Archive pour la catégorie 'Paolo – approfondimenti sulla sua persona'

SAN PAOLO SCRIVEVA SUI MURI

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SAN PAOLO SCRIVEVA SUI MURI

(forse l’ho già postato, ma mi sembra..bello!)

Corse così tanto per annunciare il Vangelo da lasciarsi alle spalle già allora incomprensioni e amarezze. Non che Paolo di Tarso fosse uno che nelle dispute si tirava indietro. Anzi, era proprio in quei momenti che manifestava tutto il suo temperamento focoso e passionale. Di fatto però, come succede ai grandi personaggi della storia, dopo duemila anni la sua figura è ancora al centro di dibattiti e polemiche.
Corse così tanto per annunciare il Vangelo da lasciarsi alle spalle già allora incomprensioni e amarezze. Non che Paolo di Tarso fosse uno che nelle dispute si tirava indietro. Anzi, era proprio in quei momenti che manifestava tutto il suo temperamento focoso e passionale. Di fatto però, come succede ai grandi personaggi della storia, dopo duemila anni la sua figura è ancora al centro di dibattiti e polemiche. C’è chi è convinto che senza i suoi viaggi missionari la buona notizia di Cristo sarebbe rimasta circoscritta a una sparuta setta ebraica e che l’Apostolo debba essere considerato il vero «inventore» del cristianesimo come religione universale. Sono tesi che conosce bene uno dei massimi studiosi della Chiesa primitiva, il tedesco Rainer Riesner, esegeta protestante, docente di Nuovo Testamento all’Università di Dortmund. Riesner interverrà questa sera all’Università Cattolica in una conferenza organizzata dal Centro culturale di Milano: «Dalla terra alle genti: San Paolo, fondatore del cristianesimo o Apostolo di Gesù?».
Professor Riesner, come mai Paolo di Tarso continua a far discutere?
«È ancora in voga una tesi del XIX secolo per cui Paolo sarebbe l’inventore del cristianesimo. Si vuole così contrapporre Gesù come semplice profeta e Paolo che dai suoi insegnamenti avrebbe creato una teologia complicata e distinta. Paolo viene dipinto come un uomo profondamente condizionato dal pensiero pagano, che per convincere i suoi interlocutori pagani avrebbe divinizzato Gesù. Ma dietro il tentativo di ridimensionare l’apostolo c’è la volontà di negare la natura divina di Gesù e di ridurlo al ruolo di un insegnante di morale… Eppure basta leggere la Lettera ai Filippesi, in cui Paolo fa riferimento a una tradizione che non ha formulato lui ma che ha preso dalla Palestina, perché il linguaggio è semitico. La tradizione sostiene che Gesù è il figlio di Dio. Per cui Paolo non è il primo ad averne affermato la divinità. Allo stesso tempo egli è intimamente persuaso della divinità di Cristo, non solo per aver accettato la tradizione, ma perché ne ha fatto esperienza lui stesso sulla via di Damasco, come racconta nella Lettera ai Galati».
Qual è l’originalità di Paolo nella storia del cristianesimo?
«Paolo ha capito più profondamente e più velocemente degli altri apostoli che Cristo andava annunziato in tutto il mondo e che il padre di Gesù è il Dio dell’Antico Testamento. Ha testimoniato che attraverso Cristo tutti gli uomini possono arrivare al Dio d’Israele, l’unico vero Dio: anche i non ebrei; da qui le sue dispute con i Giudei. E allo stesso modo si è battuto perché gli ebrei convertiti a Cristo potessero continuare i rituali ebraici come la circoncisione. Per questo la sua è una figura moderna, che sprona anche oggi le Chiese alla missione, e Benedetto XVI ha perfettamente ragione sulla necessità di una nuova evangelizzazione dell’Europa. Paolo è un modello anche per le altre religioni e per i politici: lui ha predicato il Vangelo in maniera del tutto nonviolenta e ha sempre rispettato l’irriducibile valore della libertà di coscienza della persona».
Lei è uno dei più apprezzati studiosi di esegesi biblica e archeologia dei luoghi sacri. Quali sono gli ultimi rilevamenti significativi sulle origini del cristianesimo?
«Oggi siamo in grado di mostrare a Gerusalemme il luogo esatto in cui la prima comunità si ritrovava: il Cenacolo della tradizione. Purtroppo non si può scavare in quel posto per motivi politici. Ci sono però importanti sviluppi in un luogo legato alla vita stessa di Paolo: a Smirne, in Turchia, grazie alle ricerche di uno studioso americano, Roger Bagnall, sono stati rinvenuti dei graffiti che fanno riferimento a Gesù; in particolare è stata decifrata la frase « Colui che dona lo Spirito », che potrebbe essere la più antica testimonianza scritta della storia cristiana».
Finora la Lettera ai Tessalonicesi – scritta nel 50-51 – è considerata il testo più antico di un autore cristiano. È l’Apostolo il padre della letteratura cristiana?
«Il dibattito è aperto. Molti studiosi dell’Europa centrale pensano effettivamente che la Lettera ai Tessalonicesi sia il testo cristiano più antico. Ma in ambito anglofono e ora anche tra alcuni cattolici c’è un numero rispettabile di esegeti che ritengono più vecchia la Lettera ai Galati. C’è poi una minoranza di studiosi in cui mi riconosco che pensa sia più datata la Lettera di Giacomo. Penso infatti che essa sia stata scritta prima del Concilio apostolico di Gerusalemme nel 48. In questo testo Giacomo introduce il problema principale affrontato dal Concilio: il rapporto dei cristiani con la legge mosaica. Un tema che sarà trattato, sebbene più tardi, anche da Paolo nella Lettera ai Galati».
Oggi c’è un grande interesse intorno alla storicità di Cristo e degli apostoli. C’è il rischio che alcuni best-seller falsino la verità storiografica?
«Non solo come cristiano ma come studioso sono convinto che i Vangeli siano fonti storiche molto affidabili. Nel Vangelo di Marco soprattutto c’è coincidenza tra fatti, testimonianza oculare e Scritture. Nella ricerca non è più discusso ma accettato che questo Vangelo sia in gran parte l’insegnamento di Pietro. Il legame tra Pietro, l’evangelista Marco e il suo Vangelo diventa importante soprattutto se si considerano i vangeli apocrifi che adesso hanno fortuna nella letteratura popolare. Nessuno degli apocrifi è più antico del II secolo e per nessuno di essi si può riscontrare continuità tra testimoni diretti di Gesù e la loro redazione. E questa è una differenza importante rispetto ai Vangeli canonici».
Che cosa la preoccupa di più delle polemiche su Paolo di Tarso?
«La tesi dell’Apostolo come inventore del cristianesimo è nata all’interno del protestantesimo liberale, anche se molti esegeti evangelici si oppongono a tale interpretazione e non a caso proprio da essi il Papa ha ricevuto le recensioni più entusiaste del libro su Gesù. Ma sono molto dispiaciuto del successo di questa corrente anche al di fuori della Riforma. Io temo che essa sia così diffusa e amata perché apparentemente rende più facile il dialogo con le altre religioni: se Gesù è presentato solo come maestro e profeta e non come figlio di Dio sarebbe più semplice accettarlo per l’ebraismo liberale e l’islam. Ma possiamo rinunciare alla cristologia per il dialogo interreligioso? Su questa domanda si gioca il futuro del cristianesimo».

