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Papa Benedetto, su Aquila e Priscilla anche una catechesi del Papa (7 febbraio 2007), dopo il saluto alle diocesi lombarde

su Aquila e Priscilla anche una catechesi del Papa (2007), dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070207_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aquila e Priscilla

Aula Paolo VI
Mercoledì, 7 febbraio 2007 

Saluto ai pellegrini presenti nella Basilica Vaticana convenuti dalle Diocesi della Lombardia, in occasione della Visita “ad Limina Apostolorum” dei Vescovi Lombardi:

Cari fratelli e sorelle delle Diocesi Lombarde!

Saluto anzitutto voi, cari Fratelli nell’Episcopato, convenuti a Roma per la Visita ad Limina Apostolorum. Con voi saluto i fedeli che vi accompagnano in questo significativo momento di intensa comunione con il Successore di Pietro. La Chiesa che vive in Lombardia, e qui rappresentata in tutte le sue componenti, ha un ruolo importante da continuare a svolgere nella società lombarda: annunciare e testimoniare il Vangelo in ogni suo ambito, specialmente dove emergono i tratti negativi di una cultura consumistica ed edonistica, del secolarismo e dell’individualismo, dove si registrano antiche e nuove forme di povertà con segnali preoccupanti del disagio giovanile e fenomeni di violenza e di criminalità. Se le Istituzioni e le varie agenzie educative sembrano talora attraversare momenti di difficoltà, non mancano, però, grandi risorse ideali e morali nel vostro popolo, ricco di nobili tradizioni familiari e religiose. Ho visto nel colloquio con voi, cari Fratelli nell’Episcopato, come la Chiesa in Lombardia è realmente una Chiesa viva, ricca del dinamismo della fede e anche di spirito missionario, capace e decisa a trasmettere la fiaccola della fede alle future generazioni e al mondo del nostro tempo. Vi sono grato per questo dinamismo della fede, che vive proprio nelle Diocesi della Lombardia.
Vasto è il vostro campo d’azione. Si tratta, da una parte, di difendere e promuovere la cultura della vita umana e della legalità, dall’altra è necessaria una sempre più coerente conversione a Cristo personale e comunitaria. Per crescere infatti nella fedeltà all’uomo, creato a immagine e somiglianza del Creatore, occorre con coerenza penetrare più intimamente nel mistero di Cristo e diffonderne il messaggio di salvezza. Dobbiamo fare di tutto per conoscere sempre meglio la figura di Gesù, per avere di Lui una conoscenza non soltanto «di seconda mano», ma una conoscenza attraverso l’incontro nella preghiera, nella liturgia, nell’amore per il prossimo. E’ un impegno certamente difficile, ma sono di conforto le parole del Signore: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). È con noi il Signore, anche oggi, domani, fino alla fine del mondo! Si intensifichi, pertanto, la vostra testimonianza evangelica perchè in ogni ambiente i cristiani, guidati dallo Spirito Santo che dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cfr.1 Cor 3, 16-17), siano segni vivi della speranza soprannaturale. Il nostro tempo, con tante angosce e problemi, ha bisogno di speranza. E la nostra speranza viene proprio dalla promessa del Signore e dalla sua presenza. Vi incoraggio, cari Vescovi, a guidare l’alacre popolo lombardo su tale cammino, contando in ogni situazione sull’indefettibile assistenza divina. Andiamo avanti con l’aiuto del Signore in questa direzione!

* * *

Aquila e Priscilla

Cari fratelli e sorelle,

facendo un nuovo passo in questa sorta di galleria di ritratti dei primi testimoni della fede cristiana, che abbiamo iniziato alcune settimane fa, prendiamo oggi in considerazione una coppia di sposi. Si tratta dei coniugi Priscilla e Aquila, che si collocano nell’orbita dei numerosi collaboratori gravitanti intorno all’apostolo Paolo, ai quali avevo già brevemente accennato mercoledì scorso. In base alle notizie in nostro possesso, questa coppia di coniugi svolse un ruolo molto attivo al tempo delle origini post-pasquali della Chiesa.
I nomi di Aquila e Priscilla sono latini, ma l’uomo e la donna che li portano erano di origine ebraica. Almeno Aquila, però, proveniva geograficamente dalla diaspora dell’Anatolia settentrionale, che si affaccia sul Mar Nero – nell’attuale Turchia -, mentre Priscilla, il cui nome si trova a volte abbreviato in Prisca, era probabilmente un’ebrea proveniente da Roma (cfr At 18,2). È comunque da Roma che essi erano giunti a Corinto, dove Paolo li incontrò all’inizio degli anni ’50; là egli si associò ad essi poiché, come ci racconta Luca, esercitavano lo stesso mestiere di fabbricatori di tende o tendoni per uso domestico, e fu accolto addirittura nella loro casa (cfr At 18,3). Il motivo della loro venuta a Corinto era stata la decisione dell’imperatore Claudio di cacciare da Roma i Giudei residenti nell’Urbe. Lo storico romano Svetonio ci dice su questo avvenimento che aveva espulso gli Ebrei perché “provocavano tumulti a motivo di un certo Cresto” (cfr “Vite dei dodici Cesari, Claudio”, 25). Si vede che non conosceva bene il nome — invece di Cristo scrive “Cresto” — e aveva un’idea solo molto confusa di quanto era avvenuto. In ogni caso, c’erano delle discordie all’interno della comunità ebraica intorno alla questione se Gesù fosse il Cristo. E questi problemi erano per l’imperatore il motivo per espellere semplicemente tutti gli Ebrei da Roma. Se ne deduce che i due coniugi avevano abbracciato la fede cristiana già a Roma negli anni ’40, e ora avevano trovato in Paolo qualcuno che non solo condivideva con loro questa fede — che Gesù è il Cristo — ma che era anche apostolo, chiamato personalmente dal Signore Risorto. Quindi, il primo incontro è a Corinto, dove lo accolgono nella casa e lavorano insieme nella fabbricazione di tende.
In un secondo tempo, essi si trasferirono in Asia Minore, a Efeso. Là ebbero una parte determinante nel completare la formazione cristiana del giudeo alessandrino Apollo, di cui abbiamo parlato mercoledì scorso. Poiché egli conosceva solo sommariamente la fede cristiana, «Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio» (At 18,26). Quando da Efeso l’apostolo Paolo scrive la sua Prima Lettera ai Corinzi, insieme ai propri saluti manda esplicitamente anche quelli di «Aquila e Prisca, con la comunità che si raduna nella loro casa» (16,19). Veniamo così a sapere del ruolo importantissimo che questa coppia svolse nell’ambito della Chiesa primitiva: quello cioè di accogliere nella propria casa il gruppo dei cristiani locali, quando essi si radunavano per ascoltare la Parola di Dio e per celebrare l’Eucaristia. È proprio quel tipo di adunanza che è detto in greco “ekklesìa” – la parola latina è “ecclesia”, quella italiana “chiesa” – che vuol dire convocazione, assemblea, adunanza. Nella casa di Aquila e Priscilla, quindi, si riunisce la Chiesa, la convocazione di Cristo, che celebra qui i sacri Misteri. E così possiamo vedere la nascita proprio della realtà della Chiesa nelle case dei credenti. I cristiani, infatti, fin verso il secolo III non avevano propri luoghi di culto: tali furono, in un primo tempo, le sinagoghe ebraiche, fin quando l’originaria simbiosi tra Antico e Nuovo Testamento si è sciolta e la Chiesa delle Genti fu costretta a darsi una propria identità, sempre profondamente radicata nell’Antico Testamento. Poi, dopo questa “rottura”, si riuniscono nelle case i cristiani, che diventano così “Chiesa”. E infine, nel III secolo, nascono veri e propri edifici di culto cristiano. Ma qui, nella prima metà del I secolo e nel II secolo, le case dei cristiani diventano vera e propria “chiesa”. Come ho detto, si leggono insieme le Sacre Scritture e si celebra l’Eucaristia. Così avveniva, per esempio, a Corinto, dove Paolo menziona un certo «Gaio, che ospita me e tutta la comunità» (Rm 16,23), o a Laodicea, dove la comunità si radunava nella casa di una certa Ninfa (cfr Col 4,15), o a Colossi, dove il raduno avveniva nella casa di un certo Archippo (cfr Fm 2).
Tornati successivamente a Roma, Aquila e Priscilla continuarono a svolgere questa preziosissima funzione anche nella capitale dell’Impero. Infatti Paolo, scrivendo ai Romani, manda questo preciso saluto: «Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù; per salvarmi la vita essi hanno rischiato la loro testa, e ad essi non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese dei Gentili; salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa» (Rm 16,3-5). Quale straordinario elogio dei due coniugi in queste parole! E a tesserlo è nientemeno che l’apostolo Paolo. Egli riconosce esplicitamente in loro due veri e importanti collaboratori del suo apostolato. Il riferimento al fatto di avere rischiato la vita per lui va collegato probabilmente ad interventi in suo favore durante qualche sua prigionia, forse nella stessa Efeso (cfr At 19,23; 1 Cor 15,32; 2 Cor 1,8-9). E che alla propria gratitudine Paolo associ addirittura quella di tutte le Chiese delle Genti, pur considerando l’espressione forse alquanto iperbolica, lascia intuire quanto vasto sia stato il loro raggio d’azione e, comunque, il loro influsso a vantaggio del Vangelo.
La tradizione agiografica posteriore ha conferito un rilievo tutto particolare a Priscilla, anche se resta il problema di una sua identificazione con un’altra Priscilla martire. In ogni caso, qui a Roma abbiamo sia una chiesa dedicata a Santa Prisca sull’Aventino sia le Catacombe di Priscilla sulla Via Salaria. In questo modo si perpetua la memoria di una donna, che è stata sicuramente una persona attiva e di molto valore nella storia del cristianesimo romano. Una cosa è certa: insieme alla gratitudine di quelle prime Chiese, di cui parla san Paolo, ci deve essere anche la nostra, poiché grazie alla fede e all’impegno apostolico di fedeli laici, di famiglie, di sposi come Priscilla e Aquila il cristianesimo è giunto alla nostra generazione. Poteva crescere non solo grazie agli Apostoli che lo annunciavano. Per radicarsi nella terra del popolo, per svilupparsi vivamente, era necessario l’impegno di queste famiglie, di questi sposi, di queste comunità cristiane, di fedeli laici che hanno offerto l’“humus” alla crescita della fede. E sempre, solo così cresce la Chiesa. In particolare, questa coppia dimostra quanto sia importante l’azione degli sposi cristiani. Quando essi sono sorretti dalla fede e da una forte spiritualità, diventa naturale un loro impegno coraggioso per la Chiesa e nella Chiesa. La quotidiana comunanza della loro vita si prolunga e in qualche modo si sublima nell’assunzione di una comune responsabilità a favore del Corpo mistico di Cristo, foss’anche di una piccola parte di esso. Così era nella prima generazione e così sarà spesso.
Un’ulteriore lezione non trascurabile possiamo trarre dal loro esempio: ogni casa può trasformarsi in una piccola chiesa. Non soltanto nel senso che in essa deve regnare il tipico amore cristiano fatto di altruismo e di reciproca cura, ma ancor più nel senso che tutta la vita familiare, in base alla fede, è chiamata a ruotare intorno all’unica signoria di Gesù Cristo. Non a caso nella Lettera agli Efesini Paolo paragona il rapporto matrimoniale alla comunione sponsale che intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr Ef 5,25-33). Anzi, potremmo ritenere che l’Apostolo indirettamente moduli la vita della Chiesa intera su quella della famiglia. E la Chiesa, in realtà, è la famiglia di Dio. Onoriamo perciò Aquila e Priscilla come modelli di una vita coniugale responsabilmente impegnata a servizio di tutta la comunità cristiana. E troviamo in loro il modello della Chiesa, famiglia di Dio per tutti i tempi.

