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SFONDO SAPIENZIALE DELL’ETICA DEI CODICI DOMESTICI IN PAOLO…OSSIA…LINK

metto solo la presentazione, poi, poiché si tratta di un PDF, un po’ lungo e ricco di argomenti non riesco – non è il caso - a copiare: il link:

  http://www.custodia.org/IMG/pdf/Niccacci-Sfondo_sapienziale.pdf

FONDO SAPIENZIALE DELL’ETICA DEI CODICI DOMESTICI IN PAOLO

(Alviero Niccacci, ofm)

Anzitutto forse c’è da dire una parola di scusa per il titolo, che è stato ripreso da un mio articolo scritto anni fa e che poteva essere reso un po’ meno tecnico.

Di che si tratta? Parleremo dei cosiddetti “codici domestici”, cioè di passi del NT che
enunciano norme di comportamento all’interno della famiglia; famiglia intesa secondo un modello di vita del tempo e che dunque bisogna aggiornare e adattare alle situazioni presenti. Le categorie a cui S. Paolo e altri autori del NT si rivolgono per inculcare un corretto comportamento secondo la fede cristiana sono infatti non solo mogli e mariti, figli e genitori, ma anche schiavi o domestici, e a livello sociale più ampio, re e autorità religiose e civili.

ESPERIENZE ANGELICHE NELLA VITA DI PAOLO

io sinceramente non ci capisco niente riguardo le esperienze angeliche di Paolo, ho letto questo studio e lo propongo, dal sito:

http://www.pontifex.roma.it/index.php/opinioni/consacrati/797-esperienze-angeliche-nella-vita-di-paolo

ESPERIENZE ANGELICHE NELLA VITA DI PAOLO
    
Lunedì 01 Dicembre 2008 01:00

Come nella vita di San Pietro, non manca l’intervento di qualche angelo nella missione di San Paolo, non poche volte egli  parla degli angeli nelle sue lettere e li nomina con molta frequenza. Paolo già prima della sua conversione credeva nell’esistenza degli Angeli, sia per le sue grandi conoscenze delle Sacre Scritture acquisite alla scuola di Gabaele sia per la sua appartenenza alla setta dei farisei i quali, al contrario dei sadducei, erano totalmente convinti della realtà angelica. Paolo si vanta di ciò davanti al sinedrio, come si osserva negli Atti degli Apostoli: Paolo, posti gli occhi al sinedrio disse: “Fratelli fino a oggi mi sono comportato davanti a Dio con tutta la rettitudine di coscienza” […] Paolo, sapendo che molti erano sadducei e altri farisei, gridò nel Sinedrio:”Fratelli io sono fariseo e figlio di farisei. Per la speranza nella resurrezione dei morti mi si giudichi”. E mentre diceva questo si generò uno scompiglio tra …

… i farisei e i sadducei e l’assemblea si divise. Mentre i sadducei negavano la resurrezione e l’esistenza degli angeli e degli spiriti; i farisei professavano l’una e l’altra. Nel mezzo di un grande schiamazzo, si alzarono alcuni dottori della setta dei farisei che discutevano violentemente e dicevano: “Non troviamo nessuna colpa in quest’uomo. Gli ha parlato uno Spirito o un Angelo?” Il tumulto si accrebbe e il tribuno, temendo che Paolo venisse straziato da loro, ordinò ai soldati di scendere, di allontanare Paolo da loro e di condurlo in caserma. Il giorno dopo durante la notte gli apparve il Signore che gli disse: « Coraggio, perché come hai dato testimonianza di me a Gerusalemme, così devi darla a Roma ».
Negli Atti degli Apostoli troviamo anche un’esperienza mistica di Paolo, che alcuni biblisti considerano come un a apparizione di essere angelico: « Durante la notte Paolo ebbe una visione: un macedone stava in piedi supplicandolo: « Passa per la Macedonia e aiutaci ». Immediatamente dopo una visione essi tentarono di passare per la Macedonia, persuasi che Dio li avesse chiamati per “evangelizzarli « .
È possibile che Dio abbia chiamato Paolo tramite un Angelo, che si potrebbe definire « Angelo della Macedonia ». Tuttavia non abbiamo prove certe. Gli angeli sono capaci di trasmettere una chiamata di Dio in visione, ed è probabile che fu un Angelo, ma il testo non lo dice espressamente e chiaramente.
Più chiaro è l’intervento di un Angelo, che Paolo sperimentò nel suo avventuroso viaggio per mare a Roma per dare lì testimonianza di Cristo e soffrire il martirio fino alla morte. In effetti, quando la barca sulla quale egli era prigioniero venne sorpresa vicino Malta da una terribile tempesta e la situazione senza speranza generò un’atmosfera di disperazione, né la nave venne preservata dalla distruzione da un Angelo, né Paolo venne liberato dai suoi nemici – come era successo a Pietro a Gerusalemme in due occasioni – ma gli si presentò un Angelo che gli annunciò: « Non temere Paolo; comparirai davanti a Cesare e Dio ti farà la grazia insieme a tutti coloro che navigano con te ».
Nei giorni successivi, l’equipaggio e i soldati non vennero liberati dall’orrore del naufragio né dall’ammutinamento sulla nave, per quanto riguarda Paolo solo la fede nella promessa dell’angelo gli permise di affrontare queste situazioni critiche, assumendo un atteggiamento di superiorità al quale si sottomise persino il centurione della guardia romana. Durante la tempesta Paolo esortava i suoi compagni: « Risollevate gli animi, amici, perché io confido in Dio che così accadrà come mi ha detto (l’angelo) ». Alla fine la nave naufragò davanti all’isola di Malta e il racconto degli Atti degli Apostoli si conclude con l’affermazione: « tutti giunsero a terra sani e salvi ».

INSEGNAMENTI DI SAN PAOLO SUGLI ANGELI

In quanto alle affermazioni sugli Angeli che risultano dalle lettere di San Paolo, vogliamo evidenziare che l’apostolo conosce un mondo che sta fra Dio e gli uomini; parla di « esseri angelici » sotto nomi distinti. San Paolo è pienamente convinto (non solo dell’esistenza dei santi angeli, ma anche) dell’esistenza e dell’efficacia di Satana in quest’eone  (tempo). Però per San Paolo è anche valido il concetto in generale che: « E il Dio della pace presso schiaccerà Satana sotto i vostri piedi ».
La tradizione della fede apostolica si esprime in San Paolo attraverso gli inni della comunità. In primo luogo menzioniamo l’inno della creazione nella lettera ai Colossesi: « In lui furono create tutte le cose… ». Probabilmente precedente è l’inno dei Fil. 2, 9 dove si descrive la redenzione: « … Dio lo esaltò e gli diede il nome che è di sopra di ogni altro nome, affinché nel nome di Gesù si sottometta tutto ciò che è in cielo, sulla terra e negli abissi ». Fra i primi inni a Cristo c’è n’è un altro espresso in un modo molto poetico in Timoteo 3,16 « Il Cristo si manifestò in carne, venne giustificandolo in spirito, contemplato dagli angeli, proclamato ai pagani, creduto nel mondo ed elevato alla gloria ». Inoltre la lettera dice: « Davanti a Dio, a Gesù Cristo e ai suoi angeli eletti, ti ordino di osservare queste indicazioni… ». (1 Tim 5, 21).
Gli angeli vivono nella comunità terrena e umana delle quali sono custodi e testimoni. Paolo arrivò in Galizia colpito da un’infermità fisica, nonostante ciò, i fratelli di fede non lo trattano male, al contrario, viene ricevuto « come un Angelo di Dio, come Gesù Cristo ». (Galati, 4, 14). Lo stesso Paolo afferma di se stesso: « Siamo arrivati ad essere uno spettacolo per il mondo, per gli angeli e gli uomini » (1 Corinzi 4, 9). Nella 1 Corinzi 11, 2-16 Paolo descrive il banchetto eucaristico nella comunità. In quest’occasione le donne devono portare il velo sulla testa. Ciò probabilmente era un’abitudine nella sinagoga. Paolo allega distinte ragioni per questo precetto, tra le quali: « Le donne devono portare in testa un segno di assoggettamento, per rispetto degli angeli » (v. 10). Anche gli angeli sono presenti nel banchetto del Signore, si prendono cura dell’ordine della comunità e proteggono anche le donne. Il cielo è il luogo degli angeli, chiamati anche angeli della potestà di Cristo; e Cristo, nel giorno del giudizio, comparirà insieme a loro (cf. 2 Tes 1, 7).

