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LO ZELO APOSTOLICO DI SAN PAOLO SECONDO NEWMAN (PDF)
P. HERMANN GEISSLER, FSO
Papa Francesco desidera vivamente che in ogni angolo della terra la Chiesa sia più missionaria. Nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium si rivolge a tutti i fedeli «per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice» (n. 1). San Paolo rappresenta per noi un modello sempre attuale di apostolo e missionario. Per il beato John Henry Newman Paolo è il glorioso apostolo, il più soave degli scrittori ispirati, il più commovente e il più attraente dei maestri, per il quale nutre una particolare devozione.1 Newman ci lascia quattro omelie dedicate interamente all’Apostolo delle genti. Il tema di queste meditazioni non è tanto l’attività apostolica di Paolo, quanto i sentimenti e l’atteggiamento interiore che caratterizzano la sua opera evangelizzatrice. Le riflessioni di Newman non hanno perso niente della loro freschezza e possono aiutare anche noi, all’inizio del XXI secolo, a riscoprire e ad approfondire la nostra vocazione missionaria.
1 Cfr. JOHN HENRY NEWMAN, Il dono caratteristico di san Paolo, in: id., Sermoni Cattolici, Jaca Book Milano –
Morcelliana, Brescia 1984, pp. 247-257.
1. Esperienza della conversione
Nessuno può essere apostolo se non è stato afferrato dalla grazia di Dio e non è passato attraverso una conversione profonda. In una omelia che risale al tempo in cui era ancora anglicano, Newman parla della conversione di san Paolo in rapporto al suo ministero. Per Newman l’esperienza della conversione di Saulo è l’effettivo esordio del ministero di Paolo. Cosa intende con questo? Saulo è conosciuto come il capo dei persecutori dei cristiani. Approva infatti la lapidazione di Stefano che, morendo, prega per i suoi uccisori. In seguito, ottiene dai capi religiosi l’autorizzazione a mettere in prigione anche i discepoli della nuova Via, che si trovano a Damasco. Ma davanti alle porte della città viene «gettato a terra prodigiosamente e convertito alla fede, che perseguitava».2 La conversione di Paolo è prima di tutto una dimostrazione della potenza di Dio, del suo trionfo sul Nemico: «per mostrare la sua potenza, la sua mano s’introdusse in mezzo alla schiera dei persecutori del suo Figlio e afferrò il più energico di essi».3 Allo stesso tempo, questa conversione è frutto della preghiera di Stefano: «la preghiera del giusto può molto. Con l’aiuto di Dio, il primo martire ha avuto il potere di suscitare il più grande degli Apostoli».4 Così appare chiaro che nessuno può essere apostolo se non confida nella potenza trasformatrice di Dio e nella forza della preghiera d’intercessione.
2 JOHN HENRY NEWMAN, St. Paul’s Conversion viewed in reference to his Office, in: id., Parochial and Plain Sermons,
vol. II, Christian Classics INC. Westminster, Md. 1966, p. 96.
3 Ibid., p. 97.
4 Ibid., p. 96.
5 Ibid., p. 98.La grazia della conversione, un mistero della Provvidenza di Dio, fa di Paolo un intramontabile modello di apostolo. Egli nella sua vita sperimenta tanto il limite del peccato quanto la potenza della misericordia di Dio da cui si fa catturare fino a divenire padre spirituale per i gentili: «nella storia della sua colpa e della grazia immensa e miracolosa del perdono di Dio, Paolo, molto più degli altri Apostoli, testimonia il suo Vangelo, che noi tutti siamo colpevoli davanti a Dio e possiamo essere salvati soltanto dalla sovrabbondante generosità divina».5 Come Paolo, ogni apostolo è chiamato a testimoniare la misericordia di Dio, prima di tutto con la sua vita e poi anche con la parola. La vita che Paolo aveva condotto prima della conversione lo rende particolarmente adatto ad essere strumento per realizzare il piano di Dio nei confronti dei gentili. Tuttavia, occorre essere cauti, perché la diffusione del Vangelo non è in primo luogo opera degli uomini, bensì della grazia di Dio. Ma Dio si serve quasi sempre dell’aiuto umano per attuare i suoi piani. Paolo è come predestinato alla missione presso i pagani – non solo per la sua scienza e per i suoi doni spirituali, ma anche e soprattutto per il suo cammino di fede e di conversione. Questo cammino gli insegna a non farsi scoraggiare dalla gravità del peccato commesso, a saper trovare le scintille di fede nascoste negli uomini, a immedesimarsi nei più diversi tipi di tentazione, a portare con umiltà la grandezza delle rivelazioni ricevute e a utilizzare saggiamente le proprie esperienze per la conversione di altri. Così Paolo diviene una «consolazione, un aiuto e una guida per i suoi fratelli», perché «gli era donata nella più alta misura la conoscenza del cuore umano».6 È consolante sapere che tutte le esperienze della vita – positive ma anche negative – possono essere utili alla diffusione del Vangelo secondo il piano di Dio.