18 ottobre SAN LUCA apostolo evangelista (Dai Discorsi di san Pier Dami L Sermo 53)

dal sito:

http://www.certosini.info/lezion/Santi/18%20ottobre%20san%20luca.htm

18 ottobre SAN LUCA apostolo evangelista

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Dai Discorsi di san Pier Dami L Sermo 53. PL 144,800-806.

Il mondo, cari fratelli, è passato dalle tenebre alla luce grazie al vangelo. Per questa ragione il popolo cristiano celebra la gloria degli evangelisti e questo discorso sarà dedicato a san Luca, uno di essi.
Luca ha tracciato la storia evangelica e apostolica in un duplice stile, l’umano e il divino. Egli ha arricchito di numerosi frutti il campo della Chiesa, perché il popolo possa vivere e il gregge di Cristo trovi rigogliosi pascoli di salvezza.
Quali sono la dignità e l’eccellenza di san Luca? Possiamo coglierle chiaramente da questo fatto: Marco fu istruito da Pietro. Come Matteo e Giovanni, egli scrisse un vangelo, dopo aver conosciuto sulla terra la storia del Redentore. Invece Luca è l’unico ad aver scritto un vangelo per cosi dire sceso dal cielo.
Lo Spirito Santo, infatti, rivelò a Paolo questo vangelo, e, per sua mediazione, Cristo lo fece conoscere a Luca.
Ecco perché Paolo afferma: Voi cercate una prova che Cristo parla in me.1.( 2 Cor 13,3 )
Dal cielo, Cristo effuse su Paolo i misteri della sua storia, poi li travasò in Luca attraverso un canale d’oro, per cui l’oracolo divino, riferito da Isaia, si addice perfettamente a questo santo: A Sion e a Gerusalemme ho inviato un messaggero di cose liete. 2.( Is 41,27 )
2
Matteo conobbe il vangelo direttamente dalle labbra del Signore, durante la vita terrena di lui; Luca invece lo ricevette dal cielo. Non dipende dunque dal caso, ma dal magistero dello Spirito Santo se Matteo enumera quaranta generazioni in linea discendente, mentre Luca menziona settantasette generazioni in linea ascendente.
La storia della nostra redenzione è cosi ripartita tra i due evangelisti, i quali hanno preso per sé la parte che gli andava bene.
Matteo, descrivendo l’albero genealogico in discendenza mostra Cristo che viene dal cielo fino a noi, peccatori. Luca, risalendo dal mistero del battesimo fino al Padre, mostra Cristo che ci lava dalle brutture dei peccati e ci trae con sé nella gloria del cielo.
Il primo sottolinea che Cristo scese in terra per misericordia, il secondo proclama che il Signore ci eleva alle realtà celesti.
Matteo mostra il pastore che lascia nei pascoli del deserto le novantanove pecore, Luca insegna che Gesù si è caricato sulle spalle la pecora perduta.
Il primo attesta che il,medico è sceso accanto ai malati, il secondo dimostra che ci ha guariti e ricondotti con sé verso le gioie dei secoli incorruttibili.
Matteo mostra il Figlio unigenito mandato a noi dal Padre, Luca insegna che il Figlio ha trasferito nella patria del cielo una folla di eletti.
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Il beato apostolo Paolo ha condensato in una frase le intenzioni dei due evangelisti, quando ha detto: Mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato. Dio ha condannato il peccato nella carne.3( Rm 8,3 ) Nel sottolineare la missione del Figlio nella nostra condizione umana e peccatrice, l’Apostolo dimostra che Cristo ha assunto la nostra mortalità, ciò che apertamente dichiara Matteo quando enumera le quaranta generazioni partendo da Abramo.
Quando Paolo soggiunge che il Figlio fu mandato per vincere il peccato nell’uomo carnale, indica l’abolizione dei peccati che Luca sicuramente esprime tracciando la genealogia delle settantasette generazioni.
Paolo riassume le due formule in un versetto, dicendo che Gesù, nostro Signore e stato messo a morte per i nostri peccati ed e stato risuscitato per la nostra giustificazione. »4.( Rm 4,25 ) Cristo, infatti, è disceso per sottrarci al potere del peccato, ed è risuscitato per generare in noi un cuore puro mediante il fulgore della sua giustizia.
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La genealogia, sia in Matteo sia in Luca, fa. risaltare un contrasto significativo. Matteo la fa passare per Salomone, la cui madre commise adulterio con Davide. Luca, al contrario, la fa passare per Natan, il cui omonimo profeta fu lo strumento del Signore per far espiare a Davide il suo crimine. Dopo essere caduto, Davide fu infatti rialzato dalla misericordia divina.
Matteo ci insegna così che il Figlio di Dio si è chinato umilmente fino a noi, mentre Luca ne proclama l’esaltazione al cielo in una gloria trionfale che ingloba anche noi umani. Cristo è sceso fino agli uomini che giacevano a terra, per elevarli vittoriosi con sé, fino alle stelle.
Possiamo scorgere un segno del cielo persino nel nome del nostro evangelista, dato che in ebraico Luca significa « colui che si alza tradotto in latino come « colui che innalza ». Quanto perciò avrebbe scritto sul Salvatore era prefigurato dal suo nome, dal momento che il Redentore, levandosi dai morti, ci ha risuscitati ed elevati fino al cielo.
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Le genealogie di Matteo e di Luca non tralasciano che il nostro Redentore è vero re e vero sacerdote. Matteo descrive la sua genealogia regale, mentre Luca ne indica la dignità sacerdotale lungo tutto il percorso del suo libro.
Nel raccontare le varie fasi della storia del Signore, Luca tratta più di una volta dell’ufficio sacerdotale e non si scosta mai da quanto riguarda il sacerdozio. Egli parla dell’ufficio assegnato al sacerdote, della sua famiglia, della sua classe, del sacrificio, del tempio, e tra i numerosi elementi che inserisce nella storia sacra, non perde di vista l’intenzione di parlare del sacerdozio.
Notate l’inizio della sua narrazione; non dice forse:
Al tempo di Erode, re della Giudea, c’era un sacerdote chiamato Zaccaria, della classe di Abia, e aveva in moglie una discendente di Aronne ? 5.( Lc 1,5 )
Poi Luca fa comparire Zaccaria che offre l’incenso davanti all’altare; un po’ più in là, conduce la Vergine Maria da Elisabetta, presso la casa di questo sacerdote. Luca e i unico evangelista che ci riferisce i tre cantici che dovevano cantarsi nella liturgia della Chiesa: il primo è quello di Zaccaria, il secondo quello di Maria, il terzo quello di Simeone.
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Sempre interessato al tema del sacerdozio, Luca ci e riferisce la presentazione del Signore al tempio, quaranta giorni dopo la sua nascita, accompagnato dalla Madre.
Poi ce lo mostra quando a dodici anni è seduto nel tempio in mezzo ai dottori. A tal proposito l’evangelista narra che i genitori di Gesu avevano l’abitudine di salire tutti gli anni a Gerusalemme a pregare per la festa di Pasqua.
Ascoltate come termina il vangelo lucano: Essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio. 6.( Lc 24,52-53 )
San Luca è rappresentato con il simbolo del bue, secondo l’iconografia descritta in Ezechiele e nell’Apocalisse. Ora, nel tempio, l’offerta abituale era quella di un bue. Questo simbolo connota molto bene Luca, perché egli ara il terreno del nostro cuore con il vomere della sua lingua sacra e lo feconda gettandovi la semenza evangelica che porterà frutti di vita.
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Luca ci ha lasciato scritta la documentazione delle fatiche e degli atti degli Apostoli, a cui collaborò di persona. Egli ha scritto pure l’Evangelo, ricevuto dal cielo come un rotolo sigillato contenente un grande tesoro. Sicché la profezia di Isaia può essergli applicata alla perfezione: Per voi ogni visione sarà come la parola di un libro sigillato: si da a uno che sappia leggere dicendogli: « Leggilo », ma quegli risponde: « Non posso. perché sigillato. 7.( Is 29,11 )
Che libro è questo volume sigillato se non il santo vangelo? Esso è circondato da figure misteriose, che superano nettamente la comprensione della mente umana per lontananza di arcane profondità. Si deve certamente trattare del libro di cui parla Giovanni nell’Apocalisse: Vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno. sigillato con sette sigilli. 8.( Ap 5, 1 ) E quali sono i sigilli che chiudono il libro dei Vangeli?
Si tratta dei sette misteri del Salvatore che costituiscono l’economia salvifica voluta da Dio: l’incarnazione, la natività, la passione, la risurrezione, l’ascensione al cielo, l’ultimo giudizio e infine il Regno.
L’evangelo fu sigillato perché nessuno potesse aprirlo, tranne il Signore, come sta scritto: Ecco, ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide; egli dunque aprirà il libro i suoi sette sigilli.9.( Ap 5, 5 )
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Negli Atti degli Apostoli, Luca narra una semplice storia. Potremmo dire che egli allatta la tenera infanzia della Chiesa nascente. Notate che Luca è medico, per cui la storia che riferisce è precisamente un farmaco per le anime inferme.
Il nostro scrittore racconta in modo molto lineare la vita della Chiesa primitiva e ci invita a seguire direttamente il medesimo percorso. Cerchiamo, perciò, secondo le nostre forze, di vivere come i primi cristiani, affinché la purezza, che scaturisce dalla fonte originaria, si mantenga intatta lungo tutto il percorso ecclesiale sino alla foce.
Il vangelo di Luca è infatti uno dei quattro fiumi del paradiso, che irriga con l’abbondanza della sua dottrina l’intero orbe terrestre. Isaia parla delle acque di questo fiume, dicendo: Scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua.10. .( Is 35,6 )
Facciamo ritorno, dilettissimi, all’innocenza della Chiesa primitiva. Impariamo ad abbandonare i nostri beni, a bearci nella semplicità di una povertà regale. Non lasciamoci curvare a terra dal peso dei possedimenti terreni, giacché il Re del cielo ci invita alla gloria della Gerusalemme celeste.

