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SAN LUIGI-MARIA GRIGNION DE MONTFORT ELESSE SAN PAOLO A SUO MODELLO DI MISSIONARIO

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IL PAZZO DI MONTFORT

SAN LUIGI-MARIA GRIGNION DE MONTFORT ELESSE SAN PAOLO A SUO MODELLO DI MISSIONARIO

1 Maggio 2009

ROMA, lunedì, 11 maggio 2009 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito un articolo di padre Santino Brembilla, smm, Superiore generale dei Missionari Monfortani, apparso sull’undicesimo numero della rivista « Paulus » (maggio 2009), dedicato al tema “Paolo il giustificato”.
* * *

Il 6 giugno1706, san Luigi-Maria de Montfort (1673-1716) fu insignito da papa Clemente XI del titolo di Missionario Apostolico, con il compito di ritornare in Francia per rinnovare lo spirito del cristianesimo. Egli lo visse sullo stile di san Paolo, che chiamava familiarmente «l’Apostolo» e gli fu sempre modello. Nelle sue opere troviamo citati oltre duecento versetti paolini da tutte le sue Lettere, eccetto la Seconda ai Tessalonicesi. Ne cogliamo l’eco anche nelle Regole che scrisse per i Missionari della Compagnia di Maria, dove si afferma che il vero missionario deve sempre poter dire con san Paolo: «Il Signore non mi ha mandato a battezzare, ma ad evangelizzare» (1Cor 1,17); e «noi siamo senza fissa dimora» (1Cor 4,11), per poter «correre con san Paolo» senza che nulla ci trattenga (cfr. Regole 2 e 6). Anche san Luigi-Maria era «sempre sul chivalà», spinto dalla missione «come una palla nel gioco della pallacorda» (Lettera 26). E ancora egli chiede ai suoi futuri collaboratori «di compiere fedelmente queste parole traboccanti di amore del grande Apostolo: “Mi sono fatto tutto a tutti”, facendosi tutto a tutti con la carità» (cfr. Regole 49). Un atteggiamento che lo impressiona al punto di ripetere continuamente queste parole nei suoi Cantici sul Santissimo Sacramento. Ed è interessante notare che san Luigi-Maria legga molto spesso in chiave cristologica quei testi dove san Paolo parla della missione apostolica, palesando l’unione e la somiglianza tra il Cristo e il suo apostolo.

Perfetta conformazione a Cristo
Un’altra massima paolina che san Luigi-Maria offre ai suoi missionari è: «Non conformatevi al mondo presente» (Rm 12,2; Regole 38). Questo atteggiamento di distacco è un tratto severo ma necessario, poiché essere conformi al mondo impedisce la conformità a Cristo, «nostro unico modello» (Trattato 61). Tanto da arrivare a scrivere: «Bisogna essere conformi all’immagine di Gesù Cristo o essere dannati» (Lettera agli Amici della Croce 9). Per san Luigi-Maria, la missione di lavorare è «come dice l’Apostolo, quella di rendere ogni uomo perfetto in Gesù Cristo, perché in Lui solo abita tutta la pienezza della Divinità» (Trattato 61; cfr. Col 1,29; 2,9). L’uomo perfetto è colui che giunge «alla pienezza dell’età del Cristo» (Ef 4,13). Quest’ultimo versetto assumerà un’importanza capitale nella spiritualità monfortana: è infatti la prima e l’ultima citazione biblica ne L’Amore dell’Eterna Sapienza, come pure le ultime parole della famosa Consacrazione a Gesù per Maria e la conclusione della sua preghiera allo Spirito Santo (cfr. Segreto di Maria 67). Ma come giungere a questa pienezza perfetta? La risposta è contenuta nel segreto che san Luigi-Maria ricevette quale missione, ovvero rivelare Maria, poiché «dal momento che tocca a Lei generarci in Gesù Cristo e Gesù Cristo in noi, fino alla pienezza della sua età, in modo che Ella può dire di sé, con più verità di san Paolo: “Io vi genero ogni giorno , miei cari figli, finché Gesù Cristo”, mio Figlio, “non sia perfettamente formato in voi”» (Amore della Sapienza 214; Gal 4,19 e Ef 4,13; cfr. Trattato 33; Segreto di Maria 56). Una rapida lettura di questo testo potrebbe far pensare a un abuso d’interpretazione: come applicare alla Vergine Maria ciò che san Paolo dice di se stesso? In Gal 4,19, egli utilizza la metafora del parto riferendola al suo ministero apostolico. Ma san Luigi-Maria trasforma la figura letteraria nel volto personale di una donna concreta: Maria. È la rivelazione che egli ha ricevuto dalla Spirito Santo (cfr. Segreto di Maria 1 e 20; Gal 1,11s): la scoperta della missione e del ruolo di Maria nella nostra vita spirituale. Nella costruzione del Corpo di Cristo (cfr. Ef 2,21; 4,12.13), egli vede Maria all’opera là dove san Paolo vedeva l’organizzazione “ministeriale”della Chiesa. Ed è ancora san Paolo a rivelargli la chiave della maternità spirituale della Vergine. Se Cristo è il Capo di questo corpo che è la Chiesa (Ef 1,22.23; 4,15.16; 5,23; ecc.) e noi le sue membra, allora Maria è nostra Madre: «Poiché Maria ha formato il Capo dei predestinati, che è Gesù Cristo, tocca pure a Lei formare le membra di questo Capo, che sono i veri cristiani» (Segreto di Maria 12; Trattato 17, 20, ecc.). Nel testo appena citato, san Luigi-Maria usa la parola predestinato, termine di marca chiaramente paolina che egli utilizza molto spesso. Tale predestinazione è un mistero di grazia: «Tutto si riduce, dunque, Maria, a trovare un mezzo facile per ottenere la grazia necessaria per diventare santi» (Segreto 6). Certamente egli non rifiuta le opere, i «mezzi di salvezza» (Segreto 3 e 4). Ma cosa sarebbero, senza la grazia divina?

La Santa Schiavitù
Un’altra parola del vocabolario monfortano derivata da san Paolo è l’essere «schiavo». La spiritualità della Consacrazione a Gesù per Maria è infatti chiamata spesso da san Luigi-Maria la «schiavitù di Gesù vivente in Maria». È nel Mistero dell’Incarnazione che si rivela il vocabolario della “Santa Schiavitù”. E tale mistero si fa carne in Maria, la schiava del Signore (Lc 1,38.48). Ma l’influsso paolino non si riduce a una lista di referenze testuali. San Luigi-Maria rilesse la sua vita nelle Lettere dell’Apostolo. La biografia del nostro santo è piena di persecuzioni (Lettera agli Amici 58; 1Cor 4,9.13). Nelle grandi difficoltà incontrate a Parigi nel 1703, poi descritte nella Lettera 16, riconosceva la comunione con l’esperienza dell’Apostolo (2 Cor 6,4-10). A sua sorella, religiosa benedettina, egli scriveva: «Sono contento e pieno di gioia in mezzo a tutte le mie sofferenze» (Lettera 26; cfr. Col 1,24; 2Cor 8,2; 1Tm 1,6). Egli tuttavia, al seguito di san Paolo, si pose fin dai suoi primi anni di sacerdozio la scelta della Sapienza divina (cfr. 1Cor 1,17-2,16). All’ospedale generale di Poitiers, fonda un gruppo di donne, pazze agli occhi della sapienza umana, che egli chiama Figlie della Sapienza (cfr. 1 Cor 1,26-28). Le scelte anticonformiste (cfr. Rm 12,2) gli valsero il soprannome di «pazzo di Montfort», ma egli sapeva che per diventare saggi secondo Dio, bisogna farsi pazzi agli occhi del mondo (cfr. 1Cor 3,18-19). Invitato una volta a predicare nella sua parrocchia natale, quand’era ormai noto quale grande oratore, san Luigi-Maria non proferì una sola parola: si limitò a mostrare il suo Crocifisso. Un gesto silenzioso che voleva dire: «non sono venuto per annunciarvi la testimonianza di Dio con l’eleganza della parola o della sapienza umana. No, non ho voluto sapere nulla tra voi, se non Gesù Cristo, e Gesù Cristo Crocifisso» (1Cor 1,1; cfr. Amore della Sapienza 12; Lettera agli Amici 26). Il grande progetto architettonico che san Luigi-Maria de Montfort realizzò fu proprio un grandioso Calvario eretto vicino a Nantes. Un trionfo nella debolezza, però, alla maniera di san Paolo: lo stesso giorno previsto per la benedizione solenne e inaugurazione dell’opera – il 14 settembre 1710 – giunse da Versailles l’ordine di raderlo al suolo.

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L’APOSTOLO PAOLO E SANTA CATERINA (festa oggi 29 aprile)

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L’APOSTOLO PAOLO E SANTA CATERINA (festa oggi 29 aprile)

(da. Il Ponte, sett-ott.2008)

