motivo dell’elezione di san Paolo è stata la sintesi che l’Apostolo ha saputo realizzare in se stesso di tutte le dimensioni della sua personalità:
Santità e apostolato: «Si voleva un santo che eccellesse in santità e nello stesso tempo fosse esempio di apostolato. San Paolo ha unito in se la santità e l’apostolato».
Amore a Dio e amore alle anime: «Se san Paolo oggi vivesse… adempirebbe i due grandi precetti come ha saputo adempierli: amare Iddio con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta la mente; e amare il prossimo senza nulla risparmiarsi».
Attività e preghiera: «Sovente si dà risalto all’attività di san Paolo; ma prima bisogna mettere in risalto la sua pietà».
Il segreto: la vita interiore: «Perché san Paolo è così grande? Perché compì tante opere meravigliose? Perché anno per anno la sua dottrina, il suo apostolato, la sua missione nella Chiesa di Gesù Cristo vengono sempre più conosciuti, ammirati e celebrati?… Il perché va ricercato nella sua vita interiore. È qui il segreto», affermava il Fondatore.
E concludeva costatando come la santità consiste appunto nella sintesi dello sviluppo armonico di tutte le dimensioni umane: «Per san Paolo la santità è la maturità piena dell’uomo, l’uomo perfetto. Il santo non si involve, ma si svolge… La santità è vita, movimento, nobiltà, effervescenza… Ma lo sarà solo e sempre in proporzione dello spirito di fede e della buona volontà».
Segreto per raggiungere la realizzazione personale, la santità, e la fecondità apostolica è dunque l’unità interiore. San Paolo ne è il maestro.

*Postulatore generale della Famiglia Paolina

L’ARMATURA DI DIO

http://www.vivereliberi.it/Meditazioni/L’armaturadiDio.htm

L’ARMATURA DI DIO

La vita cristiana viene paragonata ad un combattimento ed il credente ad un soldato.
La battaglia che i figli di Dio sono chiamati a combattere è speciale e, di conseguenza, necessita di un’armatura speciale. Questa armatura non possiamo procurarcela da noi, con i nostri mezzi o con i nostri sforzi, Dio stesso c’è la fornisce e ci ordina di indossarla.

INDRODUZIONE
Alcuni episodi ricordati con dovizia (grande abbondanza di particolari,) trascendono il loro significato storico per esprimere una lezione spirituale.
Questo è uno di quelli perché qui si propone una lezione di dottrina cristiana che possiamo definire fondamentale.
L’apostolo Paolo esprime chiaramente questo concetto: “Rivestitevi della completa armatura di Dio, affinché possiate star saldi contro le insidie del diavolo; il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti” (Efesini 6:11,12).
Stando così le cose sarebbe assurdo voler affrontare un tale combattimento con mezzi umani o con le nostre sole forze quando Dio ci mette a disposizione quanto ci serve per combattere e vincere.
La nostra è una gara, una battaglia nella quale “non basta partecipare”, è indispensabile vincere, perché soltanto così regneremo con il nostro amato Maestro per l’eternità.
“Chi vince sarà dunque vestito di vesti bianche e Io non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma confesserò il suo nome davanti al Padre Mio e davanti ai Suoi angeli” (Apocalisse3:5).
Le promesse di Dio sono per chi vince (Apocalisse 2:7,11,17,26; 3:12,21); i perdenti hanno solo il vituperio e le pene eterne.
Il nostro Padre celeste non ci manda allo sbaraglio, ma ha provveduto per noi il necessario affinché possiamo essere soldati che onorano il loro Signore con le vittorie che conseguono nel Suo Nome.
Le armi che ci ha provveduto sono utili sia per difenderci che per offendere e tutte portano il marchio di appartenenza di Colui che ci ha assoldati.

“Prendete la verità per cintura dei vostri fianchi…”.

Primo elemento dell’armatura di Dio:
LA CINTURA DELLA VERITA’
“Che cos’è verità” (Giovanni 18:38); Pilato aveva posto questa domanda a Gesù e senza aspettare risposta uscì verso i Giudei nel tentativo di dissuaderli dal loro intento di far morire Gesù.
I Giudei, la folla, non vollero saperne e, poco dopo, gridarono: “Crocifiggilo”.
La domanda che Pilato fece a Gesù è rimasta posta in ogni tempo, a ogni generazione: “Che cos’è verità?”.
Per i credenti è importante sapere che cosa è verità, perché l’apostolo Paolo afferma che è un elemento importante dell’armatura di Dio di cui non possiamo fare a meno.
Molti nel tempo passato e presente hanno cercato di identificare la verità nelle persone, nelle idee, nelle cultura, ma invano.
Noi abbiamo trovato la risposta a questa domanda nella Parola di Dio. E’ fondamentale conoscere che cosa è la verità perché soltanto allora potremo indossarla ed andare così, ben equipaggiati alla battaglia.
“Gesù disse: Io sono…la verità” (Giovanni 14:6).
“Padre…la Tua Parola è verità” (Giovanni 17:17).
“Lo Spirito è la verità” (1 Giovanni 5:6).
Adesso noi abbiamo la risposta alla domanda di Pilato e desideriamo, come soldati di Cristo, indossare l’armatura di Dio, iniziando proprio col prendere “la verità per cintura dei fianchi” (Efesini 6:14).

1. Scegliere la verità.
La Bibbia afferma che satana è padre della menzogna e combatte i figli di Dio attraverso la menzogna. Come abbiamo già visto, la Bibbia afferma anche che Cristo Gesù è la verità e che “la verità vi farà liberi” (Giovanni 8:32).
Come credenti siamo messi ogni giorno dinanzi ad una scelta: menzogna o verità?
Non credo basti aver scelto una volta per tutte, ogni giorno dobbiamo confermare con atti concreti la scelta fatta al momento della nostra conversione, perché la menzogna spinge continuamente dall’esterno e cerva di soffocare la verità che è in noi.
Scegliere la verità significa scegliere ogni giorno Cristo, la Sua Parola, la Sua volontà. Tutti fanno delle scelte e credo che ognuno di noi vive le conseguenze delle proprie scelte. Scegliere bene è importante e il più grande bene che l’uomo possa fare a se stesso è scegliere Cristo Gesù il Signore, Colui che è l’unica verità che salva e rende liberi.
Indossa la cintura della verità, scegli la verità e conoscerai una vita di trionfo in Cristo Gesù.

2. Saldi nella verità.
Dopo aver scelto la verità per cintura dei nostri fianchi, bisogna rimanere saldi e coerenti nella nostra scelta.
La menzogna ci bombarda continuamente.
Nel campo sociale: sono tanti i falsi messaggi che giungono all’uomo, messaggi che evidenziano una vita facile, che puntano sulla popolarità, sul successo e sulla prosperità, fino al punto da far credere che il tutto dell’uomo sta nel possedere molti beni e godere, se è possibile, di una buona reputazione.
Menzogna!
Nel campo religioso: si è perso il senso del limite. Quello che molti religiosi vanno affermando è che ciò che importa è avere un credo, non importa quale, basta averne uno.
Menzogna!
La Bibbia continua ad affermare che Gesù è l’unica via, l’unica verità, l’unica via e che nessuno va al Padre se non per mezzo di Lui (Giovanni 14:6).
Nel campo degli affetti: è diffusa l’idea che proclama un amore libero, perché ciò che è importante è amare, affermano tanti. Così facendo, scusano e spiegano ogni immoralità, conducendo gli uomini nel baratro dell’abisso.
Menzogna!
Nel campo morale: ormai viviamo in tempi dove tutto è lecito. E’ lecito uccidere bambini mentre sono ancora nel grembo delle loro madri, e per farci credere che tutto va bene, ciò viene anche autorizzato dalle leggi dello Stato. Non si arrossisce più se si viene scoperti a commettere fornicazioni, anzi, alcuni si vergognano se si dovesse venire a sapere che non ne hanno mai commesse. “L’adulterio, un toccasana per il matrimonio”, affermava un noto sociologo.
Tutte menzogne!
Chi commette tali cose cadrà sotto il giudizio di Dio se non si ravvede.
Noi credenti abbiamo scelto di rimanere saldi nella verità e ciò sarà possibile se giudicheremo ogni cosa non secondo la morale corrente, ma se tutto lo faremo passare al vaglio della Parola di Dio.
Sii Geloso della verità.
Veglia sui tuoi pensieri; se qualcosa che hai in mente non è in armonia con la Parola di Dio che è verità, liberatene.
Se ti viene proposto di dire o fare qualcosa che entra in conflitto con la santità di Dio, evitala.
Rimani saldo nella verità, indossa la cintura, rimani saldo in Cristo Gesù il Signore.
“Se è la verità ci sto, altrimenti non contate su di me”, questa dovrebbe essere la regola di comportamento di un figliolo di Dio.
Indossa la cintura della verità.

3. Amare la verità.
Si ama quando si conosce.
Possiamo indossare stabilmente e volentieri la cintura della verità se nel nostro cuore coltiveremo dei veri sentimenti di affetto per essa.
Il nostro cuore deve essere attratto dalla verità,, perché questo sarà il segno distintivo che ci porterà ad essere identificati come figli di Dio.
I figli del diavolo amano la menzogna, la falsità, l’ipocrisia, l’inganno; i figli di Dio amano la verità, camminano nella verità.
Gesù disse ad alcuni Giudei che non credevano in Lui: “Voi siete figli del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c’è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna. A Me, perché Io dico la verità, voi non credete” (Giovanni 8:44,45).
Chi non ama la verità non appartiene al Padre celeste; il nostro Maestro pregò per ognuno di noi, chiedendo a Dio: “Padre…non prego che Tu li tolga dal mondo; ma che Tu li preservi dal maligno…Santificali nella verità: la Tua Parola è verità” (Giovanni 17:15-17).
Ama la Parola di Dio, ama la verità, indossa la verità per cintura dei fianchi.
Il primo elemento dell’armatura che Dio ci fornisce è la cintura della verità.
Se vogliamo vivere da vittoriosi e così onorare il Signore, non possiamo farne a meno. E’ di vitale importanza rivestirci di questo elemento dell’armatura, perché solo allora potremo evitare di rimanere schiacciati dalla menzogna.
Indossa la cintura della verità, sarai forte ed onorerai il Signore.

Secondo elemento dell’armatura di Dio:
LA CORAZZA DELLA GIUSTIZIA
Non possiamo limitarci all’indossare solo una parte dell’armatura, ma siamo chiamati a rivestire la “completa armatura di Dio affinché possiamo star saldi contro le insidie del diavolo”.
Rivestire la completa armatura di Dio, significa rivestirsi di Cristo: “La notte è avanzata, il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente come in pieno giorno, senza gozzoviglie e ubriachezza; senza immoralità e dissolutezze; senza contese e gelosie; ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non abbiate cura della carne per soddisfarne i desideri” (Romani 13:12-14).
Quando indossiamo Cristo ci poniamo fuori dal regno e dal dominio della carne.
Se viviamo la nostra vita ad un livello spiritualmente basso, carnale, saremo vulnerabili agli attacchi del nemico delle anime nostre, ma se ci poniamo sotto il dominio di Dio rivestendoci di Cristo, il nemico non potrà prevalere su noi, ma saremo noi più che vincitori su di lui.
Tutto dipende dal livello della nostra vita spirituale; satana può toccare e danneggiare ciò che è al suo livello, ma se noi ci eleviamo alla statura di Cristo, viviamo seduti “nei luoghi celesti” (Efesini 2:6), saremo al sicuro e ben protetti. Ecco perché ci viene ordinato “non abbiate cura della carne per soddisfarne i desideri”; ciò significa: «non vivete al livello di satana».
Per poter vivere ad un alto livello spirituale è indispensabile indossare “la completa armatura di Dio”.
Il secondo elemento di questa armatura è la corazza della giustizia.
“Rivestitevi della corazza della giustizia” (Efesini 6:14).

1. La corazza della giustizia ci porta a comprendere il principio della confessione del peccato.
Pur godendo della nostra posizione in Cristo, siamo ben coscienti che a volte veniamo meno: nel modo di pensare, nel modo di agire e modo di parlare. Ciò non annulla l’opera salvifica di Cristo Gesù, ma dimostra la nostra tendenza al male, la nostra fragilità.
Siamo dei santi, dei figli di Dio che talvolta peccano!
Indossare la corazza della giustizia di Dio, significa capire e applicare il principio della confessione.
Chi vive nel peccato non capisce e non applica questo principio, ma il credente che viene meno sa che nella confessione, frutto di vero pentimento, e nell’abbandono del peccato, risiede il segreto per il perdono e per il ripristino della comunione con Dio: “Chi copre le sue colpe non prospererà, ma chi le confessa e le abbandona otterrà misericordia” (Proverbi 28:13).
Confessare non significa dire soltanto “mi dispiace”, ma significa “riconoscere o essere d’accordo”. La vera confessione non ha nulla a che vedere con un atteggiamento di sola esteriorità, ma coinvolge interamente le nostre emozioni, i nostri pensieri e la nostra volontà. Affermare di essere dispiaciuti di aver commesso una cattiva azione o di aver parlato male del tal fratello, non significa star confessando la propria colpa. Significa constatare, anche con dispiacere, ciò che di male si è fatto.
La confessione gradita da Dio, per la quale noi possiamo ottenere il perdono, non solo deve comprendere il riconoscimento del male commesso accompagnato da sincero dispiacere, ma deve riportarci ad una profonda umiliazione dinanzi al nostro Padre celeste, consapevoli che prima di tutto abbiamo peccato contro il Signore. Dopo di che nel nostro cuore ci deve essere la ferma determinazione di abbandonare il peccato per il quale stiamo invocando il perdono divino. Il nemico renderà la confessione delle nostre colpe il più difficile possibile, cercherà di convincerti che è troppo tardi, che non c’è più nulla da fare, che Dio ha già cancellato il tuo nome dal libro della vita, perché anche lui sa che “se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità” (1 Giovanni 1:9).
Non lasciarti distrarre dalle menzogne del nemico delle anime nostre, egli vuole schiacciarti sotto il peso delle tue colpe, vere o presunte che siano. Una cosa è certa: se hai confessato il tuo peccato e lo hai abbandonato, sei già stato perdonato, perché Dio non può mentire e la Sua Parola afferma chiaramente questa gloriosa verità.
Indossa la corazza della giustizia, appropriati del potere che c’è nel Sangue di Gesù: è per la Sua giustizia che tu sei giustificato dinanzi a Dio.

2. La corazza della giustizia alimenta la fede nella potenza del Sangue di Gesù Cristo.
E’ indispensabile per ogni credente questo elemento dell’armatura di Dio; non possiamo rinunciare alla corazza della giustizia.
E’ la corazza della giustizia che alimenta la nostra fede nell’incrollabile potere del Sangue di Cristo Gesù, il Signore.
E’ la corazza della giustizia che ci permette di presentarci dinanzi a Dio puri, come se non avessimo mai peccato, in quanto ci possiamo avvalere del carattere di Cristo e della Sua santità.
Una delle astuzie del nemico delle anime nostre è quella di farti vivere sotto condanna, schiavo del rimorso, perché sa che se riuscirà in questo renderà debole la tua testimonianza e inefficace le tue preghiere. Egli continuamente punterà il di te, ti ricorderà spesso quello che sei stato, le tue cadute e ogni volta ti suggerirà che non può esserci speranza per te, che è impensabile che Dio possa perdonarti.
Se Gesù non fosse morto per noi, il nemico forse avrebbe ragione, ma, gloria a Dio, Gesù è morto per noi, ha pagato il nostro debito e ci ha riconciliati con il Padre celeste.
Noi ora possiamo rivestirci della Sua giustizia ed essere giustificati dinanzi a Dio; non giusti in noi stessi, ma ritenuti giusti perché il prezzo per la nostra salvezza e stato pagato, il nostro Dio santo è stato soddisfatto.
Il peccato doveva essere giudicato e condannato, perché l’assoluta santità di Dio richiedeva la giustizia e la condanna del peccato e dei peccatori. Per far ciò si poteva ricorrere ancora una volta al diluvio come ai tempi di Noè, o far scendere fuoco dal cielo come ai tempi di Lot; ma non è accaduta né l’una né l’altra cosa.
La giustizia di Dio è stata soddisfatta con la morte espiatrice di Cristo.
La pazienza che Dio aveva dimostrato nel passato era stata possibile solo in vista del sacrificio della croce: “Dio lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio, mediante la fede nel Suo Sangue; per dimostrare la Sua giustizia, avendo usato tolleranza verso i peccati commessi in passato” (Romani 3:25).
Alla croce Dio non passa sopra il peccato, ma lo giudica condannando a morte il Suo Figliolo al nostro posto e provvedendoci così la corazza della giustizia.
Se teniamo indossata questa corazza provvedutaci dal nostro Padre celeste, le frecce che il nemico scaglierà contro di noi si sprezzeranno, perché alle sue accuse potremo rispondere come l’apostolo Paolo: “Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è Colui che li giustifica” (Romani 8:33).
Indossa la corazza della giustizia, abbi fede nel potere del Sangue di Gesù, sparso per la remissione dei nostri peccati.

3. La corazza della giustizia ci dà vittoria sul senso di colpa.
Spesso mi succede di incontrare credenti che sono schiacciati dal loro senso di colpa, dal pensiero che per loro non c’è più alcuna speranza.
Ultimamente ho avuto modo di parlare con una giovane credente proprio di questo problema. Il nemico sta lavorando nella sua mente fino al punto che è riuscito a toglierle la pace di Dio e la certezza della salvezza. La tattica è sempre la stessa: insinuare il dubbio del perdono di Dio e portare alla mente tutti i peccati commessi prima ancora di far pace con Dio. Questa ragazza non era in grado di godere dei frutti della salvezza, perché nella sua mente c’era una guerra continua.
Da una parte, razionalmente, credeva che il Signore avesse perdonato il suo peccato e l’aveva accolta nella Sua famiglia; dall’altra, emotivamente, non riusciva a godere del fatto di essere figlia di Dio, perché veniva assalita dal dubbio e dal senso di colpa.
Il segreto, certamente, è vivere in comunione con Dio, perché la Sua costante presenza dentro di noi aumenta la certezza di ciò che siamo e di ciò che possiamo.
Un credente riconciliato con Dio per il sacrificio della croce, non può e non deve lasciarsi schiacciare dal senso di colpa, perché le sue colpe sono state immolate sulla croce del Calvario.
Se dopo aver confessato il tuo peccato ed esserti sinceramente pentito, se dopo aver abbandonato il peccato e aver fatto di Gesù il tuo Salvatore e Signore continui a soffrire del senso di colpa e senti il rimorso che ti attanaglia, probabilmente ciò deriva dal fatto che non hai riposto la tua fede nel Sangue di Gesù cristi che ci lava e ci “purifica da OGNI peccato”.
Il Sangue di Cristo non solo ci purifica da ogni peccato ma ci rende giusti dinanzi a Dio: “Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, mediante il quale abbiamo anche avuto per la fede, l’accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio” (Romani 5:1,2).
Non possiamo fare a meno delle della corazza della giustizia, abbiamo bisogno di indossarla continuamente, perché soltanto allora le frecce infuocate dell’accusatore dei figli di Dio, potranno infrangersi e diventare inoffensive.

Terzo elemento dell’armatura di Dio:
LE CALZATURE DELLA PACE
E’ ormai chiaro che, per il credente, è indispensabile rivestire la completa armatura di Dio.
Abbiamo già considerato i primi due elementi dell’armatura: la cintura della verità e la corazza della giustizia, ma, prima di passare a considerare il terzo elemento, voglio brevemente ricordare qual è lo scopo dell’armatura.
Lo scopo è quello di impedire alle frecce del nemico di penetrare nel corpo e quindi ferire o, peggio ancora, uccidere il soldato.
Noi abbiamo un nemico che è sempre in azione e cerca continuamente di ferire e annientare la nostra fede.
Se non ci fosse la possibilità che le frecce di satana possano colpirci, non ci sarebbe bisogno dell’armatura che Dio mette a nostra disposizione.
L’esortazione a rivestire l’armatura ci fa comprendere che il nemico scaglia continuamente i suoi dardi contro i credenti e solo coloro che sono ben equipaggiati potranno resistere e riportare gloriose vittorie. Il nemico delle anime nostre fa uso di ogni astuzia malefica per bloccare la nostra marcia verso il cielo, ma noi non vogliamo affrontare il cammino impreparati, il Padre celeste mette a nostra disposizione i mezzi per poter combattere e vincere ed è bene che indossiamo l’intera armatura di Dio.
Abbiamo già considerato l’importanza dei primi due elementi dell’armatura, adesso considereremo il terzo elemento: le calzature della pace.
“Mettete come calzature ai vostri piedi lo zelo dato dal Vangelo della pace” (Efesini 6:15).

