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L’EREDITÀ SPIRITUALE DELL’APOSTOLO PAOLO

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L’EREDITÀ SPIRITUALE DELL’APOSTOLO PAOLO

Bruno Simonetto

Il Papa ha concluso le catechesi su San Paolo illustrandone magistralmente la figura e l’insegnamento. La sua eredità è fondamento e nutrimento dell’intera Chiesa.

Ormai alla conclusione dell’Anno Paolino proponiamo i temi dell’Udienza che costituisce come il « canto finale » di ciò il Papa è venuto illustrando, in ben ventiquattro magistrali interventi, sulla figura e l’insegnamento Apostolo delle genti, iniziando già prima dell’indizione di quest’anno a lui dedicato.
Ma veniamo al discorso del 4 Febbraio 2009, a conclusione dell’intero ciclo di Catechesi del Papa durante l’Anno Paolino, iniziato nel 2 Luglio 2008. Benedetto XVI si è soffermato sulla morte e sull’eredità spirituale dell’Apostolo, così introducendosi: «La serie delle nostre Catechesi sulla figura di San Paolo è arrivata alla sua conclusione: vogliamo parlare oggi del termine della sua vita terrena.
L’antica tradizione cristiana testimonia unanimemente che la morte di Paolo avvenne in conseguenza del martirio subito qui a Roma. Gli scritti del Nuovo Testamento non ci riportano il fatto. Gli Atti degli Apostoli terminano il loro racconto accennando alla condizione di prigionia dell’Apostolo, che poteva tuttavia accogliere tutti quelli che andavano da lui (cfr. At 28,3031).
Solo nella Seconda Lettera a Timoteo troviamo queste sue parole premonitrici: « Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele » (2Tm 4,6; cfr. Fil 2,17). Si usano qui due immagini, quella cultuale del sacrificio, che aveva usato già nella Lettera ai Filippesi interpretando il martirio come parte del sacrificio di Cristo, e quella marinaresca del mollare gli ormeggi: due immagini che insieme alludono discretamente all’evento della morte e di una morte cruenta».

Il martirio di Paolo sulla Via Ostiense
«La prima testimonianza esplicita sulla fine di San Paolo ci viene dalla metà degli anni 90 del sec. I, quindi poco più di tre decenni dopo la sua morte effettiva. Si tratta precisamente della Lettera che la Chiesa di Roma, con il suo Vescovo Clemente I, scrisse alla Chiesa di Corinto.
In quel testo epistolare si invita a tenere davanti agli occhi l’esempio degli Apostoli, e, subito dopo aver menzionato il martirio di Pietro, si legge così: « Per la gelosia e la discordia Paolo fu obbligato a mostrarci come si consegue il premio della pazienza. Arrestato sette volte, esiliato, lapidato, fu l’araldo di Cristo nell’Oriente e nell’Occidente, e per la sua fede si acquistò una gloria pura. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, e dopo essere giunto fino all’estremità dell’Occidente, sostenne il martirio davanti ai governanti; così partì da questo mondo e raggiunse il luogo santo, divenuto con ciò il più grande modello di pazienza » (1Clem 5, 2) (…).
Molto interessante è in questa lettera di Clemente il succedersi dei due nomi di Pietro e di Paolo, anche se l’ordine dei loro nomi verrà invertito nella testimonianza di Eusebio di Cesarea (sec. IV), che parlando dell’Imperatore Nerone scriverà: « Durante il suo regno Paolo fu decapitato proprio a Roma, e Pietro vi fu crocifisso. Il racconto è confermato dal nome di Pietro e di Paolo, che è ancor oggi conservato sui loro sepolcri in quella città » (Hist. eccl. 2, 25, 5).
Eusebio poi continua riportando l’antecedente dichiarazione di un presbitero romano di nome Gaio, risalente agli inizi del secolo II: « Io ti posso mostrare i trofei degli Apostoli: se andrai al Vaticano o sulla Via Ostiense, vi troverai i trofei dei fondatori della Chiesa » (ibid 2,25,6-7). I « trofei » sono i monumenti sepolcrali; e si tratta delle stesse sepolture di Pietro e di Paolo, che ancora oggi noi veneriamo dopo due millenni negli stessi luoghi: sia qui in Vaticano per quanto riguarda San Pietro, sia nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura sulla Via Ostiense per quanto riguarda l’Apostolo delle genti.

Roma è fondata su Pietro e Paolo
È interessante rilevare che i due grandi Apostoli sono menzionati insieme. Anche se nessuna fonte antica parla di un loro contemporaneo ministero a Roma, la successiva coscienza cristiana, sulla base del loro comune seppellimento nella capitale dell’impero, li assocerà anche come fondatori della Chiesa di Roma.
Così infatti, si legge in Ireneo di Lione, verso la fine del II secolo, a proposito della successione apostolica nelle varie Chiese: « Poiché sarebbe troppo lungo enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo la Chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo » (Adv. haer. 3,3,2).
Ma concentriamoci sulla figura di Paolo, il cui martirio viene raccontato per la prima volta dagli Atti di Paolo, scritti verso la fine del II secolo. Essi riferiscono che Nerone lo condannò a morte per decapitazione, eseguita subito dopo (cfr. 9,5).
La data della morte varia già nelle fonti antiche, che la pongono tra la persecuzione scatenata da Nerone stesso dopo l’incendio di Roma nel luglio del 64 e l’ultimo anno del suo regno, cioè il 68 (cfr. Gerolamo, De viris ill. 5,8). Tradizioni successive preciseranno due altri elementi. L’uno, il più leggendario, è che il martirio avvenne alle « Acquae Salviae », sulla Via Laurentina, con un triplice rimbalzo della testa, ognuno dei quali causò l’uscita di un fiotto d’acqua, per cui il luogo fu detto fino ad oggi « Tre Fontane » (cfr. Atti di Pietro e Paolo dello Pseudo Marcello, del sec. V).
L’altro, del presbitero Gaio, è che la sua sepoltura avvenne non solo « fuori della Città… al secondo miglio sulla Via Ostiense », ma più precisamente « nel podere di Lucina », che era una matrona cristiana (cfr. Passione di Paolo dello Pseudo Abdia, del sec. VI). Qui, nel secolo IV, l’Imperatore Costantino eresse una prima Chiesa, poi grandemente ampliata tra secolo IV e V dagli Imperatori Valentiniano II, Teodosio e Arcadio. Dopo l’incendio del 1800, fu qui eretta l’attuale Basilica di San Paolo fuori le Mura.

Nutrimento spirituale per i fedeli di tutti i tempi
In ogni caso, la figura di San Paolo grandeggia ben al di là della sua vita terrena e della sua morte; egli infatti ha lasciato una straordinaria eredità spirituale. Anch’egli, come vero discepolo di Gesù, divenne segno di contraddizione. Mentre tra i cosiddetti « Ebioniti » – una corrente giudeo-cristiana – era considerato come apostata dalla Legge mosaica, già nel libro degli Atti degli Apostoli appare una grande venerazione verso l’Apostolo Paolo. (…)
(…) Le Lettere di San Paolo entrano nella Liturgia, dove la struttura profeta-apostolo-Vangelo è determinante per la forma della Liturgia della Parola. Così, grazie a questa « presenza » nella Liturgia della Chiesa, il pensiero dell’Apostolo diventa da subito nutrimento spirituale dei fedeli di tutti i tempi. È ovvio che i Padri della Chiesa, e poi tutti i teologi, si sono nutriti delle Lettere di San Paolo e della sua spiritualità. Egli è così rimasto nei secoli, fino ad oggi, il vero maestro e apostolo delle genti.
Il primo commento patristico, a noi pervenuto, su uno scritto del Nuovo Testamento è quello del grande teologo alessandrino Origene, che commenta la Lettera di Paolo ai Romani. San Giovanni Crisostomo, oltre a commentare le sue Lettere, ha scritto di lui sette Panegirici memorabili.
Sant’Agostino dovrà a lui il passo decisivo della propria conversione, e a Paolo egli ritornerà durante tutta la sua vita. Da questo dialogo permanente con l’Apostolo deriva la sua grande teologia cattolica e anche per quella protestante di tutti i tempi.
San Tommaso d’Aquino ci ha lasciato un bel commento alle Lettere paoline, che rappresenta il frutto più maturo dell’esegesi medioevale (…).
Resta luminosa davanti a noi la figura di un apostolo e di un pensatore cristiano estremamente fecondo e profondo, dal cui accostamento ciascuno può trarre giovamento.
Attingere è lui, tanto al suo esempio apostolico quanto alla sua dottrina, sarà quindi uno stimolo, se non una garanzia, per il consolidamento dell’identità cristiana di ciascuno di noi e per il ringiovanimento dell’intera Chiesa.
Ed è questo il frutto più bello che ci si può augurare dalla celebrazione dell’Anno Paolino che termina con la fine del mese di Giugno.

PAOLO E LE TRE G

http://letterepaoline.net/2008/10/28/paolo-e-le-tre-g/

PAOLO E LE TRE G

posted on 28 ottobre, 2008,

PER CONOSCERE PAOLO.

Gender, Genealogy, Geography (genere, genealogia e provenienza geografica): sono questi, secondo Bruce Malina e John Neyrey, i primi elementi identitari cui un individuo del I secolo poteva fare appello, per presentare e definire se stesso, fornendo le proprie “credenziali” di base.
Anche Paolo, nelle sue lettere, sembra richiamarsi a criteri di questo tipo. Scrivendo a Romani e Filippesi, ad esempio, egli parla di sé come di un «israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino» (Rm 11,1), «circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio di ebrei» (Fil 3,5).
Viene in mente la Tefillat Shachrit, la preghiera che ogni pio ebreo recitava al mattino, probabilmente già all’epoca di Paolo: «Benedetto sei tu, Signore Dio nostro re dell’universo che non mi hai fatto gentile (goy). Benedetto sei tu, Signore Dio nostro re dell’universo che non mi hai fatto schiavo. Benedetto sei tu, Signore nostro re dell’universo che non mi hai fatto donna» (Tosefta Ber. 7,18).
Eppure, nella percezione dell’apostolo, c’è qualcosa che sospende, che mette tra parentesi, che giunge persino a scardinare tutti questi criteri, i quali vanno a comporre la «figura (in greco: schēma) di questo mondo» (1Cor 7,29): è qualcosa che resiste ad essi, qualcosa con cui occorre fare i conti. È qualcosa, o per meglio dire qualcuno: «In Cristo – scrive infatti l’apostolo ai Galati – non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più maschio né femmina» (Gal 3,28: perfetto rovesciamento della preghiera rabbinica evocata poc’anzi).
Questo principio, che Paolo mantiene al fondo di tutta la propria esperienza missionaria, non obbedisce soltanto a una strategia di tipo retorico, ma implica una profonda ristrutturazione dell’identità. Lo si evince dal suo peculiare atteggiamento nei confronti di ciò che può essere definito come il “dramma delle differenze”:
«Infatti siamo stati tutti immersi in un solo Spirito, per formare un unico corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi, e tutti ci siamo abbeverati al medesimo Spirito» (1Cor 12,13);
«Infatti né la circoncisione né l’incirconcisione sono alcunché, ma la nuova creazione» (Gal 6,15);
«Non c’è distinzione di Giudei e di Greci: poiché lo stesso (Cristo) è il Signore di tutti» (Rm 10,12).
L’apostolo, in tutti questi casi, carica talmente di senso le opposizioni polari del proprio sistema culturale, da renderle “archetipali”. Il “giudeo” e il “greco”, in particolar modo, finiscono per rappresentare due disposizioni intellettuali, due “regimi del discorso”, come suggerisce di chiamarle, con piglio foucaultiano, il filosofo Alain Badiou: è di fronte a ciò che sfugge o resiste alla categorizzazione, alla “residualità” di questi due soggetti, quello “giudaico” che reclama segni e prodigi, e quello “greco” che ricerca la sapienza (1Cor 1,22), che si colloca il discorso della Croce.
Paolo, intuendo che l’intera esistenza umana è segnata dal dramma delle differenze, non tenta comunque di eliminarle: anzi, a ciascuno è consigliato di rimanere nello stato in cui si trova al momento della “chiamata” (1 Cor 7,20). Così, nel dire che non c’è più “giudeo” né “greco”, né “schiavo” né “libero”, né “maschio” né “femmina”, egli non abolisce i singoli termini dell’opposizione, ma propone un modello sociologico alternativo, che sospende ogni differenziazione subordinandola a un’idea di comunanza umana fondata su ciò che resta irriducibile in ciascun soggetto.
Il vangelo, quindi, non è proprietà esclusiva di alcuno, non è indirizzato esclusivamente a uomini o donne, a schiavi o liberi, a Giudei o Greci: perché tutto precede, tutto trascende, tutto trasforma. È destinato a calarsi nelle realtà di questo mondo, prendendole su di sé, per accompagnarle al loro compimento, orientandole verso ciò che le supera e che solo merita il nome di assoluto.
Tutto si fa segno, per così dire, di questo assoluto. Il rapporto fra uomo e donna non viene annullato, ma sussunto fino a diventare esso stesso incarnazione visibile del mistero più alto, quello dell’amore fra Dio e gli uomini, fra Cristo e la Chiesa. Il libero comprenderà che farsi servo non è umiliazione, ma riscatto d’altri e di sé, mentre lo schiavo capirà che c’è una libertà più profonda e radicale di quella vissuta dal “libero”. Giudei e Greci, infine, smetteranno di rincorrere ognuno la propria superiorità, in un fatale faccia a faccia, e si apriranno alla grazia e alla liberazione che Dio offre a ciascuno, a Paolo, alla Maddalena, al centurione e al cieco della piscina di Siloe: a te, singolarmente