6 Ibid., p. 101.
7 Ibid., p. 102.
8 Ibid., p. 106.
Naturalmente, con questi pensieri, Newman non vuol dire che bisogna prima peccare per poter diventare un apostolo e un santo. Paolo non è diventato un cristiano migliore a causa della colpa commessa, ma «essa lo rese più idoneo – in quanto convertito – a un determinato scopo della provvidenza di Dio, più idoneo, cioè, a convertire anche altri».7 Newman dice chiaramente che la vita di Paolo, prima della conversione, non è stata una vita empia o immorale. Egli ascoltava la voce della coscienza e non si volgeva orgogliosamente contro Dio. La voce della coscienza in Paolo non era però sufficientemente illuminata dalla Sacra Scrittura, come lo fu, ad esempio, per Simeone ed Anna, che a partire dall’Antico Testamento hanno riconosciuto Gesù come il Salvatore atteso. Paolo, invece, non ha riconosciuto il Cristo ed è diventato così un persecutore dei cristiani. Quali conseguenze trae Newman da queste riflessioni per il singolo cristiano? Ogni credente «deve nutrire e seguire la santa luce della coscienza, come fece Saulo. Deve studiare accuratamente le Scritture, come non fece Saulo. Dio, che ha avuto misericordia perfino con il persecutore dei suoi santi, effonderà certamente la sua grazia su ogni cristiano, e lo condurrà alla verità che è in Gesù».8 Il credente che vuole diventare apostolo ascolta la voce della coscienza e la Parola della Rivelazione, si fa interpellare da esse, si lascia trasformare ed è attento ad accogliere la chiamata sempre nuova di Dio.
2. Conoscenza della natura umana La profonda unione con Cristo, a cui porta ogni autentica conversione, fa dire a san Paolo: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Alcuni santi sono così ricolmi della vita di Dio da perdervisi interamente e da non aver apparentemente più niente della natura umana. Come mostra Newman nell’omelia Il dono caratteristico di san Paolo, l’Apostolo delle genti fa parte dell’altro gruppo dei santi «in cui il soprannaturale non si sostituisce alla natura, ma si combina con essa e la rinvigorisce, la eleva, la nobilita. Costoro non sono meno uomini per il fatto che sono santi».9 In questa omelia, che Newman tiene nella chiesa universitaria di Dublino alcuni anni dopo la sua conversione alla Chiesa cattolica, chiede quale sia il segno caratteristico che distingue l’Apostolo dagli altri santi. Secondo lui Paolo si caratterizza soprattutto per il fatto che la pienezza dei doni divini non distrugge quanto di umano è in lui, ma lo eleva e lo perfeziona.
