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DAL DE LAUDIBUS S. PAULI – SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

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DAL DE LAUDIBUS S. PAULI

SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

Noi potremmo, se solo volessimo, vincere ogni resistenza della natura con la forza della volontà. Non c’è nulla di impossibile per gli uomini in ciò che Cristo ha ordinato; se infatti mettiamo tutto l’impegno di cui siamo capaci, anche Dio ci da insieme molto aiuto, e così diventeremo invincibili contro tutte le avversità. Non è degno di biasimo l’aver paura dei colpi, ma, per la paura di questi, sottostare a qualcosa di indegno del comportamento religioso, in modo che la paura dei colpi mostra colui che rimane invincibile nelle prove, più ammirevole di chi non ne ha paura. In questo modo rifulge maggiormente la volontà, perché aver paura dei colpi è proprio della natura, mentre non sottostare a nulla di sconveniente per paura di essi dipende dalla volontà che corregge la deficienza della natura e vince la sua debolezza. Nemmeno l’afflizione è motivo di accusa, ma, a causa dell’afflizione, dire o fare qualche cosa che non piace a Dio. Se io dicessi che Paolo non era un uomo, giustamente mi addurresti le deficienze della natura, per confutare così il mio discorso; ma se dico e sostengo che era un uomo, in niente superiore a noi riguardo alla natura, mentre divenne migliore riguardo alla volontà, invano, mi presenti queste obiezioni, anzi non invano, ma a favore di Paolo. Infatti in virtù di esse dimostri quanto grande egli fosse, perché pur trovandosi in una natura siffatta, fu più forte di essa. Non solo lo esalti, ma chiudi anche la bocca a quelli che si sono perduti d’animo, non consentendo ad essi di rifugiarsi nella superiorità della sua natura, ma spingendoli invece all’impegno proveniente dalla volontà.
Ma, si potrebbe dire, non ebbe paura qualche volta anche della morte? Anche questo atteggiamento è naturale. Tuttavia egli stesso che temeva la morte diceva a sua volta: In realtà quanti siamo in questa tenda[1], sospiriamo come sotto un peso[2], e di nuovo: Anche noi gemiamo interiormente[3]. Vedi come ha presentato la forza proveniente dalla volontà quale contrappeso della debolezza della natura? Infatti anche molti martiri spesso, nell’essere condotti al supplizio, impallidirono e furono pieni di paura e di angoscia; però proprio per questo sono soprattutto degni di ammirazione, perché, pur avendo timore della morte, non l’hanno fuggita a causa di Gesù. Così anche Paolo, pur temendo la morte, non rifiuta neppure la geenna per amore di Gesù[4], e, pur trepidando al pensiero della propria fine, desidera essere sciolto dal corpo[5]. Non era solo lui a provare ciò, ma anche il capo degli apostoli, pur avendo spesso detto di essere pronto a dare la vita[6], temeva assai la morte. Ascolta che cosa gli dice Cristo parlandogli in merito: Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi[7], fa riferimento alla deficienza della natura, non della volontà.
La natura mostra le sue proprietà anche contro noi, e non è possibile superare tali deficienze, neppure se si vuole e ci si impegna intensamente; pertanto da questo lato non siamo danneggiati, anzi siamo ammirati maggiormente. Che capo d’accusa è infatti aver paura della morte? Quale motivo di elogio non è invece, pur avendo paura della morte, non sottostare ad alcun atteggiamento meschino a causa di questa paura? Non è motivo d’accusa avere una natura con delle deficienze, bensì essere schiavi di queste; sicché chi resiste all’assalto che proviene da essa con il coraggio della volontà, è grande e ammirevole. Così mostra quanto grande sia la forza della volontà e tappa la bocca a quanti dicono: «Perché non siamo divenuti buoni per natura?». Che differenza c’è che questo si verifichi per natura o per volontà? Quanto è migliore questa condizione di quella? Per il fatto di procurare corone e una splendida rinomanza.
Ciò che è proprio della natura non è forse saldo? Ma se vuoi avere una forte volontà, questa condizione è più solida della prima. Non vedi che il corpo dei martiri è trapassato dalla spada e che, se la natura indietreggia davanti al ferro, la volontà non cede ad esso né si lascia sopraffare? Dimmi: non vedi che, nel caso di Abramo, la volontà ebbe il sopravvento sulla natura, quando gli fu ordinato di sacrificare il figlio[8], e la prima si manifestò più potente della seconda? Non vedi che si è verificata la medesima situazione nel caso dei tre giovani[9]? Non ascolti anche il proverbio che afferma che la volontà diventa una seconda natura in forza dell’abitudine? Anzi potrei dire che diventa la prima, come l’ha dimostrato ciò che è stato detto in precedenza. Vedi che è possibile acquistare anche la saldezza della natura, se la volontà è generosa e vigile, e che raccolga maggiori elogi chi sceglie e vuole essere buono più di chi vi è costretto?
Questo è bello soprattutto, come quando dice: Tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù[10]. Allora soprattutto lo lodo, vedendolo raggiungere la virtù non senza pena, in modo da non essere motivo di indolenza per quelli che sarebbero venuti dopo, per giustificare la loro mollezza. Quando dice ancora: Sono crocifisso per il mondo[11], incorono la sua volontà. È possibile infatti, è possibile imitare la forza della natura con il rigore della volontà. Se lo proponiamo come l’esempio stesso della virtù, troveremo che si sforzò di portare le buone qualità che aveva in conseguenza della volontà, al livello della saldezza della natura.
Soffriva certamente quando era percosso, ma non disprezzava i patimenti meno delle potenze incorporee che non soffrono, come si può apprendere dalle sue parole che non sembrerebbero far credere che appartenesse alla nostra natura. Quando infatti dice: Il mondo è crocifisso per me e io lo sono per il mondo[12], e ancora: Io vivo, o piuttosto non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me[13], che altro significa se non che ha abbandonato il corpo stesso? Che vuol dire, quando dice: Mi è stata messa una spina nella carne, un messo di satana[14]? Nient’altro se non mostrare che la sofferenza arrivava solo al corpo; non perché non passasse all’interno, ma perché egli la respingeva e l’allontanava per la sovrabbondanza della sua volontà. E che dire, quando fa molte affermazioni più meravigliose di queste, e gioisce di essere frustato e si vanta delle sue catene[15]? Che altro si potrebbe dire se non quanto ho detto, che cioè affermare: Tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù, nel timore che, dopo aver predicato agli altri, non venga io stesso squalificato[16], indica da un lato la debolezza della natura, ma dall’altro, mediante quanto ho detto, la nobiltà della volontà?
Perciò si trovano entrambi questi aspetti presso di lui, affinché né pensi che per le sue grandi virtù appartenesse ad una natura diversa e non ti scoraggi, né condanni quell’anima santa per le sue debolezze, anzi al contrario, scacciando in conseguenza di ciò lo scoraggiamento, ti volga verso una fiduciosa speranza. Per questo motivo presenta d’altra parte anche la grazia di Dio in termini amplificativi, anzi non in termini amplificativi, ma con saggezza, perché pensi che nulla viene da lui. Afferma però anche il suo impegno, perché, attribuendo tutto a Dio, tu non trascorra la vita nell’inoperosità e nell’incuria. E troverai rigorosamente in lui misura e regola di tutto.