1. Le calzature della pace ti proteggono.
Quando riceviamo Cristo Gesù come Salvatore e Signore, ecco che ci uniamo al Principe della Pace.
Una delle principali opere che Cristo compie in noi e per noi è quella di farci fare pace con Dio.
Il nostro peccato aveva creato inimicizia con Dio e i rapporti erano completamente deteriorati.
Non potevamo presentarci da soli a Dio, era necessario un mediatore che si impegnasse a presentarci al trono del Padre celeste e che nello stesso tempo fermasse la sua ira contro di noi peccatori, mettendo “una buona parola”, affinché il rapporto di comunione possa essere ristabilito.
Quest’opera di mediazione l’ha compiuta Cristo, infatti l’apostolo Paolo afferma che “giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore” (Romani 5:1). Cristo fa quindi da “tramite”, tra noi e Dio, e la fede nell’opera della croce ristabilisce il rapporto con il nostro Padre celeste.
Ma fare pace con Dio non è sufficiente per vivere una vita gioiosa nella salvezza, ciò che è anche necessario è la realizzazione della pace di Dio.
Un ruolo chiave per far sì che noi realizziamo la pace, lo occupa la Parola di Dio: “E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati per essere un solo corpo, regni nei vostri cuori; e siate riconoscenti. La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente…” (Colossesi 3:15,16).
Se hai fatto pace con Dio mediante la fede nel sacrificio di Cristo, se hai realizzato nel tuo cuore e stai vivendo la pace di Dio mediante la Parola, ecco che le calzature della pace sono ai tuoi piedi e ti proteggono.
Sono le calzature della pace che portano i credenti ad adoperarsi per l’armonia, sventando i piani di divisione del nemico e cementando la comunione fraterna.
Sono le calzature della pace che ci ricordano che, benché diversi, siamo tutti figli di Dio e che quindi dobbiamo cercare “dunque le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione” (Romani 14:19).
Sii un uomo di pace, usa le calzature della pace, sii strumento di riconciliazione. Ricorda cosa disse il nostro maestro: “Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Matteo 5:9).

2. Le calzature della pace ti portano in trionfo.
Se camminiamo a piedi nudi su della ghiaia o su delle spine, sicuramente proveremo molto dolore.
Il cammino cristiano spesso si presenta come un sentiero pieno di ghiaia e di spine, siamo continuamente chiamati a misurarci con le circostanze, con le situazioni non sempre facili della vita. Nella lotta che siamo chiamati ad affrontare, le calzature della pace sono determinanti, perché soltanto se le indosseremo saremo portati in trionfo.
Sono le calzature della pace che ci fanno comprendere che le promesse di Dio sono per noi, creando nei nostri cuori e nella nostra mente quella serenità che contraddistingue i figli di Dio, in particolar modo quando si trovano in situazioni estremamente dolorose.
Qualcuno ha detto che nella Bibbia ci sono 32.500 promesse sulle quali possiamo fondarci. Se indossiamo le calzature della pace vivremo da trionfatori, perché sempre vedremo nella Parola di Dio e nella Sua presenza nei nostri cuori, la via di uscita per qualunque situazione.
Il nostro Padre celeste nella Bibbia viene chiamato anche Jehovah-Jireh, che significa “il Dio che provvede”.
Molti, purtroppo, vivono una vita di dolorose e sanguinanti esperienze, perché non portano le scarpe che Dio ha loro provveduto per affrontare il cammino. Il cammino del cristiano è un cammino speciale che si può affrontare solo con delle calzature speciali.
Indossa i calzari che Dio ti ha provveduto e vivrai una vita di trionfo nella consapevolezza che il nostro Padre celeste è Colui che guida i Suoi figli portandoli di vittoria in vittoria.

3. Le calzature della pace ti fanno un messaggero di buone notizie.
“Quanto sono belli, sui monti, i piedi del messaggero di buone notizie, che annuncia la pace, che è araldo di notizie liete, che annunzia la salvezza, che dice a Sion: Il tuo Dio regna!” (Isaia 52:7).
Chi può essere messaggero di buone notizie?
Solo colui che sta vivendo ed ha realizzato il messaggio che annuncia.
Noi siamo chiamati ad essere araldi di Dio, annunciatori di pace e di salvezza e tutte queste cose potremo adempierle, trasmetterle, se sono realtà nella nostra vita.
Non puoi essere portatore di pace se non la stai vivendo; non puoi annunciare la salvezza se non sei certo di essere salvato; non puoi portare agli uomini notizie lieti se il tuo cuore e nella tristezza e nell’angoscia.
Il credente può essere portatore di un messaggio che salva soltanto se ha indossato realmente i calzari della pace, perché soltanto allora sarà in grado di trasmettere quello che vive e che ha realizzato.
Sono le calzature della pace che ti fanno un messaggero di buone notizie.
Usa il tuo cuore per amare Dio, usa la tua mente per pensare a Dio, usa la tua bocca per lodare Dio, usa le tue orecchie per ascoltare la Parola di Dio, usa i tuoi piedi per diffondere la pace, per portare il messaggio di salvezza, per proclamare che Dio regna!
Per correre bene abbiamo bisogno dei giusti calzari.
Le uniche scarpe adatte alla lotta cristiana sono le calzature della pace di cui parla la Parola di Dio.
“Ma ora, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il Sangue di Cristo. Lui, infatti, è la nostra pace; Lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione abolendo nel Suo corpo terreno la causa dell’inimicizia” (Efesini 2:13,14).

Quarto elemento dell’armatura di Dio:
LO SCUDO DELLA FEDE
La vita del credente spesso è caratterizzata dal combattimento spirituale.
Più si è impegnati nel campo del Signore, più si desidera rimanere fedele al Signore, più intense sono le lotte.
Se tu non disturbi l’azione malefica del nemico, egli non disturberà te; ma se tu decidi di schierarti decisamente dalla parte di Dio e di combattere le forze del male con la potenza che viene dal Cielo, allora stai pur certo che incontrerai delle serie opposizioni.
A volte alcuni credenti mi chiedono: “come mai a quel credente che non si impegna per il Signore, che non è coinvolto nel servizio a Dio gli va tutto bene, mentre io che sono impegnato nel servire il Signore, che ho consacrato la mia vita a Lui devo affrontare tutte queste lotte e tutte queste difficoltà?”
Il nemico delle anime nostre non creerà mai ostacoli a un credente che non ha interesse per le cose di Dio, anzi farà di tutto affinché il suo disinteresse aumenti.
Non c’è lotta per chi giace nella tomba, perché è morto! Come non c’è lotta per chi è fisicamente morto, così non c’è combattimento per chi è spiritualmente morto.
Ad uno stato di morte spirituale senza lotta, preferiamo uno stato di vita spirituale anche se ciò comporterà continue lotte e continue prove.
L’apostolo Paolo, scrivendo a Timoteo lo esorta dicendo: “Sopporta anche tu le sofferenze, come un buon soldato di Cristo Gesù. Uno che va alla guerra non s’immischia in faccende della vita civile, se vuol piacere a colui che lo ha arruolato” (2 Timoteo 2:3,4).
Questo testo ci rivela alcune cose importanti riguardo alla nostra vita spirituale.
Prima di tutto mette in evidenza che noi siamo dei soldati al servizio di Gesù; poi appare evidente che non siamo “soldati semplici o sedentari”, siamo dei buoni soldati, dei combattenti con l’armatura al suo posto; ancora questo testo ci parla del fatto che non possiamo portare a compimento la nostra missione se non la riteniamo prioritaria su ogni altra cosa, non possiamo immischiarci degli affari di questa vita se stiamo combattendo per il Signore; infine dobbiamo ricordare che siamo stati scelti dal nostro “Capitano” e che il nostro scopo di vita deve essere piacere a Lui.
Per far ciò abbiamo bisogno di indossare la completa armatura di Dio.
Il quarto elemento di questa armatura è lo scudo della fede.
“Prendete oltre a tutto ciò lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno” (Efesini 6:16).

1. Lo scudo della fede sarà tanto grande quanto la nostra conoscenza di Dio.
L’armatura a cui si riferisce l’apostolo Paolo, era quella dell’esercito romano di allora.
Lo scudo (scutum) del soldato romano non era piccolo e circolare, ma grande e curvo; misurava 1,20 per 0,75 m. ed era fatto di legno ricoperto prima di lino e poi di cuoio, ed era tenuto insieme da fili di ferro o fissato su un’intelaiatura di ferro.
Lo scudo per il soldato era importante perché lo proteggeva e sarebbe stato impensabile andare alla guerra senza questo elemento dell’armatura.
Il nostro scudo nelle battaglia è composto dalla fede che abbiamo nel Signore.
La fede non ha nulla di mistico.
La fede biblica è semplicemente ciò che crediamo su Dio e della Sua Parola. Più conosciamo Dio e la Sua Parola, più la nostra fede aumenta, quindi aumenta la grandezza del nostro scudo di protezione.
Meno sappiamo su Dio e la Sua Parola, più si rimpicciolisce lo scudo di protezione e più si corre il rischio di essere colpiti dai dardi infuocati del maligno.
Il profeta Osea, ispirato dallo Spirito Santo, ci esorta dicendo: “Conosciamo il Signore, sforziamoci di conoscerlo! La Sua venuta è certa, come quella dell’aurora; Egli verrà a noi come la pioggia, come la pioggia di primavera che annaffia la terra” (Osea 6:3).
Se vuoi che il tuo scudo della fede diventi grande e protettivo devi impegnarti a conoscere meglio il Signore, devi imparare a confidare nelle Sue promesse, devi conoscere ed amare quello che Egli è, il Suo carattere, quello che Egli pensa, i Suoi progetti per la tua vita e per l’umanità.
C’è un solo modo per conoscere meglio il Signore e, quindi, far si che la fede aumenti: andare alla Parola di Dio.
L’apostolo Paolo ricorda che “la fede viene da ciò che si ascolta e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo” (Romani 10:17).

2. Lo scudo della fede deve essere assolutamente impugnato.
Prima di entrare nel campo di battaglia, i soldati immergevano lo scudo nell’acqua così esso poteva spegnere le temute frecce del nemico che venivano bagnate nella pece bollente prima di essere lanciate.
Ancora oggi satana scaglia continuamente le sue frecce infuocate sui credenti.
Questi dardi del maligno possono assumere diverse forme e aspetti.
A volte questi dardi si presentano sottoforma di menzogne; d’altra parte il diavolo viene chiamato “bugiardo e padre della menzogna” (Giovanni 8:44). Egli si presenterà a te sul campo di battaglia e comincerà ad insinuare il dubbio nella tua mente cercando di convincerti che Dio ti ha dimenticato;…che non si interessa a te;…che le Sue promesse probabilmente sono per gli altri cristiani più santi di te, ma non per te;…che per la tua situazione ormai non c’è più alcuna speranza.
Tutte bugie del nemico!
Quando queste si affacceranno alla tua mente, eleva lo scudo della fede e riafferma la tua fiducia nel Signore.
Altre volte i dardi infuocati del maligno assumono la forma di accuse infamanti. Cercherà di dirti in tutti i modi che sei indegno per servire il Signore, che non sarai mai all’altezza di fare quello che Dio ti chiede a motivo dei tuoi peccati passati.
Se canti nel coro della chiesa egli ti accuserà in modo da non farti portare avanti il tuo compito, se suoni o sei impegnato in qualsiasi altro compito, il nemico ti sussurrerà che hai le mani sporche e il cuore impuro, che sei un disonore per il Signore a causa di quello che sei stato prima di conoscere la grazia di Dio.
Chi soccombe sotto le accuse del diavolo finisce per convincersi di essere un buono a nulla e che quindi Dio non potrà mai servirsi di loro.
Se questa è la tua situazione, fermati e rifletti, non sulla tua condizione umana, sulla tua debolezza, ma afferra lo scudo della fede e levalo in alto, proclamando che tu puoi ogni cosa, non in te stesso o per te stesso, ma in Colui che ti fortifica, Gesù Cristo il Signore.
Altre volte ancora i dardi infuocati del maligno giungono a noi sottoforma di tentazioni che bombardano la nostra mente.
Non c’è dubbio che il più grande campo di battaglia si trova nell’area della mente.
Colui che controlla la mente degli uomini è colui che controlla gli uomini.
Il Signore sa molto bene i conflitti che dobbiamo affrontare continuamente al livello della nostra mente ed è per questo che la Sua Parola ci invita ad amare Dio con tutta la nostra mente (Matteo 22:37). Ci viene anche detto che dobbiamo avere la mente di Cristo (1 Corinzi 2:16) e di vigilare sulla nostra mente affinché solo le cose buone siano oggetto dei nostri pensieri (Filippesi 4:8).
Noi possiamo sconfiggere il nemico delle anime nostre solo elevando lo scudo della fede è proclamando la Parola di Dio che ci da vittoria su ogni tentazione.
Cosa fece Gesù per proteggersi dalle frecce infuocate del maligno quando fu tentato?
Rispose con la Parola di Dio (Matteo 4), dimostrando così di credere in Dio e in quello che Egli afferma nella Sua Parola.

3. Lo scudo della vede deve essere tenuto in alto.
Troppi credenti si ritrovano feriti e abbattuti, perché hanno immerso il loro scudo nel dubbio e nell’incredulità.
Come abbiamo già detto il tuo scudo sarà proporzionato alla conoscenza che hai di Dio, per questo devi vivere la tua vita nel continuo impegno e nel continuo desiderio di conoscere meglio il Signore.
Lo scudo della fede deve essere sempre impugnato e tenuto in alto in modo da risultare ben visibile, anche perché il nemico, a volte, si traveste da angelo di luce mentre in realtà è un leone rapace ed è bene che sappia che tu hai a tua protezione lo scudo della fede.
Dichiara apertamente che hai fede nel Signore e non lasciarti convincere dalle circostanze.
Siamo chiamati a fondare la nostra vita sulla Parola di Dio, a dichiararla.
Non possiamo fondarci sulle nostre impressioni o sui nostri sentimenti; sulle percezioni o sulle nostre esperienze, perché queste sono mutevoli e incerte e, a volte, risultano anche ingannevoli. Dobbiamo fondarci sulla Parola del Signore e a questa Parola dobbiamo credere con fede.
Il nostro motto deve essere: “Dio lo ha detto… e io lo credo”.
Tieni alto lo scudo della fede ed afferma del continuo: “Io credo in Dio e nella Sua Parola”.
Se vuoi vivere da trionfatore ed al centro della volontà di Dio, tu non puoi fare a meno di questo elemento dell’armatura di Dio.
Dio lo ha provveduto per te, fa parte del tuo bagaglio, della tua dote, non rigettarlo.

“Or senza fede è impossibile piacergli; poiché chi si accosta a Dio deve credere che Egli è e che è il ricompensatore di tutti quelli che Lo cercano” (Ebrei 11:6).

Angelo Gargano

PAOLO APOSTOLO E TESITORE DI TENDE LA BOTTEGA SOME LUOGO DI ATTIVITÀ MISSIONARIA

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PAOLO APOSTOLO E TESITORE DI TENDE LA BOTTEGA SOME LUOGO DI ATTIVITÀ MISSIONARIA

A CURA DELLA REDAZIONE

Novembre 2008

L’articolo è tratto liberamente da una riflessione di Ronald F. Hock in The Social Context of Paul’s Ministry: Tentmaking and Apostleship, Philadelphia, Fortress 1980.

In uno dei suoi trattati politici, Plutarco critica alcuni filosofi perché rifiutavano di conversare con le autorità nel timore di essere considerati ambiziosi o troppo ossequienti. Per evitare il diffondersi di una tale situazione, Plutarco suggerisce che l’unica alternativa per l’uomo dalla mente aperta e desideroso di praticare la filosofia è fare l’artigiano, per esempio, il calzolaio, in modo da avere l’opportunità di conversare nella bottega, come Simone il calzolaio aveva fatto con Socrate. Questo suggerimento di Plutarco, che la bottega fosse un luogo che potesse ospitare discorsi intellettuali, è interessante e fa sorgere l’interrogativo se altre botteghe, specialmente quelle usate ai suoi tempi da Paolo, il tessitore di tende, nei suoi viaggi missionari, siano state utilizzate allo stesso modo nelle città della Grecia orientale. Questa tesi, pur avanzata dagli studiosi, non è mai stata studiata a fondo. Questo articolo è un tentativo di approfondire l’esame dei contesti sociali in cui si sono svolti la predicazione e l’insegnamento dei primi cristiani.
È noto che Paolo era un tessitore di tende. Questo suo lavoro è sempre stato considerato come un’eredità della sua tradizione ebraica. L’attività lavorativa di Paolo è considerata come un residuo della sua vita di fariseo ed è spiegata nei termini di un ideale rabbinico che cerca di associare lo studio della Torah con la pratica di un mestiere. Vorremmo ora portare il dibattito al di là dell’aspetto strettamente ebraico.

LA BOTTEGA DI PAOLO
Per una discussione sull’uso missionario della bottega da parte di Paolo, si deve sottolineare l’evidenza che lo colloca nelle botteghe delle città da lui visitate. Luca indica che Paolo aveva lavorato come tessitore di tende solo in Corinto e Efeso (At 18,3; 20,34); ma le Lettere di Paolo aggiungono Tessalonica (1 Ts 2,9) e – più importante – afferma che in generale la pratica missionaria era di lavorare per potersi mantenere (1 Cor 9,15 – 18). E allora, il riferimento di Paolo al lavoro di Barnaba per sostenere se stesso (1 Cor 9,6) dovrebbe coprire i cosiddetti primi viaggi missionari e la sua permanenza in Antiochia (At 13,1 – 14,25; 14,26-28; 15,30-35), il tempo in cui Luca pone Barnaba come suo compagno di viaggio. Il riferimento di Paolo al suo lavoro a Tessalonica (1 Ts 2,9) e la sua conferma dell’affermazione di Luca riguardante Corinto (1 Cor 4,12) si applicherebbe anche al secondo viaggio missionario (At 16,1 – 18,22). Il riferimento al suo lavoro in Efeso (cfr. 1 Cor 4,11: « fino ad ora »), di nuovo conferma il ritratto di Luca e la sua insistenza nel mantenersi economicamente, durante un futuro viaggio a Corinto (2 Co 12,14), confermerebbe questa pratica anche nel terzo viaggio missionario (At 18,23 – 21,16). In At 28,30 vediamo Paolo presumibilmente lavorare in seguito anche a Roma. In breve, le Lettere e gli Atti mettono in evidenza l’Apostolo nelle botteghe dove predicava e insegnava. Ma che cosa faceva Paolo nella bottega, oltre al suo lavoro di tessitura? Di cosa parlava? Sfruttava l’occasione per una predicazione missionaria?
Una risposta affermativa sembra verosimile, dato il suo impegno nella predicazione del Vangelo. Però né le Lettere, né gli Atti dicono esplicitamente che Paolo utilizzava la bottega per la predicazione. Il silenzio delle Lettere in proposito non è un problema, perché Paolo è di solito silenzioso o vago sulle circostanze della sua predicazione missionaria (cfr. per esempio 1 Cor 2,1-5). Con gli Atti tuttavia la situazione è diversa.
Il silenzio di Luca negli Atti può essere parzialmente spiegato perché l’evangelista era interessato a raccontare le esperienze di Paolo nella sinagoga. Solo in Atene, il centro della cultura greca e della filosofia, questo interesse è lasciato da parte in deferenza alle esperienze di Paolo al mercato (At 17,17) e specificatamente alle sue conversazioni con i filosofi stoici ed epicurei (ver.18) che portarono al discorso dell’Apostolo all’Aeropago (22-31). Qui Luca si avvicina molto nel menzionare le conversazioni della bottega, ma non lo fa, poiché le discussioni con i filosofi sono probabilmente da collocarsi sotto i portici della città, forse la Stoà di Attalos ad Atene.
La possibilità di fare conversazioni in bottega è intuibile da un brano delle Lettere di Paolo: il sommario dettagliato dell’attività missionaria dell’Apostolo nella città di Tessalonica (1 Ts 2,1-12). Al versetto 9, il lavoro e la predicazione sono accennati insieme: « Voi ricordate infatti, fratelli, la nostra fatica e il nostro travaglio: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno vi abbiamo annunziato il Vangelo di Dio ».