18 OTTOBRE : SAN LUCA EVANGELISTA

dal sito: 

http://www.cristianesimo.altervista.org/vangeli/sanluca.htm

18 OTTOBRE : SAN LUCA EVANGELISTA

Secondo la tradizione patristica, la redazione del terzo vangelo, in ordine cronologico, e degli Atti degli Apostoli va attribuita ad un certo Luca, il «caro medico» del quale l’apostolo Paolo trasmette i saluti (Fm 24; Col 4,14). L’immagine familiare lo rappresenta come compagno fedele dell’Apostolo (2Tm 4,11). Sarà la pietà popolare ad aggiungere ulteriori particolari alla vita di Luca: verrà annoverato fra i 70/72 discepoli inviati in missione da Gesù, sarà identificato con uno dei discepoli di Emmaus, verrà presentato come il pittore della Madonna.
Sappiamo che i 4 Vangeli Canonici sono giunti fino a noi senza la firma dell’autore: ciò non esclude che essa fosse in qualche modo presente sul manoscritto (non quindi all’interno del testo), oppure che fin dagli inizi, il rotolo/codice con il testo fosse indicato da una targhetta con il nome dell’autore del testo stesso, pratica molto comune presso i testi latini e greci. Le prime sicure testimonianze che attribuiscono l’opera lucana al Luca medico delle lettere paoline risalgono alla metà del II secolo, dunque al periodo nel quale più di prima era necessario identificare gli autori degli scritti neotestamentari e soprattutto identificarli con persone che avevano visto, seguito o vissuto accanto a Gesù o ai suoi apostoli. Tra le opere ricordiamo quella di Ireneo (Adv. Haer. 3,1,1), il canone di Muratori, Tertulliano (Adv. Marcionem 4,5). Anche il prologo antimarcionita (IV sec.), aggiunge ulteriori elementi alla vita dell’evangelista: Luca proverrebbe da Antiochia, è rimasto celibe, muore in Beozia all’età di 80 anni e scrive il suo Vangelo in Acaia.

Il fatto che Luca non potesse essere un diretto seguace del Cristo (dunque testimone oculare), emerge dal testo del vangelo stesso [1]. Senz’altro dunque furono gli Atti degli Apostoli, in particolare la sezione del «noi», a contribuire all’identificazione dell’autore con un compagno di Paolo, e precisamente con il « caro medico Luca ». Dalla critica interna, è difficile stabilire se Luca fosse stato medico oppure no: a favore dell’ipotesi contribuiscono elementi quali la maggiore esattezza descrittiva di certe malattie rispetto a Marco, e l’assenza del giudizio malevolo sui medici (Mc 5,26; cfr. Lc 8,43); di fatto tuttavia, non esistendo nel I sec. d.C. un linguaccio tecnico speciale della medicina, si può affermare che le conoscenze mediche dell’autore non sembrano superare le conoscenze di una persona colta. Resta il fatto che l’identificazione di Luca con un medico non è utile sotto l’aspetto teologico, dunque l’ipotesi in tal senso già formulata dai primi Padri della Chiesa (II sec.) sembra essere sostanzialmente genuina, cioè direttamente derivata da una tradizione molto antica.
Più difficile, secondo gli studiosi, è l’identificazione di Luca con un compagno di viaggio di Paolo: mancano punti fondamentali del pensiero teologico dell’Apostolo (p. es. la giustificazione mediante la fede, il problema del rapporto tra fede e opera, tra Vangelo e Legge); vengono motivati in modo errato alcuni spostamenti di Paolo stesso, sebbene l’autore dia prova di una buona conoscenza dell’itinerario paolino; ignora alcuni fatti importanti, situazioni reali delle comunità paoline e del loro rapporto con l’Apostolo; inoltre, sembra non conoscere le sue lettere, che al momento nel quale l’evangelista scrive non erano ancora state raccolte in un corpus.
Qualche indizio fa supporre che l’evangelista sia stato un buon viaggiatore: la terminologia « nautica », soprattutto nella descrizione del viaggio di Paolo a Roma, si fa apprezzare. Non parla mai del mare di Galilea, ma sempre del « lago di Genezaret »: evidentemente, in quanto conoscitore del Mediterraneo, rispetta le proporzioni… È possibile formulare a tal proposito un’ipotesi come tante altre: senza escludere una mera conoscenza « da tavolino » (rischiesta fondamentalmente a qualsiasi autore di un testo che si pone come storico), Luca potrebbe essere stato uno dei tanti discepoli itineranti della Chiesa primitiva (da qui in avanti, col termine Chiesa indicheremo non un’antenata dell’Istituzione attuale, ma la traduzione del greco ekklesia= comunità) , un evangelizzatore all’interno del territorio imperiale romano, e solo in un secondo tempo essersi stabilito in una comunità specifica.
L’unica certezza che emerge dal testo evangelico è che «Luca non è mai stato in Palestina: situa Nazaret su di un monte, pone la regione di Gerasa di fronte alla Galilea, sul lago di Genezaret, mentre la cittadina si trova a 50km dal lago, nella Decapoli; descrive gli usi e i costumi palestinesi con la mentalità e l’occhio di un ellenista: immagina le case palestinesi costruite come quelle greco-romane, con cantina, atrio e diverse stanze, e ricoperte di tegole; crede che abitualmente i Giudei assumano la posizione sdraiata per mangiare, suppone che il vento caldo sia lo scirocco (vento del sud: Lc 12,55), mentre è il vento dell’Oriente che porta la calura, ecc.» [2]. Non da ultimo, ignora i rituali del Tempio di Gerusalemme e non si interessa ai problemi della Legge. Tuttavia, conosce la LXX, la funzione sinagogale e le pratiche giudaiche.
Scrive con uno stile artistico ed equilibrato: proprio per questo motivo, la pietà popolare gli concesse i canoni di artista e lo promosse pittore.
Da quanto detto finora, il quadro esteriore che emerge a proposito dell’autore del terzo vangelo e degli Atti è il seguente: visse probabilmente nell’ambito delle chiese paoline, sebbene rimanga sostanzialmente insoluta la questione se avesse conosciuto Paolo o meno (ma una certa parte della critica sembra propendere per questa seconda ipotesi); come ellenista, rimane affascinato dal Dio d’Israele, tanto da diventare un « timorato di Dio » come molti; prima di incontrare il Vangelo, frequentava le sinagoghe della Diaspora [3].

