Archive pour la catégorie 'Padri della Chiesa – San Giovanni Crisostomo'

San Giovanni Crisostomo: « Stava presso la croce di Gesù sua madre »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=FR&module=commentary&localdate=20100915

Beata Marie Vergine Addolorata, Memoria : Jn 19,25-27
Meditazione del giorno
San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), vescovo d’Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelia sulla croce per il Venerdì Santo, 2 ; PG 49, 396

« Stava presso la croce di Gesù sua madre »

        Vedi questa vittoria mirabile ? Vedi i successi della Croce ? Ti sto per dire ora una cosa più stupenda. Considera il modo con il quale questa vittoria si è realizzata, e sarai più stupito ancora. Cristo ha dominato il demonio proprio mediante ciò che gli aveva permesso di vincere. Ha combattuto il demonio con le sue stesse armi. Ascolta come. Una vergine, il legno e la morte, ecco i simboli della disfatta. La vergine, era Eva, perché non si era ancora unita all’uomo ; il legno, era l’albero ; e la morte, la pena in cui era incorso Adamo. Ma ecco, in compenso, la vergine, il legno e la morte, quei simboli della disfatta, diventare i simboli della vittoria. Invece di Eva, Maria ; invece del legno della conoscenza del bene e del male, il legno della Croce ; invece della morte di Adamo, la morte di Cristo.

        Vedi che il demonio è stato vinto mediante ciò che gli aveva dato la vittoria ? Mediante l’albero, aveva vinto Adamo ; mediante la croce, Cristo ha trionfato sul demonio. L’albero mandava negli inferi, la croce ne ha fatto tornare coloro che vi erano scesi. Inoltre, l’albero servì a nascondere l’uomo vergognoso della sua nudità, mentre la croce ha alzato agli occhi di tutti un uomo nudo, ma vincitore.

        Questo è il prodigio che la Croce ha realizzato in nostro favore ; la Croce, è il trofeo innalzato davanti ai demoni, la spada estratta contro il peccato, la spada con la quale Cristo ha trafitto il serpente. La Croce è la volontà del Padre, la gloria del Figlio unico, la gioia dello Spirito Santo, lo splendore degli angeli, l’orgoglio di San Paolo, il baluardo degli eletti, la luce del mondo intero.

13 NOVEMBRE : SAN GIOVANNI CRISOSTOMO (UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE ANNO 2004)

dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/2004/documents/ns_lit_doc_20041127_giovanni-crisostomo_it.html

UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE
DEL SOMMO PONTEFICE     

(OFFICE FOR THE LITURGICAL CELEBRATIONS OF THE SUPREME PONTIFF
CALENDAR OF CELEBRATIONS
PRESIDED OVER BY THE HOLY FATHER JOHN PAUL II -2004)

SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

            “Crisostomo”, vale a dire “bocca d’oro”, fu il soprannome dato a Giovanni a motivo del fascino suscitato dalla sua arte oratoria. Nato ad Antiochia in una data non precisabile tra il 344 e il 354, Giovanni si dedicò agli studi di retorica sotto la direzione del celebre Libanio; pare che questi lo stimasse a tal punto da rispondere a chi gli chiedeva chi volesse come suo successore: “Giovanni, se i cristiani non me lo avessero rubato!” Dopo aver ricevuto il battesimo, Giovanni frequentò la cerchia di Diodoro, il futuro Vescovo di Tarso: nel gruppo di discepoli che si radunavano attorno a costui imparò a leggere le Scritture secondo il metodo antiocheno, attento alla spiegazione letterale dei testi, e compì i primi passi lungo quel cammino spirituale che lo condurrà a lasciare la città e a vivere alcuni anni in solitudine sul monte Silpio, nei pressi di Antiochia.

            Rientrato in città, fu ordinato diacono dal Vescovo Melezio nel 381 e, cinque anni più tardi, presbitero dal Vescovo Flaviano, che gli fu maestro non solo di eloquenza, ma anche di carità e saldezza nella fede. Furono anni di intensa predicazione: Giovanni commentava le Scritture secondo i principi esegetici della scuola antiochena, aliena da ogni allegorismo e sostanzialmente fedele alla lettera del testo biblico. La predicazione di Giovanni si traduceva sovente in esortazione morale: ora, veniva presa di mira la passione per gli spettacoli che eccitava i cristiani di Antiochia, ora la rilassatezza dei costumi. Con grande zelo esorta a radicare la propria vita di credenti nella conoscenza delle Scritture, a vivere un’intensa vita spirituale senza ritenere che essa sia riservata soltanto ai monaci, a praticare la carità nella cura sollecita per il “sacramento del fratello”. “È un errore mostruoso credere che il monaco debba condurre una vita più perfetta, mentre gli altri potrebbero fare a meno di preoccuparsene … Laici e monaci devono giungere a un’identica perfezione” (Contro gli oppositori della vita monastica 3, 14).

            Nel 397 Giovanni fu chiamato a Costantinopoli quale successore del Patriarca Nettario. Nella capitale dell’impero il nuovo Patriarca si dedicò con grande zelo alla riforma della Chiesa: depose i Vescovi simoniaci, combatté l’usanza della coabitazione di preti e diaconesse, predicò contro l’accumulo delle ricchezze nelle mani di pochi e contro l’arroganza dei potenti, e destinò gran parte dei beni ecclesiastici a opere di carità. Anche a Costantinopoli continua il suo ministero di predicatore della Parola e di operatore di pace. La sua opera di evangelizzazione si estende ai goti e ai fenici. Intransigente quando la fede è minacciata, predica l’amore per il peccatore e per il nemico. “Il popolo lo applaudiva per le sue omelie e lo amava”, afferma lo storico Socrate (Storia ecclesiastica 6, 4).