Il Santo Padre Benedetto XVI, il 28 giugno scorso, a San Paolo fuori le mura a Roma, con una toccante cerimonia ha inaugurato solennemente » l’anno paolino « . Alla cerimonia, hanno partecipato il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo l° e un rappresentante dell’arcive­scovo di Canterbury.
Conoscere e far conoscere sempre più San Paolo e aprirsi sul suo esempio, alla dimensione ecu­menica. (..) “ Paolo servo di Cristo Gesù ,Apostolo per vocazione. Così Paolo inizia la lettera indirizzata a quanti sono in Roma.
« lo Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo ». Così Caterina si presenta nelle sue epistole. (..)
Ma adesso diamo uno sguardo sul rapporto tra Caterina da Siena e l’Apostolo delle genti.
Una sera del 1353 Caterina da Siena, tornando a casa col fratellino Stefano, dopo aver fatto una visita alla visita alla torre di Sant’Ansano verso Fonte Branda, ebbe una dolcis­sima visione che la segnerà per tutta la vita. Di colpo vide la monumentale Chiesa di San Dome­nico avvolta da un serafico tramonto e su, su, in alto in una luce purissima Gesù, maestoso sedu­to in trono. Vestiva abiti pontificali, in testa poggiava un’ aurea tiara, e ai suoi lati si trovavano Pietro, Paolo e Giovanni. Giovanni.
Gesù la guardava e le sorrideva. Caterina era afferrata dal suo dolce sguardo e Gesù compiaciuto, la benediceva in un incendio d’amore infinito. Caterina non aveva che sei anni. La visione di Cristo coi paramenti pontificali le dice lo stretto rapporto col suo vicario, Pietro infatti è colui che lo rappresenta qui, sulla terra. Pertanto, per lei il Papa sarà il dolce Cristo in terra. San Gio­vanni il Teologo dell’amore, l’aiuterà a penetrare il mistero di Dio – amore e l’impegno costante della carità. Paolo, l’apostolo delle genti, il grande San Paolo il Dottore, sarà il suo Maestro e sarà amato dalla nostra santa in modo singolare per via che è stato crocifisso con Cristo. Paolo le diverrà tanto familiare da meritarsi il termine confidenziale di  » Paoluccio « . La nostra Santa il 25 gennaio del 1377 durante la Messa della festa della conversione di San Paolo, in estasi pro­nunciò una bellissima preghiera, della cui trascrizione siamo debitori al Beato Raimondo da Capua.
 » Tu, o Paolo ottimo, ( … ) da poi che per esso Verbo sei stato convertito dall’ errore alla verità e dopo che hai ricevuto il dono di essere rapito dove vedesti la divina Essenza in tre Persone, spogliato di quella visione, ritornando al corpo ovvero ai sensi, rimanesti vestito solo della visio­ne del verbo incarnato. Nella quale, considerando con attenzione che lo stesso Verbo incarnato sostenendo continue pene ha operato cl’ onore del Padre e la salute nostra, tu per questo sei fatto sitibondo e desideroso di sostenere p~ne acciò che, dimentico di tutte quante le altre cose, cpn­fessassi di non sapere altro che Iesu Cristo, e questo crocifisso. ( Orazione XXIII)
Struggente e determinata come sempre, nell’0razione VIII, invoca la luce che salva a Dio, cui sono proprie misericordia e pietà, dicendo “Tu ci desti al tempo del bisogno la luce degli apo­stoli: ora in questo tempo che maggiormente aviamo bisogno del lume risuscita un Paulo che illumini tutto el mondo ». Questo ci dice ulteriormente, l’amore, l’ammirazione e la devozione che la senese nutriva verso San Paolo.
San Giovanni Crisostomo definì San Paolo  » Voce di Dio », « Gran vascello dello Spirito Santo « , lo definì invece, Dante Alighieli. Sant’Agostino lo presentò come: » Vaso d’elezione e Maestro del mondo » mentre Santa Caterina lo chiama » Paolo ottimo « . Ma cerchiamo ancora negli scritti della nostra Mistica.
La lettera 226 indirizzata al Beato Raimondo da Capua per spronarlo ulteriormente verso l’ a­more di Dio e del prossimo, esprime tutta l’ammirazione versata in lirica nei confronti dell’ Apostolo « Così fece il dolce banditore di Paolo, che si vestì di Cristo crocifisso, e spogliato fu del diletto della divina essenza. Vestesi di Cristo uomo, cioè delle pene, obbrobri di Cristo crocifisso; e in altro modo non si vuole dilettare; anzi dice:  » lo fuggo di gloriarmi se non nella Croce di Cristo crocifisso ». E tanto gli piacque che, come disse una volta esso Apostolo a una serva sua: « Dolce figliola mia, tanto me l’ho stretto ‘l detto piacere col legame dell’affetto e dell’amore, che mai da me non si partì, né punto allentò, se non quando mi fu tolta la vita ». ( … ) Ed è fatto vasello di dilezione; pieno di fuoco, a portare, e a predicare la parola di Dio. Adunque non più negligenza, né dormire nell’ignoranzia, ma con acceso e ardito cuore distendere i dolci e amoro­si desideri ad andare a dare l’onore a Dio e la fadiga al prossimo; non partendovi mai dall’obiet­to nostro, Cristo crocifisso.
Chiunque si accosti agli scritti della nostra Mistica,anche semplicemente sfogliando il Dialogo, si accorge come a partire dal capitolo tre, citi l’Apostolo, per evidenziare in modo eloquente, la centralità di Cristo Crocifisso nella sua dottrina. Il Papa Benedetto XIV elevò tali lodi della mirabile dottrina di Caterina, ricca di sapienza, da fargli dire che, a somiglianza di San Paolo, tale dottrina è « accesa del fuoco della carità « . (Cfr. S. Caterina nei documenti papali P.Alfredo Scarciglia). A Benedetto XIV, nel 1995, fa eco Giovanni Paolo II, quando nella Lettera Aposto­lica, all’ Arcivescovo di Siena dice: « Infiammata dallo stesso ardore di San Paolo, Caterina non sa che predicare Cristo e Cristo crocifisso, nel cui sangue si sente a lui sposa e nel cui sangue scrive, da madre e sorella, il suo epistolario « Per Caterina il Cristo Crocifisso stà in su la croce beato e doloroso, perché è amante dell’umanità ed è il redentore nostro. Per Caterina il Cristo Crocifisso è altresì l’Agnello svenato e consumato d’amore, ed è dato a noi in cibo nell’Eucari­stia. Anche nelle sue lettere mette bene in evidenza la centralità di Cristo Crocifisso tant’ è, che le sue lettere iniziano » nel nome di Cristo Crocifisso » e terminano nel nome di Gesù dolce, Ge­sù amore.
È fuor d’ogni dubbio, che Caterina ami d’amore singolare  » l’ottimo Paolo » soprattutto per la sua scelta preferenziale che è quella di amare Cristo Crocifisso, che è scelta di sofferenza per amore, fino a con­fonnarsi a Lui. « Sono stato croci­fisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. (Galati 2,19 -20)
(P.Alfredo Scarciglia o.p.)

SUL PRIMATO DI CRISTO IN PAOLO E DUNS SCOTO

http://www.centrodunsscoto.it/articoli/Articoli_html/Il_primato_di%20cristo.htm

SUL PRIMATO DI CRISTO IN PAOLO E DUNS SCOTO

La felice coincidenza storica del bimillenario della nascita di Paolo di Tarso (c. 8 d.C.) e il VII centenario della morte di Giovanni Duns Scoto (1300-2008) è un’occasione propizia per focalizzare l’attenzione su un punto strutturale del Cristianesimo, il Primato di Cristo, che nell’Apostolo delle Genti ha il rivelatore più acuto, e nel Dottor Sottile l’assertore teologico più qualificato della storia. Il confronto a distanza di secoli intende evidenziare la perfetta sincronia e armonia tra il dato ispirato e rivelato da Paolo e la riflessione speculativa offerta da Duns Scoto, l’esponente più ainsigne della Scuola francescana.
L’argomento del Primato universale di Cristo è certamente tra i più delicati e complessi della teologia cristiana. Pur non essendoci alcuna definizione dogmatica esplicita, la sua importanza speculativa è immensa, dal momento che la sua luce si riflette sull’intera interpretazione della storia della salvezza, e, quindi, della vita pratica della Chiesa con ripercussioni interessanti e in campo morale che in quello spirituale.
La traduzione in chiave moderna dell’espressione “primato di Cristo” è “cristocentrismo”, che viene distinto in cristocentrismo “funzionale” e cristocentrismo “assoluto”, a seconda del modo di interpretare il mistero dell’Incarnazione, se direttamente dipendente o meno dal peccato originale. Mentre in teologia prevale la concezione dell’incarnazione indipendente dal peccato originale, nella pastorale prevale sempre il senso della sua funzionalità.
All’interpretazione dell’argomento torna utile non solo la precisazione terminologica, ma anche la regola fondamentale dell’ermeneutica, la “pre-comprensione”. L’interprete, cioè, pur nella sua massima disponibilità oggettiva, si fa sempre guidare da una iniziale “precomprensione” dell’argomento che orienta e guida la stessa ricerca.

Affermazioni di Paolo
Le affermazioni più esplicite di Paolo circa il “primato di Cristo” si trovano sparse in diversi luoghi, specialmente quando parla del “disegno salvifico di Dio”. Il primo riferimento è ai Romani (8, 28-31): “Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli che ha anche ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che giustificati li ha anche glorificati”.
Lo schema viene ripreso e sviluppato nell’inno che apre la lettera agli Efesini (1, 3-14): “Benedetto sia Dio, Padre del Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione sperituale nei cieli in Cristo. In lui [Cristo] ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi [del Padre] per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo”.
E precisato nell’inno che introduce la lettera ai Colossesi (1, 15-20): “Egli [Cristo] è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è primo di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle che stanno nei cieli”.
Le due lettere hanno in comune alcune caratteristiche che possono sintetizzarsi così: disegno di Dio, ricchezza di titoli e universalità delle affermazioni. L’intento di Paolo è di far conoscere il segreto disegno di Dio ad extra, basato sul “beneplacito della volontà del Padre”, tutto incentrato sulla predestinazione di Cristo, da cui dipende la nostra elezione e la nostra stessa predestinazione. Il discorso di Paolo è al presente, perché sempre attuale e presente è la predestinazione di Cristo, da cui provengono tutti i benefici all’uomo. Per questo Cristo viene celebrato anche come l’unico e autentico Mediatore tra Dio e gli uomini e tra gli uomini e Dio.
E’ fuori dubbio che il soggetto principale del piano divino secondo i brani citati è Cristo, e che Cristo costituisce anche il Mediatore attraverso cui tutto ciò che Dio liberamente nella sua infinita bontà ha disposto di comunicare alle creature, lo vuole racchiuso in Cristo e da lui diffuso alle medesime. Difatti, per questo Dio “si compiacque di far abitare in Cristo tutta la pienezza della sua divinità”. Per esprimere questa priorità di Cristo in ordine alle creature, Paolo utilizza in poco spazio una tale ricchezza di “titoli” da far pensare a una cascata di gioielli: in ordine al Dio invisibile, lo presenta come “Immagine visibile”; in ordine alle creature tutte, come il “Primogenito”, cioè il Primo fra tutti; in ordine alla Chiesa, come Capo della sua elevazione; e in ordine a tutti gli esseri, come Principio della loro creazione e come Primogenito dei morti. E su tutti gli esseri, in cielo e sulla terra, Cristo è “al di sopra di tutto”, e “in tutte le cose Egli tiene il primato”.
Altra caratteristica delle due lettere può essere l’universalità delle affermazioni. In brevissimo spazio, Paolo utilizza il termine “tutto” ben sei volte. Tutto è sottoposto all’influsso di Cristo: di tutte le creature egli è il Primo, perché causa efficiente, formale e finale; tutti gli esseri creati, perciò, devono a lui esistenza e conservazione. Il termine “tutto” viene anche chiarito da un passo della prima lettera ai Corinzi : «Quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa» (15, 27), cioè “tutto” vuol dire eccetto Dio, perché Dio non può essere soggetto a nessuno.

