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L’autorità civile « diacono di Dio » ( Romani 13,1-7) in Giovanni Crisostomo

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(È un PDF, le note sono molte, se volte le potere leggere sul PDF)

L’autorità civile « diacono di Dio » ( Romani 13,1-7) in Giovanni Crisostomo

Nei primi anni della ribellione protestante alla giurisdizione della chiesa di Roma un grande umanista italiano, vescovo di Carpentras e più tardi cardinale, Iacopo Sadoleto ( 1477-1547), cercava una propria via nell’esame dei problemi teologici del giorno. Essi sembravano concentrarsi sul difficile dettato della lettera di Paolo alla comunità di Roma con il primato esclusivo del Cristo vincitore del peccato e della morte, con l’esaltazione di una giustizia per grazia accolta nella fede, con una chiesa fondata sull’amore reciproco e leale verso l’ordinamento pubblico del principato romano. Il commento di Giovanni Crisostomo alla celebre missiva, da poco fatto pubblicare in lingua greca e inviatogli da un altro umanista e vescovo, Gian Matteo Giberti ( 1495-1543), era stato occasione di uno studio accurato. Ne era sorto un nuovo commento in forma di dialogo platonico ambientato a Roma e dedicato ad approfondire i pensieri fondamentali dell’apostolo e del
suo commentatore come guida sicura nelle tempeste del presente.1 Il tema fondamentale era
costituito dal « mysterium Christi », a cui occorreva aderire con tutta la propria intelligenza, libertà ed emotività. Ma accanto a questo carattere più intimo e personale dell’evangelo si collocavano, sia agli inizi dell’evangelo sia nelle epoche successive, le strutture esteriori della chiesa gerarchica e dello stato. In che rapporto dovevano essere poste queste dimensioni diverse della vita morale? Come poteva conciliarsi l’intima adesione alla parole evangelica con le ambiguità inevitabili della vita pubblica sia ecclesiastica che civile? Giovanni Crisostomo sembrava fornire una serie di pensieri ben fondati sulla lettera del Nuovo Testamento ed utili per dipanare quello che a molti sembrava essere divenuto un groviglio inestricabile

1. Tra Dio e Satana
Nella esposizione articolata dell’ evangelo cristiano, come é presentato da Paolo alla comunità di Roma, viene fornita una serie di indicazioni relative all’etica pubblica dei discepoli di Gesù. Essi sono stati chiamati ad una giustizia quale non poteva essere ottenuta né in base alla legge naturale né secondo le disposizioni di quella mosaica. Come Abramo e Davide, si sono affidati alla misericordia divina operante oltre ogni legge che imponga la rettitudine ma non dia la forza di compierla. Hanno accolto il dono di colui che è morto per i peccatori e che li unisce alla sua nuova esistenza animata dalla Spirito divino. Sono così in grado di formare il corpo universale di Cristo, di offrire con lui il sacrificio perfetto e di darne testimonianza nelle diverse funzioni comunitarie. Ma nella vita pubblica, in attesa della definitiva rivelazione della salvezza, deve essere accettata volonterosamente la sottomissione ad una autorità civile cui l’evangelo è totalmente sconosciuto. Essa adempie alla funzione, provvisoria ma fondamentale, di premiare il bene e di punire il male con un compito universale di origine divina. E’ necessario pertanto accoglierne le disposizioni, sostenerla con il pagamento dei tributi e renderle onore. Se la lettera di Paolo alla comunità di Roma è stata scritta e ricevuta negli anni 56/57, il principato romano degno di tanta attenzione, pur nella prospettiva escatologica di Paolo, è quello di Nerone assistito dal filosofo Seneca. Queste affermazioni, assieme a quelle attribuite all’apostolo Pietro e provenienti questa volta da Roma stessa ( Prima lettera di Pietro 2, 11-17), costituiscono la base di una lunghissima serie di riflessioni teologiche sulla natura provvidenziale dell’autorità civile nel suo rapporto con l’evangelo cristiano e con le comunità che si costituiscono in base ai suoi ideali. Tali esortazioni sembrano opporsi diametralmente alle critiche più tardive secondo le quali il principato romano, rappresentato da Domiziano, è considerato un travestimento di Satana stesso, cacciato dal cielo e intento a crearsi un regno sulla terra ( Apocalisse 13; 17-18). La teologia cristiana sembra essersi mossa per quasi due millenni tra le due diverse interpretazioni del governo civile dei popoli con le più diverse accentuazioni. L’organizzazione politica, economica, religiosa e militare degli stati retti da una autorità dominante è una diaconia divina, come sostiene Paolo, oppure una diabolica, come vorrebbe il testo apocalittico?

2. Diaconia del Nuovo Testamento
La Seconda lettera ai Corinzi mostra un ampio uso delle immagini desunte dalla diaconia: esse sembrano far parte dei più antichi strati dell’evangelo delle origini. Paolo ritiene di essere uno strumento vivo dello Spirito divino: la sua lettera di raccomandazione nei confronti della comunità è stata scritta, attraverso la sua attività diaconale, nell’intimo dei credenti. Il Padre lo ha reso diacono della sua azione vivificante. Essa è una diaconia resa alla giustizia divina che agisce per manifestare la sua potenza, ben differente da quella delle legge scritta sulla pietra. Diacono del nuovo patto, egli esercitata la diaconia dello Spirito che dona la vera giustizia ( II Corinzi 3, 3. 5-9; 4,1; 5,18). Egli non ha voluto offendere nessuno, perché la sua diaconia non fosse disprezzata, anzi tutta la sua esistenza rivela il carattere divino della funzione diaconale da lui esercitata (II Corinzi 6,3-4). La diaconia dell’evangelo acquista per le comunità della Grecia e dell’Asia minore il carattere di un soccorso economico per la chiesa di Gerusalemme, per la quale l’apostolo ed i suoi collaboratori raccolgono somme di denaro ( II Corinzi 8,4.19-20; 9,1. 12-13; Romani 15,25.31). Per esercitare la sua diaconia nei confronti della comunità di Corinto senza gravare su di essa, si è avvalso di aiuti provenienti da altre chiese. Coloro invece che ne hanno turbato la fede si travestono da diaconi della giustizia ed imitano i mascheramenti di Satana, ma nessuno dei sedicenti diaconi di Cristo mostrerà mai la dedizione di Paolo al suo compito ( II Corinzi 11, 8.15.23). La diaconia pertanto è un servizio reso tra le genti a Dio, al Cristo, allo Spirito, alla giustizia, alla riconciliazione dei peccatori, al nuovo patto, è frutto della misericordia divina ed assume anche un carattere economico nei confronti degli indigenti della comunità di Gerusalemme. Ad essa si contrappone la diaconia legale della condanna o quella diabolica della finzione.2 Anche il Cristo è diacono di Dio a vantaggio sia di Israele che delle genti (Romani 15, 8-9) e Paolo viene ripetutamente indicato come investito di una analoga funzione ( Colossesi 1, 23.25; Efesini 3,7) non meno dei suoi collaboratori ( Colossesi 1,7; 4,7; Efesini 6,21). Tutti gli evangelizzatori partecipano ad un simile compito di origine divina, sono così costretti a mettere da parte ogni pretesa individuale ( I Corinzi 3, 5).L’attività di evangelizzazione nei suoi aspetti didattici, esortativi, carismatici ed economici assume la connotazione di un servizio libero, generoso e fervido reso alla giustizia divina, che si è manifestata nel sacrificio del messia, nella sua liberazione dalla morte, nel dono universale dello Spirito, nella costituzione del corpo ecclesiale, nell’attesa della nuova creazione imminente. Negli evangeli sinottici l’attività del servizio è attribuita agli angeli, alla suocera di Pietro, al figlio
dell’uomo, alle donne che l’hanno ospitato, seguito ed aiutato ( Marco 1,13.31; 10,45; 15,45; Luca
10,40). Ognuno nella vita della comunità deve farsi servitore degli altri ed in questo atteggiamento
stanno la vera grandezza ed il vero primato (Marco 9,35; 10,43). Gesù stesso infine va servito in coloro che hanno bisogno di soccorso nelle necessità più elementari ( Matteo 25,44). Nel racconto degli Atti la partecipazione al gruppo dei dodici testimoni è una diaconia (Atti 1,17.25): si manifesta nella preghiera e nell’insegnamento, mentre il soccorso materiale dei poveri, deve essere lasciato ad altri (Atti 6,4). Paolo è l’esempio più coerente di questo servizio reso a tutti gli esseri umani a nome del Padre (Atti 20,12; 21,19). Secondo l’evangelo giovanneo il servizio reso a Gesù sarà la garanzia della comunione con lui e dell’approvazione divina ( Giovanni 12,26). I profeti iniziarono ad esercitare questo compito, dedicato a coloro che avrebbero conosciuto il Cristo e che a loro volta devono farsi servitori di un bene comune di origine divina ( I Pietro 1,12; 4,10,11).3 Alla dimensione più direttamente teologica e salvifica del servizio ecclesiale Paolo aggiunge quella esercitata dal principato romano. La comunità messianica costituisce il corpo vivente di Cristo in attesa della fine imminente della storia con la sua definitiva assunzione del regno. Tuttavia il legame che unisce in un solo vincolo tutti i membri e le funzioni della vita comunitaria ha ancora bisogno per qualche tempo del cerchio più ampio della vita civile governata dal principato romano. Dopo aver descritto gli ideali caratteristici del piccolo gruppo messianico, lo sguardo dell’apostolo si rivolge alle esigenze di un’etica civile di sottomissione e collaborazione con la vita pubblica dello stato. Anch’esso è sottoposto all’ordine spirituale ultimo del cosmo e della storia: é diacono anch’esso di Dio, a vantaggio pure degli eletti, per la tutela del bene comune e per la punizione del male ( Romani 13,4). Il contributo economico ad esso dovuto è giustificato dal carattere liturgico, nel senso originale della parola, dei suoi funzionari ( Romani 15,6).4

