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MARTEDÌ 7 DICEMBRE 2010 – II SETTIMANA DI AVVENTO A

MARTEDÌ 7 DICEMBRE 2010 – II SETTIMANA DI AVVENTO A

S. AMBROGIO (m)

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalle «Lettere» di sant’Ambrogio, vescovo
(Lett. 2, 1-2. 4-5; PL 16, 847-881)

La grazia delle tue parole conquista il popolo
Hai ricevuto il sacerdozio e, stando a poppa della Chiesa, tu guidi la nave sui flutti. Tieni saldo il timone della fede in modo che le violente tempeste di questo mondo non possano turbare il suo corso. Il mare è davvero grande, sconfinato; ma non aver paura, perché «E’ lui che l’ha fondata sui mari, e sui fiumi l’ha stabilita «(Sal 23, 2).
Perciò non senza motivo, fra le tante correnti del mondo, la Chiesa resta immobile, costruita sulla pietra apostolica, e rimane sul suo fondamento incrollabile contro l’infuriare del mare in tempesta. E’ battuta dalle onde ma non è scossa e, sebbene di frequente gli elementi di questo mondo infrangendosi echeggino con grande fragore, essa ha tuttavia un porto sicurissimo di salvezza dove accogliere chi è affaticato. Se tuttavia essa è sbattuta dai flutti sul mare, pure sui fiumi corre, su quei fiumi soprattutto di cui è detto: I fiumi hanno innalzato la loro voce (cfr. Sal 92, 3). Vi sono infatti fiumi che sgorgano dal cuore di colui che è stato dissetato da Cristo e ha ricevuto lo Spirito di Dio. Questi fiumi, quando ridondano di grazia spirituale, alzano la loro voce.
Vi è poi un fiume che si riversa sui suoi santi come un torrente. Chiunque abbia ricevuto dalla pienezza di questo fiume, come l’evangelista Giovanni, come Pietro e Paolo, alza la sua voce; e come gli apostoli hanno diffuso la voce della predicazione evangelica con festoso annunzio fino ai confini della terra, così anche questo fiume incomincia ad annunziare il Signore. Ricevilo dunque da Cristo, perché anche la tua voce si faccia sentire.
Raccogli l’acqua di Cristo, quell’acqua che loda il Signore. Raccogli da più luoghi l’acqua che lasciano cadere le nubi dei profeti. Chi raccoglie acqua dalle montagne e la convoglia verso di sé, o attinge alle sorgenti, lui pure, come le nubi, la riversa su altri. Riempine dunque il fondo della tua anima, perché il tuo terreno sia innaffiato e irrigato da proprie sorgenti. Si riempie chi legge molto e penetra il senso di ciò che legge; e chi si è riempito può irrigare altri. La Scrittura dice: «Se le nubi sono piene di acqua, la rovesciano sopra la terra» (Qo 11, 3).
I tuoi sermoni siano fluenti, puri, cristallini, si che il tuo insegnamento morale suoni dolce alle orecchie della gente e la grazia delle tue parole conquisti gli ascoltatori perché ti seguano docilmente dove tu li conduci. Il tuo dire sia pieno di sapienza. Anche Salomone afferma: Le labbra del sapiente sono le armi della Sapienza, e altrove: Le tue labbra siano ben aderenti all’idea: vale a dire, l’esposizione dei tuoi discorsi sia lucida, splenda chiaro il senso senza bisogno di spiegazioni aggiunte; il tuo discorso si sappia sostenere e difendere da se stesso e non esca da te parola vana o priva di senso.

AMBROGIO “VI PASCE, VI GOVERNA, VI CUSTODISCE, VI DIFENDE” (Card. Tettamanzi – 7 dicembre 2010)

dal sito:

http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/pagine/00_PORTALE/2010/pontificale_ambrogio.pdf

Solennità di sant’Ambrogio

Omelia

Dionigi card. Tettamanzi 
Arcivescovo di Milano

Milano -Sant’Ambrogio, 7 dicembre 2010

AMBROGIO “VI PASCE, VI GOVERNA, VI CUSTODISCE, VI DIFENDE”

Carissimi, ci ritroviamo ancora una volta in questa splendida basilica per celebrare la festa di sant’Ambrogio, nostro Patrono.