L’ATTIVITÀ MISSIONARIA
Se questi sei passi scelti dagli Atti e dalle Lettere parlano di Paolo che utilizzava le botteghe come contesti sociali per la sua predicazione missionaria, bisogna interpretare questi contesti come entità a sé, oppure confrontarli con la vita intellettuale delle città che egli ha visitato. Se la bottega è stata un contesto sociale dell’attività missionaria, per Luca questa era solo uno dei tanti luoghi in cui l’Apostolo predicava. Più frequentemente egli indica la sinagoga. Paolo predica nelle sinagoghe di Damasco (At 9,20), Gerusalemme (At 9,29), Salamide (At 13,5), Antiochia di Pisidia (At 13, 14, 44), Iconio (At 14,1), Tessalonica (At 17,1), Berea (At 17,10), Atene (At 17,17), Corinto (At 18,4) e Efeso (At 18,19; 19,8). Un altro contesto missionario importante è la casa, specialmente quelle di Lidia a Filippi (At 16,15, 40), di Tizio Giusto a Corinto (18,7) e di un cristiano non identificato a Triade (20,7-11) e di parecchie persone a Efeso (20, 20). Altre case devono essere incluse, anche se Luca non vi fa menzione di attività missionaria: la casa di Giasone a Tessalonica (17, 5-6), di Aquila e Priscilla a Corinto (18, 3), di Filippo a Cesarea (21, 8), di Mnasone di Cipro, presumibilmente a Gerusalemme (21, 16-17) e forse quelle di parecchi altri (cfr. 16,34; 21, 3-5, 7).
Ulteriori segni che indicano la varietà dei contesti sociali nella missione di Paolo sono la residenza del proconsole di Cipro, Sergio Paolo (13, 6-12), la porta della città in Listra (14, 7, 15-18), la scuola di Tiranno a Efeso (19, 9-10) e il pretorio a Cesarea (24, 24-26; 25, 23-27). Insomma, se la bottega era un contesto sociale per l’attività missionaria di Paolo, era solo uno dei tanti.

IL PULPITO, LA PIAZZA E LA BOTTEGA
La pratica dei filosofi sopra descritta può aiutarci a capire anche ciò che avveniva nella bottega di Paolo. Lo possiamo immaginare nelle lunghe ore al tavolo di lavoro mentre taglia e cuce le pelli per fare tende. Egli si rende autonomo economicamente, ma ha anche possibilità di portare avanti il suo impegno missionario (cfr. 1 Ts 2, 9). Seduti nella sua bottega troviamo i suoi compagni di lavoro o qualche visitatore, clienti e forse qualche curioso che aveva sentito parlare di questo « filosofo » tessitore di tende appena arrivato in città. In ogni caso sono tutti là ad ascoltare e a discutere con lui, che porta il discorso sugli dei ed esorta i presenti ad abbandonare gli idoli e a servire il Dio dei viventi (1, 9-10). In questo modo, certamente qualcuno degli ascoltatori, un compagno di lavoro, un cliente, un giovane aristocratico o forse anche un filosofo cinico, sarebbe stato curioso di sapere di più di Paolo, delle sue chiese, del suo Signore e sarebbe tornato per un colloquio privato (2, 11-12). Da queste conversazioni di bottega alcuni avrebbero accolto le sue parole come Parola di Dio (2, 13).
Per Paolo, il missionario, quindi, il pulpito della sinagoga non bastava, ma usciva anche in piazza ed entrava nella sua bottega. « Non è infatti per me un vanto predicare il Vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo! » (1 Cor 9,16).

A CURA DELLA REDAZIONE

Il contesto storico
Esaminiamo la pratica paolina nel contesto della vita intellettuale della Grecia orientale dei suoi tempi. Ad Atene, nel quinto e quarto secolo a. C., alcuni contesti specifici, inclusa la bottega, erano diventati normali per l’attività intellettuale ed ancora esistevano ai tempi di Paolo. Senofonte descrive Socrate mentre discute di filosofia in varie botteghe, tra cui quelle di un pittore, di uno scultore, di un fabbricante di armature. Platone menziona le bancarelle del mercato come abituale ritrovo di Socrate. Naturalmente la bottega non era il suo solo ritrovo: lo si poteva trovare in altre parti del mercato, come la stoà o altri edifici pubblici, nel ginnasio o nelle case di amici. In un certo senso la pratica di Socrate era tipica dei suoi giorni, data l’abitudine della gente di frequentare i negozi e i banchi del mercato. Ma, in un altro senso, l’abitudine di Socrate era molto atipica, non solo a causa dell’alto contenuto intellettuale delle sue conversazioni, ma anche per l’effetto limitato che questa sua pratica ebbe sui filosofi che lo seguirono. A giudicare da quanto riferisce Diogene Laerzio, i discepoli di Socrate non discutevano di filosofia nella bottega, anche se alcuni di essi da studenti lo avevano accompagnato, per esempio, alla bottega del sellaio.
I seguaci di Socrate, scegliendo il ginnasio o altri edifici, praticavano una filosofia meno pubblica rispetto al loro maestro. Il numero delle persone che partecipava a queste discussioni nelle botteghe non poteva essere grande. Spesso erano solo in due, Socrate con Simone e Crate con Filisco. Gli argomenti trattati erano molti: dalle discussioni che riguardavano i commerci degli artigiani a temi più interessanti: gli dei, la giustizia, la virtù, il coraggio, la legge, l’amore, la musica, ecc.

CATECHESI SU S. PAOLO DI PADRE ROBERTO ZAMBOLIN – la personalità dell’Apostolo

http://www.sacrafamiglia.diocesipa.it/testo%20catechesi%20paolina%20padre%20roberto%20zambolin.htm

CATECHESI SU S. PAOLO DI PADRE ROBERTO ZAMBOLIN

La personalità dell’Apostolo Paolo è una personalità poliedrica e complessa che tuttavia noi possiamo leggere per un dato importante perché Paolo ha posto come obiettivo nella sua vita, quello che la propria vita avesse un senso cioè tutta la sua vita è stata centrata , tutta la sua vita le sue passioni le sue esperienze sono state centrate attorno ad un obiettivo che per lui è diventato il senso della sua vita e questo obiettivo è Gesu’ Cristo; questo già secondo me è un dato molto importante, a volte noi, ecco, nella nostra vita siamo molto divisi, la mente và per conto suo, il cuore và per conto suo, gli istinti vanno per conto loro; facciamo fatica ad essere delle personalità unificate, a ritrovare un senso di ciò che facciamo, facciamo fatica a dare un orientamento preciso alla nostra vita, per questo a volte siamo un po’ smarriti, scissi, anche noi stessi divisi, noi possiamo comprendere qualcosa della personalità di Paolo perché Paolo ha trovato un centro unificatore nella sua vita che è Gesu’ Cristo; questo è un dato importante anche nella psicologia cioè ché se noi vogliamo essere persone autentiche, ognuno di noi deve avere un centro attorno al quale unifica e da senso a tutto ciò che fa ed è bellissimo pensare che Cristo sia stato il senso del suo essere uomo e del suo essere credente ed evangelizzatore.
Credo che il primo dato che appare sia proprio questo : Paolo che era un uomo passionale è diventato Paolo e non ha cambiato temperamento o carattere ma con l’aiuto della grazia di Dio Paolo ha saputo orientare le sue passioni , le sue energie fisiche e spirituali verso una nuova meta quella di conquistare Cristo dopo essere stato conquistato da Lui ( Fil. 3,8 ) ed io credo che qui sta tutto il segreto della felicità per ogni essere umano, quello di cercare e trovare un centro unificato attorno al quale fare girare tutta la propria vita; allora tutto diventa più chiaro, tutto finisce col piacere e anche riusciamo a superare le prove più terribili che immancabilmente la vita ci riserva se abbiamo davanti a noi un obiettivo ben preciso.
Quali sono i tratti della personalità di Paolo mi sembra di poterli riassumere così, di individuarne sostanzialmente quattro: innanzitutto è una persona estremamente volitiva, solo una persona come lui poteva reggere per esempio all’urto subìto a Damasco dove la sua umanità è stata messa a dura prova, c’è stato uno sconvolgimento pieno della sua umanità, un cambiamento totale della sua vita, lì ha fatto un’esperienza che ha trasformato completamente lui come uomo; pensate per esempio questa sua aggressività, il suo andare contro i cristiani, questo suo mettersi d’impegno per dire:io devo andare a cercare i seguaci di Cristo.Dunque Paolo era uno, in un certo senso,che metteva come centro anche se stesso;l’esperienza di Damasco l’ha reso umile,docile e gli ha fatto capire che anche lui ha bisogno di essere condotto dagli altri;gli ha fatto capire che il suo passato forse aveva bisogno di essere illuminato da un’ altra luce, allora si è fatto condurre da Anania, si è fatto condurre anche lui per mano per strada; Paolo che mentre prima aveva fatto di se stesso il centro della sua vita, ora lui non era più il centro di se stesso, lui si è messo alla periferia di se stesso e ha messo Cristo come centro di se stesso; dunque per un cambiamento del genere è possibile se davvero una persona cerca, trova e rimane fedele a ciò che ha trovato. Quì però dobbiamo dire che Paolo è estremamente onesto, Paolo è sì un passionale però attenzione, a volte capita che quando noi siamo passionali ed emotivi noi stravolgiamo la verità. A Paolo premeva mettersi a servizio della verità e una volta scoperta si sente anche in dovere di cambiare strada nella propria vita; l’onestà di Paolo la potremmo chiamare un onestà a prova di bomba, per esempio questa forza di volontà, questa onestà di Paolo la esprime quando entra in polemica con i suoi avversari, non certo per odio contro di loro ma piuttosto per un amore incondizionato alla verità.Di questo amore alla verità Paolo è un testimone credibile, per esempio nella lettera agli Efesini 4,14-15, quando Paolo vuole esortare i cristiani di Efeso a costruire la chiesa dell’unità, scrive così:questo affinchè non siamo più come fanciulli, sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina secondo l’inganno degli uomini, con quell’astuzia che tende a trarre nell’errore, al contrario vivendo e servendo la verità nella carità.Cerchiamo di crescere in ogni caso verso di Lui che è il capo ,Cristo. Ecco, fare la verità nella carità ,una passione quella di Paolo,al servizio della verità; il testo greco dovrebbe essere tradotto “più che fare la carità nella verità” potremmo tradurlo in “verare la verità”, cioè non può esistere una carità se non c’è una verità, la prima forma di carità è il servizio alla verità.Quella di Paolo era una passione al servizio della verità e quindi viveva nell’amore autentico nel senso che Paolo non ha mai disgiunto la verità dalla carità. Attenzione alla falsa forma di carità io li distinguo anche nell’evangelizzazione, cioè un conto è l’attenzione, la conoscenza della persona umana nei suoi tempi, nei suoi ritmi, ma per questo noi non possiamo stravolgere la verità; va offerta secondo la comprensione, secondo la possibilità di ognuno ma non possiamo passare una fede facile.Così per essere accettati, per essere accolti, per sentirsi moderni, a volte questo purtroppo succede e noi pensiamo di vivere la carità e non curando la verità e così non facciamo un servizio né alla carità ne alla verità. Quindi Paolo estremamente volitivo, ma anche estremamente angusto, estremamente sincero, un ricercatore della verità, sincero al punto tale che di fronte alla verità cambia completamente centro della sua vita, non è più se stesso ma è di Cristo. Ancora un altro elemento della personalità di Paolo l’abbiamo già accennato, un temperamento passionale nel bene e nel male, sentite cosa dice Paolo nella 1° lettera a Timoteo 1,13:io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento, bene questo, la violenza di un tempo Paolo l’ha messa a servizio del Vangelo, sapendo sopportare anche le prove più tremende.E’ molto bello quello che dice Paolo quando parla anche delle sue esperienze, delle prove che lui ha sopportato e che ha sopportato per amore di Cristo ed è proprio per questo suo temperamento passionale che l’ apostolo delle genti ha speso il resto dei suoi anni in una serie interminabile di viaggi missionari che caratterizzano il suo servizio apostolico,perché poi la verità unita alla volontà,unita alla passione per ciò che si fa ti spinge ad uscire fuori,ti spinge a donare,ti spinge a camminare;una persona che ha la passione alla verità, altamente sentirà il desiderio di poterla dire, di poterla evangelizzare,di poterla comunicare. Il guaio a volte di molti credenti è che credono senza passione,,è che credono in modo scontato, è che credono senza contemplazione, senza godere in ciò in cui credono.Attenzione che, un conto è la passione, un conto è l’emozione;avete presente quando si va ai pranzi di nozze.si beve un po’ di vino e ci si sente un pochino tutti allegri;il mondo sembra tutto allegro ,poi passa l’effetto del vino e si torna come prima.L’emozione è questa, è quella fascia delle sensazioni che dura finchè dura l’emozione e poi tutto finisce.La passione è invece un motore che spinge la macchina, è una specie di forza che ti porta avanti nella vita e tu vivi proprio con gioia, con bellezza, gustando quella verità che tu hai e cerchi di coinvolgere il più possibile nella conoscenza, nella testimonianza di questa verità.Questo è temperamento passionale, un altro elemento che noi troviamo in Paolo, che emerge dai suoi scritti è una persona di un’intelligenza eccezionale, non solo da un punto di vista logico, ma anche da un punto di vista relazionale, cioè Paolo sa entrare in contatto con tutti, all’occorrenza sa anche entrare in polemica con gli avversari che negano la verità, come sa discorrere serenamente con chi è disposto al dialogo per amore della verità, Paolo sa interpretare correttamente la profezia dell’Antico Testamento, mostrando che Cristo ha attualizzato quella profezia; come sa dimostrare la ragionevolezza nell’ andare in Cristo e la libertà nell’ atto di fede; sa confutare chi pretende di dire la verità mentre sta seminando menzogna e zizzania, come per esempio, Paolo, sa esortare con la parola, ma soprattutto con l’esempio di una vita totalmente dedita al Vangelo. Paolo sa scrivere pagine di arte di ispirazione poetica,pensate agli Inni Paolini, sublimi e profondi, come l’addentrarsi in discussioni teologiche più specialistiche, quindi è un’intelligenza molto acuta quella di Paolo. Possiamo dire che Dio lo ha dotato di doni di natura e di doni di grazia,uomo difficilmente uguagliabile, ma tutto viene messo al servizio della carità e della verità . Mi pare che Paolo possa dirsi anche un amico fedele,ci sono delle cose molto belle anche di questa affettività di Paolo,intanto fedele nei confronti della verità che non è una verità teorica, quella di San Paolo, la verità ha un nome che si chiama Gesù Cristo che è una persona; non avrebbe senso rimanere fedeli ad una verità per la verità, ma quando quella verità è divenuta una persona, allora solo un rapporto culturale (dobbiamo stare attenti perché alle volte un rapporto relazionale con Cristo rischia di trasformare il Vangelo in cultura) non è sempre detto che un teologo sia per forza un credente, per essere credente si deve stabilire una relazione con Gesù Cristo, non solamente una deduzione intellettuale razionale, ecco perché l’importante è che accanto alla profondità teologica ci sia questa dimensione relazionale, affettuosa con Cristo.Una volta che Paolo ha conosciuto Cristo Signore attraverso una relazione che Cristo ha avuto con lui perché sapete che nella fede il primo passo lo fa sempre il Signore.é stato proprio Dio che ha incontrato Paolo, una volta che Paolo si è lasciato incontrare da Dio, Paolo non ha mai cessato di coltivare questa amicizia straordinaria e di onorarla anche a costo di pagare di persona.Paolo lo ha dimostrato in diverse circostanze ,anche con il martirio e a questo proposito è bene che ascoltiamo proprio lui nella 2° lettera di Timoteo 4,6-8 “Quanto a me, dice Paolo,il mio sangue sta per essere sparso in libagione, ed è giunto il momento di sciogliere le vele, ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede; mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto Giudice, mi consegnerà in quel giorno.” Vedete che sono parole estremamente chiare che indicano il percorso di vita di Paolo, e soprattutto sarà una profezia di quello che capiterà, non molti anni dopo, a Roma quando sarà decapitato intorno all’anno 64 d.C.; ebbene, con queste pennellate essenziali io penso un pochino di avere colto qualche cosa della psicologia di Paolo.
Paolo uomo estremamente volitivo, passionale, di un’intelligenza eccezionale, uomo di relazione, uomo fedele. Mi vorrei fermare un pochino di più sull’incontro di Paolo a Damasco perché lì c’è proprio di mezzo la sua vita, il coinvolgimento della sua vita, potremmo dire lo sconvolgimento della sua vita. Che cosa rivela quell’incontro di Paolo a Damasco? Rivela delle qualità eccezionali per un’uomo che non è facile riscontrare; rivela innanzitutto una capacità di rimettersi in discussione, di non vivere una vita scontata, di aprirsi alla novità, di tendere sempre al futuro, di cercare una qualità migliore della sua vita; cioè direi veramente che Paolo voleva vivere una vita in pienezza per un uomo che amava la vita,voleva gustare la vita in pienezza e tutto questo lo ha portato a rendersi disponibile a qualche cosa di nuovo, a qualche cosa di profondo, di misterioso, a qualche cosa che lo superava che era la rivelazione di DIO; un confronto che lo ha cambiato spiritualmente; è diventato un uomo nuovo difatti Paolo, una nuova creatura, amico di Gesù, missionario del Vangelo, fratello universale; ma se Paolo fosse stato una persona introversa, una persona chiusa nelle sue certezze, chiusa nella sua sicurezza, una persona non disposta all’ascolto, al dialogo, all’accoglienza della novità, soprattutto chiusa nel mistero, Paolo probabilmente non si sarebbe lasciato inondare dalla luce di Cristo. Uno studioso morale contemporaneo ha scritto che per comprendere la teologia di Paolo non è sufficiente partire da Tarso, città nella quale Paolo è nato ed ha ricevuto la sua prima formazione, non basta nemmeno partire da Gerusalemme, città nella quale Paolo è stato educato ed ha potuto confrontarsi con gli apostoli, in modo particolare con Pietro; non è sufficiente neanche partire da Antiochia che è stato il punto di riferimento di tutti i suoi viaggi missionari; certo queste città hanno avuto importanza nella formazione di Paolo, hanno contribuito alla sua crescita morale e spirituale, ma per entrare nel pensiero di Paolo dobbiamo capire l’approccio che lui ha avuto con Cristo perché il rapporto con Cristo ha sconvolto la sua vita ed è stato al centro della sua evangelizzazione; che cosa è capitato in quell’avvenimento? – qui ci sono delle cose formidabili: Innanzitutto a Damasco Paolo ha capito che tra Gesù e i cristiani vi è una identità spirituale nella quale stà il segreto, il fondamento del nostro essere Chiesa, del nostro essere comunità, del nostro essere fraternità, del nostro amore alla Chiesa; Che cosa ha sperimentato in quell’avvenimento, che cosa dice l’esperienza che ha vissuto, ha sentito quelle parole “ Io sono quel Gesù che tu perseguiti “ , oggi molti dicono “ Cristo sì la Chiesa no”; Io sono quel Gesù che perseguiti ,dunque, nella persona dei suoi discepoli è il Signore ad essere perseguitato e allora voi capite che un elemento importante nella personalità di Paolo era quello che noi potremmo chiamare l’empatìa non la simpatia; cioè Paolo era uno che sapeva farsi carico della comunità, della fraternità, sapeva farsi carico degli altri; probabilmente se non avesse avuto questa empatia non avrebbe colto nei cristiani che lui perseguitava la presenza stessa di Gesù Cristo; dunque tra Gesù e i Cristiani c’è un’identità spirituale ; nella persona dei credenti Gesù stesso è perseguitato, quindi la Chiesa è il prolungamento della sua Umanità, la Chiesa è la sposa amata da Cristo e non si può separare la Chiesa da Cristo come non si può separare una persona dal suo corpo, come non si può dividere la sposa dallo sposo; sarebbe questa una violenza assurda; come si può separare la persona dalla unicità di se stessa? Paolo era una persona che aveva molto forte il senso dell’unità dell’uomo, io quando parlo di persona umana faccio un riferimento molto banale, ma se volete molto efficace: – a casa nostra abbiamo tutti delle credenze, dei comò e sono quasi tutti a cassetti; io tiro un cassetto, mi apro solo quel cassetto gli altri rimangono chiusi; la persona umana non è fatta a cassetti; la persona umana è fatta di un’unità, di una totalità! Se io sono stressato, se io ho un problema , se ho mal di testa, l’aspetto fisico, l’aspetto psichico, l’aspetto spirituale della persona umana funzionano insieme, non si può scindere e oggi il concetto di salute che non è più la salute fisica ma è la salute psicofisica; se io ho mal di dente, il dente è un elemento piccolissimo della persona, eppure se uno ha mal di dente, non ha voglia di fare niente, non ha voglia di pregare, non ha voglia di abbandonarsi a Dio, per dire come anche la nostra esperienza di fede deve essere così: si prega con tutto noi stessi anche la propria corporeità; voi pensate quanto danno abbiamo fatto anche nella nostra vita spirituale escludendo il corpo a volte dalla preghiera, escludendo la bellezza del corpo anche dalla nostra vita spirituale
perché il corpo veniva visto come fonte di passioni e mai invece come possibilità di espressione, come linguaggio, come ricchezza di linguaggio.
Paolo ad un certo punto era una persona che ha colto l’unità della persona umana; la testa senza il corpo non ha senso, il corpo senza la testa non è una cosa unita, perciò lui ha colto questa identità spirituale tra Gesù e i cristiani; non si può separare la Chiesa da Cristo, non si può separare la persona dal corpo, non si può separare la sposa dallo sposo, sarebbe una violenza assurda ed è per questo che lui ha compreso, che Gesù di Nazaret è il vero Messia, destinato a diventare il Salvatore di tutti gli uomini, di tutta l’umanità, di tutti i peccatori. Ecco, care sorelle, cari fratelli, io penso che forse Paolo qui ci insegna un grande principio fondamentale della psiche umana, cioè quello di imparare una unificazione nella nostra vita, oggi noi invece notiamo proprio questa continua separazione tra le persone; si pensa una cosa se ne dice un’altra e se ne fa un’altra ancora; a volte scherzando dico che se ci guardassimo allo specchio veramente, la nostra vita diventa un carnevale perché utilizziamo una maschera quando siamo soli, ne utilizziamo un’altra quando siamo in famiglia, ne utilizziamo un’altra quando siamo in parrocchia, ne utilizziamo un’altra quando siamo con altre persone, cioè noi procediamo nella vita per diversità, per distinzioni, invece Paolo era se stesso ovunque, sia quando era persecutore, sia quando ha fatto la scelta di Cristo; essere nella totalità del proprio essere, vivere nella totalità del proprio essere, e Paolo una volta fatta la scelta di Cristo a questa scelta è rimasto fedele ; soprattutto Paolo ha fatto una scelta importante, la scelta del dono della vita per i fratelli, dell’uscire da sé per andare verso gli altri, a Damasco Paolo ha avuto il dono di comprendere che della vita quello che vale di più non è l’affermazione di sé stessi a scapito degli altri ma il dono di sé stessi a colui per il quale possiamo ritrovare la nostra vita e amare il nostro prossimo. L’amore per il prossimo per Paolo è diventato inseparabile dall’amore di Gesù perché l’amore unifica, la centralità di sé divide; quante volte ci siamo trovati di fronte a persone che hanno voluto affermare la centralità di sé stessi e hanno diviso le comunità, hanno diviso le famiglie; l’amore invece unifica; invece vi capita che l’amore non è il piacere delle sensazioni, ad amare si impara, si impara accogliendo anche la diversità, accogliendo anche ciò che magari noi non abbiamo, noi non possediamo; ecco, su questo tema Paolo ha composto un bell’inno, pensate questo Paolo passionale, questo Paolo che ad un certo punto diventa anche molto polemico, molto forte, questo Paolo razionale. Andatevi a leggere questo inno alla carità: ritrovate questo Paolo calmo, sereno, semplice, profondo nello stesso tempo, la carità è paziente; secondo me l’inno alla carità è frutto di un percorso umano; andate a vedere tutti quegli elementi che Paolo ci
trasmette: ci sono elementi estremamente umani; se noi volessimo proporre alle persone un cammino di formazione anche umano, di equilibrio umano, basterebbe solo che gli proponessimo di vivere l’inno alla carità. La carità è paziente, è benigna, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si compiace della verità; tutto copre, tutto crede, tutto sposa, tutto sopporta; A volte io questo testo lo propongo come esame di coscienza; se non dobbiamo esaminarci sulla carità, su cosa ci dobbiamo esaminare? Ecco, sull’amore e conclude poi Paolo “ la carità non avrà mai fine”; Paolo ha capito che c’è qualcuno al di sopra di tutti che merita di essere servito e amato sopra ogni altra cosa o persona: Gesù di Nazaret. Solo se noi impariamo a decentrarci possiamo fare la scoperta di qualcuno da amare profondamente; in fondo la persona autocentrata è una persona che ama solo sé stessa; la persona capace di decentrarsi è la persona che sa scoprire la bellezza di un amore che la può rendere più felice.
Paolo doveva poi far conoscere a tutti questa scoperta perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, in terra e sottoterra e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore e gloria di Dio Padre.
Dunque a Damasco Paolo si è visto costretto a cambiare l’orientamento della sua vita e lo ha fatto in modo così netto e forte da lasciare intravedere che in quel preciso momento in lui ha trionfato la Grazia di Dio; ma Paolo si è aperto alla Grazia di Dio, Paolo ha lasciato che la Grazia di Dio lo lavorasse, lo plasmasse; Paolo si è posto come creta di fronte alla grazia di Dio tanto è vero che lui dice, pensate anche l’autocoscienza che poi ha avuto di se stesso, tanto è vero che dice: “voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo, nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la chiesa di Dio e la devastassi”,ma quando Colui che mi scelse sin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua Grazia si compiaque di rivelare in me suo Figlio perché lo annunziassi ai pagani, non fù più così.Paolo ha saputo fare una attenta riflessione del suo passato alla luce della novità di Cristo. Ognuno di noi può fare i progetti che vuole, può anche illudersi di potere fare tutto da solo, ma quando Dio decide di entrare nella sua vita tutto cambia e cambia in meglio; a volte, diceva un grande filosofo spagnolo “ la mia fede è lottare con Dio”; a volte la fede è anche lotta, però dobbiamo lasciare che sia Dio a vincere perché se Dio vince, veramente la nostra vita può cambiare; dopo una lotta invece, di fronte a dei cristiani a delle persone che dopo una lotta buttano le armi, pensate oggi quanto sia difficile per esempio parlo anche per noi sacerdoti; costruire una relazione, una relazione se gratifica si porta avanti, ma appena quella relazione diventa un po’ conflittuale e difficile subito si molla, subito si chiude, subito si lascia perdere, e così che cosa troviamo noi, noi troviamo delle persone che da un punto di vista affettivo io li chiamo i vagabondi dell’affetto, vagabondaggio affettivo, si gira per trovare un affetto che gratifica ma non si costruiscono relazioni, semplicemente si consumano emozioni; non si può costruire un rapporto su delle emozioni che consumano, ma il rapporto si costruisce sulla roccia e dunque la lotta, il confronto, le difficoltà, i problemi sono molto importanti da questo punto di vista; dunque Paolo lo ha imparato questo, che ad un certo punto anche gli sconvolgimenti della vita possono portare ad una vita migliore. Dovremmo di Paolo capire un’altra cosa: quando qualcosa nella nostra vita si chiude vuol dire che Dio vuole aprire qualche altra cosa, perché qualche cosa di nuovo nasca, questa è la legge della vita , qualche cosa deve morire, quindi se non accettiamo di morire non accettiamo di crescere, di guardare avanti ; Paolo ha accettato di morire a se stesso per potere ritrovare se stesso nell’amore di Dio, questo è anche un’indicazione umana molto importante, io vi consiglio se volete un bel libro sull’Apostolo Paolo, un testo di Albert Wanhoye “ Pietro e Paolo” ; ci sono due capitoli , uno sul carattere di Paolo e uno sulla vita affettiva di Paolo; sono due capitoli della personalità di Paolo, vi leggo semplicemente un passaggio che riguarda la sua vita affettiva : è molto importante questo, dice l’autore, nei suoi rapporti con gli altri Paolo sfruttò veramente tutte le doti della sua affettività a cominciare dai suoi collaboratori. Come Timoteo che egli chiama figlio e a cui scrive: “sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia e anche tante altre persone, uomini e donne suoi collaboratori e collaboratrici a cui mostra molto affetto, alle sue comunità Paolo manifesta un’affetto paterno, un’affetto materno, un’affetto anche sponsale e ai cristiani della Galazia dice persino i miei bambini che partorisco di nuovo nel dolore , egli parla di un amore geloso per le sue comunità, quindi San Paolo ci insegna ad investire pienamente tutte le nostre capacità di azione, di affetto nel nostro amore per Cristo e nell’amore per le persone che Cristo ci affida, Paolo dice infatti : Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza ma di coraggio, di amore e di saggezza ; quindi in Paolo noi troviamo quelli che sono gli elementi che fanno l’umanità vera, l’azione, la passione, l’affetto, la razionalità che sono poi le sfere che costituiscono la struttura della persona umana, le troviamo veramente unificate; se noi le scindiamo noi avremo l’uomo tutta ragione, tutto testa o avremo l’uomo tutto cuore o avremo l’uomo tutto azione, proprio sempre un uomo bilaterale per potere avere una personalità piena questi elementi devono essere unificati insieme e io credo che Cristo possa essere davvero il collante di tutto questo per cui davvero quello che dice anche Giovanni Paolo II nella sua 1° enciclica REDENTIO HOMINI “ chi si avvicina a Cristo diventa anch’egli più uomo; e Paolo è anch’egli una testimonianza di questa bella affermazione.

