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SANTA LUCIA – (SULLE ORME DELL’APOSTOLO PAOLO)

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SANTA LUCIA – (SULLE ORME DELL’APOSTOLO PAOLO)

(ANNO PAOLINO)

Siamo nell’ « Anno paolino ». Il nostro Arcivescovo, pubblicando la Lettera Pastorale dal titolo « Sulle orme dell’ Apostolo Paolo », ha tracciato le coordinate del cammino di tutta la comunità diocesana in questo anno ispirato alla figura e all’insegnamento di San Paolo. Noi intendiamo fare una riflessione « luciana » mettendo in evidenza come Santa Lucia, con le sue scelte di vita, si sia posta sulle orme dell’Apostolo Paolo.

IL MARTIRIO
Anzitutto il fatto più importante che accomuna Santa Lucia con San Paolo è evidentemente il martirio. San Paolo, che ha soggiornato per tre giorni a Siracusa, ha certamente comunicato alla nostra gente il Vangelo della salvezza e ha sparso nella nostra terra il seme del cristianesimo: la sua totale dedizione a Cristo, che lo portava a identificare la sua vita con Cristo e che gli faceva dire: « Per me vivere è Cristo » (Fil 1,21), ha certamente affascinato e « contagiato » i Siracusani. E Santa Lucia è la siracusana più illustre che ha seguito le orme di San Paolo.
Ma il martirio è l’epilogo di una vita, è la conclusione coerente di una vita donata a Cristo: ha il coraggio di morire per Cristo solo chi è vissuto per Cristo. Allora, noi ci chiediamo: quali scelte di vita costituiscono il terreno su cui fiorisce il martirio? San Paolo compendia in pochissime parole la scaturigine profonda della sua donazione a Cristo, originata dalla constatazione stupefatta del Dono che Cristo ha fatto di se stesso all’uomo: « mi ha amato e ha dato se stesso per me » (GaI 2,20). La scelta del credente è consequenziale alla scelta di Dio che si dona all’uomo. Il mistero del Natale ci rivela questa scelta di Dio.
Per scoprire come il sentire di Santa Lucia si ispira a San Paolo, ripercorriamo gli Atti del martirio della Santa, e precisamente il codice « Papadopulo » che è la descrizione più attendibile della vita e del martirio della vergine siracusana.
LA LUCE
Il nome stesso di Lucia ci parla di luce. Per questo motivo i fedeli hanno scelto questa Santa come protettrice della vista fisica e spirituale, della luce degli occhi del corpo e della luce degli occhi dell’ anima, della luce della fede. Santa Lucia è modello di fede, come si scopre nella sua vita e nel suo martirio secondo la descrizione degli Atti. Il tema della luce è molto presente nelle Lettere di San Paolo: l’Apostolo, nella F’ Lettera ai Tessalonicesi, definisce i cristiani « figli della luce » (1 Ts 5,5).
E nella sezione parenetica della Lettera ai Romani porta una metafora bellissima: « La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce » (Rm 13,12). L’esortazione di San Paolo è fondata su un messaggio di speranza: quanto più la notte è inoltrata, tanto più è vicina la luce del giorno. Non dimentichiamolo quando gettiamo lo sguardo sulla notte rappresentata dalla eclissi dei valori dei tempi attuali. San Paolo e Santa Lucia, convogliando la nostra attenzione sulla luce, ci introducono nel mistero di Cristo, « Luce del mondo ». Con queste parole Gesù si è presentato agli uomini: « lo sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita » (Gv 8,12). Senza Cristo l’uomo brancola nelle tenebre, smarrisce il senso della vita, non sa più da dove viene e dove va, non conosce il perché della vita, perde le coordinate della sua esistenza.
Il Concilio Ecumenico Vaticano II ci dice: « Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell ‘uomo. [ ... ] Cristo, proprio rivelando il mistero del Padre e del Suo Amore, svela anche pienamente l’uomo all ‘uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione ». (GS 22).
VERGINITA’ E CARITA’
Come si ricava dal codice « Papadopulo », alla base di tutta la vita di Santa Lucia sta la sua scelta radicale di amore a Cristo, la sua consacrazione totale al Signore nella verginità. Così dice lei alla madre Eutichia: « Ora questo solo ti chiedo, che tu non mi parli più di sposo, né volere da me frutti caduchi ».
E intimamente connessa con questa scelta è la donazione dei suoi averi ai poveri. Dice ancora Lucia alla madre: « Dona a Cristo mentre sei in vita ciò che hai acquistato o che hai promesso di darmi ».
Verginità e carità sono interconnesse: il senso della verginità è l’amore profondo a Cristo e a coloro dove Cristo è maggiormente presente, cioè i poveri. Santa Lucia è stata denunciata come cristiana dal suo pretendente perché deluso dopo che Lucia aveva fatto il voto di verginità e nello stesso tempo perché egli vedeva sfumare il ricco patrimonio di Lucia a causa della sua generosa liberalità a favore dei poveri.
Ebbene, sia della verginità sia della carità San Paolo è maestro e testimone: le sue Lettere sono eloquentissime in questa duplice direzione.
Nella prima direzione, in ordine alla verginità, basta leggere, nella I Lettera ai Corinzi, la descrizione della verginità che consiste nell ‘avere un cuore indiviso: « Chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso » (1 Cor 7,32-34).
La verginità è un ideale per alcune persone chiamate dal Signore: San Paolo, mentre la esalta, afferma che non è la vocazione di tutti: « Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro » (1 Cor 7,7). Santa Lucia ha il dono della verginità: la sua scelta è un dono di Dio.

Nella seconda prospettiva, in ordine alla carità, troviamo, disseminate nelle Lettere dell’ Apostolo, le esortazioni alla carità: « Siate solleciti per le necessità dei fratelli » (Rm 12,13). E l’Apostolo propone il Signore come modello di carità: « Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore » (Ef 5, 1-2).
In riferimento alla carità particolarmente verso i poveri, con queste parole è presentato Gesù Cristo come modello quando l’Apostolo organizza una colletta a favore dei cristiani di Gerusalemme: « Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà » (2 Cor 8,9).
Santa Lucia ha donato ai poveri il suo patrimonio e la ricchezza del suo amore. La sopra citata espressione di San Paolo costituisce per noi una suggestiva lettura del mistero del Natale.
Gesù Cristo, era ricco perché Dio, e si è fatto povero perché si è incarnato prendendo la nostra povera natura umana (la povertà radicale del Natale sta nel fatto che il Figlio di Dio si è spogliato delle sue prerogative divine ed è divenuto uomo mortale: cfr Fil 2,7); lo scopo di questa scelta di Dio è quello di voler rendere l’uomo partecipe della vita divina, cioè di arricchire infinitamente l’uomo.
IL CRISTIANO: TEMPIO DELLO SPIRITO SANTO
Il culmine del processo contro Santa Lucia, secondo la descrizione del codice Papadopulo, è raggiunto quando lei parla della inabitazione dello Spirito Santo.

« Oh, dunque tu credi – disse Pascasio – di avere lo Spirito Santo?
Lucia rispose: “L’Apostolo ha detto: Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi ». Pascasio disse: « Ti farò condurre in un luogo infame, e quando comincerai a vivere nel disonore, cesserai di essere il tempio dello Spirito Santo ». Lucia disse: « Non viene deturpato il corpo se non dal consenso della mente. [ ... ] Che se tu ordini che io subisca violenza contro la mia volontà, sarà duplicata la corona della mia castità ».

Santa Lucia cita espressamente il brano della I Lettera di San Paolo ai Corinzi (cfr. 1 Cor 3,16-17).
Noi notiamo, in Lucia, la consapevolezza gioiosa di essere tempio di Dio, il suo santo orgoglio per questa dignità altissima, unitamente alla sua ferma volontà di non dissacrare questo tempio vivente.
San Paolo, e di conseguenza anche Santa Lucia, hanno coscienza di essere tempio di Dio perché vitalmente uniti a Cristo sì da formare un solo corpo, e Cristo è il tempio vero di Dio perché in Lui « abita corporalmente tutta la pienezza della divinità » (Col 2,9). Gesù stesso preannuncia la sua risurrezione con parole che richiamano la realtà del suo corpo che è tempio di Dio: « Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere » (Gv 2,19).
LA FORTEZZA CRISTIANA
Una caratteristica particolarmente affascinante di Santa Lucia è la sua fortezza morale. Niente e nessuno riesce a smuoverla dal suo proposito di rimanere fedele a Cristo. Il racconto riportato dal codice ci descrive che né con la forza dei soldati né con la forza dei buoi fu possibile trascinarla via. È una descrizione emblematica che simboleggia la fortezza del suo animo, dono dello Spirito Santo. Così continua la narrazione:
« Allora Pascasio, furioso, comanda ai lenoni di prenderla e di adunare a vergogna di lei tutta la plebaglia, affinché le fosse fatto oltraggio e morisse nel disonore. Ma quando si tentò di trascinarla verso il luogo infame, lo Spirito Santo le diede tale immobilità che nessuno riusciva a smuoverla dal sito in cui era.
Si aggiunse un gran numero di soldati, che la spingevano violentemente; anch’essi sfiniti dal grave sforzo, venivano meno, mentre la Vergine di Cristo restava immobile. [ ... ] Indi Pascasio ordinò che si aggiogassero dei buoi per trascinarla, ma neanche ricorrendo a ciò riuscirono a smuovere la Vergine di Cristo, che lo Spirito Santo manteneva immobile ».
Questa consapevole fortezza di Lucia corrisponde all’insegnamento e alla testimonianza di San Paolo.
L’Apostolo esortava i cristiani: « Siate forti nella tribolazione » (Rm 12,12). E insegnava che « lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza » (Rm 8,26). Il suo indomito coraggio nelle avversità, la sua tenace resistenza nelle persecuzioni, la sua fermezza nell’affrontare pericoli di ogni sorta lungo i viaggi per evangelizzare, costituiscono un modello di fortezza morale.
Questa fortezza ha in Dio la sua sorgente: si tratta della « potenza straordinaria che viene da Dio » (cfr 2 Cor 4,7): « Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi; portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale » (2 Cor 4,8-11).
Con San Paolo, Santa Lucia ci dice con la sua vita e con il suo martirio: « Chi ci separerà dall’amore di Cristo? » (Rm 8,35).