9 NEWMAN, Il dono caratteristico di san Paolo, p. 248.
10 Ibid, p. 250.
Perciò Paolo comprende particolarmente bene l’uomo con tutte le sue forze e debolezze, le sue tentazioni, aspirazioni e inclinazioni: «la natura umana, cioè, la natura che tutta la stirpe d’Adamo ha in comune, parlava, agiva in lui, era presente in lui in tutta la sua forza, con una pienezza, direi, corposa: sempre sotto la guida sovrana della grazia divina, ma senza perdere alcunché della sua effettiva libertà e del suo potere a causa di tale subordinazione. Ed è proprio perché la natura dell’uomo si manifesta in lui con tanto vigore, che san Paolo riesce a penetrare così a fondo nella natura umana, che riesce a simpatizzare così profondamente con essa, per un dono che è caratteristicamente suo».10 Anche se l’Apostolo prima della sua conversione ha vissuto con rigore la propria vita, ora si annovera tra gli spregiati pagani e parla come se fosse uno di loro. Si sente solidale con i suoi simili, con tutta la stirpe di Adamo. Perciò è consapevole di essere in possesso di una natura compromessa con tutta la gamma di emozioni, inclinazioni, intenzioni, di peccati che caratterizzano la vita dell’uomo nel mondo; è in questo senso che Paolo, sulla scia del Signore, porta su di sé il peccato di tutti gli uomini e si sente in piena comunione con loro. «Proprio lui, infatti, un fariseo rigoroso (egli stesso si definisce così), impeccabile secondo la giustizia legale, ch’era vissuto dinanzi a Dio in tutta buona coscienza, che aveva servito Dio con purezza fin dai padri suoi, parla tuttavia in un altro testo di se stesso, qual era prima che la grazia di Dio lo chiamasse, come fosse stato un empio e dissoluto pagano».11 Paolo non punta il dito sull’altro, perché è consapevole che il peccato e la cupidigia sono presenti anche in lui. È un grande conoscitore della natura umana «perché – attraverso la propria natura che la grazia aveva santificato – egli aveva compreso vividamente che cosa fosse la natura priva della grazia, nelle sue tendenze e nei suoi effetti».12 Il credente missionario è sempre sulla via della conversione e del rinnovamento in Cristo. Egli è in grado di immedesimarsi e condividere le diverse situazioni di vita degli uomini, di provare le loro stesse emozioni, di comprendere le loro lotte, di prendere parte alle loro gioie e alle loro preoccupazioni.
11Ibid
12 Ibid.
13 Ibid, p. 252.
14 Ibid.
Paolo mostra poi il suo amore per la natura umana anche perché non esita a ricorrere ad autori pagani. Newman si riferisce a tre noti brani in cui l’Apostolo cita alcuni scrittori greci: sull’Areopago di Atene, quando fa riferimento all’iscrizione di un altare che dice: «al Dio ignoto» (At 17,23). Poi quando rammenta ai Corinti una parola del poeta Menandro: «le cattive compagnie corrompono i buoni costumi» (1 Cor 15,33). E infine nella Lettera a Tito in cui cita il filosofo Epimenide: «i Cretesi sono sempre bugiardi, brutte bestie e fannulloni» (Tit 1,12). Perché Paolo cita autori pagani? Newman risponde: «poiché egli è un vero innamorato delle anime: ama questa nostra povera natura umana di un amore profondamente appassionato. La letteratura dei Greci è l’espressione di questa natura, sulla quale l’Apostolo si curva con tenerezza e con dolore, desiderando la sua rigenerazione, sperando la sua salvezza».13 Il piano di salvezza di Dio comprende anche i Greci, comprende tutti i popoli. Così come Paolo insegna chiaramente «che i pagani sono nelle tenebre e in potere del Maligno, altrettanto chiaramente insegna che lo sguardo della Divina Misericordia si posa su di loro».14 L’Apostolo non rifiuta mai ciò che è veramente umano. Ha un cuore grande e accogliente perché è convinto che Dio vuole la salvezza di tutti. Infine Paolo sottolinea che tutti gli uomini sono figli di Adamo e «si rallegra al pensiero che tutti gli uomini sono fratelli».15 Non si limita a mettere in rilievo che tutta l’umanità discende da Adamo, ma considera anche «con tenera compassione la schiavitù, l’angustia, il desiderio, la liberazione della misera natura umana».16 Come è scritto nella Lettera ai Romani, «l’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19).
L’Apostolo ricorda costantemente che tutti gli uomini hanno la stessa origine e lo stesso fine: vengono da Dio e sono chiamati alla vita di gloria in Dio.