IL FASCINO DI PAOLO

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IL FASCINO DI PAOLO

Giovedì 29 giugno si celebrerà, come ogni anno, la festa dei Ss. Pietro e Paolo che in quest’anno giubilare rivestirà un aspetto più solenne. Vorremmo in questo breve spazio far risaltare una figura di altissimo rilievo nel Nuovo Testamento, quella di Paolo, l’apostolo per eccellenza al quale sono attribuite dal Canone 13 lettere. In verità la nostra rubrica, a prima vista, non pan-ebbe adattarsi a questo missionario del vangelo. Infatti san Girolamo, il grande traduttore e interprete della Bibbia, non aveva esitato a scrivere che Paolo «non si preoccupava più di tanto delle parole, una volta che aveva messo al sicuro il significato».
E, secoli dopo, un altro grande studioso delle Scritture, Erasmo da Rotterdam, morto nel 1536, ribadiva che, «se si suda a spiegare le idee di poeti e oratori, con questo scrittore (Paolo) si suda ancor più a capire cosa voglia e a che cosa miri». Il suo effettivamente è un linguaggio strano, travolto dall’irrompere del suo pensiero e della sua passione: egli impedisce che l’incandescenza del messaggio da comunicare si raggeli negli stampi freddi dello stile e delle regole, insomma di un bel testo.
Ma proprio questa ribellione diventa la ragione del fascino che l’apostolo ha sempre esercitato coi suoi scritti, a partire dal vescovo e grande oratore francese Bossuet che in un paneginco del 1659 esaltava «colui che non lusinga le orecchie ma colpisce diritto al cuore», mentre un altro francese, il romanziere Victor Hugo nel suo William Shakespeare (1864) inseriva Paolo tra i genii, «santo per la Chiesa, grande per l’umanità, colui al quale il futuro è apparso: nulla è superbo come questo volto stupìto dalla vittoria della luce».
Conquistato dall’apostolo e dai suoi scritti era stato anche Pier Paolo Pasolini che nel 1968 aveva pensato di dedicargli un film del quale è ilmasto solo un abbozzo di sceneggiatura, pubblicato postumo nel 1977 col titolo San Paolo (ed. Einaudi). Il notissimo scrittore e regista pensava di trasporre la vicenda e il messaggio dell’apostolo ai nostri giorni, sostituendo le antiche capitali del potere e della cultura visitate da Paolo con New York, Londra, Parigi, Roma e la Germania. Scriveva, infatti, Pasolini:
«Paolo è qui, oggi, tra noi. Egli demolisce rivoluzionariamente, con la semplice forza del suo messaggio religioso, un tipo di società fondata sulla violenza di classe, l’imperialismo, lo schiavismo».
Certo, quella parola disadorna, «senza sublimità di discorso o di sapienza», come Paolo stesso confessava ai Corinzi (I Cor 2,1), ha incrinato tante strutture e tanti luoghi comuni del potere e della cultura imperiale romana. Ma la forza, la passione, l’entusiasmo del suo “messaggio religioso” erano nell’amore per Gesù Cristo. Un amore che gli fa dettare le pagine più intense e splendide. Per questo è del tutto insufficiente e fuorviante la definizione di «Lenin del cristianesimo» che gli riserverà una persona pur acuta e sincera come Antonio Gramsci. Per capire Paolo è necessario prendere in mano e leggere quelle sue lettere che – come diceva il nostro grande poeta Mario Luzi – s’insediano «nell’inquieta aspettativa degli uomini per dare un senso alla speranza».

L’ADDIO DI PAOLO, SERVO DELLO SPIRITO – (LE LACRIME DI PAOLO)

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L’ADDIO DI PAOLO, SERVO DELLO SPIRITO – (LE LACRIME DI PAOLO)

di suor Chiara Miriam | agosto-settembre 2009

Siamo giunti all’ultima tappa del nostro itinerario. La spiaggia di Mileto è anche uno degli ultimi approdi di Paolo in Medio Oriente, la sosta cercata di un viaggio che lo porterà prima a Gerusalemme e poi, dopo due anni circa, definitivamente lontano dalla terra di Gesù.
Una doppia cornice di lacrime racchiude quello che è considerato il testamento pastorale di Paolo, quasi un contenitore fatto di umanità, affetti, passione, che custodisce freschi e vivi la vicenda, il servizio, la missione dell’apostolo che ci ha accompagnato lungo questo anno a lui dedicato. Mentre prendiamo congedo da San Paolo, è lui a rivolgerci parole di commiato. Ci sentiamo un po’ come gli anziani di Efeso convocati per un discorso di addio, pur sapendo che rimaniamo affidati alla parola della grazia di Dio, della quale possiamo ogni giorno fare tesoro.
Una cornice di lacrime, dicevamo… quelle di Paolo, versate per le insidie, lacrime che hanno irrigato il suo umile e instancabile servizio, lacrime sparse notte e giorno per ammonire gli anziani di Efeso. Anch’essi piangono per la partenza di Paolo, perché sanno che non rivedranno più il suo volto. Lontano dal rivelare una caratteristica imbarazzante per l’uomo, le lacrime sono per Paolo la prova di una partecipazione effettiva ed affettiva, di un coinvolgimento serio con i destinatari del suo appassionato servizio apostolico, segno di relazioni profonde e vere generate dalla Parola. «Paolo lascia una comunità amata e vive il profondo senso dell’addio» (F. Brovelli). Quanto tempo è passato da quando Saulo, dopo l’incontro decisivo con il Signore Gesù, andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome di Lui! Ora Gerusalemme, città simbolo dove Gesù è stato crocifisso, attende Paolo con una missione decisiva: avviarlo al compimento, affinché possa portare a «termine la corsa e il servizio che gli fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al Vangelo della grazia di Dio» (Atti 20, 24). Questa Buona Notizia di Gesù si è scritta ormai profondamente nella carne di Paolo, nella sua vicenda di discepolo e apostolo e ora è la sua stessa vita che la proclama. Nulla ferma Paolo: non la certezza di catene e tribolazioni, non le lacrime e i volti di coloro che egli ha condotto alla fede, non la preoccupazione per quello che sarà delle sue Chiese dopo di lui.
Paolo ha da portare a termine la sua corsa straordinaria, anzi la corsa della parola di Gesù proprio nella sua vita e nella sua morte. Questo è il compito di ogni discepolo: portare a compimento nella grazia dello Spirito ciò per cui è stato salvato, chiamato e inviato. Lo scriveva già Paolo dando un senso luminoso alle sue prove.
Passato, presente e futuro si dispiegano nelle parole di addio di Paolo, con una consapevolezza franca e lucida di ciò che è stato, di quello che anche ora lo costringe, docile allo Spirito Santo, di ciò che lo attende, per la fedeltà alla testimonianza di Gesù.
Da questo saluto coinvolgente e commovente che Paolo rivolge ai pastori della Chiesa di Efeso raccogliamo anche per noi alcune consegne: coltivare la consapevolezza umile e profonda di sé, del proprio servizio e delle esigenze e orizzonti che comporta testimoniare il Vangelo della grazia di Dio; vigilare su se stessi e custodire i fratelli per non smarrirsi o disgregarsi, per continuare nella fiducia ad essere quel piccolo gregge amato dal Padre; vivere la beatitudine della gratuità, come la chiama il card. Carlo Maria Martini, come creature fatte a immagine di quel Dio che è dedizione: «Si è più beati nel dare che nel ricevere!».

(L’autrice è claustrale tra le clarisse del monastero di Santa Chiara, a Milano)

LA LETTERA DI SAN PAOLO A FILEMONE

http://nuke.biblistica.org/LinkClick.aspx?fileticket=1tq9RbJIIME%3D&tabid=495&mid=1556.

(PDF, ho il link, ma non l’autore)

LA LETTERA DI SAN PAOLO A FILEMONE

La vivacità, il calore umano e la cordialità che pervadono la lettera antischiavista di Paolo a Filemone la rendono un piccolo capolavoro di arte epistolare.