2. Benevolenza e filantropia del Padre
Nei suoi commenti alle lettere di Paolo, stesi in gran parte durante l’attività di presbitero ad Antiochia, Giovanni Crisostomo sottolinea in modo molto energico l’opera della grazia nei confronti della condizione peccaminosa degli esseri umani. La filantropia divina ha superato la condanna comminata dalla legge ai peccatori e con il battesimo ha inizio la lunga lotta contro il male che sempre insidia i redenti. Paolo è l’esempio più evidente della grazia che crea una nuova condizione ed il suo servizio apostolico ne è la testimonianza. Egli stesso, qualora potesse rivolgersi direttamente ad ascoltatori di epoche successive, si esprimerebbe così:  » Nulla infatti di più abbiamo conferito se non che siamo diventati solamente dei diaconi ed abbiamo prestato la nostra opera a realtà donate da Dio. Pertanto non disse contribuzione, né donativo, ma servizio, e neppure si accontentò di questo, ma aggiunse: come abbiamo ricevuto misericordia. E infatti questo stesso,
come egli dice, essere diacono per costoro proviene dalla misericordia e dalla filantropia ».5 Coloro che hanno annunciato l’evangelo a Corinto sono solo diaconi di un dono d’origine divina:  » Questa condizione per se stessa è una realtà grande e degna di molte ricompense, tuttavia è nulla di fronte all’archetipo e alla radice dei beni. Non infatti quello che rende un servizio ai beni, ma colui che li rende presenti e li conferisce, costui è il benefattore ».6 Cristo stesso è il fondamento unico dell’edificio spirituale in cui tutti i suoi discepoli devono essere strettamente uniti:  » Egli è il capo, noi il corpo: forse che ci può essere uno spazio vuoto intermedio tra i capo e il corpo? Egli è il fondamento, noi l’edificio; egli è la vite noi i tralci; egli è lo sposo, noi la sposa; egli è il pastore, noi le pecore; egli è la via, noi coloro che camminano; noi ancora il tempio, egli vi abita; egli il
primogenito, noi i fratelli; egli è l’erede, noi i coeredi; egli è la vita, noi i viventi; egli è la risurrezione, noi i risorti; egli è la luce, noi siamo illuminati ».7 Quando il Cristo viene dichiarato diacono della circoncisione, l’apostolo vuole affermare il primato della grazia, che adempie le promesse fatte ai padri d’Israele e si rivolge ormai a tutte le genti. La legge viene superata dal servizio che Cristo compie a vantaggio di tutta l’umanità.8
Similmente Paolo stesso è diacono dell’evangelo e della chiesa quale corpo di Cristo, come se dicesse: « nulla conferendo da me stesso, ma annunciando ciò che riguarda un altro. Così credo di patire in favore di lui. E non patisco soltanto, ma pure gioisco mentre patisco guardando la speranza futura. E patisco non a favore di me stesso, ma per voi ». 9 Questa stretta associazione dell’apostolo a Cristo ed al suo corpo fa sì che  » la dignità del suo onore fosse conforme alla forza del dono. Ma non basta il dono, se non introdusse anche la forza ».10 L’origine prima dell’evangelo è la filantropia divina verso il genere umano peccatore. Essa ha mostrato il suo carattere e la sua efficacia nel Cristo, che se ne è fatto il supremo testimone ed amministratore. L’apostolo, a somiglianza di coloro che furono chiamati per primi, viene associato con tutta la sua esistenza a questo compito efficace ed universale, a cui sono uniti pure coloro che sono divenuti partecipi della sua fatica. Attraverso la visione teologica di Paolo, meditata e fatto propria con un lunghissimo sforzo intellettuale, psicologico e morale, il predicatore antiocheno ha raggiunto una visione complessiva di tutta la realtà. La creazione, immersa nelle tenebre del male, è stata illuminata dalla luce divina che risplende nella diaconia messianica di redenzione, di grazia, di impegno spirituale. A questo nuovo ordinamento occorre uniformarsi in attesa del giudizio definitivo. L’esercizio del ministero sacerdotale è una piena e pubblica testimonianza di tale ordinamento della realtà rivelatosi attraverso il Cristo e diffusosi in tutto il mondo con la sua parola e l’azione del suo Spirito. Nell’azione liturgica e nelle attività pratiche che l’attorniano e la completano si manifesta quella diaconia che rende partecipi della filantropia divina, libera dalla colpa, elimina le
radici del male, testimonia la nuova giustizia della grazia e dell’amore, prepara al giudizio finale. L’aiuto fornito ai poveri e la custodia delle vergini in particolare costituiscono l’aspetto pratico del servizio reso alla parola divina.11