L’importanza di una data

La liturgia ci invita a ricordare di lui una data particolare, il 7 dicembre 374, la data della sua ordinazione episcopale, che lo stesso santo festeggiava con grande intensità d’affetto sentendosi profondamente legato alla sua comunità cristiana – così diceva – con un vincolo parentale, di carattere familiare, anzi paterno-filiale: come vescovo lui diventava “padre” dei cristiani di Milano; ma erano stati i cristiani di Milano a chiamarlo all’episcopato, e dunque egli si sentiva in qualche modo anche loro “figlio”. Così, a partire dal comandamento “Onora tuo padre e tua madre”, Ambrogio scriveva in occasione dell’anniversario della sua ordinazione episcopale: “E’ bello che per me, oggi, si legga l’inizio della Legge, quando è il giorno natalizio del mio episcopato; infatti sembra quasi che ogni anno l’episcopato ricominci daccapo quando si rinnova con la stagione del tempo. Bello è anche quanto si legge: ‘Onora tuo padre e tua madre’; voi, infatti, siete per me come i genitori, perchè mi avete dato l’episcopato; voi, ripeto, siete come figli o genitori, uno per uno figli, tutti insieme genitori…” (Esposizione del Vangelo secondo Luca, VIII, 373). Ora come il legame che esiste tra padre e figlio non può essere sciolto o spaccato in alcun modo perché ha le sue radici nella natura stessa delle cose, così anche il legame tra Ambrogio e la Chiesa è diventato, lungo la storia, un legame infrangibile, a tal punto che il nostro Patrono – caso veramente quasi unico nella storia – ha dato il proprio nome alla sua stessa Chiesa: la Chiesa Ambrosiana.
Ed è per questo che da sedici secoli, in maniera ininterrotta, la nostra Chiesa celebra la Festa del 7 dicembre non solo con grande solennità, ma anche con grande affetto: l’affetto dei figli verso il proprio Padre, dal quale prendono il nome di ambrosiani, hanno ricevuto la retta fede in Cristo Signore, vero Dio e vero Uomo, hanno avuto in regalo un particolare rito liturgico, che in alcuni elementi qualificanti affonda le sue radici proprio nell’opera pastorale e negli insegnamenti di sant’Ambrogio; e nel contempo l’affetto di una Chiesa fiera e gioiosa di venerare oggi, quasi con amore materno e paterno insieme, il più illustre dei propri figli. Tocca a noi continuare a tenere viva e feconda la devozione della nostra Chiesa verso sant’Ambrogio, rendendo lode e grazie al Signore che l’ha donato a noi e all’intera Chiesa, invocando con fiducia il suo aiuto sul nostro cammino, impegnandoci ad imitare la sua passione pastorale e il suo slancio spirituale alla luce degli insegnamenti e della testimonianza di vita che ci ha lasciato. Nella lunga storia della devozione a sant’Ambrogio ha avuto un posto speciale un suo grande successore sulla medesima cattedra di Milano, san Carlo Borromeo. Lo ricordo in questo anno nel quale la nostra Diocesi celebra il IV centenario della sua canonizzazione (1610-2010). E così di nuovo, proprio oggi, troviamo un altro 7 dicembre: quello del 1563 quando il giovane cardinale Carlo Borromeo, già nominato dallo zio papa Pio IV amministratore apostolico della Diocesi di Milano, riceve l’ordinazione episcopale. Subito si fa spontanea la domanda: questa data è casuale oppure viene scelta dal Borromeo? Sappiamo che egli l’ha voluta di proposito con preciso riferimento a sant’Ambrogio e che da quel giorno ha incominciato a celebrare la liturgia secondo il rito ambrosiano. E’ dunque una scelta di grande significato simbolico: in questo modo il Borromeo intendeva inserirsi pienamente nella tradizione viva della Chiesa di Milano, che in sant’Ambrogio riconosce il proprio momento “fontale; e assumendo da quel 7 dicembre il rito ambrosiano egli intendeva accogliere la tradizione liturgica della nostra Chiesa come un tesoro, un dono prezioso, un’eredità da custodire, far crescere e fermentare, così da poterla trasmettere arricchita alle generazioni di ambrosiani che si sarebbero succedute nel futuro. Potremmo allora dire che in Carlo Borromeo, il 7 dicembre 1563, si ripeteva quello che era avvenuto per Ambrogio il 7 dicembre 374: veniva a crearsi anche per lui un rapporto infrangibile con la Chiesa di Milano, un rapporto paterno-filiale: quel giorno, ricevendo l’ordinazione episcopale e assumendo il rito ambrosiano, da un lato veniva generato come “figlio” della tradizione ambrosiana e dall’altro come “padre” della Chiesa di Milano. E negli anni successivi – 19 anni, brevi ma intensi – sarebbe diventato con la sua opera di riforma, la sua carità illuminata, il suo stile di governo prudente ed efficace, un padre eccellente, il prototipo stesso del vescovo in cura d’anime.