NOTE SUL SITO

 

14 MAGGIO SAN MATTIA APOSTOLO – DALLE «OMELIE SUGLI ATTI DEGLI APOSTOLI» DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO,

http://www.novena.it/riflessioni_autori_antichi_moderni/m132.htm

14 MAGGIO SAN MATTIA APOSTOLO

MOSTRACI, SIGNORE, CHI HAI DESIGNATO

DALLE «OMELIE SUGLI ATTI DEGLI APOSTOLI» DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, VESCOVO
(OM. 3, 1. 2. 3; PG 60, 33-36, 38)

«In quei giorni, Pietro si alzò in mezzo ai fratelli e disse…» (At 1, 15). Dato che era il più zelante e gli era stato affidato da Cristo il gregge, e dato che era il primo nell’assemblea, per primo prende la parola: Fratelli, occorre scegliere uno tra noi (cfr. At 1, 2122). Lascia ai presenti il giudizio, stimando degni d’ogni fiducia coloro che sarebbero stati scelti e infine garantendosi contro ogni odiosità che poteva sorgere. Infatti decisioni così importanti sono spesso origine di numerosi contrasti.
E non poteva essere lo stesso Pietro a scegliere? Certo che poteva, ma se ne astiene per non sembrare di fare parzialità. D’altra parte non aveva ancora ricevuto lo Spirito Santo. «Ne furono proposti due, Giuseppe detto Barsabba, che era soprannominato Giusto, e Mattia» (At 1, 23). Non li presentò lui, ma tutti. Lui motivò la scelta, dimostrando che non era sua, ma già contemplata dalla profezia. Così egli fu solo l’interprete, non uno che impone il proprio giudizio.
Continua: Bisogna, dunque, che tra questi uomini che sono radunati con noi… (cfr. At 1, 21). Osserva quanta oculatezza richieda già nei testimoni, anche se doveva ancora venire lo Spirito. Egli comunque tratta con grande diligenza questa scelta.
Tra questi uomini, prosegue, che sono stati con noi tutto il tempo che visse tra noi il Signore Gesù. Parla di coloro che erano vissuti con Gesù, non quindi semplici discepoli. All’inizio molti lo seguivano: ecco perché afferma: Era uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e avevano seguito Gesù.
«Per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, incominciando dal battesimo di Giovanni» (At 1, 21). E sì, perché gli avvenimenti accaduti prima, nessuno li ricordava con esattezza, ma li appresero dallo Spirito. «Fino al giorno in cui (Gesù) è stato di tra noi assunto in cielo, uno divenga insieme a noi testimone della sua risurrezione» (At 1, 22). Non dice: testimone di ogni cosa, ma «testimone della sua risurrezione», semplicemente.
Infatti era più credibile uno che affermasse: Colui che mangiava, beveva e fu crocifisso, è proprio lo stesso che è risuscitato. Perciò non era necessario che fosse testimone del passato né del tempo successivo e neppure dei miracoli, ma solo della risurrezione. Gli altri avvenimenti erano noti ed evidenti; la risurrezione invece era avvenuta di nascosto ed era nota solo a quei pochi.
E pregavano insieme dicendo: «Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostra…» (At 1, 24). Tu, non noi. Molto giustamente lo invocano come colui che conosce i cuori: da lui, infatti, dev’essere fatta l’elezione, non da altri. Pregavano con tanta confidenza, perché era proprio necessario che uno fosse eletto. Non chiesero: Scegli, ma: mostra l’eletto, «colui che hai eletto», ben sapendo che tutto è già stabilito da Dio. «E li tirarono a sorte». Non si ritenevano degni di fare essi stessi l’elezione, per questo desiderarono essere guidati da un segno.

13 SETTEMBRE MEMORIA- GIOVANNI CRISOSTOMO – OMELIE SULLA PRIMA LETTERA AI CORINZI

http://www.italiaortodossa.it/?Patrologia%3A_Myriobiblos:S.Giovanni_Crisostomo:Crisostomo%3A_Omelie_1a_Corinzi

(ho tolto le note perchè troppo lungo, potete controlalrle sul sito)

13 SETTEMBRE MEMORIA- GIOVANNI CRISOSTOMO

OMELIE SULLA PRIMA LETTERA AI CORINZI

Il calice della benedizione è comunione con il sangue di Cristo.