3. La pace civile e la libertà dell’annuncio
Quando l’esegeta affronta il passo di Paolo dove l’autorità statale viene proclamata diacono di Dio, egli nota che l’apostolo, anche in altre lettere, raccomanda la sottomissione alle autorità sia nella vita domestica che in quella pubblica. Infatti  » Cristo non ha introdotto le sue leggi per sovvertire il comune ordine civile, ma per migliorarlo ».12 L’apostolo, dopo aver mostrato i caratteri di quella compiuta filosofia che rende la vita umana simile a quella degli angeli con l’eliminazione dell’ira e dell’arroganza, presenta quanto è dovuto da ognuno con l’ obbedienza all’ordinamento civile. Nessuno se ne può sottrarre, né i sacerdoti, né i monaci e neppure gli apostoli, gli evangelisti o i profeti. Questa sottomissione non è un ostacolo per la religiosità personale. Tuttavia l’affermazione della origine divina dell’autorità non indica che chiunque la eserciti adempia il volere divino. L’apostolo infatti parla dell’esistenza di un pubblico ordinamento, non di coloro che singolarmente lo esercitano. Anche l’istituzione del matrimonio è di origine divina, ma non ogni unione tra l’uomo e la donna è conforme ad essa. L’uguaglianza, secondo l’esegeta, è fonte di conflitti e per questo motivo nella società umana sono necessarie diverse forme di subordinazione, come tra l’uomo e la donna, il padre e il figlio, il vecchio e il giovane, l’essere umano libero e lo schiavo, il principe e il suddito, il maestro e il discepolo. Questo stesso principio di subordinazione può essere osservato nelle membra del corpo umano, dove ad alcune è conferito il compito del comando, ad altre quello dell’obbedienza. Neppure il regno animale è esonerato dall’esigenza di una guida cui affidarsi, come è evidente per le api, le gru e i branchi di animali selvatici. Anche il mare dà testimonianza di questo principio essenziale della vita comune, dal momento che molti generi di pesci sono comandati da uno soltanto e sotto la sua guida intraprendono lunghe peregrinazioni. Se ne deve dedurre che l’anarchia é dovunque malvagia e causa di turbamento.13 Il riconoscimento dell’autorità quale ordine stabilito da Dio è necessario inoltre per rispondere all’accusa di coloro che, pur essendo chiamati a partecipare al regno dei cieli, devono accettare la subordinazione a chi governa il mondo presente. Inoltre toglie di mezzo ogni accusa che potesse essere rivolta ai primi annunciatori dell’evangelo come se fossero dei sediziosi. Esigere l’obbedienza alle autorità civili è pure utile per invitarle alla benevolenza e per testimoniare con maggiore franchezza le verità delle fede. Non bisogna vergognarsi della sottomissione alle autorità pure per il motivo dei castighi che esse sono in grado di infliggere a coloro che non prestano loro obbedienza. Tuttavia, più che alla eventuale punizione, è conveniente pensare al premio che deriva da una sincera obbedienza. Il timore è prodotto dall’azione malvagia che sarà punita, ma l’azione buona sarà premiata: proprio per questa sua funzione l’autorità civile è diacono di Dio in vista del bene:  » E’ talmente lontana dall’incuterti timore che pure ti loda, è tanto lontana dal crearti ostacoli che pure ti aiuta. Se dunque possiedi qualcuno che ti loda e ti aiuta, perché non ti sottometti? Infatti ti rende ulteriormente più agevole la virtù, punendo i cattivi e beneficando ed onorando i buoni e cooperando al volere di Dio. Per questo motivo l’ha chiamata diacono. Considera infatti: io do consigli intorno alla saggezza e quello afferma le stesse cose per mezzo delle leggi; io esorto che non si debba essere avari o rapinatori e quello siede come giudice su questi atti. Pertanto è un collaboratore ed un aiuto per noi ed é stato inviato da Dio a questo scopo. Sotto ambedue gli aspetti è degno di rispetto, e poiché è stato inviato da Dio e per questo compito ».14 Non si deve avere timore dell’autorità se non a motivo della propria malvagità e l’apostolo aggiunge che il potere civile è diacono di Dio in vista dell’ira, vendicatore nei confronti di colui che compie il male. Nell’uno e nell’altro caso adempie la legge divina:  » Se dunque, sia quando punisce sia quando rende onore, è diacono di Dio, difendendo la virtù e respingendo la malvagità, cosa che è gradita a Dio, perché entri in contrasto con colui che introduce tanti vantaggi e prepara il cammino ai tuoi? Infatti molti, che in precedenza hanno esercitato la virtù a motivo delle autorità, in seguito l’hanno abbracciata anche per timore di Dio. Infatti le realtà future non impressionano le persone più rudi quanto le presenti. Colui pertanto che, con il timore o i premi, prepara l’animo di molti affinché diventino più adatti alla parola dell’insegnamento, a buon diritto é stato chiamato diacono di Dio ».15 Dal momento che tale è la condizione psicologica e sociale degli esseri umani, occorre sottomettersi all’autorità per motivo di coscienza, non soltanto per paura. La ribellione contro l’ordinamento civile é causa di punizione da parte degli uomini e di Dio, ma soprattutto occorre considerare che « l’autorità è per te vantaggiosa in questioni della massima importanza, dal momento che procura la pace e l’amministrazione politica. Infatti per mezzo di quelle autorità sono conferiti mille vantaggi alle città; se le togli, scompariranno tutti, non rimarranno né città, né villaggi, né casa, né il foro né qualcosa d’altro. Ma tutto sarà sovvertito, dal momento che i più forti divoreranno i più deboli. Pertanto, anche se un castigo non perseguisse il ribelle, sarebbe tuttavia
necessario che ti sottomettessi, per non apparire privo di coscienza e ingrato verso il benefattore ».16
L’apostolo giustifica il pagamento dei tributi ai pubblici magistrati dal momento che sono liturghi, ovvero esercitano una funzione a vantaggio del popolo. Essi infatti, spiega l’esegeta, provvedono al buon ordine, alla pace, al servizio militare e a servizi forniti a tutti. Il pagamento dei tributi è fatto anche per proprio interesse e rende possibile ai magistrati operare per il bene pubblico indipendentemente da quello individuale. Per questo motivo altrove Paolo afferma che occorre rivolgere preghiere a Dio per loro, affinché si possa vivere in pace, la cui tutela è il primo compito delle pubbliche autorità ( I Timoteo 2, 1-2). Se poi si osservasse che spesso alcuni abusano di questo potere, bisogna considerarne l’aspetto positivo e la sapienza divina che così lo ha stabilito fin dalle origini del cosmo e dell’umanità. Il versamento dei tributi ed il rispetto delle autorità è allora un preciso dovere, non conseguenza di libera scelta. Qualcuno potrebbe ritenere che i gesti esteriori di deferenza verso le autorità civili siano una menomazione della propria dignità morale, conferita da Cristo stesso in un ordine superiore a quello della vita politica. Invece « impara che non è ancora giunto il tuo tempo: sei uno straniero ed un pellegrino. Ci sarà un tempo in cui apparirai come il più splendido di tutti , ma ora la tua vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo sarà apparso, allora anche voi comparirete con lui nella gloria. Non cercare pertanto la retribuzione in questa vita sfuggente. Se infatti è necessario presentarsi con timore davanti all’autorità, non ritenere che non sia confacente alla tua dignità. Dio vuole infatti che l’autorità da lui costituita abbia la sua prestanza ».17 In ogni caso tuttavia il vero debito di cui il discepolo di Cristo deve accollarsi in ogni momento e verso qualsiasi essere umano è l’amore, in cui  » in modo essenziale ed in breve si riassume l’opera dei comandamenti. Infatti l’amore è principio e fine della virtù, che ha questa radice, questa sostanza, questo culmine. Se dunque quello è principio e pienezza, che cosa gli sta a pari? ».18 L’omelia termina con una lunga esposizione della benevolenza e della filantropia divine19, che devono essere causa, modello e termine dell’amore tra gli esseri umani. Già durante i difficili momenti della punizione minacciata da Teodosio alla città di Antiochia il predicatore si era richiamato alle affermazioni di Paolo ed aveva paragonato il potere civile alle travi di un edificio: senza il loro contributo tutta la costruzione sarebbe caduta.20 L’etica civile di sottomissione e contribuzione economica è collocata dall’apostolo tra l’ideale interno e privato della comunità ed il criterio ultimo della morale. Essa costituisce una condizione provvisoria, nonostante la sua origine divina ed il rispetto che esige. Al suo interno, nel suo involucro, opera la comunità messianica, che rinnova in se stessa la vita di Cristo e che ne attende il pieno compimento nell’escatologia, quando le condizioni esteriori della vita pubblica scompariranno per lasciare il posto al regno di Dio. Allora tutto l’ordine dei valori sarà mutato ed il giudizio divino mostrerà la condizione autentica e definitiva della realtà. Il richiamo all’insegnamento apostolico sulla diaconia dell’autorità civile è ripreso anche in altri commenti all’epistolario di Paolo. Ad esempio il rimprovero fatto alla comunità di Corinto ha per fine la conversione di coloro cui è rivolto (II Corinzi 7, 8-12) ed è una buona occasione perché il predicatore spieghi la natura generale dell’autorità: « Possedere l’autorità non è infatti soltanto un onore, ma un’arte, anzi la più elevata delle arti. Infatti se l’autorità esteriore è un’arte ed una scienza migliore di tutte, di certo molto di più lo è la nostra. Questa autorità di sicuro è tanto più importante di quella quanto quella è superiore alle altre, anzi pure molto di più ».21 Se si vuole esaminare
l’esistenza umana in base all’esercizio delle diverse arti, si deve riconoscere che la prima e più importante è l’agricoltura, seguita dalla tessitura e dall’arte muraria. Da ultimo viene quella relativa alle calzature, seguita dall’impegno di conservare la pace pubblica e di ottenere il dominio di sé. A queste due ultime funzioni compete la responsabilità di esercitare un dominio:  » Doppio infatti è il tipo di autorità: un primo in base al quale gli esseri umani comandano sui popoli e sulle città e governano questa esistenza civile. Lo indicava Paolo, quando affermava ognuno sia soggetto ai poteri più elevati, non esiste potere se non da Dio . In seguito, mostrando qual grande vantaggio ne provenga, aggiunse queste parole: il magistrato è diacono di Dio per il bene e di nuovo è diacono di Dio per punire colui che ha agito male. Il secondo è l’autorità che esercita verso se stesso chiunque è fornito di intelligenza e prudenza, cosa che Paolo indicò con queste parole: se non vuoi temere
l’autorità compi il bene , parlando di colui che governa se stesso ». 22 Tuttavia, oltre queste due forme di autorità, quella civile e quella personale, esiste il governo ecclesiastico e spirituale, il quale pure esige il dominio di sé e la coerenza, ma usa mezzi ben diversi da quello politico. Questo infatti riguarda le realtà esteriori e procede con i mezzi del timore e dell’obbligatorietà, quello concerne le anime, si basa sulla volontà e sulla libera scelta ed è esercitata attraverso la persuasione e l’amore, come insegna Paolo.23 Se ne deve dedurre che « la legge cristiana difende e protegge molto di più la nostra vita ». 24 Se ci si domanda quale tipo di libertà chieda al governo civile l’esercizio della missione apostolica, si deve rispondere che, a norma della sottomissione proclamata da Paolo, si tratta esclusivamente della libertà dell’annuncio evangelico.25
L’apostolo Paolo esorta inoltre a rivolgere al Padre preghiere per tutti gli esseri umani e per le autorità (I Timoteo 2,1-4). Il predicatore commenta:  » Le autorità allora non erano devote a Dio, ma per lungo tempo procedevano in successione irreligiosi a irreligiosi. Pertanto, affinché il fatto non sembrasse una adulazione prima disse per tutti, poi per le autorità. Se infatti avesse detto solamente per le autorità, qualcuno lo avrebbe sospettato. Quindi, poiché era verisimile che l’animo cristiano udendo queste cose si sarebbe impigrito e non avrebbe accettato questo ammonimento, se fosse stato necessario offrire preghiere per un gentile nel tempo delle celebrazioni, considera che cosa affermi e come aggiunga un vantaggio, cosicché accetti questa esortazione: egli dice affinché possiamo condurre una vita sicura e tranquilla. Ovvero la loro salvezza produce per noi la tranquillità, come anche nella lettera ai Romani, esortandoli ad obbedire alle autorità, egli afferma: non a motivo di un obbligo, ma a motivo della coscienza. Dio infatti ha costituito l’autorità per il comune vantaggio. Come non sarebbe poi assurdo perciò che le autorità esercitino la milizia e portino le armi affinché viviamo liberi da timore, ma noi non offriamo preghiere per coloro che affrontano il pericolo ed esercitano la milizia? Così quel comportamento non è adulazione, ma si agisce in conformità ad un criterio di giustizia. Infatti se le autorità non fossero conservate e se non fossero fortunate nelle guerre, anche le nostre vicende senza dubbio sarebbero piene di turbamenti e di sovvertimenti. Infatti o dovremmo noi stessi combattere, una volta che quelle fossero sconfitte, oppure dovremmo da ogni parte darci alla fuga ed errare. Infatti esse sono anteposte come ripari che mantengano in pace quelli che rimangono all’interno ».26 La diaconia civile, quale è indicata da Paolo, deve essere accettata anche quando colui che la rappresenta è un individuo malvagio, come è indicato nel commento al Salmo 148,11. Infatti  » Se la toglierai, tutto perisce. Se infatti, dal momento che ora ci sono autorità e magistrature e molte tra loro sono corrotte e malvage, tuttavia è tanto grande l’utilità di questa istituzione che anche quando sono malvage ne provenga una grande utilità, medita quanto favorevolmente accadrebbe al genere umano, se coloro a cui sono affidate le magistrature le gestissero rettamente. Ma istituire le magistrature fu opera divina, che invece dei malvagi vi siano elevati e ne usino come non è conveniente proviene dalla cattiveria umana. »27