2. Riflessione di Duns Scoto
Il pensiero di Duns Scoto intorno al primato universale di Cristo gravita intorno al concetto biblico di Dio: Ego sum qui sum (Es 3, 14) e Deus charitas est (1Gv, 4, 16). Identificando in Dio Essere e Carità, il Dottor Sottile pone a fondamento della sua speculazione e della sua spiritualità proprio il concetto di Dio Essere-Carità. L’Essere infinito, in quanto verum infinitum e bonum infinitum, è l’Amore per essenza: «dilectio per essentiam, formaliter dilectio et formaliter caritas, et non tantum effective».
Benché Dio comprenda e voglia tutte le cose ad extra nell’unico atto semplicissimo di amore del suo perenne presente, tuttavia, nota Duns Scoto, quest’atto semplicissimo si dirige verso ciascun essere in modo diverso, a seconda del grado di essere che riceve o per il quale è ordinato al suo fine. Questa fontale rivelazione metafisica illumina a giorno tutta la spiritualità scotiana, come documenta l’inizio del suo De primo principio: “O Signore, Creatore del mondo! Concedimi di credere, comprendere e glorificare la tua maestà, ed eleva il mio spirito alla contemplazione di te…O Signore, Dio mio, quando il tuo servo Mosè ti chiese il nome da proporre ai figli d’Israele -sapendo quello che di te la mente umana può conoscere- rispondesti rivelando il tuo santo nome ‘Io sono colui che sono’… Tu, o Signore, sei l’Essere vero! Tu, o Signore, sei l’Essere totale! Questo credo fermamente. Questo, se possibile, desidero conoscere. O Signore, aiutami a scoprire il vero Essere che sei tu. O Signore, aiutami a comprendere ciò che credo…”.
Con il principio di derivazione agostiniano-anselmiano credo ut intelligam, tradotto scotianamente con credo ut condiligam, Duns Scoto mette a fondamento della sua speculazione un atto sincero e indiscusso di fede nella verità della parola divina, dichiarando in questo modo di volersi istruire su Dio presso Dio e con Dio. Tra Duns Scoto e Dio non c’è mediazione di alcun filosofo, se non di Cristo, Unico suo maestro.
Illuminato e riscaldato nel profondo del suo essere dal dato rivelato, Duns Scoto punta direttamente pensiero e cuore su Dio per tentare di aprire dal di dentro di Dio stesso i segreti del suo mistero d’amore. E vi legge: “Solo Dio ama Dio. Dio vuole essere amato da altri condiligenti, vuole cioè che altri abbiano in sé il suo amore; e per questo eternamente predestina chi lo deve amare adeguatamente e infinitamente di un amore estrinseco» .
E con stringata logica continua: “Chi vuole ragionevolmente, vuole in primo luogo il fine; in secondo luogo, i mezzi che permettono di raggiungere immediatamente il fine; in terzo luogo, tutto ciò che consente di raggiungerlo remotamente. Ora, anche Dio, che vuole in modo ordinatissimo, vuole dapprima il fine, benché non con diversi atti ma con un’unico atto, in quanto il suo atto tende in diverso modo e ordinatamente verso gli oggetti. In secondo luogo, Dio vuole ciò che è ordinato immediatamente a tal fine, predestinando gli eletti alla gloria… In terzo luogo, Dio vuole ciò che è necessario per raggiungere questo fine, cioè i beni di grazia. In quarto luogo, Dio vuole per questi condiligenti tutto ciò che è più lontano dal fine, ad es. il mondo sensibile che deve a loro servire” .
Dal contesto dei passi citati, emerge chiaramente la presenza di una gerarchia nell’ordine degli esseri voluti e amati da Dio da sempre e con il medesimo ed unico atto infinito d’amore. Agli estremi di questo amore estrinseco di Dio, Duns Scoto vede alla sommità Cristo e al gradino più basso il mondo materiale, nel mezzo si trovano gli angeli e l’uomo. Il grado di maggiore o minore vicinanza da Dio è dato dal rispettivo grado di amore e di gloria che l’essere riesce a rendere per sua natura al Creatore. E questo perché «Dio compie tutto per la sua gloria» .
Affermazione che in Duns Scoto diventa la ragione stessa dell’agire di Dio: l’opera di Dio è buona perché egli così ha voluto, in sintonia anche con l’espressione lucana in cui si afferma che tutto esiste, si muove e vive in Dio. Tale dipendenza teologica si traduce in dipendenza ontologica, esprimendo la radicale contingenza dell’essere finito e collegandolo in strettissima a assoluta relazione con Dio creatore.
Da questa accennata gerarchia degli esseri, il Dottor Sottile ricava a tutto tondo la convinzione che la serie dei condiligentes è fatta da Cristo e a Cristo finalizzata. Cristo costituisce realmente il “mediazione unico e universale” sia nel campo della grazia sia in quello dell’essere. Ecco l’ordine dell’essere: Cristo-Maria angelo uomo materia. E’ la scala dell’essere che Duns Scoto, sull’insegnamento di Paolo , il suo Filosofo , vede presente nella mente di Dio da sempre ed esclama: “Nell’interpretare Cristo, io preferisco più eccedere nella lode che essere difettoso” .

Conclusione
Forte dell’affermazione che Dio tutto vuole per se stesso e per la sua gloria, Duns Scoto getta le basi per il primato e la centralità di Cristo, elaborando la sua dottrina intorno al mistero dell’Incarnazione, partendo direttamente da Dio e non dall’uomo, e trasforma con abilità di consumata perfezione speculativa lo pseudo-problema ipotetico “Se Adamo non avesse peccato…”, nella concreta e reale domanda: “Perché c’è Cristo? Perché è stato predestinato…?”.
E risponde: per amare degnamente Dio come Dio insieme all’intero universo: omnia a Deo per Christum et omnia ad Deum per Christum.

 

“INNO ALLA CARITA’ DI SAN PAOLO, CON COMMENTO DI SAN BERNARDINO DA SIENA”

https://perlamaggiorgloriadidio.wordpress.com/2014/05/30/san-bernardino-da-siena-se-io-non-ho-la-carita-non-sono-nulla-china-il-capo-e-sta-nel-timore-di-dio-perche-san-paolo-dice-nihil-sum-non-sono-nulla-cosa-credi-che-sia-un-anima-in-pecca-2/

San Bernardino da Siena: “Se io non ho la carità non sono nulla. China il capo e sta nel timore di Dio, perché (San Paolo) dice: “Nihil sum” [Non sono nulla]. Cosa credi che sia un’ anima in peccato mortale? Davanti a Dio è uno zero”

“INNO ALLA CARITA’ DI SAN PAOLO, CON COMMENTO DI SAN BERNARDINO DA SIENA”

“Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.
Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!” (1 Cor 1,1-13)