CORPOREITÀ E VIRTÙ IN SAN PAOLO

http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=241&id_n=7364

CORPOREITÀ E VIRTÙ IN SAN PAOLO

Autore: Re, Don Piero Curatore: Riva, Sr. Maria Gloria
Fonte: CulturaCattolica.it

Il corpo – è il caso di osservare – nella visione paolina non è né neutro né negativo, come riteneva una certa cultura greca. È portatore di dignità ed è costitutivo dell’uomo, non meno dello spirito. E insieme allo spirito compone l’uomo come immagine di Dio: «Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo?…Glorificate, dunque, Dio nel vostro corpo!» (1Cor 6, 19s).
La corporeità trova nella sessualità un mezzo per esprimersi e comunicare, sempre in una significativa parità di diritti fra uomo e donna, anche se molte espressioni paoline risentono delle culture maschiliste giudaica e greca (cf Ef 5, 22). Per Paolo, il matrimonio non solo è legittimo, ma è «grande mistero», perché nell’unione dei coniugi si attua il mistero salvifico dell’amore di Cristo capo e sposo, per la Chiesa suo corpo e sposa (cf Ef 5, 21-33).
Tuttavia – in un contesto di erotismo esasperato – l’apostolo è portato concretamente a valutazioni a prima vista rigoriste e pessimiste, quali: meglio non sposarsi, a meno di bruciare (cf 1Cor 7, 1s. 8s); l’astensione dai rapporti coniugali, per dedicarsi alla preghiera (cf 1Cor 7, 5); la verginità esaltata a scapito della coniugalità con le sue tribolazioni (cf 1Cor 7, 25-27).
Ciò non toglie che per Paolo matrimonio e verginità siano entrambi vocazioni di origine divina, carismi (cf 1Cor 7,7). La verginità è preferibile ed è consigliata come segno provocatorio che anticipa lo stato finale e definitivo dell’umanità risorta (che sarà «senza mogli né mariti»: Mt 22, 20) e che testimonia una libera e totale dedizione a Cristo e al servizio del prossimo: ideale di carità, cui deve tendere e che avvalora anche la condizione degli sposati (cf 1Cor 7, 29-35).
Le tre virtù – che poi la tradizione cristiana chiamerà ”virtù teologali” – sono le disposizioni e forze interiori, che orientano e plasmano tutta la vita dell’uomo nuovo; sono le nuove facoltà di chi si è incontrato e convertito a Cristo e ora – docile allo Spirito – liberamente e progressivamente conforma a Lui intelligenza e volontà, pensieri e azioni, rapporti e sentimenti.
A volte, Paolo le nomina tutte insieme: «Abbiamo ricevuto notizie della vostra fede in Cristo Gesù, e della carità che avete verso tutti i santi (i battezzati), in vista della speranza che vi attende nei cieli» (Col 1,3; cf 1Cor 13,13; Ef 1, 15-18). Sono inseparabili e da esse scaturiscono – come sorgenti – i singoli atti di fede, speranza, carità.
La «obbedienza della fede» (Rom 1, 5; 16, 26) è l’assenso totale che la libertà umana dà a Dio che in Cristo si dona tutto all’uomo. Abramo è «il padre di tutti i credenti» (Rom 8, 11. 18) e Paolo ne tesse l’elogio (cf Rom 4, 16-22); insieme al battesimo la fede è l’unica causa di giustificazione (cf Rom 3-6; Gal 3); la conoscenza di fede deve diventare ”sapienza” (cf Ef 1, 17s), crescendo nell’età (cf 1Cor 13, 11), fino alla visione perfetta (cf 1Cor 13, 12).
Da quella nuova creatura che è il cristiano, scaturisce un nuovo principio di conoscenza: «Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo» (1Cor 2, 16), «Siamo in Cristo Gesù, che per noi è sapienza» (1Cor 1,30). Ai Corinti Paolo insegna che esistono due ben diverse sapienze: quella del mondo e quella del cristiano (cf 1Cor 1, 17; 2, 16).
«La sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio», è «vana» (1Cor 3, 19s, Ef 5, 6) e Dio la disperde e l’annienta (cf 1Cor 1, 19-21); non può che ritenere follia la parola della croce (cf 1Cor 1, 18) e non arriva a conoscere Dio, se rimane chiusa nella sua orgogliosa autosufficienza (cf 1Cor 1, 20). È questa infatti la sapienza dell’uomo naturale, che si attiene unicamente alle risorse della sua natura (cf il «corpo psichico», 1Cor 15, 44).
La sapienza del cristiano, invece, proviene dallo Spirito di Dio (cf 1Cor 2, 10-13); è pienamente presente in Cristo nel quale si possono trovare «tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 2, 3); con il dono di questa nuova sapienza, l’uomo ”spirituale” può conoscere i profondi segreti di Dio (cf 1Cor 2, 10s),«che Dio ha preparato per coloro che lo amano» (1Cor 2, 9); non c’è allora da stupirsi se questa sapienza, con un linguaggio insegnato dallo Spirito, esprime «cose spirituali in termini spirituali » (1Cor 2, 13); anzi, con essa «giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno» (1Cor 2, 15), che non sia anch’esso ”uomo spirituale”.