4. Il primato della virtù e della coerenza
Il rispetto dovuto all’autorità politica, la rinuncia alla ribellione, il superamento di ogni arroganza spirituale, il dovere della contribuzione economica e della preghiera liturgica a cui ha diritto devono sempre essere confrontati con un ideale morale più elevato ed interiore, quale è quello dell’evangelo. Questo criterio ben più esigente deve essere applicato dal singolo a se stesso e dalla comunità cristiana alle sue attività. Secondo l’insegnamento apostolico la prospettiva più vera dell’esistenza umana è quella evangelica ed apocalittica, che si produce nelle coscienze e nella libertà dei singoli. Insieme l’insistenza del predicatore sul vero compito della stato, quale custode della pace interna ed esterna e tutore dei deboli nei confronti dei potenti, fa vedere che la vita pubblica usuale può essere considerata con occhio assai critico, nonostante le parole misurate che imitano la prudenza di Paolo nei confronti del principato di Nerone. In altri testi ed in altre circostanze il predicatore, pur nel rispetto generale dell’autorità costituita, non mancherà di metterne in rilievo chiaramente le degenerazioni, le violenze e le falsità. Il potere mondano infatti è polvere28; città, popoli, re, eserciti, ricchezze e dignità sono tele di ragno ed alle porpore e ai diademi si oppone la nudità della croce.29 Anzi, nei primi tempi della sua attività presbiterale ad Antiochia, egli aveva illustrato una triplice forma di sottomissione quale conseguenza del peccato: quella della donna verso l’uomo nel matrimonio, quella dello schiavo verso il padrone e, infine, quella ancor peggiore del suddito rispetto al potere statale. Tuttavia l’evangelo avrebbe insegnato come sottrarsi a tutte e tre per mezzo della fede e della virtù. Così ci si sarebbe posti al di sopra di tutte le conseguenze della colpa originale a partire da una libera scelta illuminata e sostenuta dall’insegnamento di Cristo. L’esercizio personale della virtù infatti è la vera regalità e sorpassa tutti i poteri mondani.30 Nell’intimo di ogni persona deve formarsi una autorità morale che sappia valutare quanto è eventualmente richiesto da quelle politiche. Gesù stesso l’aveva insegnato e  » tu difatti, quando ascolti rendi a Cesare le cose che appartengono a Cesare, intendilo solamente di quello che in nessun modo lede la pietà. Cosicché, se la ledono, sono tassa ed imposta non già di Cesare, ma del diavolo ». 31 Si deve inoltre tenere presente che il giudizio divino sarà ancora più severo di quello delle autorità umane cui ci si sottomette. 32 Durante la primavera del 404 il conflitto con la corte di Costantinopoli aveva costretto il vescovo ad un definitivo esilio prima a Cucuso, raggiunta con un lungo e faticoso viaggio all’interno dell’Asia Minore, e poi più lontano dagli amici siriani. Egli descrive le sue traversie in una serie di lettere a Olimpiade, una giovane, ricca e generosa vedova che egli considera suo diacono e che era angosciata per le disavventure occorse. L’esule interpreta la sua vicenda con la guida dell’epistolario di Paolo e, giunto alla meta, la sintetizza così: « Non smettiamo e non smetteremo di affermare che unico motivo di tristezza è il peccato, mentre tutte le altre realtà sono polvere e fumo. Che cosa c’é infatti di penoso nell’abitare in una prigione e di essere stretto da catene? Che cosa c’è di penoso nel soffrire, quando il soffrire diviene motivo di un così grande vantaggio? Che cosa c’é di penoso nell’esilio? Che cosa nella confisca dei beni? Queste parole sono destituite di realtà temibili, parole prive di sofferenza. Se infatti nomini la morte, parli di un debito della natura che si deve del tutto sopportare anche se nessuno la infligge. Se nomini l’esilio, null’altro affermi che vedere luoghi e molte città. Se parli della confisca dei beni, parli di libertà e di un felice scioglimento ». 33 Il carattere provvidenziale dello stato si manifesta principalmente nella sua funzione di mantenimento della pace interna e della difesa dai nemici esterni. Sotto questo aspetto nessuna ribellione può essere ammessa con l’appello ad una presunta dignità superiore da parte di colui che si ritiene partecipe del regno dei cieli. La vera libertà cui l’istituzione ecclesiastica aspira è quella dell’annuncio dell’evangelo con la persuasione e l’amore. Il principe, in particolare se é veramente cristiano, con le sue leggi può favorire l’ordine morale. Egli usa tuttavia strumenti, quali l’obbligo della legge e il timore della pena, che sono inadatti al ministero ecclesiastico. Infine, qualora l’autorità civile imponga l’osservanza di una legge che contrasti con la coscienza personale, si deve rifiutare l’obbedienza, senza temere la sofferenza e la morte. Anche in questo caso lo stato esercita una funzione provvidenziale ed è davvero diacono di Dio: conduce alla più perfetta libertà e virtù, alla più intensa testimonianza evangelica ed apostolica. Esso è infine una realtà provvisoria oltre la quale bisogna guardare nel più intimo di se stessi, alla coerenza della propria azione esteriore, all’attesa di un regno che non avrà più nulla a che fare con gli ordinamenti attuali.

