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COME «GUADAGNARE CRISTO» NELLA VISIONE PAOLINA – SE PENSATE DI ESSERE ARRIVATI CONTINUATE A CORRERE (pdf)

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COME «GUADAGNARE CRISTO» NELLA VISIONE PAOLINA

SE PENSATE DI ESSERE ARRIVATI CONTINUATE A CORRERE

di Carlo Ghidelli

« Guadagnare Cristo »: anche questa espressione, come quella di « imparare Cristo » – che abbiamo recentemente analizzato in queste pagine – presenta qualche stranezza. In genere si dice di guadagnare qualcosa, o anche guadagnare un traguardo, ma non una persona. Se prestiamo attenzione al verbo greco katalambàno possiamo forse riconoscere in esso una nota di aggressività, quasi di prepotenza. Tant’è che alcuni traducono: « Continuo la mia corsa per tentare di afferrare il premio, perché anch’io sono stato afferrato da Cristo Gesù » (Filippesi, 3, 12). Ad essere sincero devo dire che non mi dispiace affatto questa interpretazione del verbo scelto da Paolo, per il semplice motivo che vi riconosco qualcosa della sua psicologia: la violenza che egli ha sfogato contro i cristiani e contro Cristo prima della sua conversione ora Paolo la mette a servizio della verità. Non è forse vero che anche Gesù ebbe a dire: « Dai giorni di Giovanni il Battista il regno dei cieli soffre violenza
e i violenti se ne impadroniscono » (Matteo, 11, 12)? È ovvio che qui Paolo allude al grande evento della sua conversione sulla via di Damasco, allorquando egli ha subito violenza da parte di Cristo e ha dovuto dichiararsi vinto dalla potenza di Dio. Sappiamo che da quell’evento dipende tutta la vita, tutta la teologia, tutta la spiritualità di Paolo. Da esso pertanto dipende anche la sua pedagogia, sia nei contenuti sia nel metodo.
Per valutare esattamente il punto di arrivo di questo sorprendente cammino di conversione Paolo ci invita anzitutto a considerare quello che egli chiama « il guadagno di ieri ». Ascoltiamo la sua testimonianza: « Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto io
reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura ». Dunque Paolo riconosce di essere caduto in un tremendo errore; si rende conto di aver sposato una causa sbagliata. Ora egli, illuminato da quella stessa luce che in
un primo momento lo aveva accecato, confessa candidamente che quello era un falso guadagno, anzi un guadagno dannoso, alludendo ovviamente ad ogni privilegio di nascita e di educazione, ad ogni sforzo religioso e morale. Ogni volta che Paolo si scaglia contro quelli che stigmatizza come « i nemici della croce di
Cristo » (Filippesi, 3, 18), lo fa sempre e solo per affermare questo tratto – solo apparentemente negativo – del suo metodo pedagogico, senza del quale ogni sforzo umano genererebbe illusione e sconforto. Non si può non vedere in questa « rilettura » o « revisione di vita » il frutto della grazia sanante, quella che si sprigiona dall’evento della passione e morte di Gesù; ma possiamo anche riconoscere l’azione della grazia illuminante che può venire solo dall’evento della risurrezione di Cristo, dalla persona di Cristo risorto. Interpellati come siamo oggi dagli immani problemi annessi al compito educativo non guasta affatto richiamare quello che Paolo ha compreso a partire dalla sua esperienza personale: l’essere stato violentemente scaraventato da cavallo a terra è solo un
pallido segno della vittoria pasquale che Gesù ha riportato su di lui. Il giudizio di Paolo sul suo passato è estremamente lucido: Cristo Signore lo ha portato a formulare una nuova scala di valori, sovvertendo quella che
precedentemente aveva caratterizzato la sua vita: ciò che sembrava guadagno ora è diventato perdita, quello che sembrava ricchezza ora è diventato spazzatura, quello che sembrava giusto ora è diventato ingiusto. Ovviamente questo sovvertimento di valori ha influito decisamente anche sul metodo pedagogico di Paolo, che si fa coraggio a chiedere agli altri ciò che Cristo ha chiesto a lui: una conoscenza di Gesù non generica ma esperienziale, a seguito di un incontro non fortuito ma provvidenziale. Dentro questo orizzonte interpretativo possiamo far convergere e comprendere tutte le indicazioni pratiche che costellano la pedagogia paolina.
Ma quello che più conta è definire « il guadagno di oggi », quello che ora a Paolo preme salvaguardare ad ogni costo. Lo afferma con estrema chiarezza: « al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo ». Rileviamo: « guadagnare
Cristo » ed « essere trovato il lui »: un verbo attivo e l’altro passivo, certamente per indicare sia l’azione dell’amore preveniente e incondizionato di Dio, sia la corrispondenza dell’uomo. « Conoscere Cristo », « guadagnare Cristo », « essere trovato in Cristo » vuol dire essere introdotto negli eventi passati la cui presenza rimane attiva anche oggi. Solo a partire da questa certezza si può dare vita ad un progetto educativo serio e valido, capace cioè di produrre ciò per cui è ipotizzato e realizzato. Il richiamo al passato giudaico dell’apostolo offre l’occasione per una definizione delle due giustizie: una che deriva dalla legge e genera nell’uomo un senso di autosufficienza e di superbia dinanzi a Dio; e l’altra che è dono di Dio « per la fede
di Cristo ». Come interpretare questo genitivo « di Cristo »? È importante saperlo non solo per un motivo di retta interpretazione del pensiero di Paolo e quindi per una ragione teologica, ma anche per definire meglio il suo metodo pedagogico. Sono almeno tre i significati possibili: si può intendere la fede in Cristo Gesù
(genitivo oggettivo): in questo caso Gesù è l’oggetto della fede. Ma può voler dire anche che la fede ha Gesù Cristo come sua origine (genitivo di origine): Gesù allora è inteso come la sorgente della nostra fede; egli ci dà il credere. Infine si può pensare a un genitivo soggettivo: allora la fede è un atteggiamento di Gesù verso il 3
Padre suo, una fede totale, nel senso che Gesù si affida a lui, gli obbedisce filialmente: con questa fede Gesù ci rende giusti dinanzi al Padre suo e nostro. Per questa sua fede Gesù può essere considerato come il modello della nostra fede. Non è affatto difficile vedere l’incidenza di questi tre significati sul metodo pedagogico
di Paolo e la loro ricaduta sul cammino di conversione e di piena adesione di ogni credente a Cristo, oggetto, causa e modello della nostra fede. All’esperienza di Paolo possiamo certamente accostare anche la nostra. Tutti siamo sollecitati dalla parola di Dio ad entrare in questo dinamismo della fede che salva: essa è anzitutto dono che scaturisce dal cuore di Dio e dal costato di Cristo. Ma la fede è anche riconoscimento dell’opera salvifica operata da Dio mediante la totale e incondizionata obbedienza di Cristo alla volontà del Padre. Infine la fede è atto umano libero e consapevole con il quale ogni uomo si lascia attrarre dall’amore di Dio che si è manifestato a noi pienamente in Cristo Gesù. Nessun educatore potrà mai prescindere da questi dati incontrovertibili, pena la totale inefficacia del suo metodo pedagogico. Infine Paolo indica a chiare lettere « il guadagno di domani »: quale sarà questo guadagno? Ascoltiamo ancora le parole di Paolo: « Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo ». Paolo è cosciente di essere stato oggetto della grazia divina, ma sa anche che questo non deve diventare un pretesto per evitare ogni sforzo. E se lui, Paolo, non ha ancora raggiunto la mèta, neppure i cristiani di Filippi devono illudersi (e neppure noi!);
perciò Paolo invita loro e noi a camminare in avanti come lui. La maturità cristiana – è sempre un pensiero di Paolo (3, 15-16) – non consiste affatto nella definitiva acquisizione di una presunta perfezione, ma nell’essere fedeli alla parola data, nel perseverare nella corsa intrapresa. Il passaggio che qui Paolo opera va dal « già » al « non-ancora »: Paolo è già proprietà di Cristo perché Cristo si è impadronito di lui sulla via di Damasco, ma non può ancora dire di aver realizzato in pienezza la vocazione alla quale è stato chiamato. Paolo sta già correndo verso la mèta, ma non può ancora dire di essere arrivato al traguardo. Paolo vive già la vita nuova in Cristo, ma non può ancora dire di viverla nella pienezza di luce che lo renderà perfettamente somigliante al Figlio di Dio (vedi anche Colossesi, 3, 3-4 e 1 Giovanni, 3, 1-2). Questa tensione vitale è nota caratteristica di ogni cammino di fede: con essa devono misurarsi tutti coloro che di Cristo vogliono essere non solo discepoli ma anche testimoni. Con maggior precisione Paolo si augura di poter approfondire la sua personale « conoscenza di Gesù e la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti ». Ricordiamo che il termine « forma » (morphè) non va preso come una semplice metafora; esso sta ad indicare qualcosa di più di una apparenza: è la figura visibile che manifesta una realtà invisibile. Nel nostro caso aolo vuol dire che alla morte di Cristo il credente partecipa realmente (altre traduzioni sono « divenuto della stessa forma della morte di lui » oppure « per diventare simile a lui nella sua morte »). Si direbbe che un cristiano, per poter dire di essere tale fino in fondo, per poter dire di essersi formato alla scuola di Gesù, deve riprodurre in se stesso le fattezze di Cristo crocifisso, addirittura deve assomigliare a Gesù morto. Ricordiamo che quando Paolo si presenta ai cristiani di Corinto avanza un’unica pretesa: « Avevo infatti deciso di non insegnarvi altro che Cristo e Cristo crocifisso ».  E per non predicare a vuoto aggiunge: « Mi presentai a voi debole, pieno di timore e di preoccupazione » (1 Corinzi, 2, 2-3). Ancora una volta dobbiamo rilevare che Paolo, da ottimo pedagogo quale è, propone agli altri ciò che prima ha sperimentato su se stesso. Ogni educatore sa di non potersi sottrarre a questa regola
che lo vincola fino al dono totale di se stesso. Una sintesi stupenda di tutto questo itinerario Paolo la offre al termine di questa sua testimonianza: « Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto
so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere in Cristo Gesù » (3, 13-14). Passato, presente e futuro per Paolo costituiscono solo tre tappe di un unico itinerario che, nel piano di Dio, ha una sua profonda unità.