PAOLO ERA UN VERO FARISEO – di PAOLO DE BENEDETTI

http://www.stpauls.it/vita/0909vp/0909vp32.htm

PAOLO ERA UN VERO FARISEO

di PAOLO DE BENEDETTI

Tra gli articoli sull’Apostolo ci mancava il punto di vista di un cristiano di radici e fedeltà ebraiche come De Benedetti, che ci parla dell’autocoscienza ebraica di Paolo, dell’adesione alla corrente farisaica e della sua tensione messianica.
Che Paolo fosse e si sentisse ebreo, appare da diverse sue affermazioni, a cominciare dalla dichiarazione che, secondo Atti 22,3, fece sui gradini del tempio al momento dell’arresto: «Fratelli, io sono un giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città, formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi». E poco dopo, davanti al sinedrio: «Fratelli, io sono un fariseo, figlio di farisei; io sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti» (Atti 23,6). Vetrata della cattedrale di Saint-Julien a Le Mans, XIII sec. (foto Censi). Da queste due dichiarazioni emerge non soltanto la sua autocoscienza ebraica, ma anche la sua adesione alla corrente farisaica (in cui, secondo alcuni studiosi moderni, si era formato Gesù): Gamaliele il Vecchio era nipote di Hillel, il grande maestro che, a differenza del contemporaneo Shammaj, era noto per la sua dolcezza e moderazione.
La tradizione farisaica non era compatta e omogenea. Una citazione talmudica distingue sette tipi di farisei: «Il fariseo shikmi (che, come il biblico personaggio Sichem, si converte per opportunismo); il fariseo niqpi (che cammina a piccoli passi per ostentare umiltà); il fariseo kizai (che per non vedere le donne cammina a testa bassa e quindi picchia contro i muri e si copre di sangue); il fariseo pestello (che cammina curvo come il pestello nel mortaio); il fariseo che grida sempre (qual è il mio dovere perché io lo possa compiere?); il fariseo per amore e il fariseo per timore» (Talmud babilonese, Sotah 22b).
Ma che cosa dice la Scrittura a proposito dei precetti? «Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme perché tu viva» (Dt 30,15-16). Ascoltando tali precetti – dopo la rivelazione sinaitica – il popolo disse a Mosè: «Tutto ciò che il Signore ha parlato, eseguiremo e ascolteremo» (Es 24,7). Dove si deve notare la precedenza dell’ »eseguire » sull’ »ascoltare », della prassi sulla riflessione.

Il rapporto di Paolo con la legge
Qual è la posizione di Paolo sui precetti? «Quelli che si richiamano alle opere della legge, stanno sotto la maledizione [...] e che nessuno possa giustificarsi davanti a Dio per la legge, risulta dal fatto che il giusto vivrà in virtù della fede [...]. Cristo ci ha salvati dalla maledizione della legge» (Gal 3,10-11.13). A questa e altre numerose negazioni della legge, Paolo alterna valutazioni di altro senso (per esempio in Rm 7,7.14-16). Tutto ciò deriva, a mio parere, da un’esperienza giovanile turbata e forse traumatica dell’osservanza dei precetti, come quella esemplificata nella citazione talmudica proposta sopra. Mi pare evidente che nella sua giovanile presenza farisaica il rapporto di Paolo con la legge non sia stato quello del « fariseo per amore ».
La sua colpa (che ha avuto conseguenze gravissime nelle interpretazioni cristiane dell’ebraismo) sta nell’aver generalizzato ed esclusivizzato il modello del fariseo kizai, e nell’aver ignorato una tradizione orale che insiste su quello che potremmo chiamare il significato sacramentale del precetto: il precetto, come il sacramento, non ha il suo significato nell’atto o nella materia prescritti, ma nella « provenienza ». Ossia: il precetto, come il sacramento, è un memoriale, una memoria attiva ed efficace, della volontà di Dio. Quando mi astengo, per esempio, da cibi proibiti, il vero senso del precetto è che io mi ricordo di Dio. Mi sia consentito riprendere in proposito quanto ho scritto nella mia Introduzione al giudaismo (Morcelliana 1999, pp. 74 -75). La presenza,Vetrata del duomo di Prato, 1459, realizzata su disegno di Filippo Lippi (foto Censi). l’incarnazione della volontà di Dio – potremmo dire di Dio in quanto volontà – è la radice biblica della halakhà, « norma ». Come afferma E. Levinas, la halakhà è un accesso all’intellettuale – direi alla conoscenza di Dio – a partire dall’obbedienza.
Leggiamo uno dei precetti biblici più incompresi dai non ebrei: «Parla ai figli di Israele e di’ loro che si facciano delle frange agli angoli delle loro vesti, per tutte le loro generazioni, e mettano alla frangia di ogni angolo un filo di porpora azzurra. E della frangia avverrà che quando la guarderete vi ricorderete di tutti i comandi del Signore, e li eseguirete, e non devierete dietro il vostro cuore e dietro i vostri occhi, al seguito dei quali vi siete prostituiti» (Nm 15,38-39). Se Paolo non avesse sofferto una situazione psicologica disturbata come quella del fariseo kizai, avrebbe compreso che i due versetti sono il cuore della Torà, perché contengono tre elementi assolutamente fondamentali: un comando di Dio, un comando spoglio di senso etico, e un collegamento del comando al ricordo. Potremmo aggiungere: al ricordo di Dio come voce. Proprio perché il valore dei precetti sta nella provenienza, si capisce quel detto midrashico secondo cui «non bisogna soffermarsi a ponderare sul valore dei precetti».
Il grande rabbi Jochanan ben Zakkaj, contemporaneo di Paolo, diceva: «Né il morto contamina né l’acqua purifica [che sono due principi della Torà] ma è il decreto del Re dei re, come dice il Santo benedetto sia: « Ho decretato i miei decreti e ho prescritto le mie prescrizioni, né l’uomo può violare il mio decreto »» (Midrash Rabbà a Numeri 19,8).
E due secoli dopo Rav – altro grande maestro della tradizione orale – diceva a proposito delle regole di macellazione rituale: «Forse importa al Santo, benedetto sia, che chi scanna l’animale lo colpisca al collo o lo colpisca alla nuca? Così, i precetti non sono stati dati se non allo scopo di purificare le creature» (Midrash Rabbà 6,2). Questi precetti « punteggiano » l’esistenza quotidiana, indipendentemente dall’eventuale formazione teologica del singolo: potremmo dire perciò che in un certo senso sono un modo che Dio ha di arrivare all’uomo comune. Ecco perché è stato affermato che Dio sta nel precetto (e, aggiungiamo noi, non soltanto nella morale).
La posizione, o meglio l’alternanza di posizioni di Paolo sui precetti (che, lo ripetiamo, è responsabile di gravissimi fraintendimenti dell’ebraismo da parte dei cristiani) è tuttavia, paradossalmente, un fattore intra-giudaico. Infatti il giudaismo si è sempre nutrito di discussioni anche violente, di divergenze profonde, come quelle famose, nel primo secolo, tra la scuola di Hillel e quella di Shammaj. Se i cristiani leggessero più criticamente le discordanti asserzioni di Paolo sui precetti, forse anch’essi, come i discepoli dei due maestri, sentirebbero una voce dal cielo che afferma: «Queste e quelle sono parole del Dio vivente». Ma ci vuole ancora pazienza e libertà.