Scopo della lettera
Essenzialmente, le interpretazioni sullo scopo della lettera a Filemone sono due:
1. Interpretazione tradizionale. Paolo avrebbe scritto la lettera con l’intento di riconciliare lo schiavo Onesimo, che era fuggito, con il suo padrone Filemone.
2. Qualche studioso (J. Knox), pur senza escludere tale scopo, sostiene invece che Paolo intenderebbe soprattutto acquisire Onesimo per consacrarlo al ministero della predicazione. Per difendere il suo punto di vista, Knox presenta il fatto che Paolo non parla affatto del pentimento di Onesimo nei riguardi del suo padrone da cui era fuggito: “Paolo non dice una sola parola sul ravvedimento dello schiavo e non vi è un appello esplicito alla misericordia da parte del padrone”. – J. Knox, Philemon, among the letters of Paul, Rev. Editino, Nashville, Abingdon Press, pag. 20.
Non è difficile respingere questa seconda ipotesi. Infatti, non si vede come Paolo potesse presentare per la predicazione una persona non ravveduta dai suoi peccati (avendo violato l’ordine sociale allora vigente). Inoltre, il ritorno di Onesimo dal suo padrone è già per se stesso un indizio di ravvedimento, di cambiamento di mente e di attitudine. Anche il silenzio sull’obbligo da parte di Filemone di perdonare era superfluo, giacché spesso Paolo aveva richiamato il principio che il credente deve perdonare, e tale principio era ben noto: “Perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi”. – Col 3:13.
Lo studioso Knox adduce un’altra ragione, ovvero il v. 18 della lettera: “Se ti ha fatto qualche torto o ti deve qualcosa, addebitalo a me”, che egli così commenta: “Paolo chiede che il suo protetto sia ammesso alla stessa missione di cui Paolo si sente membro. Siccome il trasferimento di proprietà era normalmente richiesto per tale fatto, ecco che Paolo sottoscrive ogni debito dovuto dallo schiavo al suo padrone, pur ricordando che anche lui è debitore di se stesso a Paolo, come lo è il suo schiavo” (Ibidem, pag. 28). Però, il contesto – che non bisogna mai dimenticare – ci chiarisce perché Paolo intendesse pagare i debiti di Onesimo. Non lo fa perché desideri che lo schiavo passi in sua proprietà (di ciò nel testo non vi è una sola parola) ma perché lui stesso vuole pagare (come un padre) i debiti contratti da Onesimo con un eventuale furto commesso nel fuggire (forse per pagarsi il viaggio della fuga) e con i danni inferti al padrone con la sua fuga.

Epoca, luogo di composizione e autenticità
Solitamente si pensa che la lettera sia stata composta unitamente a quella diretta ai colossesi, dato che lo stesso Onesimo (insieme a Tichico) la deve portare a destinazione (Col 4:7-9). Questa è anche l’opinione dei Testimoni di Geova, che datano le due lettere al 60-61 dell’E. V..
Tuttavia, si potrebbe supporre che Onesimo dopo essere tornato come discepolo di Yeshùa da Filemone, sia stato liberato e rimandato da Paolo che era in carcere. In tal caso la lettera a Filemone avrebbe preceduto quella ai colossesi, e si spiegherebbe meglio l’elogio che Paolo fa di Onesimo come di una persona già nota ai colossesi per il suo lavoro. Tal elogio, infatti, incontrerebbe difficoltà se riferito a un convertito di recente e per di più noto solo come schiavo fuggitivo. Paolo, invece, lo definisce “il fedele e caro fratello Onesimo, che è dei vostri”. – Col 4:9.
In quanto al luogo di composizione, alcuni suppongono che la lettera a Filemone sia stata scritta a Efeso durante una possibile prigionia di Paolo in quella città (in quanto alla possibilità di una prigionia paolina a Efeso si veda lo studio Le lettere paoline dal carcere – Una prigionia a Efeso? nella sezione Studi. Efeso non era lontana da Colosse e, per di più, aveva il tempio di Artemide, il quale rappresentava uno dei più sicuri luoghi d’asilo per i fuggitivi. Sarebbe stato quindi facile per lo schiavo raggiungere la metropoli vicina senza cadere nelle mani della polizia alla ricerca di schiavi fuggitivi. In questo caso sarebbe anche più comprensibile il suggerimento di Paolo: “Preparami un alloggio, perché spero, grazie alle vostre preghiere, di esservi restituito”. – Flm 22.
È comunque più probabile che anche la lettera a Filemone sia stata scritta a Roma; prima di quella ai colossesi, anziché nella stessa data come molti pensano. Che Onesimo possa essere fuggito nella lontana Roma si comprende con il fatto che gli imbarchi clandestini erano abbastanza facili per uno schiavo; l’Urbe presentava poi maggior protezione nella massa enorme degli schiavi sempre pronti a proteggere e ad aiutare un loro compagno fuorilegge. A favore della composizione della lettera a Roma c’è anche il fatto che i saluti comprendono persone, come Luca, che non furono a Efeso con Paolo, ma che trascorsero con l’apostolo gli anni della sua prigionia romana.
Lo schiavo Onesimo avrebbe cercato aiuto presso Paolo, amico del padrone Filemone, pensando di trovare il lui un protettore. Convertito a Yeshùa, Onesimo fu rinviato da Paolo al suo padrone. E questi, attenendosi al desiderio dell’apostolo, lo rimise in libertà rimandando da Paolo, suo padre spirituale.
L’autenticità della lettera, garantita dal suo carattere personale, è universalmente riconosciuta oggi come nel passato. È attestata dal Frammento Muratoriano, da Tertulliano e da Marcione.
I modi forti e singolari della sintassi paolina equivalgono quasi a una firma. È una lettera di raccomandazioni come tante altre che troviamo presso Plinio e Cicerone, ma qui batte tutto il cuore di Paolo, vale a dire la sua impetuosa umanità alla luce dell’amore dei discepoli di Yeshùa.

Contenuto
Lo schema della lettera è molto semplice:
1 Prologo con indirizzo; 1-3
Rendimento di grazie 4-7
2 Corpo della lettera contenente la petizione in favore di Onesimo 8-22
3 Raccomandazioni e saluti 23-25