(©L’Osservatore Romano – 27 luglio 2008)
F:\Rivista (settembre 2008)1 – Anno Paolino.doc

Impariamo la tenerezza alla scuola di San Paolo (per la festa di San Pietro e Paolo, domani Pietro)

http://www.pasomv.it/ritiri_file/Page1031.htm

Inseguendo l’Agnello

Ritiro:

Impariamo la tenerezza alla scuola di San Paolo

Nel ritiro odierno vogliamo guardare a Paolo come maestro di quegli atteggiamenti interiori che dobbiamo potenziare in noi stessi per essere all’altezza di quella vocazione che abbiamo ricevuto di essere santi e immacolati al cospetto del Padre nell’amore (Ef 1,4). Paolo stesso era consapevole di questa sua missione di maestro: “Fatevi miei imitatori come io lo sono del Cristo” 1Cor 11,1.
Paolo dunque come maestro del nostro rapporto con Dio, cioè come nostro maestro di orazione, di preghiera. Il CCC parla della preghiera cristiana proprio come una relazione, cioè un rapportarsi reciproco:
CCC 2565 Nella Nuova Alleanza la preghiera è la relazione vivente dei figli di Dio con il loro Padre infinitamente buono, con il Figlio suo Gesù Cristo e con lo Spirito Santo. La grazia del Regno è « l’unione della Santa Trinità tutta intera con lo spirito tutto intero » [San Gregorio Nazianzeno]. La vita di preghiera consiste quindi nell’essere abitualmente alla presenza del Dio tre volte Santo e in comunione con lui. Tale comunione di vita è sempre possibile, perché, mediante il Battesimo, siamo diventati un medesimo essere con Cristo [cf Rm 6,5 ]. La preghiera è cristiana in quanto è comunione con Cristo e si dilata nella Chiesa, che è il suo Corpo. Le sue dimensioni sono quelle dell’Amore di Cristo [cf Ef 3,18-21].
Possiamo anche riassumere il tutto così:
La preghiera cristiana è una relazione viva con il Dio vivo e vero (cf CCC 2558. 2565) offertaci dal Padre donandoci suo Figlio, Gesù Cristo, e realizzata nello Spirito Santo.
Tutto parte dall’iniziativa del Padre che attraverso il Figlio bussa alle porte dei nostri cuori e chiede di cenare con noi, gustando la nostra amicizia, bevendo il nostro amore:
Ap 3,20 Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”.
CCC 2560. « Se tu conoscessi il dono di Dio! » (Gv 4,10). La meraviglia della preghiera si rivela proprio là, presso i pozzi dove andiamo a cercare la nostra acqua: là Cristo viene ad incontrare ogni essere umano; egli ci cerca per primo ed è lui che ci chiede da bere. Gesù ha sete; la sua domanda sale dalle profondità di Dio che ci desidera. Che lo sappiamo o no, la preghiera è l’incontro della sete di Dio con la nostra sete. Dio ha sete che noi abbiamo sete di lui [S. Agostino].
CCC 2561. « Tu gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva » (Gv 4,10). La nostra preghiera di domanda è paradossalmente una risposta. Risposta al lamento del Dio vivente: « Essi hanno abbandonato me, sorgente d’acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate » (Ger 2,13), risposta di fede alla promessa gratuita della salvezza, [cf Gv 7,37-39; 2561 Is 12,3; Is 51,1] risposta d’amore alla sete del Figlio unigenito [cf Gv 19,28; Zc 12,10; Zc 13,1].
L’iniziativa della preghiera è dunque di Dio, è Lui che desidera entrare in una relazione viva e personale di conoscenza reciproca e di amore con noi.
Vediamo questo come si è realizzato nella storia di Paolo.

L’evento di Damasco
Di questo evento ne parlano diffusamente tre racconti lucani in At 9,1-22 (narrazione dello scrittore), At 22,6-11 (autodifesa di Paolo nell’arresto a Gerusalemme), At 26,12-18 (autodifesa di Paolo davanti al re Agrippa). Paolo, poi, ne accennerà in diverse lettere (cf 1Cor 9,1; 15,8; Gal 1,15ss). Riportiamo di seguito l’autodifesa di Paolo davanti al re Agrippa:
At 26 …[9]Anch’io credevo un tempo mio dovere di lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno, [10]come in realtà feci a Gerusalemme; molti dei fedeli li rinchiusi in prigione con l’autorizzazione avuta dai sommi sacerdoti e, quando venivano condannati a morte, anch’io ho votato contro di loro. [11]In tutte le sinagoghe cercavo di costringerli con le torture a bestemmiare e, infuriando all’eccesso contro di loro, davo loro la caccia fin nelle città straniere. [12]In tali circostanze, mentre stavo andando a Damasco con autorizzazione e pieni poteri da parte dei sommi sacerdoti, verso mezzogiorno [13]vidi sulla strada, o re, una luce dal cielo, più splendente del sole, che avvolse me e i miei compagni di viaggio. [14]Tutti cademmo a terra e io udii dal cielo una voce che mi diceva in ebraico: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo. [15]E io dissi: Chi sei, o Signore? E il Signore rispose: Io sono Gesù, che tu perseguiti. [16]Su, alzati e rimettiti in piedi; ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora. [17]Per questo ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali ti mando [18]ad aprir loro gli occhi, perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di satana a Dio e ottengano la remissione dei peccati e l’eredità in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me.
La conversione di Paolo avviene sulla via di Damasco come rivelazione: il Padre gli rivela il volto del suo Figlio (cf Gal 1,15) e questa rivelazione gli manifesta pienamente se stesso come uno che aveva sbagliato tutto. Paolo su quella benedetta via entra nel conoscimento vero di sé, capisce chi è lui e lo capisce perché Dio gli ha mostrato il suo volto in Gesù, vedendo Gesù, vede se stesso nella verità e capisce che ha sbagliato tutto: «Ho sbagliato tutto!».
L’evento della via di Damasco pone Paolo nell’umiltà. Non umiltà frutto dell’esercizio di una virtù e neanche come decisione di uniformarsi ad una verità conosciuta con l’intelletto, ma come un qualcosa di subito che gli frantuma il cuore nella consapevolezza di aver sbagliato tutto: tutti i suoi pensieri e idee su Dio erano sbagliate, tutti i suoi giudizi erano sbagliati, tutte le sue convinzioni erano sbagliati, tutte le cose a cui lui dava importanza erano sbagliate, si scopre così bestemmiatore, prepotente e violento:
1Tm 1: [12]Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero: [13]io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento.
Sulla via di Damasco Paolo ha la grazia, nella rivelazione del volto di Gesù, di scoprirsi peccatore, profondamente peccatore. È uno shock tremendo! Lui che si credeva giusto, integerrimo, perfetto e santo:
Fil 3 [4]Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: [5]circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; [6]quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge.
Comprende se stesso nella verità, tremenda verità che gli fa gridare che ha sbagliato tutto, ma…:
1Tm 1: [13]… Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede; [14]così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.
Lì, su quella via di Damasco, Paolo si scopre profondamente e immeritatamente amato e prima ancora che possa riprendersi dallo stupore, Gesù lo manda alle genti: è sconvolgente per Paolo che nello stesso momento in cui Gesù gli fa capire: «Hai sbagliato tutto!», gli dice: «Tutto ti affido!», «Ti mando!». Il Dio del Vangelo e della misericordia è Colui che nell’istante in cui mi fa capire che ho sbagliato tutto su di Lui, perché ho messo me stesso al suo posto, mi dimostra la sua misericordia nel perdonarmi e mi dà fiducia nel chiamarmi al suo servizio, affidandomi la Parola.
Quest’esperienza immerge Paolo nell’umiltà per cui può farci da maestro nel nostro rapporto con Dio che può elevarsi solo da un fondo di umiltà. Il violento e prepotente lì su quella via divenne umile:
1Tm 1: [15]Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. [16]Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. [17]Al Re dei secoli incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.
Quest’esperienza immerge Paolo nell’amore. Innanzi tutto nell’amore per il suo Gesù che lo aveva amato e per lui aveva dato Se Stesso (cf Gal 2,20). Su quella benedetta via di Damasco avviene lo spogliamento di Paolo per amore di Gesù, in un certo senso, a imitazione di quello spogliamento del Verbo, da lui tanto ammirato, che aveva spogliato Se Stesso della propria divinità per farsi simile a noi (Fi. 2,6-7), ora Paolo deve spogliare se stesso di tutto quel sovrappiù di cui si ritrova vestito per essere simile a Gesù e se ne disfa senz’altro:
Fil 3 [3]… [7]Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. [8]Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo [9]e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede.
Questa esperienza immerge Paolo nella tenerezza: lui, il violento e prepotente, si trasformerà in un pastore tenerissimo che sapeva costruire con le persone profonde relazioni di affetto e di amore:
– … Essere padri significa saper incontrare le persone facendo attenzione a ciascuna. Certamente, non per tutti potremo avere lo stesso tempo e la stessa possibilità di rapporto. Ma quanto è importante che ciascuno di quelli che ci incontrano possa avere la sensazione di essere stato accolto, stimato, guardato con amore. Dobbiamo essere Pastori dal cuore grande, sullo stile di Paolo che ai Tessalonicesi scriveva: « Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari » (1Ts 2,7-8). È, questo, il vocabolario della carità, direi anzi, della tenerezza. Paolo, che pur conosce, quando è necessario, il piglio vigoroso della fortezza e della severità, lo sa bilanciare con questo straordinario registro di umanità, di sensibilità, di delicatezza. Al Vescovo si richiede un dono di sé compiuto con pienezza di umanità. E questo ovviamente verso tutti. […]. –
Omelia del card. Giovanni Battista Re del 6/10/2000 in occasione del Giubileo dei Vescovi
La tenerezza: cos’è?
La tenerezza è la modalità dell’amore con cui la persona si relaziona con gli altri facendo loro percepire che li ama e che desidera essere ricambiata. La tenerezza è l’espressione adulta dell’amore, essa infatti richiede, per essere vissuta, aver raggiunto la maturità affettiva, cioè un cuore talmente forte che è capace di rischiare di essere ferito, un cuore senza difese, perché chi ama si mette nelle mani dell’altro con fiducia, rischiando di essere ferito e solo un cuore sovrabbondante di amore accetta con serenità questa possibilità.
Un anonimo autore dei nostri tempi così parla della tenerezza:
– … si tratta di sfumature come un sorriso, il tono delle parole, la capacità di farci piccoli con i piccoli, l’umiltà nell’accettare minuscoli doni; amare con amore di tenerezza richiede un lungo lavorio interiore che, sulla scia di quella divina, è accettazione del vicino con tutti i suoi limiti e difetti: è così che Dio ci ama. Bisognerebbe vedere i difetti dell’altro come uno specchio delle proprie manchevolezze; ciò presuppone il riconoscimento della nostra personale debolezza, riconoscimento che possiamo raggiungere solo con una lunga frequentazione del Signore nella profondità del nostro cuore, là dove la creatura incontra il Creatore, scopre la sua totale fragilità insieme con il suo destino divino».
E il teologo Carlo Rocchetta così magistralmente afferma:
– La tenerezza come stupore si collega alla tenerezza come forza dell’umile amore, intendendo in questa dizione l’umiltà di accettare sé e i propri limiti, facendosi teneri con se stessi; e l’umiltà di accettare gli altri per quello che sono, con bontà di cuore e generosità, facendosi teneri verso di loro. La tenerezza come «forza dell’umile amore» è un viaggio verso un amore che sa trasfigurare tutto e si lascia portare dall’amore come su ali d’aquila, sapendo che ogni tenerezza non è che un raggio dell’unica Tenerezza. […] La tenerezza viene descritta in modo mirabile dal monaco russo Stàrets Zòsima, ne I fratelli Karamazov: «[…] alcuni pensieri, specialmente alla vista del peccato umano, ti rendono perplesso, e ti domando: “Devo ricorrere alla forza o all’umile amore?”. Decidi sempre: ricorrerò all’umile amore. Se prenderai una volta per tutte questa decisione, potrai soggiogare il mondo intero. L’amore umile è una forza formidabile, la più grande di tutte, come non ce n’è un’altra» – Carlo Rocchetta, Teologia della Tenerezza, 40ss.