Publié dans:Paolo - e gli altri santi |on 21 juin, 2014 |Pas de commentaires »

18 MARZO: SAN CIRILLO DI GERUSALEMME

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18 MARZO: SAN CIRILLO DI GERUSALEMME

(metto solo la II catechesi mistagogica incentrata di più su Paolo)

La Catechesi battesimale e quella mistagogica

Cirillo di Gerusalemme nacque in Palestina tra il 313 e il 315; non abbiamo notizia precisa né del luogo, né della data di nascita, né come abbia trascorso i primi anni della sua vita. Visse mentre la Palestina e la Terra Santa diventava meta di pellegrinaggi e la Chiesa affrontava i primi problemi ed eresie . Tutta la sua vita è coinvolta nel travaglio della Chiesa dei primi anni. In quelli anni Costantino innalzava al posto dei tempi pagani i sacri edifici del Golgota, della Risurrezione e della Pentecoste.
Fu ordinato diacono da Macario, suo vescovo e già padre conciliare a Nicea, e poi presbitero da Massimo.
Poi ordinato vescovo dal suo metropolita Acacio e deposto dal Concilio di Gerusalemme nel 357, si rifugiò ad Antiochia. In seguito lasciò Antiochia per andare in esilio a Tarso, dove gli fu permesso di esercitare anche lì le sue funzioni di vescovo e catecheta, finché non fu restituito alla sua sede nel 359. Un secondo esilio durò fino al 361 anno della morte di Costanzo che lo aveva perseguitato. Ma, verso il 367, l’imperatore Valente lo condanna all’esilio, di nuovo, dal quale potrà tornare solo nel 378, definitivamente, dopo la morte di Valente.
Nel 381 prese parte al Concilio II di Costantinopoli. Morì probabilmente il 18 marzo del 387, data che i calendari liturgici dell’Oriente e dell’Occidente commemorano la sua memoria. La sua opera più celebre sono le 24 Catechesi, pronunciate nel 348 o 350 per lo più nella Basilica del Santo Sepolcro.
Nelle Catechesi san Cirillo propone una sintesi della dottrina cristiana per il fedele, e attraverso loro possiamo avere preziose indicazioni riguardo i luoghi di culto innalzati da s. Costantino. Queste Catechesi, come molti manoscritti ricordano, devono essere state raccolte da qualche uditore.
È noto che ai tempi delle Catechesi di s. Cirillo la croce di Cristo, trovata da s. Elena, madre dell’imperatore, era già innalzata sulla roccia del Calvario (Golgota), assieme al sepolcro unico luogo di culto cristiano. Il complesso Calvario-Sepolcro formava un’unica strutturale sacra: sul sepolcro Costantino aveva innalzato la chiesa dell’Anastasis collegata con un atrio al Calvario. Tra le due s’innalzava la croce.
Nella terza catechesi battesimale parla del santo battesimo attraverso il quale vengono rimessi tutti i peccati, anche quelli più gravi:
Abbi fiducia, Gerusalemme, il Signore eliminerà le tue iniquità . Il Signore laverà le vostre brutture…; ‘spargerà su di voi acqua pura e sarete purificati da ogni peccato. Gli angeli vi fanno corona esultanti e presto canteranno: ‘Chi è costei che ascende immacolata, appoggiata al suo diletto?. Costei, infatti, è l’anima già schiava ed ora libera di chiamare fratello adottivo il suo Signore, che accogliendone il proposito sincero le dice: Ecco, ora sei bella, quanto bella! … Così egli esclama alludendo ai frutti di una confessione fatta con buona coscienza… Voglia il cielo che tutti… manteniate vivo il ricordo di queste parole e ne traiate frutto traducendole in opere sante per presentarvi irreprensibili al mistico Sposo e ottenere dal Padre il perdono dei peccati.
Nella tredicesima catechesi battesimale, parlando della Crocifissione e morte di Cristo, s. Cirillo insegna:
Fu vera la sua passione; vera infatti fu la sua crocifissione… Se invero qui ora lo negassi, insorgerebbero per confutarmi questo Golgota dove adesso siamo tutti riuniti.
Nella diciannovesima catechesi, chiamata anche prima catechesi mistagogica ai neofiti, sul battesimo, pronunziata nella Chiesa dell’Anastasis dopo l’Eucarestia del lunedì di Pasqua, spiega i principali riti precedentemente svoltisi nel vestibolo del battistero. Ci descrive l’ordine seguito dalla Chiesa: rinunzia a satana, alle sue opere e alle sue seduzioni e la stipula del patto battesimale con le promesse di fedeltà a Cristo:
Appena entrati nel vestibolo dell’edificio dove si amministra il battesimo, standovene rivolti in piedi verso Occidente, avete ascoltato l’ordine di stendere la mano e di rinunziare a satana come se fosse presente.
Nella ventesima catechesi, o seconda catechesi mistagogica ai neofiti, sul battesimo descrive il rito battesimale della Chiesa:
Presi per mano siete stati accompagnati alla santa piscina del divino lavacro, come Cristo deposto dalla croce nella tomba qui di fronte. Qui foste interrogati uno ad uno se credevate nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo e voi avete fatto la salutare confessione di fede. Per tre volte siete stati immersi nell’acqua e per ciascuna delle tre ne siete riemersi, per simboleggiare i tre giorni della sepoltura di Cristo.
Nella ventitreesima ed ultima delle Catechesi, o quinta catechesi mistagogica, è dedicata sul Sacrificio eucaristico. Dopo aver parlato dell’Eucarestia come mistero del corpo e sangue del Signore, il santo spiega che attraverso la celebrazione della Divina Liturgia se ne rinnovi la memoria. San Cirillo ci offre anche una ampia spiegazione della preghiera del Padre nostro.
Ai neofiti che si accostano all’Eucaristia insegna per ricevere il corpo di Cristo:
Quanto ti accosti, non stendere le palme delle mani con dita disgiunte; ma con la sinistra facendo un trono alla destra che deve accogliere il Re, ricevi il Corpo di Cristo sul cavo della destra, dicendo « Amen ».
Quando la tua mano viene a contatto del corpo santo, santifica gli occhi, attento a non lasciarne cadere qualche frammento, perché sarebbe per te come perdere un membro del tuo corpo.
Per accedere alla comunione per ricevere il sangue di Cristo:
Dopo la comunione col corpo di Cristo, accostati al calice del suo sangue senza stendere le mani, ma prendine inchinandoti con gesto della massima adorazione e dicendo: « Amen » santificati tutto. Finché hai il sangue di Cristo sulle labbra, toccalo con le mani e con esso santifica gli occhi, la fronte e gli altri sensi.
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Riportiamo la IX, X, XV, XVII, Catechesi battesimale per intero e le Catechesi mistagogiche.
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II CATECHESI MISTAGOGICA
Con lettura dell’Epistola ai Romani, dalle parole: «O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Gesù Cristo, siamo stati battezzati nella sua morte» fino a «non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia».
La spiegazione dei riti del battesimo
1. Sono a voi utili queste istruzioni quotidiane sui misteri e i nuovi insegnamenti che proclamano nuove situazioni, tanto più che voi siete stati rigenerati dal vecchio al nuovo. Per questo è necessario che io per ordine vi esponga il seguito della mistagogia di ieri per comprendere la simbologia dei riti che si sono svolti su di voi nell’interno dell’edificio.
Spogliarsi della tunica
2. Appena entrati vi siete tolti la tunica. Ciò per la raffigurazione che si eliminava l’uomo vecchio con le sue abitudini. Spogliati siete rimasti nudi, imitando in ciò Cristo nudo sulla croce. Egli nella nudità spogliò i principati e le potestà trionfando a fronte alta sulla croce. Poiché nelle vostre membra si nascondevano le potenze avverse, non vi è più permesso portare la vecchia tunica. Non vi parlo minimamente della tunica visibile, ma dell’uomo vecchio che si corrompe nelle passioni ingannatrici. L’anima che una volta se ne sia spogliata non se ne rivesta di nuovo, ma dica con la sposa di Cristo nel « Cantico dei Cantici »: «Mi sono spogliata della tunica, perché indossarla?». Che meraviglia! Siete stati nudi davanti agli occhi di tutti e non vi siete arrossiti. Portavate veramente l’immagine del primo uomo Adamo, che nel paradiso era nudo e non si vergognava.
L’unzione
3. Poi svestiti siete stati unti con l’olio esorcizzato, dalla cima dei capelli sino all’estremità del corpo, divenendo partecipi del buon ulivo che è Gesù Cristo. Recisi dall’oleastro siete stati innestati nell’ulivo buono e siete divenuti partecipi dell’abbondanza dell’ulivo. L’olio esorcizzato simboleggia la partecipazione all’abbondanza del Cristo che mette in fuga ogni traccia di potenza avversa. Come le insufflazioni dei Santi e la invocazione del nome di Dio e la preghiera riceve una tale forza che non solo purifica bruciando le tracce dei peccati, ma anche insegue le potenze invisibili del maligno.
Morte e vita
4. Dopo per mano siete stati condotti alla santa piscina del divino battesimo come il Cristo dalla croce alla tomba che vi è davanti. Ognuno è stato interrogato se crede nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Avete fatto la confessione salutare e vi siete immersi per tre volte nell’acqua e di nuovo siete risaliti simboleggiando la sepoltura di tre giorni del Cristo. Come il nostro Salvatore passò tre giorni e tre notti nel cuore della terra, così anche voi con la prima emersione avete imitato il primo giorno del Cristo sottoterra e nella immersione la notte. Colui che è nella notte più non vede e chi, invece, è nel giorno vive la luce, così nella immersione, come nella notte, nulla vedete, ma nella emersione di nuovo vi trovate come nel giorno. Nello stesso tempo siete morti e rigenerati. Quest’acqua salutare fu la vostra tomba e la vostra madre. Ciò che disse Salomone per altre cose si può adattare a voi. Nel passo infatti disse: «C’è il tempo di nascere e il tempo di morire». Per voi l’inverso: il tempo di morire è il tempo di nascere. Un solo tempo ha conseguito le due cose: la vostra nascita ha coinciso con la morte.
La realtà della salvezza
5. O cosa strana e paradossale! Non siamo veramente morti, né veramente seppelliti, né veramente crocifissi e risuscitati, ma l’imitazione in immagine è salvezza nella realtà. Il Cristo è stato realmente crocifisso, realmente seppellito e realmente è risorto. Ogni grazia ci è stata elargita perché partecipando alle sue sofferenze lo imitiamo guadagnando in realtà la salvezza. O misericordia senza misura! Cristo ha ricevuto i chiodi nelle sue mani pure ed ha sofferto; a me, invece, senza soffrire e penare, per la partecipazione è donata la salvezza.
Simbolo della passione di Cristo
6. Nessuno creda che il battesimo conferisca solo la remissione dei peccati e la grazia dell’adozione di figlio, come il battesimo di Giovanni che procura soltanto la remissione dei peccati. Ma noi sappiamo esattamente che come è la purificazione dei peccati e l’intermediario del dono dello Spirito Santo, così è il simbolo della passione di Cristo. Per questo Paolo poco fa ha proclamato altamente: «Ignorate che quanti siamo stati battezzati in Gesù Cristo, siamo stati battezzati nella sua morte? Noi siamo stati sepolti con lui mediante il battesimo». Questo diceva forse per alcuni che ammettevano il battesimo come intermediario della remissione dei peccati e della figliolanza dell’adozione e non la partecipazione in figura della vera passione di Cristo.
Una stessa pianta
7. Sappiamo dunque che quanto Cristo sopportò, l’ha sofferto in realtà e non in apparenza per noi e per la nostra salvezza, e noi diveniamo partecipi della sua passione. Paolo lo proclama con tutta franchezza: «Se siamo divenuti una stessa pianta con lui per la somiglianza nella sua morte, lo saremo anche per la resurrezione». Ben detto: «una stessa pianta». Qui fu piantata la vera vigna e noi, per la partecipazione al battesimo della morte, siamo divenuti una stessa pianta con lui. Approfondisci con molta attenzione le parole dell’Apostolo. Non dice: se siamo divenuti una medesima pianta con lui per la morte, ma per la somiglianza alla sua morte. In realtà in Cristo c’è stata la morte vera, l’anima si è separata dal corpo, la sua sepoltura fu vera e il suo santo corpo fu avvolto in un lenzuolo puro. In lui tutto è veramente avvenuto. Per noi è solo una somiglianza di morte e di sofferenze, ma per la salvezza non è somiglianza, ma verità.
Una nuova vita
8. Abbastanza istruiti in queste cose vi prego di ritenerle a memoria perché io indegno vi possa dire: «Vi amo perché sempre vi ricordate di me, ritenendo le tradizioni che vi ho trasmesso». Dio è potente. Egli che da morti vi ha reso vivi, vi concede di condurre una nuova vita. A lui la gloria e la potenza ora e per i secoli. Amen.