GIOIA E FORZA DELL’APOSTOLO – (passi dalle lettere di Paolo e commento)

http://www.amicidipadrebernard.org/Scuola%20di%20preghiera/Pagine%202012/Gioia%20e%20forza%20Apostolo.html

(testo dei passi scritturistici e sotto commento perché sul sito i passi si leggono al passaggio del mouse e in una pagina separata)

LUMEN CHRISTI B 30

GIOIA E FORZA DELL’APOSTOLO
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2Cor 2,1-11
2 Perché se io rattristo voi, chi mi rallegrerà se non colui che è stato da me rattristato? 3 Perciò vi ho scritto in quei termini che voi sapete, per non dovere poi essere rattristato alla mia venuta da quelli che dovrebbero rendermi lieto, persuaso come sono riguardo a voi tutti che la mia gioia è quella di tutti voi. 4 Vi ho scritto in un momento di grande afflizione e col cuore angosciato, tra molte lacrime, però non per rattristarvi, ma per farvi conoscere l`affetto immenso che ho per voi. 5 Se qualcuno mi ha rattristato, non ha rattristato me soltanto, ma in parte almeno, senza voler esagerare, tutti voi. 6 Per quel tale però è già sufficiente il castigo che gli è venuto dai più, 7 cosicché voi dovreste piuttosto usargli benevolenza e confortarlo, perché egli non soccomba sotto un dolore troppo forte. 8 Vi esorto quindi a far prevalere nei suoi riguardi la carità; 9 e anche per questo vi ho scritto, per vedere alla prova se siete effettivamente obbedienti in tutto. 10 A chi voi perdonate, perdono anch`io; perché quello che io ho perdonato, se pure ebbi qualcosa da perdonare, l`ho fatto per voi, davanti a Cristo, 11 per non cadere in balìa di satana, di cui non ignoriamo le macchinazioni.
Ef 4,25-32
25 Perciò, bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo; perché siamo membra gli uni degli altri. 26 Nell`ira, non peccate; non tramonti il sole sopra la vostra ira, 27 e non date occasione al diavolo. 28 Chi è avvezzo a rubare non rubi più, anzi si dia da fare lavorando onestamente con le proprie mani, per farne parte a chi si trova in necessità. 29Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto, parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano. 30 E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione. 31 Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. 32 Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo.
2Cor 7,8-10
[…] 7 e non solo con la sua venuta, ma con la consolazione che ha ricevuto da voi. Egli ci ha annunziato infatti il vostro desiderio, il vostro dolore, il vostro affetto per me; cosicché la mia gioia si è ancora accresciuta. 8 Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se me ne è dispiaciuto – vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati – 9 ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; 10 perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte.
Gv 16,19-23
16 Ancora un poco e non mi vedrete; un po’ ancora e mi vedrete ». 17 Dissero allora alcuni dei suoi discepoli tra loro: « Che cos`è questo che ci dice: Ancora un poco e non mi vedrete, e un po’ ancora e mi vedrete, e questo: Perché vado al Padre? ». 18 Dicevano perciò: « Che cos`è mai questo « un poco » di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire ». 19 Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: « Andate indagando tra voi perché ho detto: Ancora un poco e non mi vedrete e un po’ ancora e mi vedrete? 20 In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia. 21 La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell`afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo. 22 Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e 23 nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. In quel giorno non mi domanderete più nulla.
2Cor 2,14-17
14 Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero! 15 Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo fra quelli che si salvano e fra quelli che si perdono; 16per gli uni odore di morte per la morte e per gli altri odore di vita per la vita. E chi è mai all`altezza di questi compiti? 17Noi non siamo infatti come quei molti che mercanteggiano la parola di Dio, ma con sincerità e come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo
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San Paolo ha dovuto scrivere una lettera che è andata perduta per rimproverare un membro o più membri della comunità (cfr. lCor 5); così l’Apostolo manifesta la sua autorità sulle comunità a lui affidate; ma l’autorità si esercita in un clima di carità, e, per san Paolo, tale carità è anche effusione del cuore mediante gioia e tristezza
2Cor 2,1-11: anche qui possiamo notare come san Paolo si immedesima per così dire con la comunità.
La carità che Paolo raccomanda è segno distintivo dei cristiani e ogni divisione è ricercata da Satana. Il comandamento nuovo infatti è quello dell’unione nella carità e la liturgia eucaristica si propone come finalità propria di creare tale unione di amore. Fondamento dell’unità dei cristiani è l’essere membri dell’unico corpo di Cristo.
Ef 4,25-32: il rinnovamento dell’uomo interiore implica la ricerca dell’unità di tutti.
La tristezza di Paolo è causata dalla consapevolezza dei dissensi fra i fratelli. Paolo non sopporta queste divisioni anche se l’unità della comunità non può’ essere frutto della debolezza
Di per sé la tristezza non è peccato, poiché il Signore l’ha provata ed è soltanto effetto di una situazione negativa. Essa però va sopportata nella pace; come? riguardando non se stessi ma soltanto il bene della comunità e dei fratelli. Dimenticando se stessi e considerando gli altri, la tristezza è partecipazione alla sofferenza di Cristo, il quale ha sofferto di tutti i peccati dell’umanità e in particolare di tutte le mancanze di amore.
2Cor 7,8-10: frutto della vera tristezza secondo Dio è il pentimento e la gioia che segue.
Per distinguere se la nostra tristezza è vera o meno, bisogna chiederci se guardiamo a Gesù o a noi stessi.
Bisogna anche ricordare come la vita è un succedersi di momenti di tristezza e di gioia
Gv 16,19-23: il mistero pasquale viene anticipato nella vita quotidiana.

Il profumo di Cristo
2Cor 2,14-17: l’apostolo partecipa al trionfo:, di Cristo. Il passo fa riferimento all’usanza dei generali romani vincitori che entravano in trionfo e per i quali bruciavano l’incenso: per loro era l’onore, per i vinti, la morte.
Il profumo è richiamo vitale che attira verso ciò che è favorevole allo sviluppo del vivente. In qualche modo è estensione della sostanza che emana il profumo.
Da parte nostra ciò significa che dobbiamo vivere sempre più profondamente lo spirito di Cristo e conformarci in profondità al suo essere di Figlio di Dio. Nella misura in cui vivremo da figli di Dio, anche noi saremo il profumo di Cristo.

Tale profumo va recepito poi secondo le disposizioni di colui che lo percepisce; sollecita quindi la libertà altScuola di preghiera passi scritturistici

PAOLO, APOSTOLO – (TEMI DIVERSI…)

 http://www.fattipiuinla.it/Scout/Documenti%20vari/San%20Paolo_Teologia%20di%20Paolo.doc.

PAOLO, APOSTOLO – (TEMI DIVERSI…)

(ho cercato il termine « fiducia » ispirata da quello che sta accadendo in Italia, questo testo lo presento così come l’ho trovato, non ho il tempo di sistemarlo, mi sembra, però, gli il Signore mi ha suggerito bene!)

Grande apostolo e missionario, le cui lettere costituiscono una buona parte del Nuovo Testamento. Nato a Tarso, gli fu imposto il nome di Saulo e fu educato a Gerusalemme dal rabbino Gamaliele. Saulo apparteneva alla setta dei Farisei, tenaci oppositori del cristianesimo. Mentre si recava a Damasco ad arrestare alcuni cristiani, Saulo vide una luce folgorante e udì una voce che gli diceva:  « Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? ».