• La tenerezza: da dove nasce?
Un cuore capace di amare di tenerezza nasce dalla frantumazione del proprio cuore di pietra, si tratta di quel cuore di carne di cui parla Ezechiele (11,19 e 36,26) e tale frantumazione e tale nascita è concomitante all’esperienza della misericordia di Dio su di se stessi. Solo chi, come Paolo, ha avuto la sua via di Damasco, è capace di amare con tenerezza (non semplicemente qualcuno da cui è legato da particolare amicizia e affetto, ma tutti, cioè capace di amare tutti con tenerezza). Solo chi ha esperimentato e gustato la tenerezza di Dio su di sé, è capace poi di amare così, perché la tenerezza con cui si amano gli altri, altro non è che il traboccare della misericordia divina dal nostro cuore ferito appunto da questa ineffabile tenerezza con cui essa ci ha investiti, avvolti e sommersi in Gesù Cristo. Il testo di 1Tm 1,12-17, sopra citato, riassume l’esperienza di Paolo sulla via di Damasco e ci fa entrare nel mistero della tenerezza che sgorgò dal suo cuore: è dunque la consapevolezza che in lui la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato che gli permetterà di avere quel cuore di carne capace di amare con tenerezza, perché consapevole di essere stato immeritamente e ineffabilmente amato da Gesù Cristo “il Figlio di Dio, che lo ha amato e ha dato se stesso per lui” (Gal 2,20).
Tale è il pensiero anche di s. Caterina da Siena
– Per lo quale cognoscimento della somma bontà, quando l’anima si trova annegata in tanto abisso d’amore, quanto vede che Dio ha in lei; dilagarsi il cuore e l’affetto; onde l’occhio del cognoscimento apre a intendere, la memoria a ritenere, e la volontà si distende ad amare quello che egli ama. E dice e grida l’anima: « O dolce Dio, che ami tu più? ». Risponde il dolce Dio nostro: « Ragguarda in te, e troverai quello ch’io amo ». Allora ragguardate in voi, figliuoli miei carissimi, e troverete e vedrete che con quella medesima bontà e ineffabile amore che troverete che Dio ama voi, con quello medesimo amore ama tutte le creature che hanno in loro ragione. Onde l’anima come innamorata si levi e distendasi ad amare quello che Dio ama: ciò sono i dolci fratelli nostri. E levasi con tanto desiderio e concepe tanto amore, che volentieri darebbe la vita per la salute loro, e per restituirli alla vita della Grazia. Sicché diventano mangiatori e gustatori delle anime; e fanno come l’aquila che sempre ragguarda la rota del sole e va in alto. E poi ragguarda la terra, e prendendo il cibo, del quale si debbe notricare, il mangia in alto. –
S. Caterina da Siena, Lettera 134 (cf anche Dialogo della Divina Provvidenza, 89).
A completamento di questo discorso sulla tenerezza, occorre precisare che di per sé non è necessaria l’esperienza del peccato per poter gustare la sovrabbondanza della tenerezza di Dio che ci rende capace di relazionarmi con tenerezza di amore verso tutti. La Vergine Santa, infatti, ha esperimentato l’ineffabile tenerezza divina e gustato la sua infinita misericordia senza esser mai stata sfiorata neppure dall’ombra del peccato né originale né personale.
E questo lo ha potuto fare radicandosi e fondandosi nella sua umiltà, nel conoscimento di sé, direbbe s. Caterina da Siena. Consapevole del suo essere niente e nulla da sé, osservava stupita e grata quanto Lui operava in Lei a gloria Sua e lo magnificava commossa (cf Lc 2,46ss) e riconoscente per tanto amore che sentiva assolutamente non meritare. Questo sia in riferimento al dono della sua vita di essere creato dal nulla dall’amore del Padre, sia in riferimento al dono di essere preservata dal peccato originale e ricolma di ogni dono di grazia dello Spirito Santo, in previsione della passione e morte del Figlio di Dio e Figlio suo.

E questa è stata anche l’esperienza di quei Santi che, per grazia di Dio, hanno conservato l’innocenza battesimale e hanno saputo amare teneramente tutti come ad esempio s. Teresina di Lisieux e altri.

SAN PAOLO, MAESTRO DELLO SPIRITO TRA ORIENTE E OCCIDENTE

http://www.zenit.org/article-21104?l=italian

SAN PAOLO, MAESTRO DELLO SPIRITO TRA ORIENTE E OCCIDENTE

Intervista al cardinale Tomáš Špidlík

ROMA, venerdì, 22 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito una intervista al cardinale Tomáš Špidlík, apparsa sul numero di gennaio di Paulus, dedicato al tema « Paolo l’orante » e contenente un dossier centrale sulla Lettera a Tito.