LE ATTIVITÀ DEGLI ANGELI

In Paolo incontriamo anche espressioni sugli angeli che sono un riflesso e un ritorno alla tradizione rabbinica che parla degli angeli buoni e malvagi. Paolo riceve la tradizione giudaica sugli angeli che consegnano la legge a Mosè sul monte Sinai. Mentre Israele intendeva quella consegna per mano degli angeli come un segno di distinzione, Paolo la interpreta come segno di minor valore alla legge stessa: « Allora perché la legge? Essa fu aggiunta per moltiplicare le trasgressioni fino al momento dell’arrivo del discendente di Abramo, a cui era destinata la promessa; e fu promulgata dagli angeli attraverso un mediatore » (Galati 3, 19). Il figlio di Dio, in cambio, agisce direttamente.
Non essendo completa, la legge si trasformò in un debito. Gli angeli non possono arrivare ad essere forze minacciose per l’uomo: »… né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né futuro, né potenze, né altezze, né profondità, né nessuna creatura potrà separarci dall’amore di Dio, in Gesù Cristo Nostro Signore »  (Rm. 8,38). Paolo vuole indicare qui probabilmente che le forze della natura possono separarsi dal Creatore e diventare autonome e quindi divenire un pericolo per l’umanità.
Nel descrivere il ritorno di Cristo, San Paolo prende un’immagine tradizionale: « Perché al segnale dato dalla voce dell’Arcangelo e al tocco della tomba di Dio, lo stesso Signore discenderà dal cielo ». (1 Tess 4, 16).
Certamente è importante considerare che la prima lettera ai Tessalonicesi è la prima nell’ordine temporale, fra quelle che ci rimangono di Paolo, ed è a sua volta il primo scritto del Nuovo Testamento, e pertanto è molto vicino alla prima tradizione apostolica. Quando Paolo afferma che: « Quello che annunciamo è una saggezza di Dio… quella che nessuno dei dominatori di questo mondo arrivò a conoscere, perché se l’avessero conosciuto non avrebbero crocifisso il Signore della gloria » (1 Cor 2, 7-8), dà un giudizio severo sulla realtà manifesta e occulta di questo mondo. L’ingratitudine non servirà come scusa alle potestà diaboliche, giacché con la crocifissione esse sono state vinte.
La vita sorta dall’amore, così come la proclama il Vangelo, è superiore al parlare con il linguaggio degli angeli. “Se parlo le lingue degli uomini e anche quelle degli angeli, però non ho la carità,  sono solo come un bronzo che tintinna o un cembalo che risuona a vuoto” (1 Cor 13,1).
Come apostolo di Cristo, Paolo è consapevole di essere superiore a tutto il potere possibile e immaginabile: « Però se noialtri o un Angelo del cielo vi annuncia  un Vangelo diverso da quello che abbiamo annunciato, che venga espulso dalla comunità! » (Gal 1, 8). Paolo parla con impeto in questo dibattito. Considera un’assurdità che tanto lui come un angelo non annuncino più il vero Vangelo.

LA GERARCHIA CELESTIALE: POTESTÀ E VIRTÙ

La lettera ai Colossesi fu scritta da Paolo dalla prigione mentre si trovava a Cesarea o a Roma, verso l’anno 60. La lingua e le idee di questa lettera abbastanza originali rispetto a quelle delle altre hanno fatto pensare alla presenza di un autore diverso, per esempio a un collaboratore di Paolo. Tuttavia un grande numero di studiosi ritiene che esse si possano spiegare con la particolare situazione esistenziale dell’apostolo. A motivo di alcune sorprendenti coincidenze di pensiero e di espressione, è probabile che la lettera agli Efesini sia stata scritta tenendo presente il testo di quella ai Colossesi.  Paolo parla in modo distinto degli angeli che furono creati in Cristo, il Signore preesistente, incarnato, crocifisso ed esaltato. Così nella lettera evidenzia: « In Cristo furono create tutte le cose del cielo e della terra, visibili e invisibili, i Troni, le Dominazioni, i Principati, le Potestà: tutto fu creato da Lui e per Lui. Egli viene prima di tutto, e tutto sussiste in Lui… perché Dio volle che in Lui risiedesse tutta la Pienezza. Per Lui volle riconciliare con sé tutto ciò che esiste sulla terra e in cielo, ristabilendo la pace con il sangue della sua croce » (Col. 1, 16. 19-20). Cristo ha saldato il debito (cf. Galati 3, 13) con la redenzione in quanto ai Principati e alle Potestà, “li spogliò e li esibì pubblicamente, incorporandoli al suo corteo trionfale” (Col 2,15). L’autore della lettera conosce l’esistenza di una falsa venerazione degli angeli, da parte degli eretici gnostici, quando scrive: “Niente li privi del premio, sotto il pretesto dell’umiltà e del culto degli angeli. Questa gente corre dietro alle visioni e si gonfia di vanagloria nell’orgoglio della sua debole mentalità carnale » (Col. 2, 18).
Una difficoltà si presenta nel classificare questi cori superiori, perché alcune volte si parla dei poteri caduti, in altre occasioni dei buoni e in altre occasioni di entrambe le due categorie. Ciò dipende sempre dal contesto.

 IL POTERE DEL MALE

Le lettere paoline pongono l’accento anche sugli angeli del male. Il mondo di Dio è la luce, di Satana sono le tenebre. Però quest’ultimo si maschera di luce, così come i falsi maestri si travestono da servitori della giustizia (cf. 2 Cor 11, 14). Quando arriverà il regno di Dio alla fine dei tempi, i dominatori di questo mondo e di questo tempo saranno privati dei loro poteri (1 Cor. 15, 24). Paolo voleva visitare una o due volte la comunità di Tessalonica: « però Satana glielo impedì » (1 Tess 2, 18).
È insistente il doloroso lamento dell’apostolo: « Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: « Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza ».(2 Cor. 12, 7-9). Paolo deve sopportare una grande sofferenza. Lui la interpreta come una prova che gli manda Dio, e descrive il dolore come un fatto naturale, sebbene si serva di immagini per riferirsi ad esso. La sofferenza è come una spina nella carne o come un bastone, giacché il supplizio dell’impalamento è una pena particolarmente crudele. Però Paolo interpreta la sua malattia come se un angelo di Satana lo schiaffeggiasse. Satana e i suoi aiutanti cercano di impedire la sua missione. Si tratta di principati e potestà di questo mondo (cf. 1 Cor. 15, 24). Satana causa anche malattie (cf. Giobbe 2, 6). Lo stesso Gesù parla di una donna che Satana aveva paralizzato da quando aveva diciott’anni (cf. Lc 13, 11). Dio è il creatore della vita. Il nemico di Dio la distrugge.
Paolo ricorda tre momenti di lotta spirituale, nella preghiera in cui ha invocato la liberazione dal potere di Satana. La risposta del Signore è la promessa di grazia e forza divina. Paolo si sente liberato grazie alla  comunione con  Dio e delle potenze del cielo, che sono sempre presenti. Egli è in condizione di profetizzare « Il Dio della pace schiaccerà molto presto Satana, vincendo su di lui » (Rom. 16, 20). Dio è il Signore della pace, per contrasto Satana provoca discordia e suscita false dottrine e divisioni (cf. Rom 16, 17). Con una severa avvertenza, l’apostolo parla già della prossima apostasia in cui incorre “dovrà esser rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio…il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca…” (2 Tess 2, 3. 4.8).

 IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

Se questi poteri angelici tenebrosi sono sotto il dominio del Signore, è ovvio che la sua forza – pur grande che sia – non è sufficiente per separare da Cristo chi è radicato nel suo amore e incorporato in Lui: « Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore”. (Rom 8, 38).
Tuttavia il cristiano deve curare e fortificare la sua fede ed è chiamato al combattimento spirituale.
La lettera agli Efesini presenta un discorso cristiano più ampio del solito, che abbracci le dimensioni del cosmo ed esorta a resistere al male. « Attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo”. (Ef 6, 10). L’odio e l’ira sono occasioni che provoca il demonio. Ef 6, 12: “ Infatti noi non dobbiamo lottare contro creature umane, ma contro spiriti maligni del mondo invisibile, contro autorità e potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso”, poteva riferirsi alla tradizione delle potestà maligne che sarebbero presenti anche in cielo, come appariva in Giobbe 1,6: “ Un giorno le creature celesti si presentarono davanti al Signore. In mezzo a loro c’era anche Satana”.

 L’ESALTAZIONE DI CRISTO SUGLI ANGELI

La lettera agli Efesini sarà relazionata anche al tema dell’ordine esistente fra le potestà spirituali. Cristo è al di sopra del mondo delle potestà: “Lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro. Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi…” (Ef. 1, 20-22). La lettera descrive le gerarchie delle creature celesti. Le potestà possono essere sia buone (cf Ef. 3, 10) che cattive (cf. Ef. 4, 7; 6, 12). Quando la lettera descrive la maestà di Cristo e la dignità inferiore degli angeli, probabilmente è da intendersi come un rifiuto alle dottrine gnostiche, che promuovevano un culto esagerato degli angeli (cf. Col. 2, 16-20). Si enumerano in modo particolare i cori degli angeli sui quali Cristo si trova « al di sopra », in modo simile a come avviene in altri passaggi delle sue epistole (cf Ef. 3, 1; Col 1, 16).
Poiché gli angeli sono uniti a Cristo, San Paolo aggiunge una indicazione e cioè che essi compariranno con Lui nella Parusia: “… mentre a voi, che ora siete tribolati, darà sollievo, come a noi. Questo accadrà quando il Signore Gesù verrà dal cielo e apparirà con i suoi angeli potenti. Allora con fuoco ardente punirà quelli che non accolgono il messaggio di Gesù nostro Signore. Essi saranno condannati a una rovina eterna, lontani dalla faccia del Signore, lontani dalla sua gloriosa potenza. In quel giorno, egli verrà per essere accolto da tutti quelli che sono suoi, per essere riconosciuto e ammirato da tutti quelli che credono in lui. E anche voi ci sarete, perché anche voi avete creduto a ciò che vi ho annunziato.” (2 Ts 1, 7-10).
Però non solo nella Parusia arriveranno gli angeli con il Signore, essi già sono presenti fra di noi, principalmente nel servizio liturgico a Dio.
Colui che presiede ogni comunità è ammonito per un compimento perfetto dei suoi doveri ministeriali, fra le altre formule, con questa indicazione ai santi angeli:  » Ti scongiuro davanti a Dio, a Cristo Gesù e agli angeli eletti, di osservare queste norme con imparzialità e di non far mai nulla per favoritismo”. (1 Tm 5, 21).
Allo stesso modo nella lettera agli Ebrei si elevano in maniera molto speciale le affermazioni di San Paolo sulla dignità di Cristo, il figlio di Dio incarnato: “E a quale degli angeli dico: Siediti alla mia destra mentre pongo i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi?” La lettera riflette sulla relazione tra Cristo e gli angeli: « Di poco l’hai fatto inferiore agli angeli, di gloria e di onore l’hai coronato » (Eb 2, 7). Il Figlio, al contrario: è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato” (Eb 1, 4) « Non certo a degli angeli egli ha assoggettato il mondo futuro, del quale parliamo… e hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi » (Eb 2, 5.8) L’Antico Testamento è « la parola trasmessa per mezzo degli angeli » (Ebrei 2, 2). « Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza? (Eb 1, 14)
Noi,  esseri umani, siamo stati distinti, per integrare la comunità della Chiesa celeste alla quale appartengono anche i santi angeli; perciò dobbiamo camminare con rispetto davanti a Dio, come esorta chiaramente l’autore della lettera agli Ebrei, secondo lo spirito di San Paolo: « Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli […]Guardatevi perciò di non rifiutare colui che vi parla.  » (Eb 12, 22-25). Il servizio divino nella Chiesa è celebrato in relazione con il servizio divino che si svolge nella comunità degli angeli (cf Eb 7, 24; 8, 1; 9, 4).
La lettera scritta da un profondo conoscitore dell’Antico Testamento, esprime anche questo avvertimento: « Non si dimentichino di praticare l’ospitalità, perché grazie ad essa, alcuni senza saperlo hanno ospitato degli angeli » (Eb13, 2). L’autore vuole evidentemente ricordare la visita dei tre « uomini » (angeli) ad Abramo (cf Gn 18) e degli altri due con Lot (cf. Gn 19).