Esegesi della lettera a Filemone
1. PROLOGO (1-7).
Saluti (1-3). “Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, e il fratello Timoteo, al caro Filemone, nostro collaboratore, alla sorella Apfia, ad Archippo, nostro compagno d’armi, e alla chiesa che si riunisce in casa tua, grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo”.
Il v. 3 può essere tradotto in due modi:
“Da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo” NR, TNM
ἀπὸ θεοῦ πατρὸς ἡμῶν καὶ κυρίου Ἰησοῦ Χριστοῦ
apò theù patròs emòn kài kürìu Iesù christù
“Da Dio, Padre di noi e di Yeshùa consacrato” Testo greco
La lettera, scritta contemporaneamente da Paolo e da Timoteo, è indirizzata a Filemone, ad Apfia e ad Archippo. Forse si tratta di marito, moglie e figlio.
Nonostante che Filemone sia chiamato “nostro collaboratore” (v. 1), sembra che la congregazione fosse nelle mani di Archippo, chiamato “compagno d’armi” (v. 2) o “commilitone” (TNM). In Col 4:17 Paolo indirizza ad Archippo queste parole: “Bada al servizio che hai ricevuto nel Signore, per compierlo bene”. La parola “commilitone” è riferita pure a Epafròdito in Flp 2:25: “Epafrodito, mio fratello e compagno d’opera e commilitone” (TNM). Il termine si riferisce alle fatiche affrontate per Yeshùa e a qualche funzione gerarchica tenuta nella congregazione che era ospitata nella casa del benestante Filemone.
Rendimento di grazie (4-7). “Io ringrazio continuamente il mio Dio, ricordandomi di te nelle mie preghiere, perché sento parlare dell’amore e della fede che hai verso il Signore Gesù e verso tutti i santi. Chiedo a lui che la fede che ci è comune diventi efficace nel farti riconoscere tutto il bene che noi possiamo compiere, alla gloria di Cristo. Infatti ho provato una grande gioia e consolazione per il tuo amore, perché per opera tua, fratello, il cuore dei santi è stato confortato”.
Si noti qui l’ufficio della preghiera, che è rendimento di grazie anche per gli individui. Non si tratta di esaltare le persone per le loro doti o per le loro attività, ma si tratta di lodare Dio per il bene che gli individui compiono. Non sarebbe bello che qualcuno potesse ringraziare Dio anche per noi?
Paolo esalta l”amore” e la “fede” di Filemone (v. 5). In che senso la fede è sia “verso il Signore” sia “verso tutti i santi” (v. 5)? L’amore, che si estende a “tutti i santi” (v. 5) ovvero a tutti i discepoli di Yeshùa, è frutto della fede verso Yeshùa e verso i suoi discepoli visti nella loro unione al Signore. Paolo augura anzi a Filemone che la “la fede che ci è comune diventi efficace nel farti riconoscere tutto il bene che noi possiamo compiere, alla gloria di Cristo” (v. 6). “La fede che ci è comune” è “la partecipazione della tua fede” (TNM): ἡ κοινωνία τῆς πίστεώς (e koinonìa tes pìsteos), “la comunione della fede”. Paolo spera che questa comunione o partecipazione di fede diventi “efficace” o “operante” (TNM); il greco ha, letteralmente: “attiva dentro”. L’obiettivo di questa fede efficace o operante è quello di far “riconoscere tutto il bene che noi possiamo compiere” (v. 6), in altre parole di farci capire tutto il bene che noi possiamo compiere. Un po’ oscura in qualche punto è la traduzione del v. 6 fatta da TNM: “Divenga operante per mezzo del tuo riconoscimento di ogni cosa buona fra noi in relazione con Cristo”. Non si comprende cosa voglia dire “ogni cosa buona fra noi”. Il greco ha letteralmente “in noi” (ἐν ἡμῖν, en emìn). Paolo intende dire che la fede deve essere efficace facendoci riconoscere tutto il bene che è potenzialmente in noi e che potremmo compiere. “Se uno sa fare il bene e non lo fa, commette peccato” (Gc 4:17). “In relazione con Cristo” (v. 6, TNM) è una traduzione che sminuisce il significato greco; “alla gloria di Cristo” (NR) è fuorviante. Il greco ha εἰς Χριστόν (èis christòn), letteralmente: “verso cristo”. Paolo sta dicendo: La fede deve essere attiva interiormente per farci riconoscere ciò che di buono è dentro di noi, ciò che di buono possiamo fare per raggiungere Yeshùa. La particella èis (εἰς) indica infatti direzione: “Verso cristo”, per raggiungere cristo.
La ricchezza di Filemone gli consentiva di trasformare in opere buone il suo amore e la sua fede. Paolo si augura che tale partecipazione solidale possa crescere sempre più. Tuttavia, questa condivisione solidale già era in atto, tanto che “il cuore dei santi è stato confortato” (v. 7) o, come traduce TNM, “i teneri affetti dei santi han trovato ristoro”. Paolo usa un’espressione semitica:
τὰ σπλάγχνα τῶν ἁγίων ἀναπέπαυται
ta splànchna ton aghìon anapèpautai
le viscere dei santi sono state ricreate
“Le viscere” sono un semitismo per designare la parte più intima della persona, sede dell’affetto, della commozione e dei sentimenti (cfr. lo studio L’antropologia della Bibbia – 7. L’interno del corpo umano nella sezione Bibbia). Con questo elogio Paolo intende preparare il terreno per la sua richiesta.
2. PETIZIONE IN FAVORE DI ONESIMO (VV. 8-22).
L’apostolo crea un’atmosfera di commozione tale che non gli si possa resistere. Pur potendo comandare, egli supplica. E chi supplica è un “vecchio, e ora anche prigioniero” (v. 8). Come resistergli? “Con la forza che mi viene da Cristo, potrei facilmente ordinarti di compiere quel che devi fare. Tuttavia, preferisco farti una richiesta in nome dell’amore. Io, Paolo, vecchio e ora anche prigioniero a causa di Gesù Cristo, ti chiedo un favore per Onèsimo. Qui in prigione egli è diventato per me come un figlio. E quell’Onèsimo che un tempo non ti è servito a nulla, ora invece può essere molto utile sia a te che a me”. – Vv. 8-11, PdS.
“Vecchio” è la giusta traduzione di πρεσβύτης (presbΰtes). Non c’è ragione di ricorrere a un’intera frase per tradurre questa singola parola, come fa TNM: “uomo d’età avanzata”. “Vecchio” è l’espressione giusta in italiano. “Uomo d’età avanzata” – espressione che poco appartiene all’italiano parlato – pare quasi un eufemismo per evitare di offendere una categoria. O dovremmo forse dire “conduttore di greggi in transito” per indicare un pastore di pecore? C’è molta dignità, ma molta, nell’essere un “vecchio”.
Qualcuno vorrebbe tradurre “vecchio” con “ambasciatore”. La stessa TNM, nella nota in calce a “uomo d’età avanzata”, indica: “O, ‘ambasciatore’”. Vero è che in Ef 6:20 Paolo dice di sé: “Agisco come un ambasciatore [πρεσβεύω (presbèuo)]” (TNM), il che indica la sua qualità d’inviato di Yeshùa. Ma qui, nella lettera a Filemone, “ambasciatore” non s’addice affatto al contesto, dato che Paolo non intende presentarsi con la sua autorità. Va quindi tradotto con “vecchio”. Paolo, infatti, vuole intenerire Filemone: Chi te lo chiede – dice Paolo – è un vecchio che, per giunta, è nelle catene di una prigione. Il termine “vecchio” non va preso troppo alla lettera per dedurne l’età di Paolo. Il termine è alquanto elastico e si applicava a persone sia cinquantenni che settantenni. Paolo, definendosi così, calca le tinte per commuovere maggiormente Filemone.
Dal v. 10 Paolo presenta l’oggetto della sua petizione. Si tratta di Onesimo. Paolo non dice semplicemente: ‘Ti prego per Onesimo’. Questa espressione diretta, con il nome “Onesimo” messo lì davanti, avrebbe potuto stimolare in Filemone amari rancori verso lo schiavo fuggito. Paolo, abilmente, premette al nome un’espressione che addolcisce la menzione di quel nome non certo amato: “Ti prego per mio figlio che ho generato mentre ero in catene, per Onesimo” (v. 10). Se volessimo dare il senso vero dell’espressione greca usata da Paolo, dovremmo tradurre: ‘Ti prego per il mio ragazzo’. Come non commuoversi? Il senso di contrarietà che poteva prodursi in Filemone al solo udire il nome di Onesimo, viene così superato. TNM pare proprio non cogliere la commovente delicatezza di Paolo, e traduce con un duro: “Ti esorto riguardo al mio figlio”. Che contrasto! Paolo aveva appena detto che non intendeva usare la sua autorità e quindi non intendeva affatto dare un ordine, ma piuttosto rivolgere una preghiera. In questa preghiera si dice vecchio e in prigione. E dice: παρακαλῶ σε (parakalò se), “imploro te”. Oggi, nel greco moderno, la parola παρακαλῶ (parakalò), significa “per favore”.
Segue poi un gioco di parole: l’inutile di un tempo è ora utile. Paolo gioca sulla parola “Onesimo”, gioco che nella traduzione si perde. Ma cogliamolo nel greco: il nome greco Ὀνήσιμος (Onèsimos) è da collegarsi con il verbo ὀνίνημι (onìnemi), “giovare / essere utile” (numero Strong 3685). Paolo, giocando sul nome, dice: “Onesimo, un tempo inutile a te, ma che ora è utile a te e a me” (vv. 10,11). Ora è “utile”: può servire da ottimo collaboratore per la congregazione.
Il fatto della conversione di Onesimo per opera di Paolo fa sì che l’apostolo lo possa presentare come τὰ ἐμὰ σπλάγχνα (ta emà splànchna), “le mie viscere” (v. 12), tradotto da TNM con “i miei propri teneri affetti”.
Paolo esalta i meriti dello schiavo, che gli fu di utilità e di conforto. Siccome il bene deve essere spontaneo, l’apostolo non ha voluto trattenere presso di sé lo schiavo di Filemone. E qui Paolo nella sua abilità si fa audace mettendo all’angolo Filemone. È la tipica sottigliezza arguta di Paolo dà anche qui il meglio:
“Avrei voluto tenerlo con me, perché in vece tua mi servisse nelle catene che porto a motivo del vangelo; ma non ho voluto far nulla senza il tuo consenso, perché la tua buona azione non fosse forzata, ma volontaria”. – Vv. 13,14.
Un padrone (Filemone) e uno schiavo (Onesimo). Paolo arriva a identificarli. Avrebbe voluto trattenere Onesimo perché lo servisse. Ma dice a Filemone: “In vece tua”, ovvero “al tuo posto”. Come dire: Dovresti servirmi tu, ma va bene Onesimo al posto tuo. Il padrone Filemone dovrebbe essere lui servo di Paolo, ma Onesimo prende il posto di Filemone. Come potergli dire di no? “Non c’è qui […] né schiavo né libero […] perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù”. – Gal 3:28.
TNM sbaglia i tempi: “Vorrei trattenerlo presso di me affinché continui a servirmi in vece tua” (v. 13). Il greco ha il tempo al passato, non al presente:
ἐγὼ ἐβουλόμην πρὸς ἐμαυτὸν κατέχειν
egò ebulòmen pros emautòn katèchein
io volevo presso di me trattenere
Tra l’altro, TNM crea un anacronismo che entra in conflitto con la forma epistolare di Paolo. L’apostolo, infatti, dice:
v. 12 ἀνέπεμψά σοι, αὐτόν
anèpempsà soi autòn
“Ho rimandato a te lui” Quando Filemone leggerà la lettera – con Onesimo lì presente -, il tempo sarà adatto a lui: “Ho rimandato” e “Volevo trattenerlo presso di me”.
v. 13 ἐγὼ ἐβουλόμην πρὸς ἐμαυτὸν κατέχειν
egò ebulòmen pros emautòn katèchein
“Io volevo presso di me trattenere”
(Testo greco)
S’immagini la scena: Onesimo consegna la lettera di Paolo a Filemone. Onesimo è lì davanti a Filemone che legge:
v. 12 “Questo stesso [Onesimo] ti rimando” L’italiano può reggere il presente: Onesimo è lì.
v. 13 “Vorrei trattenerlo presso di me” Anacronistico far dire a Paolo: “Vorrei trattenerlo”, perché Onesimo è lì da Filemone.
(TNM)
Paolo pensa che nella fuga di Onesimo vi sia stato un fatto provvidenziale, poiché la sua fuga ha favorito la sua conversione. Questa è un’esperienza che il credente fa spesso. Non di rado, ripensando al passato si vede l’azione di Dio nella vita del fedele. A distanza, possiamo perfino essere grati con tutto il cuore che Dio non abbia esaudito una certa nostra richiesta a cui tenevamo molto: gli eventi successivi possono averci mostrato che sarebbe stato per noi un danno.
Con la conversione di Onesimo, Filemone ha riavuto il suo schiamo per sempre, ma come “fratello”: “Forse proprio per questo egli è stato lontano da te per un po’ di tempo, perché tu lo riavessi per sempre; non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello caro” (vv. 15,16). “È stato lontano” (“si separò”, TNM) è nel greco ἐχωρίσθη (echorìsthe). Si tratta di un’espressione usata nei papiri per indicare la fuga degli schiavi.
Onesimo sperava di trovare la sua libertà scappando da Filemone. Probabilmente era una persona turbolenta e decisa (aveva infatti rischiato la pena di morte, fuggendo). Anelava alla libertà. Ma ora torna trasformato, ravveduto, convertito. E trova la vera libertà presso il suo padrone d’un tempo. Onesimo è ormai divenuto “un fratello caro specialmente” a Paolo (v. 16), “diletto” (TNM), “carissimo” (CEI); il greco ha ἀδελφὸν ἀγαπητόν (adelfòn agapetòn), “fratello amato”. “Ma ora molto più a te” (v. 16), in altre parole è divenuto un “fratello amato” molto più per Filemone che per Paolo. Paolo dice:
καὶ ἐν σαρκὶ καὶ ἐν κυρίῳ
kài en sarkì kài en kürìo
e in carne e in Signore
Questa espressione è così tradotta:
“Sia sul piano umano sia nel Signore” VR
“Sia per relazione carnale che nel Signore” TNM
“Sia come uomo, sia come fratello nel Signore” CEI
“Ed in carne, e nel Signore” Did
“Sia come uomo sia come credente” PdS
Non si sa con precisione cosa indichi “nella carne”. Di certo non indica la “relazione carnale” per cui opta TNM. Onesimo, infatti, per Filemone era uno schiavo, non un parente carnale. Probabilmente l’espressione paolina sta a indicare il vincolo di proprietà che univa Onesimo a Filemone. Appare quindi buona la traduzione di PdS: “Sia come uomo sia come credente”.
“Se dunque tu mi consideri in comunione con te, accoglilo come me stesso” (v. 17). “Se, perciò, mi consideri partecipe” (TNM). Cosa intende Paolo? Il greco ci illumina: εἰ οὖν με ἔχεις κοινωνόν (èi un me ècheis koinonòn). La parola κοινωνόν (koinonòn) può indicare “un associato, socio, compagno, partecipante in qualcosa” (Vocabolario del Nuovo Testamento). L’interlineare Nuovo Testamento Greco-Latino-Italiano, Ed. San Paolo, la traduce “amico”: “Se dunque me hai (come) amico”. Tuttavia, la parola greca κοινωνία (koinonìa) indica nelle Scritture Greche anche la comunione dei beni e degli aiuti tra i credenti. “Continuavano a dedicarsi all’insegnamento degli apostoli e a partecipare [l’uno con l’altro] [κοινωνία (koinonìa)], a prendere i pasti e alle preghiere” (At 2:42, TNM). “Hanno avuto piacere di condividere le loro cose [κοινωνίαν (koinonìan)] mediante una contribuzione per i poveri dei santi [che sono] a Gerusalemme” (Rm 15:26, TNM). “Siete generosi nella vostra contribuzione [κοινωνίας (koinonìas)]” (2Cor 9:13, TNM). Paolo, quindi, sta dicendo a Filemone che la comunione dei beni di cui gode presso di lui deve estendersi ora anche a Onesimo, divenuto loro fratello nella fede. Paolo, infatti, s’identifica con lui: “Accoglilo come me stesso” (v. 17). In pratica: Se tu Filemone ed io Paolo siamo nella koinonìa, nella comunione fraterna dei beni, allora devi accogliere Onesimo come accoglieresti me. Anzi, Paolo vuole dare per primo l’esempio: “Se ti ha fatto qualche torto o ti deve qualcosa, addebitalo a me” (v. 18). È disposto a pagare i debiti contratti dallo schiavo. Come si vede, la koinonìa dei discepoli di Yeshùa non ha proprio nulla a che fare con l’ideologia comunista: i capitali privati erano rispettati.
È un fatto che la fuga di Onesimo avesse danneggiato il suo padrone. Ciò era accaduto per il probabile furto (di solito era solo rubando del denaro al proprio padrone che uno schiavo si poteva pagare la fuga), ma di certo per il mancato lavoro a favore del padrone. Paolo, come se firmasse una cambiale, aggiunge di proprio pugno: “Io, Paolo, lo scrivo di mia propria mano: pagherò io”. – V. 19.
Le espressioni: “Se ti ha fatto qualche torto [ἠδίκησεν (edìkesen); meglio: ”Se ti ha danneggiato”]” (v. 18), “O ti deve [ὀφείλει (ofèilei)] qualcosa” (v. 18), “Addebitalo [ἐλλόγα (ellòga), “mettilo sul conto”] a me” (v. 18), “Pagherò [ἀποτίσω (apotìso)] io” (v. 19), sono tutte espressioni tratte dal linguaggio commerciale.
Si noti come Paolo ha chiamato Onesimo (v. 10): τέκνον (tèknon) – impropriamente tradotto “figlio” (VR, TNM) -, parola che significa “ragazzo”, per la precisione si tratta di un ragazzo minorenne. Il senso è che Paolo si sente responsabile come un padre per i debiti contratti dal figlio, quasi questi fosse ancora un ragazzino.
Ora Paolo prosegue con un tono scherzoso. L’apostolo ricorda a Filemone che in realtà egli era “debitore” a Paolo di se stesso. “Tu mi sei debitore perfino di te stesso” (v. 19). TNM cambia le carte in tavola e traduce liberamente: “Tu mi devi perfino te stesso”. E così fa perdere l’arguta ironia che Paolo usa:
σεαυτόν μοι προσοφείλεις
seautòn moi prosofèileis
di te stesso a me sei debitore
Come si può comprendere questo passo? Che debito aveva Filemone con Paolo? Lo può far comprendere un papiro del 145 a. E. V. conservato a Parigi (Paris 10). In questo papiro si parla di due schiavi fuggitivi che hanno rubato e che sono ricercati. Chiunque collaborerà per rintracciarli e per farli riavere al padrone – vi si riferisce – riceverà due talenti e 3000 dramme (se si tratta di un cittadino privato) o un talento e 2000 dramme (se si tratta di un asilo sacro); in più, quale diritto speciale d’indennizzo, 3 talenti e 5000 dramme. Alla luce di queste procedure dell’antichità, Paolo direbbe:
1. I suoi debiti considerali miei (Paolo, in virtù dell’amore, s’identifica con lo schiavo).
2. Questi debiti mettili sul mio conto, dato che sono in koinonìa o comunione di beni con te. Ti pagherò. Considera questo come una fattura.
3. Però, considerando meglio le cose, se calcoli bene quanto ti rubò e aggiungi la quantificazione del danno (che Paolo di certo ben conosceva), e se calcoli quanto tu mi dovresti per il compenso dello schiavo che ti rimando, alla fine mi sei debitore. Mi devi di più: προσοφείλεις (prosofèileis).
4. Se poi parliamo sul piano spirituale, mi devi molto di più ancora: te stesso con tutte le tue cose, perché sono io che ti ho reso discepolo di Yeshùa. Cancellami quindi ogni debito e mettimi a disposizione Onesimo, che così diverrà “utile”, proprio lui che era “inutile” (altro gioco di parole sul nome “Onesimo”, al v. 20). Conforta quindi le mie viscere! (v. 20, semitismo per indicare la sede degli affetti e dei sentimenti).
Paolo aveva iniziato con tenerezza commovente: Te lo chiede un povero vecchio, in prigione. Ora conclude scherzando: Fatti bene i conti e vedi che sei tu a doverne a me.
Paolo si mostra infine sicuro che Filemone farà ancora più di quanto gli viene chiesto, mettendo lo schiavo ormai emancipato a sua completa disposizione. “Ti scrivo fiducioso nella tua ubbidienza, sapendo che farai anche più di quel che ti chiedo”. – V. 21.
Infine, confidando di essere presto liberato per l’efficacia della preghiera, chiede a Filemone di preparargli un alloggio. “Preparami un alloggio, perché spero, grazie alle vostre preghiere, di esservi restituito” (v. 22). Quest’ultimo dato biblico relativo all’alloggio è più comprensibile con la prigionia di Paolo a Efeso anziché a Roma, tuttavia rimane sempre possibile anche la prigionia nell’Urbe.
3. SALUTI FINALI (Vv. 23 e 24).
“Epafra, mio compagno di prigionia in Cristo Gesù, ti saluta” (v. 23). Il titolo “compagno di prigionia” dato a Epafra compare solo qui. Non compare in Col 4:10,12 dove è dato solo ad Aristarco e non ad Epafra: “Vi salutano Aristarco, mio compagno di prigionia […] Epafra, che è dei vostri ed è servo di Cristo Gesù, vi saluta”.
Il vocabolo συναιχμάλωτος (sünaichmàlotos), tradotto “compagno di prigionia”, si legge nella Bibbia applicato solo a quattro persone:
Andronico “Andronico e Giunia […] compagni di prigionia” Rm 16:7
Giunia
Aristarco “Aristarco, mio compagno di prigionia” Col 4:10
Epafra “Epafra, mio compagno di prigionia” Flm 23
Nei due ultimi casi (Aristarco ed Epafra) si potrebbe anche pensare ad un avvicendamento nel tenere compagnia a Paolo imprigionato. Ma non si può applicare ai primi due (Andronico e Giunia) poiché l’apostolo quando scriveva ai romani non era stato ancora imprigionato (a meno di ammettere una discutibile prigionia efesina). Perché Paolo, non prigioniero quando scrive ai romani, definisce Andronico e Giunia “compagni di prigionia”? Se poi lo erano stati in precedenza, non si capisce perché Paolo debba richiamare questo particolare del passato.
Viene quindi un dubbio sulla traduzione. Il vocabolo greco συναιχμάλωτος (sünaichmàlotos), tradotto tradizionalmente “compagno di prigionia”, può avere anche un altro significato: “conquistato assieme”. La parola, deriva da συν (sün), “insieme”, e da αιχμάλωτος (aichmàlotos), “prigioniero”, numero Strong 4869. Si tratta di un “co-prigioniero”, di uno “fatto prigioniero insieme”.
È quindi meglio supporre che queste persone definite sünaichmàlotos siano state collegate più di altre alla chiamata di Paolo. Forse erano suoi compagni di viaggio o forse furono impressionati dal suo mutamento.
Epafra è l’apostolo (“inviato”) a Colosse: “Secondo quello che avete imparato da Epafra, il nostro caro compagno di servizio, che è fedele ministro di Cristo per voi”, “Epafra, che è dei vostri ed è servo di Cristo Gesù” (Col 1:7;4:12). Forse si era avvicendato ad Aristarco nel tenere compagnia a Paolo imprigionato (cfr. Col 4:10). Tutti gli altri collaboratori sono già noti dalla finale di Col 4:10-14: “Vi salutano Aristarco, mio compagno di prigionia, Marco, il cugino di Barnaba […] e Gesù, detto Giusto. Questi provengono dai circoncisi, e sono gli unici che collaborano con me per il regno di Dio, e che mi sono stati di conforto. Epafra, che è dei vostri ed è servo di Cristo Gesù, vi saluta. Egli lotta sempre per voi nelle sue preghiere perché stiate saldi, come uomini compiuti, completamente disposti a far la volontà di Dio. Infatti gli rendo testimonianza che si dà molta pena per voi, per quelli di Laodicea e per quelli di Ierapoli. Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema”. La comunanza di tutti questi nomi fa sospettare che si tratti dello stesso periodo in cui le stesse persone stanno accanto a Paolo.
Manca solo Tichico, che nella lettera ai colossesi è inviato con Onesimo (Col 4:7-9). Il che può spiegarsi con il fatto che la lettera a Filemone fu scritta prima del suo arrivo.