La sua tensione messianica
Se l’ebraicità di Paolo emerge anche dalle sue ossessioni, c’è un altro elemento ebraico del pensiero paolino, che lo pone tra le più grandi – se non la più grande – personalità del Nuovo Testamento. Mi riferisco alla sua tensione messianica, tipica del medio giudaismo e radice perenne del cristianesimo. Essa trova il suo culmine in un passo della lettera ai Romani che vorrei fosse riletto da ogni ebreo e da ogni cristiano ogni giorno: «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità, non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa, e nutre la speranza di essere liberata dalla corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino a oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati» (Romani 8,19-24).
E non dimentichiamo che questa è anche la speranza messianica di Dio.

Paolo De Benedetti

Vita Pastorale n. 9 ottobre 2009

1.LA SANTITÀ DI SAN PAOLO EBBE PRINCIPIO IL GIORNO DELLA SUA CONVERSIONE (Alberione)

http://www.alberione.org/100anni/documenti/convspaolo/alberione-mese.pdf

DON GIACOMO ALBERIONE – MESE A SAN PAOLO

Sesto giorno – Conversione di San Paolo.

1.LA SANTITÀ DI SAN PAOLO EBBE PRINCIPIO IL GIORNO DELLA SUA CONVERSIONE. Ora: che cosa è la conversione? E’ un cambiamento, è un mutare strada, è un prendere un altro metodo di vita. Importa: cambiamento di pensieri, di desideri, di opere: cioè che il convertito cominci a stimare quanto prima disprezzava e disprezzare ciò che prima
stimava. La conversione non si può soltanto avere cambiando religione, o lasciando una vita di vizi1 e di peccati: si può anche verificare lasciando certi difetti. Chi da disobbediente si fa obbediente, da pigro si fa laborioso, da freddo diventa fervoroso, da superbo diviene umile: si converte. In questo senso la Chiesa ogni giorno mette in
bocca ai suoi sacerdoti questa preghiera: Signore, degnatevi convertirci: e il Venerabile Olier2 chiedeva e proponeva spesso di convertirsi.
2.La conversione di San Paolo3 fu così straordinaria, così completa, così stabile che la chiesa ha creduto di ricordarla con una festa speciale che si deve celebrare in tutto il mondo solennemente. Fu straordinaria più di quella di Pietro e di Sant’Agostino perché avvenne per un prodigio, avendolo Gesù atterrato sulla via di Damasco ed essendo Paolo allora così persuaso della verità della sua religione che era divenuto un vero e fiero persecutore della Chiesa: la sua conversione fu così
repentina che neppur Anania e gli Apostoli volevano crederla: fu così completa che egli cominciò subito4 a predicare Gesù Cristo con tanto ardore e tanta convinzione quanto prima ne aveva usate nell’incoraggiare i farisei a uccidere Santo Stefano e nel cercare di incarcerare i cristiani: fu così stabile che mai più egli ebbe un giorno di esitazione né per il tempo che passò nella solitudine, né durante i viaggi apostolici, né nelle sue prigionie.
3.San Paolo esortando gli Ebrei a convertirsi dice loro: Abbiate grande fiducia nella divina misericordia5: andate solo con sincero sentimento: portate una grande volontà di far meglio. Chi avesse dei peccati gravi dovrebbe fare una buona
confessione e cambiare radicalmente. – E gli altri? Scegliere il loro difetto principale, col consiglio del confessore: dichiararvi una guerra senza tregua: giorno per giorno pregare, promettere, esaminarsi; settimana per settimana renderne conto al Confessore; una grande vigilanza, una violenza costante. Si richiederanno anche anni ed anni; ma si riuscirà ad acquistare la virtù opposta: sarà la fede, sarà la carità, sarà
1Nel ms: vizzi.
2Jean-Jacques Olier (1608-1657), sacerdote francese; fondatore della « Società di San Sulpizio » (Sulpiziani) per la formazione del clero. Guidato spiritualmente da san Vincenzo de’ Paoli, l’Olier operò con risultati eccellenti sia nel ministero parrocchiale sia nella cura dei seminaristi. Vi fu chi, a motivo soprattutto della sua finezza di sentimento, lo accostò a san Francesco di Sales. La sua spiritualità, ispirata all’Oratorio francese e specialmente alla dottrina del cardinale de Bérulle, si caratterizza soprattutto per l’amore verso Cristo e la mistica unione con il Verbo incarnato.
3Il racconto della conversione, o vocazione, di san Paolo si può leggere in At 9,1-30. Come sappiamo, l’apostolo stesso racconta più volte il suo incontro decisivo con il Signore Gesù: At 22, 3-21; At 26, 2-23; Ga1 l, 11-24.
4subito: aggiunto nel ms.
5Cf Eb 4,16.

la umiltà, sarà l’obbedienza? Qualunque sia: è certo che in pratica è impossibile acquistare completamente una virtù, senza che con essa ne vengano molte altre. Esempio. Il fatto della conversione di San Paolo. Saulo, poi Paolo, persuaso della verità della religione ebraica, desiderava mettere a morte tutti i cristiani. Avendo ottenuto la facoltà di andare a Damasco e incarcerarne quanti troverebbe, si recava colà con soldati. Presso Damasco all’improvviso lo circondò uno splendore improvviso6 di luce e cadendo a terra udì una voce che diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? – Rispose: E chi sei, o Signore? – E questi: Io sono quel Gesù che tu perseguiti. – Tremando e stupito, Saulo rispose: Signore, che vuoi che io faccia? – E il Signore: Entra in città e ti sarà detto il da farsi. – I circostanti udivano, ma non vedevano: alzarono Saulo, che più non vedeva, e lo condussero per mano in Damasco. Vi rimase tre giorni pregando e digiunando. – In fine il Signore mandò al discepolo Anania una visione in cui l’avverti di cercare Saulo all’albergo, senza alcun timore, e di dargli il battesimo. – Così fece Anania: Saulo fu battezzato, riacquistò la vista, fu ripieno di Spirito Santo e di sapienza. Da quel giorno egli fu il più fervente fra gli Apostoli di Nostro Signore Gesù Cristo.
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Per umiltà rifiuta gli onori divini: V. Atti degli Apostoli7; oppure Bosco, Vita di San Paolo8, pag.27.
6Vocabolo aggiunto in un secondo momento, a margine del foglio. Probabilmente, l’Autore non si ricordava di aver già espresso lo stesso concetto con l’avverbio « all’improvviso ».
7Si tratta di una aggiunta a fondo pagina. Per questo riferimento, cf At 14,13ss.
8Si tratta di un’opera scritta da san Giovanni Bosco: « Vita di S. Paolo Apostolo dottore delle genti, per cura del Sacer. Bosco Giovanni », Torino, Tip. di G.B. Paravia e Comp., 1857. – Verosimilmente, Don Alberione avrà utilizzato una edizione più recente.