CHIARIMENTO DEI CONCETTI

Per poter capire la dottrina di San Paolo, è necessario prima di tutto avere chiarimenti sui concetti che lui sta applicando, e considerare il senso e il contesto che egli sta utilizzando.
Nell’uso dei concetti sugli angeli e i demoni, incontriamo lievi differenze fra San Paolo e gli altri scrittori del Nuovo Testamento. Grazie alle lettere di San Paolo possiamo conoscere alcuni gruppi o cori superiori degli angeli con i loro nomi, ossia avere qualche idea della gerarchia angelica.
Un grande problema è stato per la esegesi il fatto evidente che alcune dominazioni si utilizzano in diversi sensi, e ciò fu una delle cause principali per cui alcuni teologi moderni arrivarono a negare l’esistenza degli angeli. Un esempio tipico: la parola greca exousia può significare un’autorità pubblica, oppure significa un potere che viene dal cielo, non necessariamente si deve intendere qui un essere spirituale personale. In quanto lo traduciamo « virtù » può significare un angelo buono oppure un angelo cattivo. Anche la parola greca ponerou si può intendere in senso neutro o in senso maschile. Nel primo caso sarebbe il « male » come astratto, nel secondo caso sarebbe il « maligno », cioè il diavolo.
Premetto qui alcune considerazioni di base sugli angeli per poi meglio comprendere il pensiero paolino a riguardo:
Angelo/ angeli: La parola « angelo » nell’uso di San Paolo sembra si riferisca sempre a una creatura spirituale e mai ad una persona umana o ad un altro messaggero di origine terrestre.
Spirito: La parola « spirito » San Paolo non la utilizza mai per disegnare un angelo. Lo « spirito » poteva significare per esempio una qualità morale di un essere umano. Uno « spirito » poteva designare anche un’anima umana dopo la morte. Per esempio, negli Atti degli Apostoli 23, 8 si ha tale distinzione: “I sadducei affermano che non c’è risurrezione, né angeli, né spiriti”.
Per gli angeli caduti incontriamo denominazioni come Satana, diavolo, Beliar, demoni, che tratterò in un capitolo a parte.
Incontriamo anche denominazioni in forma di attributi, che designano alcune funzioni dell’angelo buono o cattivo:
Il distruttore (1 Cor 10, 10): con questa parola intendiamo un angelo castigatore che esegue un ordine di Dio.
Il tentatore (1 Ts 3, 5): designa un angelo cattivo oppure Satana, perché un angelo buono ovviamente non tenta al male.
Il serpente – che San Paolo menziona in 2 Cor. 11, 3, lo identifichiamo con il tentatore o angelo caduto, come lo definisce anche la Sacra Scrittura. Nell’Apocalisse 12, 9.15; e 20,2 si parla dell’antico serpente: “Prese il drago il serpente antico, che è il diavolo e Satana.” Alcuni esegeti si rifiutarono di identificare il serpente con il diavolo.
Il Dio di questo mondo (2 Cor 4,3) è un appellativo paolino molto duro che chiaramente mostra l’influenza che il diavolo purtroppo sta esercitando su tante realtà umane.
Il principe del male si riferisce al demonio.
Anche l’ “accusatore” o il “dragone” hanno queste caratteristiche, però non li troviamo nel vocabolario di San Paolo.
Altri concetti problematici sarebbero i seguenti termini greci e la loro rispettiva traduzione, che non sempre è unanime da parte dei biblisti:
Dynameos (Potestà): (significa: forza, abilità) designa una forza o una qualità che una persona possiede. Può essere la sua forza fisica o anche la sua intelligenza brillante o altra abilità o talento.
Arché (Principati): sono esseri angelici, però intendiamo anche « principi umani ».
Exousia (Virtù): significa un’ « autorità », un titolo, un potere che una persona riceve. per quanto riguarda la « forza » (dynameos), una persona la possiede in se stessa o dal di dentro. Un’autorità (exousia) è innanzitutto un potere che si riceve dall’altro.
Il problema è di solito un problema di traduzione, perché in molte versioni della Bibbia « exousia » si traduce con la parola « potestà ». Qui traduciamo la parola exousia, in quanto si tratta di angeli appartenenti al coro delle « virtù » .
Ho katechon: San Paolo parla in 2 Ts 2, 6. 7 di una forza o un potere che detiene il potere maligno riguardo al mistero dell’iniquità. Tuttavia non lascia intendere con chiarezza se si tratta di un essere angelico oppure no.
In altre occasioni si utilizzano concetti che si riferiscono agli esseri umani e non agli angeli. Sono questi per esempio:
L’avversario (1 Tim 5, 14; Tito 2, 8): sono gli increduli, che insultano i fedeli e li criticano per il loro cattivo comportamento, dunque si tratta di nemici umani. San Paolo non relaziona questa parola con il diavolo, invece in 1 Pietro 5, 8: “il vostro avversario, il diavolo », incontriamo questa relazione con l’angelo delle tenebre.
Così anche il termine « nemico », San Paolo lo applica agli esseri umani (Rom 12, 20) e lo utilizza il modo astratto (1 Cor 15, 26). Al contrario nella parabola di Matteo 16, 39 lo identifica con il diavolo.
Altro personaggio è l’anticristo, che può essere anche un essere umano. Si relaziona  ai giudei, agli increduli pagani, o semplicemente con « quelli di fuori », come anche i falsi dottori o falsi profeti. Tutti questi diversi nemici hanno in comune che dietro di loro c’è Satana con la sua influenza nociva, che trasmette in  loro il suo potere diabolico.
San Paolo parla anche dei « poteri di questo mondo », che non dobbiamo identificare con gli angeli bensì con gli esseri umani.
Dai concetti di San Paolo, che si riferiscono agli angeli, oppure agli angeli caduti, dobbiamo distinguere sia gli « idoli » (1 Cor 8, 4; 10, 19) o i « cosiddetti dei  » (1 Cor 8, 5), quelli che in verità non esistono come tali, e per questo non possono semplicemente essere identificati con i demoni.

di Don Marcello Stanzione 

Paolo: un aborto convertito alla Vita

dal sito:

http://www.zenit.org/article-16923?l=italian

Paolo: un aborto convertito alla Vita

III Domenica del Tempo Ordinario e Festa della Conversione di san Paolo

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 23 gennaio 2009 (ZENIT.org).- “Colui che una volta ci perseguitava, ora va annunciando la fede che un tempo voleva distruggere” (Gal 1,23).

La conversione di Saulo in Paolo è un evento che Dio può rinnovare in qualunque tempo e momento, poiché la Sua misericordia è sempre in grado di volgere il male al bene, in modo che la cattiva notizia della persecuzione e dell’avversione al Vangelo, sia trasformata nella buona novella del Vangelo stesso.

Paolo era un nemico acerrimo del Vangelo, perché ai suoi occhi rappresentava il crollo e non il compimento dell’antica Legge, cosa che il suo zelo religioso non poteva tollerare, in nome del Dio di Israele.

E’ lui stesso a raccontarlo oggi: “Io perseguitai a morte questa nuova dottrina, arrestando e gettando in prigione uomini e donne […] per esservi puniti” (At 22,4-5).

Sembra la confessione a Norimberga di un ufficiale della Gestapo!

Il terrore che il nome di Saulo suscitava nella comunità cristiana, ci permette di presupporre che, a Damasco, la notizia del suo imminente arrivo fosse giunta prima della sua caduta a terra sulla via: una notizia cattiva quanto un annuncio di morte. Chi poteva pensare che Saulo stava invece per giungere a Damasco “guidato per mano”? (At 22,11).

E’ lo stile di Dio e l’essenza stessa dell’evento pasquale, poter suscitare la vita dalla morte, ciò che è bene da ciò che è male, l’impensabile positivo dal suo opposto negativo, come il Risorto ricorda ai discepoli in cammino verso Emmaus: “Stolti e lenti di cuore a credere […] non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,25).

La notizia della crocifissione e morte del Signore Gesù li aveva abbattuti, perché, apparentemente, dava ragione agli stolti descritti dal salmo 14/13, del re Davide: “Lo stolto pensa: ‘Dio non c’è’. Sono corrotti,  fanno cose abominevoli: non c’è chi agisca bene” (v. 1).

Questo salmo, quanto mai attuale, viene intitolato “Il canto dell’ateo”, intendendo con questo termine non tanto colui che nega teoricamente l’esistenza di Dio, quanto piuttosto chi Lo ritiene lontano e indifferente nei confronti dell’uomo e della storia.