Accecato dalla luce, Saulo fu condotto a Damasco, dove Anania gli restituì la vista. Dopo essere stato battezzato, Saulo cominciò subito a predicare la nuova fede « dimostrando che Gesù è il Cristo ». I Giudei di Damasco ordirono un complotto per ucciderlo, per cui Saulo fu costretto a fuggire di notte a Gerusalemme. Qui i discepoli lo ricevettero con paura e diffidenza, fino a quando Barnaba non lo presentò agli apostoli narrando la sua conversione. Alcuni anni più tardi Barnaba andò a cercare Saulo per portarlo con sé ad Antiochia di Siria. Questa Chiesa poi inviò Barnaba e Saulo a predicare il Vangelo in Asia Minore. Dopo la visita a Cipro Saulo si chiamerà sempre Paolo (la forma in greco del suo nome ebraico). Ritornati ad Antiochia, riferirono alla comunità tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto la porta della fede ai pagani. Paolo in particolare fece capire ai cristiani giudei di Gerusalemme che Gesù era venuto per salvare tutti, non solo gli Ebrei. Nel suo secondo viaggio missionario fu accompagnato da Sila. A Listra si unì a loro un giovane di nome Timoteo e assieme partirono per la Grecia da Troade, dove furono raggiunti da Luca. Fondarono una nuova Chiesa a Filippi; qui Paolo e Sila furono bastonati e messi in prigione. Dopo il loro rilascio viaggiarono attraverso la Grecia; Paolo predicò ad Atene e si fermò a Corinto per diciotto mesi. Paolo poi tornò a Gerusalemme portando con sé la colletta per i poveri che aveva raccolto dai cristiani della Grecia e dell’Asia Minore. Paolo stette un po’ di tempo in Siria prima di partire di nuovo per Efeso, dove lavorò e predicò per quasi tre anni prima di partire per il suo terzo viaggio rivisitando Corinto, la Grecia, l’Asia Minore, per poi far ritorno a Gerusalemme. Poco dopo il suo ritorno a Gerusalemme Paolo fu di nuovo arrestato e mandato a Cesarea per il processo. Dopo due anni di custodia cautelare, Paolo si appellò a Cesare avvalendosi del suo diritto di essere processato a Roma. Durante il viaggio per mare la nave fece naufragio al largo di Malta senza perdita di vite umane. Giunto sano e salvo a Roma, vi fu tenuto agli arresti domiciliari per due anni. Probabilmente il processo si concluse con l’assoluzione, ma in seguito fu nuovamente arrestato e poi condannato a morte dall’imperatore Nerone attorno al 67 d.C. Il convertito di Cristo Non si ha nessuna sicurezza che Saulo-Paolo abbia avuto rapporti diretti con Gesù, la cui attività a Gerusalemme può essere coincisa con gli anni della presenza di Paolo nella città santa. La frase che si legge in 2Cor 5,16, « Anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così », non autorizza alcuna conclusione sicura. Certo è che l’attaccamento appassionato alle tradizioni ebraiche e la focosità del carattere fecero di lui, in perfetta buona fede, un temibile avversario della chiesa nascente (cfr. At 7,58; At 8,1-3; At 9,1s, ecc.). Dopo l’uccisione di Stefano, a cui prese parte, At 8,1, Saulo si recò a Damasco per dare la caccia ai cristiani, ma mentre stava raggiungendo la città e già vedeva approssimarsi l’oasi e le mura fu atterrato da un’apparizione folgorante di Cristo. L’avvenimento è narrato tre volte negli Atti degli Apostoli, perché segna una tappa fondamentale nella storia della chiesa, e trova ripetute allusioni nelle lettere. Rievocandolo nel corso della vita, Paolo ne parlerà come di una nascita violenta (cfr. 1Cor 15,8) e gli sembrerà di essere stato « afferrato » o più letteralmente « catturato » da Cristo, Fil 3,12, « consacrato » o « segregato » in vista del vangelo di Dio, Rm 1,1. Il fatto, avvenuto verso l’anno 35 dell’èra cristiana, mutò radicalmente il corso della sua vita (cfr. Gal 1,11-16; Fil 3,7ss). Ricevuti il battesimo e l’iniziazione cristiana tramite Anania, un ebreo-cristiano di Damasco, At 9,19, si ritirò per qualche tempo nella solitudine dell’Arabia, Gal 1,17, e quindi ritornò a Damasco, dandosi con zelo a propagare il vangelo tra i suoi antichi correligionari, i quali non tardarono a dichiararlo apostata e a chiederne la vita. Sfuggendo alle loro insidie, si recò a Gerusalemme sotto la garanzia di Bàrnaba, un giudeo-cristiano influente di origine levitica, At 9,23ss, a « prendere contatti con Cefa », Gal 1,18. Ma per sottrarsi all’ostilità montante contro di lui accettò il consiglio di tornare a Tarso, sua città natale, At 9,29. Fu proprio in questi giorni di Gerusalemme che, mentre si trovava a pregare nel tempio, gli apparve di nuovo Gesù e gli fece intendere che la sua missione si sarebbe dovuta indirizzare verso le genti, At 22,17-21. Si noti che anche per Paolo, come già per Pietro nel battesimo di Cornelio, si attribuisce a un esplicito ordine divino il varcare le barriere del popolo ebraico nell’annuncio messianico. Nasce allora in lui la coscienza di essere il continuatore, per la sua parte, di quel misterioso « Servo di Jhwh » che è descritto nel libro di Isaia (cfr. Is 42,1-4; Is 49,1-6; Is 50,4-9; Is 52,13 – Is 53,12) e che i cristiani interpretano come figura di Cristo e della chiesa. Il periodo trascorso da Paolo a Tarso ci rimane oscuro e durò forse da quattro a cinque anni. Paolo vi esercitò senza dubbio il mestiere di « fabbricante di tende », ma non lo si può immaginare inattivo nell’impegno di annunciare il Cristo. E’ pensabile che in questo periodo sia maturata la sua riflessione sul mistero di Gesù, che venne a prendere per lui il posto che prima occupava la Tôrah, la legge, nella sua mente e nel suo cuore di fariseo: la legge era la luce, sapienza, giustificazione e salvezza, la legge era il vanto e il sostegno di ogni israelita. Ora Paolo acquisisce la coscienza che la legge era stata soltanto un pedagogo, un maestro che formava ed educava mediante precetti. Data a Mosè nell’alleanza del Sinai, era stata scolpita su tavole di pietra e rimaneva quindi esterna all’uomo, che la interiorizzava mediante lo studio e l’osservanza rigorosa. Nella nuova alleanza invece, avvenuta con la morte e la risurrezione di Gesù, Dio stesso infonde una « legge nuova » nel cuore donando il suo Spirito (Ger 31,33; Ez 36,26). Si tratta di un dono che l’uomo deve accogliere mediante la fede; resta però sempre un’attività di Dio che agisce nell’uomo che si apre a lui. Per questo san Paolo dirà:   »Vivo, però non più io, ma vive in me Cristo », Gal 2,20. Cristo è il fine della legge, in lui si trovano la nuova alleanza e la nuova creazione; lui e nessun altro è il mediatore della salvezza e della giustificazione, la quale avviene per la fede senza che siano più necessarie le opere prescritte dalla legge, ed è dono dello Spirito; e il tutto è da Dio, il quale adempie in Cristo la promessa fatta ad Abramo e riconcilia a sé tutte le cose (cfr. 2Cor 5,18-19). Questo, in parole povere, è il nucleo del pensiero di san Paolo quale dev’essersi chiarito e articolato nei primi anni dopo la conversione e a contatto delle prime esperienze missionarie. La grande avventura apostolica che seguirà non farà che trarne le conseguenze. Profilo fisico e spirituale La personalità di Paolo è una delle più ricche e complesse che si conoscano. Abbiamo la fortuna di possedere, negli scritti da lui dettati, le annotazioni autobiografiche, le introspezioni spirituali che rappresentano la prima grande espressione della letteratura psicologica. Da questo punto di vista la seconda lettera ai Corinzi va annoverata tra le opere letterarie più significative dell’umanità. Per trovare qualcosa di simile, bisogna leggere l’Apologia di Socrate di Platone o il Discorso per la corona di Demostene. Ma Socrate e Demostene, pur nella loro rispettiva grandezza, appartengono a un mondo antico, si inquadrano in una pólis e in una visione del mondo che è diventata estranea all’uomo contemporaneo. Paolo appartiene a un tipo nuovo di umanità, è il primo moderno tra gli antichi, anche se rivela connessioni evidenti con la sua età e cultura. Alla base della sua personalità si trova un fisico d’eccezione, duro, tenace, resistente alla fatica fisica e spirituale. Senza questa solidità corporea e psichica Paolo non sarebbe stato in grado di effettuare le prestazioni che gli sono attribuite. Già il mestiere di tessitore manuale e fabbricante di tende cilicie evoca un ambiente di robustezza ruvida e aspra. Gli interminabili viaggi per mare e per terra, in regioni montuose e desertiche, i naufragi, le percosse e le fustigazioni subìte, i disagi e le privazioni di ogni genere, gli eccessi di temperatura rigida e torrida del Mediterraneo orientale e del suo entroterra, aggiunti alle fatiche della predicazione e del lavoro quotidiano, le preoccupazioni spirituali per le comunità nascenti, l’assillo degli ostacoli frapposti ad ogni passo sul suo cammino dagli avversari, avrebbero facilmente avuto ragione di una costituzione fragile e nevrotica. Se si considera poi che la maggior parte degli scritti di Paolo, i più ampi e i più impegnativi, come la prima e la seconda lettera ai Corinzi, la lettera ai Galati e quella ai Romani si collocano tutti negli anni 56-67, anni burrascosi e difficili per ciò che accadde a Corinto, a Efeso e in Macedonia e mise a dura prova la resistenza fisica e spirituale dell’Apostolo, si potrà valutare quale fosse la tempra, la tenacia e la lucidità di questo « strumento scelto » di Cristo, At 9,15. E tuttavia è quasi un luogo comune attribuire a Paolo una malattia cronica, spesso di ordine fisico, talora, con insinuazioni non serene, di ordine psichico. Ma l’ipotesi di un’affezione cronica si regge in piedi a fatica. Di un’infermità nella carne egli parla in Gal 4,13ss come di un incidente che lo costrinse a prolungare il soggiorno in Galazia, ma dalla costatazione che i Galati « si sarebbero strappati anche gli occhi » per darli a lui, Gal 4,15, non si può certo dedurre che egli fosse malato agli occhi. Più discussa e problematica è la rivelazione che egli stesso fa del:   »pungiglione nella carne, un emissario di Satana che lo schiaffeggia perché non insuperbisca », 2Cor 12,7. Molte ipotesi sono state proposte per individuare la natura di questo morbo misterioso: malattia cronica, febbri malariche, epilessia… Ma fra tutte le opinioni, tenuto conto del linguaggio immaginoso con il quale l’Apostolo si esprime, sembra probabile ravvisare in questo aculeo che lo affligge, lo tiene a capo chino e gli impedisce di cantare il peana della vittoria, l’ostilità degli Ebrei, suoi « fratelli secondo la carne », Rm 9,3, che lo punge e l’affligge fino alla disperazione, fino a fargli nascere il desiderio di offrirsi in sacrificio per loro, Rm 9,2-3. Questo assillo spirituale e fisico costituisce lo sfondo dei cc. 9-11 della lettera ai Romani, dove egli affronta con larghezza di vedute il doloroso mistero del suo popolo. Tutto sommato, in un uomo così provato e temprato da fatiche, paragonabili soltanto nell’antichità a quelle di Alessandro Magno o di Giulio Cesare, difficilmente si può ammettere una malattia cronica di carattere fisico o di natura nervosa. Su questo fisico saldo e tenace s’innesta un carattere indomabile, risentito e volitivo. L’arco delle sue oscillazioni è larghissimo, va dalla tenerezza affettuosa e delicata alle impennate più indignate e implacabili. Ai Corinzi, dopo un’appassionata autoconfessione, scrive:   »La nostra bocca vi ha parlato apertamente e il nostro cuore si è dilatato per voi, o Corinzi. Non siete davvero allo stretto in noi: è nei vostri cuori che state allo stretto. Rendeteci il contraccambio. Parlo come ai figli, dilatate il cuore anche voi! », 2Cor 6,11-13. E ai Tessalonicesi, ricordando i giorni del primo incontro e dell’evangelizzazione: « Siamo stati affabili con voi; come una madre che cura premurosamente i suoi figli, così noi, desiderandovi ardentemente, eravamo disposti a comunicarvi non soltanto il vangelo di Dio ma la nostra stessa vita, tanto ci eravate diventati cari », 1Ts 2,7-8. La lettera ai Romani contiene una lunga sequenza di saluti a uomini e donne, conoscenti e amici dell’Apostolo, la quale è un modello di calore epistolare:   »Salutate Prisca e Aquila… Salutate Epeneto… salutate la carissima Pèrside… Salutatevi reciprocamente col bacio santo », Rm 16,3-16.

Ma quest’uomo tenerissimo e affabile è capace di assumere i toni più duri quando ne va di mezzo la fede o la purezza del vangelo: « Siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza – scrive ai Corinzi -. Guardare le cose in faccia: se alcuno ha la persuasione di appartenere a Cristo, si ricordi che, se lui è di Cristo, lo siamo anche noi… Per non sembrare di volervi spaventare con le lettere! Perché « le lettere, si dice, sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa »… Sappia costui che quali siamo a parole per lettera, assenti, tali saremo anche a fatti, di presenza », 2Cor 10,6-11. E ai Filippesi: « Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi dai falsi circoncisi », Fil 3,2; cfr. Gal 5,12. E ai Galati:   »Ma se noi o un angelo disceso dal cielo annunciasse a voi un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia votato alla maledizione divina. Come ho detto prima, anche in questo momento ripeto: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che voi riceveste, sia votato alla maledizione divina », Gal 1,8-9.

Tra questi due estremi della dolcezza e della rudezza si distende la gamma della psicologia di Paolo: è ironico e veemente, sa ferire e medicare, umiliare e infondere coraggio; fiero della propria autonomia e sufficienza, ama l’autosufficienza dello stoico, la parre^sía e la franchezza di linguaggio del cinico, disdegna gli artifici della forma letteraria, coltiva l’amicizia, sa tacere, sopportare, accettare con gioia, e fa uso spontaneo di figure poetiche e retoriche; è un uomo di azione dal temperamento virile e concreto, ma al tempo stesso è un mistico, un contemplativo che cerca e trova nella preghiera la fonte e l’energia dell’azione. Tutti i momenti più drammatici della sua vita, le scelte decisive per l’azione sono precedute da uno stato di incontro mistico con il Signore: così a Gerusalemme agli inizi della missione, At 22,17-18, a Troade prima della partenza per la Grecia, At 16,9, a Corinto dopo i primi insuccessi, At 18,9, durante il naufragio sulla via di Roma, At 27,23. Alcuni tratti lo caratterizzano nettamente: è un introverso, per il quale la vera realtà è quella interiore, umana, spirituale: non si trova mai in tutto il suo epistolario uno sguardo sulla natura, alla maniera dei vangeli; trae di preferenza le immagini dal mondo umano (nascita, morte, soldati, stadio, schiavi, padroni, ecc.) e le poche volte che tenta di usare immagini della natura, come l’innesto dell’ulivo, nel cui mondo viveva, lo fa in maniera cerebrale, invertendo i termini del paragone (cfr. Rm 11,17ss). Paolo non ha quel che una volta si soleva chiamare « il senso della natura », bensì il senso dell’uomo e dei fatti sociali. Il suo mondo è la città. Mentre Gesù parlava del seme, del lievito, del fico, dei fiori, degli uccelli, del pastore, della vite, ecc., Paolo si serve di un registro espressivo di natura cittadina: lo stadio, la vita militare, gli schiavi, il tribunale, il teatro, il commercio, la costruzione delle case e così via, sono i suoi termini di riferimento. Altri elementi caratterizzanti sono l’entusiasmo, la gioia, la commozione interiore; il vangelo vissuto e sperimentato sprigiona la sua potenza attraverso la sua persona facendone un autore di comunicazione, uno stimolatore e maieuta efficace di decisione. Il contagio che sprizza dal suo parlare e dal suo atteggiamento modellato su Cristo passa e diventa creativo negli ascoltatori attraverso il canale dell’amore e della dedizione che lo lega intimamente a loro.   »Ricordate che come un padre fa con ciascuno dei suoi figli, vi abbiamo esortato individualmente, incoraggiandovi e scongiurandovi a camminare in maniera degna di Dio che vi chiama al suo regno e alla sua gloria », 1Ts 2,11-12. Paolo fu essenzialmente un operatore della parola. Si incontrano e si fondono in lui due grandi civiltà della parola, quella greca e quella rabbinica ebraica. Ma egli sperimenta la presenza di un elemento imponderabile e misterioso nella parola del vangelo, la presenza di una potenza e virtù divina (dynamis, enérgheia), le quali manifestano la loro efficacia operativa nei segni verbali adottati dalla predicazione. Scrive ai Tessalonicesi rievocando la sua predicazione in mezzo a loro:  « Il nostro vangelo non è giunto fra voi soltanto a parole, ma anche con potenza, con effusione dello Spirito Santo e con piena convinzione… E voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, accogliendo la parola in mezzo a molta tribolazione con la gioia dello Spirito Santo », 1Ts 1,4-5. Per essere efficace la parola si coniuga in lui con l’esempio e raggiunge i destinatari sulla via dell’amore. « Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo – scrive ai Corinzi – ma non certo molti padri, io vi ho generato in Cristo Gesù mediante il vangelo. Vi esorto dunque, fatevi miei imitatori… come io lo sono di Cristo », 1Cor 4,15-16; 11,1.

Lettere Paoline Le lettere giunte a noi con il nome di Paolo da sole basterebbero a collocarlo tra i grandi scrittori dell’antichità. Più che la quantità colpisce l’acutezza del pensiero e l’immediatezza esistenziale. Sono nate a servizio della missione e come sua integrazione.   San Paolo, l’autore delle Lettere  Grande apostolo e missionario, le cui lettere costituiscono una buona parte del Nuovo Testamento. Nato a Tarso, gli fu imposto il nome di Saulo e fu educato a Gerusalemme dal rabbino Gamaliele… « Un frammento di missione » le ha chiamate W. Wrede, e ben si addice loro la definizione che ne dà lo scrittore greco Demetrio, probabilmente contemporaneo di Paolo, chiamandole « l’altra parte del dialogo » già instaurato con i destinatari. Tredici lettere recano nell’indirizzo il nome di Paolo, e una quattordicesima, la lettera agli Ebrei, gli è stata attribuita fin dal II secolo, pur non essendo scritta da lui, anche se l’autore discretamente si mette nei suoi panni (cfr. Eb 13,23-25). Delle tredici lettere, sette sono ritenute da tutti autentiche (1 Tessalonicesi, 1-2 Corinzi, Galati, Romani, Filippesi, Filemone); apparse tra gli anni 50 e 60, esse sono gli scritti più antichi del cristianesimo. Nelle altre lettere la maggioranza dei critici è incline a ravvisare la mano di qualche discepolo, se non addirittura la pseudoepigrafia secondo un’usanza in voga in quei secoli. Vengono raccolte in determinati gruppi: sono dette « lettere principali » le quattro più ampie (Romani, 1-2 Corinzi, Galati), « lettere della prigionia » quelle che, secondo la loro stessa testimonianza, sono state scritte in prigione (Filippesi, Efesini, Colossesi, Filemone, 2 Timoteo), e poiché le lettere a Tito e Timoteo si caratterizzano come un gruppo a sé, e trattano argomenti attinenti alla pratica, vengono denominate « lettere pastorali ».