L’evangelista: pensiero e teologia

Prima di affrontare il discorso dell’analisi testuale delle opere lucane, cerchiamo di mettere a fuoco l’evangelista Luca in quanto evangelista, il suo volto teologico insomma. In quanto ellenista, Luca si è rivolto agli ellenisti suoi contemporanei e fratelli nella fede, invitandoli a compiere una vera e propria opera di inculturazione. Già il prologo del Vangelo ne rivela gli scopi: il passo è costruito in perfetto stile retorico e secondo il procedimento letterario in uso fra gli storici e scrittori dell’antichità ellenistica. Tuttavia, dallo storico classico si distacca e si differenzia nettamente, per diversi motivi significativi: innanzitutto, mantiene l’anonimato, al contrario della normalità delle opere classiche; si caratterizza tuttavia come autore responsabile («ho deciso anch’io»), ma si pone al servizio di un qualcosa che lo supera: Luca non sta scrivendo un normale libro di storia. Egli raccoglie e trasmette la tradizione apostolica: la sua parola di autore deve sottostare alla parola dell’evento-Gesù. Luca dunque pone se stesso fra quelli che egli chiama ministri o servitori della Parola. Un altro tratto distintivo presente nel prologo: tra gli storici venivano citati « i molti » – come formula retorica – per essere criticati, per mettere meglio in risalto la propria opera agli occhi dei lettori rispetto a quelle di autori precedenti. Al contrario, Luca cita « i molti » non per criticarli, ma per riconoscere la loro importanza: l’evangelista sa di non appartenere alla prima generazione apostolica, sa dipendere dagli scritti che l’hanno preceduto; non si dichiara superiore («anch’io ho deciso di scrivere un resoconto ordinato»), ma si mette sul loro stesso piano, accanto ad essi e dopo di essi, sempre a servizio della Parola.
L’autore dimostra di aver compreso l’esigenza dei tempi: mettere in ordine il passato, garantire quello stesso passato dai falsi dottori ora che i tempi cominciano ad allontanarsi rispetto ai fatti che vogliono narrare. Vuole superare con la sua opera ciò che altri prima di lui avevano raccolto in modo frammentario.
Ma il prologo lucano ha anche una seconda profonda valenza: «il fatto stesso che l’evangelista inizi la sua opera con un prologo, a mo’ degli storici dell’epoca, è di per sé significativo: per la prima volta, nella Chiesa, il vangelo si fa letteratura, l’annuncio ha preso la forma globale di una narrazione del passato. Presentare il Vangelo come un’opera letteraria rivela un significativo sforzo di inculturazione» [4]. Luca, come d’altronde Paolo, conosce il terreno « fertile » dei pagani ellenistici, e conosce anche i metodi per scrivere la storia che corrisponda alla loro mentalità e alle loro esigenze, fuori del contesto particolare della cultura giudaica, sottomettendo per certi aspetti il vangelo ai metodi della storiografia profana.
Al tempo stesso, Luca è ben cosciente che una semplice elencazione di fatti non è sufficiente: come credente e come cristiano (come uomo di fede dunque), Luca ha innanzitutto a cuore l’evento Gesù. Egli sa che il rafforzamento della fede di Teofilo non dipende dai « bruta facta », ma dalla solidità che deriva dalla tradizione autentica, trasmessa autenticamente, da una tradizione che non sia «un vaneggiare» (Lc 24,11), ma che provenga dalla parola di Dio. Per Luca, la fede non nasce dal semplice ragionamento, ma dall’incontro con l’evento-Gesù compreso come evento di Dio, grazie allo Spirito.
La venuta di Dio sulla terra in Gesù per mezzo dello Spirito Santo si rende attuale nell’oggi del lettore: l’evangelista può dunque parlare, nel prologo, di «fatti portati a compimento tra noi». A differenza di Paolo, per Luca la storia della Chiesa è appello per il presente, un presente certamente escatologico (cfr. At 2,17): ma ammonisce chi specula sulla fine imminente (cfr. Lc 19,11; At 1,6s), esattamente come chi tende ad adagiarsi nel presente. La sua visione è diversa anche da quella di Marco. Luca è si uno « storico », ma inteso come annunciatore dell’evangelo, non certo in quanto espositore oggettivo di eventi passati.
Il tema del tempo è particolarmente centrale nelle opere lucane: l’evangelista è cosciente del suo scorrere: la storia degli uomini diventa il campo dove si attua il progetto di Dio. Dalla Sua venuta nella casa di Nazaret, attraverso varie tappe, la vita di Gesù e della Chiesa arriva al mondo pagano, in quella Roma capitale del mondo allora comunemente conosciuto. Questo si riflette esplicitamente nell’esposizione della vita di Cristo: Gesù è sempre in viaggio, sembra non avere mai casa dove fermarsi: nel terzo vangelo la vita di Gesù e la missione della Chiesa vengono dunque presentate come un cammino; allo stesso modo, negli Atti gli apostoli sono sempre in viaggio e la Chiesa in cammino per diventare Chiesa di tutte le nazioni. Ma come si evince chiaramente dalla vita di Paolo e da quella degli apostoli (convertiti ma fermamente radicati nella Legge e nella tradizione dei padri veterotestamentari), Luca tende spesso a sottolineare sia l’apertura alle nazioni sia la continuità con Israele, la « casa-base ». Luca sembra fermamente convinto che la « missione » faccia parte dell’essenza della Chiesa: ciò rafforza l’impressione che l’evangelista stesso sia stato un evangelizzatore.
Così come il tempo, anche lo spazio ha un valore positivo. Lontani dalla contrapposizione giovannea tra la « comunità cristiana » e il mondo visto come luogo di tenebra e peccato, per Luca il mondo diventa il luogo dove vive e si sviluppa la Chiesa: una Chiesa che non deve avere timidezza e paura di evangelizzare il mondo, ma non deve correre il rischio di mondanizzarsi. Luca si dimostra attento a mettere in risalto, anche in modo critico, le differenze tra la vita del mondo ellenistico, fatta di simpatia, scambi e benefici, e la vita della Chiesa, basata sull’amore senza misura e sul dono gratuito. La Chiesa deve essere cosciente di avere una realtà – la salvezza – destinata a tutti e quindi da offrire in modo credibile a tutti: l’evangelista infonde nella sua opera una mentalità ottimistica, « conquistatrice ».
Sempre verso quest’ottica va visto un’altra frequente esigenza lucana: l’esigenza di amare il nemico (nel Vangelo troviamo numerose esortazioni in tal senso). Luca fa scendere questa esigenza nella quotidianità dell’esistenza: la comunità cristiana non deve essere settaria, ma deve essere aperta, accogliere ingrati, antipatici e disonesti invece di discriminarli. La Chiesa deve porsi senza paura nell’affrontare il mondo, proponendo perciò un abbozzo di società diversa, controcorrente. Anche in questo si riflette la mentalità conquistatrice dell’autore: l’amore del nemico, il proporre ad ogni uomo una nuova reciprocità. E questa era veramente la sfida della Chiesa, la sfida lanciata già da Luca, che mostra con questo una mentalità decisamente aperta, un atteggiamento decisamente nuovo verso la vita e totalmente in contrasto con la mentalità vigente in quel tempo.
Questo amore del nemico si rivela chiaramente in un altro punto fondamentale del pensiero lucano: quello dell’uomo in quanto uomo, dell’uomo amato da Dio. Anche se questo atteggiamento risale certamente a Gesù, è soprattutto Luca tra gli evangelisti a porlo maggiormente in risalto (parabola del buon samaritano). Il prossimo diventa l’altro, l’altro uomo, inatteso, improvviso, verso il quale il cristiano deve porsi senza barriere né pregiudizi né discriminazioni.
Il Vangelo di Luca è proprio per questo il meno discriminante. Mancano infatti nell’opera quei tratti antisemiti che sembrano affiorare nei Vangeli di Matteo e Giovanni, che hanno vissuto in prima persona l’esperienza di rottura con giudaismo. Per Luca i sacerdoti del Tempio che condannarono Gesù, lo fecero per ignoranza: ma si rende conto che anche i Giudei hanno qualche motivo per non accettare il Vangelo (Lc 5,39): continueranno ad esistere come realtà religiosa, ed è bene accettare questo dato di fatto e sforzarsi di convivere con tutti, abbandonando ogni velleità settaria e fanatica, ogni velleità di « guerra santa »!
Altro fattore che porta in questa direzione: è nel Vangelo e negli Atti di Luca che la donna assume una considerazione maggiore rispetto agli altri scritti. Figura emarginata nel giudaismo, Luca dimostra certamente la sua mentalità ellenistica, ma anche il suo prendere sul serio l’insegnamento e il comportamento di Gesù nei confronti della donna, dei peccatori, dei samaritani (degli emarginati in generale). L’operato di Gesù assume dunque una valenza sociale, in aperto contrasto con l’establishment dell’epoca, contro i pregiudizi religiosi dei benpensanti nei riguardi di persone emarginate e disprezzate [5]. Traspare anche dalla penna dell’evangelista, la passione di Gesù per l’uomo, e anche la preoccupazione di Luca dinanzi a una Chiesa ricca della sua realtà di salvezza e tentata di chiudersi a certe categorie di persone. «Più che nel suo ottimismo di missionario che prevede la diffusione del Vangelo in tutto il mondo, è in questi testi sull’avvicinarsi a ogni uomo che Luca rivela al meglio la sua mentalità universalistica» [6].
Ma Luca ribalta anche la tentazione dell’intolleranza: egli pone queste persone emarginate (in primis i samaritani, disprezzati dal pio giudeo perché contaminati da elementi stranieri) come modello da imitare! Particolare attenzione e anche una certa stima ripone verso l’ambiente dei poveri: basta leggere la sezione detta « Vangelo dell’Infanzia ».

Concludiamo con le parole di un importante studioso del terzo Vangelo: «L’opera lucana è di una ricchezza impressionante e svela un autore che partecipa pienamente alla vita e ai problemi della Chiesa del suo tempo: non solo ha saputo denunciare i pericoli che minacciavano i cristiani, proporre soluzioni a problemi di comportamento etico; ma più profondamente, egli ha dato una risposta essenziale a una comunità che il tempo allontanava dalla sua origine, e ha saputo rendere attuale per la sua cultura e la sua generazione il messaggio di Gesù. Indubbiamente, per l’acuta sensibilità che manifesta alle necessità « teologiche » della Chiesa della sua epoca, egli merita anche il titolo di profeta» [7].
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[1] Lc 1,3: «è parso bene anche a me, che ho fatto ricerche dall’origine, su tutto, accuratamente, scrivertene con ordine, o eccellente Teofilo».
[2] G. Rossé, Il Vangelo di Luca. Commento esegetico e teologico, Città Nuova 1992, p. 8.
[3] Sulla questione della datazione dei vari scritti neo-testamentari mi sono espresso altrove. Qui giova segnalare che ci riferiremo in ogni caso a Luca come autore del terzo Vangelo e degli Atti.
[4] G. Rossé, op. cit., p. 10.
[5] Il contrasto tra il fariseo e il pubblicano nella parabola omonima, ma anche altri passi come Lc 7, Lc 9,51-56 e Lc 19,7.
[6] G. Rossé, op. cit., p. 13.
[7] G. Rossé, op. cit., p. 14. 