            Tutto questo gli procurò molti amici e molti nemici: amato dai poveri come un padre, fu osteggiato dai potenti, che vedevano in lui una temibile minaccia per i loro privilegi. L’inimicizia nei suoi confronti crebbe con l’ascesa al potere dell’imperatrice Eudossia. Costei, nel 403, con l’appoggio del Patriarca di Alessandria, Teofilo, indisse un processo contro Giovanni e lo fece deportare e condannare all’esilio. Il decreto di condanna fu revocato dopo poco tempo e Giovanni poté rientrare in diocesi, ma solo per pochi mesi. Durante la celebrazione della Pasqua del 404 le guardie imperiali fecero irruzione nella cattedrale della città provocando uno spargimento di sangue; vi furono disordini per diversi giorni. Poco dopo la festa di Pentecoste, Giovanni fu arrestato e nuovamente condannato all’esilio. Per evitare mali ulteriori, il Patriarca lasciò la casa episcopale uscendo da una porta secondaria; si congedò dai Vescovi riuniti in sacrestia e fece chiamare la diaconessa Olimpia e le sue compagne, che conducevano una vita comunitaria a servizio della chiesa nella casa accanto a quella del Vescovo. “Venite, figlie, ascoltatemi. Per me è giunta la fine, lo vedo. Ho terminato la corsa e forse non vedrete più il mio volto” (Palladio, Dialogo sulla vita di Giovanni Crisostomo, 10). Con queste parole il padre si accomiata dalle sue figlie spirituali.

Giovanni fece appello al papa Innocenzo I, che ne riconobbe l’innocenza; ma ciò nonostante fu costretto a lasciare Costantinopoli. Alla sua partenza vi furono tumulti in città: venne appiccato fuoco a una chiesa adiacente al palazzo del senato e questo fornì un pretesto alle autorità imperiali per arrestare e perseguitare i seguaci di Giovanni. Questi fu confinato a Cucuso, una piccola città dell’Armenia, ma anche in questo luogo sperduto era raggiunto dalle manifestazioni di affetto dei suoi fedeli, e così i suoi nemici provvidero a farlo partire per una sede ancora più lontana. Avrebbe dovuto raggiungere Pizio, sul Ponto, ma morì lungo il viaggio, a Comana, stremato dalle marce forzate a cui era stato sottoposto. Era il 14 settembre 407.

            “Gloria a Dio in tutto: non smetterò di ripeterlo, sempre dinanzi a tutto quello che mi accade!” (Lettere a Olimpia, 4). In queste parole troviamo condensata la testimonianza di Giovanni; anche in mezzo alle molte tribolazioni che occorre attraversare per entrare nel regno dei cieli (cf. At 14, 22), Giovanni “Boccadoro” ci insegna a cogliere la luce della risurrezione che già si sprigiona dalla croce e a portare la croce nella luce del Cristo risorto. Allora ogni discepolo può proclamare con gioia: “Gloria a Dio in tutto!”.

Il Martirologio romano, come pure i sinassari orientali, hanno iscritto la festa di Giovanni al 27 gennaio, anniversario del ritorno del corpo a Costantinopoli. Attualmente nel calendario romano la sua festa è celebrata il 13 settembre. Nello stesso giorno la festa è celebrata presso i siri. La Chiesa bizantina lo festeggia anche il 30 gennaio, insieme a San Basilio e a San Gregorio di Nazianzo, e il 13 novembre, giorno del suo ritorno dall’esilio. In Oriente si incontrano molti monasteri a lui dedicati. Dottore della Chiesa, Giovanni circonda con i Santi Atanasio, Ambrogio e Agostino, la Cattedra del Bernini nell’abside della Basilica Vaticana. Papa Giovanni XXIII pose il Concilio Vaticano II sotto la sua protezione.    

Solo la provvidenza può spiegare il funzionamento del mondo (Giovanni Crisostomo, Omelie sulla lettera agli Efesini, 19,3-4)

dal sito:

http://www.tanogabo.it/religione/Crisostomo_scritti.htm

Solo la provvidenza può spiegare il funzionamento del mondo

Giovanni Crisostomo, Omelie sulla lettera agli Efesini, 19,3-4

« Si interrogano gli ingrati e gli insensati: «Non dovrebbe esser proprio della bontà di Dio concedere per tutti uguaglianza di onori?». Dimmi, o ingrato, quali sono le cose che tu affermi non esser proprie della bontà di Dio, e che cosa intendi per «uguaglianza di onori»? Uno è storpio da fanciullo, un altro diventa pazzo ed è invasato da un demonio; un altro, che giunge al limite della vecchiaia, ha trascorso tutta la vita nella povertà; un altro in gravissime malattie: sono queste le opere della provvidenza? Uno è sordo, un altro muto; uno è povero; un altro, infame e scellerato e pieno d’innumerevoli vizi, guadagna denaro e mantiene meretrici e fannulloni, possiede una casa bellissima e conduce una vita senza mai lavorare. E raccolgono molti esempi del genere, tessendo un lungo discorso contro la provvidenza di Dio.

Che dunque? Non vi è nessuna provvidenza? Che cosa rispondiamo loro? Se fossimo greci e ci dicessero che il mondo è retto da qualcuno, anche noi diremmo loro le stesse cose: Perché non c’è nessuna provvidenza? Perché mai, allora, voi avete il culto degli dèi e adorate demoni ed eroi? Infatti, se esiste una provvidenza, essa si prende cura di tutto. Se vi fossero alcuni, cristiani o anche greci, che si scoraggiassero e vacillassero, che cosa diremmo loro? Tante cose, dimmi, ti prego, sarebbero dunque sorte buone per caso? La luce del giorno, l’ordine predisposto nelle cose, il movimento circolare degli astri, l’eguale corso dei giorni e delle notti, l’ordine della natura tanto nelle piante quanto negli animali e negli uomini? Chi è mai, domando, colui che governa tutte queste cose? Se nessuno le dirige ed esse dipendono tutte da se stesse, chi ha mai fatto questa volta così grande e bella, il cielo appunto, collocato tutt’intorno alla terra e anche sopra le acque? Chi dà alle stagioni dei frutti? Chi ha posto tanta vita nei semi e nelle piante? Ciò che avviene per caso, infatti, è assolutamente disordinato; ciò che presenta ordine e armonia, invece, è stato prodotto con ingegno.