Introduzione alle Lettere Le lettere giunte a noi con il nome di Paolo da sole basterebbero a collocarlo tra i grandi scrittori dell’antichità. Più che la quantità colpisce l’acutezza del pensiero e l’immediatezza esistenziale. Sono nate a servizio della missione e come sua integrazione. « Un frammento di missione » le ha chiamate W. Wrede, e ben si addice loro la definizione che ne dà lo scrittore greco Demetrio, probabilmente contemporaneo di Paolo, chiamandole « l’altra parte del dialogo » già instaurato con i destinatari. Tredici lettere recano nell’indirizzo il nome di Paolo, e una quattordicesima, la lettera agli Ebrei, gli è stata attribuita fin dal II secolo, pur non essendo scritta da lui, anche se l’autore discretamente si mette nei suoi panni (cfr. Eb 13,23-25). Delle tredici lettere, sette sono ritenute da tutti autentiche (1 Tessalonicesi, 1-2 Corinzi, Galati, Romani, Filippesi, Filemone); apparse tra gli anni 50 e 60, esse sono gli scritti più antichi del cristianesimo. Nelle altre lettere la maggioranza dei critici è incline a ravvisare la mano di qualche discepolo, se non addirittura la pseudoepigrafia secondo un’usanza in voga in quei secoli. Vengono raccolte in determinati gruppi: sono dette « lettere principali » le quattro più ampie (Romani, 1-2 Corinzi, Galati), « lettere della prigionia » quelle che, secondo la loro stessa testimonianza, sono state scritte in prigione (Filippesi, Efesini, Colossesi, Filemone, 2 Timoteo), e poiché le lettere a Tito e Timoteo si caratterizzano come un gruppo a sé, e trattano argomenti attinenti alla pratica, vengono denominate « lettere pastorali ». Dopo A. Deissmann, che le ha messe a confronto con la grande quantità di lettere papiracee scoperte in Egitto, si pone la questione se siano lettere reali oppure « epistole », cioè lettere fittizie, come per esempio quella di Orazio Ad Pisones, De arte poetica. La lettera serve al dialogo di uomini a distanza, l’epistola è un’esercitazione letteraria, destinata al gran pubblico. Ora non c’è dubbio che in Paolo si tratta di lettere vere e proprie, che si rivolgono a un destinatario preciso e non a un pubblico generico, sono dovute a determinate ragioni, affrontano questioni che riguardano situazioni concrete, contengono comunicazioni e saluti personali. Ma anche quando tratta argomenti di attualità, egli li investe con argomentazioni teologiche. Inoltre le sue lettere contengono vere e proprie sezioni dottrinali che vanno al di là delle questioni contingenti: così 1Ts 4,13ss, dove dal caso concreto dei Tessalonicesi passa a trattare dell’escatologia cristiana; lo stesso in 1Cor cc. 10; 13-15, ove la situazione della comunità dà spunto a considerazioni teologico-pastorali sulla situazione « esodica » della vita cristiana, sul primato della carità (agápe^) e sulla speranza della risurrezione. Le lettere ai Galati e ai Romani sono trattazioni teologiche, ma conservano il carattere di vere lettere alle rispettive comunità. Lettere occasionali dunque, nate dalle esigenze della missione, ma nel contempo lettere pastorali e apostoliche destinate a costruire le comunità. Il loro modulo espositivo è ampiamente dialogico; spesso egli fa esporre obiezioni da un presunto interlocutore o gli rivolge domande retoriche per aver modo di presentare la risposta (cfr. Rm 2,1.21; 1Cor 15,29-35). E’ lo stile classico della diatriba, in uso nella tradizione e nella prassi pedagogica cinico-stoica contemporanea. Colpisce a prima vista l’uso frequente delle antitesi e delle contrapposizioni (luce-tenebre, morte-vita, schiavitù-libertà, peccato-giustizia, perdizione-salvezza, carne-spirito, debolezza-forza, vecchio-nuovo, ecc.), indice di una personalità vivace, operativa e senza mezzi termini. Risulta con sicurezza che le comunità leggevano le lettere (cfr. 1Ts 5,27) e se le passavano le une con le altre (cfr. Col 4,16). Ci si domanda se qualcuna sia andata perduta; in 1Cor 5,9 Paolo cita una precedente missiva che non ci è rimasta. Lo stesso si deve dire della cosiddetta « lettera delle lacrime », citata in 2Cor 2,4; ma vi sono motivi di ritenere che alcune lettere da noi possedute contengano e fondano insieme più lettere o frammenti di lettere; in particolare la seconda lettera ai Corinzi viene ritenuta da alcuni, non senza fondamento, una compilazione di vari scritti più brevi inviati alla stessa comunità. Una raccolta degli scritti di Paolo deve essere cominciata assai presto. La seconda lettera di Pietro attesta l’esistenza, verso la fine del I secolo, di un corpus di lettere paoline, che viene paragonato alle altre Scritture sacre (quelle ebraiche, fatte proprie dai cristiani); di esse si dice che bisogna interpretarle correttamente, per non essere indotti nell’errore: « Reputate un’occasione di salvezza la longanimità del Signore nostro, come anche vi scrisse il nostro amato fratello Paolo, secondo la sapienza che gli era stata data: come in tutte quelle lettere in cui parla di questi argomenti, ci sono dei punti difficili a capire, che persone incompetenti e leggère stravolgono, al pari delle altre parti della Scrittura, a propria rovina », 2Pt 3,15-16. Chi abbia promosso tale raccolta, a quali lettere si estendesse e quali scopi perseguisse non è dato saperlo. Verso la metà del II secolo Marcione definì di propria iniziativa un catalogo di sacre Scritture, con dieci lettere di san Paolo, escluse le pastorali a Timoteo e a Tito. Il Papiro 46, del 200 circa, riporta ancora dieci lettere, inclusa quella agli Ebrei, escluse quella a Filemone e le pastorali. Il cosiddetto Canone o Frammento muratoriano, databile intorno al 180 d.C., cataloga tredici lettere, esclusa quella agli Ebrei. I martiri di Scillium (180 d.C.), interrogati dal proconsole Saturnino circa gli scritti che portano con sé, rispondono: « Libri e le lettere di Paolo, uomo giusto ». Non è dato conoscere il numero delle lettere. Ma tutte le lettere di Paolo, fatta eccezione per il breve biglietto a Filemone, si trovano citate in Ireneo di Lione, verso la fine del II secolo: ciò fa supporre che già allora circolasse una raccolta delle lettere dell’Apostolo. Qui però si entra nella storia del canone (cfr. sopra, introduzione al Nuovo Testamento). Gli autografi delle lettere, vergate certamente su papiro, sono andati irrimediabilmente perduti; si possiedono tuttavia oltre 5.000 copie manoscritte, un patrimonio eccezionalmente ricco. Spiccano tra esse dieci papiri del III secolo, frammentari, che precedono i grandi codici unciali completi, il Sinaitico e il Vaticano, del IV secolo. Il manoscritto più antico e autorevole è il già citato Papiro 46 della collezione Chester Beatty, databile al 200 circa, giunto a noi quasi completo.

Il metodo: approccio « sincronico » e « diacronico » L’esegesi lontana dalla vita è vuota, d’altro canto una vita che andasse per conto suo, facendo a meno della Parola di Dio sarebbe una vita sbandata o sbandabile. Secondo l’edizione critica delle concordanze di Aland nel Nuovo Testamento il tesoro linguistico consta di 137.490 parole; la parte di Paolo consta di 32.342 parole. Il rapporto è del 23,5 %. Questo ci dice che dobbiamo considerare il fatto che Paolo usa dei termini in maniera ripetitiva e con una frequenza apprezzabile rispetto agli altri scrittori neotestamentari. Il 23,5 % è una percentuale un po’ bassa e non ha grande rilevanza, ma ci sono dei termini come  (eu’agghèlion, usato con una frequenza del 78,94%), i quali, pur non avendo un peso particolare, richiamano un’attenzione a questa insistenza del tutto particolare. Nel quadro teologico d’insieme del Paolinismo, si deve tener conto anche delle lettere pastorali, che posseggono materiale d’insieme. Soprattutto le lettere della prigionia, in particolare Colossesi ed Efesini, che si suppongono scritte da Paolo in carcere, danno un tocco teologico tutto particolare al messaggio paolino.   Accoglienza Come abbiamo visto parlando della fede l’accoglienza deve essere piena. Non solo l’uomo che crede deve accogliere tutto il Cristo che gli viene presentato, ma questa totalità deve essere lasciata penetrare in tutta la vita. Fin dall’inizio la fede non è un atto separato, scontato, ma è un’accoglienza che entra fino a riempire tutti gli spazi della vita: accoglienza totale, perché è assenza di limitazione all’accoglienza, e piena, perché questo contenuto tende a penetrare in tutti gli aspetti della vita. La prima accoglienza del contenuto del vangelo è quella accoglienza che, nella prassi paolina, precedeva il battesimo; questa è la trafila che Paolo seguiva: parlando a dei Giudei presupponeva la credenza in Dio, parlando ai pagani il primo passaggio è quello di spostarsi dal livello di idolatria al livello di accettazione del Dio vivente; così Paolo si esprime in 1Ts:   « [...] Siete passati dal servizio della divinità morta al servizio e all’adorazione del Dio vivente ». Questo è il primo passo: Paolo infatti non annunciava Cristo come una voce nel deserto, ma prima a coloro che non ammettevano l’esistenza di Dio parlava loro della sua esistenza, come del resto fece Paolo sull’Areopago negli Atti degli Apostoli al capitolo 17 (Cf. At 17) ) , dove egli parlando a pagani parte dalla loro esperienza e li porta alla concezione di Dio e infine parla di Cristo. Quando c’è una accettazione piena di Dio egli parla subito di Cristo, che è considerato come un dono di Dio; una volta capito Cristo e il contenuto del mistero pasquale, c’è l’esplicitazione piena della fede, l’accettazione definitiva di questo contenuto del mistero pasquale di Cristo nella propria vita che è appunto l’apertura della fede; a questa poi segue il battesimo che fa scattare la giustificazione. Paolo in 1Cor 15,11, dove vengono rievocati i contenuti del mistero pasquale, dice:   »[...] Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto « . Accogliete questo annuncio in questi termini in cui ve lo abbiamo annunciato e presentato. La fede al secondo livello si può chiamare una assimilazione progressiva che tende a coprire tutta la vita, che si realizza quella pienezza scelta nella prima apertura della fede. La prima apertura della fede, l’accoglienza dell’annuncio di Cristo morto e risorto è una accoglienza che va mantenuta continuamente, cioè è un’applicazione della morte e della risurrezione di Cristo che tende a interessare tutti i dettagli della vita. È quello che Paolo esprime quando dice in Gal 2,20:   »[...] Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me. La vita che vivo nella carne la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me ».   Giustificazione Questo è un tema particolarmente delicato anche perché sia la Riforma che la Controriforma hanno preso come vessillo di espressione proprio la giustificazione, con alcuni abbagli storici ed esegetici piuttosto notevoli, sia da parte cattolica che protestante. Questo movimento che ha ruotato attorno alla giustificazione ci fa capire l’importanza che ha questo tema in Paolo. Con il nostro metodo diamo subito un’occhiata alla terminologia:

Paolo  Nuovo Testamento

 57   91 – 62,6%

2   2 – 100%

5   10 – 50%

27  39 69,2%

Dikaiôsùnê, significa giustizia, ma noi la traduciamo anche giustificazione; è un tema che stando alla terminologia è caro a Paolo; dikàiôsis significa giustificazione in senso attivo, e abbiamo una prevalenza del 100%, ma data la presenza così esigua non possiamo dire che è sconvolgente. Lo stesso è per dikàiôma, atto giusto, perché abbiamo cinque presenze in Paolo sulle dieci complessive del Nuovo Testamento.Il verbo dikaiòô, giustificare, è presente questa volta più dei sostantivi. Questo per dire che troviamo in Paolo 91 ricorrenze di questo grappolo terminologico riferite alla giustificazione sulle 142 di tutto il Nuovo Testamento, la cui proporzione del 65% è notevolmente alta, e questo fa capire cheè un termine molto presente in Paolo: questo sempre come ipotesi di lavoro. Infatti sarebbe un grave errore metodologico se prendessimo queste statistiche come delle dimostrazioni, sono solo degli indizi. Di fronte a questa abbondanza di ricorrenze vediamo quali sono i significati di fondo da attribuirsi a giustificazione in senso attivo dikàiôsis, giustificazione come atto giusto dikàiôma e al verbo dikaiòô. C’è un significato di fondo? Questo tema è centrale ed è molto discusso, un po’ a causa della storia che lo ha molto sovraccaricato, un po’ dal modo originale e vario in cui Paolo lo ha usato. Ne tentiamo una spiegazione che capìta adeguatamente apre la porta a capire la portata di questo termine in Paolo e ci aiuta in concreto a capire e spiegare i singoli brani. La giustificazione in Paolo viene da un termine ebraico equivalente, sedakà che si traduce con giustificazione, e che ha un senso molto preciso. Sedakà è tipico dell’Antico Testamento ed indica un pareggio tra una misura e una realtà concreta che corrisponde alla misura. Quando tra la realtà concreta e una misura abbiamo una corrispondenza piena abbiamo una sedakà, giustificazione. Vediamo alcuni esempi. C’è una sedakà in senso fisico: se si comprano due misure di grano, di olio o di vino, se a queste misure corrisponde poi la realtà tangibile del grano, olio e vino che viene dato, allora abbiamo una sedakà; se comprando una bottiglia di vino di un litro, il suo contenuto è un litro di vino allora abbiamo una sedakà. C’è anche una sedakà a livello legale: la legge mi indica un comportamento da eseguire; la legge è una misura che indica una condotta; se tra questa formula e il comportamento di una persona c’è pareggio e rispondenza avremo allora la giustificazione in senso legale.C’è anche una giustificazione in senso religioso: per esempio lo Shemà Israel,   »Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze » (Dt 6,5) anche questa è una misura, cioè c’è una formula ideale e c’è una condotta che cerca di esprime e concretizzare questa formula; se nella condotta di una persona c’è un tentativo di attuazione di questa formula abbiamo un uomo giusto dal punto di vista religioso. L’uomo giusto in senso religioso, quindi, è colui che fa un certo pareggio fra certe formule di carattere religioso che indica un certo comportamento, e il comportamento storico spazio-temporale che ha quella persona. Lo stesso si può dire a livello umano più generale: c’è una formula che riguarda l’uomo così globale e quando l’uomo realizza in pieno questa formula c’è un pareggio; questa formula, è ciò che per Paolo significa essere uomo, e la prenderemo in considerazione tra poco. C’è una giustizia che riguarda Dio: quando si parla di un Dio giusto non si deve pensare ad un Dio che sta ad esigere i propri diritti; Dio non si colloca nello schema di giustizia commutativa che è uno schema validissimo nella comunità umana: io ho dei diritti e dei doveri, è dovere di tutti rispettare i diritti degli altri. Ma quando si parla di Dio la giustizia commutativa non è valida perché Dio non ha un corpo e tutto quello che fa lo fa per amore, non per avere dall’uomo qualcosa in cambio: l’alleanza è una iniziativa di puro amore da parte di Dio. Anche Dio si può chiamare però in un certo senso Giusto, non nel senso che fa rispettare i suoi diritti, ma in un senso diverso.  Dio ha fatto delle promesse ad Abramo, e proprio questa promessa fatta comporterà una realizzazione concreta di quello che Dio ha detto. Dio è perfettamente coerente con l’impegno che ha preso: c’è quindi un certo pareggio in Dio tra quelle che sono le promesse che Dio ha fatto e la loro realizzazione, questa è la giustizia propria di Dio, la sua coerenza suprema. La fedeltà di Dio nella storia della salvezza è quello che Paolo chiama la Giustizia di Dio. Per quanto riguarda Paolo c’è da notare un aspetto che riguarda Dio e uno che riguarda l’uomo. In Rm 3,26 Paolo parla di Dio come giusto e giustificante, Dio lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, avendo usato tolleranza verso i peccati commessi in passato, al tempo della sua divina pazienza; e per dimostrare la sua giustizia nel tempo presente affinché egli sia giusto e giustifichi colui che ha fede in Gesù. Dio quindi è giusto, fa pareggio in pieno, ma Egli è anche capace di rendere l’uomo capace di fare questo pareggio: all’uomo che ha fede in Gesù. Guardiamo l’esegesi che sostanzialmente è condivisa da protestanti e cattolici, anche se con sfumature diverse: l’uomo ha una sua formula, Dio allora interviene donando il vangelo, chiedendo l’apertura della fede, se l’uomo accoglie il vangelo per mezzo della fede scatta nell’uomo la giustificazione: l’uomo viene battezzato, e gli viene data la possibilità di fare un pareggio pieno tra quella che è la sua formula di « essere uomo », il suo progetto, e la realtà concreta storica dell’uomo stesso; l’uomo può vivere concretamente secondo questo schema e la formula che lo riguarda.   Fede La fede è la risposta all’annuncio del vangelo, l’apertura piena al progetto di Dio che viene presentato e focalizzato attraverso l’annuncio del vangelo. Mediante l’apertura della fede il cristiano accoglie il vangelo.

Paolo  Nuovo Testamento 142 243 Percentuale 58,43% 54   241 Percentuale 22,40%

La frequenza con cui Paolo usa  pistis, fede è molto apprezzabile. Per Paolo c’è un interesse al concetto, all’interpretazione che viene espressa attraverso un sostantivo, più che attraverso il verbo che esprime lo svolgimento dell’azione. Per organizzare meglio il materiale paolino notiamo quattro livelli nei quali si può collocare tutto quello che Paolo ha detto sia a proposito della fede che del credere. Questa è una nostra schematizzazione che ci aiuta a capire meglio Paolo. 1) Adesione iniziale-battesimo; 2) assimilazione progressiva in tutta la vita; 3) espressione comunitaria; 4) spinta missionaria verso l’annunzio e la condivisione con tutti. Consideriamo prima un livello generale che sottostà a questi quattro livelli: la fede per Paolo è un’apertura al contenuto del vangelo. La persona viene interpellata dall’annuncio del vangelo « Cristo morto e risorto per… », un contenuto che tende a diventare transitivo, a entrare nella vita; se uno lo accoglie allora in lui si genera la fede, che è l’accoglienza piena e totale al vangelo. Questo concetto di fede ha i suoi antecedenti, già se ne parla nell’Antico Testamento, ma per Paolo fede non è solo apertura verso Dio, fiducia in Dio, proprio dell’Antico Testamento, ma per Paolo la fede è l’apertura radicale con la quale viene accolto e personalizzato in un secondo momento, nella persona a cui viene annunciato, il contenuto stesso del vangelo. Questa accoglienza deve essere una apertura piena e radicale, richiede dall’uomo una scelta di volontà. Non si può accettare una parte dell’evento pasquale, non si può accettare il Cristo nella propria vita mettendo delle condizioni; un’accettazione limitante in partenza non è più fede, invece la fede vera e propria implica una totalità, implica che si accolga completamente tutto il Cristo che viene presentato dal vangelo. Questo è un punto importante che merita una sottolineatura.

Formula dell’uomo La formula dell’uomo è possibile trovarla in Gn 2,26: « Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza » immagine e somiglianza sono sinonimi, ma non formano una tautologia (Proposizione nella quale il predicato ripete il concetto già espresso nel soggetto), ma l’immagine è la somma di quei tratti di Dio che l’uomo può realizzare, cioè l’intelligenza, l’amore, la bontà, la capacità creativa, e diventa somiglianza quando questa immagine si realizza davvero. L’uomo quindi a immagine di Dio è l’uomo progettato da Dio e come appare nella Genesi, la formula dell’uomo quindi è essere immagine di Dio nel senso appena citato, cioè di realizzazione dei valori di Dio, ciò che è specifico di Dio, perché Dio vuole l’uomo con questi elementi e costellazioni di valori che vengono comunicati e immessi nella formula uomo. A questo si può aggiungere, secondo Paolo e Giovanni, i tratti tipici di Dio nei tratti tipici di Cristo, perché Cristo è visto come la realizzazione piena a livello umano, concreto, dei valori propri di Dio. Nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice: « Chi vede me vede il Padre » e questa è una espressione che sicuramente Paolo condividerebbe. Non che ci sia una somiglianza a livello fisico, una banalizzazione grezza, del tutto aliena al testo, ma le scelte proprie di Gesù sono quelle anche del Padre. Chi capisce quello che fa Gesù, l’atteggiamento di Gesù, capisce le motivazioni, gli atteggiamenti e i grandi valori del Padre. In questo senso allora Gesù è immagine viva del Padre. Se questo è chiaro allora la formula tipica di uomo per Paolo è l’uomo a immagine di Dio, che esprime i tratti caratteristici di Dio, dei tratti visti concretamente in Cristo. Paolo poteva affermare: Cristo vive in me, perché sentiva in lui la forza purificatrice di Cristo e avvertiva in lui la spinta operativa propria della Risurrezione. Applicando queste esperienza di Paolo in generale all’uomo, quindi l’uomo per realizzarsi in quanto uomo deve esprimere i tratti tipici di Cristo stesso, gli atteggiamenti di Cristo. Non per nulla abbiamo per Paolo un primo Adamo e un ultimo Adamo, e non è un gioco di concetti: il primo Adamo è l’Adamo da cui tutti deriviamo; sulla stessa linea in cui portiamo i tratti tipici di Adamo siamo destinati a portare i tratti tipici di Cristo, infatti la linea uomo comincia con Adamo ma non termina con Adamo, ma in Cristo, per cui si ha un autentico uomo nella misura in cui emergono nell’ambito dell’uomo i tratti tipici e caratteristici di Cristo