Un altro sant’Ambrogio
Ad un altro particolare interessante vorrei fare cenno, in occasione dell’ingresso del Borromeo in Milano come nuovo arcivescovo, avvenuto nel 1565. Secondo alcuni biografi di san Carlo, durante il suo ingresso in Diocesi, si sarebbe udita tra la folla questa specie di profezia popolare: «Costui sarà un altro sant’Ambrogio!». Forse la notizia non è verificabile dal punto di vista storico; una cosa però è certa: e cioè che san Carlo si era esplicitamente proposto di imitare l’opera pastorale di sant’Ambrogio, applicandola ai propri tempi e alle necessità della Chiesa del Cinquecento. La controprova ci è offerta dal fatto che, subito dopo la sua morte, nel 1584, e in vista della sua canonizzazione, divenne spontaneo per i biografi parlare di Carlo Borromeo come di un sant’Ambrogio “redivivo”, come colui che aveva fatto rivivere nell’oggi la vita, le virtù pastorali, la spiritualità dell’antico Patrono. Un grande amico e ammiratore di san Carlo, il cardinale Agostino Valier vescovo di Verona, ci ha lasciato – con un’accurata serie di parallelismi – un’interessante rilettura della vita e dell’opera del Borromeo a partire dalla vita e dall’opera di sant’Ambrogio. Entrambi nacquero da famiglia nobile, ma entrambi non tennero conto della propria nobiltà d’origine; la morte di Satiro, fratello di Ambrogio, rappresentò una svolta nella sua vita, analogamente a quanto accadde per Carlo alla morte del fratello maggiore Federico, quando visse un momento di travaglio interiore che lo portò a una vera e propria “conversione”; entrambi manifestarono grande amore e passione per la Sacra Scrittura; le insidie della corte imperiale che giunsero fino a mettere Ambrogio in pericolo di vita possono essere messe in parallelo con il celebre attentato a san Carlo e con il colpo di archibugio andato a vuoto; le riforme liturgiche di Ambrogio sono richiamate dalla riforma del rito ambrosiano voluta dal Borromeo e in parte da lui portata a termine; Ambrogio che scomunica i potenti (l’allusione è alla penitenza di Teodosio) è accostato alle tensioni e agli scontri tra Carlo e l’autorità spagnola di Milano; gli epistolari di entrambi rivestono grande e analoga importanza; analoga per entrambi fu la scelta di una vita ascetica, con veglie e digiuni; analoga in entrambi fu la sollecitudine per la Chiesa e la lotta per la sua libertà e il suo onore; analogo fu l’amore per
i poveri e il culto per l’amore della povertà; immediata per entrambi fu la venerazione, dopo la morte, da parte del popolo, grazie a una diffusa fama sanctitatis. Il cardinale Valier poteva terminare questa “tavola comparativa” con queste parole: «Il Signore Dio in Carlo Borromeo ha fatto rivivere le stesse virtù che brillarono in sant’Ambrogio!».
In ascolto della parola di san Carlo su sant’Ambrogio
Vogliamo ora metterci in diretto ascolto di san Carlo e chiedergli che sia lui stesso a parlarci brevemente di sant’Ambrogio. Non è questo un sogno, bello ma impossibile; è una realtà che viene dal fatto che ci sono state conservate due omelie tenute da san Carlo proprio come oggi, il 7 dicembre, in occasione della festa del santo Patrono: la prima è del 1567 – due anni dopo il suo ingresso – e fu pronunciata in questa stessa basilica; la seconda è del 1583 – un anno prima della sua morte – e fu tenuta a Bellinzona, nel Canton Ticino. Ci soffermiamo sulla prima omelia, che commenta la pagina di vangelo che abbiamo ascoltato poco fa e che la tradizione ambrosiana da sempre propone per la festa di sant’Ambrogio: la pagina del buon Pastore (Gv 10,1116). Tutta l’omelia del Borromeo è una commossa contemplazione e un inno stupendo al dono pastorale di Gesù, all’interiore fuoco della sua carità di Buon Pastore. Possiamo riascoltare da questa omelia alcune delle espressioni più significative. “Veramente è buono Pastore Cristo, e ha dimostrato ed esercitato notabilmente la bontà e carità sua Pastorale: Bonus Pastor animam suam ponit pro ovibus suis (il buon pastore dà la propria vita per le pecore). Questa è la legge della perfezione Pastorale, che spenda il pastore sino la vita, se è bisogno, per la salute del suo gregge, e par che non si possa fare di più di questo, perché diceva Cristo altrove: Majorem caritatem nemo habet, quam ut animam suam ponat pro amicis suis (Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici); pure ha trovato modo l’ineffabile bontà sua di eccedere questa perfezione, che ha posto la vita per i nemici: ha patito trentatré anni in questa vita tanti stenti quanti ognuno sa, e finalmente la morte in Croce per la salute di un gregge ribelle e contumace; ed è stata volontaria e spontanea questa dimostrazione, perché egli stesso la testifica nel testo Evangelico, parlando della sua vita: Nemo tollit eam a me, sed ego pono eam a me ipso (nessuno me la toglie: io la do da me stesso), ed il Profeta Isaia: Oblatus est, quia voluit (è stato offerto, perché lui stesso l’ha voluto)… Ma esso va più oltre scoprendo la carità sua Pastorale verso il gregge: Ego cognosco oves meas (Io conosco le mie pecore)… non vede solo di fuori, ma penetra diligentemente sino ai pensieri occultissimi. Questo è ufficio di Pastori, indagar con ogni studio la vita e i costumi ad una ad una delle sue pecorelle; questo accennò Cristo poco innanzi, quando parlando pur dell’ufficio del Pastore disse: Et vocat eas nominatim (e le chiama per nome)…”. San Carlo è molto chiaro nell’inculcare l’idea che sempre e in ogni caso è Gesù Signore l’unico e vero Buon Pastore che guida, regge, nutre e fa crescere il suo gregge, che è la santa Chiesa. Ma è altrettanto chiaro nel dire che l’opera pastorale di Cristo si esplica e si concretizza nella storia attraverso i ministri che egli sceglie e invia a rappresentarlo: e Ambrogio è stato eccellente ministro, è colui attraverso il quale Cristo Signore si è reso presente come il Buon Pastore che guida la Chiesa di Milano. Infatti come Cristo ha dato la sua vita per la Chiesa, così ha fatto Ambrogio, spendendo tutto se stesso e non risparmiandosi neppure davanti al rischio di mettere in pericolo la propria persona e la propria incolumità fisica; così come si è speso totalmente in un’attività pastorale di cui il Borromeo passa in rassegna i principali momenti: l’insegnamento costante al popolo attraverso la predicazione, l’amministrazione assidua e fedele dei sacramenti, l’attività teologica attraverso la pubblicazione dei suoi scritti a difesa della retta fede cattolica contro le deviazioni dell’eresia, la difesa coraggiosa davanti ai potenti di questo mondo dei diritti di Dio e della sua legge e della libertà della Chiesa, la fondazione di stabili e durature istituzioni ecclesiastiche, l’opera missionaria tesa al recupero, all’interno della vera Chiesa di Cristo, di chi si era smarrito, come dimostra il caso emblematico della conversione di sant’Agostino. Infine, riprendendo una idea già presente nelle antiche biografie di sant’Ambrogio, anche san Carlo lo paragona alla figura biblica di Elia, proponendo quindi il grande vescovo di Milano come figura profetica per la Chiesa di ogni tempo. Interessante è il punto dell’omelia in cui san Carlo, rivolgendosi ai milanesi del suo tempo e dopo aver passato in rassegna le virtù cristiane e pastorali di sant’Ambrogio, conclude con queste parole: «Ambrogio vi pasce, vi governa, vi custodisce, vi difende». Credo che non sia un caso che il Borromeo, per indicare la presenza di Ambrogio alla guida della sua Chiesa, abbia usato i verbi al presente: li ha usati lui quattrocento anni fa, ma li possiamo usare anche noi oggi, all’inizio del terzo millennio: Ambrogio ancora oggi “ci pasce e ci governa” con il suo insegnamento sempre vivo, incisivo ed efficace, e con gli esempi luminosi e incoraggianti della sua attività pastorale; ancora oggi il santo Vescovo di Milano “ci custodisce e ci difende” con la sua intercessione preziosa e paterna. Potrà così diventare realtà il duplice augurio che Benedetto XVI ci rivolge nella lettera inviata per il centenario della canonizzazione di san Carlo. Il primo è per i sacerdoti: “Cari fratelli nel ministero, la Chiesa ambrosiana possa trovare sempre in voi una fede limpida e una vita sobria e pura, che rinnovino l’ardore apostolico che fu di sant’Ambrogio, di san Carlo e di tanti vostri santi Patroni”. Il secondo è per i giovani: “Voi, cari giovani, non siete solo la speranza della Chiesa; voi fate già parte del suo presente! E se avrete l’audacia di credere alla santità, sarete il tesoro più grande della vostra Chiesa ambrosiana, che si è edificata sui Santi” (Lumen caritatis, 1° novembre 2010).