Infatti, ti chiedo, quelle cose che da noi avvengono per caso, non sono piene di grande confusione, tumulto e turbamento? E non parlo soltanto di quanto avviene per caso, ma anche di ciò che è fatto da qualcuno, ma senza criterio. Ad esempio, vi siano legna e pietre, e vi sia anche la calce; ora, un uomo inesperto nell’arte di costruire, servendosi di questi, si accinga a edificare e a compiere qualcosa: costui non manderà forse in rovina e non distruggerà ogni cosa? E ancora, si dia una nave senza nocchiero, provvista di tutto quanto una nave debba possedere, tranne il nocchiero: potrebbe forse navigare? E la terra stessa, che è tanto estesa, posta com’è al di sopra delle acque, potrebbe rimanere tanto tempo immobile, se non vi fosse qualcuno in grado di sorreggerla? E tutto ciò è forse ragionevole? Non è ridicolo pensare queste cose?…

Se volessimo esporre esaurientemente, in tutto e per tutto, fin nei dettagli, tutte quelle cose della provvidenza, non ci basterebbero tutti i secoli. Domanderò, infatti, a chi abbia chiesto ciò: queste cose avvengono grazie alla provvidenza o senza la provvidenza? Se rispondesse: «Non sono della provvidenza», gli domanderei ancora: Come dunque sono state fatte? Ma non potrebbe rispondere in alcun modo. A maggior ragione, perciò, non devi investigare con curiosità intorno alle cose umane. Perché? Poiché l’uomo è l’essere più illustre e onorevole di tutti, e tutte le cose sono state create per lui, non lui per esse.

Se dunque non conosci la sapienza e il governo della provvidenza riguardo all’uomo, in che modo potresti mai scoprire quali siano le sue ragioni? Dimmi un po’, perché mai essa ha creato l’uomo così piccolo e così distante dall’altezza del cielo al punto che dubiti di quelle cose che si mostrano dall’alto? Perché le regioni australi e boreali sono inabitabili? Dimmi, perché la notte è stata fatta più lunga d’inverno e più corta in estate? Perché tanto freddo? Perché il caldo? Perché la mortalità del corpo? E altre innumerevoli cose voglio sapere da te; se tu vorrai, non smetterò d’interrogarti perché tu possa replicarmi in tutto.

Pertanto, la caratteristica più confacente alla provvidenza è questa: che le sue ragioni rimangano per noi ineffabili. Qualcuno, infatti, non avendo compreso il nostro pensiero, avrebbe potuto ritenere che l’uomo sia la causa di tutte le cose. «Tuttavia, direbbe qualcuno, quell’uomo è povero: e la povertà è un male». Ma che cos’è il male? Che cos’è la cecità, o uomo? Vi è un solo male: peccare; e solo di questo dobbiamo preoccuparci. Invece, tralasciando di scrutare le cause dei veri mali, ricerchiamo con curiosità altre cose. Perché nessuno di noi cerca mai di scoprire il motivo profondo per il quale ha peccato? È in mio potere di peccare, oppure no? Ma che bisogno c’è di usare un grande giro di parole? Cercherò tutto in me stesso: forse che sono riuscito qualche volta a vincere la passione? Ho vinto qualche volta l’ira per pudore o per timore umano? In tal modo, accertato questo, scoprirò che è in mio potere peccare. Nessuno si preoccupa di comprendere e di approfondire queste cose; al contrario, sconsideratamente, come si legge in Giobbe, l’uomo nuota disordinatamente nelle parole (Gb 11,12). »

Omelia sulla Natività del Signore (San Giovanni Crisostomo)

questa omelia di Giovanni Cristomo è molto bella, devo dire che la grafica del testo opiginale è migliore, io mi sono dovuta stringere, inoltre alla fine c’è una citazione in greco che io non ho potuto riportare, dal sito:

http://www.tradizione.oodegr.com/tradizione_index/commentilit/nativitacrisostomo.htm

Omelia sulla Natività del Signore

San Giovanni Crisostomo

(PG 56, 385-394)

Vedo uno strano paradossale mistero! Le mie orecchie risuonano dei canti dei pastori, ma i loro flauti non suonano una melliflua melodia, ma cantano con le labbra un inno celeste in totale pienezza.

Gli angeli inneggiano!
Gli Arcangeli uniscono le loro voci in armonia!
I Cherubini cantano la loro gioiosa lode!
I Serafini esaltano la sua gloria!

Tutti si riuniscono per lodare questa festa santa, vedendo la Divinità qui sulla terra, e l’uomo in cielo. Colui che è al di sopra dei cieli, ora per la nostra redenzione abita quaggiù, e colui che è stato umile è stato elevato dalla misericordia divina. Betlemme in questo giorno somiglia al cielo; invece di stelle ha ricevuto angeli, e al posto del sole, avvolge dentro di sé in ogni lato il Sole di giustizia. E non chiedetemi come: perché dove Dio vuole, l’ordine della natura si sottomette.
Poiché Egli lo ha voluto, ne ha avuto il potere, è disceso, ha redento l’uomo; tutte le cose hanno cooperato con Lui a questo scopo.
Oggi nasce Colui che eternamente è, e diviene ciò che non era. È Dio e diventa uomo! Diventa uomo senza smettere di essere Dio.
Ancora, Egli è divenuto uomo senza alcuna perdita della divinità, e non è diventato Dio da uomo attraverso un accrescimento, ma essendo Logos si è fatto carne, la sua natura, a causa dell’impassibilità, è rimasta immutata.
Quando è nato, i Giudei non hanno accettato questa Sua insolita nascita. Da un lato i Farisei interpretavano male le Sacre Scritture e, dall’altro, gli scribi insegnavano cose completamente diverse. Ancora una volta Erode volle trovare il Bambino neonato non per onorarlo, ma per ucciderlo.
Oggi essi si stropicciano gli occhi vedendo il Re del cielo sulla terra con una natura umana, nato da un utero verginale. Come dice Davide, Non le nasconderemo ai lori figli, alla generazione a venire[1].
Così i re sono venuti e hanno visto il Re celeste venuto sulla terra, senza portare con sé Angeli, Arcangeli, Troni, Dominazioni, Potestà, Principati, ma seguendo una nuova e solitaria via: Egli è provenuto da un utero senza macchia.
Eppure non ha abbandonato i suoi angeli, né li ha lasciati della sua custodia né, a causa della sua incarnazione, si è discostato dalla Divinità.