Livelli della Fede In Gal 2,20 Paolo dice:   »Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me. La vita che vivo nella carne la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. » Questa è una espressione un po’ paradossale di Paolo: vivo, cioè conduco una vita normale, ma Cristo vive in me, cioè non c’è una sostituzione di soggetto; Paolo non è eliminato da Cristo che gli nega la soggettività, ma egli dice che nella vita che egli vive normalmente emergono gli elementi tipici di Cristo, e questi elementi non sono presenti come un peso morto, ma elementi che conducono la sua vita. Il mistero pasquale anche per quanto riguarda la morte di Cristo, applicazione liberante e purificante del Cristo nella vita questo era funzionante anche per Paolo, in quanto non era perfetto e aveva bisogno di questa purificazione che produceva in lui l’applicazione della morte di Cristo. Lo stesso lo si può dire per l’aspetto della risurrezione nella sua vita: il Cristo che vive in Paolo è il Cristo che spinge a farsi tutto a tutto, che lo spinge a farsi donazione totale e completa. Paolo dice di non condurre una vita da iniziato a un tipo di fede, ma attivamente gli dà la purificazione da quelle che sono le sue debolezze e gli dà questa capacità totale di amore, un amore che si perfeziona sempre più: è il Cristo che con le sue implicazioni proprie del mistero pasquale si fa sentire, è vivo in lui; la vita che Paolo vive nella carne, quindi a livello umano, ha una apertura verso l’alto, la vive nella fede, al secondo livello; questa sua vita è permanentemente aperta a accogliere il Figlio di Dio che lo ha amato e ha dato se stesso per lui. Questa apertura mantenuta per tutta la vita è la fede al secondo livello. La differenza con il primo livello è la continuità. C’è inoltre una fede al terzo livello: ci sono posizioni contrastanti tra i vari studiosi: Bultmann dice che di una fede al terzo livello bisogna parlare; di parere contrario invece è Konzelmann che nega questa possibilità. La fede al terzo livello è la fede propria dell’assemblea liturgica, è la fede della comunità del gruppo. In questi termini si comprende anche la perplessità di Konzelmann: infatti egli giustamente sottolineava che la fede è una scelta, una responsabilità della persona. Se in un gruppo di cento persone ce n’è una centunesima che non crede, non è che la fede del gruppo in qualche modo compensa la fede di questa persona che come individuo non crede! Egli sostiene infatti che la fede di gruppo stimola, aiuta, ma non sostituisce la decisione della fede che è pienamente e prettamente personale: è la persona che deve scegliere o negare questa apertura. Bultmann invece sostiene che quando varie persone che già credono si trovano insieme, unite nell’assemblea liturgica che era il tempo forte delle comunità primitive, questo fatto di trovarsi insieme fa scattare una nuova dimensione della fede, fa fare alla fede una specie di salto qualitativo: in questo senso il gruppo diventa protagonista di fede; c’è una fede di gruppo che non sostituisce la fede dei componenti, ma che supposta la fede già al primo o secondo livello dei componenti del gruppo, fa scattare un nuovo tipo di fede almeno nelle sue espressioni caratteristiche; è quel di più che accade quando ci troviamo insieme e ci comunichiamo certi valori, e questo avviene anche a livello puramente umano. Quando preghiamo insieme anche se preghiamo in silenzio, il fatto di pregare insieme dà alla preghiera una dimensione più forte; quando invece abbiamo uno scambio di inni, espressioni di fede, è chiaro che c’è un di più rispetto a quello che la persona aveva prima di entrare a far parte di questa riunione, a questa assemblea. Questo di più si trova espresso in alcune forme letterarie caratteristiche del Nuovo Testamento, come ad esempio il prologo del Vangelo di Giovanni che era, secondo un’opinione ancora prevalente, un inno alla Parola che veniva cantato nell’assemblea liturgica e che poi l’autore del quarto Vangelo ha ripreso e un po’ commentato, ma sulla linea dell’inno stesso; quest’inno veniva cantato dall’assemblea. Un altro fatto evidente è al versetto Gv 1,14 si passa dal singolare di terza persona ad un plurale di prima persona:   » E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità (…) Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia ». Un altro fatto evidente è al versetto Gv 1,14 si passa dal singolare di terza persona ad un plurale di prima persona:   »E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità (…) Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia ». C’è una sottolineatura su un plurale « noi tutti », ma chi sono costoro? Il testo è stato rielaborato, e il noi è proprio dell’assemblea liturgica, è il noi dei singoli cristiani che si trovano a vivere insieme, è il noi della chiesa giovannea. Anche nel prologo della lettera agli Efesini c’è una benedizione tipica della liturgia sinagogale, in cui si esprime, dopo aver preso coscienza di quello che Dio dà, una specie di lode e benedizione di ritorno; è una specie di inno liturgico celebrativo. Lo stesso vale per le formule di fede diffuse nell’epistolario paolino, cioè dei piccoli « Credo » che l’assemblea esprime insieme. Bastano questi esempi. Troviamo in tutto il corpo paolino un’abbondanza rilevante di inni, a volte allo stato puro, altre volte rielaborati (è il caso dell’inno cristologico di Filippesi, formule di fede espressione della fede della comunità; tanto basta per dirci che nell’epistolario paolino è presente e in qualche maniera attiva il gruppo, il noi della comunità ecclesiale, al punto che c’è una certa pendolarità. Paolo quando scrive indirizza il suo scritto espressamente all’assemblea liturgica, e lo abbiamo visto nella prima Lettera ai Tessalonicesi (Cfr. 1 Ts 5, 27). Le sue lettere venivano lette nelle assemblee, ma non è presente solo un passaggio da Paolo all’assemblea liturgica, ma anche c’è un passaggio dall’assemblea liturgica a Paolo; nel senso che Paolo condivide l’esperienza dell’assemblea liturgica, la prende, la fa sua e quando nel caso di Fil 2 sembra riprendere un inno prepaolino, semplicemente Paolo riprende un inno dall’uso liturgico di una Chiesa che ha fondato lui e lo fa suo condividendo l’esperienza liturgica dell’assemblea e se ne arricchisce. Questo è il terzo livello della fede in Paolo, cioè quando appare come soggetto della fede in Paolo non soltanto la singola persona, ma la singola persona accanto ad altre persone che già credono in un atteggiamento di condivisione e comunicazione. C’è un salto qualitativo, una esplosione nuova di contenuto che si esprime sia negli inni sia nelle cosiddette formule di fede. C’è un quarto livello di fede, che possiamo chiamare missionario: quando una comunità come quella di Antiochia, ha maturato la fede ai tre livelli appena descritti, avverte una comunicazione ulteriore, non solo uno scambio all’interno della comunità, ma una proposta a coloro che non hanno mai sentito parlare di questi valori. Si va a portare agli altri un contenuto di fede che già si possiede. Da questo possiamo vedere alcune caratteristiche importanti di questa comunicazione di fede: La fede deve essere annunciata, chi annuncerà il vangelo? dice Paolo. Anche l’annuncio del vangelo fatto dalla comunità e da Paolo è un esercizio della fede al quarto livello. Da questo si capisce una qualche configurazione della missione, cioè la missione non è propaganda, non è una specie di aggregazione fanatica, dobbiamo portare quanta più gente possibile, e neppure di una propaganda teolo-gica; la spinta per la missione è una spinta di condivisione e di amore: ho una ricchezza bellissima e non la voglio tenere per me e la comunico agli altri; lo stesso Paolo dice che l’amore di Cristo fa pressione in noi. La condivisione missionaria di Paolo la troviamo a partire da Atti degli Apostoli al capitolo 9 in poi: questa non è una biografia di Paolo, ma è una interpretazione, è la figura di Paolo vista come la punta di diamante della Chiesa missionaria in atteggiamento di missione.   L’armatura di Dio (Efesini 6, 10-18) Analisi del testo lettera di San Paolo agli Efesini 6, 10-18 Qualcuno in passato riteneva e ritiene ancora oggi che il battesimo sia l’atto conclusivo della nostra conversione a Dio, ma questa è una pia illusione che dobbiamo togliere dalla nostra mente se vogliamo veramente seguire gli insegnamenti della Parola di Dio. Con il battesimo abbiamo soltanto iniziato un lungo percorso che si presenta in salita e pieno di difficoltà da superare giorno dopo giorno. Si tratta della nostra rigenerazione spirituale che ci consente di raggiungere la maturità e l’equilibrio richiesti da Dio. Mediante la fede e la conversione noi siamo stati chiamati fuori dalle tenebre del mondo per vivere nella piena luce del Signore. Come dice appunto l’apostolo Pietro nella sua prima lettera al cap. 2 v. 9:   « Ma voi siete una stirpe eletta, un regale sacerdozio, una gente santa, un popolo acquistato per Dio, affinché proclamiate le meraviglie di colui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua mirabile luce ». Dio stesso ci inonda di grazia, ci ricopre d’amore, ci guida con saggezza assoluta per mezzo della sua santa Parola che ci trasforma mediante un profondo rinnovamento della nostra mente. Sempre l’apostolo Pietro paragona questo nostro sviluppo spirituale a quello del piccolo bambino appena nato che desidera succhiare dal seno materno quell’alimento che gli consentirà di crescere e di diventare una persona adulta e matura. In 1 Pt 2, 2 leggiamo infatti:   »Come bambini appena nati, desiderate ardentemente il puro latte della parola, affinché per suo mezzo cresciate » Alla fine di questa frase in molti manoscritti del testo greco originale troviamo una parola di cui alcuni traduttori non ha tenuto conto, ma che io ritengo della massima importanza per poter comprendere la natura di questa nostra crecita spirituale. Non si tratta quindi di una crescita fine a se stessa, ma di una crescita indispensabile per la nostra stessa salvezza. Si può quindi indubbiamente concludere che non ci potrà essere alcuna salvezza per coloro che non crescono spiritualmente. Crescere è dunque l’obiettivo primario del cristiano. Bisogna crescere per passare dallo stato di fanciullezza a quello della maturità e non essere più sballottati come onde del mare dai dubbi che spesso ci assalgono in maniera prepotente. Bisogna crescere per non trovarci inermi ed incapaci di reagire di fronte ai venti di false dottrine. Bisogna crescere soprattutto per essere capaci di affrontare e vincere con sacrificio e con lealtà l’aspro combattimento contro il male in tutte le sue forme. Molto spesso l’apostolo Paolo nei suoi scritti ricorre all’immagine del combattimento fisico o della competizione sportiva per sottolineare l’importanza e l’impegno che il cristiano deve usare nel campo spirituale. Con queste parole egli infatti esorta il giovane Timoteo:   »Combatti il buon combattimento della fede, afferra la vita eterna . . .  » (1 Tim 6, 12). Anche scrivendo ai Corinzi egli usa lo stesso paragone della lotta e della competizione sportiva per sottolineare l’impegno della vita cristiana, come possiamo leggere in 1 Cor 9, 24-27. Possiamo affermare con certezza che Paolo ha messo in pratica nelle sua vita queste esortazioni. Indimenticabile è infatti in tutta la sua intensità il pensiero con il quale l’apostolo, ormai prossimo alla fine, riassume la sua esistenza al servizio del Signore: 2 Tim 4, 7-8. Nel testo di Efesini 6, 10-18 l’apostolo Paolo, riprendendo delle immagini già familiari al profeta Isaia (Is 11, 5; 59, 17) e ispirandosi forse al pretoriano romano che faceva la guardia a lui mentre era prigioniero, esorta i cristiani a rivestirsi della completa armatura di Dio, ossia a far proprie il complesso delle varie parti di questa armatura e delle armi da usare affinché il combattimento alla fine possa risultare vittorioso. Non dimentichiamoci che, scrivendo ai Colossesi, egli aveva detto che il sacrificio di Cristo poteva farci comparire dinanzi a Dio santi, irreprensibili e senza colpa soltanto se perseveriamo nella fede, « essendo fondati e fermi, senza essere smossi dalla speranza dell’evangelo » (Cl 1, 23). Questa fermezza noi la possiamo acquistare per mezzo dell’ armatura e delle armi che Dio stesso mette a nostra disposizione. Il nemico contro cui dobbiamo difenderci e usare le armi di Dio non può essere sottovalutato in quanto si tratta del diavolo stesso, di Satana, l’avversario e l’ideatore di ogni macchinazione perversa. Per ingannarci e sedurci egli è capace di trasformarsi persino in « angelo di Luce » (2 Cor 11, 14), di citare persino le Sacre Scritture torcendole con abilità a proprio vantaggio come ha fatto con Gesù stesso durante le tentazioni (Mt 4, 6). Egli, come principe delle potenze dell’aria, ha la capacità di spingerci verso la disubbidienza ed il peccato (Ef 2, 2). Carica di cupa tensione è l’immagine in cui Pietro lo dipinge come un leone ruggente che si aggira impaziente in cerca di prede da sbranare per soddisfare la sua spasmodica bramosia (1 Pt 5, 8). Il nostro combattimento quindi – come afferma Paolo – non è rivolto contro « carne e sangue », ossia non è contro l’uomo, contro gli elementi materiali, né ha nulla a che vedere con la violenza fisica, ma si indirizza contro le potenze spirituali della malvagità che si trovano nei luoghi celesti. I termini « principati », « potestà » « dominatori di tenebre » e « spiriti malvagi » sono più o meno sinonimi e indicano la natura spirituale del nemico contro cui dobbiamo combattere. Nella storia del cristianesimo, spesso gli uomini, non tenendo conto di questa realtà, si sono macchiati di delitti atroci contro i propri fratelli ed hanno giustificato queste azioni delittuose definendole « guerre sante  » o  » santa inquisizione ». Ma tutti questi conflitti non avevano nulla a che fare con il conflitto spirituale di cui ci sta parlando Paolo. Questo conflitto spirituale non è neppure identificabile con magie varie, stregonerie, incantesimi, esorcismi, sortilegi, spiriti incarnati, fantasmi e cose simili che sono già condannate dal Signore per l’infondatezza assoluta dei loro presupposti. Satana è molto più astuto e le sue manifestazioni molto più pericolose delle superstizioni vuote e facilmente contestabili. La sede del combattimento è piuttosto la nostra coscienza, il nostro animo, la nostra volontà. È qui che si agitano le forze invisibili del male che cercano di prendere pian piano possesso di noi in modo da ferirci in maniera mortale. In Giacomo 1, 14-15 leggiamo:   »Ciascuno invece è tentato quando è trascinato e adescato dalla propria concupiscenza. Poi, quando la concupiscenza ha concepito, partorisce il peccato e il peccato, quando è consumato, produce la morte ». È quindi estremamente importante farci trovare pronti per non soccombere, ma vincere questa decisiva battaglia. Come prima cosa occorre essere consapevoli dei nostri limiti e delle nostre debolezze. Confidando solo nelle nostre capacità di resistenza, finiremmo per essere miseramente sconfitti e non avremmo alcuna possibilità di farcela. Per questo motivo Paolo ci esorta a trovare la nostra forza e la nostra speranza nelle virtù e nella potenza del Signore, invitandoci a rivestire la completa armatura di Dio per essere capaci di sconfiggere il giorno cattivo della tentazione. L’apostolo Paolo ci dà un’assicurazione divina ben precisa che troviamo in 1 Cor 10, 13:   » Nessuna tentazione vi ha finora colti se non umana; or Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita, affinché la possiate sostenere « . Questa promessa è davvero rassicurante. Essa tuttavia ha bisogno di due elementi fondamentali per poter trovare piena attuazione: Il Primo e più importante elemento è quello realizzato da Dio con Cristo facendolo risorgere dalla morte (Ef 1, 20), Per mezzo di questo evento il Signore ha iniziato a demolire la potenza di Satana « legandolo » e limitandone quindi drasticamente i poteri e l’abilità di sedurre i deboli nella fede. L’altro elemento è quello che può realizzare l’uomo rimanendo strettamente legato al Signore come un tralcio alla vite per ricevere da Lui la linfa vitale (Gv 15, 1-5). Soltanto realizzando questa unione in maniera perfetta ed indissolubile l’uomo potrà affrontare e superare qualsiasi tentazione. Essere con Lui, essere in Lui significa percorrere la via dell’ubbidienza e combattere strenuamente per la fede che ci è stata tramandata una volta per sempre (Gd 3). In conclusione possiamo affermare che Paolo ci invita a rivestirci della completa armatura di Dio perché questo è il solo modo per evitare l’inganno e la seduzione del peccato. Le stesse raccomandazioni ci vengono rivolte con altre parole anche dall’apostolo Pietro in 2 Pt 1, 5-11 che potremo leggere e meditare nelle nostre case. Questa lotta che dobbiamo sostenere è una lotta interiore contro le tentazioni subdole e sottili di Satana che fa leva sui piccoli orgogli, sulle piccole debolezze sui momenti di incertezza e di scoraggiamento che ci assalgono, per sferrare il suo attacco finale e cercare di farci soccombere. Ma noi abbiamo la rassicurante promessa da parte di Dio che tali attacchi non potranno mai essere vincenti se affrontati con le Sue armi, poiché equipaggiati in maniera adeguata saremo in grado di affrontare con successo anche il combattimento più duro ed intenso. Le armi del Signore sono armi di luce (Rm 13, 12) capaci di donare al cristiano la certezza assoluta della vittoria finale. Infatti lo stesso apostolo Paolo in Rm 8, 37-39, così scrive: « Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori in virtù di colui che ci ha amati. Infatti io sono persuaso che né morte né vita né angeli né principati né potenze né cose presenti né cose future, né altezze, né profondità, né alcuna altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore ».   Le cose di Lassù Analisi del testo della Lettera  ai Colossesi 3, 1-4   »Se dunque siete risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Abbiate in mente le cose di lassù, non quelle che sono sulla terra, perché voi siete morti e la vita vostra è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, che è la nostra vita apparirà, allora anche voi apparirete con lui in gloria » Ricollegandosi direttamente con quanto aveva già detto al cap. 2 ai vv. 12-13, in cui aveva parlato della sepoltura dell’uomo vecchio e peccatore e della sua risurrezione a nuova vita, nel battesimo, mediante la fede in Cristo, Paolo ora trae la necessaria conseguenza: « Se dunque siete risuscitati con Cristo », ora tutto il vostro interesse, la vostra attenzione, i vostri pensieri, i vostri desideri, le vostre aspirazioni, il vostro comportamento, l’intero vostro essere, anima spirito e corpo, non può essere rivolto che verso un’unica direzione: il cielo, e cioè « le cose di lassù » Anzi Paolo dice addirittura che non solo noi dobbiamo « cercare le cose di lassù », ma queste cose devono essere l’oggetto principale dei nostri pensieri: « abbiate in mente le cose di lassù ». Non più le cose terrene, di questo mondo che passa, ma le cose che riguardano il cielo, il quale deve essere la meta verso la quale aspiriamo con tutte le nostre forze. Anche ai Filippesi Paolo scrive (Fl 3, 20) che la nostra cittadinanza non è in questo mondo, ma nei cieli ed è lì che dobbiamo assolutamente concentrare tutte le nostre aspirazioni. Pur vivendo in questa terra, noi qui siamo soltanto di passaggio, in quanto la nostra dimora definitiva sarà il cielo, ed è appunto per questa dimora definitiva dei cieli che noi dobbiamo prepararci. Paolo invitandoci a guardare verso il cielo, è in perfetta sintonia con Cristo, il quale a sua volta ci invita a riporre le nostre speranze non nelle cose effimere di questo mondo che procurano solo dolore e sofferenza, ma nei cieli dove il nostro tesoro sarà custodito senza deperire e senza procurarci inutili affanni. Rimangono infatti indelebilmente incise nei nostri cuori le sue famose parole:   »Non vi fate tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri sfondano e rubano, anzi fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non sfondano e non rubano. Perché dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore » (Mt 6, 19-21)   »Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte » (Mt 6, 33). Tornando al nostro brano di Cl 3, Paolo ci vuole far comprendere che se la nostra vita cristiana inizia per noi con il sacrificio di Cristo, tale vita sarebbe imperfetta e del tutto inutile se non ci fosse poi il desiderio e l’impegno costante da parte nostra di guardare verso la meta finale che Gesù ha preparato per noi. Se viviamo in Cristo, al quale siamo stati uniti nel battesimo e mediante il quale abbiamo vinto il male e le forze della malvagità di questo mondo disubbidiente, allora dobbiamo indirizzare le nostre energie verso due impegni primari, ben precisi e tra loro collegati: Cercare le cose di lassù, avere in mente le cose di lassù. Cercare le cose di lassù. Gesù ha promesso: « Chi cerca trova » (Mt 7, 7-8). Una ricerca richiede implicitamente la volontà di raggiungere l’obbiettivo prefissato. L’obiettivo della ricerca delle cose di lassù ci viene agevolato in modo particolare dal fatto che noi siamo rinati a nuova vita mediante la fede nel sacrificio di Cristo. Chi è risuscitato dentro di sé col Signore, è già entrato nella nuova dimensione della salvezza che fra breve si compirà del tutto ed ha quindi un nuovo ed esclusivo centro di interesse, un diverso scopo da raggiungere in funzione del quale imposterà tutta la sua vita. Ne consegue che nella preghiera, nello studio della Parola di Dio, nei rapporti fraterni, nella predicazione del vangelo, nella santificazione personale, chi ama Dio, cercherà continuamente in Cristo la forza, lo spirito, l’esatta direzione, la più profonda comprensione, la coerenza che gli consentiranno di essere degni del cielo, cioè della nuova dimora che Dio ha preparato per i suoi figli. Viceversa chi non cerca non potrà mai trovare perché non si sforza neppure di porsi questo obiettivo. Da questa mancanza di ricerca e quindi di intenso desiderio per cose di lassù non può che derivarne rilassatezza, approssimazione, superficialità che spinge tanti cosiddetti « credenti » a vivere un cristianesimo da un punto di vista unicamente terreno, come se nulla fosse cambiato nella loro vita. Avere in mente le cose di lassù Quando uno vuole cercare qualcosa, prima di tutto deve averla presente dentro di sé, deve averla presente nella sua mente. Soltanto dopo averla presente nella sua mente, egli sentirà il desiderio di cercarla. Quando cerchiamo qualcosa vuol dire che dentro di noi è sorto un interesse per questa cosa. Per questo motivo, appunto, Paolo aggiunge: « Abbiate in mente le cose di lassù, non quelle che sono sulla terra » Gesù, che era un profondo conoscitore della natura umana, disse: « dov’è il vostro tesoro, lì sarà pure il vostro cuore » (Mt 6, 21). Siccome il cuore è la sede dei nostri pensieri e dei nostri interessi, è ovvio che se noi ci faremo un tesoro nei cieli, lì sarà pure il nostro cuore ed il nostro interesse. Chi trova i tesori di Cristo e se ne riveste, desidera immergere il proprio animo nelle cose di Dio, vuole averle nel proprio cuore continuamente come oggetti preziosi di valore incalcolabile, da custodire gelosamente. Ricordate le brevi parabole di Gesù sul tesoro nascosto e sulla perla trovata? Le troviamo in Mt 13, 44-46. Una volta trovato questo tesoro o questa perla, si vende ogni cosa e si acquista questo tesoro o questa perla preziosa. Ma perché dobbiamo cercare ed avere in mente le cose di lassù, piuttosto che le cose terrene? Paolo ce lo spiega al versetto 3: « perché siete morti e la vita vostra è nascosta in Cristo » Come un morto non può più essere coinvolto nelle cose di questa terra, così chi è morto con Cristo non può più vivere le cose delle terra alla maniera di quelli della terra. Contemplando il trono di Dio, ci si sottrae al pericolo di essere compromessi con le cose di questa terra. Il cristiano è uno che si separa dal mondo, ma non scappa fisicamente da questo mondo, non si sottrae ai suoi doveri isolandosi come un eremita. Vive in questo mondo, ma con quel necessario distacco che gli permette di vincere le avversità, i mali, di superare qualsiasi difficoltà perché ha lo sguardo rivolto con speranza verso orizzonti migliori. Si nutre della Parola di Dio, ma al tempo stesso condisce i cibi insipidi di questa terra con il sale della fede, della speranza e dell’amore. Pur vivendo in questa terra, pur soffrendo con pazienza i mali di questo mondo, è felice perché ha raggiunto la pace con Dio e quindi un armonioso equilibrio interiore. Visto dal di fuori questo modo di essere e di pensare potrebbe sembrare « pazzia », come « pazzia » potrebbe sembrare il messaggio della croce che il cristiano predica e vive. Anche se il mondo non se ne rende conto, perché non lo sa e non lo vede, colui che vive una nuova vita in Cristo possiede dentro di sé la pienezza di ogni cosa. La realtà profonda dell’animo di colui che si è affidato a Cristo appare però come velata, nascosta al mondo, proprio come nascosta e velata era la pienezza della sapienza di Dio che si era incarnata in Gesù, e moltissimi non se ne accorsero e moltissimi ancora oggi continuano a non accorgersene. Il cristiano può sembrare un fallito, uno che non sa vivere secondo le regole del gioco, imposte dal principe di questo mondo; uno che ha riposto ogni sua fiducia ed ogni sua speranza in una persona finita miseramente sulla croce. Ma il percorso quotidiano del vero credente è invece intimamente illuminato da una luce così intensa e divina che egli stesso a volte non se ne rende pienamente conto. Basta pensare che ogni credente è grande per Dio. Ricordate cosa disse Gesù di Giovanni Battista?   »In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto mai nessuno più grande di Giovanni Battista; ma il minimo nel regno dei cieli è più grande di lui » (Mt 11, 11). Il minimo nel regno dei cieli, il più umile, il più piccolo, il piu’ trascurabile agli occhi del mondo, è invece agli occhi di Dio addirittura più grande di Giovanni Battista. Per questo motivo il vero credente deve porre la massima attenzione nel proprio cammino, deve continuamente farsi guidare dal suo Signore ed essere costantemente a lui fedele anche nel piccole cose, per poter essere poi giudicato degno di ereditare le grandi cose di Dio. Tutto questo avrà naturalmente un coronamento finale: « Quando Cristo, che è la nostra vita, apparirà, allora anche voi apparirete con lui in gloria » Il ritorno di Cristo, la sua manifestazione finale, farà scomparire ogni velo residuo, porterà in piena luce tutto il bene e tutto il male. Allora chi si è davvero rivestito di Cristo brillerà come il sole della stessa luce divina di cui brillano gli angeli del cielo. Le sofferenze del cammino terreno, l’inimicizia, il disprezzo, l’indifferenza e lo scherno, apparteranno ad un lontano passato e si riveleranno delle piccole cose rispetto all’immensità della gloria di Dio di cui saremo investiti. Non ci sono parole umane adatte a descrivere questa gloria, ma Pietro ci dice che alla fine noi diventeremo nientemeno che partecipi della natura divina (2 Pt 1, 3-4). Cessando di essere ciò che siamo stati nel nostro passato di peccatori ed accettando di essere ciò che il Signore vuole che noi siamo, partecipiamo durante tutta la nostra vita alla morte ed alla resurrezione di Cristo, preparando l’ascensione alla gloria di Lassù. La stessa morte fisica non sarà più per noi un doloroso distacco, un salto nel buio, ma un glorioso ingresso in un mondo meraviglioso. Come scriveva Paolo ai Filippesi, Il cristiano è contento di rimanere in questa vita finché questa sua permanenza sarà utile alla propria e all’altrui salvezza, ma è contento anche e a maggior ragione di partire, perché è consapevole che la pienezza della comunione con il Signore si attuerà soltanto oltre la vita terrena. La propria vita terrena non la vive più per se stesso, ma per colui a cui ha deciso di appartenere mediante il battesimo. Se il cristiano ha costruito la sua vita terrena nell’amore di Dio e del prossimo, se si è costruito un tesoro nei cieli, egli potrà ora guardare con speranza e con serenità al suo viaggio verso l’eternità. Il Progetto di Dio Il termine progetto viene dal greco  , protìthémi, porre prima. In Paolo riscontriamo il termine  , progetto, sei volte sulle dodici totali del Nuovo Testamento; abbiamo inoltre  , protìthémi, che ricorre tre volte in Paolo sulle tre totali del Nuovo Testamento, quindi è un suo uso tipico che però fatto tre volte soltanto non è molto significativo. Considerando il sostantivo  sia il verbo  possiamo dire che l’idea che soggiace è molto cara in un certo senso a Paolo, nonostante l’esiguo uso di questi termini.  viene usato 6 volte:  Rm 8,28:  » Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno »  Rm 9,11: « … quando essi ancora non eran nati e nulla avevano fatto di bene o di male perché rimanesse fermo il disegno divino fondato sull’elezione non in base alle opere . .. « .  Ef 1,11: « In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà »  Ef 3,11: « … secondo il disegno eterno che ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore…  »  2Tim 1,9: « Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia… ».  2Tim 3,10: « Tu invece mi hai seguito da vicino nell’insegnamento, nella condotta, nei propositi, nella fede. nella magnani-mità, nell’amore del prossimo… « . Il progetto, nei primi cinque casi, si riferisce al progetto di Dio; solo una volta Paolo lo usa per sé; è da notare che abbiamo fatto questa scelta con una certa disinvoltura. Per quanto riguarda il verbo  viene usato in:  Rm 1,13:  » Non voglio pertanto che ignoriate, fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi…  »  Rm 3,25:  » Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia ».  Ef 1,9:  » … poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito… « .   Progetto – Progettare Quando Paolo pensa a questo progetto-progettare, due volte lo riferisce a sé, le altre volte a Dio. Quando appunto parliamo di un progetto di Dio espresso con il sostantivo e con il verbo che abbiamo appena indicato, siamo abbastanza aderenti al testo paolino. Non ci occupiamo adesso del progetto di Paolo, ma cosa significa questo progettare da parte di Dio? Per rispondere alla domanda dobbiamo considerare come in Paolo si è formata l’idea che Dio ha un progetto e che Dio progetta. Paolo presenta un senso acuto di Dio, e questo si può vedere di più nella lettura delle sue lettere, infatti quando ne parla non riesce mai ad essere freddo o indifferente, si riscalda sempre: il tema « Dio » provoca una forte e irresistibile risonanza di Dio, un grande entusiasmo verso Dio. In Paolo c’è stata un’esperienza personale di Dio nell’ambiente giudaico di tendenza farisaica, che diverge da quella forma ipocrita che troviamo condannata nel Vangelo o in alcune lettere di Paolo, dove si parla della degenerazione del fariseismo; invece il fariseismo di cui parla Paolo è un movimento in cui si cerca di attualizzare il massimo possibile la Legge, il fariseo è il « separato » dalla massa per fare le cose religiose più in profondità. Paolo appartiene a quella corrente farisaica e viene educato secondo questa tendenza del giudaismo impegnato del tempo e non frammisto di ellenismo. Egli poteva frequentare, seppur nell’ambiente ellenistico di Tarso, la sinagoga e fare tutte le preghiere che un ebreo di quel tempo compiva, come lo sema Israel recitato tre volte al giorno. Questa educazione personale di Paolo avuta fin dalla sua prima giovinezza ha avuto una forte risonanza su di lui; anche l’esperienza di Gerusalemme ha aperto molto gli orizzonti di Paolo. Come carattere Paolo era particolarmente sensibile alla dimensione umana, quindi anche le cerimonie dell’acqua, della luce tutto ciò che si faceva nel tempio era per lui importante. Ciò è dimostrato dal fatto che anche quando la liturgia del tempio sarà superata e il tempio non avrà più quell’importanza avuta nell’Antico Testamento, Paolo rimarrà affezionato al tempio, al punto da essere catturato nel tempio e portato a Cesarea.Paolo è molto sensibile ai problemi umani; vissuto in un ambiente ebraico non è rimasto estraneo alla cultura ellenistica della sua città. Anche quando va ad Atene fa il giro della città e non rimane nel quartiere ebraico, ma va in giro trovando anche la statua « al dio ignoto ». Paolo non ha invece il senso della natura, nei suoi viaggi attraverso paesaggi meravigliosi non ne parla mai, e quando ne parla sbaglia e fa confusione; questo a differenza di Gesù che ha una grande sensibilità alla natura. Allora per quanto riguarda l’idea del progetto di Dio, Paolo da una parte è come risucchiato dal senso acuto di Dio, ma dall’altra parte è attratto dalla dimensione dell’uomo, tutto ciò che attorno a lui gravita. Paolo sa che l’uomo è creato da Dio e sa che ci deve essere un rapporto; ma quale è questo rapporto? Paolo sperimenta anche una tensione tra l’elemento più verticale di Dio, e l’elemento orizzontale dell’esperienza dell’uomo e volendo metterle insieme ne scaturisce l’idea del progetto di Dio. L’uomo in tutte le sue iniziative è progettato da Dio: questo termine in Paolo ha una valenza tutta nuova. Paolo unisce questa esperienza acuta che ha di Dio e l’esperienza acuta che ha dell’uomo formulando questa idea: tutto ciò che fa l’uomo rientra in una progettazione che parte dalla trascendenza di Dio. Ma vediamo in che senso. Il progetto è un progetto a livello di Dio, nasce e si forma in Dio;  , protìthémi, porre prima, quel prima non ha un senso sulla linea dell’anticipo del tempo, ma equivale « al di sopra » di tutto. Tutto ciò che Dio fa riguarda sia l’uomo che il cosmo. Tale progetto onnicomprensivo, che ha l’uomo al centro, viene elaborato da Dio, che – dicevamo – è al di sopra di tutto. Ecco che Paolo esprime con  , questa realtà che coinvolge la trascendenza di Dio. Ad esempio Paolo dice: « Dio ha predestinato »; non è sulla linea temporale che si sta parlando, ma ciò vuol dire che tale progetto è nato nell’interiorità stessa di Dio. Ecco che è più opportuno parlare di progetto: è come l’artista che elabora dentro di sé quell’ispirazione che poi verrà alla luce nell’opera d’arte. Tale progetto viene anche rapportato a Cristo come inizio e come conclusione: ossia Dio – nell’elaborare tale progetto – guarda a Cristo come inizio, e nuovamente a lui come compimento. Tutta la realtà umana e cosmica, in qualche modo parte da Cristo e si conclude in Cristo. È una grande intuizione della teologia paolina. Tutto converge in Cristo.