15 Ibid, p. 253.
16 Ibid.
17 Ibid.
18 Ibid.
3. Amore per il suo popolo
Newman non manca di parlare anche dell’amore di Paolo per Israele, suo popolo. Se l’Apostolo si sente legato a tutta la stirpe degli uomini, «quale non doveva essere il sentimento che provava nei confronti del suo proprio popolo! Quale singolare commistione, dolce e amara, di orgoglio generoso (se posso esprimermi così) e di acuta, soverchiante angoscia, suscitava in lui il ricordo della stirpe d’Israele!»17 Anche dopo la conversione, Paolo continua ad essere fiero dell’elezione, da parte di Dio, del suo popolo. Questo è particolarmente evidente nella Lettera ai Romani, dove scrive: «essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen» (Rm 9,4-5). Con quale gratitudine Paolo guarda a Israele, «la più eccelsa e la più abietta delle nazioni; il caro popolo al quale apparteneva, le cui glorie avevano nutrito la sua immaginazione e il suo cuore fin dall’infanzia».18 Ma questo sentimento di fierezza e di gratitudine è accompagnato da tristezza e da dolore (cfr. Rm 9,2). Infatti, proprio il popolo che per secoli è stato in attesa del Messia, il quale gli ha preparato la via e ha annunciato la sua venuta, non lo ha accolto. Paolo poteva comprendere bene l’ostinazione degli Israeliti, dal momento che anche lui, prima della conversione, aveva coltivato gli stessi sentimenti e pensieri su Gesù. Per compassione intercedeva, come Mosè, per il suo popolo, sì per amore dei suoi fratelli dice di voler «essere io stesso anàtema, separato da Cristo» (Rm 9,3). Era pronto a dare tutto per amore del suo popolo. «Mentre quelli perseguitavano il suo Signore e lui stesso, egli perorava in loro favore e ricordava a Cristo che anch’egli a sua volta era stato un suo persecutore».19 Il suo cuore sanguina a causa della durezza di cuore di Israele, così da fargli esclamare: «O miei amatissimi! O stirpe gloriosa, tanto miseramente caduta!»20
19 Ibid. p. 254.
20 Ibid. p. 253.
21 Ibid., p. 255.
22 JOHN HENRY NEWMAN, Il dono di simpatia di San Paolo, in: id., Sermoni Cattolici, Jaca Book Milano – Morcelliana,
Brescia 1984, pp. 261-271.
Allo stesso tempo – malgrado tutto – Paolo non perde la speranza per il suo popolo. Dopo aver ammesso che la maggior parte degli Israeliti aveva rifiutato di accettare Gesù, si consolava all’idea che la loro ostinazione sarebbe diventata una benedizione per i pagani ed era pieno di fiducia nella profezia «del loro riscatto futuro»21 per cui anch’essi, successivamente, si sarebbero salvati. Perciò scrive nella Lettera ai Romani: «l’ostinazione di una parte d’Israele è in atto fino a quando non saranno entrate tutte quante le genti. Allora tutto Israele sarà salvato» (Rm 11,25s.). Ogni cristiano, diventato apostolo, proverà gli stessi sentimenti per la propria famiglia e il proprio popolo: pieno di gratitudine per quanto di buono e di bello ha ricevuto; in una sincera disponibilità a intercedere per quanti non conoscono o hanno dimenticato il Signore; con una fiducia incrollabile nella misericordia di Dio per tutti.
4. Simpatia per i credenti
In una omelia che Newman tiene poco dopo, sempre nella chiesa universitaria di Dublino, dipinge l’amore dell’Apostolo per i cristiani. Il titolo di questa omelia è: Il dono di simpatia di san Paolo.22 Newman continua il ragionamento iniziato nella omelia precedente e mostra con quale affetto l’Apostolo tratta i suoi fratelli e sorelle nella fede. Mette in risalto la sua humanitas: «una virtù che nasce dalla grazia soprannaturale di Lui, ed è coltivata per amore di Lui, nonostante che ne sia oggetto la natura umana in se stessa, nel suo intelletto, nei suoi affetti e nella sua storia. Questa è la virtù che io considero caratteristica di san Paolo al massimo grado; spesso l’inculca egli stesso in persona nelle sue epistole, come quando comanda viscere di misericordia, di benignità, di gentilezza e simili».23 Come si evidenzia questo atteggiamento nella vita e nell’opera dell’Apostolo?