PAOLO, TREDICESIMO APOSTOLO. SIGNIFICATO DEL TERMINE. – IGNAZIO SANNA

http://www.ignaziosanna.com/files/Paolo-tredicesimo-apostolo.pdf

PAOLO, TREDICESIMO APOSTOLO.

SIGNIFICATO DEL TERMINE.

IGNAZIO SANNA

I Vangeli ci dicono che gli apostoli sono dodici e che sono stati scelti da Gesù di Nazareth. Gli apostoli, rimasti in undici, dopo il tradimento di Giuda, sono ritornati al numero di 12, dopo che viene eletto il sostituto del traditore nella persona di Mattia. Paolo è il “tredicesimo” apostolo ed è stato scelto da Gesù Cristo. La tradizione parla della differenza tra Gesù di Nazareth e Gesù Cristo. Il primo nome indica il Gesù della storia, che è vissuto poco più di trent’anni nella Palestina; ha insegnato la buona novella; ha guarito molti malati; è stato processato e condannato a morte. Il secondo nome indica il Gesù della fede, “costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti”. In base a ciò, è il Gesù risorto che sta nei cieli che elesse Paolo come apostolo. Oggi come oggi, questa è la modalità con cui Dio sceglie gli apostoli. Gli Apostoli di oggi sono i testimoni del Risorto.
Definizione personale.
Come descrive in prima persona la sua personalità S . Paolo? Egli si definisce come “servo di Gesù Cristo, apostolo per vocazione” (Rm 1,1). “Apostolo per volontà di Dio” (2Cor 1,1). “Io sono un giudeo, nato a Tarso in Cilicia, ma educato in questa città (Gerusalemme), formato alla scuola di Gamaliele nell’osservanza scrupolosa della Legge dei padri, pieno di Zelo per Dio” (At 22, 3)
“Circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’ Israele, della tribù di Beniamino. Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge, irreprensibile” (Fil 3,5).
Paolo identifica la sua personalità con quella di G esù. Dal momento dell’incontro con Gesù, egli giudica ogni altra cosa come spazzatura. La sua identità è Gesù stesso. Nella vita delle persone comuni, invece, ciò che costituisce la fonte dell’i dentità è un’idea, l’incontro con una persona, una esperienza personale.
Definizione della Chiesa.
Come descrive la Tradizione in terza persona la personalità di Paolo? L’ appellativo più comune è quello di “Apostolo delle genti”. In effetti, S. Pa olo è figlio di tre culture: ebreo, cittadino romano, ellenista; Saul, Paolo, Apostolo, e porta l’annuncio cristiano nel mondo pagano.
Dati biografici.
Paolo è nato a Tarso, una cittadina al confine conla Siria, tra il 7 e il 10 d.C. Il padre aveva ottenuto la cittadinanza romana e, dunque, Saulo, un giudeo della diaspora, era cittadino romano. Nel 35 si converte sulla via di Damasco. Dopo la conversione, negli anni 35-38, sosta in Arabia e a Damasco. Nel 38 compie la prima visita a Gerusalemme. Negli anni 39-52, partendo da Antiochia compie il primo viaggio missionario che lo porta a Cipro. Negli anni 50-52, nel corso del secondo viaggio missionario, si ferma 18 mesi a Corinto. Nel 52 si reca all’Assemblea a Gerusalemme. Negli anni 55-57, subisce l’arresto a Gerusalemme ed è trasferito in prigionia a Cesarea. Verso il 57-58 compie il viaggio verso Roma, dove rimane agli arresti domiciliari per i primi due anni. Sotto la persecuzione di Nerone, viene martirizzato sulla via Ostiense.
Attività missionaria
Nell’anno 35 o 36, Saulo, non ancora trentenne e zelante sostenitore del più rigido giudaismo farisaico, partecipa al martirio di Stefano (At 7, 58) ed approva la sua uccisione. Con la legittimazione delle autorità religiose di Gerusale mme si dirige verso Damasco per arrestare i cristiani. “Mentre era in viaggio e stava per avvic inarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo, e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (At 22, 7).
Nell’anno 39, ricevuto il battesimo, Paolo viene istruito sui contenuti della fede. Per tre anni si ritira nel deserto d’Arabia. Ritorna a Damasco, ma è costretto a fuggire, calato di notte dalle mura in una cesta. A Gerusalemme vive la Chiesa Madre, presieduta dall’apostolo Giacomo. Paolo vi fa ingresso grazie alla presentazione autorevole dell’apostolo Barnaba, ebreo originario di Cipro. La Chiesa Madre, centro del giudaismo cristiano, è il luogo di verifica della missione degli apostoli. Nella sua permanenza a Gerusalemme, Agli ebrei della diaspora presenti nella Città santa Paolo rivolge il suo annuncio in tutta libertà e iniziano i primi contrasti.
Negli anni 44-49 si trova a Gerusalemme ma deve fuggire anche da qui. Torna a Tarso. Barnaba va a cercarlo per portarlo ad Antiochia, città cosmopo lita, dove c’era una fiorente comunità cristiana. Vi rimase un anno intero. Qui per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani. La chiesa di Antiochia diviene il riferimento della missione tra i pagani, così come Gerusalemme lo è per la missione tra i giudei.
Antiochia capitale della Siria è la base di partenza dei tre viaggi missionari di Paolo nei quali compie circa tredicimila chilometri, molti dei quali a piedi. Il primo viaggio vede Cipro come prima tappa. Qui, il proconsole romano Sergio Paolo diventa credente. In questo primo viaggio missionario, Paolo sperimenterà avversità e soffere nze di ogni sorta: fustigazioni, lapidazioni, naufragi, pericolo e travagli.
Nel 49, dopo tre anni, nei quali ha percorso le strade di Cipro, della Panfilia e della Galazia, torna ad Antiochia. Di lì parte un anno dopo per il secondo viaggio missionario. L’evangelizzazione tra i pagani si estende in poco tempo. La missione in Asia Minore non avviene senza tensioni e discussioni all’interno della Chiesa primitiva. Il punto di contrasto in questo caso è il seguente: è necessario farsi circoncidere, dunque assumere il segno di appartenenza al popolo di Israele, per essere salvi in Gesù Cristo, come sostengono i cristiani di stretta osservanza farisaica, oppure è sufficiente la fede in Lui, come sostengono Paolo e Barnaba? La questione viene risolta con il ritorno alla Chiesa Madre di Gerusalemme, secondo la cui decisione finale ai pagani è richiesta solamente l’osservanza delle norme di purità ritual e.
Negli anni 50-52, via terra va verso nord per visitare le comunità fondate durante il primo viaggio. Giunge alle coste occidentali della Turchia, al porto di Troade; poi va a Filippi, città della provinc ia macedone. In terra di Grecia, la prima comunità cri stiana è Filippi. Qui è costretto ad accettare l’ospitalità di una neoconvertita, Lidia. A Filippi fu accolto molto bene. I Filippesi gli aprirono un conto. Lo sostennero durante la prigionia ad Efeso.
Le tappe successive del secondo viaggio missionario sono Tessalonica, Atene e infine Corinto. A Tessalonica, Paolo usava recarsi nella sinagoga dei giudei e per tre sabati discusse con loro sulla base delle Scritture. Ad Atene, nonostante il rifiuto e il fallimento dell’Areopago, si convertirono Dionigi, membro dell’Areopago, una donna di nome Dà maris e altri con loro.
A Corinto Paolo resta circa una anno e mezzo, per poi ritornare ad Antiochia da dove riparte due anni dopo.
Negli anni 54-57 compie il terzo viaggio missionario. Il terzo viaggio segue parzialmente l’itinerario del secondo: visita le comunità della Galazia e della Frigia fondate durante i viaggi precedenti. Per oltre due anni rimase ad Efeso, capitale della provincia romana dell’Asia, da dove prosegue a Mileto. In questa città, nel 58, convoca ti gli anziani della chiesa di Efeso, dà loro le ultime raccomandazioni, sapendo che non avrebbero più rivisto il suo volto. Costeggiando il Mar Egeo, si reca in Macedonia e in Acaia. Visita nuovamente Filippi e Corinto. Per mare, ritorna a Cesarea, dove riceve il primo annuncio del suo martirio.
Gerusalemme sarà per Paolo il punto di partenza per un nuovo viaggio missionario. Come i suoi precedenti viaggi iniziavano e finivano ad Antiocha, così dalla Città santa inizierà il viaggio che si concluderà nella capitale dell’Impero. Da Cesarea s ale a Gerusalemme, dove viene riconosciuto e trascinato fuori dal tempio per essere ucciso. Viene salvato dal tribuno della coorte che lo arresta e lo conduce alla fortezza Antonia. Di qui chiede di portare la propria difesa ai fratelli e padri ebrei. Siccome la ragione della rivolta dei Giudei contro Paolo è prettamente religiosa, il tribuno pensa di affidare la causa al tribunale del sinedrio.
La ragione della disputa sono le parole di Paolo circa la risurrezione. Anche per il mondo giudaico, infatti, come lo fu per il mondo pagano, la risurrezione è uno scandalo. Negli anni 58-60, informato di un complotto per uccidere Paolo, cittadino romano per nascita, il tribuno dà ordine di condurlo sano e salvo a Cesarea. Vi rimane due anni in prigione.
Poiché Paolo si è appellato a Cesare, il nuovo governatore Festo lo invia a Roma. Durante il viaggio la nave naufraga sull’isola di Malta. Siamo negli anni 60-61.
Dopo tre mesi riprende il viaggio. Fa scalo a Siracusa e a Reggio Calabria. Infine sbarca a Pozzuoli, dove rimane una settimana. Parte poi per Roma. Qui vive per due anni in una casa con un soldato di guardia.
Anno 67. “Paolo nel quattordicesimo anno di Nerone fu decapitato a causa di Cristo e fu sepolto nella via Ostiense, il ventesimo anno dopo la passione di nostro Signore” (S. Girolamo).
“Durante il regno di Nerone Paolo fu decapitato pro prio a Roma e Pietro vi fu crocifisso: il racconto è confermato dal nome di Pietro e di Paolo che è ancor oggi conservato sui loro sepolcri in quella città” (Eusebio di Cesarea).