Ed ecco,

sono venuti i re, per poter adorare il Re della gloria celeste;
i soldati, per poter servire il Capo degli Eserciti del Cielo;
le donne, per poter adorare Colui che è nato da una donna in modo che egli cambiasse i dolori del parto in gioia;
le vergini, son giunte al Figlio della Vergine, per contemplare con gioia, come Egli, Datore del latte, che ha ordinato alle mammelle di riversarlo in rapidi ruscelli, riceve da una Vergine Madre il nutrimento dell’infanzia;
i neonati, son giunti per poter adorare Colui che è divenuto un piccolo bimbo, in modo che dalla bocca dei bimbi e dei lattanti[2], potesse ricevere la lode;
i bambini, son giunti al Bambino, che li ha elevati a martiri a causa della rabbia di Erode;
gli uomini, son giunti a Colui che si è fatto uomo, in grado di guarire le miserie dei suoi servi;
i pastori, son giunti al Buon Pastore che ha dato la sua vita per le pecore;
i sacerdoti, son giunti a Colui che è divenuto il Sommo Sacerdote secondo l’ordine di Melchisedech[3];
i servi, son giunti a Colui che ha preso su di sé la forma di un servo e può benedire la nostra schiavitù, con il premio della libertà;
i pescatori, son giunti a Colui che, tra i pescatori, ha fatto diventare alcuni pescatori di uomini[4];
i pubblicani, son giunti a Colui che di mezzo a loro ha chiamato e scelto un evangelista;
le prostitute, son giunte a Colui che ha esposto i suoi piedi alle lacrime di una prostituta.
In poche parole, in modo che io possa abbracciarli tutti assieme, sono venuti tutti i peccatori che potevano per vedere l’Agnello di Dio che porta sulle sue spalle i peccati del mondo:

I Magi per adorare;
i pastori per glorificare;
i pubblicani per proclamare;
le prostitute per offrire mirra;
la Samaritana per saziare la Sua sete;
la donna Cananea per ricevere misericordia.

Poiché dunque tutti si rallegrano, anch’io voglio gioire. Anch’io desidero condividere la danza corale, per celebrare la festa. Ma vi prendo parte, non pizzicando l’arpa, non agitando il tirso, non con la musica di trombe, né reggendo una torcia, ma tenendo tra le mie braccia le fasce di Cristo. Poiché tutto ciò è la mia speranza, questa è la mia vita, la mia salvezza, questa è la mia tromba e la mia arpa. Con essa giungo e, avendo dal suo potere ricevuto il dono della parola, canto anch’io, con gli angeli: Gloria a Dio nei cieli eccelsi; e con i pastori: e pace sia in terra agli uomini del suo beneplacito[5]!
Oggi, Colui che è sorto prima dei secoli dal Padre in un modo ineffabile nasce da una vergine, per me in un modo inspiegabile. Allora nacque dal Padre secondo natura, prima dei secoli, nel modo conosciuto solo da chi l’ha generato; oggi, ancora, nasce fuori dalla sua natura, nel modo operato dalla grazia del Santo Spirito.
La sua celeste generazione è vera, la generazione terrestre non lo è di meno; è realmente Dio generato da Dio com’è pure vero che è nato uomo da una vergine. In cielo è l’unico ad essere nato dal solo Padre, Suo figlio Unigenito; sulla terra, è l’unico ad essere nato da una sola Vergine, suo figlio Unigenito. Come per la Sua generazione celeste sarebbe empio pensare ad una madre, egualmente per la Sua generazione terrestre sarebbe una bestemmia cercargli un padre. Il Padre l’ha generato senza seme e la Vergine l’ha partorito incorruttibilmente. Dio non ha affatto affrontato lo scorrimento della sua sostanza, poiché ha generato come conveniva ad un Dio; generandolo, quindi, in modo divino. Né la Vergine è stata sottomessa alla corruzione facendo un parto perché ha partorito attraverso lo Spirito. Quindi, né la Sua nascita celeste può essere spiegata da parole umane, né la Sua incarnazione può essere indagata. Oggi, conosco il fatto che la Vergine l’ha partorito e credo che Dio l’ha generato fuori dal tempo. Ma ho appreso che la Sua generazione dev’essere onorata in silenzio senza curiosità indiscreta e discussioni vane. Poiché, per quanto riguarda Dio, non occorre fermarsi all’evoluzione naturale delle cose, ma credere alla potenza di Colui che guida tutto.
È una legge naturale che una donna sposata partorisca. Ma quanto più paradossale è quando una vergine, senza aver conosciuto uomo, partorisce un bambino e in seguito resta vergine! Per questo si esplora ciò che è conforme alla natura; ma si deve onorare in silenzio quanto accade oltre la natura, non perché sia pericoloso ma perché è ineffabile.
Ma accordatemi, vi prego, il permesso di porre fine a questo discorso già dal suo esordio. Infatti temo di elevarmi fino a questo livello di cose di cui non mi è permesso parlare e non so in quale direzione volgermi né come dirigere il timone.

Sento timore di fronte al mistero divino.
Cosa dire e come parlare?

Vedo colei che ha partorito. Vedo anche Colui che è nato. Ma non riesco a capire il modo in cui accade la nascita. Vedete, quando Dio vuole, le leggi della natura sono sconfitte. Questo non accadde nella natura; è stato un miracolo oltre la natura. Ciò accade anche qui: l’ordine naturale non ha operato mentre ha agito la volontà del Sovrano.
Quanto inesprimibile è la misericordia di Dio!
Il Figlio di Dio, prima dei secoli, l’incorruttibile, invisibile e intangibile, ha dimorato nel mio corpo visibile e corruttibile. Perché? Perché, come sapete, noi uomini crediamo più in ciò che vediamo che in ciò che sentiamo. Crediamo nelle cose visibili mentre dubitiamo quelle invisibili. Così non crediamo nel vero Dio invisibile, ma adoriamo gli idoli visibili sotto forma umana.
Dio ha quindi accettato di presentarsi davanti a noi sotto forma umana visibile, per sciogliere così ogni dubbio sulla sua esistenza.
Nasce dalla Vergine che ignorava quant’è relativo alla generazione, poiché non aveva cooperato per quanto accadde, non aveva contribuito a questo fatto ma fu un puro strumento della Sua ineffabile potenza, sapendo solo quanto udì da Gabriele, alla sua domanda: Come avverrà questo, poiché io non conosco uomo?[6]. Egli le disse: ‘vuoi saperlo?’ Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti adombrerà[7]. In che modo il Signore fu con lei, per ricevere poi da lei la generazione? Proprio come l’artigiano, che quando trova un utilissimo materiale riesce in seguito a lavorarlo nel modo migliore, così fece anche Cristo. Egli, trovando santo il corpo e l’anima della Vergine, la ornò di un tempio animato, volendo in questo modo creare l’uomo nella Vergine. Rivestendosi di questo, oggi è venuto tra noi senza vergognarsi della bruttezza della natura[8]. Per Lui non è stato un obbrobrio indossarsi di questa natura umana; infatti la creatura ha fruttificato una grande gloria, diventando la veste dell’artigiano. Perché come nella prima creazione, era impossibile per l’uomo esistere prima che la terra con la quale fu fatto venisse tra le mani del suo creatore; così era impossibile che il corpo corruttibile dell’uomo ricevesse una nuova natura prima che Colui che l’aveva creato non se ne rivestisse.