23 Ibid., p. 263.
24 Ibid.
Newman sottolinea che Paolo è così pieno d’amore per gli altri che «nel tenore dei suoi pensieri d’ogni giorno, perde quasi di vista i doni e privilegi suoi, il suo stato e la dignità, a meno che non sia forzato a ricordarli per dovere; ed è, a se stesso, né più né meno che un fragile uomo che parla a fragili uomini; ed è tenero verso il debole, per il sentimento che ha della debolezza propria».24 Paolo sa che non solo gli altri hanno bisogno della misericordia di Dio, ma lui stesso per primo. Preferisce infatti chiamarsi servitore: «noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù» (2 Cor 4,5). E confessa la propria debolezza: «noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2 Cor 4,7). L’Apostolo è consapevole della propria miseria, sa di dipendere dalla grazia di Dio. Proprio questa consapevolezza l’unisce ancora più strettamente ai suoi figli spirituali. Nelle sue prediche e lettere Paolo parla di continuo della sua debolezza: «infatti, da quando siamo giunti in Macedonia, il nostro corpo non ha avuto sollievo alcuno, ma da ogni parte siamo tribolati: battaglie all’esterno, timori all’interno» (2 Cor 7,5). Descrivendo il suo apostolato a Corinto attesta: «mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza» (1 Cor 2,3s.). Parlando delle rivelazioni che il Signore gli ha donato, non manca di ricordare che «è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia» (2 Cor 12,7). Non omette neanche di parlare delle sue dure lotte interiori: «non vogliamo infatti che ignoriate, fratelli, come la tribolazione, che ci è capitata in Asia, ci abbia colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze, tanto che disperavamo perfino della nostra vita» (2 Cor 1,8). E quando si congeda dagli anziani di Mileto dice: «voi sapete come mi sono comportato con voi per tutto questo tempo, fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia: ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove» (At 20,18s.). Perché Paolo parla con tanta franchezza e naturalezza delle sue debolezze e lotte interiori? Newman spiega: un uomo che sa spogliarsi della sua grandezza e si sa mettere a livello dei suoi fratelli mostra una profonda condivisione della natura umana; un uomo che parla con semplicità e comunica le sue emozioni è in grado di sentire e manifestare un grande amore per gli uomini e allo stesso tempo di farsi amare.25 Essere apostolo non deve essere confuso con l’eroismo mondano o il perfezionismo umano. Per il compimento del suo disegno di salvezza Dio ha bisogno non di cuori perfetti ma pieni d’amore: cuori afferrati dal suo fuoco che si fanno purificare e trasformare da esso, che con la loro luce interiore attirano altre persone e le conducono con amore a Cristo.
25Cfr. ibid., p. 266.
Newman ribadisce ripetutamente che la grazia nel cuore di Paolo non reprime la natura umana, ma la santifica e nobilita. Egli conserva tutto quanto di umano, ma non di peccaminoso, era in lui. Vive in comunione con il suo amato Signore e allo stesso tempo è sempre sensibile ai sentimenti delle persone e del mondo che lo circondano. Newman vede in questo l’essenza dell’umanità del cuore di Paolo: «stupendo a dirsi, egli che il suo riposo e la sua pace l’aveva nell’amore di Cristo, non era soddisfatto senza l’amore dell’uomo; la maggiore ricompensa egli la poneva nell’approvazione di Dio, e tuttavia cercava l’approvazione dei suoi confratelli. Dipendeva esclusivamente dal Creatore, eppure sottometteva se stesso alla creatura. Pur possedendo quel che è infinito, non si esonerava dal finito. Amava i suoi confratelli, non soltanto “per amor di Gesù”, volendo usare l’espressione sua, ma anche per amor loro. Viveva in loro; sentiva con loro e per loro; era ansioso per loro, li aiutava, e in cambio se ne riprometteva dell’incoraggiamento. La sua anima assomigliava a quegli strumenti musicali, come l’arpa e la viola, le corde dei quali entrano in vibrazione, benché non toccati, dalle note che emettono gli altri strumenti; e sempre, secondo il suo stesso precetto, “godeva con quelli che godevano, piangeva con quelli che piangevano” (Rm 12,15); riuscendo così il meno magistrale di tutti i maestri, e il più gentile e il più amabile di tutti i superiori».26