“ORA ET LABORA”: MOTTO PAOLINO.

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“ORA ET LABORA”: MOTTO PAOLINO.

Il motto “ora et labora” ormai viene attribuito, anche nei discorsi ufficiali degli ultimi Sommi Pontefici, a san Benedetto.
Leggendo, però, la sua Regola non troviamo mai il motto in questione, né l’accostamento immediato tra preghiera e lavoro.
Storicamente, dobbiamo risalire indietro nel tempo e andare agli inizi stessi del monachesimo, per trovare nella biografia di sant’Antonio Abate, scritta da sant’Atanasio, la vera origine di questo binomio.
Nella Vita di Antonio è narrato l’episodio nel quale un Angelo, alternando preghiera e lavoro, consegna al grande Anacoreta e al monachesimo cristiano “la Regola” che supera l’apparente contraddizione tra il comando divino: «Mangerai il tuo pane solo dopo avertelo sudato con un duro lavoro» (Gen 3,19), e l’invito di Gesù a «pregare sempre, senza stancarci» (Lc 18,1).
Prima di Antonio, l’apostolo Paolo aveva già risolto questo dilemma, scrivendo ai suoi discepoli di Tessalonica motivato dal fatto che alcuni di essi avevano stravolto, in modo strumentale, il suo invito a «pregare ininterrottamente» (1Ts 5,17) e, con questa scusa, «vivevano disordinatamente, senza far nulla», pretendendo di essere mantenuti dalla Comunità.
L’Apostolo si ribella a tale interpretazione, ed «esorta tutti nel Signore Gesù Cristo, a mangiare il pane, lavorando in pace» (2Ts 3,11-12).
San Paolo dichiara che questa è la “Regola” che lui ha consegnato ai suoi discepoli, insieme al “suo vangelo”. Tutti devono osservarla, perché, conclude in modo perentorio: «Chi non vuole lavorare, non dovrebbe neanche mangiare» (3,10).
Dell’osservanza di questa “Regola” e di come l’Apostolo, prima di proporla agli altri, l’abbia lui stesso vissuta, ci parla Luca negli Atti degli Apostoli, quando ci ricorda che Paolo, a Corinto, prese alloggio nella casa di Aquila e Priscilla «dove lavorava insieme a loro, perché faceva lo stesso mestiere di fabbricante di tende» (At 18,3); perciò, nel discorso d’addio agli Anziani di Efeso, egli può dire di se stesso, senza falsa umiltà: «Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!» (At 20,34-35).
Forse san Benedetto si è ispirato a questi testi paolini quando, nell’eventualità che i monaci «si occupino personalmente della raccolta dei prodotti agricoli», li invita a non lamentarsi, anzi a vedere in ciò un dono della divina Provvidenza, «perché i monaci sono veramente tali, quando vivono del lavoro delle proprie mani come i nostri Padri e gli Apostoli» (RB, 48,7-8).
E, a proposito dei “Padri” (monastici) a cui ci rimanda il fondatore di Montecassino: nei “Detti dei Padri del deserto” ce n’è uno attribuito all’abate Lucio, dove si smonta, con sottile ironia, l’eresia monastica dei messaliani, i quali presumevano di poter attuare alla lettera il comando paolino di «pregare senza interruzione».
Il saggio Anziano non interrompendo neppure per la mensa la preghiera dei suoi ospiti – che di questo si lamentarono con lui – fece loro capire come il lavoro manuale, accettato per il proprio mantenimento e per poter aiutare i poveri, permetta al monaco d’imitare l’Apostolo e lo stesso Signore Gesù, che a Nazaret, fino all’età di trent’anni, così visse.
Il monaco che sa unire la preghiera al lavoro, arriva, di fatto, alla “preghiera ininterrotta”, perché con l’elemosina, frutto del suo stesso lavoro, egli troverà dei poveri che, per riconoscenza, pregheranno per lui quando egli, fisicamente, non potrà farlo. Il “detto” sembra la riproposizione letterale di ciò che disse Paolo agli Anziani di Efeso.
Anche in questo caso potremmo constatare come “ci sia più gioia nel dare (ai poveri il frutto del proprio lavoro), che nel ricevere (da Dio ciò che gli chiediamo con la nostra povera preghiera)”.

Possiamo, dunque, dire che il motto “ora et labora” più che benedettino è paolino.
Dall’Apostolo, infatti, impariamo a vivere bene i due momenti, non come contrapposti, ma come complementari l’uno all’altro.
Non a caso la «continua agitazione» (1Ts 3,12) che egli rimprovera agli oranti “fannulloni” di Tessalonica, Gesù ha cercato di correggerla nell’ospitale e “laboriosa” sua amica, Marta (Lc 10,41).
Con questi insegnamenti, noi dovremmo vivere senza agitazione, perciò con «con tranquillità» (2Ts 3,12), sia il momento della “preghiera” (che ha la giusta priorità nella RB, in quanto riguarda il nostro rapporto interpersonale con Dio), e sia il tempo del “lavoro” (anch’esso necessario perché è attuazione pratica dell’amore verso il prossimo).
È significativo che in greco san Paolo ci chieda di lavorare «µet? ?s???a?» (2Ts 3,12); una parola: l’esichia, che nell’Oriente cristiano indica “la preghiera del cuore” e la pace interiore che da essa proviene. Dunque:“Ora et labora” ma sempre con esichia.

p. Salvatore Piga

REGOLA DI S. BENEDETTO – (A METÀ LETTURA: LA GIOIA PASQUALE DELL’APOSTOLO DELLE GENTI)

http://www.ora-et-labora.net/gioia.html

REGOLA DI S. BENEDETTO – (A METÀ LETTURA: LA GIOIA PASQUALE DELL’APOSTOLO DELLE GENTI)

PROLOGO DELLA REGOLA

Quando poi il Signore cerca il suo operaio tra la folla, insiste dicendo: « Chi è l’uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici? ». Se a queste parole tu risponderai: « Io! », Dio replicherà: « Se vuoi avere la vita, quella vera ed eterna, guarda la tua lingua dal male e le tue labbra dalla menzogna. Allontanati dall’iniquità, opera il bene, cerca la pace e seguila ». Se agirete così rivolgerò i miei occhi verso di voi e le mie orecchie ascolteranno le vostre preghiere, anzi, prima ancora che mi invochiate vi dirò: « Ecco sono qui! ».

Capitolo V – L’obbedienza
Ma questa obbedienza sarà accetta a Dio e gradevole agli uomini, se il comando ricevuto verrà eseguito senza esitazione, lentezza o tiepidezza e tantomeno con mormorazioni o proteste, perché l’obbedienza che si presta agli uomini è resa a Dio, come ha detto lui stesso: « Chi ascolta voi, ascolta me ». I monaci dunque devono obbedire con slancio e generosità, perché « Dio ama chi dona con gioia ».

Capitolo VII – L’umilità
E per dimostrare come il servo fedele deve sostenere per il Signore tutte le possibili contrarietà, esclama per bocca di quelli che patiscono: « Ogni giorno per te siamo messi a morte, siamo trattati come pecore da macello ». Ma con la sicurezza che nasce dalla speranza della divina retribuzione, costoro soggiungono lietamente: « E di tutte queste cose trionfiamo in pieno, grazie a colui che ci ha amato ».

Capitolo XLIX – La quaresima dei monaci
Perciò durante la Quaresima aggiungiamo un supplemento al dovere ordinario del nostro servizio, come, per es., preghiere particolari, astinenza nel mangiare o nel bere, in modo che ognuno di noi possa di propria iniziativa offrire a Dio « con la gioia dello Spirito Santo » qualche cosa di più di quanto deve già per la sua professione monastica; si privi cioè di un po’ di cibo, di vino o di sonno, mortifichi la propria inclinazione alle chiacchiere e allo scherzo e attenda la santa Pasqua con l’animo fremente di gioioso desiderio.