[…] Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo?1 Che dici, o beato Paolo? Volendo far vergognare l’ascoltatore, ricordando i venerandi misteri, chiami calice di benedizione quel tremendo e terribile calice? Sì, giacché ciò che si dice non è cosa di poco conto. E quando dico benedizione, intendo mostrare tutto il tesoro della magnanimità di Dio, ricordando tutti i suoi grandi doni. Anche noi, infatti, considerando nel calice tutti gli ineffabili benefici di Dio e tutti i beni di cui godiamo, lo offriamo ed entriamo in comunione con lui ringraziando Dio di aver liberato dall’errore il genere umano, di aver avvicinato quelli che erano lontani e di aver costituito suoi fratelli ed eredi quelli che nel mondo erano atei e senza più alcuna speranza. E così noi ci accostiamo alla sacra mensa, dando grazie al Signore per essi e per tutti gli altri.
  Come fate, o Corinzi, a non vedere che vi comportate esattamente in maniera opposta? Da una parte, infatti, benedite Dio che vi ha liberati dagli idoli; dall’altra invece correte di nuovo alle loro mense? Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? L’Apostolo si è espresso in maniera assai fedele e terribile. Egli vuol significare questo: Ciò che è nel calice è ciò che fluì dal costato di Cristo, del quale siamo partecipi, Paolo lo ha chiamato calice della benedizione, perché, tenendolo tra le mani, ammirati e stupefatti per un così ineffabile dono, lo esaltiamo con il canto e lo benediciamo perché il Signore lo ha versato affinché noi non restassimo nell’errore. Ma Cristo non solo lo ha effuso, ma lo ha anche offerto per tutti noi. Perciò il Signore dice: Se vuoi il sangue, non imporporare l’altare degli idoli col sangue di vittime irrazionali, imporpora il mio altare col mio stesso sangue. Ora, dimmi, cosa vi può essere di più tremendo e nel contempo di più amabile di questo?
1. 1 Cor 10, 16
Con l’Eucaristia entriamo in comunione e in unione con il corpo di Cristo.
Anche gli amanti si comportano così. Infatti, quando vedono che le persone che essi amano, desiderano le cose degli altri e disprezzano le proprie, donando queste, cercano di persuaderle a rigettare quelle degli altri. Ora, mentre gli amanti manifestano questa loro munificenza con il denaro, i vestiti, i possessi, ma nessuno di essi lo fa con il proprio sangue; Cristo, al contrario, proprio con il sangue ha manifestato la sua sollecitudine e il suo amore per noi. Nella Legge antica, poiché allora gli uomini erano più imperfetti, il Signore ha acconsentito di ricevere il sangue che offrivano agli idoli per sottrarli da questi, offrendo così un’altra prova del suo ineffabile amore; qui, invece, ha trasformato la funzione sacerdotale in qualcosa di gran lunga più terribile e straordinaria: mutato il sacrificio, ha ordinato che venisse offerto lui stesso al posto dell’uccisione di animali.
E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?1 Perché non ha detto: partecipazione? Perché ha voluto significare molto di più, nel senso che ha inteso manifestare una grande unione. Noi facciamo comunione non solo quando partecipiamo e riceviamo, ma anche quando siamo uniti. Infatti come il corpo umano è unito a Cristo, così anche noi siamo uniti a lui per mezzo di questo pane.2 Perché allora ha aggiunto: che noi spezziamo? Questo si può vedere realizzato nell’Eucaristia, ma in nessun modo nella croce; anzi al contrario, infatti dice: non ne spezzeranno alcun osso.3 Ma ciò che non ha permesso la croce,4 lo permette per te nell’oblazione e acconsente di essere spezzato per saziare tutti.
Ha detto poi: comunione con il corpo, [volendo significare che] ciò che si comunica, [il pane], è cosa diversa da quello di cui ci si comunica, [il corpo di Cristo], mettendo così in risalto anche questa differenza, che poteva apparire di poco conto. Infatti, dopo aver detto: comunione con il corpo, ha inteso di nuovo dire qualcosa di più vicino; ecco perché ha aggiunto: Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo.5 È come se l’Apostolo dicesse: Ma perché dico comunione? Noi siamo quello stesso corpo!
Che cos’è infatti il pane? È il corpo di Cristo. Cosa diventano quelli che lo ricevono? Corpo di Cristo; ma non molto corpi, bensì un sol corpo. Infatti, come il pane è un tutt’uno, pur essendo costituito di molti grani, e questi pur non vedendosi comunque si trovano in esso, sì che la loro differenza scompare in ragione della loro reciproca perfetta fusione; alla stessa maniera anche noi siamo uniti reciprocamente e insieme a Cristo. Non si verifica quindi che uno si nutre di un corpo e un altro di un corpo diverso, ma tutti ci nutriamo dello stesso e medesimo corpo. Perciò Paolo ha aggiunto:tutti infatti partecipiamo dell’unico pane.6 Ora, se tutti mangiamo lo stesso pane e tutti diventiamo una medesima cosa, perché non manifestiamo lo stesso amore, diventando una cosa sola?
E intanto questo si realizzava al tempo dei nostri antenati, quando la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un’anima sola.7 Oggi non è più così; anzi, è il contrario. Tra tutti vi sono molte e varie guerre e inferiamo in maniera più crudele delle bestie gli uni sui membri degli altri. Sicché, mentre Cristo ti ha unito a lui, anche se da lui stavi tanto disgiunto; tu invece non ti degni neppure di unirti al tuo fratello, cosa che dovresti fare molto accuratamente; anzi, lo allontani da te, pur avendo ricevuto dal Signore la vita e un così grande amore. Del resto, Egli non ha donato soltanto il suo corpo; ma, poiché la prima natura della carne, fatta dalla terra, era già morta a causa del peccato ed era stata privata della vita, il Signore vi ha immesso, per così dire, un’altra pasta e un altro lievito: la sua carne. Questa, che era della stessa natura, l’ha concessa a tutti, libera dal peccato e piena di vita, affinché, nutriti da essa e deposta la precedente che era morta, mediante questa sacra mensa fossimo uniti tutti in una vita immortale.
Guardate Israele secondo la carne. Quelli che mangiano le vittime sacrificali non sono forse in comunione con l’altare?8 Ancora una volta l’Apostolo esprime lo stesso concetto partendo dalla Legge antica. Infatti, poiché [i Corinzi] sono abbastanza incapaci di comprendere la grandezza delle cose dette, li persuade facendo ricorso a cose antiche e ordinarie per essi. Perciò di proposito dice: secondo la carne, dal momento che essi sono secondo lo spirito. È come se dicesse loro: Anche attraverso cose abbastanza ordinarie vi si insegna che coloro che mangiano le vittime sacrificali sono in comunione con l’altare. Vedi allora come Paolo mostra che quelli che sembrano essere perfetti, invece non hanno una perfetta conoscenza delle cose, se non sanno neppure che spesso molti contraggono mediante queste cose una certa comunione e amicizia con i demòni,9 a causa di una sorta di abitudine che finisce per attrarli a poco a poco? Infatti, se tra gli uomini l’essere uniti mediante il sale e la condivisione della stessa mensa è occasione e simbolo di amicizia, la stessa cosa può succedere tra i demòni. Ma, ti prego, pensa al motivo per cui Paolo non ha fatto riferimento ai Giudei che fanno comunione con Dio, ma ha detto soltanto: sono in comunione con l’altare. [Si è espresso così], perché mentre ciò che si metteva sull’altare veniva bruciato, qui invece nel corpo di Cristo non succede così. E perché? Perché è in comunione con il corpo di Cristo.10 Noi non siamo in comunione con l’altare, ma con lo stesso corpo di Cristo. Poi, dopo aver detto: siamo in comunione con l’altare, temendo che il suo discorso sembri cadere sulla reale esistenza degli idoli, sul potere che essi avrebbero e sul danno che potrebbero arrecare, vedi come risolve la questione: Che la carne immolata agli idoli, dice, è qualche cosa? O che un idolo è qualche cosa?11