San Giovanni Crisostomo – 13 Settembre (sito Vaticano)

dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/2004/documents/ns_lit_doc_20041127_giovanni-crisostomo_it.html

UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE DEL SOMMO PONTEFICE      

San Giovanni Crisostomo  - 13 Settembre

            “Crisostomo”, vale a dire “bocca d’oro”, fu il soprannome dato a Giovanni a motivo del fascino suscitato dalla sua arte oratoria. Nato ad Antiochia in una data non precisabile tra il 344 e il 354, Giovanni si dedicò agli studi di retorica sotto la direzione del celebre Libanio; pare che questi lo stimasse a tal punto da rispondere a chi gli chiedeva chi volesse come suo successore: “Giovanni, se i cristiani non me lo avessero rubato!” Dopo aver ricevuto il battesimo, Giovanni frequentò la cerchia di Diodoro, il futuro Vescovo di Tarso: nel gruppo di discepoli che si radunavano attorno a costui imparò a leggere le Scritture secondo il metodo antiocheno, attento alla spiegazione letterale dei testi, e compì i primi passi lungo quel cammino spirituale che lo condurrà a lasciare la città e a vivere alcuni anni in solitudine sul monte Silpio, nei pressi di Antiochia.
            Rientrato in città, fu ordinato diacono dal Vescovo Melezio nel 381 e, cinque anni più tardi, presbitero dal Vescovo Flaviano, che gli fu maestro non solo di eloquenza, ma anche di carità e saldezza nella fede. Furono anni di intensa predicazione: Giovanni commentava le Scritture secondo i principi esegetici della scuola antiochena, aliena da ogni allegorismo e sostanzialmente fedele alla lettera del testo biblico. La predicazione di Giovanni si traduceva sovente in esortazione morale: ora, veniva presa di mira la passione per gli spettacoli che eccitava i cristiani di Antiochia, ora la rilassatezza dei costumi. Con grande zelo esorta a radicare la propria vita di credenti nella conoscenza delle Scritture, a vivere un’intensa vita spirituale senza ritenere che essa sia riservata soltanto ai monaci, a praticare la carità nella cura sollecita per il “sacramento del fratello”. “È un errore mostruoso credere che il monaco debba condurre una vita più perfetta, mentre gli altri potrebbero fare a meno di preoccuparsene … Laici e monaci devono giungere a un’identica perfezione” (Contro gli oppositori della vita monastica 3, 14).
            Nel 397 Giovanni fu chiamato a Costantinopoli quale successore del Patriarca Nettario. Nella capitale dell’impero il nuovo Patriarca si dedicò con grande zelo alla riforma della Chiesa: depose i Vescovi simoniaci, combatté l’usanza della coabitazione di preti e diaconesse, predicò contro l’accumulo delle ricchezze nelle mani di pochi e contro l’arroganza dei potenti, e destinò gran parte dei beni ecclesiastici a opere di carità. Anche a Costantinopoli continua il suo ministero di predicatore della Parola e di operatore di pace. La sua opera di evangelizzazione si estende ai goti e ai fenici. Intransigente quando la fede è minacciata, predica l’amore per il peccatore e per il nemico. “Il popolo lo applaudiva per le sue omelie e lo amava”, afferma lo storico Socrate (Storia ecclesiastica 6, 4).
            Tutto questo gli procurò molti amici e molti nemici: amato dai poveri come un padre, fu osteggiato dai potenti, che vedevano in lui una temibile minaccia per i loro privilegi. L’inimicizia nei suoi confronti crebbe con l’ascesa al potere dell’imperatrice Eudossia. Costei, nel 403, con l’appoggio del Patriarca di Alessandria, Teofilo, indisse un processo contro Giovanni e lo fece deportare e condannare all’esilio. Il decreto di condanna fu revocato dopo poco tempo e Giovanni poté rientrare in diocesi, ma solo per pochi mesi. Durante la celebrazione della Pasqua del 404 le guardie imperiali fecero irruzione nella cattedrale della città provocando uno spargimento di sangue; vi furono disordini per diversi giorni. Poco dopo la festa di Pentecoste, Giovanni fu arrestato e nuovamente condannato all’esilio. Per evitare mali ulteriori, il Patriarca lasciò la casa episcopale uscendo da una porta secondaria; si congedò dai Vescovi riuniti in sacrestia e fece chiamare la diaconessa Olimpia e le sue compagne, che conducevano una vita comunitaria a servizio della chiesa nella casa accanto a quella del Vescovo. “Venite, figlie, ascoltatemi. Per me è giunta la fine, lo vedo. Ho terminato la corsa e forse non vedrete più il mio volto” (Palladio, Dialogo sulla vita di Giovanni Crisostomo, 10). Con queste parole il padre si accomiata dalle sue figlie spirituali.
Giovanni fece appello al papa Innocenzo I, che ne riconobbe l’innocenza; ma ciò nonostante fu costretto a lasciare Costantinopoli. Alla sua partenza vi furono tumulti in città: venne appiccato fuoco a una chiesa adiacente al palazzo del senato e questo fornì un pretesto alle autorità imperiali per arrestare e perseguitare i seguaci di Giovanni. Questi fu confinato a Cucuso, una piccola città dell’Armenia, ma anche in questo luogo sperduto era raggiunto dalle manifestazioni di affetto dei suoi fedeli, e così i suoi nemici provvidero a farlo partire per una sede ancora più lontana. Avrebbe dovuto raggiungere Pizio, sul Ponto, ma morì lungo il viaggio, a Comana, stremato dalle marce forzate a cui era stato sottoposto. Era il 14 settembre 407.
            “Gloria a Dio in tutto: non smetterò di ripeterlo, sempre dinanzi a tutto quello che mi accade!” (Lettere a Olimpia, 4). In queste parole troviamo condensata la testimonianza di Giovanni; anche in mezzo alle molte tribolazioni che occorre attraversare per entrare nel regno dei cieli (cf. At 14, 22), Giovanni “Boccadoro” ci insegna a cogliere la luce della risurrezione che già si sprigiona dalla croce e a portare la croce nella luce del Cristo risorto. Allora ogni discepolo può proclamare con gioia: “Gloria a Dio in tutto!”.
Il Martirologio romano, come pure i sinassari orientali, hanno iscritto la festa di Giovanni al 27 gennaio, anniversario del ritorno del corpo a Costantinopoli. Attualmente nel calendario romano la sua festa è celebrata il 13 settembre. Nello stesso giorno la festa è celebrata presso i siri. La Chiesa bizantina lo festeggia anche il 30 gennaio, insieme a San Basilio e a San Gregorio di Nazianzo, e il 13 novembre, giorno del suo ritorno dall’esilio. In Oriente si incontrano molti monasteri a lui dedicati. Dottore della Chiesa, Giovanni circonda con i Santi Atanasio, Ambrogio e Agostino, la Cattedra del Bernini nell’abside della Basilica Vaticana. Papa Giovanni XXIII pose il Concilio Vaticano II sotto la sua protezione.     