Che cosa posso dire o come posso parlare?
Sono colmo di stupore dal grande miracolo!
Vedo un bambino nel Dio pre-eterno!
Si riposa in una mangiatoia Colui che ha il suo trono nel cielo!
Delle mani umane toccano l’intangibile e inaccessibile!
Colui che spezza le catene del peccato è fortemente legato nelle fasce!

Perché questa è la Sua volontà: cambiare l’infamia in onore; rivestire di gloria la meschinità; trasformare l’offesa in virtù.
Ha assunto il mio corpo perché il Suo Logos trovasse spazio in me; prendendo la mia carne mi dà il Suo Spirito. Mi dà il tesoro della vita eterna; prende e dà: prende la mia carne per santificarmi, mi dà il Suo Spirito per salvarmi. Cosa dire e come parlare?
Ecco: la vergine concepirà[9].

Oramai questo non è più una realtà futura della quale si è parlato; è una realtà compiuta proposta alla nostra ammirazione.
È accaduto tra i Giudei e tra di loro se ne parlava ma è stato creduto da noi, anche se non ne abbiamo mai sentito parola.

Ecco: la vergine concepirà.
Le parole sono della sinagoga, ma l’acquisizione della Chiesa.
L’una ha trovato il libro, l’altra ha colto la perla.
La sinagoga ha tinto il filo; la Chiesa ha indossato la veste reale.
La Giudea l’ha generato; l’ecumene l’ha accolto.
La sinagoga l’ha allattato e nutrito; la Chiesa l’ha ricevuto e ne ha tratto beneficio.
Nella sinagoga fiorì la vite ma noi godiamo l’uva della verità.
La sinagoga ha vendemmiato l’uva; i pagani, invece, bevono la bevanda segreta.
Lei ha seminato il seme in Giudea; i pagani, invece, hanno mietuto la spiga con la falce della fede; hanno tagliato con rispetto la rosa e ai giudei rimase la spina dell’incredulità.
L’uccello volò, e questi sciocchi stanno ancora a custodire il nido.

I Giudei stanno lottando per interpretare il libro della lettera, mentre i pagani vendemmiano il frutto dello Spirito.

Ecco: la vergine concepirà.
Dimmi allora, Giudeo, dimmi, chi ha partorito?
Ti prego, mostra coraggio, anche quello che mostrasti di fronte a Erode. Ma non hai coraggio. Io so perché. Perché sei insidioso. Hai parlato ad Erode perché egli lo sterminasse; ma non ne parli a me perché io non lo veneri.
Chi ha partorito, allora? Chi?
Il Sovrano della natura! E se tu taci, la natura lo grida con voce tonante. L’ha partorito nel modo in cui Egli voleva essere nato. In natura non vi era la possibilità di una tale nascita. Ma Egli, in quanto signore della natura, ha introdotto un modo di nascita paradossale. E così ha mostrato che, pur divenendo uomo, non è nato come un uomo, ma come conviene a Dio solo.
Oggi, quindi, viene da una Vergine trionfando sulla natura, oltrepassando il matrimonio; perché al Dispensatore conveniva la santità, nascendo da un parto puro e santo.
Colui che ha creato Adamo da terra vergine, Colui che da Adamo ha poi creato la donna, nasce oggi da una vergine figlia che ha sconfitto la natura.
Allora Adamo, senza avere una donna, ha ottenuto una donna.
La Vergine ora, senza avere un uomo, ha partorito un uomo.
Perché è successo questo? Ecco perché:
Le donne avevano un vecchio debito verso gli uomini, poiché da Adamo era spuntata una donna senza l’intervento di un’altra donna. Così la Vergine oggi, ripagando agli uomini il debito di Eva, partorisce senza un uomo. Poiché Adamo non avesse l’orgoglio di avere prodotto la donna senza l’aiuto di una donna, allora la vergine genera un uomo senza l’aiuto dell’uomo, per mostrare che l’uguaglianza deriva dalla parità delle meraviglie operate.
Dio rimosse da Adamo una costola, senza che egli venisse meno in qualsiasi cosa. Così, anche nella Vergine, creò un tempio animato senza sciogliere la verginità.
Adamo rimase sano in seguito alla rimozione della sua costola; anche la Vergine rimase incorruttibile dopo la nascita di un bambino. Per questo non ha creato il tempio per sé altrove né ha creato un altro corpo per poi rivestirlo, perché non si creda che si disprezzi la umanità di Adamo. Poiché l’uomo, dopo essere stato ingannato dal diavolo, divenne il suo strumento, perciò Egli prese quest’uomo sottomesso al diavolo e lo rese tempio animato, per ritornarlo a Colui che l’aveva creato e staccarlo dal suo legame con il diavolo.
Dio si fa uomo ma nasce come Dio. Se fosse provenuto, come me, da un matrimonio comune, molti avrebbero considerato la Sua nascita fraudolenta. Per questo nasce da una vergine, per questo mantiene il suo utero intatto, per questo conserva integra la sua verginità: perché questo strano modo di nascita fosse motivo di fede incrollabile.
Se un Pagano o un Giudeo mi chiedesse di spiegargli come il Cristo, essendo Dio secondo natura, divenne uomo oltre natura, gli dirò: Ecco, invoco come testimonianza il sigillo immacolato della verginità; perché Dio è colui che ha sconfitto l’ordine della natura; perché Dio è il vasaio del ventre e l’inventore della verginità; ha avuto un parto immacolato poiché si è costruito indicibilmente un tempio, secondo la Sua volontà.
Dimmi allora, Giudeo, la Vergine ha partorito o no? E se ha partorito, perché non confessi la nascita soprannaturale? Se, invece, non ha partorito perché hai ingannato Erode? Quando lui voleva sapere dove sarebbe nato Cristo, non gli hai detto A Betlemme di Giudea[10]? Conoscevo io, forse, la città o il luogo? Conoscevo io, forse, il valore del Bambino che è venuto al mondo? Isaia e i profeti non ve ne hanno parlato? Partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele[11]. E voi, ingrati nemici, non avete spiegato la verità? Voi, scribi e farisei, custodi precisi della legge, non ci avete insegnato su Cristo? Non siete stati voi a interpretare le Scritture? Conoscevamo, forse, la vostra lingua? E quando la Vergine ha partorito, non siete stati voi a presentare a Erode la testimonianza del profeta Michea? Ma da te, o Bethlehem Efrata, piccola per esser tra le città di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele[12]