Chi si accosta degnamente all’Eucaristia, è come un’aquila che vola verso l’alto.
Sapendo anche queste cose, o carissimi, preoccupiamoci dei nostri fratelli e cerchiamo di conservare l’unione con essi. Infatti, a questo ci induce quel tremendo e terribile sacrificio, quando ci ordina di accostarci ad esso soprattutto vivendo in grande concordia e in fervente carità. In questo modo, divenuti come aquile, possiamo volare fino allo stesso cielo. L’Evangelista dice: Dovunque sarà il cadavere, là si raduneranno le aquile,1 chiamando cadavere un corpo morto. Infatti, se Egli non fosse morto, noi non saremmo risorti. Dice aquile, volendo mostrare che colui che si accosta a tale corpo, deve elevarsi, non avere nulla in comune con la terra e non deve discendere per arrestarsi al suolo; ma deve costantemente volare in alto, guardando al sole di giustizia e tenendo aguzzi gli occhi della mente. Infatti, questa mensa appartiene alle aquile e non ai corvi. Infatti, coloro che ora ricevono il Signore degnamente, saliranno incontro a Lui che discende dal cielo; così come quelli che si cibano di Lui indegnamente, soffriranno i più tremendi castighi.
1. Mt 24, 28

L’Eucaristia dev’essere celebrata degnamente.
1. E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio.1
È necessario innanzitutto esporre anche la causa dell’attuale accusa, in modo che si comprenderanno più facilmente le cose che bisogna dire. Qual è dunque questa causa? Come quei tremila, che all’inizio erano diventati credenti, mangiavano da una stessa mensa e possedevano tutto in comune 2, così soleva accadere anche quando Paolo dava queste istruzioni; anche se non proprio in maniera identica, comunque l’usanza persisteva come diretta emanazione da quella prima comunione di vita, che si è trasmessa fino ai posteri. Infatti, poiché capitava che alcuni erano poveri ed altri ricchi, non sempre si mettevano a disposizione i propri beni, ma solo in determinati giorni si apparecchiavano banchetti comuni, come era ragionevole. Terminata infatti la riunione, dopo la comunione dei sacri misteri, si riunivano tutti in un comune banchetto: i ricchi che portavano i cibi da mangiare, i poveri e gli indigenti che, non avendo niente, erano invitati dai ricchi; insomma mangiavano tutti insieme.
Ma con il passare del tempo quest’usanza venne meno. La causa fu la scissione che si generò tra i fedeli, unendosi chi con questo e chi con quello, e dicendo: Io sono di Tizio, tu sei di Caio.3 Paolo, volendo correggere una tale cosa, all’inizio della lettera dice: Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “E io di Cefa” 4 L’Apostolo poneva se stesso in primo piano, non perché i Corinzi parteggiassero per lui, cosa che peraltro egli non avrebbe tollerato, ma perché voleva sradicare lo sviluppo di tali scissioni fin dalle radici, mostrando che se uno si fosse unito a lui, separandosi così dal comune corpo, ciò sarebbe stato assurdo e grandemente iniquo. Ora, se egli considera iniquo l’atteggiamento assunto nei suoi riguardi, a maggior ragione lo considera tale nei riguardi di quelli che gli sono inferiori. Perciò, sia perché quest’usanza è scomparsa – un’usanza bellissima e utilissima, in quanto era causa di reciproca carità, di conforto della povertà, di moderazione delle ricchezze, occasione di grandissima scuola e di insegnamento dell’umiltà; e sia perché Paolo si rende conto della perdita di tanti vantaggiosi beni, a ragione adopera un linguaggio duro, dicendo: E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi…
2. […] Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore.5 Vedi come l’Apostolo istruisce i Corinzi, facendoli vergognare e ricorrendo ad un linguaggio narrativo? In altri termini, egli dice: Diverso è dunque il modo di radunarsi insieme; esso appartiene infatti all’ordine della carità e dell’amore fraterno. Certamente uno solo è il luogo che vi accoglie tutti e nel quale siete uniti insieme; tuttavia la mensa [eucaristica] non è affatto simile ad un semplice radunarsi insieme. Paolo non ha detto: Quando vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare in comune, né un incontrarsi l’un l’altro a tavola. Li riprende in maniera più dura e più severa, e dicendo: non è più un mangiare la cena del Signore, vuole che essi ripristino [la celebrazione dell’Eucaristia] nella stessa ora serotina nella quale Cristo ha trasmesso i suoi tremendi misteri. L’Apostolo, quindi, chiama cena il pranzo, perché la cena [del Signore] trova riuniti insieme tutti i commensali. La differenza tra ricchi e poveri non è come quella che intercorre tra maestro e discepoli, ma è di gran lunga più grande. Ma perché dico tra maestro e discepoli? Pensa invece alla differenza che intercorre tra il maestro e il traditore! Infatti il Signore, quando sedette a tavola con i discepoli, non scacciò Giuda, ma condivise con lui il sale 6 e lo rese partecipe dei divini misteri.

Chi si accosta all’Eucaristia deve necessariamente avere una coscienza pura .
In verità Paolo non ha comandato così, ma sa per certo che uno solo è il momento opportuno per accostarsi all’Eucaristia e per comunicarsi, quando cioè si ha una coscienza pura. Infatti, se quando siamo frebbicitanti e fortemente incatarrati ci asteniamo dal sederci a tavola, che è una cosa sensibile, per paura di morire; molto meno dobbiamo partecipare di questa sacra mensa, [che è spirituale], quando nell’animo abbiamo cattive concupiscenze, che sono più gravi della febbre. E quando dico cattive concupiscenze, mi riferisco ai desideri della carne, a quelli della ricchezza, dell’ira; in una parola, a tutte le cattive e assurde passioni. Al contrario, è necessario che colui che si accosta a questo sacrificio, spogliatosi di tutte queste concupiscenze, lo faccia con animo puro; che non si senta costretto, a causa della festa, a ricevere l’Eucaristia con una pigra e cattiva disposizione spirituale; allo stesso modo non deve proibire a se stesso di accostarsi [al sacro banchetto] semplicemente perché non è giorno di festa, quando invece è interiormente preparato e compunto. Il giorno di festa, infatti, è il momento propizio per compiere opere buone, è l’espressione del proprio zelo spirituale ed è l’occasione opportuna per manifestare l’accurata condotta della propria esistenza. Se vivi con queste disposizioni interiori, allora potrai sempre celebrare il giorno della festa e potrai sempre accostarti [alla mensa divina]. È per questo motivo che l’Apostolo dice: Ciascuno, pertanto, esamini se stesso, e poi si comunichi. Egli dunque non ordina che uno esamini l’altro, ma ciascuno se stesso, esprimendo un giudizio personale ed un’approvazione che non ha bisogno di testimoni. Perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna.1 Cosa dici? La causa di tanti beni, la mensa che genera la vita, diventa essa stessa condanna? Non per sua natura, dice Paolo, ma per volontà di colui che vi si accosta. Infatti, come la venuta del Signore, che ci ha portato grandi ed ineffabili doni, costituisce una condanna più grave per coloro che non lo hanno accolto;2 così anche i misteri diventano viatico per un severo castigo per quelli che li ricevono indegnamente.