SABATO 6 NOVEMBRE 2010 – XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SABATO 6 NOVEMBRE 2010 – XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura  Fil 4, 10-19
Tutto posso in colui che mi dà la forza.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési
Fratelli, ho provato grande gioia nel Signore perché finalmente avete fatto rifiorire la vostra premura nei miei riguardi: l’avevate anche prima, ma non ne avete avuto l’occasione.
Non dico questo per bisogno, perché ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione. So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza.
Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Lo sapete anche voi, Filippési, che all’inizio della predicazione del Vangelo, quando partii dalla Macedònia, nessuna Chiesa mi aprì un conto di dare e avere, se non voi soli; e anche a Tessalònica mi avete inviato per due volte il necessario.
Non è però il vostro dono che io cerco, ma il frutto che va in abbondanza sul vostro conto. Ho il necessario e anche il superfluo; sono ricolmo dei vostri doni ricevuti da Epafrodìto, che sono un piacevole profumo, un sacrificio gradito, che piace a Dio.
Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù.
  
UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal Trattato «Sul bene della morte» di sant’Ambrogio, vescovo
(Capp. 3, 9; 4, 15; CSEL 32, 710. 716-717)

Portiamo sempre e dovunque la morte di Cristo
Dice l’Apostolo: «Il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6, 14). Inoltre, perché sappiamo che anche vivendo possiamo avere una morte, ma buona però, ci esorta a portare sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché colui che avrà avuto in sé la morte di Gesù, avrà nel suo corpo anche la vita del Signore Gesù (cfr. 2 Cor 4, 10).
Allora operi pure in noi la morte, perché compia la sua opera anche la vita. Venga una buona vita dopo la morte, cioè, una buona vita dopo la vittoria, una buona vita al termine della battaglia. La legge della carne non sia più in grado di opporsi alla legge dello spirito, e non vi sia più nessuna lotta con il corpo mortale, ma nel corpo mortale regni la vittoria. E non saprei dire io stesso se questa morte non abbia maggiore potenza della vita.
Certo mi sento spinto dall’autorità dell’Apostolo che dice: «In noi opera la morte, ma in voi la vita» (2 Cor 4, 12). La morte di uno solo, a quanti popoli portò la vita! Perciò insegna che noi, posti in questa vita, dobbiamo desiderare questa morte, perché la morte di Cristo risplenda nel nostro corpo, quella morte beata per mezzo della quale l’uomo esteriore si va disfacendo perché quello interiore si rinnovi di giorno in giorno (cfr. 2 Cor 4, 16) e la nostra abitazione terrestre venga disfatta (cfr. 2 Cor 5, 1) e così ci si apra la dimora celeste.
Pertanto imita la morte colui che si sottrae alla complicità di questa carne e si scioglie da quelle catene di cui parla il Signore per mezzo di Isaia: «Sciogli le catene inique, togli i legami del giogo, rimanda liberi gli oppressi e spezza ogni giogo» (Is 58, 6).
Perciò il Signore permise che sottentrasse la morte perché cessasse il peccato. Ma perché a sua volta la morte non segnasse la fine della natura, fu data la risurrezione dei morti. Così per mezzo della morte veniva a cessare la colpa e per mezzo della risurrezione la natura restava per sempre.
Questa morte dunque è il passaggio obbligato per tutti. Bisogna che la tua vita sia un passaggio continuo, che tu compia un passaggio dalla corruzione all’incorruzione, dalla mortalità all’immortalità, dai turbamenti alla quiete. Non ti disgusti perciò il nome della morte; ti allietino, invece, i benefici di un transito felice. In realtà che cosa è la morte se non la sepoltura dei vizi e la risurrezione delle virtù? Per cui anche Balaam ha
detto: «Possa io morire della morte dei giusti» (Nm 23, 10), vale a dire: che io sia sepolto in modo da deporre i vizi e da rivestire la grazia dei giusti, i quali portano sempre e dappertutto nel loro corpo e nella loro anima la morte di Cristo.

MARTEDÌ 2 NOVEMBRE 2010 – XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MARTEDÌ 2 NOVEMBRE 2010 – XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

I MESSA
LETTURE: Gb 19,1.23-27a; Sal 26; Rm 5,5-11; Gv 6,37-40
II MESSA
LETTURE: Is 25,6a.7-9; Sal 25; Rm 8,14-23; Mt 25,31-46
III MESSA
LETTURE: Sap 3,1-9; Sal 41; Ap 21,15a.6b-7, Mt 5,1-12a

1 MESSA

Seconda Lettura  Rm 5,5-11
Giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui.
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla prima lettura ai Corinzi di san Paolo, apostolo 15, 12-34

Cristo risorto é la speranza dei credenti
Fratelli, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini.
Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi (Sal 8,7). Però quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare colui che gli ha sottomesso ogni cosa. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.
Altrimenti, che cosa farebbero quelli che vengono battezzati per i morti? Se davvero i morti non risorgono, perché si fanno battezzare per loro? E perché noi ci esponiamo al pericolo continuamente? Ogni giorno io affronto la morte, come è vero che voi siete il mio vanto, fratelli, in Cristo Gesù nostro Signore! Se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Èfeso contro le belve, a che mi gioverebbe? Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo (At 19,23). Non lasciatevi ingannare: «Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi». Ritornate in voi, come conviene, e non peccate! Alcuni infatti dimostrano di non conoscere Dio; ve lo dico a vostra vergogna.

Responsorio    1 Cor 15,25-26; cfr. Ap 20, 13. 14
R. Cristo deve regnare finché tutti i suoi nemici siano vinti; * e per ultima sarà distrutta la morte.
V. La morte e gli inferi restituiranno i loro morti, poi saranno gettati nel mare di fuoco:
R. e per ultima sarà distrutta la morte.

Oppure:
Dalla prima lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 15, 35-57

La risurrezione dei morti e la venuta del Signore
Fratelli, qualcuno dirà: «Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?». Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore; e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano per esempio o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo. Non ogni carne è la medesima carne; altra è la carne di uomini e altra quella di animali; altra quella di uccelli e altra quella di pesci. Vi sono corpi celesti e corpi terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, e altro quello dei corpi terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle: ogni stella infatti differisce da un’altra nello splendore. Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale.
Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. Quale è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste. Questo vi dico, o fratelli: la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che è corruttibile può ereditare l’incorruttibilità.
Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità. Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura:

La morte è stata ingoiata per la vittoria.
Dov’è, o morte, la tua vittoria?
Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? (Is 25,8; Os 13, 14).

Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!