Tito, il più stretto collaboratore di Paolo, e il gioiello dell’epistolario paolino.

dal sito:

http://www.stpauls.it/coopera/0906cp/0906cp04.htm

L’apostolo, il padre, l’amico

Tito, il più stretto collaboratore di Paolo, e il gioiello dell’epistolario paolino.

La lettera di Tito. Come Timoteo, anche Tito fa parte della cerchia dei collaboratori di Paolo. Di lui abbiamo poche notizie. Dalla lettera ai Galati (2,1-3) apprendiamo che Tito era di famiglia pagana e che al Concilio di Gerusalemme proprio il suo caso di pagano convertito al cristianesimo e non sottoposto al rito della circoncisione, segnò l’inizio dell’apertura del Vangelo ai pagani (vedi Atti 15).

Dalla seconda lettera ai Corinzi (7,7-15) scaturisce un particolare profilo di Tito: è descritto come il conciliatore e il negoziatore paziente e deciso, quasi completasse con queste attitudini e con queste virtù ciò che mancava all’irruenza e all’impulsività del carattere di Paolo. In questo senso, egli è stato perciò il più stretto collaboratore di Paolo, il più necessario.

Nella lettera che porta il suo nome, Tito è presentato come la guida stabilita da Paolo per la comunità cristiana di Creta (vedi Tito 1,5), dove la sua tomba è ancora oggi venerata (a Gortyna l’antica capitale). Ma il corpo fu distrutto dai saraceni nell’823, si salvò solo la testa che nel 1669 fu portata a Venezia. Nel 1966 fu restituita alla Chiesa ortodossa ed ora si trova nella cattedrale di Eraklion.

Il contenuto della lettera. Secondo lo stile delle lettere pastorali, anche la lettera a Tito – che si compone di tre brevi capitoli – traccia le linee dell’organizzazione nella sua fisionomia interiore e spirituale, della comunità cristiana e contiene il ritratto del pastore ideale che la guida.

Paolo con i discepoli Timoteo e Tito (mosaico, duomo di Monreale).

Nel capitolo 1, il responsabile della comunità chiamato ora « presbitero » (anziano), ora « vescovo« , è descritto mediante le virtù che lo devono contraddistinguere e i vizi che deve fuggire, per « essere in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare coloro che contraddicono » (1,9). Vi è poi l’invito a difendere l’integrità della fede contro i falsi maestri, specialmente nell’ambito cretese (presentato qui in un particolare aspetto negativo, alla luce delle parole di un poeta originario di Cnosso, vedi 1,12: « I Cretesi sono sempre bugiardi, male bestie, ventri pigri »).

I capitoli 2-3 contengono le esortazioni che Tito è chiamato a rivolgere alle diverse categorie di persone che compongono la comunità. Ciò non significa che ci sia una morale per un gruppo o per un’età e un’altra per una diversa condizione di vita, quanto piuttosto che c’è un solo vangelo, che ciascuno è chiamato a vivere nella situazione particolare in cui Dio lo ha posto ad operare.

Queste indicazioni pastorali sono illuminate da alcuni testi ricchi di poesia, di fede e di teologia (vedi 2,11-14; 3.4-7). Da questi testi appare che la vita quotidiana del cristiano si snoda tutta sotto la presenza e la protezione di Dio, che ha manifestato il suo amore nell’incarnazione, morte e risurrezione del Signore Gesù.La Lettera a Filemone. Questo breve scritto (sono appena 25 versetti!) è considerato come « il gioiello » dell’epistolario paolino e, per la squisitezza del tratto con cui Paolo stende il contenuto, e considerato « un vero capolavoro di tatto e di cuore ».

Qui l’apostolo cede il passo al padre e all’amico. Infatti, questo biglietto di Paolo accompagna il ritorno dello schiavo Onesimo al suo padrone (che è il ricco Filemone), dal quale era fuggito. Nel pensiero dell’apostolo si doveva trattare di un ritorno fraterno e amichevole, senza ritorsioni o punizioni da parte di Filemone (il padrone aveva il diritto di punire lo schiavo fuggitivo, vedi vv. 17-18).

Il tutto si dipana nella luminosità della fede cristiana, che ora accomuna il ricco Filemone (cristiano e collaboratore di Paolo, vedi v. 1) con lo schiavo Onesimo convertito da Paolo (presso il quale egli si era rifugiato).

Questo biglietto, vivace e breve, intenso e vibrante di affetto, ha contribuito a sfaldare, senza alcuna rivoluzione esterna, la schiavitù. Paolo ha operato dall’interno per mettere in crisi questa istituzione, così contraria alla dignità dell’uomo.

E anche Filemone ha intuito il processo irreversibile con cui il Vangelo operava per l’eliminazione della schiavitù: la sua casa, i suoi familiari, i suoi schiavi ormai erano una sola comunità, una piccola fraternità o una piccola chiesa, come lasciano intendere le prime parole di questo scritto « al nostro caro collaboratore Filemone… e alla comunità che si raduna nella tua casa » (v. 1).

8 luglio: Santi Aquila e Priscilla Sposi e martiri, discepoli di San Paolo – per la commemorazione

8 luglio: Santi Aquila e Priscilla Sposi e martiri, discepoli di San Paolo , per la commemorazione,

alcuni testi sui due martiri li ho già messi, raccolgo in questa pagina tutti i dati a mia conoscenza, alcune immagini:

prima di tutto la storia e il culto, dal sito Santi ; Beati e Testimoni:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/61150

Santi Aquila e Priscilla Sposi e martiri, discepoli di San Paolo

8 luglio
 
I secolo

Aquila e Priscilla erano due coniugi giudeo – cristiani, molto cari all’apostolo Paolo per la loro fervente e molteplice collaborazione alla causa del Vangelo. Aquila, giudeo originario del Ponto, trasferitosi in tempo imprecisato a Roma, sposò Priscilla (o Prisca). L’apostolo intuì subito le buone qualità dei due coniugi, quando chiese di essere ospitato nella loro casa a Corinto. I due lo seguirono anche in Siria, fino ad Efeso. Qui istruirono nella catechesi cristiana Apollo, l’eloquente giudeo – alessandrino, versatissimo nelle Scritture, ma ignaro di qualche punto essenziale della nuova dottrina cristiana, come il battesimo di Gesù. Aquila e Priscilla fecero in modo di battezzarlo prima che partisse per Corinto. Niente si può asserire con certezza sul tempo, luogo e genere di morte di Aquila e Priscilla, dato che le uniche fonti su di essi sono citazioni bibliche. Alcuni identificano Priscilla con la vergine e martire romana Prisca e Aquila con qualcuno della gens Acilia, collegata con le Catacombe, perciò i due sarebbero martiri per decapitazione. (Avvenire)

Martirologio Romano: Commemorazione dei santi Aquila e Prisca o Priscilla, coniugi, che, collaboratori di san Paolo, accoglievano in casa loro la Chiesa e per salvare l’Apostolo rischiarono la loro stessa vita.  
Aquila e Priscilla erano due coniugi giudeo-cristiani, molto cari all’apostolo s. Paolo per la loro fervente e molteplice collaborazione alla causa del Vangelo. Aquila, giudeo originario del Pònto, trasferitosi in tempo imprecisato a Roma, sposò Priscilla o Prisca, come è due volte chiamata. Troviamo i due santi per la prima volta a Corinto, quando Paolo vi arrivò nel suo secondo viaggio apostolico l’anno 51: essi erano venuti da poco nella capitale dell’Acaia provenienti da Roma, loro abituale dimora, in seguito al decreto dell’imperatore Claudio, che ordinava l’espulsione da Roma di tutti i giudei, fossero essi cristiani, o meno. Aquila e Priscilla erano probabilmente cristiani prima del loro incontro con Paolo a Corinto, come sembra suggerire la familiarità che subito nacque tra di loro, benché il Sinassario Costantinopolitano li dica battezzati da Paolo. L’apostolo intuì subito le buone qualità dei due coniugi e l’utilità che ne poteva trarre per la sua difficile missione a Corinto e chiese o accettò di essere loro ospite. Esercitando essi il medesimo mestiere di Paolo (fabbricanti di tende), diedero all’apostolo agio di poter lavorare e provvedersi il necessario alla vita senza essere di peso a nessuno. Quando poco dopo si dice che Paolo, lasciata la sinagoga, « entrò nella casa d’un tale Tizio Giusto, proselita », non è necessario pensare che abbia lasciato la casa di Aquila e Priscilla; I’apostolo, abbandonata la sinagoga per il rifiuto dei giudei a convertirsi, avrebbe scelto come luogo di predicazione e di culto la casa vicina ad essa, quella del proselita Tizio Giusto, mantenendo però come dimora abituale durante l’anno e mezzo che rimase a Corinto la casa di Aquila e Priscilla. È opportuno notare a questo riguardo che non si dice fungesse da « chiesa domestica » l’abitazione dei due a Corinto, come era invece il caso di quelle che essi avevano a Roma e a Efeso. Quando s. Paolo, terminata la sua missione a Corinto, volle fare ritorno in Siria, ebbe compagni di viaggio A. e P. fino ad Efeso, dove essi rimasero. L’oggetto del loro viaggio potrà essere stato commerciale, ma l’averlo fatto coincidere con quello di Paolo indica, oltre alla loro stima ed amore per lui, che essi non erano estranei alle sue preoccupazioni apostoliche. Ad Efeso infatti li vediamo premurosi, dopo la partenza dell’apostolo, nell’istruire « nella via del Signore », cioè nella catechesi cristiana, nientemeno che il celebre Apollo, l’eloquente giudeo-alessandrino, versatissimo nelle Scritture, ma ignaro di qualche punto essenziale della nuova dottrina c ristiana, come il battesimo di Gesù. Aquila e Priscilla, mossi da apostolico zelo, si presero cura di completare la sua istruzione e probabilmente di battezzarlo prima che egli partisse per Corinto. Ad Efeso offrirono la loro casa a servizio della comunità per le adunanze cultuali (ecclesia domestica) e, secondo la lezione di alcuni codd. greci, seguiti dalla Volgata latina, s. Paolo sarebbe stato loro ospite anche ad Efeso, come già lo era stato a Corinto. Scrivendo infatti da Efeso (verso il 55) la prima lettera ai Corinti, dice: « Molti saluti nel Signore vi mandano Aquila e Priscilla, con quelli che nella loro casa si adunano, dei quali sono ospite ». Ma l’elogio più caldo di Aquila e Priscilla Io fa l’apostolo scrivendo da Corinto ai Romani nell’a. 58 (intanto i due coniugi per ragione del loro commercio si erano trasferiti a Roma). Nella lunga serie di venticinque persone salutate nel c. 16 della lettera ai Romani Aquila e Priscilla sono i primi: « Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù: per salvare a me la vita, essi hanno rischiato la testa; a loro non solo io rendo grazie, ma anche tutte le Chiese dei gentili. Salutate anche la comunità che si aduna in casa loro ». In queste parole si sente l’animo grato dell’apostolo per i suoi insigni benefattori, che con grave loro pericolo gli hanno salvato la vita, in un’occasione non meglio precisata: forse ad Efeso, durante il tumulto degli argentieri capeggiati da Demetrio. Grande lode è poi per i due santi sposi che tutte le Chiese dei gentili siano loro debitrici d i gratitudine; di tre delle principali – Corinto, Efeso, Roma – si è fatto cenno nei testi sopracitati. L’ultima menzione di Aquila e Priscilla l’abbiamo nell’ultima lettera di s. Paolo che, prigioniero di Cristo per la seconda volta a Roma, scrive al suo discepolo Timoteo, vescovo di Efeso, incaricandolo di salutare Priscilla e Aquila, che di nuovo si erano recati ad Efeso. Niente si può asserire con certezza sul tempo, luogo e genere di morte di Aquila e Priscilla, dato che le uniche fonti su di essi sono le poche notizie bibliche citate. Alcuni, volendo identificare Priscilla, moglie di Aquila, con la vergine e martire romana s. Prisca. venerata nella chiesa omonima sull’Aventino, e con Priscilla, la titolare delle Catacombe della Via Salaria, e credendo altresì ravvisare nel nome di Aquila qualcuno della gens Acilia collegata con le dette Catacombe, li fanno martiri, anzi, prendendo occasione dal « cervices suas supposuerunt » di Rom. 16,4. determinano il genere di martirio: la decapitazione.
Autore: Teofilo Garcia de Orbiso