Comunicarsi indegnamente significa «mangiare e bere la propria condanna» .
Ma perché, dici, mangia e beve la propria condanna? Perché non riconosce il corpo del Signore. In altri termini, [chi si comunica indegnamente] non vaglia, non esamina come si conviene la grandezza dei beni proposti e non riflette sull’eccellenza dei doni.3 Infatti, se tu imparerai a conoscere bene chi è colui che ti è posto dinanzi, e, sapendo chi è, a chi egli si dona, allora non avrai bisogno di nessun’altra parola di esortazione, ma ciò ti sarà sufficiente per mantenerti completamente sobrio, a meno che la tua condizione spirituale non sia del tutto disastrosa.
È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti.4 Qui l’Apostolo non adduce esempi tratti da altre situazioni, come ha fatto sulle vittime immolate agli idoli, narrando storie antiche e gli stessi castighi ricevuti [dai padri] nel deserto,5 ma tratti dagli stessi Corinzi, cosa che per altro rende più duro il suo discorso. Dicendo: mangia e beve la propria condanna;e: è reo, per non sembrare di parlare tanto per parlare, vi aggiunge dei fatti e li chiama a testimoni. Ciò infatti li colpisce più di una minaccia, in quanto questa è presentata come già operante in atto. E non contento di questo, successivamente Paolo introduce il discorso della geenna e lo rende degno di fede. In questo modo egli incute terrore nei due sensi, e risponde agli interrogativi che da ogni parte gli si pongono. Infatti, poiché molti si chiedono tra loro da dove mai provengono le morti immature e le lunghe malattie, l’Apostolo risponde che molte cose inaspettate capitano a causa dei peccati.

13 Settembre: San Giovanni Crisostomo : (Storia e Pagine scelte)

http://www.micgallarate.it/micgallarate/articolo.php?idarticolo=167

13 Settembre: San Giovanni Crisostomo

(Storia e Pagine scelte)

Vescovo e Dottore della Chiesa

Educato dalla madre, Santa Antusa, Giovanni (nato ad Antiochia, probabilmente nel 349) negli anni giovanili condusse vita monastica in casa propria.
Poi, mortagli la madre, si recò nel deserto e vi rimase per sei anni, dei quali gli ultimi due li trascorse in solitario ritiro dentro una caverna, a scapito della salute fisica.
Chiamato in città e ordinato diacono, dedicò cinque anni alla preparazione al sacerdozio e al ministero della predicazione.
Ordinato sacerdote dal vescovo Fabiano, ne diventò zelante collaboratore nel governo della chiesa antiochena.
La specializzazione pastorale di Giovanni era la predicazione, in cui eccelleva per doti oratorie e per la sua profonda cultura.
Pastore e moralista, si mostrava ansioso di trasformare il comportamento pratico dei suoi uditori, più che soffermarsi sulla esposizione ragionata del messaggio cristiano.
Nel 398 Giovanni di Antiochia – il soprannome di Crisostomo, cioè, Bocca d’oro, gli venne dato tre secoli dopo dai bizantini – fu chiamato a succedere al patriarca Nettario sulla prestigiosa cattedra di Costantinopoli.
Nella capitale dell’impero d’Oriente Giovanni esplicò subito un’attività pastorale e organizzativa che suscita ammirazione e perplessità: evangelizzazione delle campagne, creazione di ospedali, processioni antiariane sotto la protezione della polizia imperiale, sermoni di fuoco con cui fustigava vizi e tiepidezze, severi richiami ai monaci indolenti e agli ecclesiastici troppo sensibili al richiamo della ricchezza.
I sermoni di Giovanni duravano oltre un paio d’ore, ma il dotto patriarca sapeva usare con consumata perizia tutti i registri della retorica, non certo per vellicare l’udito dei suoi ascoltatori, ma per ammaestrare, correggere, redarguire.
Predicatore insuperabile, Giovanni mancava di diplomazia per cautelarsi contro gli intrighi della corte bizantina.
Deposto illegalmente da un gruppo di vescovi capeggiati da quello di Alessandria, Teofilo, ed esiliato con la complicità dell’imperatrice Eudossia, venne richiamato quasi subito dall’imperatore Arcadio, colpito da varie disgrazie avvenute a palazzo.
Ma due mesi dopo Giovanni era di nuovo esiliato, dapprima sulla frontiera dell’Armenia, poi più lontano, sulle rive del Mar Nero.
Durante quest’ultimo trasferimento, il 14 settembre 407, Giovanni morì.
Dal sepolcro di Comana, il figlio di Arcadio, Teodosio il Giovane, fece trasferire i resti mortali del santo a Costantinopoli, dove giunsero la notte del 27 gennaio 438, tra una folla osannante.
Dei numerosi scritti del santo ricordiamo il volumetto “Sul sacerdozio”, un classico della spiritualità sacerdotale.

PAGINE SCELTE
Si deve soffocare l’ira prima del tramonto del sole
Raccomanda Paolo: Il sole non tramonti sulla vostra ira (Ef 4,26). Vuoi riempirti d’ira? Ti basti una sola ora e una seconda e una terza, in maniera che il sole, ad ogni modo, non vada a dormire lasciandovi nemici. Il sole sorge grazie alla bontà di Dio; che non tramonti, perciò, su persone indegne! Dal momento che il Signore, infatti, ha inviato il sole in virtù della sua grande bontà e ti ha rimesso i peccati, considera quanto tu sia malvagio, non rimettendo i peccati al tuo prossimo. Inoltre vi è anche un altro motivo: il beato Paolo teme che la notte, se sorprende infiammato colui che è stato colpito da un’offesa, accenda il fuoco ancor di più. Finché è giorno, infatti, ti è consentito di adirarti; quando cala la sera, però, riconciliati ed estingui il male recente. Se la notte ti sorprenderà in questo stato, infatti, il giorno successivo non sarà più in grado di estirpare il male accumulato nel corso della notte; anzi, se anche riuscirai a estinguerlo, in parte e non interamente, la notte successiva, ancora una volta, accenderà da ciò che resta un rogo ben più grande. E come quando il sole, non essendo riuscito con il calore del giorno a sciogliere e disperdere il vapore che durante la notte si è radunato e condensato nell’aria, favorisce il sopraggiungere della tempesta, allo stesso modo avviene per la nostra ira…
Perciò, ve ne prego, facciamo ogni cosa per estinguere le nostre inimicizie prima del tramonto del sole. Se le conservi per un primo e un secondo giorno, infatti, spesso giungerai a prolungarle anche sino a un anno. D’altronde le inimicizie stesse, dal canto loro, si accrescono da sole e non hanno bisogno di alcun pretesto per questo… Come, dunque, calmeremo l’ira? In che modo estingueremo la fiamma? Pensando ai nostri peccati e al fatto che saremo costretti a rendergliene conto; pensando che non feriamo il nemico, ma noi stessi.
Giovanni Crisostomo, Omelie sulla lettera agli Efesini, 14,1-2