14 AGOSTO 2011 – XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

14 AGOSTO 2011 – XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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MESSA DEL GIORNO:

Seconda Lettura  Rm 11, 13-15.29-32
I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili per Israele.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, a voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti?
Infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!
Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia a motivo della loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti a motivo della misericordia da voi ricevuta, perché anch’essi ottengano misericordia.
Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dal libro del profeta Isaia 6, 1-13
 
Vocazione del profeta Isaia
Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l’uno all’altro:
«Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti.
Tutta la terra è piena della sua gloria».
Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi:
«Ohimè! Io sono perduto,
perché un uomo dalle labbra impure io sono
e in mezzo a un popolo
dalle labbra impure io abito;
eppure i miei occhi hanno visto
il re, il Signore degli eserciti».
Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse:
«Ecco, questo ha toccato le tue labbra,
perciò è scomparsa la tua iniquità
e il tuo peccato è espiato».
Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!». Egli disse: «Va’ e riferisci a questo popolo:
Ascoltate pure, ma senza comprendere,
osservate pure, ma senza conoscere.
Rendi insensibile il cuore di questo popolo,
fallo duro d’orecchio
e acceca i suoi occhi
e non veda con gli occhi,
né oda con gli orecchi,
né comprenda con il cuore,
né si converta in modo da esser guarito».
Io dissi: «Fino a quando, Signore?». Egli rispose:
«Finché non siano devastate
le città, senza abitanti,
le case senza uomini
e la campagna resti deserta e desolata».
Il Signore scaccerà la gente
e grande sarà l’abbandono nel paese.
Ne rimarrà una decima parte,
ma di nuovo sarà preda della distruzione
come una quercia e come un terebinto,
di cui alla caduta
resta il ceppo.
Progenie santa sarà il suo ceppo.
 
Responsorio    Cfr. Ap 4, 8; Is 6, 3
R. Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente, colui che era, che è, e che viene! * Tutta la terra è piena della sua gloria.
V. I serafini proclamavano l’uno all’altro: Santo, santo, santo è il Signore dell’universo.
R. Tutta la terra è piena della sua gloria.

Seconda Lettura
Dalle «Omelie sul vangelo di Matteo» di san Giovanni Crisostomo, vescovo  (Om. 15, 6. 7; PG 57, 231-232)
 
Sale della terra e luce del mondo
«Voi siete il sale della terra» (Mt 5, 13). Vi viene affidato il ministero della parola, dice il Cristo, non per voi, ma per il mondo intero. Non vi mando a due, o dieci, o venti città o a un popolo in particolare, come al tempo dei profeti, ma vi invio alla terra, al mare, al mondo intero, a questo mondo così corrotto. Dicendo infatti: «Voi siete il sale della terra», fa capire che l’uomo è snaturato e corrotto dai peccati. Per questo esige dai suoi quelle virtù che sono maggiormente necessarie e utili per salvare gli altri. Un uomo mite, umile, misericordioso e giusto non tiene nascoste in sé simili virtù, ma fa sì che queste ottime sorgenti scaturiscano a vantaggio degli altri. E chi ha un cuore puro, amante della pace e soffre per la verità, dedica la sua vita per il bene di tutti.
Non crediate, sembra dire, di essere chiamati a piccole lotte e a compiere imprese da poco. No. Voi siete «il sale della terra». A che cosa li portò questa prerogativa? Forse a risanare ciò che era diventato marcio? No, certo. Il sale non salva ciò che è putrefatto. Gli apostoli non hanno fatto questo. Ma prima Dio rinnovava i cuori e li liberava dalla corruzione, poi li affidava agli apostoli, allora essi diventavano veramente «il sale della terra» mantenendo e conservando gli uomini nella nuova vita ricevuta dal Signore. E’ opera di Cristo liberare gli uomini dalla corruzione del peccato, ma impedire di ricadere nel precedente stato di miseria spetta alla sollecitudine e agli sforzi degli apostoli.
Vedete poi come egli mostra che essi sono migliori dei profeti. Non dice che sono maestri della sola Palestina, ma di tutto il mondo. Non stupitevi, quindi, sembra continuare Gesù, se la mia attenzione si fissa di preferenza su di voi e se vi chiamo ad affrontare difficoltà così gravi. Considerate quali e quante sono le città, i popoli e le genti a cui sto per inviarvi. Perciò voglio che non vi limitiate a essere santi per voi stessi, ma che facciate gli altri simili a voi. Senza di ciò non basterete neppure a voi stessi.
Agli altri, che sono nell’errore, sarà possibile la conversione per mezzo vostro; ma se cadrete voi, trascinerete anche gli altri nella rovina. Quanto più importanti sono gli incarichi che vi sono stati affidati, tanto maggior impegno vi occorre. Per questo Gesù afferma: «Ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini» (Mt 5, 13). Perché poi, udendo la frase: «Quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e diranno ogni sorta di male contro di voi» (Mt 5, 11), non temano di farsi avanti, sembra voler dire: Se non sarete pronti alle prove, invano io vi ho scelti. Così verranno le maledizioni a testimonianza della vostra debolezza. Se, infatti, per timore dei maltrattamenti, non mostrerete tutto quell’ardimento che vi si addice, subirete cose ben peggiori, avrete cattiva fama e sarete a tutti oggetto di scherno. Questo vuol dire essere calpestati.
Subito dopo passa ad un’altra analogia più elevata: «Voi siete la luce del mondo» (Mt 5, 14). Nuovamente dice del mondo, non di un solo popolo o di venti città, ma dell’universo intero: luce intelligibile, più splendente dei raggi del sole. Parla prima del sale e poi della luce, per mostrare il vantaggio di una parola ricca di mordente e di una dottrina elevata e luminosa. «Non può restar nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio» (Mt 5, 14-15). Con queste parole li stimola ancora una volta a vigilare sulla propria condotta, ricordando loro che sono esposti agli occhi di tutti gli uomini e che si muovono dinanzi allo sguardo di tutta la terra.

DOMENICA 24 LUGLIO 2011 – XVII DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 24 LUGLIO 2011 – XVII DEL TEMPO ORDINARIO

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MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura  Rm 8, 28-30
Ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno.
Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla seconda lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 7, 2-16

Gioia dell’apostolo per il pentimento dei cristiani di Corinto
Fratelli, fateci, posto nei vostri cuori! A nessuno abbiamo fatto ingiustizia, nessuno abbiamo danneggiato, nessuno abbiamo sfruttato. Non dico questo per condannare qualcuno; infatti vi ho già detto sopra che siete nel nostro cuore, per morire insieme e insieme vivere. Sono molto franco con voi e ho molto da vantarmi di voi. Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione. Infatti, da quando siamo giunti in Macedonia, la nostra carne non ha avuto sollievo alcuno, ma da ogni parte siamo tribolati: battaglie all’esterno, timori al di dentro.
Ma Dio che consola gli afflitti ci ha consolati con la venuta di Tito, e non solo con la sua venuta, ma con la consolazione che ha ricevuto da voi. Egli ci ha annunziato infatti il vostro desiderio, il vostro dolore, il vostro affetto per me; cosicché la mia gioia si è ancora accresciuta.
Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se me ne è dispiaciuto — vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati — ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte. Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio; anzi quante scuse, quanta indignazione, quale timore, quale desiderio, quale affetto, quale punizione! Vi siete dimostrati innocenti sotto ogni riguardo in questa faccenda. Così se anche vi ho scritto, non fu tanto a motivo dell’offensore o a motivo dell’offeso, ma perché apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio. Ecco quello che ci ha consolati.
A questa nostra consolazione si è aggiunta una gioia ben più grande per la letizia di Tito, poiché il suo spirito è stato rinfrancato da tutti voi. Cosicché se in qualche cosa mi ero vantato di voi con lui, non ho dovuto vergognarmene, ma come abbiamo detto a voi ogni cosa secondo verità, così anche il nostro vanto con Tito si è dimostrato vero. E il suo affetto per voi è cresciuto, ricordando come tutti gli avete obbedito e come lo avete accolto con timore e trepidazione. Mi rallegro perché posso contare totalmente su di voi.