Seconda Lettura
Dal libro «Sulla morte del fratello Satiro» di sant’Ambrogio, vescovo
(Lib. 2, 40.41.46.47.132.133; CSEL 73, 270-274, 323-324)

Moriamo insieme a Cristo, per vivere con lui
Dobbiamo riconoscere che anche la morte può essere un guadagno e la vita un castigo. Perciò anche san Paolo dice: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21). E come ci si può trasformare completamente nel Cristo, che è spirito di vita, se non dopo la morte corporale?
Esercitiamoci, perciò, quotidianamente a morire e alimentiamo in noi una sincera disponibilità alla morte. Sarà per l’anima un utile allenamento alla liberazione dalle cupidigie sensuali, sarà un librarsi verso posizioni inaccessibili alle basse voglie animalesche, che tendono sempre a invischiare lo spirito. Così, accettando di esprimere già ora nella nostra vita il simbolo della morte, non subiremo poi la morte quale castigo. Infatti la legge della carne lotta contro la legge dello spirito e consegna l’anima stessa alla legge del peccato. Ma quale sarà il rimedio? Lo domandava già san Paolo, dandone anche la risposta: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7,24). La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (cfr. Rm 7,25 ss.).
Abbiamo il medico, accettiamo la medicina. La nostra medicina è la grazia di Cristo, e il corpo mortale è il corpo nostro. Dunque andiamo esuli dal corpo per non andare esuli dal Cristo. Anche se siamo nel corpo cerchiamo di non seguire le voglie del corpo.
Non dobbiamo, è vero, rinnegare i legittimi diritti della natura, ma dobbiamo però dar sempre la preferenza ai doni della grazia.
Il mondo è stato redento con la morte di uno solo. Se Cristo non avesse voluto morire, poteva farlo. Invece egli non ritenne di dover fuggire la morte quasi fosse una debolezza, né ci avrebbe salvati meglio che con la morte. Pertanto la sua morte è la vita di tutti. Noi portiamo il sigillo della sua morte, quando preghiamo la annunziamo; offrendo il sacrificio la proclamiamo; la sua morte è vittoria, la sua morte è sacramento, la sua morte è l’annuale solennità del mondo.
E che cosa dire ancora della sua morte, mentre possiamo dimostrare con l’esempio divino che la morte sola ha conseguito l’immortalità e che la morte stessa si è redenta da sé? La morte allora, causa di salvezza universale, non è da piangere. La morte che il Figlio di Dio non disdegnò e non fuggì, non è da schivare.
A dire il vero, la morte non era insita nella natura, ma divenne connaturale solo dopo. Dio infatti non ha stabilito la morte da principio, ma la diede come rimedio. Fu per la condanna del primo peccato che cominciò la condizione miseranda del genere umano nella fatica continua, fra dolori e avversità. Ma si doveva porre fine a questi mali perché la morte restituisse quello che la vita aveva perduto, altrimenti, senza la grazia, l’immortalità sarebbe stata più di peso che di vantaggio.
L’anima nostra dovrà uscire dalle strettezze di questa vita, liberarsi delle pesantezze della materia e muovere verso le assemblee eterne.
Arrivarvi è proprio dei santi. Là canteremo a Dio quella lode che, come ci dice la lettura profetica, cantano i celesti sonatori d’arpa: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno dinanzi a te» (Ap 15,3-4).
L’anima dovrà uscire anche per contemplare le tue nozze, o Gesù, nelle quali, al canto gioioso di tutti, la sposa è accompagnata dalla terra al cielo, non più soggetta al mondo, ma unita allo spirito: «A te viene ogni mortale» (Sal 64,3).
Davide santo sospirò, più di ogni altro, di contemplare e vedere questo giorno. Infatti disse: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26,4).

SABATO 17 LUGLIO 2010 – XV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SABATO 17 LUGLIO 2010 – XV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal trattato «Sui misteri» di sant’Ambrogio, vescovo
(Nn. 52-54. 58; SC 25 bis, 186-188. 190)

(citazioni da Paolo)