Il profeta ha parlato molto bene dicendo “Da te”. Provenne da voi e si presentò al mondo intero.
Colui che è, precede; colui che non è si crea o si fa. Mentre Egli era, era anche prima, ed è sempre stato. Era sempre in quanto Dio che governa il mondo.

Oggi, si è presentato come un uomo per condurre gli uomini.
Si è presentato come Dio, per salvare l’ecumene.
Ma quanto preziosi siete voi nemici! Quanto filantropi siete voi accusatori!
Voi avete accidentalmente dimostrato che il neonato di Betlemme è Dio. Avete riconosciuto il Sovrano nascosto nella mangiatoia. L’avete involontariamente predicato voi, mentre era seduto nella grotta. L’avete rivelato voi, cercando di nasconderlo. L’avete beneficiato voi, cercando di fargli del male.
Quanto maestri ignoranti siete davvero? Insegnate ma non conoscete. Avete fame ma cibate gli altri. Avete sete ma date da bere agli altri. Siete poverissimi ma arricchite gli altri.
Venite, quindi, festeggiamo! Venite a solennizzare! È strano il modo di questa festa – quanto strano è anche il motivo della nascita di Cristo.

Oggi si scoglie il legame di lunga durata.
Il diavolo è svergognato.
I demoni sono fuggiti.
La morte è stata abolita.
Il paradiso è aperto.
La maledizione è svanita.
Il peccato è stato cacciato.
L’errore è stato allontanato.
La verità è stata rivelata.
La predicazione della pia fede si è riversata e diffusa in tutto il mondo.
Il regno dei cieli è stato trapiantato sulla terra.
Gli angeli parlano agli uomini.
Gli uomini conversano con gli angeli senza timore.
Tutto è diventato uno.

Perché?

Perché Dio è sceso sulla terra e l’uomo è salito nei cieli. La prima cosa si è unita all’altra. Dio è sceso sulla terra continuando ad essere in cielo. È tutto intero nel cielo ed è tutto intero sulla terra. È diventato uomo essendo Dio, senza smettere di essere Dio. È senza passioni e ha assunto la carne, perché ha dimorato in noi. Non è diventato Dio, lo era. Per questo ha assunto la carne, perché Colui che il cielo non poteva trattenere, lo accogliesse la mangiatoia. Per questo si è messo nella mangiatoia, perché colui che nutre i mondi venga nutrito con cibo per bambini da una vergine madre. Per questo il Padre dei secoli futuri viene tenuto tra le braccia di una vergine madre come bambino lattante: perché fosse accessibile anche ai magi. Si tiene tra le braccia di una vergine e tra le mani tiene l’ecumene.
I magi corrono presso di Lui, rinunciando, per principio, al tiranno; il cielo, orgoglioso, mostra con la stella il Sovrano stesso e il Signore, seduto sulla leggera nuvola del corpo, il quale corre in Egitto per evitare l’insidia di Erode, adempiendo la verità della profezia di Isaia che ha detto: In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti: «Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità»[13].
Che dici Giudeo? Tu che eri primo sei diventato terzo? Gli Egiziani e gli Assiri si sono messi davanti e il primogenito Israele è tornato in dietro?
Sì. Così è. Gli Assiri saranno primi, perché loro, assieme ai loro magi, hanno venerato per primi il Signore. Poi gli Egiziani che lo ricevettero quando si rifugiò dalle loro parti per evitare l’insidia di Erode. Terzo e ultimo è il popolo d’Israele, che ha conosciuto il Signore dagli apostoli dopo il battesimo nel Giordano. È entrato in Egitto rovesciando tutti gli idoli non per niente ma per escludere dalla perdizione i primogeniti di Egitto. Per questo oggi è entrato come primogenito, per sciogliere la tristezza del vecchio lutto.
Cristo è primogenito, come testimonia anche Luca l’evangelista, dicendo: Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo[14]. È entrato quindi in Egitto per sciogliere la tristezza del vecchio lutto, ponendo la gioia invece della frusta. Invece della notte e dell’oscurità dona lo splendore della salvezza. L’acqua del Giordano era profanata dal massacro degli immaturi neonati. È entrato in Egitto che aveva le acque rosse, facendo delle correnti del fiume dei generatori di salvezza, purificando l’empietà e la profanità con la potenza dello Spirito. Gli Egiziani, colpiti da diverse ferite e lasciandosi andare alla loro furia, avevano trascurato Dio. È entrato allora in Egitto e ha colmato di conoscenza divina le anime care a Dio in modo che la terra irrigata dal Nilo avesse presto più martiri che spighe.
Ma poiché il tempo è stretto decido a questo punto di cessare il discorso. Chiudo qui, avendo completato il discorso, in cui spiegavo che il Logos essendo privo di passioni, è diventato carne, senza mutare la Sua natura.
Cos’altro c’è da dire, come parlare?
Vedo il Creatore e la mangiatoia. Un infante e delle fasce. Una Vergine puerpera, disprezzata. Molta povertà. Molta indigenza.
Eppure hai visto quanta ricchezza nella grande povertà? Come, essendo ricco, si è fatto povero per noi? Come non ha né letto né materasso e si è gettato per terra in una mangiatoia?