poi il collegamento alla catechesi di Papa Benedetto che ho già messo in una « Pages » insieme ai collaboratori di Paolo:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070207_it.html

di Mons. Gianfranco Ravasi, su Aquila e Priscilla, anche questo già postato:

http://www.novena.it/ravasi/2004/032004.htm

Mons. Gianfranco Ravasi

Aquila e Priscilla, sposi Cristiani


In quella festa paesana che ha al centro una coppia anonima di sposi e che è narrata dal Vangelo di Giovanni (2,1-11), letto in questa domenica, c’è la storia di tante coppie cristiane che nella loro città o nel loro villaggio, ben lontano da Cana di Galilea, hanno consacrato il loro amore con la presenza santificante di Cristo. Vorremmo far emergere da quella folla immensa di sposi cristiani due figure neotestamentarie, Aquila e Prisca (o Priscilla). Esse occhieggiano nelle pagine dell’epistolario paolino (lettere ai Romani, ai Corinzi e a Timoteo) e in quelle degli Atti degli Apostoli (capitolo 18).
Il marito portava un nome latino, Aquila, grecizzato in Akylas, ma era un ebreo nativo del Ponto (regione dell’attuale Turchia). Da quel territorio era emigrato a Roma ove si era sposato con Prisca, chiamata col diminutivo di Priscilla, nome anch’esso romano. Quando l’imperatore Claudio (41-50 d.C.) espulse da Roma con un editto gli Ebrei ivi residenti, anche i due, che si erano convertiti al cristianesimo, dovettero lasciare la capitale e rifugiarsi a Corinto, in Grecia. Qui incontrarono Paolo e – come scrive Luca negli Atti degli Apostoli – « poiché erano del medesimo mestiere, Paolo si stabilì nella loro casa e lavorava con loro: erano, infatti, di mestiere fabbricatori di tende » (18,3). Questa amicizia con l’Apostolo continuò anche quando egli si trasferì a Efeso, nell’attuale Turchia costiera: essi Io seguirono e lo aiutarono nell’attività missionaria, dedicandosi alla formazione, « con maggiore accuratezza », di un convertito di nome Apollo, che sarebbe poi diventato un acclamato predicatore cristiano (18,26). Essi erano ancora con Paolo quando egli scrisse da Efeso la prima lettera ai Corinzi. Infatti, in finale a quel testo si legge: « Vi salutano molto nel Signore Aquila e Prisca, con la comunità che si raduna nella loro casa » (16,19). È suggestiva la menzione della loro casa nella quale i cristiani si incontravano per ascoltare la Parola di Dio e per celebrare l’Eucaristia, trasformando così quell’appartamento in una « chiesa domestica », come accadeva nei primi anni del cristianesimo. Cessato il divieto di Claudio, Aquila e Priscilla ritornarono a Roma e, allora, Paolo – scrivendo da Corinto ai cristiani della capitale la famosa lettera che è anche il suo capolavoro teologico -non esita a ricordare i suoi amici, tessendo una lode e un ringraziamento per il loro amore nei suoi confronti, un amore che gli aveva salvato la vita durante un tumulto scoppiato a Efeso, quando vivevano ancora insieme: « Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù: per salvarmi la vita essi hanno rischiato la loro testa e ad essi non io soltanto sono grato! » (Romani16,3-4). Anche scrivendo per la seconda volta al discepolo e collaboratore Timoteo, Paolo non esiterà a menzionare questa coppia di sposi 2 Timoteo 4,19: « Saluta Prisca e Aquila », un vero modello di coniugi cristiani impegnati a testimoniare il Vangelo con la semplicità della loro vita e l’intensità del loro amore.

c’è la Chiesa di Santa Prisca all’Aventino, a Roma, che ricorda i coniugi martiri, metto la descrizione:

 http://penelope.uchicago.edu/Thayer/I/Gazetteer/Places/Europe/Italy/Lazio/Roma/Rome/churches/_Texts/Armellini/ARMCHI*/2/Ripa.html

S. Prisca
In quella parte dell’ Aventino che è rivolta ad oriente, sorge una chiesa antichissima, ove si vuole fossero stato un tempio di Ercole. Narrano favolosamente le antiche leggende che quivi fosse una grotta di Fauno e di Pico con una fonte in cui Numa pose del vino per inebriarli, con altre simili assurdità. Ricordo ciò perchè s’ intendano questi versi, che leggonsi nella chiesa a mano sinistra dell’ altar maggiore, postivi da Callisto III:

PRIMA VBI AD EVANDRO SACRATA EST HERCVLIS ARA

VRBIS ROMANAE PRIMA SVPERSITITO
POST VBI STRVCTA AEDES LONGE CELEBRATA DIANAE,

MONTIS AVENTINI NVNC FACTA EST GLORIA MAIOR,

VNIVS VERI RELIGIONE DEI.
PRAECIPVE OB PRISCAE QVOD CERNIS NOBILE TEMPLVM,

QVOD PRISCVM MERITO PARETE SIBI NOMEN HABET
NAM PETRVS ID DOCVIT POPVLVS DVM SAEPE DOCERET,

DVM FACERET MAGNO SACRAQVE SAEPE DEO.
DVM QVOS FAVNORVM FONTIS DECEPERAT ERROR

HIC MELIVS SACRA PVRIFICARET AQVA.
QVOD DEMVM MVLTISSTESSE SE VOLVENTIBVS ANNIS

CORRVIT HAVD VLLA SVBVENIENTE MANV.
SVMMVS AT ANTISTES CALLISTVS TERTIVS IPSVM

EXTVLI OMNE EIVS RESTITVITQVE DECVS
CVI SIMVL AETERNAE TRIBVIT DONA AMPLA SALVTIS,

IPSIVS NE QVA PARTE CARERET OPE.