* * *
La vita di Tomáš Špidlík è come un profondo respiro con i due polmoni della Chiesa, Oriente e Occidente. Nato in Moravia nel 1919, il giovane gesuita si formò tra occupazione nazista e avanzata sovietica. Nel 1951 fu chiamato a Roma da Radio Vaticana, fornendo un prezioso aiuto per i Paesi d’oltre cortina. Per 45 anni insegnerà Teologia spirituale patristica e orientale in varie università divenendo, tra l’altro, il primo titolare della cattedra di Teologia Orientale fondata al Pontificio Istituto Orientale e membro onorario della Società di Studi Bizantini di Pietroburgo. Ma all’attività di ricerca e di sistematizzazione teologica, padre Špidlík afiancò sempre un intenso “esercizio pratico”: per ben 38 anni è stato direttore spirituale del Pontificio Collegio Nepomuceno. Nel marzo 1995 viene chiamato a predicare gli esercizi spirituali alla Curia vaticana e l’anno successivo papa Giovanni Paolo II lo incarica di ripensare la sua cappella privata Redemptoris Mater, insufflando la tradizione iconografica orientale nel cuore di Roma. Oggi Špidlík, creato cardinale nell’ottobre del 2003, vive e lavora presso il Centro di Studi e Ricerche Ezio Aletti per lo studio della tradizione dell’oriente cristiano in relazione ai problemi del mondo contemporaneo.
Eminenza, esistono molte definizioni della preghiera, ma in che cosa consiste, secondo l’apostolo Paolo?
«La preghiera cristiana è come il respiro della nostra umanità divinizzata, non se ne possono dare che definizioni approssimative, prese dall’esperienza umana. Se ne trovano numerose nella tradizione. Tre sono tuttavia divenute famose: la domanda a Dio dei beni convenienti, l’elevazione della mente a Dio e il colloquio con Dio. La prima è propria a tutte le religioni; san Paolo, però, vi aggiunge una nota: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare” (Rm 8,26). L’elevazione della mente è la definizione presa dai filosofi greci. I cristiani vi dovevano necessariamente aggiungere che il Dio, al quale ci rivolgiamo, è un Padre personale con cui entriamo in un dialogo fiducioso. Paolo, che si rivolgeva ai cristiani convertiti dall’ambiente greco, doveva quindi insistere fortemente che, per chiamare Dio Padre, bisogna essere “in Gesù Cristo” (Rm 8,1) e vivere nello Spirito Santo. Il Paraclito è lo Spirito di filiazione per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!” (Rm 8,15). Ne possiamo concludere che Paolo si sentiva obbligato a sottolineare fortemente questo fondamento teologico, trinitario della preghiera».
Il suo “stile orante” è più vicino alla tradizione orientale o a quella occidentale?
«La preghiera si fa nello Spirito, per mezzo del Figlio, al Padre. Questo principio paolino è fermamente mantenuto sia in Oriente che in Occidente. Si può forse indicare una sfumatura nell’espressione verbale. Gli orientali non temono di dire che lo Spirito è tanto unito a noi da far parte della nostra personalità. Professano la tricotomia antropologica, indicando tre parti della composizione umana: il corpo, l’anima, lo Spirito Santo. Gli occidentali hanno temuto che questo si potesse male interpretare come un panteismo, perciò preferiscono affermare che abbiamo nell’anima la “grazia” che è il “dono” dello Spirito, non la Persona stessa. Ma la differenza è veramente solo verbale. Il dono dello Spirito è la sua azione e dove Egli agisce è presente. D’altra parte, è vero che le preghiere allo Spirito degli orientali sono molto belle proprio perché sono così personali».
All’inizio del libro degli Atti si specifica che il compito degli apostoli sarà duplice: «Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della Parola» (At 6,4). Quasi a dire che l’apostolo non può essere tale, se non è uomo di preghiera…
«La scelta della propria vocazione deve essere molto seria e consapevole. Ma si considera da due punti di partenza diversi. Da parte nostra dobbiamo prima esistere, renderci conto delle nostre capacità e poi riflettere quale vocazione scegliere. Da parte di Dio, si agisce in modo inverso. L’uomo riceve prima la sua vocazione nel mondo e poi, per realizzarla, riceve l’esistenza. Paolo ne è sicuro. Si era convinto di essere stato chiamato a essere apostolo di Cristo già dal grembo della madre (cfr. Gal 1,13ss.) e non lo sapeva, perciò faceva il contrario. Ricevette però l’illuminazione da Cristo. È successo in modo straordinario sulla via in Damasco. Ma in seguito egli aspettava ulteriori illuminazioni nella preghiera assidua. Da queste illuminazioni ricevute nella preghiera si faceva guidare nei suoi viaggi. Si considera apostolo di Cristo, anche se non lo aveva conosciuto in modo visibile. Lo stesso atteggiamento vale per tutti i cristiani: pregando, ascoltando la voce di Dio, troveranno il loro giusto posto nel mondo».
Ecco allora che proprio Paolo – l’uomo di azione – prescrive più volte di pregare «incessantemente» (1Ts 5,17; Ef 6,18). Ma come vivere questa “preghiera perenne” nella quotidianità?
«I monaci d’oriente si sono sempre sforzati di seguire questo precetto. Il solo problema era come giungervi. Emersero tre soluzioni. I messaliani (“preganti”), una tendenza carismatica della Siria, volevano veramente concentrarsi sulla sola preghiera e rifiutavano ogni opera profana, lasciando lavorare soltanto gli “imperfetti”. Gli acemeti (“coloro che non dormono”), i monaci di un monastero di Costantinopoli, cercavano di giungere alla preghiera perpetua avvicendandosi tra di loro. Così, una parte della comunità era sempre in chiesa, mentre altri lavoravano o riposavano, poi si scambiavano il turno. La terza soluzione generalmente accettata è quella data da Origene: “Prega incessantemente colui che unisce la preghiera alle opere necessarie e le opere alla preghiera”. È il famoso Ora et labora del monachesimo benedettino».
L’invito alla preghiera incessante è all’origine della vicenda del Pellegrino russo…
«Per pregare bene si esige naturalmente una buona disposizione interiore, in particolare il sentimento della presenza di Dio, al quale ci rivolgiamo e per cui lavoriamo. Dobbiamo rendercene conto almeno all’inizio di ogni opera buona. Ma i contemplativi hanno sempre desiderato che sia un sentimento stabile. Esercitandosi, si arriva dai singoli “atti” di preghiera allo “stato” di orazione. Come raggiungerlo? Un metodo semplice consiste nella ripetizione frequente di qualche breve invocazione. In Oriente si raccomandava soprattutto la “preghiera di Gesù” (o piuttosto “a Gesù”): “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”. Serve a eliminare i pensieri malvagi, cioè a purificare il cuore e a rafforzare il sentimento del pénthos, cioè il ringraziamento per il perdono dei peccati e delle nostre debolezze. Questa giaculatoria va ripetuta in ogni momento libero. Ma il famoso Pellegrino russo propagò un metodo più conseguente. La preghiera è un pensiero rivolto a Dio unito a un simbolo esterno. Questo simbolo non è necessariamente una parola. Unire il pensiero alla respirazione e al battito del cuore ci assicura che possiamo sentire che la preghiera e la vita sono inseparabili».
Paolo insiste sul “rendimento di grazie” in ogni Lettera, ringraziando il Signore soprattutto per la fede di coloro che hanno accolto il suo annuncio. Quale “spazio” occupa la lode nell’esperienza del cristiano?
«Il peccato capitale dei pagani, secondo Paolo, è “di non aver dato gloria né aver reso grazie” a Dio (cfr. Rm 1,26). In ogni orazione devono ritrovarsi quattro elementi: la domanda, la preghiera, la supplica, l’azione di grazie (cfr. 1Tm 2,1). Gli esegeti però sottolineano che la parola “grazie” non esiste in ebraico. Nella maniera semitica si ringrazia lodando e glorificando il donatore, benedicendolo. Perciò conosciamo, nelle liturgie orientali, molte litanie, che cominciano in tale modo: “Benedetto sia (letteralmente: sia detto bene, parlato bene…) il Signore…”, perché ci ha fatto tale o tale bene. E concludono: “perché tuo è il regno, la potenza, la gloria”».
Anche circa la “preghiera di domanda” Paolo è molto insistente con le sue comunità, convinto che la preghiera apra le strade all’evangelizzazione (Col 4,3; Rm 1,10; 15,30…).
«Mettendosi in contatto con la divinità, gli uomini spontaneamente formulano le loro domande, chiedono qualche cosa. Possono essere esauditi? Non sarebbe contrario al giusto ordine che il Dio assoluto e onnipotente pieghi la sua volontà secondo il desiderio dell’uomo? Di questo parere erano, infatti, i filosofi ellenistici. E anche a san Paolo viene un dubbio, “perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare” (Rm 8,26). Però aggiunge subito dopo: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza» (ibid.). Questo, secondo Origene, si realizza nel modo seguente: noi preghiamo, ma lo Spirito “interviene”; la sua voce è più forte della nostra e così, pur desiderando le cose piccole, chiediamo anche le grandi cose che sono volute da Dio. Tale è evidentemente la salvezza del mondo. Ogni preghiera possiede quindi un aspetto missionario, che può divenire talvolta pienamente consapevole. Perciò ci ammonisce Origene: “Quando preghi, domanda le cose grandi!”. L’altezza dei beni domandati mostra l’idea che si ha della grandezza di Dio».
Paolo testimonia anche alcuni carismi che si manifestano nella preghiera comunitaria. Invita tutti a elevare inni e canti. Cosa insegna al nostro pregare insieme?
«Lo Spirito Santo è uno in molti, può essere quindi considerato “anima della Chiesa”. La preghiera nello Spirito, anche se è pronunciata individualmente, ha un carattere ecclesiale, è quindi essenzialmente comunitaria. Un santo russo, Giovanni di Kronštadt scrive: “Le letture, gli inni, le preghiere e le suppliche che facciamo nella chiesa sono la voce delle nostre anime…, sono la voce dell’umanità intera…; queste preghiere e questi inni sono meravigliosamente belli, rappresentano il respiro dello Spirito Santo”. Gli autori orientali recenti amano sottolineare l’aspetto “dossologico” della liturgia, dove si manifesta “il Signore della gloria” (1Cor 2,8)».
Paolo è il teologo della cristificazione (Gal 2,20): possiamo dire che è alla base della spiritualità della divinizzazione, tanto cara ai Padri?
«Infatti, i Padri orientali preferiscono parlare della vita cristiana come vita in Cristo (cfr. l’omonima opera di Cabasilas) più che della vita secondo Cristo (cfr. il libro L’imitazione di Cristo). In Paolo troviamo entrambe le espressioni, ma la prima è più fortemente sottolineata: “Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio: ai santi che sono in Efeso… Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetto con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelto prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere figli adottivi per opera di Gesù Cristo… per realizzarlo nella pienezza dei tempi; il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” (cfr. Ef 1,1-10). Questa riconciliazione in Cristo del cielo e della terra è un modo di esistenza. Divinizzazione è il termine con cui i Padri rendono il vivere in Cristo di Paolo».
Paolo Pegoraro

SAN PAOLO MAESTRO E FORMATORE

http://www.stpauls.it/studi/maestro/italiano/helewa/itahel01.htm#aI

I. SAN PAOLO MAESTRO E FORMATORE

«…Come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, incoraggiandovi e scongiurandovi, a camminare in maniera degna di quel Dio che vi sta chiamando al suo regno e alla sua gloria» (1Ts 2,11-12).