Chiedere conto a Dio?
Noi mangiamo ogni giorno il pane. Come può, dunque, accadere che la qualità stessa di questo alimento si trasformi in sangue, in saliva, in bile e in tutti gli altri umori? Il pane, infatti, è solido e compatto, mentre il sangue, invece, è liquido; il pane, inoltre, è bianco oppure assume il medesimo colore del frumento, mentre il sangue, viceversa, è rosso e nero. Se uno, insomma, volesse passare in rassegna, una per una, tutte le differenze che intercorrono fra le altre rispettive qualità, riscontrerebbe una grande diversità fra il pane e il sangue.
Vorrei, a questo punto, che tu mi spiegassi dettagliatamente come tutto ciò possa accadere. Ma non riusciresti mai a farlo. Se, allora, non sei in grado di render ragione del modo con il quale si trasforma ogni giorno il cibo che mangi, come potrai chieder conto a me della creazione che Dio ha compiuto? Non sarà questa, forse, una dimostrazione di estrema follia? Se Dio fosse simile a noi, allora sì che potresti domandar conto delle sue opere! Anzi, neanche in questo caso dovrebbe esserti concesso, dal momento che neppure di tanti fenomeni terreni, che avvengono sotto i nostri occhi, siamo in grado di dir nulla: del modo come, ad esempio, possa venir fuori l’oro dai metalli che la terra racchiude, ovvero come avvenga che la sabbia si trasformi in limpidissimo vetro; a più forte ragione, poi, si potrebbe citare, a tal proposito, tutte le opere prodotte artificialmente dall’uomo, delle quali ignoriamo il modo con cui siano state realizzate. Se, nondimeno, Dio fosse davvero simile a noi, ti sarebbe lecito chiedermene conto. Dal momento che, però, egli è infinitamente distante da noi e si sottrae a qualsiasi definizione, non è allora assurdo che quanti stimano immensa, divina e incomprensibile la sua sapienza e la sua potenza, vengano poi a chieder ragione, come per le cose umane, riguardo a ciascuna delle sue opere?
Giovanni Crisostomo, Omelie sul Genesi, 1

Ci si difende con la croce, non con gli amuleti e gli incantesimi
Che cosa ne pensi di coloro che ricorrono a incantesimi e amuleti oppure si legano alla testa o ai piedi monete di bronzo con l’effigie di Alessandro il Macedone? Ebbene, dimmi: siamo proprio noi che, dopo la croce e la morte del Signore, dobbiamo riporre la nostra speranza di salvezza nell’immagine di un re pagano? Non sei a conoscenza delle opere straordinarie che la croce ha prodotto? Ha distrutto la morte, ha sconfitto il peccato, ha svuotato l’inferno, ha debellato la potenza del demonio. Non si deve dunque credere ch’essa possa restituire la salvezza a un corpo? La croce ha fatto risorgere il mondo intero, e tu non le dai fiducia? Che cosa, dunque, non saresti degno di soffrire!…
Non ti vergogni e non arrossisci per il fatto di esserti lasciato sedurre da queste cose, dopo aver conosciuto una dottrina così sublime? Ciò che è ancor più grave, poi, è che, mentre noi cerchiamo di metterti in guardia e di dissuaderti da tutto questo, coloro che ritengono, in questo modo, di giustificarti, dicono: «Ma la donna che fa questi incantesimi è cristiana e non parla d’altro se non del nome di Dio». Ebbene, è proprio per questo che io nutro verso di lei tutto il mio odio e il mio disprezzo, giacché, nel momento in cui afferma di esser cristiana, bestemmia il nome di Dio compiendo opere degne dei pagani. Anche i demoni, infatti, pronunciavano il nome di Dio; non per questo, però, cessavano di essere demoni. Nonostante si rivolgessero a Cristo, dicendo: Sappiamo chi sei: il santo di Dio (Mc 1,24); egli, tuttavia, li respinse con disprezzo e li scacciò.
E` per questo che vi supplico di astenervi da una simile falsità, affidandovi a queste parole («Io rinuncio a te, Satana!») come a un sicuro sostegno. E come nessuno di voi oserebbe scendere in piazza svestito o senza calzature, così pure non dovrai mai farlo senza prima aver pronunciato queste parole, nel momento in cui sei sul punto di varcare la soglia di casa: «Io rinuncio a te, Satana, alla tua vana ostentazione e al tuo culto, per aderire unicamente a te, o Cristo». Non uscire mai, senza prima aver enunciato questo proposito: esso sarà il tuo bastone, la tua corazza, la tua fortezza inespugnabile. E insieme a queste parole, imprimi anche il sigillo della croce sulla tua fronte. Così, infatti, non soltanto l’uomo che incontrerai, ma neppure il diavolo stesso potrà minimamente danneggiarti, vedendoti apparire con questa armatura.
Giovanni Crisostomo, Catechesi per i neofiti, 2,5