Secondo questo epigramma, s. Pietro, mentre fu in Roma, avrebbe abitato quel questo luogo e vi avrebbe battezzati molti che venivano alla fede. Nel catalogo di Pietro Natale si dice che papa Eutichiano, per rivelazione, seppe il luogo ove era sepolto il corpo di s. Prisca, e trovatolo e lavotolo di colà, quel pontefice lo portò a Roma, ponendolo nel luogo ove oggi è la sua chiesa, prima dedicata a s. aquila; onde fu detto titolo di Aquila e Prisca. Egli è certo che questo titolo antichissimo vien p578ricordato fino dal secondo concilio romano tenuto da Simmaco, che fu nel 499. Adriano I ristorò la detta chiesa nel 772, e poi Callisto III circa il 1455. Il cardinale Benedetto Giustiniani genovese, verso il 1600, la riparò coi disegni di Carlo Lombardo di Arezzo; vi aggiunse la facciata, e fecevi altri miglioramenti, fra i quali fu il rinnovellamento della confessione e dell’ altare sotterraneo, che si dice consacrato da s. Pietro. Finalmente Clemente XII la ridusse nello stato in cui trovasi, a memoria di che leggesi una iscrizione posta nella parete a destra presso la porta dal lato interno. Anticamente la chiesa ebbe due ingressi, ma ai tempi dell’ Ugonio già non ne aveva che uno solo. Essa è divisa in tre navi con quattordici colonne antiche, le quali, a renderle più salde, furono incassate nel muro di altrettanti pilastri. I muri furono dipinti a fresco dal Fontebuono: il quadro dell’ altare principale è del Passignani, e rappresenta il battesimo della santa titolare. A sinistra dell’ altare suddetto sono i versi di Callisto III, recati sopra; a destra v’ è una iscrizione riguardante il nominato cardinal Giustiniani. Le due cappellette in fondo alle navate minori sono dedicate: quella a sinistra, a s. Antonio di Padova; quella a destra, alla Madonna. I due altari nella crocera sono dedicati: uno al Crocefisso, a mano manca; ed uno a s. Gio. Gualberto, a mano dritta. In mezzo alla navata grande è un’ ampia inferriata che illumina a sufficienza la sottoposta confessione, alla quale si scende per una comoda e doppia scala circondata da balaustrate. In essa è un quadro di musaico rappresentante s. Pietro, opera del secolo XIII, guasto però assai nella parte inferiore; incontro all’ altare è il vaso che erroneamente si pretende servisse di battisterio a s. Pietro, quando battezzò le sante Aquila e Priscilla, ed altri pagani venuti alla fede. Il vaso consiste in un gran capitello dorico, assai ben lavorato, del tempo forse degli Antonini, e molto simile a quello del portico del museo capitolino; ha tre buche, una maggiore e due minori, con attorno l’ epigrafe in lettere del secolo XIII, con abbreviature: BAPTISMVS SANCTI PETRI. Presso la chiesa v’ era una vigna della celebre famiglia dei Porcari, come risulta da un documento dell’ archivio di s. Pietro in Vincoli del 1477: Vinea posita prope ecclesiam sanctae Priscae eundo ad s. Alexium, quam tenet Antonius Porcharius qui habitat prope Minervam. È assai probabile che quell’ antichissimo titolo fosse stato già la casa dei coniugi Aquila e Prisca sull’ Aventino, ove era la ecclesia domestica di che parla s. Paolo, e che furono cacciati da Roma per l’ editto di Claudio contro gli ebrei. p579 Nel secolo XIV si leggeva ancora sull’ architrave della porta della chiesa la seguente iscrizione, che Pietro Sabino, autore di quel medesimo secolo, vide incisa litteris antiquis:

HAEC DOMVS EST AQVILAE SEV PRISCAE VIRGINIS ALMAE
. QVOS . LVPE (?) PAVLE TVO ORE VEHIS DOMINO
HIC PETRE DIVINI TRIBVERAS FERCVLA VERBI
SAEPIVS HOCCE LOCO SACRIFICANS DOMINO.
L’ epigramma, come risulta dallo stile, è del medio evo. Anche in un documento del secolo XII la chiesa di s. Prisca, divenuta bazia, è appellata abbatia sanctorum Priscae et Aquilae. Il ch. De Rossi, a questo proposito, cita un sermone de sanctis Aquila et Prisca esistente nel codice vaticano 1193, ove si fa menzione della loro chiesa sull’ Aventino; la quale negli atti di s. Prisca vergine e martire è altresì chiamata Aquilae et Priscae; finalmente nella vita di Leone III l’ antico titolo di s. risca è appellato titulus beatorum Aquilae et Priscae. Insomma dall’ antica denominazione di quel titolo risulta che fino dai primi secoli della pace della Chiesa era creduto il sito ove dimoò e s’ adunò la domestica ecclesia dei primi convertiti all’ evangelo, presieduta spesso da Paolo e da Pietro.
Un insigne bronzo, edito ed illustrato splendidamente dal ch. De Rossi, ha portato nuova luce sull’ origine apostolica di quel titolo e sulla tradizione che fosse veramente la Domus Priscae. Nel 1776, sotto il pontificato di Pio VI, presso la chiesa fu scoperta un’ antica casa romana con dipinti ed altri monumenti cristiani e in questa si rinvenne il seguente diploma in bronzo, offerto da una città della Spagna nell’ anno 222 a Caio Mario Pudente Corneliano, personaggio senatorio che quella città elesse suo patrono:

IMP . CAES . M . AVR . SEVERO . ALEXANDRO
COS . EIDIB APRILIBVS
CONCILIVM . CONVENTVS . CLVNIENS
C . MARIVM . PVDENTEM . CORNELIA
NVM . LEG . LEG . C . V . PATRONVM
SIBI . LIBERIS . POSTERISQVE SVIS
COOPTAVIT . OB . MVLTA . ET . EGREGIA
EIVS . IN . SINGVLOS . VNIVERSOS
QVE . MERITA . PER . LEGATVM
VAL . MARCELLVM
CLVNIENSEM
p580 Cotesti decreti, costruiti quali città importanti si ponevano a titolo d’ onore sotto il patronato di personaggi ufficiali dell’ impero, erano affissi negli attribuisceî delle case illustri, come stemmi ed emblemi d’ onore. Ora, come dichiara il De Rossi, il nome del predetto senatore lo mostre chiamato dapprima Cornelio Pudente e poi per adozione Mario Pudente Corneliano: il che è un grave indizio circa la veracità dei rapport che la casa di Pudente ebbe con Pietro.
Ecco dunque, che presso la casa di Aquila e Prisca, la quale ebbe strette relazioni con l’ altra celeberrima di Pudente, titulus Pudentis, si trova un monumento d’ un discendente dei Corneli Pudenti. Ma la scoperta, prosegue il De Rossi, fatta sotto Pio VI a s. Prisca non finisce nell’ insigne bronzo di Pudente Corneliano, cimelio preziosissimo che si custodisce nel museo cristiano della biblioteca vaticana. Egli ha trovato nel codice latino 9697 della biblioteca imperiale di Parigi, fra le carte del celebre Ennio Quirino Visconti, commissario delle antichità sotto il predetto pontefice, una notizia d’ una scoperta che era avvenuta da poco presso s. Prisca. Da quella risulta che ivi, poco tempo prima, era stato rinvenuto un antico oratorio adorno di pitture cristiane del secolo quarto quasi cancellate dal tempo, eccetto le imagini degli apostoli. Questo complesso d’ indizî armonizza perfettamente colle tradizioni locali, le quali accennano in quel punto ad un centro della predicazione apostolica in Roma e trovano poi il confronto nelle memoria esistenti d’ un antichissimo cimitero cristiano, cioè quello di Priscilla sulla via Salaria, dove si trovano i nomi dei personaggi ricordati da s. Paolo nelle sue lettere, e che, con la ecclesia domestica di Aquila sull’ Aventino, e di Pudene sul Viminale, ebbero rapporti. Quell’ oratorio era nell’ orto contiguo alla chiesa, e sembra anche avesse fatto parte della casa abitata da quel Pudente Corneliano. Fra quei ruderi si scoprì anche un vaso di vetro sulla cui circonferenza erano effigiate ad incavo le imagini degli apostoli, sopra le cui teste era scritto il loro nome. Il De Rossi ne ha trovato notizia nel Bianchini. Quell’ arnese doveva spettare alle suppellettili sacre e domestiche dei discendenti di Pudente Corneliano. Sembra impossibile che di quella scoperta e del luogo così celebre per la storia delle origini apostoliche del cristianesimo in Roma, niun conto si facesse, e dopo alcun tempo si distruggessero e si abbandonassero, giacchè ivi si rinvennero p581pure frammenti di musaici rappresentanti pesci di ogni specie, che traspaiono dentro l’ acqua, noto simbolo di Cristo e della rigenerazione dei fedeli nella grazia sacramentale, i quali davano nuovo suggello alla tradizione antichissima che ivi l’ apostolo Pietro avesse battezzato. Nel secolo VIII, nell’ annesso monastero abitarono monaci greci; da questi, nel 1062, passò ai Benedettini, che lasciatolo per qualche tempo, vi tornarono sotto Innocenzo III e vi dimorarono sino al 1414. Finalmente la chiesa fu offerta ai Francescani, che la ricusarono per cagione della malvagità ed insalubrità dell’ aria; quindi venne argento Agostiniani.

da ultimo ho trovato delle immagini della Chiesa di Santa Prisca, metto il collegamento:

http://www.gliscritti.it/gallery2/v/Il+colle+Aventino+con+Santa+Prisca+e+Santa+Sabina/

Publié dans:COLLABORATORI DI PAOLO |on 8 juillet, 2008 |Pas de commentaires »

DISCEPOLI DI SAN PAOLO : FILEMONE E APPIA

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/90445

Santi: Filemone ed Appia Sposi e martiri, discepoli di San Paolo

22 novembre

Emblema: Palma

Martirologio Romano: Commemorazione di san Filemone di Colossi, della cui carità per Cristo Gesù si rallegrò san Paolo Apostolo; è venerato insieme a sua moglie santa Affia.