Leggo da “I Salmi” di Gianfranco Ravasi: “Protagonista di questo salmo, che ha il tono di un’invettiva profetica, è l’ ‘ateo’. Il vocabolo ebraico che lo definisce è nabal, il cui significato comprende un ventaglio di possibilità: persona incosciente, irresponsabile,  folle, malvagia, stolta, immorale, assurda. E’ una follia radicale che si misura anche a livello morale […] Il nostro nabal dichiara che è irrilevante per l’uomo che Dio esista o non esista, dato che in ogni caso non interverrà nella nostra storia”

Al tempo di Davide non esistevano gli autobus, ma gli “stolti” circolavano come oggi.

Il messaggio lanciato nel mondo dall’ “Unione atei e agnostici razionalisti” (Uaar) per mezzo degli autobus cittadini,  dimostra tale stoltezza. 

Dice: “La cattiva notizia è che, probabilmente Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”. E’ questa la versione italiana di uno slogan tradotto da quello inglese: “There’s probably no God. Now stop worrying and enjoy your life= probabilmente Dio non esiste; smettila di preoccuparti e goditi la vita”. Questo “probabilmente”, serve a far capire che, anche se Dio esistesse, non avrebbe comunque nulla a che fare con la vicenda umana, sarebbe un “Motore immobile”, un Dio muto, impersonale.

Ma l’iniziativa dei bus atei, io credo, è destinata ad avere l’esito della missione di Paolo in viaggio per Damasco.

Leggiamone il racconto:

“Mentre ero in viaggio e mi avvicinavo a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una gran luce dal cielo rifulse attorno a me, caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: ‘Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? […] Io sono Gesù il Nazareno che tu perseguiti” (22,6-8). Ecco: in un attimo il persecutore trasformato in apostolo.

Ironia della sorte? No, disegno provvidenziale di Dio! Saulo voleva spegnere l’Emittente divina e mettere in carcere gli ascoltatori-ripetitori, ma fu ammutolito e divenne il più formidabile araldo di quella notizia che voleva soffocare ed annientare, la buona notizia del  Vangelo.

Ciò non costituì, tuttavia, una interruzione della sua vita, un’inversione di marcia paragonabile ad uno che dovendo andare da Bologna a Bolzano, si rende finalmente conto di aver imboccato l’autostrada per Bari. Paolo lo afferma chiaramente altrove: “Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia” (Gal 1, 15-16).

Egli fa risalire il piano divino del “blitz” di Damasco (“sono stato afferrato da Cristo Gesù” – Fil 3,12b) all’inizio stesso della sua vita nel grembo materno. In effetti, se la sua fosse stata una “conversione” sarebbe tornato indietro verso Gerusalemme, come nell’esempio autostradale; invece proseguì, accettando di lasciarsi guidare per mano. Damasco, per Paolo, fu anzitutto rivelazione della sua nativa vocazione e missione; il contesto, tuttavia, rende chiaro che nello stesso tempo si trattò di un cambiamento radicale dell’orientamento della sua vita.

Potrei ancora spiegare così, estendendolo ad ognuno di noi: come non esiste soluzione di continuità tra l’inizio della vita umana nel concepimento e il suo termine alla morte, così la vocazione e missione personale che Dio assegna ad ogni uomo (quello di Paolo è un esempio paradigmatico per tutti, anche se il suo caso fu del tutto eccezionale), è una Parola già detta da Dio all’alba dell’esistenza, quando: “ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro” (Sal 139,16). Crescendo, l’uomo deve solo scoprirla, comprenderla e metterla in pratica, alla luce e con la forza della fede.

A questo punto sorge una domanda su Paolo, una domanda ineludibile anche e soprattutto se, a partire da lui, ci si interroga poi sull’iniziativa dei bus-atei: come si spiega, in profondità, l’accanimento con cui Saulo infieriva contro i cristiani? Ovverosia: come si spiega il successo dell’idea dei bus atei, che dalla British Humanist Association è stata ripresa negli U.S.A., in Australia, in Spagna ed ora approda anche in Italia?

Ecco una risposta verosimile, data sul piano delle naturali dinamiche psicologiche, che nulla toglie tuttavia al primato assoluto dell’iniziativa divina, ma anzi lo riconosce radicalmente: “C.G. Jung cercò di spiegare la conversione di Paolo con i suoi termini e concetti psicologici, e scrisse: ‘Saulo era già da tempo un cristiano, ma lo era inconsciamente: così si spiega il suo odio fanatico per i cristiani; perché il fanatismo è sempre presente in coloro che debbono soffocare un dubbio interiore […] Quello che non è in noi, non ci eccita neppure” (Anselm Grun, “Paolo e l’esperienza religiosa cristiana”, p. 22ss).

A sostegno di tale interpretazione, Grun cita la testimonianza resa dallo stesso Paolo: “Nel suo secondo discorso sull’esperienza della conversione, tenuto davanti al re giudeo Agrippa […] Paolo aggiunge queste parole di Gesù: ‘E’ duro per te rivoltarti contro il pungolo’ (At 26,14). Gesù gli spiega in maniera psicologica la persecuzione da lui intrapresa. Paolo non combatte solamente contro Gesù, bensì anche contro la propria convinzione. Nel suo intimo più profondo Saulo sa che cosa è la verità, ma non ne vuole prendere atto. Però a lungo andare non può andare contro il proprio essere. La fede cristiana, così ci dice Luca con questa frase, corrisponde all’essenza dell’uomo spirituale. Nessun uomo che cerca sinceramente, può, a lungo andare, imperversare contro il Cristo in lui presente” (pp. 25-6).

Il “pungolo” citato indica il bastone appuntito utilizzato per spingere il bestiame nella direzione voluta, ed è un modo di dire per significare la forza irresistibile del pungolo della misericordia di Cristo nei confronti del Suo persecutore, predestinato a diventare apostolo. Un pungolo che si vale anche dei meccanismi dell’inconscio. Un pungolo che rappresenta efficacemente la forza sempre vincente dell’Amore e della Vita. Colui che voleva sopprimere Cristo dichiarerà: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20).

Al riguardo, in 1 Cor 15,8-9, Paolo narra la grazia di Damasco in termini  insoliti: “Ultimo fra tutti (Cristo) apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio”.

Definendosi un aborto, Paolo non manifesta solamente un senso di indegnità, per la quale Dio avrebbe dovuto scartarlo piuttosto che sceglierlo; egli tocca qui il mistero della vita e della morte, mistero che sta nelle mani di Dio solo, “Autore della vita” (At 3,15a).

Per definizione “aborto” è un cadavere, il corpo morto che viene espulso dal grembo. Paolo si definisce aborto perché egli era morto spiritualmente quando Gesù gli apparve; un aborto al quale il Pungolo divino restituì la vita quando lo afferrò e lo ghermì irresistibilmente sulla via di Damasco, dopo averlo tallonato fin dal grembo di sua madre.

Questa immagine dell’Amore instancabile e seducente di Dio, per contrasto, ne richiama una di segno opposto, suscitata inevitabilmente dalla parola “aborto”. Ha l’aspetto anch’essa di un pungolo, un pungolo di materia plastica tagliato a becco di flauto, un pungolo assassino che va a cercare nel grembo un uomo che tenta disperatamente di sfuggire alla morte. Alla fine lo raggiunge, ed egli muore lanciando un grido che nessuno può udire.

Ogni anno decine di milioni di esseri umani vengono fatti a pezzi così, da medici “persecutori” della Vita. Molti di loro, però, come Saulo, un giorno non hanno potuto più rivoltarsi contro il pungolo della Vita, al punto che ne sono diventati apostoli, e il loro annuncio risuona ancora oggi nel mondo intero.