  Uomo e Dio Nell’Antico e Nuovo Testamento c’è un senso molto chiaro di questa corrispondenza piena tra quello che Dio dice e quello che Dio fa. Non c’è una parola di Dio che cade a vuoto, una Parola di Dio, detta da Dio ha pienamente il suo effetto. Dio è anche giustificante, fa sì che l’uomo possa fare pareggio nel senso che anche l’uomo ha una sua formula, una sua misura, che configura quella che è la realtà propria dell’uomo; per la Bibbia ogni uomo sta sulla linea di Adamo, non ha senso senza un riferimento ad Adamo, e Cristo si colloca su questa scia. L’uomo, in quanto tale, per la Bibbia, è visto come discendente di Adamo; l’uomo quindi è uomo perché discendente da Adamo, ma anche perché è rapportato a Cristo: come l’uomo non avrebbe la sua identità senza Adamo, così non avrebbe la sua identità senza Cristo, che è l’ultimo Adamo. L’uomo è creato da Dio con questi punti luminosi emergenti di Dio, che a un certo punto si sviluppa e fiorisce in somiglianza. L’immagine è il seme e la somiglianza è la fioritura di questa immagine. Nel Nuovo Testamento Cristo è la realizzazione concreta dell’uomo in quanto somigliante di Dio. Cristo entrando nella linea antropologica di Adamo porta nell’uomo la possibilità di poter realizzarsi a immagine e somiglianza di Dio. Potremmo concludere che la formula « uomo » è immagine e somiglianza di Dio realizzata concretamente nella forma di Cristo. Questa immagine e somiglianza di Dio è un progetto che si realizza se c’è un pareggio tra l’uomo spazio-temporale, ossia in carne e ossa, che vive nella sua storia. L’uomo è pienamente se stesso quando concretamente realizza questi valori dell’immagine di Dio nella forma di Cristo, cioè fa pareggio con la sua formula, con la sua vera identità. Perché si possa fare questa corrispondenza, bisogna che la realtà concreta dell’uomo corrisponda a questa formula. Un primo approccio è abbastanza sconfortante per Paolo; nella lettera ai Romani, vedremo il quadro che traccerà dell’uomo lacunoso, peccatore, vuoto. Paolo nota che di questa formula che compete all’uomo, nell’uomo stesso ce n’è poca. L’uomo appare proprio al contrario dell’immagine di Dio: Paolo infatti dice in Rm 3:   »(…) tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù ». (Cfr. Rm 3) cioè sono privi della gloria, in quanto realtà-valore, perché a causa delle scelte sbagliate l’uomo si svuota e quindi questa immagine di Dio sembra non esserci niente. Dio vuole giustificare l’uomo, e allora il primo impegno che deve fare per giustificare l’uomo è liberare l’uomo, liberarlo da tutti i detriti e il materiale d’ingombro che l’uomo ha ricevuto dalle sue scelte sbagliate. Per Paolo il peccato non è solo una scelta sbagliata dell’uomo, ma scava nell’uomo, è una lacuna di un sistema dell’uomo. Dio toglie queste rovine e abbiamo l’applicazione del mistero pasquale, della morte di Cristo che libera l’uomo della sua peccaminosità quasi sin dalla radice, soprattutto libera l’uomo dai risultati di queste scelte. L’immagine di Dio infatti non può essere importata su un uomo tutto carico di altri elementi. Una volta che l’uomo è liberato è possibile delineare nell’uomo i tratti tipici dell’immagine di Dio nei tratti di Cristo, e abbiamo i vari aspetti indicati e sottolineati da Paolo: l’uomo diventa Figlio di Dio, grazie alla vitalità comunicata da Cristo risorto. Lo spirito che viene donato al cristiano, non è altro che la comunicazione della vitalità storica del Cristo risorto. Una volta che il Cristiano è davvero figlio, se è figlio possiede lo spirito perché la filiazione del cristiano è realizzata da questa comuni-cazione e partecipazione che Cristo fa al cristiano della sua vitalità. Paolo dirà nella lettera ai Romani al capitolo 8:   »Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio ». L’uomo giustificato, allora è colui che si è aperto a quest’influsso di Dio giustificante donando il mistero pasquale, e la vitalità di Cristo risorto donata al cristiano produce in lui questa realtà di Figlio di Dio con la capacità di guidarsi, di fare nella sua vita le stesse scelte di Cristo. L’uomo giustificato è l’uomo cristificato, che comincia a fare nella sua vita le stesse scelte fondamentali di Cristo. Inoltre, la giustificazione è anche un sviluppo: possiamo dire che non siamo  dedikaiômènoi, ma  dikaioùmenoi; cioè con il primo si intenderebbe un’azione cominciata nel passato che continua nel presente e significa già giustificati; il secondo termine significa che è in sviluppo di giustificazione, l’azione è cominciata e sta sviluppandosi sempre di più, è la fede che permette l’accoglienza progressiva di quello che viene comunicato attraverso il vangelo.

  Vangelo Etimologia: Vangelo (lieto annunzio), dal greco  lieto,  annunzio. La terminologia con cui Paolo si esprime circa questo termine (Vangelo) può essere analizzata secondo questa statistica: Paolo  Nuovo Testamento  60  76  Percentuale 78, 94 %

21  58  Percentuale 37, 5 %

Son nate pertanto varie ipotesi: tra le altre ne ricordiamo due: 1) Paolo è colui che ha coniato il termine  , riprendendolo dall’uso dell’Antico Testamento. 2) Paolo ha preso il termine  ad Antiochia, nel periodo che intercorre tra la sua vocazione (ca. 36 d.C.) e il suo primo viaggio missionario (ca. 46 d.C.). Antiochia era infatti una Chiesa vivace, dove per la prima volta i credenti in Cristo furono detti cristiani. Mettere qui un link col mio articolo su Antiochia Vi è, nella statistica, una prevalenza del sostantivo  rispetto al verbo: è un indizio che ci può far capire che Paolo da buon intellettuale, fa una sintesi dei fatti e la esprime con il sostantivo  . Ecco che vangelo è la sintesi, per Paolo, di tutto ciò che ha osservato circa l’annuncio apostolico. Fondamentale è il contenuto espresso dal termine, infatti non è semplicemente lieto (  ), annunzio ( ) così come ci dice l’etimologia; ma è: Annuncio di Cristo morto e risorto per…; interpella l’uomo, raggiungendolo dov’è; L’uomo deve scegliere: si o no; Da questo dipende la sua situazione escatologica: salvezza – perdizione. È la somma di questi quattro punti che costituisce la lieta novella che Paolo annuncia.In primo luogo Paolo annuncia la morte e la risurrezione di Cristo, non semplicemente come evento, ma come fatto che libera, o salva dai peccati (ecc…). Sono eventi per, ossia in funzione di qualcos’altro. Gesù è veramente morto e risorto, ma non è questo il succo dell’annunzio: morte e risurrezione comunicano la vita divina all’uomo.Tale annuncio arriva all’uomo nel suo ambiente, ossia lo interpella personalmente; questi dovrà fare una scelta: si o no. Il sì è l’accoglienza della fede. Da tale risposta data al vangelo dipende tutto lo sviluppo ulteriore della persona: salvezza o perdizione. Ora, quindi, capiamo in che misura il Vangelo è lieto annuncio: solo nel caso in cui l’uomo lo accoglie e vi aderisce con la vita. Infine troviamo una certa tensione o bipolarità tra una certa trascendenza e immanenza del Vangelo. Paolo difatti dice che il vangelo è di Dio, ma dice anche « il mio vangelo ». Di chi è allora il vangelo, di Dio o di Paolo? Possiamo dire che è di entrambi: il vangelo di Dio viene personalizzato da Paolo ( Trascendenza  : di Dio, Personalizzazione  : di Paolo).  

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