Nel corso di uno dei suoi primi viaggi apostolici, San Paolo aveva conosciuto e convertito un’esemplare famiglia, che viveva a Colossi, nella Frigia. Il marito e padre si chiamava Filemone, ed era un cittadino ricco e stimato. La moglie era un’ottima donna ‘ di nome Appia. Il loro figlio, battezzatosi con i genitori, si chiamava Archippo. Filemone divenne uno dei cristiani più zelanti e più benefici di Colossi. Dopo la partenza di Paolo, predicò egli stesso l’Evangelo, e organizzò la primitiva  » Ecclesia  » della città, riunendo nella propria casa il gruppo dei battezzati e dei catecumeni di Colossi ‘
Filemone e Appia erano benestanti. Avevano perciò degli schiavi al loro servizio. Uno di questi si chiamava Onesimo, nome che in greco significa  » utile « . Egli si dimostrò invece ozioso, disutile e anche disonesto. Dopo un furto commesso ai danni del padrone, fuggì dalla casa di Filemone e si allontanò da Colossi. Stranamente, però, il passaggio di San Paolo doveva aver lasciato una profonda impressione sull’animo dello schiavo. Lo ritroviamo infatti a Roma, sulle orme dell’Apostolo delle genti, che lo battezzò, vedendolo pentito e contrito. Fattolo uguale a tutti gli altri fedeli davanti a Dio, e libero dalle catene del peccato, se non da quelle della schiavitù, Paolo trovò in Onesimo un discepolo affettuoso e prezioso. Avrebbe voluto trattenerlo presso di sé, ma quando venne imprigionato, a Roma, pensò meglio di rimandarlo al legittimo padrone, munendolo di una lettera per Filemone. La lettera di Paolo a Filemone è assai interessante, pur nella sua brevità, per ciò che riguarda il problema degli schiavi. Il Cristianesimo evangelico non imponeva ai credenti di affrancare gli schiavi, né tanto meno incitava gli schiavi alla ribellione. Esortava anzi ad essere pazienti ed obbedienti, come chiedeva ai padroni di trattare gli schiavi alla stregua di fratelli. In questo senso, neanche San Paolo poteva imporre al suo discepolo e amico Filemone la liberazione dello schiavo Onesimo. Ma come veniva raccomandata ai cristiani, e quasi sempre attuata, la rinunzia ai beni materiali, schiavi, specialmente se cristiani, cioè se uniti da un doppio vincolo di fratellanza. La lettera paolina a Filemone è così un capolavoro di tatto e di delicatezza, di affettuosità e anche di commozione, sollecitando la libertà di Onesimo, ma senza imporla.  » Pur avendo in Cristo molta libertà di ordinarti quel che convenga – si legge – preferisco pregarti a titolo di carità, così come sono, Paolo anziano, e ora anche prigionero di Gesù Cristo. Ti prego per la mia creatura che ho generato tra le catene, Onesimo: quello che una volta fu disutile e che ora sarà a te e a me utilissimo « . Infatti, Onesimo non solo fu perdonato da Filemone e da Appia, ma fu da loro affrancato. Tornò al fianco di Paolo, servo volontario dello schiavo di Cristo, e si fece latore di altre lettere, queste non più scritte a sua discolpa. Morto Martire, la Chiesa onora anche lui come un Santo. Del giusto Filemone e della sua moglie Appia non si sa molto di più. La tradizione dice che egli fu Vescovo di Colossi, e che ambedue gli anziani e benefici coniugi caddero Martiri della persecuzione di Nerone.

Fonte:

 

Archivio Parrocchia

 

Publié dans:COLLABORATORI DI PAOLO |on 2 mai, 2008 |Pas de commentaires »

COLLABORATORI DI SAN PAOLO: SANTI AQUILA E PRISCILLA

dal sito:

http://santiebeati.it/dettaglio/61150

Santi Aquila e Priscilla:  Sposi e martiri, discepoli di San Paolo

8 luglio

Aquila e Priscilla erano due coniugi giudeo – cristiani, molto cari all’apostolo Paolo per la loro fervente e molteplice collaborazione alla causa del Vangelo. Aquila, giudeo originario del Ponto, trasferitosi in tempo imprecisato a Roma, sposò Priscilla (o Prisca). L’apostolo intuì subito le buone qualità dei due coniugi, quando chiese di essere ospitato nella loro casa a Corinto. I due lo seguirono anche in Siria, fino ad Efeso. Qui istruirono nella catechesi cristiana Apollo, l’eloquente giudeo – alessandrino, versatissimo nelle Scritture, ma ignaro di qualche punto essenziale della nuova dottrina cristiana, come il battesimo di Gesù. Aquila e Priscilla fecero in modo di battezzarlo prima che partisse per Corinto. Niente si può asserire con certezza sul tempo, luogo e genere di morte di Aquila e Priscilla, dato che le uniche fonti su di essi sono citazioni bibliche. Alcuni identificano Priscilla con la vergine e martire romana Prisca e Aquila con qualcuno della gens Acilia, collegata con le Catacombe, perciò i due sarebbero martiri per decapitazione. (Avvenire)

Martirologio Romano: Commemorazione dei santi Aquila e Prisca o Priscilla, coniugi, che, collaboratori di san Paolo, accoglievano in casa loro la Chiesa e per salvare l’Apostolo rischiarono la loro stessa vita.

Aquila e Priscilla erano due coniugi giudeo-cristiani, molto cari all’apostolo s. Paolo per la loro fervente e molteplice collaborazione alla causa del Vangelo. Aquila, giudeo originario del Pònto, trasferitosi in tempo imprecisato a Roma, sposò Priscilla o Prisca, come è due volte chiamata.
Troviamo i due santi per la prima volta a Corinto, quando Paolo vi arrivò nel suo secondo viaggio apostolico l’anno 51: essi erano venuti da poco nella capitale dell’Acaia provenienti da Roma, loro abituale dimora, in seguito al decreto dell’imperatore Claudio, che ordinava l’espulsione da Roma di tutti i giudei, fossero essi cristiani, o meno. Aquila e Priscilla erano probabilmente cristiani prima del loro incontro con Paolo a Corinto, come sembra suggerire la familiarità che subito nacque tra di loro, benché il Sinassario Costantinopolitano li dica battezzati da Paolo. L’apostolo intuì subito le buone qualità dei due coniugi e l’utilità che ne poteva trarre per la sua difficile missione a Corinto e chiese o accettò di essere loro ospite. Esercitando essi il medesimo mestiere di Paolo (fabbricanti di tende), diedero all’apostolo agio di poter lavorare e provvedersi il necessario alla vita senza essere di peso a nessuno. Quando poco dopo si dice che Paolo, lasciata la sinagoga, « entrò nella casa d’un tale Tizio Giusto, proselita », non è necessario pensare che abbia lasciato la casa di Aquila e Priscilla; I’apostolo, abbandonata la sinagoga per il rifiuto dei giudei a convertirsi, avrebbe scelto come luogo di predicazione e di culto la casa vicina ad essa, quella del proselita Tizio Giusto, mantenendo però come dimora abituale durante l’anno e mezzo che rimase a Corinto la casa di Aquila e Priscilla. È opportuno notare a questo riguardo che non si dice fungesse da « chiesa domestica » l’abitazione dei due a Corinto, come era invece il caso di quelle che essi avevano a Roma e a Efeso. Quando s. Paolo, terminata la sua missione a Corinto, volle fare ritorno in Siria, ebbe compagni di viaggio A. e P. fino ad Efeso, dove essi rimasero. L’oggetto del loro viaggio potrà essere stato commerciale, ma l’averlo fatto coincidere con quello di Paolo indica, oltre alla loro stima ed amore per lui, che essi non erano estranei alle sue preoccupazioni apostoliche. Ad Efeso infatti li vediamo premurosi, dopo la partenza dell’apostolo, nell’istruire « nella via del Signore », cioè nella catechesi cristiana, nientemeno che il celebre Apollo, l’eloquente giudeo-alessandrino, versatissimo nelle Scritture, ma ignaro di qualche punto essenziale della nuova dottrina c ristiana, come il battesimo di Gesù. Aquila e Priscilla, mossi da apostolico zelo, si presero cura di completare la sua istruzione e probabilmente di battezzarlo prima che egli partisse per Corinto. Ad Efeso offrirono la loro casa a servizio della comunità per le adunanze cultuali (ecclesia domestica) e, secondo la lezione di alcuni codd. greci, seguiti dalla Volgata latina, s. Paolo sarebbe stato loro ospite anche ad Efeso, come già lo era stato a Corinto. Scrivendo infatti da Efeso (verso il 55) la prima lettera ai Corinti, dice: « Molti saluti nel Signore vi mandano Aquila e Priscilla, con quelli che nella loro casa si adunano, dei quali sono ospite ». Ma l’elogio più caldo di Aquila e Priscilla Io fa l’apostolo scrivendo da Corinto ai Romani nell’a. 58 (intanto i due coniugi per ragione del loro commercio si erano trasferiti a Roma). Nella lunga serie di venticinque persone salutate nel c. 16 della lettera ai Romani Aquila e Priscilla sono i primi: « Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù: per salvare a me la vita, essi hanno rischiato la testa; a loro non solo io rendo grazie, ma anche tutte le Chiese dei gentili. Salutate anche la comunità che si aduna in casa loro ». In queste parole si sente l’animo grato dell’apostolo per i suoi insigni benefattori, che con grave loro pericolo gli hanno salvato la vita, in un’occasione non meglio precisata: forse ad Efeso, durante il tumulto degli argentieri capeggiati da Demetrio. Grande lode è poi per i due santi sposi che tutte le Chiese dei gentili siano loro debitrici d i gratitudine; di tre delle principali – Corinto, Efeso, Roma – si è fatto cenno nei testi sopracitati. L’ultima menzione di Aquila e Priscilla l’abbiamo nell’ultima lettera di s. Paolo che, prigioniero di Cristo per la seconda volta a Roma, scrive al suo discepolo Timoteo, vescovo di Efeso, incaricandolo di salutare Priscilla e Aquila, che di nuovo si erano recati ad Efeso. Niente si può asserire con certezza sul tempo, luogo e genere di morte di Aquila e Priscilla, dato che le uniche fonti su di essi sono le poche notizie bibliche citate. Alcuni, volendo identificare Priscilla, moglie di Aquila, con la vergine e martire romana s. Prisca. venerata nella chiesa omonima sull’Aventino, e con Priscilla, la titolare delle Catacombe della Via Salaria, e credendo altresì ravvisare nel nome di Aquila qualcuno della gens Acilia collegata con le dette Catacombe, li fanno martiri, anzi, prendendo occasione dal « cervices suas supposuerunt » di Rom. 16,4. determinano il genere di martirio: la decapitazione.

Autore: Teofilo Garcia de Orbiso

Publié dans:COLLABORATORI DI PAOLO |on 2 mai, 2008 |Pas de commentaires »
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