O povertà, fonte di ricchezza!
O ricchezza immisurabile, nascosta in mezzo alla povertà!
Dimora all’interno della mangiatoia e ondeggia l’ecumene.
È avvolto in fasce e rompe i legami del peccato.
Ancora non ha pronunciato neanche una parola e ha insegnato la conoscenza di Dio ai magi.
Cosa dire o come parlare?
Ecco il Bambino avvolto nelle fasce, sulla mangiatoia.
Ecco Maria, Madre e contemporaneamente Vergine.
Ecco Giuseppe, il padre presunto del Bambino.
Lei è la donna e lui è l’uomo. Legittimi i nomi, ma privi di unione.
Si riesce a capire finché si considerano le parole, ma non arriva alla natura delle cose.

Giuseppe si è soltanto fidanzato mentre il Santo Spirito ha ombreggiato Maria. Così, pieno di meraviglia, non sapeva cosa supporre per il Bambino: non osava dire che è stato il frutto di un adulterio. Non poteva pronunciare parola blasfema nei confronti della Vergine. Non accettava neppure il Bambino come suo, perché era sconosciuto come e da chi fosse nato.
Ma ecco che, nella sua confusione, riceve una risposta dal cielo, dalla voce dell’angelo: Giuseppe, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dal Santo Spirito[15]. Il Santo Spirito ha quindi adombrato la Vergine.
Perché Cristo nasce da una vergine e conserva intatta la verginità? Perché un tempo il diavolo ha ingannato la vergine Eva. Ora Gabriele ha portato il messaggio liberatorio alla Vergine Maria. Un tempo Eva fu ingannata e pronunciò una parola che germinò la causa della morte. A Maria, invece, è stata annunciata la buona novella e ha generato il Verbo causa della vita eterna. La parola di Eva ha mostrato il legno attraverso il quale Adamo è stato scacciato. La parola di Maria, invece, ha mostrato la Croce, attraverso la quale il ladrone è stato portato in paradiso nella persona di Adamo. Poiché né i Pagani, né i Giudei, né i figli degli eretici hanno creduto che Dio è stato generato senza seme della sua natura ed è privo di passioni, per questo, oggi, Egli provenendo da un corpo che ha passioni, l’ha conservato senza passioni mostrando che, pur nascendo da una vergine, non ha sciolto la verginità. Così il Dio ingenerato senza perdere e mutare la sua santa essenza, ha generato Dio come Dio, in modo divino. Gli uomini, avendoLo abbandonato, scolpivano statue antropomorfe da adorare offendendo il Creatore. Perciò oggi, la Parola di Dio, essendo Dio, è emersa in forma umana per dissolvere la menzogna e riportare a Lui l’adorazione.
A Lui, dunque, che ristabilisce ogni cosa nel modo migliore, Cristo nostro Signore, innalziamo la gloria assieme al Padre e al Santo Spirito, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amin.

[1]     Sl 77, 4.
[2]     Sl 8, 3.
[3]     Ebr 5, 10.
[4]     Mt 4, 19.
[5]     Lc 2, 14.
[6]     Lc 1, 34.
[7]     Lc 1, 35.

[8]     Sulla base da quanto espresso da Giovanni Crisostomo che riporta a sua volta una tradizione comunemente condivisa, nel XIII secolo un altro autore bizantino scriverà: “… O, quale meraviglia presentare! Perché è giusto rivestire con la decenza di cui Dio si è rivestito, che regna prima dei secoli. Mentre negli ultimi tempi Cristo regnò nella carne, assumendo l’umiltà umana e l’indecenza e la bruttezza sotterranee della natura, se l’ha indossata, cingendosi della nostra ottusità e nascondendola, colui che indossa la luce prima dei secoli, nella sua ascesa ai cieli…”.  (in greco sul testo)
—————————–
[9]     Is 7, 14.
[10]    Mt 2, 5.
[11]    Is 7, 14.
[12]    Mic 5, 1.
[13]    Is 19, 24.
[14]    Lc 2, 7.
[15]    Mt 1, 20.

San Giovanni Crisostomo: Fare fruttare i doni ricevuti

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100828

Sabato della XXI settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Mt 25,14-30
Meditazione del giorno
San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), vescovo d’Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelie sul Vangelo di Matteo, 78, 2-3; PG 58, 713-714

Fare fruttare i doni ricevuti

        Nella parabola dei talenti, Gesù vuole rivelarci la pazienza del nostro Padrone. Ma, secondo me, vi accenna anche alla risurrezione … Prima di tutto, i servi che rendono il denaro con l’interesse dichiarano senza tergiversare ciò che viene da loro e ciò che viene dal loro padrone. Il primo dice : « Signore, mi hai consegnato cinque talenti » e il secondo : « Signore, mi hai consegnato due talenti ». Riconoscono, in questo modo, il fatto che il loro padrone abbia dato loro i mezzi per realizzare un’operazione vantaggiosa. Gliene sono grati e portano al suo credito la totalità della somma che è in loro possesso. Cosa risponde allora il padrone ? « Bene, servo buono e fedele (poiché si riconosce l’uomo buono dalla sua sollicitudine per il prossimo), … prendi parte alla gioia del tuo padrone ».

        Ma non è lo stesso per il servo cattivo…Quale è la risposta del padrone ? « Avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri », cioè occorreva parlare, esortare, consigliare. « Però, risponde l’altro, la gente non mi ascolterà ». Il padrone risponde : « Non è affar tuo … Avresti potuto, per lo meno, depositare quel denaro in banca e lasciare che io lo ritiri, e l’avrei ritirato con l’interesse – intende con questa parola le opere che procedono l’ascolto della parola – Avevi soltanto da compiere la parte più facile del lavoro, e lasciarmi la più difficile ». Ecco come questo servo venne meno al suo compito … Come sarebbe a dire ? Chi ha ricevuto per il bene altrui la grazia della parola e dell’insegnamento eppure non ne fa uso, si farà togliere questa grazia. Quanto al servo zelante, attirerà su di lui una grazia più abbondante, così come l’altro perderà quella che ha ricevuto.

MARTEDÌ 24 AGOSTO 2010 – XXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MARTEDÌ 24 AGOSTO 2010 – XXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

S. BARTOLOMEO APOSTOLO (F)

 UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla prima lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 4, 1-16

Facciamoci imitatori dell’Apostolo come egli lo è di Cristo
Fratelli, ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele. A me però, poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso, perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio.
Queste cose, fratelli, le ho applicate a modo di esempio a me e ad Apollo per vostro profitto perché impariate nelle nostre persone a stare a ciò che è scritto e non vi gonfiate d’orgoglio a favore di uno contro un altro. Chi dunque ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?
Già siete sazi, già siete diventati ricchi; senza di noi già siete diventati re. Magari foste diventati re! Così anche noi potremmo regnare con voi. Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi.
Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo. Vi esorto dunque, fatevi miei imitatori!