Importanza etica della lettera

Lo studioso E. Troelsch afferma che le Scritture Greche non contengono alcun cenno alla questione sociale e che esse non riflettono “alcuna speranza per migliorare la situazione sociale esistente, nessuno sforzo per migliorare la malattia sociale” (The Social Teaching of the Christian Churches Vol. 1, New York, The Macmillan Company, pag. 39). Siccome i credenti del 1° secolo erano in gran parte appartenenti alle “classi sociali basse”, gente priva d’istruzione e di educazione, la visione della primitiva congregazione era “confinata nella comunità cristiana presa in se stessa e non in un programma popolare di riforma sociale”. – Ibidem, pag. 62.
Paolo accetta le strutture sociali esistenti senza pensare a una loro trasformazione. Del resto – aggiungono altri studiosi – il concetto escatologico di Paolo, che attendeva la prossima fine di questo mondo, lo rendeva indifferente al problema sociale. – Cfr. W. Beach e H. R. Biebuhr, Christian Ethics, Sources of the Living Tradition, New York, Ronald Press Co., pag. 49; J. Benneth, Christian Ethics and Social Policy, New York, Chas. Scribner’s Sons, pag. 16; C. F. Moule, Birth on the New Testament, New York, Harper and Row Publ., pag. 137).
Le asserzioni precedenti devono essere mitigate. Infatti, mentre è vero che Paolo non tentò di modificare direttamente le strutture sociali esistenti, cercò però di migliorarne le condizioni. Ciò sembra particolarmente vero alla luce del totale fallimento del “vangelo sociale” che si cercò di attuare in epoca moderna e che qualcuno ancora cerca inutilmente di attuare. La società è quella che è. Il mondo è quello che è. Il Vangelo non ha mai preteso di rivoluzionare la società e questo mondo, dato che “tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1Gv 5:19). Il mondo non deve essere trasformato dai credenti. Questo è un compito che spetta a Yeshùa glorificato e che sarà attuato al suo ritorno glorioso su questa terra. I discepoli di Yeshùa non trasformano il mondo. Sono loro a essere trasformati, e non lo sono dal mondo, ma da Yeshùa. Ma c’è un’etica nuova nella congregazione dei discepoli? Certo che sì. Questa etica riguarda però appunto la congregazione, non il mondo. Perciò Paolo insegnò ad agire entro i limiti consentiti dal contesto sociale del suo tempo.