Commento di San Bernardino da Siena:
“Astitit regina a dexstris tuis investitu deaurato circumdata varietate” [Sta la regina alla tua destra in veste d’oro…]. Comincia: “Eructavit cor meum”[Effonde il mio cuore]… laddove Davide profeta parla della virtù della carità, dicendo che essa sta al lato destro di Dio, siede come regina di tutte le altre virtù, vestita d’oro, circondata di varietà di colori (Sal 44,10).
( … ) Osserva la forza delle parole che usa Davide: “Astitit regina dexstris tuis”: [la carità] sempre resterà, come regina, alla mano destra di Dio; essa è governatrice di ogni nostro atto, di ogni nostro pensiero; dirige il nostro corpo e la nostra anima verso Dio e verso il prossimo, contro il demonio, contro il mondo e contro la carne. Ci governa per grazia, ci purifica dalla colpa, cosicché quando l’anima va in Paradiso essa è vestita di carità da Cristo Gesù, che è l’arca della carità, il primogenito dei morti, il re dei re, il Signore dei signori e rende grazia per grazia. Se sei stato in questo mondo in carità, di carità ti vestirà lassù. “Habenti dabitur” [a chi ha sarà dato] (Lc 19,26): a chi avrà avuto carità, gli sarà data carità, gli sarà profusa carità, più carità di quanta se ne possa avere mai in questo mondo.
( … ) Se io non ho la carità non sono nulla. China il capo e sta nel timore di Dio, perché dice: “Nihil sum” [Non sono nulla]. Cosa credi che sia un’ anima in peccato mortale? Davanti a Dio è uno zero. ( … ) Prendi pure tutte le anime degli uomini che sono morte in peccato mortale e prendine una sola che sia morta in grazia di Dio: piacerà di più a Dio quell’anima sola che centomila migliaia di anime dannate.
( … ) Come l’anima ha molti doni, così la carità è dotata di molte varietà.
( … ) Tre sono le principali varietà che adornano la carità. La prima è nel sopportare. La seconda è nel respingere. La terza nell’operare.
Parlo prima del sopportare ( … ) Come dice Giobbe: “La vita dell’uomo è una milizia nella battaglia del mondo” (Gb 7,1).
( … ) Sebbene tu abbia in te la pazienza non basta. Dopo che hai sofferto dei tormenti e delle battaglie e ti sei difeso con lo scudo e con l’armatura [della pazienza], bisogna che tu faccia il bene con il cuore, con le parole e con le opere ( … ). Ama la creatura e odia la colpa; con benignità [bisogna] amare la creatura e non il peccato che è in essa. Dì bene di chi dice male di te e prega per lui. Fa il bene a chi ti fa del male; questa è la benignità della carità.
E abbiamo trattato della prima cosa, cioè del sopportare.
La seconda cosa è nel respingere. La carità non si mischia mai con cose brutte, allontana tutti i peccati mortali ( … ).
( … ) Anzitutto la carità non ha invidia del bene che vede in altri, anzi ne gode e d’ogni bene che vede nel prossimo suo, ne è contenta come se fosse in se stessa. Una buona e santa invidia sarebbe avere invidia e volere quei beni che tu vedi negli uomini spirituali e amare quei tali beni come se li avessi tu. Quest’uomo non fa cose perverse e non vi va dietro per superbia.
( … ) “Non si gonfia” di superbia. La superbia gonfia in due modi: prima attraverso le cose acquistate e poi attraverso le cose desiderate. Le acquistate sono la fama, la condizione agiata, i beni; per queste cose la carità non fa gonfiare.
“Non è ambiziosa”. Riguardo alle cose desiderate dice che la carità non è ambiziosa così da desiderare cose superflue né di ruoli, né di roba, né di onori.
“Non cerca il suo interesse”. Respinge l’avarizia, non chiede quel che è suo e tanto meno quello che non è suo. ( … ) non dice che tu non richieda le cose che ti fossero state tolte e tu ne abbia bisogno, se vedi di poterle riavere senza peccato mortale; altrimenti se non le potessi riavere se non con il peccato, lasciale stare.
“Non si adira la carità”. “Nell’ira non peccate” (Ef 4,26), fu detto per lo zelo di Dio. Allora, quando Gesù cacciò dal Tempio i venditori, i compratori e gli usurai, chi non lo avesse capito, avrebbe detto: Egli è adirato; ma fu zelo di carità di Dio. E’ grande differenza tra zelo ed ira. ( … ) L’ira intorbida la mente e guasta l’anima. Lo zelo [invece] si appassiona e non si intorbida e quando si lascia a riposo è più chiaro di prima. Non così l’ira che solo di rado lascia chiara la mente.
( … ) “Non pensa male”. La carità non se ne sta accidiosa, ma sempre essa è in pensieri di carità. Non pensa male e da ogni male trae il bene; ogni cosa che vede la carità la ritorce in bene. Quando vedi uno che dice male su cose di cui non è certo, è segno che non è in carità. “Non gode dell’ingiustizia”, ma ne soffre. Quando vedi uno che si rallegra di un altro che abbia fatto qualche gran male, o qualche grande iniquità, è segno che non è nella carità, ma è contro di lei. Ogni allegrezza per il male o per l’iniquità fa tanto peggio, e tanto più sei lontano dalla carità, tanto più ne godi e te ne rallegri.
“Ma della verità si compiace”. La carità è compagna della verità, e vanno sempre abbracciate insieme. E dunque l’anima che ha carità, come sente dire una verità, gode. La carità è l’arte dell’uomo spirituale e non degli uomini mondani.
( … ) “Tutto crede, tutto sopporta, tutto spera”. Cioè tutte le cose che sono da credere le crede e non le pazzie degli eretici. E sostiene pazientemente tutte le cose che sono da sostenere e spera tutte le cose che sono da sperare.
( … ) La terza ed ultima parte principale è sulla stabilità della carità. “Vestita con abiti d’oro”: che come l’oro è stabile, che mai viene meno quanto più è vicina alla perfezione, e quanto più sta sul fuoco, tanto più diventa fine senza venire a mancare, così è la carità. E per questo San Paolo aggiunge: “La carità non avrà mai fine ( … )”. Vuol dire che la carità non verrà mai meno. ( … ) Gli uomini più capaci del mondo in eloquenza o in sapienza non sapranno mai il fine di tutte le sapienze. Chi saprà un poco e chi un altro. Perciò dice: “in parte”. E aggiunge: “Ma quando verrà ciò che è perfetto, [cioè il Paradiso], quello che è imperfetto scomparirà”.
“Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità”.
( … ) La fede è il fondamento della religione nostra; poi la speranza, così che speri quel che per fede credi; e tutto con amore di carità, perché senza la carità, come ti ho mostrato, non c’è virtù che sia accetta a Dio. Quando saremo di là in Paradiso, che Iddio ce ne dia la grazia, solamente la virtù della carità ci accompagnerà; non ci sarà più bisogno di fede nelle cose divine, perché vedremo a faccia a faccia la fede; e la speranza verso le cose che non si vedono verrà a mancare, perché avremo quel che abbiamo sperato. La carità è la maggiore di tutte e rimarrà molto più lassù in Paradiso che non qua.”

(San Bernardino da Siena, Prediche settimana santa, Cap. 1, pag. da 92 a 106.)

LO ZELO APOSTOLICO DI SAN PAOLO SECONDO NEWMAN (PDF)

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LO ZELO APOSTOLICO DI SAN PAOLO SECONDO NEWMAN (PDF)

P. HERMANN GEISSLER, FSO

Papa Francesco desidera vivamente che in ogni angolo della terra la Chiesa sia più missionaria. Nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium si rivolge a tutti i fedeli «per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice» (n. 1). San Paolo rappresenta per noi un modello sempre attuale di apostolo e missionario. Per il beato John Henry Newman Paolo è il glorioso apostolo, il più soave degli scrittori ispirati, il più commovente e il più attraente dei maestri, per il quale nutre una particolare devozione.1 Newman ci lascia quattro omelie dedicate interamente all’Apostolo delle genti. Il tema di queste meditazioni non è tanto l’attività apostolica di Paolo, quanto i sentimenti e l’atteggiamento interiore che caratterizzano la sua opera evangelizzatrice. Le riflessioni di Newman non hanno perso niente della loro freschezza e possono aiutare anche noi, all’inizio del XXI secolo, a riscoprire e ad approfondire la nostra vocazione missionaria.
1 Cfr. JOHN HENRY NEWMAN, Il dono caratteristico di san Paolo, in: id., Sermoni Cattolici, Jaca Book Milano –
Morcelliana, Brescia 1984, pp. 247-257.

1. Esperienza della conversione
Nessuno può essere apostolo se non è stato afferrato dalla grazia di Dio e non è passato attraverso una conversione profonda. In una omelia che risale al tempo in cui era ancora anglicano, Newman parla della conversione di san Paolo in rapporto al suo ministero. Per Newman l’esperienza della conversione di Saulo è l’effettivo esordio del ministero di Paolo. Cosa intende con questo? Saulo è conosciuto come il capo dei persecutori dei cristiani. Approva infatti la lapidazione di Stefano che, morendo, prega per i suoi uccisori. In seguito, ottiene dai capi religiosi l’autorizzazione a mettere in prigione anche i discepoli della nuova Via, che si trovano a Damasco. Ma davanti alle porte della città viene «gettato a terra prodigiosamente e convertito alla fede, che perseguitava».2 La conversione di Paolo è prima di tutto una dimostrazione della potenza di Dio, del suo trionfo sul Nemico: «per mostrare la sua potenza, la sua mano s’introdusse in mezzo alla schiera dei persecutori del suo Figlio e afferrò il più energico di essi».3 Allo stesso tempo, questa conversione è frutto della preghiera di Stefano: «la preghiera del giusto può molto. Con l’aiuto di Dio, il primo martire ha avuto il potere di suscitare il più grande degli Apostoli».4 Così appare chiaro che nessuno può essere apostolo se non confida nella potenza trasformatrice di Dio e nella forza della preghiera d’intercessione.
2 JOHN HENRY NEWMAN, St. Paul’s Conversion viewed in reference to his Office, in: id., Parochial and Plain Sermons,
vol. II, Christian Classics INC. Westminster, Md. 1966, p. 96.
3 Ibid., p. 97.
4 Ibid., p. 96.
5 Ibid., p. 98.La grazia della conversione, un mistero della Provvidenza di Dio, fa di Paolo un intramontabile modello di apostolo. Egli nella sua vita sperimenta tanto il limite del peccato quanto la potenza della misericordia di Dio da cui si fa catturare fino a divenire padre spirituale per i gentili: «nella storia della sua colpa e della grazia immensa e miracolosa del perdono di Dio, Paolo, molto più degli altri Apostoli, testimonia il suo Vangelo, che noi tutti siamo colpevoli davanti a Dio e possiamo essere salvati soltanto dalla sovrabbondante generosità divina».5 Come Paolo, ogni apostolo è chiamato a testimoniare la misericordia di Dio, prima di tutto con la sua vita e poi anche con la parola. La vita che Paolo aveva condotto prima della conversione lo rende particolarmente adatto ad essere strumento per realizzare il piano di Dio nei confronti dei gentili. Tuttavia, occorre essere cauti, perché la diffusione del Vangelo non è in primo luogo opera degli uomini, bensì della grazia di Dio. Ma Dio si serve quasi sempre dell’aiuto umano per attuare i suoi piani. Paolo è come predestinato alla missione presso i pagani – non solo per la sua scienza e per i suoi doni spirituali, ma anche e soprattutto per il suo cammino di fede e di conversione. Questo cammino gli insegna a non farsi scoraggiare dalla gravità del peccato commesso, a saper trovare le scintille di fede nascoste negli uomini, a immedesimarsi nei più diversi tipi di tentazione, a portare con umiltà la grandezza delle rivelazioni ricevute e a utilizzare saggiamente le proprie esperienze per la conversione di altri. Così Paolo diviene una «consolazione, un aiuto e una guida per i suoi fratelli», perché «gli era donata nella più alta misura la conoscenza del cuore umano».6 È consolante sapere che tutte le esperienze della vita – positive ma anche negative – possono essere utili alla diffusione del Vangelo secondo il piano di Dio. 

6 Ibid., p. 101. 

7 Ibid., p. 102. 

8 Ibid., p. 106.

Naturalmente, con questi pensieri, Newman non vuol dire che bisogna prima peccare per poter diventare un apostolo e un santo. Paolo non è diventato un cristiano migliore a causa della colpa commessa, ma «essa lo rese più idoneo – in quanto convertito – a un determinato scopo della provvidenza di Dio, più idoneo, cioè, a convertire anche altri».7 Newman dice chiaramente che la vita di Paolo, prima della conversione, non è stata una vita empia o immorale. Egli ascoltava la voce della coscienza e non si volgeva orgogliosamente contro Dio. La voce della coscienza in Paolo non era però sufficientemente illuminata dalla Sacra Scrittura, come lo fu, ad esempio, per Simeone ed Anna, che a partire dall’Antico Testamento hanno riconosciuto Gesù come il Salvatore atteso. Paolo, invece, non ha riconosciuto il Cristo ed è diventato così un persecutore dei cristiani. Quali conseguenze trae Newman da queste riflessioni per il singolo cristiano? Ogni credente «deve nutrire e seguire la santa luce della coscienza, come fece Saulo. Deve studiare accuratamente le Scritture, come non fece Saulo. Dio, che ha avuto misericordia perfino con il persecutore dei suoi santi, effonderà certamente la sua grazia su ogni cristiano, e lo condurrà alla verità che è in Gesù».8 Il credente che vuole diventare apostolo ascolta la voce della coscienza e la Parola della Rivelazione, si fa interpellare da esse, si lascia trasformare ed è attento ad accogliere la chiamata sempre nuova di Dio.