Responsorio   Cfr. 2 Cor 7, 10. 9
R: La tristezza secondo Dio produce un pentimento che porta alla salvezza; * la tristezza del mondo produce la morte.
V. Ci siamo rattristati secondo Dio, e così non abbiamo sofferto alcun danno:
R. la tristezza del mondo produce la morte.

Seconda Lettura
Dalle «Omelie sulla seconda lettera ai Corinzi» di san Giovanni Crisostomo, vescovo  (Om. 14, 1-2; PG 61, 497-499)

Sovrabbondo di gioia in ogni tribolazione
Paolo riprende il discorso sulla carità, moderando l’asprezza del rimprovero. Dopo avere infatti biasimato e rimproverato i Corinzi per il fatto che, pur amati, non avevano corrisposto all’amore, anzi erano stati ingrati e avevano dato ascolto a gente malvagia, mitiga il rimprovero dicendo: «Fateci posto nei vostri cuori» (2 Cor 7, 2), cioè amateci. Chiede un favore assai poco gravoso, anzi più utile a loro che a lui. Non dice «amate», ma con squisita delicatezza: «Fateci posto nei vostri cuori». Chi ci ha scacciati, sembra chiedere, dai vostri cuori? Chi ci ha espulsi? Per quale motivo siamo stati banditi dal vostro spirito? Dato che prima aveva affermato: «E’ nei vostri cuori invece che siete allo stretto» (2 Cor 6, 12), qui esprime lo stesso sentimento dicendo: «Fateci posto nei vostri cuori». Così li attira di nuovo a sé. Niente spinge tanto all’amore chi è amato quanto il sapere che l’amante desidera ardentemente di essere corrisposto.
«Vi ho già detto poco fa, continua, che siete nel nostro cuore per morire insieme e insieme vivere» (2 Cor 7, 3). Espressione massima dell’amore di Paolo: benché disprezzato, desidera vivere e morire con loro. Siete nel nostro cuore non superficialmente, in modo qualsiasi, ma come vi ho detto. Può capitare che uno ami, ma fugga al momento del pericolo: non è così per me.
«Sono pieno di consolazione» (2 Cor 7, 4). Di quale consolazione? Di quella che mi viene da voi: ritornati sulla buona strada mi avete consolato con le vostre opere. E’ proprio di chi ama prima lamentarsi del fatto che non è amato, poi temere di recare afflizione per eccessiva insistenza nella lamentela. Per questo motivo aggiunge: «Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia».
In altre parole: sono stato colpito da grande dispiacere a causa vostra, ma mi avete abbondantemente compensato e recato gran sollievo; non avete solo rimosso la causa del dispiacere, ma mi avete colmato di più abbondante gioia.
Paolo manifesta la sua grandezza d’animo non fermandosi a dire semplicemente «sovrabbondo di gioia», ma aggiungendo anche «in ogni mia tribolazione». E’ così grande il piacere che mi avete arrecato che neppure la più grande tribolazione può oscurarlo, anzi è tale da farmi dimenticare con l’esuberanza della sua ricchezza, tutti gli affanni che mi erano piombati addosso e ha impedito che io ne rimanessi schiacciato.

Responsorio   2 Cor 12, 12. 15
R. In mezzo a voi si sono compiuti i segni del vero apostolo, * in una pazienza a tutta prova, con segni, prodigi e miracoli.
V. Io mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime
R. in una pazienza a tutta prova, con segni, prodigi e miracoli.

MARTEDÌ 30 NOVEMBRE 2010 – I SETTIMANA DI AVVENTO A

MARTEDÌ 30 NOVEMBRE 2010 – I SETTIMANA DI AVVENTO A

SANT’ANDREA ap (f)

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura  Rm 10,9-18  
La fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo.
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani  
Fratello, se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza.
Dice infatti la Scrittura: «Chiunque crede in lui non sarà deluso». Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato».
Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? E come lo annunceranno, se non sono stati inviati? Come sta scritto: «Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene!».
Ma non tutti hanno obbedito al Vangelo. Lo dice Isaìa: «Signore, chi ha creduto dopo averci ascoltato?». Dunque, la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo. Ora io dico: forse non hanno udito? Tutt’altro:
«Per tutta la terra è corsa la loro voce,
e fino agli estremi confini del mondo le loro parole».

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla prima lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 1, 18 – 2, 5

Gli apostoli predicano Cristo crocifisso
Fratelli, la parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti (Is 29, 14).
Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? (Is 33, 18). Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.
Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore (Ger 9, 22, 24).
Anch’io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

Seconda Lettura
Dalle «Omelie sul vangelo di Giovanni» di san Giovanni Crisostomo, vescovo    (Om. 19, 1; PG 59, 120-121)

Abbiamo trovato il Messia
Andrea, dopo essere restato con Gesù e aver imparato tutto ciò che Gesù gli aveva insegnato, non tenne chiuso in sé il tesoro, ma si affrettò a correre da suo fratello per comunicargli la ricchezza che aveva ricevuto. Ascolta bene cosa gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)» (Gv 1, 41). Vedi in che maniera notifica ciò che aveva appreso in poco tempo? Da una parte mostra quanta forza di persuasione aveva il Maestro sui discepoli, e dall’altra rivela il loro interessamento sollecito e diligente circa il suo insegnamento.
Quella di Andrea è la parola di uno che aspettava con ansia la venuta del Messia, che ne attendeva la discesa dal cielo, che trasalì di gioia quando lo vide arrivare, e che si affrettò a comunicare agli altri la grande notizia.
Dicendo subito al fratello ciò che aveva saputo, mostra quanto gli volesse bene, come fosse affezionato ai suoi cari, quanto sinceramente li amasse e come fosse premuroso di porgere loro la mano nel cammino spirituale.
Guarda anche l’animo di Pietro, fin dall’inizio docile e pronto alla fede: immediatamente corre senza preoccuparsi di nient’altro. Infatti dice: «Lo condusse da Gesù» (Gv 1, 42). Nessuno certo condannerà la facile condiscendenza di Pietro nell’accogliere la parola del fratello senza aver prima esaminati a lungo le cose. E’ probabile infatti che il fratello gli abbia narrato i fatti con maggior precisione e più a lungo, mentre gli evangelisti compendiano ogni loro racconto preoccupandosi della brevità. D’altra parte non è detto nemmeno che abbia creduto senza porre domande, ma che Andrea «lo condusse da Gesù», affidandolo a lui perché imparasse tutto da lui direttamente. C’era insieme infatti anche un altro discepolo e anche lui fu guidato nello stesso modo.
Se Giovanni Battista dicendo: Ecco l’Agnello di Dio, e ancora: Ecco colui che battezza nello Spirito (cfr. Gv 1, 29. 33), lasciò che un più chiaro insegnamento su questo venisse da Cristo stesso, certamente con motivi ancor più validi si comportò in questo modo Andrea, non ritenendosi tale da dare una spiegazione completa ed esauriente. Per cui guidò il fratello alla sorgente stessa della luce con tale premura e gioia da non aspettare nemmeno un istante.

GIOVEDÌ 25 NOVEMBRE 2010 – XXXIV SETTIMANA DEL T.O.