Situazione della schiavitù al tempo di Paolo
Lo stato di schiavo, come parte del sistema strutturale di quel tempo, non era considerato in se stesso come degradante, tant’è vero che spesso allo schiavo era affidata l’istruzione dei figli e delle figlie dello stesso padrone. – Cfr. W. L. Westermann, Slavery Ancient in Enciclopedia of Social Sciences, New York, Macmillan, pag. 74.
Tuttavia, nonostante questi nobili rapporti tra padrone e schiavo, lo schiavo:
1. Era considerato una “res”, una cosa, almeno nella legge civile nazionale; gli mancava ciò che è l’elemento essenziale di una persona: la libertà di scelta.
2. In più, non godeva il privilegio dell’organizzazione e dell’associazione in gruppi sociali, ciò che era proprio delle persone libere.
3. Era totalmente dipendente dal padrone; la legge praticamente non poneva alcuna restrizione al controllo assoluto del padrone sulla sua vita e sulla sua morte.
Anche se tale situazione fu mitigata dagli imperatori Claudio e Adriano (che proibirono ai padroni di uccidere senza motivo gli schiavi), di fatto anche lo stoicismo (che teoricamente sosteneva l’uguaglianza di tutti gli uomini) non fece fare alcun passo reale verso la costituzione giuridica degli schiavi.
In un simile ambiente, in cui la schiavitù era un elemento fisso e accettato della vita, in cui si discuteva se lo schiavo fosse una cosa o una persona, in un ambiente così, che mai poteva fare Paolo per eliminare tale situazione? Dobbiamo anche domandarci se la gente di allora potesse perfino immaginare una società in cui tutti fossero liberi.
Possiamo almeno intuire che Paolo desiderasse la scomparsa della schiavitù? Non dobbiamo rispondere frettolosamente con un sì, proiettando su Paolo il nostro sdegno da 21° secolo nei confronti della schiavitù. La verità è che non possiamo rispondere con certezza. Tuttavia, l’esaltazione che Paolo fa della libertà ci fa capire che egli di certo bramava un cambiamento sociale: “Sei stato chiamato essendo schiavo? Non te ne preoccupare, ma se puoi diventar libero, è meglio valerti dell’opportunità” (1Cor 7:21). Attenzione, però: si tratta di un cambiamento individuale. Un’azione diretta per un cambiamento di tutta la società era allora impossibile, perché Paolo avrebbe dovuto incoraggiare la rivolta. E in tale rivolta (com’era dimostrato da tutti i precedenti tentativi) gli schiavi avrebbero avuto la peggio, come sempre. Paolo, quindi, non poteva (né intendeva) fare nulla contro la costituzione sociale del suo tempo. Tant’è vero che Paolo rimanda a Filemone lo schiavo Onesimo; non intende tenerlo con sé senza il permesso del padrone. Tuttavia, Paolo cerca di introdurre per così dire del vino nuovo per far scoppiare la vecchia botte della struttura schiavista.
Anche il paganesimo (specialmente con gli stoici) aveva cercato di migliorare la situazione degli schiavi. Ma sotto un aspetto diverso. È interessante il confronto della lettera a Filemone con l’argomentazione di Plinio per un caso simile a favore di un altro schiavo fuggito dal padrone.
“Tu sei in collera con ragione, anche questo lo so. Ma la dolcezza è meritoria soprattutto quando si hanno giusti motivi di collera. Tu hai amato quest’uomo e, spero, lo ami tuttora. Basta quindi che ti lasci commuovere. Potrai anche arrabbiarti di nuovo se egli lo meriterà, perché dopo il tuo perdono ciò sarà scusabile. Frattanto concedi qualcosa alla sua giovinezza, qualcosa alle sue lacrime, qualcosa alla tua bontà naturale. Cessa di tormentarlo, anzi cessa di tormentare te stesso, poiché la collera è un vero tormento per te che sei così dolce”. – Plinio, in H. C. Lea, Studies in Church History, pag. 555.
Qui, nel caso trattato da Plinio, ci sono solo ragioni umane che non vanno al di là del caso pratico che vede coinvolto un padrone d’animo dolce che vuol bene al suo schiavo. Plinio non cerca affatto di mutare i rapporti intercorrenti tra schiavo e padrone. Nel caso dei filosofi stoici, al massimo si dice che nessuno è schiavo per natura, ma solo per le circostanze della sua nascita o della sua vita. Notevole sotto quest’aspetto è un frammento che riporta una protesta contro l’istituto della schiavitù:
“Anche se uno è schiavo, ha però la medesima carne: nessuno infatti morì schiavo per natura; è la sorte, al contrario, che ha fatto schiavo il corpo”. – Fragmenta Comicorum Graecorum IV, Berlino, n. 39,47.
Paolo, invece, parte da un altro principio: quello soprannaturale. Anche nell’insegnamento paolino si nota un progresso. Nella lettera ai corinti (una delle più antiche), tutta imbevuta dall’idea di un imminente ritorno di Yeshùa, Paolo non annette alcuna importanza all’essere schiavo o libero. Il motivo sta nel nuovo rapporto con il Signore: in questa nuova relazione tutti sono schiavi. La fede crea una nuova fraternità tra i credenti, schiavi compresi. Yeshùa ha dato origine a una nuova umanità in cui più non c’è distinzione tra schiavo e libero. “Voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3:27,28). “Noi tutti siamo stati battezzati in un unico Spirito per formare un unico corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi; e tutti siamo stati abbeverati di un solo Spirito” (1Cor 12:13). “Colui che è stato chiamato nel Signore, da schiavo, è un affrancato del Signore; ugualmente colui che è stato chiamato mentre era libero, è schiavo di Cristo”. – 1Cor 7:22.
Poi, nelle lettere successive, l’apostolo si prefigge di umanizzare i rapporti tra padroni e schiavi, rendendo così più tollerabile la situazione. È introdotto così il germe della futura eliminazione della schiavitù. “Servi, ubbidite in ogni cosa ai vostri padroni secondo la carne; non servendoli soltanto quando vi vedono, come per piacere agli uomini, ma con semplicità di cuore, temendo il Signore. Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete per ricompensa l’eredità. Servite Cristo, il Signore! Infatti chi agisce ingiustamente riceverà la retribuzione del torto che avrà fatto, senza che vi siano favoritismi. Padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone nel cielo” (Col 3:22-4:1). “Servi, ubbidite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo, non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo. Fate la volontà di Dio di buon animo, servendo con benevolenza, come se serviste il Signore e non gli uomini; sapendo che ognuno, quando abbia fatto qualche bene, ne riceverà la ricompensa dal Signore, servo o libero che sia. Voi, padroni, agite allo stesso modo verso di loro astenendovi dalle minacce, sapendo che il Signore vostro e loro è nel cielo e che presso di lui non c’è favoritismo”. – Ef 6:5-9.
In Flm lo schiavo è presentato come un “fratello” del padrone: “Non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello caro” (v. 16; cfr. vv. 7 e 10). Padrone e schiavo, Filemone e Onesimo, sono fratelli perché entrambi sono stati generati alla nuova vita da parte di Paolo. Infatti, come Filemone è associato a Paolo nella fede e nella koinonìa (v. 6, la comunione dei beni), così lo è pure Onesimo. – V. 17.
Un segno di questa comunione è la partecipazione alla stessa cena del Signore. La congregazione ebbe un grande influsso nell’alleviare la schiavitù proprio facendo sedere alla stessa mensa del Signore sia il padrone sia lo schiavo. Allo schiavo, che non poteva associarsi con altri in alcun modo, si apriva ora la possibilità di entrare a far parte della congregazione. Il culto era il mezzo più opportuno per mostrare questa fraternità. Nessuno potrà mai esaltare a sufficienza l’importanza di questo fatto per l’eliminazione delle barriere erette dalla schiavitù.
Le parole di Paolo sul fatto che anche i padroni hanno un padrone in cielo (Ef 6:9; Col 4:1) dovevano suonare come un potente richiamo per gli schiavi che affollavano la congregazione primitiva.
Un altro principio riguarda il perdono che il padrone deve allo schiavo come conseguenza del perdono che lui pure ha ricevuto dal messia di Dio: “Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi”. – Col 3:13.
Si ricordi la preghiera che Yeshùa ci ha insegnato: “Perdona le nostre offese come anche noi perdoniamo a chi ci ha offeso” (Mt 6:12, PdS). “Rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori”.
Si deve poi notare che Paolo è perfino disposto a pagare lui stesso i debiti dello schiavo. Anche questo è segno di solidarietà e di fraternità. Talvolta, nel 1° secolo, accadeva che gli stessi fratelli pagavano l’emancipazione dello schiavo a loro proprie spese.
Si veda poi l’importanza del lavoro missionario. Anche uno schiavo poteva divenire una delle guide della congregazione, un “vescovo”. La richiesta di Paolo è fatta anche in vista del lavoro missionario che Onesimo, ormai “utile” (come dice il suo stesso nome, su cui Paolo scherza), può svolgere. Non ne abbiamo la prova, ma se Onesimo fosse la stessa persona ricordata da Ignazio, avremmo l’evidenza che lo schiavo Onesimo sarebbe poi divenuto vescovo della stessa congregazione di Efeso, capitale dell’Asia Minore (Ad Ephes. 1,3). I martirologi identificano lo schiavo Onesimo con il vescovo di Efeso (Acta SS., Februarii II, Anversa, pag. 856). Tuttavia, data la frequenza del nome “Onesimo”, non possiamo insistere troppo su questa ipotesi. Le Costituzioni Apostoliche riferiscono che Paolo stabilì l’ex schiavo come vescovo di Berea in Macedonia. Si tratta di notizie non sicure. Non è questo qui il punto. Il punto è che è un fatto che allora uno schiavo poteva diventare vescovo (generalmente dopo la sua emancipazione).
Il motivo della missione permea tutta l’epistola. Onesimo fu rigenerato da Paolo in prigione (v. 10). Filemone era stato convertito da Paolo (v. 19) ed era un cooperatore dell’apostolo. Filemone doveva promuovere la consapevolezza del bene che possiamo fare (v. 6). Il suo amore per i santi fece gioire l’animo di Paolo. – V. 7.
È molto bella questa parità di lavoro nel Signore, dove uno schiavo poteva divenire la guida spirituale anche di persone libere.
Possiamo concludere che Paolo, pur non lottando socialmente per abolire la schiavitù, versò in essa il messaggio del Vangelo che avrebbe dovuto ineluttabilmente eliminarla. Peccato che nel corso dei secoli la chiesa dimenticò a lungo questi princìpi. D’altra parte, cosa ci si poteva aspettare da una chiesa che ormai era apostata, paganizzata, e che s’interessava solo del potere?