2. Conoscenza della natura umana La profonda unione con Cristo, a cui porta ogni autentica conversione, fa dire a san Paolo: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Alcuni santi sono così ricolmi della vita di Dio da perdervisi interamente e da non aver apparentemente più niente della natura umana. Come mostra Newman nell’omelia Il dono caratteristico di san Paolo, l’Apostolo delle genti fa parte dell’altro gruppo dei santi «in cui il soprannaturale non si sostituisce alla natura, ma si combina con essa e la rinvigorisce, la eleva, la nobilita. Costoro non sono meno uomini per il fatto che sono santi».9 In questa omelia, che Newman tiene nella chiesa universitaria di Dublino alcuni anni dopo la sua conversione alla Chiesa cattolica, chiede quale sia il segno caratteristico che distingue l’Apostolo dagli altri santi. Secondo lui Paolo si caratterizza soprattutto per il fatto che la pienezza dei doni divini non distrugge quanto di umano è in lui, ma lo eleva e lo perfeziona. 

9 NEWMAN, Il dono caratteristico di san Paolo, p. 248.

10 Ibid, p. 250.

Perciò Paolo comprende particolarmente bene l’uomo con tutte le sue forze e debolezze, le sue tentazioni, aspirazioni e inclinazioni: «la natura umana, cioè, la natura che tutta la stirpe d’Adamo ha in comune, parlava, agiva in lui, era presente in lui in tutta la sua forza, con una pienezza, direi, corposa: sempre sotto la guida sovrana della grazia divina, ma senza perdere alcunché della sua effettiva libertà e del suo potere a causa di tale subordinazione. Ed è proprio perché la natura dell’uomo si manifesta in lui con tanto vigore, che san Paolo riesce a penetrare così a fondo nella natura umana, che riesce a simpatizzare così profondamente con essa, per un dono che è caratteristicamente suo».10 Anche se l’Apostolo prima della sua conversione ha vissuto con rigore la propria vita, ora si annovera tra gli spregiati pagani e parla come se fosse uno di loro. Si sente solidale con i suoi simili, con tutta la stirpe di Adamo. Perciò è consapevole di essere in possesso di una natura compromessa con tutta la gamma di emozioni, inclinazioni, intenzioni, di peccati che caratterizzano la vita dell’uomo nel mondo; è in questo senso che Paolo, sulla scia del Signore, porta su di sé il peccato di tutti gli uomini e si sente in piena comunione con loro. «Proprio lui, infatti, un fariseo rigoroso (egli stesso si definisce così), impeccabile secondo la giustizia legale, ch’era vissuto dinanzi a Dio in tutta buona coscienza, che aveva servito Dio con purezza fin dai padri suoi, parla tuttavia in un altro testo di se stesso, qual era prima che la grazia di Dio lo chiamasse, come fosse stato un empio e dissoluto pagano».11 Paolo non punta il dito sull’altro, perché è consapevole che il peccato e la cupidigia sono presenti anche in lui. È un grande conoscitore della natura umana «perché – attraverso la propria natura che la grazia aveva santificato – egli aveva compreso vividamente che cosa fosse la natura priva della grazia, nelle sue tendenze e nei suoi effetti».12 Il credente missionario è sempre sulla via della conversione e del rinnovamento in Cristo. Egli è in grado di immedesimarsi e condividere le diverse situazioni di vita degli uomini, di provare le loro stesse emozioni, di comprendere le loro lotte, di prendere parte alle loro gioie e alle loro preoccupazioni.
11Ibid
12 Ibid.
13 Ibid, p. 252.
14 Ibid.

Paolo mostra poi il suo amore per la natura umana anche perché non esita a ricorrere ad autori pagani. Newman si riferisce a tre noti brani in cui l’Apostolo cita alcuni scrittori greci: sull’Areopago di Atene, quando fa riferimento all’iscrizione di un altare che dice: «al Dio ignoto» (At 17,23). Poi quando rammenta ai Corinti una parola del poeta Menandro: «le cattive compagnie corrompono i buoni costumi» (1 Cor 15,33). E infine nella Lettera a Tito in cui cita il filosofo Epimenide: «i Cretesi sono sempre bugiardi, brutte bestie e fannulloni» (Tit 1,12). Perché Paolo cita autori pagani? Newman risponde: «poiché egli è un vero innamorato delle anime: ama questa nostra povera natura umana di un amore profondamente appassionato. La letteratura dei Greci è l’espressione di questa natura, sulla quale l’Apostolo si curva con tenerezza e con dolore, desiderando la sua rigenerazione, sperando la sua salvezza».13 Il piano di salvezza di Dio comprende anche i Greci, comprende tutti i popoli. Così come Paolo insegna chiaramente «che i pagani sono nelle tenebre e in potere del Maligno, altrettanto chiaramente insegna che lo sguardo della Divina Misericordia si posa su di loro».14 L’Apostolo non rifiuta mai ciò che è veramente umano. Ha un cuore grande e accogliente perché è convinto che Dio vuole la salvezza di tutti. Infine Paolo sottolinea che tutti gli uomini sono figli di Adamo e «si rallegra al pensiero che tutti gli uomini sono fratelli».15 Non si limita a mettere in rilievo che tutta l’umanità discende da Adamo, ma considera anche «con tenera compassione la schiavitù, l’angustia, il desiderio, la liberazione della misera natura umana».16 Come è scritto nella Lettera ai Romani, «l’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19).
L’Apostolo ricorda costantemente che tutti gli uomini hanno la stessa origine e lo stesso fine: vengono da Dio e sono chiamati alla vita di gloria in Dio.
15 Ibid, p. 253.
16 Ibid.
17 Ibid.
18 Ibid.

3. Amore per il suo popolo
Newman non manca di parlare anche dell’amore di Paolo per Israele, suo popolo. Se l’Apostolo si sente legato a tutta la stirpe degli uomini, «quale non doveva essere il sentimento che provava nei confronti del suo proprio popolo! Quale singolare commistione, dolce e amara, di orgoglio generoso (se posso esprimermi così) e di acuta, soverchiante angoscia, suscitava in lui il ricordo della stirpe d’Israele!»17 Anche dopo la conversione, Paolo continua ad essere fiero dell’elezione, da parte di Dio, del suo popolo. Questo è particolarmente evidente nella Lettera ai Romani, dove scrive: «essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen» (Rm 9,4-5). Con quale gratitudine Paolo guarda a Israele, «la più eccelsa e la più abietta delle nazioni; il caro popolo al quale apparteneva, le cui glorie avevano nutrito la sua immaginazione e il suo cuore fin dall’infanzia».18 Ma questo sentimento di fierezza e di gratitudine è accompagnato da tristezza e da dolore (cfr. Rm 9,2). Infatti, proprio il popolo che per secoli è stato in attesa del Messia, il quale gli ha preparato la via e ha annunciato la sua venuta, non lo ha accolto. Paolo poteva comprendere bene l’ostinazione degli Israeliti, dal momento che anche lui, prima della conversione, aveva coltivato gli stessi sentimenti e pensieri su Gesù. Per compassione intercedeva, come Mosè, per il suo popolo, sì per amore dei suoi fratelli dice di voler «essere io stesso anàtema, separato da Cristo» (Rm 9,3). Era pronto a dare tutto per amore del suo popolo. «Mentre quelli perseguitavano il suo Signore e lui stesso, egli perorava in loro favore e ricordava a Cristo che anch’egli a sua volta era stato un suo persecutore».19 Il suo cuore sanguina a causa della durezza di cuore di Israele, così da fargli esclamare: «O miei amatissimi! O stirpe gloriosa, tanto miseramente caduta!»20
19 Ibid. p. 254.
20 Ibid. p. 253.
21 Ibid., p. 255.
22 JOHN HENRY NEWMAN, Il dono di simpatia di San Paolo, in: id., Sermoni Cattolici, Jaca Book Milano – Morcelliana,
Brescia 1984, pp. 261-271.

Allo stesso tempo – malgrado tutto – Paolo non perde la speranza per il suo popolo. Dopo aver ammesso che la maggior parte degli Israeliti aveva rifiutato di accettare Gesù, si consolava all’idea che la loro ostinazione sarebbe diventata una benedizione per i pagani ed era pieno di fiducia nella profezia «del loro riscatto futuro»21 per cui anch’essi, successivamente, si sarebbero salvati. Perciò scrive nella Lettera ai Romani: «l’ostinazione di una parte d’Israele è in atto fino a quando non saranno entrate tutte quante le genti. Allora tutto Israele sarà salvato» (Rm 11,25s.). Ogni cristiano, diventato apostolo, proverà gli stessi sentimenti per la propria famiglia e il proprio popolo: pieno di gratitudine per quanto di buono e di bello ha ricevuto; in una sincera disponibilità a intercedere per quanti non conoscono o hanno dimenticato il Signore; con una fiducia incrollabile nella misericordia di Dio per tutti.

4. Simpatia per i credenti
In una omelia che Newman tiene poco dopo, sempre nella chiesa universitaria di Dublino, dipinge l’amore dell’Apostolo per i cristiani. Il titolo di questa omelia è: Il dono di simpatia di san Paolo.22 Newman continua il ragionamento iniziato nella omelia precedente e mostra con quale affetto l’Apostolo tratta i suoi fratelli e sorelle nella fede. Mette in risalto la sua humanitas: «una virtù che nasce dalla grazia soprannaturale di Lui, ed è coltivata per amore di Lui, nonostante che ne sia oggetto la natura umana in se stessa, nel suo intelletto, nei suoi affetti e nella sua storia. Questa è la virtù che io considero caratteristica di san Paolo al massimo grado; spesso l’inculca egli stesso in persona nelle sue epistole, come quando comanda viscere di misericordia, di benignità, di gentilezza e simili».23 Come si evidenzia questo atteggiamento nella vita e nell’opera dell’Apostolo?
23 Ibid., p. 263.
24 Ibid.