LA GIOIA DEI DISCEPOLI
Inondati dalla luce gioiosa del risorto

Tratto dal libro « DIO DELLA MIA GIOIA » – di Anna Maria Canopi O.S.B. – Ed. PIEMME

La gioia dei discepoli non può essere che la gioia del loro Maestro; anzi, è Gesù stesso. Gesù risorto illumina di gioia i discepoli. Il racconto evangelico della apparizione di Gesù nel cenacolo annota: «E i discepoli gioirono al vedere il Signore» (Gv 20, 20). Era sera. Essi si trovavano là, chiusi, assorbiti nella tristezza e paralizzati dalla paura. Il Signore entra attraverso le porte chiuse e li saluta: «Pace a voi!». Ecco, subito si accende una grande luce in quella stanza, «e i discepoli gioirono ». Si rischiarano in quella serena presenza che è come un largo sorriso. La luce del Risorto inonda i loro volti, i loro cuori; lo riconoscono proprio in questa luce che li risveglia alla speranza.
Poi durante i quaranta giorni della sua permanenza tra loro, prima di salire al Padre, Gesù risorto rinnova per i discepoli l’appuntamento della gioia, rinnovando le sue apparizioni in vari momenti e in diversi luoghi. Però, come già prima della sua passione, Gesù non li illude lasciando loro pensare che il tempo del dolore è finito. No. Il viaggio del dolore, il tempo della prova, per i discepoli incomincia propria ora. Egli predice loro apertamente e ripetutamente le sofferenze cui andranno incontro, essendo essi necessariamente chiamati a partecipare anche alla sua croce – mistero di redenzione -. Li assicura però circa la forza che sarà loro data per rendere fedele testimonianza. Solo attraverso a questa partecipazione alla sua sofferenza, i discepoli potranno partecipare alla gioia della sua gloria, della sua risurrezione; potranno entrare in quella pienezza di gioia che coincide con la pienezza di vita in lui. Adesso ne hanno ricevuto soltanto un bagliore, un raggio.
Rileggiamo i capitoli 15-16 di Giovanni, riascoltiamo i bellissimi e toccanti discorsi di Gesù ai suoi discepoli nei giorni precedenti la sua passione. Egli consegna loro il suo testamento spirituale: Tutto quello che vi ho detto – cioè di rimanere in me, di volervi bene, di osservare i miei comandamenti – questo che vi ho detto, ve l’ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena (cf Gv 15, 10 ss.). Lo scopo di Gesù è quindi sempre quello di rendere felici i suoi discepoli: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi, e la vostra gioia sia piena». E ancora: Il mondo vi perseguiterà proprio perché non siete suoi. Voi dovrete soffrire. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi. Ma tutto questo faranno a causa del mio nome. Se voi saprete soffrire per il mio nome, sarete riconosciuti fedeli, sarete riconosciuti dal Padre e avrete l’aiuto, l’assistenza dello Spirito Consolatore, di Colui che sostiene (cf Gv 15, 18-27). Soffrirete, ma per un momento transitorio. La sofferenza è sempre una pasqua, cioè è sempre un passaggio.
E continua: Vi scacceranno dalle sinagoghe, parleranno male di voi, vi oltraggeranno; allora ricordatevi che ve l’ho detto, perché se ve ne ricorderete, non vi perderete d’animo. Saprete che si tratterà del doloroso passaggio che approda alla gioia. Egli promette che non li lascerà soli, che ritornerà, che lo rivedranno e che in quel giorno la loro gioia sarà piena e nessuno potrà loro togliere la gioia perenne di cui li avrà riempiti.
Nel capitolo 17 di Giovanni si trova la splendida e commovente preghiera sacerdotale. Gesù prega per i suoi; prega il Padre. E che cosa chiede al Padre? Che egli stesso li custodisca e li renda felici:
Quand’ero con loro io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi, Ma ora io vengo a te e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia (Gv 17, 13-14).
Ecco che cosa chiede al Padre: che doni ai discepoli la pienezza della gioia di cui ha ricolmato lui nella risurrezione. Questa pienezza si riversa però nel cuore dei discepoli, solo se accolgono la parola di Gesù che rivela l’amore del Padre e che li invita a partecipare alla sua passione, al suo sacrificio di obbedienza.
Per i discepoli la gioia di vedere Gesù nei quaranta giorni dopo la sua risurrezione si fa poi gioia di contemplarlo mentre egli sale al cielo. San Luca, narrando come avvenne l’ascensione di Gesù, dipinge quasi a vivaci pennellate i discepoli che guardano il Signore mentre viene elevato in alto e fa notare che, dopo averlo visto scomparire nella profondità del cielo, ricolmi della sua presenza spirituale, interiore, sicuri della fedeltà della sua parola, ritornano a Gerusalemme e sono pieni di gioia: «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (Lc 24, 52-53). Incomincia l’attesa, la grande attesa del ritorno del Signore. E vediamo che questa attesa è tutta pervasa di gioia; è pervasa di gioia perché è pervasa di fede, di speranza, di sicurezza nella parola che egli ha dato. Perciò anche nel primo capitolo degli Atti si dice che gli apostoli con Maria, la madre di Gesù, stavano radunati in preghiera in attesa del dono dello Spirito. In questa permanente riunione di preghiera essi sono pervasi di pace e di gioia. E da questo momento la gioia dei discepoli è attesa del ritorno di Gesù e insieme esperienza della sua invisibile ma reale presenza in mezzo a loro.

Gioia nello Spirito Santo
Lo Spirito Santo, che viene donato nel giorno della Pentecoste, è la forza che li investe dall’alto; è una specie di ebrietas, di ebrezza spirituale che li spinge a parlare di Gesù ex abundantia cordis. Essi sono così ricolmi di lui da traboccarne. E’ loro gioia, quindi, poterne parlare, proclamare il suo nome, annunziare il suo vangelo, nonostante le minacce e le persecuzioni. Anzi, questa gioia interiore li fa esultare proprio nelle tribolazioni e nelle sofferenze patite per lui. Un giorno, dopo essere s tati imprigionati, flagellati, minacciati, gli apostoli sono di nuovo lasciati in libertà a condizione che smettano finalmente di parlare di quel galileo. Risultato? Ecco: «Essi se ne andarono dal sinedrio, lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù» (At 5, 40-41). Era un vanto per loro, un motivo di fierezza l’avere patito qualche cosa per colui che aveva tanto patito per loro. In latino l’espressione è bellissima: «Ibant gaudentes»;andavano saltando di gioia, perché erano stati oltraggiati per amore del nome di Gesù. Quindi, per nulla intimiditi, «ogni giorno, nel tempio e a casa non cessavano di insegnare e di portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo» (At 5, 42). Davvero è un lieto annunzio quello che essi lietamente diffondono! Il vangelo della gioia, portato dovunque con franchezza ed entusiasmo, fa aumentare il numero dei credenti. Cresce così la gioia mentre cresce la fraternità, la famiglia di Dio, la chiesa. La gioia dei discepoli consiste anche nello stare insieme fraternamente a pregare, a lodare il Signore, a condividere i beni, a spezzare insieme il pane, cioè a celebrare l’eucarestia, memoriale della passione-morte-risurrezione del Signore. Questa è una grandissima gioia, in una atmosfera di novità e di stupore pieno di adorazione. Così la gioia del vangelo attraverso questi credenti si diffonde anche in altre città, in mezzo ad altre popolazioni. La gioia è comunicata insieme con la parola del vangelo, con il dono dello Spirito Santo mediante il battesimo e l’imposizione delle mani. La gioia è proprio il segno della presenza dello Spirito Santo, dono del Signore risorto. Quando Filippo andò ad annunziare il vangelo in una città dei Samaritani, molti di questi credettero nel Signore Gesù, e allora «vi fu grande gioia in quella città» (cf At 8, 5-8). Anche nella descrizione del viaggio di Filippo che, lungo la strada da Gerusalemme a Gaza, evangelizza un etiope e poi, arrivando ad una sorgente, subito lo battezza, si fa notare che quando il diacono scomparve (portato altrove dallo Spirito) il neo-battezzato proseguì il suo cammino «pieno di gioia». Non soltanto “con gioia”, ma “pieno”, “ricolmo” di tale sentimento infuso dall’alto. Vi si riconosce proprio la sovrabbondanza della gioia messianica annunziata dai profeti. Negli Atti degli apostoli si legge più di una volta che la chiesa «cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo» (9, 31). Crescere voleva dire camminare, andare avanti, andare incontro al Signore e portare agli altri l’annunzio della salvezza. Cresceva e camminava proprio perché era colma del conforto, ossia della forza e della gioia dello Spirito Santo. Non poteva contenersi perché dentro le urgeva l’amore, il dinamismo della vita divina che tende sempre ad espandersi, comunicarsi, donarsi. Con la predicazione di Barnaba e Paolo ad Antiochia siamo ormai nel mondo pagano. Ecco, anche i pagani «si rallegravano e glorificavano la Parola di Dio e abbracciavano la fede» (cf At 13, 48-49 e passim). Stupendo! I pagani si rallegravano e rendevano gloria alla Parola di Dio; l’accoglievano, l’abbracciavano passando così alla fede nel vero Dio. I « discepoli », tutti quelli che ora seguivano il Signore Gesù, erano «pieni di gioia e di Spirito Santo». Pieni di gioia, perché pieni di Spirito Santo: è la stessa cosa. Questo è, dunque, il segreto della prodigiosa diffusione del vangelo.