« SAULO, SAULO… » – CHI SONO? TRA AMBIVALENZA E RICERCA DI SENSO

http://www.apostoline.it/orientarsi/orientarsi.htm

(ho trovato un serie di testi riguaranti 6 incontri vocazionali sulla « vocazione » di Paolo, questo è il primo)

« SAULO, SAULO… »

CHI SONO? TRA AMBIVALENZA E RICERCA DI SENSO

La Parola – Cosa ci evoca il termine “parola”?
Parola è un mezzo; parola può essere anche un fine; parola è lo strumento privilegiato di cui ci serviamo per comunicare, per comprendere e farci comprendere. Si tratta di uno strumento privilegiato perché, pur essendo fortemente legato alle cose e alle immagini cui si riferisce, tuttavia presenta una certa adattabilità e malleabilità; si presta facilmente ad essere utilizzato per significare anche altro, ad evocare immagini e realtà nuove, diverse, inaspettate e che talvolta poco conservano di ciò per cui la parola (o il termine) era stata convenzionalmente coniata.
In altri termini, la parola viaggia in due direzioni: parte con il significato dato da chi la pronuncia, viene compresa e interpretata da chi l’accoglie, e contestualmente torna, ricompresa e reinterpretata, a chi l’aveva proferita per primo. Possiamo considerare la Parola di Dio come lo strumento di cui Dio stesso si serve per comunicare, per entrare in dialogo.