1. Alcune premesse generali
— Dal vangelo predicato al vangelo spiegato: una catechesi dove si espongono ai credenti le ricchezze della grazia di Cristo, insegnando loro «come camminare in modo di piacere a Dio» (1Ts 4,1).
— «Completare ciò che ancora manca alla vostra fede» (1Ts 3,10). «Essere di aiuto a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede» (Fl 1,25). Insieme fede creduta (Rm 10,9) e fede vissuta (Ga 5,6). Un nutrimento indispensabile, sia esso « latte » o « cibo solido » (cf 1Co 3,1-2).
— «Noi parliamo davanti a Dio, in Cristo, e tutto, carissimi, è per la vostra edificazione» (2Co 12,19; cf 4,15). La oikodomé: crescita e consolidamento in Cristo (cf Col 2,6-7; Ef 4,15-16), ossia promozione dell’autenticità battesimale nei singoli e nelle comunità.
— Un’opera di formazione che aiuti i credenti ad avanzare nel cammino di una perfezione sempre da inseguire (Fl 3,12.15-16; 1Ts 4,1.9-10). Il metodo: «poiché siamo collaboratori, vi esortiamo ad accogliere la grazia di Dio in modo che essa non resti vana [in voi]» (2Co 6,1). La durata e lo scopo: «finché Cristo non sia formato in voi» (Ga 4,19; cf 2Co 3,18).
— Dopo l’annunzio del vangelo in mezzo ai pagani, non esiste per Paolo una diakonía più importante di questa: procurare che il vangelo si confermi e prosperi nella esistenza di coloro che hanno creduto in esso. A tale livello, del resto, si situano le Lettere.
— Coinvolgimento personale: tenerezza materna (1Ts 2,7-8; Ga 4,19) e sollecitudine paterna (1Ts 2,11; 1Co 4,14-15; cf 2Co 12,14-15); solidarietà sentita (Fl 2,1-2; 4,1; 1Ts 2,19-20; 3,1.5.7-10; 2Co 11,28-29); parola ed esempio (1Co 11,1; Fl 3,17; 4,9; 2Ts 3,7; cf 1Co 9,1ss); soprattutto il principio: «noi crediamo e perciò parliamo» (2Co 4,13-15; cf 1,3ss).
— Spirito di collaborazione e di servizio: «Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede già state» (2Co 1,24; cf 1Ts 2,6). «Quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù» (2Co 4,5). (torna al sommario)
2. Il ministero paolino della « paraklesis » (1Ts 2,11-12) (torna al sommario)

a) Un carisma ecclesiale specifico (Rm 12,6-8)
— Il criterio è sempre quello della utilità (1Co 12,7), la quale coincide con la edificazione (1Co 14,5.6.12.17.26; cf 8,2; 10,23.33).
— Vengono edificati coloro che già sono «edificio di Dio» (1Co 3,9). Si tratta quindi di «collaborare con Dio» (1Co 3,9; 2Co 6,1), secondo una grazia di Dio stesso (cf 1Co 3,10; 15,10; Rm 12,3.6; 1Pt 4,10-11; ecc.) nella costruzione di un’opera che è tutta di Dio (1Co 3,16-17; 4,1-2) per il bene dei credenti (2Co 1,24; 4,5; 10,8; 13,10; Fl 1,25).
— Il ministero-carisma della profezia: il dono di parlare da credenti (2Co 4,13) ai credenti (1Co 14,22) per loro «edificazione, esortazione e conforto» (1Co 14,3-4.22; cf At 15,32). E questo della profezia sembra essere stato ritenuto il primo dei carismi, dopo quello dell’apostolato (1Co 12,28; 14,1.5.39; Ef 2,20; 3,5; 4,11). (torna al sommario)
b) Il modo: edificare esortando e confortando (1Co 14,3)
— 1Ts 2,11: «Come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, incoraggiandovi e scongiurandovi…».
— Parakaleîn = esortare. A seconda dei casi: invitare, sollecitare, premere, pregare; oppure: stimolare, confortare, rianimare, incoraggiare, consolare; oppure ancora: avvertire, ammonire, raddrizzare, correggere, riprendere…
— Il linguaggio è quello dell’invito pressante e l’intento è pratico: si esorta ad un modo di vivere, ad un comportamento, ad una disposizione da promuovere ciascuno dentro di sé, a procurarsi certezze interiori, ecc.
— È una catechesi rivolta all’intelligenza e alla volontà, tesa ad illuminare la mente e muovere il cuore. Non è quindi la parola didascalica di un insegnante che si limiti a spiegare concetti ed articolare dottrine; è piuttosto il discorso di un padre che cerca di convincere ed avvincere, dicendo la verità del vangelo con il calore e la partecipazione di chi invita e sollecita ed ammonisce ed incoraggia dei figli a lui molto cari.
— Si presuppone che tale paraklesis voglia anche istruire (cf 1Tm 4,13; 6,2-3; 2Tm 4,2; Tt 1,9); ma è l’istruzione di un maestro che vuole « edificare » i credenti « esortando » e « confortando » (cf 1Co 14,3).
— Esortare non è « comandare » o « prescrivere » (cf Fm 8-10), anche se la paraklesis apostolica non manchi di autorità (2Co 5,20; 1Ts 2,6; 4,1-2; 2Co 13,8.10) e il suo contenuto sia di fatto normativo: «Questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi» (1Ts 5,18; cf 4,3; Rm 12,2). Tuttavia, ciò che Dio vuole da noi (norma) coincide oggettivamente con ciò che Dio vuole per noi (progetto di grazia); e tale «norma-grazia di Dio in Cristo Gesù», Paolo ritiene di doverla proporre alle coscienze con il linguaggio persuasivo e coinvolgente della esortazione, piuttosto che con il linguaggio alquanto distante del comando… (torna al sommario)
c) Il contenuto: siate ciò che siete; dignità e coerenza
— 1Ts 2,12: [«Abbiamo esortato ciascuno di voi]… a camminare in maniera degna di quel Dio che vi sta chiamando al suo regno e alla sua gloria».
— Peripateîn: camminare, procedere, andare avanti, tesi ad un traguardo di perfezione rivelato e promesso e sperato e desiderato (cf 2Co 5,6-7; Fl 3,12-16). È un «camminare in novità di vita» (Rm 6,4), un «camminare nel Signore Gesù Cristo» (Col 2,6), un «camminare secondo lo Spirito lasciandosi guidare dallo Spirito» (Ga 5,16.18.25).
— Impegno doveroso come in terra d’esilio (2Co 5,6-7) ed insieme religiosità di risposta: alla klesis divina, la quale indirizza verso la patria celeste (cf Fl 3,20; 2Ts 2,14), rispondere con l’impegno di un peripateîn quotidiano e coerente.
— Si noti l’avverbio aksíos = in maniera degna (cf 1Ts 2,12; Fl 1,27; Col 1,10; Ef 4,1). Un richiamo al senso di identità-dignità in Cristo e alla doverosa coerenza che si addice a credenti fatti consapevoli della grandezza e ricchezza della loro chiamata in Cristo, del loro rapporto di grazia verso il Signore, della speranza gloriosa donata loro (cf Fl 3,20; Ef 1,18; Col 1,23.27). Una metodologia caratteristica: i credenti vengono sollecitati ad aprirsi a criteri di nobiltà e di grandezza, rispondendo sempre meglio al Dio che «li sta chiamando al suo regno e alla sua gloria» (1Ts 2,12).
— Un ministero dottrinalmente impegnativo: occorre molta catechesi per far comprendere ai credenti ciò che ormai sono in Cristo Gesù, facendo loro apprezzare ciò che Dio, in Cristo, vuole per loro e da loro. Ed è un ministero volutamente persuasivo: si lascino i credenti illuminare ed avvincere da tanta verità (cf 1Co 2,9ss; Col 1,9; Ef 1,18; Fl 3,8.12) ed onorino la loro dignità nel vivere di ogni giorno.
— Alcuni esempi: 1Ts 4,3-8; 1Co 3,21-23; 6,19-20; Ga 5,1; 5,16-25; Rm 6,13; 12,1-2; 14,7-9; Col 3,1-4; Ef 4,30; 5,1-2; 5,8-9… Prospettiva di fondo: Cristo impresso e Cristo espresso. In altre parole: il Cristo di cui ci si è « rivestiti » nel battesimo (Ga 3,27) diventi effettivamente il « vestito » nuovo di un vivere nuovo (Rm 13,14; Col 3,8-10; 3,12ss; Ef 4,20-24). (torna al sommario)
3. Una formazione fondata sui valori (Rm 12,2; Fl 1,9-11)
— Esortando i credenti a camminare in maniera degna della loro chiamata battesimale, Paolo formatore ha cura di promuovere nelle coscienze questa motivazione primaria: piacere a Dio (1Ts 4,1; 2Co 5,9; Rm 12,1-2; Col 1,10; Ef 5,10) vivendo sempre e facendo tutto «per la gloria di Dio» (1Co 10,31; 6,20; Rm 15,6; cf 1Pt 4,11). È il valore sommamente religioso che l’Apostolo stesso dice d’inseguire sempre (1Ts 2,3-5; Ga 1,10; 2Co 10,17-18; Fl 1,20-21…). È un aderire con la propria intenzione all’intenzione di Dio stesso, il quale tutto ha fatto in Cristo e tutto fa nella grazia del vangelo «a lode della sua gloria» (Fl 2,11; Rm 11,36; 15,16; Ef 1,6.12.14; 2,7; 4,21…). E dato che è Cristo Gesù la gloria-immagine-grazia di Dio (2Co 4,4.6; Col 1,15; 3,10; cf Eb 1,3), voler piacere a Dio significa impegnarsi ad esprimere Cristo e a crescere in Cristo (cf 2Co 3,18), portando ciascuno a compimento la propria santificazione (2Co 7,1).
— «Vi esorto… ad offrire i vostri corpi come un’ostia vivente, santa e gradita a Dio: è questo il culto interiore che deve essere il vostro» (Rm 12,1; cf 1,9; 15,16; Fl 3,3). Si è sollecitati a dare a Dio ciò che è di Dio (cf Rm 11,36), offrendo ciascuno nel vivere quotidiano la propria persona a Colui che si degna di santificarla per Sé (cf 1Co 3,16-17; 6,19-20; 7,23). Dal momento che si è del Signore, si cerchi di vivere per il Signore, come dei servi che sono attenti al volere e alla gloria del loro Signore (Rm 14,7-9; 1Co 3,23).
— Formando i credenti alla scuola dei valori evangelici, Paolo tiene ad esaltare la carità nel dinamismo nuovo dell’esistenza cristiana. «La scienza gonfia, mentre la carità edifica» (1Co 8,2). «Tutto si faccia tra voi nella carità» (1Co 16,14). Quella della carità è «la via migliore di tutte» (1Co 12,31). «La carità non avrà mai fine… Di tutte più grande è la carità» (1Co 13,8.13). «Al di sopra di tutto vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione» (Col 3,14). Il primato insostituibile è della carità (1Co 13,1-3). Infatti, i credenti esprimeranno Cristo e saranno graditi a Dio quali figli suoi allorquando «cammineranno nella carità» (Ef 5,1-2).
— Via maestra dell’autenticità cristiana, quella della carità è percorribile da tutti, e si percorre nella ordinarietà quotidiana (1Co 13,4-7). Il suo spazio normale e congenito è quello della comunità dei fratelli (cf 1Ts 4,9-10; 5,12-14; Ga 5,13-15; 6,1-2; Rm 12,9-16; 14,19; 15,1-7; Fl 2,1-4; Col 3,12-17; Ef 4,1-6; 4,31-32; 5,1-2…). Nella luce della carità viene proposto questo valore formativo: intonarsi alla mente di Dio ed apprezzare la grandezza delle piccole cose; non sono richieste per sé le grandi imprese, ma si è graditi a Dio secondo la misura dell’amore vissuto ed espresso! (torna al sommario)