Newman sottolinea che Paolo è così pieno d’amore per gli altri che «nel tenore dei suoi pensieri d’ogni giorno, perde quasi di vista i doni e privilegi suoi, il suo stato e la dignità, a meno che non sia forzato a ricordarli per dovere; ed è, a se stesso, né più né meno che un fragile uomo che parla a fragili uomini; ed è tenero verso il debole, per il sentimento che ha della debolezza propria».24 Paolo sa che non solo gli altri hanno bisogno della misericordia di Dio, ma lui stesso per primo. Preferisce infatti chiamarsi servitore: «noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù» (2 Cor 4,5). E confessa la propria debolezza: «noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2 Cor 4,7). L’Apostolo è consapevole della propria miseria, sa di dipendere dalla grazia di Dio. Proprio questa consapevolezza l’unisce ancora più strettamente ai suoi figli spirituali. Nelle sue prediche e lettere Paolo parla di continuo della sua debolezza: «infatti, da quando siamo giunti in Macedonia, il nostro corpo non ha avuto sollievo alcuno, ma da ogni parte siamo tribolati: battaglie all’esterno, timori all’interno» (2 Cor 7,5). Descrivendo il suo apostolato a Corinto attesta: «mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza» (1 Cor 2,3s.). Parlando delle rivelazioni che il Signore gli ha donato, non manca di ricordare che «è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia» (2 Cor 12,7). Non omette neanche di parlare delle sue dure lotte interiori: «non vogliamo infatti che ignoriate, fratelli, come la tribolazione, che ci è capitata in Asia, ci abbia colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze, tanto che disperavamo perfino della nostra vita» (2 Cor 1,8). E quando si congeda dagli anziani di Mileto dice: «voi sapete come mi sono comportato con voi per tutto questo tempo, fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia: ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove» (At 20,18s.). Perché Paolo parla con tanta franchezza e naturalezza delle sue debolezze e lotte interiori? Newman spiega: un uomo che sa spogliarsi della sua grandezza e si sa mettere a livello dei suoi fratelli mostra una profonda condivisione della natura umana; un uomo che parla con semplicità e comunica le sue emozioni è in grado di sentire e manifestare un grande amore per gli uomini e allo stesso tempo di farsi amare.25 Essere apostolo non deve essere confuso con l’eroismo mondano o il perfezionismo umano. Per il compimento del suo disegno di salvezza Dio ha bisogno non di cuori perfetti ma pieni d’amore: cuori afferrati dal suo fuoco che si fanno purificare e trasformare da esso, che con la loro luce interiore attirano altre persone e le conducono con amore a Cristo.
25Cfr. ibid., p. 266.

Newman ribadisce ripetutamente che la grazia nel cuore di Paolo non reprime la natura umana, ma la santifica e nobilita. Egli conserva tutto quanto di umano, ma non di peccaminoso, era in lui. Vive in comunione con il suo amato Signore e allo stesso tempo è sempre sensibile ai sentimenti delle persone e del mondo che lo circondano. Newman vede in questo l’essenza dell’umanità del cuore di Paolo: «stupendo a dirsi, egli che il suo riposo e la sua pace l’aveva nell’amore di Cristo, non era soddisfatto senza l’amore dell’uomo; la maggiore ricompensa egli la poneva nell’approvazione di Dio, e tuttavia cercava l’approvazione dei suoi confratelli. Dipendeva esclusivamente dal Creatore, eppure sottometteva se stesso alla creatura. Pur possedendo quel che è infinito, non si esonerava dal finito. Amava i suoi confratelli, non soltanto “per amor di Gesù”, volendo usare l’espressione sua, ma anche per amor loro. Viveva in loro; sentiva con loro e per loro; era ansioso per loro, li aiutava, e in cambio se ne riprometteva dell’incoraggiamento. La sua anima assomigliava a quegli strumenti musicali, come l’arpa e la viola, le corde dei quali entrano in vibrazione, benché non toccati, dalle note che emettono gli altri strumenti; e sempre, secondo il suo stesso precetto, “godeva con quelli che godevano, piangeva con quelli che piangevano” (Rm 12,15); riuscendo così il meno magistrale di tutti i maestri, e il più gentile e il più amabile di tutti i superiori».26
26 Ibid., p. 267.
27 Ibid., p. 269.

Particolarmente forte è il legame di Paolo con i suoi amici e collaboratori, in ogni circostanza della vita. Gioisce «della visita di Stefanàs, di Fortunato e di Acàico“ (1 Cor 16,17). Scrive: «non ebbi pace nel mio spirito perché non vi trovai Tito, mio fratello» (2 Cor 2,13). E poi: «ma Dio, che consola gli afflitti, ci ha consolati con la venuta di Tito» (2 Cor 7,6). Della Chiesa di Roma saluta Febe, Prisca e Aquila e «la comunità che si riunisce nella loro casa», Epèneto, Maria, Andronìco e Giunia e molti altri fratelli e sorelle (cf. Rom 16). Ci dice che Epafrodito è stato «vicino alla morte. Ma Dio ha avuto misericordia di lui, e non di lui solo ma anche di me, perché non avessi dolore su dolore» (Fil 2,27). Si lamenta «che tutti quelli dell’Asia mi hanno abbandonato» (2 Tm 1,15), e in un altro passaggio: «nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto» (2 Tm 4,16). Alcuni degli amici si allontanarono da lui: «Dema mi ha abbandonato, avendo preferito le cose di questo mondo, … solo Luca è con me» (2 Tm 4,10s.). Alla fine della seconda Lettera a Timoteo scrive: “Saluta Prisca e Aquila e la famiglia di Onesìforo. Eràsto è rimasto a Corinto; Tròfimo l’ho lasciato ammalato a Milèto. Affrettati a venire prima dell’inverno. Ti salutano Eubùlo, Pudènte, Lino, Claudia e tutti i fratelli” (2 Tm 4,19-21). Quale grandezza di amore fraterno, quale fiducia, quanta sensibilità e anche quanta compassione e dolore esprimono queste parole! Newman ne è profondamente toccato e scrive: «Paolo è il predicatore particolarissimo della grazia divina, ed è insieme l’amico singolare e intimo della natura umana. Rivela a noi i misteri dei decreti supremi di Dio, e al tempo stesso manifesta l’interesse più sviscerato per le singole anime».27 Il vero cristiano ha un grande cuore, pensa al mondo intero e prega per tutti. Ma allo stesso tempo si volge con amore e si immedesima in ognuno, perché è consapevole della singolare dignità e vocazione di ciascuno e perché gli sta a cuore la salvezza di ogni singola persona. Questo amore di Paolo per tutti gli uomini spiega bene l’indignazione dell’Apostolo di fronte ai sentimenti di gelosia, di invidia e di rivalità esistenti nelle comunità cristiane. Considera vergognosi questi atteggiamenti e irriverenti non solo nei confronti di Cristo, ma anche nei riguardi della comune natura umana che conferisce a tutti la medesima dignità e il medesimo diritto al titolo di uomini.28 Paolo amava così tanto gli uomini che «simpatizzava con loro, dovunque e comunque fossero; e sentiva come una misericordia speciale, trasmessa a loro tramite il Vangelo, il fatto che la natura umana da allora in poi fosse stata riconosciuta e redenta in Gesù Cristo. Lo spirito partigiano era quindi puramente e semplicemente all’opposto dello spirito dell’Apostolo, costituiva un gran peccato per lui, quand’anche non toccasse gli estremi dello scisma».29 Alla comunità dei Corinti, divisa perché alcuni riconoscevano come maestro Paolo, altri Apollo, altri ancora Cefa e altri Cristo, domanda: «è forse diviso il Cristo?» (1 Cor 1,13). Tra gli uomini rigenerati dalla grazia «non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti» (Col 3,11). Il fedele con un cuore apostolico, nell’intimo del suo cuore, nutre la stessa profonda aspirazione di Gesù e ripete con lui la preghiera: che tutti siano uno. È servitore dell’unità in Cristo e sa che la testimonianza cristiana può essere credibile solo a questa condizione: «tutti siano una sola cosa; perché il mondo creda» (Gv 17,21).
28 Cfr. ibid.
29 Ibid.
30 JOHN HENRY NEWMAN, Appunti di Prediche (1849-1878), Libreria Gregoriana Ed., Padova 1924, pp. 64-66. Titolo
originale della omelia tenuta da Newman il 23 febbraio 1851: „On St. Paul the Type of the Church as
Missionarising“, in: id., Sermon Notes, Longmans, Green, and Co, London 1913, pp. 62-64.

5. Buona lotta e fiducia in Dio
Ci sono pervenute anche brevi note di una omelia del periodo cattolico di Newman sul tema San Paolo tipo della Chiesa missionaria.30 I pensieri fondamentali di questa omelia non scritta ma tenuta a braccio, completano la nostra meditazione circa lo zelo apostolico di Paolo. Newman inizia questa omelia con l’affermazione che Paolo era soprattutto un seminatore della parola: «seminò in tutti i paesi». Ed era anche un campione – non solo come David contro Golia – ma «contro il mondo».31 Quest’azione, iniziata da Paolo, sarà continuata dalla Chiesa in ogni luogo e in ogni tempo. E non solo quella del seminare, ma anche quella del buon combattimento della fede.
31 Ibid., p. 65.
32 Ibid., p. 66.
33 Ibid.