Excursus
________________________________________
L’abolizione della schiavitù nel corso dei secoli
L’abolizione della schiavitù si attuò purtroppo assai lentamente. La responsabilità principale è da attribuirsi alla “Chiesa” che dimenticò di valorizzare i germi fecondi della fraternità presentati da Paolo. Prima che il “Cristianesimo” s’imponesse nel mondo, la schiavitù era diffusa in tutto il mondo allora conosciuto: presso gli egizi, gli assiro-babilonesi, i greci, i romani. La schiavitù fu ammessa perfino da Platone, da Aristotele e da altri sapienti dell’antichità.
La schiavitù era ammessa anche presso gli ebrei, ma con varie limitazioni e con trattamenti molto più umani che presso gli atri popoli. In Israele potevano, come regola generale, essere fatti schiavi i non israeliti. Se un israelita era ridotto in schiavitù, dopo sei anni ritornava libero e il padrone doveva assicurargli un minimo essenziale per vivere. In Israele lo schiavo non poteva essere maltrattato dal padrone: in caso di gravi lesioni doveva essergli riconosciuta la libertà: “Se uno colpisce l’occhio del suo schiavo o l’occhio della sua schiava e glielo fa perdere, li lascerà andare liberi in compenso dell’occhio perduto. Se fa cadere un dente al suo schiavo o un dente alla sua schiava, li lascerà andare liberi in compenso del dente perduto”. – Es 21:26,27.
Il Vangelo portò nel mondo pagano gli insegnamenti più alti della fraternità, della parità e dell’amore reciproco fra tutti gli uomini e le donne. Esso animò di questi nobilissimi ideali tutta la vita sociale dei fedeli. I discepoli di Yeshùa si sentirono fratelli e paritari davanti a Dio, senza distinzione di dignità e di diritti. Nelle riunioni liturgiche non c’era distinzione tra padroni e schiavi. Né c’era distinzione nella gerarchia e nelle sepolture (le ossa dei martiri Proto e Giacinto, schiavi, furono trovate avvolte in stoffe intessute d’oro, come era d’uso per i patrizi). Gli schiavi liberati potevano diventare “vescovi”. Perfino nella Chiesa ormai apostata, nei suoi inizi gli schiavi potevano diventare papa (come, ad esempio, Callisto I).
Il Vangelo si propagò anzi tra gli schiavi, pur predicando la sottomissione ai padroni (specialmente se questi erano pagani). Scrive Tertulliano: “Se un cristiano è schiavo di un pagano gli si insegnerà ad accontentare il suo padrone” (De corruptione, cap. 13). Dai documenti antichi che possediamo sappiamo che erano lodati i padroni che liberavano gli schiavi, anche se non si imponeva loro di farlo.
Con Costantino e Teodosio, dopo la “cristianizzazione” dell’impero, si migliorarono le condizioni degli schiavi. Non si fecero più le lotte dei gladiatori, non avvenne più la separazione di un membro dalla sua famiglia, non ci furono più le difficoltà precedenti per l’affrancamento degli schiavi.
Nel Medio Evo si tolleravano i servi della gleba (che erano quasi degli schiavi). Si ammise anzi la schiavitù per i non “cristiani”. Si lottò solo per impedire che i “cristiani”, anche se prigionieri di guerra, fossero ridotti schiavi. In quel tempo i saraceni erano venduti dagli stessi “cristiani” nei pubblici mercati.
Per opera del cosiddetto Cristianesimo, nel corso dei secoli la condizione dello schiavo venne elevata nella vita familiare, nel lavoro, nei rapporti con i padroni. Anche con il dono della libertà. Per esempio, “santa” Melania, vissuta nel 5° secolo, emancipò in una sola volta 8000 schiavi. Gli imperatori dopo Costantino (specialmente Teodosio e Giustiniano) favorirono l’affrancamento dei “cristiani”.
I cosiddetti padri della Chiesa hanno variamente riprovato la schiavitù e spesso hanno cercato di riscattare e liberare gli schiavi con ogni mezzo (anche vendendo gli ornamenti del culto). Vanno ricordati Ambrogio, Ilario di Potiers, Gregorio, Agostino, Cirillo Gerosolimitano.
Dopo le invasioni barbariche e per tutto l’alto Medio Evo continuò in varie forme la pratica della schiavitù, anche se le condizioni degli schiavi migliorarono. Non mancarono tuttavia gravi abusi da parte di “cristiani”.
Sappiamo anche che gli schiavi spesso erano liberati dai padroni quando ricevevano il battesimo. Quanto fossero sincere queste conversioni è tutto dire. D’altra parte, i padroni liberavano gli schiavi anche per testamento in punto di morte, per “salvarsi l’anima”. Si legge, ad esempio, in un documento del 9° secolo: “Io, Heimrich, per timore di Dio e per la salvezza dell’anima mia, ho liberato la mia schiava Reginheid con i suoi figli e un’altra schiava, Zeizbirc. Esse devono essere libere e non devono essere costrette a servire uno dei nostri eredi. Eseguito pubblicamente in Biblisheim il 16 luglio dell’anno 873 dall’incarnazione del Signore, mentre regnava Ludovico nelle Gallie. Testimoni: […]. Io ho scritto e firmato questo documento”. Un gesto nobile? Lo sarebbe stato se il nostro Heimrich lo avesse fatto molto prima e non in punto di morte per “salvarsi l’anima”.
Dalla seconda metà del ‘400, con le grandi scoperte geografiche e successivamente per opera dei colonizzatori del Nuovo Mondo, dilagò la piaga dei negri praticata dal Portogallo, dalla Spagna, dalla Francia e soprattutto dall’Inghilterra. Per vari secoli migliaia e migliaia e migliaia di neri furono strappati dall’Africa e venduti, portati in condizioni bestiali nelle coltivazioni d’America.
Nel 15° secolo papa Nicolò V in un breve apostolico datato 1432 concesse al re Alfonso V del Portogallo il diritto di ridurre in schiavitù gli africani nelle terre liberate dai saraceni. Papa Sisto IV insorse solo contro coloro che rendevano schiavi i negri “battezzati”.
Si deve attendere fino al 1839 perché un papa insorga contro la schiavitù. Papa Gregorio XVI, con bolla In supremo decretò: “Ingiungiamo che nessuno osi in avvenire vessare impunemente gli indi, i negri e altri uomini e ridurli in schiavitù”. Ma, si noti bene: siamo nel 1839! Molti nostri bisnonni erano ancora vivi. Non possiamo che stupirci di tanto ritardo. Stupirci o scandalizzarci? Il fatto è che la Chiesa Cattolica, come qualsiasi altra struttura umana, ha preso coscienza solo molto ma molto lentamente dell’immoralità della schiavitù. Prima di tutto s’interessò dei suoi membri. Si pensi che all’inizio la Chiesa Cattolica Romana non considerava veri uomini i mussulmani. Non si può che concordare con C. Duquoc: “I dati storici concreti forniscono la spiegazione, ma le parole del Signore: Amate i vostri nemici, non è forse detta a quelle collettività che si proclamano cristiane? E quale amore trascendente c’è nell’amare coloro che ci amano? I pagani non fanno altrettanto? Nessuna apologetica, nessuno stile ufficiale cancellerà mai l’accusa che nasce da quelle parole”. – La Chiesa e il progresso, Borla, pag. 83.
Di questo richiamo dovrebbero far tesoro, se mai ci riescono, certi gruppi religiosi che sbandierano l’amore per il prossimo. Nelle calamità come terremoti e inondazioni sono prontissimi a venire in aiuto. Ma in aiuto ai loro membri. Lo sbandierato amore per il prossimo si scopre poi che consiste solo nel distribuire letteratura religiosa di casa in casa. Verso chi accetta e diviene membro, braccia aperte. Chi non accetta, terremotato o sofferente che sia, è ignorato (tanto, alla fine, sarà “distrutto”, no?). “E quale amore trascendente c’è nell’amare coloro che ci amano? I pagani non fanno altrettanto? Nessuna apologetica, nessuno stile ufficiale cancellerà mai l’accusa che nasce da quelle parole”. – Ibidem; cfr. anche Gc 2:14-16.

 

SUI PASSI DI PAOLO IN TURCHIA, « CULLA » DEL CRISTIANESIMO (ARTICOLO DELL’8.6.08)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_brogi3.htm

SUI PASSI DI PAOLO IN TURCHIA, « CULLA » DEL CRISTIANESIMO (ARTICOLO DELL’8.6.08)

Antiochia, Efeso, Tarso, Iconio, Cesarea di Cappadocia…
A pochi giorni dall’apertura dell’ »Anno Paolino », il 29 giugno,
ecco cosa resta del passaggio dell’ »Apostolo delle Genti » in Asia Minore.
Là dove sbocciò la Chiesa, e oggi dominano « islam » e « laicismo atatürkiano ».

Dal nostro inviato in Turchia, Anna Maria Brogi
(« Avvenire », 8/6/’08)

Sventola la bandiera con la mezzaluna e la stella su fondo rosso, davanti alla Chiesa di San Pietro ad Antiochia. Sventola per affermare il primato statale. Da questa balconata naturale sulla città e sul Mediterraneo, più che a una Chiesa si accede a una grotta, scavata dall’acqua nel Monte Staurino. O meglio a un sito « museale », come rivela la biglietteria. Per entrare sul « sagrato-terrazza », con i pini e gli olivi, ci vogliono cinque lire turche (due euro e mezzo).
Il panorama le vale. Nella Chiesa solo un altare spoglio, una statuetta di Pietro e il « trono » del Santo. Collocati negli anni Trenta, sono posteriori alla facciata di marmo ricamata sul grigio del calcare nel 1863. Dal basso sale l’odore della polvere. Un « caos » senza rumore, attutito dalla distanza e dal vento. Questa è Antiochia di Siria, sull’Oronte, dove fuggirono molti ebrei cristiani al tempo delle prime persecuzioni. Qui arrivò Paolo, chiamato da Barnaba, intorno all’anno 46. E qui avvenne l’incontro con Pietro, narrato nella « Lettera ai Galati ». Forse fu proprio in questa cavità naturale: quale rifugio più amico per una comunità di profughi?
Oggi la Chiesetta torna a vivere di tanto in tanto grazie ai pellegrini, che con un permesso vi celebrano Messa. Diventa la casa di tutti il 29 giugno, festività dei Santi Pietro e Paolo, quando accoglie i cristiani locali (un migliaio di differenti riti e confessioni) insieme con le comunità di ebrei e musulmani.
Dal porto di Antiochia Paolo salpò per i suoi tre viaggi, che lo portarono nel Mediterraneo orientale su un percorso di 25mila chilometri.
Non sembra ricordarsene la città, che pure è « crocevia » dei tre « monoteismi ». Aleppo, in Siria, dista appena ottanta chilometri; ancora meno i resti, sempre oltre frontiera, della Basilica di San Simeone lo Stilita.
Di tanta eredità « paleocristiana », in Turchia sembrano riecheggiare quasi solo i « toponimi ».
Antiochia, Efeso, Tarso, Iconio, Cesarea di Cappadocia (le odierne Konya e Kayseri). Bastano a evocare personaggi e vicende dei primi secoli di evangelizzazione. In quest’ »Anno Paolino », che si aprirà ufficialmente il 29 giugno, si è deciso di valorizzare questi luoghi, per farne bandiera di benvenuto ai pellegrini d’Europa. E dunque a Tarso uno striscione proclama « St. Paul Yili 2008″, in turco e in inglese (« The Pauline Year »).
Sono già arrivati i venditori di « gadget », dalle « iconcine segnalibro » ai cappellini di tela. Ma è l’unico indizio di qualcosa nell’aria. Nelle « viuzze » dell’antico quartiere ebraico, dove Paolo nacque e dove restano le fondamenta della tradizionale « casa », si respira un’atmosfera giovanile da anni Settanta. La zona « pullula » di caffè e « narghilé bar »: nei freschi interni e nei cortili ombreggiati i ragazzi « strimpellano » la chitarra e le ragazze improvvisano cori, tra un tiro e l’altro della pipa ad acqua. Un cartello racconta la storia di Paolo.
È scritto in inglese e l’ha posto, nel 1988, la municipalità. Di stranieri, ne arrivano: la regione, stretta tra i monti Tauro e il Mediterraneo, costellata di torrenti e cascate, ha una forte vocazione turistica e richiama gli appassionati delle attività all’aria aperta. Nel Medioevo qui passavano i pellegrini sulla via di Gerusalemme.
Oggi come allora, si può sostare al pozzo di San Paolo e berne l’acqua in segno di benedizione: è stato ripulito e l’acqua è tornata potabile. Di Paolo a Tarso resta anche una Chiesa, costruita nell’Ottocento dai cristiani armeni. Non più in uso, è un sito « museale ». In attesa di rianimarsi.
Musei all’aperto, fin troppo animati, sono la Cappadocia ed Efeso, mete obbligate del turismo culturale. Accomunate dal cristianesimo delle origini, mantengono pallida traccia di quel loro passato. Nel Parco di Göreme, con le Chiese rupestri, un affresco lascia intuire il volto di Paolo. E nella valle dei « camini delle fate », la più famosa della Cappadocia, le guide raccontano ai pellegrini del passaggio dell’Apostolo da una Chiesetta scavata in quei coni di tufo. Di certo c’è che qui Paolo è transitato, poiché vi si trovava una comunità cristiana, e nel primo secolo la cavità esisteva, pur non essendo Chiesa. Ma la bellezza del sito e la « bizzarria » geologica bastano a soddisfare le aspettative di chi va di fretta.
Chi invece sia disposto a ricalcare a passo lento le orme dell’Apostolo può muoversi lungo il « Cammino di San Paolo » (« St. Paul Trail »), un percorso di « trekking » di montagna segnato su sentiero dal 2004: cinquecento chilometri da Perge, vicino ad Antalya, fino a Yalvaç (Antiochia di Pisidia), con un ramo che parte da Aspendos per raggiungere il sito romano di Adada. Fuori dalle rotte del turismo di massa, Antiochia di Pisidia fu sede episcopale e uno dei centri principali del cristianesimo in Asia Minore.
Distrutta dalle invasioni arabe nel settimo secolo, conserva le fondamenta della sinagoga dove predicò Paolo, poi trasformata in Basilica.
Se il sito non è paragonabile alle glorie di Efeso, ha il pregio del silenzio e invita alla meditazione.
A Efeso poco resta di archeologia cristiana.
Splendide le vie « colonnate » e le terme, le case del pendio con affreschi e mosaici, la biblioteca di Celso. Mirabilmente intatta la struttura urbanistica. E il Teatro, dove andò in scena quella « rivolta degli orefici » che costrinse l’Apostolo a lasciare la città. Oggi gli studenti vi improvvisano recite e ha ospitato un concerto di Sting. La città di marmo bianco continua a dare spettacolo della propria opulenza. Anche qui, l’impronta cristiana rischia di sfuggire e va inseguita: San Paolo vi abitò per due anni e mezzo, ma l’unico riferimento archeologico certo è il Teatro. Non c’è neanche un cartello, poi, a indicare i resti della Basilica del Concilio. Si trovano subito dopo l’ingresso della « città bassa » (o prima dell’uscita per chi entra dall’alto), prendendo il sentiero sulla destra. Si arriva in un campo e, in mezzo all’erba, stanno quelle pietre così poco sontuose ma che delimitano il luogo dove si riunirono nel 431 i « padri conciliari » e dove proclamarono il « dogma » della « Madre di Dio ». Una targa ricorda che qui pregò Paolo VI il 26 luglio del 1962. Ai turisti non interessa, dicono le guide: «Qui vengono solo i pellegrini».