Publié dans:Paolo : modello e maestro |on 12 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

Paolo, maestro di cammino (Omelia)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/14146.html

Omelia (30-11-2008)

LaParrocchia.it

Paolo, maestro di cammino

Un modo originale di vivere l’avvento può essere l’insegnamento che deriva dalle lettere di Paolo che troviamo, come seconda lettura, nella liturgia di queste domeniche in vista del Santo Natale. Paolo diventa un ottimo maestro e un caro compagno di viaggio nel nostro itinerario di questo « tempo forte ».
Il brano che ci viene proposto, tratto dalla 1Corinzi, che è da collocare in tutto il contesto del saluto iniziale, contiene elementi utili e indispensabili alla nostra riflessione comunitaria:
Chiamato ad essere apostolo? è questa un’espressione che racchiude in sé il senso profondo dell’evangelizzatore. Paolo si presenta alla « sua » comunità come annunciatore del vangelo e non semplicemente come un « caro » amico, come tutti ci si aspetterebbero. Ciò è importante perché emerge tutta l’ansia e, contemporaneamente, la gioia di coinvolgere gli altri in questa esperienza personale che risulta essere vincente ed edificante.
La cosa bella che viene fuori dal testo è la necessità o il bisogno di parlare ai « suoi »? parla in primo luogo ai « fratelli », a coloro che condividono la stessa fede, che rincorrono i medesimi obiettivi? Avverte la necessità di formare i « suoi » per poi passare « ad extra ». Si può vedere la preoccupazione pastorale della Chiesa che indica questo periodo come il momento propizio, il tempo opportuno, il luogo ideale per prendere coscienza che il Signore vuole parlare ai suoi e che il messaggio è indirizzato esclusivamente e in primo luogo ai componenti della Comunità. I destinatari non sono, come erroneamente si pensa, solo e sempre gli altri, ma la chiesa/comunità che legge, medita e vive la Parola e la rivelazione in essa contenuta. Il rapporto con la Parola, e quindi con Gesù Cristo, apre la strada alla consapevolezza che siamo stati chiamati alla santità e alla comunione piena con Dio e con i fratelli, che, come noi, « per grazia » hanno ricevuto tale dono. È il momento in cui la comunità, in tutte le sue membra, si sente destinataria della Benevolenza Divina.
Rendo grazie?. Appena completato il « cappello » della lettera, Paolo ringrazia il Signore. Il ringraziamento è dovuto alla constatazione dei benefici che il Signore ha elargito a piene mani alla comunità? una comunità ricca di quei doni che scaturiscono dalla grazia che Dio le ha voluto accordare. Si è quasi perfetti!
Il testo precisa come ogni comunità o membro di essa deve imparare a ringraziare – come spesso facciamo nelle preghiere dei fedeli – il Signore per tutti i favori e i vantaggi di cui siamo i destinatari da parte di Dio, e pensare come spesso tutti i servizi e le proposte, da noi considerate molte volte come scocciature o valutate noiose, mancano laddove la gente le vorrebbe. In questo tempo forte la preghiera potrebbe essere per il pastore o i pastori che guidano la comunità, per i catechisti che si prodigano nel delicato lavoro di catechesi, per gli operatori della carità, per coloro che permettono di avere un edificio di culto sempre accogliente e decoroso, per i poveri e gli emarginati che possono costituire un richiamo continuo a vivere con modestia e a non strafare etc. Ognuno deve imparare, come suggerisce la lettera, a vedere non qualcosa che mi è dovuto, ma tutto ciò che esiste di buono in una comunità è frutto della grazia di divina?. abituarsi a capire che tutto è dono.
Egli vi renderà saldi, irreprensibili?. Secondo la lezione della lettera l’abbondanza di grazia aiuta ad essere fedeli ed irreprensibili: si conduce una vita fatta di opere buone e impostata su una condotta morale integerrima?capace di affrontare gli ostacoli e la morte con una serenità tale da considerarli come fattori naturali che aprono le porte ad una esperienza più costruttiva e spiritualmente profonda.
L’avvento deve essere impiantato e vissuto sotto questo segno? l’umanità, in Gesù Cristo, è stata ricolmata di ogni gioia e grazia, fattori che tracciano il cammino della vera felicità e aprono le porte alla comunione con se stessi e con tutta la chiesa. Non possiamo né dobbiamo farci sfuggire questa occasione che Dio ci offre.

Buon Avvento!!!!

Commento a cura di don Alessio De Stefano

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XV AI SACRI PREDICATORI QUARESIMALISTI DI ROMA (1917)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xv/speeches/documents/hf_ben-xv_spe_19170219_lenten-priests_it.html

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XV AI SACRI PREDICATORI QUARESIMALISTI DI ROMA

19 febbraio 1917

( Paolo come modello naturalmente)