“Saulo, Saulo…”
Chi era costui?
Nella Lettera ai Filippesi (3,5-6) Paolo afferma di essere un ebreo discendente dalla tribù di Beniamino, di aver praticato la giustizia in quanto irreprensibile osservatore della legge mosaica, di essere stato uno zelante persecutore della Chiesa. Dal libro degli Atti degli Apostoli (22,3), nel discorso di arringa di Paolo di fronte ai Giudei, veniamo a sapere che la sua educazione fu molto rigida e che la sua formazione fu curata da Gamaliele, personaggio evidentemente molto accreditato presso i Giudei per la sua autorità circa la dottrina e la legge. Dunque Paolo era un uomo che aveva una certa cultura, una certa autorità e peso sociale. Ma allora cosa è successo? Cosa avrà convinto Paolo a passare dall’essere un persecutore delle comunità cristiane a diventarne il difensore?
Luca ci racconta che durante una spedizione a Damasco, con la quale Paolo era stato autorizzato a condurre a Gerusalemme i cristiani damasceni per essere giudicati, avviene un episodio che Paolo racconterà a più riprese e che secondo lui è stato il momento decisivo in cui ha iniziato a rileggere la sua vita da una diversa prospettiva, da un nuovo punto di vista. Secondo quanto leggiamo in Atti degli Apostoli 9,1-9 egli non solo è testimone di un evento fuori dal comune, ma è accusato di essere un persecutore, lui che non faceva altro che applicare onestamente quanto la legge prescriveva.
Probabilmente per Paolo questa è la prima volta in cui vengono messe in seria discussione le certezze su cui egli fondava la sua esistenza e la sua condotta, e da qui, onesto qual era, inizia a riconsiderare la sua vita e soprattutto il suo modo di essere uomo di Dio, la sua concezione di legge di Dio e di giustizia. Di fatto, egli non rinnegherà mai il giudaismo e la legge di Mosè, ma ne darà una nuova interpretazione illuminata dalla grazia di Colui che sulla via di Damasco gli si era rivelato. Certo non sarà stato né facile né immediato, avrà avuto sicuramente momenti di turbamento e smarrimento significati anche dalla temporanea cecità fisica, di cui Luca ci parla al verso 8 di Atti 9; ma quello è l’inizio della rinnovata coscienza di sé di Paolo, è dal quel momento che egli, pur non vedendo, inizia a guardare se stesso e la sua storia alla luce del Vangelo, di quella buona notizia che aveva duramente combattuto.
La storia vocazionale di Paolo ci insegna che l’irruzione di Cristo nella storia personale dell’uomo non mira a cancellarne il passato, ma è tesa a proiettare nel futuro quella stessa storia illuminandone le zone d’ombra dopo un ripensamento, talvolta anche doloroso, di ciò che si è, per superare l’illusione di essere in regola con la legge di Dio.

Passi di discernimento: L’IDENTITÀ PERSONALE
Percepire la nostra identità personale significa sperimentare un sentimento di profonda unità interiore e di «continuità della propria esistenza senza fratture tra ciò che siamo e ciò che siamo stati e ciò che desideriamo essere». Unità e continuità, dunque, costituiscono la base sia per l’accettazione di sé sia, allo stesso tempo, per una distinzione/integrazione con altre persone. La costante di ogni processo identitario è la dimensione dialogica dell’esistenza umana: tutto parte dalla relazione e tutto ci porta alla relazione, siamo nati da una relazione e la nostra esistenza si sviluppa fisicamente, psichicamente e spiritualmente dentro relazioni significative.
L’identità personale pur comprendendo il concetto di sé, l’immagine di sé e il progetto di sé, allo stesso tempo li trascende, proprio a motivo della sua complessità e ampiezza. Comportamenti, fatti, esperienze, vissuti, costituiscono nell’insieme una storia personale che, proprio perché tale, è unica, irripetibile e dinamica. Così, ogni giorno, nelle nostre relazioni quotidiane, sperimentiamo che, nella comunicazione, per me che ascolto è vero non ciò che l’altro dice ma ciò che io comprendo di quanto l’altro dice. Questo è importante anche a riguardo della rilettura della nostra storia personale!

L’EREDITÀ SPIRITUALE DELL’APOSTOLO PAOLO

http://www.stpauls.it/coopera/0906cp/0906cp07.htm

L’EREDITÀ SPIRITUALE DELL’APOSTOLO PAOLO

Bruno Simonetto

Il Papa ha concluso le catechesi su San Paolo illustrandone magistralmente la figura e l’insegnamento. La sua eredità è fondamento e nutrimento dell’intera Chiesa.

Ormai alla conclusione dell’Anno Paolino proponiamo i temi dell’Udienza che costituisce come il « canto finale » di ciò il Papa è venuto illustrando, in ben ventiquattro magistrali interventi, sulla figura e l’insegnamento Apostolo delle genti, iniziando già prima dell’indizione di quest’anno a lui dedicato.
Ma veniamo al discorso del 4 Febbraio 2009, a conclusione dell’intero ciclo di Catechesi del Papa durante l’Anno Paolino, iniziato nel 2 Luglio 2008. Benedetto XVI si è soffermato sulla morte e sull’eredità spirituale dell’Apostolo, così introducendosi: «La serie delle nostre Catechesi sulla figura di San Paolo è arrivata alla sua conclusione: vogliamo parlare oggi del termine della sua vita terrena.
L’antica tradizione cristiana testimonia unanimemente che la morte di Paolo avvenne in conseguenza del martirio subito qui a Roma. Gli scritti del Nuovo Testamento non ci riportano il fatto. Gli Atti degli Apostoli terminano il loro racconto accennando alla condizione di prigionia dell’Apostolo, che poteva tuttavia accogliere tutti quelli che andavano da lui (cfr. At 28,3031).
Solo nella Seconda Lettera a Timoteo troviamo queste sue parole premonitrici: « Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele » (2Tm 4,6; cfr. Fil 2,17). Si usano qui due immagini, quella cultuale del sacrificio, che aveva usato già nella Lettera ai Filippesi interpretando il martirio come parte del sacrificio di Cristo, e quella marinaresca del mollare gli ormeggi: due immagini che insieme alludono discretamente all’evento della morte e di una morte cruenta».