25.000 chilometri di Vangelo e persecuzioni

Il primo dei tre viaggi missionari di Paolo in Anatolia risale agli anni 46-47. L’Apostolo era accompagnato da Barnaba e dal cugino di lui, Giovanni Marco. Salparono da Antiochia alla volta di Cipro, sbarcando a Salamina.
All’altro capo dell’isola, nella città di Pafo, furono testimoni della conversione del governatore romano Sergio Paolo. Da Pafo si imbarcarono di nuovo, raggiungendo Perge nei pressi dell’attuale Antalya.
Da lì si inoltrarono nell’entroterra, spingendosi nel cuore dell’Anatolia centrale, e predicarono il Vangelo ad Antiochia di Pisidia, Iconio, Listri e Derbe. Più tardi, nelle « Lettere », Paolo racconterà le fatiche e le difficoltà di questo primo viaggio, che suscitò molte conversioni ma anche frequenti persecuzioni e ostilità da parte sia degli ebrei sia dei pagani. Paolo ritornò ad Antiochia lungo la stessa strada, salpando da Attaleia (oggi Antalya).
Nel 49 l’Apostolo ripartì, accompagnato da Sila. Visitò i cristiani di Derbe, Listra, Iconio e Antiochia di Pisidia. Dall’Anatolia centrale si spostò poi nella regione nord-occidentale, la Misia. Da lì passò in Macedonia e in Grecia e, sulla via del ritorno verso la « Terra Santa », si fermò per breve tempo a Efeso.
Nel terzo viaggio, tra il 53 e il 57, passò per Derbe, Listri, Iconio e Antiochia di Pisidia. Da qui si recò a Efeso, dove visse quasi tre anni. A quel periodo risalgono molte delle « Lettere » e forse un breve viaggio a Corinto. Costretto a lasciare Efeso in seguito alla rivolta degli « argentieri » – i quali si ritenevano minacciati dal diffondersi del nuovo culto, che avrebbe « soppiantato » quello della dea Artemide, della quale vendevano statuette d’oro – si recò nella Troade e da lì a Mileto. Proprio a Mileto Paolo convocò gli « anziani » della comunità cristiana di Efeso, ammonendoli a guardarsi non solo dai nemici ma anche dalle insidie interne. Durante il viaggio di ritorno, via mare, in « Terra Santa » fece tappa a Patara in Licia. Al termine del terzo viaggio missionario, l’Apostolo rientrò a Gerusalemme dove nel 59 fu arrestato e, in quanto cittadino romano che si « appellava » all’imperatore, imbarcato alla volta di Roma.

 

IL BIBLISTA ROMANO PENNA: COSÌ L’APOSTOLO «SPIEGA» LA PASSIONE SENZA AVERLA VISTA

http://www.donatocalabrese.it/jesus/dibages3.htm

CON PAOLO SUL CALVARIO DI CHI NON C’ERA

IL BIBLISTA ROMANO PENNA: COSÌ L’APOSTOLO «SPIEGA» LA PASSIONE SENZA AVERLA VISTA

(intervista al docente della Lateranense, autore di un Dizionario sul «gigante della fede», ripercorre con lui l’evento della Pasqua)

«Dietro alle parole sulla Croce come scandalo per i giudei c’è la sua esperienza: quel fatto era tutto ciò che conosceva di Gesù prima della conversione»

Francesco Ognibene

E chi sotto la croce, quel giorno, non c’era? Meditando nella basilica del Santo Sepolcro accanto alla vetta spaccata del Calvario, è impossibile non sentirsi sopraffatti da questa considerazione: io non c’ero ma, pur non avendo visto, ora sono qui, ed è come se il tempo non si fosse spostato dalle tre di quel pomeriggio. Perché è vero che non vedo scorrere il sangue e non sento i colpi che conficcano i chiodi: ma tocco con mano la fede. Il cristiano è testimone di un mistero grande come il Venerdì Santo: non ha visto ma crede, e non solo perché ha « letto » o « ascoltato ». Per muovere qualche passo dentro questo labirinto può affidarsi a san Paolo, che di questa fede è un po’ il prototipo. A guidarci è don Romano Penna, studioso della prima cristianità e professore alla Lateranense, oltre che curatore qualche mese fa dell’edizione italiana dell’imponente Dizionario di Paolo e delle sue lettere (San Paolo, 1886 pagine, 120 mila lire), che tenta di tracciare un profilo di questo gigante della fede e della teologia facendo giustizia di luoghi comuni e tesi stravaganti fioccate negli ultimi tempi.
Colpisce nelle lettere di Paolo trovare essenzialmente due soli episodi della vita di Cristo: la morte e la risurrezione. Cosa significa?
«C’è anzitutto un dato biografico. Stando alle lettere, non è possibile stabilire con certezza quanto ampia e dettagliata fosse la conoscenza che Paolo aveva della vita di Gesù. L’Apostolo non poteva conoscere i Vangeli: le lettere sono state scritte tra il 50 e il 55, il testo di Marco, il primo evangelista a scrivere, è del 70: ritengo inattendibili le datazioni più « alte » proposte sulla base di labilissimi indizi, tipo il frammento di Qumran 7Q5. Ciò premesso, è interessante notare che nelle lettere paoline la morte e la risurrezione non siano descritte ma ripensate nel loro spessore salvifico. Non c’è alcun riferimento a fatti compiuti da Gesù, ma a sue parole. Se però Paolo ha perseguitato la prima comunità cristiana è perché doveva sapere di cosa si trattava e cosa c’era dietro. Là dove dice che la croce di Cristo è « scandalo per i giudei » bisogna intravedere una citazione autobiografica: era lui a essersi scandalizzato prima della conversione. Non aveva conosciuto fisicamente Gesù, ma
sapeva bene chi era e cosa rappresentava».
Qualcuno ne ha dedotto che allora è Paolo il vero fondatore del cristianesimo…
«È una tesi infondata, chi la afferma non coglie la prospettiva paolina: i Vangeli narrano, Paolo è su un piano diverso per quanto non alternativo. Nei Vangeli ci sono i fatti ma non è altrettanto centrale la loro interpretazione in chiave salvifica. Non cadiamo nell’errore del protestantesimo liberale di fine ’800, che si è appiattito sulla vicenda storica riducendo Gesù al livello dei grandi dell’umanità, un’istanza che trasforma il Messia in un maestro da imitare, una linea solo parallela alla vita del
credente. Paolo invece gli fa intersecare l’esistenza concretissima del cristiano, annunciandolo come il Risorto».
Fu subito chiaro che dal Calvario al sepolcro vuoto c’è tutto ciò che basta al credente?
«Sì. Però quel che più conta è che non si tratta di un’intuizione di Paolo ma di un patrimonio dei cristiani delle origini. Al capitolo 15 della prima lettera ai Corinzi l’Apostolo scrive: « Vi ho trasmesso anzitutto quello che ho ricevuto, che Cristo morì per i nostri peccati, e che fu sepolto, e fu risuscitato il terzo giorno ». Dunque un annuncio pre-paolino, fatto proprio e sviluppato da Paolo in modo originale ma già presente nella Chiesa primitiva. Dopo Gesù non viene subito Paolo ma la prima
comunità cristiana. Quel che Paolo approfondisce sono le conseguenze salvifiche della morte in croce».
E non è un modo per sovrapporre una dottrina agli eventi?
«Nient’affatto. Le radici paoline sono giudaiche, e in quella cultura la storicità è fondamentale. Paolo parla di un personaggio con una precisa fisionomia, non di una leggenda. E si rende conto che dal venerdì alla Pasqua si verificano i fatti culminanti, quelli che esprimono maggiormente l’atto di amore di Gesù per l’uomo. In Romani 5,8 si legge che « mentre ancora eravamo peccatori Cristo morì per noi ». È questa dimensione di dedizione totale che Paolo sottolinea, in polemica con il giudeo-cristianesimo: la figura di Cristo infatti emerge con tale forza da rendere chiaro che la salvezza si trova in lui solo, e non nella Torah».
Dal Venerdì Santo alle lettere passano poco più di vent’anni: bastano per una teologia già così compiuta?
«In mezzo c’è la genialità di Paolo. La comunità primitiva aveva fede nel dato del Cristo risorto. La confessione di fede della prima lettera ai Corinzi appare già consolidata e – guarda caso – non si perde in resoconti ma si concentra sull’essenziale: morte e risurrezione. La sintesi paolina è esemplare della fede della prima comunità, che aveva capito tutto: Gesù è morto « per i nostri peccati », e questo
è già un annuncio. Aggiungere poi che è risuscitato il terzo giorno è qualcosa di straordinario, rispetto alla grecità ma anche all’interno di Israele. Il cristiano dunque non spera in un evento generico che va atteso, ma ha la certezza di un fatto già avvenuto».

Gli evangelisti conoscevano le lettere di Paolo?
«No, e secondo me non lo conosceva neppure Luca che proprio a Paolo dedica oltre metà degli Atti. Il motivo? Le lettere erano state scritte a comunità diverse, e solo più tardi verranno raccolte in un corpus che però quando Luca scrive, alla fine degli anni 80, non esiste ancora. Tutt’al più possiamo dire che le lettere forse gli erano note ma lui non le ha volute utilizzare. Illogico? È sbagliato pretendere dagli autori antichi la nostra stessa logica compositiva».

Dalla croce quale fede nasce nel credente che « non ha visto »?
«Quella per il Gesù del quale si vive una presenza: altrimenti lo si ridurrebbe a un Buddha o a un Maometto, morti e basta. Dalla croce alla risurrezione sgorga tutto un concetto di salvezza e di comunità cristiana, perché ci si rapporta a questi eventi non per ricostruirne la memoria archeologica, ma per vivere del « Cristo attuale »: di colui che, pur essendo morto, vive».

Francesco Ognibene

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