L’Amore è un’onda più alta della morte, perché è l’onda insopprimibile e divina della Vita, dal concepimento all’eternità. Poiché l’Amore si è fatto carne in Gesù, che è risorto, la Vita ha vinto definitivamente la morte, per Sé e per tutti coloro che credono nel suo nome.  E’ questa la buona notizia che sta circolando da duemila anni, anche sugli autobus atei.

———

* Padre Angelo, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

di Gianfranco Ravasi : San Paolo caduto tre volte

dal sito:

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2008/11/san-paolo-caduto-tre-volte.shtml?uuid=0b045e42-b25f-11dd-82c7-faa33d2b55db&DocRulesView=Libero

CULTURA&TEMPO LIBERO

ILSOLE24ORE.COM

San Paolo caduto tre volte

di Gianfranco Ravasi

14 NOVEMBRE 2008

Le moi est haïssable, scriveva Pascal nei suoi Pensieri, e che l’io troppo ostentato nelle sue esperienze più profonde sia un po’ odioso era probabilmente una sensazione condivisa anche da san Paolo, che pure aveva lasciato impronte personalissime nel suo epistolario. Qualcosa del genere può, infatti, essere ripetuto anche per quell’evento capitale che aveva rivoluzionato la sua autobiografia, ossia la conversione avvenuta forse nell’anno 32 sulla strada che lo stava conducendo a Damasco. Scrivendo ai cristiani di Filippi, l’Apostolo ricorre soltanto a un folgorante verbo greco, katelémften, cioè «fui afferrato, ghermito, conquistato, impugnato» da Cristo (3, 12). In altri passi del suo epistolario si accontenta di indicare una divisione netta tra un «prima» e un «poi», linea di demarcazione tra il persecutore e l’apostolo di Cristo: non per nulla nel suo famoso oratorio Paulus il musicista Felix Mendelssohn-Bartholdy farà impersonare da due bassi diversi la voce di Paolo prima e dopo la conversione. Ai Corinzi semplicemente chiede con una domanda retorica: «Non ho io visto Gesù, il Signore?» (I, 9,1) e conferma: «Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto» (I, 15,8). Oppure, riferendosi a un simbolo luminoso (che poi riprenderemo), ricorda che «Dio rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria divina che brilla sul volto di Cristo» (II, 4,6). Il massimo che riusciamo a strappargli è ciò che confessa ai Galati: «Quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunziassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi tornai a Damasco» (1, 15-17). Se vogliamo sapere qualcosa di più di ciò che accadde su quella strada che conduceva alla capitale siriana (diventata l’emblema delle conversioni: si pensi solo all’opera Verso Damasco del drammaturgo svedese August Strindberg), dobbiamo ricorrere a chi almeno per un certo periodo della sua vita fu compagno dell’Apostolo nei suoi viaggi missionari, cioè san Luca. Ebbene, egli nella sua seconda opera, gli Atti degli Apostoli, per ben tre volte narra la svolta radicale che fece di Paolo un missionario di quella setta che egli voleva contrastare con fierezza fin nel territorio della Siria. Infatti, Luca ricorda che, durante quel viaggio, egli recava con sé «lettere» del sommo sacerdote gerosolimitano destinate alle comunità ebraiche damascene perché si impegnassero nel bloccare la nuova eresia che veniva denominata (a più riprese negli Atti) col suggestivo vocabolo «Via».

La prima narrazione è nel capitolo 9 ed è alla terza persona. Due sono gli atti. Da un lato, c’è l’incontro epifanico di Paolo con Gesù e poi quello più «quotidiano» con un membro della comunità cristiana di Damasco di nome Anania, che non solo gli va incontro accogliendolo come un fratello, ma che lo libera anche dalla cecità causata dal bagliore della visione. D’altro lato, c’è ormai l’Apostolo che «subito nelle sinagoghe annuncia che Gesù è il Figlio di Dio» (v. 20). Ma fermiamoci per un momento all’esperienza iniziale dell’incontro, che Luca dipinge coi contorni di una visione, simile a quelle che costellano la Bibbia e che hanno come destinatari, ad esempio, il patriarca Giacobbe o i profeti Ezechiele e Daniele. Ecco le parole dell’evangelista: «All’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Rispose: Chi sei, o Signore? E la voce: Io sono Gesù, che tu perseguiti!» (9, 3-5). Come è evidente, non si parla di una caduta da cavallo come amerà immaginare l’iconografia successiva (è appunto il caso anche del celebre dipinto di Caravaggio in S. Maria del Popolo a Roma), ma di una folgorazione che fa incespicare e cadere a terra. C’è un elemento interessante in quel dialogo tra Saulo (che è il nome ebraico dell’Apostolo e che vuole idealmente marcare il suo passato, destinato ora a morire con « l’uomo vecchio », per usare una nota espressione paolina) e la voce di Cristo. Saulo stava recandosi a Damasco per incatenare i discepoli di Gesù; Cristo si identifica con loro: «Io sono Gesù, che tu perseguiti!». Come ha fatto notare Benedetto XVI nel suo discorso di apertura dell’anno paolino, Cristo stabilisce un nesso di identità con la Chiesa che è il suo corpo. Ed è altrettanto significativa una nota apparentemente marginale ma forse allusiva: Saulo rimane cieco per tre giorni (9,9) e quando viene battezzato si dice che i suoi occhi si illuminano ed egli «si alza»: ora il verbo greco anastas, l’ »alzarsi », è lo stesso che viene usato nel Nuovo Testamento per la risurrezione di Cristo. Ai tre giorni oscuri del sepolcro subentra il levarsi luminoso della risurrezione-rinascita: non si dimentichi che nella Lettera ai Romani Paolo descriverà il battesimo in modo analogo, secondo lo schema della «sepoltura-risurrezione » di Cristo (6, 3-9), mentre l’illuminazione era uno dei principali simbolismi battesimali.

Abbiamo detto che sono tre i racconti lucani di questa avventura spirituale radicale vissuta dall’Apostolo. Riserviamo un cenno anche agli altri due. Nel capitolo 22 degli Atti, la narrazione è in prima persona. Siamo nel tempio di Gerusalemme e Paolo sta per essere linciato dai suoi antichi correligionari. Ma il comandante della coorte romana di stanza in quell’area lo sottrae alla folla e lo conduce nella fortezza Antonia, ove gli concede di arringare il popolo che continua a pressarlo. In ebraico Paolo racconta autobiograficamente la vicenda della via di Damasco, ricalcando il primo testo degli Atti. Egli, però, sottolinea ora che i suoi compagni di viaggio «videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava», a differenza del primo racconto («sentivano la voce, ma non vedevano nessuno» 9, 7). Si tratta, quindi, di un’esperienza che ha qualche eco esterna, ma che rimane profondamente personale e interiore. Ci sono stati, perciò, alcuni critici che hanno parlato in modo « razionalistico » di allucinazione. In realtà, la menzione esplicita dei personaggi coinvolti (anche con nomi propri, come Giuda che ospita Paolo a Damasco nella sua casa sulla « via Diritta » o come il citato Anania) attesta il realismo di un evento personale che è confermato, come si diceva, anche da una terza testimonianza. Essa è presente in Atti 26, 12-23. Ora l’Apostolo è agli arresti presso il governatore romano Festo nella città di Cesarea Marittima, la residenza degli alti funzionari imperiali in Palestina (si ricordi che qui si svolgerà anche la vicenda del centurione Cornelio, descritta nel capitolo 10). In visita ufficiale in quella città costiera si presenta la coppia principesca di Agrippa II, discendente del re Erode, e di sua sorella Berenice che era anche la sua compagna incestuosa. Ebbene, Paolo davanti a loro in attesa di essere trasferito a Roma per il processo d’appello da lui richiesto come cittadino romano ripete la storia della sua conversione al cristianesimo. La sostanza dell’evento è sempre la stessa, ma appaiono anche alcune variazioni e novità. Così, non entra più in scena Anania; a terra cadono pure i compagni di viaggio e non solo Paolo; curiosamente Cristo cita un proverbio greco, attestato anche dagli scrittori Euripide e Pindaro, che è però detto dalla voce divina in ebraico: «Duro è per te recalcitrare contro il pungolo» (26,14). L’immagine è forte e vivace ed è desunta dal mondo agricolo: il contadino stimola l’animale da soma con un bastone chiodato in punta. Si tratta, quindi, di un modo pittoresco per esaltare il primato della grazia divina nell’esperienza della conversione. Dopo tutto lo stesso Apostolo, scrivendo ai Romani, citava con passione una frase divina presente nel libro di Isaia: «Io – dice il Signore – mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano; ho risposto anche a quelli che non mi invocavano» (10, 20).