LA GIOIA PASQUALE DELL’APOSTOLO DELLE GENTI
Uno dei più grandi diffusori della gioia nel mondo pagano è san Paolo, l’uomo che incontra il Signore sulla strada di Damasco mentre si reca a perseguitare i credenti in lui. Il Signore lo atterra folgorandolo e se lo conquista come una preda. L’esperienza interiore di Paolo sulla strada di Damasco è l’esperienza del Cristo risorto, ma anche del Cristo crocifisso. Da questo incontro rimane infatti come stigmatizzato per sempre: porta impresse nel suo corpo e nel suo spirito le ferite gloriose del Cristo. Il Cristo risorto lo tocca, lo ferisce, lo pervade tutto, perciò – se noi leggiamo attentamente le sue lettere – vediamo che la gioia di Paolo gronda sempre del sangue della croce, e che la sua sofferenza è sempre abbagliata dalla luce gloriosa della risurrezione. Paolo, infatti, si dice contento proprio quando soffre. In lui c’è sempre l’unità e la totalità del mistero pasquale; c’è sempre l’esperienza del Cristo crocifisso e risorto.
Nel capitolo ottavo della lettera ai Romani, Paolo esprime il gemito dell’umanità e di tutta la creazione come travaglio di parto, come passaggio alla vera vita mediante una nuova nascita. Si tratta proprio del passaggio pasquale. Tutta l’umanità e tutta la creazione gemono, ma in questo gemito si fa strada un grido di esultanza. Tutto gioisce in modo indicibile passando dalla croce alla gloria. Per questo Paolo conclude la lettera ai Romani – scritta con tanta sofferenza – rallegrandosi di loro perché hanno accolto la Parola e sono passati alla fede nel vero Dio, e augura la pienezza della letizia pasquale: «Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù (cioè per la forza) dello Spirito Santo» (Rm 15, 13).
Siamo salvati, ma in speranza; e siamo ancora in cammino; dobbiamo soffrire per passare alla gloria. Occorre abbondare di Spirito Santo per pregustare la gioia e la pace che troveremo nel pieno compimento del regno di Dio. Questa è la nostra grande consolazione e la nostra “beata speranza”.
Anche nella seconda lettera ai Corinzi san Paolo parla delle sue debolezze e delle sue tribolazioni, di tutto quello che ha patito nel suo avventuroso itinerario apostolico. E come ne parla? Ecco:
Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo (2 Cor 4, 8-10). In ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fermezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; con purezza, sapienza, pazienza, benevolenza, spirito di santità, amore sincero; con parole di verità, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra; nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama. Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto (2 Cor 6, 4-10). È beato nelle tribolazioni! «Afflitti, ma sempre lieti». Sul piano della logica umana tutto è paradossale, ma sul piano della fede ogni cosa è nel suo giusto ordine. Essere partecipi del mistero pasquale di Gesù è l’esperienza più beatificante. Proseguendo la lettera in tono confidenziale, Paolo esprime poi gioia e consolazione per l’affetto e l’aiuto dei fratelli. Riferendosi a Tito scrive: «Egli ci ha annunziato il vostro desiderio di aiutarlo, il vostro dolore, il vostro affetto per me; cosicché la mia gioia si è ancora accresciuta» (2 Cor 7, 7). Paolo è contento di avere sofferto e di soffrire ancora, perché questo gli permette di sperimentare la carità, l’affetto, la compassione e la consolazione da parte dei fratelli, di coloro che egli ha generato alla fede. E più bello avere qualcuno che condivida con noi la sofferenza che non avere sofferenze. Da ciò si dimostra che davvero il segreto della gioia è sempre l’amore. Inoltre si dice contento d’aver scritto ai Corinzi una lettera severa che li ha rattristati, ma che anche li ha stimolati al pentimento, dopo il loro riprovevole comportamento:
Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se me ne è dispiaciuto vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte. Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio! Ecco quello che ci ha consolati. A questa consolazione si è aggiunta una gioia ben più grande per la letizia di Tito, poiché il suo spirito è stato rinfrancato da tutti voi. Mi rallegro perché posso contare totalmente su di voi (2 Cor 7, 8-11.13.16). Facendo poi l’elogio dei cristiani della Macedonia che sono stati tanto generosi nella colletta per la chiesa di Gerusalemme, scrive: «Nonostante la lunga prova della tribolazione, la loro grande gioia e la loro estrema povertà si sono tramutate nella ricchezza della loro generosità» (2 Cor 8, 2). Si trova grande gioia, dunque, nel saper dare generosamente con spirito di fede e di carità. Tornando alla propria personale esperienza, san Paolo confida umilmente che il Signore gli ha dato una prova senza tregua, una spina nella carne, e che alla sua supplica per esserne liberato gli ha risposto: «Ti basta la mia grazia» (cf 12, 7-10). Accettando volentieri e umilmente le proprie debolezze, esce in quella stupenda esclamazione:

«Superabundo gaudio in infirmitatibus meis».
Se questa è la volontà del Signore, io sovrabbondo di gioia nella mia debolezza, nelle mie infermità.
Perché?
Perché in questa mia infermità, in questa mia debolezza, in questa mia umiliazione, sperimento maggiormente la potenza di Cristo.
Perciò anche in altri punti dei suoi scritti l’Apostolo dice: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12, 10), perché in me c’è più spazio per Cristo.
Proprio in base alla sua esperienza egli può esortare e convincere di questo anche i fedeli. Nel congedarsi dai Corinzi in questa lettera dice: «Fratelli, state lieti!».
State sempre lieti, rimanete nella letizia, «tendete alla perfezione», cioè alla perfetta letizia che coincide con la santità.
Non siate lieti soltanto in qualche momento, ma “state”! Siate nello stato di letizia, che è lo stato del cristiano, vivendo in pace, perché il Dio dell’amore e della pace è in mezzo a voi. Proprio questa letizia prova il fatto che si è con il Signore, che si vive alla sua presenza.

Coltivatore della gioia nel cuore dei credenti
Potremmo, se non bastasse, dare uno sguardo anche alle altre lettere di san Paolo. In quella scritta ai Galati egli dice espressamente che la gioia è frutto dello Spirito Santo (5, 22) e che il segreto della gioia è perciò sempre la vita secondo lo Spirito. Chi vive secondo lo Spirito ha la gioia; di più: è gioia. Notiamo che nell’elencare i frutti dello Spirito Santo l’Apostolo pone al primo posto l’amore perché lo Spirito Santo stesso è amore e poi subito la gioia, perché dall’amore scaturisce immediatamente la gioia. Amore e gioia danno la pace; e poi tutto di conseguenza: bontà, pazienza, benevolenza, fedeltà, mitezza.
Se è così, bisogna guardarsi dallo spegnere lo Spirito, poiché si spegnerebbe la fonte di tutti i buoni frutti (cf Ef 4, 30). Se con una condotta indegna contristiamo lo Spirito Santo che è in noi, diventiamo terreno arido; i frutti della grazia non possono maturare e il lavoro dell’Agricoltore è reso vano. Se ci pensiamo, ci appare inconcepibile il fatto che lo Spirito Santo possa essere contristato, mortificato in noi! Contristato vuol dire in certo modo contratto, messo allo stretto, soffocato per l’angustia dello spazio.
All’inizio della lettera agli Efesini san Paolo espone il piano di Dio e lo presenta come una chiamata ad ereditare il regno della luce, a diventare santi in Cristo per essere lode della sua gloria, cioè per essere un canto di gioia a colui che ci ha creati e che in Cristo ci ha benedetti «con ogni benedizione spirituale».
Nella lettera ai Filippesi rivolge a quei suoi carissimi figli anzitutto con un inno di ringraziamento perche il loro ricordo è per lui motivo di gioia (cf 1, 3ss.). Li considera dei privilegiati. Perche? «Perche a voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui sostenendo la stessa lotta che mi avete veduto sostenere… » (1, 29-30). La gioia vera, per il cristiano, è ricevere la grazia di partecipare ai patimenti di Cristo, perché questo dà la sicurezza della partecipazione anche alla sua gloria, alla sua gioia.
Accennando poi alle sue sofferenze mentre è in prigione, Paolo dice che è contento ed esorta loro a non rattristarsi per questo, ma anzi a goderne con lui. Le sue sofferenze egli le considera come il sangue versato in libagione sul sacrificio della loro fede. Come rattristarsi per una realtà di grazia tanto bella? «E anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, “sono contento” e “ne godo” con tutti voi. Allo stesso modo anche voi “godetene e rallegratevi” con me» (2, 17-18).
Sempre nella lettera ai Filippesi raccomanda di accogliere il fratello Epafrodito che ha sofferto, di accoglierlo con premura, rallegrandosi al vederlo, come ci si rallegra nel vedere il Signore: «Accoglietelo dunque nel Signore, con piena gioia e abbiate grande stima verso persone come lui; perché ha rasentato la morte per la causa di Cristo» (2,29-30). «Accoglietelo con piena gioia». Perché? Perché questo fratello che ha sofferto per la fede porta le stigmate, le ferite gloriose del Cristo. La motivazione della gioia è sempre il Signore presente in tutti e in tutto. I cristiani, se sono autentici, se sono in comunione di carità, essendosi abbeverati all’unico Spirito (cf 1 Cor 12, 13), devono vivere sempre nella gioia spirituale. E un dovere rallegrarsi.
Proprio perché li vede fedeli a questo impegno, l’Apostolo, con accenti vibranti di affetto e commozione, dice: «Rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti» (2, 2). «Perciò, fratelli miei carissimi, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore cosi come avete imparato, carissimi… Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini» (4, 1. 4-5).
Scrivendo ai Colossesi, Paolo esprime la propria gioia di soffrire per loro e per tutte le chiese: «Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo» (1, 24). Ed egli li accende di fervore inondandoli di gioia pasquale: Siamo risorti con Cristo dice quindi siamo figli della luce, figli della gioia. «Rivestitevi, dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine… » (3, 12ss.). Ciò vuol dire: Rivestitevi di Cristo e cantate il cantico dell’uomo nuovo, il cantico della salvezza, quindi della gioia.
In questo passo, appunto dopo aver esortato a rivestirsi di Cristo, ossia di tutti i suoi sentimenti, raccomanda di essere riconoscenti, di vivere nella carità, nella pace: «Cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. E tutto quello che fate, in parole e opere, fatelo nel nome di Gesù Cristo, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre» (3, 16-17).
Vivere nel rendimento di grazie e nella gioia significa essere davvero rivestiti dei sentimenti di Cristo che nei giorni della sua vita terrena «esultò nello Spirito Santo e disse: Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli… » (Lc 10, 21). Come Gesù, vivere per il Padre e trovare nel Padre la pienezza della gioia: questo deve essere l’intento del cristiano.
San Paolo generando alla fede, si ritiene collaboratore, o meglio, coltivatore della gioia nel cuore dei credenti. Ai Tessalonicesi egli scrive congratulandosi per la loro fede e per il loro impegno nella carità poiché in tal modo, tramite loro, si diffonde ovunque il buon profumo di Cristo e quindi la gioia riempie il cuore di molti altri fratelli (cf 1 Ts 3, 6ss.).