Questo sacramento che ricevi si compie con la parola di Cristo
Noi costatiamo che la grazia ha maggiore efficacia della natura, ma la grazia della benedizione profetica è ancora superiore. Se poi la parola del profeta, cioè di un uomo, ha avuto tanta forza da cambiare la natura, che dire della benedizione fatta da Dio stesso dove agiscono le parole medesime del Signore e Salvatore? Giacché questo sacramento che tu ricevi si compie con la parola di Cristo. Che se la parola di Elia ebbe tanta potenza da far scendere il fuoco dal cielo, la parola di Cristo non sarà capace di cambiare la natura degli elementi? A proposito delle creature di tutto l’universo tu hai detto: «Egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste» (Sal 32, 9). La parola di Cristo, dunque, che ha potuto creare dal nulla quello che non esisteva, non può cambiare le cose che sono in ciò che esse non erano? Infatti non è meno difficile dare alle cose un’esistenza che cambiarle in altre.
Ma perché servirci di argomentazioni? Serviamoci dei suoi esempi e proviamo la verità del mistero con il mistero stesso della incarnazione. Forse che fu seguito il corso ordinario della natura quando Gesù Signore nacque da Maria? Se cerchiamo l’ordine della natura, la donna suole generare dall’unione con l’uomo. E’ chiaro dunque che la Vergine ha generato al di fuori dell’ordine della natura. Ebbene, quello che noi ripresentiamo è il corpo nato dalla Vergine. Perché cerchi qui il corso della natura nel corpo di Cristo, mentre lo stesso Signore Gesù Cristo è stato generato dalla Vergine all’infuori del corso della natura? E’ la vera carne di Cristo che fu crocifissa, che fu sepolta. E’ dunque veramente il sacramento della sua carne.
Lo stesso Signore Gesù proclama: «Questo è il mio corpo». Prima della benedizione delle parole celesti la parola indica un particolare elemento. Dopo la consacrazione ormai designa il corpo e il sangue di Cristo. Egli stesso lo chiama suo sangue. Prima della consacrazione lo si chiama con altro nome. Dopo la consacrazione è detto sangue. E tu dici: «Amen», cioè. «E’ così». Ciò che pronunzia la bocca, lo affermi lo spirito. Ciò che enunzia la parola, lo senta il cuore.
Anche la Chiesa vedendo una grazia così grande, esorta i suoi figli esorta i suoi intimi ad accorrere ai sacramenti dicendo: «Mangiate, amici, bevete; inebriatevi, o cari» (Ct 5, 1). Quello poi che mangiamo, quello che beviamo, lo Spirito Santo te lo ha specificato altrove per mezzo del Profeta dicendo: «Gustate e vedete quanto è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia» (Sal 33, 9). In quel sacramento c’è Cristo, perché è il corpo di Cristo. non è dunque un cibo corporale, ma un nutrimento spirituale. Onde anche l’Apostolo della sua figura dice: «I nostri padri tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale» (1 Cor 10, 3). Infatti il corpo di Dio è un corpo spirituale, il corpo di Cristo è il corpo dello spirito divino, perché Cristo è spirito, come leggiamo: Cristo Signore è spirito davanti al nostro volto (cfr. Lam 4, 20 secondo i LXX). Questo nutrimento rinsalda il nostro cuore e questa bevanda «allieta il cuore dell’uomo» (Sal 103, 15) come ha ricordato il profeta.

VENERDÌ 16 LUGLIO – XV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

VENERDÌ 16 LUGLIO – XV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MARIA VERGINE DEL MONTE CARMELO (mf)

Seconda Lettura
Dal trattato «Sui misteri» di sant’Ambrogio, vescovo
(Nn. 43. 47. 49; SC 25 bis, 178-180. 182)

(citazioni da Paolo)

Sull’Eucaristia ai neofiti
Così lavata e ricca di tale abbigliamento, la schiera dei neofiti avanza verso gli altari di Cristo dicendo: «Verrò all’altare di Dio, al Dio della mia gioia, del mio giubilo» (Sal 42, 4). Infatti, deposte le spoglie dell’antico errore, e rinnovata nella giovinezza dell’aquila (cfr. Sal 102, 5), s`’affretta ad accorrere a quel banchetto celeste. Viene dunque, e vedendo il sacro altare tutto adorno, esclama: «Davanti a me tu prepari una mensa» (Sal 22, 5). Davide così fa parlare ciascuna delle nuove reclute: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce». E più avanti: «Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca» (Sal 22, 1-5).
E’ mirabile che Dio abbia fatto piovere la manna per i padri e che si nutrissero con un alimento quotidiano disceso dal cielo. Per cui fu detto: «L’uomo mangiò il pane degli angeli» (Sal 77, 25). Ma quelli che mangiarono quel pane «morirono tutti» nel deserto; invece questo alimento che tu ricevi, questo «pane vivo disceso dal cielo» (Gv 6, 51) somministra il sostentamento della vita eterna, e chiunque ne avrà mangiato «non morirà in eterno» (Gv 11, 26) perché è il corpo di Cristo.
Ora fa’ attenzione se sia più eccellente il pane degli angeli mangiato dagli Ebrei nel deserto o la carne di Cristo la quale è indubbiamente un corpo che dà la vita. Quella manna veniva dal cielo, questo corpo è al di sopra del cielo. Quella era del cielo, questo del Signore dei cieli. Quella, se si conservava per il giorno seguente, si guastava. Questo è alieno da ogni corruzione. Chiunque lo gusta con sacra riverenza non potrà soggiacere alla corruzione. Per gli Ebrei scaturì acqua dalla rupe, per te sangue del Cristo. L’acqua dissetò loro per un momento, te, invece, il sangue lava per sempre. Il giudeo beve e ha sete, tu quando avrai bevuto non potrai aver mai più sete. Quell’evento era figura, questo è verità.
Se quello che tu ammiri è ombra, quanto grande è la realtà presente di cui tu ammiri l’ombra! Senti come è ombra quello che si verificò presso i padri: «Bevevano», dice, «da una roccia che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto. Ora ciò avvenne come esempio, per noi» (1 Cor 10, 4-6). Hai conosciuto ciò che vale di più: è migliore la luce dell’ombra, migliore la verità della figura, migliore il corpo del Creatore della manna del cielo.