26 Ibid., p. 267.
27 Ibid., p. 269.
Particolarmente forte è il legame di Paolo con i suoi amici e collaboratori, in ogni circostanza della vita. Gioisce «della visita di Stefanàs, di Fortunato e di Acàico“ (1 Cor 16,17). Scrive: «non ebbi pace nel mio spirito perché non vi trovai Tito, mio fratello» (2 Cor 2,13). E poi: «ma Dio, che consola gli afflitti, ci ha consolati con la venuta di Tito» (2 Cor 7,6). Della Chiesa di Roma saluta Febe, Prisca e Aquila e «la comunità che si riunisce nella loro casa», Epèneto, Maria, Andronìco e Giunia e molti altri fratelli e sorelle (cf. Rom 16). Ci dice che Epafrodito è stato «vicino alla morte. Ma Dio ha avuto misericordia di lui, e non di lui solo ma anche di me, perché non avessi dolore su dolore» (Fil 2,27). Si lamenta «che tutti quelli dell’Asia mi hanno abbandonato» (2 Tm 1,15), e in un altro passaggio: «nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto» (2 Tm 4,16). Alcuni degli amici si allontanarono da lui: «Dema mi ha abbandonato, avendo preferito le cose di questo mondo, … solo Luca è con me» (2 Tm 4,10s.). Alla fine della seconda Lettera a Timoteo scrive: “Saluta Prisca e Aquila e la famiglia di Onesìforo. Eràsto è rimasto a Corinto; Tròfimo l’ho lasciato ammalato a Milèto. Affrettati a venire prima dell’inverno. Ti salutano Eubùlo, Pudènte, Lino, Claudia e tutti i fratelli” (2 Tm 4,19-21). Quale grandezza di amore fraterno, quale fiducia, quanta sensibilità e anche quanta compassione e dolore esprimono queste parole! Newman ne è profondamente toccato e scrive: «Paolo è il predicatore particolarissimo della grazia divina, ed è insieme l’amico singolare e intimo della natura umana. Rivela a noi i misteri dei decreti supremi di Dio, e al tempo stesso manifesta l’interesse più sviscerato per le singole anime».27 Il vero cristiano ha un grande cuore, pensa al mondo intero e prega per tutti. Ma allo stesso tempo si volge con amore e si immedesima in ognuno, perché è consapevole della singolare dignità e vocazione di ciascuno e perché gli sta a cuore la salvezza di ogni singola persona. Questo amore di Paolo per tutti gli uomini spiega bene l’indignazione dell’Apostolo di fronte ai sentimenti di gelosia, di invidia e di rivalità esistenti nelle comunità cristiane. Considera vergognosi questi atteggiamenti e irriverenti non solo nei confronti di Cristo, ma anche nei riguardi della comune natura umana che conferisce a tutti la medesima dignità e il medesimo diritto al titolo di uomini.28 Paolo amava così tanto gli uomini che «simpatizzava con loro, dovunque e comunque fossero; e sentiva come una misericordia speciale, trasmessa a loro tramite il Vangelo, il fatto che la natura umana da allora in poi fosse stata riconosciuta e redenta in Gesù Cristo. Lo spirito partigiano era quindi puramente e semplicemente all’opposto dello spirito dell’Apostolo, costituiva un gran peccato per lui, quand’anche non toccasse gli estremi dello scisma».29 Alla comunità dei Corinti, divisa perché alcuni riconoscevano come maestro Paolo, altri Apollo, altri ancora Cefa e altri Cristo, domanda: «è forse diviso il Cristo?» (1 Cor 1,13). Tra gli uomini rigenerati dalla grazia «non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti» (Col 3,11). Il fedele con un cuore apostolico, nell’intimo del suo cuore, nutre la stessa profonda aspirazione di Gesù e ripete con lui la preghiera: che tutti siano uno. È servitore dell’unità in Cristo e sa che la testimonianza cristiana può essere credibile solo a questa condizione: «tutti siano una sola cosa; perché il mondo creda» (Gv 17,21).
28 Cfr. ibid.
29 Ibid.
30 JOHN HENRY NEWMAN, Appunti di Prediche (1849-1878), Libreria Gregoriana Ed., Padova 1924, pp. 64-66. Titolo
originale della omelia tenuta da Newman il 23 febbraio 1851: „On St. Paul the Type of the Church as
Missionarising“, in: id., Sermon Notes, Longmans, Green, and Co, London 1913, pp. 62-64.