La consegna della gioia nell’apostolo Pietro
La consegna della gioia del Signore è stato l’impegno anche di tutti gli altri apostoli e discepoli: del resto, essa coincide con l’annunzio del vangelo.
San Pietro nella sua prima lettera esordisce affermando che quanti amano il Cristo in questa vita, pur senza vederlo, soffrendo gioiscono in lui e pregustano la contemplazione del suo volto di gloria:
… Siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro che, pur destinato a perire, tuttavia si prova con il fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo: voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime (1 Pt 1, 6-9).

… nell’apostolo Giacomo
Sulla stessa linea è l’esortazione di san Giacomo:
Considerate perfetta letizia, fratelli miei, quando subite ogni genere di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri… (1, 2-4).
Questa «perfetta letizia», volto dell’autentica santità, contrassegno del cristiano, è più facilmente riscontrabile tra gli umili e i poveri. Ai ricchi e orgogliosi è invece rivolto il pressante invito a deporre la loro fatua allegria e a piangere di compunzione, appunto per rendersi idonei a ricevere la vera gioia dal Signore (cf Gc 4, 9-10).

… nella lettera agli Ebrei
Non meno significativo è quanto si legge nella lettera agli Ebrei. Coloro che si sono accostati a Dio non più col terrore ma nella piena confidenza, essendo stati avvicinati dal Mediatore della nuova alleanza e resi partecipi dell’«adunanza festosa», dell’«assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli», devono offrire continuamente a Dio un sacrificio di lode (cf 12,22-24; 13, 15), cioè un omaggio di gioia. Ecco in quale modo:
on scordatevi della beneficenza e di far parte dei vostri beni agli altri, perché di tali sacrifici il Signore si compiace. Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché vegliano su di voi come chi ha da renderne conto; obbedite, perché facciano qucsto con gioia e non gemendo: ciò non sarebbe vantaggioso per voi (13,16-17).
Sincera fraternità, condivisione generosa, ascolto e obbedienza: ecco i connotati del vero culto a Dio.

… nella Regola di san Benedetto
Ciò spiega perché nel capitolo quinto della Regola di san Benedetto l’obbedienza è definita il «principale contrassegno dell’umiltà e propria di coloro che ritengono di non avere nulla più caro di Cristo»; ma perché tale obbedienza sia gradita a Dio e dolce agli uomini deve essere offerta con prontezza, di buon animo, ricordando che «Dio ama chi dona con gioia». Un cuore scontento non può piacere a Dio.
La gioia del buon zelo nella vita fraterna scaturisce proprio dal fare dono di se stessi nell’obbedirsi e nel servirsi a vicenda (cf RB, cc. 7; 31; 35; 68; 71; 72). Perché nella casa di Dio nella comunità monastica come nella comunità ecclesiale, nella famiglia, ecc. «nessuno si turbi o si rattristi», è necessario che tutti siano protesi a vivere per il Signore e per i fratelli.

La gioia nel sacrificio
Commentando la Sacra Scrittura Origene scriveva: «Tu generi la gioia se tutto stimerai gioia, quando ti imbatterai in varie tentazioni e offrirai questa gioia in sacrificio a Dio. E quando ti avvicinerai lieto a Dio, egli ti renderà nuovamente quello che avrai offerto, e ti dirà: Di nuovo mi vedrete e gioirà il vostro cuore e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. Così dunque riceverai moltiplicato quello che avrai offerto a Dio» (Omelia ottava sulla Genesi).
Offrire la propria sofferenza, la propria povertà portandola all’altare con “viso lieto”, questo noi spesso trascuriamo di fare, presumendo invece di presentare con ragione le nostre lagnanze al Signore per il costo della vita… per il prezzo troppo alto della nostra cittadinanza nel suo regno. Camminando in questa “valle di lacrime” non dobbiamo perdere di vista la meta del nostro pellegrinaggio. La celeste Gerusalemme la chiesa nostra madre già glorificata con Cristo non cessa di incoraggiarci ricordandoci le divine promesse:

Una grande gioia mi viene dal Santo
per la misericordia che presto vi giungerà
dall`Eterno vostro salvatore.
Vi ho visti partire
tra gemiti e pianti,
ma Dio vi ricondurrà a me
con letizia e gioia, per sempre (Bar 4, 22-23).

Allora: «Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza» (Is 12, 3).

Saranno raggianti di felicità quelli che, passati attraverso la grande tribolazione della presente vita, avranno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello, si saranno cioè purificati mediante la sofferenza che li ha resi partecipi della croce del Redentore (cf Ap 7, 9-15). Là, nella santa dimora del cielo, gli eletti:

Non avranno più fame,
né avranno più sete,
né li colpirà il sole,
né arsura di sorta,
perché l’Agnello
li guiderà alle fonti delle acque della vita.
E Dio tergerà ogni lacrima
dai loro occhi (Ap 7, 16-17).

I verbi della promessa sono al futuro, ma questo futuro di salvezza e di gioia già ci appartiene, già trasfigura le fatiche del nostro quotidiano cammino, se ogni passo è compiuto nella fede, nella speranza, nell’amore.

Le origini eterne della nostra gioia
L’apostolo Giovanni che più da vicino ha attinto alla sorgente del cuore di Cristo torna a farci contemplare le origini eterne della nostra gioia:
Ciò che era fin dal principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita… lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia perfetta (1 Gv 1, 1-4).
I discepoli avevano visto e toccato la Gioia divina fatta visibile nella persona di Gesù; l’avevano vista affondare nelle tenebre del venerdì santo e risorgere all’alba di un nuovo giorno senza fine. Riempiti della sua presenza non possono fare a meno di testimoniarla, anche a prezzo di molte sofferenze, affinché essa diventi anche la nostra gioia pura e inalienabile. Tale gioia è la comunione con il Padre e il Figlio nell’Amore che è lo Spirito Santo; è il mistero ineffabile della santissima Trinità nella cui sfera siamo attirati.

Il nostro destino felice
Così quello che era “in principio” cioè all`origine di tutte le cose si trova anche alla fine e rimane per sempre. In principio era la gioia e sempre rimarrà la gioia: Dio. Questo è il nostro destino felice. Questo desideriamo ardentemente raggiungere.
«Vita felice esclama sant’Agostino è il gaudio per la verità; è quindi gioire di te che sei la verità, o Dio, mia luce, salvezza del mio volto, mio Dio. Questa vita beata tutti la vogliono… » (Conf. X, 23 ).
Sì, tutti la vogliono, ma come la cercano? «C’è qualcuno che desidera la vita e brama lunghi giorni per gustare il bene?» interroga il Signore. «Se, all’udirlo, tu rispondi: Io! così ti soggiunge il Signore: se vuoi avere la vera ed eterna vita… sta lontano dal male e fa il bene, cerca la pace e perseguila» (cf Sal 33 citato nel Prologo alla Regola di san Benedetto).
Bisogna dunque cercare la gioia sull’unica diritta strada della verità che è il Vangelo.

Lontano, Signore,
lontano dal cuore del tuo servo che a te si confessa,
lontano il pensiero che godendo di qualunque gioia
possa essere felice.
Vi è infatti una gioia che non è data agli empi,
ma a coloro che ti servono con gratuità — per puro amore –
e la gioia di costoro sei tu stesso.
Questa è la vita felice: gioire per te, di te, a causa di te.
Altra felicità non esiste (Conf. X, 22).
Ti rendiamo grazie, Signore! Amen! Alleluja!

 

SANTA LUCIA – SULLE ORME DI SAN PAOLO – 13 DICEMBRE

http://www.basilicasantalucia.com/SLuciaOrmeSanPaolo.aspx

SANTA LUCIA – SULLE ORME DI SAN PAOLO – 13 DICEMBRE

(non trovo la data, ma dovrebbe essere 2008 o 2009)