GIOVEDÌ 25 NOVEMBRE 2010 – XXXIV SETTIMANA DEL T.O.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla seconda lettera di san Pietro, apostolo 2,9-22

Denuncia dei peccati
Carissimi, il Signore sa liberare i pii dalla prova e serbare gli empi per il castigo nel giorno del giudizio, soprattutto coloro che nelle loro impure passioni vanno dietro alla carne e disprezzano il Signore.
Temerari, arroganti, non temono d’insultare gli esseri gloriosi decaduti, mentre gli angeli, a loro superiori per forza e potenza, non portano contro di essi alcun giudizio offensivo davanti al Signore. Ma costoro, come animali irragionevoli nati per natura a essere presi e distrutti, mentre bestemmiano quel che ignorano, saranno distrutti nella loro corruzione, subendo il castigo come salario dell’iniquità. Essi stimano felicità il piacere d’un giorno; sono tutta sporcizia e vergogna; si dilettano dei loro inganni mentre fan festa con voi; han gli occhi pieni di disonesti desideri e sono insaziabili di peccato, adescano le anime instabili, hanno il cuore rotto alla cupidigia, figli di maledizione! Abbandonata la retta via, si sono smarriti seguendo la via di Balaam di Bosor che amò un salario di iniquità, ma fu ripreso per la sua malvagità: un muto giumento, parlando con voce umana, impedì la demenza del profeta. Costoro sono come fonti senz’acqua e come nuvole sospinte dal vento: a loro è riserbata l’oscurità delle tenebre. Con discorsi gonfiati e vani adescano mediante le licenziose passioni della carne coloro che si erano appena allontanati da quelli che vivono nell’errore. Promettono loro libertà, ma essi stessi sono schiavi della corruzione. Perché uno è schiavo di ciò che l’ha vinto.
Se infatti dopo aver fuggito le corruzioni del mondo per mezzo della conoscenza del Signore e salvatore Gesù Cristo, ne rimangono di nuovo invischiati e vinti, la loro ultima condizione è divenuta peggiore della prima. Meglio sarebbe stato per loro non aver conosciuto la via della giustizia, piuttosto che, dopo averla conosciuta, voltar le spalle al santo precetto che era stato loro dato. Si è verificato per essi il proverbio:
Il cane è tornato al suo vomito (Pro 26,11)
e la scrofa lavata è tornata ad avvoltolarsi nel brago.

Responsorio    Cfr. Fil 4,8-9, 1 Cor 16,13
R. Tutto quello che è vero, nobile, giusto, tutto questo praticate:* e il Dio della pace sarà con voi!
V. Vigilate, state saldi, uomini, siate forti:
R. e il Dio della pace sarà con voi!

Seconda Lettura
Dalle «Omelie sul vangelo di Matteo» di san Giovanni Crisostomo, vescovo   (Om. 33,1.2; PG 57,389-390)

Se saremo agnelli vinceremo, se lupi saremo vinti
Finché saremo agnelli, vinceremo e, anche se saremo circondati da numerosi lupi, riusciremo a superarli. Ma se diventeremo lupi, saremo sconfitti, perché saremo privi dell’aiuto del pastore. Egli non pasce lupi, ma agnelli. Per questo se ne andrà e ti lascerà solo, perché gli impedisci di manifestare la sua potenza.
È come se Cristo avesse detto: Non turbatevi per il fatto che, mandandovi tra i lupi, io vi ordino di essere come agnelli e colombe. Avrei potuto dirvi il contrario e risparmiarvi ogni sofferenza, impedirvi di essere esposti come agnelli ai lupi e rendervi più forti dei leoni. Ma è necessario che avvenga così, poiché questo vi rende più gloriosi e manifesta la mia potenza. La stessa cosa diceva a Paolo: «Ti basta la mia grazia, perché la mia potenza si manifesti pienamente nella debolezza» (2 Cor 12,9). Sono io dunque che vi ho voluto così miti.
Per questo quando dice: «Vi mando come agnelli» (Lc 10,3), vuol far capire che non devono abbattersi, perché sa bene che con la loro mansuetudine saranno invincibili per tutti.
E volendo poi che i suoi discepoli agiscano spontaneamente, per non sembrare che tutto derivi dalla grazia e non credere di esser premiati senza alcun motivo, aggiunge: «Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe» (Mt 10,16). Ma cosa può fare la nostra prudenza, ci potrebbero obiettare, in mezzo a tanti pericoli? Come potremo essere prudenti, quando siamo sbattuti da tante tempeste? Cosa potrà fare un agnello con la prudenza quando viene circondato da lupi feroci? Per quanto grande sia la semplicità di una colomba, a che le gioverà quando sarà aggredita dagli avvoltoi? Certo, a quegli animali non serve, ma a voi gioverà moltissimo.
E vediamo che genere di prudenza richieda: quella «del serpente». Come il serpente abbandona tutto, anche il corpo, e non si oppone pur di risparmiare il capo, così anche tu, pur di salvare la fede, abbandona tutto, i beni, il corpo e la stessa vita.
La fede è come il capo e la radice. Conservando questa, anche se perderai tutto, riconquisterai ogni cosa con maggiore abbondanza. Ecco perché non ordina di essere solamente semplici o solamente prudenti, ma unisce queste due qualità, in modo che diventino virtù. Esige la prudenza del serpente, perché tu non riceva delle ferite mortali, e la semplicità della colomba, perché non ti vendichi di chi ti ingiuria e non allontani con la vendetta coloro che ti tendono insidie. A nulla giova la prudenza senza la semplicità.
Nessuno pensi che questi comandamenti non si possano praticare. Cristo conosce meglio di ogni altro la natura delle cose. Sa bene che la violenza non si arrende alla violenza, ma alla mansuetudine.

LUNEDÌ 13 SETTEMBRE 2010 – XXIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

LUNEDÌ 13 SETTEMBRE 2010 – XXIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SAN GIOVANNI CRISOSTOMO (m)

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   1 Cor 11, 17-26
Se vi sono divisioni tra voi il vostro non è più un mangiare la cena del Signore.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, non posso lodarvi, perché vi riunite insieme non per il meglio, ma per il peggio.
Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. È necessario infatti che sorgano fazioni tra voi, perché in mezzo a voi si manifestino quelli che hanno superato la prova.
Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando siete a tavola, comincia a prendere il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio e umiliare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo!
Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.
Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri.  

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura

Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
(Prima dell’esilio, nn. 1-3; PG 52, 427*-430)

(CITAZIONI DA PAOLO : FIL; 1TIM)

Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno

Molti marosi e minacciose tempeste ci sovrastano, ma non abbiamo paura di essere sommersi, perché siamo fondati sulla roccia. Infuri pure il mare, non potrà sgretolare la roccia. S’innalzino pure le onde, non potranno affondare la navicella di Gesù. Cosa, dunque, dovremmo temere? La morte? «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21).
Allora l’esilio? «Del Signore è la terra e quanto contiene» (Sal 23,1). La confisca de beni? «Non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via» (1Tm 6,7). Disprezzo le potenze di questo mondo e i suoi beni mi fanno ridere. Non temo la povertà, non bramo ricchezze non temo la morte, né desidero vivere, se non per il vostro bene. È per questo motivo che ricordo le vicende attuali e vi prego di non perdere la fiducia.
Non senti il Signore che dice: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro»? (Mt 18,20). E non sarà presente là dove si trova un popolo così numeroso, unito dai vincoli della carità? Mi appoggio forse sulle mie forze? No, perché ho il suo pegno, ho con me la sua parola: questa è il mio bastone, la mia sicurezza, il mio porto tranquillo. Anche se tutto il mondo è sconvolto, ho tra le mani la sua Scrittura, leggo la sua parola. Essa è la mia sicurezza e la mia difesa. Egli dice: «lo sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
Cristo è con me, di chi avrò paura? Anche se si alzano contro di me i cavalloni di tutti i mari o il furore dei principi, tutto questo per me vale di meno di semplici ragnatele. Se la vostra carità non mi avesse trattenuto, non avrei indugiato un istante a partire per altra destinazione oggi stesso. Ripeto sempre: «Signore, sia fatta la tua volontà» (Mt 26,42). Farò quello che vuoi tu, non quello che vuole il tale o il tal altro. Questa è la mia torre, questa la pietra inamovibile, il bastone del mio sicuro appoggio. Se Dio vuole questo, bene! Se vuole ch’io rimanga, lo ringrazio. Dovunque mi vorrà, gli rendo grazie.
Dove sono io, là ci siete anche voi. Dove siete voi, ci sono anch’io. Noi siamo un solo corpo e non si separa il capo dal corpo, né il corpo dal capo. Anche se siamo distanti, siamo uniti dalla carità; anzi neppure la morte ci può separare. Il corpo morrà, l’anima tuttavia vivrà e si ricorderà del popolo. Voi siete i miei concittadini, i miei genitori, i miei fratelli, i miei figli, le mie membra, il mio corpo, la mia luce, più amabile della luce del giorno. Il raggio solare può recarmi qualcosa di più giocondo della vostra carità? Il raggio mi è utile nella vita presente, ma la vostra carità mi intreccia la corona per la vita futura.

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