Paolo è il modello per eccellenza di questo: egli lotta nella fede contro gli zeloti del giudaismo, basti pensare ai quaranta uomini che «fecero voto con giuramento esecratorio di non toccare né cibo né bevanda, sino a che non avessero ucciso Paolo» (At 23,12); dovette lottare anche contro i fanatici del paganesimo, come mostra ad esempio la rivolta degli argentieri di Efeso (cfr. At 19,21ss.). Doveva confrontarsi con gli indifferenti, per esempio con il governatore Festo, che lo dichiarò pazzo (cfr. At 26,24), o con i filosofi greci sull’Areopago che, dopo il suo discorso sulla risurrezione, lo derisero e gli dissero che lo avrebbero ascoltato un’altra volta (cfr. At 17,32). Newman applica questi esempi alla sua epoca: la Chiesa, nell’Inghilterra del XIX secolo, doveva combattere con fede contro i fanatici evangelici e l’indifferenza degli uomini politici. I primi definivano Roma come l’Anticristo, i secondi si preoccupavano soltanto del loro profitto politico. Certamente questo vale anche per il nostro tempo: l’ostilità da una parte e l’indifferenza dall’altra rendono difficile per molti accogliere il messaggio del Vangelo e testimoniarlo. Ma Newman non è in alcun modo pessimista, al contrario, è pieno di fiducia, perché vede nella fede la grandezza e l’unità della Chiesa di tutti i tempi: «Questa ammirabile unità della Chiesa è la nostra consolazione». Ciò mostra che «la Chiesa viene da Dio» e «nulla le capita di strano e di nuovo».32 Ciò lo induce a concludere che questa è la vocazione permanente di tutti i membri della Chiesa: «nostra cura sia seminare, combattere e lasciare il resto a Dio».33

Conclusione
Colpisce il fatto che Newman, nelle sue omelie su san Paolo, non descriva nessuna grande strategia missionaria e neanche metta in risalto le impressionanti attività dell’Apostolo. Per lui non sembra tanto l’azione esteriore ad essere determinante, quanto i moti del suo cuore, da cui sgorga, come da una orgente zampillante, ogni pensiero, discorso e azione. Si può dire che Newman in queste omelie voglia delineare il cuore, il profilo interiore del vero apostolo. Le tessere del mosaico che distinguono il ritratto dell’autentico apostolo sono: la disponibilità alla conversione, che con la grazia di Dio diventa esperienza personale che fa della propria vita un modello anche per altri; la conoscenza della natura umana che è un grande aiuto per comprendere a fondo gli altri, per essere in sintonia con loro, per condividerne le gioie e le preoccupazioni; l’amore per il proprio popolo, che si mostra nella riconoscenza, nel desiderio di intercedere e nella speranza per tutti; la comunione con i fratelli nella fede che induce a farsi tutto a tutti per salvarne ad ogni costo qualcuno (cfr. 1 Cor 9,22); il coraggio di impegnarsi con fede nella buona lotta, senza la quale in questo mondo non è possibile condurre gli altri al Vangelo; ma soprattutto l’incrollabile fiducia nella potenza della parola di Dio. Il nostro compito principale, infatti, consiste nel seminare generosamente il seme della Parola e lasciar a Dio stabilire quando e come debba portare frutto.

PUNTI CHIAVE DELLA SPIRITUALITÀ DI SAN PAOLO DELLA CROCE – 19 OTTOBRE

http://www.santuariodellacivita.it/san_paolo_della_croce.htm

link alla biografia:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/29750

PUNTI CHIAVE DELLA SPIRITUALITÀ DI SAN PAOLO DELLA CROCE – 19 OTTOBRE

1. Abbandonarsi a Dio
La più grande perfezione di un’anima consiste in un vero e totale abbandono fra le mani del Sommo Bene. Questo abbandono comporta una perfetta rassegnazione alla volontà divina in tutto ciò che accade.
Umiliatevi molto quando credete di ricevere qualche grazia da Dio. Talvolta ci sembra che qualche grazia ci sia concessa per le nostre preghiere, mentre sono altri servi di Dio che pregano. Oh! quanti che sembravano forti come i cedri del Libano sono caduti!
Un granellino di orgoglio può far cadere una grande montagna di santità, e perciò dovete tenervi nascosto a tutti e ritirarvi nella fortezza del Cuore purissimo di Gesù; là sarete libero da ogni male.
Non vi turbate per le aridità che provate nell’orazione, e anche delle distrazioni quando sono involontarie. E’ con questo mezzo che Dio purifica il cuore, affinché sia più disposto a unirsi più perfettamente al Sommo Bene. In queste occasioni, ravvivate dolcemente la fede, immaginatevi di essere sul Calvario e rivolgete tutti i vostri pensieri e sguardi d’amore a Gesù crocifisso.

2. Con la preghiera
E’ cosa eccellente e santissima pensare alla Passione del Salvatore e meditarla. Questo è il mezzo per arrivare all’unione con Dio. Ma bisogna notare che l’anima non può farlo sempre come all’inizio, ed è per questo che bisogna assecondare gli impulsi dello Spirito Santo e lasciarsi guidare secondo il suo volere Se non potete meditare altro che sulla santissima vita, Passione e morte del Salvatore, continuate con la benedizione del Signore, perché è a questa santa scuola che s’impara la vera sapienza, è qui che i santi si sono istruiti.
Accade talvolta che ci si trova in un tale stato di spirito che sembra che non si possa fare proprio niente: non si potrà meditare, si avrà una grande oscurità di spirito, con tante distrazioni, e con tale disgusto da aver voglia di fuggir via. Ecco la maniera di regolarsi in queste occasioni. Vi siete proposto di meditare, per esempio, la dolorosissima flagellazione di Gesù, ed ecco che provate una tale dissipazione di spirito che non sapete come fare per meditare. Tenetevi allora dolcemente alla presenza di Dio, ravvivate la fede senza sforzo di testa o di petto, credendo fermamente che il Dio che amate è tutto dentro di voi, fuori di voi, nel vostro cuore, nella vostra anima, nel vostro corpo, dappertutto; e così inabissato nell’immenso mare del suo amore, ben raccolto, con grande fede e riverenza, parlate in spirito col vostro Dio sul soggetto della meditazione. Per esempio: Ah! mio dolce Signore, caro Gesù! quale strazio non avete provato nella vostra orribile flagellazione! E perché mai resta così insensibile il mio cuore?! Questi colloqui devono esser fatti con grande soavità di spirito, e se allora sentite che il cuore si riempie di compassione, di pace o di altro sentimento che Dio vorrà, fermatevi così tutto raccolto in Dio come un’ape sul fiore e succhiate il miele del santo amore in devoto silenzio.

3. Stando sulla Croce
Mi rallegro che Dio vi distacca da ogni soddisfazione per insegnarvi a servirlo con una maggiore purezza d’intenzione. Oh! quanto è bene restare sulla croce con Gesù senza vederlo e senza gioirne! Questa è la via breve per arrivare a quella felice morte a tutto il creato, per unirsi in tutta purezza al Bene increato e immenso. Quando l’anima si trova in questo stato di privazione, non bisogna fare altro che ravvivare dolcemente la fede alla divina presenza e tenersi abbandonato in Dio, in questo oceano immenso d’amore, senza cercare il proprio piacere ma il volere di Dio. Soprattutto, voglio che nelle vostre comunioni non cerchiate di sentire un certo sapore dolce anche al palato. Oh! quante illusioni vi si possono trovare! Il gusto di Gesù Eucaristia non si sente con la bocca materiale, ma col palato della fede e dell’anima. Il vero modo di gustare Gesù è di inabissarsi tutto in lui, trasformandosi in lui per amore, così da rendersi tutto divinizzato. Questo lavoro, il dolce Salvatore l’opera in noi, ma gli occorre anche la nostra cooperazione, con l’esercizio delle sante virtù. Riguardo ai mali del corpo, abbandonatevi interamente all’obbedienza al medico; ditegli fedelmente le vostre indisposizioni in termini modesti.
Non rifiutate i rimedi, ma prendeteli nel calice amoroso di Gesù, con volto sereno e dolce. Siate riconoscente verso chi vi cura, siate condiscendente a prendere ciò che vi si da come rimedio; siate insomma come un bambino che si abbandona in tutto fra le braccia e sul seno di sua madre. Restate nel vostro letto come sulla croce.
Oh! che belle virtù si possono praticare nella malattia! Soprattutto l’amore della propria abiezione, la gratitudine, la dolcezza di cuore verso quelli che vi curano; una totale sottomissione al medico e all’infermiere, sempre con un viso gioviale. Vivete dunque tutto riposato nel cuore dolcissimo del Sommo Bene. Felici sono quelli che restano volentieri crocifissi con Gesù. Che voglio dire? Felici quelli che sono fedeli a soffrire ogni pena per amore di Gesù. Oh! che grandi tesori si acquistano restando in preghiera aridi e desolati! Bisogna soffrire la prova che viene da Dio. Infelici quelli che, nella prova, abbandonano il cammino iniziato, perché cadranno poi nell’iniquità.

4. Per conformarsi alla Divina volontà
La tentazione contro la fede è la meno pericolosa e porta grandi beni all’anima che è fedele a combatterla. Le altre tentazioni, se si è fedeli a combatterle, fanno anch’esse un gran bene; ci umiliano, ci istruiscono, ci purificano come l’oro nel fuoco. Siate molto umile, ma di quell’umiltà vera del cuore che rende l’anima amica del proprio disprezzo e sottomessa a tutti.
La virtù più gradita a Dio è la rassegnazione alla sua santa volontà. Molto spesso Dio ci da il desiderio di fare grandi cose, ma non vuole che siamo noi a farle. Succede anche spesso che noi domandiamo una grazia e Dio ce la concede in un’altra maniera, perché questa contribuisce di più al nostro maggior bene. Le tentazioni si vincono con l’umiltà e il santo timore di Dio; il demonio ha paura degli umili che diffidano di sé, li teme e li fugge.
Nelle tentazioni, ritiratevi sul Calvario e rifugiatevi nel costato purissimo di Gesù e poi fatevi beffe del demonio. Soprattutto non lasciate mai l’orazione, quand’anche doveste soffrirvi le pene dell’inferno. Fate le vostre azioni con purezza d’intenzione, per amore di Dio, e lasciate gridare il demonio quanto vuole. Il modo migliore per fugare le illusioni è umiliarsi molto, diffidare di sé, conoscere il proprio nulla, annientarsi davanti a Dio e abbandonarsi con fiducia filiale fra le sue mani divine. Non vi curate se le vostre pene sono grandi o piccole, non lo desiderate nemmeno, ma amate in esse solo la Divina Volontà, senza fare altre riflessioni.