Siamo nell’ « Anno paolino ». Il nostro Arcivescovo, pubblicando la Lettera Pastorale dal titolo « Sulle orme dell’ Apostolo Paolo », ha tracciato le coordinate del cammino di tutta la comunità diocesana in questo anno ispirato alla figura e all’insegnamento di San Paolo. Noi intendiamo fare una riflessione « luciana » mettendo in evidenza come Santa Lucia, con le sue scelte di vita, si sia posta sulle orme dell’Apostolo Paolo. IL MARTIRIO Anzitutto il fatto più importante che accomuna Santa Lucia con San Paolo è evidentemente il martirio. San Paolo, che ha soggiornato per tre giorni a Siracusa, ha certamente comunicato alla nostra gente il Vangelo della salvezza e ha sparso nella nostra terra il seme del cristianesimo: la sua totale dedizione a Cristo, che lo portava a identificare la sua vita con Cristo e che gli faceva dire: « Per me vivere è Cristo » (Fil 1,21), ha certamente affascinato e « contagiato » i Siracusani. E Santa Lucia è la siracusana più illustre che ha seguito le orme di San Paolo. Ma il martirio è l’epilogo di una vita, è la conclusione coerente di una vita donata a Cristo: ha il coraggio di morire per Cristo solo chi è vissuto per Cristo. Allora, noi ci chiediamo: quali scelte di vita costituiscono il terreno su cui fiorisce il martirio? San Paolo compendia in pochissime parole la scaturigine profonda della sua donazione a Cristo, originata dalla constatazione stupefatta del Dono che Cristo ha fatto di se stesso all’uomo: « mi ha amato e ha dato se stesso per me » (GaI 2,20). La scelta del credente è consequenziale alla scelta di Dio che si dona all’uomo. Il mistero del Natale ci rivela questa scelta di Dio. Per scoprire come il sentire di Santa Lucia si ispira a San Paolo, ripercorriamo gli Atti del martirio della Santa, e precisamente il codice « Papadopulo » che è la descrizione più attendibile della vita e del martirio della vergine siracusana. LA LUCE Il nome stesso di Lucia ci parla di luce. Per questo motivo i fedeli hanno scelto questa Santa come protettrice della vista fisica e spirituale, della luce degli occhi del corpo e della luce degli occhi dell’ anima, della luce della fede. Santa Lucia è modello di fede, come si scopre nella sua vita e nel suo martirio secondo la descrizione degli Atti. Il tema della luce è molto presente nelle Lettere di San Paolo: l’Apostolo, nella F’ Lettera ai Tessalonicesi, definisce i cristiani « figli della luce » (1 Ts 5,5). E nella sezione parenetica della Lettera ai Romani porta una metafora bellissima: « La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce » (Rm 13,12). L’esortazione di San Paolo è fondata su un messaggio di speranza: quanto più la notte è inoltrata, tanto più è vicina la luce del giorno. Non dimentichiamolo quando gettiamo lo sguardo sulla notte rappresentata dalla eclissi dei valori dei tempi attuali. San Paolo e Santa Lucia, convogliando la nostra attenzione sulla luce, ci introducono nel mistero di Cristo, « Luce del mondo ». Con queste parole Gesù si è presentato agli uomini: « lo sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita » (Gv 8,12). Senza Cristo l’uomo brancola nelle tenebre, smarrisce il senso della vita, non sa più da dove viene e dove va, non conosce il perché della vita, perde le coordinate della sua esistenza. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ci dice: « Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell ‘uomo. [ ... ] Cristo, proprio rivelando il mistero del Padre e del Suo Amore, svela anche pienamente l’uomo all ‘uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione ». (GS 22). VERGINITA’ E CARITA’ Come si ricava dal codice « Papadopulo », alla base di tutta la vita di Santa Lucia sta la sua scelta radicale di amore a Cristo, la sua consacrazione totale al Signore nella verginità. Così dice lei alla madre Eutichia: « Ora questo solo ti chiedo, che tu non mi parli più di sposo, né volere da me frutti caduchi ». E intimamente connessa con questa scelta è la donazione dei suoi averi ai poveri. Dice ancora Lucia alla madre: « Dona a Cristo mentre sei in vita ciò che hai acquistato o che hai promesso di darmi ». Verginità e carità sono interconnesse: il senso della verginità è l’amore profondo a Cristo e a coloro dove Cristo è maggiormente presente, cioè i poveri. Santa Lucia è stata denunciata come cristiana dal suo pretendente perché deluso dopo che Lucia aveva fatto il voto di verginità e nello stesso tempo perché egli vedeva sfumare il ricco patrimonio di Lucia a causa della sua generosa liberalità a favore dei poveri. Ebbene, sia della verginità sia della carità San Paolo è maestro e testimone: le sue Lettere sono eloquentissime in questa duplice direzione. Nella prima direzione, in ordine alla verginità, basta leggere, nella I Lettera ai Corinzi, la descrizione della verginità che consiste nell ‘avere un cuore indiviso: « Chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso » (1 Cor 7,32-34). La verginità è un ideale per alcune persone chiamate dal Signore: San Paolo, mentre la esalta, afferma che non è la vocazione di tutti: « Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro » (1 Cor 7,7). Santa Lucia ha il dono della verginità: la sua scelta è un dono di Dio.

Nella seconda prospettiva, in ordine alla carità, troviamo, disseminate nelle Lettere dell’ Apostolo, le esortazioni alla carità: « Siate solleciti per le necessità dei fratelli » (Rm 12,13). E l’Apostolo propone il Signore come modello di carità: « Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore » (Ef 5, 1-2). In riferimento alla carità particolarmente verso i poveri, con queste parole è presentato Gesù Cristo come modello quando l’Apostolo organizza una colletta a favore dei cristiani di Gerusalemme: « Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà » (2 Cor 8,9). Santa Lucia ha donato ai poveri il suo patrimonio e la ricchezza del suo amore. La sopra citata espressione di San Paolo costituisce per noi una suggestiva lettura del mistero del Natale. Gesù Cristo, era ricco perché Dio, e si è fatto povero perché si è incarnato prendendo la nostra povera natura umana (la povertà radicale del Natale sta nel fatto che il Figlio di Dio si è spogliato delle sue prerogative divine ed è divenuto uomo mortale: cfr Fil 2,7); lo scopo di questa scelta di Dio è quello di voler rendere l’uomo partecipe della vita divina, cioè di arricchire infinitamente l’uomo. IL CRISTIANO: TEMPIO DELLO SPIRITO SANTO Il culmine del processo contro Santa Lucia, secondo la descrizione del codice Papadopulo, è raggiunto quando lei parla della inabitazione dello Spirito Santo.

« Oh, dunque tu credi – disse Pascasio – di avere lo Spirito Santo? Lucia rispose: “L’Apostolo ha detto: Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi ». Pascasio disse: « Ti farò condurre in un luogo infame, e quando comincerai a vivere nel disonore, cesserai di essere il tempio dello Spirito Santo ». Lucia disse: « Non viene deturpato il corpo se non dal consenso della mente. [ ... ] Che se tu ordini che io subisca violenza contro la mia volontà, sarà duplicata la corona della mia castità ».

Santa Lucia cita espressamente il brano della I Lettera di San Paolo ai Corinzi (cfr. 1 Cor 3,16-17). Noi notiamo, in Lucia, la consapevolezza gioiosa di essere tempio di Dio, il suo santo orgoglio per questa dignità altissima, unitamente alla sua ferma volontà di non dissacrare questo tempio vivente. San Paolo, e di conseguenza anche Santa Lucia, hanno coscienza di essere tempio di Dio perché vitalmente uniti a Cristo sì da formare un solo corpo, e Cristo è il tempio vero di Dio perché in Lui « abita corporalmente tutta la pienezza della divinità » (Col 2,9). Gesù stesso preannuncia la sua risurrezione con parole che richiamano la realtà del suo corpo che è tempio di Dio: « Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere » (Gv 2,19). LA FORTEZZA CRISTIANA Una caratteristica particolarmente affascinante di Santa Lucia è la sua fortezza morale. Niente e nessuno riesce a smuoverla dal suo proposito di rimanere fedele a Cristo. Il racconto riportato dal codice ci descrive che né con la forza dei soldati né con la forza dei buoi fu possibile trascinarla via. È una descrizione emblematica che simboleggia la fortezza del suo animo, dono dello Spirito Santo. Così continua la narrazione: « Allora Pascasio, furioso, comanda ai lenoni di prenderla e di adunare a vergogna di lei tutta la plebaglia, affinché le fosse fatto oltraggio e morisse nel disonore. Ma quando si tentò di trascinarla verso il luogo infame, lo Spirito Santo le diede tale immobilità che nessuno riusciva a smuoverla dal sito in cui era. Si aggiunse un gran numero di soldati, che la spingevano violentemente; anch’essi sfiniti dal grave sforzo, venivano meno, mentre la Vergine di Cristo restava immobile. [ ... ] Indi Pascasio ordinò che si aggiogassero dei buoi per trascinarla, ma neanche ricorrendo a ciò riuscirono a smuovere la Vergine di Cristo, che lo Spirito Santo manteneva immobile ». Questa consapevole fortezza di Lucia corrisponde all’insegnamento e alla testimonianza di San Paolo. L’Apostolo esortava i cristiani: « Siate forti nella tribolazione » (Rm 12,12). E insegnava che « lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza » (Rm 8,26). Il suo indomito coraggio nelle avversità, la sua tenace resistenza nelle persecuzioni, la sua fermezza nell’affrontare pericoli di ogni sorta lungo i viaggi per evangelizzare, costituiscono un modello di fortezza morale. Questa fortezza ha in Dio la sua sorgente: si tratta della « potenza straordinaria che viene da Dio » (cfr 2 Cor 4,7): « Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi; portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale » (2 Cor 4,8-11). Con San Paolo, Santa Lucia ci dice con la sua vita e con il suo martirio: « Chi ci separerà dall’amore di Cristo? » (Rm 8,35).

Publié dans:Paolo - e gli altri santi, SANTI |on 9 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

“ORA ET LABORA”: MOTTO PAOLINO

http://www.padresalvatore.altervista.org/motto.html

“ORA ET LABORA”: MOTTO PAOLINO.

Il motto “ora et labora” ormai viene attribuito, anche nei discorsi ufficiali degli ultimi Sommi Pontefici, a san Benedetto.
Leggendo, però, la sua Regola non troviamo mai il motto in questione, né l’accostamento immediato tra preghiera e lavoro.
Storicamente, dobbiamo risalire indietro nel tempo e andare agli inizi stessi del monachesimo, per trovare nella biografia di sant’Antonio Abate, scritta da sant’Atanasio, la vera origine di questo binomio.
Nella Vita di Antonio è narrato l’episodio nel quale un Angelo, alternando preghiera e lavoro, consegna al grande Anacoreta e al monachesimo cristiano “la Regola” che supera l’apparente contraddizione tra il comando divino: «Mangerai il tuo pane solo dopo avertelo sudato con un duro lavoro» (Gen 3,19), e l’invito di Gesù a «pregare sempre, senza stancarci» (Lc 18,1).
Prima di Antonio, l’apostolo Paolo aveva già risolto questo dilemma, scrivendo ai suoi discepoli di Tessalonica motivato dal fatto che alcuni di essi avevano stravolto, in modo strumentale, il suo invito a «pregare ininterrottamente» (1Ts 5,17) e, con questa scusa, «vivevano disordinatamente, senza far nulla», pretendendo di essere mantenuti dalla Comunità.
L’Apostolo si ribella a tale interpretazione, ed «esorta tutti nel Signore Gesù Cristo, a mangiare il pane, lavorando in pace» (2Ts 3,11-12).
San Paolo dichiara che questa è la “Regola” che lui ha consegnato ai suoi discepoli, insieme al “suo vangelo”. Tutti devono osservarla, perché, conclude in modo perentorio: «Chi non vuole lavorare, non dovrebbe neanche mangiare» (3,10).
Dell’osservanza di questa “Regola” e di come l’Apostolo, prima di proporla agli altri, l’abbia lui stesso vissuta, ci parla Luca negli Atti degli Apostoli, quando ci ricorda che Paolo, a Corinto, prese alloggio nella casa di Aquila e Priscilla «dove lavorava insieme a loro, perché faceva lo stesso mestiere di fabbricante di tende» (At 18,3); perciò, nel discorso d’addio agli Anziani di Efeso, egli può dire di se stesso, senza falsa umiltà: «Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!» (At 20,34-35).
Forse san Benedetto si è ispirato a questi testi paolini quando, nell’eventualità che i monaci «si occupino personalmente della raccolta dei prodotti agricoli», li invita a non lamentarsi, anzi a vedere in ciò un dono della divina Provvidenza, «perché i monaci sono veramente tali, quando vivono del lavoro delle proprie mani come i nostri Padri e gli Apostoli» (RB, 48,7-8).
E, a proposito dei “Padri” (monastici) a cui ci rimanda il fondatore di Montecassino: nei “Detti dei Padri del deserto” ce n’è uno attribuito all’abate Lucio, dove si smonta, con sottile ironia, l’eresia monastica dei messaliani, i quali presumevano di poter attuare alla lettera il comando paolino di «pregare senza interruzione».
Il saggio Anziano non interrompendo neppure per la mensa la preghiera dei suoi ospiti – che di questo si lamentarono con lui – fece loro capire come il lavoro manuale, accettato per il proprio mantenimento e per poter aiutare i poveri, permetta al monaco d’imitare l’Apostolo e lo stesso Signore Gesù, che a Nazaret, fino all’età di trent’anni, così visse.
Il monaco che sa unire la preghiera al lavoro, arriva, di fatto, alla “preghiera ininterrotta”, perché con l’elemosina, frutto del suo stesso lavoro, egli troverà dei poveri che, per riconoscenza, pregheranno per lui quando egli, fisicamente, non potrà farlo. Il “detto” sembra la riproposizione letterale di ciò che disse Paolo agli Anziani di Efeso.
Anche in questo caso potremmo constatare come “ci sia più gioia nel dare (ai poveri il frutto del proprio lavoro), che nel ricevere (da Dio ciò che gli chiediamo con la nostra povera preghiera)”.