5. Buona lotta e fiducia in Dio
Ci sono pervenute anche brevi note di una omelia del periodo cattolico di Newman sul tema San Paolo tipo della Chiesa missionaria.30 I pensieri fondamentali di questa omelia non scritta ma tenuta a braccio, completano la nostra meditazione circa lo zelo apostolico di Paolo. Newman inizia questa omelia con l’affermazione che Paolo era soprattutto un seminatore della parola: «seminò in tutti i paesi». Ed era anche un campione – non solo come David contro Golia – ma «contro il mondo».31 Quest’azione, iniziata da Paolo, sarà continuata dalla Chiesa in ogni luogo e in ogni tempo. E non solo quella del seminare, ma anche quella del buon combattimento della fede.
31 Ibid., p. 65.
32 Ibid., p. 66.
33 Ibid.
Paolo è il modello per eccellenza di questo: egli lotta nella fede contro gli zeloti del giudaismo, basti pensare ai quaranta uomini che «fecero voto con giuramento esecratorio di non toccare né cibo né bevanda, sino a che non avessero ucciso Paolo» (At 23,12); dovette lottare anche contro i fanatici del paganesimo, come mostra ad esempio la rivolta degli argentieri di Efeso (cfr. At 19,21ss.). Doveva confrontarsi con gli indifferenti, per esempio con il governatore Festo, che lo dichiarò pazzo (cfr. At 26,24), o con i filosofi greci sull’Areopago che, dopo il suo discorso sulla risurrezione, lo derisero e gli dissero che lo avrebbero ascoltato un’altra volta (cfr. At 17,32). Newman applica questi esempi alla sua epoca: la Chiesa, nell’Inghilterra del XIX secolo, doveva combattere con fede contro i fanatici evangelici e l’indifferenza degli uomini politici. I primi definivano Roma come l’Anticristo, i secondi si preoccupavano soltanto del loro profitto politico. Certamente questo vale anche per il nostro tempo: l’ostilità da una parte e l’indifferenza dall’altra rendono difficile per molti accogliere il messaggio del Vangelo e testimoniarlo. Ma Newman non è in alcun modo pessimista, al contrario, è pieno di fiducia, perché vede nella fede la grandezza e l’unità della Chiesa di tutti i tempi: «Questa ammirabile unità della Chiesa è la nostra consolazione». Ciò mostra che «la Chiesa viene da Dio» e «nulla le capita di strano e di nuovo».32 Ciò lo induce a concludere che questa è la vocazione permanente di tutti i membri della Chiesa: «nostra cura sia seminare, combattere e lasciare il resto a Dio».33
Conclusione
Colpisce il fatto che Newman, nelle sue omelie su san Paolo, non descriva nessuna grande strategia missionaria e neanche metta in risalto le impressionanti attività dell’Apostolo. Per lui non sembra tanto l’azione esteriore ad essere determinante, quanto i moti del suo cuore, da cui sgorga, come da una orgente zampillante, ogni pensiero, discorso e azione. Si può dire che Newman in queste omelie voglia delineare il cuore, il profilo interiore del vero apostolo. Le tessere del mosaico che distinguono il ritratto dell’autentico apostolo sono: la disponibilità alla conversione, che con la grazia di Dio diventa esperienza personale che fa della propria vita un modello anche per altri; la conoscenza della natura umana che è un grande aiuto per comprendere a fondo gli altri, per essere in sintonia con loro, per condividerne le gioie e le preoccupazioni; l’amore per il proprio popolo, che si mostra nella riconoscenza, nel desiderio di intercedere e nella speranza per tutti; la comunione con i fratelli nella fede che induce a farsi tutto a tutti per salvarne ad ogni costo qualcuno (cfr. 1 Cor 9,22); il coraggio di impegnarsi con fede nella buona lotta, senza la quale in questo mondo non è possibile condurre gli altri al Vangelo; ma soprattutto l’incrollabile fiducia nella potenza della parola di Dio. Il nostro compito principale, infatti, consiste nel seminare generosamente il seme della Parola e lasciar a Dio stabilire quando e come debba portare frutto.