Qual è la volontà di Dio?
Chi sono coloro che ignorano ciò che valga davvero e ciò che sia volontà di Dio? Tutti quelli che aspirano a possedere i beni di questo mondo, che ritengono giusto cercare la ricchezza e disprezzano la povertà, che sono assetati di potere e anelano all`eterna gloria su questa terra; sono tutti coloro che si reputano chissà chi, per il fatto di aver innalzato splendide case, d`aver acquistato magnifici sepolcri, di possedere, magari, folle di schiavi ed esser attorniati da una schiera di eunuchi. Tutti costoro, infatti, ignorano ciò che valga davvero e, al tempo stesso, quale sia la volontà di Dio, dal momento che le due cose sono, in realtà, una sola.
Le cose che sono davvero utili per noi, Dio le vuole; e quelle che Dio vuole, d`altronde, sono per noi indubbiamente utili. E che cos`è che Dio vuole, allora? Che noi viviamo nella povertà, nell`umiltà, nel disprezzo della gloria, nella temperanza e non nei piaceri; nelle tribolazioni e non nella quiete; nel dolore e nell`austerità, non nella dissolutezza e nel divertimento; in tutte le altre condizioni, insomma, che egli ha prescritto. Molti, invece, non vedono di buon occhio questi insegnamenti e non ritengono che si tratti di cose utili né che rappresentino la volontà di Dio. E` per questo che costoro non hanno mai potuto giungere ad accettare le tribolazioni in nome della virtù. Chi, infatti, ignora cosa sia la virtù, ma anzi apprezza la dissolutezza, e chi, in luogo di una casta sposa, preferisce una meretrice, quando mai riuscirà a distaccarsi da questo mondo? Prima di ogni altra cosa, dunque, dobbiamo esprimere una giusta e corretta valutazione delle cose e, anche senza ancora mettere in pratica la virtù, dobbiamo tuttavia apprezzarla come merita; anche senza ancora distoglierci dalla nostra cattiva condotta, dobbiamo nondimeno condannarla e aderire intanto a una sana concezione della vita. Di questo passo, facendo progressi nella giusta direzione, saremo alla fine in grado di mettere in pratica i princìpi che abbiamo formulato. E` per questo che Paolo ci sollecita a rinnovarci, dicendo: Affinché possiate distinguere quale sia la volontà di Dio (Rm 12,2).
Giovanni Crisostomo, Commento alla lettera ai Romani, 20,2-3

di San Giovanni Crisostomo, Omelie sulla lettera ai Romani : Immensa è la bontà di Dio che non risparmiò suo Figlio

http://www.dellepiane.net/patristica%20B%20quar%20e%20pasqua.htm#MERSL

Omelie sulla lettera ai Romani

Immensa è la bontà di Dio che non risparmiò suo Figlio

di San Giovanni Crisostomo, nel quarto secolo

         «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? » (Rm 8, 31). Contro il fedele che è attento alla legge di Dio non possono nulla né l’uomo né il demonio, né qualunque altra potenza. Se gli sottrai denaro, prepari il suo guadagno; se parli male di lui, proprio a causa del suo sparlare lo rendi più splendido presso  Dio; se lo riduci alla fame, maggiore sarà la sua gloria e la sua ricompensa; se poi, e questa è giudicata cosa più grave, lo consegni alla morte, gli intrecci la corona del martirio. Che cosa sarà dunque paragonabile a questa vita, in cui niente può colpirlo, se anche coloro che sembrano insidiarlo, non sono meno utili di coloro che lo ricolmano di benefici? Perciò dice: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? » (Rm 8, 31).

         Poi, non contento di quanto aveva già detto, come massimo segno dell’amore del Padre verso di noi, e che spesso ci ripete, aggiunge anche questo: la morte del Figlio. (…) «Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? » (Rm 8, 32). Come potrebbe abbandonarci, se non ha risparmiato suo Figlio, ma lo ha dato per tutti noi? Pensa quale bontà fu quella di non risparmiare suo Figlio, ma di consegnarlo alla morte, e di consegnarlo per tutti: per i vili, gli ingrati, i nemici, i bestemmiatori. «Come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? » (Rm 8, 32).

         Cioè: se ci ha dato suo Figlio, non solo, ma se lo ha dato anche alla morte per noi, di che cosa temi per tutto il resto, dopo che hai ricevuto il Signore? Come puoi dubitare degli altri beni, se possiedi il Signore di ogni bene?

Domenica delle Palme, San Giovanni Crisostomo, In Mt., hom

http://www.natidallospirito.com/2008/04/20/domenica-delle-palme-3/

San Giovanni Crisostomo
In Mt., hom. 66, 1-2. PG 57, 627-628.

Domenica delle Palme

Gesù era venuto spesso a Gerusalemme; mai però vi era entrato in modo così solenne. Quale ne è il motivo? All’inizio del suo ministero egli non era molto conosciuto e a quel tempo neppure era prossima l’ora della sua passione. Gesù si mescolava alla folla senza alcuna distinzione, cercando anzi di passare inosservato. Qualora si fosse manifestato troppo presto, non avrebbe riscosso ammirazione, ma l’ira degli avversari sì sarebbe scatenata ben più violenta. Più tardi, invece, quando la croce è alle porte, dà prova sufficiente del suo potere, dispiega in modo più lampante la sua grandezza e compie con maggiore solennità ogni cosa, anche se ciò inasprirà la parte avversa. Ripeto che egli avrebbe potuto fare ciò sin dall’inizio della sua predicazione, ma non sarebbe stato né utile né vantaggioso.
Non considerare la menzione dell’asina poco importante. Quelli che si lasciarono portare via i loro animali, erano povera gente, forse dei contadini. Chi li persuase a non opporsi? Che dico? Neppure aprirono bocca. Insomma, perché acconsentirono oppure tacendo dettero via l’asina?
Nell’uno e nell’altro caso il comportamento di costoro è ugualmente ammirevole: sia lo starsene zitti quando vengono portate via le loro bestie; sia il non opporre resistenza dopo aver chiesto e avuto la spiegazione dagli apostoli: Il Signore ne ha bisogno. E sono tanto più ammirevoli, perché non vedevano il Signore, ma solo i suoi discepoli.
Questo episodio ci insegna che Gesù avrebbe potuto ridurre al silenzio e atterrare i Giudei che stavano per impadronirsi di lui, ma non volle farlo. Non solo, ma in quella circostanza dà anche un altro insegnamento ai discepoli: essi dovranno senza opporsi fare quanto egli chiederà loro, foss’anche la vita stessa. Se quegli sconosciuti hanno ceduto obbedienti, essi dovranno abbandonare tutto senza recriminazioni.
Allorché Gesù entra in Gerusalemme cavalcando un’asina, ci insegna l’umiltà e la moderazione. Egli non viene solo a compiere le profezie e a seminare la parola di verità, ma anche a istituire un modello di vita che si limiti al necessario e si ispiri ad un comportamento onesto.
Ecco perché, quando nasce, non cerca un magnifico palazzo, e neppure una madre ricca e illustre, ma si contenta dell’umile sposa di un carpentiere; nasce in una grotta e viene deposto in una mangiatoia. Per discepoli non sceglie né retori e dotti, né ricchi e nobili ma povera gente di modesta estrazione, del tutto sconosciuta.
Al momento del pasto, a volte si ciba di pane d’orzo, altre volte di quello che manda i discepoli a comprare in piazza, e l’erba gli serve da tavola. Si veste poveramente, come usa la gente del popolo, e non ha neppure una casa. Quando deve spostarsi da un luogo all’altro, fa i viaggi a piedi, tanto da esserne affaticato.
Gesù non ha nessun trono per sedersi né cuscino per posare il capo. Che sia sulla montagna o presso un pozzo – come quando era solo a parlare con la Samaritana – si mette semplicemente a sedere per terra.
Ci dà l’esempio della misura anche nei nostri dolori e nella nostra tristezza: quando piange, versa poche lagrime, in modo che indica i limiti da non oltrepassare e l’equilibrio, da mantenere.
Ecco un altro esempio di semplicità: prevedendo che molti, deboli fisicamente, non potranno sempre viaggiare a piedi, insegna con il suo esempio la moderazione: non è necessario andare a cavallo, non c’è bisogno di muli aggiogati, ma basta un’asina, e così non si eccede oltre il necessario.
Ma vediamo più da vicino questa profezia che si realizza in parole e in atti. Quale è dunque? Dite alla figlia di Sion: Ecco, il tuo re viene a te, mite, seduto su un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma. (Cf Zc 9,9) Gesù non guida carri da guerra, come gli altri re; non impone tributi, non avanza sconvolgente scortato da un corpo di guardia, ma presenta d’ora in poi il modello della mitezza e della moderazione.