Possiamo, dunque, dire che il motto “ora et labora” più che benedettino è paolino.
Dall’Apostolo, infatti, impariamo a vivere bene i due momenti, non come contrapposti, ma come complementari l’uno all’altro.
Non a caso la «continua agitazione» (1Ts 3,12) che egli rimprovera agli oranti “fannulloni” di Tessalonica, Gesù ha cercato di correggerla nell’ospitale e “laboriosa” sua amica, Marta (Lc 10,41).
Con questi insegnamenti, noi dovremmo vivere senza agitazione, perciò con «con tranquillità» (2Ts 3,12), sia il momento della “preghiera” (che ha la giusta priorità nella RB, in quanto riguarda il nostro rapporto interpersonale con Dio), e sia il tempo del “lavoro” (anch’esso necessario perché è attuazione pratica dell’amore verso il prossimo).
È significativo che in greco san Paolo ci chieda di lavorare «µet? ?s???a?» (2Ts 3,12); una parola: l’esichia, che nell’Oriente cristiano indica “la preghiera del cuore” e la pace interiore che da essa proviene. Dunque:“Ora et labora” ma sempre con esichia.

SAN PAOLO: L’UNITÀ INTERIORE, SEGRETO DI SANTITÀ E FECONDITÀ APOSTOLICA – IL BEATO GIACOMO ALBERIONE

http://www.zenit.org/it/articles/san-paolo-l-unita-interiore-segreto-di-santita-e-fecondita-apostolica

SAN PAOLO: L’UNITÀ INTERIORE, SEGRETO DI SANTITÀ E FECONDITÀ APOSTOLICA

IL BEATO GIACOMO ALBERIONE, INTERPRETE ATTUALE DELL’APOSTOLO DELLE GENTI

04 LUGLIO 2012

DI PADRE JOSÉ ANTONIO PÉREZ, SSP

ROMA, mercoledì, 4 luglio 2012 (ZENIT.org).- Una persona si realizza nella misura in cui ha un principio interiore che si rivela in tutto il suo modo di essere, donandogli una fisionomia inconfon­dibile e un’unità d’azione. Nel credente, l’unità inte­riore dipende da un principio dinamico ricevuto da Dio stesso, vissuto in tutta la sua esigenza e portato alle ultime conseguenze. Tutto ciò che egli realizza, porterà il sigillo della sorgente profonda da cui pro­viene.

COSCIENZA E AFFERMAZIONE DELL’UNITÀ PERSONALE
La scoperta dell’apostolo Paolo da parte del beato Giacomo Alberione risale al primo contatto con gli studi teologici. San Paolo sapeva che in Gesù Cristo abita corporalmente la pienezza della divini­tà e che tutto abbiamo pienamente in lui (cf. Col 2,9-10); di conseguenza, non si può servire Gesù Cristo se non con una risposta di grande «pie­nezza» e sforzandosi perché tutti acquistino la piena intelligenza del mistero di Dio, che è Cristo (cf. Col 2,2-3); e in questo ministero impegnò tutte le risorse personali di natura e di grazia (cf. Col 1,28-29). Tutto questo colpì profondamente l’animo delgiovane ed inquieto Alberione.
«L’ammirazione e la devozione – scriveva nel 1954 – cominciarono specialmente dallo studio e dalla meditazione della Lettera ai Romani. Da allora la personalità, la santità, il cuore, l’intimità con Gesù, la sua opera nella dogmatica e nella morale, l’impronta lasciata nell’organizzazione della Chiesa, il suo zelo per tutti i popoli, furono soggetti di meditazione. Egli parve veramente l’Apostolo: dunque ogni apostolo ed ogni apostolato potevano prendere da lui». Da allora la conoscenza andò sviluppandosi e divenne «devozione», con tutta la carica che questa parola comporta: conoscenza sempre più approfondita, amore e volontà di identificazione, confronto continuo sul piano del pensare e dell’agire, decisione di far conoscere, amare, seguire e imitare l’Apostolo.
Questa «devozione» andò intensificandosi quando la figura dell’Apostolo fu associata alla nuova forma di apostolato che il giovane Alberione avviava con le sue fondazioni. «Tutte le anime che presero gusto agli scritti di San Paolo, divennero anime robuste», affermava. Ed esortava: «Preghiamo san Paolo che formi anche noi persone di carattere, che non si scoraggiano…, che sanno dare un valore giusto alle cose. Gente pratica che sa giocare il “tutto per tutto”, cioè dando tutto a Dio per riceve in cambio Dio stesso. E questo avviene quando vi è un grande amore, la convinzione che aveva san Paolo da farlo esclamare: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?”».

L’UNITÀ IN GESÙ CRISTO, RICEVUTO DA SAN PAOLO
Per garantire l’unità di ispi­razione e di azione, Don Alberione si riporta sempre al punto essenziale, e così lo offre alla sua Famiglia: «L’unio­ne di spirito: questa è la parte sostanziale… vivere nel Divin Mae­stro in quanto egli è via, verità e vita; viverlo come lo ha compreso ilsuo discepolo san Paolo. Questo spirito forma l’anima della Famiglia Paolina, nonostante che i membri sia­no diversi ed operanti variamente… “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”», diceva nel 1960.
L’unità si trova dunque in Gesù Cristo, ricevuto da san Paolo. Per dono di Dio, don Alberione ha sentito a fondo la Parola rivela­ta circa la pienezza apostolica di san Paolo ed è stato mosso dallo Spiri­to all’impegno di riprodurlo, oggi, nella totalità del suo carisma aposto­lico. È questa la sorgente e l’unità profonda della Famiglia Paolina. È di qui che emanano le differenti fisionomie dei dieci gruppi che la costitui­scono.
Afferma don Silvio Sassi, Superiore generale della Società San Paolo, nella sua lettera annuale, “Ravviva il dono che hai ricevuto”, che per essere fedeli oggi in modo creativo a Don Alberione, occorre interpretare san Paolo per le urgenze della nuova evangelizzazione del nostro tempo: una profonda esperienza di Cristo, che si trasforma in fede missionaria nella comunicazione attuale, in contemplazione nella liturgia, in laboriosità nella pastorale parrocchiale, nel suscitare vocazioni, nel vivere lo stato di vita laicale in stile paolino e nella cooperazione alle opere di bene paoline. Sono questi, appunto, i vari raggruppamenti che debbo­no trovare in san Paolo il loro vincolo di unità e il loro dinamismo contemplativo-attivo verso Dio e verso gli uomini.

UNITÀ, SANTITÀ E FECONDITÀ APOSTOLICA
Il beato Giacomo Alberione considera san Paolo non solo padre e ispiratore, ma addirittura «fondatore», «forma» sulla quale la Famiglia Paolina deve riprodurre Gesù Cristo per essere «san Paolo vivo oggi»: «Gesù Cristo è il perfetto originale. Paolo fu fatto e si fece per noi forma: onde in lui veniamo forgiati, per riprodurre Gesù Cristo. San Paolo è forma non per una riproduzione fisica di sembianze corporali, ma per comunicare al massimo la sua personalità… tutto. La Famiglia Paolina, composta da molti membri, sia Paolo-vivente in un corpo sociale».
Il motivo dell’elezione di san Paolo è stata la sintesi che l’Apostolo ha saputo realizzare in se stesso di tutte le dimensioni della sua personalità:
Santità e apostolato: «Si voleva un santo che eccellesse in santità e nello stesso tempo fosse esempio di apostolato. San Paolo ha unito in se la santità e l’apostolato».
Amore a Dio e amore alle anime: «Se san Paolo oggi vivesse… adempirebbe i due grandi precetti come ha saputo adempierli: amare Iddio con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta la mente; e amare il prossimo senza nulla risparmiarsi».
Attività e preghiera: «Sovente si dà risalto all’attività di san Paolo; ma prima bisogna mettere in risalto la sua pietà».
Il segreto: la vita interiore: «Perché san Paolo è così grande? Perché compì tante opere meravigliose? Perché anno per anno la sua dottrina, il suo apostolato, la sua missione nella Chiesa di Gesù Cristo vengono sempre più conosciuti, ammirati e celebrati?… Il perché va ricercato nella sua vita interiore. È qui il segreto», affermava il Fondatore.
E concludeva costatando come la santità consiste appunto nella sintesi dello sviluppo armonico di tutte le dimensioni umane: «Per san Paolo la santità è la maturità piena dell’uomo, l’uomo perfetto. Il santo non si involve, ma si svolge… La santità è vita, movimento, nobiltà, effervescenza… Ma lo sarà solo e sempre in proporzione dello spirito di fede e della buona volontà».
Segreto per raggiungere la realizzazione personale, la santità, e la fecondità apostolica è dunque l’unità interiore. San Paolo ne è il maestro.

*Postulatore generale della Famiglia Paolina

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