Ma le parole di Cristo, in questo racconto, vanno oltre e delineano la futura missione dell’Apostolo, «ministro e testimone», quella di «aprire gli occhi a ebrei e pagani, proprio come era accaduto allo stesso Paolo perché passino dalle tenebre alla luce, dal potere di Satana a Dio e ottengano la remissione dei peccati e l’eredità » della salvezza (26,18). Sono queste le ultime parole di Cristo presenti nell’intera opera lucana, un mirabile suggello alla storia di un convertito, che per tutta la sua vita e con tutta la sua stessa esistenza ripeterà le prime parole di Gesù citate dai Vangeli: «Convertitevi e credete!» (Marco 1,15).

LA SAPIENZA PREESISTENTE NELLA LETTERATURA PAOLINA (Cor; Gal;) (PRIMA PARTE)

LA SAPIENZA PREESISTENTE NELLA LETTERATURA PAOLINA

il libro dal quale traggo questo stralcio di studi su San Paolo è stato scritto dal Prof. Marco Nobile nel 1993, Padre Marco, è stato mio professore di studi sull’Antico Testamento, ormai diversi anni fa, lo scrivo non per me, ho dimenticato anche troppe cose, purtroppo, ma perché i corsi fatti con lui sono tra i più bei ricordi degli anni di studio nelle facoltà teologiche, vi sono diverse citazioni in greco che non posso mettere perché il programma del Blog non lo consente, ma sono tradotte in italiano, inoltre a me non piace molto la traslitterazione, è possibile per chi conosce il greco seguire il commento sul testo originale; divido il testo su due o tre post;

Nobile M., Premesse anticotestamentarie di cristologia, Pontificium Athenaem Antonianum Romae 1993

per un’introduzione breve ai libri sapienziali dell’Antico Testamento vedere:

http://www.bibbiaedu.it/versioneCEI_1974/index.html

un po’ più approfondito (Prof. G. Ghirlanda) in:

http://www.lasacrabibbia.com/LIBRI%20SAPIENZIALI.htm

da questo ultimo sito stralcio la presentazione della « Sapienza personificata »:

« La sapienza personificata

Accolta e sviluppatasi all’interno dell’esperienza storica e religiosa d’Israele, la sapienza, dopo l’esilio, tende a essere considerata come una realtà a sé, distinta da Dio e dall’uomo; in altre parole, subisce un processo di personificazione. I saggi, oltre alla sapienza proverbiale che può regolare con certo successo la vita dell’uomo, rilevano e ammirano una sapienza che traspare dall’ordine, dall’armonia e movimento dell’universo (Gn 1 lo fa con linguaggio catechistico; i Salmi 8, 19, 104 col linguaggio della preghiera). La stessa legge, che era stata il vaglio della sapienza contro possibili deviazioni, viene presentata, nella parte più recente del Deuteronomio (secolo VI/V), come un insieme di norme così «sapienti» da suscitare l’ammirazione degli altri popoli per Israele, depositario di un tale patrimonio, Dt 4,5-8. Il Siracide porterà a termine questo processo di assimilazione identificando semplicemente la sapienza con la legge dell’Altissimo, 24,22. I saggi parlano della sapienza che presiede alla creazione, Pro 8,30, della sapienza che pone la sua dimora in Israele sotto forma di legge, Sir 24,8, senza alcuna specificazione: è sempre la stessa sapienza che porta l’uomo all’incontro con l’universo di Dio e all’incontro col Dio dell’universo. La messa in scena della sapienza come una persona, più che una speculazione su un attributo di Dio o l’anticipazione di una pluralità di persone in Dio (che sarà rivelata nel Nuovo Testamento), indica la preziosità e l’autorità di questa sapienza (cfr. il caso simile della personificazione letteraria della parola di Dio, per esempio in Is 55,10-11). Essa invita alla sua mensa, Pro 9,1-6, e minaccia chi la respinge, perché dalla sua accoglienza o rifiuto dipendono la vita o la morte, Pro 8,35-36; cfr. Dt 30,15. La sua misteriosità e irreperibilità per l’uomo, Gb 28; Bar 3,15.31, sottolineano che solo Dio la possiede e può inviarla come compagna e amica dell’uomo. Per questo il Siracide e l’autore del libro della Sapienza si rivolgono a Dio con la preghiera per ottenerla, Sir 39,5-6; Sap 8,21; infatti «per quanto uno tra i figli degli uomini sia perfetto, se gli manca la sapienza che viene da te, come un nulla sarà considerato», Sap 9,6. Essa non irrompe con prepotenza nella vita dell’uomo come la parola profetica (cfr. Am 3,8; 7,15; Ger 20,7-10), ma chiama a una collaborazione più libera e responsabile, diuturna e impegnativa (cfr. Sir 39,1-11). Risultato di tale collaborazione è la nuova forma che assume la parola che Dio continua a rivolgere a Israele, con linguaggio accessibile anche fuori d’Israele. Al di là del genere celebrativo encomiastico e della personificazione letteraria, i testi che esaltano la sapienza che viene da Dio, Pro 8,12-36; Gb 28; Sir 24,1-27; Sap 7,22-30, esprimono un’esperienza di fede, perché essa è frutto di preghiera, di meditazione assidua sulla «parola» che Israele già possedeva, e di una illuminazione di Dio. Mediante questa mentalità sapienziale Israele, attraverso l’opera dei suoi saggi, si riappropria anche del suo passato storico, vedendo la sapienza di Dio all’opera nella vita dei grandi personaggi del passato, Sir 44-50, o alla guida del popolo nel periodo più significativo della sua storia: l’esodo, Sap 10-12; 16-19. Queste «riletture» del passato, profondamente diverse nelle loro modalità specifiche, convengono nella loro funzione sapienziale di ammaestramento per il presente e segnano un ulteriore passo verso una visione globale del patrimonio religioso e legislativo, storico e culturale d’Israele che i saggi sembrano voler proporre sotto il nome prestigioso di sapienza. Il Siracide, 24,10, cercherà di integrare in questa visione globale anche il culto, così assente dalla letteratura sapienziale, proponendo la sapienza quasi come l’artefice delle celebrazioni liturgiche d’Israele nel tabernacolo del deserto e nel tempio di Gerusalemme; in altri termini, vedendo nella prassi cultuale, regolata dalla legge, una saggia impostazione del rapporto dell’uomo con Dio, da cui non si può prescindere. Le entusiastiche presentazioni di Aronne e del sommo sacerdote Simeone II, Sir 45,6-22; 50,1-21, testimoniano un attaccamento al culto e al sacerdozio che, nel contesto sapienziale, va oltre l’istituzione come tale e li considera come parte integrante di quella sapienza che scende da Dio e ha trovato in Israele la sua dimora, Sir 24,8. « 

il testo di Padre Marco Nobile:

(scrivo qualcosa dall’indice perché alcuni libri dell’Antico Testamento utilizzati nella parte che propongo alla lettura sono citati nella prima parte e posso essere letti dalla Bibbia per maggiore comprensione)

Capitolo Primo:

Figure all’origine di traiettorie teologiche nell’Antico Testamento

3 parti:

a. La rivelazione biblica veterotestamentaria come storia

b. La rivelazione biblica veterotestamentaria come profezia

c. La rivelazione biblica veterotestamentaria come canto, preghiera e sapienza

Capitolo secondo:

L’epoca del giudaismo primevo, recipiente di rielaborazione dell’Antico Testamento

Inquadramenti:

a. La sapienza preesistente

- Giobbe 28

- Proverbi 8

- Sapienza 7-9

- Aristobulo

- Filone di Alessandria

- Testi apocalittici

b. La Sapienza-Torà preesistente

- nel nascente giudaismo

- Siracide 1,24

- Baruc 3-4

c. La Sapienza e il Messia preesistente

- Mic 5, 1-3

- Salmo 110

- Salmo 72

- Enoc Etiopico

- Apocalisse siriaca di Baruc e 4Esdra

segue….

Capitolo terzo

a. la tradizione sinottica

b La sapienza preesistente nella letteratura paolina

c. il Salvatore preesistente di Gv 1,1-8

conclusione del libro

« LA SAPIENZA PREESISTENTE NELLA LETTERATURA PAOLINA

(pagg. 101-118)

Il motivo della Sapienza preesistente è conosciuto da Paolo ed è ben presente nelle sue lettere. In questo saggio vi si può solo accennare.

1Cor 2,7s

In questi versetti, Paolo, polemizzando con i Corinti, vogliosi di sapienza umana, afferma con forza che la sapienza vera, di cui lui parla, è la sophia theou (sapienza di Dio), un mistero (notare la relazione del concetto di misterion (greco) con la sapienza, concezione cara all’apocalittica) …nascosto fin dagli inizi del tempo a gloria dei redenti, un mistero che i principi di questo modo non hanno conosciuto, altrimenti non avrebbero crocifisso il Signore della gloria: La Sapienza preesistente viene messa in relazione al Gesù crocifisso, anzi con lui identificata (precedentemente, in 3,30, Paolo aveva affermato che il Cristo è diventato per noi sapienza). In tal modo, la speculazione sulla Sapienza mostra di essere servita per l’interpretazione apocalittico-soteriologica della morte storica di Gesù. Sulla base, poi, della assimilazione sapienza-spirito…Paolo afferma nel v. 10 che chi ha rivelato il mistero ai credenti è lo spirito: , e aggiunge più avanti: ha conosciuto il pensiero del Signore, da dargli lezione (Is 40, 13)? Ora, noi abbiamo la mente (greco) di Cristo> (vv. 15-16).

Come risulta evidente, Paolo, con le sue argomentazioni, crea una sequenza di contiguità e di assimilazioni: Cristo-Sapienza-Spirito conoscitore dei misteri-apprendimento, ad opera dello Spirito (greco), il quale possiede la stessa di Cristo.

Paolo, adoperando concezioni correnti, le ha trasfigurate nel nuovo pensiero: la sua cristologia.

1Cor 8, 4-6

Nel contesto della difesa dell’unico Dio conto la molteplicità degli idoli, Paolo afferma che non vi è altro Dio se non il Padre (da cui s’inferisce indirettamente la figliolanza divina di Gesù) dal quale tutto proviene, e un solo Signore, Gesù, mediante il quale sono tutte le cose e noi stessi (greco).

Questa espressione che, prima di Cristo sarebbe stata adoperata per la Sapienza viene ora riferita a lui. Sapienza preesistente. Lo… (autore) scorge in questo passo non tanto un’invenzione paolina, quanto piuttosto una dottrina oramai consolidata, appartenente al Kerigma cristiano originario …

1Cor 10, 1-11

In questo riferimento ad un teologico, tipico del tempo di Paolo, cioè l’Esodo nelle varie interpretazioni correnti, l’apostolo dice che la roccia da cui era scaturita l’acqua del deserto era Cristo: (greco) (v 4). per avere un qualche testimonianza del retroterra da cui Paolo può aver attinto materiale per le sue argomentazioni, bisogna considerare testi come quello di Filone, il quale, trattando lo stesso in Quod deterius potiori insidiari soleat 115-116, afferma che la roccia era la sapienza di Dio:

Questo retroterra concettuale è però presente anche nella letteratura rabbinica dove alla sapienza di frequente viene sostituita la Torà (cfr Mekh a Es 13,7 e 15,25).

Paolo, quindi, pregno di quest’ordine di idee, ha operato un passaggio dalla concezione corrente della roccia-sapienza, alla roccia-Cristo.

Gal 4,4s

.

In questo passo paolino, si ha una splendida testimonianza di quanto noi andiamo trattando. La (greco) ricrea il quadro apocalittico del punto di arrivo ultimo della traiettoria storico-salvifica partita dai primordi (cfr. 1Cor 2,7s), mentre l’invio del figlio da parte di Dio Padre evoca la discesa della Sapienza dal trono celeste sulla terra (Sir 24; Sap 9). Interessante è il processo di personalizzazione operato da Paolo: il Figlio (Sapienza), inviato da Dio, è nato da una donna, sotto il regime della legge. Quell’ordine d’idee allora corrente attorno alla Sapienza, è stato personalizzato nella figura del Gesù storico, aprendo la strada al concetto fondamentale d’incarnazione. L’assunzione del corpo umano, della , da parte di Dio, è un elemento di vitale importanza per il pensiero di Paolo, come dimostra anche Rm 8,3: Dio avendo inviato il proprio Figlio in uno stato di affinità con la carne del peccato e per il peccato, condannò il peccato nella carne>. Qui l’invio del Figlio come incarnazione, data la valenza negativa del concetto di sarx (carne), è da intendere come una parabola discendente di umiliazione, nel senso di Fil 2,7: <...ma svuotò se stesso, prendendo natura di servo, diventando simile agli uomini; ed essendo come uomo, si umiliò, facendosi obbediente...>

Che anche nel passo che stiamo considerando, Gal4,4s, l’incarnazione abbia quella connotazione negativa, lo si deduce dalla sua relazione con il regime non salvifico della legge. E qui si inserisce la connotazione soteriologica della speculazione sapienziale attorno al destino di Gesù. L’umiliazione e incarnazione del Figlio di Dio sotto il regime della legge, sono state operate per il riscatto dei credenti, quindi per la loro libertà dalla legge e per ricevere la figliolanza (greco) divina.

SEGUE SU ALTRO POST, SCRIVO (SECONDA PARTE)

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