Responsorio   Gv 15, 15; Mt 13, 12
R. Non vi chiamo più servi, ma amici: * tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
V. A voi è dato di conoscere i misteri del regno: beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché odono:
R. tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.

Seconda Lettura
Dalle «Omelie sulla prima lettera ai Corinzi» di san Giovanni Crisostomo, vescovo  (Om. 4, 3. 4; PG 61, 34-36)

(CENNI A PAOLO: 1COR)

La debolezza di Dio è più forte della fortezza degli uomini
La croce ha esercitato la sua forza di attrazione su tutta la terra e lo ha fatto servendosi non di mezzi umanamente imponenti, ma dell’apporto di uomini poco dotati. Il discorso della croce non è fatto di parole vuote, ma di Dio, della vera religione, dell’ideale evangelico nella sua genuinità, del giudizio futuro. Fu questa dottrina che cambiò gli illetterati in dotti.
Dai mezzi usati da Dio si vede come la stoltezza di Dio sia più saggia della sapienza degli uomini, e come la sua debolezza sia più forte della fortezza umana. In che senso più forte? Nel senso che la croce, nonostante gli uomini, si è affermata su tutto l’universo e ha attirato a sé tutti gli uomini. Molti hanno tentato di sopprimere il nome del Crocifisso, ma hanno ottenuto l’effetto contrario. Questo nome rifiorì sempre di più e si sviluppò con progresso crescente. I nemici invece sono periti e caduti in rovina. Erano vivi che facevano guerra a un morto, e ciononostante non l’hanno potuto vincere. Perciò quando un pagano dice a un cristiano che è fuori della vita, dice una stoltezza. Quando mi dice che sono stolto per la mia fede, mi rende persuaso che sono mille volte più saggio di uno che si ritiene sapiente. E quando mi pensa debole non si accorge che il debole è lui. I filosofi, i re e, per così dire, tutto il mondo, che si perde in mille faccende, non possono nemmeno immaginare ciò che dei pubblicani e dei pescatori poterono fare con la grazia di Dio. Pensando a questo fatto, Paolo esclamava: «Ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1Cor 1,25). Questa frase è chiaramente divina. Infatti come poteva venire in mente a dodici poveri uomini, e per di più ignoranti, che avevano passato la loro vita sui laghi e sui fiumi, di intraprendere una simile opera? Essi forse mai erano entrati in una città o in una piazza. E allora come potevano pensare di affrontare tutta la terra? Che fossero paurosi e pusillanimi l’afferma chiaramente chi scrisse la loro vita senza dissimulare nulla e senza nascondere i loro difetti, ciò che costituisce la miglior garanzia di veridicità di quanto asserisce.
Costui, dunque, racconta che quando Cristo fu arrestato dopo tanti miracoli compiuti, tutti gli apostoli fuggirono e il loro capo lo rinnegò. Come si spiega allora che tutti costoro, quando il Cristo era ancora in vita, non avevano saputo resistere a pochi giudici, mentre poi, giacendo lui morto e sepolto e, secondo gli increduli, non risorto, e quindi non in grado di parlare, avrebbero ricevuto da lui tanto coraggio da schierarsi vittoriosamente contro il mondo intero? Non avrebbero piuttosto dovuto dire: E adesso? Non ha potuto salvare se stesso, come potrà difendere noi? Non è stato capace di proteggere se stesso, come potrà tenderci la mano da morto? In vita non è riuscito a conquistare una sola nazione, e noi, col solo suo nome, dovremmo conquistare il mondo? Non sarebbe da folli non solo mettersi in simile impresa, ma perfino solo pensarla?
È evidente perciò che, se non lo avessero visto risuscitato e non avessero avuto una prova inconfutabile della sua potenza, non si sarebbero esposti a tanto rischio.

Responsorio   Cfr. 1 Cor 1, 23-24; 2 Cor 4, 8; Rm 8, 37
R. Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma, per i chiamati, * egli è potenza di Dio e sapienza di Dio.
V. Siamo tribolati da ogni parte; ma in tutto siamo più che vincitori, grazie a colui che ci ha amati;
R. egli è potenza di Dio e sapienza di Dio. 

San Giovanni Crisostomo: «Chi si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato»

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20100821

Sabato della XX settimana delle ferie del Tempo Ordinario : Mt 23,1-12
Meditazione del giorno
San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), vescovo d’Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Sull’incomprensibilità di Dio, 5, 6-7 : PG 48, 745-746

«Chi si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato»

        Non c’è umiltà nel considerarsi peccatore, se lo siamo effettivamente. Ma l’umiltà esiste quando uno è consapevole di aver fatto quantità di grandi cose, eppure non ne concepisce alcun’alta opinione di se ; quando, essendo simile a Paolo fino a poter dire : « Non sono consapevole di colpa alcuna », aggiunge subito : « non per questo sono giustificato » (1 Cor 4, 4) o anche : « Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io » (1 Tm 1, 15). In questo consiste l’umiltà : a dispetto della grandezza dei nostri atti, abbassarci in spirito.

        Dio, però, a motivo del suo amore indicibile per gli uomini, accoglie e riceve non soltanto coloro che si umiliano in questo modo, ma anche coloro che ammettono francamente le loro colpe, e si mostra favorevole e benevolo verso coloro che sono in tali disposizioni. E affinché tu impari quanto è buono non avere un’alta opinione di te stesso, immaginati due carri. A uno, attacca la virtù e la superbia, all’altro, il peccato e l’umiltà. Vedrai il tiro del peccato distanziare quello della virtù, non certo grazie alla propria potenza, ma grazie alla forza dell’umiltà che lo accompagna. E vedrai l’altro sorpassato, non a causa della debolezza della virtù, ma a causa del peso e dell’enormità della superbia. Infatti, come l’umiltà, grazie alla sua immensa forza di elevazione, trionfa della pesantezza del peccato e, per prima, sale al cielo, così la superbia, a causa del suo gran peso e della sua enormità, riesce a spuntarla sull’agilità della virtù e trascinarla facilmente verso il basso.

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