Il martirio di Paolo sulla Via Ostiense
«La prima testimonianza esplicita sulla fine di San Paolo ci viene dalla metà degli anni 90 del sec. I, quindi poco più di tre decenni dopo la sua morte effettiva. Si tratta precisamente della Lettera che la Chiesa di Roma, con il suo Vescovo Clemente I, scrisse alla Chiesa di Corinto.
In quel testo epistolare si invita a tenere davanti agli occhi l’esempio degli Apostoli, e, subito dopo aver menzionato il martirio di Pietro, si legge così: « Per la gelosia e la discordia Paolo fu obbligato a mostrarci come si consegue il premio della pazienza. Arrestato sette volte, esiliato, lapidato, fu l’araldo di Cristo nell’Oriente e nell’Occidente, e per la sua fede si acquistò una gloria pura. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, e dopo essere giunto fino all’estremità dell’Occidente, sostenne il martirio davanti ai governanti; così partì da questo mondo e raggiunse il luogo santo, divenuto con ciò il più grande modello di pazienza » (1Clem 5, 2) (…).
Molto interessante è in questa lettera di Clemente il succedersi dei due nomi di Pietro e di Paolo, anche se l’ordine dei loro nomi verrà invertito nella testimonianza di Eusebio di Cesarea (sec. IV), che parlando dell’Imperatore Nerone scriverà: « Durante il suo regno Paolo fu decapitato proprio a Roma, e Pietro vi fu crocifisso. Il racconto è confermato dal nome di Pietro e di Paolo, che è ancor oggi conservato sui loro sepolcri in quella città » (Hist. eccl. 2, 25, 5).
Eusebio poi continua riportando l’antecedente dichiarazione di un presbitero romano di nome Gaio, risalente agli inizi del secolo II: « Io ti posso mostrare i trofei degli Apostoli: se andrai al Vaticano o sulla Via Ostiense, vi troverai i trofei dei fondatori della Chiesa » (ibid 2,25,6-7). I « trofei » sono i monumenti sepolcrali; e si tratta delle stesse sepolture di Pietro e di Paolo, che ancora oggi noi veneriamo dopo due millenni negli stessi luoghi: sia qui in Vaticano per quanto riguarda San Pietro, sia nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura sulla Via Ostiense per quanto riguarda l’Apostolo delle genti.

Roma è fondata su Pietro e Paolo
È interessante rilevare che i due grandi Apostoli sono menzionati insieme. Anche se nessuna fonte antica parla di un loro contemporaneo ministero a Roma, la successiva coscienza cristiana, sulla base del loro comune seppellimento nella capitale dell’impero, li assocerà anche come fondatori della Chiesa di Roma.
Così infatti, si legge in Ireneo di Lione, verso la fine del II secolo, a proposito della successione apostolica nelle varie Chiese: « Poiché sarebbe troppo lungo enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo la Chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo » (Adv. haer. 3,3,2).
Ma concentriamoci sulla figura di Paolo, il cui martirio viene raccontato per la prima volta dagli Atti di Paolo, scritti verso la fine del II secolo. Essi riferiscono che Nerone lo condannò a morte per decapitazione, eseguita subito dopo (cfr. 9,5).
La data della morte varia già nelle fonti antiche, che la pongono tra la persecuzione scatenata da Nerone stesso dopo l’incendio di Roma nel luglio del 64 e l’ultimo anno del suo regno, cioè il 68 (cfr. Gerolamo, De viris ill. 5,8). Tradizioni successive preciseranno due altri elementi. L’uno, il più leggendario, è che il martirio avvenne alle « Acquae Salviae », sulla Via Laurentina, con un triplice rimbalzo della testa, ognuno dei quali causò l’uscita di un fiotto d’acqua, per cui il luogo fu detto fino ad oggi « Tre Fontane » (cfr. Atti di Pietro e Paolo dello Pseudo Marcello, del sec. V).
L’altro, del presbitero Gaio, è che la sua sepoltura avvenne non solo « fuori della Città… al secondo miglio sulla Via Ostiense », ma più precisamente « nel podere di Lucina », che era una matrona cristiana (cfr. Passione di Paolo dello Pseudo Abdia, del sec. VI). Qui, nel secolo IV, l’Imperatore Costantino eresse una prima Chiesa, poi grandemente ampliata tra secolo IV e V dagli Imperatori Valentiniano II, Teodosio e Arcadio. Dopo l’incendio del 1800, fu qui eretta l’attuale Basilica di San Paolo fuori le Mura.

Nutrimento spirituale per i fedeli di tutti i tempi
In ogni caso, la figura di San Paolo grandeggia ben al di là della sua vita terrena e della sua morte; egli infatti ha lasciato una straordinaria eredità spirituale. Anch’egli, come vero discepolo di Gesù, divenne segno di contraddizione. Mentre tra i cosiddetti « Ebioniti » – una corrente giudeo-cristiana – era considerato come apostata dalla Legge mosaica, già nel libro degli Atti degli Apostoli appare una grande venerazione verso l’Apostolo Paolo. (…)
(…) Le Lettere di San Paolo entrano nella Liturgia, dove la struttura profeta-apostolo-Vangelo è determinante per la forma della Liturgia della Parola. Così, grazie a questa « presenza » nella Liturgia della Chiesa, il pensiero dell’Apostolo diventa da subito nutrimento spirituale dei fedeli di tutti i tempi. È ovvio che i Padri della Chiesa, e poi tutti i teologi, si sono nutriti delle Lettere di San Paolo e della sua spiritualità. Egli è così rimasto nei secoli, fino ad oggi, il vero maestro e apostolo delle genti.
Il primo commento patristico, a noi pervenuto, su uno scritto del Nuovo Testamento è quello del grande teologo alessandrino Origene, che commenta la Lettera di Paolo ai Romani. San Giovanni Crisostomo, oltre a commentare le sue Lettere, ha scritto di lui sette Panegirici memorabili.
Sant’Agostino dovrà a lui il passo decisivo della propria conversione, e a Paolo egli ritornerà durante tutta la sua vita. Da questo dialogo permanente con l’Apostolo deriva la sua grande teologia cattolica e anche per quella protestante di tutti i tempi.
San Tommaso d’Aquino ci ha lasciato un bel commento alle Lettere paoline, che rappresenta il frutto più maturo dell’esegesi medioevale (…).
Resta luminosa davanti a noi la figura di un apostolo e di un pensatore cristiano estremamente fecondo e profondo, dal cui accostamento ciascuno può trarre giovamento.
Attingere è lui, tanto al suo esempio apostolico quanto alla sua dottrina, sarà quindi uno stimolo, se non una garanzia, per il consolidamento dell’identità cristiana di ciascuno di noi e per il ringiovanimento dell’intera Chiesa.
Ed è questo il frutto più bello che ci si può augurare dalla celebrazione dell’Anno Paolino che termina con la fine del mese di Giugno.

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