Responsorio    Cfr. 1 Cor 10, 1-2. 11. 3-4
R. I nostri padri attraversarono il mare, tutti in Mosè furono battezzati nella nube e nel mare. * Queste cose accaddero a loro come segno ed esempio.
V. Tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale.
R. Queste cose accaddero a loro come segno ed esempio.

MERCOLEDÌ 14 LUGLIO 2010 – XV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MERCOLEDÌ 14 LUGLIO 2010 – XV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal trattato «Sui misteri» di sant’Ambrogio, vescovo
(Nn. 19-21. 24. 26-38; SC 25 bis, 164-170)

(citazioni da Paolo)
 
L’acqua non purifica senza lo Spirito Santo
Ti è stato detto antecedentemente di non credere solo a ciò che vedi perché non abbia a dire: E’ forse questo quel grande mistero che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore d’uomo? (cfr. 1 Cor 2, 9). Vedo le acque che vedevo ogni giorno. Queste acque nelle quali spesso mi sono immerso senza mondarmi, sono proprio esse che devono mondarmi? Da questo impara che l’acqua non monda senza lo Spirito.
E’ per questo che tu hai letto che nel battesimo tre testimoni sono concordi (cfr. 1 Gv 5, 8): l’acqua, il sangue e lo Spirito, perché se di essi ne togli uno solo, non c’è più il sacramento del battesimo. Di fatto, che cos’è l’acqua senza lo croce di Cristo, se non una cosa ordinaria senza nessuna efficacia sacramentale? D’altra parte, senza acqua non vi è mistero di rigenerazione, perché «se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio» (Gv 3, 5). Anche un catecumeno crede nella croce del Signore Gesù con la quale è segnato anche lui, ma se non sarà stato battezzato nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo non può ricevere la remissione dei peccati e neppure attingere il dono della grazia spirituale.
Perciò quel Siro si immerse nell’acqua sette volte sotto la Legge, ma tu sei stato battezzato nel nome della Trinità. Hai confessato il Padre ricordati ciò che hai fatto, hai confessato il Figlio, hai confessato lo Spirito. Segui l’ordine delle cose. In questa fede sei morto al mondo, sei risorto a Dio e, quasi sepolto in quell’elemento del mondo cioè nell’acqua battesimale, sei morto al peccato, sei risorto alla vita eterna. Credi dunque che le acque non sono inefficaci.
Così quel paralitico della piscina Probatica attendeva un uomo. E quale uomo se non il Signore Gesù, nato dalla Vergine Maria? Alla sua venuta avrebbe operato la liberazione, non più mediante la sua ombra, ma con la realtà della sua presenza. Non più di uno solo, ma di tutti.
Era dunque lui di cui si aspettava la venuta, lui del quale Dio Padre disse a Giovanni Battista: «L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo» (Gv 1, 33). Era colui del quale Giovanni rese testimonianza dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui» (Gv 1, 32). E qui per quale ragione lo Spirito discese in forma di colomba se non perché tu vedessi, perché tu conoscessi che anche quella colomba, che il giusto Noè fece uscire dall’arca, era figura di questa colomba, cioè perché tu riconoscessi la figura del sacramento?
E perché dubitare ancora dopo che nel vangelo te lo proclama chiaramente il Padre dicendo: «Questi è il Figlio mio nel quale mi sono compiaciuto?» (Mt 3, 17). Te lo proclama il Figlio sul quale lo Spirito Santo si è mostrato in forma di colomba. Te lo proclama lo Spirito Santo che è sceso in forma di colomba. Te lo proclama Davide: «Il Signore tuona sulle acque, il Dio della gloria scatena il tuono, il Signore, sull’immensità della acque» (Sal 28, 3). La Scrittura stessa ti attesta che alle preghiere di Gedeone il fuoco discese dal cielo (Gdc 6, 17-21) e a quelle di Elia fu mandato il fuoco che consacrò il sacrificio (1 Re 18, 38).
Non fare attenzione ai meriti delle persone ma al ministero dei sacerdoti. Che se guardi ai meriti, come stimi Elia, così terrai conto anche dei meriti di Pietro e di Paolo, i quali ci hanno trasmesso questo mistero ricevuto dal Signore Gesù. A quelli era mandato un fuoco visibile perché credessero, invece in noi, che crediamo, agisce un fuoco invisibile; a loro in figura, a noi per proclamazione. Il Signore Gesù disse: Dove sono due o tre, là sono anch’io (cfr. Mt 18, 20). Credo perciò che quando è invocato dalle preghiere dei sacerdoti è presente. Quanto più non si degnerà di accordare la sua presenza dov’è la Chiesa, dove sono i misteri?
Sei sceso dunque nel fonte battesimale. Ricordati che cosa hai risposto: che credi nel Padre, che credi nel Figlio, che credi nello Spirito Santo. Non hai detto: Credo in un maggiore, in un minore, in un ultimo, ma, con l’impegno della tua parola, ti sei obbligato a credere nel Figlio come credi nel Padre, a credere nello Spirito Santo come credi nel Figlio, e, se una differenza fai, è che, trattandosi della morte in croce, la credi solo di Gesù Cristo.

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