Ai dilettisimi Nostri figli, che nella imminente Quaresima dovranno annunziare la divina parola ai fedeli di Roma, Noi non facciamo torto ricordando che, nell’esercizio dell’importante ministero ad essi affidato, devono prendere a guida e modello l’Apostolo San Paolo. Camminando sulle orme del Dottore delle Genti, essi non potranno fallire a gloriosa meta, e, come San Paolo, fatti « vasi di elezione », anch’essi porteranno il nome di Gesù « dinanzi alle genti, ai re e ai figliuoli d’Israele » (Act., IX, 15).
Ma perché ai predicatori di Roma, quasi alla vigilia del giorno in cui dovranno intraprendere l’importante loro ministero in quest’Alma Città, perché ricordiamo che devono avere a guida e modello San Paolo? Non per altra ragione, o dilettissimi, se non perché desideriamo che, al termine della vostra predicazione in Roma, voi possiate ripetere con ogni verità ciò che San Paolo diceva dopo di aver predicato ai fedeli di Corinto: « Il mio parlare e la mia predicazione non furono nelle persuasive parole dell’umana sapienza, ma nella manifestazione di spirito e di virtù; Sermo meus et praedicatio mea, non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis, sed in ostensione spiritus et virtutis » (I Cor., II, 4).
Da Atene il grande Apostolo era passato a Corinto, e per lo spazio di diciotto mesi aveva predicato al « popolo grande », che Iddio aveagli detto di avere in quella città, « quoniam populus est mihi multus in hac civitate » (Act., XVIII, 10); ma, essendosi poi recato ad Efeso, avea quivi ricevuto notizia di alcune divisioni suscitate nella chiesa di Corinto da falsi apostoli, e di vari disordini in essa introdotti dopo la sua partenza. A scagionarne se stesso, San Paolo giudicò opportuno dichiarare quale fosse stata la sua predicazione nell’Acaia, e fu in quell’occasione che, riferendosi appunto al ministero da lui compiuto in Corinto, scrisse le già citate parole: « Sermo meus et praedicatio mea, non in persuasibilibus humanae sapentiae verbis, sed in ostensione spiritus et virtutis ». È facile comprendere che con queste parole San Paolo indicava, per escluderlo, un indebito modo di predicare « non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis », e significava insieme, per dirla da lui tenuta, una conveniente maniera di ammaestrare il popolo « in ostensione spiritus et virtutis ». Ma se con queste parole il Dottore delle Genti dimostrava non imputabili alla sua predicazione i disordini suscitati in Corinto dopo la sua partenza dall’Acaia, riesce a tutti manifesto che Noi, augurando ai predicatori di Roma di poter ripetere, al termine della loro predicazione, le parole stesse di San Paolo, li scagioniamo fin d’ora da ogni responsabilità in tutto ciò che di meno giusto e di men retto potrà compiersi in Roma dopo la loro partenza da quest’Alma Città.
Voi, o dilettissimi figli, vorreste esserCi grati di avere addotto l’esempio di San Paolo per liberarvi previamente dal sofisma « post hoc, ergo propter hoc ». Ma Noi non sapremmo esimerCi dall’esporvi tutto il Nostro pensiero. Scrivendo da Efeso ai fedeli di Corinto, l’Apostolo faceva appello alla predicazione da lui tenuta in quella nobilissima città dell’Acaia, non solo per escludere che i disordini posteriormente suscitati potessero mai attribuirsi a quella predicazione, ma anche per dimostrare che dalla predicazione stessa erano stati anticipatamente condannati. Allo stesso modo, o dilettissimi, Noi vorremmo che di qualunque delitto o disordine che per avventura si dovesse lamentare in Roma dopo la prossima Pasqua, si potesse sempre affermare essere stato previamente sfolgorato dai predicatori della Quaresima del 1917. Il perché Ci sembra non dover riuscire inutile un più attento esame delle surriferite parole di San Paolo. Noi auguriamo che voi possiate farle vostre al termine della predicazione quaresimale, che ora state per intraprendere: nulla quindi è più naturale che la sollecitudine Nostra di farvene bene apprendere e meglio gustare il senso.
Cominciamo pertanto coll’osservare che, non senza motivo, l’Apostolo ha distinto le due forme di linguaggio da lui tenuto in Corinto, perché altra cosa è discorrere in privato, « sermo meus », e altra predicare in pubblico, « et praedicatio mea ». Ma, poiché nell’una e nell’altra San Paolo escluse l’indebito modo e dichiarò la maniera conveniente da lui tenuta, Noi dobbiamo rilevarne che il predicatore è anzitutto avvertito di non dover mirare solo « a far bene sul pulpito », ma anche ad osservare un lodevole contegno nel tratto familiare, che nei giorni della quadragesimale predicazione gli avvenga di dover usare con ecclesiastici e laici, con giovani e vecchi, con poveri e ricchi, con uomini e donne. San Francesco di Sales diceva che il vero carattere del Vescovo è conosciuto solo dai più intimi familiari di lui, e Noi vorremmo che lo zelo dei predicatori di Roma apparisse non solo negli elaborati discorsi che pronunzieranno dai pulpiti delle Nostre chiese, ma altresì nella gravità della loro condotta, nella loro pietà e devozione al santo altare, e specialmente nella carità e nella pazienza, onde li speriamo pronti ad accogliere chiunque faccia appello al loro ministero. Senza queste disposizioni dell’animo, non potrebbe appropriarsi la prima parola di S. Paolo « sermo meus » nemmeno chi, nel pubblico esercizio del sacro ministero, si accostasse in tal guisa all’Apostolo da poter fare sue le altre parole di lui.
Ma nel sacro oratore i fedeli considerano principalmente la missione pubblica, ossia l’esterno esercizio del ministero a lui affidato. Epperò, senza insistere ulteriormente sulla condotta privata, che voi dovrete osservare e che Noi non dubitiamo sarà in tutti lodevolissima, volgiamo piuttosto lo sguardo alla predicazione pubblica di San Paolo, per argomentarne quale dovrà essere la vostra.
Già abbiamo detto che l’Apostolo dichiara ad un tempo « ciò che non fu » e « ciò che invece è realmente stata » la sua predicazione in Corinto. Laonde, chiunque voglia conoscere l’indole vera della predicazione di San Paolo, deve porre mente così a ciò che l’Apostolo ne esclude come a ciò che egli addita in essa.
« Praedicatio mea non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis », ecco « ciò che non fu» la predicazione di San Paolo ai Corinti. Si ingannerebbe chi credesse che l’Apostolo abbia voluto con queste parole significare disprezzo della scienza profana o della profana cultura, perché egli stesso in altra occasione, scrivendo ai medesimi fedeli di Corinto, ebbe a dire che, sebbene apparisse « rozzo nel parlare, non lo era però nella scienza; etsi imperitus sermone, sed non scientia » (II Cor., XI, 6). Ma, se non intendeva disprezzare la scienza profana, San Paolo voleva significare che su questa non aveva poggiato il suo insegnamento. Aveva egli a cuore di poter dire che la fede da lui istillata a quei di Corinto dovea posarsi sulla potenza di Dio in opposizione alla sapienza dell’uomo: « ut fides vestra non sit in sapientia hominum, sed in virtute Dei » (loc. cit., v. 5). Si comprende dunque agevolmente che, quando diceva « praedicatio mea non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis », San Paolo escludeva gli argomenti dedotti dalle scienze profane ed escludeva altresì ogni forma di linguaggio, che fosse stata propria di un espositore di cose profane.
È d’uopo infatti non perdere di vista il nesso logico del discorso dell’Apostolo. Volendo dimostrare che non si doveano a lui attribuire i disordini che si erano lamentati a Corinto, egli aveva cominciato col rammentare che, quando si era colà recato, non si era punto presentato « con sublimità di ragionamento o di sapienza; veni non in sublimitate sermonis aut sapientiae ». Questa distinzione, fatta dall’Apostolo tra « la sublimità del ragionamento e quello della sapienza », Ci permette di dire che al memore sguardo di lui si presentavano in quel momento e la materia e la forma della sua predicazione, ed egli poteva affermare che né la forma erane stata sublime, « non in sublimitate sermonis », né ricercata o astrusa ne era stata la materia, « non in sublimitate sapientiae ». E che accennasse a sapienza profana quando escludeva di essersi presentato « in sublimitate… sapientiae », si deduce anche bene dalle parole che San Paolo soggiungeva: « Non enim iudicavi me scire aliquid inter vos nisi Iesum Christum et hunc crucifixum ». Se nel predicare ai fedeli di Corinto avea mostrato di non sapere altra cosa se non Gesù Cristo, ben chiaro apparisce che nessuno sfoggio dovette egli fare delle sue cognizioni di scienze profane. Anzi la cura di affermare che in mezzo ai Corinti si era diportato non solo come se null’altro avesse saputo che Gesù Cristo, ma ancora come se in Gesù Cristo null’altro avesse scorto che l’obbrobrio della croce, senza punto considerare i tesori di sapienza e di scienza infinita in Lui racchiusi, « nisi Iesum Christum et hunc crucifixum », deve persuaderci ognor meglio che, non le deduzioni della scienza del secolo, ma i princìpi della sapienza del Vangelo dovette scegliere l’Apostolo ad argomento della sua predicazione ai fedeli di Corinto. Qual meraviglia pertanto che ad esprimere il disegno dell’opera sua San Paolo cominciasse coll’escluderne i portati dell’umana sapienza: « Sermo meus et praedicatio mea non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis »?
La meraviglia si avrebbe se i predicatori dell’età nostra mettessero in oblio un così autorevole esempio. Il fine da essi inteso non è diverso da quello a cui mirava l’Apostolo nell’evangelizzare il regno di Gesù Cristo; ma se essi pretendessero raggiungere un tal fine, sia coll’annunziare o difendere tesi profane, sia col portare sul pulpito vane critiche di storia o inutili disquisizioni di politica e di diritto pubblico o privato, Noi non sapremmo astenerCi dal ricordar loro che la predicazione di Colui che essi devono tenere a modello non fu « in persuasibilibus humanae sapientiae verbis ». È inutile dire che nel Nostro ricordo sarebbe implicita la più aperta disapprovazione della loro audacia. E non isfuggirebbero la Nostra disapprovazione nemmeno coloro che, dopo di avere scelto convenientemente i temi delle loro prediche, si illudessero poi di provarli con argomenti profani a preferenza delle ragioni che, come da ricche miniere, potrebbero dedurre dai Libri santi e dalle dotte lezioni dei Padri e dei Dottori della Chiesa. Anche a costoro Noi vorremmo ricordare che San Paolo non si è presentato ai fedeli di Corinto « in sublimitate… sapientiae ».