5. Come Gesù
Come il caro Gesù ha voluto che la sua santissima vita sulla terra passasse sempre in mezzo a pene, fatiche, sforzi, angosce, disprezzi, calunnie, dolori, flagelli, chiodi, spine fino all’amarissima morte in croce, così, egualmente, quelli che si avvicinano a lui devono condurre la loro vita in mezzo alle pene.
Ma, oh gran Dio! che ne sarà dei nostri cuori quando nuoteremo in quel mare infinito di dolcezza! Che sarà quando, lassù in ciclo, saremo tutti trasformati in Dio per amore e riceveremo in compenso quel bene infinito che è la ricompensa del nostro Dio! Che sarà quando canteremo per tutta l’eternità le divine misericordie, i trionfi dell’Agnello Immacolato e della nostra Madre, la santissima Vergine Maria! Che sarà quando canteremo senza mai cessare quell’eterno trisagio: Sanctus, Sanctus, Sanctus! Quando, insieme ai santi, canteremo i dolcissimi Alleluja del cielo! Che ne sarà dei nostri cuori e del nostro spirito quando saremo più uniti a Dio di quanto il fuoco è unito al ferro rovente che, senza cessare di essere ferro, sembra tutto fuoco! Amiamo dunque Dio, facciamoci molto piccoli e Dio allora ci farà grandi.

Testamento Spirituale di S.Paolo della Croce
ossia ricordi lasciati da S.Paolo della Croce ai suoi religiosi prima di morire
(29 agosto 1775).
«Appena giunto il sacerdote nella sua stanza con il SS.Viatico, il P.Paolo, che non si poteva quasi muovere dal letto per i suoi mali, al veder presente il suo amoroso Redentore, con gran vivacità e fervore alzò le braccia in segno di devozione ed amore, dicendo con tutto il cuor sulle labbra: Ah Gesù mio caro, io mi protesto che voglio vivere e morire nella Comunione di Santa Chiesa. Detesto ed abomino ogni errore. Di poi recitò ad alta voce il simbolo degli Apostoli, accompagnando ogni parola con gran sentimento di cuore; e quindi, perché ne era stato istantaneamente richiesto e perché era attualmente di tutti il Superiore e il Padre, diede, alla presenza di Gesù Sacramentato, gli ultimi e principali ricordi, che nel tempo stesso da due Religiosi, dall’infermo non veduti, erano fedelmente scritti nella contigua cappella» (Vita del Santo, scritta da S.Vincenzo Maria Strambi, pag. 184).
1° Prima di ogni altra cosa vi raccomando assai la carità fraterna… Ecco, fratelli miei dilettissimi, quello che io desidero con tutto l’affetto del povero mio cuore da voi che vi trovate qui presenti come da tutti gli altri che già portano quest’abito di penitenza e lutto in memoria della Passione e morte di Gesù Cristo nostro amabilissimo Redentore, e da tutti quelli che saranno chiamati da Dio a questa povera Congregazione e piccolo gregge di Gesù Cristo.
2° Raccomando poi a tutti e specialmente a quelli che saranno in ufficio di Superiori, che sempre più fiorisca nella Congregazione lo spirito dell’orazione, lo spirito della solitudine, e lo spirito della povertà; e siate pur sicuri che, se si manterranno queste tre cose, la Congregazione fulgebit in conspectu Dei et gentium.
3° Raccomando con gran premura un filiale affetto verso la Santa Madre Chiesa, ed una intierissima sommissione al capo di essa, il Sommo Pontefice; per il quale effetto pregheranno giorno e notte, e procureranno di cooperarvi e di aiutare le anime a salvarsi, per quanto potranno, secondo l’Istituto, promuovendo nel cuore di tutti la devozione alla Passione di Gesù Cristo e ai dolori di Maria Santissima.
4° Raccomando a tutti l’osservanza delle Regole e niuno dica: De minimis non curat praetor. Faccia ognuno conto delle cose piccole e amino la Congregazione come madre.
5° (I Superiori) tengano conto del buon grano, e lontana la zizzania.
6° Domando poi perdono, colla faccia nella polvere e con pianto del mio povero cuore, a tutti in Congregazione, sì presenti che assenti, di tutti i mancamenti da me commessi in quest’ufficio, che per fare la volontà di Dio ho esercitato in tanti anni… Sì, mio caro Gesù, io, benché peccatore, spero di venire presto a godervi nel santo Paradiso, darvi, nel punto della mia morte, un santo abbraccio, per stare poi sempre unito con voi in perpetuas aeternitates… E vi raccomando adesso per sempre la povera Congregazione, che è frutto della vostra Croce, Passione e Morte. Vi prego a dare a tutti i Religiosi e benefattori di essa la vostra santa benedizione.
7° E voi, o Vergine Immacolata, Regina dei Martiri, per quei dolori che provaste nella Passione del vostro amabilissimo Figlio, date la vostra materna benedizione a tutti, mentre io li ripongo e lascio sotto il manto della vostra protezione.
Ecco, dunque, Fratelli miei cari, quali sono i ricordi che io vi lascio con tutto il povero mio cuore. Io vi lascio e vi starò attendendo tutti nel santo Paradiso, dove pregherò per la Santa Chiesa , per il Sommo Pontefice, nostro Santo Padre, per la Congregazione e benefattori: e vi lascio tutti, presenti ed assenti, colla mia benedizione.
Benedictio Dei Omnipotentis, Patris, et Filii, et Spiritus Sancti, descendat super vos et maneat semper.
(Process. Apost. – Summ. pag. 863 e segg.)

Publié dans:Paolo - e gli altri santi, SANTI |on 20 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

L’APOSTOLO, IL PADRE, L’AMICO – TITO…

http://www.stpauls.it/coopera/0906cp/0906cp04.htm

L’APOSTOLO, IL PADRE, L’AMICO

TITO, IL PIÙ STRETTO COLLABORATORE DI PAOLO, E IL GIOIELLO DELL’EPISTOLARIO PAOLINO.

Il logo dell’Anno a « San Paolo » per la Famiglia Paolina.La lettera di Tito. Come Timoteo, anche Tito fa parte della cerchia dei collaboratori di Paolo. Di lui abbiamo poche notizie. Dalla lettera ai Galati (2,1-3) apprendiamo che Tito era di famiglia pagana e che al Concilio di Gerusalemme proprio il suo caso di pagano convertito al cristianesimo e non sottoposto al rito della circoncisione, segnò l’inizio dell’apertura del Vangelo ai pagani (vedi Atti 15).
Dalla seconda lettera ai Corinzi (7,7-15) scaturisce un particolare profilo di Tito: è descritto come il conciliatore e il negoziatore paziente e deciso, quasi completasse con queste attitudini e con queste virtù ciò che mancava all’irruenza e all’impulsività del carattere di Paolo. In questo senso, egli è stato perciò il più stretto collaboratore di Paolo, il più necessario.
Nella lettera che porta il suo nome, Tito è presentato come la guida stabilita da Paolo per la comunità cristiana di Creta (vedi Tito 1,5), dove la sua tomba è ancora oggi venerata (a Gortyna l’antica capitale). Ma il corpo fu distrutto dai saraceni nell’823, si salvò solo la testa che nel 1669 fu portata a Venezia. Nel 1966 fu restituita alla Chiesa ortodossa ed ora si trova nella cattedrale di Eraklion.
Il contenuto della lettera. Secondo lo stile delle lettere pastorali, anche la lettera a Tito – che si compone di tre brevi capitoli – traccia le linee dell’organizzazione nella sua fisionomia interiore e spirituale, della comunità cristiana e contiene il ritratto del pastore ideale che la guida.
Nel capitolo 1, il responsabile della comunità chiamato ora « presbitero » (anziano), ora « vescovo », è descritto mediante le virtù che lo devono contraddistinguere e i vizi che deve fuggire, per « essere in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare coloro che contraddicono » (1,9). Vi è poi l’invito a difendere l’integrità della fede contro i falsi maestri, specialmente nell’ambito cretese (presentato qui in un particolare aspetto negativo, alla luce delle parole di un poeta originario di Cnosso, vedi 1,12: « I Cretesi sono sempre bugiardi, male bestie, ventri pigri »).
I capitoli 2-3 contengono le esortazioni che Tito è chiamato a rivolgere alle diverse categorie di persone che compongono la comunità. Ciò non significa che ci sia una morale per un gruppo o per un’età e un’altra per una diversa condizione di vita, quanto piuttosto che c’è un solo vangelo, che ciascuno è chiamato a vivere nella situazione particolare in cui Dio lo ha posto ad operare.
Queste indicazioni pastorali sono illuminate da alcuni testi ricchi di poesia, di fede e di teologia (vedi 2,11-14; 3.4-7). Da questi testi appare che la vita quotidiana del cristiano si snoda tutta sotto la presenza e la protezione di Dio, che ha manifestato il suo amore nell’incarnazione, morte e risurrezione del Signore Gesù.
La Lettera a Filemone. Questo breve scritto (sono appena 25 versetti!) è considerato come « il gioiello » dell’epistolario paolino e, per la squisitezza del tratto con cui Paolo stende il contenuto, e considerato « un vero capolavoro di tatto e di cuore ».
Qui l’apostolo cede il passo al padre e all’amico. Infatti, questo biglietto di Paolo accompagna il ritorno dello schiavo Onesimo al suo padrone (che è il ricco Filemone), dal quale era fuggito. Nel pensiero dell’apostolo si doveva trattare di un ritorno fraterno e amichevole, senza ritorsioni o punizioni da parte di Filemone (il padrone aveva il diritto di punire lo schiavo fuggitivo, vedi vv. 17-18).
Il tutto si dipana nella luminosità della fede cristiana, che ora accomuna il ricco Filemone (cristiano e collaboratore di Paolo, vedi v. 1) con lo schiavo Onesimo convertito da Paolo (presso il quale egli si era rifugiato).
Questo biglietto, vivace e breve, intenso e vibrante di affetto, ha contribuito a sfaldare, senza alcuna rivoluzione esterna, la schiavitù. Paolo ha operato dall’interno per mettere in crisi questa istituzione, così contraria alla dignità dell’uomo.
E anche Filemone ha intuito il processo irreversibile con cui il Vangelo operava per l’eliminazione della schiavitù: la sua casa, i suoi familiari, i suoi schiavi ormai erano una sola comunità, una piccola fraternità o una piccola chiesa, come lasciano intendere le prime parole di questo scritto « al nostro caro collaboratore Filemone… e alla comunità che si raduna nella tua casa » (v. 1).

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