MERCOLEDÌ 25 GENNAIO – CONVERSIONE DI SAN PAOLO (F)

MERCOLEDÌ 25 GENNAIO – CONVERSIONE DI SAN PAOLO (F)

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/0125Page.htm

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura At 22,3-16
Àlzati, fatti battezzare e purificare dai tuoi peccati, invocando il nome di Gesù.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, Paolo disse al popolo:
«Io sono un Giudeo, nato a Tarso in Cilìcia, ma educato in questa città, formato alla scuola di Gamalièle nell’osservanza scrupolosa della Legge dei padri, pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi. Io perseguitai a morte questa Via, incatenando e mettendo in carcere uomini e donne, come può darmi testimonianza anche il sommo sacerdote e tutto il collegio degli anziani. Da loro avevo anche ricevuto lettere per i fratelli e mi recai a Damasco per condurre prigionieri a Gerusalemme anche quelli che stanno là, perché fossero puniti.
Mentre ero in viaggio e mi stavo avvicinando a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una grande luce dal cielo sfolgorò attorno a me; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perséguiti?”. Io risposi: “Chi sei, o Signore?”. Mi disse: “Io sono Gesù il Nazareno, che tu perséguiti”. Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava. Io dissi allora: “Che devo fare, Signore?”. E il Signore mi disse: “Àlzati e prosegui verso Damasco; là ti verrà detto tutto quello che è stabilito che tu faccia”. E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni giunsi a Damasco.
Un certo Ananìa, devoto osservante della Legge e stimato da tutti i Giudei là residenti, venne da me, mi si accostò e disse: “Saulo, fratello, torna a vedere!”. E in quell’istante lo vidi. Egli soggiunse: “Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca, perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito. E ora, perché aspetti? Àlzati, fatti battezzare e purificare dai tuoi peccati, invocando il suo nome”».

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo 1, 11-24

Rivelò a me il suo Figlio perché lo annunciassi
Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.
In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; soltanto avevano sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere». E glorificavano Dio a causa mia.

Responsorio Gal 1, 11-12; 2 Cor 11, 10. 7
R. Il vangelo che annunzio non è modellato sull’uomo; * non l’ho ricevuto da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.
V. La verità di Cristo è in me, poiché vi ho annunziato il vangelo di Dio:
R. non l’ho ricevuto da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.

Seconda Lettura
Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
(Om. 2, Panegirico di san Paolo, apostolo; PG 50, 477-480)

Paolo sopportò ogni cosa per amore di Cristo
Che cosa sia l’uomo e quanta la nobiltà della nostra natura, di quanta forza sia capace questo essere pensante, lo mostra in un modo del tutto particolare Paolo. Ogni giorno saliva più in alto, ogni giorno sorgeva più ardente e combatteva con sempre maggior coraggio contro le difficoltà che incontrava. Alludendo a questo diceva: Dimentico il passato e sono proteso verso il futuro (cfr. Fil 3, 13). Vedendo che la morte era ormai imminente, invita tutti alla comunione di quella sua gioia dicendo: «Gioite e rallegratevi con me» (Fil 2, 18). Esulta ugualmente anche di fronte ai pericoli incombenti, alle offese e a qualsiasi ingiuria e, scrivendo ai Corinzi, dice: Sono contento delle mie infermità, degli affronti e delle persecuzioni (cfr. 2 Cor 12, 10). Aggiunge che queste sono le armi della giustizia e mostra come proprio di qui gli venga il maggior frutto, e sia vittorioso dei nemici. Battuto ovunque con verghe, colpito da ingiurie e insulti, si comporta come se celebrasse trionfi gloriosi o elevasse in alto trofei. Si vanta e ringrazia Dio, dicendo: Siano rese grazie a Dio che trionfa sempre in noi (cfr. 2 Cor 2, 14). Per questo, animato dal suo zelo di apostolo, gradiva di più l’altrui freddezza e le ingiurie che l’onore, di cui invece noi siamo così avidi. Preferiva la morte alla vita, la povertà alla ricchezza e desiderava assai di più la fatica che non il riposo. Una cosa detestava e rigettava: l’offesa a Dio, al quale per parte sua voleva piacere in ogni cosa.
Godere dell’amore di Cristo era il culmine delle sue aspirazioni e, godendo di questo suo tesoro, si sentiva più felice di tutti. Senza di esso al contrario nulla per lui significava l’amicizia dei potenti e dei principi. Preferiva essere l’ultimo di tutti, anzi un condannato, però con l’amore di Cristo, piuttosto che trovarsi fra i più grandi e i più potenti del mondo, ma privo di quel tesoro.
Il più grande ed unico tormento per lui sarebbe stato perdere questo amore. Ciò sarebbe stato per lui la geenna, l’unica sola pena, il più grande e il più insopportabile dei supplizi.
Il godere dell’amore di Cristo era per lui tutto: vita, mondo, condizione angelica, presente, futuro, e ogni altro bene. All’infuori di questo, niente reputava bello, niente gioioso. Ecco perché guardava alle cose sensibili come ad erba avvizzita. Gli stessi tiranni e le rivoluzioni di popoli perdevano ogni mordente. Pensava infine che la morte, la sofferenza e mille supplizi diventassero come giochi da bambini quando si trattava di sopportarli per Cristo.

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