L’Apostolo non si presentò nemmeno « in sublimitate sermonis »; epperò alieno dall’esempio di San Paolo, anzi contrario ad esso, Noi vorremmo dire il linguaggio di chi, per soverchia ricercatezza di parole o per troppo eccelsi voli di fantasia, non permettesse al volgo di accogliere i suoi insegnamenti. Nelle parole di San Paolo: « in sublimitate sermonis », forse è indicata anche la forma del dire o la maniera del porgere, e poiché il gran Maestro dei predicatori dice di non essersi presentato « in sublimitate sermonis », chi potrà tollerare che i predicatori dell’epoca nostra usurpino ai tribuni la foga del dire e si mostrino così accesi nel volto, così irruenti nella parola, così smaniosi nel gesto da degradarne le scene del teatro? A voi, dilettissimi figli, non vogliamo celare la Nostra amarezza: il Nostro cuore è stato trafitto dalla voce di chi, non ha guari, Ci diceva che alcuni predicatori ai dì nostri non rifuggono da queste forme teatrali perché il popolo sembra gradirle. Fosse anche vero che tale apparisse ai dì nostri il gusto di molti fra quei che vanno a predica, i sacri oratori, che tengono San Paolo a modello, lungi dal secondare un tal gusto, dovrebbero condannare chiunque ha contribuito a corromperlo in così orribile guisa. E non vi ravvisano essi le « persuasive della umana sapienza »? Non ricordano che San Paolo ha detto: « praedicatio mea non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis »? Ricordatelo almeno voi, o dilettissimi, affinché la vostra predicazione in Roma non differisca da quella dell’Apostolo: non sia ciò che la predicazione di San Paolo non fu.
Ma in un quadro non basta l’assenza di macchie, è necessario altresì il positivo concorso di bei lineamenti: epperò a poter bene apprezzare la predicazione di San Paolo, dopo di aver riconosciuto ciò che essa non fu, è d’uopo studiare anche ciò che essa realmente è stata. Noi avventuratissimi! lo abbiamo appreso dalla bocca dello stesso Dottor delle Genti, il quale, dopo di aver detto di non aver predicato ai Corinti con le persuasive parole della umana sapienza, ha soggiunto di averlo bensì fatto « nella manifestazione di spirito e di virtù; sed in ostensione spiritus et virtutis». Queste parole, al dir di San Tommaso, hanno certamente il senso di affermare che ai credenti nella predicazione di San Paolo era dato lo Spirito Santo, appunto come gli Atti degli Apostoli ricordano di coloro che ascoltavano le parole di San Pietro: « adhuc loquente Petro verba haec, cecidit Spiritus Sanctus super omnes qui audiebant verbum » (Act., X, 44). E del pari può dirsi con lo stesso Angelico Dottore che la predicazione di San Paolo era « manifestazione di virtù », perché non di rado era seguita da miracoli (Marc., XVI, 20), in adempimento delle divine promesse: «Domino cooperante et sermonem confirmante, sequentibus signis » (S. Thom., Comm. in Ep. S. Pauli). Ma richiamate, o dilettissimi, un’altra volta il pensiero allo scopo a cui mirava direttamente San Paolo quando indirizzava la sua prima lettera ai fedeli di Corinto. Voi non indugerete a riconoscere che in bocca all’Apostolo il più forte argomento per condannare i disordini introdotti a Corinto doveva essere l’opposizione, diciamo meglio, la contraddizione di essi agli insegnamenti da lui dati nei diciotto mesi della sua dimora in Acaia. Quei disordini costituivano un’aperta violazione delle leggi da lui proclamate ed imposte, per divina missione, ai novelli seguaci della religione cristiana; erano un pratico disprezzo di quelle virtù, che egli aveva additato prezioso e necessario corredo dei discepoli di Gesù Cristo. Nessuna cura perciò avrebbe potuto essere più naturale, nessun ammonimento più opportuno, che il richiamare i fedeli di Corinto allo spirito cristiano da lui inculcato e alla cristiana virtù da lui raccomandata nei giorni della sua predicazione in mezzo ad essi: epperò « praedicatio mea … in ostensione spiritus et virtutis », ecco la parola di San Paolo che, succedendo a quella onde siamo ammaestrati su ciò che la predicazione di lui non fu, ci insegna pure ciò che essa realmente è stata.
Credereste voi però che la predicazione di San Paolo sia stata « manifestazione di spirito cristiano e di cristiana virtù » solo per i primi fedeli di Corinto? Ah! voi non ignorate, dilettissimi figli, che tale dev’essere anche la predicazione di tutti coloro che aspirano a camminare dietro le orme del Dottor delle Genti. Riflettete perciò che la vostra predicazione in quest’Alma Città non sarà simile a quella di Colui che avete scelto a vostra guida e modello, se anch’essa non sarà « in ostensione spritus et virtutis ». Lo spirito del cristiano consiste nel riconoscere Iddio come nostro Padrone assoluto e come nostro Sovrano Legislatore. A questo spirito si informano la fedeltà del servo, la sottomissione e l’obbedienza del suddito. Oh! intendete dunque bene, dilettissimi figli, che nell’imminente Quaresima dovrete anzitutto difendere i diritti di Dio sulle creature, non allontanandone il pensiero se non per insistere sui doveri delle creature stesse verso Iddio. Tutto ciò che accade nel mondo dev’essere spiegato alla luce della fede. Questo ammirabile lume, per non accennare che ad una parte dei suoi insegnamenti, ci fa comprendere che le private sventure sono meritati castighi, o almeno esercizio di virtù per gli individui, e che i pubblici flagelli sono espiazione delle colpe onde le pubbliche autorità e le nazioni si sono allontanate da Dio. I sacri oratori che, ad imitazione di San Paolo, vogliano rinnovata nel mondo la manifestazione dello spirito cristiano « in ostensione spiritus », devono dunque esortare i fedeli a ricevere dalle mani di Dio così le private sventure come i pubblici flagelli, senza punto mormorare contro la Divina Provvidenza, ma procurando di placare la Giustizia Divina per le colpe degli individui e delle nazioni.
Lo spirito del cristiano deve inoltre riconoscere in tutti gli uomini altrettanti fratelli, creati ad immagine e somiglianza dello stesso Dio, redenti tutti dal Sangue divino e tutti incamminati alla stessa patria del cielo. Or chi tenga ciò presente non può dimenticare che la carità è il vincolo che unisce tutti gli uomini, epperò il sacro oratore deve « in ostensione spiritus » cantare le glorie di questa regina delle cristiane virtù, senza permettere che l’uman cuore accolga sentimenti di odio e di vendetta, nemmeno quando per avventura si tratti della difesa di cari interessi o di antichi diritti.
Non vi rechi meraviglia, o carissimi, che un lieve accenno sullo spirito del cristiano Ci abbia naturalmente condotti ad entrare nel campo della cristiana virtù. È così intimo il nesso fra le due cose, che anche San Paolo diceva la sua predicazione non essere stata solo « nella manifestazione dello spirito; in ostensione spiritus », ma anche in quella della virtù, « in ostensione spiritus et virtutis ». E non è l’idea del figlio congiunta a quella del padre? il ricordo del padre non trae seco quello del figlio? Non altrimenti il sacro oratore alla dimostrazione della vera essenza dello spirito cristiano deve far succedere l’indicazione della cristiana virtù, che trae da quella la sua forza, anzi l’origine sua.
Vorremmo dire l’importanza di quest’ultima parte della sacra predicazione. Ma certamente voi già Ci avete prevenuto, o dilettissimi figli: senza dubbio il cuor vostro si apre già alla speranza del frutto, che dovrà essere il miglior premio delle vostre fatiche nell’imminente Quaresima. E dovremmo Noi rammentarvi che questo frutto sarà tanto maggiore quanto più sollecita cura voi porrete nell’indicare in concreto la particolare virtù, che i vostri ascoltatori dovranno praticare, in conformità degli insegnamenti da voi ricevuti? San Paolo — già l’abbiamo detto — non si limitava all’« ostensione spiritus », ma passava anche a quella « virtutis ». Oh! i predicatori di Roma non facciano dissertazioni accademiche, ma discorsi morali ed esortazioni alla pratica delle virtù; non si contentino di dar gusto agli orecchi, ricordino di dover giovare all’anima. E all’anima gioveranno se, dopo di avere convenientemente illustrata una verità cattolica, additeranno ai fedeli le pratiche conseguenze che da quella cattolica verità devono trarre per il miglioramento della loro vita individuale, per il più savio indirizzo della famiglia e per il più sicuro avviamento della società ad un verace benessere.
Una dolce e cara fiducia pervade l’anima Nostra e di soave letizia la inonda in questo istante: è la fiducia che appunto così, « in ostensione spiritus et virtutis », voi, o dilettissimi figli, predicherete in Roma nella imminente Quaresima. Da Roma si irradia la fede; esce da Roma la parola che corregge gli abusi: oh! parta pure da Roma l’impulso a restituire alla sacra predicazione la forma apostolica: « sermo meus et praedicatio mea non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis, sed in ostensione spiritus et virtutis ».
Al Nostro augurio, che i predicatori di Roma possano al termine della Quaresima ripetere ed appropriarsi queste parole di San Paolo, sono interessati in particolar modo i parroci di quest’Alma Città, perché essi, i quali devono attendere tutto l’anno alla istruzione dei loro fedeli, naturalmente desiderano che questi non abbiano gusti depravati in ordine alla sacra predicazione. A Noi dunque si uniscano i parroci di Roma, che con piacere salutiamo ora adunati alla Nostra presenza sotto l’amorosa guida del Nostro Cardinale Vicario, si uniscano a Noi nel pregare il Signore a rendere conforme a quella di San Paolo la predicazione dei quaresimalisti di Roma nel 1917, perché quanto più sarà apostolica, altrettanto più sarà efficace. Che se all’appagamento del Nostro voto manca ancora qualche cosa, Noi preghiamo il Signore di supplirvi coll’abbondanza della grazia, che copiosa invochiamo da Lui nell’impartire ai predicatori e ai parroci di Roma, nonché a quanti ora Ci fanno gradita corona, l’Apostolica Benedizione.
 

Publié dans:Paolo : modello e maestro |on 3 novembre, 2011 |Pas de commentaires »
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